Egidio Borsatti, per tutti “Ciccio” nel ricordo di Pier Carlo Capozzi

DI PIER CARLO CAPOZZI

CICCIO E’ VOLATO VIA

Se n’è andato in silenzio, lui che ogni tanto, su e giù per la Corsarola di Città alta, cacciava urla improvvise che ti facevano sobbalzare.

Egidio Borsatti, per tutti “Ciccio”, 82 anni, sarebbe piaciuto un sacco ad Enzo Jannacci, ma anche a Robert Zemeckis: un personaggio, forse l’ultimo tra le Mura venete, con una storia intrecciata tra “scarp del tennis” e “Forrest Gump”, mentre la gente, nel suo pressapochismo irritante, lo etichettava come “fuori di testa” e si fermava lì.

Ciccio, in effetti, camminava su e giù, mani dietro la schiena, dalla Funicolare a Colle Aperto, e copriva chilometri su chilometri: quando sentiva il tempo, iniziava ad inveire contro qualcuno. I bersagli erano trasversali e molteplici: si andava da Galeazzo Ciano ad un gruppetto di ragazze, dal prefetto a chi gli gridava “Viva l’Italia”, da un amico che credeva tale alla donna che ne aveva tradito le attese. E qui la storia comincia ad uscire dalla nebbia del disagio per prendere contorni angoscianti.

Egidio era nato in Valverde nel 1930, figlio di una sarta e di uno scultore: il padre muore quasi subito e si trasferiscono alla Fara, dove resteranno per cinquant’anni e dove Egidio, ventenne, s’innamora perdutamente di una ragazza. Una passione tanto profonda quanto non ricambiata, forse anche per l’ostracismo del fratello maggiore che, con la morte del padre, s’era eletto capofamiglia.

Il disagio mentale di Egidio parte da qui, forse facilitato da una forma di autismo che lo porta ad isolarsi sempre di più, nonostante incredibili capacità di memoria legate a numeri e circostanze.

E, all’epoca, se dimostravi anche un piccolo problema a livello mentale, non badavano a spese, specialmente con gli elettroshock.

Quell’amore infelice è stato lo spartiacque della sua vita. “Che anca mi, mi go avu il mio grande amore”- canta Jannacci che adesso è lassù che lo aspetta per cucirgli addosso la ballata più adatta.

Alla Casa di riposo del Gleno, dove era ospitato da un anno, andava spesso a trovarlo l’Ivan, suo grande amico: è successo anche l’antivigilia dell’ultimo Natale e, dopo il pranzo, il tour per salutare tutti gli amici.

Fino all’anno scorso Egidio abitava in via Gombito 20, da dove domani, alle 10, partirà il corteo per il Duomo: l’appartamento in cui ha vissuto da solo è nel passaggio tra San Pancrazio e Mercato del Fieno. C’è un continuo viavai di gente fin su al terzo piano, dove si vede la Torre.

Ciccio ha il viso finalmente disteso e gli affanni sembrano davvero lontani anni luce. I tanti nipoti non l’hanno mai lasciato solo e tre di loro (Irma, Giovanna e Patrizia) sono ancora lì che gliela raccontano. A Pasqua aveva partecipato al pranzo con Irma, poi si era sentito male e si era spento poco a poco, senza mai lamentarsi.

Ciccio nel ritratto affettuoso di un amico di sempre, l’artista Carlo Scarpanti

Ordinatissimo, aveva il portafogli rigonfio di ricevute: erano i bollettini dei versamenti per molte associazioni assistenziali e benefiche, la Lega del Filo d’oro per prima e le Missioni subito dopo. In Posta, per questa attività, era conosciutissimo.

Ciccio era anche il sorriso e lo stupore fanciullesco quando ti consegnava a domicilio il giornale del pomeriggio, mandato da Franco (edicola della Funicolare), e tu gli offrivi un bicchiere di rosso. Adesso ha raggiunto il variegato esercito di macchiette di Città alta, da Sciabulù al Cüminèt, dal Girèla ai Valsecchi, da Costante al Pasqua.

Al Bar dell’Angelo chi vorrà incontrare ancora il sorriso di Ciccio lo potrà fare ad oltranza: è impresso sulla tela di un bellissimo ritratto, dono di un amico speciale.

Anche qui, guardandolo soprattutto col cuore, non si potrà non notare.

Che aveva due occhi da buono.

 

L’ADDIO A CICCIO

Questa volta è un percorso silenzioso. Ciccio sale da Piazza Mercato del Fieno verso il Duomo, attraversando via Gombito e Piazza Vecchia. Ciottoli familiari, conosciuti uno ad uno, calpestati migliaia di volte, sempre col passo cadenzato e le mani intrecciate dietro la schiena.

Un vecchio signore si toglie il cappello, una bambina si fa il segno della croce.

E’ l’ultima “vasca” sulla Corsarola per Egidio “Ciccio” Borsatti, accompagnato da un piccolo corteo di famiglia con in testa le sorelle Mina e Rosa. Ma sono in parecchi ad aspettarlo sul sagrato del Duomo e questa, anche per i suoi nipoti, è davvero una sorpresa. Ma è anche la dimostrazione di quanta bella gente ci sia ancora al mondo, capace di superare luoghi comuni e giudizi affrettati, in grado di capire dietro a qualche urlo cosa alberghi davvero nel cuore del prossimo.

Ciccio ritratto da Giuseppe Preianò

A salutare Ciccio c’è una Città alta incredibilmente trasversale, generazioni diverse legate dal filo della memoria e della condivisione, anche un tantino gelose di tutto quello che accade all’interno delle Mura. Perché qualche volta, in circostanze del tutto particolari, tirar su il ponte levatoio non è un atto di preclusione, ma un tentativo discreto di proteggere l’identità.

Ci sono i vertici della Cooperativa del Circolino al completo, col presidente Aldo Ghilardi (“Non ho mai conosciuto una persona più dolce e gentile di Ciccio”) e col suo predecessore Giuseppe Carrara. Ci sono Andrea Mandelli, restauratore, e Amerigo Lazzaroni, autentiche memorie storiche del borgo antico, c’è Chicco Facheris, falegname in Boccola e il burattinaio Vittorio Moioli detto “Bachetì”.

E ancora: Raffaele Scuri, fabbro in Mercato del Fieno e animo sensibile come il padre Piero, e Oreste Fratus, che si occupava delle scartoffie di Ciccio (“Era di una cortesia disarmante”).

E tante altre belle facce, tutte dipinte dal dispiacere.

La funzione è celebrata da monsignor Giuseppe Sala che si avvale di due “chierichetti” d’eccezione: il maestro Attilio Salvi e Gildo Mandelli, entrambi nel direttivo degli Ex alunni del Seminarino, un’altra storica istituzione per chi ha vissuto tra le Mura.

“Ciccio non è stato fortunato -esordisce don Sala nella sua splendida omelia- ma il Signore conosce i pesi e i mali dell’uomo perché il mondo è anche aspro e inospitale. E così l’avventura di Egidio è stata faticosa perché quest’uomo, che apparentemente gridava, aveva in realtà occhi mansueti.” In Duomo si avverte un clima di dolcezza nel dolore.

“Io non so com’è il Paradiso, ma se penso a Ciccio me l’immagino come una via Colleoni dove lui passeggia tranquillamente e distribuisce caramelle a tutti i passanti cercando di rincuorarli. Perché il segreto della vita, in fondo è tutto qui”.

E se è destino che anche lassù Ciccio debba andare avanti e indrè, non poteva essere più “calzante” l’ultimo regalo che gli hanno fatto le nipoti. Il desiderio l’aveva espresso lui, poco prima di volar via. E le voleva bianche. Chissà che faccia farà Jannacci a vederselo venire incontro. Il Ciccio, davvero, con le scarp del tennis.

Da:

“Città Alta, se ne è andato il «Ciccio» – La sua Corsarola lo ricorderà”. L’Eco di Bergamo, Mercoledì 03 Aprile 2013.

“In Duomo i funerali di Ciccio Borsatti – L’ultima vasca sulla sua «Corsarola»”. L’Eco di Bergamo, Venerdì 05 Aprile 2013.

 

Il ciclo delle Storie di Sant’Alessandro dipinte da Enea Salmeggia, guida alla lettura

Il ciclo delle Storie di Sant’Alessandro dipinte da Enea Salmeggia, è stato radunato per la prima volta – dopo la loro dispersione, avvenuta nella seconda metà del Settecento – in occasione dell’esposizione tenutasi a Bergamo – dal 26 agosto al 26 ottobre 2010 – nella Cattedrale di Sant’Alessandro.
Si tratta di un apparato effimero realizzato in prevalenza da Enea Salmeggia detto Il Talpino (artista nato presumibilmente a Bergamo intorno al 1570 e documentato dal 1590 circa fino alla morte nel 1626), uno dei principali pittori attivi a Bergamo, a cavallo tra Cinque e Seicento.
Assieme alle undici tele di soggetto narrativo, in occasione della mostra sono stati raccolti un disegno preparatorio (relativo a un episodio forse mai realizzato), mentre l’ultima storia della serie, raffigurante la Traslazione del corpo di Alessandro, è da attribuire a Fabio Ronzelli, un pittore minore (contemporaneo di Salmeggia) a cui spetta anche il Sant’Alessandro a cavallo, esposto al centro della narrazione espositiva.

Non si sa come questo apparato effimero fosse montato anticamente, tuttavia, secondo il parere dei curatori della mostra, la coincidenza tra la misura della larghezza delle tele di impianto narrativo e quella celebrativa del Sant’Alessandro a cavallo, impone una stretta relazione tra loro.
L’ipotesi di montaggio si è basata anche sul confronto con una incisione stampata a Roma nel 1618 e firmata da Jhoann Friedrich Greuter (vedi figura).
La figura equestre di Sant’Alessandro – appoggiata su un alto piedistallo – è circondata da 23 episodi narrativi, ordinati secondo un ordine di lettura che procede da sinistra a destra, dall’alto al basso.

Johann Friedrich Greuter, Sant’Alessandro a cavallo contornato da 23 storiette. Incisione datata 1618, Bergamo, Museo Adriano Bernareggi

Johann Friedrich Greuter, Sant’Alessandro a cavallo contornato da 23 storiette. Incisione datata 1618, Bergamo, Museo Adriano Bernareggi

Il ciclo delle Storie di Sant’Alessandro dipinte da Enea Salmeggia, fu originariamente concepito come un unico apparato destinato a solennizzare la celebrazione del Patrono nella chiesa diocesana dedicata al martire.
Riguardo al secentesco apparato effimero, cioè non permanente, di opere d’arte a fine liturgico, il Vescovo Francesco Beschi, ha scritto che la sua ricomposizione “restituisce in qualche modo un’impressione degli antichi apparati effimeri che corredavano spesso le liturgie della nostra ricca tradizione di fede. In questo senso, questa mostra che si svolge attraverso una installazione posta dentro la Cattedrale, richiama bene il contesto liturgico e teologico entro il quale molta dell’arte che ammiriamo ha trovato la propria origine”.
Le 11 tele esposte a in Catterale, hanno quindi seguito  l’andamento narrativo della vita del Santo, secondo la codificazione letteraria stabilita all’inizio del Seicento.

IL CONTESTO

Per capire meglio il contesto in cui si è realizzata – nel secondo decennio del Seicento – la commissione a Enea Salmeggia del ciclo alessandrino, bisogna risalire almeno fino al 1561, anno in cui fu rasa al suolo la basilica di Sant’Alessandro.
La distruzione dell’edificio era stata ordinata dal governo veneto (assieme all’abbattimento del convento domenicano di Santo Stefano e della chiesa di San Lorenzo) poichè esso sorgeva sul tracciato in cui dovevano essere erette le nuove mura di protezione della città.
Nel mese di agosto del 1561 erano iniziati i preparativi per lo sgombero e l’abbattimento della basilica di Sant’Alessandro. Il 13 agosto di quell’anno le reliquie di Sant’Alessandro (assieme a quelle di altri “Corpi Santi”) erano state traslate nella cattedrale di San Vincenzo (l’attuale cattedrale di Sant’Alessandro) con grande concorso di popolo.
Da quel momento il capitolo di Sant’Alessandro (composto dal collegio dei canonici istituito presso la distrutta chiesa di Sant’Alessandro) si era trovato a convivere con quello di San Vincenzo.
La coabitazione tra i due capitoli era risultata difficile e tormentata, almeno fino al 1614, quando si stabiliva un accordo tramite gli Atti dell’Unione e Concordia dei Capitoli e Cattedrali di S. Vincenzo e S. Alessandro.
La concordia tra i due capitoli si ruppe già nel 1615. Le tensioni erano legate alla nuova fabbrica del Duomo e alla sua intitolazione (l’accordo provvisorio del 1614 prevedeva che la nuova Cattedrale sarebbe stata dedicata al solo Sant’Alessandro e che le due congregazioni si sarebbero fuse nel capitolo di Sant’Alessandro Maggiore).

