Alle radici di Gioppino, la maschera squisitamente bergamasca

Diversamente da Arlecchino e da Brighella, maschere “internazionali” e d’alto lignaggio che ormai da tempo parlano il dialetto veneziano, Gioppino appartiene alla più genuina tradizione popolare bergamasca dalla connotazione local e “sovranista”: coerente con sé stesso, ha sempre parlato il dialetto della sua terra ed è rimasto un popolano fiero, sagace, patriota e religioso.

Gioppino e Arlecchino in una cartolina del 1907 (Raccolta privata Luigi Angelini)

Gioppino fa la sua comparsa proprio quando, con i moti degli anni trenta dell’800, il popolo bergamasco non si identifica più in Arlecchino ed in Brighella e reclama un nuovo eroe, che presto diventa popolare per il tenace spirito d’indipendenza e per l’abitudine a risolvere ogni contesa a suon di randellate.

Il suo abito verde con bordature rosse – chiaro riferimento ai colori della bandiera italiana – gli fa assumere esplicitamente toni a favore degli ideali risorgimentali e critici nei confronti del potere costituito rappresentato dagli stranieri invasori: gli Austriaci.

Cartolina del 1930 (Raccolta privata Luigi Angelini). L’abito di Gioppino si compone di una giubba di grosso panno verde bordata di rosso (come il cappello, al quale è aggiunta una fettuccia volante), pantaloni verdi alla zuava, una camicia bianca aperta fino a scoprire il ventre, calzettoni rigati bianchi e rossi e scarponi ai piedi. Porta sempre con sé il suo bastone, pronto a distribuire botte ai prepotenti

Da noi assume una tale popolarità da designare con il suo nome i burattini in generale, e grazie al poeta Pietro Ruggeri da Stabello (1797-1858), che Luciano Ravasio definisce il “promoter di Gioppino”, “la figura del burattino trigozzuto e l’aggettivo ‘gioppinorio’ diventano l’equivalente di tutto ciò che è bergamasco (1).

Pietro Ruggeri da Stabello (1797-1858)

Proprio grazie a un suo componimento del 1842 (“Gran sògn gioppinorio”), apprendiamo che la sua patria è Zanica (Sanga), che ha compiuto quarant’anni, vanga, zappa e fa il facchino.

E’ nato da Bortolo Söcalonga e Maria Scatoléra; ha un fratello, Giacomì, mentre la moglie si chiama Marietta detta Margì (che ama, anche se non disdegna la compagnia di altre donne) e dalla loro relazione nasce il Bortolì de Sanga detto anche Pissambràga.

Pare anche che Gioppino abbia un fratello di nome Giacomì, mentre i suoi nonni materni sono Bernardo e Bernarda.

La famiglia gioppinoria in una deliziosa cartolina dei primi del Novecento

Ciò che lo rende immediatamente riconoscibile sono i tre grossi gozzi che gli deformano il collo e che egli chiama orgogliosamente “granate” o “splendidi coralli”, ostentandoli non come un difetto fisico ma come veri e propri gioielli o persino come un blasone di famiglia, che vorrebbe tramandare al figlio.

Considera i suoi gozzi le sedi della propria sapienza e ne fa motivo di lazzi e argute trovate, suscitando ilarità: “L’è la tropa inteligènsa chè la ga stàa mia ‘ndèl sèrvèl, è alura ol Padre Eterno al ma la mètida chè sota”.

Questa caratteristica, creduta erroneamente causata da cretinismo, è dovuta all’ingrossamento della ghiandola tiroidea, provocato da un’alimentazione povera di sali iodio, malattia un tempo molto diffusa nella Bergamasca per effetto della denutrizione.

Curiosamente, anche se non c’è nessuna connessione, la malformazione di Gioppino è stata spesso associata allo stemma araldico della famiglia di Bartolomeo Colleoni, che in analogia con il patronimico raffigura nientemeno che tre testicoli, divenuti simbolo del potere, della virilità e della forza militare del condottiero che nel Quattrocento fu a servizio di Venezia.

Mè i me ciama tocc Giöpì, ma ‘l mé nò,m l’è Giosepì/Fiöl del Bòrtol Söcalonga e Maria Scatolera, cera gnöca/maritat a Margi e con ü fiöl de nom Bortolì/So de rassa bergamsca/che la sgòba e la trabasca/I mestér i fò ‘mpó töcc/meno chèi ch’i me fa fadiga/fó ‘l possibel de fai miga/Per l’onùr del Coleù/gh’ó tri góss sóta ‘l crapù/Galantòm del có zó ai pé/mé robàt ó mai del mé/ma se ‘ncóntre quach balóss/col tarèl ghe rómpe i óss/Mange ‘nguàl sènsa fermàm/e piö mange sènte fam/‘n quanto al còrp, a ‘ndó gran bé/tat denàcc come dedré/Se öri vèdem a mangià, invidém qualch dé a disnà!

Oltre ai gozzi, ciò che lo rende facilmente riconoscibile è la corporatura tozza e robusta, con quel faccione rubicondo e gioioso su cui si dipinge una bocca spalancata in un costante sorriso.

Incarna il classico contadino sempliciotto, amante delle donne, del vino e del buon cibo, rozzo nei modi e nel linguaggio e pronto a suonarle di santa ragione ai prepotenti e a chi cerca di ostacolare i suoi piani, anche se in fondo è di buon cuore ed è sempre protettivo verso i deboli e gli oppressi.

Polènta e osèi, salame, cotechini e buon vinello: il cibo preferito di Gioppino 🙂

Se la tradizione legata alla maschera di Arlecchino e Brighella nasce con la Commedia dell’Arte verso la fine del Cinquecento, non possiamo che chiederci da dove spunti la figura di Gioppino, la cui tradizione sembra essersi radicata nel corso dell’Ottocento con la tipica figura del “burattino gozzuto, tarchiato e rozzo, famelico e beone, fannullone e bastonatore” (2), che appare negli spettacoli burattineschi di Piazza Vecchia, in piena dominazione austriaca.

Locandina del burattinaio Carlo Sarzetti in Bergamo Alta

 

Eppure sembra comparire qualcosa di molto simile già nel 1531, quando il pittore Fermo Stella realizza il grande affresco della Crocefissione, conservato presso la chiesa di S. Bernardino a Caravaggio dove, ai piedi della croce compare un soldato dal viso grottesco e dal petto scoperto, che innalza verso il Cristo una lancia sormontata da una spugna intrisa di aceto: il milite esibisce tre grossi gozzi (patologia notoriamente orobica) e una stupefacente somiglianza con Gioppino.

Tramezzo centrale della chiesa di S. Bernardino a Caravaggio: la “Crocefissione” di Fermo Stella, realizzata nel 1531

Probabilmente Fermo Stella, caravaggino soggetto a Milano, affida tale compito a un bergamasco perchè Milano è acerrima nemica dell’avamposto “venetorobico” (3).

Particolare della “Crocefissione” di Fermo Stella nella chiesa di S. Bernardino a Caravaggio. Negli anni Trenta, Sereno Locatelli Milesi sostenne che si trattasse della più antica raffigurazione di Gioppino

 

Uno spettacolo del burattinaio Carlo Sarzetti sul colle della Maresana, subito dopo la Seconda guerra mondiale. L’autore dello scatto è Diego Lucchetti, padre del noto fotografo e collezionista bergamasco Domenico

Sempre nel Cinquecento, ritroviamo un altro possibile riferimento a Gioppino in un sonetto bergamasco (inneggiante vernaccia e casoncelli), dove non manca un’allusione a un certo Jopilach (4).

Nel Carnevale del 1662 descritto dall’abate Angelini compare poi un certo Tone, i cui segni distintivi, le salsicce e il fiasco di vino in mano, ricordano molto da vicino quelli della maschera di Gioppino: “chi si traveste, al nostro dir, da Tone con la salsiccia e con un’otre in mano, parla milenso e gira dondolone” (5).

1928: l’orchestra dei “Gioppini” di Redona

Ma se vogliamo esagerare e scavare ancor di più alla ricerca del suo “progenitore ancestrale”, dobbiamo rivolgerci ancora una volta al mito dell’Uomo Selvatico (“om di bosch” nella Bergamasca) descritto da Umberto Zanetti, il quale afferma che al di là dell’aspetto esteriore di Gioppino, che risponde a quella dei contadini dei tempi andati e che del selvatico conserva ormai solo l’inseparabile bastone (cui dovette aggiungersi il gozzo per colmo d’irrisione), “il suo contegno, le sue ingenuità, la sua rustica semplicioneria frammista ad insospettabili soprassalti d’astuzia, le sue improvvise accensioni, le sue ironie, il proverbiale appetito, l’incondizionata ammirazione per il gentil sesso sono tutti tratti distintivi derivati dal selvatico. Si è sempre ritenuto che il burattino bergamasco sia nato fra la fine del Settecento ed i primi dell’Ottocento ma la sua genesi dovrebbe risalire ad un’epoca ben precedente se rispondente all’intento di ridicolizzare la memoria del selvatico presso i ceti popolari” (6).

Note

(1) Luciano Ravasio, Gioppino, scarpe grosse e cervello fino

(2) Umberto Zanetti,  Bergamo d’una volta. Ed. Il Conventino, Bergamo, 1983.

(3) Luciano Ravasio, Gioppino, scarpe grosse e cervello fino

(4) Ibidem.

(5) Bergamo in terza rima di Giovan Battista Angelini del 1720. Da: Francesca Frantappiè, “Per teatri non è Bergamo sito – La società bergamasca e l’organizzazione dei teatri pubblici tra ‘600 e ‘700”. Fondazione per la Storia Economica e Sociale di Bergamo – Collana Studi di Storia della Società, dell’Economia e delle Istituzioni Bergamasche.

(6) Umberto Zanetti, Il mito dell’Uomo Selvatico nella montagna bergamasca. Museo della Valle di Zogno.

Sitografia

Lingua e dialetto come espressione dell’altro nella commedia del Cinquecento, Manuela Caniato, K.U.Leuven.

Ol Giopì de Sanga”, associazione zanichese che valorizza la figura dell’eroe trigozzuto, intraprendendo anche l’esperienza di lavoro in “baracca.

Il Teatro del Gioppino”, compagnia d’attore di Zanica, propone commedie dialettali in musica, sempre con riferimenti diretti a Gioppino.

