Le viuzze medioevali di Città Alta e le porte del morto

Oggi vi prendo per mano per condurvi nel dedalo di Città Alta alla ricerca delle sole viuzze medievali che ancora mantengono il loro carattere originario, ovvero quelle stradette che nel XII e XIII secolo intersecavano il groviglio delle abitazioni addensate in disposizione casuale, senza  tracciati definiti.

Il tratto iniziale di via Alla Rocca, salendo da piazza Mercato delle Scarpe

Di queste viuzze sono sopravvissuti solo due tratti, il primo dei quali s’incontra inizialmente sul lato destro di via Rocca ed è contiguo alla chiesa di S. Rocco, ad essa accomunato per il suo essere “luogo nascosto”, ammantato da un’aura vagamente lugubre e misteriosa.

Si tratta di una schiera ininterrotta di case, la quale, accanto a normali aperture presenta un’insolita serie di porticine murate che invitano a interrogarsi sulla loro origine e sul loro significato.

La schiera di case sul lato destro di via Rocca, il cui fronte presenta una serie di porte murate risalenti al periodo medioevale (Foto Alfonso Modonesi)

L’altro tratto riguarda via Mario Lupo, tratto che è sopravvissuto alle alterazioni sopravvenute dal Quattrocento all’Ottocento e si trova proprio di fronte ai vani delle botteghe sottostanti la sacrestia della Cattedrale, erette dai canonici nel XII secolo.

Il lato sinistro di via Mario Lupo, uno dei due tratti originari di Città Alta che ha mantenuto il carattere delle stradette della Bergamo del XII e XIII secolo. La via, già denominata via delle Beccherie, era in quel tempo zona di traffici e commerci in quanto collegava il crocicchio del Gombito con la Piazza Maggiore di S. Vincenzo (attuale piazza dell’Ateneo), nel secolo XII destinata a mercato cittadino, prima degli animali ed in seguito dei cereali e delle biade

 

Lato sinistro di via Mario Lupo, particolare

 

Via Mario Lupo, ingresso alle abitazioni posto di fronte alle ex botteghe dei canonici della Cattedrale

Le botteghe  si trovano invece dopo il portale della Canonica detta “dei Cuochi”, che porta nella serraglia l’immagine di S. Vincenzo.

I fondachi (botteghe) di via M. Lupo ripresi negli anni Sessanta

 

Lapide affissa all’ingresso del portale della Canonica detta dei Cuochi: “Portone di S. Vincenzo del 1150 di accesso al chiostro e alla canonica eretti dal Vescovo Adalberto nell’897”

 

Il passaggio della Canonica “dei Cuochi”, che ricongiunge via M. Lupo a Piazza Vecchia (Raccolta Gaffuri)

 

Particolare del passaggio della Canonica “dei Cuochi” (Raccolta Gaffuri)

 

L’immagine di S. Vincenzo nella serraglia del portale della Canonica “dei Cuochi”, ingenua opera scultorea di gusto e forma bizantineggiante

Era il tempo in cui il Comune bergamasco, sorto dal decadimento della vita feudale, andava affermando la sua autonomia in un’atmosfera di libertà. Un’epoca in cui un considerevole sviluppo edilizio vedeva il sorgere di nuove case, torri ed edifici destinati a durare per secoli.

Porzione dell’area occupata dal castrum dei La Crotta inglobato dalla Cittadella (Foto Lino Galliani)

 

Accanto al Palazzo della Ragione, il Palatium Comunis Pergami (attuale Palazzo del Podestà), eretto tra il 1182 e il 1198, in una tarsia di Fra Damiano Zambelli nel coro di S.Bartolomeo a Bergamo (da “Bergamo d’altri tempi”, S. Angelini)

Solo all’interno della cerchia murata vi erano più di trenta torri, appartenenti al ceto dominante. E’ il caso dei De Zoppis al Gombito, dei La Crotta di fronte al Carmine, dei ghibellini Suardi presso il Palatium Comunis (l’attuale Campanone) , dei Rivola (la più eminente casata di parte guelfa) e di altre case minori, erette con facciate di pietra a vista e con l’impiego di massicci blocchi di arenaria e più spesso di duro calcare, mentre i contorni di finestre e porte erano comunemente di muratura o di legno.