In questo clima di tensione, avvelenato dall’insinuazione che non sarebbero più esistiti i resti mortali del Santo si decise (nel 1617) di condurre una ricognizione delle reliquie.
Tra i pochi testimoni oculari di questa verifica figurava il frate cappuccino Celestino Colleoni, autore di una fortunata Historia Quadripartita di Bergamo et suo Territorio, nato Gentile e rinato Christiano (1617), dove è contenuta una rilettura moderna dei fatti della vita di Sant’Alessandro.

COMMITTENTE E PITTORE

E’ forte il sospetto che Celestino Colleoni abbia collaborato all’ideazione iconografica del ciclo alessandrino, dipinto da Enea Salmeggia proprio in questo giro d’anni (tra il 1614 e il 1617).
Nella sua Historia Quadripartita infatti, è riportata la narrazione della vita di Sant’Alessandro, che è risultata combaciare perfettamente al ciclo delle Storie di Sant’Alessandro del Salmeggia.

Il ciclo era nato per volontà di un membro del capitolo di Sant’Alessandro, il canonico Lattanzio Bonghi. Nel 1623, poco prima di morire, il Bonghi metteva a disposizione del capitolo dodici dipinti di “Eneae Salmetie appellati Il Talpino” raffiguranti “vitam, actiones, martirium et miracula gloriosissimi Martiris Alexandri Patriae nostrae patroni”. La proprietà della serie rimaneva degli eredi Bonghi, tuttavia le opere sarebbero state liberamente messe a disposizione per le solennità e le feste dedicate a Sant’Alessandro. Questo fatto originario spiega la dispersione del ciclo, avvenuta almeno a partire dal 1768, quando è documentato l’acquisto del collezionista bergamasco Giacomo Carrara di sue storie alessandrine possedute da Enrico Bonghi (un discendente di Lattanzio).

La scelta del pittore di Enea Salmeggia da parte del canonico Bonghi non fu casuale o fortuita, ma consapevole. Nello stesso periodo in cui realizzava il ciclo con le storie di Sant’Alessandro, il Salmeggia era già molto stimato per una sua particolare dote, quella di muovere a “mirar devotamente ciascuna sua imagine fino i nemici della stessa devotione” (lode contenuta in una lettera inviata dall’erudito Girolamo Borsieri al collezionista Scipione Toso).
Questa speciale inclinazione avrà certamente riscontrato il consenso del committente, oltre ad essere ritenuta indispensabile per un complesso ciclo narrativo legato alle gesta di un Santo dalle origini.

Le esperienze milanesi di Salmeggia (autore di opere destinate al Duomo di Milano, a Santa Maria della Neve, a Santa Maria della Passione, ecc.) devono averlo favorito nel contatto con le idee riformatrici di Federico Borromeo.
I gusti dell’arcivescovo di Milano (che proprio nel 1618 fondava con la sua collezione il Museo Ambrosiano) erano chiari ed espliciti nel recupero di modelli figurativi antichi, piegati a finalità educative e devozionali.
Non è un caso che il Borromeo dichiarasse una particolare passione per la pittura di Bernardino Luini, un pittore lombardo vissuto oltre un secolo prima di lui.
L’orientamento classicista di Luini è una delle componenti dello stile di Salmeggia, abile interprete di una linea espressiva colta e raffinata, impegnata in un’elaborazione retrospettiva di modelli di primo Cinquecento (conosciuti dal vero o mediati dalle stampe : da Leonardo a Raffaello, da Luini a Lorenzo Lotto).
La sua cultura figurativa lo metteva nelle condizioni di allestire un episodio narrativo premendo sul pedale della verosimiglianza storica e su quello della finalità devota.

Ogni episodio è articolato in una narrazione chiara e serrata, resa intelligibile da una gestualità teatrale e da un’esplicita espressione degli affetti.
Spettano a Salmeggia solo i primi dieci dipinti del ciclo (non a caso sono firmati il primo e il decimo della serie), mentre l’undicesimo e il tredicesimo qui citati, sono da riferire a Fabio Ronzelli.

Un buon viatico alla comprensione delle opere di Salmeggia, secondo la sensibilità dell’uomo del Seicento, proviene dalla lettura di un brano dello stesso Federico Borromeo tratto dal De Pictura sacra (1624) : “I colori sono simili a parole che, percepite con gli occhi, entrano nell’anima non diversamente da come fa la voce attraverso le orecchie (…). E proprio come è essenziale per l’oratore che le idee siano espresse con passione ed energia, in modo da muovere gli animi, così un dipinto risulterà una grande opera se colori e linee sono usati in maniera tale da suscitare nell’anima sentimenti pii, e infondere paura e tristezza e qualunque altra emozione opportuna. Volendo poi ampliare l’analogia, si può aggiungere che la sapienza e l’impegno con cui i pittori mirano a raggiungere il vertice nella loro arte, in certo modo assomiglia alla dottrina degli oratori, che per mezzo della voce, del gesto, dell’azione e dei movimenti del corpo ornano ogni discorso, e cercano di influenzare i sentimenti degli ascoltatori”.

LE STORIE DI SANT’ALESSANDRO DI ENEA SALMEGGIA
IL CICLO RICOMPOSTO

1. Sant’Alessandro salvato dal massacro dei tebei
2. Sant’Alessandro in carcere
3. Sant’Alessandro resuscita un morto
4. Sant’Alessandro rovescia le tavole degli idolatri
5. Sant’Alessandro condannato a morte da Massimiano
6. Materno, arcivescovo di Milano, invia Sant’Alessandro a Bergamo
7. Predica di Sant’Alessandro
8. Martirio di Sant’Alessandro
9. Miracolo dei fiori nati dal sangue di Sant’Alessandro
10. Santa Grata mostra a suo padre Lupo i fiori nati dal sangue di Sant’Alessandro
11. Traslazione del corpo di Sant’Alessandro
12. Federico Barbarossa tenta di violare le reliquie di Sant’Alessandro
13. Sant’Alessandro a cavallo protettore di Bergamo

Guida alla lettura del catalogo

Tutte le citazioni relative alla storia di Sant’Alessandro – poste sotto le immagini – sono tratte da Celestino Colleoni, Historia quadripartita di Bergamo et suo territorio, nato gentile e rinato christiano, II, Bergamo 1617; ad esclusione di un unico episodio (il numero 9), meglio illustrato da M. Muzio, Sacra Historia di Bergamo, Bergamo, 1621,p. 76.
Qui di seguito sono precisati i numeri di pagina in relazione all’episodio narrato nell’Historia del Colleoni : 1: p. 112; 2: p. 116; 3: p. 118; 4: p. 126; 5: p. 126; 6: p. 130; 7: pp. 132-133; 8: pp. 140-141; 10: p. 175, 178; 11: p. 152; 12: p. 143; 13: pp. 150-151.

1- Sant’Alessandro salvato dal massacro dei tebei

Sant’Alessandro salvato dal massacro dei tebei – tela 103×148 cm – firmato AENEAS SALMETIA – Bergamo, collezione privata

Da questa così crudele strage alcuni da Dio inspiratisi sottrassero, e fuggendo si salvarono, non miga per fuggire il martirio, che sopra ogni cosa bramavano, ma per maggiormente ampliare la Fede Christiana […]  e per cooperare alla divina providenza, la quale con tal mezzo disponeva di favorire, e arricchire alquante Città d’Italia, di Patroni; e di difensori. Seppe questo l’Herculeo [Massimiano], onde infuriato mandò publico bando che, ovunque si trovasse alcuno di questi fuggitivi Soldati Thebei, fusse fatto prigione, e isforzaro a sacrificare. Fra questi S. Alessandro Alfiere […] della Legione, e con esso lui Cassio Severino Licinio, e Secondo in Italia ritornati, e giunti apena a Milano, conosciuti furono incontanente in oscuro e fetido carcere rinchiusi (da Celestino Colleoni, Historia Quadripartita di Bergamo et suo Territorio, nato Gentile e rinato Christiano, II, p. 112, Bergamo 1617).

Sant’Alessandro è in sella a un cavallo bianco e avanza verso la direzione indicatagli da un angelo. Indossa l’armatura e un drappo rosso : con la mano sinistra regge le briglie del cavallo, con la destra sostiene il vessillo della legione tebea. Il suo sguardo si rivolge all’angelo che con gesto d’intesa gli indica la direzione di fuga. E’ fiancheggiato da due soldati, un fante e un cavaliere; in lontananza altri militari stanno combattendo. In primo piano, su uno sperone di roccia, si legge la firma del pittore “AENEAS SALMETIA”.
La scena narrata si riferisce all’episodio in cui Sant’Alessandro e i suoi compagni (cristiani e disertori), membri come lui della legione tebea, scamparono al massacro ordinato dall’imperatore Massimiano. La drammaticità dell’episodio è intensificata dall’ambiente buio in cui è stato messo in scena, dal movimento delle figure, dai nervi tesi del cavallo pronto alla fuga.

2 – Sant’Alessandro in carcere (Enea Salmeggia)

Sant’Alessandro in carcere – tela 103×148 cm – Enea Salmeggia – Bergamo, collezione privata

Questi uffici di charità, e questi discorsi di pietà reiterati più d’una volta havendo ben osservato Sillano capitan della prigione, e ascoltato attentamente; e considerando appresso l’invitta patientia de’ Santi prigionieri, e l’allegrezza de animi loro, che di fuori anco ne’ volti scoprivano e dimostravano, un giorno trovandosi in Corte, il tutto riferì a Carpoforo e Essanto, suoi famigliari amici, e persone della Corte principali, i quali da Dio inspirati pregarono con molta instanza che alle prigioni senza frammetter tempo li conducesse perchè erano bramosi di con le proprie orecchie udire, e co’ propri occhi vedere cose tanto rare e degne di maraviglia.
Et egli senza replicar altro con loro postosi in via, arrivarono tutti e tre alla prigione, e entrati salutarono i Santi Martiri Alessandro e i compagni. […] Tanto potenti e tanto efficaci ragioni propose loro il facondo Alfiere, che da esse persuasi la Fede Christiana abbracciarono: e fratellatisi insieme, e baciandosi non sapevano quindi partire. […] Salutatisi finalmente e baciatisi di novo uscirono dalla prigione Carpoforo e Essanto, e ritornati in Corte detestarono i falsi Dei, come quelli ch’erano sordi, muti, ne potevano per essere fatti da gli huomini, far bene alcuno ne à se stessi; ne à gli altri (da Celestino Colleoni, Historia Quadripartita di Bergamo et suo Territorio, nato Gentile e rinato Christiano, II, p. 116, Bergamo 1617).

All’interno di una stanza carceraria illuminata da luce artificiale si trovano Sant’Alessandro in posizione preminente e i suoi compagni, che emergono dal fondo scuro con le mani bloccate in ceppi e i piedi incatenati.
Dai loro volti traspaiono differenti stati d’animo: un prigioniero affianca Alessandro e si pone in ascolto osservandolo intensamente, altri due instaurano un muto dialogo guardandosi stupiti, affiancati da una figura dormiente.
Il Santo si presenta di profilo, con le catene ai piedi e le mani dietro la schiena; si rivolge a due uomini che stanno di fronte a lui.
Uno di loro si tocca il petto con la mano, segno del coinvolgimento emotivo e della partecipazione alle parole del Santo; l’altro sorregge una fiaccola illuminando parzialmente la scena.
Fuori dalla stanza un uomo regge una lanterna e osserva incuriosito ciò che avviene all’interno del carcere.
L’episodio narrato ha come protagonisti Sillano, custode della prigione, insieme a Carpoforo ed Essanto che, desiderosi di conoscere il Santo, furono condotti al suo cospetto e dopo averne ascoltato le parole si convertirono alla fede cristiana.

3 – Sant’Alessandro resuscita un morto

Sant’Alessandro resuscita un morto – tela 103×148 cm – Enea Salmeggia – Bergamo, collezione privata

Arrivati ad un certo luogo o Borgo della Città non molto distate si fermarono quivi aspettando che si facesse giorno: e la mattina per tempo incamminatisi verso la Città, hebbero incontro gran moltitudine di gente, la quale con gran pompa un morto alla sepoltura accompagnava.
All’hora Alessandro santissimo […] posti gli occhi nel cadavere, fece incontanente posare in terra la bara, e à suoi compagni rivolto disse Fratelli oriamo, e preghiamo il nostro Signore che per sua misericordia, con la sua onnipotente virtù, ritorni in vita questo morto; affinchè risuscitato creda in lui, e nell’avvenire habbia parte con i suoi Fedeli nella vita eterna, e sia cagione di salute à questo popolo.
Per questa essortazione i Santi con fermissima fede prostrandosi in terra adorarono Dio, che dà la vita a i morti […]. Finita questa oratione il morto risuscitò salvo dell’anima e del corpo, e illuminato disse ad alta voce, e con pia intenzione.
Egli è uno vero e solo Dio quel che adorano questi Santi: il quale per le preghiere loro mi hà ritornato in vita e dalle tenebre alla luce, mi hà ridotto, e dalla morte eterna misericordiosamente mi hà campato e liberato (da Celestino Colleoni, Historia Quadripartita di Bergamo et suo Territorio, nato Gentile e rinato Christiano, II, p. 118, Bergamo 1617).

