Bergamo negli anni del “boom” tra Carosello, motori e le Rumi, le moto dell’artista-imprenditore

Volendo ricercare l’atmosfera dei mitici anni del “Boom”, cosa vi verrebbe in mente? I Beatles per esempio, che all’inizio degli anni Sessanta imperversavano in ogni angolo del mondo: i loro dischi andavano a ruba, le ragazze canticchiavano Michelle e Let it Be o si scatenavano con Yellow Submarine, Ob-La-Di Ob-La Da e Sgt. Pepper, che gracchiavano alla radio o sui vinili acquistati da Andreini o alla Casa della musica.

La Casa della Musica in via Roma

E ben presto cominciarono a emulare il mitico quartetto di Liverpool, portando i capelli a caschetto e decretando inesorabilmente la fine del ciuffo alla Elvis, benchè i più “grandi” preferissero gettonare i classici di Fred Bongusto o di Peppino di Capri.

Ragazze che fumano (propr. Museo Storico di Bergamo, fondo Domenico Lucchetti)

 

Gli anni Cinquanta sono anche gli anni della seconda scoperta dell’America: il rock and roll, il flipper, i blue-jeans, la Coca Cola, il jukebox. Nella foto, Mina, conosciuta allora con lo pseudonimo di Baby Gate

Erano gli anni della minigonna, del flipper e del biliardo al Diurno o al bar Anselmo, del Balzer e del Nazionale e dei cinema del centro.

 

In un bar della città negli anni del “boom”

 

L’nterno di un bar in città, forse Guarany (propr. Museo Storico di Bergamo)?

 

Motociclisti in piazza Matteotti (Foto Gentili)

Nella Bergamo puritana e clericale, negli anni di don Camillo e Peppone rigorosamente targata “DC”, La dolce vita di Fellini proiettata al Capitol suscitò scandalo e stupore: Venne introdotto nel vocabolario italiano un nuovo termine, quello di “paparazzo”.

Il russo Jurij Gagarin, il 12 aprile del 1961 affrontava, dalla navicella Vostok 1, il primo volo orbitale con un essere umano a bordo, compiendo un’intera orbita ellittica attorno alla Terra e comunicando alla base che il cielo era molto scuro e che “la Terra è blu. ..che meraviglia, è incredibile!”. Una volta espulso dall’abitacolo venne paracadutato a terra ed osannato dal mondo intero.

Ma il mondo esultò ancor di più e non chiuse occhio il 21 luglio del ’69, quando con Neil Amstrong l’uomo posò per la prima volta i piedi sulla luna, comunicando a terra: “qui Base della Tranquillità. La Eagle è atterrata!”.

Con l’equipaggio della Apollo 11, composto da Neil Armstrong, Michael Collins, e Buzz Aldrin, l’uomo posò per la prima volta il piede sulla luna (Dal Corriere della Sera, per gentil.ma concessione di Marta Volta)

 

Negli anni Cinquanta, in città si diffonde rapidamente il flipper, uno sgargiante antenato dei videogame importato dagli Stati Uniti e che in Italia raggiungerà il suo periodo di massima espansione nel decennio successivo. A Bergamo se ne contarono quasi duecento. Bastavano 50 lire per giocare con cinque palline e raggiunto un dato punteggio si otteneva una partita gratis

Bei tempi, con tanta voglia di crescere, sognare e riscattarsi in un futuro che sarebbe stato sicuramente luminoso.

Al bar Flora, in Piazza Vecchia

 

Sul leone del protiro di S. Maria Maggiore. Le donne indossavano in genere gonne sotto il ginocchio e calze in nylon e portavano i capelli piuttosto corti. Per loro la Bottega del Profumo in via Torquato Tasso metteva a disposizione prodotti raffinati come il rossetto della “Voirnet”. Nel ’54 in particolare esplose la moda femminile della linea H, con un chiaro richiamo ad Audrey Hepburn

 

Porta Nuova, 1947. Ancora negli anni Cinquanta, tra gli uomini furoreggiavano le scarpe bicolori, o bianco e nero o beige e “marron”, come nell’immagine

 

Agli uomini bastava acquistare la molto reclamizzata Brillantina Linetti o il Brylcreem, antesigano del gel per capelli. Aleggiava nell’aria un profumo di brillantina alla violetta

Ma di tempo per crescere ce n’era e intanto sognavamo incollati alla tivù, con  Carosello e la Mucca Carolina.

Erano i tempi del “Grandi Magazzini” e delle “Novità”, come la Moplen, scaturita da una magica e indistruttibile composizione chimica che aveva stravolto il gusto e il modo di vivere degli italiani: era stata inventata da un bergamasco d’adozione, Giulio Natta, che grazie alla sua “formula magica” ottenne nel ’63 il Nobel per la chimica.

Erano tempi di benessere diffuso e di grande ottimismo e la disoccupazione era in continuo calo, così come il prezzo della benzina e dello zucchero. L’Eco costava 40 lire . Negli anni Cinquanta vi fu il boom dei matrimoni e nelle nascite; l’aborto era ancora illegale e la pillola contraccettiva era ancora di là da venire.

Notturna, 1950. Anche se risparmiata dai bombardamenti aerei massicci, nella Bergamo degli anni Cinquanta non mancavano tracce del conflitto. “Tracce soprattutto di miseria dopo tanti anni di pasti frugali, surrogato di caffe, Idrolitina, scarpe risuolate. Tempo al tempo e la vita diventò meno agra; e nell’ultima loro parte gli anni Cinquanta spalancarono le porte alla frenesia dei consumi, che cominciarono a distruggere la civiltà contadina, che illusero con parole come “boom” e “miracolo economico” (da Il Novecento a Bergamo, cit.)

Bergamo era un grande paese. Con la fiduciosa “benedizione” dei genitori, i ragazzini andavano a scuola da soli senza che i genitori intasassero il traffico per scorrazzarli con il Suv. Scorrazzavano, casomai, liberi come l’aria per il centro, dove a carnevale si “bastonavano allegramente con quegli assurdi manganelli di plastica vuota” e a Santa Lucia si ingozzavano “di frittelle più unte dei capelli di un punk”, come ebbe a scrivere Marco Cimmino sul “Giopì”.