Quel che c’è di bergamasco in Arlecchino (antropologia di una maschera)

Le maschere di Arlecchino e di Brighella, nate da Zanni e dalla Commedia dell’Arte

Le maschere storiche che occupano un posto d’onore nella tradizione bergamasca sono Arlecchino, Brighella e Gioppino. Ma mentre le prime due nascono nel Cinquecento con la Commedia dell’Arte (1) ed emigrano a Venezia, quella del trigozzuto Gioppino, nato nell’Ottocento, è interamente bergamasca; sono tutti  personaggi che non nascono all’improvviso, ma sono piuttosto il frutto di una lunghissima elaborazione, che va al di là della rappresentazione scenica per intrecciarsi con una moltitudine di vicende, umane e storiche.

Le maschere della Commedia dell’Arte. Per gentile concessione di Laura Ceruti

Le maschere di Arlecchino e Brighella si originano, per così dire, dallo sdoppiamento della figura dello “zanni”, tipo fisso da cui nasceranno alcune delle maschere più importanti della Commedia dell’Arte.

Chi è Zanni

Il termine “zanni”, un diminutivo di Giovanni (strorpiato in Gianni, Zani) indicava nel Rinascimento gli uomini di fatica, che nella Commedia dell’Arte  impersonavano i servi buffoni: personaggi rozzi, sguaiati e istintivi, rappresentativi di un’umanità animalesca alla quale si richiedeva in continuazione la trovata comica, il lazzo.

Gli Zanni Beppe Nappa e Frittellino. L’abito dello zanni riprende quello dei facchini, degli operai del porto o dei campi, con larghi pantaloni e camicioni bianchi o grigi, di tela grezza, spesso luridi e sgualciti e legati in vita da corde sfilacciate. Il viso è nascosto da maschere animalesche, talvolta incorniciate da ispide barbe. Le gambe possenti, la postura incurvata, l’ampio movimento delle braccia, la bocca sempre aperta a causa di una fame insaziabile (riproduzione a olio di un disegno dei “Balli di Sfessania” di Callot. Anonimo, scuola bolognese, fine Seicento)

Per essere distinti dagli altri personaggi di ceto più elevato, gli zanni usavano normalmente la lingua incomprensibile e gutturale dei montanari bergamaschi, che insieme alle azioni balorde colpiva la fantasia degli spettatori, sia colti che popolani.  Ed è probabile che la parlata “rozza” dei montanari bergamaschi, portasse a considerarli appartenenti a classi sociali inferiori.

Capitano Spezzamonti e Zanni Bagattino (riproduzione a olio di un disegno dei “Balli di Sfessania” di Callot. Anonimo, scuola bolognese, fine Seicento)

Fu soprattutto Venezia la città in cui gli zanni vennero portati sulla scena, come una sorta di parodia dei tanti servi bergamaschi che popolavano la città lagunare, nella quale formavano una vera e propria comunità legata alle proprie radici e alla propria identità.

Gli Zanni impenitenti (incisione del XVI secolo, Raccolta Fossard)

Dallo zanni della Commedia scaturiranno due varianti: il primo zanni, e cioè il servo astuto (come Frittellino, Beltrame e Brighella), e il secondo Zanni, il servo sciocco (come Arlecchino, Pulcinella, Mezzettino e Truffaldino).

“Carlo Goldoni con Arlecchino e Brighella” Affresco sec. XVIII di Marco Gozzi (1759-1839) già nel cortile della Casa di Lavoro della Congregazione di Carità, in via Vagine, 2 a Bergamo (Città Alta). Non si sa se l’affresco sia stato commissionato per rievocare il soggiorno bergamasco di Goldoni e neppure se sia stato il pittore ad attribuirgli questo titolo, in quanto il soggetto, prima dello strappo, era inserito in una campitura più ampia con altre maschere. E’ una coincidenza, il fatto che Marco Gozzi (professore di paesaggio all’Accademia di Brera e pittore emerito delle collezioni asburgiche) sia nato e cresciuto a S. Giovanni Bianco nella contrada Sentino, che si trova poco oltre la “Casa di Arlecchino”? Questo compiacente ritratto del Goldoni è un velato tentativo di pacificare antiche beghe familiari? Secondo Eliseo Locatelli (Op. cit.) gli ascendenti di Marco Gozzi non dovevano poi essere troppo forestieri rispetto a quelli del commediografo Carlo Gozzi, il principale antagonista della riforma goldoniana e pungente avversario in amore di quel tale Pierantonio Gratarol, che pure aveva origini brembane

Come vengono rappresentati a Venezia?

Il primo ad essersi inurbato e che rapidamente fa il suo ingresso in laguna è Brighella, la maschera più importante derivante dal Primo zanni della Commedia.

Nato a Bergamo Alta (come egli stesso tiene a precisare), il suo nome deriva dal verbo “brigare”: infatti impersona il servo tuttofare, intrigante, scaltro e opportunista, campione nell’ordire intrighi, insolente con i sottoposti e pronto a beffare il padrone, con il quale è insopportabilmente ossequioso senza preoccuparsi di danneggiare persino i suoi stessi amici.

Tenta di accoppiarsi con le donne (o meglio le servette), senza tanti preamboli. E’ agile, aggressivo e con la parlantina sciolta, facile all’ira e a menar le mani.

Arlecchino (derivante dal Secondo zanni) è il protagonista della seconda urbanizzazione, e al suo arrivo si pone alla ricerca di un proprio connazionale (con il quale possa parlare la lingua natale o il dialetto), che possa ospitarlo, trovargli un lavoro o suggerirgli un modo veloce per riempirsi la pancia o sbarcare il lunario: sulla scena questo amico è Brighella.

Figurina Liebig, edita nel 1890. L’abito di Arlecchino con losanghe disposte ordinatamente in un caleidoscopio di colori accesi. L’abito contrasta con la mascherina nera dal naso camuso, le profonde occhiaie e le piccole orbite. Al cappellaccio sformato di feltro si aggiunge una piuma ciondolante in segno di beffa. Nella cintura vi è la “scarsela” (dove tiene il pane, i soldi e la lettera del padrone da recapitare) e vi è infilato un corto manganello (“batocio”), che Arlecchino brandisce nelle scene finali in cui immancabilmente mena e incassa botte a non finire: questo l’Arlecchino giunto a noi

Già il vestito rappresenta una prima antitesi caratteriale: mentre Arlecchino è colorato, simbolo di libertà, Brighella è vestito con la livrea di colore bianco e con strisce verdi, metafora di appartenenza al padrone: costume che si vanta di indossare e col quale esercita il suo potere sui servitori semplici.

Brighella

Arlecchino è bastonato dal padrone ed è l’ultimo dei servi. Brighella è invece il capo e con il padrone è servile.
Arlecchino è agile fisicamente (per evitare le bastonate). L’agilità di Brighella è nel pensare.

Panorama di Bergamo ai tempi del Goldoni (incisione di F.B. Werner, 1740). Tra le annotazioni, in latino e in tedesco, si fa espresso riferimento alla vivace coloritura del dialetto

Rimane però nel loro cuore la nostalgia di Bergamo, e spesso la ricordano anche nelle commedie di Goldoni.

Grazie alla bravura degli attori che li rappresentano nella Commedia dell’Arte, a divenire più famosi e graditi al pubblico sono i secondi Zanni come Arlecchino, una maschera controversa e ovunque contesa, per l’altissimo lignaggio che si allarga a comprendere vaste aree europee.

Eh sì, perchè una parte di lui è veracemente bergamasca, mentre l’altra è ancor più remota ed affonda le radici in un mito che appartiene all’Europa intera.

La paternità di Arlecchino: Zan Ganassa o Martinelli?

Se il bergamasco Alberto Naselli in arte Zan Ganassa, è stato a lungo creduto l’ideatore della maschera di Arlecchino, studi recenti confermano che la paternità della celeberrima maschera è frutto dell’intuizione geniale di un attore mantovano, Tristano Martinelli (1557-1630), protagonista di prim’ordine della Commedia dell’Arte.

Ad attestarne la paternità può bastare la figura di Arlecchino proposta da Dario Fo nel 1985 nello spettacolo Hellequin Harlekin Arlekin Arlecchino, elaborata grazie ad una ricca ricerca documentale e drammaturgica, condotta in collaborazione con studiosi specialisti di Commedia dell’Arte con l’intento di offrire al pubblico un personaggio più vicino all’Arlecchino delle origini.

Un Arlecchino che non nasce dalla penna di un autore, ma che viene direttamente portato sulle scene, nella Parigi del 1584, da Tristano Martinelli, il quale ne farà il proprio personaggio lungo tutto il corso di una carriera che si dipana tra Cinque e Seicento, portandolo trionfalmente in giro per le principali corti, sui palcoscenici e nelle piazze d’Europa – dalle Fiandre a Londra, da Parigi a Madrid, da Venezia a Firenze – diventando perciò ricco e famoso.

In seguito, dopo che altri l’hanno interpretato nei teatri europei, si è cancellata la memoria di colui che per primo lo aveva portato sulle scene.

Lapide marmorea del mulino acquistato da Tristano Martinelli a Bigarello, 1618

La monografia di Siro Ferrone, “Vita e avventure di Tristano Martinelli attore”, uscita nel 2006, si propone di colmare la vistosa lacuna critica legata al creatore di Arlecchino, facendo chiarezza riguardo una maschera dal cammino teatrale luminoso, ma dalla genesi storica oscura. E lo fa attraverso una ricca ricerca documentaria (documenti d’archivio scovati anche nelle biblioteche di mezza Europa, lacerti epistolari e tracce letterarie), interrogando dipinti cinquecenteschi e disegni dell’epoca.

Tristano Martinelli, in fuga dalla peste che nel 1576 travagliava Mantova, non ancora ventenne si reca in tournée in Francia con la sua compagnia (tra cui suo fratello maggiore Drusiano con la moglie Angelica Alberghini), passando per Anversa, una specie di “Venezia del nord” che in quegli anni doveva apparire una sorta di paese della cuccagna “agli attori girovaghi, ai ciarlatani, ai montimpanca, agli acrobati, agli intrattenitori di ogni specie che vi si dirigevano emulando, affascinati, i traffici di merci e di denari” (2).

Nel suo studio Siro Ferrone mostra uno stretto legame tra un documento (un atto di polizia stilato ad Anversa nel settembre 1576, dove Tristiano e il fratello sono costretti a giustificare la loro presenza nelle Fiandre in un periodo particolarmente turbolento per le guerre di religione) e un dipinto fiammingo conservato presso il Museo Baron Gérard di Bayeux, in cui compare un giovanissimo attore dalle fattezze molto somiglianti a quelle di un Tristano Martinelli verosimilmente “non ancora integrato in nessuno dei ruoli fissi della compagnia”.

