A spasso sui Colli, sulle orme di Stendhal

A soli cinque anni di distanza dall’ingresso di Napoleone in città, il 2 maggio del 1801 il giovanissimo ufficiale Henry Beyle, più noto come Stendhal, parte da Milano verso Bergamo al seguito del generale Claude-Ignace-François Michaud – che segue di guarnigione in guarnigione e di cui diverrà aiutante di campo -, per trattenersi sino al 7 luglio dello stesso anno.

Costantino Rosa, il profilo di Bergamo dalla pianura

Reduce dalla frequentazione della società milanese e delle sue belle dame, il diciottenne Stendhal annota le sue impressioni nelle pagine di un diario, che egli chiama journal, dove sono contenute le memorie di viaggio sul paese che diverrà la sua patria di adozione.

Pietro Ronzoni, Complesso di Sant’Agostino: veduta meridionale dal Baluardo di San Michele, 1837 (Milano, Quadreria dell’800)

Ma diversamente da quanto avviene altrove, a Bergamo i suoi stati di trasporto emotivo non sono correlati tanto alle opere d’arte del territorio, quanto verso il paesaggio, probabilmente perché l’obbligo del servizio prestato nelle fila dell’esercito napoleonico lo tengono lontano da impegni di natura più leggera; ma forse anche perché in quel periodo, verso l’arte dominava l’approccio illuminista.

Via Donizetti: salendo a Palazzo Terzi (Racc. Gaffuri)

 

La salita del Gromo, in via Donizetti (Racc. Gaffuri)

In effetti, il riconoscimento delle qualità artistiche delle opere disseminate nel territorio era ancora limitato: Bergamo veniva considerata un territorio di frontiera culturale e il suo patrimonio artistico rivestiva scarsa rilevanza agli occhi del giudizio critico dell’epoca.

Piazza Vecchia con il Palazzo della Biblioteca Civica (Racc. Gaffuri)

Bisognerà attendere la fine dell’Ottocento perché la critica riconosca Bergamo come un “centro” artistico a tutti gli effetti, specialmente per le sue opere d’arte di fine Quattrocento e primo Cinquecento, incluse naturalmente quelle di influenza veneta.

Atrio di Palazzo Terzi

 

Palazzo Terzi, una delle più belle dimore della città sul colle, che da allora non è mutata mantenendo gli stessi arredi, tra cui alcuni interni tipicamente veneziani, che la rendono celebre

Stendhal racconta dunque l’emozione provata davanti agli scenari offerti dal paesaggio:

“La strada da Milano a Bergamo è magnifica e attraversa la più bella contrada del mondo. Da Canonica, villaggio sull’Adda, a venti miglia da Milano e a dieci da Bergamo, si gode una vista fra le più belle che si possano immaginare. Quella dalla città alta di Bergamo è meno dolce e assai più distesa…”.

Veduta su Bergamo Alta

Da casa Terzi, dove ha preso alloggio il generale Michaud, si distinguono chiaramente gli Appennini, a venticinque leghe di distanza.

Se ne scorgono distintamente i particolari con un cannocchiale di sei pollici di Ramsden che il generale possiede.

Palazzo Terzi nella composizione di Vincenzo Orelli (1755-1813), accanto al campanile di S. Maria Maggiore e a Porta S. Giacomo. La figura femminile simboleggiante Bergamo, presenta omaggi al Podestà Alessandro Barzizza. Ai lati i simboli dei fiumi Serio e Brembo (incisione di Domenico Cagnoni) – (Racc. Gaffuri, Biblioteca Civica)

La vista è limitata a nord-est e a sud-ovest dalle montagne alle quali è addossata Bergamo.

Scorcio sulla pianura dalla Sagesse, in via S. Giacomo

Segue lezioni di italiano, scherma, clarinetto, passeggia a cavallo ed è assiduo frequentatore delle rassegne teatrali, tanto da risolversi a tradurre in francese la commedia di Carlo Goldoni, Gli amori di Zelinda e Lindoro, che vede rappresentata per la prima volta in un teatro bergamasco.

Il bastione che sovrasta via Tre Armi (Racc. Gaffuri)

“Ci sono due teatri, uno molto bello nel Borgo, cioè nella zona in piano della città, l’altro di legno sulla piazza della città vecchia.Tutte le sere andiamo a quest’ultimo, vicinissimo alla nostra abitazione. L’altro è a mezz’ora di strada”.

Scorcio su Piazza vecchia dai portici del Palazzo della Ragione, dov’era allestito un teatro in legno (Racc. Gaffuri)

 

Veduta su Piazza Vecchia da via Aquila Nera (Racc. Gaffuri)

 

Nello stesso periodo, nei Borghi era attivo il Teatro Riccardi, oggi Donizetti, completato nel 1791 (Racc. Gaffuri)

Qualche volta Stendhal esce a cavallo per recarsi sulle colline che coronano la città e rientra estasiato per l’armonia del paesaggio, le fitte coltivazioni che coprono i pendii, le splendide vedute.

Piazza Mascheroni

 

Castagneta (Racc. Gaffuri)

E’ a lui che dobbiamo una delle prime testimonianze sulla bellezza dei colli che si distendono alle spalle di Bergamo :

“Ho fatto col generale Michaud grandi passeggiate a cavallo. Il paesaggio di Bergamo è davvero il più bello che io abbia mai visto.

Da San Vigilio (Racc. Gaffuri)

 

Castello di San Vigilio (Racc. Gaffuri)

 

Luigi Deleidi detto Il Nebbia (1774-1853). La polveriera nel Castello di San Vigilio

Amenissimi boschi coprono le colline dietro la città, quanto di più incantevole si possa immaginare. Sono quasi tutti riservati alla caccia, con le capanne per i cacciatori”.

Veduta sulla piana di Fontana dal Pascolo dei Tedeschi

Nel 1806, a distanza di diversi anni dal soggiorno a Bergamo, la città riemerge nelle sue annotazioni come un luogo della memoria e nella forma del ricordo romanzato. Lo scrittore francese rievoca la vista panoramica che si ha dalla città paragonandola al paesaggio di Montmorency , nell’Île-de-France: una “vista immensa che mi ricorda quella di Bergamo”.

L’anno successivo, in Roma, Napoli e Firenze – il testo della “Sindrome” – è presente un riferimento analogo: “Vado a passare qualche ora a Bergamo per amore della bella vista che si gode di lassù. Potete fare il giro del mondo, che non trovereste nulla di più bello”.

Lungo le mura veneziane

Della bellezza decantata da Stendhal possiamo ancora ammirarne le peculiarità, perché Bergamo ha sempre avuto cura della fascia collinare, estesa alle sue spalle per una lunghezza di circa sei chilometri.

Se Stendhal percorse a cavallo il suo itinerario alla scoperta dei colli, oggi, in alternativa a qualsiasi altro mezzo di trasporto si può partire a piedi, dalla funicolare che, al di là delle mura veneziane, conduce direttamente sul colle di San Vigilio.

Man mano si sale il paesaggio si allarga e si fa splendido…

Sguardo su Città alta

e, una una volta arrivati, si apre una deliziosa piazzetta con un bar.

Il risto-bar alla stazione superiore della funicolare

Qui, un segnale sulla destra invita a salire al castello, dal quale si godono ampi panorami.

Verso il Castello di San Vigilio

 

Veduta dal Castello

 

Il panorama verso settentrione

 

Scorcio su Monte Bastia (Ph schlenger86)

Ma non sono da meno quelli che si aprono lungo l’itinerario che vi invito a seguire proseguendo per la strada che si apre davanti a voi.

La stagione Liberty sul Colle (stampa di Patrik Serra)

Tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del secolo scorso sui due lati sorsero ville che venivano occupate soprattutto d’estate da famiglie in cerca di quiete e di frescura.

L’arrivo della funicolare, con l’impianto di collegamento rapido tra S. Vigilio e Città Alta, impose la sua discreta presenza nel paesaggio collinare

 

Sui colli nel 1909

 

Villino Neri lungo i Torni, dimora decorata in stile liberty costruita una casa preesistente, con il fronte su strada affrescato con soavi figure femminili di gusto preraffaelita e ingentilito da modanature in stile

 

Il Liberty sui colli – Dettaglio

Ora sono dimore invidiate per la bellezza del luogo e dei giardini.

Scorcio su Bergamo Alta (Ph Giorgio Bonalumi)

Più avanti la strada si biforca. Mantenendovi a destra proseguite fino ad arrivare ad uno slargo con panchine. È il belvedere di San Vigilio, così chiamato per le vedute sul caratteristico ambiente dei colli e sulla pianura.

Il “Belvedere” con le sue panchine, in una vecchia cartolina

Di fianco, sulla destra, una grandiosa villa il cui progettista ha ben sfruttato i dislivelli per realizzare uno scenografico giardino.

Villa Viviani Rumi, con lo scenografico giardino che prospetta su via S. Sebastiano. Come altri villini della zona, le due piccole dipendenze rustiche sono di aggiornato gusto déco, mentre la parte nuova, con gli apparati decorativi interni, è neobarocca

Se volete proseguire oltre vi suggerisco un percorso che Stendhal può avere seguito in una delle sue passeggiate a cavallo.

L’imbocco della gradinata per Monte Bastia

Quindi andate avanti in direzione della grande villa, passatele a fianco e proseguite a sinistra per la strada (via Monte Bastia) che sale verso l’alto.

 

Il primo tratto è un po’ in salita, ma quando si addolcisce in piano vi consentirà di ammirare nuovi angoli dei colli, al culmine dello splendore quando l’autunno incalza colorando il paesaggio di calde tonalità.

Scorcio su Monte Bastia in versione autunnale

Ed è proprio questa la stagione ideale per godere al meglio i grandiosi panorami che si aprono da lassù.

Santella lungo via Monte Bastia

 

Veduta autunnale sul colle di San Sebastiano, Madonna del Bosco e la Val San Martino con il Monte Canto

 

Zoom sulla sella di San Sebastiano

Più avanti la strada ridiscende, proseguite sino a che, dopo alcune case, si apre la gradinata che cala ripida verso il basso: imboccatela senza esitazione.

Nel luminoso ambiente di vecchie coltivazioni che scendono degradando dal colle,  vi accoglierà una veduta di alberi di pesco, di mandorlo e di cachi ricchi di frutti maturi, pronti per la raccolta.

Una volta arrivati alla fine della scalinata, prendete a sinistra per un viottolo in piano. Percorrerete uno stretto sentiero che si snoda lungo una lussureggiante valletta, dove potrete contemplare da vicino l’amenità di Monte Bastia e, là in basso, la valle di Astino, una veduta che vi allargherà il cuore!

L’incantevole veduta sulla valletta d’Astino nell’ultima luce del pomeriggio, resa ancora più preziosa dalla presenza di un antichissimo monastero – Ph Stefano Bombardieri

Giunti al termine troverete, suggestiva nel suo isolamento, una dimora quattrocentesca con un loggiato dalle snelle colonne: Cà Moroni, un tempo nota “frasca” immersa in quello che a tutt’oggi rappresenta il più meraviglioso scenario dei colli di Bergamo.

Ca’ Moroni, situata in un contesto paesaggistico meraviglioso, sicuramente fra i più belli e affascinanti dei Colli

Superata Cascina Moroni, salite lungo la stradina sterrata, seguitela sino a che non svolta a sinistra e proseguite lungo il sentiero di via del Rione, fra i terrazzamenti immersi nella quiete di un mondo dove il tempo pare essersi fermato.

Via del Rione: l’amenissimo sentiero di raccordo tra Case Moroni e via San Sebastiano

 

Panorama da via del Rione

Il viottolo, un’autentica strada di campagna che segue il tracciato di un’antica strada medievale, termina nell’asfalto di via San Sebastiano.

Là in basso, via San Sebastiano

Seguitela a sinistra e vi troverete a passare sotto il giardino della villa che avete ammirato dal Belvedere.

Ed eccovi di nuovo su via San Vigilio in direzione funicolare, a una manciata di minuti dalla città antica.

Scorcio su Bergamo Alta (Ph Giorgio Bonalumi)

(Stendhal, “Diario”, Torino, Einaudi, 1977).

Palazzo Terzi a Bergamo: la dimora barocca per eccellenza

Adagiata sullo sperone occidentale di Bergamo alta, la dimora barocca più bella di Bergamo fu eretta fra l’inizio del Sei e il Settecento da un ramo dei nobili Terzi – originaria della Val Cavallina -, senz’altro la più europea della nobiltà bergamasca, sia per l’antichità e i personaggi della sua storia sia per le alleanze che la congiungono alla più alta aristocrazia .

Giovanni Milgliara, Palazzo Terzi da via S. Giacomo (Racc. Gaffuri). Posto tra il Liceo Classico e via Donizetti, il Palazzo si integra, con mirabile sintonia, nel gioco di luci e ombre che caratterizza il versante meridionale della Bergamo antica

Una dimora importante per le pagine di storia che racchiude, per la nobiltà che rappresenta, per la struttura architettonica, per i materiali impiegati, per la notorietà degli artisti che hanno contribuito alla sua realizzazione e per la personalità dei padroni di casa che nei secoli hanno avuto non poca influenza nella vita cittadina.

Il Palazzo veniva un tempo scelto per accogliere re e principi in visita a Bergamo, sottolineando il rango che questo edificio rivestiva nella considerazione delle autorità pubbliche.
Ospitò, tra gli altri, molte famiglie illustri del Settecento e ben due imperatori austroungarici: all’inizio del 1816 Francesco I d’Austria, reduce da Milano dove si era recato nel dicembre precedente per essere incoronato Re. Volle fermarsi a Bergamo per visitare la città. Una ventina d’anni dopo, nel 1838, prese quartiere Ferdinando I con la moglie Anna Maria Carolina. Ma, come vedremo, non solo.

LA FAMIGLIA: UNA STORIA ILLUSTRE

In Val Cavallina i Terzi possedevano i castelli di Terzo, di Berzo, di Grone e di Monasterolo e sembrerebbe che ancor prima dell’anno Mille avessero dimora anche a Bergamo, dove presto divennero tra i reggitori del Comune.

Di appartenenza Ghibellina, la famiglia fu fedele al Sacro Romano Impero sino alla sua dissoluzione e la loro presenza in Val Cavallina, importante snodo fra Italia e Germania, garantì agli imperiali un passaggio sicuro, specie in seguito alla restaurazione del Sacro Romano Impero nel 962.

Al repentino consolidamento del potere dei Terzi corrispose tuttavia l’inizio di una lotta intestina tra i vari membri della famiglia, che a lungo andare si smembrò in due fazioni – gli “Allongi” da un lato e I “Loteri” dall’altro –, sino alla diaspora che li spinse non solo in altre città italiane (Brescia, Verona, Vicenza e Venezia, Gorizia, Fiume, Piacenza, Parma e Reggio, Bologna, Firenze, Iesi, Pesaro, Napoli) ma anche Oltralpe (Austria, Boemia e Ungheria).

La discordia terminò nel 1248 con la firma di un solenne trattato di pace che sancì le rispettive aree di influenza. In seguito, uno dei due gruppi acquistò terreni e case sul Colle Aureo, sul quale fu edificato l’attuale Palazzo.

Nonostante gli scontri che segnarono duramente la famiglia, i Terzi continuarono ad emergere in vari ambiti: dalle Prelature alle Armi, dalle Lettere alle Arti. Dal XII secolo molti membri si distinsero per meriti militari fino ad assumere il controllo di vari feudi; fra questi, Gherardo fu podestà di Cremona e Guido fu Vicario Imperiale e Capitano generale di Federico II.

Una delle personalità più illustri della famiglia fu Ottobono, che fu Condottiero di Gian Galeazzo Visconti, tenne la Signoria di Parma, Piacenza e Reggio acquisendo i titoli di Conte di Reggio e Marchese di Borgo S. Donnino, prima di essere assassinato a tradimento nel 1409.

Alcuni membri della famiglia Terzi seguirono invece la carriera ecclesiastica: Alberto e Adelongo furono canonici nel 1217, Alberto fu eletto Vescovo di Bergamo nel 1242, Giroldo divenne arciprete a Clusone nel 1272 e Giovanni partecipò al Concilio di Trento.

Giuseppe Terzi partì invece con Napoleone per la campagna di Russia e fondò l’Ateneo di Scienze, Lettere ed Arti di Bergamo.

IL PALAZZO

La costruzione del palazzo rientra a pieno titolo nel clima di affermazione sociale che caratterizza il Cinque e il Seicento, quando, sull’onda di una generale fortuna su scala europea delle casate nobiliari, l’aristocrazia locale si dotava di residenze degne dell’importante ruolo acquisito. Così fece un ramo dei Terzi, quando, a testimonianza del rango sociale raggiunto, si stabilì in città, luogo ideale dove intraprendere la realizzazione di un palazzo di rappresentanza.