La cavalchina

Con la diffusione della ricchezza arrivarono le vetturette popolari, simboli indiscussi dell’ottimismo messo in circolo dal miracolo economico: nel ’55 le prime Fiat 600 e poco dopo le 500.

Con la ricostruzione del secondo dopoguerra e il miracolo economico,  la produzione automobilistica era diventata  l’industria trainante del paese, visto che l’accresciuta presenza di autoveicoli alimentava un considerevole “indotto”: il petrolio, le autostrade, i pneumatici, le officine, i servizi di manutenzione e le attività commerciali.

Officina meccanica nell’area dell’attuale Palazzo della Libertà

 

I collegamenti accorciarono le distanze, anche culturali, tra i luoghi della città, in cui intere aree presero vita. E mentre le campagne cominciavano a spopolarsi, a Bergamo nascevano nuovi quartieri: a Valtesse (Conca Fiorita), alla Celadina, in viale Venezia, il Monterosso; si costruivano fognature, si asfaltavano strade

“Poco importa” se la diffusione del mezzo privato ha aggravato il debito pubblico italiano e favorito la crescente congestione del traffico stradale: con la 600 i bergamaschi avevano scoperto la libertà di muoversi!

Via Paleocapa, 1953. Il 24 giugno del 1952 fu fatto effettuare da “L’Eco di Bergamo” un piccolo censimento della circolazione all’incrocio fra viale Roma (poi viale Papa Giovanni) e via Paleocapa, per cinque minuti in totale, dalle 10,30 alle 10.35. Si contarono così 51 automobili (di cui 5 guidate da donne), 73 motociclette, 12 camion, 9 corriere, 5 carri trainati da cavalli, 3 carri condotti a mano, 2 filobus, 98 biciclette e 127 pedoni (da un resoconto apparso su L’Eco di Bergamo del 27 ottobre 1953, in Il Novecento a Bergamo, cit.).

 

All’inizio degli anni ’50 circolavano ancora molte biciclette ed anche molti filobus. Nel ’53 si contavano in città 24 filobus e 17 autobus in servizio su diciassette linee (da un resoconto apparso su L’Eco di Bergamo del 27 ottobre 1953, in Il Novecento a Bergamo, cit.).

L’abitacolo era poco spazioso, è vero, e  il motore rumoroso, ma c’era posto per moglie, figlio, i nonni e la vecchia zia. E magari anche per il cane.

La 600 multipla risolse il problema del trasporto “per tutta la famiglia” e per le comunità

E poi via! Tutti a scorrazzare per la Bergamasca, per laghi e montagne, e a scoprire le belle città lombarde nonostante le strade fossero un po’ strette, spesso ancora a schiena d’asino, e con pochi distributori di benzina.

Roncobello nel 1962

 

Gromo nel 1961

Con l’automobile la gente scoprì anche le prime code e i primi ingorghi sulle strade delle vacanze e delle gite domenicali….

Foppolo nel 1961

 

Rifugio Torcola, 1966

….ed anche in città il traffico cominciò a creare qualche problema, soprattutto di parcheggio.

Via XX Settembre, 1964

 

 

Sulla modestissima 600 si spostarono masse di persone con una intensità impensabile, al punto da portare in primo piano il ‘problema autostrada’, le cui dimensioni erano quelle di una qualsiasi strada provinciale. E con notevole preveggenza si mandò avanti un progetto di raddoppio.

Via Autostrada (Archivio Wells)

 

Il cantiere dell’autostrada negli anni ’50

 

L’inizio dei lavori di raddoppio della circonvallazione delle Valli, dove sorgono il campo sportivo Coni, la sede del Comando dei Carabinieri, stazioni di servizio, abitazioni private, fabbricati commerciali

Nel capoluogo orobico il primo carico di Fiat 600 arrivò il 12 marzo del ’55 e insieme alle 500 cominciarono presto ad impadronirsi della città.

Le zebre a Bergamo (1960/61). Le prime zebre si videro negli anni Cinquanta, quando per la prima volta si rese necessario regolare il traffico con una segnaletica moderna che consentisse ai pedoni di attaversare in sicurezza. Anche la rete tranviaria si rinnovò sostituendo ai traballanti tram “un moderno e celere servizio di filobus e di autobus”

 

Una Fiat 600 sulle Mura

 

Un’irriconoscibile piazza Mercato del Fieno, non ancora adibita a parcheggio

L’esordio della 600 – un evento strepitoso -, fu presentato in Televisione  in un cortometraggio preparato da Cinefiat, e  non appena messa in vendita riscosse un successo senza precedenti non solo per il diffuso ottimismo generato dal miracolo economico, ma anche per il sistema rateale messo a punto dalla SAVA.

 

Via Locatelli nel 1950

 

La 600 costava 640.000 lire (equivalente a una dozzina di milioni sul finire del Novecento), quando – come  ricorda Vittorio Feltri -, “Gli stipendi a quel tempo variavano tra le sessanta e le centomila lire al mese; e così non pochi si sottoposero a sacrifici inumani (diete comprese) per acquistare la formidabile macchina. Fu così che la 600 invase ogni contrada e ogni strada; in città come in provincia, in pianura e nelle vallate. Tutti al volante! Anche per andare dal tabaccaio all’angolo c’era chi non poteva fare a meno delle quattro ruote” (1).

In quel periodo c’era il filobus verde, con il suo muso curvo e i fari rotondi. In una Bergamo in cui ancora resisteva l’eco dello sferragliare dei tram, i filobus stupivano in particolare la loro silenziosità: “..sembrava un rottame desolato e infatti venne presto sostituito dagli autobus arancioni. Però non consumava benzina, non inquinava ed era silenzioso. Costava poco e lo prendevano in tanti. Oggi lo chiamerebbero ‘trasporto urbano veloce’ e lo gabellerebbero per l’ultima novità della tecno-ecologia. I nostri nonni, senza tante balle, c’erano già arrivati!” (Marco Cimmino, “Giopì”, 15/01/2010, in Il Novecento a Bergamo, cit.).