Il giovane, che nel dipinto “si stringe nelle spalle”, ha già lasciato cadere l’abito cupo che connotava socialmente il facchino, conservando però l’anonima camiciona a falde dello zanni, pezzata di pallidi colori: questo lascia supporre che in quel periodo Tristano avesse già iniziato ad elaborare l’abbigliamento della maschera che lo renderà celebre nel mondo (3).

Pittore fiammingo, Commedia dell’Arte à la cour de Charles IX (particolare.), olio sutela, Bayeux (Francia), Musée Baron Gérard

La compagnia, dopo essere stata a Lione e in Inghilterra giunge a Parigi, dove Tristano partorisce il personaggio di Arlecchino, presentandolo al carnevale del 1584 in un’esibizione nel sobborgo di Saint-Germain alla Foire: un avvenimento annuale divenuto alla moda, sempre più ricco ed affollato, frequentato dal popolino, aristocratici e persino regnanti, che lì si recano per acquisti sfiziosi.

Ed è proprio qui, alla Foire di Parigi che il ventisettenne Tristano esibisce il personaggio da lui creato, attingendo al contesto storico-spettacolare della terra che lo sta ospitando.

Per distinguersi dai tanti zanni in circolazione, Tristano riprende la maschera del povero zanni – che ben conosce per averla chissà quante volte interpretata – e la adegua al gusto dei francesi ma arricchendola di tratti unici ed inediti e caricandola di nuove attrattive, anche grazie alla sua prestanza fisica.

Il clistere  (incisione del XVI secolo, Raccolta Recueil Fossard). A far stampare a Parigi la serie delle quattordici incisioni popolaresche dedicate ad Arlecchino, sono probabilmente I fratelli Martinelli (Drusiano, capo della troupe, e Tristano, già attrazione comica principale). Databili intorno al 1585, vengono realizzate probabilmente come programmi di sala o avvisi pubblicitari, allo scopo di mettere in mostra tutti i membri della compagnia con cui i Martinell lavorano

Il suo Arlecchino infatti, se da un lato si ispira molto strettamente alla tradizione degli zanni, dall’altro trova ispirazione nelle maschere della tradizione medievale francese, che rappresentano quell’Hellequin – il diavolo-buffone delle mascherate medioevali -, con cui deve aver familiarizzato nel corso della sua tournée in Francia.

Hellequin conduce la masnada selvaggia

Elabora così una maschera di successo, che s’imporrà nelle corti di tutta Europa.

Riguardo l’origine del nome di Arlecchino, questo si ispira al folclore nordico evocando quello di Hellequin de Boulogne, il cavaliere franco della caccia selvaggia (4), la cui tradizione si sarebbe innestata su quella ancor più antica dell’infernale Herla King, mitico condottiero bretone a capo “di una masnada vagante di spiriti dannati preceduta da una feroce muta di cagnacci latranti” (5).

Una figura diabolica, che le leggende “pongono a capo di masnade composte da torme di fantasmi, spettri, demoni, anch’essi mascherati, osceni, rumorosi, vestiti con colori squillanti, apparizioni notturne e invernali, provenienti dai boschi e dalle profondità della terra, da un altrove indefinito” (6), e che ritroviamo anche nella mitologia scandinava (con Härlenkönig) e nell’Inferno di Dante, dove il diavolo Alichino appare come capo di una schiatta diabolica incaricata di ghermire i dannati.

Zuffa tra Alichino e Calcabrina, illustrazione di Gustave Doré relativa al XXII canto della Divina Commedia. Hellequin è il precursore dell’Alichino dantesco e dell’Arlecchino creato da Martinelli, uno dei tanti nomi con cui si indica una figura di origine diabolica presente nelle leggende di quasi tutti gli Stati europei

Diventata un tutt’uno col “re dei diavoli”, la maschera diviene così più “paurosa” ma anche più prestante, grazie alle tante abilità del Martinelli.

“Nell’andatura saltellante e ondeggiante Arlecchino ripeterebbe i ritmi di una danza macabra, le movenze scomposte delle sbracate e scurrili charivaries, i passi vivacissimi e sfrenati delle diableries degli antichi carnevali francesi” (7): un’immagine dello chiarivari (mascherata) tratta da Gervais du Bus, Roman de Fauvel, France (Paris), 1320 circa

Se i principi italiani e stranieri si deliziavano della volgarità animalesca con cui si esprimevano gli zanni dalla parlata bergamasca, Tristano si distingue adottando il suo idioma natale, il mantovano (una lingua aperta a sfumature venete, emiliane, lombarde), prendendo magari a prestito nuove parole straniere acquisite strada facendo, e dando vita a strampalate cacofonie, allitterazioni, onomatopee di sicuro effetto comico.

In scena il linguaggio del corpo si avvantaggia della discreta statura e della guizzante muscolatura che rende Tristano flessuoso e capace di acrobazie di grande effetto (è anche un bravissimo funambolo). Dello zanni conserva perciò le leggere scarpette senza tacco, che gli permettono di compiere le acrobazie tipiche del personaggio.

Acrobazie degli Zanni. Immagini di attori italiani dalla  Raccolta Recueil Fossard, XVI secolo. Le incisioni fanno percepire la rilevanza di Arlecchino come “unico vero protagonista della storia rappresentata, anche se apparentemente perdente nelle vesti del maldestro guerriero, stonato cantante, amante tradito, marito cornuto, osceno ruffiano, ecc.” (Rosanna Brusegan, cit.)

Sempre in quel carnevale parigino del 1584, abbandona l’anonima camiciona a falde dello zanni – pezzata di pallidi colori – a favore di una sorta di tuta aderente che gli disegna la corporatura ed enfatizza al contempo la sua bravura tecnica. Accentua i colori dei suoi stracci, che moltiplica in omaggio all’abito dei giullari della tradizione francese.

Arlecchino cornuto (incisione del XVI secolo, Raccolta Fossard). Acrobata e funambolo, Martinelli simulava in scena viaggi all’Inferno e ritorno, scatenava il riso giocando con il sesso e gli escrementi, improvvisava monologhi demenziali. Circondato da un alone di magia, era amato dai Valois, dai Savoia, dai Medici e dai Gonzaga, che videro in lui l’amuleto capace persino di rendere fertili dinastie minacciate dalla sterilità (Leningrado, Ermitage)

Dello zanni conserva anche la maschera animalesca con i due fori rotondi, la barbetta selvatica, la scarsella e il bastone attaccato alla cintura (il “batòcio”), che utilizza per minacciare ed aggredire i suoi rivali e per accaparrarsi il cibo. Ne risulta una maschera dallo spirito villanesco, che imprime al personaggio una natura quasi bestiale, mossa più da passioni e bisogni elementari che filtrata dalla ragione.

Domenico Fetti. Ritratto di Tristano Martinelli (Arlecchino), a lungo erroneamente conosciuto come il ritratto di Francesco Andreini. Dopo la fama internazionale, la consacrazione in patria per i Martinelli arriva prima con l’ingaggio nella compagnia stabile del duca Vincenzo Gonzaga, poi con la nomina di Tristano, il 29 aprile 1599, a sovrintendente de comici e ciarlatani per i territori del ducato di Mantova, incluso il Monferrato. Vertice di una carriera folgorante rimane l’invito di Enrico iv, re di Francia, per le nozze epocali con Maria de’ Medici, celebrate il 17 dicembre 1600

Così la bautta nera che gli ricopre il volto può celare un ghigno satanico, il bitorzolo rosso in fronte è il residuo di un corno satiresco e la barbetta selvatica ricorda le raffigurazioni medievali in tema demoniaco.

Trattato Buffonesco dell’Arlecchino Tristano Martinelli, stampato a Parigi nel 1601 (Compositions de Rhetorique). L’Arlecchino delle origini aveva le sembianze di un essere maligno, scimmiesco ed irsuto, nascosto dietro una una mezza maschera nera. La veste di Arlecchino-Tristano è bianca o beige maculata di macchie

L’Arlecchino di Tristano Martinelli è è ora costruito “e la sua ascesa al trono di re ‘dei diavoli, dei pazzi o degli spettri che dir si voglia’ è garantita (8).

Trattato Buffonesco dell’Arlecchino Tristano Martinelli, stampato a Parigi nel 1601 (Compositions de Rhetorique)

L’evoluzione di Arlecchino

La maschera subirà nel tempo un graduale adattamento alla recitazione e ai costumi della tradizione francese, andando via via arricchendosi, nelle diverse esperienze di viaggio, di nuove sfumature, E ciò a seconda delle diverse qualità degli interpreti che più gli han dato voce, corpo, sentimento e a seconda del gusto del pubblico che di applauso in applauso ne ha forgiato l’archetipo popolare.

Dopo Martinelli e dal 1661, Domenico Biancolelli, un italiano naturalizzato francese, ingentilisce il personaggio cambiandogli completamente carattere. L’antico vestito dalle mille toppe viene sostituito da un costume che ricorda le squame di un serpente e che verso il Settecento acquisterà una sempre maggior definizione, permettendo anche una più ampia libertà di movimento. Ma dovremo arrivare a Goldoni per vedere le vere losanghe del costume di Arlecchino (9), che hanno trasformato in ricamo l’antico rattoppo.

Il personaggio di Martinelli è un Arlecchino primordiale, destinato ad evolversi e a spaccarsi nella duplice identità franco-spagnola e in quella, diametralmente opposta, veneziana.

Perchè se nelle raffinate corti di Francia e di Spagna Arlecchino diventa più aggraziato nei modi e nell’aspetto, diventando simbolo di simpatia, scaltrezza e gioiosità, a contatto con la nobiltà veneziana andrà a incarnare l’indole dei Brembani di allora.

“Arlecchino pensoso”, 1901, Pablo Picasso. Arlecchino resta la più popolare e durevole delle maschere, ispiratrice, dopo la grande fioritura della Commedia dell’Arte, di scrittori come Goldoni (Arlecchino servitore di due padroni…) e Marivaux; di romanzieri e poeti romantici come Baudelaire, Flaubert, e Georges Sand; pittori come Watteau, Daumier, Manet, Degas, De Nittis, Cézanne, Seurat, Ensor e dopo di loro Picasso e Severini; ispirando intellettuali ed artisti di teatro, di strada, circensi, insieme al mondo della musica e del balletto. 