Archivio Wells

Precedentemente la famiglia abitava vicino alla chiesa di S. Pancrazio, dove ancora vi sono delle case con affreschi di soggetto veneziano molto deteriorati dal tempo.

In realtà, l’aspetto esterno non è appariscente ed anche la collocazione urbanistica non è centrale: l’esiguità dello spazio edificabile, compreso fra il parco di Palazzo Recuperati e la sommità dello scosceso pendio meridionale del Colle, comportò la ricerca di soluzioni logistiche che richiesero quasi un secolo – fra acquisizioni, ampliamenti e modifiche – per conferire una forma compiuta al palazzo.

Il vicolo che conduce a Palazzo provenendo dall’antico Mercato del pesce

Nonostante la ristrettezza del sito i Terzi poterono così realizzare anche il bel giardino distribuito su vari livelli, ed ampliare lo spazio antistante l’ingresso del palazzo che,  costruito sopra un’area precedentemente demolita, riuscì a inserirsi nello spazio tra il parco di Palazzo Recuperati e, sul lato opposto, al limite del dirupo che definisce Città Alta.

Le preesistenti costruzioni rinascimentali sono infatti parzialmente inglobate negli ampliamenti sei settecenteschi e addirittura nei sotterranei del palazzo sono ancora visibili resti dei precedenti edifici medioevali, come è tipico negli edifici di Città Alta.

Il Palazzo prima dei recenti restauri

La prima fase della costruzione coincise con le nozze fra il marchese Luigi Terzi e la giovanissima Paola Roncalli (1631), quando furono eretti la facciata e l’ala meridionale.

Palazzo Terzi, 1910

La seconda fase, preceduta da una serie di acquisizioni immobiliari corrispondenti alla parte settentrionale dell’edificio, ebbe inizio un secolo dopo in occasione del matrimonio fra il marchese Gerolamo Terzi e Giulia Alessandri (1747), sorella del noto architetto Filippo, che intervenne sull’edificio ridisegnandone il prospetto a valle, rendendo simmetrici i due corpi di fabbrica nord e sud e valorizzando gli elementi tardorinascimentali inseriti nel Seicento.

Fronte settentrionale

L’esposizione a mezzogiorno e la posizione dominante sopra la pianura, consentì di proiettare la costruzione verso il grande spazio antistante utilizzando il fianco della collina per terrazze e giardini pensili. Anche la disposizione degli ambienti interni venne condizionata dalle grandi vedute verso il piano: una componente fondamentale dell’intera struttura.

Il Palazzo ripreso dalla Casa dell’Arciprete

Di sottile pregio ambientale, la minuscola piazzetta antistante l’ingresso – in origine un vicolo largo non più di quattro metri – fu ampliata dall’Alessandri, mediante l’asportazione di una porzione del terrapieno di proprietà del Conte Ricuperati, la cui area è tuttora distinguibile grazie ad un perimetro in pietra inserito nella pavimentazione.

La piazzetta antistante il Palazzo, in una foto d’epoca (Archivio Wells)

 

Dal cortile, si intravede la muraglia che delimita il terrapieno di proprietà del Conte Ricuperati, con al centro la nicchia che racchiude la statua allegorica dell’Architettura, eseguita da Giovanni Antonio Sanz

Per alleggerire la muraglia di contenimento di fronte all’ingresso è stata creata una nicchia a grotta che racchiude la statua allegorica dell’Architettura (eseguita, come altre opere plastiche all’esterno del palazzo, dal poliedrico Giovanni Antonio Sanz), sovrastata da due puttini che simboleggiano la Primavera e l’Estate, rimandando visivamente al prospetto settentrionale del palazzo, dove le statue dell’Autunno e dell’Inverno campeggiano sul balcone sostenuto dal bel portale.

Piazzetta Terzi con la nicchia a grotta che racchiude la statua allegorica dell’Architettura, sovrastata dallo stemma di famiglia e da due puttini che simboleggiano la Primavera e l’Estate,(Archivio Wells)

 

Una doppia fascia marcapiano che corre lungo tutta la facciata mette in evidenza il piano nobile, collegato al pianterreno dal portale d’ingresso ed ornato dal terrazzo sormontato dallo stemma e da due putti raffiguranti l’Autunno e l’Inverno, posti in posizione perfettamente simmetrica rispetto alle statue dell’Estate e della Primavera collocate in piazzetta

 

Dettaglio delle statue dell’Autunno e dell’Inverno sul balcone della facciata settentrionale del Palazzo

Per differenziare ulteriormente i vari piani l’Alessandri usò la decorazione delle finestre: semplici e prive di motivi ornamentali al pianterreno e all’ultimo; con timpani lineari al secondo; con timpani spezzati completi di statue rappresentanti imperatori romani al piano nobile.

Nel Palazzo permane l’ombra del giovane Stendhal (1783-1842), al secolo Marie Henry Beyle, che vi soggiornò in qualità di sottotenente di cavalleria dell’esercito napoleonico.

Nella finzione, un soldato napoleonico nella Sala degli specchi

Sulla facciata settentrionale, accanto al portale, una targa marmorea recita:

“Incantevole e superba bellezza” mirò Henry Beyle nei luoghi di questa città ov’ebbe dimora nei giorni pratili dal 2 maggio al 24 giugno 1801 il giovin Stendal gli amori di Zelinda e Lindoro qui volgendo nell’idioma natio con l’ardente cuore ch’ei volle dire italiano.

Oltre un secolo dopo, in una tiepida giornata di primavera Hermann Hesse (1887-1962) approdò casualmente nella piazzetta, dopo aver ammirato le meraviglie di Piazza Vecchia e dell’attigua Piazza Duomo.

La descrisse come “uno degli angoli più belli d’Italia, una delle molte piccole sorprese e gioie per le quali vale la pena di viaggiare”. Sbirciando attraverso il portone del palazzo scorse il cortile “con piante e una lanterna oltre il quale due grandi statue e un’elegante balaustra si stagliavano nitidi, in un’atmosfera trasognata, evocando, in quell’angolo stretto tra I muri, il presagio dell’infinita lontananza e vastità dell’aere sopra la pianura del Po”.

La vista sul cortile terrazzo affacciato sulla pianura continua ad estasiare gli avventori, filtrato dal porticato attribuito all’Alessandri, composto da sei colonne binate che creano tre archi paralleli, dove al centro spicca l’inconfondibile lanterna che illumina l’androne nelle ore serali.

Sul cortile-terrazzo che domina la pianura è aperto un atrio colonnato realizzato dall’Alessandri (Ph Mario Rota)

La terrazza, racchiusa tra le due ali del palazzo, termina con una splendida balaustra sormontata dalle due aeree sculture – realizzate da Sanz – della Pittura e della Scultura, che richiamano la statua dell’Architettura nella piazzetta chiudendo il cerchio simbolico-decorativo.

Le statue della Pittura e della Scultura nel cortile del Palazzo

La visuale è rivolta alla vasta e indefinita pianura e sul giardino del palazzo che digrada su via S. Giacomo accogliendo una bella fontana con Sauro.

Lo stupore suscitato dalla geniale soluzione dell’Alessandri, fa dimenticare l’asimmetria dell’androne rispetto al cortile ed anche quella delle finestre dei preesistenti ambienti sotterranei, non in asse con quelle del prospetto.

Scorcio sull’androne del Palazzo

 

Lo scalone, lungo il quale si trovano ancora i candelabri settecenteschi, è decorato da numerosi affreschi che ne allargano le dimensioni con grandi prospettive di palazzi classicheggianti collocati in campi ariosi, mentre la volta presenta un affresco con un allegoria mitologica dipinto da Vincenzo Orelli e dal figlio Giuseppe, quest’ultimo autore di un grande affresco collocato nell’ala opposta del palazzo, quella attualmente abitata dai proprietari, dedicato ad “Apollo e le sue Muse”. Altre decorazioni si trovano nelle camere sottostanti, così come la preziosità di alcuni arredi aumenta la suggestione dei locali.

Gli artisti di Palazzo Terzi

Il palazzo è la risultanza dell’ingegno e dell’abilità di una formidabile équipe di architetti e di artisti scelti, sensibili e attenti all’evoluzione del gusto architettonico e pittorico dell’epoca, e benché l’ala sinistra del palazzo, tuttora abitata, racchiuda affreschi suggestivi, gli ambienti più interessanti sono situati nell’ala destra, dove troviamo le ricche decorazioni realizzate tra il 1640 e il 1664 da Giovan Battista Tiepolo, Cristoforo Storer (un pittore di Costanza formatosi presso la bottega milanese di Ercole Procaccini il giovane, e che in seguito Luigi Terzi sostenne per i lavori presso la basilica di S. Maria Maggiore), il pittore comasco Gian Giacomo Barbelli (autore anche degli affreschi di Palazzo Moroni in città Alta), Carpoforo Tencalla (un artista piuttosto inconsueto a giudicare dai dipinti), il bergamasco Domenico Ghislandi (padre di Frà Galgario), che interviene negli ambienti di Palazzo Terzi all’indomani dell’impresa in Palazzo Moroni (dove egli tornerà a lavorare sui ponteggi con il suo primo maestro, il cremasco Gian Giacomo Barbelli) sfoderando un’audacia nuova e personale, come si evince in particolare nel Salone d’onore.

Il Salone d’onore

Al grande salone di ricevimento, situato nel corpo centrale del palazzo e disposto su due piani, si accede direttamente dal portico passando attraverso un piccolo locale, un tempo forse destinato a portineria o a vestibolo, il cui soffitto presenta alcune riquadrature in stile barocco.

Il visitatore viene accolto in uno degli ambienti di maggior pregio – contraddistinto naturalmente da un fastoso barocco – attorno al quale ruotano le altre sale.

Salone d’onore

Quasi sicuramente l’inizio delle decorazioni porta la data del 1640; esse vennero affidate a Gian Giacomo Barbelli, che libero da ogni direttiva architettonica lavorò affidandosi alla sua fantasia, avvalendosi del quadraturista Domenico Ghislandi per la curiosa impostazione scenografica della volta.

Dettaglio del soffitto del salone principale di Palazzo Terzi, opera di Gian Giacomo Barbelli e Domenico Ghislandi per le quadrature. Qui per la prima volta Ghislandi inventa una quadratura nella quale a mutare è l’idea stessa di spazio. Non più statico e ripiegato su se stesso entro i limiti fisici dell’architettura, ma uno spazio che attraverso le aperture illusioniste fa affiorare brani “del grande paesaggio” esterno, di un Creato vastissimo di cui si colgono alcuni passaggi, alcuni frammenti

Tra i curiosi pilastri rastremati a calice si aprono, negli angoli della volta, quattro finestre vere e quattro finte, alle quali si affacciano delle mezze figure a grandezza naturale, probabilmente personaggi della famiglia vissuti negli anni del restauro. Nell’ “Olimpo”, effigiato da Gian Giacomo Barbelli nella volta, le figure sono gettate en plain air con la stessa freschezza e lievità con cui poi le ritrae in azione nei quattro riquadri che lo incorniciano: “Minerva che con Marte guida le truppe”, “Orfeo che incanta gli animali”, “Giuseppe che guida le Furie” ed una “Flora con cornucopia”.

Alcune figure simboliche sedute, fiancheggiano ogni riquadro e due di queste sono riprese, in atteggiamento simile, dall’abile stuccatore che innalza fino all’impostazione della volta il maestoso camino, la cui realizzazione è probabilmente anteriore ai due quadri che lo affiancano.

 

Questi due dipinti, come gli altri che ornano le pareti del locale, sono stati eseguiti da Cristoforo Storer e raffigurano “Jefte vittorioso incontra la figlia” e “Ammone ucciso per comando di Assalonne”.

I soggetti degli altri dipinti sono: “Davide presenta a Saul la testa di Golia” e, sulla parete di fronte al camino, il grande “Convito di Assuero” che porta la firma e la data del 1657.

Sopra le porte vi sono altre tele eseguite probabilmente da Giovanni Cotta, un amico dello Storer.

L’ imponente camino di marmo, addossato alla parete maggiore, celebra la potenza e l’eccellenza della famiglia, come testimoniano i leoni laterali di sostegno e soprattutto lo stemma araldico collocato al centro del frontone curvilineo appoggiato alla cappa.

Dipinto dei Grande Salone di Palazzo Terzi

Quanto alla paternità dell’opera, attraversata da racemi a girale e da diversi motivi naturalistici, per la generosità del disegno e la carnosità delle forme presenta significative affinità stilistiche con le opere degli stuccatori luganesi Sala, attivi in quegli anni nei principali cantieri cittadini (seguiti anche dai Terzi, come quello della MIA).

La luce che irrompe dalle finestre aperte sulla pianura non fa che esaltare gli stucchi e le decorazioni.

(Ph D. Rizzo)

 

 

Dal Salone di ricevimento, una porta sulla sinistra conduce alla Sala da pranzo, anch’essa affrescata dal Barbelli, sempre con la collaborazione del Ghislandi per le riquadrature e gli effetti prospettici nei quali è inserita una balconata. L’affresco principale rappresenta l’origine della “Via Lattea”, mentre quattro graziosi puttini sul cornicione reggono i simboli di Giove.

Tornati nel Salone si passa nelle sale di destra: una sequenza mirabile di decorazioni, di ornamenti e di tappezzerie di rara eleganza e raffinatezza, dove si avvicendarono frescanti, stuccatori, indoratori ed ebanisti, offrendo prove di eccellenza nell’accostare materiali diversi.

I plafoni conservano gli affreschi del Seicento, mentre le pareti sono state rivestite nel secolo successivo di damasco, di soprarizzo e di specchi. I pavimenti, realizzati con legni policromi, sono stati disegnati dal Caniana. Le porte, gli infissi e le finestre sono decorate con intagli dorati. E’ una sequenza di motivi che sorprende e che si conclude nel Salottino degli Specchi, il primo locale che lo Storer decorò appena arrivato a Bergamo.

Salotto degli Specchi

Le singolarità di palazzo Terzi non finiscono qui. E’ tra queste pareti che si cela appunto il celebre salotto degli specchi, considerato da Mario Praz  “uno dei luoghi di specchi più incantati del mondo”.

Sala degli Specchi

La sala offre al visitatore i medaglioni secenteschi affrescati dallo Storer raffiguranti l’ “Astronomia misurante I segni dello zodiaco” al centro, i Quattro elementi ai lati e, tra l’uno e l’altro, sopra agli angoli delle pareti, quattro ovali presentano le “Quattro parti della Terra”.

 

 

Dettaglio

Nel primo Settecento, all’ambiente si aggiunse un elegante gioco di specchi, spiccatamente barocco, che riflettendosi l’un l’altro ne modificano le dimensioni rendendo l’illusione di una maggior ampiezza. Gli specchi coprirono però anche le quadrature originali di Domenico Ghislandi.

Gli arredi raffinati si accompagnano a preziosi decorazioni e tessuti damascati, e, ad esaltare il tutto, I preziosi pavimenti a tarsie policrome realizzate con legni rari su disegno del Caniana. La decorazione presenta una doppia fascia stellata che racchiude il rosone centrale e alcuni motivi a grata. Negli angoli fanno bella mostra corbeilles di fiori e nella strombatura della finestra una gabbia di uccellini. Non contento di questi disegni, che danno al pavimento in legno quasi la caratteristica di un tappeto, il Caniana ha voluto arricchire i riquadri dello zoccolo con gioco di putti dipinti in tonalità monocromatica su fondo dorato.

L’insieme, ovvero l’abbinamento degli affreschi dello Storer sul plafone, gli specchi con le decorazioni barocche in legno dorato e il pavimento finemente intarsiato, danno luogo ad un ambiente raffinato: un “salottino” raccolto ma al tempo stesso non oppressivo; colorato, ma senza che i disegni incombano e disturbino l’armonia degli accostamenti.

Ed è dovuto al successo di queste decorazioni che i Terzi commissionarono allo Storer gli affreschi della Sala Rossa ed il medaglione della camera da letto di rappresentanza.

Scorcio sulla camera da letto di rappresentanza

Procediamo nella visita passando alla Sala del Soprarizzo, così nominata per via della tappezzeria che ricopre le pareti.

Sala del Soprarizzo

La Sala del Soprarizzo in una splendida fotografia appartenente ad Archivio Wells

Tra il Salone e il Salottino si trova la “Del Soprarizzo”, così nominata per via del tipo di tappezzeria sulle pareti.

Sala del Soprarizzo

La volta di questo locale è decorata dal ticinese Carpoforo Tencalla. Il dipinto del plafone ha un’impostazione abbastanza insolita. Le figure non si trovano al centro dello spazio decorato, bensì in un angolo, raggruppate e avvolte da nuvole, mentre nella volta, che si presenta come illuminata di rosa dalle prime luci dell’alba, appare l’ “Aurora” nel suo splendore, come soggetto principale di tutta la composizione. Il fregio che raccorda l’affresco con le pareti è stato eseguito quando queste sono state rivestite in soprarizzo e lo si nota dalla fascia architettonica, diversa da quella del Salone. Predominano i colori rosa e grigio chiaro in diverse sfumature, mentre le ghirlande di fiori hanno tonalità più vivaci. Queste decorazioni sono attribuibili al ticinese Giuseppe Antonio Orelli.

