La vicenda costruttiva delle Mura veneziane di Bergamo

Ove non altrimenti indicato, le fotografie attuali sono di Claudia Roffeni

Alla metà del Cinquecento, la nuova condizione di città di confine, impone per Bergamo la necessità di un apparato difensivo rispondente alla ragion di Stato, più che a quelle dei beni, degli interessi, delle vite di chi vi risiede. A tale scopo la Città alta – porzione collinare dell’abitato di Bergamo – viene circondata da un grande anello difensivo e ridotta in “fortezza” – la Fortezza veneziana a Bergamo -, venendo così chiamata fino alla fine del Settecento, quando, con la caduta della Repubblica di Venezia e la dismissione militare della struttura, verrà a prevalere, nel linguaggio corrente, il termine più “urbano” di Mura: la fortificazione più nota d’Italia, per l’intrinseca importanza del suo impianto, per il sostanziale stato di conservazione e per l’elevata qualità urbano-paesaggistica del contesto, che ne fa la fortezza più godibile e significativa di tutta la Lombardia.

Dopo la rinuncia all’espansione della politica veneziana Cinquecentesca, la contrapposizione tra la Serenissima Repubblica e gli stati che le contendevano i possedimenti di Terraferma – di cui la Bergamasca era ormai sentita come la punta più avanzata ad occidente -, impose a Venezia la necessità di “ridurre la città in fortezza reale, atta a sostener….qualunque assalto”.

Bergamo apparteneva a Venezia ormai da un secolo e mezzo, da quella pace di Ferrara conclusa tra Filippo Maria Visconti e Francesco Foscari, che nel 1428 l’aveva sottratta definitivamente al possesso milanese: dopo la pace di Chateau Cambrésis (1559) la Bergamasca offriva a Venezia l’unica porta aperta verso i Grigioni, da cui avrebbero potuto arrivare senza impedimento soccorsi in caso di assalti degli Spagnoli padroni dei Mlilanese.

Oltre ai nuovi scenari geopolitici e ai  presupposti politico-militari, anche motivazioni di ordine economico e sociale  (analizzate qui) concorrevano a motivare l’opportunità di rafforzarne le difese; difese che dovevano fungere da deterrente a scala territoriale e a mantenere la pace nei territori della Serenissima: il grande antemurale che avvolge la Città alta fu infatti concepito non solo e non tanto per la sicurezza di Bergamo e dei suoi abitanti, quanto soprattutto per rispondere alla necessità di una più generale sicurezza di tutto lo Stato della Repubblica di Venezia, rientrando a pieno titolo in quel  grande piano di fortificazione imperniato sulle città-capoluogo, punti nevralgici della difesa così come del commercio marittimo e terrestre.

Ma la scelta del sito da fortificare giunse dopo un lungo e complesso dibattito (1) apertosi fra rettori, capi di guerra, tecnici e rappresentati politici, durante il quale, sul finire del 1526 – ben trentacinque anni prima dell’avvio della costruzione delle Mura – si era già data attuazione ad un piano organico per fortificare Bergamo “alla moderna”, redatto da un altro importante uomo d’arme al soldo della Serenissima: il capitano generale della Repubblica  Francesco Maria I Della Rovere, duca di Urbino, il quale, secondo una logica opposta rispetto a quanto realizzerà più tardi il capitano generale delle milizia di terraferma, Sforza Pallavicino,  aveva avviato un progetto di fortificazione su larga scala, volto a salvaguardare l’unità tra la città sul colle e i borghi, privilegiati  nella difesa in quanto costituivano la parte più vitale e produttiva della città: un’idea che incontrava il favore dei bergamaschi e i pareri degli stessi rettori e di altri tecnici della Serenissima, che a lungo sosterranno senza successo l’opportunità di estendere le nuove Mura al piano, dove i terrapieni posti in opera dal Della Rovere erano ancora in essere a distanza di decenni (2).

Solo più tardi si giungerà alla soluzione “picciola” (piccola), e dunque meno costosa dello Sforza Pallavicino, limitata cioè al solo nucleo antico della città,  trasformando così Bergamo da “città murata” in fortezza di monte: un’operazione strategica di grande impegno, fortemente voluta da Venezia e perseguita con ferma determinazione pur tra fasi alterne, per almeno un trentennio.

1526: LA COMPARSA DELLA CINTA BASTIONATA

Con Della Rovere compariva per la prima volta a Bergamo l’idea della cinta bastionata, un nuovo sistema fortificato elaborato nel Cinquecento in seguito al mutamento delle tecnologie belliche e delle strategie d’assedio e di difesa: strategie che ora non erano più affidate a bombarde e a mortai bensì a schioppi, archibugi e artiglierie (mobili e non mobili), dotate di proiettili metallici che producevano effetti devastanti sulle fortificazioni medioevali. La cinta bastionata era quindi grado non solo di assorbire i colpi da fuoco, ma anche di permettere il movimento sugli spalti delle batterie di cannoni, che, montate su affusti a ruote, permettevano manovre assai più efficaci e dinamiche.

L’introduzione dell’artiglieria, nuovo e potente sistema offensivo, e il mutamento delle strategie d’assedio, porta nel Cinquecento ad elaborare un nuovo sistema fortificato in cui il baluardo (o bastione) costituisce l’elemento difensivo fondamentale, perché garantisce quel “vuoto” indispensabile a non intralciare l’efficacia dell’azione di tiro. Posto generalmente negli angoli più esposti della fortificazione, per consentire il tiro fiancheggiato, il baluardo ha un’altezza pari a quella delle mura (diversamente quindi dalle torri medioevali) ed ha una forma generalmente poligonale. Il suo scopo è proteggere le cortine (tratti di mura rettilinei), che costituiscono le parti della fortificazione più esposte all’attacco dell’assediante, grazie al tiro radente ed incrociato delle artiglierie che sono ospitate al suo interno. Le nuove strutture difensive, che non seguono più il limite del centro urbano, come nel caso delle mura medioevali, ma passano sul corpo della città  richiedendo enormi demolizioni, danno un nuovo volto alle città cinquecentesche, racchiuse ed isolate entro gli arcigni e massicci profili dei bastioni (Ph Claudia Roffeni)

IL PRIMO PROGETTO DI SFORZA PALLAVICINO

Lo Sforza era riuscito ad imporre il suo progetto (approvato dal Senato Veneziano il 17 luglio 1561) prevedendo una spesa estremamente contenuta ma che presto si rivelò fasulla. Secondo le sue valutazioni, Bergamo si poteva fortificare facilmente e in due-tre mesi con poca spesa (40.000 ducati, un terzo cioè di quanto avrebbe richiesto l‘inclusione dei borghi), con una cinta di circa due miglia ottenuta con limitate demolizioni (poco più di venti case, senza sacrificare chiese importanti) e con il parziale sfruttamento delle Mura antiche. Il sito, per sua natura forte, cinto da ripe alte che si fiancheggiano da se stesse, avrebbe avuto bisogno di fosso in pochissimi punti, ma doveva solo essere scarpato e provvisto di parapetto.

Esclusa l’ipotesi di abbracciare le alture verso la Cappella (Castello di S. Vigilio) con il recinto delle mura, nelle intenzioni dello Sforza la cinta doveva dilatarsi a settentrione al solo scopo di includere alcune vallette che potevano consentire di trovare nuove sorgenti: un punto, questo, dove occorreva “la maggior fattura”,  e che si poteva attuare con “l’arte” ricavando lungo il pendio che scendeva dal colle di S. Vigilio solo due o tre baluardi di terra, incamiciati di muro con pietra cavata in loco per un’altezza di soli 70 cm circa; questi baluardi, concepiti secondo le nuove tecniche belliche basate sull’artiglieria, e puntati verso la Cappella, fortificazione esterna a nord del Forte di S. Marco, avrebbero al contempo fatto da cavaliere al resto della cinta.

Era già quindi in embrione l’idea del Forte di S. Marco, l‘unica parte dei primo progetto dello Sforza Pallavicino che troverà riscontro nella fortezza realizzata, la prima opera che verrà intrapresa e tra le prime a configurarsi, ma non per questo esente da ripensamenti, rifacimenti, imperfezioni.

Il Forte di S. Marco, la vasta area soggetta a servitù militare, compresa tra le porte di S. Alessandro e S. Lorenzo, funse da centro dell’organizzazione difensiva di tutto l’apparato logistico-militare. Nella sua realizzazione finale, comprese ben 6 baluardi dei 14 complessivi. All’eminenza della Cappella, il Forte superiore (tra la porta di S. Alessandro e quella “del soccorso”), superando arditamente lo scosceso pendio di S. Vigilio con muri di contenimento e di sostegno che reggono il degradare del terreno, oppone la compatta sequenza di una piattaforma (di S. Gottardo) e di due baluardi (di S. Vigilio e Pallavicino) proiettati verso l’alto senza cortine di collegamento e con i fianchi rientranti ridotti alle minime dimensioni. Con sviluppo più che doppio e con cambi di direzione tra i più decisi dell’intera cinta si snodano invece i tre elementi del Forte inferiore, tra la porta “del soccorso” e quella di S. Lorenzo (baluardi di Castagneta, S. Pietro e Valverde)

Le titubanze legate all’altalenante atteggiamento degli esperti verso la Cappella condizioneranno per decenni forma, apprestamenti e armamento di questa parte della fortificazione, così come ogni intervento sulla Cappella determinerà modificazioni al Forte.

Inizialmente, il Castello di S. Vigilio venne ritenuto ininfluente per la difesa della città perché “parte ruinata” (relazione Priuli, 1553). Nel corso delle demolizioni, il 13 agosto 1561 lo Sforza fece comunque abbassare il maschio medioevale (la torre centrale) per renderla meno esposta ai tiri di artiglieria (solo in seguito, per ottenere un maggior spazio di manovra sulla piazza superiore, ne verrà eliminato anche il moncone)

LA NUOVA E DEFINITIVA DECISIONE

Ma in quello stesso luglio del 1561, nella riunione collegiale tenutasi a Bergamo fra i massimi capi di guerra della Serenissima (Girolamo da Martinengo, Agostino da Clusone, Giulio Savorgnano) e ingegneri (i bergamaschi Malacreda e Francesco Orologi – relatore – e il bresciano Genesio Mazza detto lo “Zenese”), di fronte a un sito che “non lo vedendo non si può capire” matura invece un nuovo progetto di una cinta allargata, tutta a bastioni e  totalmente rivestita di pietra, che il Senato immediatamente approva a larga maggioranza e rende esecutivo (sedute del 6 e 11 agosto), nonostante lo consideri “della medesima sigurtà che era la prima [cinta] et con molto minore interesse di quelli fidelissimi nostri”.

Proposta di ricostruzione della morfologia preromana del complesso collinare di Bergamo, con sovrapposti i perimetri delle mura romane, medioevali e cinquecentesche (E. Fornoni – 1889). I tre sistemi murari di Bergamo hanno mantenuto nel tempo il loro orientamento assiale, inglobandosi l’uno nell’altro: il primo assetto murario romano dell’antica Bergomum, adattatosi alla morfologia del rilievo, venne quasi completamente riutilizzato in età altomedioevale e ampliato nel Basso Medioevo per l’inclusione dei borghi mercantili, ampliandosi ulteriormente e definendosi nel Cinquecento con l’erezione delle Mura veneziane

Il progetto iniziale sostenuto da Sforza Pallavicino subisce quindi numerose e sostanziali modifiche (3) e alla fine dei lavori l’impianto bastionato raddoppierà in ordine al suo sviluppo planimetrico, comportando la vertiginosa spesa di un milione e mezzo di ducati – 15 volte quanto inizialmente preventivato, corrispondenti a 155 milioni di euro d’oggi (4) – e richiedendo tempi molto lunghi, che, anche dopo la chiusura della cinta, avvenuta con il completamento del baluardo della Fara nel 1588 (ben ventisette anni dopo l’inizio dei lavori), si protrarranno fino al terzo decennio del Seicento per le correzioni di alcune porte e i completamenti interni ed esterni delle opere riguardanti la Cappella, chiamando quindi in causa vecchi e nuovi tecnici.

Ne risulterà un’opera corale e di grande respiro, che coinvolgerà progettisti,  consulenti, esperti, grandi personalità militari e politiche, misurandosi spesso con le Magistrature centrali e talvolta tenendo conto di istanze locali, valutando una miriade di eventi contingenti: e se tutto ciò diede luogo a frequenti ripensamenti e mutamenti di rotta, l’opera “trovò nel suo stesso farsi le linee guida per un progressivo affinamento” (5).

Il  Baluardo Pallavicino, nel Forte di S. Marco superiore, ha preso il nome dal comandante generale di Terraferma che ha rivestito un ruolo decisivo nell’impostazione, nella regia della progettazione e nella costruzione delle Mura, che egli ha seguito dall’inizio alla morte (1585). Sarà Giulio Savorgnano a concludere il circuito con il Baluardo della Fara, a ventisette anni esatti dall’inizio del lavori

 

La fortezza di Bergamo è tutta in pietra: il paramento (l’incamiciatura) si presenta in modo molto vario secondo la provenienza dei conci. Non di rado il muro è modellato nella roccia viva, la cui presenza ha talvolta agevolato la fabbrica delle Mura, come nel baluardo di S. Lorenzo, che ingloba per un buon tratto il bancone di conglomerato affiorante presso la “montagnetta”. Quest’ultima forniva tra l’altro un naturale cavaliere e al contempo riparava da eventuali tiri che potevano provenire dalla Cappella (Ph Claudia Roffeni)

Per l’estrema complessità dell’opera, la trasformazione di Bergamo in fortezza di monte si rivelerà alquanto travagliata, non solo per l’entità dell’operazione e per la delicata congiuntura storica, ma anche per le insidie e le difficoltà tecniche – a partire dai lavori di scavo -, dovute alle caratteristiche morfologiche di un sito che poggia sulla dura corna ed è caratterizzato da profondi avvallamenti, come sotto S. Andrea o presso il Vallone di S. Agostino e il Foppone della Fara.

Nel baluardo di S. Agostino furono necessarie imponenti opere di scavo per poggiare il muro delle fondazioni sull’emergenza rocciosa che caratterizza il versante settentrionale, e che vediamo affiorare anche nel parco, sulla muraglia che delimita a oriente il chiostro del monastero (Ph Claudia Roffeni)

 

Il grande muro veneziano che recinge Bergamo alta è frutto delle teorie urbane cinquecentesche, volte a realizzare una forma di città fortificata ideale, dalla forma stellare. Tuttavia la presenza di un terreno collinare irregolare impedì la realizzazione di un disegno geometrico perfetto, dando luogo a una sequenza sempre variata e piena di trasgressioni di baluardi, piattaforme e cortine. L’unico elemento che a quello più si avvicina è il lato del perimetro compreso tra il baluardo di S. Giacomo e di S. Giovanni. Dalla forma piatta, gelidamente lunare, delle enormi muraglie veneziane risalta con evidenza lo schema astratto e geometrico che guida la mano dei costruttori di fortezze del Cinquecento. Il contrasto con la morbida e mossa forma del colle e col frammentato e vario disporsi degli edifici medioevali dell’alta città, conferisce aspetti allucinanti e crudeli a questo disegno, duramente imposto tra il terreno e le case
I dislivelli della cinta tra la tenaglia di S. Agostino (m. 297) e il baluardo Pallavicino (m. 438)

Perciò la fabbrica delle Mura costituì per gli ingegneri del tempo un impegnativo banco di prova, che richiese capacità inventiva e coraggio di sperimentazione affinché gli ormai collaudati schemi della fortificazione bastionata venissero opportunamente adeguati a un sito orograficamente complesso: per i trattatisti militari la nostra Fortezza rappresentò quindi uno stimolante campo di meditazione sulle “fortezze di monte”.

Tali risultati furono ottenuti naturalmente anche grazie alla grande quantità di addetti ai lavori: oltre 6 mila manovali, dalla posa della prima pietra, cui Venezia diede a lungo occupazione,  generando anche numerose opportunità economiche. L‘immane cantiere vide giornalmente al lavoro 3.760 guastatori per lavori di sterro e di demolizione; 263 spezzamonti per scavi e preparazione delle pietre; 147 murari (muratori); 46 marangoni (falegnami), controllati da 35 soprastanti (responsabili della gestione dei cantieri); 8 proti,  incaricati di progettare e dirigere i lavori (tra questi il nostro Paolo Berlendis), distribuiti in nove punti diversi della città, oltre che donne, assunte giornalmente per svolgere lavori di trasporto di materiale con carriole e gerle.

Paolo Berlendis e Figli. Bergamo, Palazzo Frizzoni. L’architetto bergamasco (1520-1572), padre di Giacomo (generale di artiglieria nelle guerre ai turchi e soprintendente alle fortezze di Candia) e “proto generale” che sovrintese ai lavori per la realizzazione della fortificazione veneziana, è ritratto anche in un dipinto di Giovan Paolo Lolmo (Bergamo 1550ca.-1595), considerato uno dei capi d’opera del pittore, donato nel 1824 dal Conte Carlo Marenzi alla Biblioteca Civica A. Mai di Bergamo

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Ai fini dell’avanzamento delle opere, rivestono un’importanza cruciale i primi cinque mesi seguiti al fatidico agosto del 1561: ciò che più conta per tutti i diretti responsabili (a partire Sforza Pallavicino, governo centrale e rettori) è costruire una situazione di non ritorno agendo coi tempi e i modi del colpo di mano e facendo intendere che l’operazione sarà sì dolorosa ma breve, e quindi poco costosa anche per la città; città che nel frattempo, oltre al danno subito verrà obbligata a garantire l’ospitalità ai 100 soldati della guarnigione e ai 50 archibugieri posti a difesa dei demolitori.

Entro la fine di quello che a buon ragione è considerato l’anno più terribile della storia urbana di Bergamo, quello in cui la patria è stata “ruinata” , gli uomini al servizio dello Sforza hanno infatti già tracciato gli elementi fondamentali del circuito, dopo aver demolito centinaia di edifici e tenuto a bada le proteste degli abitanti con una folta guarnigione, che per sedare eventuali sollevazioni popolari il 23 agosto salirà fino a comprendere 100 cavalieri e 1000 fanti, venendo portata a 1700 nel mese di novembre.

Alla fine, sarà evidente a tutti che la vicenda sarà lunga, complessa e dolorosa e che chi ha perso i propri averi non sarà indennizzato dallo Stato e sarà rovinato per sempre. La rassegnazione seguita allo spegnersi graduale delle proteste, garantisce allo Sforza il suo primo successo strategico, oltre il quale tutto gli sarà più facile. Dopo questo primo anno i lavori proseguiranno più lentamente.

L’AVVIO DELLE DEMOLIZIONI: BERGAMO NON SARA’ PIU’ LA STESSA

I costi che Bergamo dovrà sopportare per la realizzazione della munizione veneziana non saranno solo una questione di denari.

A partire dal 31 luglio il generale Sforza Pallavicino entra in città con 550 unità tra soldati e archibugieri, a protezione dalle eventuali proteste, dando avvio alle demolizioni e radendo al suolo centinaia di abitazioni, non prima di aver spazzato via gran parte dei coltivi, giardini e siepi ed estirpati gli ormai prossimi raccolti dei fruttiferi vigneti dei colli, la risorsa più importante per la città, in quanto esportata anche ben oltre il contado: dapprima attorno alla Cappella e poi intorno alle vecchie mura della città, da Sant’Agostino al colle di S. Stefano, dove distrugge gli orti e le vigne ormai vicine alla maturità, gettandoli “nel cemeterio de morti” (6) e non risparmiando neppure la vigna di S. Alessandro, presso la basilica intitolata al santo martire.

Sul colle di S. Stefano, oggi occupato dall’emergenza di villa Bizioli, oltre ai vigneti erano presenti ulivi, castagni, marroni, ciliegi, fichi, noccioli e in minor misura meli, peri, mandorli, susini, peschi e melograni

Il primo agosto del 1561 iniziano le demolizioni in nove punti del tracciato e il 7 agosto, all’insaputa anche del Senato, si dà avvio alla demolizione della basilica paleocristiana di Sant’Alessandro, che custodisce le reliquie del martire. Nel volgere di poco il Senato approva le decisioni prese e che prenderà lo Sforza, invitando la città a prenderne atto.

L’erezione delle Mura comportò anche la distruzione di chiese e conventi su cui era imperniata la religiosità cittadina: per tracciare e fondare il baluardo di S. Alessandro, nel Forte di S. Marco, la prima chiesa ad essere sacrificata fu la basilica paleocristiana di Sant’Alessandro, dopo che il veneziano Vescovo Federico Cornaro, in fretta ma con gran processione, aveva trasferito le spoglie del Santo Patrono nella chiesa di S. Vincenzo posta dentro le mura. A ricordo della distrutta basilica, nel 1621 il Vescovo Emo fece erigere una colonna, ancor oggi presente all’imbocco di Borgo Canale

L’idea di difendere solo il nucleo sul colle e di far correre la struttura difensiva non intorno, ma sul corpo della città, ha conseguenze devastati sia sull’economia della stessa che sul tessuto secolare, sconvolto dall’impressionante entità dei movimenti di terra che darà vita a un’opera “spaventevole e imponente, con quelle taglienti superfici e i puntuti speroni protesi minacciosi verso il molle declivio collinare.

“Per sicurtà non solamente di quella città, ma ancora di tutto il stato nostro”, la struttura palmare e digitata della città viene violentemente disarticolata e smembrata, mutando per sempre l’intero sistema delle relazioni che organizzava la città medioevale.

Bergamo contava allora circa 17 mila abitanti, di cui 4 mila nella sola Città alta, che avrebbero preferito per la propria sicurezza la “salda risistemazione” delle esistenti Muraine includenti i borghi e non la trasformazione in fortezza della città sul colle, attorno alla quale verrà a crearsi una desolante corona di vuoto di oltre cinquanta metri.

Assoldati quasi tremila demolitori protetti da folte schiere di soldati, l’avanzata della ciclopica opera difensiva stravolge e cancella interi tessuti urbani, abitati e coltivati da secoli; scompaiono parti intere di borghi, e in toto Borgo S. Lorenzo, e recisi gli antichi tracciati medioevali che li raccordano alla città.

La distruzione di centinaia di abitazioni e dimore (per un valore che supera i 200.000 ducati) che si trovavano sul tracciato delle nuove mura, causa alla popolazione ingenti danni economici, che non verranno mai risarciti, fomentando rabbia, malcontento, disperazione.

Sopra la Bergamo medioevale e sotto la Bergamo amputata dalla costruzione della fortezza veneziana. Le cronache citano fra le 213 case distrutte nei primi cinque mesi del 1561 arrivando a stimarne anche 257, e cioè 80 in Borgo Canale, 40 tra Borgo Santo Stefano, Paesetto e S. Domenico, 57 in Pelabrocco/Pignolo e 80 in Borgo San Lorenzo. Ed altre ancora ne verranno distrutte: nel 1571, a dieci anni dall’inizio dei lavori Ie case rimaste erano 549 e a vent’anni, nel 1581, solo 445 (distrutte 317), tra dimore gentilizie e case popolane: ovvero poco più della metà di quelle esistenti alla posa della prima pietra

Vengono interrotti gli acquedotti che alimentano la città; sacrificati numerosi luoghi nevralgici della storia e del culto cittadino, molti dei quali densi di valore di memoria quali, oltre alla basilica alessandrina e la canonica,  il duecentesco convento domenicano dei SS. Stefano e S. Domenico (importante centro di cultura contenente le spoglie di Pinamonte da Brembate) e la chiesa di S. Giacomo a sud nonché quella di S. Lorenzo a nord. Altrettante scomuniche vennero lanciate dal clero locale allo Sforza Pallavicino, che dovette faticare negli anni successivi per farle revocare.

La veduta a volo d’uccello detta di Alvise Cima (1643-1710), attinge da una pianta prospettica di fine Cinquecento che raffigura la Bergamo medioevale prima della fortificazione, tratta secondo le fonti da un antico affresco oggi perduto. Alla città medioevale si sovrappone un tratto nero rappresentante il tracciato delle nuove Mura, che denuncia con grande effetto le perdite infitte alla città in termini di patrimonio edilizio. Risulta chiaro come la fortificazione escludesse i borghi, racchiusi entro il circuito delle Muraine (il cui inserimento avrebbe comportato lavori troppo lunghi e spese più ingenti), operando una cesura fra le due città, quella produttiva posta al piano, e quella ove risiedeva il potere politico e amministrativo

Ben tre delle quattro nuove porte prenderanno il nome delle chiese distrutte: S. Alessandro, S. Giacomo, S. Lorenzo.

Soltanto il Convento (con due ampli chiostri) e la chiesa di S. Agostino si salvano, grazie all’offerta di un’ingente somma di denaro versata a Venezia dal potente ordine agostiniano per far chiudere “dentro la Fortezza, in anima ed in corpo, Chiesa, Convento e Frati” con “evidente sproposito di militare architettura” (7). E’ anche vero che il convento sorge su uno sperone roccioso, per spianare il quale servirebbero troppo tempo e denaro.

L’INIZIO DEI LAVORI: IN SOLI TRE MESI SONO TRACCIATI GLI ELEMENTI FONDAMENTALI DEL CIRCUITO

1561 – 1 settembre: posa della prima pietra del Forte di S. Marco. •2 settembre: baluardo di San Giacomo. •3 settembre: baluardo di Sant’Agostino.  •ottobre: E’ tracciato quasi tutto il circuito. •novembre: Continuano i lavori “in nove parti della città” con l’impiego di 4259 persone.

L’avvio ufficiale dei lavori, con la posa della prima pietra, avviene il 1° settembre 1561 proprio nel sito inteso da subito come fulcro di tutta la nuova opera difensiva: le pendici collinari disposte tra Colle Aperto e il Castello di S. Vigilio, che prende l’appellativo di “forte”, e poi, ancor più esplicitamente, di “Forte di S. Marco”, il tracciato compreso tra le attuali porte di S. Alessandro e S. Lorenzo, dove si configurerà il centro operativo-militare dell’intera fortezza. Durante la solenne cerimonia, i rappresentanti della Repubblica gettano nello scavo di fondazione una manciata di medaglie appositamente coniate e recanti loro nomi e stemmi.

La porzione occidentale del Forte di S. Marco da via Sudorno (Ph Claudia Roffeni)

Già da questa fase preliminare di impostazione della struttura, si definiscono i margini estremi che il Forte assumerà dopo diversi anni, così come si intuisce la forma trilaterale del circuito complessivo delle Mura, che sarà pienamente evidente nel 1588.

Il tracciamento del circuito del Forte di S. Marco, cuore ed emblema dell’intera fortificazione, è concepito in un ottica esclusivamente funzionale e difensiva. La sua vasta area, sempre distinta dal resto della cinta per il carattere e l’uso esclusivamente bellico (con l’esclusione cioè di ogni presenza civile), si doterà della cosiddetta “Porta del Soccorso” (nell’immagine), ossia un’autonoma porta riservata all’uscita di armati per eventuali azioni oltre la fossa e a soccorso della Cappella, nonché di due “quartieri” per l’alloggiamento delle truppe e di due polveriere. In seguito alla morte dello Sforza Pallavicino verrà allargata e potenziata la fossa e costruita la strada coperta che lo collegherà alla Cappella rafforzata (Ph Claudia Roffeni)

In questo primo anno i lavori si concentrano prima di tutto nel realizzare i baluardi in Colle Aperto, opera di necessità primaria che vede completamente assorbito lo Sforza, dedicato personalmente alla progettazione e direzione dell’opera.

Ma non solo al forte si lavora in quell’autunno del 1561 e ben nove sono i cantieri aperti attorno alla città antica, distribuiti con logica di accerchiamento: entro la fine dell’anno gli uomini agli ordini dello Sforza Pallavicino hanno già  tracciato e fondato gli estremi “cardinali” della fortezza: a Nord il bastione di S. Lorenzo, a Est la tenaglia di S. Agostino (fortificazione che circonda l’omonimo convento), a Sud il bastione di San Giacomo, a Ovest la fortificazione di S. Alessandro (con i baluardi di S. Alessandro e S. Giovanni).

Se i nove cantieri sono diretti da otto “proti” e vi lavorano più di 6.300 persone, le scarse operazioni di effettiva costruzione vedono in questo momento 147 “murari” occupati quasi certamente a rifinire il materiale lapideo da “incamiciatura” (le pietre di rivestimento delle mura) e nel gettare le fondazioni, nonché 46 “marangoni” occupati a puntellare le fondazioni, i casseri, le passerelle e i ponti.

Ma quando le spie milanesi riferiranno dei lavori, gli ambasciatori veneziani faticheranno non poco a convincere gli Spagnoli che si tratta solo di opere di difesa che non prevedono ammassamenti di truppa per attacchi.

NON LATIUS!

Con l’avvio del 1562 mentre chi ha perso casa e i propri averi fa i conti con l’impossibilità di recuperare quanto perduto, ci si inizia a chiedere fino a che limite lo Sforza intenda dilatare la spianata (la pertinenza esterna della fortezza) per poter ricostruire in sicurezza.

Nella sua risposta al Senato lo Sforza afferma che non si possono permettere fabbriche a meno di 50 metri dall’antico muro della città o dalla salita al monte, laddove erano iniziate le nuove fortificazioni, e il 13 giugno vengono posti i termini confinari attorno alle Mura, costituiti da cippi in pietra con inciso le parole “NON LATIUS” (“non oltre”), ad indicare il limite dello spazio riservato al presidio della guarnigione.

Disegno della fortezza di Bergamo (Parigi, Biblioteca Nazionale). Il disegno mette in evidenza, tra la città e il nuovo muro, il profondo spazio reso libero da ogni costruzione, vigneto o vegetazione. A questa prima fascia interna, all’esterno delle Mura, ne corrispondeva una seconda ancora più vasta, dove il terreno era stato spogliato da ogni presenza di arbusti e di edifici

L’ampiezza di questa “fascia di rispetto” è ancora oggi testimoniata dall’unico cippo in pietra superstite visibile all’attacco della Scaletta della Noca, la via gradinata che dall’Accademia Carrara conduce verso la Porta di S. Agostino, posto a indicare il punto a partire dal quale il terreno doveva essere lasciato sgombro da costruzioni e in cui era interdetto qualsiasi tipo di coltura onde evitare l’annidamento di truppe nemiche e il conseguente assalto a sorpresa a ridosso delle cortine, oltre che, naturalmente, rendere libero il tiro delle artiglierie.

L’ampiezza dell’antica spianata è ancor oggi testimoniata dall’unico cippo in pietra arenaria superstite presente all’imbocco della Scaletta della Noca, nei pressi dell’Accademia Carrara, dove l’iscrizione ormai abrasa riporta la scritta NON LATIUS  (‘non oltre’). La stele indicava il limite oltre il quale, per la servitù militare generata dalla presenza delle Mura, non era possibile costruire alcun edificio

Si evince che a questa data le vecchie mura sono ancora esistenti mentre le nuove (escluso il Forte, forse) sono semplicemente iniziate. Ma nonostante ciò, verso la mezzanotte del 27 settembre, anche se le mura non hanno ancora raggiunto l’altezza di un metro e mezzo si fa una sorta di prova generale: all’ordine convenuto, alcune compagnie di soldati si avvicinano alla città. Dato l’allarme, tutti i cittadini (compresi i danneggiati) accorrono prontamente, apprestando la difesa della fortezza e cioè di “colei che da alleata era divenuta la loro peggiore nemica” (8).

Negli anni successivi, a causa del minor esborso finanziario di Venezia i lavori proseguiranno a ritmi più lenti concentrandosi di più sul Forte, mentre altrove, ancora nel 1565 l’azione di assestamento e dilavamento del terreno disfa i terrapieni realizzati (poco più che dei rialzi), creando un danno valutato in mille ducati all’anno. Intanto però, nonostante la fortezza sia ancora incompleta ed imperfetta nelle sue strutture fisiche (muri ancora da fondare, terrapieni da incamiciare, parti accessorie da definire, etc.), comincia ad assumere una fisionomia propriamente militare.

Verranno realizzate, in corrispondenza delle principali direttrici stradali, le porte di San Lorenzo (la prima ad essere costruita, nel 1563, murata per motivi di sicurezza nel 1605 e poi ricostruita al di sopra nel 1627 su progetto di Francesco Tensini), Sant’Alessandro (“voltata, coperta e del tutto fornita” per la fine del 1565), San Giacomo (realizzata negli anni Settanta del Cinquecento molto vicina al fianco dell’omonimo baluardo, trovando la sua definitiva, attuale, posizione nel 1593), e Sant’Agostino (che, inizialmente in legno, venne riedificata in muratura nel 1572-74). Porte che erano già state progettate nei primi anni del cantiere (1562-1563), molto probabilmente da un’unica mano.

Le Porte della cinta cinquecentesca si riducono a 4, riprendendo quelle medievali che erano poste nei pressi

LO STATO DELLA FORTEZZA NEL 1565 

Per la fine del 1565 le “muraglie” di circa la metà del circuito (ossia circa 2550 metri dei previsti 5122) sono incamiciate in pietra e tutte portate a un’altezza di sicurezza (ed in primis quelle del Forte di S. Marco), ma ancora ben lungi dalla quota definitiva.

Ovunque, le vecchie mura medioevali vengono raggirate e laddove sono parzialmente mantenute fungono da contenimento provvisorio della città affinché, com’è nella logica di una città-fortezza, l’operante guarnigione militare (che ora conta 770 soldati), resti nettamente distinta dalle aree della comunità civile.

Stato della Fortezza nel 1565. Nel Forte di S. Marco, dalla porta di S. Alessandro al baluardo di S. Lorenzo e relativa cortina la muraglia è rivestita in muratura fino al redondone, tranne il baluardo di S. Lorenzo che è tutto incamiciato. Da qui al baluardo di S. Agostino suppliscono le vecchie mura medievali (che per ora lasciano fuori il monte della Fara). Tutta la porzione orientale della fortezza è ancora in terrapieno (ossia dalla tenaglia di S. Agostino al baluardo di S. Michele, compresa la cortina di S. Andrea). Dalla piattaforma di S. Andrea fino alla cortina di S. Grata ci si affida ancora alle mura vecchie, ma il baluardo di S. Giacomo è già in pietra fino al cordone e si realizza il pezzo di cortina necessario per impostarvi sopra la nuova Porta di S. Giacomo, mentre a Sud-Ovest si è già fondata la piattaforma di S. Grata e buona parte delle relative cortine. I due baluardi di San Giovanni e Sant’Alessandro sono  ancora in terrapieno

Tutta la muraglia che dal Forte (a partire quindi da Porta S. Alessandro) arriva alla cortina di S. Lorenzo è rivestita in pietra fino al redondone (il cordone lapideo orizzontale che rende difficile la “scalata”), eccetto il baluardo di S. Lorenzo, che è tutto incamiciato.

Il baluardo di Valverde, l’ultimo del Forte Inferiore, e la porta di S. Lorenzo, sul lato settentrionale della cinta veneziana (Ph Claudia Roffeni)

 

La costruzione del baluardo di S. Lorenzo fu favorita dalla presenza di un durissimo banco di conglomerato, inglobato per un buon tratto nella muraglia ed affiorante sulla piazza superiore nella “montagnetta”, che fornì un naturale cavaliere riparando anche contro i colpi che potevano provenire dalla Cappella

Dalla zona di S. Lorenzo fino al baluardo di S. Agostino non s’è fatta nessuna opera: qui suppliscono le vecchie mura medievali (difese dal potente cavaliere del Belfante dei Rivola  e dalla Rocca rinforzata), che chiudono materialmente il recinto lasciando fuori il monte della Fara (il piccolo rilievo visibile nelle piante del Cima, che divide la Valle S. Agostino da quella degli Avogadri), che dovrà invece essere incluso nella fortezza quando verrà realizzato il previsto baluardo.

Il baluardo della Fara, l’ultimo ad essere realizzato (1585-1589), sancendo la reale “chiusura” del circuito murario veneziano (Ph Claudia Roffeni)

Le  perplessità di chiudere questa parte della cinta erano iniziate sin dall’avvio dei lavori, tanto che nella sua relazione dell’8 novembre 1561 l’Orologi raccomandava allo Sforza di non sopprimere quel baluardo della Fara – di cui egli stesso aveva piantato le stagge -, che avrebbe fiancheggiato la tenaglia di S. Agostino, certo troppo bassa ed avanzata.

La Tenaglia di S. Agostino, formata dai baluardi di S. Agostino e del Pallone. In alcuni punti le porte di accesso alle mura erano racchiuse, a breve distanza, da due bastioni formanti una sorta di tenaglia, sporgenti a punta acuta e allacciati con raccordi curvi arretrati alla cortina della Porta, così da avere gli accessi alle Porte difesi dai tiri diretti contro le azioni nemiche (Ph Claudia Roffeni)

Le difficoltà frapposte dal sito, caratterizzato dalla presenza dei profondi Valloni di S. Agostino e degli Avogadri, e la convinzione che la zona sarebbe stata ugualmente sicura con le vecchie Mura, difese dal potente cavaliere del Belfante dei Rivola e dalla Rocca rinforzata, avevano infatti fatto accantonare fin da allora la fabbrica di quel baluardo che sarebbe stato costruito per ultimo (dopo aver colmato parzialmente i due valloni), solo dopo la morte dello Sforza, e con un nuovo disegno di Giulio Savorgnano (1585-88) (9).

Dalle fortificazioni di S. Agostino al baluardo di S. Lorenzo, nel disegno tratto dalla veduta detta di Alvise Cima

Tutta la porzione orientale della fortezza ossia le fortificazioni di S. Agostino (costituite dalla tenaglia di S. Agostino e dal baluardo di S. Michele), sono ancora in terra (ossia terrapienati), anche se ben fiancheggiati. Forse la generale arretratezza di questa parte è dovuta alla perdurante incertezza riguardante il tracciato e la ventilata possibilità della revisione del circuito, tema ancora vivo in questa zona. Anche la cortina di S. Andrea è ancora in terra.

Dalla cortina di Porta S. Giacomo alla piattaforma di S. Andrea, detta “Spalto delle Cento Piante” (Ph Claudia Roffeni)

Dalla piattaforma di S. Andrea fino alla cortina di S. Grata ci si affida ancora alle mura vecchie, ma il baluardo di S. Giacomo è in pietra fino al cordone e si realizza il pezzo di cortina necessario per impostarvi sopra la nuova Porta di S. Giacomo (le cui pietre si trovano fuori opera e pertanto in pericolo di guasto), mentre a Sud-Ovest si è già fondata la piattaforma di S. Grata e buona parte delle relative cortine.

In primo piano, cortina e piattaforma di S. Grata e in lontananza il baluardo di S. Giacomo (Ph Claudia Roffeni)

 

Baluardo di S. Giacomo (Ph Claudia Roffeni)

Del resto, l’area tra S. Andrea e S. Giacomo è interna ai borghi e al loro muro di difesa, dunque non costituisce una priorità. Chi, infatti, si volesse da qui avvicinare non potrebbe certo aiutarsi con la sorpresa e l’avvicinamento non gli sarebbe facile.