Arlecchino in laguna

In laguna Arlecchino acquisisce la semplicità, la rozzezza e la furberia animalesca del mondo contadino bergamasco, di cui porta anche la naturalezza.

Nelle due stampe che celebrano la Rivoluzione bergamasca del 1797, evento innescato dalla presenza delle truppe napoleoniche, la maschera di Arlecchino compare in Piazza Vecchia contrapposta a quella di Pantalone, rappresentando lo scontro tra la tirannide e la libertà, tra l’Antico Regime e la rivoluzione: “L’è pur vegnuda l’ora: va via Galioto!”: Arlecchino, nonostante parli ormai il dialetto veneziano è ancora protagonista della scena bergamasca. Arlecchino si improvvisa venditore ambulante di tutto il vecchiume veneziano. “Ordini e straordini”, ossia medaglie e insegne, cariche e decorazioni sotto l’insegna di San Marco che non avevano ormai più nessun valore. Arlecchino ne organizza la vendita davanti al vecchio Pantalone che stenta a credere a quanto avviene, tanto d’essere costretto a ricorrere agli occhiali per metterne a fuoco l’incredibile scena

Le sue peripezie teatrali, mimiche ed acrobatiche hanno il sentore di quella fame e di quelle privazioni dei suoi conterranei Brembani, che nel Cinquecento lasciavano le valli bergamasche per trovare di che sfamarsi a Venezia, dove svolgevano lavori umili e faticosi e dove venivano scherniti per i modi grossolani e il linguaggio “ridicoloso” e incomprensibile (sarà poi Goldoni, a metà Settecento, ad esaltare l’utilizzo del dialetto e fissare i caratteri delle maschere principali, inducendo Arlecchino e Brighella ad adottare definitivamente la lingua ufficiale della capitale della Repubblica: il dialetto veneziano).

Ancora più esplicita la seconda stampa. Siamo in Piazza Vecchia ed è il 12 marzo del 1797, giorno che segna la fine del dominio di Venezia a Bergamo. Arlecchino, simboleggiando il popolo bergamasco che scaccia Venezia, prende a calci il vecchio Pantalone, che si allontana piegato in due

Nella Commedia dell’Arte egli impersona dunque il montanaro orobico giunto a Venezia coi facchini in cerca di lavoro: dimentica il suo dialetto e assume quello lagunare per farsi accettare dai suoi padroni, servendoli e campando la vita (“galantuomo bergamasco” egli si proclama in una nota commedia goldoniana).

E al di là dell’origine fiammingo-piccarda del suo nome, “rimane bergamasco nelle sue origini di zanni della vallata, accoppiato a Brighella, cittadino e smaliziato. Lo attesta tutta la tradizione”, compresa quella dello zanni Alberto Ganassa… (10).

Quella di Arlecchino diventa così una maschera naturalizzata bergamasca, a dispetto del retroterra demoniaco del suo nome e della metamorfosi europea della maschera.

Bergamo Alta, Carnevale 1974

 

Bergamo Alta, Carnevale con i costumi del fabbro Scuri

 

Bergamo Alta, Carnevale con i costumi del fabbro Scuri

E malgrado ogni passata controversia (11) Bergamo festeggia ancora il Carnevale rievocando e rivivendo le peripezie del “suo” Arlecchino: quel misto di balordaggine e arguzia del contado bergamasco, sposato alla colorita parlata della città lagunare: un veneziano, in fin dei conti, molto  “internazionale”.

Via Borgo Palazzo e la-Gioielleria Rosaspina in uno scatto del 1959

 

Note

(1) La nascita della Commedia dell’Arte, coincidente con quella dell’attore professionista, è “stabilita convenzionalmente dalla data di stipula del primo contratto di costituzione di una compagnia di comici. A Padova il 25 febbraio 1545 Ser Maphio, detto Zanini da Padova, e alcuni suo compagni si riuniscono in “fraternal” sodalizio sino alla Quaresima dell’anno successivo, concordando un regolamento per dividere spese e guadagni della loro attività spettacolare” (A cura di Rosanna Brusegan, Premessa di Dario Fo, in “La scienza del teatro – Omaggio a Dario Fo e Franca Rame” – Atti della Giornata di Studi (Università di Verona, 16 maggio 2011). Bulzoni Editore, 2013).

(2) Laura Diafani, L’Arlecchino del Grand siècle, in: Caffè Michelangiolo – Rivista di discussione. Fondatore e direttore Mario Graziano Parri, Pagliai Polistampa. Quadrimestrale – Anno XI – n. 1 – Gennaio-Aprile 2006. Accademia degli Incamminati. Modigliana.

(3)  Rosanna Brusegan, Ibidem. 

(4) In una commedia, composta ad Arras nel 1276, Le Jeu de la Feuillée di Adam de a Halle, irrompe sulla scena per la prima volta la caccia infernale di Hellequin, “il cavaliere franco della caccia selvaggia, condannato con il suo lugubre seguito di armigeri spettrali ad inseguire eternamente la selvaggina senza mai raggiungerla” U. Zanetti, cit.).

(5) Umberto Zanetti – per il Museo della Valle di Zogno. Il mito dell’uomo selvatico nella montagna bergamasca.

(6) Laura Diafani, Ibidem.

(7) Umberto Zanetti, Ibidem.

(8) Laura Diafani, Ibidem.

(9) Rosanna Brusegan, Ibidem. 

(10) Umberto Zanetti,  Bergamo d’una volta. Ed. Il Conventino, Bergamo, 1983.

(11) Nel 1904 I Bergamaschi insorsero con tanto di petizioni e manifestazioni di piazza contro le tesi di uno studioso tedesco, Otto Driesen, che voleva Arlecchino originario del Nord Europa e vi fu anche un recente tentaativo, peraltro non riuscito, di “mantovanizzare” la maschera: una maschera della quale Goldoni, ne “Il teatro comico” precisava: “le Brighella et Arlequin ont toujours été Bergamasques”.

Riferimenti essenziali

L’Arlecchino del Grand siècle, di Laura Diafani, in: Caffè Michelangiolo – Rivista di discussione. Fondatore e direttore Mario Graziano Parri, Pagliai Polistampa. Quadrimestrale – Anno XI – n. 1 – Gennaio-Aprile 2006. Accademia degli Incamminati. Modigliana.

A cura di Rosanna Brusegan, Premessa di Dario Fo, in “La scienza del teatro – Omaggio a Dario Fo e Franca Rame” – Atti della Giornata di Studi (Università di Verona, 16 maggio 2011). Bulzoni Editore, 2013.

Lingua e dialetto come espressione dell’altro nella commedia del Cinquecento, Manuela Caniato, K.U.Leuven.

Umberto Zanetti – per il Museo della Valle di Zogno. Il mito dell’uomo selvatico
nella montagna bergamasca.

Eliseo Locatelli, Arlecchino che parla bergamasco. Ed. Corponove, 2016.

La memorabile nevicata del 1932 e la gara di sci da San Vigilio alla Fara

Sembrerebbe fantastoria, ma negli inverni nevosi degli anni Trenta i colli vedevano frotte di sciatori caracollare lungo i pendii innevati.

Il colle di San Sebastiano innevato, nel 1916

I campioni di belle speranze si cimentavano spesso e volentieri sul pendio  sottostante Sant’Agostino in direzione Valtesse, sulla leggera discesa di casa nostra.

Sciatori sotto lo spalto di S. Agostino nel 1931

Erano semplici amatori di uno sport molto in voga dalle nostre parti, allora come oggi.

Sciatori sotto le mura 1931

C’è chi ricorda che ci si poteva spingere quasi fino alla Sace, ed anche la Boccola in quei periodi si trasformava in  una pista da sci. Una cosa davvero difficile da immaginare, oggi.

Sulle Mura, 1917

Poco più su, il campo di pallavolo del parco di Sant’Agostino, già dal 1906  era stato trasformato in una gioiosa pista da pattinaggio per il divertimento dei signori pattinatori e di graziose pattinatrici, disinvolte nelle eleganti acconciature invernali. Era offerta ogni comodità compreso il servizio per il caffè; ed anche di sera, grazie alla luce elettrica era possibile scivolare sulla lucida platea al suono di un’orchestra.

Slitta in Colle aperto, nel 1900

Anche se i più temerari, si sa, non rinunciavamo mai alla grandissima pista naturale del lago d’Endine.

Il lago d’Endine ghiacciato

 

Piccoli pattinatori al lago d’Endine ghiacciato

In quell’inverno del 1932, però, la neve non s’era ancora vista.

A metà febbraio c’era già nell’aria il profumo delle viole. Ma verso l’imbrunire di quell’ultimo giorno di carnevale, il cielo si era fatto grigio, gonfio e basso, così basso che il parafulmine del Campanone e le guglie di Santa Maria sembravano volerlo bucare.

Cominciò così il candido sfarfallio di una miriade di petali bianchi, che in breve imbiancarono l’intera città.

La venditrice di viole con il suo gran canestro, seduta sui gradini di San Bartolomeo, parve di colpo un anacronismo: ora, nessuno pensava più alle timide viole di campo.

E nei campi tutto spariva a poco a poco, e tutto era reso uniforme e indistinguibile dalla fitta nevicata che da due giorni scendeva senza sosta.

In quell’inconsueto anticipo di primavera, tutti tornarono al caminetto acceso, un po’ come ai bei tempi, tornando in un sol colpo a soprascarpe, ombrelli, maglie di lana e raffreddori: si era piombati in pieno inverno, un inverno siberiano da vigilia natalizia.

Convenivano i vecchi proverbi “Nedal al Xech, Pasqua al foch”, e molto saggiamente non si erano sbagliati perchè il Natale era stato tiepido e festoso: un lieve tepore aveva baciato i colli da San Vigilio alla Bastia, soffusi di luce armoniosa e nei grandi vasi di legno sulla terrazza della “Montanina”, i germogli degli oleandri avevan fatto capolino.

San Martino della Pigrizia

Fra dicembre e gennaio non c’era stato un quadratino di neve nemmeno fra i mille o i duemila metri, e a metà febbraio ancora non se n’era vista nemmeno in montagna, dove la dama bianca non era mai mancata.

Ma che razza di gennaio era quello, senza freddo, senza pioggia, senza nebbie, senza gelo, senza neve? Ad Ardesio, paese dove i centenari non erano una rarità, lo Zenerù non si era salutato; non si era potuta rinnovare una tradizione vecchia di cent’anni, celebrata da padre in figlio, che cadeva il mese di gennaio. Del resto, che motivo c’era di festeggiare l’inverno che non c’era?