Sul soffitto campeggia l’Aurora che scaccia il Sonno, un affresco in stile barocchetto del pittore ticinese Carpoforo Tencalla.

Anche qui, il pregevole pavimento settecentesco in legno intarsiato.

A partire dalla seconda metà del Ottocento il palazzo diventò la sede di riunioni e conversazioni che favorirono l’Indipendenza d’Italia durante il Risorgimento. Proprio in un’intercapedine di questa sala fu nascosta, al ritorno degli Austriaci, la bandiera Nazionale, protagonista delle Cinque giornate e della Caduta di Milano, a lungo cercata dagli austriaci ed oggi conservata presso il Museo Storico allestito in Rocca. La bandiera era stata consegnata nel 1862 all’allora Sindaco della città dalla marchesa Maria Terzi Caumont de la Force, vedova del marchese Luigi, amico e collaboratore di Gabriele Camozzi, con il quale fondò la Guardia Nazionale.

Il Carretto siciliano garibaldino, nel cortile di Casa Terzi

Sala Rossa

La Sala Rossa è così nominata per la tappezzeria di damasco rosso vermiglio.

Sala Rossa

Presenta nel soffitto affreschi eseguiti nel 1655-57 da Cristoforo Storer, coadiuvato dal Ghislandi per le splendide quadrature delle quattro scene allegoriche raffiguranti uomini possenti e donne sinuose. Al centro della volta si trova l’Olimpo.

Gli arredi risalgono invece al Settecento: le specchiere, la consolle dei Fantoni, porte stuccate. Vi sono inoltre pregevoli vasi Ming con montatura in bronzo.

Sala del Tiepolo

Una delle più note e conosciute del palazzo, contornata da dei preziosi stucchi dorati, la sala conserva al centro del soffitto un affresco attribuito al Tiepolo.

L’affresco del Tiepolo nella sala omonima

Salottino della Musica

In stile rococò invece si trova il Salottino della Musica, dalle pareti molto irregolari ma sapientemente mimetizzate dalle decorazioni realizzate dai fratelli ticinesi Camuzio.

La Sala della Musica con al centro un’opera realizzata in occasione di un allestimento

Oltre a queste di maggior pregio, vi sono altre stanze in stile veneziano, così di moda nel XVIII secolo. Tra queste una curiosa saletta adibita a giardino d’inverno, abbellita con carta da parati dipinta a mano dal conte Suardo.

Giardino d’Inverno

 

Una rara ripresa del Conte Suardo, a cavallo per le vie della città

Seguendo la moda neoclassica che si diffuse nella Bergamasca con il nome degli architetti Simone Elia, Pollack, Giacomo Bianconi ed altri, alcuni discendenti della famiglia Terzi pensarono di trasformare tutto l’edificio eliminando la sua impostazione barocca per conferirgli una caratteristica in stile impero. Fortunatamente ciò non avvenne.

Labirinti e maschere mortuarie a Palazzo Terzi

E’ noto che nel ventre di Città Alta si nasconda un dedalo di percorsi, che si snodano tra pareti rocciose, stalagmiti e stalattiti: un groviglio inquietante di cunicoli, gallerie, buchi, caverne. Ma nella Bergamo antica sono ancora molti i luoghi inesplorati. Basterebbe inoltrarsi nel sottosuolo di alcune dimore storiche, se i proprietari lo consentissero, per fare scoperte mozzafiato.

Nel sontuoso – e a quanto pare misterioso – Palazzo Terzi, sono stati rinvenuti curiosi e impressionanti reperti che lasciano presagire segreti rimasti ancora oggi inviolati: negli inaccessibili (al pubblico) sotterranei, che scendono come labirinti piranesiani nel cuore della città, giacciono presenze davvero inquietanti.

Non è facile addentrarsi in questi oscuri meandri. Ad un tratto nella penombra ecco apparire un vecchio armadio. La porta scricchiola. Un rumore sinistro, quasi monito a non violare il segreto, a non andare oltre. Ma la tentazione è fortissima e nessuno può fermarci: ai nostri occhi si presenta una “collezione” inconsueta: venti maschere mortuarie.

Pochi ne sono a conoscenza, ma quelle testimonianze, enigmatiche e angoscianti, sono calchi in gesso realizzati sui volti dei camerieri che prestarono servizio in quella residenza. Camerieri un po’ speciali, evidentemente, forse persone a cui la famiglia era particolarmente legata da vincoli di affetto.

Almeno questa sembra l’unica spiegazione plausibile, se alla servitù era concesso il “privilegio” di rimanere nei ricordi di sempre attraverso una bianca immagine gelosamente custodita nei sotterranei

Tra l’altro, un altro ambiente del palazzo – successivamente modificato – ancora più insolito e lugubre era la stanza interamente decorata a stucco nero, dove venivano esposti i morti di famiglia, in attesa delle esequie (2).

Note

(1) Attraverso un matrimonio Caumont-La Force, i Terzi sono collegati ai più grandi casati francesi: persino Honoré de Balzac (1799-1850) ricorda in uno scritto una ‘marquise de Terzi’. Assai interessante il matrimonio di un Nuse Terzi con la principessa Galitzine che venne a Bergamo accompagnata da un pope ortodosso come cappellano. Dai Galitzine si risale a parentele con le più importanti famiglie russe e con grandi scrittori come Aleksandr Serghiejevic Puskin (1799-1837) e Lev Nikolajevic Tolstoj (1828-1910).

(2) Emanuele Roncalli: “I misteri di Bergamo”, Burgo Editore, Bergamo, 1995

Fonti
-Palazzo Terzi, di Graziano Paolo Vavassori
-Ferrante, “Palazzi nobili di Bergamo”

Quando le frasche sui Colli allietavano la vita (tutte le frasche, ad una ad una)

Ahimé, non ci sono più le frasche sui colli, non si trovano più le mescite con i cortiletti acciottolati, ingentiliti da un glicine o da una vite all’americana, le panche, i tavolini di pietra, il pergolato. Che tempi!

Diceva bene Umberto Zanetti riguardo le frasche, osterie improvvisate nei casolari dei contadini che coltivavano la vite, che qualche decennio fa, su quei declivi soleggiati sorgevano a dozzine. Se ne stavano lì, discretamente nascoste tra boschetti, coltivi ed ortaglie, racchiuse in muretti che i contadini del posto curavano con perizia e dedizione.

La Città, scrigno di notevole fascino. Meraviglioso spettacolo naturale attorniata dai colli,  piccole perle di rara bellezza, al centro di un paesaggio che esalta la loro avvenenza di una grandiosità stupenda. Nascosti tra le le loro pieghe una moltitudine di “frasche”, adagiate tra vigneti domestici ed orti, tra case e cascine, contadini e ortolani, in una composizione di meravigliosa armonia

Per l’occasione, i contadini – piccoli proprietari, mezzadri o fattori –  solevano allestirle in rustiche cascinette o nel cortile di qualche casa colonica, come nella cinquecentesca Casa Moroni, ai piedi della Bastia, affacciata sulla Val d’Astino.

Cascina Moroni, la storica frasca dei Nessi ai piedi di Monte Bastia, attorniata da coltivi (Archivio Wells)

Le stradette, tracciate con gusto come via Sudorno, i Torni e S. Sebastiano, s’insinuavano fra dozzine di cascinali, fattorie e ville padronali, talvolta quasi aeree come lo Scorlazzino, con i suoi 210 scalini, e lo Scorlazzone, con i 165 gradini ripidi e faticosi. Ma anche sentieri fortunosi come quello dei Vasi.

1958: dalla scaletta dello Scorlazzino verso Sudorno

 

Via Sudorno: l’abitato si fonde con il tessuto coltivato in pittoresca disposizione. Al civico 49 vi sorgeva la frasca “al Caminù”, oggi abitazione privata

 

I colli della Bastia e di San Sebastiano e i Torni da San Vigilio nel 1922, con le armoniche ondulazioni, a lenti declivi o balze gradinate di vigneti, piccole aree a varie tonalità di colore e, intorno, piccoli cascinali, strette e tortuose vie gradinate selciate (rissòi, acciottolati), tratti di bosco incassati nelle strette, piccole valli che recano al piano le acque piovane e sorgive

Fra tanta bellezza, agli inizi degli anni Cinquanta sui colli ne spuntavano ancora una quarantina e nei primi anni Settanta ne sorgevano in Castagneta (frasca dei Rizzi)…

tra San Vigilio e Monte Bastia (le frasche dei Nessi, dei Lazzaroni, dei Bagià, la Marchina)…

Monte Bastia

ad Astino (la frasca del Martì). Mentre alla Madonna del Bosco era ancora attiva quella della Bagnada, l’ultima dei colli a cessare l’attività.

Sulle prime balze della collina sopra Astino si trovava la frasca di Mario Carissoli, nota come “frasca del Martì”

Se ne stavano lì, beatamente appollaiate sui crinali o nascoste tra le pieghe di qualche ombrosa vallecola, sospese fra i contrafforti montani – così vicini da accarezzarli con la mano – e la pianura, così vasta da non poterla abbracciare tutta con lo sguardo.

La musicalità della Conca d’Oro in una rara cartolina da collezione: passeggiate fuori le mura. La varietà dei toni, i chiaroscuri, i ricami della terra: tutto è stato felicemente disposto dalla natura

Le più famose erano quelle comprese nel classico “Gir dèle Sèt cése”: quelle dei Casati, dei Biondi, dei Carminati, dei Bagià, dei Canali, dei Rizzi, dei Nessi.

Scorcio su Fontana da San Sebastiano

Di solito le rustiche “frasche” dei colli restavano aperte da Pasqua a settembre e comunque sino a che il vino non era terminato.

Chi aveva prodotti migliori preferiva non fare “cantina” e vendeva il proprio vino ad acquirenti della città. Benché fosse di bassa gradazione era una proficua fonte di reddito per il contadino, che si barcamenava tra lo smercio del suo prodotto e la scampagnata primaverile dei gitanti, allorché si elevava al rango di “oste” mettendo a disposizione bicchieri, piatti e posate per consumare in loco …Cosa per la quale la legge strizzava l’occhiolino: “fanno canti ossia servono vino e, se proprio hai fame, ti dànno contra legem rapido ma saporito cibo”, scriveva Veronelli negli anni ’70.

La famiglia Lazzaroni (“Lasarù”) , proprietaria dell’omonima “frasca” in via Monte Bastia 17 – depositaria del vino migliore -, oggi abitazione privata così come la frasca “del Cavato” al civico 38. La paura dello Scuàss nel ricordo di Mario Lazzaroni: “Lo Scuàss era un diavoletto dispettoso che nelle cascine seminava lo scompiglio. Al mattino molti contadini trovavano il bestiame impaurito e i cavalli con le criniere annodate, sudati come dopo una lunga corsa. A volte, in piena notte, si udivano pietre che rotolavano con grande fragore, porte che si aprivano e si chiudevano con cigolii sinistri. Favole? Scherzi di cattivo gusto? Forse. Però si chiamava subito il prete per l’esorcismo. Se lui falliva, entravano in scena alcune terribili vecchie, autentiche megere, che facevano bollire nell’acqua le chiavi di casa e della stalla recitando formule di rito. Una tortura che lo Scuàss (o era il Maligno?) non riusciva a sopportare”. “Sì, lo so che oggi nessuno ci crede. Ma a quei tempi ci credevano tutti. C’erano intere famiglie terrorizzate dallo Scuàss”

Con l’insegna si arrangiava assecondando un’antica usanza, già citata negli Statuti di Brescia nel Quattrocento, esponendo sul cancello a mo’ di richiamo alcuni rami messi alla brava – di ciliegio, gelso o edera -, ai quali veniva appeso il  fiaschetto.

Ma prima di appendere frasca e fiasco ed aprire la casa agli avventori, i contadini ricevevano il permesso comunale e facevano daziare le botti di vino  previo versamento di una tassa.

I contadini di un tempo solevano esporre una “frasca” all’entrata della propria cascina per segnalare ai possibili avventori la disponibilità in loco di cibo o di vino; tale offerta fu legata, almeno inizialmente, ai ritmi cadenzati della vita contadina: la vendemmia, il raccolto, l’uccisione del maiale

La si arrangiava all’aperto con qualche tavolo in graniglia oppure utilizzando, capovolti, i cosiddetti caalér, le vecchie tavole per l’allevamento dei bachi da seta; vi si aggiungeva una dozzina di sedie e qualche panca di legno, che venivano disposte all’ombra di un un porticato o di tigli, noci, ciliegi e deliziosi pergolati di vite americana, se non di glicine dal profumo inebriante.

Táol dé lègn, öna banchèta..  (Umberto Zanetti)

Frasca sui colli di Bergamo

Accanto a qualche rustico vasetto di fiori e a una gabbietta appesa, nient’altro c’era se non attrezzi del mestiere come falci, rastrelli, zappe e gerle di ogni foggia.

Immancabili per chi desiderava uno spuntino erano le acciughe, i sottaceti, le salsicce e i salami veraci, i formaggi e gli stracchini casalinghi, le lattughe ed in primis  le uova sode (i ciàpe de öf) accompagnate da radicchi dell’orto, esposto al sole e sempre curato con perizia.

Alla frasca “La Marchina” (o “dei Palvis”), in via Monte Bastia (da Bergamore): poetica e socialità. La struttura è attualmente abitazione privata

Il tutto, innaffiato dal leggero vinello dei colli che allora come oggi non si prestava a lunghi invecchiamenti, andando gustato nel luogo d’origine; un vino che aumentava di gradazione se mischiato con uve o vini meridionali (Tarantino, Manduria, Trani, Bisceglie), noti nel bergamasco perché prima del 1880 fungevano da toccasana contro la pellagra, che era ai tempi molto diffusa.

I vitigni di Castagneta nel 1912

Altro non poteva essere offerto se non nella stagione degli asparagi nostrani (i teneri löertis raccolti nel bosco), delle fragoline e delle ciliegie. O meglio, delle amarene e delle marasche.

Via Colle dei Roccoli con la chiesa di San Sebastiano sullo sfondo

A volte ci scappavano anche i salamini piccanti fatti in cascina con il maiale ucciso a Natale, il cotechino alla brace o, quando andava di lusso, gli spiedini di uccelletti con polenta: classica, taragna o chissöla; e pure il grappino ottenuto con l’alambicco nascosto in cantina: il tutto ancor più buono se gustato con gli amici davanti a una tavola rustica, all’aria aperta, nella pace di una bella giornata d’inizio primavera.

Capitava che alcune frasche aprissero per qualche giorno anche in inverno dopo l’uccisione del maiale: come quella dei Bagià in San Vigilio, che preparava per gli intimi la tipica torta di sangue e una succulenta trippa.

Il colle dei Roccoli nel 1975. Nella via omonima sorgevano anche: censita da Bresciani e Pagani al civico 15, la frasca-trattoria “L’Alpino” (attualmente ristorante, segnalato al civico 13 di via Colle dei Roccoli); al civico 44 la frasca “del Michelo” e al n. 46 la frasca “dei Canali”, oggi abitazioni private

L’odore acre del vino novello, ancora giovane e asprigno, saliva dalle cantine aleggiando nell’aria e sembrava ancor più buono dopo la bella camminata. Perché sui colli ci si arrivava a piedi, salendo piano piano… e giunti alla frasca quel vino pareva nettare per gli dei.

San Vigilio e i suoi giardini racchiusi da rustici muri allacciati a stradette

Sempre pronto in cucina – “bianca di calce fresca e linda da specchiarvisi il rame” -, c’era un ricco assortimento di boccali e boccaletti di maiolica dalle tipiche forme e con i motti spiritosi in bella vista: “Bevi e paga, questo nettare ti resuscita”, oppure, “Chi beve vino campa più del medico che lo proibisce”.

Come d’incanto, a primavera inoltrata, sparsi tra i brevi filari esplodeva un tripudio di colori, con ciliegi in fiore e peschi di un impareggiabile color rosa che s’innalzavano al di sopra dei morbidi prati fioriti.

Bergamo nel canto della primavera

“Brezze profumate, nella calda estate, di fieni e di quante erbe odoravano strane e distinte”: mai espressione fu più felice.

Durante le gite fuori porta, frotte di giovanotti si appartavano beatamente sui prati e stesa un’enorme coperta traevano dai borsoni le abbondanti vettovaglie: ancor più buone se gustate all’aria aperta e innaffiate dal vinello  dei colli, che insieme alle gazzose, alle birre e alla spuma veniva messo a disposizione dall’oste.

