Il Teatro Duse, un’epopea breve ma intensa

Il compianto teatro intitolato a Eleonora Duse nacque nel travagliato clima del Ventennio, durante il quale, nonostante la crisi generale e in un momento poco adatto a trovare denaro, Bergamo sentiva il bisogno di un nuovo teatro dove poter rappresentare opere liriche e lavori drammatici; un teatro che avesse minori pretese rispetto al massimo della città e maggiori agi rispetto al Nuovo.

Teatro Nuovo, edificato tra il 1897 ed il 1901 su progetto degli architetti Gattemayer ed Albini. Vi si tenevano spettacoli di prosa, cabaret e avanspettacolo e vi tennero discorsi personalità come Cesare Battisti, Gabriele D’Annunzio e Tommaso Marinetti. Venne chiuso nel 2005

L’idea della sua realizzazione era sorta nel 1925 da un gruppo di amici che aveva avviato una raccolta fondi per l’acquisto di un terreno “adatto alla bisogna”, che fu trovato alla Rotonda dei Mille, il quartiere più signorile ed elegante della città.

Via Garibaldi, ai tempi via Mazzini, nel 1920, prima della realizzazione della Rotonda dei Mille, il cui spazio circolare trova riscontri a partire dalle carte topografiche che seguono il 1914. Prima veniva segnalata la chiesa evangelica pressoché isolata con immensi appezzamenti di terreno di proprietà Frizzoni, attraversati dalla via Giacomo Morelli, che sboccava a sua volta nella piazzetta Morelli

Il gruppo, che nel frattempo si era allargato, aveva trovato considerevoli appoggi nel Consiglio di Amministrazione ed in particolare nel presidente avvocato Cavalieri, un esperto in tema di aziende teatrali, che coadiuvato da Giulio Consonno diede vita alla Società del teatro: un poderoso sforzo economico che aveva spinto “La Rivista di Bergamo” a invitare la cittadinanza ad associarsi affinché ne fosse curato ogni dettaglio.

La Rotonda dei Mille nel 1925: il teatro Duse non è ancora edificato

Il progetto fu affidato agli ingegneri Stefano Zanchi e Federico Rota e la costruzione al cavalier Donati, che si impegnarono a risolvere tutti i problemi di visuale, servizio, comodità ed acustica. La gestione del teatro fu quindi affidata a Giulio Consonno, impresario del Nuovo ed amante delle scene (nonché nonno paterno dell’attore Giulio Bosetti), che per anni aveva gestito il Donizetti.

Bergamo, 1926: alla Rotonda dei Mille sono posate le fondamenta del Teatro Duse

Nella primavera del ‘27, a lavori ancora in corso l’ampiezza della costruzione si profilava già nella sua mole imponente e al suo completamento, Bergamo si dotava finalmente di un teatro degno di una città in via di costante progresso, che, “per decoro e per ampiezza” poteva “essere invidiata da molte città superiori alla nostra per la disponibilità finanziaria e per popolazione”, sentenziava L’Eco.

Teatro Eleonora Duse, un pezzo di storia della città, nel 1930: forse la più antica in circolazione. Fu inaugurato il 24 dicembre 1927 e demolito nel 1968

La vita del teatro fu breve ma intensa, come la passionale e tormentata avventura fra la Divina e il Vate, Gabriele D’annunzio, che suggerì l’intitolazione a Eleonara Duse, attrice simbolo del teatro moderno.

Teatro Duse, 1931

L’INAUGURAZIONE

L’inaugurazione, sul finire del 1927, fu preceduta da un mare di polemiche: le opere da rappresentare, in serate diverse (24, 25, 26 e 27 dicembre) erano tutte di D’annunzio (La figlia di Iorio, La fiaccola sotto il moggio, Parisina e Francesca da Rimini) e tutte messe “all’indice” perché erano considerate immorali ed offendevano fortemente la coscienza dei cattolici. La scelta poi di effettuare l’inaugurazione la vigilia di Natale, rendeva il contrasto ancor più manifesto.

Fu dunque la Voce di Bergamo a descrivere la serata dell’inaugurazione, durante la quale la sala presentò un magnifico colpo d’occhio: le poltrone erano occupate da quanto di più eletto e aristocratico contava la città – il fior fiore – ed erano presenti molti critici di giornali nazionali. Alle 21 in punto l’orchestra intonò la Marcia Reale e Giovinezza, ascoltate in piedi e calorosamente applaudite dal grande pubblico della platea e delle logge. Tra un atto e l’altro il pubblico si scambiava le impressioni su nuovo teatro – tutte favorevoli -, distribuito negli ampi corridoi, nella sala per fumatori e nel buffet.

Il foyer del teatro Duse

Solo un neo, ma enorme: l’acustica. Che comunque non impedì il susseguirsi di famose stagioni liriche, concerti, operette, spettacoli musicali vari e di prosa.

La lirica debuttò subito dopo le opere dannunziane con le due opere in cartellone, l’Aida e La Bohème, opere affascinanti, degne di una vera inaugurazione tanto da gareggiare con quelle che si davano al Donizetti ed in grado di penetrare nell’animo popolare per la ricchezza del sentimento e per la “provata teatralità”. Il maestro direttore e concertatore era Mario Terni, forte di un glorioso passato in molti teatri.

“Soprattutto da non confondere con quelli fin qui offerti abitualmente, in modo improvvisato, al Nuovo”, scriveva L’Eco.

E fu un successo strepitoso.

IL TEATRO

Un teatro splendido, fra i più grandi d’Italia, ricavato in un palazzo alto 26 metri e presentato alla vigilia dell’inaugurazione come rispondente ai migliori criteri di modernità e di sfruttabilità. E ciò a partire dalla notevolissima capienza: un’ampia platea con due “barcacce” e doppio ordine di logge e galleria, per oltre 2500 posti a sedere (stimati sino a 2700) fra poltrone e sedie e circa 300 posti in piedi.

Il Duse era il secondo teatro di Bergamo, dopo il Donizetti. Imponenti le sue dimensioni: 18 metri di larghezza, 25 di profondità e 25 di altezza. La platea era ampia, capace, sobriamente decorata e illuminata con un che di riposante ed intimo, che invitava al raccoglimento. Era capace di 550 comode poltroncine numerate, mentre altre 400 stavano nella prima galleria, la maggior parte senza sovrapprezzo e libere al pubblico; la seconda galleria aveva posti numerati al centro, mentre il loggione era completamente libero

Il palcoscenico, spaziosissimo, disponeva di tutti i moderni mezzi di illuminazione, di montaggio e scarico delle scene. i camerini per gli artisti, comodi e aerati, erano muniti di impianti sanitari quali si convenivano in ogni miglior teatro. I sistemi di riscaldamento e di areazione erano attualissimi ed anche l’illuminazione rispondeva ai più moderni criteri artistici dell’epoca. “Chi visita il teatro non può non provare un senso di ammirazione ed esserne letteralmente affascinato”, scriveva ancora L’Eco.

Concorso GIL FP V – 14 ottobre 1941

SERATE DI GLORIA

Data la scatola scenica, il Duse era in grado di ospitare qualsiasi spettacolo e poté annoverare non poche serate di gloria, che alla fine del Novecento facevano ancora rimpiangere calde lacrime a Mimma Forlani – ma ovviamente non solo – per la sua distruzione: “Qui vi era una stagione lirica, qui arrivarono le vedette del varietà, qui nel 1933 danzò e cantò la mitica Josephine Baker; qui i bergamaschi ascoltarono la prima esecuzione in Italia della Rapsodia in blu di Gershwin e qui diedero l’addio al grandissimo giocoliere Enrico Rastelli.

Al teatro Duse, a pochi passi dalla villa di Enrico Rastelli, giocoliere di fama mondiale, si tenne l’ultimo spettacolo dell’artista, scomparso trentaquattrenne nella notte fra il 12 e il 13 dicembre 1931 nella sua casa di via Mazzini, ora Garibaldi, poche ore dopo lo spettacolo. Nell’immagine, il corteo funebre in partenza dalla villa di Rastelli

Giulio Consonno, impresario del teatro, si avvalse per gli spettacoli della consulenza e dell’appoggio dell’illustre Suvini Zerboni di Milano, società che deteneva i maggiori teatri della città meneghina, di Roma e Pavia, e i cui rapporti con la società degli autori erano tali da assicurare a Bergamo, al pari delle città più importanti, il migliore e più aggiornato repertorio drammatico italiano e francese, con la minor spesa.

Vi si esibirono artisti del calibro di Tito Schipa, considerato tra i maggiori tenori di grazia della storia dell’opera, la soprano e attrice Margherita Carosio, la mitica Paola Borboni e Alberto Semprini, pianista e direttore d’orchestra inglese naturalizzato italiano, mentre nel 1938 Gianandrea Gavazzeni vi diresse l’orchestra della Scala per commemorare Antonio Locatelli.

Gianandrea Gavazzeni

Memorabile la serata del 17 aprile 1934, quando il compositore bergamasco Giuseppe Carminati, “un bergamasco puro sangue, del contado”, presentò coraggiosamente in anteprima mondiale l’opera Il Corso, attesissima in città e  seguita sin dalle prove dai quotidiani cittadini, di cui il critico Pinetti ebbe a dire fosse “scritta tutta di getto: con il cuore….. col solo intento di piacere al pubblico e prima di tutto al pubblico bergamasco”.

Impegnato a concertare l’opera il maestro De Vecchi, con un ottimo complesso orchestrale di 50 elementi e con artisti di non comune rinomanza, come il tenore Vito Binetti, il soprano Delia Sanzio, il baritono Angelo Pilotto, il basso Romeo Molisani, il mezzosoprano Rina Gallo e il baritono bergamasco Igilio Caffi.

Teatro Duse, 1938

Nel 1930 andò invece in scena una delle operette più famose, Il cavallino bianco, con la compagnia di Arturo ed Emilio Schwarz e fece letteralmente impazzire Bergamo: scesero anche dalle valli e salirono dalla Bassa per godersi quello spettacolo di lusso.

Da allora e per diversi anni l’operetta è stata di casa al Duse; in particolare con gli spettacoli della compagnia formata da Nora De Rios (ballerina, attrice e cantante) e da Nino Gandusio (capocomico brillante e pirotecnico vissuto nei suoi ultimi anni a Bergamo): una coppia dal vastissimo repertorio, ideale per questo genere teatrale.

Al piano terra, lungo via Crispi, c’era il bar del teatro, con annesso distributore di benzina, di quelli con la pompa a mano

Le storie del teatro ricordano poi che il Duse ha ospitato spesso manifestazioni di un’arte, quella oratoria, divenuta poi appannaggio dei talk show televisivi. In particolare sul suo palcoscenico sono passati tutti i maggiori uomini politici della primissima Repubblica, da Giuseppe Saragat a Giovanni Malagodi, Palmiro Togliatti, Pietro Nenni, Ugo La Malfa, Arturo Michelini…. ma non solo.

Riunione fascista al teatro Duse, nel 1941

Ma nel 1928, poco dopo la sua inaugurazione, al Duse era stato portato persino il circo, a Bergamo sempre gradito e tanto atteso. Era il Circo Equestre Fratelli Cristiani, che segnò l’inizio della rappresentazione con capriole, salti mortali, schiaffi, pedate, lazzi e grida di clown e nani; poi apparvero il grande giocoliere inglese Kremberser, le originali danzatrici auree che saltavano su un filo, una briosa cavallerizza spagnola, gli acrobati, tre bravissimi fratelli somiglianti “come gocce di rugiada”, i cani ammaestrati e le belve.

Era previsto che nel maggio del 1950 Duke Ellington si esibisse con la sua orchestra al teatro Duse, ma resta ancora da chiarire se si trattasse del Duse di Bergamo o del Duse di Bologna. In ogni caso a Bergamo il concerto non ebbe luogo. Ma a ricordo è rimasta la locandina

Un cenno particolare, secondo le cronache merita anche un cantante di secondo piano, Antenore Reali, perché fu abile a ridurre al minimo l’inquietudine del pubblico in platea e nelle gallerie in occasione del terremoto che la sera del 15 maggio 1951, con due forti scosse, sgomentò la città.

Bergamo – Rotonda dei Mille e Teatro Duse, 1935. Alla Rotonda dei Mille convergono vari raggi stradali dai nomi garibaldini: la via Vittore Tasca, che parte da viale Vittorio Emanuele, tratteggiata nel piano regolatore e indicata nella carta del 1912 dall’ingegner Fuzier; la via Francesco Crispi, che parte da Piazza Matteotti; la via Daniele Piccinini da via Borfuro; la via Garibaldi e la via Francesco Cucchi, che parte da via S. Benedetto.