Già alla fine di gennaio coloro che speravano di scorrazzare per i colli con gli sci erano furibondi; la neve tanto invocata non arrivava, tant’è che Bergamo minacciava di diventare una stazione climatica della Riviera; e l’illusione del mare qualche volta la si poteva avere guardando da Città Alta il piano sommerso dalla nebbia.

In città, quelle cinquantamila lire messe da parte dal’amministrazione per la spalatura, erano state ormai destinate alla beneficenza.

E invece….

Scendeva larga e frettolosa, precipitando giù senza posa né misura: cinquanta centimentri in città, settantacinque in Val Seriana, in Valle Imagna e in Valcava. Un metro in Val di Scalve, Val Bondione e alta Valle Brembana.

La Cornagera nel 1906

Le linee telefoniche erano interrotte, c’erano cavi elettrici abbattuti e frequenti cadute in strada, gambe e braccia rotte.

Comunque, tranne i treni che talvolta arrivavano a destinazione “con ritardi persino di un’ora”, la città non lamentava gravi danni, il traffico tranviario e automobilistico continuava a funzionare con una certa regolarità, grazie al regolare e continuo sgombero delle vie cittadine e delle provinciali.

Sulle Mura dopo la nevicata. A metà febbraio, la neve era scesa per tre giornate, mattina e sera, notte e giorno

Da giorni erano più di quattrocento le persone impegnate a spalare la neve e cinquanta carri erano impegnati per le strade, con una spesa che cominciava a gravare sulle casse comunali: le cinquantamila lire sfumarono in cinque giorni.

Intanto la neve continuava a scendere: larga, fitta, senza soste. Una nevicata come a memoria d’uomo non se ne ricordava e per la quale erano stati interpellati anche gli ultracentenari: “Ricordate voi una neve così abbondante?”.

Neve lungo il Viale delle Mura

La città se ne stava infagottata in casa ad ammirare da dietro i vetri come tutto si copriva di bianco.

I fotografi partivano, scatola a tracolla, a caccia di visioni, di panorami, di particolari, di controluce, di istantanee da catturare, prima che la neve, scomparendo, non lasciasse più neanche un segno del suo tocco fatato.

Uno sguardo d’insieme all’alta città dalla salita di San Vigilio, non era forse una scoperta?

Alla chiesetta di San Vigilio

Il candore dei tetti, rotto dalla ragnatela sottile e nera delle viuzze, dava un rilievo aereo e leggero alle torri, ai campanili, alle altane: pareva lo scenario per una rappresentazione cinematografica di un’amorosa storia d’altri tempi.

Improvvisamente, si videro le sartine e le dattilografe trotterellare sotto i portici, con gambali cosacchi, tondi berretti di pelo e guantoni alla moschettiera acquistati da Mazzoleni e Richelmi

La Rocca intravista da Castagneta, dai grigi fianchi profilati di bianco, ricordava qualche fosco teatro di un dramma d’appendice. Torquato Tasso, sotto la gronda di Palazzo Vecchio, sembrava malinconicamente rimpannucciarsi come in un manto.

Giù nel borgo, Donizetti, sul marmoreo divano, innanzi al laghetto gelato, Garibaldi, Vittorio Emanuele, Cucchi, Cavour e Nullo, battevano i denti e non ne potevan più. Là in fondo, Mascheroni, spalle al muro fra una banca e un ristorante, ringraziava Ettore Capuani per averlo voluto lì, discretamente riparato, e guardava con compassione lì”Italia” di Faino, che con cimiero in testa, il petto corazzato e la vittoria in mano, sporgeva dalla sua nicchia nella Torre.

I viali ed i giardini infiocchettati. Viale Vittorio Emanuele era trasformato in una galleria di ovatta;

Viale Vittorio Emanuele

I giardinetti di Porta Nuova e del Donizetti parevano perdere le loro modeste proporzioni per trasfigurarsi in grandi parchi.

Il monumento a Donizetti e il laghetto dei cigni

Lo spettacolo, più unico che raro, delle fontane di Piazza Dante, Piazza Vecchia, Piazzetta S. Pancrazio e dei giardinetti di Porta Nuova, tramutate in maestosi fiori di ghiaccio e di neve, in cascate di ghiaccio fermate sulle coppe, sui gigli, sugli orli delle vasche, sui cavalli o sui serpenti marini; fulgenti e trasparenti monumenti di alabastro, blocchi levigati, gibbosi, frangiati di cristallo a migliaia di sfaccettature che, sotto il sole, sprizzavano barbagli di luce da accecare.

Il “Piantù”, il grande ippocastano del Boschetto di Santa Marta

Nella Bergamo siberiana, da giorni la neve continuava a cadere a larghe falde, tutto livellando, tutto trasformando come in un vero e proprio paese nordico.

In slitta sulle mura sotto il Seminario

E fu così che i membri del CAI ebbero la geniale, sorprendente idea di organizzare una gara di sci in città, sfruttando le eccezionali nevicate del momento.

Dopo una serie di telefonate arrivò l’autorizzazione. Ed ecco il percorso prescelto: dalla Vetta di San Vigilio alla Porta di Sant’Agostino. Non si trattava di un percorso da principianti, perchè scendere in sci dalla Vetta alla Montanina, aggirarsi per i tornanti sopra Castagneta, precipitare in Colle Aperto e trasvolare il Vagine, non era da tutti.

Venne dato l’ordine di non sgomberare più la neve dal percorso di gara, lungo il quale sarebbe stata spalata ed ammucchiata ai lati delle strade.

Avvenimento eccezionale, che faceva parlare le cronache dei grandi giornali e faceva strillare non pochi cui non pareva giusto veder imbottire di neve il passaggio degli sciatori, mentre altrove si risparmiava la spalatura.

“Insomma” – diceva il giornale – nell’occasione Bergamo non vuole essere da meno di Lake Placid, dove per le Olimpiadi è stata ‘asfaltata’ di neve una strada lunga venticinque chilometri”.

E così, porta neve su, porta neve giù, ne risultò un percorso stupendo, tanto da sembrare “un paesaggio svizzero”, come disse Mazzoleni, il delegato della FIS.

La “Montanina” era stata trasformata in quartier generale, aperto giorno e notte alle frotte goliardiche, che trovavano di assoluta comodità raggiungere il San Vigilio con la funicolare e ridiscendendo in sci, anche se, fra i cinquantadue partecipanti (per regolamento tutti tesserati della Federazioone italiana dello sci), non mancò chi preferì incamminarsi su per la Vetta con gli sci in spalla.

La tassa di iscrizione alla gara aveva il costo di cinque lire.

L’interno del ristorante “La Montanina”, a San Vigilio. Dal vasto banco della cucina, l’ampio e rubicondo Beppino Zanga era fra i vertici dell’organizzazione

Il candore era intervallato soltanto dalle bandierine rosse infisse nella neve per meglio segnalare il tracciato agli sciatori. “Un percorso scelto con l’intento di disturbare il meno possibile i cittadini e di essere ideale per la gara”, diceva un articolo.

Giunto l’11 febbraio, giorno prestabilito per la gara, a Bergamo aveva nevicato ancora e si erano raggiunti i 10 gradi sottozero. Tutto era pronto. Al suolo c’erano quaranta centimentri di neve e mentre alla Fara un piccolo esercito di sciatori si divertiva su e giù per la breve discesa, la sezione del CAI di Bergamo dette il via alla prima, storica gara di sci cittadina.

La “Voce di Bergamo” scrisse che “per un giorno Bergamo ha rivaleggiato con Davos, Cortina d’Ampezzo e St. Moritz”.

Prima del via, il pubblico si era raccolto nei punti migliori e più sicuri, in qualche tratto però invadendo anche troppo la pista.

Tutti i cronometristi erano ai loro posti. Il personale di controllo aveva già percorso più volte la pista. Tutto appariva regolare se non con qualche neo, non dovuto comunque agli organizzatori.

La neve era ideale.

A dare il via c’era l’onorevole Antonio Locatelli.

Nei pressi della Montanina

I concorrenti si presentavano con un grande numero sul petto.

Due concorrenti

 

La discesa più pericolosa della gara

Poi tutti giù a distanza di un minuto l’uno dall’altro sfrecciando da via Vetta lungo la panoramica, da via Scalvini a via Cavagnis, da via Sotto le Mura di S. Alessandro a via Beltrami, da Colle Aperto alla Boccola e lungo la Fara a rotta di collo.

Colle Aperto

Al traguardo arrivarono chi agile ed elegante, chi tardo e pesante, chi sciando, chi camminando nella neve. Nonostante qualche caduta, alla Porta di Sant’Agostino arrivano tutti.

Scorcio della ripida discesa della Boccola da via Vàgine (Alfonso Modonesi)

Il vincitore?

Franco Testa in dieci minuti e quarantun secondi; poi Enzo Frigerio a ventitrè secondi; terzo Franco Mai a venticinque secondi; quarto Aldo Bondioli a trentadue secondi; quinto Giulio Pio a trentatrè secondi; sesto Vincenzo Pessina a quarantatrè secondi; settimo Bruno Nicolosi a quarantacinque secondo; ottavo Alberto Botti a cinquantadue secondi; nono Giuseppe Agazzi a cinquantanove secondi. Via via tutti gli altri in tempo massimo (stabilito in un quarto d’ora).

Il traguardo alla Fara

Tempi esagerati? Nient’affatto, se si tiene conto di cosa poteva significare   scendere dai numerosi e ripidi tornanti della “panoramica” con gli sci di allora!

Intanto, atri sciatori sciamavano, in maglia e berretto, da tutte le strade dei Colli.

Sciatori sotto le mura di S. Agostino, nel 1932. Chi arriverà primo alla Morla? (Raccolta D. Lucchetti)

I molli declivi di Valverde, dominata dal suo Castello, erano diventati campi d’assaggio per i neofiti degli sports invernali.

Sciatori sotto lo spalto di Sant’Agostino

In maglia e berretto,  senza pretese di eleganza e senza sfoggi di costumi si era data convegno la folla più varia e più gaia.

Le slitte, a volte formate da due sole assicelle, volavano per le vie; una latta da petrolio eccola trasformata in veloce scivolo, un badile, un pacco di libri, una cartella da scrittoio, tutto ciò che era piano e liscio poteva benissimo tenere il posto del seggiolino da neve.

Slitta sotto gli spalti delle Mura veneziane

Capitomboli, salti, rovesciamenti, ammaccature, strappi? Non ebbe importanza, l’anima esultava perchè in cuor suo sapeva che quello era davvero un giorno memorabile.