Grazie all’aiuto di Essanto, Carpoforo e Fedele, Sant’Alessandro e i suoi compagni evadono dal carcere.
Durante la fuga in direzione di Como incontrano un funerale.
Sant’Alessandro ha appena resuscitato il giovane sdraiato su un cataletto. Il Santo, con il braccio destro levato, indica al ragazzo la pietà divina che lo ha salvato; con la mano sinistra regge un vessillo, al centro del quale spicca un giglio bianco, simbolo della legione tebea.
Il miracolato solleva il busto verso il Santo e apre la mano sinistra in segno di stupore e ringraziamento.
Attorno ai due protagonisti si staglia la folla: a sinistra alcuni compagni di Sant’Alessandro sono inginocchiati in preghiera; a destra il popolo che stava accompagnando il defunto alla sepoltura osserva attonito l’accaduto e dimostra la propria incredulità con braccia aperte e sguardi incuriositi.
La scena si svolge in un ambiente boschivo; in lontananza si intravedono alcune persone e una città, verso la quale Sant’Alessandro e i suoi compagni si stavano incamminando prima di incontrare il corteo funebre.

4 – Sant’Alessandro rovescia le tavole degli idolatri

Sant’Alessandro rovescia le tavole degli idolatri – tela 105×150 cm – Enea Salmeggia – Bergamo, Accademia Carrara

Appresentato che fu il Cavalier di Cristo a Massimiano, questi gli disse sacrifica Alessandro alli dei immortali, se vuoi essere nostro mico, ch’io per nessun’altra cagione t’ho fatto venire qua, se non perchè tu afferisca loro sacrificio.
Et dicendo questo fece segno che fusse portata la mensa del sacrificio: la quale recata, e di tovaglie coperta, dissegli pur l’Herculeo, Vieni avanti hora, e col sacrificare purgati della colpa che ti è stata opposta d’havere dispregiato i nostri Dei: e ciò facendo, otterrai da me ciò che vorrai. […]
Massimiano comandò subito à Sergenti che gli mettessero mano contra sua voglia del sacrificio apparecchiato: e dirimpetto al coraggioso Martire facendo stare alcuni armati per maggiormente atterrirlo, volle che lo essortassero e costringessero à sacrificare.
All’hora l’invittissimo Alfiere di giusto sdegno ripieno, e armato di fede, sprezzando quei precetti, e confundendo l’iniquità Regia: perchè si trovava le braccia da catene, e le mani con manette legate, de i piedi valendosi, un calcio diede nell’Altare de gli Idoli, e un altro nella mensa de’ sacrifici apparecchiata, e l’uno, e l’altra con tutto quello che vi era sopra, mandò sottosopra per terra (da Celestino Colleoni, Historia Quadripartita di Bergamo et suo Territorio, nato Gentile e rinato Christiano, II, p. 126, Bergamo 1617).

Sant’Alessandro è rappresentato nell’atto di rovesciare una mensa sulla quale sono disposti alcuni idoli. Il suo gesto lo pone in una posizione dinamica, con la gamba destra sollevata a colpire la mensa e la mano sinistra a indicare il fermo rifiuto di qualsiasi idolo.
L’espressione è visibilmente tesa, rivolta ai presenti con disprezzo e orgoglio. L’imperatore Massimiano, posto di fronte ad Alessandro e identificabile dalla corona d’alloro che ne adorna il capo, indica minacciosamente il Santo: il rifiuto di sacrificare agli Dei segna infatti la sua condanna a morte. La sagoma dell’imperatore nasconde parzialmente la mensa che, ricoperta con una candida tovaglia e imbandita con una statua dorata e una ciotola contenente sangue, si sta rovesciando.
Un soldato elegantemente vestito, posto sulla sinistra e chiamato da Massimiano per costringere Sant’Alessandro all’adorazione, tenta invano di frenarne la furia bloccandogli il braccio. Accanto a lui una donna assiste alla scena trattenendo a sè il figlio spaventato; la sua mano levata guida lo spettatore in profondità dove, in un cortile, è raffigurata la flagellazione del Santo.

5 – Sant’Alessandro condannato a morte da Massimiano

Sant’Alessandro condannato a morte da Massimiano – tela 103×148 cm – Enea Salmeggia – Bergamo, collezione privata

Qui di furore colmo Massimiano, e tutto d’ira avampando fissò gli occhi nella lui morte, e comandò incontanente ad un manigoldo che all’hora gli troncasse il capo.Questi ardito sfodrata e alzata la spada per levar la vita al S. Martire, con incredibile maraviglia di tutti i circostanti, e con infinita rabbia dell’Imperatore, come stupido restato e fuor di se, non potè essequire l’empio commandamento: onde gli disse il Tiranno, Non ti movi ancora codardo, e vigliacco gliela perdoni? A cui con voce fiacca rispose l’impaurito Martiano (che Martiano havea nome il manigoldo) Signor mio Rè, il capo di costui mi sembra una gran montagna, e io tremo tutto.
Confuso Massimiano comandò ch’ei fusse di nuovo incarcerato, e d’ogni cosa necessaria se gli facesse patire gran disagi (da Celestino Colleoni, Historia Quadripartita di Bergamo et suo Territorio, nato Gentile e rinato Christiano, II, p. 126, Bergamo 1617).

Sant’Alessandro, inginocchiato al centro della scena, per aver rovesciato le tavole degli idoli è colpito dalla furia dell’imperatore Massimiano, il quale comanda al carnefice di decapitarlo. Massimiano, identificabile dalla corona d’alloro sul capo e dall’elegante armatura, punta il bastone del comando verso Sant’Alessandro, a decretarne la condanna. Una folla incuriosita e un soldato posto di schiena in primo piano seguono lo svolgersi degli eventi. Sulla destra si nota un cane al guinzaglio, trattenuto da un milite e, in posizione avanzata, il carnefice. Quest’ultimo, stupito e terrorizzato, si rifiuta di uccidere il Santo, spaventato alla vista della sua testa simile a una “gran montagna”; la spada del carnefice è tenuta in basso, la mano sinistra è levata in segno di rifiuto, con il corpo pare ritrarsi. Altri soldati dietro al carnefice si guardano stupiti per la miracolosa apparizione di una piramide di pietra a difendere la testa del giustiziato a morte.

6 – Materno, arcivescovo di Milano, invia Sant’Alessandro a Bergamo

Materno, arcivescovo di Milano, invia Sant’Alessandro a Bergamo – tela, 104×149 cm – Enea Salmeggia – Bergamo, Cattedrale di S. Alessandro

Rincorato più d’una volta il santo alfiere, dal santo Pastore [Materno], fu alla fine consigliato havendone l’agio per maggiormente dilatare la Fede Christiana, ad uscire di prigione, e venire à Bergamo, dove era gran bisogno di lui.
Io non voglio qui lasciar di riferire un opinione antica […] che sant’Alessandro sia stato Vescovo di Bergamo. Il dire ch’egli fusse deputato Vescovo di questa Città, è molto verosimile. Si potrebbe dire che havendo Materno in quel tempo ch’egli praticò col Santo Martire, conosciutolo atto all’ufficio Pastorale, egli lo elesse e lo indirizzò à Bergamo, dove erano pochissimi Christiani, perchè vi predicasse, ch’è il principal ufficio del Vescovo.
Egli dunque non si numera tra i Vescovi, né se gli dà il nome di Vescovo, per non esser stato consacrato, e per lo poco tempo che visse in Bergamo, che furono solamente diece otto giorni (da Celestino Colleoni, Historia Quadripartita di Bergamo et suo Territorio, nato Gentile e rinato Christiano, II, p. 130, Bergamo 1617).

Evaso per la terza volta dal carcere, Sant’Alessandro è convocato da Materno, arcivescovo di Milano, che lo invia ad evangelizzare la città di Bergamo. il presule, assiso sulla cattedra episcopale e rivestito degli abiti pontificali, è assistito da due diaconi, come la liturgia prevedeva per le celebrazioni più solenni.
Poco distante un altare è parato per la messa. Tutto fa pensare che si stia svolgendo un rito di consacrazione episcopale. Infatti Materno sta consegnando a Sant’Alessandro una mitria e un pastorale, le insegne proprie della dignità episcopale.
Entrambe sono decorate da un giglio, il tradizionale emblema alessandrino, che campeggia anche sull’ampio vessillo della legione Tebea, sorretto dal fanciullo, che, alle spalle di Sant’Alessandro, partecipa curioso al rito, insieme ad alcuni chierici.
E’ l’unico caso in tutto il ciclo alessandrino in cui il soggetto rappresentato nel dipinto è più eloquente del testo scritto. L’episodio è narrato sommariamente dalle fonti, dove si arriva a ipotizzare un’elezione episcopale ufficiosa di Sant’Alessandro, cui non è seguita la consacrazione canonica.
Ipotesi troppo complesse da rappresentare in un dipinto destinato alla devozione e all’edificazione dei fedeli, tanto da giustificare una soluzione didascalica dell’episodio.

7 – Predica di Sant’Alessandro

Predica di Sant’Alessandro – tela, 101×146 cm – Enea Salmeggia – Brescia, Pinacoteca Tosio Martinengo

Nel tempo che S. Alessandro venne à Bergamo, vi era molto picciolo il numero de’ Christiani, e innumerabile quello de gli Idolatri, e arrivò egli apunto nel tempo e nell’hora ch’erano questi congregati per offerire solenne sacrificio davanti alla statua di Crotacio.Qui giunto e scorgendo così grande empietà e cecità insieme, e tanta offesa della Maestà divina, pieno di zelo dell’honor di Dio, e della salute di quei miseri acciecati, entrato fra loro, essendo molto erudito, e parlando molto bene la lingua latina che all’hora si usava per tutta l’Italia si diede à publicamente predicare Cristo essere vero Dio. Onde rivolti ai lui tutti ammiravano non solamente la dottrina, ma la gran forza etiandio, e la copia dell’eloquenza. […] Prendendo poi il morto per la mano disse in nome del Signore Gesù Cristo crocefisso Dio onnipotente, io dico à te che ti levi vivo, e confessi il tuo Creatore.
Finite à pena queste parole, il morto incontanente aprendo gli occhi, e come svegliato da grave sonno levossi, e gettatosi à piedi del Santo gridò Non vi hà ne in cielo, ne in terra verun altro Dio che ‘l Signore Giesù Christo crocifisso, il quale per sua misericordia ad intercessione di questo suo servo me hà dall’Inferno e dalla morte ritornato in vita (da Celestino Colleoni, Historia Quadripartita di Bergamo et suo Territorio, nato Gentile e rinato Christiano, II, pp. 132-133, Bergamo 1617).

Sant’Alessandro si riconosce all’estremità destra della tela; i suoi piedi poggiano su di un masso, i suoi piedi poggiano su di un masso, il braccio sinistro sostiene il vessillo, mentre il destro è levato verso la statua di Crotacio issata su una colonna, un idolo adorato dai pagani.
L’episodio si riferisce alla predica che il Santo pronuncia per convertire un gruppo di idolatri che in quel momento stava sacrificando davanti a Crotacio.
Molte persone affollano la tela: chi guarda assorto e pensoso, chi lo indica, chi assume un’espressione stupita; una donna, accovacciata ai piedi del Santo con il figlio in braccio, ascolta attentamente le sue parole.
Lo sguardo di Sant’Alessandro è serio e consapevole, rivolto ad un uomo posto di fronte a lui.
Sulla sinistra un defunto è accompagnato dal Santo: egli lo risusciterà, convertendo la folla.
La scena si svolge in una zona appartata, ai margini della città di Bergamo, che si scorge in lontananza.

8 – Martirio di Sant’Alessandro

Martirio di Sant’Alessandro – tela, 105×150 cm – Enea Salmeggia – Bergamo, chiesa di S. Alessandro in Colonna

Legato il Santo lo strascinarono violentemente avanti la statua di Crotacio, dove apprestata la mensa con ciò che facea mestieri al sacrificio, gli dissero Horvia soldato coraggioso, al dio di questa Patria offerisci il sacrificio e metti gli incensi nel fuogo, affinchè tu possa viver o andar libero ovunque più ti aggrada. Il Santo Martire di Christo Alessandro non temendo punto la morte temporale, per non morire di morte eterna, disse ad alta voce, Io non ubidisco a i precetti dell’Imperatore terreno, ma si bene a quelli del Celeste […]. Ecco il collo, se volete il capo, spiccatelo hor che vedete la mia ferma risoluzione. Dette queste parole dimandò un po’ d’acqua, e si lavò le mani, e la faccia, poi fece oratione […]. Simile oratione finita, e fatta una generosa confessione del nome di Christo, l’intrepido suo Cavaliere S. Alessandro abbassò il capo e lo spietato manigoldo, essequendo quanto gli havea l’empio Massimiano comandato, come a persona vile e sciocca, con tagliente lama glielo spiccò dal busto. Fu il suo Martirio a i 26 d’Agosto, diece otto giorni soli essendo stato in Bergomo (da Celestino Colleoni, Historia Quadripartita di Bergamo et suo Territorio, nato Gentile e rinato Christiano, II, pp. 140-141, Bergamo 1617).