Tra S. Giacomo e S. Andrea (Ph Claudia Roffeni)

Riguardo il tratto che corre fra Porta S. Giacomo e la chiesa di S. Andrea, che prospetta verso il centro della Città bassa, parve opportuno allo Sforza che si potesse evitare l’abbattimento di case e conservare parte della cinta medioevale (quella che comprendeva via degli Anditi e che conserva solo alcune arcate), ma che essa, troppo vicina al nucleo cittadino avrebbe impedito, formata com’era dalla sola cortina, di creare quel tipo a bastionate che era imposto dalla nuova tecnica militare.

Nel tondo, le cinque arcate dell’antico vicolo degli Anditi nella veduta “di Alvise Cima”, con sovrimpresso in nero il tracciato delle mura veneziane. Si tratta di un percorso di ronda (ora quasi totalmente chiuso) facente parte della muraglia difensiva medioevale, tagliato dal percorso della funicolare alla fine dell’800 e di cui restano solo alcuni avanzi di muratura ad arco, appena visibili dietro le recinzioni di giardini privati

Portata così avanti la nuova muraglia di circa 70-80 metri dall’antica, fu anche possibile creare il dosso di terra detto Cavaliere di S. Andrea che doveva risultare analogo a quello di ponente denominato Cavaliere di S. Grata (10).

Tra S. Grata e S. Andrea. Nella realizzazione della fortezza veneziana, le alture retrostanti il circuito murario fornirono sovente un naturale cavaliere, un elemento tattico di rinforzo alla funzione difensiva delle Mura

I due baluardi di San Giovanni e Sant’Alessandro (detti “fortificazioni di S. Alessandro”) sono  ancora in terrapieno.

In primo piano la piattaforma di S. Grata e sullo sfondo il baluardo di S. Giovanni, ai piedi del colle omonimo, a cui fa seguito non visibile nell’immagine, il baluardo di S. Alessandro nell’area di Borgo Canale (Ph Claudia Roffeni)

Sino ad ora si sono spesi circa 216.000 ducati; spendendone altrettanti in quattro o cinque anni si potranno concludere le opere: ma le disponibilità annue di 13.400 ducati non possono garantire il progredire spedito dei lavori ed anzi si spenderà di più, sia perché si dovranno restaurare le opere non ancora incamiciate (l’azione di assestamento e dilavamento del terreno disfa quanto si realizza, creando un notevole danno economico) e sia per mantenere in essere una guardia più numerosa (circa 200 fanti) che comporta un esborso all’erario di 5.000 ducati all’anno. I rapporti tra rettori, conduttori delle opere e governo centrale cominciano a farsi tesi.

LO STATO DELLA FORTEZZA NELLA SECONDA META’ DEGLI ANNI SESSANTA

La seconda metà degli anni sessanta del Cinquecento si apre perciò con la struttura fortemente incompleta, del tutto inattiva e quindi debole. Ma nel 1566, al fine di contenere le spese, il procuratore generale di terraferma, Alvise Mocenigo decide finalmente di accelerare e ultimare le opere appaltando i restanti lavori (11).

A danno della sezione orientale delle mura, fra il 1567 e il ‘68 si lavora in quattro luoghi: al Forte, dove si rialzano muri e si fanno casematte; nella “Fortificazione di S. Alessandro” (baluardi di S. Alessandro e S. Giovanni), dove si porta l’incamiciatura fino al cordone; attorno a S. Grata, dove mancano solo 147 metri per aver fondato quindi definito tutto il fronte.

Il sistema difensivo formato dalla cinta veneziana e dalle preesistenze medievali – 1566-1568

E nonostante alla presenza dello Sforza venga solennemente posta la prima pietra del baluardo di S. Agostino (24 giugno 1567, giorno di San Giovanni), ben presto i lavori si arenano (12): la tenaglia di S. Agostino richiederà circa sette anni per passare dall’opera di terra a quella in muratura (1567-1574), tra continue perplessità e contestazioni.

Tenaglia di S. Agostino, realizzata entro il 1574 (disegno datato 1825)

L’arretratezza dei lavori in quest’area così come l’insistenza di alcuni tratti (monte Pelizzolo, monte della Fara), oltre a costituire un evidente pericolo per la sicurezza della fortezza, contribuisce a rimettere in discussione quanto non è stato ancora materialmente compiuto, tanto che sul finire del 1567 si riapre  la sopita questione della difesa dei borghi, di cui molti capi richiedono l’inclusione, fatto che comporterebbe un enorme allargamento del circuito. Infatti, se il progetto originario (voluto da uomini del calibro dello Sforza, del Martinengo, del Savorgnano) prevedeva di tenersi in alto, richiedendo solo circa 1217 metri per chiudere le Mura da S. Giacomo a S. Agostino, comprendendo i borghi si dovrebbero fondare 4868 metri di muri con dieci baluardi e impegnare (in tempo di pace) non meno di 1500 fanti per la difesa ordinaria: una prospettiva di spesa per il Senato Veneto che chiude ogni altro ragionamento nel merito.

Nonostante le tante incertezze, gli anni sessanta terminano perlomeno con la decisione (3 maggio 1569) di appaltare i lavori del lato sud-orientale della fortezza, quello tra i baluardi di S. Giacomo e di S. Michele, ordinando che delle due piattaforme previste nella tratta dal progetto iniziale (e documentate da un disegno del Museo Correr) ne venga realizzata una sola ma “grande e reale” e si ingrandisca anche il baluardo di S. Michele (a quei tempi detto anche Zanco): opere che verranno realizzate cinque anni più tardi (1574-78).

LA PRIMA META’ DEGLI ANNI SETTANTA

In avvio degli anni ‘70 del XVI secolo, tra coloro che indirizzano gli interventi operativi si avverte già il significato simbolico (non solo “storico” ma anche di prestigio personale) del chiudere il circuito della fortezza, fatto che di per sé  infonderebbe forza all’accelerazione dei lavori; ma d’altro canto è forte la consapevolezza di dover dare la priorità assoluta alle necessità funzionali, che richiedono interventi puntuali. La situazione politica interna e internazionale, che tiene impegnata la Dominante nello Stato da Mar con la sfortunata guerra di Cipro (1570-1573), non favorisce in tal senso una presa di posizione. Dopo un decennio dall’avvio dei lavori e vista la contenuta possibilità di spesa, ci si barcamena tra una cosa e l’altra per qualche anno, scontentando tutti: Bergamo e Venezia.

La dichiarazione giurata del proto Paolo Berlendis (16 maggio 1571) chiarisce la situazione: sono ancora da fondare, tra porta S. Giacomo e l’orecchione del baluardo di S. Agostino (oggi detto del Pallone), “solo” 721 metri, mentre  devono essere ancora innalzati i muri già fondati fino a portarli al cordone (10 metri) per scongiurarne la scalata e, sempre lungo questo tratto, bisogna fare i muri delle cannoniere.

Il baluardo del Pallone (all’altezza del Parco di S. Agostino)

Ma ciò che scoraggia ulteriormente è che ancora nel 1571 la fortezza sia ancor del tutto insicura, avendo solo tre cannoniere finite nel Forte e fior di ducati andranno spesi per finire tutte le altre (le già iniziate ai baluardi di S. Giacomo, S. Lorenzo e di S. Alessandro-S. Giovanni nonché alla piattaforma di S. Grata), oltre alle piazze e ai parapetti.

Ciliegina sulla torta: per la tanto sospirata chiusura della Fara manca ancora il progetto.

Paolo Berlendis, Disegno a schizzo della città con il rilievo dello stato di avanzamento dei lavori delle mura, 1571. Il disegno è accompagnato da una lettera autografa del proto P. Berlendis, datata 16 maggio 1571. Il disegno “presenta Bergamo nel suo stato di organica unitarietà precedente la costruzione delle mura, indicandone l’andamento sia delle antiche mura, sia dei principali tracciati viari e che, con l’esplicita indicazione della piazza del Borgo S. Leonardo contrapposta, nella piana, alle piazze Vecchia e Nuova della Città alta, costituisce un’importante testimonianza del grado di coscienza, che, al tempo, si aveva del bipolarismo della città” (W. Barbero, Per Una storia urbana di Bergamo, in: Hinterland n. 25, marzo 1983, pp. 20-21)

LA SECONDA META’ DEGLI ANNI SETTANTA

Finalmente, a metà del decennio la situazione della fabbrica appare decisamente migliorata: si completa tutta la zona di S. Agostino (tenaglia, porta, fontana monumentale e quartiere militare) e si vede almeno prossima la chiusura del fronte di Sud-Est, che tanti problemi aveva dato in ordine alla sua stabilità, per i continui smottamenti in prossimità della Cortina di S. Andrea, che rendevano lento e pericoloso il lavoro.

L’area di S. Agostino

Nel 1575, a ridosso del chiostro maggiore del convento fa costruire il quartiere di S. Agostino (le cosiddette “casermette”). I quartieri militari della fortezza sorgono vicino alle porte e nei punti in cui si necessita di immediati interventi della guarnigione: quello di di S. Agostino, capace di 100 soldati, suscita satisfation infinita di tutta la città” poiché è finalmente sgravata dall’onere dell’alloggio (una vera e propria beffa considerate le privazioni materiali e morali cui è costretta la popolazione).

Il quartiere militare di S. Agostino (1575), l’unico conservato integro, almeno esternamente, tra tutti quelli che sorgevano nei pressi delle porte, preposti a difenderle e ad ospitare i soldati. E’ costituito da un lungo corridoio su due piani, coperti da falde. Oggi ospita gli uffici dei docenti dell’Università di Bergamo

Sempre nell’area il capitano Giustiniani fa realizzare in muratura la porta (1572-74) e poco dopo (1575-76) la “bellissima fontana di pietra viva grande e onorata in faccia della porta di Sant’Agostino”, mentre il ponte levatoio in legno, che in origine garantiva l’ingresso alla Città Alta, verrà sostituito nel 1780 da un ponte in muratura sostenuto da arcate.

Nella pianta del Macheri, il ponte levatoio in legno, sostituito nel 1780 da un ponte in muratura sostenuto da arcate e nel 1838, in occasione della visita a Bergamo dell’Imperatore austriaco, dalla strada Ferdinandea, oggi viale Vittorio Emanuele, che sale dal centro di Bergamo Bassa per ricongiungersi con Via Pignolo proprio davanti alla porta Sant’Agostino (Complesso di Sant’Agostino: veduta a volo d’uccello, 1660 ca., stampa a bulino disegnata dal bergamasco Giovanni Macheri e incisa a Venezia da Pietro Micheli)

 

La Porta S. Agostino, tuttora accesso principale a Città Alta, rappresentava l’ingresso monumentale per chi giungeva da Venezia. Allo scenografico aulico fondale interno del prospetto di fontana (1575-76), unitariamente e contemporaneamente concepito, si contrappone il semplice volume del “quartiere” addossato al chiostro grande del convento, primo ad essere stato costruito per gli alloggiamenti delle truppe. Autore del dipinto (“Antica Rocca e caserma di S. Agostino a Bergamo”), conservato presso la Galleria del Belvedere di Vienna, è  Marco Gozzi (1759 – 1839)

La tenaglia di S. Agostino, formata dai baluardi del Pallone e di S. Agostino, viene invece completata in muratura nel 1574, e anche se la lunga faccia nord del baluardo del Pallone è sconvenientemente esposta al nemico, ciò non rappresenta un serio problema in quanto questi può colpirla solo dal piano, quindi da lontano.

Baluardo del Pallone (Ph Claudia Roffeni)

L’area di S. Andrea  

Negli anni immediatamente successivi, con la costruzione della piattaforma di S. Andrea, realizzata tra il 1574 e il 78, si procede alla chiusura di questo tratto della cinta. L’estesissima piattaforma, dal perimetro complessivo di cresta di 291,50 metri, più che doppio rispetto a quello delle altre piattaforme, è certamente concepita secondo un’ottica “rappresentativa”, tanto da sostituire le due piattaforme previste inizialmente nella tratta e portare appunto alla decisione (3 maggio 1569) di realizzarne una sola “grande et reale”: la sua alta muraglia, di 22.88 metri dopo il rialzo ottocentesco, viene eretta più per far “spettacolo di pompa”- con i suoi pezzi d’artiglieria sempre scoperti, ma anche sempre inattivi, verso sud in direzione di Milano – che per una reale esigenza e volontà di difesa (13).

Del resto il versante, ben protetto tra le mura dei borghi, è ritenuto particolarmente sicuro, sia per la pendenza del colle che per il naturale cavaliere alle sue spalle (la parte superiore del “monte Pellizzolo”).

L’altissima ed estesissima piattaforma di S. Andrea. La muraglia raggiunge con il rialzo ottocentesco 22,88 metri, risultando la più alta dell’intera cinta (Ph Claudia Roffeni)

La lunga piattaforma, che dal 1795 diviene Spalto delle Cento Piante, viene collegata da una cortina di dimensioni altrettanto inusitate (139 metri) al baluardo di S. Michele: quattro anni di lavori particolarmente ardui per i continui dissesti dovuti all’entità di profondissimi scavi, che comportano il crollo di numerosi edifici.

Piattaforma e cortina di S. Andrea, ancora prive del traforo per la funicolare

Ad ulteriore sostegno della cortina, che poggia sulle fondamenta più profonde dell’intera fortificazione, vengono realizzati sei archi di scarico, tuttora visibili nel viale sottostante, anche se diversi per tamponature e nuove erezioni. L’instabilità del terrapieno doveva essere aggravata dall’avere al suo interno un “pozzo di acqua viva sortiva profondissimo” e dal fatto che tutte le sue pertinenze fossero bagnate dalle acque di scolo provenienti dalla fontana di porta Penta (Porta Dipinta).

Già nel corso della dominazione Veneziana, su questo spalto verrà spianato il cavaliere per agevolare il transito delle carrozze tra Porta S. Agostino e Porta S. Giacomo, prefigurando la costruzione del Viale delle Mura, che, iniziato nel 1829, raggiungerà Colle Aperto solo nel 1841.

Lo “Spalto delle Cento Piante”: nel 1795 un decreto comunale ufficializza l‘uso civile della piattaforma di S. Andrea, programmandone i “deliziosi passeggi e giardini pubblici”, che ne faranno la prima passeggiata pubblica di Bergamo. Dalla fine dell’Ottocento, la cortina dello Spalto delle Cento Piante verrà attraversata dalla funicolare per Città Alta

Infine, il pianoro sottostante il baluardo di S. Michele (preposto anche alla difesa della piattaforma di S. Andrea) viene dirupato per scongiurare un attacco da parte dell’assediante, che avrebbe potuto battere la porta di S. Agostino e i due baluardi che gli fanno tenaglia (S. Michele e S. Agostino).

Baluardo di S. Michele (Ph Claudia Roffeni)

Con la chiusura di questo tratto della cinta il presidio viene ridotto a 50 fanti e il proto, ora non più necessario, licenziato: a 17 anni dall’avvio dell’opera, con la tanto sospirata chiusura della fortezza sul fronte di Sud-Est il capitano Tommaso Morosini può relazionare orgogliosamente al Senato (25 settembre 1578) che “Hora la fortezza è finita da serar….per gratia de Dio la fortezza è cinta tutta de muraglia nuova, eccetto però  sotto la Rocca al Monte della Fara” : si tratta cioè del compimento del circuito come previsto sino ad allora, e dunque ancora privo della chiusura della Fara (per ora considerata opera molto secondaria e costosa) ed entro il quale ogni baluardo è provvisto di un retrostante naturale cavaliere.

Bergamo e il suo contesto territoriale, nella carta topografica della fortezza della città e dintorni, disegnata da G. Sorte intorno al 1575 (Biblioteca Marciana-VE)

Finalmente, anche le difese esterne possono entrare nelle preoccupazioni dello Sforza: dalla Cappella, il cui problema si fa sempre più urgente, a quello del dosso di S. Domenico (“il Fortino”), che essendo assai prossimo al circuito  dovrà essere adattato a rivellino, anteposto com’è al baluardo e alla Porta di S. Giacomo – i talloni d’Achille delle Mura – e anche per il fatto di dominare a cavaliere Borgo S. Leonardo.

Sul promontorio dall’Ottocento occupato da villa Bizioli, noto come “Fortino”, per ovviare all’intrinseca debolezza del prospiciente Baluardo di S. Giacomo, troppo esposto ai tiri di artiglieria, viene realizzata una piattaforma fortificata, eguagliando il muro tutt’intorno e livellando la piazza. Si tratta di una difesa avanzata, indipendente dal circuito murario principale, che ricorda per certi versi la tipologia di un rivellino (una fortificazione indipendente generalmente posta a protezione della porta di una fortificazione maggiore), senza averne però l’autonomia difensiva. La fortificazione, oggi irriconoscibile, è terminata nel 1585, come attesta una lapide sul lato nord (le sue possenti mura si possono vedere solo percorrendo il vicolo San Carlo). Per la sua realizzazione viene demolito il complesso conventuale dei SS. Stefano e Domenico (nel tondo)

 

Il Fortino nell’Ottocento (nel tondo), con accanto Villa Bizioli

 

Tra il 1580 e il 1582 sono costruite le due polveriere del Forte di S. Marco, tra Colle Aperto e Porta S. Lorenzo, poste al di fuori del tiro dei cannoni e lontane dall’abitato. Nell’immagine, la polveriera nella valletta di Colle Aperto, oggi di proprietà privata (Ph Claudia Roffeni)

L’ULTIMA FASE DELLA REALIZZAZIONE DELLE MURA: “NETTAR I FIANCHI, ET CAVAR LE FOSSE” 

Anche se per lungo tempo ancora sussisterà la preoccupazione del chiudere il perimetro della fortezza e ultimare la dotazione degli apprestamenti interni, con l’ultimazione della cinta è giunto il momento dell’ultima fase della realizzazione.

La situazione nel complesso si presenta molto caotica, con parti fatte e altre da completare, tanto che ancora nel 1578 è ancora in corso il processo di finitura della fortezza, per portare al cordone muri e finire piazze. E certamente le problematiche murarie legate alla funzionalità operativa della macchina bellica sussisteranno ancora a lungo.

Ma la priorità è ora quella di configurare le difese esterne ai baluardi, a partire dalla predisposizione della fossa per la quale il Senato, riconoscendo come sufficientemente avanzati i lavori murari ha ordinato l’avvio sistematico dello scavo (26 settembre 1575), che consiste in 15.000 pertiche di terreno, per una larghezza media 6 piedi.

Perlomeno nei luoghi più sensibili come il Forte, questa dev’essere stata da tempo già rudimentalmente tracciata di pari passo con l’innalzamento dei baluardi, ma esternamente alle “muraglie”, e quasi a ridosso, persistono grossi accumuli di terreno (tali da costituire una minaccia in quanto tolgono visibilità ed efficacia al tiro), per la cui asportazione i territori soggetti, onde evitare costi accampano scuse, avviando contenziosi che ritardano di molto gli interventi.

Lungo la faccia est del baluardo di Valverde, l’accentuata pendenza ha fatto di questo lato l’unico esempio conservato di fossa terrazzata: una serie di muri disposti ortogonalmente a scarpa e controscarpa suddivide lo spazio in piazzuole successive per impedire i guasti delle acque alle opere murarie (Ph Claudia Roffeni)

 “Nettar i fianchi, et cavar le fosse” tutt’attorno alla fortezza è dunque d’ora in avanti una delle esigenze più importanti: un’operazione costosa, che si protrarrà molto nel tempo, non solo a causa del complesso meccanismo burocratico di affidamento e ripartizione dei lavori, ma anche per la particolarità del sito, dove spesso si incontrano banchi rocciosi (“durissime corne”), o dove la difficoltà di realizzare vere e proprie fosse richiede soluzioni alternative.

L’opera parte speditissima, benché i territori , ai quali per antica consuetudine spetta il costo del guasto e dello scavo, si rifiutino di pagare l’asportazione di quanto non sia strettamente terra (e cioè roccia e materiali come trovanti e conglomerato, che ritengono di pertinenza governativa). In ogni caso, se con il Memmo sono già 6.100 pertiche di terreno quelle rimosse durante i lavori, con il Morosini se ne aggiungono altre 4.652, rimanendone un totale stimato di 6.348.

LA QUESTIONE DELLA MILIZIA, DEL MUNIZIONAMENTO, DEL VETTOVAGLIAMENTO E IL PROBLEMA DELL’ACQUA

In questo scorcio degli anni settanta, mentre la fortezza inizia a caricarsi di funzionalità operativa, si evidenzia la sempre maggiore importanza che sta assumendo la questione degli armati e dell’armamento: questione annosa per la gestione della fortezza, se ancora nel 1585 (relazione di fine mandato del capitano Michele Foscarini) precede lo stato della “importantissima fortezza”.

Si notano alla custodia della fortezza numerosi avvicendamenti e indiscipline, con la rimozione di non pochi capitani; l’impressionante numero delle diserzioni dall’avvio del cantiere (6100 uomini), la dice lunga sulla povertà delle paghe e la durezza del vivere, e ciò nonostante in caso di arresto il rischio sia quello di andare “a vogar il remo per cinque anni” (numerosi sono i libelli diffamatori appesi in varie parti della città a ridicolizzare Venezia) (14).

Le necessità dei pochi bombardieri (“scolari”), reclutati in città e non pagati, sono tenute particolarmente in considerazione (“accarezzati”) dato l’importantissimo ruolo cui devono assolvere in caso di bisogno. Per loro si allunga il bersaglio, si sistemano la polverista in Rocca e la casa del salnitraio, si realizzano due “tezze” (tettoie) a Osio Sotto e a Spirano per la conservazione delle terre necessarie alla formazione del salnitro.

Annota il capitano Foscarini nel 1585 che la guarnigione deputata alla difesa della fortezza è formata da 310 soldati – agli ordini di un governatore e di sei capitani -, dislocati quasi a livello simbolico in due punti nevralgici della fortezza, la Cappella e la Rocca, “anche perché lo stato dei lavori è ormai tale che più di un attacco diretto e in forza è da temere un’occupazione per colpo di mano o per tradimento. Tante fortificazioni si sono in questo modo banalmente perse. Preoccupazione ancora più grande è la relativa affidabilità della guarnigione. Infatti, la maggioranza dei soldati è di forestieri, in sostanza mercenari attratti solo dalla paga” (15).

In realtà, ogni momento della vita militare della Fortezza fu caratterizzato dalla cronica scarsità della milizia e dall’inefficienza dell’armamento, a dimostrazione del fatto che il grande antemurale voluto da Venezia doveva sostanzialmente fungere da deterrente (anche e, forse soprattutto, psicologico) a scala territoriale, ai fini del mantenimento della pace.

Il vettovagliamento, parte integrante dei disposti e degli impegni relativi alla munizione, nel 1585 consiste in grani (miglio e segale), conservati in Cittadella in quantità tale da garantire la sopravvivenza degli abitanti e dei soldati della fortezza (6000 persone), per quasi un anno.

Relativamente al problema dell’acqua, sempre in questo periodo si è consci che un serio assedio toglierebbe del tutto l’apporto esterno attraverso gli acquedotti, che sarebbero facilmente intercettati e tagliati. Messe a secco le fontane della città, si sarebbe potuto contare sulle sole tre significative sorgenti presenti entro la fortezza: il Vàgine, la Boccola, il Lantro, allora provviste di acque abbondanti e quindi ritenute sufficienti al bisogno, tranne che in periodo di siccità.

Sempre in ragione di una maggiore protezione delle porte viene fatta spostare in posizione più visibile la strada fuori Porta S. Lorenzo, che è realizzata con il concorso della Valle Brembana.

Porta S. Lorenzo e la valletta di Valverde, ancora nell’Ottocento occupata da un’incredibile distesa di gelsi (Racc. Gaffuri)

UNA DEROGA PER IL BENE DELLA CITTA’

Nel 1581, nel consiglio comunale venne avanzata la proposta di utilizzare gli spalti delle mura per piantarvi dei gelsi,  al fine di compensare le perdite che erano state spazzate via dall’imponente fabbrica delle Mura e assicurare alla città una fonte di reddito. Approvata la richiesta, nel  1583, ancor prima del completamento dell’opera di difesa, il terreno attorno alla muraglia, lungo la fossa e sulla spianata, cominciò ad essere sfruttato ad uso agricolo, come attestato da una relazione podestarile di fine mandato.

Attorno alla città murata si venne quindi a creare una fitta muraglia verde scandita da filari di gelsi, inframmezzata da ortaglie e qualche vigneto, posta a debita distanza dalla fortezza nel rispetto del non latius. Parte del ricavato andava a foraggiare quelle scorte di grani (miglio e segale) conservate in Cittadella, che era talmente colma da essere a rischio di crollo.

L’episodio anticipava di gran lunga l’uso civile degli spalti una volta smilitarizzate le Mura con l’avvento dei Francesi.

Pietro Ronzoni, Complesso di Sant’Agostino: veduta meridionale dal Baluardo di San Michele, 1837 (Milano, Quadreria dell’800).

LO STATO DELLA FORTEZZA NEL 1585 

Alla partenza del capitano Foscarini (1585) il cantiere della fortezza si trova in una situazione abbastanza ben definita. Bisogna spendere ancora 110.000 ducati per finire completamente la fortezza, compresi il baluardo della Fara, il rafforzo della Cappella e l’ultimazione di tutto quanto ancora manca.

P. Berlendis, Disegno acquarellato del sistema fortificato di Bergamo alta, 1585

Complessivamente la murata del tutto finita viene misurata in oltre 4000 metri, ed è composta da nove elementi tra baluardi, piattaforme e tenaglie.

Lo stato della fortezza nel 1585, circa quattro anni prima del completamento del baluardo della Fara. Mancano alcune rifiniture e alcuni tratti di fossa, soprattutto dove la roccia durissima crea qualche problema (tra il baluardo di S. Giovanni e la piattaforma di S. Grata e tra il bastione e la Porta di S. Agostino). C’è ancora molto da fare nei baluardi di S. Pietro, Valverde, S. Lorenzo, dove vi sono alcune piazze da finire, tutta la muraglia da fare sopra il cordone e terrapienare dove necessario. Si stanno completando le piazze dei baluardi di S. Giacomo e Sant’Agostino ma mancano ancora tutte le traverse e quasi tutti i parapetti. A Porta S. Giacomo va fatto il ponte della porta nuova, che essendo stata realizzata molto in basso, troverà la sua definitiva, attuale, posizione nel 1593; restringere le strade di accesso per non rendere troppo agevole la salita alla fortezza ed infine dirupare tutti i terreni tra la fossa e il limite di edificabilità (la spianata), eliminando ogni pianoro che consenta l’installazione di pezzi di artiglieria o l’accamparsi

LA CHIUSURA DEFINITIVA DEL CIRCUITO

Venuto a morte il 5 febbraio 1585 il governatore generale conte Sforza Pallavicino, Venezia nomina alla guida della fabbrica Giulio Savorgnano, uomo di altrettanta concreta esperienza, con il quale si accelera la soluzione per quanto ancora da realizzare, a partire dalla definitiva chiusura del circuito murato.

La priorità è ora chiudere per intero con bastionatura la fortezza, dando così disegno compiuto all’opera e rispondendo non solo in termini di saggezza ai problemi di sicurezza e di costo che il mantenere attivi i vecchi muri medioevali rappresentava. Ciò era nella logica delle cose: “improvvisamente” tutti scoprivano quanto inconsistenti fossero o muri e facile la presa della Rocca, che pure aveva onorevolmente servito da presidio nel tempo in cui ben altre e altrove erano le preoccupazioni.

Baluardo della Fara (Ph Claudia Roffeni)

Giulio Savorgnano, nella sua qualità di progettista e di direttore dei lavori, provvede con abilità a chiudere il circuito bastionato, realizzando tra il 1585 e il 1589 quel baluardo della Fara che, collegato alla Tenaglia di S. Agostino tramite la Cortina della Fara sancisce la reale “chiusura” del circuito murario veneziano.

Il disegno acquarellato eseguito da Giulio Savorgnano, databile tra il 1586 e il 1587, rappresenta lo stato di avanzamento dei lavori al Baluardo della Fara. Oltre al progetto, Savorgnano ne curò anche l’esecuzione

 

Giulio Savorgnano – Il tracciato delle mura veneziane, 1587 circa

L’inaugurazione del baluardo avviene nel 1588, quando viene scoperta la lapide a ricordo del momento e del luogo in cui si poneva l’”ultima” pietra. Illuminata dal sole del mattino, la lapide è apposta sulla faccia orientale del baluardo stesso, che porta le armi dei rettori Andrea Gussoni e Paolo Loredano.

Baluardo della Fara, stemmi e lapidi di fine lavori

Il 17 luglio 1590 il capitano Alvise Grimani nella sua relazione finale può dichiarare che la città è tutta serrata con baluardi e i suoi membri tutti terrapienati, compite le piazze, i parapetti e le traverse….la fortezza col circuito di tre miglia è bellissima”: e si poté considerare allora come l’opera difensiva più imponente che Venezia avesse costruito nel suo territorio di terraferma.

Mura di Bergamo - Claudia Roffeni
La fortezza di Bergamo da meridione (Ph Claudia Roffeni)

 

Entro il 1590 erano ultimati gli 11 baluardi e le 5 piattaforme, 5 porte, 32 garitte, 100 bocche di cannone e 2 polveriere: la fortezza rimaneva preventivamente isolata grazie alla creazione di una “fascia di rispetto”, non edificabile, affinché la guarnigione potesse vigilare l’eventuale annidamento di truppe nemiche e il conseguente assalto. Si noti anche l’indicazione dei cavalieri e della strada-coperta (“Nomenclatura dei singoli settori che costituiscono il perimetro delle Mura erette dalla Repubblica Veneta  negli anni 1561-1590”, dallo studio di E. Fornoni, “S. Agostino e le nuove fortificazioni in Bergamo”. Gaffuri e Gatti, 1883)

Restava ora da perfezionare e da rifinire tutte le opere dal punto di vista strettamente militare e della logistica, il che comportò il protrarsi delle operazioni per altri trent’anni anni, causando ulteriori disagi alla popolazione.

Le difese esterne della fortezza veneziana di Bergamo

“RIFINIRE” LE MURA

Ci vollero in totale sessantasei anni per rifinire e completare la vastissima opera muraria e per poter finalmente dire di aver messo la fortezza di Bergamo “a perfetta sicurezza”: molto più di mezzo secolo di estenuante lavoro per un’opera costata un milione e mezzo di ducati e che mai subirà un sol colpo di cannone.

Dopo la chiusura della cinta nel 1588 infatti, le correzioni (lo spostamento di Porta S. Giacomo negli anni 1592-93, la chiusura di Porta S. Lorenzo nel 1605 e la riapertura in sito di un “portello” sovrapposto progettato dal Tensini nel 1627; inoltre, la costruzione, nel 1640, del ponte in muratura di Porta S. Agostino), i completamenti interni e soprattutto esterni relativi in particolare alla Cappella, si protrarranno fino al terzo decennio del Seicento, chiamando in causa vecchi e nuovi tecnici.

Costruita negli anni Settanta del Cinquecento, essendo posta troppo in basso , Porta S. Giacomo fu smontata per poi essere rimontata nell’attuale posizione solo nel 1593 (data ufficiale d’inizio cantiere: 27 gennaio 1592): “…edificata di bianchi marmi, indi riuscirà più bella et maestosa di tutte le altre che si mirano nella fortezza”. Il viadotto in pietra fu costruito solo più tardi, nel 1780 (Alvise Contarini Podestà). (Ph Claudia Roffeni)

 

Costruita nel 1563, Porta S. Lorenzo fu murata per motivi di sicurezza nel 1605 e poi ricostruita al di sopra nel 1627 con la realizzazione del portello di S. Lorenzo su progetto di Francesco Tensini (Ph Claudia Roffeni)

La sua progettazione è guidata dalla stessa logica di “parata” della piattaforma di S. Andrea. Lo smagliante emblema in marmo di Zandobbio della Terraferma veneta differenziato fin dall’inizio nell’aulicità del disegno e del materiale (non nelle dimensioni e nello spirito di plastica sodezza) dagli altri tre ingressi monumentali disposti in corrispondenza delle principali direttrici del traffico urbano e territoriale. La collocazione definitiva attuata con la consulenza del Lorini accentua il risalto urbanistico e simbolico di questa Porta meridionale, rivolta in direzione di Milano, alta e scoperta sul colle contro il parere di trattatisti come il Lanteri che le porte non dovessero essere viste dal nemico accampato. In questo caso, per il fondamentale significato di fondale rappresentativo, anche la perdita nell’Ottocento del locale destinato al corpo di guardia e degli adiacenti quartieri trova un’anticipazione addirittura cinquecentesca: fin da allora lo spazio teoricamente riservato a servitù militare fu eroso per ridurre le demolizioni degli edifici a monte.

Negli anni 1594-95 si realizzano i due quartieri di Porta S. Giacomo, costituiti da due casermette che si fronteggiavano all’imbocco dell’omonima via e poste a presidio della Porta, anch’essa in parte destinata al corpo di guardia. I vani interni furono abbattuti nell’Ottocento (Ph Claudia Roffeni)

Il quartiere della Fara Alta. fu invece realizzato negli anni 1619-25.

Dettaglio della fortezza, tratto da Disegno della città et borghi di Bergamo (1626), conservato a Venezia nell’Archivio di Stato (Ter 109). Oltre al sistema difensivo appaiono anche gli edifici cittadini di maggiore importanza

I LAVORI TRA LA CAPPELLA E IL FORTE

All’interno della fortezza, l’area tra il Forte e la Cappella è uno di quei luoghi  soggetti ad essere “battuti” dall’assediante, poiché qui è facile piantare artiglierie, senza contare che la valle di Castagneta consente di accampare comodamente e al riparo un numeroso contingente. Ciò rende necessario fortificare convenientemente la Cappella (delibera del Senato del 29 agosto 1588), che in mano al nemico farebbe da cavaliere a tutta la fortezza richiedendo per un solo assediante ben quattro difensori. La Cappella verrà dunque destinata ad ospitare fino a 500 soldati e 10 pezzi di artiglieria.

Nel 1607 Si decide di rafforzare ulteriormente la Cappella e il Forte di S. MarcoNonostante le contestazioni, i molti consulti e progetti correttivi elaborati a più riprese dopo la morte dello Sforza, il Forte rimane sostanzialmente quale il Pallavicino l’aveva fin dall’inizio concepito; ai successori tocca ora l’allargamento e il potenziamento della fossa (costruendo cioè una nuova controscarpa e alzando i parapetti) e la costruzione della strada coperta che lo collegherà alla Cappella rafforzata e dove anche i terrapieni sono stati potenziati.

Negli anni 1613-16 si completano perciò i lavori alla Cappella, incamiciando la strada coperta e realizzando due piazze (piattaforma verso il Corno e piattaforma verso S. Gottardo).

La freccia rossa indica la strada coperta tra la Cappella e il Forte di S. Marco, con il quale si doveva collegare tramite una sortita nel Baluardo Pallavicino

Negli anni 1621-26, sempre alla Cappella si realizza un ulteriore rafforzamento per mano degli ingegneri Francesco Tensini e Marcello Alessandri: si costruisce in pietra la tenaglia verso il monte Corno e il baluardo Mocenigo verso S. Vigilio, dando forma poligonale al fortilizio.

Disegno del forte di S. Vigilio, Malacreda, 1664

 

La cinta bastionata veneziana raffigurata nel 1664 da Cesare Malacreda. Sono evidenziati il solo tracciato murario e le strutture difensive al suo interno (ad esempio, il Forte di S. Marco a nord-ovest, posto in relazione alla “Cappella”, e la piazza o “Fortino” di S. Domenico a sud-ovest): l’annullamento del tessuto edilizio ha il compito di far risaltare l’aspetto marziale della città (disegno conservato presso la Biblioteca Nazionale Marciana di Venezia)

Se la grande planimetria dipinta da Alvise Cima restituisce ai contemporanei una città armoniosa in ogni sua parte, la veduta dell’incisore Stefano Scolari, realizzata nel 1680, si presenta molto differente: una differenza anche di atmosfere, determinata proprio dalla presenza della poderosa cerchia murata. Il disegno è molto particolareggiato: alle mura della fortezza sul colle si agganciano quelle che circondano i borghi, le Muraine con bocche da fuoco di circa cento cannoni in dotazione lungo tutto il perimetro della fortezza, garitte, quartieri militari, polveriere, le quattro porte ben custodite e con i ponti levatoi che potevano essere alzati alla minima minaccia. L’immagine era dunque di una Bergamo dove i baluardi erano il segno della forza e del dominio da parte di Venezia, un volto militaresco e arcigno. I dettagli sono accurati e consentono di orientarsi nella lettura della città che trova al piano lo spazio necessario per le sue attività e la sua economia. Ma l’accuratezza del disegno non uguaglia il fascino della raffigurazione del secolo precedente.

Veduta di Bergamo, Stefano Scolari – Venezia, 1680 circa. Si legge con estrema chiarezza la dotazione militare: i forti, i baluardi, i cannoni, le garitte, sono resi con toni così realistici da costituire un chiaro ed esplicito avvertimento

Il 25 dicembre 1796 i Francesi entrano in Bergamo e nella sua fortezza, non trovando alcuna resistenza e il 12 maggio 1797 la Serenissima Repubblica di Venezia ha fine.

Le mura veneziane di Bergamo non ebbero mai l’opportunità di un collaudo bellico, nemmeno nel 1797 quando giunsero i napoleonici a seguito del disfacimento della Repubblica di Venezia dopo il Trattato di Campoformio.

Passeggiata sulle Mura (Ph Claudia Roffeni)

Oggi, per la bellezza panoramica che la rende universalmente nota, dopo l’impianto nel periodo napoleonico della folta alberatura che recinge, come un verde anello, la secolare città, l’antica fortezza veneziana a Bergamo è divenuta la romantica passeggiata di quanti, seguendo l’ampio anello delle mura, vedono aprirsi la varietà delle vedute sull’armonioso e sfumato paesaggio della pianura lombarda.

 Note

(1) Francesco Maria della Rovere, capitano generale della Repubblica, nel 1525 ritiene “impossibile […] fortificar” la città; l’anno successivo, dopo un accurato sopralluogo, raccomanda un adeguato rafforzamento delle Muraine; opinione condivisa dal podestà Costantino Priuli, che nel 1532 propone di riparare le mura esistenti (e cioè “che le mura […] le quali in più lochi sono ruinate […] siano reffate et redutte a tal termine che non si possa entrar se non per le porte”). Il podestà Vincenzo Diedi, ancora nel 1541, definisce Bergamo “città indifesa” per la debolezza delle mura e suggerisce che “senza enorme spesa e molte difficoltà si potrebbe rendere in sicurezza”. Di diverso parere il capitano Francesco Bernardo che, nel 1553, consiglia di fortificare i luoghi di pianura: “Martinengo et Roman […] sono in sito molto forte, et atte ad esser fatte con non molta spesa inespugnabili”. Nel 1554 i Rettori della città richiamano sulla scarsa sicurezza delle Muraine. Il dibattito giunge a conclusione quando, nel 1559, il capitano generale Sforza Pallavicino, favorevole al rafforzamento delle difese in città, propone la costruzione di una nuova cinta muraria sul colle. A nulla valgono le osservazioni critiche del capitano uscente Pietro Pizzamano (1560): “qualche fortezza sul piano del territorio, overo agli confini […] alcune fortezze per frontiera […] frenariano il corso degli inimici”; stima inoltre “che l’illustrissimo Signor Sforza non habbia visto queste frontiere”; e che la costruzione di una nuova cinta comporterebbe dannose conseguenze per i cittadini: “dovendosi fortificare saria necessario a ruinare de molte loro case”. Nel gennaio 1561 il podestà Diedi definisce Bergamo “città indifesa”. Il 13 luglio del 1561 Sforza Pallavicino ribadisce nella sua relazione al Senato che “Bergamo è facile a essere fortificata et con poca spesa rispetto alla grandezza sua”, scartando così l’ipotesi di rafforzare le Muraine o le fortezze della pianura e quattro giorni dopo il Senato approva il progetto dello Sforza di fortificare Bergamo “nella forma picciola” (fortificare solo la parte alta della città senza comprendere i borghi), scartando così l’ipotesi di rafforzare le Muraine. Il 29 luglio il Senato comunica ai Rettori di Bergamo la decisione – già presa – di fortificare la città.