Riferimenti

Umberto Ronchi, Bergamo in bianco. In La Rivista di Bergamo

Il Novecento a Bergamo – Cronache di un secolo”. Di Pilade Frattini e Renato Ravanelli. A cura di Ornella Bramani – Vol. II. UTET. Anno 2013.

Lo storico Caffè Balzer sul Sentierone, specchio di un’epoca

Il nome “Balzer” suona come una piccola melodia che riecheggia nell’aria evocando profumi e sensazioni palpitanti di vita, e vien voglia di pronunciarlo lasciandosi trasportare dalla scia di storie non poi così lontane.

Quando nel 1936 i Balzer, mercenari originari del Leichtenstein, aprirono i battenti del famoso “Caffè”, potevano già vantare un passato di tutto rispetto avendo già aperto dal lontano 1850 la loro prima pasticceria a Palazzolo sull’Oglio, cui ne era seguita una seconda a Treviglio.

Quando i Balzer nel 1936 aprirono il Caffè sul Sentierone, il Nazionale vi esisteva già dall’Ottocento in un edificio della vecchia Fiera, dove aveva simboleggiato a lungo, grazie all’intraprendenza dell’impresario teatrale milanese Pilade Frattini (che ebbe in gestione anche il Teatro Nuovo e il Casinò di S. Pellegrino), la “Belle Époque” in salsa nostrana. Era anche il ritrovo della vita artistica ed intellettuale di Bergamo

I Balzer erano approdati nel cuore di Bergamo bassa rilevando quei locali sotto i portici del Sentierone un tempo occupati dalla pasticceria di Ubaldo Isacchi, già stanziata in loco dai primi del Novecento, in un negozio dell’antica Fiera.

L’ingresso dell’autostrada Milano-Bergamo nel 1928, poco dopo l’inaugurazione, con a destra il cartello pubblicitario della Pasticceria Isacchi e, a sinistra, quello del Moderno, albergo “di prim’ordine” (proprietà Museo delle Storie di Bergamo)

Giunta in città, la storica denominazione si riconfermò da subito come uno fra i marchi più prestigiosi, dando avvio ad un’epoca splendente che vide il suo apogeo negli anni Cinquanta e Sessanta, quando Modugno cantava “Nel blu dipinto di blu”.

Lungo il Sentierone nel 1939

 

La storica pasticceria, dal 1936 tra gli eleganti portici affacciati sul Sentierone, di fronte al Teatro Donizetti, domina il viale pedonale aperto nel 1762 come passeggiata per eccellenza dei bergamaschi

Se fino a metà Novecento il Balzer aveva conteso al Nazionale il primato di “Caffè d’eccellenza” del Sentierone, la gestione unificata dei due locali sotto il nome di Sandro Balzer aveva incrementato l’assidua frequentazione dei caffè più eleganti del “corso”, permettendo ai bergamaschi di rivivere l’eco della romana via Veneto.

 

Il Nazionale intorno alla metà degli anni Cinquanta, dopo che Sandro Balzer ne assunse la gestione. Si notino le tipiche tende Balzer lungo tutte le arcate dei portici, sormontati dall’insegna del “Nazionale” (immagine del Fondo Cittadini esposta alla mostra “La città visibile”, organizzata nel 2008 all’allora Museo storico di Bergamo)

 

Capannelli sul Sentierone nel  novembre 1963 (Foto Giovanni Gelmini)

 

Capannelli sul Sentierone nel novembre 1963 (Foto Giovanni Gelmini)

Fu proprio allora che, con Sandro Balzer, venne “rispolverata” la produzione della celebre “Polenta e Osèi”– rivisitazione dolce del tradizionale secondo piatto locale – che da tempo forma un binomio indissolubile con la città, tanto da essere uno dei pochi souvenir esportati in tutto il mondo.

La “Polenta e Osèi”, il dolce tipico di Bergamo, fu creata nel 1907 da Alessio Amadeo nella sua pasticceria di viale Roma, la “Milanese”. Egli la riprodusse in vari formati, ottenendo da subito un grande successo. Venne poi riproposta da altre pasticcerie della città (proprietà Balzer)

 

Gioppino e la “Polenta e Osèi” di Balzer (Archivio Balzer)

 

Brevetto di Balzer della “Polenta e Osèi” (Archivio Balzer)

 

Brevetto di Balzer della “Polenta e Osèi” (Archivio Balzer)

Negli anni precedenti, dai laboratori del Balzer si sfornavano panettoni annoverati tra i più celebrati marchi meneghini, grazie alla capacità di coniugare la fedeltà verso le antiche ricette ai gusti moderni e all’innovazione.

Anni Sessanta: l’ultima sfornata dei panettoni di Natale, prodotti con ingredienti di prim’ordine e capaci di concorrere con le rinomate fornerie meneghine (Archivio Balzer)

 

Il laboratorio Balzer. Giancarlo Balzer ricorda la produzione della pasticceria quando era piccolo e faceva capolino in laboratorio: “Prima i bignè erano uno diverso dall’altro e grandi, le torte molto lavorate e confezionate con meticolosità da mia nonna nel laboratorio” (Archivio Balzer)

 

Il vigile in pedana in piazza Vittorio Veneto (anni Sessanta)

Durante il periodo natalizio gli automobilisti li acquistavano per depositarli all’angolo del Sentierone, di fronte alla Vedovella, come gentile omaggio per i Vigili Urbani.

1967: il punto di raccolta dove a Natale gli automobilisti depositavano il panettone in omaggio ai vigili urbani

 

1967: il punto di raccolta dove a Natale gli automobilisti depositavano il panettone in omaggio ai vigili urbani

 

1967: il punto di raccolta dove a Natale gli automobilisti depositavano il panettone in omaggio ai vigili urbani

 

Piazza Vittorio Veneto e la torre dei Caduti negli anni Cinquanta (Archivio fotografico Sestini – Fondo Cittadini)

 

Bergamo Alta da piazza Matteotti, illuminata in occasione delle festività natalizie

E così fu anche per la “Torta Donizetti”, prodotta da Angelo Balzer nel 1948 in occasione del centenario della morte del noto compositore bergamasco; dolce di cui ancor oggi si conservano i brevetti originali: una torta margherita a forma di ciambella con pezzetti di ananas canditi.

Di nuovo le tende di Balzer nei locali precedentemente occupati dal Nazionale; tuttavia  l’insegna “Nazionale” è scomparsa (da una cartolina d’epoca)

Il suo successo non fu però immediato ed anzi, dopo la chiusura di alcune pasticcerie – in particolare Viola, Amadeo e Calzavara – la torta del Donizetti aveva addirittura rischiato l’”estinzione”: esplose nel 1997, quando la Camera di Commercio invitò il Gruppo pasticcieri dell’Associazione artigiani a rilanciare la torta e a definirne la ricetta, ora arricchita rispetto alla prima versione, con l’aggiunta di albicocche candite per garantire quel tocco in più di freschezza in una torta già di per sé ricca di burro, uova, zucchero e con un intenso aroma di vaniglia.

La nuova ricetta della Torta Donizetti, del 1997, è stata omologata ed inserita in “Bergamo Città dei Mille sapori”, il marchio della Camera di Commercio che garantisce la genuinità dei prodotti bergamaschi (proprietà Balzer)

Una felice intuizione, all’epoca assolutamente innovativa, fu quella di dotarsi di quei simpatici veicoli bicolori che ogni mattina distribuivano in tutta la provincia i prodotti appena sfornati e che ancor’oggi rappresentano l’immagine di Balzer riconosciuta in tutto il mondo.

I furgoni di Balzer negli anni Sessanta (Archivio Balzer)

 

Anni `50 del XX secolo. Bergamo  (proprietà Museo delle Storie di Bergamo)

 

LA DOLCE VITA

L’interno di Balzer in un’immagine d’epoca (Archivio Balzer)

Negli anni “ruggenti” – quelli del Tullio, del Sandro, del Nino e del Pasta -, Balzer era il locale di punta della Bergamo chic e salottiera, quando nell’attiguo Teatro Donizetti impazzavano spettacoli di prim’ordine e l’aperitivo così come il dopo-teatro, erano un rito irrinunciabile.

In quegli anni il Donizetti sciorinava il fior fiore delle esibizioni: Lucia di Lammermoor, Don Pasquale, un concerto dell’orchestra d’Archi dell’Angelicum di Milano, i balletti del Festival internazionale di Nervi: Corrida, Cigno nero, Don Chisciotte, Giselle..

 

Un ricordo del Sig. Salvatore, al lavoro presso il Caffè Pasticceria Balzer (per gent.ma concessione della figlia, Renata Pellegrini)

Vi gravitavano i grandi nomi dello spettacolo e della cultura, nazionale ed internazionale: dalla divina Maria Callas al maestro Gianandrea Gavazzeni, da Mastroianni a Gassman, dal sovrintendente Bindo Missiroli alle ballerine classiche come Ivette Chauvrié (étoile e poi direttore dell’Opéra di Parigi), Lina Dayde e Rosella Hithower fino ai cantanti come Renata Scotto, Paolo Washington, Antonio Zerbini, e moltissimi altri.

Nelle soste prolungate ai tavolini all’aperto si dava appuntamento la crème della Bergamo bene composta da habitué: avvocati come Pezzotta, Riva, Graff, Tadini; politici, notai e banchieri, dottori, calciatori, industriali, giornalisti, intellettuali e nobiltà locale.

Uno stand della libreria fondata da Arnoldi sul Sentierone negli anni Trenta. La libreria si trovava in piazza Santo Spirito (proprietà Libreria Arnoldi)

Bisogna ricorrere all’onnipresente “Novecento a Bergamo” per ricordare alcuni fra i nomi degli habitué del Balzer.

L’insegna del Cinema “Centrale” sotto i portici

Fra gli intellettuali spiccava fra tutti il poeta Alberico Sala, insieme ad Emilio Zenoni col già citato Bindo Missiroli e il suo Teatro delle Novità

Gli edifici del nuovo centro progettato da Marcello Piacentini. Fra gli habitué del Balzer v’era anche anche il noto odontoiatra Mike Avetta, il cui cognome campeggiava a caratteri cubitali proprio sopra i portici del Sentierone

Negli anni Sessanta, fra gli habitué locali v’erano Moltrasio, Gilardoni, Nino Zucchelli, Vavassori tutore di Daniele Pesenti, l’altera signora Mina Pesenti, Martino Marzoli, descritto a rincorrere la splendida soubrette Elena Giusti, Aldo Rigamonti..