GLI INCONTRI DI PUGILATO AL DUSE

A lungo furono di casa, al Duse anche gli incontri di boxe, e ciò a partire dal novembre del 1928: una tradizione ereditata dal teatro Nuovo, dove il primo incontro risaliva al 1913. Incontri di pugilato si tenevano anche presso la “sala Vittoria” in piazza S. Spirito, nella palestra dell’Atalanta in via Verdi, al Teatro Sociale, al cinema varietà Augusteo in via Anghinelli (Borgo Palazzo) e al Teatro Minerva del dopolavoro Ferrovieri.

L’insegna dello scomparso teatro Augusteo in via Borgo Palazzo. Il teatro si trovava in via Anghinelli 

Tra l’altro, nei sotterranei del Duse c’era una palestra di pugilato, a spese della Bergamo Boxe, una società fatta nascere da Anselmo Ravanelli – delegato provinciale della federazione di pugilato – con il determinante appoggio finanziario di Giulio Balzer. A carico della società e grazie al sostegno di ditte bergamasche vi era anche la voce “spese varie” per aiutare economicamente i giovani pugili, bravi ragazzi per lo più di umile famiglia, che la Società contribuiva a mantenere “sulla retta via”, in quel momento storico particolare.

Una rara immagine del Teatro Minerva del dopolavoro Ferrovieri, presso la Stazione di Bergamo, datata 14 ottobre 1938. Nel locale, noto come Piper negli anni ’60, quand’era assai frequentato come balera, si tennero in precedenza incontri di pugilato. Fra i componenti dell’orchestra jazz ritratti in fotografia, alla tromba il signor Luigi Nessi, che al “Minerva” aveva suonato anche per l’orchestra di Gorni Kramer (per gentile concessione della figlia, Laura Nessi)

Negli anni Trenta sul ring del Duse debuttò il sedicenne Aldo Minelli, fratello del più famoso Livio, e una schiera di sostenitori di Boccaleone fece un tifo assordante; il pugile è ricordato anche in una serata dove il teatro fece sold out con un gran tifo dal loggione, tanto che alle due di notte c’era ancora gente che commentava l’incontro all’esterno del teatro.

Il fratello, Livio Minelli, vi aveva debuttato da professionista nel 1940, portando a Bergamo il titolo Europeo ed Italiano dei pesi Welter il 4 marzo del ‘49 per poi partire per una tournée negli Stati Uniti.

Il pugile Livio Minelli

GLI INQUILINI DEL PALAZZO (E UN GIORNO SPUNTO’ TOTO’)

L’attore Giulio Bosetti, nipote del cavalier Giulio Consonno, era nato proprio in un appartamento del palazzo che ospitava il teatro, il 26 dicembre del 1930, a tre anni esatti dall’inaugurazione. Da bambino seguiva tutte le compagnie che suo nonno portava a Bergamo: da Ruggero Ruggeri a Elsa Merlini, da Renato Cialente a Dina Galli e alla Wandissima della rivista: ovvio che avesse il teatro nel DNA, mentre il fratello, avendo scelto la carriera di medico, nei primi anni Cinquanta andò in Corea come volontario.

Accanto all’appartamento dei Bosetti, al primo piano, c’era quello del nonno, Giulio Consonno.

Giulio Bosetti, scomparso il 24 Dicembre 2009. L’attore, nipote dell’impresario teatrale  del Duse, Giulio Consonno,  era nato in un appartamento del teatro il 26 dicembre del 1930

Alla fine del Novecento ingegnere in pensione, da bambino anche Mario Casirati ha abitato nel palazzo del Duse, al terzo piano: dal 1939 alla demolizione dell’edificio, con una parentesi nel ‘43, quando dovette sfollare con la famiglia perché l’appartamento era stato requisito dai tedeschi.

Il suo primo lavoro di ingegnere lo fece calcolando i cementi armati della doppia rampa del parcheggio aereo del nuovo edificio che prese il posto del Duse.

Alcune finestre davano su via Crispi, la sala aveva un balcone che si affacciava sul parco di palazzo Frizzoni, con le scuderie non ancora abbattute, mentre sull’allora via Mazzini, oggi Garibaldi, v’era uno splendido colpo d’occhio su Città Alta.

Veduta verso la fiera e il parco di palazzo Frizzoni, con a margine la chiesa evangelica

Proprio la finestra della cucina dava sul monumento a Garibaldi. “Nata in Piazza Vecchia con il monumento a Garibaldi sotto casa, mia mamma se lo ritrovò di nuovo sotto casa quando nel 1939 si trasferì nel palazzo del Duse”.

Il monumento a Giuseppe Garibaldi venne trasportato da Città Alta alla Rotonda dei Mille, il 20 settembre del 1922, tolto da Piazza Vecchia, dove era stato posto il 15 settembre 1885

Sempre al terzo piano abitavano il dottor Giraldi, presidente del tribunale, e i proprietari del bar.

Isaia Bramani con la moglie, Pierina Locatelli, in sella al suo sidecar Frera, davanti al Bar Duse da lui gestito negli anni Trenta 

Al piano di sotto c’erano la famiglia del dottor Elio Leni e due sorelle sarde, le signorine Batzella: Maria era un’apprezzata e temuta insegnante dell’Esperia. Parenti di Saragat, il 26 dicembre del ‘64 avevano festeggiato l’onorevole, eletto presidente della Repubblica.

L’ingresso agli appartamenti era in via Crispi; alle scale si accedeva attraverso una porta che si apriva nel lungo “corridoio” che metteva in comunicazione con il palcoscenico per lo scarico e il carico del materiale di scena.

Nel corridoio, dai ragazzini chiamato pomposamente “cortile”, si giocava a pallone: a Mario Casirati, unico maschio della cricca, si aggiungevano le due figlie del portiere, la figlia del Cavalier Consonno, le tre figlie del dottor Leni e le tre figlie – un po’ più grandicelle – del proprietario del bar, cui si aggregavano spesso le tre figlie del dottor Ciabò, che abitavano all’angolo di via Tasca con via Cucchi: tutte costrette a giocare a pallone dal Casirati, che nel frattempo era diventato abilissimo nel lavorare a maglia (!).

Un giorno…

“…stavamo al solito giocando al pallone quando nel “corridoio” passò Totò per raggiungere il palcoscenico. Si fermò e scambiò con noi un paio di calci al pallone, che in realtà era una palla di gomma. A un certo punto Totò ‘inventò’ una rovesciata volante e spedì la palla nelle scuderie di palazzo Frizzoni. Toccò poi a me andare a recuperarla affrontando gli arcigni e temutissimi vigili urbani di guardia alla sede municipale”.

Negli anni Trenta, in un appartamento del palazzo risiedeva anche l’ingegner Arturo Scanzi, direttore o gestore del teatro Duse, con la moglie Maria Paganoni e i figli Marialuisa (nata nel 1920) e Claudio.

La famiglia Scanzi al completo, con l’ing. Arturo Scanzi, la moglie Maria Paganoni e i figli Marialuisa e Claudio. L’ingegner Scanzi gestì o diresse il teatro Duse negli anni Trenta, finché non si trasferì con la famiglia nella vicina via Cucchi. Uomo poliedrico ed estremamente attivo, fu anche anche costruttore e dopo la guerra aprì una libreria (Foto A. Taramelli. Per gentile concessione di Antonella Ripamonti)

L’ing Scanzi, sin dalla sua apertura nel 1922 deteneva anche la proprietà del Cinema Diana, le cui locandine per un certo periodo rivestirono interamente la facciata del palazzo che ospitava il Duse.

Pubblicità di film programmati al Cinema Diana sulle pareti del Teatro Duse alla Rotonda dei Mille, nel 1949

In seguito la direzione del Diana passò al marito di Marialuisa, Gianfranco Ripamonti, poi divenuto direttore del Cinema Centrale, chiuso negli anni ‘70.

Il Cinema Diana, in via Borfuro, nel 1969. La gestione del Diana dalla fine degli anni Sessanta passò all’ECI (Esercizi Cinematografici Italiani), sino alla definitiva chiusura nel 1977. La consorte dell’ingegner Scanzi, Maria Paganoni, essendo fervente cattolica e molto vicina ai Padri Domenicani non voleva che il Cinema Diana funzionasse il venerdì Santo e fece in modo che per quel giorno restasse sempre chiuso per permettere anche al personale di seguire le funzioni religiose (da una conversazione con Antonella Ripamonti)

La figlia di Marialuisa, Antonella Ripamonti, racconta che dall’appartamento si accedeva al teatro ed era possibile vedere il palcoscenico, ma che i genitori facevano in modo che la porta restasse sempre chiusa per evitare che la ragazzina potesse assistere a peccaminosi spettacoli di varietà. La ragazza però, con alcune compagne di scuola aveva trovato un modo per guardare di nascosto attraverso un buco nella porta, e quando la tresca fu scoperta venne punita adeguatamente dai genitori.

FRA DECLINO E MOMENTI DI GLORIA

Dopo aver ospitato a lungo opere liriche e spettacoli di prosa, cominciò un lento declino, ma ancora con bagliori violenti, tanto che l’anno di grazia arrivò nel 1963, quando la chiusura del Donizetti per lavori di ristrutturazione portò al Duse i migliori spettacoli lirici.

Formidabili colpi di coda fra le migliori rappresentazioni di prosa, incontri di pugilato e avanspettacoli con cinema e varietà, chiaro sintomo di decadenza, che contrassegnò gli ultimi giorni di vita del teatro, ormai additato con la la pessima reputazione di “tempio del peccato”.

Il Teatro Duse in una immagine del 1955 (per gentile concessione di Antonella Ripamonti). Nel 1958, dieci anni prima della demolizione, sul palcoscenico del Duse Primo Carnera, il leggendario campione del mondo dei massimi negli anni Trenta, concluse la carriera di lottatore alla quale si era dedicato dopo aver abbandonato la boxe

Soprattutto famoso il Duse, negli anni ‘50/’60, per le riviste con Carlo Dapporto, Walter Chiari, Totò, Renato Rascel, Macario, la Wandissima e tante altre vedettes, ai tempi in cui le soubrettine venivano chiamate “donne di spolvero” per l’eleganza e la presenza scenica.

Il Duse è stato il teatro dei grandi spettacoli di rivista all’epoca di Walter Chiari, il protagonista del “Sarchiapone”, affiancato dalla sua storica ”spalla” Stella Maris (al secolo Ilvea Benatti), che ancora ricorda la platea bergamasca come la più calorosa, e amante delle riviste

Nell’ultimo periodo, all’uscita degli “artisti” non era infrequente che si appostasse il gruppo dei vitelloni, allora assai noto in città, per attendere le girls del balletto; otto ragazze (alcune anche donne mature) che senza il cerone sul viso, senza le lunghe ciglia finte, senza il rossetto marcatissimo, senza l’ombretto attorno agli occhi, senza – a volte – la parrucca bionda e senza la luce dei riflettori, erano per lo più una delusione.

Ad accompagnarne il declino, le proiezioni cinematografiche ricordate da Giorgio Bocca, quando il sabato sera e la domenica i valligiani calavano al cine-teatro, “dove i programmi variavano su un unico tema: ‘Baraonde di donne capovolte in trasparenza’. ‘Atomicamente nude’. ‘Nudevolissimevolmente’. ‘Grazia Yunko nei sexy peccati capitali’. E altre follie” (1).

Per un certo periodo I film venivano proiettati poco prima che si alzasse il sipario per una Lucia di Lammermoor.

VERSO LA FINE

Fra un lento declino e formidabili colpi di coda, il Duse abdicò ufficalmente con la rappresentazione serale della domenica che precedette il 4 marzo del 1968, La signora è da buttare, con Franca Rame e Dario Fo.

Con un titolo a caratteri cubitali “L’Eco” ne annunciava la scomparsa aggiungendo: “E’ l’ultima volta che vediamo la facciata del Duse, di questo vecchio edificio che la rapida trasformazione della città ha da tempo condannato”: una facciata che sul finire del Novecento Luciano Andreucci descriveva con toni nostalgici (“di colore grigio, austera, sobria, elegante, ornata con decorazioni in bassorilievo, per un palazzo di notevole pregio artistico e architettonico”), ma che altrove era considerata un esempio piuttosto scolastico di struttura neoclassica, dall’aspetto di insieme triste e dimesso, più che severo e importante, come forse era nell’intento dei suoi progettisti.

In quei giorni si stavano innalzando le impalcature che presto avrebbero coperto la vista del teatro, sulla cui area sorse quell’edificio avveniristico dalle ampie superfici vetrate, sorto due anni dopo prendendo il nome dal vecchio teatro e fra mille polemiche, in quanto per molti non armonizzava con l’aspetto degli altri edifici.