Il carnefice sta rimettendo la spada nel fodero; ai suoi piedi, riverso a terra, giace il corpo decapitato di Sant’Alessandro. Tutt’intorno, quasi pietrificato, un anfiteatro di tipi umani: soldati con l’alabarda, fanciulli ignari, anziani curiosi, madri con i figli in braccio.
Tra gli altri si possono riconoscere un uomo che regge la brocca con l’acqua chiesta da Sant’Alessandro per lavarsi le mani e il viso prima di consegnarsi al carnefice e un secondo uomo che stringe nella mano destra un foglio di carta arrotolato, forse il decreto imperiale di condanna.
Ognuno degli astanti ha gli occhi fissi sul corpo martirizzato; sguardi sgomenti e sorpresi, pietosi e arroganti.
Turbati più che dalla truce esecuzione, dal miracolo cui stanno assistendo: dalla terra bagnata del sangue del martire fioriscono candidi gigli e rose rosse.
Sullo sfondo, testimone muta dell’estremo sacrificio del suo futuro patrono, è posta la città di Bergamo, sovrastata da un cielo minaccioso e rossastro, squarciato da una potente luce che cade sul corpo del martire, facendo risaltare il mantello rosaceo che lo ricopre.

9 – Miracolo dei fiori nati dal sangue di Sant’Alessandro

Miracolo dei fiori nati dal sangue di Sant’Alessandro – tela, 103×148 cm – Enea Salmeggia – Bergamo, collezione privata

Volle anco Iddio scuoprire la antità di questo suo buon servo col chiaro testimonio d’un nobilissimo e notabilissimo suggello, che fù della salute de molti alta cagione. Ha la nostra Città fra gli altri un’honorato Borgo, che da i Pini, che ivi erano in gran copia Pineto già, hora Borgo Pignolo vien chiamato, alle radici del colle verso oriente; quivi a mezzo il quadrivio, ò croce via; i portatori ò stanchi dal grave peso (perciochè Alessanro era d’eminente statura, come sono per il più gli Alfieri) ò dal gran caldo, che porta seco la stagione, afflitti, ò per dir meglio, per alto voler di Dio, deposero per breve spatio d’hora la sacrata soma; indi, preso alquanto di riposo, nel levarsi di nuovo il Santo Corpo, ecco si videro (cosa di gran stupore, e meraviglia) sorgere dalle cadenti gocciole dell’ancor tiepido sangue, così leggiadri, e odorosi fiori, che di vaghezza, e di gratioso odore vinceuano di gran lunga i naturali (da M. Muzio, Sacra Historia di Bergamo, Bergamo, 1621, p. 76)

Un mesto e solenne corteo funebre trasporta le spoglie mortali di Alessandro perchè possano trovare degna sepoltura nell’orto di un podere fuori dalle mura della città.
A guidarlo è Santa Grata, duchessa di Bergamo, convertitasi alla religione cristiana grazie alla predicazione del martire.
Un prodigio interrompe la devota traslazione nei pressi di un pineto, nel luogo che oggi si chiama Pignolo.
Il miracolo del sangue che feconda la terra fino a far germogliare gigli e rose si compie nuovamente.
Non più tra una mischia di violenti e di curiosi, ma nell’intimità orante di alcuni cristiani che pietosamente si sono presi cura della salma. Santa Grata s’inginocchia. Una mano regge pietosamente, quasi custodisce, la testa di Sant’Alessandro, avvolta in un candido lino; l’altra sta cogliendo un fiore rossastro.
Il volto è sorpreso ma non impaurito e gli occhi sbarrati cercano il conforto delle sue nobili compagne. Anch’esse tengono fisso lo sguardo sul segno divino. I gesti raccontano la loro fede. La donna più vicina a Santa Grata, forse Esteria, tiene le mani giunte e prega; un’altra, invece, porta le mani al petto, in un gesto che rivela un docile abbandono al mistero della miracolosa fioritura. Non c’è scompiglio tra gli astanti; l’atmosfera, i volti e i gesti sono sospesi, contenuti, devoti. Unica voce fuori dal coro: il fanciullo con la casacca gialla che, lasciandosi prendere dall’emozione, si rivolge sorridendo al compagno indicandogli il fatto miracoloso con un gesto inaspettatamente vivo.

10 – Santa Grata mostra a suo padre Lupo i fiori nati dal sangue di Sant’Alessandro

Santa Grata mostra a suo padre Lupo i fiori nati dal sangue di Sant’Alessandro – tela, 103×148 cm – firmato: AENEAS S. – Bergamo, collezione privata

Piena d’infinito gaudio, e giubilo ritornata al Palazzo, e ritrovato il caro progenitore, Vedete, gli disse, odorate, e gustate quali fiori la terra bagnata del pretioso sangue del valoroso Campione di Christo Alessandro martirizzato hieri alla base del vostro Crotacio, hà prodotto, atti a risanare infermi, e ravvivare morti […].
Onde il buon vecchio […] mosso e dal pietoso aspetto, e dalle saggie, e penetranti ragioni, che al cuore gli scesero, e dall’amorose lagrime di lei, e dal vedere quei fiori miracolosi, vaghissimi all’occhio, che all’odorato rendevano sopranaturale fragranza, e al gusto erano soavissimi […] e toccato interiormente dalla divina Grazia, si rese, e prosposto ogni humano rispetto, e timore prese consiglio di voler esser Cristiano (da Celestino Colleoni, Historia Quadripartita di Bergamo et suo Territorio, nato Gentile e rinato Christiano, II, p.175, 178, Bergamo 1617).

Santa Grata entra nella grande sala del sontuoso palazzo di famiglia, dove il padre, Lupo, è impegnato nella lettura di una pergamena. Gli abiti che indossa rivelano l’importante ruolo istituzionale che ricopre: egli è il duca di Bergamo. Sulle spalle indossa un ampio manto purpureo e una pregiata mozzetta di ermellino, sul capo la corona ducale, cui il pittore ha dato l’aspetto del berretto dogale. Ai suoi piedi è accucciato un fedele cane da caccia, come si addice ad ogni nobiluomo del suo rango. Egli, infatti, appartiene ad una delle più nobili famiglie della città: è figlio di Crotacio, primo duca di Bergamo, tanto giusto e valoroso da esser stato divinizzato subito dopo la sua morte. Ed è proprio sotto la colonna dedicata al primo leggendario duca della città, che Sant’Alessandro il giorno precedente aveva subito il martirio. Accanto a Lupo vi è la sua fedele consorte, Adleida, nobile bergamasca, educata secondo la fede cristiana sin dall’infanzia. Santa Grata mostra ai genitori i fiori sbocciati dalla terra bagnata dal sangue di Sant’Alessandro. Presenta loro un mazzetto di gigli e rose profumatissimi raccolti nello stesso lino che aveva accolto il capo reciso del martire. Gli occhi della fanciulla cercano gli occhi del padre; ella è certa che mostrandogli la testimonianza della santità del martire, anche Lupo senta nascere l’intimo desiderio di farsi cristiano. E così accade. Le braccia di Lupo si aprono, quasi a significare la devota adesione alla nuova fede.

11 – Traslazione del corpo di Sant’Alessandro (Fabio Ronzelli)

Traslazione del corpo di Sant’Alessandro – tela, 105×149 cm – Fabio Ronzelli – Bergamo, Cattedrale di Sant’Alessandro

Nel luogo dove fu l’invitto Martire di Christo Sant’Alesandro decapitato, e dove caderono le goccie del sangue, e dove fu sepolto, furono poi da Santa Grata fabricate Chiese in honore di lui […]. Giacque ove lo sepelì la santa Vedova fin all’anno […] 908 secondo la verità, nel quale la suddetta Chiesa Cathedrale da Berengario abbuggiata e ristorata poi da San Adalberto Vescovo, il quale lo trasportò nel sotto Choro e ripose nell’Altare di mezzo con molta solennità intervenendo a questo devoto ufficio Berengario stesso (da Celestino Colleoni, Historia Quadripartita di Bergamo et suo Territorio, nato Gentile e rinato Christiano, II, p.152, Bergamo 1617).

Inginocchiato sulla base di una colonna, re Berengario assiste all’atto finale della traslazione della salma di Sant’Alessandro, presieduta dal vescovo di Bergamo, Adalberto. Indossa vesti preziose: una ricca tunica purpurea e un manto tessuto d’oro. La mano destra stringe lo scettro regale, la sinistra è aperta in segno di stupore e di venerazione. Il sovrano sembra non riuscire a distogliere lo sguardo dalla contemplazione del capo reciso del martire. La salma, miracolosamente incorrotta, sta per essere riposta in un nuovo sepolcro, fatto costruire da Adalberto nella cripta dell’antica basilica cimiteriale, eretta per volontà di Santa Grata poco dopo il martirio del Santo. Berengario offre come dono votivo la propria corona, forse in espiazione dell’incendio che distrusse gran parte della basilica, provocato dal suo esercito durante l’assedio e il sacco di Bergamo nel 908. Tre chierici ripongono la salma nella nuova sepoltura, sotto lo sguardo devoto, quasi commosso, del vescovo Adalberto. I gesti e i sentimenti che animano il vescovo riportano alla memoria la figura di Santa Grata. Come il nobile, anche il presule custodisce tra le mani, il capo reciso del martire, avvolto in un candido lino. Una volta chiuso il sepolcro, sopra il corpo del martire, veglierà il vessillo della legione tebea, a ricordo del suo coraggio sul campo di battaglia prima e nell’annuncio del Vangelo poi.

12 – Federico Barbarossa tenta di violare le reliquie di Sant’Alessandro

Federico Barbarossa tenta di violare le reliquie di Sant’Alessandro – bistro, quadrettatura a matita nera su carta avorio, 178×259 mm – Enea Salmeggia – Bergamo, Accademia Carrara

Giunto a Bergamo il Barbarossa, e dopo qualche tempo di assedio, per divina permissione, havutolo in suo potere, grandissime, e inaudite crudeltà vi usò […]. Non hebbe rispetto nessuno ne à sesso, ne ad età veruna: ma fece aprire le donne gravide; uccidere, contra terra tirandoli, i fanciulli; alle vergini tagliare le orecchie, e le mammelle; alle vedove le mani, e le nari; metter fuoco nelle case, e nelle chiese; ispianare le mura, isvellere le torri; rubò i tesori da suoi antecessori al glorioso Martire Sant’Alessandro offerti; volle rubbare il lui Sacro Corpo ancora, e quelli de gli altri santi, che quivi erano, e vi si affaticò tutt’un giorno, ma da divina virtù fu impedito: Onde partì confuso, la misera Città desolata, e disfatta, lasciando (da Celestino Colleoni, Historia Quadripartita di Bergamo et suo Territorio, nato Gentile e rinato Christiano, II, p. 143, Bergamo 1617).

Tre uomini tentano animosamente di scoperchiare il sepolcro che custodisce il corpo di Sant’Alessandro. Cercano di far leva con delle spranghe per sollevare la pesante lastra tombale. Uno si butta persino a terra, cercando di sfruttare tutto il peso del proprio corpo per aprire l’arca marmorea. Invano. Nonostante gli sforzi la tomba resta sigillata. Di fronte a tale straordinaria resistenza lo stupore si diffonde nella cripta, le cui pareti sono ricoperte di ex voto, a testimonianza del fatto che il Santo non lesina grazie e miracoli ai suoi fedeli. All’iniziale sorpresa segue la chiara convinzione che sia stato Sant’Alessandro ad intervenire perchè la sua tomba non fosse violata e i suoi resti mortali non venissero trafugati. Sembrano essere queste le parole pronunciate dall’uomo che con una mano indica la sepoltura del martire e con l’indice alzato dell’altra mano indica il cielo. Solo un intervento celeste può spiegare tale miracolo. L’imperatore Federico Barbarossa, scortato da due suoi soldati, assiste al prodigio. E’ rappresentato, quasi impietrito, di scorcio; l’espressione del viso è celata, ma i suoi gesti tradiscono sorpresa e sgomento. Egli si sta ritraendo, tanto che la gamba destra è sollevata da terra, come se un sobbalzo di stupore lo stesse spingendo indietro. Le sue mani sono aperte, quasi a comunicare, oltre al timore, la resa di fronte all’intervento miracoloso.