Borgo Canale: disegni diversi da un brolo all’altro

Da presso giungeva il suono di un’orchestrina arrangiata alla buona di chitarre, mandolini e fisarmonica, e si udivano i canti e le risate provenire dall’aia. Il repertorio variava dai canti di montagna alle canzoni melodiche del tempo, non disdegnando quelle napoletane. Ma si cantavano a squarciagola anche quelle un po’ “spinte”, piccanti.

Quando poi nella frasca arrivava qualche bella voce, si puntava pure su  brani lirici come “La furtiva lacrima”, o a gran richiesta “Di quella pira l’orrendo fuoco”, con l’immancabile, solenne “DO di petto” finale, come quello  – celebre – del Cuminetti, idraulico di professione e tenore mancato, che terminava con una clamorosa steccata. Un’atmosfera festosa che non lasciava spazio, malgrado l’ebbrezza, a litigi o a battibecchi: le urla erano riservate al gioco della morra.

Storica è in particolare la frasca dei Rapizza sul colle di San Sebastiano, di cui si ha notizia sin dal 1860!

La frasca dei Rapizza in via Botta di San Sebastiano al civico 1, nel 1936

Una missiva da Marsala del garibaldino Alessandro Airoldi, che non desiderava altro che tornarvi, diceva infatti: “Spero che potremo rivederci presto e andare dai Rapizza a mangiare pane e salame”.

Quando la lunga giornata volgeva al termine e dietro le torri e le cupole di Città Alta un tramonto di fuoco arrossava il cielo, i grilli canterini prendevano ad allietare l’oscurità.

Il profilo di Città Alta nel 1830

Le varie compagnie allora discendevano in ordine sparso lungo i ripidi viottoli, e spesso capitava che qualcuno rovinasse tra i rovi per le troppe libagioni!

La discesa nei “Borghi”

Quando poi arrivava settembre, “sostare alle frasche nei giorni feriali procurava un senso di timida letizia.. si godeva dell’umiltà di un fascino domestico, del tranquillo tramestio della cucina, del battere di un falcetto sulla siepe, del chiacchiericcio del pollaio…E nemmeno stordiva una voce perduta lontano…”: una sensazione decifrabile solo dai moti del cuore.

Ma quando il fiaschetto appeso al ramo spariva, significava che la stagione delle “frasche” era finita.

Vista su Bergamo Alta da San Vigilio (Racc. Gaffuri)

Il rito “di Sèt cése”

Colle Aperto ai primi del Novecento

Nelle domeniche di primavera e fino al termine dell’estate per le comitive dei bergamaschi era un’allegra consuetudine ritrovarsi alle nove in Colle Aperto per raggiungere questa o quella frasca.

Da Piazza Mascheroni, nel 1960

 

In Colle Aperto intorno agli anni Quaranta (Archivio Evi Pagani)

Si aspettavano l’un l’altro all’ombra dei rigogliosi ippocastani, nell’attesa di incamminarsi verso la meta prescelta.

In Colle Aperto ai primi del Novecento (Archivio storico-fotografico D. Lucchetti)

A frotte arrivavano dai borghi inerpicandosi per il colle e risparmiando il fiato nell’attesa di riunirsi ai compagni, pregustando il premio finale di una gustosa merenda all’aperto consumata in allegria.

Da Porta San Lorenzo

 

Da Porta San Giacomo

 

Da San Martino della Pigrizia (1905), dove, al civico 17, sorgeva la frasca “del Fino”, attualmente abitazione privata

 

Dal centro cittadino (viale Vittorio Emanuele)

Dopo aver spedito una staffetta per prenotare il tavolo, a poco a poco le varie compagnie si disperdevano, fra canti e risate, tra le cascine che esponevano una frasca.

Ed immancabilmente la camminata procurava qualcosa di nuovo, di inaspettato, di stregato.

In Sudorno

Chi saliva da Castagneta per raggiungere i Casati, i Birondi o i Carminati…

Veduta su Castagneta nel 1961: la tenerezza del paesaggio

Chi vi si dirigeva da Colle Aperto…

1875: veduta da Colle Aperto verso il palazzo dei conti Roncalli e la strada per Castagneta (fotografia probabilmente eseguita dal conte Antonio Roncalli

…e chi s’incamminava per la Ripa di San Vigilio per raggiungere le frasche che si trovavano in quella zona.

Il bivio tra via Sudorno e la Ripa in direzione San Vigilio

 

La salita della Ripa ripresa nella parte mediana. Prima del 1933 era una sorta di mulattiera, poi  venne modficata e perfezionata divenendo una bellissima strada. Lunga circa settecento metri, è larga mediamente otto metri, con il marciapiede ornato da un filare di piante imbrifere (Racc. Gaffuri)

I più anziani e le famiglie con bambini troppo piccoli, preferivano servirsi della funicolare, risparmiandosi la fatica della Ripa.

L’esterno di Porta Sant’Alessandro, con a sinistra l’ingresso della funicolare per San Vigilio

 

Dopo aver trascorso la giornata in letizia, giocando, cantando, gustando la cucina nostrana e bevendo fiumi di vino, verso le 22 si ritornava a casa; solitamente i vecchi, le donne e i bambini scendevano prima….

Il rientro domenicale nei Borghi nel 1880, passando per S. Agostino 

…mentre i più giovani – i tiratardi -, rispedite a casa le famiglie cominciavano un rito che consisteva nel cosiddetto “gir di sèt cése” (letteralmente: giro delle sette chiese): una sorta di maratona godereccia durante la quale si beveva e si cantava fino a notte fonda, concludendosi naturalmente con una sonora ciucca.

Scorcio su Borgo Canale e via degli Orti

Un curioso aneddoto è contenuto nel bellissimo fascicolo di Evaristo Pagani e Luca Bresciani, pubblicato dalla Biblioteca Circoscrizionale “Gianandrea Gavazzeni”, dove un certo signor Gaetano racconta che dopo aver completato il “giro delle sette chiese”, prima di rientrare in città passava con gli amici per Borgo Canale, dove raggiunta la casa natale di Donizetti intonava un’appassionata “Furtiva lagrima”, celebre romanza dell’Elisir d’amore.

Scorcio di Borgo Canale nel 1910

I lunedì le frasche erano frequentate soprattutto dai barbieri, che nei mercoledì delle Ceneri solevano inaugurare il periodo di “astinenza e digiuno” peregrinando tra le frasche e le osterie di Borgo Canale: quale simbolico richiamo alla Quaresima tenevano infilata un’aringa affumicata nel nastro del cappello, giusto per osservare il prescritto precetto di “magro” previsto il primo giorno quaresimale.

Borgo Canale con via degli Orti

Alle frasche era poi consuetudine festeggiare anniversari, Prime Comunioni ed ogni altra occasione un po’ speciale, persino matrimoni.

1950. Il pranzo di matrimonio di Elia Parietti e Maria Bonacina (suoceri di Dario Gamba, proprietario dell’immagine), alla frasca del “Gnuc”, nei pressi del Roccolino sopra Porta Garibaldi. Le vivande furono interamente portate alla frasca dai genitori degli sposi

 

1950. Foto-ricordo del pranzo di matrimonio di Elia Parietti e Maria Bonacina alla frasca del “Gnuc”, nei pressi del Roccolino

 

1950. Foto-ricordo del pranzo di matrimonio di Elia Parietti e Maria Bonacina alla frasca del “Gnuc”, nei pressi del Roccolino

Ma era soprattutto a Pasquetta che i bergamaschi raggiungevano la frasca preferita per il tradizionale pranzo a base di salame e insalatina fresca, accompagnando il tutto con il vinello dei colli e riservando ai bambini l’immancabile bottiglietta di gazzosa tappata con la caratteristica biglia di vetro.

La frasca dei Rapizza sul colle di S. Sebastiano nel 1959. Il grande edificio sulla destra era il convento delle suore che ospitavano in collegio i figli dei carcerati. Sul crinale la storica cantina “Rapesa”. In via Torni, all’altezza del cipresso, si nota il viottolo che scende alle case del Lavanderio (Archivio Wells)

Dopo il pranzo c’era tempo per una partita alle bocce sui precari campi improvvisati che confinavano con gli orti, e mentre i bambini giocavano, gli adulti si concedevano una passeggiata lungo i Torni godendosi fino all’ultimo il tepore del sole che baciava i colli e la città murata, al canto degli uccelli, merli, usignoli.

Da San Vigilio ai primi del Novecento

In lontananza, l’Ave Maria delle campane di Fontana era un rintocco quasi malinconico e struggente.

La piana di Fontana dal Pascolo dei Tedeschi

La più antica: la frasca-trattoria dei Rapizza, in via Botta di San Sebastiano

La frasca più antica di cui si ha memoria è quella dei Rapizza sul colle di San Sebastiano: nel  1860 esisteva già.

Lo splendido balcone della frasca dei Rapizza in via Botta di San Sebastiano al civico 1 (il recto della cartolina indica tuttavia via S. Sebastiano al civico 22). Il locale si fregiava del titolo di “Trattoria” ed attualmente è abitazione privata

La tradizione vuole che ancora prima Gaetano Donizetti approdasse talora a questa oasi di pace dove, più di un secolo più tardi, negli anni quaranta del Novecento, in certe sere il tenore Alessandro Dolci sedeva al pianoforte e cantava; con lui spronava esibirsi alcuni provetti dilettanti del bel canto. La frasca allora si riempiva di avventori e il repertorio di arie e romanze durava fino a tarda ora.

Il tenore Alessandro Dolci (Bergamo 1890 – 1954), fu il più grande cantante lirico del primo novecento bergamasco, la sua voce venne definita: potente e morbida, dal timbro d’acciaio eppure carezzevole come il tocco del velluto e la dizione nitida ed autorevolissima. Mascagni gli fece interpretare per 18 volte la sua “Parisina” (di cui esiste una registrazione fonografica). Cantò nei più importanti teatri del mondo

Altre frasche sorsero fra i primi del Novecento e gli anni ’20.

La frasca – osteria del Pinì, in via Castagneta, n. 17

Castagneta tra otto e Novecento (Racc. Gaffuri)

La frasca-osteria venne aperta nei primi anni del Novecento da Giuseppe Donizetti, con il supporto della moglie e dei figli che lo sostituivamo quand’egli  si recava nelle stalle ad accudire i suoi cinque cavalli, o quando col suo carretto curava, per conto del Monopolio, la distribuzione del sale e dei tabacchi.

Uno degli ultimi carretti del Monopolio di Stato a circolare in città. Il carretto circolava ancora alla metà degli anni ’80. Trasportava sale e tabacchi e raggiungeva anche Città Alta

Diversamente dalle classiche “frasche”, il locale restava aperto tutto l’anno. Nei momenti di grande afflusso, il proprietario si serviva di qualche “sbandato” della zona, retribuendolo con un buon pasto caldo, un calice di vino e l’alloggio per la notte. Tra questi c’era un tal Rosaspina, una “macchietta”, da cui probabilmente deriva il nome della frasca, che accoglieva tra gli altri anche il Mèrica – famoso cantastorie – e il Mènech, suonatore di fisarmonica.

Il signor Giuseppe lasciò al figlio la conduzione dell’osteria nel 1928 per condurre  la gestione del “Pianone”, dagli inizi del ‘900 adibita a “frasca fuori porta” e poi  a “taverna con alloggio”.

Fra le frasche di Castagneta è ricordata, dagli inizi del ‘900, anche quella presso l’attuale ristorante Pianone, poi  adibita a “taverna con alloggio”, scomparsa alla fine del secolo allorchè lo stabile è stato completamente ristrutturato e la vite rimossa. Immerso nel verde di Castagneta, con la stupenda terrazza panoramica affacciata sulla città e le sue valli, l’edificio fu Casa padronale di una vasta tenuta, sorta nella seconda metà del ‘600 sui ruderi di una fortificazione medievale (estrema propaggine del Castello di San Vigilio) prende il nome dal colle su cui sorge, spianato dai Visconti per motivi di avvistamento militare. La cantina è infatti la “santabarbara” del primitivo fortilizio e il salone con il grande camino è voltato. Nel 1740 la bergamasca famiglia Mascheroni tornò dopo circa 50 anni da Venezia e acquistò la proprietà sul colle del Pianone: il 13 Maggio 1750 qui nacque, da Maria Ceribelli e Giovanni Paolo, Lorenzo Mascheroni, primo di quattro figli. Nel 1962 Enrico Panattoni con geniale intuizione ne rilevò la gestione e, in vari e successivi interventi, trasformà l’originale avamposto nel suggestivo ristorante

La frasca del Vecchio Roccolino o“l’ostarèa di précc”, nell’omonima via

La frasca-osteria del “Vecchio Roccolino”, al civico 30, era gestita nel 1930 da Fulvio Cerea.

Via Roccolino è un vicoletto pavimentato a ciottoli che collega via Costantino Beltrami, in Città Alta, con la zona di Valverde

Era detta “l’ostarèa di précc” perché un gruppetto di giovani preti soleva trascorrervi il giovedì pomeriggio, non disdegnando qualche partitella a carte.

Si godeva di una quiete straordinaria e di una cucina genuina dove degustare il buon vino prodotto dal vigneto del proprietario. Sul bel caminetto posto nel cucinotto la moglie preparava i tipici piatti bergamaschi – polenta, casoncelli, costine.. –  mentre i figli servivano ai tavoli.

Vista su Valverde e Valtesse dalla Fara

I clienti durante la bella stagione si disponevano sotto il pergolato posto nel cortile della casa, accolti da un intenso profumo di glicine ed estasiati da una bella veduta panoramica su Città Alta. La frasca era poi provvista di un campo di bocce, dove si giocavano interminabili partite a carte sui tavoli in graniglia.

Anche qui si notavano spesso le “macchiette” dell’epoca, che con le loro storielle e canzoni divertivano gli avventori: il Mèrica, il Pipelét, lo Svìsser, il Bignòca, abile suonatore di fisarmonica.

Nelle frasche capitava spesso d’imbattersi in una delle tante “macchiette” della città, personaggi stravaganti peri loro particolarissimi atteggiamenti. Tra queste, un posto di preminenza spetta senza dubbio al “Mèrica”(al secolo Signorelli Giovanni), figura piccola con gambe ad arco, che abbandonò la sua professione di calzolaio per fare il cantastorie. Cantava canzoni sue che commentavano argutamente i fatti cittadini. Qui è ritratto nel 1920 nei pressi del Duomo

 

“Ol Pipelet”, un abitante di Città Alta teneramente descritto qui, nel ricordo di Anna Rosa Galbiati

L’osteria doveva chiudere tassativamente verso le 22, ora in cui gli ultimi clienti, a volte un po’ alticci, venivano prelevati e messi alla porta.

La chiusura della frasca avvenne nel 1936 ma ancora verso gli anni ’90 la cascina non aveva subito cambiamenti esterni, mantenendo intatta la sua rusticità.

La frasca di Burì o del Castèl, in via Castello Presati (Mozzo)

La frasca, immersa in un’area ricca di vigneti e coltivazioni ortofrutticole, venne adibita nel 1910 nel suggestivo cortile interno del Castèl, all’ombra dell’antica torre, un tempo più elevata.

Castel Presati, identificato nelle sue strutture più antiche con il Castello dei Signori di Mozzo – già ricordato all’inizio del Xll secolo da Mosè del Brolo – prima dei restauri degli anni Venti. La vecchia frasca è attualmente abitazione privata

I principali clienti della frasca – gestita dal signor Burini – provenivano da Curno, Mozzo e zone limitrofe, apprezzando il vino ritenuto fra i migliori prodotti sui colli, grazie alla favorevole posizione dei vigneti.

Castel Presati

La capienza del cortile e la vicinanza dei prati circostanti assicuravano agli avventori ampi spazi per i loro divertimenti e la domenica la frasca registrava il tutto esaurito: vi si trovava immancabilmente un certo Carminati – che con baracca e burattini intratteneva i clienti raccontando le avventure di Gioppino -, e tra i tavolacci di legno si aggirava un certo Previtali con il suo cestino di vimini ricolmo di òss de mórcc, galète e biligòcc.

A portare allegria con canti, barzellette e strumenti musicali un po’ scordati c’erano anche il Milani, il Nervi e i fratelli Fumagalli , che inscenavano recite degne del miglior teatro dialettale.

Sotto il porticato si svolgevano di sotterfugio interminabili partite a morra – gioco d’azzardo e perciò proibito, ma qualche grattacapo fu arrecato al gestore dalle camicie nere, che più volte banchettarono nella sua frasca senza pagare il conto.

Il portico di Castel Presati

A Pasquetta si mangiava con grande devozione un pezzetto dell’uovo prodotto dalle sue galline il Venerdì Santo. Ogni bambino bolliva e colorava alcune uova e poi si aggirava per la frasca alla ricerca di contendenti per la sfida al pichèt, battendo l’uno contro l’altro la punta del proprio uovo: chi riusciva a mantenerlo integro s’impossessava dell’uovo del contendente (i più furbi sapevano che le più resistenti erano le uova a punta).