Il teatro Duse venne demolito nel 1968, per essere sostituito dall’attuale edificio di architettura “Brutalista”, con parcheggio aereo e un cinema sotterraneo, opera degli architetti Giorgio Zenoni, Giuseppe Gambirasio e Walter Barbero. Il monumento di Garibaldi continuava a fare bella mostra di sé nel bel mezzo della rotonda alla fine del Novecento, benché qualcuno già pensasse fosse ora che cambiasse aria, assediato com’era dalle auto e declassato a spartitraffico: una fine davvero ingloriosa per uno dei grandi protagonisti del Risorgimento, come lamentavano alcuni

Agli inizi di marzo vennero rimosse quasi tutte le strutture del palcoscenico e buona parte delle poltrone della platea. In seguito si diede il via alla vera e propria demolizione. Senza pietà.

Il Duse chiudeva così definitivamente i battenti dopo oltre quarant’anni di onorata attività; una decisione presa da tempo. La sua abdicazione lasciava la bocca amara a coloro che fino a pochi anni prima avevano vissuto i suoi momenti gloriosi e che ricordavano il suo ruolo importante nella storia della musica e della prosa bergamasca, il tempo il cui il teatro ospitava i più rinomati circhi equestri e le personalità più famose del mondo dello spettacolo, dello sport, della politica.

Scriveva indignato e perplesso un lettore del Giornale di Bergamo al direttore prima della demolizione: “Ma proprio nessuno difende ‘sto teatro? E non c’è forse una legge che tutela i teatri nelle città? Nessuno però se ne interessa, in testa sindaco, assessori e consiglieri comunali”.

Il teatro Duse alla Rotonda dei Mille. Quando ne fu decisa la sua demolizione, per far posto a un supermoderno caseggiato, mezza città insorse. Inutilmente. Negli ultimi suoi tempi era diventato il regno dell’avanspettacolo (Archivio fotografico – Fondazione Bergamo nella Storia)

Contro la demolizione protestò anche un collaboratore de L’Eco, Guerrino Masserini, che chiedeva “perché mai tocca al bel palazzo del teatro d’essere abbattuto quando ci sono, anche vicinissime (come nelle vie Sant’Orsola e Borfuro ndr), tante case a un piano cadenti e in cattive condizioni. E poi finiamola di definire ‘vecchio’ questo teatro! Ha da poco superato i quarant’anni, non già i cento! Ma è ora di dare del ‘vecchio’ a tutto ciò che si avvicina al mezzo secolo”.

Alcune delle costruzioni che gli erano sorte attorno nello stesso periodo vennero demolite nel quadro di un piano di riordino urbano facente capo al neoclassico Palazzo Frizzoni (oggi sede municipale), ideato per portare a compimento l’isolato a cavallo tra via Garibaldi e il Sentierone.

Guardate che meravigliosa palazzina c’era alla Rotonda dei Mille: demolita (!) per innalzare un anonimo palazzo condominiale con bar e negozio di parrucchiere sulla strada

Ma furono in molti a rimpiangere la sua perdita e ancor’oggi il suo ricordo è evocato con tanta nostalgia.

 

Note

(1) Giorgio Bocca, Fratelli Coltelli. 1934-2010. L’Italia che ho conosciuto. Feltrinelli.

Riferimento principale

“Il Novecento a Bergamo – Cronache di un secolo”. Di Pilade Frattini e Renato Ravanelli. A cura di Ornella Bramani – Vol. II. UTET. Anno 2013.

Sulla Via delle castagne al Canto Alto, fra i segreti dei biligòcc di Poscante

Reportage fotografico di Maurizio Scalvini

Dal Canto Alto, la tradizione bergamasca dei “biligòcc” 

Tutti conosciamo il Canto Alto per la grandiosa quinta scenica che si staglia alle spalle della città e lo apprezziamo per i panorami che si godono da lassù o  per le grotte nascoste nella boscaglia (di cui la più famosa è quella del Pacì Paciana, non facile da individuare) e per la selvaggia Valle del Giongo, riserva naturalistica di pregio, ricca di acque e di fenomeni carsici, inclusa nel Parco dei Colli di Bergamo.

Pochi sanno invece che questa cima così familiare in passato è stata uno strategico punto di osservazione sulle vallate bergamasche, fungendo da tramite di un’importante via di comunicazione che connetteva Zogno alla città attraverso un sentiero storicamente documentato e chissà quali altri tracciati di cui s’è persa la memoria, disposti lungo le sue pendici: il primo partiva da Poscante, piccola frazione di Zogno, e valicando il Monte di Nese giungeva a Nese e proseguiva per Ranica, Marzanica, Baio, la Martinella arrivando al Vico Plorzano, ovvero Borgo Santa Caterina.

Nel corso del medioevo la sua vetta è stata poi presidiata da un ampio fortilizio in muratura, ripetutamente distrutto e ricostruito durante le aspre contese fra guelfi e ghibellini, ed abbattuto definitivamente all’inizio del Trecento: i suoi resti sono stati scoperti nel corso degli scavi per le fondamenta della croce.

Il versante ovest del Canto Alto (1146 m.). Conosciuto come “Piz Dent” o “Pizzidente” (dalla voce dialettale “dent” relativa alla valle che scende a Sorisole), si staglia tra Zogno e Sorisole, separando con la sua dorsale le Valli Brembana e Seriana

Ma il Canto Alto presenta altri volti che ne accrescono il fascino e che possiamo scoprire a pochi passi dalla città: un pugno di tranquille contrade  adagiate sulle pendici a nord, preziose depositarie della storia e della cultura locale, ancora molto viva e sentita fra i suoi abitanti.

Contrade che per secoli hanno tratto sostentamento dalle rigogliose selve di Castagno che ne ricoprono le pendici, rivestendo un ruolo fondamentale per la popolazione di Zogno e dei comuni limitrofi nell’approvvigionamento del legname e dei prelibati frutti.

Ed è proprio lungo il versante nord che fra le amene contrade di Poscante nasce la “Via delle Castagne”, un’antica mulattiera che si snoda per circa tre chilometri dal borgo rurale di Piazza Martina a Castegnone, patria d’origine dei biligòcc, le castagne essiccate e affumicate con un procedimento del tutto particolare.

Alle pendici del Canto Alto sulla “via delle Castagne”

Nell’alimentazione contadina la castagna era “il pane dei poveri” anche per il suo elevato contenuto di carboidrati: dalla sua farina si ricavavano pani, gnocchi, polenta, zuppe e dolci, mentre l’essiccazione e l’affumicatura consentivano la lunga conservazione del frutto, da riservare al consumo locale nonché alla vendita.

Per ottenere i gnocchi di castagne occorrono 400 gr di patate e 400 gr di castagne secche messe in acqua per una notte e poi fatte bollire. Una volta schiacciate, vanno  mischiate a un uovo, 150 gr di burro e sale. Impastare il tutto con farina e poca acqua e condire con burro e salvia o, in alternativa, con salvia, panna e funghi (finferli, porcini..)

Ma non solo, il Castagno veniva sfruttato per la legna da ardere o per fabbricare pali per la viticoltura, mentre il fogliame tornava utile nelle stalle.  

Autunno nei Foldoni, nel territorio di Poscante (Ph Ettore Ruggeri)

Arrostite sul camino, le castagne allietavano le serate quando la famiglia si riuniva per la scorciatura del granoturco mentre soprattutto in tempo di guerra erano molte le famiglie che ricavavano dalla vendita dei frutti affumicati i mezzi per il proprio sostentamento.

Con grandi sacchi di iuta si partiva verso la pianura per barattarli con granoturco, frumento e patate o, nel migliore dei casi, per guadagnare qualche soldo.

1947: Andrea Gavazzi, nato a Poscante in contrada Ripa nel 1897, noto produttore e venditore di biligòcc , venduti alle fiere paesane nel periodo tra la metà di gennaio e l’inizio febbraio. I biligòcc venivano prelevati direttamente dal sacco di iuta con i misurini e consegnati in sacchetti di carta (Fotografia tratta da “Poscante e dintorni – ieri e oggi”, a cura di Tarcisio Bottani)

Il piccolo ma costante commercio dei biligòcc trovava il suo culmine nelle feste patronali invernali fino alla madonna Candelora, rivaleggiando con quello di Vall’Alta in Val Seriana: dalla festa di Santa Lucia sul Sentierone a quella di San Mauro che si teneva il 15 gennaio sia in città che a Bruntino, alla festa di Sant’Antonio abate che si teneva alla Fiera il 17 gennaio, dove si portavano a benedire gli animali da cortile, adornati con nastri e fiocchi.

Un gustoso disegno a pastello di Alfredo Faino, con un venditore di biligòcc alle prese con due monelli scalzi durante la festa di Sant’Antonio: sullo sfondo, spunta la chiesa di San Marco

Gli uomini in tabarro e cappello arrivavano in Bergamo nel cuore della notte, e dopo aver depositando i sacchi sul sagrato della chiesa di San Marco iniziavano a lanciare il famoso richiamo: “bei biligòcc, biligòcc, alè gente!”.

I biligòcc di Poscante, oltre ad essere famosi per la loro bontà avevano la caratteristica di essere i più belli perché le donne li mettevano nell’olio e con uno panno di lana li lucidavano: un segreto che li ha resi celebri in tutta la Lombardia.

1925: Aquilino e Leone e Luigi Gavazzi alla fiera di Sant’Antonio a Bergamo detta “del porcellino” . Ól Chilo e i Gigante (Foto tratta da “POST CANTUM – un paese”, a cura di Maurizio Buscarino

Celebre è anche la sagra che si svolge ancor’oggi a Sant’Antonio Abbandonato, frazione di Brembilla, in concomitanza con la festa padronale di San Mauro, che si tiene ogni anno il 15 di gennaio.

Ol Rino di Benecc (Rino Ruggeri) col sàc di biligòcc a Sant’ Antonio Abbandonato, 1979 (Foto Tito Terzi)

Oggi la tradizione dei biligòcc si è conservata soprattutto nelle loro terre d’origine, presentandosi in forma di lunghe collane in Valle Seriana e prevalentemente sfuse in Valle Brembana, dove i castagneti intorno a Poscante erano e sono assai floridi e produttivi, soprattutto lungo le pendici nord del Canto Alto sino a circa 900 metri di quota.

Basti pensare che nell’Archivio di Stato di Milano è conservata una mappa del censimento austriaco dell’area intorno a Poscante ai primi dell’800, su cui sono evidenziati i castagneti di Medil, Foldoni, Prat della Nus, Candì e dove ancor’oggi troviamo le piccole  Ostàne a settembre, per proseguire con le Careane, le Balestrere -tipiche della bergamasca – e le Rossere, dalla buccia rossiccia.

Ed è proprio nell’area di Poscante che attorno al 1300 nacque l’arte di affumicare le castagne (poi trasmessa alla Valle Seriana), quando un contadino di “Post Cantum” (toponimo apparso in un atto del 1249) volle sperimentare un procedimento per poterne gustare la fragranza anche fuori stagione. Egli – si dice – fece cuocere le castagne per circa due ore e le lasciò essiccare all’aria aperta per sette giorni e sette notti, così da poterle riassaporare sino al periodo pasquale.

Quanto vi sia di vero in questo singolare racconto non è dato di sapere, ma è certa la prima citazione di Giovanni Bressani poeta vernacolo, che nel 1490 scrive: Gne con tal desideri Sant’Antoni/Per vèend biligòcc, pom e castegni pesti/Da Poltranga a Surisel specie i doni/Gne ai desidera ch’as faghi di festi.

Nelle contrade intorno a Poscante ma soprattutto a Castegnone (la più vicina alle selve alte) sorsero quindi i secadùr, particolari strutture che grazie a una gradazione costante di calore e fumo garantivano una perfetta preparazione dei biligòcc, definizione dialettale derivante da “bis-cotto”.

Castegnone, la “patria” dei biligòcc, è una contrada della frazione Poscante nel Comune di Zogno

Ancor’oggi a Castegnone gli abitanti effettuano questo tipo di lavorazione, nell’unico fra i secadùr recuperati della contrada.

Zoom su Castegnone, ai piedi del Canto Alto di cui è visibile la croce. Le selve di castagno si trovano intorno e soprattutto al di sopra della contrada

Sulla “Via delle Castagne” fra le contrade di Poscante

La “Via della castagne” ricalca un’antica mulattiera di circa tre chilometri recuperata dal Comune di Zogno per valorizzare sia il frutto che la tradizione locale della castanicoltura, retaggio dell’antica tradizione locale (1).

Il percorso, con i suoi scorci sui castagneti e le finestre panoramiche sulla valle, offre una passeggiata rilassante, immersa nella natura.