Sant’Alessandro a cavallo protettore di Bergamo – tela, 250×150 cm – Fabio Ronzelli – Bergamo, Cattedrale di Sant’Alessandro

13 – Sant’Alessandro a cavallo protettore di Bergamo (Fabio Ronzelli)
 
Maggior beneficio apportò alla Patria nostra Sant’Alessandro non solamente predicandovi […] ma col proprio sangue autenticando la sua predicazione, e irrigandoci, e santificandoci tutti, e eleggendola in somma  per Patria sua, e favorendola poi come tale, e difendendola ne i suoi bisogni: Onde ella seguendo le vestigia della S. Chiesa, lui à ragione s’hà eletto per suo Protettore e Difensore unico dopo Dio, e la Vergine Santissima (da Celestino Colleoni, Historia Quadripartita di Bergamo et suo Territorio, nato Gentile e rinato Christiano, II, pp. 150-151, Bergamo 1617).

“Quasi arco di luce ra tenebre, quasi stella del mattino in mezo a nebbia, quasi sole sfolgorante sei, Beato Alessandro!”.

Così l’antica liturgia della Chiesa bergomense loda il suo patrono, paragonandolo agli astri più luminosi del firmamento.
Il dipinto che suggella la serie dei fatti della vita di Sant’Alessandro sembra esserne la traduzione figurativa. In sella ad un bianco cavallo rampante, il Santo martire cavalca i cieli che sovrastano Bergamo, irraggiando un terso bagliore che illumina le torri, le case e le chiese di Città alta.
Indossa abiti militari, una libera interpretazione dei costumi dell’esercito romano a cui si aggiungono accessori secenteschi come l’esuberante cimiero da gran parata coronato da pennacchi bianchi e celesti.
Nella mano sinistra impugna le briglie del cavallo, anch’esso bardato con nastri, fiocchi e preziosi ornamenti dorati, nell’altra regge saldamente un purpureo vessillo gigliato, suo principale attributo iconografico.
L’opera presenta un elemento di originalità: sotto l’egida del Santo martire è posta la città di Bergamo, rappresentata simbolicamente dal suo nucleo più antico: Città alta. Sono riconoscibili la porta di Sant’Agostino con l’annesso convento, il castello sul colle di Sant’Eufemia, la torre del Gombito e la mole della basilica di Santa Maria Maggiore.

BIBLIOGRAFIA
– Sul ciclo alessandrino di Salmeggia bisogna rifarsi a G. Knox, Conflict and Renewald at the Cathedral of Bergamo : A Painted Life of S. Alessandro by Enea Salmeggia, ca 1615, in “Arte Lombarda”, 127, 1999, pp.89-98.
– Un’aggiunta alla serie e un aggiustamento attributivo in favore di Fabio Ronzelli della Traslazione del corpo di Sant’Alessandro sono registrati da S. Facchinetti, A margine della pala di Giovan Battista Tiepolo per il Duomo di Bergamo, in Tiepolo. Intorno alla pala del Duomo di Bergamo, catalogo della mostra, a cura di S. Facchinetti, Bergamo 2001, p. 26.
– I disegni preparatori connessi al ciclo sono schedati da M.C. Rodeschini Galati e da M. Olivari, in Prima della pittura. Enea Salmeggia 1565 (?)-1626, catalogo della mostra, Bergamo 1986, pp. 102-103, nn. 42-43, 120-123, nn. 53-54; e da E’. Pagliano, in De chair et d’esprit. Dessins italiens du Musée de Grenoble. XV-XVIII siècle, catalogo della mostra, a cura di E’ Pagliano, Paris 2010, pp.73-74, n. 21.
– Una buona sintesi sul pittore è quella di P. Plebani, Enea Salmeggia detto il Talpino, Bergamo 2009.
– Le fonti agiografiche su Sant’Alessandro sono raccolte in Exite Flores Inclyti. Antologia alessandrina. Testimonianze a S. Alessandro dalle “Passiones” ai giorni nostri, a cura di G. Carzaniga, Bergamo 1998.
– Sull’iconografia del Santo uno studio monografico è quello di L. Pagnoni, S. Alessandro nell’iconografia bergamasca, Bergamo 1989.
– Una miscellanea di saggi dedicati alla figura di Sant’Alessandro inserita nel contesto locale è Bergamo e Sant’Alessandro. Storia, culto, luoghi, a cura di L. Pagani, Bergamo 1999.

Tratto da: Guida alla mostra Le Storie di Sant’Alessandro di Enea Salmeggia – Il ciclo ricomposto. A cura di Simone Facchinetti e Giuliano Zanchi.

Le viuzze medioevali di Città Alta e le porte del morto

Oggi vi prendo per mano per condurvi nel dedalo di Città Alta alla ricerca delle sole viuzze medievali che ancora mantengono il loro carattere originario, ovvero quelle stradette che nel XII e XIII secolo intersecavano il groviglio delle abitazioni addensate in disposizione casuale, senza  tracciati definiti.

Il tratto iniziale di via Alla Rocca, salendo da piazza Mercato delle Scarpe

Di queste viuzze sono sopravvissuti solo due tratti, il primo dei quali s’incontra inizialmente sul lato destro di via Rocca ed è contiguo alla chiesa di S. Rocco, ad essa accomunato per il suo essere “luogo nascosto”, ammantato da un’aura vagamente lugubre e misteriosa.

Si tratta di una schiera ininterrotta di case, la quale, accanto a normali aperture presenta un’insolita serie di porticine murate che invitano a interrogarsi sulla loro origine e sul loro significato.

La schiera di case sul lato destro di via Rocca, il cui fronte presenta una serie di porte murate risalenti al periodo medioevale (Foto Alfonso Modonesi)

L’altro tratto riguarda via Mario Lupo, tratto che è sopravvissuto alle alterazioni sopravvenute dal Quattrocento all’Ottocento e si trova proprio di fronte ai vani delle botteghe sottostanti la sacrestia della Cattedrale, erette dai canonici nel XII secolo.

Il lato sinistro di via Mario Lupo, uno dei due tratti originari di Città Alta che ha mantenuto il carattere delle stradette della Bergamo del XII e XIII secolo. La via, già denominata via delle Beccherie, era in quel tempo zona di traffici e commerci in quanto collegava il crocicchio del Gombito con la Piazza Maggiore di S. Vincenzo (attuale piazza dell’Ateneo), nel secolo XII destinata a mercato cittadino, prima degli animali ed in seguito dei cereali e delle biade

 

Lato sinistro di via Mario Lupo, particolare

 

Via Mario Lupo, ingresso alle abitazioni posto di fronte alle ex botteghe dei canonici della Cattedrale

Le botteghe  si trovano invece dopo il portale della Canonica detta “dei Cuochi”, che porta nella serraglia l’immagine di S. Vincenzo.

I fondachi (botteghe) di via M. Lupo ripresi negli anni Sessanta

 

Lapide affissa all’ingresso del portale della Canonica detta dei Cuochi: “Portone di S. Vincenzo del 1150 di accesso al chiostro e alla canonica eretti dal Vescovo Adalberto nell’897”

 

Il passaggio della Canonica “dei Cuochi”, che ricongiunge via M. Lupo a Piazza Vecchia (Raccolta Gaffuri)

 

Particolare del passaggio della Canonica “dei Cuochi” (Raccolta Gaffuri)

 

L’immagine di S. Vincenzo nella serraglia del portale della Canonica “dei Cuochi”, ingenua opera scultorea di gusto e forma bizantineggiante

Era il tempo in cui il Comune bergamasco, sorto dal decadimento della vita feudale, andava affermando la sua autonomia in un’atmosfera di libertà. Un’epoca in cui un considerevole sviluppo edilizio vedeva il sorgere di nuove case, torri ed edifici destinati a durare per secoli.

Porzione dell’area occupata dal castrum dei La Crotta inglobato dalla Cittadella (Foto Lino Galliani)

 

Accanto al Palazzo della Ragione, il Palatium Comunis Pergami (attuale Palazzo del Podestà), eretto tra il 1182 e il 1198, in una tarsia di Fra Damiano Zambelli nel coro di S.Bartolomeo a Bergamo (da “Bergamo d’altri tempi”, S. Angelini)

Solo all’interno della cerchia murata vi erano più di trenta torri, appartenenti al ceto dominante. E’ il caso dei De Zoppis al Gombito, dei La Crotta di fronte al Carmine, dei ghibellini Suardi presso il Palatium Comunis (l’attuale Campanone) , dei Rivola (la più eminente casata di parte guelfa) e di altre case minori, erette con facciate di pietra a vista e con l’impiego di massicci blocchi di arenaria e più spesso di duro calcare, mentre i contorni di finestre e porte erano comunemente di muratura o di legno.

Casa De Zoppis e Torre di Gombito (inizio XII secolo), all’incrocio principale della città, là dove si incontravano il cardo e il decumano romani. Originariamente l’unico accesso alla Torre di Gombito, ora murato, era posto sul lato est, ad otto metri dal suolo, attraverso il quale comunicava con la casa adiacente, con cui formava un complesso unitario. Le altre aperture erano solo le feritoie e le monofore poste alla sua sommità

 

Nel XVI secolo, nella Torre di Gombito viene inserita una bottega al piano terra, con un ingresso e una finestra. Successivamente viene inserito un porticato o forse un’altra bottega di cui restano tracce, sul lato verso via M. Lupo, di mensoloni in pietra nera che sporgono a circa sei metri dal suolo

 

Particolare di uno dei mensoloni posto a circa 6 metri dal suolo, residuo di un preesistente porticato o bottega successiva al XVI secolo

Le case dei ghibellini De Zoppis al Gombito (Casa-torre e Passaggio fortificato fra la casa e la torre) furono erette, come recita la lapide posta sopra il passaggio, dalla famiglia De Zoppis intorno al 1100.

Casa De Zoppis e Torre di Gombito – lato ovest

 

Le case della famiglia De Zoppis al Gombito (Foto Raccolta Lucchetti). Nel XVI secolo la casa adiacente la torre di Gombito era già stata completamente ricostruita con un voltone archiacuto

 

La lapide affissa sopra il passaggio, testimonia che le case dei ghibellini De Zoppis al Gombito furono erette da tale famiglia intorno al 1100

 

Il passaggio fortificato tra la casa De Zoppis e la Torre. Nel XIV secolo Lo spazio era chiuso all’esterno da una semplice porta fortificata che non doveva essere molto dissimile da quella posta nel passaggio, dove un arco a sesto acuto dà accesso al sottoportico leggermente voltato (Foto Raccolta Lucchetti)

 

Il cortile interno a lato della torre del Gombito nella Raccolta Gaffuri

Anche se col trascorrere del tempo le pietre delle facciate furono frequentemente intonacate perdendo così il tipico aspetto delle case di Toscana e dell’Umbria, i contorni delle porte che si susseguono quasi a contatto fra loro mantengono e mostrano, oggi come allora, il loro aspetto primitivo.

Particolare delle porte del morto in via Rocca, in uno dei palazzi più antichi di Bergamo Alta. “Le spalle e gli archivolti, tagliati con masselli ed armille con esatta precisione di squadratura e di giunzione ed eseguite con accuratezza di fattura nel duro calcare, conservano dopo quasi otto secoli la loro forma genuina senza alterazione alcuna e come tali dureranno per lungo tempo ancora, rievocando nel loro aspetto quella lontana vita” (L. Angelini, op. cit.)

La caratteristica dei blocchi che compongono spalle ed archi è costante come per le aperture di finestre e di porte dei fortilizi antichi: la fascetta intorno alla luce dell’apertura lavorata a scalpello fine e la bozza soprastante lavorata grezza in lieve curvatura formante uno sporto ad unghia: lavorazione questa che durò dal secolo XI fino al Quattrocento.

In via Rocca, la cortina di edifici sulla destra presenta caratteristiche architettoniche di case medioevali con archi, spalle alle finestre e alle porte con paramento in pietra squadrata. In questo gruppo di case dalle cinque aperture contigue (che si può attribuire al secolo XIII) si aggiunge nella casa più bassa segnata al n. 3 un’altra porta pure medioevale ma ad arco acuto sorta più tardi nel secolo XIV e pertanto posteriore di circa un secolo

 

A partire dal 1301 e fino al 1449, le porticine di via Rocca permettevano l’ingresso nei depositi dell’Opera di Misericordia Maggiore (la più importante confraternita laica cittadina istituita a favore di poveri, malati, religiosi e bisognosi), di cui rimane traccia nella lapide affissa in una delle pareti cieche di via Rocca. Probabilmente in questo edificio si svolgevano anche attività artigianali e di commercio

Fra queste luci di porta sono presenti nel tratto di strada di via Rocca le piccole porticine intermedie che da tempo, in richiamo di consimili esempi umbri, vengono chiamate “porte del morto” perché, secondo la tradizione, ognuna di esse veniva usata solo per il passaggio di un feretro nell’uscire dalla casa.