E fu così che,  pensando a questo enorme bacino di potenziale clientela, la Fiat meditò la realizzazione di una super-utilitaria, i cui costi di acquisto, uso e manutenzione potessero essere compatibili con il modesto bilancio delle famiglie operaie: nel ’57 arrivò la 500, discendente della Topolino e perciò l’automobile di minor costo della gamma, fissato a 490.000 lire, pari a circa 13 stipendi di un operaio.

La Topolino a Bergamo

 

Targa BG 48

 

Targa BG 59

 

Piazza Pontida e la Topolino negli anni ’30 (Archivio Wells)

Piacque da subito la 500, divenendo un fenomeno sociale pari alla 600 o forse più. C’era chi l’acquistava perché non poteva permettersi altro e c’era chi la comprava perché poteva permettersi tutto.

Via Suardi negli anni del “boom”

Il boom delle vendite, culminò negli anni Sessanta col crescente benessere degli italiani e non conobbe pause; un evento senza precedenti che incarnò anche il sogno dei giovanissimi che potevano permettersi di “andare oltre” lo scooter.

L’auto (magari acquistata a fior di cambiali) divenne anche uno strumento di lavoro, in particolare per il pendolare, stanco di scomodità, attese e di ritardi.

Via Rosa negli anni Sessanta

 

Via Corridoni all’imbocco di via Suardi

 

Viale Giulio Cesare

Nel giro di pochi mesi i veicoli in circolazione a Bergamo crebbero del 20/%, raddoppiando rapidamente.

Ma nonostante i tempi di diffuso benessere e il prezzo della benzina in continuo calo, molti italiani non potevano ancora permettersi l’acquisto di un’auto, continuando a preferire le motociclette, più a portata di portafoglio.

Donne in bicicletta in Borgo S. Caterina (propr. Museo Storico di Bergamo) In quei primi anni Cinquanta la maggioranza viaggiava in bicicletta. Le donne erano attente a coprirsi le gambe quando la gonna svolazzava troppo “maliziosamente”

 

Gli uomini affrancavano con una molletta i pantaloni dal grasso nero della catena

Perciò negli anni del boom per le strade impazzavano le Vespe e le Lambrette, divise da una rivalità paragonabile solo a quella che a volte animava i tifosi. Le “divisioni” del resto andavano molto di moda in quegli anni, gli anni dei dilemmi: Coppi o Bartali? La Callas o la Tebaldi? La Vespa o la Lambretta? La Loren o la Lollobrigida?

Si racconta che “gli scooter avessero messo in un angolo le cosiddette moto ‘normali’, con due selle allineate, quella posteriore molto rialzata, e i paraschizzi: “due traballanti rettangoli di lamiera posti ai lati della forcella. Un insulto all’estetica, ma anche alla velocità” (2).

Proprietà Museo Storico di Bergamo

Avevano soppiantato anche  le celeberrimi biciclette “motorizzate” come Cucciolo e Mosquito, alle quali veniva applicato un piccolo motore.

La produzione del Cucciolo era iniziata a Borgo Panigale a partire dal marzo 1946. Era il primo prodotto motociclistico della Ducati

Il Cucciolo, che nel ’46 costava poco meno di quarantamila lire, “Veniva venduto in scatola insieme a una sorta di barattolo che fungeva da serbatoio e a un grosso pedale con la corona della ruota all’interno. Poteva essere montato su qualsiasi tipo di bicicletta e soltanto i meccanici lo sapevano fare.

Non scoppiettava, frullava” sulle strade disastrate della Bergamo di allora, fino a quaranta chilometri orari, e con un litro di benzina riusciva a percorrere settanta chilometri, mentre il Mosquito, suo diretto concorrente, costava quattromila lire in meno ma consumava il doppio e funzionava con una miscela più cara della benzina” (3).

Quando a Bergamo arrivarono gli scooter,  i meccanici, che ancora prestavano assistenza  in officine ricavate in piccoli locali, si improvvisarono “motonoleggiatori”affittandoli – previa una fulminea lezione di guida – a coloro che non se ne potevano permettere l’acquisto: “Per la verità il meccanico si preoccupava più che altro che il cliente avesse la carta di identità e conoscesse l’equilibrio delle due ruote. Del resto non c’era traffico, né regole vincolanti a parte il tenere la destra. All’inizio la Vespa non aveva neanche la targa” (4).

L’ultimo carretto in circolazione a Bergamo-città

Ogni anno, il 17 gennaio, in occasione della festa di S. Antonio Abate gli “scooteristi” si mettevano in coda sul sagrato della chiesa di S. Marco, in attesa di far benedire la motocicletta insieme a frotte di automobili e di animali, come i magnifici cavalli della Casali Trasporti.

La benedizione delle automobili per la festa di S. Antonio a Bergamo

 

Nel 1960 davanti al Donizetti

 

Borgo S. Caterina (propr. Museo Storico di Bergamo)

 

UN’AVVENTURA TARGATA RUMI

C’erano anche le moto “made in Bergamo” prodotte dalla Rumi, che negli anni Cinquanta portò Bergamo nel mondo, sia per i molti record sportivi conquistati, e sia per l’ammirazione ovunque suscitata per la capacità di incarnare il prestigioso miracolo italiano del dopoguerra.

All’inizio furono accolte con parecchio scetticismo ma ben presto dimostrarono una notevole versatilità e riscossero successo sul mercato primeggiando nel campo delle competizioni, dove si distinsero in particolare nelle gare di “Regolarità”.

Squadra ufficiale Rumi nel 1952 (“Cent’anni di Sport a Bergamo”)

Come non ricordare, oltre agli scooter Rumi,  gli originali modelli da turismo e fuoristrada che segnarono i dodici anni della produzione della Casa: Turismo, Sport, Competition SS 52 detto il “Gobbetto”, Regolarità 1^ e 2^ Serie, Bicarburatore SS, G.T. – Granturismo, Diana, Junior, Regolarità Sei Giorni, Junior Gentleman. C’era persino il motofurgone leggero, inizialmente di 125 c.c., prodotto nel 1950.