(2) Graziella Colmuto Zanella, Le Mura. In: “Progetto il Colle di Bergamo”, Bergamo, 1988, Pierluigi Lubrina Editore. Osserva a tal proposito G.M. Labaa che “la prima opzione sarebbe andata ad includere non solo i borghi (eccetto il borgo di Canale), ma anche i sottoborghi (S. Caterina e Palazzo). Nella seconda versione si escludono i sottoborghi oltre il torrente Morla” (GianMaria Labaa, Bergamo città fortezza. Fatti e antefatti. In: Renato Ferlinghetti, GianMaria Labaa, Monica Resmini, “Le Mura, da antica fortezza a icona urbana”, Bolis Edizioni, Azzano S. Paolo, Bg. Anno 2016).

(3) La consapevolezza dei punti deboli del progetto e delle insidie del sito è chiara sin dall’inizio all’Orologi, che “nella sua circostanziata relazione dell’8 novembre 1561 prende decisamente le distanze dalle scelte fondamentali dello Sforza Pallavicino, quali l’esclusione della Cappella o della zona di S. Domenico, mentre raccomanda di non aggiungere errore ad errore, sopprimendo quel baluardo della Fara, di cui egli stesso aveva piantato le stagge, che avrebbe fiancheggiato la tenaglia di S. Agostino, certo troppo bassa ed avanzata” (Graziella Colmuto Zanella, Le Mura, Op. Cit.).

(4) Relazione dei cap. Grimani e Venier del 1590. La cifra è equivalente a 155 milioni di euro odierni, stima effettuata sulla base del valore del ducato veneziano, una moneta d’oro del peso di 3,44 grammi a 24 carati (per un totale quindi di 5.160 kg d’oro), moltiplicata per la quotazione attuale dell’oro di 30€/g.

(5) GianMaria Labaa, Bergamo città fortezza. Fatti e antefatti. Op. Cit.

(6) Donato Calvi, 1676.

(7) A. Salvioni, 1829.

(8) Tosca Rossi, Società, religiosità e potere: spazi pubblici e privati sacrificati per la ragion di stato, riscattabili con il progetto di un museo diffuso. In: “Bergamo verso l’Unesco – Terra di San Marco. Da frontiera di pietra a ‘paesaggi vivi’ di pace”. Grafica & Arte, 2016.

(9) Graziella Colmuto Zanella, Le Mura, Op. Cit.

(10) L. Angelini, “Le mura veneziane di Bergamo”, La Martinella, Milano, 1954.

(11) Dal 1566 Astorre Baglioni è il nuovo governatore della piazza e in questo stesso anno fa visita al cantiere il procuratore generale di terraferma, Alvise Mocenigo.

(12) A questa data si sono spesi 250.000 ducati. La guarnigione è ridotta a 520 soldati.

(13) Le due piattaforme previste inizialmente ma non realizzate, sono documentate da un disegno del Museo Correr reso noto da Concina (Graziella Colmuto Zanella, Le Mura, Op. Cit.).

(14) Agli operai indigenti, impegnati nei lavori di fortificazione della città (i guastatori e gli spezzamonti), la MIA versava un’elemosina prestabilita tramite dei bollettini, sorta di buoni in natura da riscattare nelle sue sedi (Tosca Rossi, Società, religiosità e potere: spazi pubblici e privati sacrificati per la ragion di stato, riscattabili con il progetto di un museo diffuso. Op. Cit.).

Riferimenti  

Devo l’ossatura del post a: GianMaria Labaa, Bergamo città fortezza. Fatti e antefatti. In: Renato Ferlinghetti, GianMaria Labaa, Monica Resmini, “Le Mura, da antica fortezza a icona urbana”, Bolis Edizioni, Azzano S. Paolo, Bg. Anno 2016.

Graziella Colmuto Zanella, Le Mura. In: “Progetto il Colle di Bergamo”, Bergamo, 1988, Pierluigi Lubrina Editore.

Tosca Rossi, Società, religiosità e potere: spazi pubblici e privati sacrificati per la ragion di stato, riscattabili con il progetto di un museo diffuso. In: “Bergamo verso l’Unesco – Terra di San Marco. Da frontiera di pietra a ‘paesaggi vivi’ di pace”. Grafica & Arte, 2016.

Walter Barbero, Bergamo, Electa Editrice, 1985, Milano.

La conquista veneziana di Bergamo e la decisione di trasformarla in “città fortezza”: le vicende storiche

Il leone di San Marco, qui dipinto sull’antica Porta di San Lorenzo, riporta all’evangelista Marco, rappresentato dalla figura del leone alato con un libro aperto che reca le parole PAX TIBI, MARCE EVANGELISTA MEUS (“Pace a te, Marco, mio evangelista”) e poggia le zampe anteriori sulla terraferma e le posteriori nel mare; è il simbolo che caratterizza le porte di accesso alla città (inizialmente affrescato anche su quelle medioevali) e i maggiori palazzi pubblici (Palazzo della Ragione, Palazzo del Podestà, Loggia Nuova) e privati

 Fin dal XIII secolo il comune di Bergamo aveva costruito il suo dominio sul “contado”, ma nel 1331, nel momento in cui appare ormai forte la supremazia della città sul suo territorio, Bergamo accetta di sottomettersi a un signore, il re Giovanni di Boemia, perdendo la propria autonomia. Da quel momento Bergamo sarà sempre sottoposta a un dominio esterno: visconteo fino al primo quarto del XV secolo, e quindi veneziano, con le brevi parentesi della signoria malatestiana agli inizi del XV secolo e del governo spagnolo-francese subito dopo la sconfitta veneziana di Agnadello nel 1509.

Il Fontanone visconteo. Gian Galeazzo Visconti, già vicario imperiale e signore della capitale lombarda, aveva ottenuto il titolo di Duca di Milano l’11 maggio 1395 mediante diploma imperiale da Venceslao di Lussemburgo. Con un secondo documento datato 13 ottobre 1396 i poteri ducali furono estesi a tutti i domini viscontei e nei centri più significativi del ducato. Gian Galeazzo ottenne la patente per inquartare il biscione visconteo con l’Aquila imperiale nella nuova bandiera ducale. L’aquila, pegno di fedeltà all’imperatore del Sacro Romano Impero, compare anche nella lapide, opera di uno scultore comacino appartenente alla scuola di Ugo e Giovanni da Campione, apposta in una nicchia sotto il Fontanone, la grande cisterna d’acqua eretta nel 1342 da Giovanni e Luchino Visconti nell’allora centro politico, religioso e commerciale della città.  Il nome dei Visconti deriva infatti dal latino vice comitis, che significa “vice conti”, vice – colui che fa le veci e conti – comites (con-te) indicava colui che stava con qualcuno, cioè con l’imperatore: per i Visconti con l’imperatore del Sacro Romano Impero. La famiglia dei Visconti era quindi colei che in Italia rappresentava l’Impero, tanto da agognare allo status di primi Principi italiani, che a fatica Gian Galeazzo ottenne nel 1402

Nel corso delle guerre per la supremazia regionale, perdurate per buona parte della prima metà del Quattrocento tra i maggiori Stati regionali dell’area italiana (Repubblica di Venezia, Ducato di Milano, Repubblica di Firenze, Stato Pontificio e Regno di Napoli), Bergamo è una pedina nel gioco diplomatico e militare tra il Ducato di Milano (che, all’apice della sua potenza, la possiede dal 1332) e la Repubblica di Venezia, che, intenzionata ad espandersi nell’entroterra lombardo, muove contro Milano per raggiungerne il definitivo controllo.

Sarà solo con la pace di Lodi, raggiunta nel 1454, che verrà sancita quella “politica dell’equilibrio” fortemente voluta dalla Repubblica di Firenze sotto Lorenzo de’ Medici, per porre una sorta di bilanciamento fra i vari ducati, regni e repubbliche della penisola. Ma con la morte di questi nel 1492 quell’equilibrio instabile andrà in frantumi, creando le condizioni per l’invasione straniera che dagli inizi del Cinquecento vedrà la penisola percorsa in lungo e in largo dagli eserciti Francesi, Spagnoli e Imperiali, decisi a spartirsi parte dei territori italiani e a porre fine alla crescente potenza della città lagunare, tale da sembrare l’unica in grado di unificare il nord sotto un’unica insegna.

Le guerre si estingueranno solo con la pace di Cateau Cambrésis (1559) e con la rinuncia alla politica espansionistica della Repubblica di Venezia, che da questo momento s’impegnerà a garantire la sicurezza dello Stato di Terraferma attraverso un un piano unitario di fortificazioni per la progettazione della difesa, all’interno del quale la Bergamasca rappresenta la punta più avanzata ad occidente.

Il Ducato di Milano e i domini dei Visconti all’inizio del XV secolo. I domini viscontei erano giunti all’apice della massima potenza con Gian Galeazzo, giunto al potere nel 1385. In seguito si ridussero progressivamente per effetto della lunga serie di guerre contro le Repubbliche di Firenze e di Venezia e contro lo Stato Pontificio, che si protrassero per tutta la prima metà del Quattrocento. A Gian Galeazzo succedette il figlio, Giovanni Maria (assassinato a Milano nel 1412), seguito dal fratello minore Filippo Maria (ultimo signore di Bergamo), che riprese la politica espansionistica perseguita da Gian Galeazzo entrando in contrasto con la Repubblica di Venezia. Nel 1441 Filippo Maria diede in moglie la propria figlia naturale Bianca Maria a Francesco Sforza, che divenuto di fatto il successore del potentato milanese, fu riconosciuto come duca nel 1454 da parte delle principali potenze italiane nel corso della pace di Lodi. Tuttavia, alla morte di Filippo Maria avvenuta nel 1447, Milano insorse proclamando la Repubblica, destinata a indebolirsi progressivamente a causa dell’influenza politica e militare che lo Sforza stesso riuscì a esercitare sul popolo milanese. Fu Ludovico Sforza “il Moro” (1452-1508), una delle realtà più importanti del Rinascimento italiano, a provocare l’invasione straniera, invitando il re di Francia, Carlo VIII (1470-1498) a scendere in Italia, allo scopo di approfittarne per diventare il centro dell’equilibrio italiano. Stabilizzatosi nella metà occidentale dell’attuale Lombardia, il Ducato fu quindi conteso tra Francia e Spagna durante le Guerre d’Italia, passando ai Francesi dal 1499 al 1522, e stabilmente agli Spagnoli nel 1535, dalla morte di Francesco II Sforza

LE CONTESE FRA MILANO E VENEZIA 

Agli inizi del Quattrocento il Ducato di Milano aveva toccato la sua massima estensione e l’area della pianura Padana, compresa buona parte della Lombardia, era quasi interamente soggetta al dominio di Gian Galeazzo Visconti, duca di Milano dal 1385.

La Cittadella viscontea. Dal 1332 con Azzone Visconti iniziava la signoria viscontea su Bergamo e con Luchino Visconti il diritto unico milanese veniva esteso sulla città e il suo territorio, mettendo a tacere le libertà comunali per circa un secolo, sino alla conquista di Venezia (1428). Nel 1355 Bernabò Visconti, zio di Gian Galeazzo, aveva fatto costruire Firma Fides (Cortina murata sicura), ad occupare l’intero settore occidentale di Città Alta, cui si aggiunse dal 1381 l’Hospitium Magnum (alloggiamento per la guarnigione ed il comando), ad opera del figlio di Bernabò, Rodolfo Visconti, con la funzione di controllo della città più che di difesa verso l’esterno

In risposta alla minacciosa espansione dei Visconti, la Repubblica di Venezia, che per secoli aveva rivolto l’interesse verso il Mediterraneo e l’Oriente, aveva da tempo iniziato ad espandersi notevolmente anche nell’entroterra, dove andava raggiungendo la massima espansione (1).

Nel 1425, alleatasi allo Stato fiorentino entrava a far parte di una lega antiviscontea, concentrando il suo interesse sull’intero entroterra lombardo, alla bisogna ricorrendo a compagnie di ventura e mercenari, fra i quali giocò un ruolo importante il condottiero Bartolomeo Colleoni (1400-1476), l’eroe rinascimentale nato a Solza, nell’Isola Bergamasca, proveniente dalla nobiltà rurale.

La dominazione viscontea su Bergamo fu minata a più riprese: nel giugno 1408 entrò in città Pandolfo Malatesta, in precedenza condottiero al servizio dei signori di Milano e da qualche tempo avventuriero in proprio nella Lombardia dilaniata dalla guerra interna ai Visconti. Malatesta iniziò la sua signoria largheggiando in esenzioni e privilegi, ma nel 1414 il capitano di ventura Francesco Bussone detto il Carmagnola, per ordine del nuovo Duca Filippo Maria assediò la città obbligando alla resa le milizie del Malatesta chiuse nella Cittadella. La ripresa viscontea con Filippo Maria riportò quindi Bergamo in mano milanese (luglio-agosto 1419).

Il conflitto tra Venezia e Milano scoppiò nel 1426 e il mese di dicembre (prima pace di Ferrara) fissò il passaggio alla Serenissima di Bergamo, Brescia e Cremona. La guerra riprese nel marzo 1427, quando la Val Calepio venne occupata dalle forze milanesi. In ottobre, con la vittoria veneziana di Maclodio (nei pressi del fiume Oglio), la guerra poteva dirsi ormai conclusa.

Il guelfismo resisteva nel contado e soprattutto nelle valli, teatro di sanguinosi scontri e repressioni da parte viscontea, tanto che agli inizi di ottobre, le valli Brembana Superiore, tutta la valle Seriana Inferiore e alcuni comuni (Scanzo, Rosciate, Calepio) si diedero spontaneamente a Venezia ottenendone in cambio generosi privilegi ed esenzioni fiscali. In dicembre le truppe veneziane occuparono anche la Val Gandino, Trescore e la Val San Martino, giungendo sino alle mura di Bergamo.

Il 19 aprile 1428 si giunse ad una nuova, definitiva pace di Ferrara (conclusa tra Francesco Foscari e Filippo Maria Visconti), che lasciò ai milanesi la Gera d’Adda, Caravaggio e Treviglio, sottraendo definitivamente Bergamo ai milanesi e sancendo una volontà già espressa di passare a Venezia: e a Venezia, dopo un periodo incerto iniziale, Bergamo rimarrà legata fino alla caduta della Repubblica, coincidente con l’avvento della Dominazione Francese (Trattato di Campoformio, 1797), costituendo l’estremo confine occidentale della Terraferma veneziana.

Avvenne così il passaggio della città al dominio della Serenissima: l’8 maggio 1428 entrarono in Bergamo tre nobili veneziani con la carica di provveditori straordinari per prendere possesso della città in nome della Repubblica. Si trattava di Paolo Correr, Andrea Giuliano e Giovanni Contarini. Il 4 luglio, otto ambasciatori bergamaschi “superbissimamente vestiti” e accompagnati da un grandissimo numero di gentiluomini si recarono a Venezia per prestare giuramento di fedeltà alla presenza del Doge.

Milano continuava tuttavia a mantenere i contatti con i ghibellini bergamaschi, insidiando a più riprese il potere veneziano sulla città e il suo territorio: il Duca di Milano Filippo Maria Visconti non tardò a scatenare contro Venezia il suo esercito, comandato dal Piccinino, e nel 1432, presso Lecco, l’esercito veneziano, comandato dal Gattamelata, subì una grave sconfitta, con la cattura dei procuratori veneziani Venier e Corner, che avevano comandato l’attacco. Nell’esercito veneziano militava da quell’anno il trentatreenne capitano Bartolomeo Colleoni, che si era già distinto su molti campi di battaglia in tutta Italia e che presto divenne il grande difensore della città.

Nel territorio la guerra continuò con alterne fortune e per lunghi periodi Bergamo fu assediata dalle incursioni milanesi, che nel tentativo di riassoggettare la città, non risparmiarono nemmeno i borghi: nel novembre del 1437 l’esercito milanese del Piccinino, al servizio di Filippo Maria Visconti, si schierò sotto le mura, dove le difese approntate da Bartolomeo Colleoni impedirono la presa della città. Penetrò allora in Borgo Pignolo, devastandolo in gran parte, e depredando Borgo Palazzo e Borgo Santa Caterina nel settembre del 1438. Bergamo oppose resistenza sino a quando le milizie milanesi, ormai sfinite, spostarono i conflitti in Valcamonica e Valtellina. Il cruento assedio è ricordato da un affresco del Romanino conservato nel castello di Malpaga.

Bergamo sotto assedio, difesa da Bartolomeo Colleoni (Romanino, 1510 ca., Castello di Malpaga, Bergamo). In quegli anni, “la ‘bassa’ bergamasca era teatro d’ogni prodezza del Carmagnola, del Gattamelata, del Piccinino, dello Sforza, del Colleoni e delle loro assoldate milizie mercenarie; con quanta soddisfazione dei malcapitati bergamaschi, tutti possono immaginare” (2)

Le famiglie ghibelline della città brigavano per ricondurre Bergamo al dominio visconteo; non poche vennero esiliate in alcune delle città appartenenti al territorio veneto, da dove tuttavia continuavano ad ordire trame a favore dei Visconti, tanto che anche dopo la conclusione della pace alcuni membri della famiglia Suardi continuarono ad essere banditi dal territorio bergamasco e i loro beni confiscati.

Noto è l’episodio narrato da un’anonima fonte quattrocentesca e riportato dal Belotti, del complotto ordito da molti “bergamaschi amici del Duca”, che avevano racimolato soldi per corrompere il conestabile posto alla guardia di Porta San Lorenzo: nottetempo sarebbero vi sarebbero entrati, aiutati dalle milizie di Pietro Visconti e da un manipolo di Brembillesi. Ma il tradimento fu sventato e denunciato da tal Becharino da Pratta, un modestissimo caporale a servizio del conestabile (forse di origine friulana) e il traditore fu impiccato. Viscontei e ghibellini si vendicarono distruggendo case, torri e vigneti fuori dalle mura, e a Becharino da Pratta fu dedicato un passaggio in via San Lorenzo, comunicante con la via Boccola.

Via S. Lorenzo: l’imbocco del passaggio che la municipalità ha dedicato, nel punto esatto dell’accaduto, al caporale della Serenissima Becharino da Pratta

Il rapporto tra la città e le valli continuò ad essere conflittuale, ed è esemplare la punizione inflitta agli abitanti della Val Brembilla che, da sempre ghibellini e sostenitori dei Visconti, dovettero seguire la via dell’esilio, disperdendosi nella pianura; le loro terre rese sterili, tutte le loro case date alle fiamme, mentre in città si mozzavano torri gentilizie e tagliavano unghie all’artiglio ghibellino.

Bisognava giungere alla pace di Lodi, firmata nell’aprile del 1454, per stipulare una forma di pacifica convivenza tra i maggiori stati dell’area italiana, ponendo fine a trent’anni di lotte tra Venezia e Milano.

Francesco Sforza riconobbe il confine veneziano sul tracciato del Fosso Bergamasco, a ridosso di Milano, dove rimase pressoché invariato per secoli.

Il Fosso Bergamasco, linea, di confine tra la Serenissima e il Ducato di Milano, ha costituito sin dal tardo Medio Evo e per molti secoli il discrimine tra le popolazioni che gravitavano politicamente ed economicamente su Venezia o Milano. Il canale, asciutto, profondo un metro e mezzo e largo altrettanto, fu costruito dalla città di Bergamo, probabilmente nel Trecento, come colatore d’acqua e forse anche quale impedimento per i greggi erranti, poiché quella zona era paludosa e boscosa, con scarse e povere culture agricole (Ph Lino Galliani)

Il nuovo assetto politico-istituzionale regalò all’Italia cinquant’anni di pace ed insieme il definitivo dominio veneziano sul territorio di Bergamo, divenuta il naturale antemurale occidentale della Repubblica lagunare, decisa ormai a volgere il suo dominio verso la terraferma e servendosi soprattutto dell’opera del genio militare di Bartolomeo Colleoni.

Con la nuova posizione geopolitica di Bergamo, le gravitazioni, le direttrici di movimento, i contatti di ordine politico, sociale, economico, culturale, si rivolsero essenzialmente verso Venezia, con tutti gli effetti sulla vita così come sul costruito della città: è questo infatti il periodo in cui si concreta la distinzione in senso storico-politico di una “Lombardia orientale” che, se si considerano i territori di Bergamo e di Brescia (due città dal destino assai simile), può dirsi anche “Lombardia veneta” (3).

Ben presto l’Italia verrà coinvolta da nuovi eventi politici e da nuove guerre: le orrende Guerre d’Italia, che segneranno per il Cinquecento l’inizio del dominio peninsulare delle grandi monarchie europee (Francia, Spagna e Impero), decretando una serie di annate tragiche per tutto lo Stato di Terraferma veneziana, all’interno del quale anche Bergamo diverrà campo di lotta e di passaggio.

COME VENEZIA GOVERNA BERGAMO E IL SUO TERRITORIO

La Repubblica di Venezia eredita una struttura amministrativa organizzata durante i decenni precedenti dai Visconti e cercherà di modificarla il meno possibile. Il territorio bergamasco, dopo il 1428 è divenuto terra di frontiera verso il resto della Lombardia, con una capitale, Venezia, assai lontana e disposta a concedere anche larghe autonomie. Bergamo diviene una delle cosiddette “podestarie maggiori” della terraferma veneta, nella quale la città lagunare invia propri rappresentanti (i Rettori), scelti tra il patriziato veneziano e chiamati ad amministrare la giustizia, a difendere il territorio e a governarlo fiscalmente.

I Rettori, la cui carica dura 16 mesi, possono essere sostituiti od affiancati da cancellieri e segretari, coadiuvati da un Prevveditore, da un Camerlengo che amministra l’uffcio fiscale, dai due Collegi (Maggiore e Minore) e dal Castellano che comanda la Cappella (castello di San Vigilio).

Il podestà si insedia insieme al suo seguito nel Palazzo Podestatis nell’attuale Piazza Vecchia, mentre il capitano risiede in Cittadella insieme alla guarnigione; al loro insediamento si accompagna fra quattro e Cinquecento la definizione delle piazze su cui si affacciano le loro sedi e cioè rispettivamente  Piazza Vecchia e Piazza Nuova (attuale piazza Lorenzo Mascheroni), quest’ultima realizzata a ridosso della Cittadella.

Il podestà (detto anche pretore) presiede al controllo della città e riveste un ruolo prevalentemente giudiziario e civile. Ha come collaboratori un vicario, un giudice del maleficio, un giudice della ragione, un cancelliere, un conestabile, due commilitoni.

Il capitano (o prefetto), consolida la Cittadella a partire dal 1433: vi trovavano posto i magazzini per le armi e le scorte di viveri. Egli presiede al governo della provincia e ha funzione di controllo fiscale e militare; ha la libertà e l’arbitrio di aprire e chiudere le porte della città, sovrintende alla custodia e al governo di tutti i soldati, cavalieri e fanti.

A fronte della garanzia del mantenimento del controllo militare e degli obblighi fiscali della Città suddita, a differenza dei Visconti Venezia si dimostra più liberale e rispettosa, evitando di giungere ad una contrapposizione netta con i poteri locali ormai consolidati, i quali, anche grazie al prestigio ottenuto durante l’assedio milanese, rivendicano la loro presenza in consiglio ed il godere dei pubblici uffici come privilegi esclusivi.

Al Consiglio Comunale hanno quindi accesso esclusivamente membri del ceto dirigente bergamasco, costituito, da un lato, da una consolidata aristocrazia locale che egemonizza la vita cittadina per mezzo di Iegami matrimoniali contratti tra nobili o alta borghesia, detenendo una consistente proprietà distribuita nelle campagne (4), e, dall’altro, da un’emergente classe borghese (mercanti, giuristi e notai), riguardata come spina dorsale della città e alleata naturale di Venezia, dove un potere oligarchico centrale basa le sue fortune sui commerci e sulla mercatura.

Lascia sopravvivere le antiche libertà comunali, mantiene la suddivisione in vicinie, rispetta le abitudini locali, tollera la libertà religiosa – legata ad una concezione laica dello stato -, impone ai suoi Rettori una presenza discreta e porta avanti un’amministrazione oculata e saggia, dettata da una fiorente economia che le permette di contare sulla fedeltà dei propri cittadini.

Anche al Vescovo locale (il cui nominativo è suggerito da Venezia), così come a tutto il clero regolare e secolare (circa 400 unità), è chiesto di fornire un sostegno concreto all’operato dei Rettori, per mantenere il controllo sulla città e sul territorio.

E’ su tali premesse che la ‘Dominante’ organizza la sua presenza politico-militare, inaugurando un duraturo rapporto con un territorio pieno di grandi risorse ed avviato verso un sostenuto sviluppo, anche se assolutamente Iontano dalle vie commerciali e destinato a restare sotto la sua ombra.

La città medioevale con le appendici dei borghi che saranno interessati dalla costruzione delle mura cinquecentesche, presentando il progressivo dilatarsi delle mura dall’Alto Medioevo al Quattrocento. Anche durante la dominazione veneta permane la suddivisione amministrativa su base circoscrizionale esistente sin dal medioevo, che vede la città frazionata in vicinie e, com’era stato per le vicinie dell’età comunale, ognuna è amministrata da un proprio consiglio dei capifamiglia che eleggono i sindaci e un Console. Si tratta delle vicinie urbane (Città Alta), suburbane (che vanno da Borgo Canale a Longuelo alla Val d’Astino e ai Borghi) e dei Corpi santi (che si estendono da Colognola a Lallio, a Redona, a Valtesse, a Torre Boldone), contando in tutto trentacinque unità. La pianta fu elaborata da Sandro Angelini nel 1073, sulla base degli Statuti, dei documenti iconografici, degli studi di Angelo Mazzi, Elia Fornoni, Luigi Angelini e di esami in luogo. Per le suddivisioni vicinali si è seguito di massima lo Statuto del 1491 (che riunisce le due vicinie di Santa Grata e di Canale); si è preferito invece mantenere la suddivisione delle due vicinie di Arena e di San Giovanni Evangelista, unificate dopo la costruzione trecentesca della Cittadella viscontea, per sottolineare la collocazione originaria del toponimo di Arena

Il Consiglio Comunale (o Magnifica Comunità) è composto dal Consiglio Maggiore e dal Consiglio Minore, detto degli Anziani e chiamato anche Bina, cui hanno accesso esclusivamente membri del ceto dirigente bergamasco. Ad ogni seduta deve essere presente almeno uno dei due Rettori veneziani o loro vicari.

Il Consiglio Maggiore e il Consiglio Minore esercitavano le loro funzioni nel Palazzo della Ragione, ma Ia penuria di locali richiese la costruzione della Loggia Nuova, edificata nel 1435 dirimpetto il Palazzo comunale, dove più tardi sorse Palazzo Nuovo (oggi Biblioteca Civica A. Mai), per accogliere gli uffici della Cancelleria e del Commissario alle provvigioni

Al Consiglio minore spetta il compito di vigilare sull’operato dei Collegi (Collegio Maggiore, con 72 membri e Collegio Minore, con 12 membri), cioè le deputazioni alle quali, sempre più frequentemente a partire proprio dal Cinquecento, vengono demandate molte delle funzioni amministrative della città, come la cura delle vie di comunicazione, la vigilanza sul mercato locale e l’istruzione.

Tra le principali deputazioni vi sono il Collegio alla Milizia, che deve farsi carico dell’approvvigionamento e alloggiamento delle truppe di passaggio; i Deputati delle Affittanze, che gestiscono le proprietà comunali e i relativi incanti; il Collegio delle Acque, che si occupa della manutenzione della rete idrica della città e dell’affitto dell’acqua delle seriole; il Collegio alla Sanità, cui spetta la tutela della salute pubblica; il Collegio delle Biade, attivo in situazioni di crisi alimentare, deputato all’approvvigionamento granario.

Il territorio che Venezia ha assoggettato tra il 1427 e il 1428 è ben demarcato da confini naturali:  a nord con la Valtellina, dominio della repubblica delle Tre Leghe a partire dal 1512, mentre ad ovest il confine bergamasco è definito dal corso del fiume Adda, che separa la Repubblica di Venezia dal Ducato di Milano. A sud il confine con Milano è dato dal cosiddetto “Fosso bergamasco”, che lascia ai milanesi Treviglio e il territorio della Gera d’Adda. A est, infine, il fiume l’Oglio e il lago d’Iseo segnano la separazione dal territorio di Brescia, anch’esso divenuto parte della Repubblica di Venezia.

Il territorio viene ripartito in pianura, montagna e valli ed ulteriormente suddiviso in 14 Quadre, all’interno delle quali ogni singolo Comune si governa autonomamente, pur essendo legato alla città. Ogni Quadra è governata da un Vicario (nominato dal Consiglio Maggiore della città), che riveste anche le funzioni di giudice civile, mentre ogni Comune è guidato da un Console, eletto annualmente dai cittadini. Il congresso generale dei Comuni si svolge in città, nel Palazzo della Ragione.

Nel territorio vi sono inoltre alcune Podesterie separate: Romano e Martinengo, che dipendono da Brescia, e Lovere e Cologno che dipendono da Bergamo.

Carta dell’ordinamento amministrativo dato da Venezia al territorio bergamasco con la divisione in Quadre e Podesterie separate (dettaglio)

Al grande programma di pacificazione e di stabilizzazione perseguito in Bergamo, corrisponde un’abile e lungimirante politica condotta da Venezia nel suo territorio. Le esenzioni da imposte e le autonomie eccezionali concesse dal Quattrocento – e a più riprese – alle martoriate valli e specialmente Seriana, Brembana e Scalve, sottendono lo scopo di garantire a Venezia l’assoluta fedeltà di queste terre (che rifioriranno in breve volgere di tempo), sia per poter potenziare e tutelare i percorsi commerciali senza dover sottostare alle dogane imperiali e sia per garantirsi una copertura della fortezza di Bergamo, avamposto incuneato nello Stato di Milano e perciò difficile da difendere se non viene sostenuto da un entroterra, di per sé pressoché inaccessibile per un eventuale esercito assalitore, popolato di gente fidata. Non minore peso rivestono gli argomenti economici basati sul fiorente artigianato locale, soprattutto seriano, e l’abbondante produzione di armi da taglio e, più tardi, di armi da fuoco.

LA VITA ECONOMICA

Ristabilita la pace tra le potenze e le fazioni a metà Quattrocento, Bergamo e il suo territorio poterono finalmente prosperare e rafforzare la propria condizione economica, anche grazie al buongoverno che tenne conto del pluralismo istituzionale e garantì l’autonomia precedentemente acquisita. Era il primo tempo di una dominazione che si mostrava attenta ai problemi della città e delIe ValIi, in procinto di riscattarsi dalle drammatiche condizioni di devastazione e miseria che avevano improntato per quasi un secolo il corso della dominazione viscontea (1332-1428), seguita nel Cinquecento dalle invasioni straniere e dalle ricorrenti carestie.

A fronte della povertà endemica delle Valli, dovuta soprattutto alla sterilità e improduttività del territorio, e da sempre terre di emigrazione (note le compagnie dei Bergamaschi a Venezia o a Genova dal XIV secolo), Bergamo riuscì a sostenere un forte sviluppo attraverso la lavorazione della lana (a Bergamo prodotta e commerciata già dal Duecento, mentre la seta farà capolino nel secolo successivo), l’estrazione e la lavorazione del ferro (industria di antichissima origine, data la presenza nel territorio di numerose miniere) e la relativa produzione di manufatti (che contempla anche quella preziosa delle armi bianche di Gromo), nonché la fabbricazione di pietre coti per affilare lame e la produzione casearia.

La stessa città di Bergamo era caratterizzata dall’essere da tempo un noto e fiorente centro commerciale e finanziario, tradizionalmente legato alla pianura lombarda: una “piazza” la cui vocazione mercantile trovava la massima espressione fisica nella Fiera che dal IX secolo si teneva ogni anno nel mese di agosto sul Prato di Sant’Alessandro, tra i borghi di San Leonardo e Sant’Antonio.

Sui precedenti economici di Bergamo medioevale basterà ricordare la convenzione monetaria stipulata (1254) in camera pincta palacii communis Pergami, fra il Comune di Bergamo e le città di Cremona, Parma, Brescia, Piacenza, Pavia e Tortona, (alcune delle quali d’importanza anche internazionale), che accettano come base di riferimento commerciale la moneta bergamasca, la marcha e Pergamo, comunemente detta Pergamino, coniato nella zecca di via Donizetti ed oggi il logo dell’Università di Bergamo

Il modello concreto di saggezza pubblica e capacità governativa espresso dopo la pace di Lodi, alimentò tra le operose genti orobiche un sentimento di unificazione e di comune sentire, e, ai primissimi del Cinquecento, malgrado le guerre che vedevano la penisola teatro di sanguinose dispute tra Francesi ed Aragonesi e nonostante la stessa città fosse stata invasa e saccheggiata, Bergamo poté godere di condizioni economico-sociali piuttosto favorevoli. Più tardi, lo sviluppo di infrastrutture commerciali e manifatturiere consentì di muoversi ed esportare forza lavoro in un orizzonte geografico più ampio – e, attraverso la nuova Strada Priula (1592 e il 1593), ormai europeo – e di stringere rapporti con il centro Europa in settori fondamentali quali la lana, la seta e il commercio delle ferrarezze.

IL CINQUECENTO: LE GUERRE D’ITALIA

Dopo il lungo periodo di prosperità economica che aveva contrassegnato gli ultimi decenni del XV secolo e i primi anni di quello seguente, l’Italia venne coinvolta da nuovi eventi politici e da nuove guerre: le orrende Guerre d’Italia, che segnarono l’inizio del dominio peninsulare delle grandi monarchie europee (Francia, Spagna e Sacro Romano Impero), decretando una serie di annate tragiche per tutta lo Stato di Terraferma veneziana, all’interno del quale anche Bergamo era divenuta campo di lotta e di passaggio.

Terminata la “politica dell’equilibrio” tra gli stati italiani con la morte di Lorenzo de’ Medici (1492), le tensioni a lungo represse portarono presto l’Italia ad essere dilaniata dall’invasione dei maggiori potentati europei.

Mentre Venezia proseguiva la sua politica espansiva nell’entroterra verso la Romagna, il Trentino e la Lombardia, raggiungendo l’apice della sua potenza, Ludovico Sforza “il Moro”, signore di Milano (1452-1508), la guardava con astio, come guardava con astio anche gli altri principati italiani: dalla medicea Firenze, centro rinascimentale per antonomasia, all’aragonese Napoli, florida sul piano economico ma retta da una dinastia mal vista sia dalla popolazione che dalla stessa nobiltà locale.

Al centro si stagliava lo Stato Pontificio, retto da Alessandro VI (1431-1503), con la sua corte papale celebre per mecenatismo e sviluppo artistico ma discutibile sul piano religioso e spirituale, tanto che lo stesso pontefice era giunto persino a concepire la creazione di uno stato centro-settentrionale da porre nelle mani di suo figlio, il celeberrimo Cesare Borgia.

A provocare l’invasione da parte straniera fu Ludovico il Moro, che animato da rivalità verso le altre casate italiane e dalla volontà di diventare il centro dell’equilibrio italiano, fidando troppo in se stesso invitò il re di Francia, Carlo VIII (1470-1498), a scendere in Italia per occupare il Regno di Napoli, sul quale il monarca sosteneva di vantare diritti feudali dovuti al precedente dominio angioino.

Seppur costretto ad una rapida ritirata da una lega degli stati italiani (1495), l’invasione di Carlo VIII diede inizio al ciclo di guerre che avrebbero devastato la penisola nel trentennio successivo, stravolgendo nell’arco di un decennio la geografia politica italiana a favore delle ingerenze straniere.

Ludovico il Moro fu travolto dall’esercito di Luigi XII (1462-1515), cugino del re di Francia Carlo VIII, e il Ducato di Milano annesso alla corona francese.

Lo stesso sovrano, alleatosi con gli aragonesi spagnoli abbatté il Regno di Napoli (1501); tuttavia i territori meridionali passarono alla corona di spagnola in seguito a una breve guerra fra le due potenze (1501-1503).

La Repubblica fiorentina (5) così come i Ducati di Savoia, Ferrara, Mantova, iniziarono a dipendere dallo “straniero” per conservare la propria autonomia, poggiandosi ora alla Francia di Luigi XII, ora all’Impero di Massimiliano I (1459-1519, Imperatore del Sacro Romano Impero dal 1493 alla morte), mentre da anni la Repubblica di Genova era di fatto un protettorato della corona francese.

Nello Stato Pontificio, Cesare Borgia (1475-1507), approfittando della crisi in atto e dell’appoggio paterno aveva creato il suo personale ducato a scapito degli stessi territori pontifici, occupando le città di Rimini, Forlì, Cesena, Imola, Fano e Pesaro (1501-1503), e alla cui espansione pose termine la morte del padre e l’ascesa al soglio pontificio di Giulio II (1443-1513), nemico giurato dei Borgia.

L’ESPANSIONE DI VENEZIA E IL SCONTRO CON PAPA GIULIO II

Solo uno stato in Italia non aveva subito alcun danno, anzi, aveva visto crescere la propria potenza: Venezia, la quale nel corso dei vari conflitti ne aveva approfittato per estendere la propria influenza in Italia: nel 1499 si era schierata al fianco di Luigi XII, contribuendo all’abbattimento della signoria sforzesca su Milano e ricavando in cambio la città di Cremona e il controllo sull’area dell’Adda (la Gera d’Adda). Successivamente, nel 1503, aveva appoggiato le pretese spagnole sul sud, ricavando la conferma del controllo sui porti pugliesi di Otranto, Brindisi, Barletta, Monopoli e Gallipoli (strategicamente vitali per i traffici marittimi veneziani all’interno del proprio “golfo”), ottenuti con la breve restaurazione aragonese (1496). Padrona indiscussa dell’Adriatico, dominatrice assoluta del nord-est, Venezia aveva raggiunto l’apice della propria espansione. La Repubblica sembrava l’unica potenza italiana in grado di unificare il nord sotto un’unica insegna.

La crescente potenza della città lagunare destava preoccupazione sia agli altri stati italiani che alle potenze straniere presenti nella penisola, ma soprattutto a papa Giulio II, appena asceso al soglio pontificio: a preoccupare il pontefice era la dichiarata volontà della Repubblica di espandersi verso la Romagna.