La porticina murata rappresenta una delle “porte del morto” di via Rocca. La porta era ubicata accanto all’ingresso principale dell’abitazione e si distingueva oltre che per la sua forma piccola e stretta anche per la sua collocazione rialzata rispetto al piano stradale.Ve ne sarebbe un altro esempio in via Solata, accanto alla torre della chiesa di S. Pancrazio

Si tratta di una caratteristica struttura delle case medievali presente in Umbria, particolarmente a Gubbio, a Nocera Umbra, a Spello, ad Assisi, mentre contrariamente a quanto altri affermano, L. Angelini (cit.) non accenna ad esempi simili in Toscana.

“Per strano caso, difficilmente spiegabile, si ritrova tale motivo anche in un punto della Provenza francese nella cittadina abbandonata dei Baux presso le Alpilles, già sede medioevale di feudo, punto di afflusso del turismo e che lascia nel suo strano aspetto un indelebile ricordo: anche qui fra quelle pittoresche rovine le porticine alte e strette risultano contigue a porte di maggior misura” (L. Angelini, cit.).

Ma vediamo il motivo di questa insolita struttura architettonica.
La “porta del morto” deve il suo nome all’usanza medievale di fare uscire la bara non dall’ingresso principale, ma dalla porta più stretta, affinché lo spirito del morto restasse dentro la casa.

Le porte del morto nella Raccolta Gaffuri

La porta quindi si apriva soltanto per far passare la bara di chi usciva, piedi in avanti, dalla casa, per non farvi più ritorno.
Per scongiurare un cattivo auspicio, subito dopo il passaggio della bara la porta veniva murata affinchè nessun vivo, nemmeno per errore, vi passasse attraverso. Ed anzi, chi la oltrepassava anche solo per errore veniva considerato già morto per i familiari; si racconta che S. Chiara e S. Francesco lasciarono la casa paterna varcando proprio quella soglia, forse a simboleggiare l’addio alle cose terrene.

A giustificare l’esistenza di una simile stranezza vi sarebbe però un altro motivo, non legato alle credenze popolari ed ispirato a ragioni prevalentemente pratiche.
Le abitazioni medievali, infatti, normalmente avevano al pianterreno le stalle, le botteghe artigiane o commerciali e subito dopo l’ingresso partiva, per privilegiare questi spazi, una ripida scalinata tanto stretta che la bara non vi poteva girare e pertanto in questa occasione necessitava di tale apertura.

Il gruppo di case di via Rocca, attribuibili al secolo XIII, formante cinque aperture contigue, alcune delle quali murate (incisione all’ acquaforte del 1966, di Carlo Scarpanti)

La tradizione che ha dato il nome a questi stretti passaggi, da taluni si interpretano ora o come porte di sussidio e quasi di servizio con scaletta a parte, o come elemento difensivo, essendo non aperte fino a terra ma con un livello della soglia tenuto a notevole altezza sul piano stradale.

Una più semplice interpretazione si appoggia sul fatto che essendo nel medioevo intollerabile una coabitazione con ingresso comune, ogni porta accedeva direttamente ai locali interni con singole scale separate fra le quali spesso trovavano posto, come nel nostro caso, fondaci o botteghe intermedie.

La stretta di Via Rocca in direzione Mercato delle Scarpe

Certo è che nelle tombe etrusche esisteva una porta simbolica, spesso disegnata, ad indicare il passaggio delle anime dei defunti, il che fa supporre ad alcuni studiosi l’origine etrusca delle porte del morto.
In epoca romana invece il passaggio delle anime veniva presentato come il limes dell’uscio di casa, varcato dal defunto una sola volta, mentre nel Medioevo la porta veniva murata per impedire il ritorno della morte in quella casa.
Anche le tombe delle prime dinastie faraoniche, successivamente destinate a dignitari di corte, presentano la riproduzione di una finta porta, con il nome e il titolo del defunto, a simboleggiare il passaggio tra il mondo dei vivi e quello dei morti.

Riferimento principale

Luigi Angelini, “Un tratto di Bergamo medioevale”, Cose belle di casa nostra: Testimonianze d’arte e di storia in Bergamo, Stamperia Conti, Bergamo, 1955, pagg. da 111 a 113.

Origini e fascino dell’antica festa dell’Apparizione in Borgo Santa Caterina

La scenografia più spettacolare – un arco trionfale – allestita in Borgo Santa Caterina nell’agosto del 1903, in occasione dell’incoronazione della Madonna Addolorata (Archivio fotografico – Fondazione Bergamo nella Storia)

La festa dell’Apparizione in Borgo Santa Caterina è legata a un evento straordinario, descritto da Padre Donato Calvi nelle sue “Effemeridi”.

Il 18 agosto del 1602 una stella apparsa nel cielo di mezzogiorno illuminava con tre raggi l’affresco della Madonna Addolorata posto sul muro di una casa presso l’antico ponte della Stongarda. Sotto gli occhi di una folla numerosa i raggi prodigiosi riportavano l’affresco – già deteriorato in alcune parti – alla bellezza originaria. Al prodigio seguirono grazie miracolose e frequenti guarigioni.

Giuseppe Riva, “L’Apparizione del 18 agosto 1602” collocata presso il Santuario di Borgo S. Caterina

L’affresco, che era stato dipinto il 27 luglio del 1597 dal pittore locale G. Giacomo Anselmi, è lo stesso che si venera da oltre quattro secoli nell’altare maggiore del Santuario.

L’immagine miracolosa della B. V. Addolorata, opera del pittore locale G. Giacomo Anselmi (1), collocata sull’altare maggiore del santuario di Borgo S. Caterina. L’effige è stata solennemente incoronata il 17 agosto del 1903 dal Beato Card. Andrea Carlo Ferrari

Dopo un anno il Vescovo concedeva ai borghigiani di edificare un Santuario, di cui la prima pietra – come ricorda la lapide affissa a fianco dell’ingresso sul lato ovest – fu benedetta dal vescovo Giovan Battista Milani l’11 luglio del 1603.

Entro il gennaio del 1605 la fabbrica veniva portata a termine ed aperta al culto, con il trasporto sull’altare maggiore del muro affrescato.

L’aspetto del Santuario di Borgo S. Caterina nel 1885. La pianta originaria era quadrata, con ingresso a ovest e loggia esterna su tre lati nord-ovest-sud, di cinque archi per lato (come descritto dall’Inventario dei Beni Culturali e Ambientali di Bergamo)

 

L’aspetto del Santuario di Borgo S. Caterina, prima della ristrutturazione del 1886 (da “Cenni storici intorno al Santuario di Maria SS. Addolorata di Borgo Santa Caterina)

L’anno successivo (1606), grazie all’offerta della famiglia Galina venne realizzato, su modello del dipinto miracoloso, il gruppo ligneo dell’Addolorata portato ogni anno in processione per le strade del borgo nel giorno che rievoca il miracoloso evento.

Il gruppo ligneo della Beata Vergine, realizzato pochi anni dopo il fatto prodigioso

La colonna votiva sul piazzale del Santuario in origine si trovava invece nel bel mezzo della contrada, essendo stata posata in sostituzione di una grande croce in legno, rimossa per timore che potesse arrecare danno ai passanti: per tale motivo la colonna venne chiamata “crocetta”.

La colonna, eseguita nel 1614 da Antonio Abbati e benedetta il 24 dicembre dal vescovo Emo, è sormontata dal gruppo scultoreo della Beata Vergine Addolorata, in tutto simile al simulacro che si porta ogni 18 agosto in processione (2).

Sotto il gruppo marmoreo dell’Addolorata sono incise le parole: “Vulneratus cuspide amoris”: (Gesù) ferito dalla lancia dell’amore. Nel 1629 fu deliberata la costruzione di un’inferriata intorno alla colonna, ma non si sa quando essa venne posta e successivamente tolta

Nei due dipinti votivi di Marco Gozzi (1759-1839) collocati nella cappella in cui ogni anno si espone il gruppo ligneo dell’Addolorata, la colonna appare nella sua collocazione originaria, ovvero al centro della contrada di Borgo S. Caterina, in asse con l’edificio sacro.

Gli ex-voto documentano due fasi salienti del passaggio di truppe straniere avvenuto senza arrecare danni al borgo e sono al contempo una bella testimonianza della vita e dell’aspetto di Borgo S. Caterina all’inizio ed alla fine del secolo XVIII. Mentre del primo avvenimento l’autore dovette affidarsi alla memoria storica e alla fantasia, del secondo fu probabilmente testimone diretto.

Nel passaggio di truppe francesi ed alemanne in Borgo Santa Caterina (1705) l’Addolorata proteggere dall’alto i suoi devoti. Il borgo è osservato dal ponte della Morla e la colonna, visibile in lontananza, compare al centro della via.

Ex-voto di Marco Gozzi rappresentante un evento miracoloso datato 1705: il passaggio di truppe francesi ed alemanne in Borgo Santa Caterina, avvenuto senza arrecare danni

L’altro evento è legato all’ingresso degli austro-russi (1799) senza che alcun danno venga arrecato al borgo: un fatto miracoloso, attribuito all’intervento della Madonna Addolorata venerata nel Santuario, dipinta in alto tra nuvole ed angeli.

Il dipinto è vivissimo nel rappresentare la colonna, il Santuario con il suo campanile, le case con i balconi e le finestre da cui si affacciano figure incuriosite ma non spaventate, mentre in primo piano soldati e cavalleggeri sostano e si intrattengono con alcuni borghigiani.

Ex-voto di Marco Gozzi rappresentante l’ingresso nel borgo di S. Caterina, il 14 aprile 1799, di un distaccamento austro-russo che insegue truppe francesi. I soldati vi pernottarono “ma niuno vi soffrì un minimo disturbo”, come recita la didascalia dipinta sulla tela

Fu solo alla fine dell’Ottocento che, probabilmente per la posa dei binari del tram la colonna venne spostata nella sede attuale e cioè nel punto di convergenza ottico del piazzale antistante il Santuario.

La liscia colonna sormontata dal gruppo scultoreo della Pietà, realizzati in marmo bianco di Zandobbio. La  base della colonna è attica e capitello è di tipo tuscanico. Sul basamento si legge la seguente iscrizione: IOANNIS EMUS EPISCOPUS BENEDIXIT – IX KALEND JANUARII 1614 (anno di costruzione). I due gradini alla base vennero eseguiti nel primo Novecento

 

Simulacro dell’Addolorata posto sopra la colonna. Il gruppo scultoreo, richiamante l’iconografia della Pietà, riproduce il dipinto conservato nel Santuario. La scultura è protetta da un baldacchino semisferico in rame

Nel frattempo l’edificio si arricchì di opere d’arte: oltre al Gozzi, dello Zucco, del Salmeggia, del Fantoni, ad esempio.

La grande pala di Francesco Zucco, nell’altare dedicato alla Madonna di Loreto, nel transetto sinistro, fatto erigere nel 1615 dagli abitanti di Pedrengo in adempimento a un voto. Attorno all’effigie della Madonna di Loreto compaiono i santi patroni della Parrocchia di Borgo S. Caterina (Caterina d’Alessandria e Maddalena) e di quella di Pedrengo (Evasio papa e Silvestro). Santa Caterina è alla sinistra, inginocchiata. Porta sul capo la corona regale. Vicino a lei, alla sua sinistra, sono la palma e la ruota

Nell’agosto del 1886 iniziò la ristrutturazione del Santuario su disegno di Antonio Piccinelli, mentre la cupola (1894) e la facciata (1897) vennero eseguite su disegno di Elia Fornoni.

L’aspetto del Santuario di Borgo S. Caterina, prima della ristrutturazione del 1886 (Raccolta Lucchetti)

 

Bergamo. Santuario di Borgo Santa Caterina, Anonimo. Posteriore al 1898 (Civiche Raccolte Grafiche e Fotografiche. Civica Raccolta delle Stampe Achille Bertarelli)

Il campanile assunse invece la forma attuale nel 1906 su disegno del Pandini.

Il Santuario oggi

All’interno, ricco di stucchi e affreschi, vi operarono inoltre gli artisti Ponziano Loverini, Giovanni Pezzotta, Giuseppe Riva, Antonio Rota (che eseguì dodici statue raffiguranti santi), Nino Nespoli, Luigi Angelini, Attilio Nani.

E ancor’oggi i festeggiamenti dell’Apparizione continuano ad essere sinonimo di grande devozione da parte di migliaia di fedeli, che vi si riuniscono sin dal primo mattino.

Santuario di Borgo S. Caterina

Sotto la luce carezzevole delle Litanie Lauretane, all’intento squisitamente religioso si associa così anche quello umano: si ammirano le opere d’arte che arricchiscono l’edificio, si ascolta musica sacra e si rivedono amici del borgo in una salutare rimpatriata dove si respira quella dolce e familiare “aria dè paìs”.