Si tratta in realtà di un’antica via di collegamento con la Mercatorum, già battuta in epoca medioevale per la posizione strategica di difesa e più avanti per il commercio con Monte di Nese e la Valle Seriana nonché la città.

Lungo la “La via delle castagne” sono collocati dieci cartelli esplicativi,  ognuno dei quali, nel caso di visita guidata corrisponde a una tappa didattica. Il pannello è collocato nel borgo di Piazza Martina, da cui si diparte il percorso

 

Il sentiero, di facile percorrenza,  si diparte dal borgo rurale di Piazza Martina per raggiungere Poscante e da lì la contrada di Castegnone.

Il versante nord-est del Canto Alto

I dieci cartelli esplicativi collocati lungo il sentiero permettono di conoscere le caratteristiche della pianta e dei suoi frutti ed anche l’ambiente naturale di questo nostro versante prealpino, con il suo particolare clima e la vita della selva e del sottobosco nel volgere delle stagioni.

E’ possibile quindi conoscere anche gli insetti che la abitano, comprese naturalmente le preziose api che nella stagione estiva producono un ottimo miele di castagno.

Alcuni pannelli illustrano la tradizione della raccolta, della conservazione e del consumo della castagna, permettendo di capire come, per necessità, l’istinto umano si sia adattato a sfruttare tale tesoro per il proprio sostentamento.

Percorribile in ogni periodo dell’anno e non solo in autunno ma consigliabile a terreno asciutto, il percorso è anche un’occasione per una piacevolissima passeggiata lungo un sentiero ricco di affascinanti spunti panoramici, alla riscoperta delle tradizioni del luogo e della storia che trasuda dalle incantevoli contrade: dal borgo rurale di Piazza Martina, ricco di testimonianze medievali, alla contrada di Castegnone, dov’è ancora in funzione il caratteristico essiccatoio in pietra per “fabbricare” i prelibati biligòcc: il secadùr appunto.

L’arrivo alla contrada di Castegnone, patria dei biligòcc, consente la sosta all’antico “secadùr” recuperato dai suoi abitanti ed oggi attrazione turistica

Una piacevole avventura, che in occasione dell’annuale festa dei biligòcc che quest’anno si terrà il 17 di Novembre, consente di assaporare il prezioso frutto insieme ad altre prelibatezze del nostro territorio.

Sulla Via delle Castagne diretti a Castegnone, la patria dei biligòcc

Mentre da Piazza Martina a Poscante l’itinerario è facile e per tutti, da Poscante a Castegnone il dislivello diventa un po’ più impegnativo, ma certamente fattibilissimo. Il tempo di percorrenza totale è di 1 ora e 45 minuti e l’abbigliamento consigliato è quello sportivo, o meglio ancora “da battaglia”, con scarponcini e bastoncini da trekking, indispensabili quando il terreno è bagnato e scivoloso. Per chi avesse qualche difficoltà, la strada principale è comunque interamente carrozzabile anche se qui bisogna “venire da ospiti e non da turisti”, nel rispetto dei ritmi del luogo e dei suoi abitanti.

La partenza avviene dal Ponte Vecchio presso il piazzale del mercato di Zogno, da cui si diparte la strada per Stabello (indicazioni) diretta a Piazza Martina,  che si raggiunge dopo un chilometro di tornanti.

Il Ponte Vecchio sul fiume Brembo, a Zogno, lungo la strada che porta a Grumello de’ Zanchi e a Poscante. Secondo alcune fonti, fu da questo ponte, e non da quello di Sedrina, che si tuffò il bandito Pacì Paciana per sfuggire ai gendarmi

 

Panorama su Zogno lungo i tornanti per Piazza Martina, tappa iniziale del percorso lungo “La Via delle castagne”. Al centro, l’appuntito Pizzo di Spino

Giunti alla Corna – bellissima casa fortificata medievale – si svolta a sinistra: un centinaio di metri ed ecco la contrada rurale di Piazza Martina (370 m.): una delle più piccole del comune Zogno.

A sinistra, l’imbocco per Piazza Martina, da cui si diparte la “Via delle castagne” (la rampa sulla destra porta invece all’Agriturismo Casa Martina)

 

Case rurali a Piazza Martina, una delle tante contrade di Zogno

 

Piazza Martina, con le sue belle case di origine medioevale, oggi rivisitate

Superata la piazza si svolta a destra, dove si imbocca un facile sentiero-mulattiera (SENT. CAI 504) che si inoltra nel bosco, delimitato per buona parte da muretti a secco e da un ruscelletto.

Il sentiero porterà in breve all’oratorio di Sant’Antonio abate, per poi proseguire con saliscendi non impegnativi fino a Poscante, in prossimità del cimitero.

Lungo “La Via delle Castagne”, verso la chiesa di Sant’Antonio abate. Oltre i murettti a secco si stendono prati da sfalcio dove si trovano alcune baite. Un tempo, il sentiero collegava Stabello con Poscante, sulla sponda sinistra della conca zognese

Dopo pochi metri si incontra il primo dei 10 cartelli didattico-informativi sulla castagna, disposti lungo il tragitto.

Dove gli alberi si diradano si aprono alcuni affascinanti scorci sul paesaggio, e in pochi minuti si raggiunge la cappella di Sant’Antonio abate, un edificio di origine romanica ma rimpicciolito nelle dimensioni e trasformato nel XVII secolo in stile neoclassico.  Sebbene le vere e proprie selve di castagno si trovino in quota, si incontrano numerosissimi esemplari di anche nel vicino bosco.

Dalla cappella di Sant’Antonio abate, circondata da prati ben curati, si può ammirare la Corna Rossa, una cornice naturale che racchiude milioni di anni di formazioni geologiche

Ogni 17 gennaio, in occasione della festività di Sant’Antonio abate si rivive l’antica tradizione della benedizione dei panini di Sant’Antonio, che vengono distribuiti insieme ai biligòcc, alle frittelle preparate dalle donne della contrada e all’immaginetta del Santo, che è raffigurato in abiti pastorali nell’abside della chiesa.

La statua lignea trecentesca di Sant’Antonio abate, nell’abside della cappella dedicata al santo

A due passi c’è una fonte d’acqua, un tempo considerata curativa.

La fonte lungo la mulattiera

Aggirata la bella cascina retrostante, un cartello ci indirizza verso Poscante raggiungendo una radura soleggiata con vista su Grumello dei Zanchi, preceduta dal secondo pannello didattico.

 

Il secondo cartello didattico-informativo, su “La Via delle Castagne”

Osservando la radura all’altezza del cartello si scorge la traccia di un sentiero, che si raggiunge attraversando il prato per una cinquantina di metri.

Veduta su Grumello de’ Zanchi, all’uscita del sentiero

Una volta rientrati nel fitto bosco ceduo, ricompare ben evidente il nostro sentiero: un largo tratturo che propone anche strappi su pezzi semi-cementati, richiedendo parecchia attenzione quando le condizioni del terreno lo rendono piuttosto scivoloso. Nel frattempo s’incontreranno altri cartelli.

Nel bosco, sulla Via delle castagne

 

Ciò che resta di un Castagno e, sullo sfondo, un fitto faggeto

Il sentiero fuoriesce in una grande radura con cascina…

…per poi rientrare nel bosco dove si attraversa una vallecola, con tracciato ben evidente.

Sulla Via delle Castagne

In breve si apre uno squarcio su Poscante, che per ora appare un po’ distante.

Poscante fra i colori dell’autunno

Il sentiero sbuca su una stradetta sterrata all’altezza di una santella, dove, svoltando a sinistra, aggancia un tratto selciato in discesa diretto a Poscante, dove sostiamo per una visita.

Il prosieguo sulla Via delle Castagne, dopo Poscante

Percorsa una curva ci si ritrova quindi su una strada asfaltata, affiancata dal cimitero del paese: ed ecco Poscante a portata di mano.

Poscante (408 metri s.l.m.)

Il piccolo villaggio agricolo di antica origine è da sempre costituito in comune e parrocchia: quella di San Giovanni Battista, affiancata dalla pregevole chiesetta della Madonna del Carmine.

Poscante: chiesa di San Giovanni Battista

 

Poscante: chiesetta della Madonna del Carmine

 

Interno della chiesa della Madonna del Carmine, a Poscante

La strada per Castegnone si può riprendere svoltando a destra imboccando la mulattiera gradinata a fianco della chiesa (che sbucherà nel piccolo parcheggio della contrada), oppure, se il terreno è bagnato e scivoloso, prendendo in salita la strada asfaltata.

La contrada Castegnone di Poscante

 

 

Lungo i viottoli di Castegnone, alle pendici del Canto Alto

Nel piccolo abitato di Castegnone, merita sicuramente una visita la chiesa secentesca di Santa Maria Bambina, con la facciata principale finemente decorata con finte modanature e finto bugnato.

La chiesa secentesca dedicata a S. Maria Nascente, festeggiata ogni  prima domenica di settembre

All’interno è conservato un dipinto del secolo  XVII raffigurante un’insolita  Madonna con Bambino, opera di Carlo Ceresa, artista brembano che ha lasciato nella valle innumerevoli segni della propria arte, insieme alle dinastie dei Baschenis e dei Guerinoni della Valle Averara, i Santa Croce, i Licini e i Gavazzi di Poscante, i due Palma di Serina, Gianpaolo Cavagna, Giovanni Busi Cariani e Mario Codussi, per citare i nomi più famosi.

Dettaglio della pala di Carlo Ceresa nella chiesa di Santa Maria Nascente a Castegnone

Ed è qui, nella contrada di Castegnone che sorgevano i secadùr, uno dei quali è stato ripristinato per riportare in auge l’antico metodo di preparazione dei biligòcc.

L’antica arte dell’essicazione

Nonostante l’apparenza le castagne sono frutti facilmente deperibili. Bene lo sanno i castanicoltori, che nel tempo hanno escogitato tutta una serie di attenzioni, metodi e tecniche per conservarle e poterle consumare o vendere anche molti mesi dopo la raccolta.

La conservazione contempla tradizionalmente due soluzioni: il mantenimento del frutto allo stato fresco o la sua essiccazione. Alla prima appartengono le tecniche della ricciaia e della novena, antichissime ed entrambe basate sull’innesco di fermentazioni naturali che agiscono da conservante. Alla seconda appartengono i vari modi per ridurre il quantitativo d’acqua presente nel frutto, principale agente del loro deperimento.

Un tipico essicatoio per la produzione dei biligòcc, le castagne essiccate e affumicate. Per la gente di Castegnone il legno impiegato per il fuoco è esclusivamente quello di Castagno

Un tempo, nelle zone castanicole la tecnica più diffusa per conservare più o meno grandi quantitativi di castagne avveniva tramite gli essicatoi rurali o “metati”, piccole strutture talvolta parzialmente interrate e molto diffuse in ambito montano, che a seconda dei luoghi e della tradizione si collocavano nelle abitazioni ed erano presenti in forma sparsa ed isolata anche tra le selve di castagni. 

Gli essicatoi di castagne a Castegnone di Poscante di Zogno

Non possedendo tutte le famiglie un proprio essicatoio, era frequente la sua condivisione tra gruppi parentali o abitanti di intere contrade.

A fianco della chiesa, un vecchio essicatoio parzialmente interrato, da tempo dismesso

Con il declino dell’agricoltura montana, e con esso della castanicoltura di sussistenza e di piccolo smercio, gli essicatoi sono in gran parte andati persi o convertiti ad altri usi: quelli rimasti, pur se spesso inattivi costituiscono preziose testimonianze.

Il secadùr di Castegnone

I “secadùr” di Castegnone sono piccole costruzioni isolate o annesse a un’abitazione, a un solo vano inframmezzato da un graticciato di legno, su cui vengono stese le castagne migliori da essiccare.

Nella bella contrada alle pendici del Canto Alto, l’unico secadùr oggi recuperato permette di seguire la messa in opera del metodo di conservazione delle castagne, adottato per generazioni. Queste vengono caricate, fresche di raccolta, su una fitta griglia in legno posta nella parte alta della struttura, alla quale si accede tramite una scala esterna.

L’antico  secadùr di Castegnone, l’unico ancora funzionante nella contrada,  a tutt’oggi utilizzato per la preparazione dei “biligòcc” 

Il lento essiccamento viene eseguito fornendo dal basso moderate quantità di aria calda mista a fumo, per una ventina di giorni circa.

Nella parte superiore del “secadùr”, il graticciato di legno d’ontano su cui vengono stese le castagne da essiccare e affumicare

L’accesso al piano terra (che in questo caso avviene dal cortile di un’abitazione privata) conduce alla “stanza del fumo”, da cui si espande ininterrottamente il calore di un fuoco alimentato con ceppi di Castagno, che produce la completa essiccazione dei frutti protetti dalla cura e dai costanti controlli.