Con la caduta di Cesare Borgia e il crollo dei suoi possedimenti romagnoli (1503), Giulio II aveva dato inizio a una politica volta a ricostituire e rafforzare l’antico Stato della Chiesa, in particolar modo quei territori umbri, emiliani e romagnoli che, seppur parte integrante del patrimonio di San Pietro, da secoli erano soggetti a signorie e a tendenze autonomistiche; alla fine del 1503 il papa iniziava la sua campagna di conquista militare recuperando Perugia e, soprattutto, Bologna, strappata alla signoria dei Bentivoglio. L’obiettivo era quello di rendere Roma l’ago della bilancia della politica italiana, ma prima bisognava fare i conti con l’altra “candidata”, Venezia, la quale aveva posto lo sguardo sulle città appartenute al Borgia con l’intenzione di aumentare la propria influenza in quel settore, dove già controllava da tempo Cervia e Ravenna.

Tra il 1503 e il 1504 iniziarono i primi contrasti tra le due parti; Venezia aveva annesso le città di Rimini e Faenza, Giulio II occupava Pesaro. Le tensioni sfociarono nel momento in cui il papa prendeva possesso di Cesena e Imola; il nocciolo del problema stava nel fatto che la Serenissima aveva preso possesso dei contadi delle rispettive città (e una città, privata delle campagne circostanti, è soggetta a grosse difficoltà). Giulio II reagì con durezza all’azione veneziana, pretendendo non solo la restituzione dei contadi, ma anche delle altre città romagnole; al netto rifiuto, il pontefice iniziò allora una serie di trattative con le potenze straniere al fine di creare una lega contro la città di San Marco.

VERSO LA FORMAZIONE DELLA LEGA DI CAMBRAI CONTRO VENEZIA 

Le trattative avviate dal papa contro Venezia coinvolgevano gran parte degli stati italiani ma anche le principali potenze europee. Tutti avevano dei conti da regolare con lo Stato marciano; il re di Francia guardava alle città lombarde della Serenissima (Bergamo, Brescia, Cremona, Crema…), con la volontà di ripristinare la grandezza dell’antico Ducato milanese (nodo essenziale di ogni tipo di dominio: economico, militare e politico); a sua volta l’Imperatore Massimiliano I rivendicava Veneto, Istria e Friuli quali possedimenti dell’Impero; il monarca di Spagna Ferdinando II d’Aragona rivoleva i porti pugliesi, mentre il Regno d’Ungheria non nascondeva le mire sulla Dalmazia; il Ducato di Ferrara ambiva al Polesine, quello di Mantova ad Asola, quello di Savoia guardava a Cipro, Firenze non digeriva l’appoggio veneziano alla ribelle Pisa; lo Stato Pontificio rivoleva l’intera Romagna (agognata da Giulio II per ristabilire un’unità statale): ognuno aveva un motivo d’astio o rivalsa nei confronti della potente Repubblica.

Tuttavia Venezia poteva contare sulla potenza del suo esercito e, cosa non da poco, sulle varie discordie che regnavano fra i suoi nemici, specialmente fra l’Impero e la Francia.

In azzurro è indicata l”espansione di Venezia sulla Terraferma fino alla vigilia della battaglia di Agnadello (1509). Venezia  ha posto piede in Romagna e nel Trentino fino a Rovereto (1441); ha poi conquistato il Polesine (1484), i porti pugliesi (1495), Cremona (1499), infine Pordenone, Gorizia, Trieste e Fiume (1508): questa incalzante progressione porta i piani anti-italiani alla formazione della Lega di Cambrai (1508) contro Venezia, allo scopo di annichilirla per sempre

A Cambrai, nel Dicembre del 1508, fu stipulata la lega anti-veneziana; vi aderirono Giulio II, Luigi XII di Francia, Massimiliano, la Spagna e i ducati di Mantova, Ferrara e Urbino.

Resasi conto del pericolo, la Serenissima tentò in extremis una riconciliazione col papa, offrendo concessioni in Romagna e ricevendo non solo un netto rifiuto, ma anche l’interdetto papale. Era l’inizio del conflitto: Venezia sfidava l’Europa.

E fu la guerra, una guerra che portò la Lombardia ad essere invasa da truppe francesi e spagnole, con la ricomparsa dei ghibellini in città a fomentare le divisioni cittadine: con la pesantissima sconfitta subita da Venezia ad Agnadello nel cremonese (1509), ad opera dei Francesi di Luigi XII ed ottenuta con la complicità dei ghibellini, Venezia si arrese al re di Francia.

Battaglia di Agnadello (14 maggio 1509), Pierre-Jules Jollivet (dipinto del 1837). Quattordici maggio 1509, due eserciti si fronteggia­no sull’Adda; nella spon­da occidentale ci sono i francesi, guidati dal re in persona, Luigi XII; dall’altra stanno le truppe della Repubblica, sotto il comando di Niccolò Orsini, duca di Pitigliano, e Bartolomeo d’Alviano, il valoroso condottiero che l’anno prima ha umiliato in Cadore l’imperatore Massimilano I. I Francesi sono l’avanguardia di una lega comprendente la Spagna, l’Impero, i Savoia, il papa, Mantova, Ferrara: è l’Europa intera che muove contro Venezia. A Cambrai, nel nord della Francia, il 10 dicembre 1508 si è infatti co­stituita una formidabile alleanza decisa a punire, a ridimensionare la superbia dello Stato marciano, il cui imperialismo si dilata ormai da Bergamo a Cipro, dalle Alpi ne­vose ai mari caldi del Levante

LE CONSEGUENZE DELLA DISFATTA DI AGNADELLO

La “rotta della Ghiaradadda” fu un colpo terribile per Venezia. Le potenze della lega di Cambrai approfittarono della crisi veneziana per agire; le truppe pontificie conquistarono le terre romagnole, inclusa Ravenna, mentre nel sud la Spagna si riprendeva i porti pugliesi; il duca di Ferrara occupava il Polesine e Rovigo. Quanto a Luigi XII, questi annetteva al Ducato di Milano le città di Brescia, Bergamo, Crema, Cremona, Peschiera e la Gera d’Adda. Mentre Verona, Padova e Vicenza si ribellavano dandosi a Massimiliano I.

Dunque Luigi XII annetteva al Ducato di Milano le città di Brescia, Bergamo, Crema, Cremona, Peschiera e la Gera d’Adda.

Nonostante tutto, Venezia sarebbe stata in grado di riprendersi; approfittando della lentezza delle forze imperiali, della seguente riappacificazione con Giulio II (1510) e dell’appoggio delle campagne venete, ostili all’occupazione imperiale, la Serenissima diede avvio alla riconquista dei territori perduti: già alla fine dello stesso anno, il Veneto era quasi stato recuperato.

La guerra sarebbe proseguita sino al 1516, con numerosi cambiamenti di alleanze e fronti; la Serenissima avrebbe fatto fronte alla Francia alleandosi al Papato, all’Impero e alla Spagna (Lega Santa, 1511) per poi cambiare clamorosamente schieramento (1513) e affiancare Luigi XII prima Francesco I poi. I nemici di Agnadello avrebbero trionfato assieme a Marignano nel 1516, la battaglia che permise alla Francia di riprendersi Milano, precedentemente perduta, e a Venezia di recuperare il grosso dei territori.

L. Lotto, pala Martinengo, Bergamo, chiesa di S. Bartolomeo (dettaglio). Il 1516 segna la fine tanto attesa di lunghe guerre combattute per il predominio nell’Italia settentrionale tra imperatore, papa, francesi, spagnoli, veneziani. La generazione che nasce a Bergamo dopo il 1516 ha davanti decenni di stabilità politica garantita dalla Repubblica di San Marco, di cui il Bergamasco è la parte più occidentale del dominio. Nel maggio di quest’anno, l’inaugurazione nella Chiesa di Santo Stefano della grande pala di Lorenzo Lotto, commissionata dall’anziano capitano Alessandro Martinengo Colleoni, che ha vissuto sul campo i giorni infausti di Agnadello, è di buon auspicio per il futuro: ornano la grandiosa scena della Madonna col Bambino in trono e santi rami del pacifico ulivo cui si accompagnano bilancia e spada, simboli di pace e giustizia

Era comunque l’inizio della fine: dopo il ridimensionamento seguito alle guerre d’Italia, la giornata di Agnadello avrebbe rappresentato per la Serenissima la data spartiacque fra il culmine della sua potenza e l’inizio del suo lento declino, declassandola inesorabilmente tra le potenze di secondo piano, per lasciare il posto alle grandi monarchie straniere, nuove regine della politica internazionale. Ciò significava per Venezia accantonare l’atteggiamento aggressivo per adottare una politica difensiva e di contenimento.

La successiva guerra della lega di Cognac, una delle otto guerre d’Italia, fu combattuta tra il 1526 e il 1530 tra gli Asburgo di Carlo V e Francesco I di Francia, chiudendosi con il definitivo dominio degli Asburgo sull’Italia, delle cui sorti Carlo V divenne unico e incontrastato arbitro. Le ostilità tra Francesi ed Impero furono sedate soprattutto dal minaccioso incalzare dei turchi, ormai prossimi ad attaccare i possedimenti asburgici nel centro Europa, quindi costringendo Carlo V a firmare un accordo con i Francesi.

Nel timore di un’eccessiva egemonia asburgica, gli stati italiani si erano uniti nella Lega di Cognac a fianco della Francia, e dove i maggiori interessi in gioco erano soprattutto quelli del papa e della Repubblica di Venezia. E’ a questo periodo che risale la decisione di fortificare Bergamo, per la quale la perdita definitiva dell’area cremonese e della Gera d’Adda configurava la posizione di un avamposto sospeso su un vuoto strategico, stretta com’era su due lati dei confini a lei prossimi dell’avversato Stato milanese nelle mani della Spagna, al culmine della sua potenza, e, sull’altro lato, da montagne impercorribili: la città verrà fortificata solo trent’anni dopo, quando Venezia deciderà di approntare strutture difensive moderne in tutto il territorio di Terraferma.

Prima che la guerra fra la Francia e gli Asburgo entrasse nel vivo, nel maggio del 1527 dodicimila Lanzichenecchi, soldati imperiali, per la maggior parte mercenari tedeschi di fede luterana, rimasti senza paga e poi senza comandante, avevano deciso di penetrare in Italia compiendo il terribile Sacco di Roma: essi attraversarono e devastarono pure la Bergamasca, portandovi carestia, peste (1528-29) e 150-200 morti al giorno, mentre si diffondevano febbri tifoidee e mal francese.

Le incertezze della situazione avevano provocato paure collettive e agitazioni religiose, e la già instabile situazione economica , aveva subito un tracollo.

La Madonna delle Lacrime a Treviglio. Minacciata di distruzione dal generale francese Lautrec nel 1522, perché ha cacciato una squadra francese, Treviglio venne risparmiata venendo a conoscenza che l’immagine della Vergine nella chiesa di Sant’Agostino aveva cominciato a piangere

Nel quadro mutevole degli assetti geopolitici generati dalle Guerre d’Italia, tra il 1509 e il 1529 Bergamo era passata due volte sotto il dominio francese e per ben sette sotto quello degli Asburgo ed altrettante volte, sottolinea Maironi da Ponte, “fu ripresa dai Veneziani o s’arrese spontaneamente ai medesimi”. Ma in tutte queste terribili traversie, “lo spirito nazionale non venne mai meno a favor della Repubblica” (di Venezia).

Ritornata ai Veneziani nel 1512, poi di nuovo ripresa dai Francesi nel 1513, nel mese di giugno Bergamo era stata invasa dagli Spagnoli, che con crudeli prepotenze, furti, stupri ed incendi, avevano imposto la loro autorità su tutto l’entroterra, incendiando anche il Palazzo della Ragione; due anni dopo era stata occupata dalle soldatesche dall’imperatore Massimiliano d’Asburgo ed infine, nell’agosto del 1516, era ritornata definitivamente in possesso della Serenissima con la pace di Noyon (con la quale Venezia manteneva anche Brescia e Crema): una severa lezione che dava avvio, per Venezia, all’epoca del mantenimento con tutte le armi possibili.

Mentre Bergamo ne usciva stremata, dopo essere stata vessata da Francesi, Spagnoli, Svizzeri, Tedeschi e dai Veneziani stessi, che andavano imponendo pesanti balzelli riparatori, si concludeva una delle fasi più convulse della storia cittadina.

Tiziano, Ritratto di Gabriele Tadino detto il Martinengo (1538). Nel giugno del 1513, dopo aver sconfitto i Francesi, allora alleati dei Veneziani, il viceré di Spagna Raimondo di Cardona avanza nella pianura e assedia Bergamo. I bergamaschi riuniti in Santa Maria Maggiore, senza valide difese, decidono per la resa. Gli Spagnoli impongono una taglia di 40.000 ducati, e la notte successiva danno fuoco al palazzo del Comune. Le truppe veneziane, riunite in Crema, si muovono la notte del 4 luglio, con 600 cavalli e alcuni fanti, per venire a Bergamo segretamente: scalano le mura dei Borghi e irrompono nella casa del Commissario e del Governatore, impadronendosi di 6.000 ducati già pagati dai bergamaschi per la taglia. Alla testa dei veneziani è il giovane ufficiale, Gabriele Tadino detto il Martinengo dalla località in cui è nato intorno al 1480. Ingegnere e fine conoscitore delle fortificazioni bergamasche nonché milite sotto le insegne di Venezia, dal 1523 sarà Capitano generale delle artiglierie imperiali, con funzioni di sovrintendente  di tutte le fortificazioni di Spagna

Per porre definitivamente fine delle Guerre d’Italia, e principalmente ai conflitti tra Francia e gli Asburgo, si dovette attendere il 1559 con la pace di Cateau-Cambrésis, che dopo Milano attribuiva agli Spagnoli NapoIi, Sicilia e Sardegna, dando inizio al primato Asburgico in Europa e nella penisola Italiana (6), primato che perdurerà sino al 1713.

L’ormai stremata Venezia ribadiva la scelta, già espressa da tempo, di una politica di neutralità, rinunciando per sempre all’iniziativa politica in Italia e rifondandosi come repubblica saggia prudente, virtuosa, rispettosa dei propri come degli altrui diritti. Non poteva più quindi affidare la sua difesa a eserciti in marcia nelle campagne, ma a truppe stanziali.

Nel frattempo, dopo l’abdicazione di Carlo V (1556), l’Impero comprendente Spagna e Austria si era smembrato in due potenze (in Spagna il figlio di Carlo V, Filippo, in Austria il fratello Ferdinando), coniugate ed alleate ma ciascuna con mire politiche proprie. In particolare la Spagna doveva assicurare il collegamento tra i due nuclei che formavano in Europa i domini di Filippo II, penisola iberica e Fiandre. E poiché questa strada non poteva passare nei territori della Francia, eterna nemica, né lungo l’Oceano e la Manica, infestati dalle navi inglesi, rimaneva libero il solo passaggio attraverso Genova, Milanese, Alpi, proprio ai confini con le terre della Serenissima e con Bergamo. La Francia, che con la morte di Enrico II era precipitata in una lunghissima crisi dinastica e nelle trentennali guerre di religione, ormai non era più in grado dì contrapporsi ulteriormente alla Spagna e di frenarne le ambizioni.

Terminate le Guerre d’Italia, Venezia si trovava dunque circondata per terra in una morsa temibile, che le precludeva ogni ulteriore espansione: a ovest la Spagna insediata nel Ducato di Milano e a nord l’Impero Asburgico, mentre per mare, oltre che essere continuamente sfidata dal sostegno asburgico alla pirateria degli Uscocchi (7), che avevano le loro basi in Dalmazia, si trovava a fronteggiare l’espansionismo dell’Impero Ottomano nei Balcani (da cui la grande fortezza di confine di Palmanova (8)) e nel Mediterraneo orientale, dove, malgrado la leggendaria vittoria di Lepanto nel 1571, perderà Cipro.

Inoltre, Turchi e Spagnoli erano i campioni di due sistemi in cui religione e potere politico si legittimavano a vicenda: due sistemi monolitici, accentratori e intolleranti, all’interno e all’esterno. Il Re Cattolico, in particolare, avrebbe potuto trovare nel ruolo così rapidamente e volentieri assunto di paladino della religione, mille pretesti per una politica di invadenza e, perché no, di aggressione. Ben decisa a non lasciar penetrare l’Inquisizione nei propri domini, per rimanere “terra di libertà’, l’unica terra di libertà in Europa accanto all’Olanda, Venezia doveva, come l’Olanda, essere pronta a difendere i propri confini palmo a palmo, senza esitazioni e senza badare a sacrifici: il vero utilizzo delle Mura sarà proprio nella loro capacità di dissuadere gli Spagnoli o chi per essi da ogni velleità aggressiva.

Battaglia di Lepanto in un dipinto di Paolo Veronese. Nel 1669, dopo la sanguinosa, ventennale guerra, i turchi presero la città di Candia e Venezia conquistò il completo controllo di Creta. Nel 1571, a Lepanto, una flotta cristiana, comandata da Don Giovanni d’Austria e composta da navi veneziane, spagnole, genovesi, sabaude, della Chiesa, dei Cavalieri di Malta, sconfisse la flotta turca dove l’apporto di Venezia fu decisivo. Ma in quello stesso anno, dopo il lungo assedio di Famagosta, Venezia perse Cipro. Nel periodo 1683-1687, sotto il comando di Francesco Morosini, i Veneziani riuscirono ancora a conquistare la Morea (l’odierno Peloponneso, poi perduto nel 1718). Intanto il patriziato, da ceto mercantile andava trasformandosi in aristocrazia terriera, con l’acquisizione di ingenti latifondi nella “Terraferma Veneta”

Avviatasi la decadenza militare e marittima, la Serenissima non poteva che rinunciare alla politica espansionistica e cercare di mantenere i territori acquisiti attrezzandosi anche in ordine alla difesa. E fu qui che lo Stato di Terraferma assunse un peso decisivo, diventando oggetto di un piano unitario di fortificazione che coinvolse i punti nevralgici per il commercio marittimo e terrestre e all’interno del quale la Bergamasca costituiva l’avamposto più occidentale, incuneato fra territori nemici.

La rete difensiva progetta e costruita dalla Serenissima tra il XV e il XVII secolo,  coinvolgeva i punti nevralgici del commercio marittimo e terrestre, snodandosi per oltre 1.000 km, tra lo Stato di Terra (Lombardo-Veneto) e lo Stato di Mare (Croazia-Montenegro). All’interno di tale sistema, in cui ogni singola città-capoluogo giocava un ruolo strategico: mentre, ad esempio, la grande fortezza di confine di Palmanova doveva tenere a bada l’espansionismo dell’Impero Ottomano nei Balcani, la fortificazione di Bergamo costituiva la punta più avanzata ad Occidente dei domini di Terraferma, al confine con il Ducato di Milano. Tutti i centri sono stati iscritti nel Sito culturale seriale transnazionale creato nel 2016: “Le opere di difesa veneziane tra XV e XVII secolo” (in pratica fortezze), che ha visto Bergamo, con le sue Mura, capofila di un percorso per il riconoscimento e l’inserimento nella Lista del Patrimonio dell’Umanità UNESCO

IL RUOLO STRATEGICO DI BERGAMO E L’IDEA DI FORTIFICARLA

Se da una parte, la continua avanzata dei Turchi minacciava seriamente gli interessi marittimi e commerciali veneziani nel Levante, dall’altra, la scoperta di nuove rotte navali verso le Americhe e verso le Indie con la circumnavigazione dell’Africa, aveva spostato il baricentro economico dal bacino del Mediterraneo all’Oceano Atlantico ad esclusivo vantaggio della corona spagnola, decretando per Venezia il declino dei commerci marittimi per la fine del monopolio esercitato fino a quel momento sul commercio del pepe e delle spezie (9) ed imponendo, di conseguenza, una sempre maggiore attenzione ai commerci che avvenivano verso il centro d’Europa.

Alla perdita di competitività commerciale si accompagnerà sempre più la scarsa propensione degli uomini d’affari veneziani a viaggiare (accaparrando le merci attraverso i mercanti, anche bergamaschi) e a dirottare i propri capitali verso investimenti fondiari nell’entroterra.

Dopo la pace di Chateau Cambrésis, l’opportunità di aumentare le difese del territorio di Bergamo, unico varco nell’accerchiamento territoriale messo in atto dagli Spagnoli, doveva quindi costituire un deterrente a scala territoriale e nel contempo fungere da presidio di un territorio strategicamente importante anche dal punto di vista economico, perché il suo territorio consentiva, attraverso i passi delle Api Orobie, uno sbocco commerciale nel cuore stesso dell’Europa e la possibilità di mantenere sul mercato prezzi ancora altamente competitivi, aggirando inoltre ad oriente i territori soggetti ai fortissimi dazi commerciali imposti dagli Spagnoli, di stanza nel Ducato di Milano.

Il territorio di Bergamo è collegato alla Valtellina, terra dei Grigioni, e ai passi che portano in Svizzera e in Germania, attraverso due itinerari: il primo, passando da Lecco, risale il lago nel dominio spagnolo di Milano ed è percorribile solo se lo permettono le condizioni politiche, l’altro raggiunge i passi delle Alpi Orobie attraverso le disagevoli mulattiere della Via Mercatorum: un tortuoso percorso che da Albino o da Nembro, in Valle Seriana, portava a Selvino e da qui a Serina e a Dossena, per poi scendere a Cornello dei Tasso in Val Brembana. Tra il 1592 e il 93 sul fondovalle brembano viene costruita la Strada Priula (dal nome del podestà Alvise Priuli), che supera lo strapiombo del Brembo alla Botta di Sedrina, modificando gli antichi tracciati. Progettata per fini principalmente militari, e cioè per realizzare un collegamento sicuro e veloce con i Grigioni delle Tre Leghe, alleati della Serenissima, la strada diviene un’importante via commerciale, permettendo di fatto ai mercanti bergamaschi di intensificare i commerci con la Valtellina e, per quella via, con l’Europa Centrale (in particolare con Svizzera, bassa Germania e Fiandre), evitando gli ingenti dazi imposti dagli Spagnoli nei loro territori. Si tratta di una mulattiera lunga 35 miglia, in parte scavata nella roccia viva, che, uscendo dalla Porta di S. Lorenzo (per questo detta la “porta della salvezza della Serenissima”) percorre tutta la Valle Brembana fino al passo S. Marco; la sua larghezza è tale da consentire il transito dei carri (10)

Ma la scelta riguardante il miglior modo di organizzare l’assetto difensivo bergamasco giunse dopo un lungo e complesso dibattito, dove i pareri di rettori, capi di guerra, tecnici e rappresentati politici furono spesso portatori di opinioni divergenti sul da farsi.

Z. Da Lezze, carta itineraria lungo la Valle Brembana con segnate la vecchia strada ed il progetto della nuova (Via Priula) verso la Valtellina, 1596

Incaricato dal Senato Veneto (1559) di individuare un luogo adatto alla fortificazione lungo il confine occidentale della Repubblica, il Governatore Generale delle milizie di terraferma, conte Sforza Pallavicino, individuata come idonea la porzione di Bergamo posta sui colli, sia per la facilità di fortificazione secondo le nuove regole dell’arte della guerra e sia per la posizione strategica, propose ed ottenne (1561) di costruire una fortezza in pietra bastionata continua, limitata per estensione alla sola città sul colle senza comprendere i borghi, la parte più viva e produttiva delle città, ed incontrando con ciò lo sfavore degli stessi bergamaschi e di alcuni esperti consultati a suo tempo da Venezia. Lo Sforza escluse anche l’ipotesi di abbracciare la malconcia Cappella con il recinto delle mura, ponendosi in forte contrasto con altri esperti di ingegneria militare del tempo, come l’Orologi, che ne prese decisamente le distanze nella sua circostanziata relazione dell’8 novembre 1561.

Dopo la pace di Chateau Cambrésis Bergamo  rappresentava la punta più avanzata ad Occidente dei domini veneziani di terraferma, al confine con il Ducato di Milano, governato dalla Spagna. Al contempo, dato l’indebolimento della potenza commerciale veneziana nel Mar Mediterraneo, rivestiva un ruolo strategico di primissimo piano per gli scambi commerciali con il centro Europa, trovandosi in comunicazione con tre grandi vie commerciali indispensabili alla vitalità economica della Serenissima: Svizzera, bassa Germania e Fiandre, verso i grandi porti fiamminghi di Ostenda, Brugge, Gent, Anversa e con le provincie olandesi del nord, che nel secolo successivo sarebbero divenuti l’attracco dei mercantili delle Compagnie Olandesi delle Indie Orientali e Occidentali di rientro dall’America, dall’Africa e dall’Asia, carichi di ogni bene (spezie, tessuti, colori, minerali, preziosi, frutta e verdura esotiche (11). Da qui la necessità di porre in condizioni d’avanguardia il delicato sistema territoriale fortificando la parte alta della città con un impianto aggiornato, progettato ex novo secondo le più moderne tecniche militari, considerate ormai inadeguate alla difesa le vecchie mura medioevali

Per contro, nel territorio si individuarono delle località ubicate in posizioni strategiche, da utilizzare per la difesa, sia sul confine meridionale ed occidentale, minacciati dalla presenza spagnola, e sia lungo quello settentrionale, unico sbocco verso i Grigioni (serbatoi di truppe mercenarie donde all’occorrenza potevano giungere soccorsi in caso di assalti degli Spagnoli) e l’Europa centrale (nuovo sbocco commerciale per Venezia): sul confine meridionale, segnato dal Fosso Bergamasco, vennero individuate le località di Brembate, Cividate, Cologno, Spirano, Martinengo e Romano, le due ultime considerate il granaio della bergamasca; sul versante occidentale, lungo il corso del fiume Adda, Calolzio, Cisano e Villa d’Adda; all’estremo nord nella Valle Brembana, arteria delicatissima che collegava alla Valtellina e ai Grigioni Svizzeri, Almenno, Zogno (monte Ubione), Piazza (attuale Piazza Brembana) (12) e, naturalmente, il Passo di S. Marco, porta aperta verso i Grigioni.

Dopo una serie di tentennamenti e cambi di direzione, la costruzione delle nuove ed imponenti Mura urbane, a partire dal 1561, sancì per Bergamo la funzione strategica che il potere centrale aveva assegnato alla città orobica, in linea con gli orientamenti del dominio veneziano nel costituire un sistema difensivo imperniato sulle città-capoluogo, posto al centro di una seconda ”cerchia” di difesa fatta di luoghi fortificati, muniti di uomini e di risorse, distribuiti sia in città che nel territorio annesso (13).

Oltre ai fini già ricordati, v’erano propositi altrettanto importanti che inducevano Venezia a voler fortificare Bergamo alta, che a causa del cattivo stato delle mura medioevali era sottoposta a continui saccheggi e si trovava in perenne stato di insicurezza.

Vi era poi l’esigenza di esercitare un rigido controllo sociale ed economico su una città la cui crescente ricchezza era legata anche, e non marginalmente, a consolidati traffici (spesso illegali) con lo Stato di Milano, favoriti dal cattivo stato delle vecchie mura (14).

Nonostante infatti le restrizioni imposte dal governo veneziano, il rapporto tra Bergamo e Milano, che si era consolidato in quasi un secolo di dominio visconteo, si manteneva vitale: Bergamo continuava a mantenere un forte senso di identità, e a considerare se stessa come “centro”, mal adattandosi alla condizione di subalternità a Venezia.

Queste manifestazioni di autonomia, radicate in un’economia mercantile vitale e in espansione qual era quella di Bergamo, non potevano non preoccupare Venezia e certamente ebbero un certo peso nella decisione di trasformare Bergamo in città-fortezza, nonostante autorevoli pareri contrari (15).

Note

(1) Nel 1409 la Repubblica di Venezia aveva ottenuto da parte di re Ladislao d’Ungheria tutti i diritti sulla Dalmazia; nel 1410 conquistava gran parte dell’odierna regione italiana del Veneto e dieci anni più tardi assoggettava il Friuli, arrivando a comprendere il territorio di quella che era stata la X regione augustea della penisola italica (Venetia et Histria). Nel corso del secolo raggiungerà la sua massima espansione.

(2) Alberto Fumagalli, Bergamo. Origini e vicende storiche del centro antico. 1981, Rusconi Libri S.p.A., Immagini, Milano.

(3) Lelio Pagani, Bergamo. Lineamenti e dinamiche della città. Edizioni Sestante, 2000, Bergamo.

(4) I nobili, chiamati gentiluomini e col tempo cavalieri, nel caso siano iscritti all’estimo e risiedano in città, sono chiamati anche cittadini, status comprovato da una apposita patente (Tosca Rossi, Società, religiosità e potere: spazi pubblici e privati sacrificati per la ragion di stato, riscattabili con il progetto di un museo diffuso. In: “Bergamo verso l’Unesco – Terra di San Marco. Da frontiera di pietra a ‘paesaggi vivi’ di pace”. Grafica & Arte, 2016).

(5) Crisi dovuta al primo crollo della signoria medicea (1494), alla breve esperienza del governo di Savonarola (1494-1498) e alla ribellione di Pisa, alla quale il governo fiorentino non riusciva a porre rimedio.

(6) La Francia rinunciò alle proprie pretese sui domini Italiani degli Asburgo di Spagna (Napoli, Sicilia, Sardegna, Milano) e sui feudi Imperiali in Italia, dipendenti formalmente dagli Asburgo d’Austria. Questo quadro muterà in parte con le guerre di successione del Settecento, quando l’Austria prenderà il possesso di Milano e insedierà rami cadetti della sua casata negli altri feudi dell’Italia imperiale (mentre il mezzogiorno andrà ad un ramo cadetto dei Borbone di Spagna). Si passerà così, nel quadro della dominazione asburgica, da un primato Spagnolo ad uno Austriaco, cui l’Italia porrà fine solo durante il Risorgimento.

(7) Gli Uscocchi erano una popolazione costituita esclusivamente da cristiani cattolici, originalmente e prevalentemente dei Balcani riversatisi sulle coste del Mare Adriatico per sfuggire all’avanzata dei Turchi. Inizialmente famosi per le loro operazioni di feroce guerriglia contro i turchi, risolsero poi di dedicarsi alla pirateria: dal loro quartier generale a Segna, presso Quarnaro, organizzarono veloci spedizioni di saccheggio sia contro le rotte turche che contro la Repubblica di Venezia.

(8) Nel 1449 i Turchi erano già penetrati fino al fiume Livenza, nel Dogado (nucleo centrale e nativo della Repubblica di S. Marco), inducendo più tardi Venezia a presidiare convenientemente il confine orientale, impiantando sull’Isonzo una grande fortezza di confine a Palma (Palmanova).

(9) Le navi portoghesi trasportavano dalla lontana Insulindia (isole asiatiche sud-orientali, della Sonda, Molucche e Filippine) grosse partite di spezie attraverso gli oceani, che poi la Spagna instradava (insieme a grandi quantità di oro e argento americano) nell’ampio e ricchissimo mercato centro europeo attraverso il porto di Anversa (divenuta nel Cinquecento crocevia dei traffici verso l’Europa centro-settentrionale) e i grandi corsi fluviali navigabili. Dal canto loro, i mercanti veneziani venivano riforniti di spezie attraverso le piste carovaniere che facevano capo agli empori levantini (Alessandria d’Egitto, Damiata, S. Giovanni d’Acri, Tiro, Beirut), da dove, attraverso un percorso via mare di cui Famagosta rappresentava la prima tappa, raggiungevano il porto e i magazzini di Venezia. A questo punto si trattava di introdurre le preziose spezie nel cuore dell’Europa eludendo i pesanti balzelli imperiali imposti lungo tutta la barriera alpina, dalla Carinzia al Tirolo, di dominio Asburgico, e dal Ticino alla valle dell’Adda, di dominio  Spagnolo. Questo unico canale era rappresentato dal territorio bergamasco (Alberto Fumagalli, Bergamo. Origini e vicende storiche del centro antico, Cit.).

(10) Fondazione Bergamo nella Storia, Il Cinquecento – Bergamo e l’età veneta. Sestante Edizioni, Bergamo, 2012.

(11) Tosca Rossi, Società, religiosità e potere: spazi pubblici e privati sacrificati per la ragion di stato, riscattabili con il progetto di un museo diffuso, Cit.

(12) Tosca Rossi, Società, religiosità e potere: spazi pubblici e privati sacrificati per la ragion di stato, riscattabili con il progetto di un museo diffuso, Cit.

(13) Tosca Rossi, Società, religiosità e potere: spazi pubblici e privati sacrificati per la ragion di stato, riscattabili con il progetto di un museo diffuso, Cit.

(14) Fra gli innumerevoli documenti che riferiscono al contrabbando attraverso la frontiera milanese, la relazione (1532) del podestà C. Priuli, attribuisce al cattivo stato di manutenzione delle vecchie mura medioevali, il favorire di un grosso contrabbando di lana spagnola proveniente da Vercelli e introdotta a Bergamo attraverso l’area milanese e Treviglio (Walter Barbero, “Bergamo”. Electa Editrice, Milano, 1985).

(15) Nella relazione del 7 luglio 1570 il Capitano uscente di Bergamo P. Pizzamano insiste sulla maggiore utilità di munire con forti la pianura nei pressi del confine (Walter Barbero, “Bergamo”, Cit.).

Alcuni riferimenti

Nicolò dal Grande, Agnadello o “la rotta della Ghiaradadda”.

Renato Ferlinghetti, Gian Maria Labaa, Monica Resmini, Le Mura da antica fortezza a icona urbana. Bolis Edizioni, 2016.

Fondazione Bergamo nella Storia, Il Cinquecento – Bergamo e l’età veneta. Sestante Edizioni, Bergamo, 2012.

Centro Studi Valle Imagna: Antonio Martinelli, Bergamo. Itinerari nella storia della città e del suo territorio dalle origini al ventesimo secolo. Grafica Monti, Bergamo, 2014.

Tosca Rossi, Società, religiosità e potere: spazi pubblici e privati sacrificati per la ragion di stato, riscattabili con il progetto di un museo diffuso. In: “Bergamo verso l’Unesco – Terra di San Marco. Da frontiera di pietra a ‘paesaggi vivi’ di pace”. Grafica & Arte, 2016

Alberto Fumagalli, Bergamo. Origini e vicende storiche del centro antico. 1981, Rusconi Libri S.p.A., Immagini, Milano.

Andreina Franco Loiri Locatelli, “La città sotto assedio!”. Bergamo Scomparsa (BergamoSera).

Mariana Frigeni, Il condottiero. Vita, battaglie e avventure di Bartolomeo Colleoni. Longanesi, 1985.

Il Forte di San Marco: la “fortezza nella fortezza”, nel cuore delle mura veneziane di Bergamo

Bergamo, nella sua storia, aveva subito invasioni, assalti e distruzioni da parte di ogni esercito che passava nelle vicinanze e per questo motivo i cittadini stessi avevano invocato la Serenissima di rinforzare le sue difese, incontrando i propositi di Venezia di rendere sicuri i suoi confini di terra, verso gli ingombranti vicini Spagnoli.

Incaricato dal Senato veneto di costruire la fortezza di Bergamo, il generale Sforza Pallavicino dedicò grande attenzione a quest’opera, da cui dipendeva la sicurezza dell’intera città.

Mentre verso sud‐est, sopraelevata e dominante vi era la trecentesca Rocca, rinforzata dai Veneziani (con l’arsenale principale, un sito per la riparazione delle armi, una polveriera e la scuola dei Bombardieri), in centro ma verso nord‐ovest sorgeva la Cittadella, sede della Capitaneria con truppe ed arsenale.

Attorno a tutto il perimetro esterno delle mura, la “fossa” (oggi un gran bel circuito verde) per giri di ronda, spesso fornita di controscarpa di copertura ed eventuali postazioni e piazze di difesa avanzata.

Verso sud ed esterna alle mura, una difesa avanzata dominante la pianura a protezione del retrostante bastione di San Giacomo, denominata Fortino di San Domenico, costituito da una piattaforma dal perimetro di 376 mt, oggi completamente irriconoscibile a causa degli alti alberi circostanti.

Pur essendo considerato scarsamente difendibile, il capitano da Lezze nel 1596 giudicava che se fosse stato occupato dal nemico, questi avrebbe potuto farvi “saltare la mina” provocando una profonda voragine “come di cisterna secreta formata de sassi e coperta con un volto di muro che sarebbe la morte di quelli che vi si ritrovassero sopra”.

Nel tondo il Fortino di San Domenico, ad ovest di Porta San Giacomo e al di sopra della Galleria Conca d’Oro. La sua realizzazione comportò la demolizione del convento di Santo Stefano e San Domenico, un convento prestigioso ed ampiamente partecipe della vita cittadina, in cui si conservava la grande pala Martinengo di Lorenzo Lotto

Verso nord, ancor più sopraelevato (490 mt s.l.m. contro un’altezza media delle mura di 350 mt), il ben munito Castello di San Vigilio collegato al Forte di S. Marco, una “fortezza nella fortezza” posta nel settore nord-occidentale del circuito delle Mura, frutto di lavori grandiosi particolarmente attenti a contenere l’eventualità di un assalto proveniente dai colli, dal momento che, come la storia insegnava, mantenere il possesso del Castello era di primaria importanza per la sicurezza della città, così come il versante della collina di San Vigilio rimaneva il settore più esposto all’assalto del tiro nemico.

La parte settentrionale delle Mura cinquecentesche compresa tra la porta di Sant’Alessandro a sud e quella di San Lorenzo a nord (sicuramente la parte più bella e meno conosciuta del circuito murario), venne quindi concepita come centro dell’organizzazione difensiva di tutto l’apparato logistico-militare.

Il Forte di S. Marco, un vasto recinto innalzato lungo il settore nord-occidentale del perimetro fortificato), comprendente ben 6 baluardi dei 14 complessivi. Era collegato al Castello di S. Vigilio da una strada coperta e circondato da una fossa come una buona parte del circuito murario veneziano (dallo studio di E. Fornoni, “S. Agostino e le nuove fortificazioni in Bergamo”. Gaffuri e Gatti, 1883)

Venivano quindi completamente abbandonati gli antichi resti di fortificazioni viscontee sul Monte Bastia, ancor più di poco sovrastante la “Cappella” (20 mt), ma distante 520 mt.

Delle poderose difese del castello, o Cappella, rimane il solido impianto dei quattro torrioni cilindrici collegati dalle possenti cortine. Sul lato ora percorso dalla lunga scalinata che conduce alla sommità erano allineati gli edifici con gli alloggi dei soldati e i magazzini; c’era anche una polveriera del tutto simile alle altre due superstiti, demolita molto probabilmente in coincidenza con le notevoli trasformazioni che la “Cappella” subì nell’Ottocento per mano degli Austriaci, che la sguarnirono del tutto abbattendo pure il grandioso portale d’ingresso. La spianata delle adunate militari è oggi un parco pubblico dal quale nelle giornate terse lo sguardo spazia fino alle lontane Alpi. La fortezza sul colle poteva allora ospitare nella piazza d’armi fino a 500 soldati e 10 pezzi di artiglieria. Un pozzo e due cisterne ne assicuravano il rifornimento idrico

IL FORTE DI S. MARCO SUPERIORE: IL VERO CUORE DELL’INTERA FORTEZZA

Con il compito di proteggere il Castello da eventuali assalti esterni provenienti dal settore più vulnerabile dei colli, il Forte Superiore comprendeva una serie di strutture sotterranee articolate in modo tale da poter assicurare una pronta difesa della zona in caso di emergenza.