E attraverso canti, suppliche, acqua santa, processioni, reliquie, incenso, luci, statue, ori, fuochi e banda, i sensi entrano nel gioco virtuoso della devozione, dando corpo alla fede: una fede antica e ancora molto viva.

 

NOTE
(1) Altre opere di Gian Giacomo Anselmi presenti nella bergamasca: un dipinto della Vergine col Bambino tra San Giuseppe e San Carlo (firmato e datato Jacobus de Anselmis –1597), collocato nell’altare a sinistra del Tempio dei Caduti di Sudorno, dove fu posto quando il tempio sostituì la vecchia chiesetta dedicata alla Madonna; nella Chiesa di Sant’Andrea; nella sagrestia di Redona; Pala d’altare della Chiesa Parrocchiale di Pedrengo.

(2) “Ottenuta il 27 settembre 1614 la licenza dai “giudeci delle strade’, Marco Antonio Mutio e Gio Battista Advinatri, su istanza del deputato della chiesa Giacomo Bagis, si procedette alla costruzione”, affidandone l’esecuzione, come attestano i documenti dell’archivio parrocchiale, ad Antonio Abbati “…che risulta già morto quando il 25 luglio 1615 i sindaci e reggenti del santuario si riunirono per saldare con gli eredi il debito contratto” (Andrea Paiocchi, Il Santuario dell’Addolorata in Borgo Santa Caterina, Edizioni Grafital, Bergamo, 2002, pag. 43).

BIBLIOGRAFIA

Per la colonna

Elia Fornoni, St. Di Berg., XVI.

Luigi Pelandi, 1962, IV.

Arnaldo Gualandris, “Monumenti e colonne di Bergamo”, a cura del Circolo Culturale G. Greppi. Bergamo, 1976.

Vecchio inventario dei Beni Culturali e ambientali – Geo-Portale del Comune di Bergamo.

Per il Santuario

Elia Fornoni, St. Di Berg., Ms. XVII, 53-67.

Luigi Angelini, 1960, 12.

Luigi Pelandi, 1962.

Sandro Angelini, 1966.

Ezio Bolis e Efrem Bresciani, Il Santuario dell’Addolorata in Borgo Santa Caterina, Chiesa di santa Caterina, 2002.

“Cenni storici intorno al Santuario di Maria SS. Addolorata di Borgo Santa Caterina in Bergamo”. Pubblicato in occasione della “Solenne incoronazione – Feste Centenarie dell’apparizione della Beata Vergine di Borgo Santa Caterina”. Bergamo, Legrenzi).

Bergamo – Parrocchia Santa Caterina. Personaggi, a cura del Prof. Luigi Tironi.

Pierina Manera, caldarrostaia, nel ricordo dei Bergamaschi

Ripensando agli anni d’oro della vecchia Bergamo, ai tempi in cui i centri commerciali erano di là da venire,  la mente corre alle bottegucce di allora, così intime e originali,  e ai chioschetti di ogni foggia che a frotte rallegravano ogni angolo di strada; chioschetti che negli anni Cinquanta e Sessanta punteggiavano ancora in gran numero la città: ambulanti stanziali e itineranti, la cui tradizione si è mantenuta sino a qualche decennio fa, insieme a quella dei piccoli artigiani che passavano di strada in strada, di cortile in cortile, per la gioia di bambini e massaie: gli ombrellai, il “moleta”, lo spazzacamino, il materassaio, il gelataio, e quanti altri ancora!

Il chioschetto itinerante di un gelataio, ritratto in via XX Settembre negli anni Cinquanta

I più anziani ricordano ancora la bancarella del castagnaccio in via Angelo Maj, davanti ai giardini delle scuole nel piazzale degli Alpini, dove si rifornivano i ragazzi prima di entrare in classe, nell’agognata attesa dell’intervallo delle dieci.

1954: il calzolaio ambulante Francesco Gasparini, chiamato da tutti “Cesco Gasparì”

 

Arrotino (“Moleta”) in Piazza Vecchia. Risiedeva in via F.lli Cairoli

 

Il carretto dei Lavandai in piazza Mercato delle Scarpe

 

La “stadera”, la bilancia del fruttivendolo ambulante

Davanti al cinema Diana, oppure al S. Orsola, si appostava una vecchina che vendeva delle dure focaccette, liquirizia e “anesini”, le piccole e gustose caramelle sfuse di pura liquerizia.

Anni Cinquanta, bancarelle in Porta Nuova

 

Bancarelle in piazza S. Anna, 1960

 

Un banchetto di frutta in via Gombito, anni Sessanta

Venditori di “anesini” ve n’erano un po’ ovunque, alcuni si davano appuntamento davanti allo stadio quando giocava l’Atalanta, altri sul piazzale della stazione ferroviaria e su quello delle stazioni delle Valli.

Il formaggiaio Albino, sotto la loggia del mercato tra via Gomito e Piazza Angelini, realizzata nel 1942. Fotografia di Giuseppe Preianò

 

La bancarella dei libri usati, davanti al teatro Donizetti. Fotografia di Giuseppe Preianò

 

Il fioraio di via XX Settembre. Anni ’80. Fotografia di Giuseppe Preianò

E poi, da sempre a Bergamo, i venditori di caldarroste, dal momento che le castagne, tipico frutto bergamasco, erano facimente reperibili anche nei boschi che coronano la città – Castagneta e Maresana in primis -, sebbene perlopiù provenissero dalla “patria” delle castagne per eccellenza:  Vallalta e Abbazia, frazioni di Albino, oppure Poscante, frazione di Zogno.

1939: camino con nicchie laterali in un’abitazione popolare nei borghi di Bergamo (Raccolta Lucchetti).”Quando arrivava il tempo, in famiglia ci si radunava tutti intorno all’ampio camino a far caldarroste. Noi bambini, a turno, si scuoteva la padella forata ripiena di castagne fino che si annerivano, quasi rompendosi metà in corrispondenza dell’apposito taglio. Dopo averle raccolte in un sacco posto sul tavolo della cucina, si dava inizio all’abbuffata e il papà distribuiva misuratamente un po’ di vino a tutti. Alle raccomandazioni della mamma perchè non esagerasse, rispondeva: “Come si fa a gustare le borole se non innaffiate con un po’ di rosso” (1)

Ai primi del Novecento un famoso “caldarrostaio” era un fruttivendolo di Città Alta, il Nervi: “Nella sua botteguccia si dedicava per nove mesi all’anno soprattutto a vendere castagne. ln particolare famose, tra noi bambini, erano le sue caldarroste che fabbricava sulla soglia del suo negozio, che poi era poi era anche la sua casa. Nell’andare e nel tornare dalla scuola, o dalla chiesa, ci si fermava a guardarlo attizzare il fuoco, rimestare con la paletta forata le castagne scoppiettanti, tagliare opportunamente quelle che erano ancora nel sacco, sempre pronto a riversare con studiata parsimonia nella tasca degli avventori il piccolo misurino di caldarroste caldissime. Gridava sempre e con tutti e nulla dava per nulla; e guai se si tentava di scappare lasciandogli un soldo pestato e di dubbio valore! Lo credevamo cattivo; però, cresciuto, ho poi conosciuto la sua triste storia e le pene della sua miseria e come, nonostante tutto, la sera svuotasse nelle mani di certi poveri quello che rimaneva nel sacchetto che teneva in una cassetta di legno dipinta di verde perché le caldarroste non si raffreddassero. Ora è morto e nella sua botteguccia rimessa a nuovo vendono articoli di musica e da mane a sera un grammofono suona le sgraziate musiche moderne; e i ragazzi ancora si fermano in cerchio fuori da quella soglia. Però non ò più il piccolo mondo d’allora”(2).

Il negozio del fruttivendolo Nervi in via Gombito, ai primi dei Novecento

Famosa era anche la Giacomina, che vendeva caldarroste in Colle Aperto. Qualcuno la ricorda più in là con gli anni, quando a metà degli anni Sessanta vendeva il pane in via Gombito accanto alla vetrina di Franco Loda.

Colle Aperto, la caldarrostaia Giacomina chiamata “la fornarina”, ricordata come una persona gentile e riservata (Raccolta Lucchetti)

Anche Cassotti, il fruttivendolo di piazza Mercato delle Scarpe, era famoso per le sue ottime castagne. Qualcuno ricorda anche il caldarrostaio che stazionava con l’ape davanti all’ospedale maggiore.

La famiglia Cassotti, fruttivendoli in piazza Mercato delle scarpe, in una fotografia risalente agli anni Sessanta

Ma la venditrice ambulante per antonomasia, nella nostra città, è stata una donna di cui i Bergamaschi conservano un ricordo speciale. Conosciuta da tutti per essere “quella delle angurie e delle caldarroste”, quando nel 1975 un cronista dell’ “Eco” ne rivelò il nome, “I bergamaschi stupirono quel giorno.. stupirono per la rivelazione che quegli appunti contenevano. Perchè tutti ‘sta donna delle angurie e delle caldarroste la conoscevano e la salutavano, ma nessuno sapeva il suo nome”.

Un balzo indietro nel tempo: fruttivendolo davanti alla chiesa di S. Marta, 1924

Annotava il cronista: “E’ difficile dire da quanto tempo la signora Pierina Manera è lì. I passanti sono abituati a vederla al lavoro ‘da tempo immemorabile’. La conoscono, la salutano. Si potrebbe dire che la signora Manera faccia parte del paesaggio. Sia con il freddo di gennaio, sia con il solleone d’agosto, lei è sempre lì. E’ parte integrante del piazzale come il traffico, i palazzi, le vetrine dei negozi”.

Una specie di “monumento” (3).

Una testimonianza di Gianni Gelmini, il “Ricordo di ‘Bröta Facia Bèla’ e di qualcosa che c’era sull’angolo tra Via Zambonate e via Spaventa”, aiuta a far luce riguardo il periodo in cui Pierina Manera comparve davanti all’edificio del Coin: dal racconto si deduce che Pierina fosse la moglie del Bepo, un’ambulante che doveva stazionarvi con la sua baracca almeno dalla metà degli anni Quaranta.

“Quando, accompagnato da mia madre, svoltavo da Via XXVIII Ottobre, che a volte mia madre chiamava ancora Via dei Mille ed oggi è Via Giorgio e Guido Paglia, non vedevo l’ora di arrivare a via Zambonate: mi aspettava “bröta facia bèla’.

Com’era via Paglia intorno al 1910. La via si chiamava Via dei Mille e successivamente Via XXVIII Ottobre (Raccolta Lucchetti)

Nonostante il traffico in città non fosse molto, quella piazza era veramente trafficata. I tram sferragliavano; auto, furgoni ed anche mezzi trainati da cavalli impegnavano la piazza, occorreva attenzione ad attraversare le vie.

Largo Medaglie d’Oro nei giorni di mercato

 

Mercatini in via Zambonate , nel 1960

Sull’angolo tra Via Spaventa e Via Zambonate, c’era uno spiazzo abbastanza grande con dei grandi ippocastani e, proprio sull’angolo, tre ‘baracchette’: sul lato di via Spaventa un fiorista, al centro, sull’angolo tra le due vie, un’edicola e sul lato di via Zambonate quella da me preferita, che vendeva dolci, bibite, e d’inverno caldarroste, d’estate granite, anguria e cocco a fette; quella che tutti hanno conosciuto come del Bepo.

Veduta su Largo Medaglie d’Oro, com’era negli anni Cinquanta. Da sinistra: un vespasiano con a fianco una torretta (che fungeva da ripostiglio per gli attrezzi degli operai incaricati alla pulizia), il fioraio Bombardieri, un’edicola in metallo, e, a destra, l’insegna del negozio Gummis. Tra l’edicoletta e Gummis vi era il chioschetto del Bepo (non visibile nell’immagine): difficile stabilire esattamente da quanto fosse lì, sicuramente almeno dalla metà degli anni Quaranta. L’edificio posto dietro il fioraio fu abbattuto per costruire il Coin (Foto Wells)

 

Largo Medaglie d’Oro nel 1954. A sinistra dell’edicola, dietro l’albero, si intravede, seminascosto, il chioschetto del Bepo, che vendeva dolci e bibite; d’inverno caldarroste, d’estate granite, anguria e cocco a fette. La sua presenza in loco è testimoniata ancora sul finire degli anni Cinquanta

Il Bepo, un personaggio tracagnotto, ma sempre sorridente, mi accoglieva con una frase: “se fet bröta facia bèla’ e il motto con cui mi accoglieva, per me, era diventato il suo nome.

A destra della foto, il chiosco del Bepo, in Largo medaglie d’Oro, davanti alla palazzina abbattuta per far posto al Coin

Ora, mentre faccio mente locale, mi accorgo in quegli anni quella del Bepo era l’unica struttura assimilabile ad un bar presente sulla piazza, c’era solo una latteria poco più avanti in via Zambonate e un’altra latteria in via XXVIII Ottobre (oggi via Paglia), quest’ultima si trasferì proprio sulla piazza negli anni cinquanta.