E ancora Frattini e Siebaneck, “Xella con la sua rombante moto, Marcello Personeni con il suo fascino di gran conquistatore, il giovane giornalista emergente Ravanelli, Renato Cortesi, l’Annalisa Cima di San Giovanni Bianco, sorella cerebrale di quel mattocchio di Francesco. Tutti seduti al Balzer a ciacolare spensieratamente”.

Notturno, 1953

Fra i “principi” del Foro: Pezzotta, Riva, Graff e Guido Tadini con la bellissima Maria: la coppia più in vista della Bergamo più snob.

Porta Nuova, 1947

Fra la Bergamo nobile: il conte Marino Colleoni, la baronessa Ninì Scotti con la madre Maria, Gian Maria Suardo, Carlo Bonomi e il caratteristico Stanislao Medolago.

Inoltre, il conte Alberto Mapelli, “sfegatato di auto e di belle donne”, Giancarlo Turani, Dedi Testa, i fratelli Radici, Giampiero Pesenti, Pierino Terzi, “il più grande barzellettiere di quel tempo, scapolo impenitente crollato sul filo di lana..”.

Trofeo Balzer Ciclismo. Anni ’50/’60

Ma vi bazzicavano anche personaggi bizzarri, “amanti e nuovi artisti, sfaccendati e biscazzieri, sensali e finanzieri. Bella gente e anche no, però sempre con un certo stile”.

A spasso per i portici del Sentierone, intorno agli anni Trenta

Un locale popolare e aristocratico, culturale e mondano, serio e pettegolo, tradizionale e moderno, dove passarono la cronaca e la storia.

Notturna, 1950

Gli argomenti spaziavano dalla politica allo sport, dalla cronaca locale agli scandali nazionali, dall’arte alla cultura e, naturalmente, le belle donne.

Il sentierone in veste domenicale (Foto Giovanni Gelmini)

 

Piazza Dante era all’epoca un tripudio di bolidi: c’era l’argentea Mercedes di Ferretti, l’Aurelia e la moto Rumi degli affascinanti fratelli Reggiani.

Motociclisti in piazza Matteotti,  anni ’50. Nell’immagine è ritratto uno dei due figli della famiglia Reggiani, entrambi scomparsi giovanissimi (Foto Gentili)

C’era Sergio Nessi con la Topolino Mille Miglia, Cesare Gambirasi con la Mg e Antonio Cembran con una sorta di ‘portaerei’ americana.

 

E non poteva mancare, nel ricordo di Antonio Cembran, un certo Rififì con tanto di Rolls Royce nera e autista in gambali (1).

Per il suo essere intimamente legato alla vita e agli umori cittadini, il Balzer era perciò era divenuto una costante dei principali reportage giornalistici locali, alla stregua della “dolce vita” di romana memoria.

 

DAGLI ANNI DELLA CRISI ALLA RINASCITA

La famiglia Balzer condusse la gestione del locale fino al 1986. A distanza di dieci anni e cioè dal luglio del 1996, il salotto buono e caffè storico d’Italia venne chiuso per una crisi causata da costi elevati.

Fine anni `50 – inizio anni `60. Bergamo, Sentierone (proprietà Museo delle Storie di Bergamo)

Si ebbe la sensazione che la sua chiusura coincidesse con la fine di una certa Bergamo. Che si trattasse di un cambio epocale e che il mondo che l’aveva caratterizzato fino a quel momento stesse scomparendo, insieme a quella spensieratezza che si era respirata molto a lungo.

Tanto che quando l’anno successivo il locale riaprì i battenti, in molti si chiesero se ciò potesse bastare per ritrovare quell’atmosfera vagamente mitteleuropea che ne aveva fatto un luogo magico e irripetibile.

Un luogo che aveva racchiuso in un angolo di città, tra migliaia di tazzine di caffè ed aperitivi, il pensiero, l’estro, la gioia di vivere, la voglia di esserci e raccontarsi.

Bene o male, si era chiusa un’epoca.

Dopo il lungo periodo contrassegnato dalla gestione della famiglia Balzer, si sono susseguiti a ritmo sempre più serrato ben sei passaggi di mano: un continuo avvicendamento culminato nel 2014 nell’estromissione dalla guida dei Locali storici d’Italia, dove il locale era regolarmente inserito fin dagli anni Novanta del secolo scorso insieme al Caffè del Tasso di Piazza Vecchia e al Caffè Falconi di via Camozzi (2).

Una crisi imputabile in parte anche al fenomeno dello “svuotamento” del centro, che sempre più occupato da banche ed uffici aveva portato la comunità cittadina a cercare altrove i suoi luoghi di incontro.

Mamme e bambini in Piazza Dante negli anni Cinquanta

Oggi, lasciatasi alle spalle le passate traversie, la storica insegna è oggetto di un progetto di rilancio che sembra andare di pari passo con la voglia di recuperare a nuova vita e a nuova energia il centro cittadino.

La rinascita del locale-simbolo della città è stata affidata all’estro e all’esperienza dello chef Vittorio Fusari, intenzionato a ricostruire il prestigio di un marchio che è strettamente legato al mondo del dolce.

Le medaglie di cioccolato dedicate a Donizetti (proprietà Balzer)

La pasticceria è perciò tornata ad essere protagonista assoluta nel rinnovato Balzer, tornando ad essere tutta prodotta nei grandi laboratori del seminterrato del locale, compresi i lievitati – i dolci storici del Balzer -, che tanta celebrità han dato ad un marchio capace di espandersi ben oltre i confini della provincia.

I celeberrimi panettoni “Balzer” (proprietà Balzer)

Un grande lavoro è quotidianamente orientato a recuperare i piatti e i dolci storici del Balzer, quelli che parlano alla memoria dei bergamaschi, alleggeriti però nelle calorie.

A livello più generale Fusari ha rivalutato il concetto di “osteria”, tornando a concepire il locale come un luogo di aggregazione, non solo attraverso una una proposta molto diversificata ed articolata, tesa a soddisfare le esigenze più svariate, ma anche creando più posti a sedere e rendendo accoglienti diversi angoli che erano stati dimenticati nel tempo, sempre nel rispetto dei dettagli storici.

L’interno (proprietà Balzer)

 

Proprietà Immobiliare della Fiera

Per quanto concerne la cucina (sempre aperta), la creatività si coniuga alla freschezza e alla qualità delle delle materie, con una spiccata predilezione per le biodiversità locali, per i prodotti provenienti da agricoltura biologica, per l’utilizzo più tradizionale delle tecniche di cottura, raffreddamento, fermentazione e trasformazione.

Proprietà Immobiliare della Fiera

“Una cucina che sceglie il rispetto del lento scorrere delle stagioni e che si ancori alla memoria della propria cultura e delle proprie origini”.

E se lo dice Vittorio Fusari, possiamo credergli.

Note

(1) “Il Novecento a Bergamo – Cronache di un secolo”. Di Pilade Frattini e Renato Ravanelli. A cura di Ornella Bramani – Vol. II. UTET. Anno 2013.

(2) Nel 2014 l’attività venne rilevata dal gruppo arabo di Dubai Dnata, uno dei maggiori fornitori al mondo di servizi nel settore aeroportuale, che già dal 2008 deteneva il 50% delle quote insieme alla Servair Air Chef, società francese specializzata nella gestione di bar e nella ristorazione aeroportuale. Il 30 gennaio del 2015 il testimone passò nelle mani dell’esperto imprenditore toscano Giovanni Barghi. Nel febbraio del 2018 la gestione venne ceduta all’imprenditore Patrizio Locatelli, con l’intento di riportare a Bergamo l’eccellenza e la qualità Balzer. Dal marzo 2018 la società capitanata da Patrizio Locatelli ha affidato allo chef Vittorio Fusari il progetto di rilancio della storica insegna del Sentierone.

La Pasticceria Isacchi sul Sentierone, l’antesignana di Balzer

Prima che la famiglia Balzer approdasse sotto i portici del Sentierone, nel cuore di Bergamo bassa, il locale d’eccellenza nel settore della pasticceria era quello di proprietà dei coniugi Isacchi, che dai primi del Novecento  conducevano il rinomato Caffè Pasticceria negli edifici della vecchia Fiera, proprio in affaccio alla passeggiata.

L’ingresso dell’autostrada Milano-Bergamo nel 1928, poco dopo l’inaugurazione. A destra, il cartello pubblicitario della Pasticceria Isacchi; a sinistra quello del Moderno, albergo “di prim’ordine”

Del Caffè Pasticceria Isacchi, di cui non abbiamo immagini, ci è pervenuto un capitoletto in prosa dal gusto un po’ rétro dello scrittore bergamasco Geo Renato Crippa (Bergamo, 1900-1981), che ne ha tratteggiato con sapienti pennellate un minuzioso affresco, rievocandone un ricordo vivo, ricco di sfumature e di sonorità.

Il locale era il primo negozio della lunga fila che ornava la celebre passeggiata  dei Bergamaschi. Primo anche per pulizia, brillantezza, ordine, qualità signorile, moralità e silenzio: un fior fior di locale, un gioiellino oltremodo lindo ed ordinato e di una signorilità discreta.

Il Sentierone con i suoi famosi “caffè”, intorno al 1914: Il Nazionale (Frattini), frequentato dalla gioventù “bene”; il Bramati, frequentato dai pensionati e dagli studenti; il Centrale, frequentato dai “signorotti”; il Gambrinus, frequentato dai commercianti e dai mediatori (Raccolta Lucchetti)

Regnava un silenzio così irreale che le rarissime signore che vi sostavano per un caffè o un bicchierino di rosolio – il thé non era ancora in auge – , sussurravano a bassa voce, attente a non infrangere quella magica atmosfera.

Chi vi entrava avvertiva la sensazione di trovarsi una specie di cofanetto per gioielli. Era come aprire un carrilon e sorprendersi ad osservare il mondo in miniatura di una casa di bambole.

Sulla destra del salone vi era un lungo mobile ricco di cristalli che attirava la curiosità. Alle sue spalle, delle vetrine di mogano sui cui ripiani erano disposti con misurata accortezza splendidi vasi di barocchetto gonfi di caramelle, cioccolati, pralines d’ogni genere, qualche bottiglia dei liquori allora in voga, con l’etichetta perfettamente rivolta verso il “signor cliente”.

Lì accanto, quattro tavolini bianchi dorati in stile impero e in fondo altri tavolini diposti a mo’ di salottino nobiliare.