I leggendari scooter esordirono nel ’51 con lo Scoiattolo, una motoleggera prodotta in quattro serie, con scocca avvolgente, ruote da 14″ e motore da 125 cc.

Scoiattolo (1951-’57) La scocca avvolgeva tutte le parti meccaniche e riparava il conducente dalle intemperie ed offrendo un elevato grado di protezione e confort anche al passeggero. Non riscosse un gran successo, nonostante la versione con avviamento elettrico fosse un piccolo capolavoro di meccanica. Il motore, ancorato alla scocca in lamiera, fu modificato ’53, potenziato e migliorato anche esteticamente

Nel ’54 fu la volta di Formichino, un gioiellino biposto da 125 centimetri cubici, che riscosse grande successo commerciale. In entrambi, i motori derivavano dai modelli Turismo e Sport, progettati dal geniale Pietro Vassena.

Dal Catalogo Rumi (“Cent’anni di Sport a Bergamo”)

Con Formichino, si era lanciata la sfida ai due colossi che ai tempi dominavano il mercato con la Vespa e la Lambretta. Costava 138.000 lire, contro le centocinquantamila della Vespa 125 del 1955.

La shilouette, un formicone metallico, fu plasmata con la creta da Donnino attorno al motore, ottenendo un modello assolutamente ricercato e originale, com’era nello stile di Casa Rumi. Rimase in produzione sino alla chiusura del reparto motociclette delle Fonderie Officine Rumi, avvenuta nel 1960.

Formichino del 1955 (prodotto tra il 1954 e il 1960). La carrozzeria portante, in lega d’alluminio, era troncata in due parti, imbullonate al carter del propulsore posto al centro collegando rigidamente i due tronconi. La parte anteriore era a sua volta suddivisa in due gusci incorporando il serbatoio, la forcella e il faro, mentre la carenatura posteriore costituiva il piano d’appoggio per le selle e il parafango della ruota motrice. Nel tempo vennero apportate alcune trasformazioni. Fu disponibile dapprima con motore da 125 cc e poi da 150 cc, in diverse versioni (Sport, Economica, Lusso e per le competizioni, riscuotendo un discreto successo anche grazie alla vittoria del ventinovesimo Bol d’Or) nei colori avorio, blu corsa, giallo avorio, argento, grigio Rumi, oro-bianco, azzurro cielo, rosso corsa

 

LA STORIA

Manifesto pubblicitario delle fonderie Rumi (da “Guida di Bergamo” del 1929).

La fabbrica, che si trovava fra le vie San Bernardino e Moroni, era stata fondata nel primo Novecento come officina meccanica e fonderia specializzata nella lavorazione del bronzo da Achille Rumi, industriale della ghisa dal 1908.

Bergamo, Fonderia Officine Rumi. Nell’Archivio della CCIAA di Bergamo, serie Registro ditte c/o Fondazione famiglia Legler, la Fonderia Rumi Achille, Via Osio 56, è registrata come “aperta l’08/04/1925 e cessata il 02/03/ 1935” (“Cent’anni di Sport a Bergamo”)

Donnino, figlio del fondatore,  dall’età di dodici anni lavorava come garzone di bottega alla fonderia, di cui dovette occuparsi in prima persona non ancora ventenne.

Nuovo Stabilimento Rumi, 1938 (Autore: Antonio Gelmini, per gentile concessione di Gianni Gelmini)

Nel frattempo, formatosi all’Accademia Carrara – le prime opere, già degne d’attenzione,  risalgono agli anni Venti –  la sua passione per l’arte dovrà attendere un tempo più propizio per esprimersi con la fioritura di una produzione che ha saputo rapportarsi con le novità della moderna pittura europea, senza perdere nulla dei valori espressivi della tradizione locale.

Nuovo Stabilimento Rumi, 1938 (Autore: Antonio Gelmini, per gentile concessione di Gianni Gelmini)

Attraverso la conduzione dell’azienda fondata dal padre e grazie alle sue straordinarie doti imprenditoriali, Donnino seppe legare il suo nome a una fortunata e innovativa stagione dell’industria bergamasca.

Nuovo Stabilimento Rumi, 1938 (Autore: Antonio Gelmini, per gentile concessione di Gianni Gelmini)

 

Nuovo Stabilimento Rumi, 1938 (Autore: Antonio Gelmini, per gentile concessione di Gianni Gelmini)

 

Nuovo Stabilimento Rumi, 1938 (Autore: Antonio Gelmini, per gentile concessione di Gianni Gelmini)

 

Nuovo Stabilimento Rumi, 1938 (Autore: Antonio Gelmini, per gentile concessione di Gianni Gelmini)

Grazie ad una intelligente e qualificata diversificazione produttiva,  intorno agli anni ’40 l’azienda aveva raggiunto,  dai dieci operai della fonderia paterna, un migliaio di dipendenti.

Bergamo, in via Gian Battista Moroni, stabilimento Rumi (F.O.R. Fonderie Officine Rumi). Con la conduzione di Donnino Rumi, figlio del fondatore, nel 1955 l’azienda – di 72.000 metri quadrati – era divenuta la più importante della città, offrendo lavoro a 1500 unità (Per l’immagine: “Cent’anni di Sport a Bergamo”)

Durante il conflitto mondiale, le forze tedesche requisirono la fabbrica e ne controllarono la produzione,  riconvertendola nella realizzazione di eliche marine, periscopi, torpedini ed armamenti. Ed ecco spiegato il marchio storico della Rumi: un’elica marina, un’ancora e un periscopio.

Il Marchio della Rumi

Ma il rifiuto di Donnino di riconvertire la propria industria per scopi bellici, ne fece un partigiano latitante che, catturato nel ’43, fu rinchiuso nel carcere di Sant’Agata di Bergamo dove, nonostante il dramma personale, non rinunciò a coltivare la sua passione per l’arte.

Donnino Rumi (1906-1980), in una rara immagine che lo ritrae. Nella sua vicenda artistica spesso, per scelta, isolato, ha saputo coltivare la genialità di un talento che oggi appare ancora più meritevole di attenzione e di considerazioni positive, nel divenire degli studi sull’arte del ‘900 a Bergamo

Liberato dopo due anni di prigionia potè finalmente porsi alla guida dell’azienda, ma con la necessità di riconvertire interamente la produzione, che dalle eliche e i periscopi dell’anteguerra passò alla fabbricazione di macchinari per l’industria alimentare e per quella cinematografica e di ottime macchine tessili (telai e cardatrici) nonchè motociclette di altissima qualità.