La frasca dovette chiudere i battenti nel 1936 a causa del chiasso che infastidiva i proprietari del castello e del terreno circostante, cui il gestore era vincolato da un contratto a mezzadria; i sui figli continuarono tuttavia con passione ad occuparsi del vigneto: “…noi siamo come il vitigno, arriva un momento in cui questo non produce più e lo sostituiamo con un altro, buttando quello vecchio nel camino…”.

La frasca dei Bagià, in via Scalvini (S. Vigilio)

Tante belle compagnie e che bevute!

La “frasca” si trovava in via Scalvini 11, al termine della panoramica per San Vigilio, ed era gestita dal sig. Burlezzaghi, coadiuvato dalla moglie e dai figli.

L’attività ebbe inizio nel 1920, quando i Bagià (appellativo dato ai contadini brianzoli, come lo erano appunto i nonni del gestore) ottennero il permesso dai proprietari della tenuta.

La zona era molto bella, ricca di alberi da frutta con un esteso vigneto di uva Isabella, disposto a terrazze.

Il cuore della frasca era il cortiletto posto all’uscita del rustico cucinotto, allestita con qualche tavolo in legno e in pietra per la sosta dei numerosi avventori (che l’oste preferiva chiamare “amici”), provenienti soprattutto da Città Alta.

Alla frasca della Bepina nel 1960, in via Scalvini, per gentile concessione di Dario Gamba. In primo piano, i genitori e la sorella di Dario

 

Alla frasca dei Bagià (San Vigilio) nel 1960 per gentile concessione di Dario Gamba. In primo piano, la mamma di Dario con in mano la mitica caraffa. La cascina, parzialmente ristrutturata, è adibita attualmente ad abitazione privata

Anche se il vino non era dei migliori, l’oste conservava in cantina una botticella di vino speciale da riservare alla sua famiglia o agli amici più intimi, per i quali la frasca veniva aperta, in occasioni speciali, anche nelle lunghe sere invernali dei fine settimana. Allora si gustava una succulenta trippa preparata con maestria  dalla moglie del gestore, depositaria delle antiche ricette di cucina locale: quando si uccideva il maiale preparava una torta di sangue immancabilmente accompagnata ad un solido vin brulè.

Tutte le mattine di primavera a San Vele arrivava da via Pignolo un tizio accompagnato da una ventina di capre, che mungeva su richiesta. Vi giungeva anche la polaröla col suo cestino di uova, galline ruspanti e qualche galletto novello, alcuni già pronte per la casseruola, altri ancora vivi, “da tirarci il collo”. Anche il castragài si aggirava per le cascine dei colli, senza volere un compenso: ripassava quando i galletti castrati, erano ormai… capponi.

Dei suoi avventori il gestore ricordò la presenza dei fratelli Pagani – veri e propri intrattenitori ed abili cantanti – ai quali offriva il vino gratuitamente purché non lo “tradissero” con qualche altro concorrente.

Ma un ricordo indimenticabile è legato ad un gruppo di cantanti e di coristi lirici che saliti alla frasca al termine di una serata al Donizetti,“dopo aver mangiato e bevuto nel cucinotto intonarono un malinconico “Va, pensiero”. Beh, ancora adesso quel coro mi risuona nelle orecchie e mi fa venire la pelle d’oca”.

cartolina di San Vele del 1920

Nel 1971 il gestore dovette suo malgrado cessare l’attività perché la moglie si era ammalata e l’età cominciava a farsi sentire: “Se avessi qualche anno in meno sarei ancora là in mezzo ai miei vigneti e ai miei amici di Città Alta”, affermò commosso. Intorno agli anni ’80 lasciò la sua amata San Vele per stabilirsi a Ponteranica.

Sempre in via Scalvini sorgevano la frasca “del Barba” (di cui non si conosce l’esatta collocazione) e quella “della Matèla”, attualmente abitazione privata.

La frasca dei Montagnér, in via Castagneta

La frasca della famiglia Carminati, proveniente da Gerosa e dunque detta dei Montagnér, si trovava in via Castagneta al n. 35. Oggi la cascina sopravvive come abitazione privata, dopo essere stata adeguatamente ristrutturata nel rispetto delle caratteristiche originarie.

Castagneta (Archivio Wells)

I Carminati avevano avviato l’attività nel 1925 con l’aiuto di tutta la famiglia (quattro maschi e quattro femmine), producendo vino in proprio così come la stragrande maggioranza dei gestori.

Dal momento che ogni botte doveva essere rigorosamente dissigillata dall’impiegato del dazio – previo versamento di una congrua tassa -, il contadino eludeva i controlli spostando abilmente il cerchio e praticando un piccolo foro nella botte, da cui versava il vino mancante: e tra un controllo e l’altro trascorreva parecchio tempo!

La frasca chiuse nel 1953 ma ancora nel maggio dell’87 il signor Carlo  continuava a coltivare la vite, selezionando i vitigni.

La frasca dei Bepo Casati, in via Costantino Beltrami

Al civico 42 di via Costantino Beltrami, la  frasca dei Casati aveva aperto i battenti nel 1927 nel bel cascinale a due piani con una terrazza in legname, già ristrutturato nell’86 presentando solo in parte la rusticità di un tempo. Nell’ampio cortile i cinque tavolacci in legno erano ricavati da tavole utilizzate per la lavorazione del baco da seta, dette caalér.

Via Beltrami nel 1905 in direzione Castagneta, con il Palazzo dei Conti Roncalli e la chiesetta di S. Pietro sullo sfondo

Gli avventori provenivano per lo più dall’alta città ma anche dai borghi; negli anni ’50 vi giungevano gruppi di famiglie milanesi con le “1100” e le “Topolino”.

Grazie anche alla felice posizione del vigneto esposto al sole e protetto dai venti freddi, si gustava un ottimo vinello, bianco e rosso, considerato “…uno dei migliori che si potevano bere sui nostri colli”.

Campi coltivati, da via Beltrami

La vendita stagionale iniziava nei primi giorni di primavera e solitamente coincideva con il 25 aprile – festa di San Marco -, terminando nel mese di giugno. Ma se avanzava del vino si poteva richiedere alle autorità competenti un proroga della licenza stagionale, prolungando l’attività di mese in mese.

Il signor Bepo ricordava che il più importante fra i suoi clienti fu lo scultore Manzù – ai tempi non ancora affermato -, che amava trascorrere il pomeriggio alla sua frasca, spesso animata da qualche burattinaio che montava la sua baracca improvvisando uno spettacolo.

Esilarante il ricordo di un cliente che preso dai fumi dell’alcool finì a gambe all’aria dentro una botte ancora mezza piena dove – diceva – avrebbe voluto passare il resto dei suoi giorni: dovettero estrarlo con la forza.

Nel 1957, pur con molti rimpianti i Casati decisero di cessare l’attività; gli introiti erano scarsi e il frastuono della frasca avrebbe arrecato troppo disturbo alle nuove abitazioni che stavano per sorgere in zona. Continuarono tuttavia a lavorare la vite ottenendo risultati soddisfacenti.

La frasca di Bíròncc, in via Roccolino 

Quella dei Biròncc (Birondi), in via Roccolino 34, era la prima frasca che s’incontrava fuori le mura veneziane negli anni Trenta del Novecento.

Veduta dal Roccolino

Nel cortiletto pavimentato del piccolo ma accogliente cascinale, i tavolacci lignei stavano all’ombra di un pergolato sin dal 1934.

L’apertura della stagione avveniva il 27 aprile in coincidenza con la festa di San Pellegrino, venerato in Borgo Canale nella parrocchiale di Santa Grata Inter Vites, dove per l’occasione affluiva una gran folla che dopo le funzioni prendeva d’assalto le bancarelle per poi rifocillarsi nelle frasche o nelle osterie  della zona, alcune delle quali, come vedremo, furono descritte da Luigi Pelandi. Gli avventori si disponevano allora nel campo dei Bíròncc, e, come un esercito in marcia finiva immancabilmente col calpestare o rovinare giovani pianticelle da frutto e i germogli di verdura.

Il culto verso S. Pellegrino Laziosi si festeggia nella chiesa di S. Grata Inter Vites, in Borgo Canale. Sin dalla vigilia processioni di balie e di mamme provenienti dai borghi e dal vicino contado si recavano presso la statua del santo mettendovi a contatto gli indumenti dei loro piccoli.  Venivano benedetti i panetti che andavano messi nel pancotto o nel “pantrito” quando i bambini erano malati

Vi perveniva una compagnia molto affiatata, che dopo essersi rifocillata provava delle scenette di stampo dialettale, “dirette” dai signori Cortinovis e Lusetti.

Il signor Birondi ricorda inoltre che il lunedì, la frasca diventava luogo di ritrovo di non pochi calzolai della città che vi trascorrevano la loro giornata di riposo.

Data la scarsa produzione di vino, il periodo stagionale di apertura era molto breve (un paio di mesi al massimo), cosi come è stata breve la storia di questa frasca, che cessò di esistere dopo soli otto anni di attività in quanto poco redditizia.

Al maggio del 1987, l’ex cascina era adibita ad abitazione privata e vi risiedeva ancora la famiglia Birondi. L’ambiente non aveva subito alcun restauro, mantenendo integre le stesse caratteristiche di allora.

LE FRASCHE-OSTERIE DI BORGO CANALE NEL RICORDO DI LUIGI PELANDI

La frasca-osteria del Nicola, in via Borgo Canale

Il borgo di Canale e San Vigilio alla sommità. In quella che fu la frasca-osteria del Nicola si svolge attualmente un’altra attività commerciale

C’era un’osteria, quasi di fonte alla parrocchiale di Santa Grata inter vites, che gli abitanti del borgo chiamavano “trani”. Una mescita di vino, condotto da un certo signor Rana, un barese di nome Nicola; e per lui l’osteria andò perdendo il nome generico di “trani” per quello di “Nicola”.

Questo pugliese era un buon uomo, sempre indaffarato e pieno di iniziative per il bene della clientela, pittoresco nella sua parlata italiana infarcita di vocaboli e di espressioni dialettali nostre.

Il suo locale, alla sera e durante i giorni festivi, era sempre affollato sia per la modestia dei prezzi e sia per la robustezza del suo vino, apprezzato in particolare dagli ortolani di San Martino e dei Torni.

Il budello di Borgo Canale con la chiesa di Sant’Erasmo

Le famiglie del borgo e delle vicinie prendevano lì il bottiglione di vino da portare a casa per la domenica; e le donne si facevano riempire la bottiglia di quell’olio denso che Nicola faceva arrivare dal suo paese. Un portento per la cura dei sofferenti e deboli di stomaco, una medicina preventiva contro le gastriti e le ulcere.

La frasca-osteria I bèi tep, in via Borgo Canale n. 52

Il borgo di Canale e San Vigilio alla sommità. L’antica frasca-osteria de “I bèi tep” è attualmente abitazione privata. Nella medesima via sorgevano: la frasca-osteria “La Scaletta” (attigua alla scaletta che scende dai Torni), la frasca “di Arcangei” al civico 72 e quella “del Bonaita” al civico 88 (attualmente tutte abitazioni private)

Il locale era la meta preferita da chi, abitando in città, desiderava passare una mezza giornata in campagna e far merenda all’aria aperta.

Poiché quando sorse era ben fuori dal centro e si raggiungeva con una passeggiata in campagna, non dev’essere errato pensare che incominciasse la sua attività esponendo la frasca per smerciare il prodotto delle vigne nella conca di Fontanabrolo.

La Conca d’Oro nel 1932

“[…] Dalla casa al “Paesetto” dove abitavo da ragazzo, vedevo la folla festosa ai tavoli del locale e ne udivo i canti fino a tarda ora della domenica; anzi, fin da allora, nelle giornate di sole, si udiva una fisarmonica e si travedeva la gente che faceva quattro salti sotto il portico.

Quando incominciai a frequentarlo, con gli amici, era ancora un locale che sapeva di campagna e di rustico; travi ai soffitti, muri grossi, pavimento di cemento.

Fuori un pergolato di uva isabella, con sotto i tavoli di graniglia e il gioco delle bocce.

La Conca d’Oro nel ’77

Ebbe diversi gestori e varia fama. Trattoria, ritrovo per passatempo e giochi innocenti, ma anche teatro di qualche scontro. Vi scoppiarono rise e pestaggi. Ricordo due uomini che si affrontarono brandendo ciascuno un tavolo, un altro che venne legato con le cinghie dei pantaloni di alcuni presenti fin che gli svanì la sbornia e la voglia di picchiare.

Tra i gestori de “I bei tep” ci fu un gran giocatore di morra: un uomo basso, tarchiato, dal faccione di luna piena e dal carattere d’oro.

Altra figura i rilievo fu un pezzo di Marcantonio volontario di tutte le guerre. La sua mole giovanile scoraggiava qualsiasi intemperanza; bastava uno sguardo neanche troppo significativo sull’importuno per smorzare ogni velleità. E ce n’era bisogno in quel periodo immediatamente dopo la guerra che aveva scatenato tutte le passioni!”.

La frasca dei Rizzi, in Castagneta

Famosa in Castagneta è stata a lungo la frasca dei Rizzi, aperta nel 1936 e con vitigni di proprietà. Si trovava a metà di una delle scalette poste in fondo alla via del Pianone, dove un sentierino collega Castagneta con Valverde.

Vista sui colli da Castagneta

C’erano tavoli in pietra disposti nell’aia della casa, qualche tavolino in legno all’interno del cucinotto, un caminetto per cucinare un piatto di polenta, una stanzetta fresca dove si appendevano a stagionare i salami. C’era spesso gente allegra, con chitarra e mandolino, che cantava e ballava.

Castagneta con via Pianone indicata dalla freccia nella parte superiore dell’immagine

Ogni tanto vi capitava una macchietta che intratteneva i clienti con un lungo repertorio di barzellette o con racconti particolarmente comici.

La costruzione è stata infine demolita. Sempre in via Castagneta, al civico 14 sorgeva la frasca “dei Colombì”, poi adibita ad abitazione privata.

La frasca dei Bisù, in via Pianone

I Gotti iniziarono a “fare cantina” nel 1936, in via Pianone n. 9. producendo parecchio vino. Nel cucinotto posto al piano terra, lavoravano la moglie del signor Leone, gestore della frasca, e i figli (tre fratelli e due sorelle).

Numerose le persone provenienti da tutti i quartieri della città, dove potevano assistere, a domeniche alterne, a spettacoli di burattini condotti da Carlo Sarzetti – un personaggio dell’alta città -, ripagato con un buon litro di vino accompagnato da “pà e salam”.

Il burattinaio Carlo Sarzetti nella sua abitazione di via Tassis, a Bergamo Alta (Museo storico di Bergamo)

Sui tavolacci di legno si svolgevano interminabili partite di marianna e di scopa, ma soprattutto si giocava al cöc (il cucco), ed era divertentissimo guardare i giocatori che di soppiatto si facevano numerosi “segni”: “al cöc si segnava puntando la carta sul tavolo (l’immagine di un gufo su un ramo), mentre la brèssa (il leone con sole e stemma a colori rosso e giallo, simbolo di Bergamo) “si segnava con un pugno sul tavolo, tenendo la carta che si giocava“. La posta ordinaria era costituita dal “mezzino” o dallo “scodelletto”; pagava ovviamente la coppia perdente.

Nel 1955 la famiglia Gotti cessò l’attività: nella zona nascevano nuove abitazioni che non avrebbero consentito gli schiamazzi provenienti dalla frasca.

Verso la fine degli anni ottanta divenne abitazione privata; il caseggiato ha subito interventi di restauro consistenti che hanno ne hanno modificato le caratteristiche rurali; è invece rimasta intatta la preziosa cantina dove venivano stipati vino e salami da stagionare.

LE ULTIME RESISTENZE

La frasca del Martì, in via Astino

La conca di Astino

La frasca del Martì (Martino), al civico 9 di via Astino, sorgeva in uno dei paesaggi più genuinamente agresti che i colli possano ancora offrire, la Val de Sti (Valle di Astino), culla dell’ex monastero, circondata da alberi di castagno, carpini e robinie.

La frasca di Mario Carissoli si trovava appena sopra il monastero di Astino, e mesceva “vino di fresca beva, adatto a scorribande festaiole”, secondo l’espressione di  Veronelli. Verso gli anni ’90, nonostante la frasca avesse chiuso i battenti da una decina d’anni la zona presentava ancora, oltre a coltivazioni di frumento, qualche vitigno ben coltivato

Era stata aperta nella primavera del 1944, esponendo nel porticato della cascina il tradizionale “ram de murù”.