Il Forte di S. Marco e il Castello di San Vigilio collegati dalla strada coperta nella planimetria prospettica di Bergamo di Stefano Scolari (Venezia secolo XVII). Incisione su rame. Bergamo – Uff. Tecnico del Comune

La chiave di volta del suo apparato era la piazza S. San Marco, il quartier generale dell’organizzazione difensiva dell’intera fortezza, ben nascosta e protetta all’interno dei tre possenti baluardi, di cui, come vedremo, conosciamo l’aspetto grazie alle esplorazioni del gruppo speleologico delle Nottole, impegnato anni or sono nei rilievi dei sotterranei celati dalle mura, svolgendovi anche visite guidate.

La piazzetta S. Marco

La piazza, che dava riparo ai soldati e ai corpi di guardia e custodiva nei depositi il materiale bellico, era collegata, mediante camminamenti e strade coperte, a tutti i baluardi circostanti, costituendo il punto di partenza e di arrivo delle gallerie che correvano verso le cannoniere e le sortite, e di cui una conduceva all’esterno della fortezza tramite il varco “segreto” della Porta del Soccorso: la quinta delle porte della cinta bastionata veneziana, la più piccola, anonima e ben mimetizzata fra la boscaglia dei colli, tuttora esistente ma celata all’interno di una proprietà privata e sbarrata da un portone sempre chiuso.

La Porta del Soccorso, nel Forte di S. Marco

A differenza delle Mura, di proprietà comunale, la Porta del Soccorso, compreso tutto il Forte di S. Marco e le interessantissime strutture sotterranee, furono acquistati da privati dal 1812 – negli anni della dominazione francese – insieme al Castello, poi rientrato in possesso del Comune di Bergamo. Il passaggio a proprietà privata del Forte, lo mantiene per gran parte tuttora “altro” rispetto alla città.

La Porta del Soccorso è ben nascosta dietro la cancellata antistante un cortile posto a metà di via Sotto Mura di Sant’Alessandro, un ombroso viottolo pedonale dominato da una compatta muraglia semicoperta dalla vegetazione, raggiungibile da Colle Aperto superata la curva di via Beltrami, oppure da via Cavagnis, la cosiddetta “panoramica” che scende dal colle di San Vigilio

La Porta del Soccorso era considerata l’ultima via di fuga in caso di assedio disperato e sarebbe stata utilizzata per dare aiuto (da qui il nome di soccorso) al Castello di S. Vigilio: le truppe concentrate nella piazza del forte avrebbero fatto irruzione all’esterno utilizzando la porta celata dentro la muraglia, così da sorprendere gli assedianti.

A parte la cura dedicata ai particolari strutturali, che dovevano garantire stabilità e sicurezza, a causa dell’utilizzo prettamente militare la porta non ha le caratteristiche delle altre quattro e non presenta nessun elemento distintivo, come uno stemma od una targa: presenta solo due tagli verticali nella pietra che ospitavano le travi del ponte levatoio necessario per superare la fossa antistante che circondava la fortezza, oggi coperta, anche se esternamente è ancora parzialmente presente il terrapieno di copertura, superato nel dislivello dai curvoni che portano a San Vigilio. Era protetta dalle cannoniere poste nei fianchi dei baluardi in cui era incassata: quello di Castagneta a sud (in cui è inserito l’Orto Botanico, accessibile dalla scaletta posta a fianco di una delle due polveriere veneziane, affacciata su Via Beltrami) e il baluardo Pallavicino a nord

Il suo utilizzo era previsto anche per controllare il territorio intorno al Forte o per azioni di disturbo oltre la fossa: la sua pur modesta dimensione consentiva infatti l’uscita di un gran numero di armati e cavalleggeri con a seguito macchine da guerra.

All’importante ruolo che questo settore doveva svolgere per la difesa della città si aggiungeva un secondo corridoio, una “strada coperta” di collegamento tra la Porta del Soccorso al Castello di San Vigilio, che correva a cielo aperto lungo la costa del colle ma ben protetta dal tiro del fuoco nemico grazie ad una doppia cortina di mura e da un argine in terra.

L’impianto fortificato del Castello di S. Vigilio nel contesto orografico del colle, con la strada coperta che giunge fino al Forte di S. Marco (disegno di Cesare Malacreda, conservato presso la Biblioteca Nazionale Marciana di Venezia)

Questa strada coperta includeva lungo il percorso due piazze capaci di diversi pezzi di artiglieria fissi e mobili, una posta a metà del percorso e rivolta verso S. Gottardo, l’altra a fianco della porta del Castello e rivolta verso il Monte Corno, con postazioni cannoniere.

Il Forte di S. Marco, posto a “guardia” del Castello di San Vigilio

In questo modo il presidio sul colle avrebbe potuto ricevere aiuto ed essere rifornito di viveri e munizioni senza che il nemico potesse osservare quello che stava accadendo ed impedire il passaggio. Di questo manufatto oggi non resta traccia perché è stata demolita dai Francesi nel 1796.

NEL FORTE DI S. MARCO, FRA UN BALUARDO E L’ALTRO

Oggi interamente inaccessibile in quanto proprietà privata, l’intera area occupata dal Forte di S. Marco è ancora ben identificabile lungo il settore di nord-ovest delle mura veneziane (il più scosceso), dove si articola in un vasto recinto suddiviso in due parti: il Forte di S. Marco Superiore, che chiude la fortezza a nord-ovest rivolto verso il colle di San Vigilio, e il Forte di S. Marco Inferiore, che si sviluppa verso est, rivolto verso la Valverde e Castagneta.

Pianta del Forte di S. Marco. Il Forte di S. Marco Superiore (formato dai baluardi di San Gottardo, San Vigilio, Pallavicino) chiude la fortezza a nord-ovest, sviluppandosi dalla porta S. Alessandro alla porta del Soccorso. Il Forte di S. Marco Inferiore (formato dai baluardi di Castagneta, San Pietro e Val Verde) si sviluppa a ventaglio dalla Porta di S. Lorenzo alla porta del Soccorso

 

Il contesto naturale in cui si inserisce il Forte di S. Marco (contrassegnato dalla linea nera sovrimpressa) prima della costruzione delle Mura veneziane, nella veduta a volo d’uccello attribuita ad Alvise Cima (dettaglio). Nel riquadro blu la “Cappella”, mentre la Porta del Soccorso (nel tondo rosso) è collocata genericamente tra grumi di case. Nei tondi verde e giallo le porte rispettivamente di S. Alessandro e di S. Lorenzo, da cui si diparte la cerchia del “Forte”

Abbracciava dunque una vasta area, quasi interamente riservata agli edifici militari, intorno alla quale, esternamente e quasi interamente correva la fossa completa di controscarpa di copertura, predisposta sia per un percorso di ronda che per difese esterne.

Per rispondere alle necessità delle armi da fuoco, all’interno del forte recinto furono costruite due polveriere di forma piramidale, che avevano il compito di conservare i barili di polvere fabbricata a Bergamo mescolando lo zolfo importato da Venezia con la carbonella di produzione locale. La polveriera del Forte Inferiore (nel tondo) si trova tuttora nella valletta a monte di porta San Lorenzo. E’ scomparsa invece quella un tempo esistente nel Castello di S. Vigilio

 

La polveriera del Forte Superiore (cerchiata in rosso) è tuttora collocata in via Beltrami, all’inizio della scaletta che conduce all’Orto Botanico. Qui è rittatta nel 1875, in una veduta da Colle Aperto verso il palazzo dei conti Roncalli e la strada per Castagneta (fotografia probabilmente eseguita dal conte Antonio Roncalli e conservata nella Racc. Gaffuri presso la Biblioteca Civica A. Mai)

Entrambi i settori del Forte, quello inferiore e quello superiore, erano infatti dotati di un quartiere per l’alloggio dei soldati e di una polveriera, disposte a monte e a valle del muraglione di Colle Aperto, che digradando sul pendio dell’omonima valletta permise di allargare una strada al servizio delle parti del forte.

Il Muraglione di Colle Aperto fu costruito per rafforzare il ciglio del colle e scongiurare il pericolo di crolli o frane causati dallo smantellamento operato per l’edificazione delle mura. La faccia nord del Forte Inferiore era percorsa internamente da una strada, oggi corrispondente alla via Sforza Pallavicino (il capitano generale delle truppe venete, che organizzò e coordinò tutti i lavori di demolizione ed erezione della cinta bastionata), che da via Beltrami si dirama verso Castagneta

Mentre il Forte Inferiore costituiva la parte che meno avrebbe risentito di un possibile attacco, la porzione bastionata del Forte Superiore, formata dall’insieme dei baluardi di San Gottardo, San Vigilio e Pallavicino assumeva particolare importanza perché, secondo i costruttori, erano quelli che avrebbero dovuto sopportare il maggior peso di fuoco da parte di un assediante che si fosse appostato sul colle di San Vigilio, nel Castello oppure sui colli vicini. Per questo motivo qui il muro è alto e compatto, protendendo sul lato a monte veri e propri speroni fondati sulla pietra viva che non avrebbero dovuto offrire appigli agli attaccanti.

Posti in immediata successione i tre bastioni del Forte Superiore si configurano come la porzione più tormentata della cerchia, quasi del tutto priva delle cortine di collegamento che altrove dividono un baluardo dall’altro: una soluzione che tra l’altro risolveva, oltre alla necessità di difesa da ipotetici tiri provenienti dalla “Cappella”, anche il problema dell’adattamento alla conformazione orografica – la più scoscesa dei colli -, con dislivelli particolarmente marcati tra un baluardo e l’altro.

I baluardi del Forte di S. Marco. All’eminenza della Cappella il Forte superiore (tra la porta di S. Alessandro a ovest e la porta “del soccorso” a nord), superando arditamente lo scosceso pendio di S. Vigilio con muri di contenimento e di sostegno che reggono il degradare del terreno, oppone la compatta sequenza di una piattaforma (di S. Gottardo) e di due baluardi (di S. Vigilio e Pallavicino) proiettati verso l’alto senza cortine di collegamento e con i fianchi rientranti ridotti alle minime dimensioni. Con sviluppo più che doppio e con cambi di direzione tra i più decisi dell’intera cinta si snodano invece i tre elementi del Forte inferiore, tra la porta “del soccorso” e quella di S. Lorenzo (baluardi di Castagneta, S. Pietro e Valverde)

IL FORTE SUPERIORE: DALLA PORTA S. ALESSANDRO ALLA PORTA DEL SOCCORSO

Il Forte Superiore si sviluppa a partire dalla Porta Sant’Alessandro (custodita nel 1565 da una compagnia di “settanta fanti elettissimi”), da dove si dipartono in successione i poderosi baluardi di San Gottardo, conosciuto anche come piattaforma e fiancheggiato dal tracciato iniziale della funicolare, San Vigilio, con la funicolare che prosegue il viaggio ai suoi piedi, e Pallavicino, che, strettamente affiancati lungo gli scoscesi pendii del colle, sembrano sostenersi tra loro nel contrastare eventuali attacchi sferrati dall’alto.

I cannoni con cui la guarnigione avrebbe colpito tutto lo spazio antistante erano alloggiati dentro cannoniere e casematte, profondamente incuneate nel vivo dei terrapieni e raggiungibili solo con corridoi sotterranei.

Tutte le parti sotterranee delle mura veneziane – corridoi, strade coperte, cannoniere -, sono state esplorate, studiate e rese in parte accessibili dal lavoro prezioso del Gruppo Speleologico bergamasco “Le Nottole”. Preziosi anche i contributi dati dagli “Amici delle Mura di Bergamo” per la manutenzione e la valorizzazione di un’opera che appartiene alla nostra città e che è assolutamente unica nel suo genere.

Dopo il breve tratto di Cortina di Porta S. Alessandro, che tagliò definitivamente l’antica strada romana tra Casnida (Castagneta) e Borgo Canale (l’altro lato chiuso dà sul baluardo di Valverde), prende inizio il Baluardo S. Gottardo, che si inerpica lungo il marcato declivio del tracciato della funicolare per San Vigilio, dove le difficoltà di costruzione furono brillantemente superate grazie a notevolissimi riporti di materiale e dove le costruzioni ottocentesche hanno reso il tratto poco leggibile.

La parte esterna di Porta S. Alessandro, rivolta verso gli imbocchi di Sudorno, Borgo Canale, via degli Orti, via Tre Armi nonché la Ripa, la salita verso il colle di S. Vigilio. Ai tempi della ripresa, la funicolare ancora non esisteva

 

A pochi passi da Porta S. Alessandro, a fianco della funicolare per S. Vigilio, lo sperone del Baluardo di S. Gottardo, posto su di angolo unicamente ottuso di quasi 120°

Nel fianco sud si aprivano e si possono ancora ben leggere nella possente e regolare tessitura del muro di chiusura due cannoniere e due troniere a difesa dell’attigua porta Porta S. Alessandro.

Fianco ritirato nord e cannoniera del Baluardo di S. Gottardo

Allo sperone, posto su di angolo unicamente ottuso di quasi 120°, fa seguito la faccia ovest del baluardo, che attualmente fiancheggiata dalla funicolare è estremamente ardita, mentre in questo tratto la pur solida struttura muraria appare più minuta.

L’ardita faccia ovest del Baluardo di S. Gottardo, oggi fiancheggiata dalla funicolare per S. Vigilio, lungo il tracciato dell’antica fossa

L’orecchione nord (lo smusso tondo dell’angolo tra faccia e fianco del bastione) è molto allungato, come fosse uno sperone proteso verso il colle sovrastante.

Da San Vigilio a Città Alta in funicolare. In primo piano l’orecchione nord del Baluardo di S. Gottardo (credit Dimitri Salvi)

Il baluardo di S. Gottardo termina con il fianco ritirato nord, molto ridotto, che era munito di due cannoniere, di due troniere e di una sortita.

Il Baluardo di S. Gottardo (nel tondo, con l’orecchione nord bene in vista) e il sovrastante Baluardo di S. Vigilio, lungo la parte occidentale del Forte di S. Marco, rivolta verso Borgo Canale e il tratto iniziale di via Sudorno

Gli edifici ottocenteschi hanno molto alterato anche l’intera zona alla sommità del baluardo, dove il cavaliere doveva presentarsi a gradoni, lungo i quali avrebbero potuto piazzarsi dei pezzi d’artiglieria rivolti verso il colle sovrastante.

1880: la conca di Borgo Canale, sovrastata dal versante occidentale del Forte di S. Marco, formato dai baluardi di S. Gottardo e S. Vigilio (Foto Terzi)

Sull’orecchione nord vi sono i resti consunti di una lapide dedicata allo Sforza Pallavicino, che fortemente volle questa costruzione. Alcuni affermano che sotto questa lapide terminasse il giro di ronda (all’arrivo della quale suonava una campanella) e poiché, riportava il segno di 3 armi del generale, questo avrebbe dato il nome alla strada che inizia sotto Porta S. Alessandro: via Tre Armi appunto.

Via Tre Armi ricalca il tracciato esterno dell’antica “strada coperta”, incassata tra le Mura e i muri di protezione e perciò  nascosta agli sguardi del nemico. Il nome di via ‘Tre Armi’ testimonia quindi il suo essere stata strada militare attorno alla città fortificata

Segue il Baluardo San Vigilio, il cui progetto fu particolarmente sofferto e controverso per l’assillante timore di una presa nemica del Castello, che avrebbe dato agli assedianti la possibilità di battere con le artiglierie gran parte della fortezza.

In primo piano il Baluardo di S. Vigilio con la sua garitta

Alla Faccia sud leggermente rientrante dalla visuale del Castello, segue lo sperone, che è la punta più a ovest di tutta la fortezza; su di essa svetta una torretta di guardia, l’unica garitta ancora esistente delle trentadue che un tempo si alternavano ad intervalli regolari su tutti gli speroni dislocati lungo il percorso delle mura. La torretta ha le due finestrelle di osservazione orientate verso Borgo Canale e S. Vigilio.

Nel tondo, la garitta sul Baluardo di S. Vigilio (Foto Terzi, 1880)

 

Nel tondo, lo sperone del Baluardo di S. Vigilio sovrastato dalla garitta, l’unica  ancora esistente delle trentadue che un tempo si ergevano su tutti gli speroni dislocati lungo il percorso delle mura veneziane. A sinistra, la faccia nord del baluardo

La faccia nord del Baluardo di S. Vigilio rappresentava la massima opposizione all’omonimo Castello e, forse per la fretta posta nella sua costruzione, non dispone del classico redondone; per la sua difesa avrebbe dovuto essere costruito un sovrastante cavaliere, ma si decise forse che sarebbe bastato quello sovrastante il baluardo successivo.

Tramite un orecchione la faccia nord si raccorda al ben fatto e particolarmente basso fianco ritirato nord, in cui sono annidate una sortita e due troniere (aperture praticate nelle mura per le bocche da fuoco) con un’ampia sala di manovra (atta anche al ricovero dei pezzi) collegata direttamente con la piazza di S. Marco.

Fianco ritirato e cannoniera del Baluardo di S. Vigilio

 

L’orecchione (a destra dell’immagine) raccorda la faccia nord del Baluardo di S. Vigilio al fianco ritirato nord, in cui sono annidate una sortita e due troniere nonché  un’ampia sala di manovra collegata direttamente con la piazza di S. Marco

 

Le buche cannoniere nel baluardo di San Vigilio durante i rilevamenti della struttura, nel 1974 (Archivio G.S.B. le Nottole)

Giungiamo ora al Baluardo Pallavicino, un manufatto estremamente importante perché affianca la strategica Porta del Soccorso.

Il Baluardo Pallavicino, dallo sperone ovest ricalca il tracciato della via Sotto le Mura di S. Alessandro, parallela alla strada panoramica per San Vigilio ma posta ad una quota inferiore

Quest’ultima è infatti collocata nel punto di unione fra le parti superiore e inferiore del Forte di S. Marco.

La Porta del Soccorso, posta a metà tra le porzioni superiore ed inferiore del Forte di S. Marco. Si racconta che alla vigilia dell’ingresso di Garibaldi in Bergamo, nella notte tra il 7 e l’8 giugno 1859 I patrioti Francesco Nullo e Antonio Curò, per osservare le mosse degli austriaci riuscirono a penetrare in città proprio attraverso la Porta del Soccorso, di cui la guarnigione austriaca ignorava l’esistenza.

Il baluardo prende ovviamente il nome dal generale Sforza Pallavicino, colui che curò in particolare questo tratto ma che non vide la conclusione di tutto il perimetro poiché morì nel 1585 dopo aver dato le ultime indicazioni per la zona della Fara. Proseguì il lavoro Giulio Savorgnano che aveva in precedenza molto criticato l’intero progetto.

Il nome del generale è legato al baluardo che si spinge verso l’alto (un “puntone” unico, che raccorda direttamente la faccia nord con la faccia ovest del baluardo di S. Gottardo), quasi una sfida contro ogni assalto tanto da essere privo di orecchioni come quello, altrettanto ardito, di Valverde.

Presenta una parte interna notevolmente complessa, percossa da cinque camminamenti, con tre camere di manovra.

Pianta di una parte dei sotterranei del Forte Superiore. La struttura interna è rimasta celata fino alle impegnative  campagne di rilievo che hanno finalmente restituito l’originale trama delle strade coperte che si dipartono dalla “piazza” di S. Marco, con la complessa struttura dei camini per la ventilazione dei sotterranei. Le misurazioni negli ambienti interni sono stati effettuati nel 1974/75 dal Collegio dei Geometri di Bergamo con l’ausilio del GSB le Nottole, dotati di specifica attrezzatura per raggiungerli (Tavola 48, tratta da “Rilievi e disegni delle mura venete” a cura del Collegio dei Geometri di Bergamo, Tipografia Bergamasca, Bergamo 1980)

La cannoniera posta nella faccia ovest serviva per la protezione del baluardo antecedente e cioè quello di S. Vigilio e aveva la particolarità di essere parzialmente esterna alle mura, all’interno della fossa. Lavori in epoche recenti hanno modificato la struttura di questo sotterraneo.

La cannoniera del Baluardo Pallavicino

Sempre nella faccia ovest, una sortita con casamatta per la difesa della fossa e che serviva probabilmente da uscita ed inizio della “via coperta” verso il Castello di S. Vigilio, sul suo lato nord.

La sortita del Baluardo Pallavicino

 

Cunicoli accanto alla Porta del Soccorso

Allo sperone ovest segue la faccia nord, fondata su un affioramento di roccia; il redondone non è ben conservato, ma percorrendo la via Sotto le Mura di S. Alessandro i cittadini possono oggi toccare con mano la muraglia alla base, essendo uno dei pochissimi posti non recintati o chiusi da barriere e cancellate.

Al successivo sperone est fa seguito il fianco est munito di due cannoniere con casamatta posteriore (e probabilmente due postazioni superiori), una troniera con bocca da fuoco a cielo aperto (l’unica ad essersi conservata lungo il perimetro della cinta bastionata) e una sortita a difesa della Porta del Soccorso.

La buca cannoniera a cielo aperto, nel baluardo Pallavicino, a difesa della porta del soccorso e fossa antistante (1974, Archivio G.S.B. le Nottole)

Dalla ampia sala di manovra del fianco est diparte un passaggio con camini di aereazione, presenti in tutte le cannoniere ipogee, che porta alla casamatta della faccia ovest.

La galleria di collegamento tra la cannoniera precedentemente mostrata e la casamatta a difesa della faccia nord del baluardo di San Vigilio. Si notano i camini di ventilazione (Archivio G.S.B. le Nottole)

IL FORTE INFERIORE: DALLA PORTA DEL SOCCORSO ALLA PORTA DI SAN LORENZO

Dalla Porta del Soccorso, inserita nella relativa Cortina di Porta, continuando in senso orario prende inizio la porzione inferiore del Forte di San Marco, che si sviluppa a ventaglio fino alla Porta di S. Lorenzo, composto rispettivamente dall’insieme dei baluardi Castagneta, S. Petro e Val Verde.

Il Baluardo di Castagneta impiantato sull’ultimo rialzo del contrafforte Leidi controllava il rilievo del Pianone e la strada sottostante da una parte e, dall’altra, a protezione della porta e del colle di S. Vigilio. La piazza del baluardo doveva essere divisa a settori ma la struttura è oggigiorno completamente alterata.

Scorcio sul Baluardo di Castagneta

 

Orecchione del Baluardo di Castagneta

Il baluardo presenta ad est un fianco particolarmente esteso e un angolo di spalla singolarmente ottuso. Nel fianco ritirato ovest (ben protetto dall’orecchione ovest) si trovano 2 cannoniere ed una troniera a difesa della Porta del Soccorso.

Nella faccia occidentale (in origine leggermente più bassa), la cresta della muraglia conserva traccia dell’andamento originario a dente di sega, che doveva rendere più agevole il defilamento nei confronti del nemico su questo terreno molto accidentato e particolarmente esposto. Tale profilo, unico in tutto il perimetro, fu infatti corretto in un tempo successivo; vi era la piazza per una troniera, mentre alla base un muretto rinforzato delimitava la fossa.

Lo Sperone del baluardo di Castagneta è il punto più a nord della fortificazione.

Il Baluardo di Castagneta: faccia est e ovest

Sulla faccia est era disposta la vasta piazza per una troniera che doveva avere un ampio angolo di copertura; alla sua base è infelicemente addossata un’abitazione privata con giardino e piscina.

Sul fianco est si affaccia oggi il Giardino Botanico, era munito di due cannoniere ed una sortita per sostenere la difesa del baluardo successivo, importantissimo per la presenza del passaggio dei uno dei soli due acquedotti della città.

Il raccordo con il Baluardo di S. Pietro, posto a metà del Forte Inferiore, avviene tramite la breve Cortina di Castagneta (che il da Lezze chiamava cortina di squinzo, e dove si trovavano la piazza di una troniera e una sortita). Tecnicamente definito “piattaforma” perché dotato di un solo fianco, ha la particolarità di non avere un orecchione completamente rotondo e di terminare con uno sperone.

Sia nel baluardo di S. Pietro (che si sviluppa per 150 metri coprendo un dislivello di circa 10 metri) che in quello altrettanto scosceso di Valverde, il muro, concepito essenzialmente come congiunzione di due sistemi forti, si snoda parallelamente all’andamento altimetrico del terreno e limitato alla sola scarpa per ridurre l’esposizione all’artiglieria su questo lato nord naturalmente difeso dalla forte pendenza del colle. ln realtà la piattaforma, che parrebbe una semplice interruzione della cortina, risulta invece una macchina predisposta di un ingegnoso apparato difensivo, purtroppo amputato nel 1908 con l’apertura della strada tra la città e Castagneta (attuale via Beltrami): l’unica grave lacerazione inferta al circuito significò anche la perdita di un elemento particolarmente raro, quello delle tre cannoniere affiancate nel baluardo occidentale.

Particolare del Forte di S. Marco nella planimetria prospettica di Bergamo di Stefano Scolari (Venezia secolo XVII). Incisione su rame. Bergamo – Uff. Tecnico del Comune

 

La costruzione del baluardo di S. Pietro aveva interrotto l’antica strada di passaggio che da Borgo Canale portava a Castagneta e dopo ripetute proteste degli abitanti si decise di abbattere la parte sud della Cortina di Castagneta e circa un terzo della lunghezza del baluardo di S. Pietro ed aprire un varco che permettesse il collegamento tra Castagneta e il nucleo della città antica attraverso l’attuale via Beltrami, tracciata a partire dal 1908. Per il passaggio dell’Acquedotto dei Vasi venne lasciata un’apertura nella faccia nord del baluardo

I cedimenti della muraglia hanno portato alla chiusura di quella via Roccolino, che ricalca presumibilmente l’antico tracciato collegante borgo Canale con Castagneta citato dalle fonti. Poiché il condotto dell’Acquedotto dei Vasi è contenuto nel muro che definisce la via a monte, nella suggestiva via Roccolino si sono rinvenuti tratti di acquedotto.

Il baluardo deriva il suo nome dalla chiesetta poco distante, costruita posteriormente, nel 1629; ma secondo alcuni deriverebbe da quella omonima abbattuta nei pressi di S. Giovanni.

Via Beltrami e la chiesetta di S. Pietro nel 1905

Il fianco ritirato est del baluardo di S. Pietro dispone di due cannoniere (trasformate recentemente in sala bruciatori), due troniere e una sortita, atte a servire anche la lunga faccia nord del baluardo di Valverde.

Il Forte Inferiore termina con il Baluardo di Valverde (originariamente di “Colaperto”), che si sviluppa per 221 metri lungo una complessa orografia che ne fa la parte più bassa di tutto il perimetro, con un’altezza media di circa 9 mt.

Ha una fossa con controscarpa ben conservate ma non ha sortite ed è l’unico che non presenta orecchioni ma solo facce e fianchi.

Al suo interno e, poco distante, all’esterno, furono nel tempo ricavate due cave di arenaria.

La faccia nord, rivolta verso la valle del Roccolino e Valtesse, era percorsa da una strada interna (ora Sforza Pallavicino) e disponeva di due cannoniere e di 4 troniere, anche se nel 1596, non aveva ancora il parapetto; alle sue spalle vi era una casamatta di presidio.

Faccia nord del Baluardo di Valverde, rivolta verso la valle del Roccolino e Valtesse. All’interno del baluardo e all’esterno, furono nel tempo ricavate due cave di arenaria

Dallo sperone nord si diparte la faccia est, dalla pendenza così accentuata da fare di questo lato l’unico esempio conservato di fossa terrazzata: una serie di muri disposti ortogonalmente a scarpa e controscarpa suddivide lo spazio in piazzuole successive per impedire i guasti delle acque alle opere murarie.

Dato il dislivello di circa 4 mt, posteriormente furono ricavati tredici gradoni atti a ricevere altrettanti pezzi d’artiglieria battenti la valle sottostante.

Faccia est e fossa terrazzata del Baluardo di Valverde

La faccia est del baluardo presenta alcuni pezzi marmorei ricavati da edifici presumibilmente d’epoca romana.

Superato lo Sperone est, che era munito anch’esso di garitta, si diparte il fianco sud il cui dislivello (3 metri) permise di ricavare otto gradoni con relativo spazio di manovra per piazzare altrettanti cannoni a difesa della porta.

Fianco sud del Baluardo di Valverde

Segue infine la Cortina della Porta San Lorenzo, che legata all’antica porta veneziana taglia la parte alta della Valverde, comprendendola nel Forte Inferiore.

Cortina di Porta S. Lorenzo, faccia nord e viadotto

Il Castello di San Vigilio e la sua evoluzione nella storia

Nel lungo corso della storia di Bergamo, con i suoi 496 metri di altitudine il colle su cui è sorto il Castello di S. Vigilio ha sempre costituito il luogo privilegiato di avvistamento per la difesa della città. Data l’ampiezza della visuale, dalla sua sommità era possibile controllare una vastissima porzione di territorio, dall’imbocco delle valli principali – Brembana e Seriana – all’antica Val Breno e l’intera spianata di Almenno, per arrivare alla pianura e ai centri posti all’imbocco della Val San Martino. La posizione preminente del colle, cardine del sistema orografico dei colli nel territorio cittadino, permetteva di  osservare i movimenti dei nemici decidendo le opportune contromisure, ed è quindi probabile che sin dall’occupazione romana vi sorgesse una torre di avvistamento.

Ubicato allo sbocco delle due principali valli bergamasche – Brembana e Seriana – il nucleo storico di Bergamo (nel medioevo denominato “Mons Civitatis”) è posto sullo sperone sud-orientale di un lunga dorsale collinare isolata, che alle spalle della città si prolunga verso ponente fino a Sombreno, culminando nel Monte Bastia, massima elevazione dell’intero corrugamento orografico

 

La preziosa foto aerea del 1924 mostra il rilievo su cui sorge il Castello (circa 496 m. slm), perno della dorsale maestra del sistema collinare, culminante nel vicino Monte Bastia (518 m. slm), e comprendente l’altura del Corno (472 m. slm)

 

Dal Castello si gode di una visuale a 360° sulla città, sulla pianura, sull’imbocco delle valli e sulla catena montuosa delle Prealpi Orobie

La sua posizione eminente rispetto alla città antica, ne fa il punto privilegiato da cui osservarne il lato migliore, che si offre ai nostri sguardi attraverso il tondo profilo del colle di San Giovanni.

Per la sua posizione particolarmente esposta rispetto al colle di S. Vigilio, il colle di S. Giovanni ha sempre costituito il punto più vulnerabile della città  (Racc. Gaffuri)

Avvenente protagonista delle nostre scorribande fotografiche, il colle su cui oggi sorge il Seminario era alquanto vulnerabile, essendo le sue difese particolarmente esposte ad eventuali assalti provenienti dal Castello di S. Vigilio.

La città alta con in primo piano il colle di S. Giovanni (rappresentato dalla mole del vecchio Seminario), ancora provvisto di alcune delle torri della trecentesca Cittadella viscontea, poi scomparse. A sinistra sono visibili i possenti contrafforti del Forte di S. Marco Inferiore

Se infatti la parte sud-orientale di Città Alta era ben protetta dall’altura di S. Eufemia (dal Trecento non casualmente occupata da una rocca), aprire una breccia nelle fortificazioni che cingevano il colle di S. Giovanni era più facile che altrove: come avvenne nel IX secolo, quando nel corso delle le lotte che dilaniavano l’Italia, dal “Castellum” gli assalitori capeggiati da Arnolfo di Carinzia devastarono le mura, e, conquistata la città, distrussero il fortilizio.

Bergamo dal Castello di S. Vigilio: una delle vedute più belle rappresentate della città

Fu così impartita a Bergamo una grande lezione, e cioè quella dell’importanza strategica del forte sul colle, che troppo distante per essere incluso nella cerchia delle mura urbane, verrà potenziato a più riprese nel corso dei secoli.

Gran parte della storia del Castello risulta quindi fortemente condizionata da questa circostanza, che in ogni periodo storico ne ha fatto il punto privilegiato da cui partire per assalire la città. Per questo motivo, di pari passo con le grandi trasformazioni del nucleo urbano ed ogni volta che si poneva mano alle fortificazioni della città, questa fortificazione è sempre stata oggetto di particolare scrupolo e attenzione, per quanti erano incaricati della difesa di Bergamo.

Il Castello di San Vigilio, posto sulla cima dell’omonimo colle, fuori la cerchia delle Mura veneziane di Città Alta, ha costituito nei secoli una strategica porta d’accesso verso la città. Nell’immagine, risalente al 1920, è osservato dalle pendici del monte Bastia e pertanto la didascalia posta in calce alla fotografia è errata

Il Castello, posto a capocroce della dorsale maestra, in riferimento alla direttrice nord-sud manteneva un perfetto controllo, spaziando da Sudorno (m 432 slm) al monte Casnida (Castagneta) per arrivare all’intestatura del Pianone (m 378 slm).

Il nucleo di Borgo Canale e l’imbocco di Sudorno, dominati dal Castello di S. Vigilio

Ma lo stesso non poteva dirsi per la sovrastante altura della Bastia che, seppur più alta di 22 m rispetto alla sommità di S. Vigilio ma da esso distante di appena 300 passi, poteva costituire un serio pericolo per lo stesso Castello: per questo motivo la Bastia è sempre stata oggetto di opportune attenzioni in ordine alla difesa della città.

Con i suoi 518 metri di quota il colle della Bastia, in antico denominato (anche da Mosè del Brolo nel 1120) “Mons Milionus”, è la massima elevazione prossima al Castello di S. Vigilio. In età viscontea vi viene costruita una fortificazione per l’avvistamento e la segnalazione di movimenti sulle direttrici del teatro occidentale della città, svolgendo quindi un’efficace azione di antemurale che rafforzava il ruolo difensivo della “Cappella”

Purtroppo, nonostante l’abbondanza delle fonti, non è semplice ricostruire con certezza l’evoluzione storica del fortilizio  – primo e vero manufatto realizzato sul colle -, in quanto non esiste un’indagine approfondita che ne chiarisca le continue trasformazioni, i rinnovamenti e le vicissitudini che lo hanno visto protagonista.

Il torrione Belvedere, costruito in epoca veneta e rivolto verso Monte Bastia, l’altura che è stata oggetto di particolari attenzioni, tanto da dettare le nuove opere realizzate attorno al Castello. Per contenere un eventuale assalto proveniente dalla Bastia, si arrivò persino a prendere in considerazione l’eventualità di abbassarne la cima perché in caso di attacco il nemico avrebbe potuto piazzarvi dei cannoni con cui colpire i difensori del Castello

Alcuni documenti attestano la presenza di un “Castellum Bergomense” sul Colle di San Vigilio nel 538 d.C. ai tempi di Giustiniano; lo stesso ricordato dal Mazzi già nel 395 d.C. Il Castellum è citato anche nell’894 d.C. in un documento rilasciato dal figlio di Carlo Magno, Arnolfo di Carinzia.

Bergamo Alta con sullo sfondo il colle di S. Vigilio e il suo castello

Denominato anche ‘Cappella’ per la presenza in loco nel IX secolo di un piccolo insediamento di monaci, il Castellum viene individuato dal Comune di Bergamo a partire dal 1167, come essenziale per la difesa della città. Ampliato e completato dai Visconti nel 1336, subisce modifiche e rinforzi durante e dopo la costruzione delle Mura veneziane, quando si distingue per i suoi quattro torrioni circolari perimetrali con cortina di pietra a blocchi, costruiti verso la fine del Quattrocento nel quadro dei lavori di ristrutturazione e ampliamento della Cappella, disposti dalla Repubblica Veneta: da quel momento l’edificio costituirà un apparato difensivo sufficientemente sicuro.

Dai torrioni del Castello di S. Vigilio (denominati Castagneta, Belvedere, Ponte e S. Vigilio), di cui emerge la struttura d’epoca Veneta, si può immaginare che gli armigeri del tempo vigilassero sul territorio ed ancor’oggi restano i punti più maestosi e suggestivi dell’antico fortilizio

E sarà in epoca Veneta che l’assillante timore di un attacco proveniente dalle colline di  ponente porterà non solo a un continuo rimodellamento del Castello, ma anche a condizionare fortemente la costruzione della porzione settentrionale delle mura – sicuramente la più bella e meno conosciuta –, che da Porta San Lorenzo a Porta S. Alessandro andrà a costituire il cosiddetto “Forte di San Marco” (m 423 s.l.m.), frutto di lavori grandiosi, particolarmente attenti a contenere un eventuale assalto dal colle di San Vigilio, dalla Bastia e dall’attiguo monte Corno.

La parte occidentale del Forte di S. Marco rivolta verso Borgo Canale e l’imbocco di Sudorno. Ai piedi dei baluardi corre la funicolare per S. Vigilio

Ed è soprattutto con questo sguardo che dobbiamo osservare oggi la “Cappella”, parte integrante (seppur disgiunta) dalla cinta bastionata: la fortezza inizia qui e da qui si spiega. Non sorprende dunque che dall’inizio della costruzione delle Mura veneziane fino a tutto il Seicento, il Castello di S. Vigilio sia stato continuamente oggetto di adattamenti in rapporto a tutto l’imponente apparato difensivo posto sul fronte di ponente del Colle di Bergamo.

La piattaforma alberata del Castello, ora Parco pubblico, circondata dai quattro torrioni con la loro superficie curva appositamente studiata per attutire i colpi delle artiglierie, deviandoli al momento dell’impatto e riducendone la capacità penetrativa e distruttiva

Per la posizione privilegiata, per la ricca e documentata vicenda storica che forma una trama di forte significato, per le preesistenze e le strutture presenti, il Colle di S. Vigilio è quindi identificato, come pochi altri luoghi di frangia, quale reale perno del divenire e dell’esistenza stessa della città di Bergamo.

LE ORIGINI ALTO MEDIOEVALI DEL CASTELLO

Sappiamo che nella zona si era insediata una piccola comunità ecclesiastica, che vi aveva costruito una chiesuola intitolata a Santa Maria Maddalena, particolarmente venerata in Provenza e per tale motivo forse sorta durante l’occupazione carolingia del IX secolo. Le dimensioni del luogo sacro erano tuttavia molto ridotte, tanto che questo non veniva identificato come santuario o chiesa, ma con l’appellativo di “Capella”: uno dei nomi con cui è nota la località sin dall’altomedioevo.

L’altro nome era “Castellum”, e a conferma del ruolo strategico rivestito da questo luogo, l’appellativo si lega all’assalto alla città da parte di Arnolfo avvenuto nell’894 nel corso delle dispute tra Berengario e Guido da Spoleto per il possesso della corona d’Italia dopo la deposizione, avvenuta nell’ottobre del 887, di Carlo il Grosso, ultimo imperatore della dinastia carolingia: l’assalto di Arnolfo, figlio di Carlomanno di Baviera, è la prima notizia di una fortificazione militare sul colle di S. Vigilio.