Casa De Zoppis e Torre di Gombito (inizio XII secolo), all’incrocio principale della città, là dove si incontravano il cardo e il decumano romani. Originariamente l’unico accesso alla Torre di Gombito, ora murato, era posto sul lato est, ad otto metri dal suolo, attraverso il quale comunicava con la casa adiacente, con cui formava un complesso unitario. Le altre aperture erano solo le feritoie e le monofore poste alla sua sommità

 

Nel XVI secolo, nella Torre di Gombito viene inserita una bottega al piano terra, con un ingresso e una finestra. Successivamente viene inserito un porticato o forse un’altra bottega di cui restano tracce, sul lato verso via M. Lupo, di mensoloni in pietra nera che sporgono a circa sei metri dal suolo

 

Particolare di uno dei mensoloni posto a circa 6 metri dal suolo, residuo di un preesistente porticato o bottega successiva al XVI secolo

Le case dei ghibellini De Zoppis al Gombito (Casa-torre e Passaggio fortificato fra la casa e la torre) furono erette, come recita la lapide posta sopra il passaggio, dalla famiglia De Zoppis intorno al 1100.

Casa De Zoppis e Torre di Gombito – lato ovest

 

Le case della famiglia De Zoppis al Gombito (Foto Raccolta Lucchetti). Nel XVI secolo la casa adiacente la torre di Gombito era già stata completamente ricostruita con un voltone archiacuto

 

La lapide affissa sopra il passaggio, testimonia che le case dei ghibellini De Zoppis al Gombito furono erette da tale famiglia intorno al 1100

 

Il passaggio fortificato tra la casa De Zoppis e la Torre. Nel XIV secolo Lo spazio era chiuso all’esterno da una semplice porta fortificata che non doveva essere molto dissimile da quella posta nel passaggio, dove un arco a sesto acuto dà accesso al sottoportico leggermente voltato (Foto Raccolta Lucchetti)

 

Il cortile interno a lato della torre del Gombito nella Raccolta Gaffuri

Anche se col trascorrere del tempo le pietre delle facciate furono frequentemente intonacate perdendo così il tipico aspetto delle case di Toscana e dell’Umbria, i contorni delle porte che si susseguono quasi a contatto fra loro mantengono e mostrano, oggi come allora, il loro aspetto primitivo.

Particolare delle porte del morto in via Rocca, in uno dei palazzi più antichi di Bergamo Alta. “Le spalle e gli archivolti, tagliati con masselli ed armille con esatta precisione di squadratura e di giunzione ed eseguite con accuratezza di fattura nel duro calcare, conservano dopo quasi otto secoli la loro forma genuina senza alterazione alcuna e come tali dureranno per lungo tempo ancora, rievocando nel loro aspetto quella lontana vita” (L. Angelini, op. cit.)

La caratteristica dei blocchi che compongono spalle ed archi è costante come per le aperture di finestre e di porte dei fortilizi antichi: la fascetta intorno alla luce dell’apertura lavorata a scalpello fine e la bozza soprastante lavorata grezza in lieve curvatura formante uno sporto ad unghia: lavorazione questa che durò dal secolo XI fino al Quattrocento.

In via Rocca, la cortina di edifici sulla destra presenta caratteristiche architettoniche di case medioevali con archi, spalle alle finestre e alle porte con paramento in pietra squadrata. In questo gruppo di case dalle cinque aperture contigue (che si può attribuire al secolo XIII) si aggiunge nella casa più bassa segnata al n. 3 un’altra porta pure medioevale ma ad arco acuto sorta più tardi nel secolo XIV e pertanto posteriore di circa un secolo

 

A partire dal 1301 e fino al 1449, le porticine di via Rocca permettevano l’ingresso nei depositi dell’Opera di Misericordia Maggiore (la più importante confraternita laica cittadina istituita a favore di poveri, malati, religiosi e bisognosi), di cui rimane traccia nella lapide affissa in una delle pareti cieche di via Rocca. Probabilmente in questo edificio si svolgevano anche attività artigianali e di commercio

Fra queste luci di porta sono presenti nel tratto di strada di via Rocca le piccole porticine intermedie che da tempo, in richiamo di consimili esempi umbri, vengono chiamate “porte del morto” perché, secondo la tradizione, ognuna di esse veniva usata solo per il passaggio di un feretro nell’uscire dalla casa.