Si beveva dell’ottimo vino rosso prodotto con uve miste, ottenendo una produzione consistente. Il primo gestore della frasca – il signor Burini – raccontava che “durante la vendemmia l’uva veniva portata nei tini del monastero, dove veniva pigiata; il vino veniva messo nelle botti e collocato nelle secolari cantine dello stesso. Ogni contadino della zona aveva la sua botte personale, sigillata dagli ufficiali daziari che all’occorrenza venivano chiamati a togliere il sigillo; quindi si tracimava il tino nelle damigiane per portarlo successivamente alla frasca”.

Le cantine dell’ex monastero di Astino prima del restauro

Molte gli avventori provenienti dai borghi della città. Tra questi un certo Belù, un facchino famelico che alla domenica mangiava 12 uova e mezzo salame: “una volta aveva vinto al lotto, celebrò l’avvenimento divorando dodici razioni di trippa con altrettanti pani e tracannando sette litri di vino”.

Poi c’era ol Pöles, un cliente “talmente sporco che la sua puzza si sentiva a venti metri, ma lui diceva che così si conservava!”.

Nel 1960 la famiglia Burini cessò l’attività; i figli abbandonarono la campagna mentre e i genitori, ormai vecchi, non avevano più le forze per continuare.

Qualche anno più tardi la famiglia Carissoli riaprì la cascina – che era ormai in grave stato di degrado – e con grande impegno riuscì a ricostruire un ambiente decoroso ed accogliente: divenne la frasca di sic sorèle: delle cinque sorelle, che la gestivano con i genitori.

La conca di Astino negli anni ’60

Verso la fine degli anni ’70 la zona stava notevolmente cambiando; la gente vi arrivava non più a piedi ma in automobile e i cascinali vicini, radicalmente ristrutturati, divennero ambite abitazioni di facoltosi bergamaschi e milanesi. Così anche la cascina subì lo stesso destino: fu venduta nel 1980 e completamente ristrutturata per essere adibita ad abitazione privata.

In via Astino non potevano mancare altre frasche: quella “del Regì” al civico 27 e la frasca “dei Sana” al civico 1, entrambe attualmente abitazioni private.

La frasca dei Nessi, in via Alle Case Moroni (Monte Bastia)

Unico nel suo genere nel panorama dei colli di Bergamo, l’edificio noto come Cascina Moroni (via Alle Case Moroni, n. 20) si adagia sulle pendici soleggiate  poste fra la Bastia e San Vigilio con ai suoi piedi l’incantevole Riserva Naturale di Astino e dell’Allegrezza, dove lo sguardo si allarga sulla pianura occidentale.

Sulle pendici soleggiate del monte Bastia sorge Casa Moroni (ritratta nel 1910), adibita a frasca dalla famiglia Nessi dal 1950 all’85. All’esterno, nell’ampio cortile alcuni tavoli in legno si alternavano a solidi tavoli in graniglia

L’edificio era stato edificato nel Quattrocento dai monaci di Astino come tubercolosario ad uso privato, il che giustifica la presenza sulle pareti di affreschi di soggetto religioso; dal 1600 divenne proprietà dei conti Moroni e nel 1950 fu adibita a “frasca” dalla famiglia Nessi.

Nella cascina, il pregevole impianto tardo-quattrocentesco lascia trasparire la sua origine non rurale, con la parte padronale al pian terreno protetta da un grande porticato avente volte a crociera che, come il loggiato superiore, sono sorrette da colonne in arenaria locale (pietra di Sarnico). Il cortile presenta ancora una vera da pozzo risalente al Cinquecento

La famiglia Nessi ne ottenne la licenza dopo diverse difficoltà, dovute soprattutto alla collocazione di Ca’ Moroni, raggiungibile attraverso la stretta mulattiera che si snoda fra terrazzamenti distanziati l’uno dall’altro da un salto di ben tre metri: un serio pericolo per i frequentatori che dopo aver “alzato il gomito” rischiavano di ruzzolare con molta facilità (cosa che qualche volta si verificò, anche se fortunatamente senza grossi danni).

Il sentiero di via Alle Case Moroni e i terrazzamenti coltivati a vite in una foto d’antan

Tutt’attorno v’erano terrazze coltivate a vigna – oggi ahinoi incolte -, con bellissimi alberi da frutta ed ortaglie con ogni ben di dio.

Il cucinotto, posto al piano terra, era il regno incontrastato della signora Nessi, che curava personalmente anche la “contabilità” per far quadrare il bilancio familiare.

L’apertura stagionale aveva inizio il 17 marzo, ma anche poco prima se la primavera anticipava i suoi tepori. Quattro mesi più tardi, quando il vino era terminato si toglieva dall’ingresso il ramo appeso col caratteristico fiaschetto e la famiglia Nessi tornava alle normali attività agricole.

Il vino aveva un sapore gradevole e, come spesso accadeva fra i contadini dei colli, venivano “mischiate” diverse qualità di uve; i Nessi producevano anche un ottimo moscato, un vero e proprio rosolio dalla preparazione lunga e laboriosa, “nervoso e sostenuto, certo meglio del taglialingua”, a detta di Luigi Veronelli.

Il giorno di Pasquetta era una gran festa, gli avventori giungevano a frotte e chitarre e fisarmoniche davano luogo a canti, balli e giochi sino a tarda sera. Scorreva vino in grande quantità ad innaffiare uova sode, “radici” e salame nostrano in abbondanza. Poi il ritorno in città, tutti gratificati da una giornata trascorsa all’aria buona e in allegria.

Foto-ricordo alla frasca dei Nessi (Ca’ Moroni) nel 1958 (per gentile concessione di Dario Gamba)

Giorni di festa, ma anche giorni tristi, come raccontava il signor Nessi: “Quando la tempesta ci rovinava il raccolto, ed allora il duro lavoro dei campi non ti veniva ripagato, restare senza vino era un grosso problema. Fortunatamente qualche produttore di altre zone, ne vendeva del proprio, così riuscivamo a tirare avanti”.

Cessata l’attività nel 1985, la frasca di Ca’ Moroni fu fra le ultime a chiudere i battenti, seguita da quella gestita dalla famiglia Pezzotta alla Bagnada.

“I tempi erano cambiati, avevamo avuto qualche problema con i proprietari della cascina, con i residenti delle ville vicine, anche gli avventori erano cambiati, purtroppo taluni non si accontentavano più del vino, ma raggiungevano i nostri colli per appartarsi in qualche sentiero nascosto dove si iniettavano la droga: non poche volte io e mia moglie abbiamo trovato giovani in condizioni disperate e prontamente li abbiamo soccorsi”.

A lungo la famiglia Nessí continuò con grande passione e sacrificio l’attività agricola, prevalentemente ortiva, che trovava nel mercato di Bergamo un immediato canale di raccolta. Il vigneto fu parzialmente ridotto ma qualitativamente migliorato. Cascina Moroni è ormai destinata a trasformarsi in un complesso agrituristico. Di una delle più belle frasche dei colli è rimasto ormai solo un nostalgico ricordo.

La frasca della Bagnada, in via Rabaiona (Madonna del Bosco): la fine di un’epoca

Nella magnifica tranquillità di Madonna del Bosco, imboccata una stradina che conduce all’ottocentesca Villa Bagnada, fra distese prative e ricchi vigneti sorgeva una perla di cascinetta dove, sino agli anni ’80 si potevano ancora trovare “uova e radici” e salame nostrano.

Un brindisi alla frasca “La Bagnata” presso la Madonna del Bosco. Poco distante, nella via Madonna del Bosco sorgeva anche la frasca “dei Lozza” al civico 12 (attualmente ristorante) e quella “della Gianna” al civico 11 (attualmente abitazione privata) – (Ph di Luigi Rota)

Gestita dalla famiglia Pezzotta, fu l’ultima frasca dei colli a cessare l’attività dopo quella dei Nessi.

La famiglia Pezzotta svolgeva l’attività dalla metà degli anni ’50 (dapprima a S. Paolo d’Argon), passando dalla mezzadria a un contratto d’affitto. I coniugi erano aiutati dai cinque figli, ma solo Leonida, la maggiore, mostrava la passione che animava i suoi genitori.

Ancora verso la fine degli anni ’80 il tempo pareva essersi fermato. Sembrava incredibile ritrovare sui colli le stesse cose di allora: i tavoli in pietra, le tazze in terracotta, le caratteristiche bottiglie del litro, del mezzo e del quartino; galline e pulcini pigolanti lasciati in libertà, lo starnazzare delle oche e il caratteristico goglottìo del tacchino.

La “frasca” apriva i battenti coi primi tepori di primavera proseguendo l’attività sino al termine del vino, prodotto in loco ed ottenuto con un misto d’uve la cui gradazione ottimale si aggirava sugli 11 gradi.

Gli avventori erano soprattutto interi nuclei familiari che trascorrevano i pomeriggi a giocare a carte e cantare al suono di chitarre e fisarmoniche; ma  verso la fine degli anni ’80 le compagnie erano meno numerose, solitamente ragazzotti che disturbavano la quiete con rumorosissime radio ed enormi altoparlanti, spaventando le bestie.

E così anche i gusti erano ormai cambiati, si chiedeva meno vino, preferendo birra, aranciata, o peggio, Coca Cola. La cascina che un tempo allietava i pomeriggi degli amanti dei colli è fu poi adibita ad abitazione privata.

§ § §

Tutto perduto. Nel giro di due generazioni, agli inizi degli anni ottanta le poche frasche rimaste iniziarono a sparire ad una ad una. Chiusero per ultime quelle dei Rizzi in Castagneta, dei Carissoli ad Astino, dei Nessi a San Vigilio ed infine dei Pezzotta alla Madonna del Bosco, stanchi delle continue lamentele provenienti dagli abitanti delle ville circostanti e stretti nella morsa di una legislazione troppo rigida e impossibile da rispettare senza dover stravolgere i vecchi edifici; a ciò si aggiunse la scomparsa dei vecchi gestori e la mancanza di motivazione per i figli nel continuare la tradizione.

I tempi erano ormai cambiati e con essi gli avventori, che non si contentavano più di quel vinello un tempo tanto amato. Le cascine di allora si sono trasformate in residenze private, dislocate lungo i più ameni itinerari collinari oggi tanto ambiti quanto frequentati.

Con la chiusura dell’ultima frasca si è conclusa un’epoca e nessun complesso agrituristico potrà mai rimpiazzare la poesia, la rusticità e la bellezza delle vecchie “frasche”, perché così come i colli di Bergamo, con tutto ciò che racchiudevano e significavano, erano di tutti e per tutti: un mondo che non tornerà mai più e che possiamo solo ricordare con infinita nostalgia.

Riferimenti
Evaristo Pagani, Luca Bresciani: Le “frasche” sui colli di Bergamo. Circoscrizione n. 3 – Città alta e colli, 1999.

Da Geo Renato Crippa, “Le frasche sui colli”, in: Bergamo così (1900-193??).  Banco di Bergamo – Editore. Bergamo, 1980.

Luigi Pelandi, “Attraverso le vie di Bergamo scomparsa – Borgo Canale”, vol. VI, Bolis, 1967.

Da Valmarina al sentiero dei Vasi, fra natura, storia e trekking

A coronamento del centro storico di Bergamo, esiste un vasto territorio collinare fatto di campi, prati e boschi, costellato di antiche vestigia e innervato da una fitta rete di bucolici percorsi, sentieri, viottoli e scalette.
Il percorso qui proposto, compreso fra le località di Valmarina e Castagneta lungo il versante orientale della collina, conduce alla riscoperta di una delle porzioni più suggestive di questo meraviglioso patrimonio paesaggistico di natura e cultura.
Si tratta di un itinerario che oltre a costituire una variante al classico tour ciclopedonale Green Way del Morla – Sentiero di Ilaria (ciclovia dei torrenti Morla e Quisa), consente di muoversi in un ambiente che conserva, all’interno di un considerevole patrimonio faunistico e floristico, la presenza di edifici rurali e manufatti storici di pregio quali l’ex monastero benedettino in Valmarina e i manufatti dell’acquedotto dei Vasi, l’impianto che per secoli ha costituito parte integrante della primitiva rete di distribuzione delle acque della città di Bergamo. L’acquedotto, di cui le prese d’acqua sono già documentate e rilevate in alcuni manoscritti del Settecento, raccoglie lungo il suo tragitto le acque sorgive dislocate tra gli avvallamenti boscosi posti dalle pendici del Monte Bastia ai fianchi del crinale, spingendosi sin verso Valmarina, da cui risale per Gallina e Castagneta.
Il nostro itinerario, attraversando pressoché interamente un’area boschiva consente di praticare agevolmente attività sportive anche nella stagione più torrida.

Il percorso ideale qui proposto si diparte dal tratto della Green Way del Morla che si innesta da via Maironi da Ponte nella località di Valverde, giungendo a Valmarina all’ombra delle pendici boscose di Castagneta ed assecondando le pieghe del torrente tra ponti e divertenti passerelle lignee.

Lungo la Green Way del Morla, in vista di Valmarina

La vista si apre all’improvviso sul grandioso anfiteatro di Valmarina, accarezzando le morbide pendenze su cui poggia l’antico monastero, magicamente sospeso fra prati, boschi rigogliosi e terrazze tenute a vite.

L’ex monastero di Santa Maria in Valmarina, tra boschi e vigneti

Non troppo distante dalla viabilità principale, ma lontano quanto basta da costituire un’oasi a parte, l’antico monastero campeggia placido nella radura, splendidamente fuso con il tessuto che lo circonda in verde abbraccio.

L’ex monastero di Santa Maria in Valmarina, al confine tra la città e la località Ramera, in territorio di Ponteranica, è posto alle pendici del versante nord-orientale del Colle ed è oggi sede del Parco dei Colli di Bergamo

Fra scorci di rara bellezza, il suo caldo color nocciola – ancor più vivo quando il sole lo accarezza – è come un bagno tiepido e benefico per gli occhi, invitandoci alla sosta.

Fondato nel XII secolo da una piccola comunità di monache benedettine è oggi sede del centro direzionale del Parco dei Colli, al centro di un ambiente ideale dove natura, cultura e attività sportive si coniugano in perfetta armonia.

Cascina Valmarina

In questa splendida conca suburbana – irrinunciabile polmone verde cittadino – l’antico monastero esibisce i due momenti salienti della sua storia secolare, mostrando i locali “canonici” della vita benedettina e cioè la chiesa, il refettorio e la sala del capitolo – il lato interamente affacciato sulla strada per la Val Brembana -, con le aggiunte realizzate dalla fine del Settecento per adattare il complesso ad aia rustica.

Dalla fine del Quattrocento, da quando le monache si trasferirono dentro le muraine, il monastero ormai abbandonato fu riadattato a cascina, subendo interventi che ne snaturarono soprattutto la parte interna.

Il nucleo originario romanico è quello esteso lungo il lato orientale, affacciato sulla strada provinciale, formato dal lungo braccio che si unisce alla chiesa (da tempo privata delle decorazioni ad affresco medioevali), valorizzato dal recente restauro

Dalla fine del Settecento dunque, l’aggiunta progressiva di nuove volumetrie ha finito col raddoppiare le dimensioni dell’antico recinto fino a formare la grande corte chiusa che vediamo oggi: una tipologia inconsueta in una  zona collinare – qual è quella di Valmarina -, dove le cascine hanno generalmente i corpi di fabbrica giustapposti, disposti a L, oppure contrapposti.

Comunque sia, specialmente nel  lato est il complesso conserva ancora un notevole fascino, con ciò che resta della primitiva chiesetta romanica incorporata nello spigolo settentrionale del complesso.

L’ex chiesa di Santa Maria in Valmarina

La parete piena e compatta della chiesa è alleggerita da due elegantissime monofore, dallo slancio quasi gotico, separate da una lesena sottile entro la quale alcune porzioni di calda arenaria richiamano la parte superiore delle monofore.

Al di sopra di queste, due piccoli oculi catturano la luce dall’esterno e allo stesso tempo ammiccano verso valle, quasi a richiamare l’attenzione verso il bel monastero, intriso di storia secolare.

Il porticato, addossato al nucleo originario, trova precisa corrispondenza in complessi rustici che ritroviamo in diversi punti del territorio, dalle pendici della Maresana al castello della Moretta, in quel di Sorisole.

All’interno, fra un anfratto e l’altro sono conservati gli antichi arnesi impiegati nelle attività rurali e la loro semplicità riporta piacevolmente alla memoria quei frangenti di vita contadina vissuti in questo luogo sino a pochi decenni or sono.

 

 

 

 

 

Dall’osservazione dei particolari, emerge con chiarezza la filosofia che ha accompagnato ogni fase del magistrale restauro, che ha saputo calibrare perfettamente la conservazione di ogni singola parte con i nuovi adattamenti,  mantenendo intatto il fascino e le suggestioni del manufatto antico.