Donnino Rumi, Autoritratto con modelle, olio su tela (Donnino Rumi, un pittore “francese” a Bergamo. 29 agosto-28 settembre 2008, Bergamo, Sala Manzù. Catalogo a cura di Fernando Noris)

Nello scenario della ricostruzione, l’Italia necessitava di mezzi di locomozione a basso costo e dai consumi contenuti, e fu così che nel 1949 iniziò la fabbricazione delle motoleggere RUMI, con le quali Donnino diede il via all’avventura della  brillante Casa bergamasca destinata a rappresentare uno dei marchi italiani che contribuirono alla motorizzazione della nazione.

L’interno dello stabilimento Rumi (“Cent’anni di Sport a Bergamo”)

Un’avventura che si svolse nell’arco di un ciclo ultradecennale, e che fece volare alto il nome di Bergamo nel mondo.

Donnino Rumi, Autoritratto, olio su tela (Donnino Rumi, un pittore “francese” a Bergamo. 29 agosto-28 settembre 2008, Bergamo, Sala Manzù. Catalogo a cura di Fernando Noris)

L’indiscusso ed inimitabile gusto stilistico di Donnino, unito all’elevato sapere acquisito dalle maestranze della fonderia paterna, contribuirono a far decollare la giovane e innovativa azienda, che presto, nell’indistinta pletora di piccoli e grandi costruttori del periodo, si distinse per le raffinatezze tecniche e stilistiche delle sue motoleggere , definite le “moto dell’artista” per le linee fortemente caratterizzate.

Fra le numerose peculiarità, “Il sofisticato e inconsueto motore bicilindrico, il moderno e leggero telaio, l’utilizzo di tecnologie innovative nonché di materiali speciali” (5).

“E poi quel particolare ‘rumore’ del motore….

‘Un rumore affascinante’.

Una moto, insomma, ‘dal fascino singolare’. Tutto concorreva a rendere la moto Rumi ‘un caso del tutto speciale nella storia della motocicletta. Anche il colore, la forma, la penetrazione nell’aria” (6).

Un’altra singolarità delle moto Rumi, era la significativa avvertenza che le accompagnava alla vendita e che la dice lunga sulla “filosofia” civica e imprenditoriale di Donnino: “La Casa fa appello al senso civico dei possessori di motomezzi Rumi affinché rispettino al massimo grado la silenziosità dei propri motori. Sono state impartite precise disposizioni a tutte le stazioni di servizio affinchè non venga riconosciuta alcuna assistenza, né gratuita né a pagamento, a quei possessori di motomezzi Rumi che abbiano volontariamente alterato le marmitte dei silenziatori o vuotate le stesse della lana di vetro” (7).

Lo scooter “Elegante, Confortevole, Silenzioso”

La prima motoleggera uscita dalla catena di montaggio della Rumi si deve all’incontro tra l’artista-imprenditore Rumi e il geniale Pietro Vassena, tecnico e motonautico definito “il Giulio Verne dell’ingegneria motociclistica italiana”, che incaricato della progettazione dei prototipi intuì con estrema lucidità il giusto indirizzo verso il quale concentrare la ricerca.

Pietro Vassena, lecchese, tecnico motonautico, già famoso per aver stabilito nel marzo del 1948,con il suo sommergibile tascabile C3, il record mondiale di immersione scendendo nelle acque del lago di Como alla pofondità di 412 metri (photocredit ecco-lecco)

Dalla perfetta unione delle due menti creative scaturì il modello Turismo, la prima Rumi in assoluto equipaggiata con un motore a due tempi, bicilindrico (2 cilindri da 6 cavalli) che coniugava in modo assolutamente inedito l’innovazione meccanica ad un accattivante design.

Eravamo nel ’49, e da poco aveva preso avvio la ricostruzione post-bellica. Il prototipo di cui Vassena aveva progettato il propulsore racchiudeva tutte le caratteristiche peculiari che contraddistinsero le Rumi per tutto il decennio successivo, dando l’avvio alla brillante avventura della Casa legata al mito del suo patron.

AMISA, 1949 prototipo. Il prototipo del modello Turismo viene presentato nel dicembre del 1949 al Salone del Ciclo e del Motociclo di Milano, ed esposto nella sua versione definitiva nel marzo 1950 alla mostra del Ciclo e Motociclo di Bergamo nonchè al 27° Salone di Milano nell’aprile dello stesso anno. Venne realizzato in associazione temporanea con la piccola casa motociclistica milanese AMISA, ma data la il scarsa capacità produttiva di questa la Rumi decise di produrla in proprio. Le consegne al pubblico iniziarono nell’aprile del ’50 ma già ad ottobre uscì una versione modificata nei colori, mentre a novembre fu presentato un nuovo modello migliorato sia nelle prestazione che nella ciclistica

 

TURISMO (1950-1956). Caratteristiche peculiari, il motore montato su un telaio in tubi a culla aperta, i validissimi pistoni con deflettore e le relative camere di scoppio lenticolari, le efficientissime forcelle per affrontare percorsi facili o severi. Questo modello poteva essere fornito dai concessionari, su richiesta, con sidecar il fusione d’alluminio dell’azienda Durapid di Roma. Fu poi sostituito dal modello Diana (1955-1958). Nel 1953, l’anno più propizio per la Casa motociclistica bergamasca, il classico bicilindrico viene modificato per dar vita alla “media” cilindrata: nasce così la 200 GT Granturismo e per la prima volta sulla moto compare il marchio con la firma personale serigrafata di Donnino Rumi, modificata negli anni successivi. Venne prodotta solo fino al 1956, a causa della forte concorrenza con case motociclistiche più celebri nelle medie cilindrate

L’anno successivo (1951), alla prima Rumi si affiancò la produzione in serie dell’ancor più prestante modello Sport, senza dubbio il modello più rappresentativo e di maggior successo della Casa, che inaugurò in quell’occasione la sua avventura nel mondo della competizione motociclistica.