La porticina murata rappresenta una delle “porte del morto” di via Rocca. La porta era ubicata accanto all’ingresso principale dell’abitazione e si distingueva oltre che per la sua forma piccola e stretta anche per la sua collocazione rialzata rispetto al piano stradale.Ve ne sarebbe un altro esempio in via Solata, accanto alla torre della chiesa di S. Pancrazio

Si tratta di una caratteristica struttura delle case medievali presente in Umbria, particolarmente a Gubbio, a Nocera Umbra, a Spello, ad Assisi, mentre contrariamente a quanto altri affermano, L. Angelini (cit.) non accenna ad esempi simili in Toscana.

“Per strano caso, difficilmente spiegabile, si ritrova tale motivo anche in un punto della Provenza francese nella cittadina abbandonata dei Baux presso le Alpilles, già sede medioevale di feudo, punto di afflusso del turismo e che lascia nel suo strano aspetto un indelebile ricordo: anche qui fra quelle pittoresche rovine le porticine alte e strette risultano contigue a porte di maggior misura” (L. Angelini, cit.).

Ma vediamo il motivo di questa insolita struttura architettonica.
La “porta del morto” deve il suo nome all’usanza medievale di fare uscire la bara non dall’ingresso principale, ma dalla porta più stretta, affinché lo spirito del morto restasse dentro la casa.

Le porte del morto nella Raccolta Gaffuri

La porta quindi si apriva soltanto per far passare la bara di chi usciva, piedi in avanti, dalla casa, per non farvi più ritorno.
Per scongiurare un cattivo auspicio, subito dopo il passaggio della bara la porta veniva murata affinchè nessun vivo, nemmeno per errore, vi passasse attraverso. Ed anzi, chi la oltrepassava anche solo per errore veniva considerato già morto per i familiari; si racconta che S. Chiara e S. Francesco lasciarono la casa paterna varcando proprio quella soglia, forse a simboleggiare l’addio alle cose terrene.

A giustificare l’esistenza di una simile stranezza vi sarebbe però un altro motivo, non legato alle credenze popolari ed ispirato a ragioni prevalentemente pratiche.
Le abitazioni medievali, infatti, normalmente avevano al pianterreno le stalle, le botteghe artigiane o commerciali e subito dopo l’ingresso partiva, per privilegiare questi spazi, una ripida scalinata tanto stretta che la bara non vi poteva girare e pertanto in questa occasione necessitava di tale apertura.

Il gruppo di case di via Rocca, attribuibili al secolo XIII, formante cinque aperture contigue, alcune delle quali murate (incisione all’ acquaforte del 1966, di Carlo Scarpanti)

La tradizione che ha dato il nome a questi stretti passaggi, da taluni si interpretano ora o come porte di sussidio e quasi di servizio con scaletta a parte, o come elemento difensivo, essendo non aperte fino a terra ma con un livello della soglia tenuto a notevole altezza sul piano stradale.

Una più semplice interpretazione si appoggia sul fatto che essendo nel medioevo intollerabile una coabitazione con ingresso comune, ogni porta accedeva direttamente ai locali interni con singole scale separate fra le quali spesso trovavano posto, come nel nostro caso, fondaci o botteghe intermedie.

La stretta di Via Rocca in direzione Mercato delle Scarpe

Certo è che nelle tombe etrusche esisteva una porta simbolica, spesso disegnata, ad indicare il passaggio delle anime dei defunti, il che fa supporre ad alcuni studiosi l’origine etrusca delle porte del morto.
In epoca romana invece il passaggio delle anime veniva presentato come il limes dell’uscio di casa, varcato dal defunto una sola volta, mentre nel Medioevo la porta veniva murata per impedire il ritorno della morte in quella casa.
Anche le tombe delle prime dinastie faraoniche, successivamente destinate a dignitari di corte, presentano la riproduzione di una finta porta, con il nome e il titolo del defunto, a simboleggiare il passaggio tra il mondo dei vivi e quello dei morti.

Riferimento principale

Luigi Angelini, “Un tratto di Bergamo medioevale”, Cose belle di casa nostra: Testimonianze d’arte e di storia in Bergamo, Stamperia Conti, Bergamo, 1955, pagg. da 111 a 113.

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