 

 

Lasciata alle spalle questa piccola valle della Biodiversità – consorella della valletta di Astino – dove è preservato anche il più minuscolo gambero di fiume,  imbocchiamo in salita la vera via dei Vasi, un viottolo a tornanti da non confondere con l’omonimo sentiero che frequentiamo abitualmente nei fine settimana, e che raccorda Valmarina alla località Cascina Costa, situata nella parte mediana di via Ramera.

“Questa” via dei Vasi, è così nominata perché il suo tracciato cela un condotto dell’antico acquedotto che da Valmarina, proprio al di sopra dell’antico monastero, si dirige sino all’uschiolo della valle dei Romanelli (di cui oggi si sono perse le tracce), concludendosi  in località Gallina.

Via dei Vasi costituisce il tratto di raccordo tra la Valmarina e la parte mediana di via Ramera (località Cascina Costa). Il condotto di Valmarina, di poco al di sopra del monastero lungo via dei Vasi, presenta un uschiolo di ispezione e una  cisterna per la raccolta delle acque. Da qui risale sino alla località Gallina per poi percorrere via Castagneta ed infilarsi nella cisterna interrata nel baluardo di S. Alessandro

Dopo aver percorso la piccola serie di tornanti che si snodano fra la boscaglia, si raggiunge località Cascina Costa con il breve slargo posto a crocevia fra la ciclopedonale della Quisa e la via Ramera.

Pieghiamo decisamente verso la parte alta di via Ramera, che si impenna impietosamente lasciando brevi attimi di respiro ma ripagandoci, almeno inizialmente, con una vista impagabile su Valmarina.

Percorriamo l’ertissima salita sino alle pendici del Monte Bastia, e cioè sino a che non incontriamo la “cisterna del fontanino”: una fonte oggi ridotta a un rivolo, alimentata dalle sorgenti della Noce e dallo Scudo. Qui un pannello illustrativo indica l’inizio del sentiero 912, che procedendo in leggera pendenza lungo la valle della Costa ricalca il percorso dell’acquedotto lungo il Sentiero dei Vasi, percorso interamente boschivo che si raccorda alla località Gallina, in quel di Castagneta.

I pannello illustrativo ubicato lungo il bordo settentrionale di via Ramera, da cui prende avvio il sentiero 912, ricalca il tracciato dell’antica “via dei Vasi” – i Vatia” -, già citati in un documento del 1013 ed utilizzati in età viscontea per alimentare la grandiosa cisterna del Fontanone (ex Ateneo). Dalla sorgente di origine (Sorgente della Noce, 435 m s.l.m.) sino a porta S. Alessandro (365 m s.l.m.) l’acquedotto copriva un dislivello di 70 metri

Il tracciato del sentiero 912, un percorso ombreggiato e pianeggiante, ideale per attività sportive svolte en plein air, coincide con l’antica  “via del Canale”, secondo la denominazione riportata nelle mappe catastali del 1853.

Lungo il sentiero dei Vasi

 

Lungo il sentiero dei Vasi

VASO è un termine antico per indicare un canale adibito al trasporto dell’acqua: entrambe le denominazioni indicano appunto con evidenza la presenza in loco di un acquedotto, il cui tracciato, benché testimoniato già in epoca medievale, ricalca probabilmente il percorso di un precedente manufatto di epoca romana.

Lungo il “Sentiero dei Vasi”, un percorso ombreggiato in falsopiano, ricalcante il tracciato dell’omonimo acquedotto che riforniva la città

Lungo il sentiero è possibile osservare alcune parti dell’antico manufatto, che nonostante la condizione di attuale abbandono ancora denota la cura che nei secoli passati si riservava ad opere decisive come quelle idriche: il vaso maestro (la condotta principale), cisterne di raccolta e decantazione, uschioli d’ispezione, tombini, lastricati nonché un interessante sistema di condutture minori, in parte sopravvissute, che raccoglievano le acque delle sorgenti convogliandole dalle vallette nel “Vaso” principale.

Il primo uschiolo d’ispezione, con l’accesso al canale ed alla vasca di decantazione s’incontra al termine della gradinata da cui prende avvio il sentiero dei Vasi. Il secondo uschiolo è quello, già osservato, ubicato in Valmarina

 

I canali (realizzati in blocchi squadrati di pietra legati con malta di calce e cocciopesto) presentano mediamente di 25 x 40 cm; ogni canale era inserito in un cunicolo ispezionabile di 90 cm d’altezza e 70 cm di larghezza controllato periodicamente dai “fontanari”, gli addetti alla manutenzione di acquedotti e fontane, che ancora sul finire dell’800 ivi svolgevano lavori di manutenzione e restauro.

Le relazioni dei fontanari incaricati dei lavori, a noi pervenute, sono fonti preziose per lo studio del percorso, delle modalità e delle tecniche usate per la pulitura e le riparazioni

Lo apprendiamo grazie ad alcune date incise nei cunicoli che tuttora si snodano, in eccezionale stato di conservazione, negli orti delle case “Colombà” lungo la via Castagneta.

 

Un tratto della condotta principale (Vaso maestro) esistente lungo il sentiero dei Vasi, in cui confluiscono, tramite condotte minori, le acque delle sorgenti. Lungo il pavimento v’è come un invaso di modeste dimensioni utilizzato per convogliare l’acqua

Una lapide inserita nel muro medioevale, in prossimità della località Gallina, ricorda che nel 1329 il podestà Beccaro Beccaris provvide a far effettuare la pulitura dell’acquedotto di Castagneta.

Lapide in località Gallina di Castagneta

Presso una casa, sempre in località Gallina è stata rinvenuta una traccia della scritta AQ che dal 1728 costituiva, talvolta accompagnata da una croce, la sigla identificativa di tutti gli acquedotti facenti capo alla città di Bergamo.

L’iscrizione “AQ” denota la presenza del manufatto lungo il percorso dell’acquedotto dei Vasi

Lungo il sentiero, il bosco, ricchissimo di Castagni e funghi, attira sovente nella mite e variopinta stagione autunnale, intere comitive intente alla raccolta.

Raggiunta l’estremità meridionale del sentiero dei Vasi in località Gallina all’altezza del segnavia 912, il condotto, ricongiungendosi con il canale proveniente dalla sezione inferiore di via Castagneta, si dirige verso la cisterna del baluardo di S. Alessandro percorrendo il nucleo di Castagneta.

L’imbocco del Sentiero dei Vasi in località Gallina di Castagneta

 

Il segnavia che raccorda la località Gallina a via Ramera

Entrambi gli insediamenti, allungati lungo la strada percorsa attraverso i secoli dall’acquedotto dei Vasi, presentano i caratteri tipici della zona collinare di Bergamo.

Castagneta, località Gallina

 

Castagneta, località Gallina

Dalla località Gallina, l’acquedotto inizia, tra tratti incerti e non, a seguire il percorso di via Castagneta sino a via Beltrami, che percorre per un breve tratto, prima di infilarsi nelle Mura, attraversandole nello spalto di S. Pietro.

Fuoriesce poi nella seguente via Sforza Pallavicino, dov’è rimasta un’antica fontana.

Da qui riattraversa la via Beltrami, passa davanti alla polveriera superiore, attraversa il vicolo Colle, e attraversando il baluardo di S. Gottardo raggiunge la porta di S. Alessandro; la percorre lungo la parte superiore prima d’entrare nell’omonimo baluardo e raggiungere la cisterna in cui avviene il congiungimento delle sue acque con quelle portatevi dall’altro acquedotto, quello di Sudorno.

Anticamente, proprio qui, in prossimità dell’antica porta di S. Alessandro queste acque si univano nella fontana-serbatoio del “Saliente”, andata distrutta in occasione della costruzione delle Mura veneziane. Nonostante la sua distruzione, il nome di “Saliente” rimase per un certo periodo ad indicare l’intero acquedotto.
Dopo la costruzione delle Mura, il punto di confluenza venne spostato all’altezza del baluardo di Sant’Alessandro ma nel 1892 si procedette ad una nuova canalizzazione, resasi necessaria per ridurre l’inquinamento delle acque dovuto al passaggio della condotta all’interno delle case e sotto la sede stradale.

Lo splendore barocco di Palazzo Moroni

Al n°12 di Via Porta Dipinta si apre il portale d’ingresso di Palazzo Moroni, che, con la sua facciata sobria e quasi severa, non lascia presagire le decorazioni degli ambienti interni, considerate una delle espressioni più significative dell’arte barocca in Bergamo.

Atrio di Palazzo Moroni stampa di dipinto, opera di Giovanni Migliara

Il palazzo è sorto intorno alla metà del Seicento per volontà di Francesco Moroni, nato nel 1606 nel cuore di Città Alta, dove mezzo secolo prima i Moroni si erano trasferiti da Albino, luogo d’origine di questa nobile famiglia, le cui memorie risalgono al XIV secolo.

I Moroni divennero una delle più prestigiose famiglie lombarde grazie alla vivace attività nel mondo dell’architettura civile e militare e dell’ingegneria, e si distinsero per le innate capacità tecniche ed intellettuali di alcuni loro illustri rappresentanti.

A partire dal 1600 il nome dei Moroni si legò soprattutto alla coltivazione del gelso – indispensabile per la formazione dei bozzoli dei bachi da seta – e al conseguente ruolo di primo piano assunto nella fornitura di materia prima per il ramo tessile.

Questa pianta appartiene alla storia della famiglia anche per un’altra curiosa ragione: il gelso infatti è chiamato in latino morus e in bergamasco murù, parole che ricordano per il loro suono il nome della famiglia. Per questo motivo la pianta di gelso compare sullo stemma Moroni già nel Quattrocento; ad essa si aggiunse nel 1783 l’aquila imperiale, che rappresenta il titolo di conte e cavaliere conferito ad Antonio Moroni dal Duca di Sassonia Weimar (1).

Lo stemma dei Moroni

Le fortune di Francesco, il matrimonio con Lucrezia Roncalli da Chignolo nel 1631 e i numerosi figli che ne seguirono, lo indussero alla costruzione del Palazzo sul terreno di “Porta Penta”, l’attuale Porta Dipinta, vendutogli dalla famiglia dei conti Pesenti, poi estinta.

Nelle sale del Palazzo ritroviamo il ritratto di Antonio Moroni (1764-1802), ciambellano, conte e cavaliere del Duca Carlo Augusto di Sassonia-Weimer. Si deve  alla volontà di quest’ultimo il conferimento del titolo nobiliare alla famiglia Moroni

La Fabbrica di Porta Penta

I lavori della grandiosa “fabbrica di Porta Penta”, durati dal 1636 al 1666, furono eseguiti da Battista della Giovanna, un impresario bravo ma non particolarmente illustre, che probabilmente non si curò di stilare o conservare un vero e proprio progetto poiché la struttura del Palazzo non prevedeva particolari soluzioni architettoniche: di fatto l’edificio, disegnato non per essere guardato dall’esterno, si distingue soprattutto per la fantasia e la professionalità degli artisti che lo hanno internamente abbellito nel corso del tempo.

Al momento della sua costruzione infatti, la vista sulla città bassa era ostacolata dal dirimpettaio Palazzo Marenzi, acquistato dai Moroni nel 1878 per poi essere demolito, creando l’ampia panoramica sulla pianura.

La vista dal Palazzo

Per questo motivo il portale d’ingresso è in posizione asimmetrica rispetto alla facciata, che unita alla dimensione non eccessiva del Palazzo – insolita per le abitudini del tempo – e alla sobrietà dell’impostazione, non anticipa la monumentalità e la ricchezza decorativa degli spazi interni.

Palazzo Moroni, via Porta Dipinta

L’ingresso a Palazzo rivela comunque splendidi scorci e innumerevoli suggestioni, culminanti nella prospettiva progettata da Lorenzo Redi, che trova il suo punto di fuga nella nicchia a grotta in cui troneggia una statua di Nettuno, posta al centro di una massiccia parete in bugnato.

La prospettiva progettata da Lorenzo Redi con la statua di Nettuno sullo sfondo

 

La statua di Nettuno nel cortile di Palazzo Moroni

La massicciata è coronata da una balaustra in pietra, ornata da anfore, che delimita il primo terrazzo dei giardini, di impianto seicentesco, aperto sul parco come un autentico polmone verde che si allunga sino ai piedi del Colle di Sant’Eufemia.

La balconata sormontata da suggestive anfore in pietra

Sotto la volta dell’androne, fino alla prima meta dell’Ottocento vi era dipinta una bilancia con due piatti in perfetto equilibrio; su uno di essi v’era una costruzione e sull’altro un mucchio di denari ed  accanto un’iscrizione : “Aequa lance librandum” (“si deve agire con i piatti della bilancia in equilibrio”), come a dire che non si deve costruire una casa se non si ha denaro a sufficienza per terminarla: una massima che sottolinea l’operosità e la saggezza della famiglia Moroni.

L’ingresso a Palazzo

Il disegno può essere considerato anche la premessa a ciò che si trova nello Scalone d’Onore – cui si accede a destra dell’androne d’ingresso -, dove il meraviglioso mondo affrescato dal fecondo pittore cremasco Gian Giacomo Barbelli (1604-1656) appare con le sue imprevedibili soluzioni spaziali che formano sulle pareti e sui soffitti visioni lontane di ampio respiro. 

Lo scenografico scalone a due rampe introduce a un mondo sorprendente, densamente decorato, fitto di prospettive e balaustre, squarci di cielo aperti nei soffitti, statue ed ornamenti che ne dilatano gli spazi in ogni direzione. Pareti e plafoni sono popolati di figure esuberanti di vita con scene di richiamo letterario, simboli retorici e statue

Il programma iconografico di questo ambiente, reso spazioso dalle decorazioni, è un’evidente celebrazione delle virtù dei Moroni. Sulle pareti, nove figure allegoriche rappresentano le qualità di questa famiglia, degna di essere ricordata nei secoli: l’Antichità, la Nobiltà, la Santità, il Valore, la Fortuna, la Ricchezza, la Dignità, l’Onore e la Sapienza: tutte inserite in riquadri dipinti da Giovan Battista Azzola.

Scalone d’Onore

Disposte dalla prima alla seconda rampa di scale, fra fregi, pilastri e scorci di architettura dorica, le nove statue bronzate presentano sul basamento il motto che le contraddistingue.

Il meraviglioso soffitto e il fregio ospitano invece i principali episodi della Favola di Amore e Psiche, narrata da Apuleio nelle Metamorfosi. Un’affascinante storia d’amore, ma anche di riscatto: come Psiche riesce ad ottenere dopo una serie di prove l’immortalità, così i Moroni celebrano la propria ascesa sociale, raggiunta con fatica grazie alle numerose abilità e alla forte determinazione.

L’affresco del soffitto dello Scalone d’Onore, affrescato dal Barbelli, è diviso in tre parti: in una viene illustrato l’innamoramento di Venere e Cupido; in un’altra Venere ordina la morte di Psiche e nell’ultima Cupido lancia a Psiche gli strali dell’Amore

 

Veduta sullo Scalone d’Onore

 

Tra lo Scalone d’Onore e le Sale della Gerusalemme Liberata merita una sosta il piano di mezzo, con alle pareti e al soffitto i capolavori affrescati da Gian Giacomo Barbelli

Il Mezzanino

Lo Scalone conduce al mezzanino, quindi al piano nobile.
Delicatamente affrescato alla fine del Settecento da Paolo Vincenzo Bonomini, il mezzanino è, nonostante la sua funzione di servizio, un ambiente di grande eleganza, testimonianza del gusto e dell’amore per il bello della famiglia Moroni. Particolarmente raffinato è un piccolo ambiente voltato a botte e interamente affrescato, sulle cui pareti è raffigurata un’illusionistica balconata, decorata da putti e vasi di fiori, affacciata su un verdeggiante paesaggio. Un vero capolavoro di finzione prospettica, che dona allo spazio luminosità e atmosfera.

La sala da pranzo affrescata da Vincenzo Bonomini al piano ammezzato; il locale si collega tramite un corridoio alle cucine

 

Affresco di Vincenzo Bonomini nel piano ammezzato di Palazzo Moroni

 

Dettaglio

Le grandi Sale del piano nobile

Il piano nobile del Palazzo può essere suddiviso in due settori, da un lato le maestose sale di rappresentanza e, dall’altro, quello più intimo e privato: un insieme luminoso e scevro da pesantezza, grazie alla levità dei delicati stucchi veneziani sulle pareti e al seminato veneziano per la pavimentazione, introdotti nel XIX secolo per adattare gli ambienti alla moda del tempo.

Insieme agli affreschi che decorano la splendida teoria delle sale del piano nobile, si ammirano gli arredi e le preziose collezioni d’arte acquisite nei secoli dalla famiglia Moroni, tuttora proprietaria del palazzo. Degna di nota è la quadreria costituita da un nucleo significativo di dipinti del Rinascimento lombardo, tra cui spiccano tre ritratti di Giovan Battista Moroni (1523-1578): il Cavaliere in rosa, celebre capolavoro dell’artista, il raffinato Ritratto di Isotta Brembati e il Ritratto di donna anziana seduta, opera più matura di grande intensità. A questo primo nucleo appartengono inoltre una Maddalena penitente del Giampietrino, allievo e seguace di Leonardo da Vinci, e un Ritratto di famiglia del bergamasco Andrea Previtali.