L’accesso all’unico essiccatoio ancora attivo a Castegnone; nel locale, oggi ridotto, un tempo si essiccavano grandi quantitativi di castagne. La struttura è visitabile su prenotazione

 

In basso, la “stanza del fumo”, dove verranno tolte le fascine e collocati i ceppi per  l’essiccamento e l’affumicatura dei frutti

Il fumo denso e profumato ottenuto dalla combustione del legno di Castagno conferirà al frutto il caratteristico aroma dei biligòcc.

L’essicatoio in cui si ottengono i biligòcc, le tipiche castagne essiccate e affumicate ininterrottamente per una ventina di giorni

Le castagne così affumicate vengono infine poste in sacchi di iuta e qualche giorno prima della vendita sottoposte a bollitura e passate in acqua fredda per imprimere alla buccia le caratteristiche grinze.

Un essicatoio (“secadùr”), struttura necessaria all’asciugatura graduale e all’affumicatura delle castagne, collocate sopra il fuoco su un graticcio generalmente in legno

Il tocco finale può essere una spruzzata d’olio per la lucidatura del prodotto, quanto basta per far bella mostra nei mercati e nelle fiere bergamasche. Dopo l’asciugatura all’aria aperta le castagne sono pronte per essere consumate.

L’imbiancatura consiste invece nella  sgusciatura e sbucciatura manuale o meccanizzata.

1975: Contrada Castegnone, in via Castegnone. Il poscantino Silvio Luigi Donadoni – classe 1959 – mentre si appresta alla lavorazione dei biligòcc. Dopo la lessatura e la lucidatura mediante olio, le castagne affumicate vengono portate con una cesta in un locale per l’insaccatura. Nei giorni successivi saranno venduti alla sagra di San Mauro a Bruntino (Collezione Silvio Luigi Donadoni)

La meraviglia di questa tradizione vive nel cuore di tutti gli abitanti della contrada e nei visitatori: profumi, colori e tanta storia in un semplice frutto.

La sagra novembrina

Anche quest’anno a Castegnone il 17 Novembre la tradizionale “festa dei biligòcc” rivive nell’ambito della rassegna Sapori & Cultura, portando alla riscoperta dei sapori di una volta. Per l’occasione i residenti aprono le loro abitazioni, mostrando ai turisti alcuni ambienti allestiti con oggetti rurali per riscoprire le antiche consuetudini e gli antichi mestieri: la camera da letto, la cucina con il camino, le cantine di Siltèr, i lavori domestici, la quotidiana lotta per la sopravvivenza, per le quali i modesti attrezzi, frutto dell’ingegno e dell’esperienza, costituivano un prezioso aiuto.

E’ prevista anche una visita guidata gratuita al “secadùr”, con la presenza di “Maestro” della tradizione che mostrerà il laborioso procedimento di essiccazione delle castagne, svelando i segreti che si tramandano da generazioni. La festa offre anche l’occasione per assaggiare i prodotti tipici della Valle Brembana e della Bergamasca in generale.

L’accesso alla contrada avverrà solo tramite navetta bus gratuita  con partenza dal campo sportivo di Poscante e sarà possibile ristorarsi in loco durante la pausa pranzo.

Note

(1) “La via della castagne” rientra nell’ambito del progetto “Zogno a occhi aperti” promosso dall’Assessorato al Turismo di Zogno allo scopo di valorizzare sia il frutto che la castanicoltura, antica tradizione locale. Il progetto, rivolto alla popolazione zognese, ai turisti, alle famiglie e alle scolaresche, è corredato da una pubblicazione cartacea (32 pagine) ed integrato da totem multimediali nonché da App della rete museale, includendo anche visite guidate estive gratuite alla scoperta de “La via della castagne”. Per ulteriori informazioni è possibile visitare il sito web www.zognoturismo.it., mentre per le prenotazioni alle visite guidate (obbligatorie con posti limitati) è possibile contattare tramite email: elena@emozioniorobie.it ; sms o WhatsApp: 348.5423481.

Bibliografia consigliata

  • Tarcisio Bottani, Poscante Storia e Memoria. Fotografie di Ettore Ruggeri. Edizioni Corponove. Data di pubblicazione: 2019.
Il libro riprende e amplia il precedente “Poscante e dintorni ieri e oggi” del 1996, estendendo l’attenzione ad aspetti nuovi della storia di questo incantevole paese della Valle Brembana, con un apparato iconografico inedito, arricchito da artistiche fotografie di Ettore Ruggeri che valorizzano gli aspetti caratteristici di Poscante e della sua gente, in un felice accostamento fra modernità e tradizione. Un libro ben più corposo del precedente, per dar spazio a nuove ricerche condotte dall’autore in vari archivi che hanno consentito di delineare le vicende relative a Poscante, partendo dal Medioevo. In particolare, dalla consultazione di atti notarili, emerge un quadro abbastanza dettagliato, per quanto non esaustivo, dei rapporti economici e sociali tra le istituzioni locali e i cittadini, sia per l’aspetto civile, sia per quello religioso. E stata inoltre mantenuta ed aggiornata la parte dedicata ai personaggi illustri, così come quella relativa alle leggende, alle tradizioni e alla vita associativa attuale
  • Maurizio Buscarino, POST CANTUM, un Paese. Centro Culturale Poscante, Poscante 2001. Oltre ai testi di Maurizio Buscarino vi sono quelli di  Vittorio Polli, Valter Gherardi, Viviana Donadoni, Ettore Ruggeri e Robea Valtorta nonché 180 fotografie storiche raccolte grazie alla collaborazione della maggior parte delle famiglie di Poscante.

La storica drogheria Mologni ben presto sarà solo un ricordo (divagando tra piazza Sant’Anna e dintorni)

E’ di questi giorni la notizia dell’imminente chiusura della storica drogheria “Fratelli Mologni” in piazza Sant’Anna, l’antica “istituzione” cittadina gestita dal ’53 da Norberto Mologni – classe 1933 – ma vecchia di quasi un secolo perché è in piazza dal 1921, fondata da papà Calisto e zio Carlo.

All’angolo fra via Ghislandi e via Borgo Palazzo, affacciata su piazza Sant’Anna, la storica Drogheria F.lli Mologni: un pezzo di storia della città

Una notizia che lascia increduli e sgomenti i bergamaschi, da sempre abituati a vederla lì, all’angolo fra la piazza e via Ghislandi, rassicurante coi suoi giusti rimedi per qualsiasi problema casalingo, come se conoscesse a menadito e da generazioni, tutti gli abitanti del Borgo.

 

Il signor Norberto Mologni negli ultimi giorni di apertura, dopo una vita dietro al bancone della storica drogheria, fondata dal padre nel 1921. Nella conduzione dell’azienda sè stato affiancato dalla nuova generazione dei Mologni, con Mauro, Ombretta e Umberto, mentre il fratello, Valerio, è scomparso nel 2010 all’età di 72 anni, investito da uno scooter in piazza Sant’Anna mentre attraversava la strada per tornare al negozio (Fotografia di Giuseppe Preianò)

Bergamo perde non solo la più antica drogheria della città – e chiamarla “drogheria” è un eufemismo – ma anche il sorriso del titolare e il sapere dell’insostituibile signor Carlo, dipendente della ditta da oltre trent’anni, durante i quali ha dispensato con saggezza consigli e rimedi d’ogni sorta da dietro il bancone ottocentesco in noce, attorniato da spezie e caramelle sfuse in quantità, tutte raccolte in deliziosi barattoli in vetro trasparente.

Al banco il signor Carlo, dipendente della ditta Mologni da oltre trent’anni con gli immancabili occhiali dalla sottile montatura e il grembiule verde

La storica insegna che campeggia sulla piazza ne ha molte da raccontare, a partire dal cartello “Coloniali” voluto da papà Calisto per indicare non certo boccette di miscele profumate evocanti speziati profumi esotici, bensì le antiche Colonie europee in Oriente, da cui giungevano le famose spezie di Mologni.

 

Norberto Mologni durante gli ultimi giorni di attività nello storico negozio di piazza Sant’Anna (Fotografia di Giuseppe Preianò)

 

In vetrina

La ditta era nata infatti come “spezieria” – l’unica della città a quei tempi -, rifornita di ogni genere di spezie: dalla curcuma in polvere allo zenzero, dal pepe al cardamomo, all’ormai introvabile radice di liquirizia.

 

 

Il signor Carlo, dipendente della ditta Mologni, durante gli ultimi giorni di attività nello storico negozio di piazza Sant’Anna (Fotografia di Giuseppe Preianò)

E approfittando di tutto questo “ben di Dio”, il titolare aveva creato la celeberrima “miscela Mologni”, un misto di ben dodici spezie per insaporire la carne, composta tra gli altri da coriandolo, cardamomo, pepe, zenzero, noce moscata e cannella, aumentando la quale, si creava la miscela perfetta per i deliziosi biscotti di Panpepato a forma di omino.

Per un tempo che sembra indefinito gli arredi hanno custodito rimedi infallibili per qualsiasi problema casalingo, rappresentando un vero e proprio servizio per la comunità.

 

Il che richiedeva la presenza costante non di commessi qualsiasi, ma di personale esperto che avesse parecchia familiarità con i rimedi le composizioni chimiche dei prodotti.

 

Il signor Carlo, dipendente della ditta Mologni, durante gli ultimi giorni di attività nello storico negozio di piazza Sant’Anna (Fotografia di Giuseppe Preianò)

Qui, tra gli altissimi scaffali lignei laccati color panna risalenti al primo Novecento, le antiche credenze screpolate dai vetri sottili e un caleidoscopio di vasi, barattoli, boccette e profumini d’ogni sorta, il tempo ha passeggiato con calma tra mille mercanzie: dai detersivi più comuni per la pulizia della casa ad improbabili specialità medicinali (e un tempo il chinino, per curare la malaria) ai prodotti chimici o ai detersivi per l’industria (dalla soda caustica agli acidi solforico e nitrico e polveri di ogni tipo), candele, cera d’api, vernici naturali, ma anche specialità dolciarie o meravigliosi oli essenziali purissimi, vari tipi di te in foglia, capperi, caffè, caramello, vini e persino Champagne!

 

E le immancabili spezie, come nei migliori bazar, ma in versione orobica.

E ancora, liquori in gran quantità, acque imbottigliate di ogni marca e persino acqua sulfurea proveniente direttamente dall’Ungheria; rimedi per smacchiare, lucidare ogni tipo di pavimento, eliminare le tarme dagli abiti o dal mobilio: sperimentato personalmente ed infallibile grazie ai consigli sagaci del signor Carlo.

Il signor Carlo, dipendente della ditta Mologni, durante gli ultimi giorni di attività nello storico negozio di piazza Sant’Anna (Fotografia di Giuseppe Preianò)

 

Per non parlare dell’incredibile assortimento di saponette e di barattoli per la pulizia personale: una delizia in cui perdersi.

Tutto doveva passare dal suo magazzino di via Ambrogio da Calepio, che fungeva anche da ingrosso e che ora inizia ad essere desolatamente sgombro di merci e scatoloni.

Norberto Mologni durante gli ultimi giorni di attività nello storico negozio di piazza Sant’Anna (Fotografia di Giuseppe Preianò)

 

E caramelle sfuse, tante caramelle che oltre ai classici gusti comprendevano gli introvabili e antichi zucchero matricale (un bonbon zuccherino con genziana e rabarbaro), il confetto al chinotto, la caramella con nocciola e ciocco fondente Moretto Nougatine e la goccia menta, quella con il cuore morbido che ti si scioglie in bocca.

 

Il tutto, tra caramelle e profumi di Colonia, le fondenti Perugina e l’odore morbido del sapone di Marsiglia, i rimedi della nonna e quelli d’ogni sorta esposti in vetrina e corredati da simpatiche istruzioni scritte a mano e scolorite dagli anni.

E se il prodotto non era sullo scaffale, bastava chiedere e Mologni era in grado di procurarlo, sempre ben disposto a soddisfare ogni richiesta della clientela, lavorando con la serietà e la competenza ereditata da papà Calisto.

Norberto Mologni, titolare della drogheria di Piazza Sant’Anna

Un’atmosfera tale, quella del negozio, da meritarsi un reportage fotografico contenuto nel libro “Certi silenzi” di Nicoletta Prandi – un libro in cerca di emozioni catturate in città -, e relativa mostra all’ex ateneo in Città Alta, dove il titolare, Norberto Mologni, è immortalato insieme ad immagini fortemente evocative ed accenni a personaggi che han fatto la storia di Bergamo come il conte Giacomo Carrara, Gaetano Donizetti, il grande giocoliere Enrico Rastelli, affiancati, nell’oggi, al burattinaio Vittorio Moioli detto “ol Bachetì”: fra personaggi monumenti e persone di passaggio, chiese e distributori di caramelle, la squadra dell’Atalanta e la tradizione di Santa Lucia c’era anche lui, conosciuto ed amato da tutta la città.