SPORT (1950-1958). Il propulsore appariva notevolmente migliorato e dotato di pistoni con un particolare deflettore, brevettato dalla Casa, che successivamente fu montato da tutti i modelli Rumi. Negli anni successivi il modello viene migliorato apportando modifiche prima al carburatore poi al cambio e infine nella parte ciclistica, migliorando il molleggio posteriore e infine montando indistruttibili cerchi in ferro Aimon. La produzione cessò nel 1958

Nel frattempo, con un modello chiamato semplicemente Regolarità la Rumi si rivolse anche ad una nuova disciplina – paragonabile agli attuali Enduro -, partecipando con successo al neonato Trofeo della Regolarità, che si svolgeva in parte sui severi percorsi delle valli bergamasche.

REGOLARITA‘ (1952-1954) 1^ e 2^ Serie. Il marchio Rumi fu precursore anche nel campo delle motociclette fuori strada con Regolarità, che partiva dal più robusto telaio del Competition SS 52 alias “Gobbetto” (1951-1955), adattandolo alle nuove esigenze agonistiche pur mantenendo il manubrio basso e molte delle caratteristiche di serie. Nella primavera del 1953 venne lanciato un modello più aggiornato, rimasto in gara fino al 1955. Del modello Regolarità vennero prodotti pochissimi esemplari proprio perchè rivolto esclusivamente ai severi percorsi previsti dalle competizioni

 

COMPETITION SS 52 alias “Gobbetto” (1951-1955), così chiamato per via del caratteristico serbatoio prolungato oltre la testa della forcella  incorporante il portanumero. Nato nel ’51 specificatamente per le corse, aveva un motore potente ed affidabile collaudato a fondo in molte gare di “Regolarità” e in alcune di velocità. La sua produzione cessò nel 1955 e fu fabbricato in una cinquantina di esemplari circa, esportati anche in Inghilterra, Francia, Svezia, Argentina e Stati Uniti

Nel ’53 la Casa presentò anche il modello Bicarburatore SS (variante stradale spinta del modello Sport), omologata per le gare di velocità della III categoria (considerate le più impegnative del tempo),  vide in numerose occasioni il gradino più alto del podio venendo superato soltanto, dopo il 1955, dalla prestigiosa Junior, il cui modello d’indole spiccatamente corsaiola fu presentato nel 1955 e prodotto sino al 1959.

JUNIOR (1955-1959). Motoleggera corsaiola ispirata al potente e affidabile Bicarburatore, ma modificata nel telaio e nelle sospensioni. Il capacissimo serbatoio è disegnato dallo stesso Rumi. Nel 1959 viene sostituita dalla Gentleman (prodotta fino al 1962)

Nel 1955, in vista della partecipazione ufficiale alla massacrante Sei Giorni Internazionale di Regolarità in Inghilterra, fece la sua comparsa la Regolarità Sei Giorni (1955-1960), una vera e moderna moto da fuoristrada che con quattro partecipanti si assicurò quattro medaglie d’oro.

REGOLARITA’ SEI GIORNI (1955-1960)

 

LA FINE

Dopo aver prodotto nel ’55 la più sofisticata ed efficiente macchina da fuoristrada esistente al mondo, la Rumi – la cui produzione motociclistica e di macchine tessili andava a gonfie vele – era ormai la fabbrica più importante della città e tra le più importanti a livello provinciale.

Ma fu segnata da una ingentissima perdita finanziaria causata da sconvolgimenti politici in Argentina, che causarono la perdita di ingenti forniture di macchine tessili portandola progressivamente al totale dissesto economico (8).

Malgrado tutti gli sforzi compiuti, il 1960 decretò la fine di tutta la produzione Rumi,  e verso il ’62, dopo aver tentato senza successo il lancio di un nuovo scooter in due versioni (98 e 125 cc), l’azienda fu posta in liquidazione. Terminava così, drasticamente e inesorabilmente, la gloriosa avventura delle Fonderie Officine Rumi, una delle più interessanti fabbriche metalmeccaniche italiane del dopoguerra.

Stabilimento Rumi in via Moroni (“Cent’anni di Sport a Bergamo”)

Da quel momento, e con una punta di amarezza, il suo patron, Donnino Rumi, si dedicò interamente all’attività artistica nella sua Bergamo, che lo vide operoso e attivo e dove si spense il 17 agosto 1980.

Donnino Rumi, Autoritratto, olio su tela. Nella molteplicità degli interessi coltivati da Donnino Rumi, la pittura rivela di essere stata il sogno di tutta la sua esistenza. L’amorosa attenzione alla poesia della sua terra e l’acuta indagine condotta attorno alla figura umana, a partire dai numerosi e significativi Autoritratti, ne fanno un raffinato interprete del suo tempo e delle condizioni più autentiche del vivere umano (Donnino Rumi, un pittore “francese” a Bergamo. 29 agosto-28 settembre 2008, Bergamo, Sala Manzù. Catalogo a cura di Fernando Noris)

Le motociclette Rumi circolarono per ancora diversi anni e fino alla fine degli anni Sessanta continuarono a rivaleggiare con le più belle moto del mondo,  ma non più in grado, ormai, di rispondere alle rivali divenute sempre più aggressive.

Si era purtroppo concluso prematuramente un ciclo costellato di successi, ma troppo breve rispetto all’elevatissimo potenziale di cui la Casa era dotata.

A distanza di oltre mezzo secolo da quel lontano 1950, con il loro stile innovativo e spiccatamente  glamur, le Rumi restano modernissimi esempi della migliore scuola di design motociclistico italiano, per il concentrato tale di innovazioni che han fatto di quei motori qualcosa di unico e irripetibile, inserendo a pieno titolo la Casa bergamasca fra le migliori case motociclistiche italiane del dopoguerra.