Bergamo trecentesca Xilografia da Supplementum Chronicarum, di Jacopo Filippo Foresti, Venezia, 1486 (Bergamo, Biblioteca Civica)

In quell’anno, chiamato in suo sostegno da Berengario del Friuli, Arnolfo scese in Italia. La città di Bergamo e il suo conte Ambrogio si mantennero fedeli al marchese Guido da Spoleto, rivale di Berengario. La città ribelle fu quindi posta sotto assedio dalle truppe tedesche.

L’assalto investi dapprima proprio il “Bergomense Castello”, che fu difeso strenuamente dal chierico veronese Gotefrido, ma i difensori furono sopraffatti e questi giustiziato.

Proprio dal castello conquistato Arnolfo diresse l’assalto alla città e aperto un varco nelle mura, diroccate e sbrecciate in più parti (scrive il Mazzi: “battute in mille maniere da questo lato”, e cioè verso il colle di S. Giovanni), Bergamo fu saccheggiata, smantellata la cinta della mura e la Cittadella Alessandrina devastata con la sua Basilica.

Particolare della lapide realizzata dall’Ing. Luigi Angelini (1961), affissa sul muro retrostante la colonna di Borgo Canale. La lapide reca incisa la planimetria della Cittadella Alessandrina, devastata dalle truppe tedesche di Arnolfo di Carinzia nell’894 (“diruta et combusta remansit” – “Codex diplomaticus” di Mario Lupo). Solo dopo molti anni, quando il borgo e la vita torneranno a rifiorire, il vescovo Adalberto provvederà alla sua ricostruzione (la Cittadella verrà definitivamente distrutta nel 1561 con l’erezione delle nuove mura edificate da Venezia)

Come riportato dal Mazzi (1), dopo queste distruzioni compare la prima notizia dell’esistenza del Castello, dal quale il 1 febbraio 894 Arnolfo emise il diploma con cui donava i beni confiscati al chierico Gotefrido (che tanto ostinatamente aveva resistito) alla Cattedrale di S. Vincenzo, che si era mantenuta fedele alla corona di Berengario mentre il vescovo e i canonici di S. Alessandro avevano aderito al suo antagonista.

Il conte Ambrogio fu impiccato davanti a una porta della città (l’unica città ad opporre resistenza, fidando nella sua firmissima munitione), mentre il vescovo Adalberto fu fatto prigioniero.

Nel corso delle lotte, il Castello in cui Arnolfo si era barricato e che tanto filo da torcere aveva dato agli oppositori, venne distrutto.

Il termine “Castellum” restò comunque in uso per due secoli e mezzo come riferimento topografico (come citato in un documento del 1032), presto affiancato dalla denominazione di “Cappella” con riferimento esplicito alla cappella di S. Maria Maddalena, proprietaria delle terre su cui sorgeva il diruto Castello: in un atto del 1112 si trova infatti “in Monte ipsius Civitatis ubi diritur ad Capellam”.

Successivamente l’appellativo di “Cappella” prevalse nella documentazione e l’edificio divenne elemento iconografico dominante nella rappresentazione della città. Chiaramente visibile nel disegno quattrocentesco conservato presso la Biblioteca di Mantova.

La più antica immagine della città è – a parte il conio delle antiche monete bergamasche del sec. XIII limitata alla sola raffigurazione della Basilica Alessandrina -, un disegno, di cui non si conosce l’autore, contenuto nel codice agiografìco della Biblioteca Civica di Mantova del 1450. Le mura accerchiano una città nella quale lo spazio interno già saturo, obbliga a uno sviluppo edilizio in verticale. Nello skilyne due-trecentesco emergono le aste dei campanili e appena al di sotto i tetti delle case a più piani, rare le torri che si ergono al cielo, come rileva Mosé del Brolo nel suo Liber Pergaminus del XII secolo. La spinta ascensionale è resa efficacemente nel disegno raffigurante alcuni monaci nel Prato di S. Alessandro. La città è arroccata sul monte, “costretta” tra la Rocca e la Cittadella, protetta dalla Cappella posta sull’altura a occidente (Monica Resmini, cit. nei riferimenti)

IL CASTELLO IN EPOCA COMUNALE 

L’esperienza traumatica dell’assalto subito da parte di Arnolfo, rimase di certo ben presente ai Bergamaschi tanto che nel XII secolo, durante le contese tra la nascente Lega Lombarda e l’imperatore di Germania Federico I di Svevia detto il Barbarossa (calato in Italia con un potente esercito), ogni città coinvolta (oltre a Bergamo, Brescia, Mantova, Cremona e successivamente Milano) provvide a rinforzare le proprie difese.

Bergamo ampliò la cinta muraria ricostruendo le parti rovinate e poi, riconoscendogli un ruolo strategico nel sistema difensivo, mise mano al fortilizio sul colle.

Non è dato di sapere come fosse il Castello prima della sua distruzione, ma di certo il nuovo manufatto superava il precedente per dimensioni e dava maggiori garanzie per la difesa di Bergamo: è infatti del 1167 il rialzamento del recinto e del mastio (hedificatum est castrum et turris), la torre eretta a ribadire il ruolo strategico del fortilizio, e da questo momento la Cappella diviene simbolo della libertà comunale della città. Al centro della piazza d’armi troneggiava così la riedificata “turris” coperta, circondata da un “castrum”, termine che designava il muro merlato. Si ebbe inoltre cura che la fortezza fosse vigilata da una conveniente guarnigione e da custodi.

Per realizzare la nuova fortezza il Comune dovette espropriare alla chiesetta di S. Maria Maddalena quel terreno che da oltre due secoli era passato di sua proprietà, cedendole in cambio un altro appezzamento di terra all’Acqua Morta, sopra Astino.

I lavori di fortificazione alterarono lo stato dei luoghi, come testimonia nel 1160 un lascito del prevosto Lanfranco Rivola alla chiesa di S. Maria Maddalena, per l’edificazione di una nuova cisterna.

Proprio in questo periodo, la denominazione di “Castellum”, per indicare il fortilizio di S. Vigilio, iniziò ad essere sostituita da quella di “Cappella” (in un atto del 1175 il colle di S. Vigilio è denominato monte della Cappella), che rimase poi sino al termine della dominazione veneta.

DAL COMUNE AI VISCONTI 

E nel 1229 la denominazione di Cappella si era addirittura estesa al riedificato fortilizio: un atto attesta infatti la chiesa di Santa Maria della Cappella che sorgeva presso il castello della Cappella.

Dallo statuto del 1248 si evince che la città intende prestare una maggior cura alla manutenzione del fortilizio, dotandolo anche di un guardiano: nel giuramento del Podestà Giovanni Brolo, troviamo che aveva l’obbligo di fare custodire la Cappella da “buoni e leali cittadini” che avessero un patrimonio di almeno 100 lire imperiali e che la “turris cappelle” fosse tenuta in ordine in modo che i custodi vi potessero salire e starvi di guardia.

Per la difesa della città il comune prestò quindi al fortilizio un’attenzione particolare, non permettendo che andasse in rovina; ed altrettanto fecero i vari signori che dominarono di Bergamo, che lo vedevano non solo come uno strumento per atterrire i propri oppositori ma anche come un mezzo per controllare la popolazione.

Infatti, quando nel 1331, terminata l’età comunale venne conferito il potere signorile sulla città di Bergamo a Giovanni di Boemia, si stabilì la costruzione della Rocca sul colle S. Eufemia e la fornitura per la Cappella di vettovaglie e provviste per almeno sei mesi.

Passata in un lampo la meteora del re boemo, nel settembre 1332 Azzone Visconti, duca di Milano, si impadronì di Bergamo e tre anni dopo, nel 1345, il suo successore Luchino Visconti si dedicò al rafforzamento della Cappella e al restauro delle mura della città (2).

Lo stralcio di un’iscrizione (“Hos condi fecit muros”), ora dispersa, ricordava dei lavori di restauro e delle migliorie fatti eseguire nel 1345 dall’allora incaricato podestà e capitano Negro da Pirovano, che eresse muri provvisti di merli e feritoie che formavano un circuito lungo circa 186 metri.

La descrizione prosegue indicando l’ingresso al fortilizio che si affacciava verso la città, a oriente, e precisando che la chiesuola di S. Maria Maddalena rimaneva all’esterno dell’apparato murario, ma ad una quota inferiore per non ostacolare la difesa.

Nel periodo signorile la Cappella, nome con cui ormai usualmente era indicato il forte, venne sempre fornita di una guarnigione, che più che alla difesa della città era ormai espressamente dedicata al suo controllo: essa ormai non rappresentava più il propugnacolo della libertà cittadina, ma uno strumento di soggezione.

IL MONS MILIONUS DIVIENE COLLE DELLA BASTIA 

Quando nel 1373 le Valli e in particolare quella di S. Martino, si ribellarono a Barnabò Visconti, nel rinsaldare le difese bergamasche suo figlio Ambrogio edificò sul Mons Milionus una bastia (o bastita), una fortificazione campale in muratura, completata con recinto merlato, la cui fossa fu terminata il 2 maggio di quello stesso anno.

Dominando la parte occidentale, la bastia controllava anche visivamente lo sbocco delle valli ribelli, comunicando con altre postazioni viscontee – le fortezze di Mapello e Carvico e più tardi di Sombreno, rimaste fedeli ai Visconti – mediante segnali di fumo o luci notturne.

Da quel momento il Mons Milionus assunse il nome di “Bastia” (che ancor’oggi pronunciamo con l’accento sulla “a”) e annoverata tra le fortezze della città venne fornita di un regolare presidio, che sappiamo ancora esistente nel 1407. Quando poi, scalzando Barnabò, il nipote Giangaleazzo Visconti prese il potere, il castellano della Bastia, Antonio de Mussi di Crema, si affrettò a consegnarla al nuovo signore.

Su questo colle alla fine del Cinquecento il da Lezze vide ancora le fondamenta di una torre, nel mezzo della quale si trovava una cisterna, con un’altra lì accanto.

All’inizio del Quattrocento, sotto il caotico governo di Giovanni Maria Visconti, la Cappella, unitamente alla Rocca e alla Cittadella era difesa dal ghibellino Giovanni Suardi. Con il consenso del duca di Milano questi consegnò Bergamo nelle mani di Pandolfo Malatesta (riservandosi però il controllo della Cappella e del vicino colle della Bastia, già attrezzato di difese), il quale rimase fino al 1419 allorché il nuovo duca, Filippo Maria Visconti, affidò al Carmagnola l’incarico di riconquistare la città.

Il condottiero del duca comprese ben presto che se voleva conseguire un rapido successo militare doveva innanzi tutto conquistare la Cappella, cosa che fece rapidamente corrompendo il Guastafamiglia, che l’aveva in custodia. Fu uno dei momenti sanguinosi della contesa tra Milano e Venezia (3).

La resa di Bergamo al Carmagnola (1427), dettaglio – Opera di Antonio Vassillacchi, l’Aliense (1556-1629) – (Sala della Bussola, Palazzo Ducale, Venezia)

Già nel 1432 sotto i Veneziani, tra le fortezze cittadine in cui erano gli stipendiati la Bastia non è più nominata. Ma non per questo incute meno timore, tanto che tutte le nuove opere realizzate attorno al forte della Cappella saranno dettate dalla presenza del sovrastante colle della Bastia. Per quest’ultimo furono anche predisposti vari progetti per rendere più ardua la comunicazione tra i due colli e per farvi nuove fortificazioni. Si prese anche in considerazione la possibilità di abbassarne la cima, perché in caso di attacco il nemico avrebbe potuto piazzarvi dei cannoni con cui colpire i difensori del castello. Ma quest’opzione venne accantonata, lasciando intatto l’adiacente paesaggio collinare.

IL DOMINIO VENEZIANO

Nel 1428 Bergamo entrò a far parte della Serenissima, che pose da subito un presidio nella Cappella (nel 1429 vi era castellano Benedetto della Stoppa), individuata come cardine difensivo della città.

Alcune opere di rafforzamento verranno intraprese dalla Repubblica Veneta solo dal 1482 conferendo alla struttura un ruolo di primissimo piano nella gestione della città, ma già qualche anno prima dell’edificazione dei quattro torrioni, lo studioso veneziano Marin Sanudo, in visita a Bergamo nel 1483, afferma che “Chi à la Capella è signor di Bergamo”.

Schizzo schematico di Marin Sanudo (Venezia, 1466 – 1536) raffigurante il castello della Cappella in S. Vigilio (1483). Il Sanudo, uno dei più importanti cronisti dell’epoca, scrisse nel 1483 “Itinerario per la terraferma veneziana” dove venivano descritti alcuni luoghi della città di Bergamo e dintorni. Il forte della Cappella è rappresentato da mura circolari con un’alta torre nel mezzo, in quanto la sua descrizione viene redatta precedentemente alle prime modifiche apportate al fortilizio dalla Repubblica di Venezia. Inoltre, a mezzo del colle una chiesetta: l’attuale di S. Vigilio ora del tutto trasformata. Nella descrizione, egli ne conferma l’importanza difensiva: “questo è tondo con una torre in mexo alta ne la qual tre volte havea dato la saeta: era molto mal condizionada, ma si fusse conzada, per el sito saria inexpugnabbile…. È locco di gran momento, et concludendo, chi à la Capella è il signor de Bergamo”. Luigi Angelini scrisse che la posizione esatta della torre centrale (demolita nel 1595 dai Veneziani) “è tuttora individuata in luogo essendo accessibile un cunicolo che porta sottoterra al perimetro di questa antica torre”

Intanto, nel 1433 si diede ordine di riparare i danni che erano stati inflitti dal Carmagnola. Forse in quel tempo si provvide anche ad ampliare il recinto verso est per includervi la cappella di S. Maria Maddalena e per creare i nuovi alloggi per la guarnigione. Nonostante il forte fosse malconcio, il luogo era inespugnabile. Presentava la cappella di S. Maria Maddalena, un pozzo per le munizioni, una porta con saracinesche.

Fu però solo verso la fine del secolo che i Veneziani, ormai saldamente insediati in Bergamo, ordinarono (1482) l’adeguamento del forte della Cappella, ripartendo la spesa tra la città, il territorio e la camera fiscale. E sarà con i Veneziani che la Cappella muterà la sua denominazione in Castello di S. Vigilio.

Negli anni 1485-87 si procedette al rifacimento del torrione vecchio, alla sistemazione delle fosse e di altre parti (4) e soprattutto alla costruzione dei quattro torrioni tondi angolari (di Castagneta, Belvedere, torrione detto Ponte e torrione di S. Vigilio) che, collegati tra loro da un muraglione di cinta di forma poligonale, andarono a delimitare la fortificazione: un muraglione della lunghezza totale di 189 metri, dotato di merli e feritoie e munito di cannoniere, oltre che da un fossato di protezione. La antica torre centrale assunse quindi la funzione di mastio del castello.

I torrioni (chiamati Castagneta, Belvedere, Del Ponte e San Vigilio) presentano tutti due piani interni che costituiscono le casematte, cioè le postazioni per l’artiglieria a difesa del fortilizio. In queste, le bocche cannoniere erano rivolte a difesa dei vari tratti di muro congiungenti le torri ed hanno il foro per la bocca del cannone ed un’apertura superiore che fungeva da traguardo di mira. Ulteriori postazioni per i cannoni si trovavano sul bordo superiore delle mura del castello

 

Torrione di Castagneta: a sinistra la sortita, verso la fossa, del corpo di guardia nord e a destra la sortita, descritta dal capitano Da Lezze, che portava all’esterno delle strutture difensive del castello. Il disegno è di L. Deleidi detto Il Nebbia (1784 – 1853) – (Riproduzione fotografica conservata presso la Biblioteca Civica A. Mai, Archivio “Bergamo illustrata”)

La pregevolissima ed alta scarpa verrà invece addossata al corpo cilindrico delle torri solo circa 100 anni dopo, verso la fine del Cinquecento (quando si penserà ad un tale accorgimento anche attorno alle mura cittadine) per adattare la fortezza alle nuove tecniche di difesa imposte dall’impiego sempre più massiccio dell’artiglieria.

I lavori di ampliamento si conclusero inserendo nel lato rivolto ad est, quello che guarda la città, un solenne ingresso monumentale realizzato in forme rinascimentali, spostato, con la realizzazione del recinto basso, dalla coalizione antiliberista dopo la fine del secolo.

La porta rinascimentale del Castello, posta sul fronte verso la città e realizzata su probabile progetto del Codussi, architetto particolarmente attivo a Venezia. Fu demolita senza specifiche ragioni nel 1829

Dell’opera architettonica rimangono alcuni schizzi effettuati del pittore bergamasco Giuseppe Rudelli, che ci permettono di conoscerne la forma costruttiva. Dalla lettura dei disegni, Luigi Angelini attribuì l’opera all’architetto bergamasco Mauro Codussi che, a quel tempo, stava lavorando alla facciata di S. Zaccaria dove adottò il motivo delle lesene binate reggenti l’arco, motivo che poi ritroviamo nel frontone dell’ingresso della Cappella, unitamente all’elemento tipico dello stile codussiano di quel periodo, ossia il coronamento ad arco del portale e le due curve laterali più basse.

Schizzo del pittore Rudelli, riprodotto sulla rivista “Bergomum”, con a sinistra la porta rinascimentale del Castello, attribuita al Codussi (da Bergomum, Bergamo scomparsa, ottobre 1949 di L. ANGELINI: Un’insigne opera architettonica perduta. Pag. 12)

IL FORTE AL TEMPO DELLE GUERRE D’ITALIA 

I primissimi anni del Cinquecento furono tragici sia per Bergamo che per tutta la terraferma veneta di cui ora la città faceva parte. In seguito alla formazione della lega di Cambrai contro Venezia (1508) si succedettero una serie di eventi che portarono a vedere la Lombardia invasa da truppe francesi e spagnole: il castello parteciperà alla sorte della città e verrà impiegato quale rifugio per tentare la resistenza.

Quando nel 1509 le truppe coalizzate di Francia, Impero e Papato sconfissero nel cremonese ad Agnadello l’esercito Veneziano, questo fu costretto ad arretrare fin quasi alla laguna: per l’unica volta nella sua storia Venezia si preparò ad un assedio. Bergamo venne occupata da Carlo d’Amboise e solo la Cappella, in cui si era ritirato il provveditore veneto, resistette per un giorno al tiro delle artiglierie per poi arrendersi, tradita per denaro da un connestabile bresciano.

Il Castello in una veduta di Bergamo prima della costruzione delle mura veneziane (in nero), attribuito a Alvise Cima (1643-1710) 1693 (?).  Risulta definito da quattro torrioni angolari a pianta circolare e da una porta torre d’ingresso

Dopo tre anni di occupazione da parte dei Francesi (e cioè dal 1509 al 1512),  Venezia tentò la riconquista della città assediando la Cappella, dove i Francesi, insieme ad alcuni ostaggi bergamaschi, si erano rifugiati capeggiati da un guascone, tale Odet de Caucens.

Dapprima il de Caucens si limitava a tirare qualche colpo di bombarda sulla città, radendo anche al suolo la chiesa di S. Vigilio i cui resti furono poi spianati per la posa della prima pietra della nuova chiesa, avvenuta il 10 maggio 1517.

La chiesa dedicata a San Vigilio, Vescovo trentino che pare abbia dimorato nei dintorni  nell’anno 727, due anni prima della sua elezione, sorgeva vicina al “Castello Bergomense”, dando il nome al colle sovrastante la città.  A fianco si diparte l’imbocco della scaletta dello Scorlazzone, termine forse derivante da “scorlass”, contrazione di “castellaceum”, da cui “castellazzo”

Ma l’assedio si protrasse e gli assediati iniziarono a fare delle sortite, sino a che il monte S. Vigilio non risultò tutto bruciato e devastato. Il de Caucens infatti sotto gli occhi dei provveditori veneti e delle loro compagnie, aveva ardito uscire dal forte e distruggere le case limitrofe, facendo bottino e forzando gli abitanti a portare legnami presso il forte, dove edificò un bastione in terra di fronte al dominante colle della Bastia e addirittura procedendo a realizzare delle riparazioni urgenti di cui il forte necessitava.

Fu forse durante questo assedio che i difensori, e cioè gli Spagnoli, realizzarono, partendo probabilmente dal lato est, fra Città Alta e la Cappella, lo scavo di un cunicolo di contromina (e cioè destinato a contrastare gli attacchi “di mina”), per giungere sotto le mura del forte e demolirle con l’uso di esplosivo.

La galleria, scavata completamente in roccia ed accessibile, tramite un profondo pozzetto, dal torrione di Castagneta (da cui si dirama verso nord ovest e sud est), è stata ritrovata durante le esplorazioni del G.S.B. le Nottole negli anni ’70 partendo da una leggenda che voleva il fortilizio collegato tramite un passaggio segreto sotterraneo a Città Alta, da utilizzare per portare aiuti al castello o, per contro, permettere una fuga sicura ai militari in caso di assedio. Si può invece ipotizzare che il collegamento sotterraneo fra castello e Città Alta non sia mai esistito e sia sempre stato confuso con la strada coperta, opera di collegamento ma a cielo aperto.

Quindi dopo quattro mesi d’assedio il 28 ottobre del 1512 il de Caucens si arrese a onorevoli patti.

Venezia tenne Bergamo per poco, infatti nel giugno del 1513 vi giunsero nuovamente le truppe spagnole, che in quell’occasione incendiano il Palazzo della Ragione. Il provveditore veneto Bartolomeo Mosto e il castellano Carlo Miani con cento fanti si rinchiusero a loro volta nella Cappella, ma gli Spagnoli, dopo un blando assedio iniziale in settembre, avendo ricevuto rinforzi (2000 uomini ed artiglierie) iniziarono dei seri lavori d’assedio battendo il forte con le artiglierie e scavando gallerie di mina, obbligando quindi l’8 ottobre i veneziani alla resa, fatta salva la vita.

A sorpresa, nel 1515 gli Spagnoli abbandonarono Bergamo lasciando solo un presidio formato da 40 fanti, con cinque pezzi d’artiglieria.

A nulla valsero le trattative di resa da parte dei Veneziani, che al comando del provveditore Giorgio Vallaresso, avevano ricevuto l’ordine di riprendere il forte e spianarlo al suolo. Furono quindi posti cento schioppettieri ad impedire l’accesso di viveri e munizioni e fu tentato un colpo di mano che tuttavia fallì. Data la circostanza, i Veneziani si trovarono a dover ingaggiare per la riuscita dell’impresa proprio colui che anni prima era stato protagonista di una simile vicenda, ossia il francese Odet de Caucens.

Il 7 gennaio 1516 da Milano giunse un corpo di Guasconi a dare man forte agli assedianti, e alla testa di 400 guasconi e sette cannoni tornò in Bergamo Odet de Caucens, che da assediato divenne assediante.

Questi, che aveva tenuto in scacco i nemici per oltre quattro mesi dalle cortine della Cappella, ben ne conosceva i punti deboli, e disposta l’artiglieria prese ad asserragliarla col fuoco dei cannoni posti sul monte Corno, procurando una grande breccia nelle cortine del forte che dopo quattro mesi di assedio, il 21 gennaio 1516 convinse gli Spagnoli ad arrendersi.

IL FORTE DELLA CAPPELLA TRA XVI E XVIII SECOLO

Col tempo, anche se i danni prodotti dalle artiglierie del de Caucens furono in qualche modo riparati, cominciarono a giungere da più parti proposte di radere al suolo la malridotta Cappella, quasi dimenticata e ritenuta pericolosa per la città (5).

I drammatici avvenimenti costituirono comunque le premesse che alla metà del secolo portarono il governo veneziano ad elaborare un piano di fortificazione dell’intero territorio del dominio ed in particolare di Bergamo, dove nel 1561 si diede avvio alla costruzione delle Mura che racchiudono  ancor’oggi Città Alta.

Tuttavia, nonostante le preoccupazioni espresse in alcune relazioni di capitani e podestà succedutisi in città, non furono proposte soluzioni utili al potenziamento del Castello, che, sebbene costituisse il punto debole delle costruende Mura, almeno inizialmente non venne considerato all’interno di una più ampia visione (6).

La questione fu dibattuta a lungo tra coloro che erano favorevoli ad un suo rafforzamento e coloro che, ritenendolo inutile se non pericoloso, ne consigliavano l’abbattimento insieme al dirupamento del terreno circostante. Il nodo controverso divideva i tecnici in due fazioni:

  • da un lato i sostenitori del rafforzamento del Forte di S. Marco di cui era portavoce il Governatore Generale Sforza Pallavicino, che incaricato a sovrintendere la costruzione delle Mura considerava la Cappella ininfluente nella difesa della cinta bastionata che stava prendendo corpo sul terreno (7).
  • Dall’altro, vi erano coloro che spingevano affinché la Cappella non andasse nuovamente perduta in quanto rappresentava il punto debole verso la nuova opera difensiva in costruzione, che potrebbe “eser battuta et offesa da due monti….” (8): la Bastia e il monte Corno.
 Il Forte di S. Marco (evidenziato in verde) completava il perimetro nord-occidentale delle Mura, dalla porta di Sant’Alessandro alla porta di San Lorenzo: una “fortezza nella fortezza” posta in relazione alla Cappella per difendere la città in direzione dei colli. Il suo rimodellamento era stato progettato dallo Sforza Pallavicino avvalendosi dell’abilità tecnica del Savorgnano, che alla morte dello Sforza (1583) ne portò avanti l’opera. Il disegno, eseguito nel 1664 da Cesare Malacreda, è conservato presso la Biblioteca Nazionale Marciana di Venezia

Per la Cappella lo Sforza pensava semplicemente al rafforzamento del fronte verso la Bastia e all’ammodernamento del Castello con un baluardo. Intenzione irrealizzabile, perché la ristrettezza della piazza (140 passi) mal s’adattava ad un presidio efficiente e soprattutto a un’ordinata azione di uomini e pezzi in caso di operazione. Osserva G.M. Labaa che forse la determinazione di non trasformare in corpo reale la piazza del Castello poteva sottendere il disegno tattico di evitare, in caso di perdita, che la fortificazione potesse accogliere sufficiente artiglieria da sfondare il fronte della lunga muraglia del Forte di S. Marco.

Tavola dimostrativa dei possibili tiri contro il forte San Marco di Città Alta, conservata presso la Biblioteca nazionale Marciana di Venezia

Tuttavia la straordinaria posizione che la identificava come impareggiabile cavaliere con visualità di azione a 360°, pur nella difficoltà obiettiva di assicurarne la difesa rendeva restii a sacrificarla (9).

Che questo fosse un problema vitale e aperto risulta dal fatto che già nel 1565 si provvide a studiare il rimodellamento di tutto il territorio tra la Fortezza (le Mura) ed il Castello al fine di togliere di mezzo ogni possibile pianoro che potesse accogliere l’artiglieria di un ipotetico assediante (10).

A questo scopo si stanziarono 12 mila ducati e si fece in modo che in andamento rimanesse solo una stretta strada di soccorso e d’approvvigionamento del Castello, che a questa data era presidiato da soli 40 fanti (11).

La mancanza di fianchi adeguati sminuiva indubbiamente la validità della Cappella: le cannoniere erano infatti ricavate nei vetusti torrioni cilndrici del Castello medioevale con evidenti difficoltà di brandeggio e di operatività complessiva di fuoco e di fiancheggiamento. Quanto si sarebbe potuto fare in barbetta era poi limitato dall’esiguità della piazza.

Da qui le ragioni che fecero orientare non verso interventi sul nucleo ma verso l’approntamento di opere esterne ed avanzate, che però vennero realizzate solo tra la fine del Cinquecento e il secondo decennio del Seicento.

Le preoccupazioni maggiori venivano sempre dai colli vicini, Corno e Bastia, dai quali il fortilizio, facilmente raggiungibile tramite il dolce declivio del terreno, poteva essere battuto; i terreni verso la Cappella non erano sufficientemente scoscesi per contrastare l’avvicinamento del nemico.

Progetto per la sistemazione del Castello firmato dai provveditori (1585)

LA RISTRUTTURAZIONE DEL CASTELLO NEGLI ANNI 1585-1595

Intanto, verso l’ultimo decennio del Cinquecento il Senato Veneziano deliberava per l’inizio dei lavori di ammodernamento del fortilizio, che entro il 1595 era completamente ristrutturato sotto la direzione del capitano Nicolò Michiel e dell’ing. Bonomi (12).

Del Bonomi il lavoro più pregevole fu sicuramente la costruzione della scarpa addossata al corpo cilindrico delle torri, accorgimento difensivo poco prima attuato sulle mura cittadine, per difenderle dagli attacchi portati con le mine.

Sono infatti notevoli le differenze tra il paramento murario della scarpa e la cortina dei torrioni, dovute alla differente funzione delle due parti murarie: la scarpa doveva reggere l’urto e le principali offese degli assedianti, doveva sostenere il maggior onere dei carichi dei terrapieni e poteva, per la sua posizione, essere facilmente sbrecciata dalle mine; il muro verticale doveva sopportare carichi di gran lunga inferiori servendo solo di sostegno per la merlatura sulla quale solitamente si appoggiavano le travi della copertura.

Il paramento, interamente realizzato con pietra d’arenaria, appare caratterizzato da un’altissima scarpa realizzata con grossi blocchi squadrati e bugnati con estrema cura, disposti in corsi regolari e perfettamente connessi. Il completo redendone nella parte terminale sottolinea lo stacco tra la scarpa e la cortina sovrastante, dove i conci appaiono di piccole dimensioni, tagliati con poca precisione e collocati irregolarmente (fotografia del 1922)

 

Redendone che delimita la scarpa inclinata dal muro verticale

Nel corso dei lavori, vennero demoliti alcune casupole e il residuo dell’antica torre centrale (il maschio medioevale che era già stata fatta abbassare dal Pallavicino per renderla meno esposta ai tiri di artiglieria), per ottenere uno spazio di manovra maggiore sulla piazza superiore del Castello, ora ampliata (40×70 metri ca.) e capace di ospitare fino a 500 soldati e 10 pezzi di artiglieria.

Per ampliare il fortilizio verso est, la cortina rivolta verso la città fu demolita nel tratto compreso tra i due torrioni e sostituita da due cortine perpendicolari a quella abbattuta (e cioè edificate sul lato settentrionale e meridionale),  collegate fra di loro da una cortina a “coda di rondine”, al centro della quale venne costruito il nuovo ingresso al castello. Da questa parte i muri erano di esiguo spessore, ben diversi da quelli assai più robusti e massicci rivolti verso le alture circostanti.

Lo spigolo nord della cortina “a coda di rondine” che si protende verso Città Alta. A destra il torrione di Castagneta

Da tali lavori si ricavò una nuova piazza chiamata “inferiore” per distinguerla da quella sopraelevata, di dimensioni assai maggiori – con la quale era collegata tramite una scala in pietra di 4 passi veneziani (1 passo = m 1,738) -, entro la quale furono costruite una polveriera e una chiesetta (forse per sostituire quella dedicata a S. Maria Maddalena, demolita nel 1567 e i cui resti potrebbero essere stati inglobati nella Casa del Custode con i lavori di ampliamento?); sulla sinistra, il deposito delle munizioni, degli archibugi, degli attrezzi e, dietro, gli alloggiamenti per i soldati disposti in doppia fila.

Negli alloggi dimorava il contingente militare che variava a seconda dei periodi storici e delle crisi politiche. Una piccola comunità il cui compito principale era l’esercitazione oltre al rondamento diurno e notturno, nella fossa intorno al Castello e a controllo del territorio.

La polveriera del castello di San Vigilio nell’Ottocento, documentata da un disegno di Luigi Deleidi, detto il Nebbia, nell’album di vedute di Bergamo trafugato alcuni anni or sono dalla Biblioteca Civica “Angelo Mai”. Il progetto di quest’opera grandiosa, di cui non è rimasta traccia, secondo Luigi Angelini può essere attribuito al Codussi, autore anche del portale monumentale. Da Lezze precisa che la torretta (piramide) “per conserva della polvere” era coperta di piombo. Fu demolita molto probabilmente in coincidenza con le notevoli trasformazioni che la “Cappella” subì nell’Ottocento per mano degli Austriaci, che la sguarnirono del tutto abbattendo pure il portale d’ingresso; i disegni eseguiti da Giuseppe Rudelli nel momento della demolizione ne documentano la grandiosità

Venne inoltre edificata la Casa del Castellano (costruita solo nel 1593 ed oggi sede l’associazione Castrum Capelle, a sinistra della scalinata principale) e la Casa del Capitano, chiamata del Pittore (ubicata sulla destra).

 

Vista del fronte Sud del Castello con la Casa del Castellano

 

Stato della cappella verso la fine del XVI Secolo, dopo la ristrutturazione interna. Risale a questo periodo  la principale conformazione che il Castello possiede oggi, con la cosiddetta “Piazza di Sotto” collegata con la “Piazza di Sopra” da scalette in pietra (disegno conservato presso l’Archivio storico di Venezia, Ter. 110)

In mezzo alla piazza superiore venne eretta un’antenna su cui nei giorni festivi veniva issata l’insegna di San Marco. Sotto questa antenna venne realizzata una vasta cisterna per assicurare il rifornimento idrico, alimentata da una sorgente e dalla raccolta delle acque piovane.  

Un’altra cisterna fu realizzata di fronte alla Casa del Castellano.

La cisterna costruita di fronte alla casa del castellano è  un vano ipogeo con volta a botte alta poco più di otto metri e pianta con dimensioni medie di 7 metri per 11, posizionato sotto la balconata antistante la casa stessa (ex Trattoria del castello). Nell’immagine, la fontana della cisterna a servizio delle abitazioni dei militari come si presenta oggi. La relazione del proto Bernardo Berlendis del 1600 indicava la cisterna, che ancora doveva essere completata, posizionata all’interno della fossa vecchia del castello: è stato quindi utilizzato parte dello spazio che si è reso disponibile con l’espansione del fortilizio verso est. Fu completata nel 1606

 

La stessa fontana  in un disegno di L. Deleidi detto Il Nebbia (1784 – 1853) (Riproduzione fotografica conservata presso la Biblioteca Civica A. Mai, Archivio “Bergamo illustrata”)

Tutt’ intorno venne scavata una fossa profonda quattro passi, controllata da due corpi di guardia sul lato nord e sud e dotata di una controscarpa che, erosa e continuamente dalle piogge, richiederà continui interventi. I lavori eseguiti erano costati sino a quel momento 34.000 ducati.

La cortina verso il torrione Belvedere, la passerella lungo un fossato mai esistito e, a destra, il muro di controscarpa

Altri lavori di rafforzamento del forte furono realizzati all’inizio del Seicento seguendo le proposte di Francesco Berlendis e di Marco Antonio Negrisoli.

Pianta del Castello di San Vigilio dove sono indicati: in verde, la cortina congiungente le torri di San Vigilio e di Castagneta come da costruzione veneta della fine del XV secolo; in rosso, l’espansione della piazza del castello con i lavori della fine del XVI secolo; in blu, i corpi di guardia nord e sud (Proprietà GSB  Nottole).

LA PROSECUZIONE DEI LAVORI: LE STRUTTURE ESTERNE ED AVANZATE PER LA DIFESA VERSO IL MONTE BASTIA

Riguardo le perplessità relative all’effettiva inespugnabilità del Castello dovuta alla presenza dei colli vicini (Corno e Bastia), tra i progetti presentati nel 1585 il Bonomi aveva proposto quattro bassi baluardi attorno al vecchio Castello, uno dei quali era un puntone che si protendeva fra la Bastia e il Corno, soluzione onerosissima (80 mila ducati) e di scarsa fattibilità; il Malverda si era limitato ad un puntone verso il monte Corno utilizzando le vecchie torri del Castello per il fiancheggiamento, oltre a potenziare al massimo il collegamento con la città, soluzione meno onerosa (25 mila ducati) ma di scarsa efficacia; Paolo Emilio Scotto aveva proposto una soluzione costituita da una tenaglia che dal vecchio Castello si rivolgeva verso la Bastia e il Corno e la realizzazione di una strada coperta che occupasse tutto il dosso che s’interpone fra la fortezza e il Castello. Tale strada non avrebbe dovuto essere un semplice percorso protetto, ma consistere in cortine terrapienate e forte scarpamento dei pendii esterni. L’ipotesi della tenaglia venne quantificata in 35 mila scudi. La soluzione fu avvertita come la migliore e più o meno secondo quest’ultima ipotesi ci si mosse.

Stampa secentesca dei Remondini di Bassano. I lavori intrapresi all’inizio del XVII secolo diedero alla fortezza la configurazione definitiva a forma di stella (di questo nuovo perimetro difensivo, tratta F. CACCIA: Trattato scientifico di fortificazione in appendice al TASSI. – Vita dei pittori – architetti – scultori bergamaschi, 1793)

La costruzione della strada coperta tra la città e la Cappella iniziò nel 1607 ma solo tra il 1613 e il 1616 i lavori, diretti dall’ing. Marcello Alessandri, si poterono considerare conclusi. La strada, una sorta di trincea con argini in terra (rivestiti da parapetti in pietra nel nel 1623), che dal muro di controscarpa che affiancava la fossa correva lungo la costa del colle, costituiva un collegamento sicuro tra il Forte di S. Marco e la Cappella, utile a portare rifornimenti e aiuti in caso di necessità.

La freccia rossa indica la strada coperta tra la Cappella e il Forte di S. Marco, con il quale si doveva collegare tramite una sortita nel Baluardo Pallavicino

 

Planimetria del 1617 presente nella relazione di Buonaiuto Lorini (conservata presso la Biblioteca Civica A. Mai, Bergamo)

La strada coperta era protetta, a metà del percorso, da una piccola piazza per posizionare i cannoni sul lato sud (verso S. Gottardo) e da un’altra piazza sul lato nord, verso il Monte Corno.

L’intero passaggio, che aveva una larghezza di 18 passi ed era costato la considerevole cifra di 41.000 ducati, verrà smantellato e completamente cancellato da Napoleone Buonaparte.

Il Castello e il forte di S. Marco nel contesto orografico dei colli, con la strada coperta

Di pari passo con le modifiche relative al Forte di San Marco, la difesa esterna del Castello venne definitivamente completata tra il 1621 e il 1623 su progetto degli ingegneri Tensini ed Alessandri, mediante la costruzione, oltre la controscarpa della fossa, della tenaglietta di nord-ovest (due grandi speroni , rivolti verso il monte Corno ed il monte Bastia, posti a protezione del torrione più occidentale) e dei due baluardetti di sud-ovest e di sud- est, realizzati per migliorare la difesa dei due sottoposti torrioni: il primo, denominato baluardo Moncenigo, è un puntone verso la chiesa di S. Vigilio, il secondo è posto a protezione del primo torrione, detto di S. Vigilio.

Pianta del Castello di S. Vigilio, con descritta ogni singola parte (arch. G.M. Labaa)

Infine, i terreni circostanti vennero dirupati per rendere meno agevole l’avvicinamento del nemico.