Nell’aria, un profumo di caffè e di dolci appena sfornati.

“In quanto ai proprietari, il signor Luigi e la cortese consorte, distinti in una loro speciale maniera, gentili al massimo di una condotta classica, sembravano usciti dalle mani abili di uno di quegli specialisti venuti dalla Toscana, da Capodimonte o da Sèvre, per foggiar statuine dipinte”.

Taciturni e laboriosi, capaci e ineccepibili, si muovevano fra una sala e l’altra con passo felpato quasi fossero in un tempio, “chiedendo, come trasognati, i desideri di quanti li interpellavano, usando, nelle risorse, grazie preziose”.

Come quel magico ambiente, sembravano usciti da una fiaba dove tutto tendeva al perfetto. Il silenzio dominava e, se necessario, gli Isacchi “sapevano astrarsi con cautelata magia”.

Anni Venti: la “Pasticceria Conca d’Oro”, all’incrocio tra via Garibaldi e via Nullo

La qualità dei suoi prodotti era perfetta e genuina e mai e poi mai nella sua pasticceria gli stessi dolci riapparivano il giorno dopo. Il vocabolo “stantio” gli era sconosciuto. Quello del signor Luigi, non era né un mestiere né un negozio qualunque: “la sua, precisava, consisteva in una professione di quasi artista”.

Le osservazioni lo ferivano. Di queste ne soffriva fin quasi ad ammalarsi e perciò difendere la bontà dei suoi pasticcini fu sempre, per il signor Luigi, un obbligo e un diritto: biscotti ad “esse”, offelle, cannoncini pieni di zabaglione, panettoni, colombe, “pan di Spagna” e “Polenta ed uccelli”, prodotti in quantità misurata, erano composti da ingredienti di primissima qualità: farina e zucchero a velo, burro speciale e ricercato.

L’interno della “Pasticceria Roma” nel viale omonimo, ora Papa Giovanni XXIII°. Sullo stesso viale esisteva anche la “Pasticceria Milanese”, gestita dal 1907 da Alessio Amadeo e dalla moglie Giuseppina. Alessio fu il creatore, nel 1910, della “polenta e osei”, rifacendosi ad uno dei piatti tradizionali della cucina bergamasca: una cupola di Pan di Spagna inzuppato di liquore all’arancia, ricoperta di pasta di mandorle gialla spolverata di zucchero, e sopra uccelletti di cioccolato o marzapane. Prodotta in vari formati, ottenne un successo tale da essere offerta, come gentile omaggio bergamasco, ai capitani delle squadre avversarie prima dello svolgimento delle partite dell’Atalanta. La consegnava al capitano avversario di turno un nipotino di Alessio, per l’occasione mascherato da Gioppino. Dopo essere stata messa un po’ in disparte, negli anni Cinquanta è stata riscoperta da Balzer

Il tutto, rigorosamente impastato a mano: niente macchine e frullatori meccanici nel suo locale, dove il forno era scaldato unicamente con pezzi – precisi e uguali – di quercia o di faggio.

In quanto alla clientela e ai frequentatori del suo “salotto”, non esistevano rivali. Andavano da lui le migliori famiglie della città e della provincia: “gente elegante, azzimata, molto, molto a modo. Arrivavano, magari, in carrozza, anche da Città Alta, dove vivevano i veri signori”.

In certe ore il “corso” prendeva ad essere frequentato da “professionisti di grido, nobili, industriali ai loro inizi, gente altolocata, perciò gli incontri sollecitavano prestigio.

Sul Sentierone nel 1911

Passar sul Sentierone non era cosa facile, occorreva vestirsi bene, camice pulite, scarpe brillanti.

La “Pasticceria Donizetti” sul Sentierone, nel 1914

D’inverno sfoggiavano le pellicce, i paletots alla “pellegrina”, le signore poi, meglio tacere.

Dame a passeggio sul Sentierone, nel 1910 (Raccolta Lucchetti)

L’estate smagliavano i “panama”, le magiostrine, i tait grigi alla Fieschi, le giacchette di alpagas sui pantaloni a quadretti, ed i gilets bianchi inamidati.

I monumentali cappelli delle dame, zeppi di fiori, uccelli, piume, foglie varie, una meraviglia. Bergamo acquistava il viso di centro movimentato”.

Negli anni Venti, poco dopo la Grande Guerra, gli habitué dell’Isacchi occupavano le serate estive ai tavolini all’aperto: erano la crème della Bergamo borghese e intellettuale, e mentre i letterati e i giornalisti prediligevano il Nazionale, all’Isacchi c’era un singolare miscuglio di musicisti, artisti, poeti e professionisti del Foro, questi ultimi spesso uniti, nella vita come nel lavoro, da vincoli di affettuosa amicizia.

Fra gli avvocati, Ubaldo Riva (poeta per passione, sempre declamava i versi di Verlaine o di Baudelaire), Eugenio Bruni, Camillo Graff (avvocato dell’Atalanta), Giacomo Pezzotta, Zilocchi, Naddeo, Alfonso Vajana, Mazza de’ Piccioli, Ranzanici, Lorenzo Suardi, quest’ultimo grande civilista e presidente della Banca Popolare di Bergamo.
Il musicista Gianandrea Gavazzeni era fra loro, insieme ai pittori – quasi tutti attualisti e avveniristi – come Gino Visentini, Dante Montanari, Contardo Barbieri, Giulio Masseroni, Pietro Servalli. Questi facevano gruppo, nel quale non mancavano Alberto Vitali, Recchi e l’architetto Pino Pizzigoni.

Il Sentierone nel 1920, con i suoi quattro famosi caffè: il Nazionale, il Bramati (dove si fecero le prime proiezioni cinematografiche per Bergamo), il Centrale e il Gambrinus (in quegli anni frequentato da giornalisti e letterati). Questo lato della vecchia Fiera fu l’ultimo ad essere abbattuto, mentre dietro già si costruiva (Raccolta Lucchetti)

Per la pasticceria, i periodi cruciali erano quattro: la Pasqua ed il Natale, la Fiera di Sant’Alessandro (26 agosto) e il Caffé delle Terme di San Pellegrino, dove gli Isacchi avevano una filiale.

In quel periodo affollato, il signor Luigi doveva fare la spola tra Bergamo e San Pellegrino, adeguando il personale alle troppe commissioni: “se a Bergamo non si sapeva dove sbattere la testa, a San Pellegrino peggio”.

Il Caffè Isacchi a San Pellegrino Terme

Durante la stagione curativa la calca aumentava, alle Terme, in modo impressionante. San Pellegrino era “centro” alla moda. Persino la regina Margherita, con il suo “corteggio”, vi avevano fatto una capatina.

Il trambusto si faceva impossibile quando di fronte al Caffè arrivava un’Orchestrina composta da sette artiste viennesi, tutte vestite di candide sete. E allora, mentre dal palco calavano i valzer di Waldteufel e degli Strauss, era tutto un via vai di camerieri con il signor Luigi che assisteva scorato, al disordine che aborriva.

Il Caffè Isacchi a San Pellegrino Terme, nel porticato della fonte (per gentille concessione di Paolo Colleoni, da San Pellegrino Terme Ricordi)

Anche nel mese in cui si teneva la Fiera, all’Isacchi si impazziva.

Molti vi accorrevano anche per la stagione dell’opera. Allora la quieta Bergamo si riempiva di forestieri e di centinaia di provinciali che si affollavano all’Isacchi richiedendo un ricordo, fosse esso “una torta od altro, da portare al ritorno ma preparato con quella esemplare cura riconosciuta dappertutto”.

Così la signora Isacchi – “un donnino a modo, vestita all’antica ma linda, parimenti ad uno zuccherino” si affannava a confezionare pacchetti e pacchettini, muovendo le sue manine con ricercatezza, specie quando si trattava di “rosei sacchetti di scelti drops o di pralines da recare in teatro. In tale compito mostrava la sua educata malia. Le clienti ne andavano fiere”.

La Strada Ferdinandea nel 1918

Era un piacere vederla scegliere le carte colorate, i nastri variopinti, le scatolette “decorate alla Liberty con fiorellini, foglie vaporose, fra le quali trovavano rifugio infanti nudi ed uccellini dalle ali screziate d’oro e d’argento”.

I baracconi per la Fiera dell’8 agosto 1908

Il pandemonio poi, infieriva per le feste di Natale e di Pasqua, per colombe e panettoni quando la fretta per i doni e le compere estenuanti, la gestione del “forno”, del laboratorio e dei fornitori, incalzava incessantemente: mantenere il garbo diventava perciò un’impresa, che obbligava gli Isacchi a custodire stoicamente la reputazione acquisita in anni ed anni di prudenza.

La chiusura a tarda sera, rappresentava una benedizione del Signore; alla fine delle festività ritornava la calma e nel locale tornava un senso di irreale.

Il laghetto dei cigni nel 1923

Il vecchio Luigi lo si vedeva spesso attraversare il Sentierone con vassoi carichi di vettovaglie, per soddisfare le richieste dei soci del Circolo dell’unione, impiegati in lunghissime partite a carte nelle sale “alte” del teatro Donizetti.

Non aver mai cercato di mutar verso per seguire nuove mode, fu sempre il pallino della celebre bottega. Ripeteva, il signor Isacchi, “ch’egli produceva per labbra e bocche sapienti nella moderata ricchezza dei sapori dosati con perizia”, e credeva “d’essere restato, forse in tutta la nazione, con le sorelle Vigoni di Pavia ed il cav. Ronzi, della Ronzi e Singer di Roma, il solo paladino della vera pasticceria d’onore”.

Tutto, in quella pasticceria, restò fermo per numero di anni indecifrabile, così come gli stessi profumi incorrotti stagnanti da sempre nell’aria. Stupiva assistere a una continuità tanto esemplare, così come lasciava attonito il brillio degli ottoni, dei rami e degli argenti posati in quell’insolito salotto.

I portici del nuovo centro e sullo sfondo gli edifici della vecchia Fiera, non ancora abbattuti

In seguito, la famiglia Balzer ne rilevò i locali, fondando nel 1936 quello che sarebbe in breve diventato uno dei più rinomati caffè e pasticceria della città, il fulcro della Bergamo chic e più alla moda, un locale intimamente legato alla vita e agli umori cittadini.

Riferimenti

Geo Renato Crippa, Il “L”Isacchi sul Sentierone” – “Bergamo così (1900 – 1903?)”.

Il Novecento a Bergamo