La foto, risalente al 1961, riprende la zona di Largo Medaglie d’oro all’inizio di via Zambonate, posta sulla sinistra. Di fronte, sorge attualmente il Coin. L’edificio, con le sue botteghe, è stato demolito nel 1969 e attualmente l’area è occupata un palazzo moderno, sede di una banca (si veda la foto sottostante).  La strada sulla destra è diventata il passaggio pedonale che da largo Medaglie d’Oro si immette in via XX Settembre passando accanto alla chiesa dello Spasimo, che i Bergamaschi chiamano affettuosamente “chiesa di Santa Lucia”. All’epoca la palazzina ospitava diversi negozi, ormai “storici”, come Gummis, uno dei due negozi di Stival Verde e la Casa del Bambino. (Archivio Wells)

 

Largo Medaglie d’Oro com’è oggi (da “L’Eco di Bergamo”)

 

Una piccola, curiosa divagazione, che consente di capire com’era la zona di Largo Medaglie d’Oro all’imbocco di via Zambonate nel 1900, prima dell’abbattimanto delle Muraine. Vi sorgeva l’omonimo portello del dazio, successivamente ampliato per esigenze di traffico. Nel cancello, spalancato solo per il passaggio dei carri, era aperto un passaggio per i pedoni, che venivano controllati dagli agenti del dazio i quali si riparavano nei due piccoli edifici posti a lato della cancellata. Si noti la palazzina, posta dietro la torretta di sinistra, demolita negli anni Sessanta per far posto al Coin

Coprì un pezzo delle Roggia Serio a fianco della sagrestia della Chiesa di Santa Lucia e divenne il “Bar Alemagna”, rimasto in funzione fino a quando fu abbattuto (anni ’70?) cambiò tutta la viabilità di Via Zambonate e Via Tiraboschi, qualche anno dopo la copertura completa della Roggia.

La zona posta di fronte al Coin  (Largo Medaglie d’Oro )nel 1954. Accanto al vespasiano, il basso edificio  il fiorista Bombardieri che nasconde la vista dell’edicola. A destra dell’immagine è visibile il Bar Alemagna, con davanti una piccola rotatoria, mentre all’estrema sinistra campeggia l’insegna “Linoleum” del negozio Gummis. Tra Gummis e la torretta, indicato da una freccia gialla, il chiosco del Bepo con il suo teloncino spiovente (Archivio Wells).

 

Gli abbattimenti da questo lato di Largo Medaglie d’Oro hanno consentito la creazione del passaggio pedonale che si immette in via XX Settembre passando accanto alla chiesa dello Spasimo (o “di S. Lucia”)

La mia storia con “bröta facia bèla” non finisce con la mia infanzia. Se nell’infanzia è stato un personaggio simpatico e passare davanti al suo baracchino era per me un motivo di gioia, con l’adolescenza sono diventato un frequentatore. Per noi ragazzi, con pochi soldi in tasca, d’estate il suo baracchino era diventato il luogo ideale dove, lasciando per un poco le “vasche” del Sentierone, passare un po’ di tempo.

Largo Medaglie d’Oro, sul retro della chiesa dello Spasimo (Archivio Storylab)

Tutti attorno al suo tavolo di lamiera zincata, irrorato d’acqua corrente, potevamo gustarci delle formidabili fette d’anguria (d’inverno il posto preferito era De Zordo con la sua panna montata e la cioccolata, ma costava un poco di più).

La “Casa del Bambino”in Largo Medaglie d’Oro nel periodo natalizio

Il tempo passa e le tre baracchette, per restare adeguate ai tempi, si trasformarono in un fabbricato moderno a “L” con la stessa disposizione: sul lato di Via Spaventa il fiorista, al centro il giornalaio e sul lato di Via Zambonate il Bepo. Il fabbricato a “L” lasciava un bello spazio interno, al riparo dal traffico e dagli sguardi curiosi dei passanti e qui trovammo una bella sorpresa: i tavolini, dove potevamo sederci comodamente. Il baracchino del Bepo si era trasformato in un vero proprio Bar, ma la cosa non durò molto.

Presto tutto cambiò, le costruzioni, ancora nuove, furono abbattute, il piazzale scavato e fu innalzata una nuova costruzione, un cubo grigio senza finestre che ancora oggi potete vedere: il Coin, con nella parte interrata un supermercato alimentare, lo Stella.

La zona di Largo Medaglie d’Oro attualmente occupata dal Coin. Al posto della vecchia edicoletta ne è sorta una moderna, tuttora esistente, e al posto della palazzina ormai abbattuta, è sorto il grande edificio del Coin. Il chiosco del Bepo non c’è più

 

Lavori edili in Largo Medaglie d’Oro

Il Bepo si ritirò in pensione e sulla piazza rimase solo sua moglie a vendere limoni. Avevo certamente visto questa donna corpulenta con una vasta voglia sulla faccia, ma non l’avevo mai notata fino allora.
Mi sono chiesto che significato potesse avere restare lì ancora con la sua cesta, come potevano giustificare i pochi limoni la sua presenza e mia madre mi diede una spiegazione: sotto i limoni c’erano pacchetti di sigarette!

Pierina alla Fiera di Sant’Antonio con le collane di biligòcc, immortalata dal grande fotografo bergamasco Tito Terzi. Il suo piccolo chiosco ha stazionato a lungo in Largo Medaglie d’Oro, davanti ai grandi magazzini Coin

 

Pierina Manera con il suo chiosco alla Fiera di Sant’Antonio: biligòcc e limoni

Un tempo era finito, ma non ne ho avuto modo di accorgermene perché anche per me quel tempo era terminato. Mi ero diplomato, avevo iniziato a lavorare a Bollate al Laboratorio di Ricerche e alla sera, qualche volta, frequentavo l’Università a Milano. La mia vita era cambiata completamente e quelle routine non mi appartenevano più”.

Il fioraio davanti alla gastronomia Ghisalberti, in via XX Settembre, nel 1965  (foto di Gianni Gelmini)

Rossa in viso, Pierina vestiva una lunga palandrana nera per proteggersi dalle scintille della brace, perennemente accesa come quella sigaretta che l’ha accompagnata fino all’ultimo ricordo che abbiamo di lei.

La lapide di Pierina Manera, nel Cimitero Monumentale di Bergamo

Un’ultima immagine pubblicata in questi giorni sulla mia Pagina Facebook, che ha risvegliato il ricordo, mai sopito, della “regina delle caldarroste”, che con la sua costante e bonaria presenza è arrivata ad essere considerata “un mito”, “un’istituzione”, una figura “indelebile”. Una miriade di pensieri sono volati nell’etere ripensando a quegli anni felici.

Memorabile è il ricordo di questa grande donna, un caro, “indimenticabile personaggio”, per molti considerata una figura della Bergamo d’altri tempi, “una figura storica”. “il simbolo di Bergamo”… “Persona meravigliosa nel cuore di Bergamo”..

“…..mi son chiesta moltissime volte che fine avesse fatto”.

“Grazie x il ricordo siamo diventati vecchi”….

Ancora nel 1985 Pierina era presente in città con il suo chiosco. Fotografia di Stefano Bombardieri

Ricordarla strappa un sorriso e il suo ricordo dolcissimo riporta all’infanzia e alla gioventù di moltissime persone, perchè il suo ricordo ha attraversato intere generazioni di Bergamaschi: bambini e anziani, studenti, giovani uomini e giovani donne, che qualche decennio fa passando per il centro la ritrovavano sempre lì, davanti al Coin, “in ogni stagione e con qualsiasi tempo”.

Chi non si è fermato da lei a prendere il cocco e l’anguria in estate e le caldarroste in inverno? “Le sue belle e buone caldarroste mi riscaldavano le mani”.

Una splendida immagine di Pierina alle prese con i biligòcc

“Chi mai non aveva mangiato in estate la sue fette di anguria o il rotolo centrale (il massimo delle leccornie)? Era il 1962 o il ’63”.

Qualcuno la chiamava anche “la Limonera”, perchè oltre alle angurie d’estate vendeva “limoni tanto belli e buonissimi” ….”e quel signore in quella foto che compra l’anguria dovrebbe essere mio zio Antonio….che coincidenza!!!”… …. “Che bello vedere questa foto, la ricordo perfettamente ed è stato un emozionante tuffo nei ricordi”…

Tutti la conoscevano e non mancavano di sostare al suo chioschetto per far due chiacchiere mentre gustavano le “boröle” o una fetta d’anguria. “Metteva serenità vederla”, “era una brava persona..”… “Da piccola quando passavo con la mamma la guardavo sempre incantata”…. anche se qualcuno pensava “fosse più vecchia… Forse perché, come tutti noi, l’ho sempre vista fin da bimba, o, forse perché vivere all’aperto segna un po’ il viso”…

“Dal negozio dei miei, bastava percorrere un pezzettino di via Zambonate ed ero subito lì”…

Era una tappa fissa per tutti, non solo per chi passeggiava in centro o tornava da scuola, ma anche per gli studenti e le famiglie che vi arrivavano dalla periferia o dalla provincia. Ed era la fermata d’obbligo quando si portava la letterina nella vicina chiesa della Madonna dello Spasimo, chiesa che i bergamaschi – gente che s’affeziona – chiamano semplicemente “di S. Lucia”.

Aspettando Santa Lucia (Archivio Storylab)

 

I doni per la festa di S. Lucia in Città Alta, nel 1968

Così amata e popolare da entrare a far parte dell’intercalare bergamasco, che alla domanda:

“Che manera” (in che modo?)

rispondeva:

“che Manera la portaa i carécc in féra!”

oppure:

“Che Manera?

La endìa i limù in féra!”.

“Vi ricordate anche il gelataio della galleria dell’upim? Certo .. E come era buona quella panna montata con la spolvetatina di cannella!!! Mitico! Un tributo!” (Fotografia di Giuseppe Preianò)

Ora sappiamo che con il suo lavoro Pierina mantenne tutta la famiglia; sappiamo che abitava in via Moroni ed aveva due figli, uno di nome Tranquillo, un bel ragazzo purtroppo scomparso prematuramente, “addirittura prima di lei”, e uno di nome Fausto…che “ha fatto per anni il venditore d‘auto..bel personaggio con una famiglia stupenda”.

“Tranquillo lo ebbi come vigilante ai bagni di sole del Polaresco, era un bambino educato,comunicativo che era guardato con un certo rispetto proprio per la notorietà della mamma..”.

“Era una ex collega della mia nonna. Lavoravano da Zopfi e ogni volta che andavo in centro con la mia nonna si fermava sempre a salutarla”…

Si dice inoltre che Pierina avesse una sorella che si chiamava Linda.

“Questi personaggi fanno parte della nostra storia, del nostro essere bergamaschi!”…

Pierina Manera nel 1985, in una delle ultime immagini che la vedono occupata al suo chiosco. Fotografia di Stefano Bombardieri

Poi un giorno, mentre tutto intorno a noi stava cambiando, il chioschetto è sparito e così com’era arrivata, in silenzio la Pierina se n’è andata.

Qualcuno ha esclamato con rimpianto: “Resuscitatela!”

Qualcun’altro ha dato voce ai suoi pensieri: “Che vita ha fatto”…

“Vi rendete conto che è morta a soli 69 anni, ma la vita l’aveva segnata parecchio…”..

“Bello che in tanti la ricordiamo. ..senza pregiudizi e/o giudizi. L’educazione ci è stata insegnata bene”…

E si continua a parlare di lei….

Da qualche decennio ormai, il chiosco non c’è più. La vita non ferve più come un tempo, all’angolo tra via Zambonate e via Spaventa.

Ma a notte fonda, quando il fragore del traffico si è placato e la piazzetta è completamente deserta, potresti forse intravedere una figura evanescente, Pierina Manera, infagottata nella vecchia palandrana mentre rimesta le caldarroste con un placido sorriso.

Note

(1) Cesare Bordoni per “Giopì” del 31 maggio 2011, in: “Il Novecento a Bergamo – Cronache di un secolo”, di Pilade Frattini e Renato Ravanelli. A cura di Ornella Bramani. Vil. II, UTET,  Anno 2013.

(2) Carlo Agazzi, in “Il Novecento a Bergamo – Cronache di un secolo”, cit.

(3) “Il Novecento a Bergamo – Cronache di un secolo”, cit.

Riferimenti

Pilade Frattini, Renato Ravanelli, Il Novecento a Bergamo – Cronache di un secolo. A cura di Ornella Bramani. Vol. II, UTET,  Anno 2013.

Gianni Gelmini, Il “Ricordo di ‘Bröta Facia Bèla’ e di qualcosa che c’era sull’angolo tra Via Zambonate e via Spaventa”.

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