Certo negli ultimi anni Mologni lamentava una diminuzione del forte via vai di allora e anche il fatto che specialmente la sera la piazza fosse mal frequentata.

Scorcio di piazza Sant’Anna oggi

Ma in fondo il borgo nella sua semplicità sa ancora rivelare la sua antica identità, con il lungo serpentone, affiancato da strettoie, che dalla porta di Sant’Antonio andava verso i corpi santi,  i laghi, Brescia e Venezia e che oggi si snoda lungo un susseguirsi ininterrotto di botteghe dal sapore artigianale e case, quelle del popolo e della borghesia, curate e dignitose, accatastate le une sulle altre in una cornice confidente e familiare, confortata dall’atmosfera ottocentesca dei suoi palazzi gentilizi e dall’eco delle antiche osterie con alloggio e stallo, di cui restano ancora i segni sui pilastri delle corti.

Un rione, in fin dei conti, ancora molto intenso ed animato, dove non mancano iniziative come il tradizionale appuntamento con la festa del Borgo con la sua gente semplice e cordiale, sempre pronta a difendere e riscoprire le origini e le tradizioni antiche di quel Borgo Palazzo che prende il nome dal palatium imperiale creduto eretto da Carlo Magno.

Un Borgo ricco: di chiese, come quella antichissima e ormai irriconoscibile di Sant’Antonio in Foris, di conventi, chiostri e ameni giardini, di palazzi e di acque generose: la Morla, che ha dato il nome all’antica  Curtis Murgula dove sorgeva l’antico palazzo, e, più a monte, la Roggia Serio, cui si aggiunge la Morlana presso i Cappuccini in un fitto intrecciarsi di corsi d’acqua, un tempo utilizzati per muovere mulini e far funzionare magli, seghe per legname, per la macina della calcite, per filatoi.

Via Ghislandi nel 1916, ancora abbracciata dagli orti e con la chiesa di S. Anna sullo sfondo

Così anche in piazza Sant’Anna, importante crocevia di transito e commerci di cui si avverte ancora l’eco, anche se bisogna lavorare un po’ di fantasia.

La drogheria Mologni nel 1954 (Archivio Wells)

Non c’erano alberi (introdotti nel ‘78), ma una spianata, con un benzinaio e la pesa per i veicoli che trasportavano merci, piantonata dai vigili pronti a multare i mezzi sovraccarichi, traditi da un’evidente flessione delle balestre. Al tempo esisteva già un’edicola per giornali ma molto più piccola rispetto a quella odierna.

Piazza Sant’Anna verso l’incrocio tra via Angelo Maj e via Borgo Palazzo, nel 1954

 

Piazza Sant’Anna nel 1954, con il benzinaio, la pesa per i veicoli che trasportavano merci e a sinistra l’edicola

 

Piazza Sant’Anna (data non precisata), ancora con il benzinaio e priva di arredo. Il gabbiotto al centro sembrerebbe un vespasiano. In primo piano a destra manca la scalinata per i bagni pubblici sotterranei e  la “corrierina ” A.T.B. è forse quella della linea automobilistica Gorle- Scanzo – Negrone

Gli interventi di ammodernamento della piazza erano iniziati verso gli anni ‘60; la fontana neoclassica posta al centro venne donata dal parroco Don Antonio Ruggeri proveniente dalla casa parrocchiale.

Piazza Sant’Anna presumibilmente alla fine degli anni anni ’50 con le aiuole di nuova realizzazione e la fontana al centro; a destra l’ingresso per i bagni pubblici sotterranei, poi tolti per questioni di sicurezza. Non c’è ancora il passaggio a fianco del campanile. Il filobus è il n° 4, Cimitero- via San Bernardino

 

Piazza Sant’Anna negli anni ’50. Di fronte, il Piccolo Credito Bergamasco

 

Piazza Sant’Anna alla fine degli anni ’50, con il chiosco di benzina e  la bellissima 1100/103 TV del ’53 con terzo faro centrale inserito nella mascherina. L’auto partecipò alla Mille Miglia dal ’54 al ’57

 

Piazza Sant’Anna dal campanile (Archivio Wells)

 

Piazza Sant’Anna verso la fine degli anni ’60/inizi ’70. Sono stati eliminati i servizi igenici pubblici sotterranei (Archivio Wells)

 

Il personale del ristorante-pizzeria-Arlecchino negli anni ’60

Oggi come ieri, un groviglio di negozi, alcuni ammiccanti e raffinati ed altri démodé come quello di Mologni, ricavato nei locali del bell’edificio liberty che lo sovrasta.

Il servizio di bike sharing in piazza Sant’Anna

Poco distante, la rinomata pizzeria Arlecchino e di lato gli ormai storici panificio e fruttivendolo, con la farmacia omeopatica, la banca, l’edicola, la pasticceria, la chiesa – tra le più belle di Bergamo -, legata allo storico oratorio maschile del “Sacro Cuore”, dove nel 1945 venne fondata la società sportiva U.S. Olimpia, per promuovere la pratica dello sport tra la gioventù del Borgo e della città.

Il ristorante-pizzeria Arlecchino

 

C’è tutto nella piazza: una città nella città, persino il cinema e, a pochi passi, un tempo c’era anche uno splendido teatrino nella breve via Anghinelli.

L’insegna del Teatro Augusteo in via Anghinelli, costruito nel 1923 e rimasto attivo fino alla Seconda guerra mondiale; dopo un abbandono durato oltre 40 anni, nel 2007 è stato demolito per ricavarne abitazioni di lusso.

Accanto a Mologni, c’è la stretta lavanderia della signora Giò, dagli occhi verdi e il viso magro, i riccioli scomposti e gli orecchini dorati e, tra questa e la drogheria, un piccolo bar con parquet ed uno stretto bancone in legno scuro dove Mario, il titolare, riempie l’aria con la sua risata, frizzante, come bollicine dello Champagne di cui è cultore.

Veduta aerea di piazza Sant’Anna (Archivio Wells). La maestosa chiesa parrocchiale di S. Anna fu costruita in circa 15 anni, su progetto dell’insigne architetto Giuseppe Berlendis. E’ una magnifica costruzione ispirata ai canoni del più puro stile neoclassico. Fu inaugurata il 25 luglio 1856 dal Vescovo Mons. Pier Luigi Speranza, che nel 1859 fondò la Parrocchia di S. Anna, sul territorio che prima era della parrocchia di S. Alessandro della Croce, in Pignolo. Letizia Roncalli, archivista parrocchiale, racconta che prima c’era una chiesa del 1600

Tra qualche settimana molto a malincuore il signor Norberto chiuderà per sempre i battenti: Carlo, lo storico dipendente, tra poco se ne andrà in pensione e nessuno – né Mauro, il figlio del titolare e né i nipoti, occupati altrove – potrà portare avanti l’ormai secolare attività.

Qualche metro più in là, sulle vetrine che si affacciano su piazza Sant’Anna campeggia la scritta “cessione attività” accompagnata da uno sconto sugli ultimi prodotti in vendita. La gente non manca di passare per gli ultimi acquisti e salutare la storica insegna, dove lascia un pezzo di cuore: è la vecchia Bergamo che un pezzo alla volta se ne va.

Fotografia di Giuseppe Preianò

Con Mologni Bergamo perde una certezza, l’ultimo depositario di un sapere che sa di antico e familiare, che per decenni ha accolto i bergamaschi dispensando rimedi e rassicurandoli con preziosi consigli.

Un’insegna che ha attraversato indenne la crisi degli ultimi anni e la tassazione insostenibile che ha costretto diversi negozi alla chiusura.

Che è sopravvissuta alla nascita dei primi minimarket nonché a quella ben più insidiosa dei centri commerciali e delle grandi catene di Acqua & Sapone, grazie alla competenza e alla disponibilità del personale in grado di stabilire un legame che è andato ben oltre il piccolo tessuto del borgo per allargarsi alla città e riverberarsi alla provincia.

Norberto Mologni, un signore cordiale e simpaticissimo

Non sarà facile passarle accanto e fermare lo sguardo sulle serrande chiuse, ed accettare l’idea che in nessun posto troveremo quel miscuglio variopinto di merci, profumi e sorrisi: quelli del titolare e del signor Carlo, che non possiamo che contraccambiare con tanta riconoscenza e non poca malinconia.

L’osso del Santuario di Sombreno: una nuova, affascinante ipotesi emersa alla luce delle recenti scoperte

Reportage fotografico di Maurizio Scalvini

A un anno esatto dalla rimozione dal soffitto del Santuario della Natività della Beata Vergine, l’ormai celebre osso di Sombreno ha potuto far finalmente ritorno alla sede che a lungo lo ha ospitato sul panoramico avamposto affacciato sulla piana del Brembo.

L’evento ha riguardato la serata dello scorso 7 settembre, durante la quale Marco Valle – direttore in carica del nostro Museo di Scienze Naturali – ha reso noti i risultati delle analisi svolte sul misterioso reperto, al fine di accertarne la reale natura.

La locandina posta all’esterno del santuario

Un’indagine totalmente documentata, svolta a partire dalla fatidica data del 13 settembre del 2018, quando, approfittando dell’impalcatura montata per il restauro del santuario, il personale del Museo, dietro incoraggiamento del parroco don Sergio Paganelli e con il benestare della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio, prelevava  dalla storica sede il reperto paleontologico, insieme alla catena di fattura settecentesca che lo assicurava saldamente al soffitto.

Tutto comincia il 13 Settembre 2018: il lungo riposo dell’osso del santuario sta per terminare

 

13 Settembre 2018: tra mille cautele l’osso viene rimosso dal soffitto per essere portato al Museo di Scienze Naturali  in piazza Cittadella, dove verrà trattato ed esaminato

Nel corso della storica serata che ha svelato i misteri legati al prezioso cimelio, il pubblico presente ha colto l’occasione per ammirare il santuario nella sua nuova veste, abbellito da una sapiente opera di conservazione e consolidamento che ha valorizzato la luminosità degli stucchi secenteschi e portato alla luce gli ormai noti affreschi, rinvenuti per larga parte nel corso dei lavori e legati per lo più – come del resto gran parte dell’apparato iconografico dell’edificio – al sacro tema ispiratore del sito: quello della Natività di Maria.

Don Sergio Paganelli, parroco di Sombreno, nel corso della presentazione della conferenza dedicata al ritorno dell’osso nel Santuario nel quale si trova da tempo immemorabile. Al centro dell’altare maggiore fa capolino la pala dello Zanchi intitolata alla Natività di Maria, tema che ha dato il nome al Santuario

Per oltre cinquant’anni, confidando nell’ipotesi del prof. Enrico Caffi (1866-1950), ci siamo cullati nella convinzione che l’osso appartenesse a un mammuth (elephas primigenius ossia progenitore degli odierni elefanti), vissuto nei pressi in età preistorica.

L’osso appeso a una trave del soffitto del Santuario di Sombreno, identificato nel 1934 da don Enrico Caffi come la costola sinistra di un mammuth (Archivio Wells)

Durante alcuni scavi effettuati tra il 1905 e il 1914, dai depositi argillosi della piana di Petosino di Sorisole (un’antica palude lacustre), poco distante dal Santuario, erano emersi denti, zanne e numerose ossa di mammuth, ed altre testimonianze fossili di vertebrati (poi donati dalla Società del Gres al Museo di Scienze Naturali), oggetto di un successivo articolo vergato dal Caffi  (1).

La piana di Petosino, a ridosso dello sperone collinare di Sombreno. L’ipotesi del Caffi era avvalorata dai ritrovamenti venuti alla luce nel corso degli scavi effettuati ai primi del Novecento nei depositi argillosi della piana del Gres – gli stessi sfruttati per oltre un secolo dall’attiguo stabilimento per la produzione di manufatti -, quando erano emersi alcuni resti di Mammuth ed altre testimonianze fossili di vertebrati e vegetali

Incuriosito dall’osso di Sombreno, e tenendo conto dei ritrovamenti d’inizio Novecento, l’esimio professore – primo direttore del Museo -, forte del suo indiscusso prestigio di scienziato aveva identificato l’osso nella costola sinistra del primigenio elefante, che doveva provenire dalla piana di Petosino, sebbene risalente ad un periodo anteriore rispetto ai resti di mammuth citati poc’anzi.