Dettaglio dell’opera di Andrea Previtali conservata presso la collezione Moroni, Si evincono le influenze della pittura di Lorenzo Lotto, la cui fiducia e stima nei confronti di Previtali sono testimoniate anche dall’incarico che gli conferì, vista la sua assenza da Bergamo a partire dal 1525, di soprintendere alla profilatura dei suoi disegni per le tarsie del coro di S. Maria Maggiore nella Città Alta

La presenza dei ritratti a figura intera eseguiti dal Moroni non confonda però il lettore: il pittore non è direttamente imparentato con la famiglia ma appartiene alla discendenza dei Sereni (detti “Mori”), di cui capostipite fu Moro Moroni.

G. B. Moroni, “Il Cavaliere in rosa” e il  “Ritratto di Isotta Brembati” (1552-53 c.), nella Sala d’Ercole. Il celeberrimo Cavaliere in rosa è il ritratto in piedi di Gian Gerolamo Grumelli, esponente della potente famiglia schierata con la Spagna, allora ventiquattrenne, cavaliere dello Speron d’Oro e laureato in legge a Padova. Un sontuoso dipinto, dalla finissima fattura del prezioso costume spagnolesco tutto in rosso lacca vibrante di lumeggiature. Qualità pittoriche che esaltano seta e dettagli tattili, dalle scarpette alle calze alte fino al ginocchio, alle pieghe delle brache imbottite su cui Moroni ha saputo “ricamare” decorazioni quasi in filigrana, al farsetto, al leggero colletto bianco. L’impostazione della figura, con la mano sull’elsa della spada, riprende schemi del Tiziano in ritratti della corte di Spagna. Per alcuni è un anticipo del Velázquez” (Goffredo Silvestri, La RepubblicaArte.it)

Più consistente è la sezione ottocentesca, costituita principalmente da paesaggi, molti dei quali opera di Pietro Ronzoni, ma anche da bellissimi ritratti di Cesare Tallone e Giuseppe Sogni. Non mancano infine testimonianze della pittura barocca, come i paesaggi di Pietro Roncelli o le stravaganti bambocciate di Enrico Albricci.

Dipinto di Cesare Tallone nella Sala Gialla

Eccezionali sono le due console settecentesche della Sala da ballo, i cui piani sono costituiti da mosaici provenienti da Villa Adriana a Tivoli; particolarmente interessanti sono inoltre i mobili provenienti dalle botteghe illustri dei Caniana, dei Fantoni e del milanese Giuseppe Maggiolini.

Molto ricca è la collezione di ceramiche, che raccoglie oggetti realizzati da alcune tra le principali manifatture europee attive tra Sette e Ottocento, tra cui Meissen, Wedgwood, Sèvres e Capodimonte, e opere provenienti dal lontano Oriente, unico custode per secoli del segreto della porcellana.

Scultura di bambina che legge, della Scuola del Canova, nella Sala Gialla (Ph Lucia Rota Nodari)

Gli affreschi del Barbelli nelle grandi Sale del piano nobile

I suggestivi ambienti costituiti dalle grandi Sale di Palazzo Moroni conservano un meraviglioso ciclo di affreschi ispirato alle Metamorfosi di Ovidio, realizzato dal 1649 al 1654 da Gian Giacomo Barbelli, qui coadiuvato dai quadraturisti Giovan Battista Azzola e, nella Sala della Caduta dei Giganti, da Domenico Ghislandi, padre del celebre fra’ Galgario.

Dalla Sala dell’Età dell’Oro, custode dei capolavori della quadreria, si accede all’illusionistica Sala della Caduta dei Giganti e alla curiosa Sala dell’Apoteosi di Ercole, in un susseguirsi di meraviglie, ricche prospettive e squarci di cielo nel soffitto.

Gli antichi miti, tanto cari ai pittori del Seicento, lasciano il posto nella grande Sala da Ballo alle gesta degli eroi della Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso.

Suggeriti dal committente Francesco Moroni, i soggetti degli affreschi, sia nelle grandi Sale del piano nobile così come nell’ambiente dello Scalone, ebbero come ispiratore ed interprete il contemporaneo padre Donato Calvi, priore del vicino convento di Sant’Agostino. Preziosa testimonianza del programma iconografico della dimora è un libretto, scritto e pubblicato dall’erudito nel 1655, intitolato Le Misteriose Pitture di Palazzo Moroni, nel quale sono descritte e spiegate con precisione e dovizia di dettagli le decorazioni degli ambienti di rappresentanza (2).

§§§

Nella Sala dell’Apoteosi di Ercole, l’eroe mitologico è su una quadriga dorata; con una mano impugna una clava e nell’altra le redini dei destrieri al galoppo. Gli fanno da contorno sulle nubi Giove, Giunone, Mercurio e Pan.

L’Apoteosi di Ercole, nella sala omonima

 

Sala dell’Apoteosi di Ercole

 

Sala dell’Apoteosi di Ercole

Nella Sala dell’Età dell’Oro (o Sala delle Stagioni), si nota subito l’imponenza di Saturno circondato da putti al centro del plafone, mentre nelle aperture della quadratura, sotto forma di personaggi femminili seduti su basamenti, quattro illustrazioni simboleggiano l’Allegrezza, la Semplicità, l’Abbondanza e la Pace, doti suggerite dai committenti. Sotto di essi vi sono le relative storie, mentre per le pareti, l’Azzola ha usato la medesima tecnica mostrata al Palazzo Terzi, con colori ricorrenti nelle varie rappresentazioni che abbiano un nesso logico.

Nella Sala dell’Età dell’Oro (o delle Stagioni), Il Trionfo dell’Età dell’Oro, fantastica opera di Gian Giacomo Barbelli e dal quadraturista Giovan Battista Azzola. Saturno il dio del tempo e dell’agricoltura si ritrova circondato dalle rappresentazioni della pace, allegrezza e semplicità

Nella Sala della Caduta dei Giganti, decorata dal Barbelli con quadrature di Domenico Ghislandi, ciò che colpisce di più il visitatore è l’immagine dei Colossi che, fulminati da Giove, cadono verso il suolo con gli stessi macigni che si erano portati come armi. Il disegno plastico dei grandi corpi che cadono e l’insieme della composizione regalano un effetto suggestivo, tanto da accentuare l’azione di gravità terrestre e dare l’impressione di un autentico precipitare.

“Il Trionfo di Giove sui Ciclopi” si trova nel soffitto della Sala dei Giganti del Palazzo. Capolavoro seicentesco del pittore cremasco Gian Giacomo Barbelli

Il Salone, dedicato a Torquato Tasso e alla sua “Gerusalemme liberata” è il più ricco di decorazioni. Il soffitto, affrescato in modo da conferire all’ambiente l’illusione di una maggior altezza, raffigura l’atto in cui il Padre Eterno comanda all’Arcangelo Gabriele di informare Goffredo della missione che dovrà compiere in Terra Santa; e quello in cui l’Arcangelo informa Goffredo e un gruppo di angioletti che circonda l’Onnipotente, il quale appare fiducioso di quanto le truppe cristiane si apprestano a compiere.

Il Salone dedicato alla “Gerusalemme liberata” di Torquato Tasso

Il plafone è solo l’inizio di un “racconto”, che continua sulle pareti secondo una stretta concatenazione di eventi-rappresentazioni.

Il Salone dedicato alla “Gerusalemme liberata” di Torquato Tasso

 

Il Salone dedicato alla “Gerusalemme liberata” di Torquato Tasso

 

Il Salone dedicato alla “Gerusalemme liberata” di Torquato Tasso

 

Il Salone dedicato alla “Gerusalemme liberata” di Torquato Tasso. Completano questa magnifica stanza quattro stemmi celebrativi posti agli angoli, dove è raffigurata la pianta del gelso nelle varie fasi dalla crescita: la più importante fonte di ricchezza per la famiglia Moroni

Donato Calvi ha perfettamente eseguito il proprio progetto iconografico, esteso anche ad altre figure allegoriche che commentano la sequenza di disegni. Come le otto statue bronzate dipinte lungo i lati del salone. Quattro sono figure di donna e rappresentano la Fede, la Bravura, la Fatica e la Vittoria. Le altre hanno un aspetto virile e sono dedicate al Consiglio, allo Zelo, al Disprezzo ed al Giubilo.

“Magnanima menzogna, or quando è il vero sì bello, che si possa a te preporre?” (T. Tasso, ‘Gerusalemme Liberata’). Dettaglio di affresco seicentesco del pittore Gian Giacomo Barbelli nella Sala della Gerusalemme Liberata del piano nobile di Palazzo Moroni di  Bergamo

 

Dettaglio di affresco seicentesco del pittore Gian Giacomo Barbelli nella Sala della Gerusalemme Liberata del piano nobile di Palazzo Moroni di  Bergamo

 

Dettaglio di affresco seicentesco del pittore Gian Giacomo Barbelli nella Sala della Gerusalemme Liberata del piano nobile di Palazzo Moroni di  Bergamo

Ai contemporanei può sembrare troppo “pieno” un simile ambiente, ma  colmare le pareti equivaleva a mostrare tutta la propria ricchezza e nobiltà ed anche la simbologia delle immagini rappresentava un ottimo mezzo per raggiungere tale scopo.

Il settore privato del Palazzo: le sale ottocentesche

Nelle sale ottocentesche, che costituivano la residenza privata della famiglia, affreschi dai colori delicati riproducono sapientemente bassorilievi con la tecnica del trompe l’oeil, mentre colori sgargianti e soggetti fantasiosi ricostruiscono mondi classici o l’illusione di paesaggi esotici, come nella Sala Turca o nel Salottino Cinese.

Sala Rosa

Fatti decorare dal conte Antonio Moroni intorno al 1835, questi ambienti – la parte più abitata del palazzo – mantengono l’impronta del passato conservando gli accostamenti e le scelte originarie: negli arredi scelti con gusto, nei preziosi dipinti, nelle tappezzerie, nei soprammobili di autentico antiquariato, nelle specchiere antiche, nei lampadari, nei tappeti, negli ornamenti floreali. Ne risulta un susseguirsi di immagini suggestive e raffinate, sempre allineate ad un’efficace impostazione cromatica.

Sala Rosa

Di queste numerose stanze, restano più di altre impresse le Sale Gialla, Turca e Cinese, dove l’elemento determinante diviene l’arredo e lo stile particolare che le contraddistingue.

La Sala Gialla ha il soffitto a volta decorato con festoni dorati, medaglioni e riquadri con figure policrome di donna rappresentanti il teatro, la musica, la pittura e le arti in genere. Al centro del plafone, figure di fauni e di donne su fondo turchese, che richiama il colore dei riquadri posti all’altezza della cornice perimetrale. Vi è poi una fascia intermedia in chiaroscuro decorata con figure e scene di vario genere.

Sala Gialla, nel piano nobile di Palazzo Moroni

 

Nella Sala Gialla del piano nobile di Palazzo Moroni, posto tra due preziosi vasi Cinesi del ‘700 si ammiria un interessante dipinto ottocentesco del pittore paesaggista tedesco Julius Lange, espressione del naturalismo romantico. Il dipinto fu acquistato dalla famiglia Moroni presso l’Accademia di Brera

 

Sala Gialla

 

Scorcio della Sala Gialla, uno dei luoghi più suggestivi e ricchi di opere d’arte di Palazzo Moroni

Nella piccola ma esemplare Sala Cinese, i medaglioni del plafone sono raccordati da riquadri irregolari che attenuano l’andamento curvo del soffitto; prevalgono i colori celeste e rosso cupo che supportano la decorazione di un paesaggio dipinto con un insolito effetto avvolgente nella parte alta delle pareti. Ai mobili francesi laccati si aggiunge un camino marmoreo su cui spicca una specchiera di rara eleganza. Una seconda saletta ha il plafone decorato sui toni dell’azzurro e del verde intenso con riquadri decorati con ornamenti di fantasia la cui leggerezza attribuisce slancio ed ariosità alle esigue dimensioni del locale. La tappezzeria rosa mette in risalto la preziosità degli arredi.

Sala Cinese

 

Sala Cinese

 

Sala Cinese

Più semplice, dal punto di vista cromatico, la camera da letto con plafone a volta affrescato da una serie di motivi a chiaroscuro ripetuti nella fascia perimetrale sottostante, che si alterna alla tappezzeria damascata grigio-perla. Il letto è sovrastato da un baldacchino drappeggiato.

Palazzo Moroni, le stanze private: la camera da letto

La stanza da bagno, a stucco lucido, conserva invece una vasca in marmo costituita da un unico blocco, la cui realizzazione risale ai primi dell’Ottocento.

Ciliegina sulla torta è la balconata che scorre esternamente lungo il lato verso corte e conduce agli inattesi Giardini, che costituiscono il parco privato più grande di Bergamo alta, un autentico polmone verde nel cuore della città murata, dove i terrazzamenti arrivano a lambire i muraglioni della Rocca.

I Giardini all’Italiana

Sono composti da quattro generose terrazze di impianto seicentesco – impostate lungo la forte pendenza del colle di Sant’Eufemia -, e da un’area vasta, detta “ortaglia”, in parte terrazzata, frutto di annessioni ottocentesche e destinata a colture produttive.

Protetto sul lato verso la corte interna da una balaustra in pietra decorata con vasi scolpiti, il primo terrazzamento è caratterizzato da un parterre formale tipico dei Giardini all’Italiana.

Proseguendo oltre il parterre, un vano passante precede la scalinata racchiusa tra due mura di contenimento che conduce al secondo livello, con scorci sul paesaggio circostante. Qui si possono osservare un grande esemplare di biancospino, sulla destra, collezioni di iris e rose a destra e sinistra.

 

In asse con il primo terrazzamento, un’elegante scalinata adornata alla sommità da statue di putti e vasi scolpiti collega il secondo e il terzo terrazzamento. A destra e sinistra della scalinata si trovano due bordi misti di erbacee perenni.

Il terzo terrazzamento è dominato da un grande esemplare di olmo ed è caratterizzato dalla presenza di sei tassi, potati in forma, e da una collezione di piante acquatiche autoctone.

Sulla sinistra, dei gradini irregolari in pietra conducono all’ultimo livello dei giardini sino alla torretta di San Benedetto, eretta dai veneziani alla metà del Quattrocento e definita: “il pensatoio del Conte” confinante con le proprietà della Rocca.

La torretta di San Benedetto, un tempo utilizzata dai conti Moroni come sala di lettura

Il Parco

A monte del sistema dei terrazzamenti si apre la vasta area del parco, che confina ad ovest con il complesso monumentale della Rocca e che è tuttora caratterizzato da esemplari arborei produttivi come i gelsi, simbolo della famiglia Moroni, i ciliegi e i fichi. Questo luogo è attualmente dedicato a progetti di nuove piantumazioni e ad eventi stagionali con grande affluenza di pubblico.

Veduta del parco, sullo sfondo la Rocca di Bergamo Alta. Negli ultimi anni sono state sviluppate, con progetti localizzati, iniziative volte ad incrementare le collezioni botaniche e a offrire maggiore visibilità ai giardini formali e all’”ortaglia” di Palazzo Moroni: in particolare dal 2015 l’adesione al Chelsea Fringe Festival, nel 2016 con “Sopra e sotto Nettuno”, nel 2017 con “Tracciamento” in collaborazione con L’Orto botanico di Bergamo e la rete degli Orti botanici della Lombardia

Ed infine una curiosità: al pianterreno di Palazzo Moroni sono conservati alcuni affreschi “strappati” dalle pareti del demolito Palazzo Olmo. Tra questi la bellissima Madonna con Bambino e Santi, opera quattrocentesca di artista ignoto.

 

Note

(1) La storia del casato Moroni risale al 1334 e al suo capostipite Sereno Moroni. Un primo ramo si distaccò nel 1390 con Peccino Moroni, un secondo ramo, nato nel 1419 con Marco, diede origine all’attuale dinastia. Dal 1500 al 1850, i Moroni si distinsero per le loro innate capacità tecniche ed intellettuali, espresse tra gli altri dall’architetto Francesco, dall’umanista e storico Antonio, dall’umanista e scienziato Pietro, nonché gli ingegneri Andrea e Bertolasio. Quest’ultimo completò il campanile di S. Maria Maggiore, fu l’autore di un ponte sull’Adda e, su incarico del Senato veneziano, di un ponte sull’Adige.

(2) Cfr. Il testo edito a Bergamo nel 1655: “Le Misteriose pitture di Palazzo Moroni spiegate dall’Ansioso Accademico Donato Calvi Vice Principe dell’Accademia degli Eccitati all’Illustrissimo Sig. Francesco Moroni”.