 

Con il 1623 si concludevano le operazioni di fortificazione della città di Bergamo da parte di Venezia. Ma servivano altre risorse economiche e per averle si ribadiva nuovamente che in questo luogo si giocava per Venezia “Ia conservazione di questa Città e di tutta Bergamasca”:  in particolare, bisognava rendere ancor più aspro il declivio davanti alla “fòrvese” attraverso un ennesimo intervento di modellamento della sella fra il Castello e l‘altura del Colle, che restava facilmente accessibile al nemico (14):  un appassionante e “classico” problema tattico-strategico (tale da entrar nella trattatistica), per la cui soluzione vennero chiamati i migliori ingegni nell’arte del fortificare d‘Italia.

L’impianto fortificato della “Cappella” nel contesto orografico del colle di S. Vigilio, con la strada coperta che giunge fino al Forte (disegno di Cesare Malacreda, conservato presso la Biblioteca Nazionale Marciana di Venezia)

 

Il Castello e la cinta bastionata unite dalla strada coperta, nella planimetria di Pierre Mortier (1660)

Affinché niente fosse anteposto al superiore bisogno di sicurezza, le plurimillenarie forme della natura vennero modificate ancor più radicalmente, artificializzando e caricando di nuovi valori una parte importante del Colle di Bergamo, esaltandone il senso di dominanza: si scavarono fosse, si tolsero boschi, vigne ed alberi isolati e si asportarono persino i muretti dei terrazzamenti, rimodellando tutt’attorno al Castello il profilo delle alture, delle selle e dei crinali, lasciando percepire da lontano persino il corridoio che correva lungo la strada coperta.

Il Castello alla fine dell’Ottocento

Il luogo tutt’intorno al Castello mutava ma la sommità del colle non perdeva i suoi valori semantici di spartiacque fra le vigne e le aree boscate che si succedono a ponente e l’artificialità del costruito a levante, con la città serrata nella smagliante cinta bastionata.

“NelI’ordinaria percezione da sud, dal piano, si godeva la stereometrica astrattezza dei piani in terra e delle pareti in pietra, che connotano rampati, Ia tenaglia e le bastionature minori, ai corridore della strada coperta e alle rotondità delle torri del soprastante vetero impianto” (G.M. Labaa, “Progetto – Il colle, cit.)

  

L’emergenza del Castello, circondato da un cerchio di folti tigli, letta dalla collina di Madonna del bosco

Sino alla fine della presenza Veneta a Bergamo, il forte non subì l’assalto di alcun avversario.

Giovanni Antonio Urbani, Planimetria acquerellata del Castello di San Vigilio e degli spalti interni ed esterni, 22 aprile 1766 (conservata presso la Biblioteca Civica di Bergamo)

 

Giovanni Antonio Urbani, disegno del 1776 raffigurante gli interni del Castello di San Vigilio (conservato presso la Biblioteca Civica di Bergamo)

DOPO VENEZIA

Il 25 dicembre 1796 i francesi di Napoleone I entrano in Bergamo ed è la fine della dominazione veneta. I francesi si fanno consegnare dal capitano veneto Ottolini il Castello, temendo un tentativo di controffensiva di Venezia proprio da quella postazione; ed è forse per questo motivo che, l’anno successivo, viene distrutta la strada coperta costruita circa duecento anni prima, decretando per il Castello la perdita definitiva dell’importanza strategica che lo aveva contraddistinto fino ad allora.

Incisione settecentesca di Bergamo Alta, vista da Santa Maria del Giglio, presso Porta S. Giacomo, posta di fronte al Fortino. In alto a ponente svetta la Cappella imbandierata. La prima versione, in bianco e nero, era stata eseguita Giorgio Fossati (1704-85)

Il fortilizio perde importanza per le ormai mutate strategie militari e dal 1803 il Ministero della Guerra indice alcune aste per la vendita o affitto a privati dei terreni facenti parte della ex fortezza (15), che in questo periodo viene anche utilizzata come magazzino militare.

Bergamo Alta vista da Porta S. Giacomo, dominata dall’alto dal Castello di S. Vigilio (incisione veneta settecentesca). E’ una prima prova della stampa di Giorgio Fossati (1704-1785) integrata poi con figure nella stampa della sopracoperta e dei risguardi (Racc. Conte G. Piccinelli)

Le campagne napoleoniche richiedevano ingenti finanziamenti e, venute meno le ragioni militari, furono vendute numerose parti della fortezza cittadina. Tra queste, oltre al Castello, il Forte di San Marco che da allora è di proprietà privata, compresa la Porta del Soccorso e le interessantissime strutture sotterranee.

Occupata Bergamo nel 1815, gli Austriaci intrapresero una politica di smantellamento delle principali strutture militari presenti in città; nel 1829 furono infatti demolite alcune parti del castello, tra cui la polveriera e la  monumentale porta d’ ingresso entrambe attribuite al Codussi.

In precedenza, nel gennaio del 1825 avevano messo all’asta gli spazi dell’intero perimetro delle mura. Per buona fortuna l’operazione fu bloccata dal podestà di Bergamo Rocco Cedrelli il quale riuscì ad aggiudicarsi (la somma sborsata fu di 6.050 lire) tutte le aree, divenute poi la splendida passeggiata che è uno degli aspetti più affascinanti dell’antica città.

Il rilievo, risalente al 1828, mostra i nuovi manufatti all’interno delle mura di cinta, successivamente demoliti (conservato presso  l’Archivio Comunale di Cittadella)

Alla fine dell’Ottocento, con la cessata strategia difensiva, si assiste al progressivo inurbamento del Colle con la costruzione di residenze e case di villeggiatura sul suo versante più soleggiato.
Questo a seguito della crescente attrazione delle zone collinari a luogo di villeggiatura e ristoro.

A partire dai primi anni del Novecento, e nell’arco di tutto il secolo, si assiste sempre più alla riconversione dei cascinali meglio esposti al sole in ville e villette in stile liberty e la progressiva sostituzione del verde rurale in giardini, anche con essenze estranee all’areale tipico e/o con essenze esotiche.

Veduta di S. Vigilio nel 1900 (da Patrik Serra, Antiche stampe di Bergamo – XIX secolo. Grafica & Arte Bergamo)

Del 1912 è la costruzione della funicolare di collegamento tra Città Alta e S. Vigilio, che copre una distanza di 621 metri con un dislivello pari a 91 metri.

 

L’imbocco della strada che dalla stazione superiore della funicolare conduce al Castello

 

Cartolina di Via Sudorno con il Colle di San Vigilio sull’altura

Le mappe catastali rilevate negli anni successivi non riportano trasformazioni evidenti e gli edifici si manterranno pressoché inalterati fino ad oggi, tranne l’edificio settentrionale soggetto ad una demolizione parziale.

Nel 1934 buona parete del sedime dell’antico forte fu ceduto alla famiglia Soregaroli, che trasformò la Casa del Castellano in un caffé-ristorante; i camerieri servivano clienti ai tavolini allineati all’ombra del tigli sulla sommità. Il proprietario, Pierino Soregaroli vi profuse molte energie fisiche ed economiche per riadattare la scalinata e sistemare i camminamenti del malconcio castello. Nel corso degli anni ’80, a causa del progressivo stato di degrado dell’edificio il ristorante ha cessato la sua attività.

Nel 1957 il Comune di Bergamo ritorna in possesso del castello e dei terreni a nord dello stesso, acquistandoli da privati ed a partire dal 1960 vengono avviati i lavori di restauro del fortilizio, su progetto dell’architetto Pippo Pinetti.

Il Castello prima della ripulitura

I lavori si conclusero alla fine di agosto del 1961, quando la piazza superiore venne riaperta al pubblico (16).

Due fotografie che ritraggono il castello prima e durante i restauri condotti fra il 1960 ed il 1961: oltre alla rimozione della vegetazione che aveva invaso la piazza superiore i lavori si sono concentrati sulla ricostruzione di parte delle cortine andate distrutte nel corso degli anni. (Fotografie inserite nelle relazioni di sopralluogo ai lavori, archivio del Comune di Bergamo)

Anche la funicolare di San Vigilio, che funzionò fino al 1976, venne ripristinata nel 1991, quando si conclusero i lavori di restauro.  Un’ulteriore restauro è stato approntato in tempi recenti ed è stato completato nel 2004.

Il recupero ha dato la possibilità di far riemergere dal colle le parti superstiti di questa struttura, restituendo alla luce agli antichi torrioni, disboscando la vegetazione spontanea e trasformando le cortine nelle terrazze panoramiche di un giardino pubblico.

Planimetria del Castello con la nuova sistemazione del verde dell’arch. Bellocchio (conservata negli atti  del Comune di Bergamo)

 

Vista dell’ ingresso alla Cannoniera del Torrione Ponte

Per concludere con le parole di G.M. Labaa, oggi possiamo identificare il Castello di San Vigilio come un “segno formale di grande significato e strumento interpretativo di sedimentazione storica e di tecnica difensiva”. Lo si evince “dalle strutture murarie e dagli spazi ricchi di portato castellologico riferibili sia all’impianto visconteo che a quello veneziano, per arrivare cronologicamente fin oltre la soglia del secolo XIX, all’epoca del definitivo disarmo strutturale dell’impianto voluto da Napoleone” (17).

Ed oggi come allora, il Castello continua a costituire uno dei più precisi riferimenti — e non solo visuale — di quel contesto variegato che è Bergamo.

 

NOTE

(1) Angelo Mazzi, Il Castello e la Bastia di Bergamo, Ist. It. d’Arti Grafiche, 1913.

(2) Secondo il Mazzi (Il Castello e la Bastia di Bergamo, cit.) ai tempi del rafforzamento della Cappella sotto il governo di Luchino Visconti (1345) non si provvide solo ad un semplice restauro ma i lavori dovettero essere ben più sostanziali, comprendendo la costruzione dei quattro torrioni circolari posti agli angoli delle cortine coronate dalla merlatura. Questi, secondo Luigi Angelini, per la loro forma e struttura, sarebbero invece stati edificati dai veneziani verso la fine del XV secolo nel quadro dei lavori di potenziamento della fortezza.

(3) Nel 1419 il duca Filippo Maria Visconti, intenzionato a riannettere Bergamo al Ducato di Milano affidò al Carmagnola il compito di cacciare il Malatesta da Bergamo. Carmagnola, compreso da subito l’importanza strategica del fortilizio della Cappella, il 24 luglio ne acquisì il controllo, corrompendo con denaro il castellano, Antonio Guastafamiglia. Non appena occupata la Cappella, le truppe del Carmagnola da lì iniziarono ad attaccare incessantemente la città, che fu presto ridotta alla resa ed obbligata a tornare sotto il dominio visconteo.

(4) Questi lavori sono documentati dalle ducali venete sino al 1490. Per il rifacimento e la sistemazione del torrione vecchio, delle fosse ed altre parti, furono spesi 1000 ducati della camera fiscale. Nel 1487 sono documentate opere realizzate sotto la direzione dell’ingegnere militare Venturino Moroni.

(5) Nella Relazione del podestà Costantino Priuli, 8 novembre 1553: “… Vi è la Capela qual è parte ruinata, et per mia opinion se doveria ruinar del tuto, in tuto quela è fuora di la Cità poco spacio.”

(6) Al sopralluogo alle fortificazioni, eseguito a cavallo fra gli anni venti e trenta del Cinquecento dal comandante delle truppe Francesco Maria della Rovere, duca di Urbino, segue un progetto per il loro rafforzamento con alcuni bastioni, ma non v’è accenno alcuno al castello di S. Vigilio (Cfr. G. Colmuto Zanella, “La fortificazione di Bergamo promossa da Francesco Maria della Rovere” in “1588 – 1988 le mura di Bergamo”, nota 52 pag. 295). Nella Relazione del podestà Costantino Priuli, 8 novembre 1553: “… Vi è la Capela qual è parte ruinata, et per mia opinion se doveria ruinar del tuto, in tuto quela è fuora di la Cità poco spacio”.

(7) Cfr. E. Fornoni, “Le fortificazioni di Bergamo sotto la Repubblica Veneta” alle pagg. 108 e 109.

(8) Dalla Relazione inviata al Senato dal podestà Francesco Venier nel novembre 1561, tre mesi dopo l’inizio dei lavori della Fortezza.

(9) G.M. Labaa, Il Castello, in: “Progetto – Il Colle di Bergamo”. Pierluigi Lubrina Editore (anno non indicato).

(10) Nel 1565 il capitano Donato relaziona sui lavori di modifica ai terreni compresi fra la Cappella ed il Forte di San Marco per la rimozione di alcune piazze che potevano diventare utili al nemico per collocare l’artiglieria e, secondo lo stesso capitano, era questo il punto di maggior pericolo per la fortezza in costruzione (Cfr. relazione 17 del capitano Lorenzo Donato, 31 dicembre 1565, in “Relazioni dei rettori veneti ….”). Dopo i lavori doveva rimanere solo una strada stretta per raggiungere il castello.

(11) Cronicamente modesta rimarrà sempre, invece, la guarnigione: il 18 settembre 1585 il capitano Michele Foscarini lamenta che a custodia della Cappella vi siano solo 35 fanti, parte dei quali devono fare anche servizio di ronda in città e ravvisa in ciò un grandissimo pericolo in ordine alla sicurezza generale della Piazza (G. M. Labaa, cit.): “La milizia stipendiata posta alla custodia della fortezza di Bergamo è di trecentodieci soldati, sotto la caricha del governatore et de sei capitanij….. Il quinto [capitano] è posto alla custodia della rocchetta detta la Capella con 35 fanti, parte de quali convengono a servire a rondare et fare le sentinelle dentro alla Città, per esser il numero de soldati così ristretto, che non può suplire ai necesari bisogni, di maniera che la Capella resta con soli 25 huomini, parte de quali alle volte anco si trovano inutili per esservi degl’ammalati, et inclusovi il tamburo, ragazzo et bombardieri et perciò viene ad essere pocco sicuramente guardata, il che a me pare di nottabilissimo disordine per gl’accidenti che potessero occorrere.” In “Relazioni dei rettori veneti in terraferma – Podestaria e capitanato di Bergamo”. Nella relazione sono riportati anche i quattro diversi progetti di modifica per il rafforzamento della Cappella, fatti pervenire alle istituzioni Venete.

(12) La data della fine dei lavori è documentata con la relazione del capitano Giovanni Guerini.

(13) Da Archivio Comune di Bergamo 1900, faldone 883, Biblioteca Civica A. Mai.

(14) Anche la tenaglia verso il Corno, non essendo sufficientemente incamiciata franava continuamente per le piogge, mentre la strada coperta, ancora nel 1702 (Cfr. relazione del capitano Andrea Badoer del 1702 in “Relazioni dei rettori veneti in terraferma – Podestaria e capitanato di Bergamo”), non aveva più i parapetti, dei quali rimanevano “le vestigia”, ed era ormai così stretta da non permettere il passaggio di un cannone.

(15) Da Archivio del Dipartimento del Serio, faldone 1071 (piazzeforti Bergamo), Archivio di Stato di Bergamo.

(16) Da archivio del Comune di Bergamo: atto di compravendita del 6 giugno 1957. Progetto di restauro a cura dell’arch. Pinetti.

(17) G.M. Labaa, Il Castello, cit.

Alcuni riferimenti 

G.M. Labaa, Il Castello, in: “Progetto – Il Colle di Bergamo”. Pierluigi Lubrina Editore (anno non indicato).

Mario Locatelli, “Il castello di S. Vigilio (La Cappella)”, Castelli della Bergamasca 2, Il Conventino, Bergamo.

Emanuela Gregis, “Complesso museale presso il Castello di San Vigilio a Bergamo”. Politecnico di Milano, Facoltà di Architettura e Società. Corso di Laurea in Architettura. A.A. 2009-2010.

Castrum Capelle onlus

Tosca Rossi, A volo d’uccello Bergamo nelle vedute di Alvise Cima Analisi della rappresentazione della città tra XVI e XVIII secolo, Litostampa istituto grafico, Bergamo, 2012, cm 21×28, pp. 244.

Monica Resmini, Le Mura: immagini e realtà. In “Le mura. Da antica fortezza a icona urbana”, di Renato Ferlinghetti, Gian Maria Labaa, Monica Resmini. Bolis Editore, 2016.

“I sotterranei del Castello di San Vigilio – Bergamo”, a cura del Gruppo Speleologico Bergamasco Le Nottole.

Angelo Mazzi, Il Castello e la Bastia di Bergamo, 1913.

L’antica Cattedrale di San Vincenzo: un viaggio di scoperta sotto il Duomo

Grazie ai lavori compiuti recentemente nell’area sottostante il Duomo dedicato a Sant’Alessandro Martire si sono potuti riscrivere interi capitoli della geografia del cuore di Città Alta e toccare finalmente con mano il luogo che racchiude l’essenza delle radici cristiane della Città

Agli inizi del Novecento, incaricato di creare nella Cattedrale di Bergamo una spazio sotterraneo dedicato alla sepoltura dei vescovi bergamaschi, l’ingegnere Elia Fornoni scoprì una porzione di muro dipinto che attribuì erroneamente ai muri perimetrali dell’antica chiesa di San Vincenzo, rafforzando per oltre un secolo la convinzione che si trattasse di una modesta cappella di metri 10×16, coerente con una fondazione di VII secolo quale supposta sede del vescovo ariano – presumendo peraltro scarse disponibilità economiche – e che risalisse all’epoca longobarda.

Dopo aver staccato il lacerto con I confratelli della Misericordia (oggi conservato presso il Museo Diocesano di Bergamo), l’ambiente ipogeo venne ricoperto e tale rimase per poco più di un secolo e cioè fino a che, nel giugno del 2004, in vista dell’installazione del nuovo impianto di riscaldamento, in corrispondenza della zona centro-meridionale del transetto è riemerso il muro  già trovato da Fornoni.

L’affresco dei confratelli della Misericordia (oggi conservato presso il Museo Diocesano di Bergamo), apparso sul muro ritrovato dal Fornoni nel 1905 e riemerso nel giugno 2004 nella zona centro meridionale del transetto

Ha quindi preso avvio una lunga campagna di scavo coordinata dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici della Lombardia, durante la quale è stata indagata un’area complessiva di circa 700 metri e profonda fino a tre metri e mezzo rispetto al precedente piano pavimentale, che si è conclusa nel 2012 con l’allestimento del Museo della Cattedrale, un percorso – unico nel contesto italiano – che rende visibile ai visitatori le diverse fasi della costruzione storica del sacro edificio (1).

I lavori per lo scavo e il successivo allestimento del Museo della Cattedrale, eseguiti dal 2004 al 2012 (Proprietà arch. Giovanni Tortelli)

Le successive indagini archeologiche hanno rivelato che quello stesso muro altro non era che una porzione della recinzione presbiteriale e che pertanto San Vincenzo non era la modesta chiesa di età longobarda, come si desumeva da fonti scarne e incerte, bensì una Cattedrale solenne, di grande estensione e a tre navate, le cui dimensioni (25 metri di larghezza e 45 di lunghezza) corrispondono a quelle attuali, se si esclude l’ampliamento del Duomo verso il presbiterio (2).

Si è così scoperto che la chiesa era sorta nel V secolo, contestualmente alla cristianizzazione dell’Italia settentrionale, alla presenza di una comunità cristiana già strutturata, importante e in qualche modo abbiente, a giudicare dalla ricchezza delle decorazioni interne. Fatto che ha imposto una rilettura del rapporto tra San Vincenzo e la distrutta Basilica alessandrina (custode dei resti del Santo Patrono), da cui a lungo e da più parti si era rivendicato lo status di originaria cattedrale.

L’immagine di S. Vincenzo nella serraglia del portale della Canonica detta “dei Cuochi” (via Mario Lupo). Fino al 1689 la Cattedrale di Bergamo era dedicata a Vincenzo di Saragozza, nato forse a Huesca alle propaggini dei Pirenei o a Valencia in Costa Blanca ed educato dal Vescovo Valerio, che lo nominò arcidiacono e suo portavoce. Vincenzo fu fustigato, blandito, torturato prima con il cavalletto (uno strumento che lussava tutte le ossa), poi con la graticola e con lamine infuocate e infine rinchiuso in un’oscura prigione, disteso e legato su un letto di cocci di vasi rotti. Ma la storia racconta che le catene si spezzarono, i cocci si trasformarono in fiori e la prigione divenne splendente di luce celestiale, con gli angeli che scendevano dal cielo per consolare il martire e prepararlo al Paradiso, cui ascese nel 304 d.C.

Sono infatti venute meno le ipotesi che per secoli hanno ventilato una duplicità di sede cattedralizia, l’una ariana (San Vincenzo) e l’altra cattolica (Sant’Alessandro): la prima ritenuta piccola perché edificata dagli invasori longobardi a loro esclusivo uso nel nuovo centro del potere, l’altra grande per accogliere il popolo orobico fedele al suo patrono.

Alessandro e Vincenzo, i santi cari alla Città di Bergamo, posti nella veduta in alto a destra della veduta “a volo d’uccello” di Alvise Cima. Il culto di san Vincenzo nasceva dagli antichi liberti romani, che avevano scelto il culto del santo saragozzano per la sua storia d’umiltà, ma Bergamo aveva forte la devozione a Sant’Alessandro, milite della legione Tebea che aveva trovato il martirio proprio nella città Orobica. Le due chiese di San Vincenzo e di Sant’Alessandro si contesero a lungo il titolo di chiesa episcopale e la diatriba si risolse nel XVII secolo con l’unione dei due Capitoli e l’intitolazione della cattedrale a S. Alessandro Martire, dopo che l’antica basilica di Sant’Alessandro era stata distrutta per l’edificazione delle mura veneziane

UN LUOGO ABITATO DAL X SECOLO AVANTI CRISTO

Gli scavi hanno riportato alla luce il più importante spaccato della storia bergamasca, che ha permesso di approfondire la conoscenza della sequenza insediativa di un’area ubicata nel settore centrale di Bergamo Alta, dove la frequentazione umana è documentata sin dalle fase più antiche.

Planimetria dell’area con la stratigrafia del sito, con i resti di due domus d’epoca romana e le diverse fasi costruttive di San Vincenzo, dalla basilica paleocristiana risalente al V secolo alla successiva cattedrale romanica, avvolte nella costruzione rinascimentale secondo il disegno del Filarete, l’architetto fiorentino che alla metà del 1400 rase al suolo l’antica Cattedrale progettandone la rifondazione

Il primitivo impianto di San Vincenzo poggia infatti su due domus romane, che a loro volta si impostano su strutture protostoriche e strati preistorici: i primi pertinenti all’abitato dei Celti golasecchiani qui presente dal X secolo a.C. (documentato da frammenti di ceramica attica scarsamente noti nel contesto urbano di Bergamo) e divenuto particolarmente fiorente nel VI-V sec a.C.

I numerosi ambienti emersi attribuibili a due domus nell’area del foro, hanno poi chiarito aspetti relativi all’impianto urbanistico romano, mentre il recupero della Basilica paleocristiana e della successiva Cattedrale romanica, ha permesso di scoprire aspetti finora sconosciuti dall’età tardo antica all’età medievale, i cui segni sono rimasti celati per secoli nelle fondamenta della nuova Cattedrale.

Dei periodi rinascimentale e moderno sono infatti documentate le diverse fasi di edificazione, per quanto riguarda in particolare le fondazioni e sia in relazione alla struttura ipogea cinquecentesca realizzata nei sotterranei dell’attuale duomo: il cosiddetto “scuròlo”.

L’articolata storia di questa evoluzione è raccontata dal Museo della Cattedrale, il cui percorso si svolge tra reperti archeologici e manufatti artistici.

Le tre fasi di edificazione della Cattedrale (da destra a sinistra): le prime due si riferiscono rispettivamente alla basilica paleocristiana del V secolo e alla successiva riedificazione romanica avvenuta verso la fine dell’XI secolo. La figura 3 è invece riferita alla Cattedrale attuale, fondata dall’architetto Filarete nel 1459 dopo aver abbattuto l’antica Cattedrale. La linea dei muri perimetrali della cattedrale originaria è stata mantenuta nelle successive fasi edilizie e corrisponde (escluso il lato orientale del presbiterio) al perimetro di quella attuale

L’ATRIO D’INGRESSO DEL MUSEO: IL NARTECE

Si accede alla quota originaria della Cattedrale di S. Vincenzo scendendo la breve gradinata posta a fianco del duomo intitolato a S. Alessandro Martire, al termine della quale ci troviamo in una parte dell’area del nartece della basilica del V secolo, l’atrio che collegava la chiesa con lo spazio esterno, di cui sono ancora visibili le lastre in marmo.

Si accede alla quota originaria della Cattedrale di S. Vincenzo scendendo la breve gradinata posta a fianco del Duomo dedicato a S. Alessandro Martire, sotto il porticato del Palazzo della Ragione

Nel nartece (dal greco bastone o flagello) sostavano coloro che non potevano accedere al luogo sacro, i pubblici penitenti e i catecumeni, ai quali era preclusa la partecipazione ai riti liturgici. Una volta scontate le penitenze inflitte, il giovedì Santo venivano riammessi in Cattedrale con una solenne funzione, alla presenza dal vescovo e dei canonici dei due Capitoli.

La biglietteria posta all”ingresso del Museo e Tesoro della Catterale corrisponde all’antico nartece, un atrio che precedeva l’ingresso della chiesa collegandola ad uno spazio esterno. Nella pavimentazione sono ancora visibili le larghe lastre di marmo che corrispondono a una porzione del nartece

Gli ultimi occhi che poterono ammirare questo spazio furono quelli dell’architetto Rinascimentale fiorentino Antonio Averlino, meglio conosciuto come Filarete, che alla metà del Quattrocento, incaricato di realizzare un nuovo e più ambizioso progetto per la Cattedrale, rase al suolo quella antica, che era ormai parzialmente interrata a causa dell’innalzamento del livello di Piazza Vecchia, allora in via di realizzazione.

L’AULA, UNO SGUARDO D’INSIEME

Il Filarete però aveva risparmiato dal completo abbattimento alcune parti dell’antica San Vincenzo ricavando dallo spazio dell’altare una cappella ipogea (il famoso “scuròlo” delle fonti), che dato il protrarsi dei lavori restò in uso fino 1688 come chiesa “temporanea”: vi si accedeva scendendo una rampa di scale posta all’altezza del transetto.

Inoltre, com’era consuetudine a quei tempi, nei sotterranei del Duomo ricavò anche delle stanze voltate, da destinare a sepolture privilegiate (“E così ordinerò le sepolture dentro per tutto intorno in volta al pian terreno”): ne apprendiamo la collocazione dal suo Trattato di Architettura.

Le sepolture filaretiane si trovano su entrambi i lati dell’antica chiesa, una volta oltrepassata la grezza porzione sopravvissuta dell’antica facciata.

Più tardi, così come aveva già fatto il Filarete, anche gli esecutori del progetto di Carlo Fontana recuperarono tutto lo spazio disponibile del sottosuolo, ed entro la fine del Settecento tutta l’area sotterranea fu pavimentata, tramezzata e voltata per ricavarne sepolture.

L’aula è dunque il frutto dello svuotamento dell’interramento operato dalla metà del Quattrocento alla fine del Settecento.

Le sepolture rinvenute ed esposte al Museo, risalenti ad epoche diverse, avevano varie forme e strutture e rispecchiavano la dignità e la posizione sociale dei committenti.

Le prime che incontriamo sul nostro percorso sono state trovate a ridosso del pilastro romanico nord-orientale dell’aula, qui collocate probabilmente ai tempi della ristrutturazione romanica della Cattedrale, forse rimosse dalla loro posizione originaria durante i lavori.

L’antica San Vincenzo accoglie il visitatore con due massicce sepolture, che raccontano la consuetudine di seppellire all’interno delle chiese urbane a partire dal medioevo. L’arca di destra, più chiara in pietra calcarea e dotata di coperchio, conservava al suo interno i corpi di due individui con lembi di abbigliamento e un corredo di epoca medievale

Si tratta di due grosse arche monolitiche di fattura tardo-romana ma reimpiegate in epoca medievale, come si deduce dal corredo rinvenuto all’interno.
Una di esse, probabilmente manomessa in antico, era priva di resti. L’altra, ancora sigillata con il suo coperchio a doppio spiovente, conteneva ancora i corpi di due individui maschi, uno di 50-59 anni e l’altro di 40-50 anni, con lembi di vestiario, di una certa ricchezza, e alcuni oggetti personali.

Spiccano in particolare dei calzari in tessuto di seta, con suola in sughero, databili all’incirca al XIII secolo, un bastone in legno dipinto decorato a strisce oblique rosse e blu (forse un bastone da pellegrino?) e due figurine in lega di piombo realizzate a stampo rappresentanti un uomo e una donna e identificate come amuleti, tutti materiali allestiti nella vicina vetrina (3).

Nell’eccezionale corredo rivenuto in una delle due arche monolitiche, spiccano in particolare due calzari di seta, con suola in sughero, databili al XIII secolo, un bastone in legno (forse da pellegrino) dipinto con fasce policrome oblique rosse e blu; due figurine in piombo di epoca medioevale realizzate a stampo, identificate come amuleti antropomorfi

 

Le sorprendenti figurine in piombo rinvenute nell’arca monolitica posta a ridosso del pilastro romanico nord-orientale dell’aula e rappresentanti un uomo e una donna dalle lunghe trecce. Ogni personaggio è rappresentato a tuttotondo interamente nudo, le braccia stese sui lati del corpo che finiscono con mani smisurate, le gambe leggermente aperte che lasciano intravedere senz’alcun pudore i genitali. In origine le figurine erano unite schiena contro schiena da nastri in piombo simili a braccialetti, tuttora visibili nelle braccia della donna e sul braccio sinistro dell’uomo. L’oggetto è con ogni probabilità un amuleto. Il pezzo può essere confrontato con altri oggetti medioevali come le insegne o le spille in piombo e stagno recanti motivi sessuali personaggi itifallici o scene di accoppiamento o di esibizionismo, che si vendevano ai fedeli o ai pellegrini all’entrata delle chiese. Inoltre, nella scultura delle chiese romaniche e gotiche dell’Europa Occidentale sono tuttora visibili delle figure che non nascondono nulla della loro anatomia e che dovevano avere funzioni protettive, data anche la loro frequente collocazione al di sopra delle porte delle chiese e delle abbazie, dove fungevano da custodi del luogo, pronte a combattere il diavolo. Gli organi sessuali, nella composizione bifronte del nostro amuleto, sono visti come “strumenti” che incarnano la continuità e la forza della vita, e di conseguenza la protezione contro la morte. Radicato nelle credenze più antiche e in seguito ampiamente diffuso nella cristianità, l’importante ruolo protettivo basato sulle funzioni che garantiscono fertilità, protezione e fortuna spiega perché tale amuleto sia stato deposto accanto al defunto prima di chiudere il sarcofago

Proseguendo incontreremo numerose altre sepolture in quanto la chiesa è stata appunto per lungo tempo il luogo delle sepolture privilegiate, come quella del vescovo Bucelleni.

Nella prima camera sepolcrale si può ammirare il sarcofago del vescovo Giovanni Bucelleni, una delle poche sepolture monumentali superstiti, realizzata quando l’alto prelato era ancora vivo, nel 1468, dallo scultore bresciano Jacopo Filippo Conforti. Quella attuale però non è la sua collocazione originaria, poiché essa era documentata presso la cappella di San Giovanni Battista, ora del Santissimo Sacramento. In origine la tomba era dotata di una targa che elencava le cariche ecclesiastiche del vescovo (arciprete della cattedrale, priore di Pontida, vescovo di Crisopoli, l’attuale quartiere chiamato Scutari, nei pressi di Istambul), nonchè l’età della sua morte (novant’anni nel 1472)

IL PERIODO ROMANO: DUE DOMUS E UNA STRADA AFFACCIATA SUL FORO

A sinistra dell’ingresso il visitatore è accolto da ciò che resta dei numerosi ambienti d’età romana, attribuibili a due domus separate da una strada, abbattute in età tardoantica per fare spazio alla basilica paleocristiana.

Le due domus, edificate tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C., erano parte di un insula, un caseggiato che delimitava ad est l’area del foro, il centro amministrativo, politico e religioso della città, gravitante intorno all’attuale  piazza Duomo: un’area già abitata a partire dal X secolo a.C. ed ora attraversata da una strada commerciale sulla quale si affacciavano botteghe, laboratori artigianali e residenze dotate di ricchi apparati architettonici e decorativi (4).

Dal I secolo a.C. al IV d.C. l’area dell’attuale Duomo era occupata da un quartiere di impianto romano, adiacente al foro, attraversato da una strada commerciale larga circa tre metri (e con andamento WNW-ESE), sulla quale si affacciavano botteghe, laboratori artigiani e due domus dotate di ricchi apparati architettonici e decorativi

Una grande soglia in pietra introduce alla domus meridionale, affacciandosi su una serie di stanze, una delle quali conserva (si veda il lato destro del percorso) ancora il pavimento a mosaico di tipo geometrico a piccole tessere bianche nere, risalente al I sec. d.C. (prima età imperiale).

Alla domus meridionale, preceduta da una soglia in pietra di 2,5 metri, appartengono undici vani, solo alcuni dei quali scavati integralmente. La soglia si affaccia affacciandosi su un ambiente di circa 8×7 metri dal quale si accede ad altre stanze, una delle quali conserva (si veda il lato destro del percorso) ancora il pavimento a mosaico di tipo geometrico a piccole tessere bianche nere, che per tipologia è databile al I sec. d.C., e cioè alla prima età imperiale. Il rinvenimento di numerose tessere musive suggerisce la presenza di una finitura analoga almeno per alcuni dei rimanenti vani

Osservando invece la zona nord-occidentale del transetto si individuano i tre ambienti portati parzialmente in luce della domus settentrionale, uno dei quali conserva un lacerto di mosaico simile a quello sopra descritto.

Anche se la maggior parte delle murature è stata completamente abbattuta per far posto alla Basilica, le tracce di decorazioni parietali dipinte conservate nei i pochi alzati rimasti così come ritrovamento di frammenti ceramici, vetri di pregevole fattura, stucchi e porzioni di colonna, testimoniano una certa ricchezza di queste abitazioni, che, stando anche alla posizione di assoluto prestigio, dovevano rivestire una certa importanza sin dalla prima età imperiale.

Frammenti di affresco e di stucchi di rivestimento di colonne in laterizio, documentano le tecniche costruttive delle domus, i cui resti murari sono parzialmente a vista

I reperti mobili rivelano anche che in quest’area le abitazioni (una delle quali individuata dai sondaggi) furono realizzate in almeno tre fasi costruttive, tra l’età repubblicana e quella tardoantica, come si osserva nelle modifiche planimetriche degli ambienti.

Per la fase tardoantica delle abitazioni individuate nell’area della Cattedrale, si espongono un bicchiere in vetro verde con gocce applicate, un’olpe e un mortaio, frammentario, in ceramica invetriata, un’armilla in bronzo e alcune monete

Ciò sembra indicare che quest’area della città era popolata fino al momento in cui si diede avvio al cantiere per la costruzione della Cattedrale e che, viste le dimensioni del nuovo edificio, fu necessario demolire almeno una parte dell’insula con le due domus ancora abitate. Le macerie furono impiegate per livellare il terreno prima della posa della pavimentazione della chiesa.

Il fatto poi, come si deduce, che queste abitazioni appartenessero a individui  facoltosi e di elevata estrazione sociale, induce anche a riflettere sul ruolo di rilievo della comunità cristiana delle origini nella compagine cittadina, dal momento che le donazioni private costituivano la componente fondamentale della formazione del patrimonio immobiliare della Chiesa.

LA BASILICA PALEOCRISTIANA

Nel V secolo, in questo contesto nevralgico della città, forse in concomitanza con eventi politici non ancora ben chiari, avviene quindi la “conversione” del quartiere, che da sede del potere laico diventa il punto focale di quello religioso.

L’intento è quello di edificare una chiesa madre che rappresenti gli abitanti cristiani di Bergamo, dove il vescovo possa raccogliere l’intera comunità  e celebrare i momenti più significativi del calendario liturgico.

Benché la Basilica alessandrina, sorta sul luogo della sepoltura del santo in prossimità della porta occidentale, sia già attiva dal dal IV secolo d.C., si può dire che la Cattedrale intitolata a San Vincenzo sorga contestualmente alla fondazione dell’Ecclesia, e non è un caso che i primi vescovi di Bergamo sicuramente documentati risalgano a questo periodo (sono i vescovi Prestanzio, attestato nel 451 al Sinodo di Milano in preparazione del Concilio di Calcedonia e Lorenzo, presente nel 501 a un Sinodo romano).

Si pongono così le basi per l’esistenza di quel grande complesso episcopale che vedrà la sua fase più monumentale nell’XI-XII secolo proprio a partire dalla radicale ristrutturazione della Cattedrale, che nel frattempo verrà rimaneggiata attraverso ciclici interventi di adeguamento e abbellimento.

Anche nell’area dove più tardi sorgerà la Cappella di Santa Croce, a seguito dell’abbandono e della demolizione di strutture di età romana (presumibilmente appartenenti a una domus), tra l’età tardo antica e l’altomedioevo viene edificata una struttura a pianta trilobata, con absidi semicircolari; nello stesso periodo si inquadra la costruzione di un acquedotto, che tange l’abside meridionale per sfociare nella fontana di Antescholis.

A differenza delle abitazioni di epoca romana il nuovo edificio è impostato su un asse ovest-est (come di regola per la maggior parte delle prime cattedrali cristiane), con il presbiterio collocato verso oriente, dove termina con un’abside semicircolare.

La primitiva Cattedrale di San Vincenzo aveva un impianto basilicale a tre navate, sostenute da due file di colonne, coperta da soffitti lignei. L’edificio è rimasto attivo fino alla metà del 1400 e cioè fino a quando è stata abbattuto per l’intervento di rifondazione dell’architetto Filarete.

Il nuovo orientamento dovette influire sull’assetto stradale e spaziale della zona. Non è però chiaro se questa modifica sia dovuta solo alla scelta di rispettare la disposizione planimetrica canonica o se piuttosto sia anche frutto dell’applicazione del più ampio schema che in questo periodo vede un nuovo assetto urbanistico di questa parte della città divenuta fulcro del potere religioso.

La pianta dei rinvenimenti dello scavo mette bene in evidenza le fasi evolutive di questo luogo. Si osservi il diverso orientamento tra la posizione delle domus romane (WNW-ESE) e la costruzione successiva della chiesa paleocristiana, rivolta ad est,  sia per il valore simbolico di tale orientamento – un riferimento allo sguardo al sole che sorge, alla resurrezione di Gesù Cristo – sia per i requisiti pratici di illuminazione

Una fila di colonne di cui oggi si vedono le basi attiche, indica come si presentava la chiesa, che era a pianta rettangolare e suddivisa in tre navate, di cui la centrale era larga 12 metri mentre quelle laterali erano larghe 6 metri ciascuna.

Pianta della Basilica paleocristiana (V sec.) dedicata al martire Vincenzo. A pianta rettangolare, presenta un impianto a tre navate sostenute da due file di colonne, terminando verso oriente probabilmente con un’abside semicircolare. Era coperta da soffitti lignei

 

Un confronto con la Basilica di Santa Sabina a Roma offre l’idea di come poteva essere al suo interno l’antica Basilica paleocristiana di San Vincenzo

Ogni navata era scandita da una fila di 12 colonne, poste a tre metri l’una dall’altra (gli unici due basamenti rinvenuti sembrano essere un riutilizzo di età romana).