Le motociclette Rumi, il 25 marzo del corrente anno sono state messe all’incanto proprio a Bergamo. Alcune provenivano dalla Collezione Migliazzi (importante collezione privata emiliana composta da oltre 40 esemplari di motociclette degli anni ’40 ’50’ e ’60), e Sandro Binelli, Capo Dipartimento Automotive di Finarte, commentando questo importante traguardo ha auspicato che una cordata di imprenditori bergamaschi acquistasse l’intera collezione per farne un museo a Bergamo, la città che ha dato alla luce le indimenticabili moto dell’artista Donnino Rumi.

NOTE

(1) Pilade Frattini e Renato Ravanelli, Il Novecento a Bergamo – Cronache di un secolo. A cura di Ornella Bramani. Vol. II, UTET, anno 2013.

(2) Il Novecento a Bergamo, cit.

(3) Il Novecento a Bergamo, cit.

(4) Il Novecento a Bergamo, cit.

(5) Simone Crippa, Arte a Bergamo, 1945-1959.

(6) Il Novecento a Bergamo, cit.

(7) Il Novecento a Bergamo, cit.

(8) Perdita legata a una rilevantissima commessa ricevuta dal Governo Argentino poco prima dei disordini causati dal colpo di stato militare che esautorò l’allora presidente argentino Juan Domingo Peron.

Bibliografia

Pilade Frattini e Renato Ravanelli, Il Novecento a Bergamo. A cura di Ornella Bramani. Vol. II, UTET, anno 2013.

Laura Civinini, Francesco Cortesi, Sara Locatelli, Gianluigi Ravasio, Andrea Spolti, Bergamo, il grande secolo.

Simone Crippa, Arte a Bergamo, 1945-1959.

Rumi, Motociclismo, fasc. 2, 1952.

Rumi la moto dell’artista – Riccardo Crippa – 2005.

Rumi, Edizioni Bolis, Bergamo 1983.

Aurelio Locati, Cent’anni di sport a Bergamo. Bolis, 1985-’86.

Catalogo Moto Finarte, Bergamo, 25 marzo 2018.

Le “street photography” di Giuseppe Preianò nella Bergamo fra i ’70 e gli ’80

Si potrebbe dire che la macchina fotografica sia la naturale estensione di Giuseppe Preianò, eccelso precursore della “street photography” a Bergamo

La “street photography”, fotografia di strada, è nata e si è evoluta con la progressiva affermazione delle macchine fotografiche portatili, dalla fine dell’Ottocento fino alla fine degli anni Settanta, fornendo un’ampia e dettagliata testimonianza  della cultura di strada.

Al botteghino del Lotto in via Torquato Tasso (1980)

L’avvento del digitale e la crescita esponenziale della condivisione attraverso Internet,  ne ha ampliato la consapevolezza. Le street  vengono generalmente scattate con obiettivi “normali” e senza l’ausilio del colore, proprio per dare massima evidenza e naturalità all’attimo catturato.

Presso l’edicola di S. Bartolomeo (1980 ca.)

Il genere realizza istantanee della realtà colta in tutte le sue sfaccettature, documentando ciò che tutti i giorni ci circonda e ci avvolge, luoghi e persone.

Ai tavolini del Nazionale

La scena è colta in un “momento decisivo”, un particolare momento che le parole non potrebbero esprimere in modo migliore e  che generalmente passa inosservato, ma che la sensibilità del fotografo sa enfatizzare o valorizzare cogliendo all’istante sfumature nascoste agli occhi degli altri.

Sotto i portici del Sentierone

Gli scatti eseguiti da Giuseppe Preianò riguardano un lasso  temporale posto a cavallo fra gli anni ’70 ed ’80 del Novecento e costituiscono parte integrante di un cospicuo corpus che documenta luoghi e volti della città, ripresi nel rapido scorrere del vissuto quotidiano ed osservati con l’occhio – talvolta neutrale e talvolta ironico ma non irriverente – di chi ne sa cogliere il carattere e la sostanza.

All’ingresso del Cinema Odeon in via S. Orsola

 

All’ingresso del Cinema Odeon in via S. Orsola

Le street photography di Preianò, frammenti colti non negli spazi iperaffollati della metropoli ma nella dimensione più contenuta di Bergamo, compongono una rapida carrellata di luoghi, volti e gesti , che ci restituisce l’essenza – unica, palpitante e irripetibile – dell’interazione profonda tra l’uomo e la città in quegli anni, con le sue  attività e i suoi abitanti, tra palazzi, strade e vicoli e tra negozi e luci.

All’imbocco della galleria dell’Upim

 

Il suonatore ambulante accanto alla scomparsa fontana di S. Agata

In ogni street che si rispetti, l’autore è un protagonista silenzioso della scena; si mescola e si intrufola nei luoghi per riprenderli dall’interno ed ottenere un punto di vista assolutamente inedito da cui riprendere il mondo che lo circonda.

Il fiorista ambulante di via XX Settembre (1980 ca.)

Al centro di tutto sono le persone, con le emozioni e le relazioni che esse esprimono e tessono nella vita di ogni giorno. La loro presenza si fa sentire forte e insostituibile anche quando queste non sono presenti nell’immagine.

In via San Salvatore

Il soggetto ripreso, ignaro dell’esistenza del fotografo pronto allo scatto, si muove spontaneo in un ambiente aperto, mentre compie una qualsiasi attività quotidiana che può essere un lavoro o un semplice gesto spontaneo e non costruito.

Incroci di strade e persone alle Cinque Vie (1979 ca,)

 

Il fruttivendolo in Mercato delle Scarpe

 

Il barbiere di via Colleoni (1978)

Come ogni vero fotografo di strada Preianò svuota la mente da qualsiasi pensiero e si concentra sulla città e su chi la abita cercando semplicemente, con grande tempismo, di cogliere l’attimo.

Gonfiando un palloncino alla (scomparsa) fontana di S. Agata (un bambino che conosco molto bene!)

 

Alla bancarella dei libri usati davanti al teatro Donizetti

Egli non scatta casualmente, ma lo fa sapendo cosa vuole ritrarre e cosa vuole ottenere: un’immagine, o una serie di immagini, che raccontino una storia.

Il formaggiaio Albino sotto la loggia di via Gombito

 

Al Banco del Lotto in Mercato delle Scarpe (1979)

La “street” diventa così un viaggio alla scoperta di un mondo che si trasforma in continuazione e dove ogni immagine ferma per sempre un’irripetibile istantanea della città e della società che la vive.