Elucubrando sull’osso del santuario Caffi si spinse un po’ troppo in là con la fantasia, asserendo che questi era stato ritrovato al di sotto degli strati argillosi della piana, sfruttati da tempi immemori per la produzione di ottime stoviglie. Egli immaginava che quando in qualche punto gli scavi dovettero raggiungere la zona fossilifera – non adatta per stoviglie – l’area fosse stata abbandonata e risepolta sino al’arrivo degli escavatori, che rinvenuto il fossile   e ritenendolo “un avanzo del diluvio, lo considerarono come sacro e degno di essere conservato nella Chiesa”.

Il laghetto del Gres nella piana di Petosino (Sorisole), noto deposito di argille esteso tra il torrente Quisa e la collina di Bergamo, sfruttato da tempi immemori per la fabbrica di “proverbiali” stoviglie nonché dalla nota fabbrica del gres, da tempo dismessa

La perentorietà della sua affermazione suonava come una sentenza inappellabile, scagliata contro le leggende locali e contro l’interpretazione avanzata dall’ “enclave” del santuario sulla collina, dove, per diversi motivi, l’osso in questione veniva attribuito ad un cetaceo anziché a un mammuth.

Ma la sentenza del Caffi, se poteva aver rassicurato gli uomini di scienza, non convinceva né gli animi semplici dei popolani né i voli pindarici di coloro che sicuramente egli considerava dei visionari.

Veduta verso nord-ovest dal Santuario di Sombreno

Vi era una leggenda infatti – riferiva il Caffi nel 1942 – che attribuiva la costola di Sombreno “a un mostruoso animale che insidiava la vita degli uomini saggi”: leggenda che insieme ad altre pare essere archiviata nel Santuario e che in quanto tale non deve stupire, dal momento che in Italia sono molti gli edifici sacri a conservare ossa od altri resti animali, trovando riscontro o dando vita ad antiche leggende popolari che li attribuiscono a draghi o a mostruosi serpenti.

“Le nostre chiese, monumenti di fede, furono anche i primi musei d’arte e di storia naturale”, scriveva a tal proposito il curato del santuario di Sombreno, Don Angelo Rota, nel 1963.

L’osso appeso a una trave del soffitto del Santuario di Sombreno (Ph Maurizio Scalvini)

I reperti zoologici potevano giungere da lontano attraverso chissà quali peripezie, od essere rinvenuti nei territori circostanti, come la grande costola di Balena appesa nella chiesa di San Giorgio in Lemine, ad Almenno San Salvatore e a un tiro di schioppo da Sombreno: osso che gli antichi abitanti almennesi ritenevano appartenere al drago ucciso da San Giorgio e che secondo Caffi fu ritrovato in loco durante gli scavi per la fabbrica della Chiesa e dello scomparso Castello: trovata cioè nelle argille marine depositate dall’antico mare pliocenico, insinuatosi sin verso il territorio di Almenno, Villa d’Almè e Clanezzo in Val Brembana.

La stupenda chiesa romanica di San Giorgio in Lemine ad Almenno San Salvatore, in provincia di Bergamo. Appesa a una trave dell’abside, al centro dell’immagine, una grossa costola, che secondo la leggenda apparterrebbe al drago sconfitto dal San Giorgio, la cui gesta sono raccontate nei numerosi affreschi di cui è ricca la chiesa: secondo la tradizione, il Santo sconfisse un drago – simbolo del maligno – per proteggere la principessa

 

La costola di Balena nella chiesa di San Giorgio in Lemine ad Almenno San Salvatore, in provincia di Bergamo

Reliquie che, di volta in volta, oggi attribuiamo – facendo non poca confusione – alla vicinanza del fiume Brembo piuttosto che allo scomparso e mefitico lago Gerundo (il grande acquitrino che fino al medioevo si allargava tra l’Adda e il Serio e secondo alcuni fino al Brembo e all’Oglio), dai cui fumi emergeva il drago Tarantasio (le misteriose esalazioni erano dovute in realtà alla presenza nel sottosuolo di metano e acido solfidrico). Oppure, appunto, all’antico mare Adriatico del Pliocene, che ad Almenno era un golfo nel quale la Balena di San Giorgio avrebbe lasciato i suoi resti.

E se nel nostro pliocene la costola di San Giorgio in Lemine era il primo resto di balena – scriveva il Caffi – “altrove nelle stesse argille furono raccolti numerosi avanzi”.

D’altro canto però, i religiosi arroccati sulla collina di Sombreno attribuivano il singolare osso a “un’enorme costa da cetaceo”, aggiungendo che secondo il parere di un “distinto professore di storia naturale” il reperto doveva corrispondere in lunghezza alla sesta parte dell’animale: una notizia, questa, racchiusa in un opuscolo riguardante il santuario, pubblicato nel 1923 dal sacerdote Daniele Secondi (2).

Il pannello illustra a sinistra, l’appendice dell’opuscolo pubblicato dal sacerdote Daniele Secondi nel 1923, ovvero il primo documento che riporta dati sulla costola conservata a Sombreno. L’articolo fa riferimento a “L’OSSO FAMOSO” termine che anche nei decenni successivi verrà utilizzato per indicarlo. L’autore lo definisce “un’enorme costa da cetaceo” fa inoltre riferimento alla “distinta famiglia Moroni… che aveva pur casa a Venezia” ed alla scritta AIM (A Imperitura Memoria). A destra, l’articolo apparsi su L’Eco di Bergamo del 2 aprile del 1947 del prof, E. Caffi

Nel chiedersi il perché della presenza dell’osso di Sombreno, come e quando fosse arrivato nel santuario e per mano di chi, il sacerdote riteneva che, come ipotizzato dal  parroco locale, il reperto fosse giunto in loco mediante la “distinta famiglia Moroni”, famiglia sombrenese che si era elevata al rango patrizio grazie al commercio marittimo in quel di Venezia, e che aveva concorso all’arricchimento del santuario attraverso la donazione di numerosi arredi.

Non era quindi strampalato supporre – scriveva il sacerdote – che imbattutosi in mare in un terribile scontro col cetaceo, dopo aver scampato una sciagura qualcuno di tale famiglia avesse “trasportato nella amata chiesa tale avanzo” – l’osso famoso – “a trofeo di vittoria, ed a monumento di gratitudine”.

Nell’opuscolo pubblicato dal sacerdote Daniele Secondi nel 1923, è formulata  la teoria di un mostro marino nel quale si sarebbe imbattuto un membro della famiglia Moroni, e si allude allo scampato pericolo di questi, che “a trofeo di vittoria, ed a monumento di gratitudine” avrebbe portato l’osso famoso “nella amata chiesa”

A suffragio di tale interpretazione, il Secondi poneva l’accento sulla scritta AIM che appariva sull’osso, e che non poteva che significare A Imperitura Memoria.

Particolare dell’osso di Sombreno, con la misteriosa scritta “AIM” disegnata sulla sua superficie

In merito a tale questione, dopo quasi cinque lustri e precisamente nel 1947, in un articolo de L’Eco il Caffi parlava espressamente della costola con la scritta AIM ed esternava la sua contrarietà, scrivendo che per essere la costola di una balena era tutt’altro che enorme se confrontata con quella della Basilica di San Giorgio, che aveva una lunghezza doppia.

Non v’erano dubbi: la costola (che aveva asserito essere quella di sinistra, “piatta e curva”) apparteneva a un grosso elefante, aggiungendo che “non abbiamo bisogno di ricorrere alla storiella che essa sia stata portata da uno della famiglia Moroni, che aveva casa anche a Venezia, quando ne troviamo un deposito ai piedi del Colle di Sombreno”.

E in quanto alle leggende locali, come abbiamo capito le rigettava sdegnosamente e in toto.

Dettaglio dell’articolo apparso su L’Eco di Bergamo del 2 aprile del 1947, dove E. Caffi parla espressamente della costola con la scritta AIM e riferisce della presenza della firma al Prof. Venanzio Egidio con la data 14.1.1899 allora direttore del Museo di Bergamo

Oggi, considerati i dubbi che da tempo gravano attorno all’osso del santuario, si è voluto riconsiderare la questione alla luce dell’esattezza offerta dai nuovi ritrovati tecnologici, che hanno permesso di datare lo scheletrico esemplare ed esaminare molto da vicino i particolari della sua superficie.

Il santuario illuminato per una a serata speciale dedicata all’ “Osso famoso”

 

Dopo un tramonto spettacolare, il panorama notturno sul Monte Linzone

I risultati delle ricerche e delle analisi svolte sull’osso di Sombreno sono stati resi noti in occasione dei festeggiamenti per la Natività di Maria, alla presenza di un attento pubblico composto per lo più dagli abitanti del luogo – da sempre partecipi alle vicende del “loro” santuario – e da alcuni giornalisti.

Il pubblico presente alla conferenza dedicata al ritorno dell’osso nel santuario, tenutasi in occasione della festa della Natività di Maria

 

La postazione dedicata al reperto, accanto alla porta della sagrestia

Con l’ausilio di alcuni pannelli esplicativi, Marco Valle ha illustrato passo dopo passo le procedure preliminari di pulizia e consolidamento dell’osso, da cui sono emerse le prime, interessanti notizie.

IL PRELIEVO E IL RESTAURO DELLA COSTOLA

Il 13 settembre 2018, nel corso dei lavori di restauro del santuario il personale del museo preleva il reperto e la catena che lo sospende al soffitto. Nonostante la costola presenti, soprattutto  superiormente, una superficie molto scura costituita da grasso ed alcune macchie di ruggine, la sua struttura è solida e con la dovuta cautela viene trasportata nei laboratori del museo, dove vengono valutate le modalità di intervento, a partire dalla pulizia effettuata mediante prodotti non aggressivi (che non alterano la superficie del reperto) o reversibili.

Pannello esplicativo riguardante le procedure di pulizia e consolidamento svolte nel Museo di Scienze Naturali di Bergamo

 

L’usura e la forma allungata della catena raccontano che prima dell’osso il manufatto deve aver sorretto, se sommate, tonnellate di polenta messa a cuocere nel camino

 

La vecchia catena che assicura la costola al soffitto, dopo la ripulitura

Le zone annerite e la ruggine dovuta al prolungato contatto con la catena di ferro, vengono delicatamente asportate mediante sostanze specifiche, mentre la superficie dell’osso viene consolidata grazie ad un’apposita soluzione.

Per l’asportazione della patina scura costituita da grasso sono stati effettuati impacchi con Carbogel: un gel neutro che mantiene alto tenore di umidità ed assorbe lo sporco presente in superficie senza alterare il substrato. Le macchie di ruggine sono state trattate con uno specifico prodotto anche se i risultati non sono stati completamente raggiunti. La superficie dell’osso è stata consolidata con una soluzione di Acetone e Paralold B72 al 4%

Per riportare l’osso alla condizione originale, vengono asportate le scritte dei nomi che appaiono sulla superficie liscia della costola, e che erano state eseguite nella prima metà del Novecento dalle maestranze allora impegnate in lavori di tinteggiatura del santuario.

La scritta autografa sull’osso, fotografata e poi eliminata, riportava: Bonacina Giuseppe – Ponte San Pietro 8-5-1947

Dall’osservazione del reperto emerge che l’osso non è un fossile (in ciò contraddicendo Caffi), in quanto i tubercoli che ne caratterizzano la superficie si presentano puliti e non  ingombri di materiale come argilla, terriccio o simili, come avviene solitamente nei fossili.

Dettaglio dei tubercoli che rivestono la superficie della costola

Alla domanda di una signora che chiede lumi riguardo il peso dell’osso, il relatore si accorge di non aver rilevato il dato. In ogni caso la lunghezza della costola è di 169 centimetri, ossia 11 cm in meno rispetto a quelli calcolati da Enrico Caffi.

Le reali misure dell’osso del santuario

La ripulitura dell’osso ha messo in evidenza anche il vistoso rigonfiamento nella parte distale, dovuto a una fattura malamente ricomposta.

AIM: QUALE IL SIGNIFICATO?

Ma il momento topico della serata inizia con l’osservazione delle scritte storiche che erano state  segnalate dal sac. Secondi e citate dal Caffi, e che sottoposte a illuminazione ultravioletta da Franco Valoti hanno rivelato un esito del tutto inaspettato.

E qui occorre fare un passo indietro: il sacerdote Secondi nella “guida” del 1923 asseriva che la scritta presente sulla superficie dell’osso, che interpretava come AIM, poteva essere stata eseguita da un membro della famiglia Moroni a significare “A Imperitura Memoria”, in riferimento allo scampato pericolo occorso in mare dopo l’incontro con una balena.