Frammento di capitello in pietra calcarea (V secolo)

Anche se nulla di preciso è possibile dire per quanto riguarda l’altezza, sulla base dei confronti si suppone che l’aula avesse una copertura a capriate, forse ribassata in corrispondenza delle navate laterali.

Di questa fase, restano due lacerti di pavimentazione a mosaico di notevole fattura, uno policromo e l’altro in bianco e nero con motivi geometrici a treccia di età paleocristiana, la cui tipologia contribuisce a datare la struttura, collocandola fra i secoli V e VI.

In primo piano, base di colonna e porzioni di pavimentazione musiva di tipo geometrico appartenenti alla Cattedrale paleocristiana (le lastre pavimentali marmoree e la base di  pilastro cruciforme sullo sfondo sono invece d’epoca romanica)

 

Mosaico della zona presbiteriale della Cattedrale paleocristiana (V secolo)

Nella Cattedrale sopravvivono alcuni resti frammentari delle decorazioni e degli arredi funzionali alla liturgia che l’avevano arricchita nel periodo precedente la ristrutturazione romanica; poco prima della camera sepolcrale che ospita la tomba del vescovo Giovanni Bucelleni troviamo resti di pitture murali a finte incrostazioni marmoree risalenti al V-VI secolo, sovrapposte alle quali, altre porzioni di intonaco riportano tracce di un velario databile al VIII-IX secolo.

Dell’arredo altomedievale restano invece due frammenti di plutei, o pilastrini, scolpiti ad intrecci (IX secolo), uno dei quali è stato reimpiegato come materiale da costruzione, e cioè inserito nella muratura.

Frammento di pluteo (IX sec.)

 

Resto di colonna tortile altomedievale

L’edificio, che con le sue maestose dimensioni occupava la parte più importante dell’impianto urbano, rimase oggetto di ciclici interventi di adeguamento e abbellimento sino alla radicale riforma strutturale avvenuta verso la fine dell’XI secolo e cioè sino a quando non venne varato il progetto del grande complesso episcopale di XI-XII secolo, che da quel momento caratterizzerà il centro di Città Alta: quello che vediamo ancor’oggi, ovviamente ad esclusione dell’antica San Vincenzo, ricostruita ex novo nel XV secolo. elevando la quota pavimentale.

LA NASCITA DEL GRANDE COMPLESSO EPISCOPALE: LA RISTRUTTURAZIONE ROMANICA DELLA CATTEDRALE DI SAN VINCENZO

La nuova Cattedrale differisce dalla precedente non tanto nella pianta, che sostanzialmente rimane uguale perché motivi urbanistici ne impedivano un ulteriore ampliamento, quanto piuttosto nello sviluppo verticale, che si evince dai nuovi punti di sostegno e dalle loro considerevoli dimensioni: il rinnovamento architettonico, che conferisce all’edificio un aspetto poderoso, coinvolge anche gli arredi e gli apparati decorativi, aggiornati secondo il linguaggio dello stile romanico.

Le due fasi di edificazione dell’antica Cattedrale di S. Vincenzo, con a destra la pianta della chiesa paleocristiana del V secolo e a sinistra quella della Cattedrale romanica risalente alla fine dell’XI secolo. Quest’ultima acquista un nuovo carattere architettonico rimarcato dai pilastri cruciformi, la cui sequenza è replicata a cavallo dei muri perimetrali, dato che suggerisce un ampliamento verticale dell’edificio. Si vede inoltre la recinzione dell’area presbiteriale, realizzata in una fase successiva alla ristrutturazione del XII secolo. L’ingombro sostanzialmente rimane uguale, ed escluso il presbiterio corrisponde al perimetro dell’attuale cattedrale

La ricostruzione romanica di San Vincenzo prende avvio nel contesto del riassetto dell’area episcopale, interessata per quasi un secolo da una pratica costruttiva comune alla chiesa matrice, alla prima fase di Santa Maria, al Palazzo della Ragione (fine XII secolo), a San Giorgio ad Almenno (fondazione episcopale, metà del secolo XII), alla terza fase di Sant’Egidio a Fontanella; pratica caratterizzata dall’uso di arenaria grigia preventivamente squadrata solo sui lati di commessura e rifinita nei paramenti a posa avvenuta, per ottenere una superficie liscia e regolare (5).

E’ lecito presumere che il riadattamento romanico di San Vincenzo sia avvenuto contestualmente al parallelo cantiere di Santa Maria Maggiore, riedificata per volontà del vescovo Gregorio dal 1137 ed ultimata nel 1273 negli anni in cui in San Vincenzo si stava rinnovando l’iconostasi. Proprio l’evidente unitarietà di tale progetto, che contestualmente vede anche la costruzione del tempietto di Santa Croce e del palazzo del Vescovo, dà una chiara indicazione su quando inquadrare cronologicamente i lavori in San Vincenzo

Le dimensioni della primitiva Cattedrale hanno imposto una rilettura degli spazi del centro religioso e politico della città medievale, ridisegnando i confini della Platea S. Vincentii, sia quella Parva (piccola), dinanzi al Duomo, che quella Magna (grande), sul suo fianco meridionale.

 

Si sono infatti ridefiniti i rapporti con il Palazzo della Ragione, dal momento che l’ingombro dell’antica cattedrale giungeva a lambire l’area dove il Palazzo stesso venne in seguito edificato.

La platea Sancti Vincentii, il centro urbano medievale. L’aspetto e le dimensioni della Cattedrale hanno imposto una rilettura degli spazi della piazza, ridisegnandone i confini e ridefinendo il rapporto tra gli edifici, anche se la Cattedrale di San Vincenzo e il Palazzo della Ragione aderivano, come ora, in corrispondenza di uno spigolo

Allo stesso modo sono stati ripensati i rapporti con Santa Maria (che nel corso della sua storia costituì insieme a San Vincenzo un complesso di edilizia ecclesiastica funzionante in regime di “catterdrale doppia”), stretti al punto tale che in epoca medievale le due chiese erano unite da un portico (6).

Evidenziato nel tondo, l’arco in pietra sull’angolo nord orientale della Basilica di Santa Maria Maggiore, residuo dell’antico portico che la univa alla Cattedrale

Con il rinnovamento romanico di San Vincenzo l’antico pavimento a mosaico  viene coperto da lastre in pietra, in alcuni casi di recupero, alternate a laterizi.

Il grande pilastro cruciforme d’epoca romanica e la nuova pavimentazione posata a copertura del tappeto musivo paleocristiano, affiorante in primo piano a sinistra.  Si è rilevata una certa dissonanza tra la cura con cui sono stati realizzati pilastri e murature (che tra l’altro dovevano essere almeno in parte affrescati), e la pavimentazione, che invece vede un impiego misto di lastre di pietra (in alcuni casi di recupero) e laterizi

Pur mantenendo lo stesso schema e la stessa ripartizione spaziale dell’aula in tre navate, ogni tre colonne una viene sostituita da un grosso pilastro cruciforme di cm 120 x 120, così che lo spazio risulta scandito da file alternate di colonne e pilastri.

A sinistra dell’immagine, lastre pavimentali marmoree e pilastro cruciforme (in arenaria grigia e con base modanata) d’epoca romanica. Il riadattamento romanico di San Vincenzo s’inserisce nel contesto della formazione del grande complesso episcopale di Bergamo. I pilastri cruciformi mostrano infatti una tecnica e una cura esecutiva dell’apparecchiatura dei conci confrontabile con quella della prima fase di Santa Maria Maggiore, avviata nel 1137

Anche i muri vengono ricostruiti con grossi blocchi squadrati di arenaria, e richiamando i pilastri che caratterizzano l’aula i perimetrali risultano scanditi, sia all’interno sia all’esterno, da lesene con la stessa modanatura alla base.

I nuovi pilastri e i contrafforti creati sulle pareti perimetrali erano collegati da grandi archi trasversi che costituivano una sorta di telaio che incatenava la struttura, che probabilmente mantenne i soffitti a capriate.

La Cattedrale di San Vincenzo dopo la ristrutturazione operata verso la fine dell’XI secolo. Antiche fonti e ricerche recenti ricordano l’esistenza, nell’antica Cattedrale, di due cori (il chorus magnus, più grande, riservato ai canonici e il chorus parvus, di minori dimensioni, nella cappella di San Pietro), tre altari (San Vincenzo, Santa Maria, San Pietro) e quattro cappelle in chiesa (San Silvestro, San Sebastiano, San Benedetto, Santa Margherita), cui aggiungere quella di Santa Trinità voluta dal vescovo Adalberto. V’erano inoltre due cappelle esterne (Santa Croce e San Cassiano)

IL RECINTO PRESBITERIALE E L’ICONOSTASI (LA TEORIA DEI SANTI, L’ELEMOSINA DEI CONFRATELLI DELLA MISERICORDIA E LA CROCEFISSIONE )

La Teoria dei Santi

In una fase successiva alla grande ristrutturazione d’epoca romanica si assiste alla trasformazione della zona presbiteriale: la zona dell’altare viene innalzata rispetto all’aula e recintata da un muro, allo scopo di differenziare la zona destinata ai celebranti da quella dei fedeli. Si tratta della recinzione presbiteriale (“Iconostasi”), un elemento tradizionale nelle chiese paleocristiane, che nel corso del medioevo si modifica anche in relazione ai mutamenti liturgici e di organizzazione ecclesiastica, e di cui l’esempio bergamasco rappresenta una delle poche testimonianze mantenutesi fino ad oggi (accenni al cerimoniale liturgico nell’articolo dedicato al Tesoro della Cattedrale).

Emblema delle trasformazioni architettoniche che coinvolsero la cattedrale tra XII e XIII secolo, l’iconostasi è una recinzione che separa l’area del presbiterio – riservata al clero – dalla navata destinata ai laici. La zona presbiteriale è stata innalzata di circa 40 centimetri rispetto all’aula mediante due gradini realizzati con materiale lapideo di reimpiego e recintata, da pilastro a pilastro, da un muro in laterizio lungo 11 metri (di cui non si conosce l’altezza originaria) scandito da arcate cieche. Viene lasciata un’apertura centrale (l’hostium chori delle fonti), in corrispondenza della quale esiste una porta o un cancello. Il muro poggia su una base costituita da grandi e spesse lastre di reimpiego in marmo di Zandobbio, scolpite secondo una lavorazione che richiama le transenne traforate di epoca paleocristiana, pur non esibendone l’elegante raffinatezza. Transenne identiche furono murate nella cripta minore e un pilastro analogo venne posto nell’angolo nord della Cripta dei Vescovi

L’assetto presbiteriale della Cattedrale di San Vincenzo, così come si presenta ai nostri occhi, è l’atto finale di allestimento, con le pitture che si estendono a coprire il raffinatissimo paramento lapideo dell’Iconostasi.

Lo strato più antico è quello con la teoria dei Santi, nella metà di destra dell’Iconostasi, dipinta nell’ultimo ventennio del XIII secolo su di un intonaco steso direttamente sul muro in laterizio; la metà sinistra è invece priva di pitture in quanto era stata abbattuta dal Fornoni nel 1905 dopo aver strappato le pitture che lo ricoprivano, raffiguranti L’Elemosina dei confratelli della Misericordia, coeve a quelle della Teoria dei Santi e il cui lacerto è oggi conservato al Museo diocesano Bernareggi.

La metà sinistra dell’iconostasi è dunque il frutto di una ricostruzione eseguita a conclusione dei recenti scavi, ricomponendo i pezzi ritrovati sul posto.

L’Iconostasi e, in prospettiva, il pannello illustrativo raffigurante l’affresco dei confratelli della Misericordia, staccato dal Fornoni nel 1905, nella metà di destra del muro presbiteriale, riemerso nel corso dei recenti lavori per la pavimentazione del duomo

La Chiesa medievale considerava l’eucarestia un mistero così arcano e profondo da doverne occultare la celebrazione allo sguardo diretto dei fedeli, che tuttavia potevano mediare il loro rapporto con le divinità attraverso le figure dei santi raffigurati, con al centro, in questo caso, Sant’Anna Metterza, considerata gerarchicamente più importante e verso cui si rivolgono le raffigurazioni di santi e devoti.

Il ciclo pittorico dei santi sul muro presbiteriale, con raffigurati, da sinistra, un santo non identificabile, una figura in trono (una Madonna con Bambino?), San Giovanni Battista, Sant’Anna Metterza – e cioè Sant’Anna, la Madonna e Gesù Bambino –, affiancata sulle lesene da due minuscoli devoti in preghiera (laici che devono aver contribuito alla spesa della decorazione), e San Pietro. La teoria dei santi prosegue anche sul pilastro cruciforme che chiude a destra la struttura con San Bartolomeo e Santa Caterina

La figura della Vergine introduceva al mistero dell’Incarnazione e della Salvazione. Sant’Anna esibisce un candido fiore, simbolo di purezza e forse allusione all’Immacolata Concezione. La Madonna che indossa un manto ornato di stelle, simbolo di verginità nelle raffigurazioni bizantine.

Al centro delle figure Sant’Anna con la Madonna che tiene fra le braccia il Bambino, affiancata dalle piccolissime figure di due devoti. Il piccolo Gesù mostra la mano parlante, in segno di aperto dialogo con l’irruento San Giovanni Battista, ripreso mentre si sta avvicinando al Salvatore

I Santi di San Vincenzo condividono anche i più minuti dettagli formali ed esecutivi con Sant’Alberto da Villa d’Ogna e una Madonna del latte tra la Maddalena ed un donatore, eseguiti da un pittore nella chiesa di San Michele al Pozzo Bianco (chiesa attestata nel 774) nel nono decennio del Duecento, identificato nel Maestro di Angera, così chiamato dal celebre ciclo frammentario che decora la Sala di Giustizia della rocca di Angera. In particolare, è straordinariamente affine il confronto tra il volto del San Bartolomeo nella chiesa di San Vincenzo con quello del Sant’Alberto, la cui morte, nel 1279, fornisce un prezioso riferimento cronologico per la datazione della Teoria dei Santi.

Sono gli anni in cui la Basilica di Santa Maria Maggiore ha celebrato la sua solenne dedicazione, avvenuta nel 1273.

L’Elemosina dei confratelli della Misericordia

Alla medesima recinzione appartiene anche l’affresco che raffigura i quattro confratelli del sodalizio che distribuiscono l’elemosina, strappato e riportato su tela, proveniente dalla zona scavata da Elia Fornoni nel 1905. Fu dipinto negli stessi anni della fine del Duecento in cui si metteva mano alla decorazione dell’iconostasi, ma da un maestro più vicino a correnti di marca bizantina mediate forse da Venezia.

Elemosina dei confratelli della Misericordia (Autore ignoto, ambito lombardo – ca. 1280). Nel dipinto si osservano due confratelli (dotati di copricapo e di un abito più ricercato, sono probabilmente i canevari), che porgono una forma di pane e una brocca a un povero, seguiti da altri due, dalla veste più dimessa (forse i servi) che portano in spalle un sacco di pane e una fiasca di vino. Il movimento del corteo è molto solenne e il pittore ha enfatizzato la distanza sociale che separa chi dona da chi riceve, con la figura del povero rappresentato in scala minore e collocato in posizione marginale. L’affresco è oggi conservato presso il Museo Diocesano Adriano Bernareggi

La rappresentazione, che ha tutte le caratteristiche dell’ufficialità, riguarda la confraternita intitolata a Santa Maria della Misericordia, più nota come MIA (7), una delle associazioni locali più antiche della città e che in origine si radunava nella chiesa di San Vincenzo, luogo pubblico per eccellenza, utilizzata anche per i più diversi usi profani (8).

E’ scritto infatti nella Regola del 1265, che la confraternita della Misericordia Maggiore in onore del Cristo e della Vergine scelse la chiesa madre di San Vincenzo come luogo di riunione dei confratelli per ascoltare la predicazione e discutere degli affari del sodalizio.

Tra gli obblighi della confraternita, nata con intenti spirituali e caritativi, figurava la distribuzione dell’elemosina ai poveri.

La Crocefissione

Al di sopra della Teoria dei Santi compare invece ciò che resta di un Cristo crocifisso tra i dolenti, evidenziato solo dai piedi inchiodati. Dipinto alla metà del Trecento, è certamente opera del Maestro dell’Albero della Vita, il che farebbe connettere questo parziale ammodernamento con i lavori documentati in duomo nel 1341 per la cappella di San Benedetto.

Il frammento inferiore con Maria Vergine, San Giovanni e un vescovo in preghiera, trovato a terra nei materiali di scavo, è stato collocato sulla parete vicina.

Il personaggio che si è fatto ritrarre in qualità di devoto committente ai piedi della croce, potrebbe essere Bernardo Tricardo, vescovo di Bergamo tra il 1343 e il 1349. Sono gli anni segnati dalla peste nera del 1348, l’ondata di epidemia che ha mietuto numerose vittime nell’intera Europa. Se si considera che nel 1347 il Maestro dell’Albero della Vita ha dipinto il grande affresco in Santa Maria Maggiore e che vi sono strette analogie stilistiche tra il Cristo crocifisso e l’Albero della Vita, si può interpretare il dipinto come una sorta di ex voto fatto realizzare dal vescovo Tricardo per essere sopravvissuto al morbo.

Il Cristo crocifisso tra i dolenti sul muro presbiteriale della chiesa di S. Vincenzo, dipinto dal Maestro dell’Albero della Vita di S. Maria Maggiore. Il dipinto potrebbe essere essere una sorta di ex voto fatto realizzare dal vescovo Bernardo Tricardo, ritratto ai piedi del Cristo, per essere sopravvissuto alla peste nera

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Oltre la linea dell’iconostasi compare la zona che era riservata al clero, dove si può ammirare il Tesoro della Cattedrale, un’esposizione di preziosi oggetti di arte e di liturgia concepita allo scopo di accostare il visitatore all’atmosfera di sacralità e di bellezza che ha caratterizzato la vita dell’antica Cattedrale di San Vincenzo.

Nell’apertura del muro presbiteriale è collocata la croce detta del Carmine per il luogo di provenienza, parte del ricco corredo del Tesoro della Cattedrale, il cui progetto museale si deve all’architetto Giovanni Tortelli, sotto l’egida della Fondazione Bernareggi. È probabile che la splendida oreficeria sia opera della bottega dei Da Sesto, una famiglia operante a Venezia nella prima metà del XV secolo. La croce è particolarmente suggestiva per la presenza, nei bracci, del cristallo di rocca, una varietà di quarzo apprezzato per essere assolutamente incolore e trasparente

Si tratta di una selezione di preziosi oggetti di arte sacra e liturgia (crocifissi, calici, abiti sacerdotali, ostensori…), composta soprattutto dalla dotazione della Cattedrale di San Vincenzo, ma anche da testimonianze confluite in cattedrale in tempi diversi e da altre chiese della città e custodite per la loro importanza e preziosità. Testimonianze che abbracciano un intervallo temporale che va dal IX al XVII secolo. 

Nel 1561, nell’imminenza dell’abbattimento della Basilica alessandrina per la costruzione delle mura veneziane, la trecentesca Croce di Ughetto, forse l’opera più rappresentativa del Tesoro, fu portata in solenne processione nella Cattedrale di S. Vincenzo insieme alle sacre reliquie di Sant’Alessandro. Da quel momento il Capitolo di S. Alessandro perdeva definitivamente la propria sede e si trovava a dover convivere con quelli del Capitolo di Sant’Alessandro. Quando però, nel 1614, fu sancita la provvisoria riunificazione dei due Capitoli, la fisionomia della croce fu rinnovata, ad indicare la concreta manifestazione di questo tentativo di unità. In origine il recto esibiva il Cristo crocifisso tra la Vergine e S. Giovanni, in alto un Angelo e ai piedi S. Alessandro a cavallo, vistosamente abbigliato, con la città di Bergamo sullo sfondo, conquistata alla fede cristiana. Il verso esibiva invece il Cristo glorioso tra i quattro evangelisti e ai piedi Santa Grata, ma nell’operazione di restauro il Cristo crocifisso medievale fu sostituito da un altro più recente, recuperato da una croce del Capitolo di San Vincenzo. Finalmente, nel 1689 i due Capitoli di Sant’Alessandro e di San Vincenzo vennero definitivamente unificati sotto le insegne di S. Alessandro. La croce processionale, in lamina d’argento, fu disegnata da Pietro da Nova nel XIV secolo e realizzata da Pandolfo Lorenzoni da Vertova e altri orefici di area lombarda

 

La Madonna dei Canonici della Cattedrale, un’icona di scuola cretese del XV secolo, nota anche come Madonna della Consolazione, assimilabile ad una Madonna Nera

LA RIFONDAZIONE DELLA CATTERALE AD OPERA DEL FILARETE, ALLA META’ DEL 1400

Alla metà del 1400, la vecchia San Vincenzo risulta ormai inadeguata non solo rispetto alla vicina Basilica di Santa Maria ma anche verso il contesto architettonico dell’insula episcopalis, la vasta area monumentale che cade sotto il diretto controllo del vescovo e che comprende, oltre alla Cattedrale, la domus episcopalis con l’annessa Santa Croce e la Basilica di Santa Maria Maggiore, che viene stralciata dalla giurisdizione episcopale e trasferita alla MIA (la confraternita della Misericordia) con bolla papale del 1453, perché la governi secondo le regole del consorzio.

San Vincenzo, ormai parzialmente interrata a causa dell’innalzamento della piazza, necessita dunque di una sistemazione degna di una Cattedrale e a tale scopo il veneziano Giovanni Barozzi, da poco nominato Vescovo di Bergamo, ne affida la rifondazione al Filarete, che aveva una particolare influenza in Lombardia, soprattutto perché approdato alla Corte degli Sforza), incaricato di realizzare un nuovo e più ambizioso progetto (9).

Possediamo numerose notizie sul progetto filaretiano poiché egli stesso ne parla diffusamente nel suo Trattato di Architettura, un testo costruito in forma di dialogo tra l’architetto e la committenza ducale degli Sforza, contenente anche la descrizione e i disegni del Duomo di Bergamo, concepito secondo l’impostazione classica in antitesi al gotico, che, se si considera il ciclopico cantiere milanese del Duomo in pieno corso all’epoca, rappresentava certamente una posizione controcorrente.

Con la posa della prima pietra nel 1459 prende avvio una vicenda costruttiva che a causa di una serie di vicissitudini si protrarrà per secoli, a partire dalla morte del Filarete nel 1469 e alla contestuale elezione del vescovo Barozzi a patriarca di Venezia nel 1464.

Filarete avrà giusto il tempo di demolire l’antica San Vincenzo ed elevare di tre metri la quota pavimentale della nuova chiesa, risolvendo con competenza le problematiche progettuali dovute al dislivello del terreno; realizzerà almeno parte delle fondazioni del Duomo nonché due grosse strutture quadrangolari di metri 4×5, che potrebbero corrispondere alle basi dei due campanili del progetto filaretiano mai realizzati.

Uomo del Rinascimento, Filarete introdurrà a Bergamo, insieme all’Amedeo, un nuovo modo di intendere il discorso urbano: il monumento assume una individualità, emerge dall’ambiente (nel suo celebre Trattato egli definisce infatti l’edificio precedente “bruto”, ovviamente secondo il canone di un uomo del Rinascimento).

Il Duomo di Bergamo com’era nel progetto di Antonio Averlino detto il Filarete (1457). Alquanto originale e inatteso il prospetto della facciata, con elementi  decisamente nuovi rispetto alla tradizione gotica lombarda. Lo schema prevedeva una struttura a capanna composta da tre fasce orizzontali di cui la più alta con l’attico, quella intermedia con una fascia di nicchie contenenti statue, l’ultima in basso contenente le porte laterali con trabeazione e portale maggiore timpanato. Ornato di incrostazioni di marmi, il sacro edificio doveva culminare con una cupola ottagona ed essere fiancheggiato da due campanili a molti ordini, come appare dal disegno originale posto a piede della pagina 123 del codice magliabechiano. Discepolo ideale del Filarete è quell’Amadeo che progetta la Cappella Colleoni e che – scrive il Salmi – “ne eredita quel gusto per la decorazione fantastica fatta di plastica minuzia e di colore, che è medioevale, inserito nella norma del Rinascimento”, derivando così dal Filarete scultore “quel culto del tutto esterno e direi maniaco per l’antico, osservabile nello zoccolo della Cappella con formelle recanti il mito di Ercole e nei busti di Cesare e di Traiano” (Luigi Angelini, Il volto di Bergamo nei secoli, 1952)

Dopo la sua morte la vicenda costruttiva si incaglierà per un lunghissimo periodo durante il quale saranno apportate numerose modifiche al progetto originario (10).

Dell’opera di questo grande nome del Rinascimento è rimasto solo qualche avanzo in quanto i lavori compiuti nel tempo ne hanno stravolto l’aspetto, sia per quanto riguarda il campanile e la cupola e sia per l’ampliamento deciso nel 1680 e affidato all’architetto Fontana, che ha formato la grande croce latina giungendo con l’abside fino alla strada delle Beccherie ora denomiata Mario Lupo. Rimangono segni nei muri esterni di pietra grigia, verso l’Ateneo e verso il cortile dei canonici (dove sono interessanti pietre tombali), con larghe ed eleganti modanature che hanno il gusto nella profilatura delle architetture fiorentine

 

Ricostruzione grafica della cattedrale secondo il progetto approntato dal Filarete e realizzato a più riprese – con alcune modifiche – lungo il corso dell’età moderna. Il basamento segue la pendenza del terreno dando origine ad una pianta a croce latina, scelta motivata anche dalle convinzioni del progettista, che nel suo Trattato di Architettura affermava che le chiese dovessero essere fatte in croce. La navata unica,  affiancata da tre cappelle semicircolari per lato, si innesta in un transetto poco pronunciato e rettilineo, soluzione che permette di sviluppare in alto una cupola a padiglione ottagonale con lanternino su alto tamburo potenziando maggiormente la percezione di altezza. Egli prevede inoltre due campanili gemelli circolari, alti da terra ben 130 bracci bergamaschi, corrispondenti a circa 69 metri moderni. Del progetto filaretiano per il nuovo Duomo è rimasta la pianta, ma la realizzazione non andò oltre la prima fondazione (ordinate “di quattro braccia grosso”) e due grosse strutture quadrangolari di 4×5 metri, che potrebbero corrispondere alle basi dei due campanili mai realizzati

Anche col progetto filaretiano  l’ingombro di San Vincenzo, almeno nella parte occidentale rimane lo stesso, perché condizionato dalle piazze Magna e Parva di San Vincenzo, dal Palazzo della Ragione, dalla via Beccarie (ora Mario Lupo) dalla Casa Canonica adiacente al Duomo e dalla vicinanza della Basilica di Santa Maria Maggiore.

Confronto tra la pianta della Cattedrale romanica di San Vincenzo (a destra) e quella per la nuova Cattedrale progettata nel XV secolo dal Filarete (a sinistra), i cui lavori si sono innestati sulle strutture dell’antica Basilica paleocristiana

Cambiano però la pianta, che assecondando l’andatura del terreno diventa a croce latina con aula ad un’unica navata, e la quota dei piani pavimentali, che trovandosi ormai al livello del cortile della canonica, viene innalzata di circa 3 metri sia per fronteggiare infiltrazioni d’acqua, sia per rispettare i canoni rinascimentali di sopraelevazione degli edifici dalla quota stradale, rispetto alla quale l’antica Cattedrale risultava ormai parzialmente interrata.

Durante i lavori Filarete decide, data l’importanza del luogo dal punto di vista religioso e liturgico, di mantenere in uso la parte simbolicamente più significativa, quella dell’altare. Il muro che divideva il presbiterio dell’aula viene ispessito e innalzato e l’area chiusa anche sui restanti lati e voltata a formare una cappella utile al culto.

Nel contempo, sfruttando due delle colonne esistenti come elementi angolari, nella parte anteriore viene realizzato un atrio completamente chiuso da murature decorate con affreschi. Altri affreschi vengono affiancati e in parte sovrapposti a quelli esistenti sul muro del presbiterio.

Pianta per la nuova Cattedrale progettata nel XV secolo dal Filarete, con evidenziata l’area corrispondente agli interventi eseguiti nell’ambiente ipogeo del precedente edificio, dove l’area presbiteriale viene chiusa anche ai lati e voltata a formare lo scuròlo, una cappella resterà in uso con funzione di Cattedrale temporanea fino alla ripresa dei lavori nel 1688

Nasce così quella chiesa ipogea che, in un testo del 1516 è citata come “scuròlo” (a lungo scambiata per l’antica chiesa di S. Vincenzo), che, per vicissitudini di vario genere che bloccano la prosecuzione delle attività, rimane in uso fino al 1688.

Nel frattempo sembra che almeno l’area a nord dello scurolo (a cui si accede tramite un’apertura ricavata nel perimetrale settentrionale della chiesa), venga utilizzata come area cimiteriale, anche se per un breve periodo.

Proprio questa zona vede nel XVI secolo la realizzazione di un ambiente, anch’esso ipogeico e con copertura con volta a botte (la cosiddetta cappella di S. Benedetto), probabilmente per la necessità di ampliare quella che doveva essere una semplice chiesetta provvisoria e che invece, a causa del protrarsi dei lavori, è già in uso da diversi decenni.

Ambiente ipogeo nell’antica Cattedrale di San Vincenzo

Alcuni disegni da cantiere eseguiti a carboncino, rappresentanti capitelli, colonne ed altri elementi architettonici, che coprono quasi interamente la parete occidentale di questo vano, testimoniano come comunque la fabbrica della Cattedrale fosse ancora attiva.

A a nord dello scurolo, poco prima di giungere al cospetto della Madonna dei Canonici della Cattedrale si attraversa un locale che era adibito a studio di architettura, dove i costruttori del XVII sec. preparavano i modelli in scala. Sulle pareti si possono infatti notare alcuni schizzi o bozze di disegni eseguiti a carboncino

Dopo la metà del 1600, dopo che sono state vagliate nuove proposte progettuali, i lavori riprendono e a questo punto, finito di svolgere la sua funzione di Cattedrale temporanea lo scurolo viene definitivamente abbandonato, reinterrato e parzialmente demolito. Vengono realizzate alcune grosse camere sepolcrali con copertura con volta a botte in corrispondenza dell’ingresso e della parte meridionale del transetto, oltre a numerose tombe a cassa in muratura nell’aula.

Proprio una di queste tombe, posta in prossimità dell’altare dedicato a S. Carlo Borromeo e successivamente utilizzata per porvi resti provenienti da altre sepolture, conteneva i resti di due cavalieri deposti in momenti distinti, ognuno dotato di un proprio corredo funebre, raro ed eccezionalmente conservato, collocato in una vetrina prossima alla tomba (11).

 

Note

(1) Gli scavi, coordinati da M. Fortunati della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Lombardia, sono stati condotti nel 2004-2005 da A. Ghiroldi con finanziamento della Curia e della Diocesi di Bergamo).

(2) Se la larghezza interna di 24 metri (12 per la navata centrale) è di poco inferiore a quella del duomo attuale, ampliato verso nord, la lunghezza è solo presunta in 45 metri, poiché a est delle scale d’accesso all’area archeologica si estende lo scuròlo secentesco, nuova Cripta dei vescovi dal 1979. Tuttavia, la torre campanaria attestata dal 1135 e demolita nel 1688, per far posto all’attuale abside, impedisce di ipotizzare un’estensione maggiore (LombardiaBeniCulturali).

(3) Maria Fortunati (a cura di), “Medioevo. Archeologia e antropologia raccontano le genti bergamasche”, Edizioni ET, Trucazzano (MI) 2006, in particolare: Denis Bruna, Un sorprendente amuleto in piombo, pp. 23-24; Marta Cuoghi Costantini, Un calzare, p. 25, Anna Gasparetto, Ilaria Perticucci, I restauri, pp. 25-27).

(4) Sul foro cfr: FORTUNATI M., Bergamo romana: appunti per una rilettura dell’assetto urbano alla luce delle nuove scoperte, Il foro in FORTUNATI M., POGGIANI KELLER R. (a cura di), Storia Economica e Sociale di Bergamo. I primi millenni. Dalla preistoria al Medioevo, II, Cenate Sotto (BG) 2007, pp. 498-501.

(5) Zonca 1990.

(6) Delle 51 festività maggiori della diocesi, 22 (7 pontificali) si svolgevano esclusivamente in San Vincenzo, mentre 14 (6 pontificali, fra cui Natale) prevedevano celebrazioni articolate con Santa Maria Maggiore, attestando ancora alla metà del XV secolo il funzionamento liturgico della cattedrale doppia (Gatti 2008). San Vincenzo ospitava il primo coro dei canonici, dove si officiava la liturgia solenne, festiva e delle Ore; Santa Maria, già iemale (antequam fuisset dirruta ut pulcrior rehedifficaretur, canonici Sancti Vincentii officiabant eam in inverne et ecclesiam Sancti Vincentii in estate et, post reparationem facta et nondum completam, celebrant ibi festivitates Sancte Marie […], afferma nel 1187 Lanfranco Mazzocchi), fungeva ancora da secondo coro dei canonici, da aula battesimale e delle celebrazioni mariane, nonché da chiesa della domus episcopalis, in analogia con San Giacomo a Como (Piva 1990).

(7) La MIA è stata fondata dal vescovo Erbordo e da Pinemonte da Brembate nel 1265 in onore di “Nostro Signore Gesù Cristo e la beata e gloriosa vergine Maria madre di Dio, e di tutti i santi, per la conferma e l’esaltazione della santa fede cattolica e per la confusione e la repressione degli eretici”, come recita l’incipit della regola.

(8) Sono documentate le adunanze dell’assemblea del Comune di Bergamo e di altri comuni della provincia, così come le assemblee delle corporazioni (mestieri) o di associazioni. Qui si avvicendarono anche diversi notai per il rogito degli atti (importanti informazioni sull’edificio sono contenute nelle ricerche di Gian Mario Petrò nelle fonti archivistiche notarili).

(9) I due si erano conosciuti a Roma, dov’erano entrambi alla corte pontificia di Eugenio IV (il primo in qualità di suddiacono, il secondo chiamato a realizzare le porte bronzee di San Pietro, terminate nel 1445) e probabilmente fu questo il motivo della chiamata a Bergamo dell’architetto fiorentino, che giunse nella nostra città nel 1457, proveniente dalla corte sforzesca di Milano.

(10) Nel 1493 si avanza la possibilità di impetrare l’indulgenza plenaria a chiunque avesse contribuito alla continuazione del cantiere, che sembra riprendere a fatica nel 1494. Le modifiche apportate al progetto filateriano e l’incendio dell’attiguo Palazzo della Ragione, portano “la celebre San Vincenzo a giacere incolta e deserta, non essendo compiuto il ristoramento delle sue rovine” (così cita la fonte del 1516 tramandataci da Marcantonio Michiel). Anche gli avvenimenti che vedono il cantiere sotto la direzione dello Scamozzi (chiamato dal 1611 come capocantiere dopo essere stato impegnato in Palazzo Nuovo), purtroppo non possono dirsi conclusi al meglio: in alcuni disegni anonimi del XVII secolo relativi alla Cattedrale, contenuti nel Fondo di Religione dell’Archivio di Stato di Milano, si riscontra per esempio la possibilità di far avanzare il fronte verso la piazza, dando un senso di continuità con il Palazzo della Ragione. Soluzione che verrà ripresa dal Fontana e diventerà punto nodale per le successive maestranze. Finalmente, nel 1689, quando viene definitivamente concessa l’intitolazione della Cattedrale a Sant’Alessandro, i lavori di rinnovamento riprendono attivamente sotto la supervisione dell’architetto Carlo Fontana, il progetto però, molto lontano da quello filateriano, non soddisfa totalmente le aspettative. Si riprendono quindi alcune modeste rettifiche avanzate da Lorenzo Bettera che, almeno inizialmente, non stravolgono il programma del Fontana. Nel 1693 i lavori devono dirsi conclusi se Gian Carlo Sanz risulta già attivo nella zona del coro con i suoi intarsi lignei. L’ultimazione del prospetto risale invece al 1886.

(11) Si tratta di due stocchi di cavallo (tipica arma di area lombarda in grado di colpire maggiormente di punta e penetrare con veemenza attraverso le piastre delle armature nemiche, dalla fine del Trecento completamente metalliche), due coppie di sproni, veri e propri simboli di stato sociale (una a rotella in acciaio e l’altra a rotella in bronzo, recanti in latino a caratteri minuscoli la scritta AMOR), provenienti da area veneto-lombarda, e tre anelli in bronzo con castone. Poiché tali oggetti sono inquadrabili cronologicamente nell’ambito del XV secolo, è verosimile che anche i primi corpi collocativi, appartenenti a personaggi di particolare importanza (vista la ricchezza della loro fattura, specialmente quella degli sproni in bronzo), siano stati ivi traslati, forse a seguito della necessità di rimuovere, durante i lavori, la loro tomba originaria.

Riferimenti

Angelo Ghiroldi, Gli scavi nella Cattedrale di S. Alessandro Martire – Le scoperte archeologiche riscrivono la storia della città di Bergamo, in D’erbe piante e d’adorno: Per una storia dei giardini a Bergamo, percosi tra paesaggi e territorio (a cura di Maria Mencaroni Zoppetti). Pubblicato per la Fondazione per la Storia Economica e Sociale di Bergamo, 2008.

AA.VV., “Medioevo a Bergamo. Archeologia e antropologia raccontano le genti bergamasche”, (catalogo della mostra a cura di M. Fortunati), Truccazzano (MI) 2006.

M. Fortunati, A. Ghiroldi, La Cattedrale di S. Alessandro Martire in Bergamo, in Storia Economica e Sociale di Bergamo. I primi millenni, (a cura di M. Fortunati, R. Poggiani Keller), II vol., Cenate (BG), 2007, pp. 539-547.

E. Daffra, La porzione affrescata: importanza di un recupero, in Storia Economica e Sociale di Bergamo. I primi millenni, (a cura di M. Fortunati, R. Poggiani Keller), II vol., Cenate (BG), 2007, pp. 548-551.

Simone Facchinetti, Museo e Tesoro della Cattedrale – Le risposte di una Guida. Fondazione Adriano Bernareggi. Ed. Litostampa Istituto Grafico Srl – Bergamo, ottobre 2012.

Bibliografia/Cartografia

M. VAVASSORI, Eodem fato functis: il ricordo della peste in un’epigrafe di Bergamo?, in “Epigraphica”LXIX, 2007, pp. 149-167.
M. VAVASSORI, Una lastra opistografa dal duomo di Bergamo, in “Epigraphica” LXXI, 2009, pp. 417-422.
BROGIOLO G.P. 2007, Bergamo nell’Altomedioevo attraverso le fonti archeologiche, in Storia economica e sociale di Bergamo. I primi millenni. Dalla preistoria al Medioevo (a cura di M. FORTUNATI, R. POGGIANI KELLER), Cenate Sotto (BG), pp. 461-491.
CANTINO WATAGHIN G. 2007, L’insediamento urbano, in Storia economica e sociale di Bergamo. I primi millenni. Dalla preistoria al Medioevo (a cura di M. FORTUNATI, R. POGGIANI KELLER), Cenate Sotto (BG), pp. 461-491.