Particolare della scritta sull’osso di Sombreno

La luce ultravioletta ha invece evidenziato che le lettere A e M non sono inframmezzate da una “I” maiuscola – come si credeva – bensì da una croce: pertanto, alla luce della nuova scoperta l’interpretazione di quello che si credeva essere l’acronimo di “A Imperitura Memoria” non è corretta.

Quale significato cela dunque la croce interposta tra le lettere A e M? Riusciremo a dare una risposta?

La fotografia eseguita con luce ultravioletta da rivela a sorpresa che in realtà le lettere A e M sono intercalate da una croce e non da una “I” maiuscola, infittendo il mistero che avvolge l’osso famoso di Sombreno

LA DATAZIONE DELL’OSSO TRAMITE L’ANALISI AL RADIOCARBONIO

Passiamo ora alla datazione dell’osso, per la quale si è estratto un frammento di tessuto dal peso di circa 5 grammi inviato all’Università del Salento, dove è stato sottoposto all’esame del Carbonio 14.

Per inciso, il campione è stato rimosso una porzione già micrifratturata del callo osseo presente nella parte distale della costola.

Il campione osseo (poi ricollocato) inviato all’Università del Salento per datazione al Carbonio 14. L’analisi al radiocarbonio valuta la presenza del radioisotropo del Carbonio ed è in grado di dare indicazioni sulla data nella quale la sostanza organica è stata sintetizzata (fornendo in parole povere indicazioni sulla datazione dell’osso)

Gli esiti dell’analisi al radiocarbonio fanno risalire con tutta probabilità la costola ad un periodo compreso tra il 1432 ed il 1591: ciò significa che essa non può essere quella di un Mammouth, smentendo decisamente la sentenza del Caffi.

Il risultato dell’analisi al Carbonio, con la datazione dell’osso

ELEFANTE E CETACEO A CONFRONTO

Una successiva immagine mette a confronto le costole di un elefante con quelle di un capodoglio, ossia un grosso cetaceo:  le prime appaiono come delle “strisce” sottili ed uniformi, mentre le costole di capodoglio sono a sezione rotondeggiante proprio come la costola del santuario, che è da ricondurre con sicurezza ad un  cetaceo – forse una piccola balena -, vissuto all’incirca 500 anni fa, in pieno Rinascimento.   

L’immagine comparativa tra le costole di un elefante (a sinistra) e le costole di un capodoglio (a destra)

LA SORPRESA…

A questo punto la testolina del reporter Maurizio Scalvini comincia a macinare: “quali dati abbiamo a disposizione?”.

  • Le lettere A e M disegnate sull’osso sono inframezzate da una croce;
  • la costola appartiene ad un cetaceo vissuto tra il 1432 ed il 1591.

L’intuito lo porta a dare un’occhiata all’affresco Moroni, che si trova verso l’ingresso del santuario.

Lo splendido affresco Moroni, meraviglia cinquecentesca riemersa pressoché intatta col recente restauro del Santuario; raffigura la Madonna con Bimbo, San Rocco e San Fermo o San Rustico (che appaiono solitamente accoppiati e senza tratti distinguibili)

Lo sguardo cade ai piedi delle figure, dove un cartiglio indica che l’affresco è un ex voto, recando anche il nome di Antonio Moroni da Breno, con la data di esecuzione: il 15 Maggio 1580.

Intorno a quella data dev’essere dunque accaduto un un fatto talmente importante, da indurre Antonio Moroni a compiere un voto.

Il cartiglio dell’affresco Moroni indica che l’affresco è un ex voto,  commissionato da Antoni Moroni da Breno ed eseguito il 15 maggio 1580

Riassumendo i dati disponibili:

  • Le lettere A e M disegnate sull’osso sono inframezzate da una croce;
  • l’affresco è un ex voto commissionato da Antoni Moroni da Breno nell’anno 1580 (o al massimo poco prima);
  • il cetaceo è vissuto tra il 1432 e il 1591, quindi nel 1580 era vivo e vegeto.

Le lettere A e M potrebbero corrispondere ad Antoni Moroni da Breno, la cui famiglia intratteneva affari commerciali marittimi in quel di Venezia. Accade dunque che nell’anno 1580 (o intorno ad esso), mentre è per mare Antonio s’imbatte in un mostro marino, e invocati i suoi santi scampa alla sciagura per grazia ricevuta; grazia alla quale ottempera commissionando l’affresco per il santuario, al quale dona un osso di balena su cui fa incidere la sue iniziali.

Queste le congetture di Maurizio.

Le lettere maiuscole presenti sull’osso, fotografate agli infrarossi

Tutte coincidenze? I pezzi del puzzle sembrano incastrarsi, tanto più che si sa con certezza che per le genti di mare era consuetudine regalare alle chiese una costola di balena in segno di grazia ricevuta per scampato pericolo corso in mare.

Un’ulteriore verifica attesta che a Sombreno nel Cinquecento esistevano ben due Antoni Moroni, fratelli di quel Beltrami citato nel cartiglio: tutti membri della famiglia più antica di Sombreno oltre che la più misteriosa fra tutte le famiglie Moroni sparse in Lombardia (3).

Cartiglio dell’affresco Moroni, nel Santuario di Sombreno

Resterebbe da verificare quantomeno un effettivo legame tra costoro e i viaggi in mare, per completare il cerchio di quella che don Angelo Rota, curato di Sombreno, definì “una storia avvolta nel mistero”: un mistero che, in fondo,  non fa che accrescere il fascino che da secoli avvolge il piccolo santuario arroccato sulla collina.

 

Note

(1) ENRICO CAFFI, Sul deposito di argille del Petosino (Sorisole, provincia di Bergamo), Rivista di Bergamo, vol. 6 (1934).

(2) Sac. Daniele Secondi, da: Il “santuario e l’antica parrocchiale – Umile guida – 1923 tipografia G. Carrara, Bergamo.

(3) A Sombreno i loro successori edificarono la prestigiosa villa che ora è Maccari (meglio nota come villa Moroni-Maccari) e possedevano altre case e una filanda che era annessa ad una villa sei-settecentesca: edifici che vennero acquistati dal conte Pietro Pesenti che ne fece la fattoria.

Ringraziamenti

A Maurizio Scalvini per le notizie, le fotografie e, ultima ma non ultima, la geniale intuizione.

La Fontana del Delfino nell’antico bosco di Pignolo

All’incontro di quattro strade, due in salita – Pignolo e Pelabrocco – e due in discesa – San Tomaso e Masone-, il cuore di borgo Pignolo accoglie il visitatore con la varietà e la bellezza della sua forma irregolare, in un luogo ricco di straordinarie stratificazioni architettoniche.

Via Pignolo e Fontana del Delfino in una fotografia degli anni Trenta (Bergamo – Curia Vescovile – Raccolta Fornoni)

Accanto alle case borghesi ottocentesche ed ai negozi, la nobile fronte cinquecentesca di Palazzo Lupi fa da contrappunto alla pittoresca, inconsueta casetta con il piano superiore aggettante, posta all’angolo delle vie Pignolo e S. Tomaso. Come si evince dalle vecchie immagini, in passato la casa non era a graticcio, ma presentava le pareti lisce e nude.

Il microcosmo marino della Fontana del Delfino sembra quasi richiamare il curioso edificio nordico con il piano superiore a sbalzo (quattro/cinquecentesco?), dalla forma evocante la poppa di una nave

Luigi Angelini ricorda che la forma particolare e le suggestioni sprigionate da questo luogo ispirarono numerosi artisti, compreso quel “geniale pittore russo Leon Bakst” che realizzò una scenografia per uno dei balletti di Diaghilew che dominarono in quel tempo i teatri d’Europa.

L’edificio – scriveva Luigi Angelini – richiama le piccole case nordiche quali la Glöcklein di Norimberga prossima alla casa natale di Dürer o le casette antiche di Rouen o di Malines, o alcune modeste costruzioni della vecchia Bologna o del quartiere veneziano di S. Lio

Ma ritroviamo la stessa ambientazione nella baracca burattinesca di Bigio Milesi, il celebre burattinaio/pasticcere di San Pellegrino Terme, nato a Bergamo nel 1905, famoso anche per i suoi biscotti.

La scena, che rappresenta la piazzetta del Delfino, veniva usata anche per farvi comparire il padre di Gioppino e di Pantalone prima della partenza di Gioppino (dalla commedia “Per Milano in cerca di moglie”). Raccolta Bigio Milesi, S. Pellegrino Terme

Nel centro della piazzetta è la fontana, che il popolo definisce da sempre “fontana del delfino”; è scolpita nel marmo di Zandobbio, con una stele centrale che regge un delfino a lunga coda, “cavalcato” da un tritone a due code di pesce e dal sorriso ambiguo.

La fontana era alimentata, in un primo tempo, dall’acquedotto di Prato Baglioni e, dopo la sua scoperta, anche da quello della Pioda. Come la fontana di Sant’Agostino, anche quella del Delfino restava spesso in “secca” per lunghi periodi, e numerose furono le suppliche degli abitanti di Pignolo perché fosse definitivamente sistemata (l’ultima e forse più significativa richiesta è quella del 18 maggio 1735): nel 1895 la fontana venne collegata alla nuova rete idrica, fatta costruire dalla municipalità in sostituzione della vecchia ormai obsoleta; e da ciò dipese probabilmente anche la sua salvezza.

La fontana del Delfino è stata costruita contemporaneamente all’intenso urbanizzarsi della via Pignolo, sull’incrocio che collegava le vecchie plaghe Pelabrocco e del Cornasello, che conducevano attraverso via Osmano, all’altura di sant’Agostino

Ma ancor prima della sua realizzazione, funzionava in loco una sorgente-fontana pubblica, fatta costruire dal podestà Gualtiero Rufino d’Asti nel 1208 e chiamata Fonx Lux Morum.

È citata negli statuti del 1248, dove veniva ordinato che le singole vicinie provvedessero alla cura e alla regolamentazione delle acque nel loro territorio. Oggi rimane solo la lapide e un debole ricordo perché, cessata la sua utilità, fu abbandonata ed inglobata negli edifici che le sorsero accanto.

Il venir meno di questa sorgente spinse alla costruzione in loco della fontana del Delfino. Si trova esattamente sulla prima casa di via Masone scendendo dalla piazzetta di Pignolo.

Fonx Lux Morum, antica sorgente-fontana in via Pignolo. Fu abbellita nel 1500 con un arco fiancheggiato da due colonne e pare che la sua cisterna avesse una capacità di 500 brente di acqua (circa 28.000 litri). Padre Donato Calvi menziona questa fonte nelle sue “Effemeridi” e dice che nel 1600 era già in secca

Il gruppo scultoreo della Fontana del Delfino è contornato da un bacino d’acqua chiuso da un parapetto a pianta ovale appoggiato su un gradino, recinto perifericamente da paracarri, pure marmorei.

Giovanni Da Lezze, nel 1596, la descrive così:“…una fontana nel mezzo fatta a vaso di prede roane che spande et rende mirabile vista…”.

Sui fianchi del basamento, due maschere di divinità marine emettono due alti getti d’acqua nel bacino.

Ma un dettaglio importante ci riporta ad un antico significato: sul frontone è scolpita in rilievo una grossa pigna, simbolo dell’antica contrada di Pignolo: infatti, ancor prima dell’erezione delle mura veneziane, il versante che conduceva al dosso di S. Agostino abbracciando le vie Pelabrocco e Cornasello, doveva essere boschivo ed ammantato di conifere, che, a ben guardare, conferivano a questa zona un aspetto più montano che “marino”.

Ricordando l’antico paesaggio di questa zona, il dettaglio della pigna ricorda perciò l’origine del nome di questo borgo.

L’opera è di considerevole eleganza di proporzioni e di nobile fattura plastica: la movenza del tritone sul delfino, nella difficile commistione di tre code, è resa dai vari punti di veduta con la sicura abilità di ottimo artista cinquecentesco, il cui nome però è a noi totalmente ignoto, come indicato da una lapide posta sul basamento.

Si conosce la data dell’opera: 1526, sorta perciò in quel quarto di secolo di fioritura d’arte architettonica e decorativa in cui nel borgo si innalzano i bei palazzi Martinengo ora Bonomi, Grataroli ora De Beni, Casotti-Mazzoleni ora Bassi-Rathgeb, Tasso ora Lanfranchi, Morandi Lupi poi Comando militare (1).

E forse la fontana fu il dono di una di quelle insigni famiglie patrizie.

 

Nota

(1) Alcuni fanno risalire la sua costruzione attorno all’anno 1530. Calvi, nelle sue “Effemeridi”, afferma che la fontana fu inaugurata il 9 agosto 1572.

Riferimento principale

Luigi Angelini, “La fontana del delfino”, Antiche fontane e portali di Bergamo, Stamperia Conti, Bergamo, 1964, pagg. da 20 a 22.