All’atelier del pittore Vitali in Corsarola (1979)

 

Il fabbro in Corsarola (1979)

E la realtà, che è imprevedibile, tradotta in immagini può avere infinite chiavi di lettura ed offrire ogni volta emozioni diverse.

All’edicola all’angolo di Piazza Vecchia (1979)

 

Al circuito delle Mura (anni ’80 ca.)

Per lo street photographer non conta tanto, o soprattutto, la perfetta inquadratura o la migliore esposizione, ma conta la sostanza. Anzi, la ricerca ossessiva della tecnica migliore può talvolta ostacolare la trasmissione delle emozioni.

Alla Marianna (1980 ca.)

Il fotografo trova lo scatto giusto quando è capace di catturare completamente l’attenzione dell’osservatore grazie alla forza espressiva dell’immagine.

Il gelataio alla galleria dell’Upim

E non è semplice come sembra.

 

La storica funicolare di San Pellegrino e il rilancio di Vetta, piccolo paradiso della Valle Brembana

E’ di questi giorni la notizia del riavvio della storica funicolare San Pellegrino-Vetta, previsto per la primavera-estate 2019 a trent’anni esatti dalla chiusura avvenuta nel marzo del 1989, per la riduzione del traffico passeggeri.

La prima funicolare, progettata dall’ingegnere monzese Giovanni Villoresi, fu attiva fin dall’origine nella sola stagione termale, fra giugno e settembre. In fase di rimozione proprio in questi giorni, è stata ritratta in uno strepitoso HDR da Pio Rota

Un primo passo verso la riabilitazione della funicolare si era già compiuto  in vista del programma di rilancio di San Pellegrino previsto per l’Expo 2015, quando cioè l’impianto e l’edificio annesso vennero sottoposti ad un totale rinnovamento. Si sta provvedendo ora alla rimozione della vecchia carrozza, che verrà sostituita da nuovi vagoni realizzati dalla Leitner di Bolzano.

Il cantiere dell’impianto della funicolare e dell’edificio annesso, aperto in vista del programma di rilancio di San Pellegrino previsto per l’Expo 2015 (Ph Angelo Galani)

 

Il termine dei lavori di ripristino dell’impianto della funicolare e dell’edificio annesso (adibito a sede espositiva), ancora con la vecchia funicolare  (Ph Angelo Galani, ottobre 2011)

La riabilitazione della funicolare rimetterà in comunicazione San Pellegrino con l’amena località Vetta, sede di attrezzature turistiche, in via di recupero, che un tempo ne costituivano il fiore all’occhiello.

La graziosa località Vetta è posta sul pizzo del Sole ed è chiamata anche San Pellegrino Kulm. Vi sorgono numerose ville e un Hotel di stampo liberty. Ma non solo…

 

L’interno di una villa liberty in località Vetta

La sistemazione del parco della Vetta potrà offrire, oltre alle visite alle Grotte del Sogno, interessanti percorsi escursionistici, fra i quali merita una menzione particolare quello che conduce alla vicina sorgente Boione, ricchissima di cascate e cascatelle d’ogni sorta.

Il caratteristico ingresso delle Grotte del Sogno, riaperte nel 2011, ritratte da Maurizio Scalvini per www.Pieroweb.com

Lo sviluppo edilizio di Vetta fu intimamente legato a quello turistico-termale di San Pellegrino, dove al culmine della Belle Epoque vennero realizzati alcuni complessi di pregio architettonico tipici delle “villes d’eau” mitteleuropee, quali il Grand Hotel, il Casinò, lo Stabilimento Termale e alcune ville storiche sorte ai primi del Novecento.

Gita in barca sul Brembo nel cuore della Belle Epoque!

 

Il Casino, il Palazzo della Fonte e la funicolare con San Pellegrino Vetta

 

Nel 1906 la stazione climatica di San Pellegrino era stata raggiunta dalla ferrovia della Valle Brembana, incrementando notevolmente l’afflusso turistico dell’area.

I titolari della Società Anonima Fonte Bracca concepirono così l’idea di una funicolare che raggiungesse Vetta, dove realizzare, secondo la moda dell’epoca, un ristorante con terrazza panoramica che rappresentasse il fiore all’occhiello del luogo.

L’hotel Vetta, accanto alla stazione superiore della funicolare

 

La stupenda terrazza dellHotel Vetta, rigorsamente in stile liberty

E la funicolare divenne a tutti gli effetti un mezzo assai utilizzato in alternativa all’erta e scomoda strada comunale.

Oltre all’originaria fermata intermedia, presso il punto d’incrocio in località La Botta, nel tempo furono aggiunte le ulteriori fermate di Paradiso e Falecchio, di cui è allo studio una proposta di ripristino.

Da San Pellegrino l’impianto progettato nel 1907 dall’ing. monzese Giovanni Villoresi, già progettista della funicolare Como-Brunate, conduce alla frazione Vetta. La realizzazione dell’impianto fu affidata alla Ceretti e Tanfani (l’immagine risale al 1915)

Vetta divenne quindi un raffinato quartiere residenziale estivo di stampo liberty, ad uso e consumo dei molti frequentatori abituali della stazione climatica.

Alle Terme di San Pellegrino, inizi Novecento

 

La funicolare venne inaugurata il 25 luglio del 1909 insieme al grande “Albergo Fonte Bracca”, in Val Serina, entrambi progettati dall’ing. Villoresi, che solo due anni prima aveva fatto costruire il primo stabilimento d’imbottigliamento dell’acqua Bracca.

Nel 1907, accanto alle sorgenti sorse l’Albergo Fonte Bracca, nella località omonima in Val Serina

 

Fonte Bracca, 1912

 

Gitanti milanesi a Bracca, nel 1908

Dopo una lunga e complicata serie di passaggi (le cui vicende sono illustrate qui), la gestione della funicolare venne affidata alla Società Gestione Fonti Minerali controllata dalla Sanpellegrino, la Società che aveva avviato lo sfruttamento economico della nota acqua minerale, e che provvedette alla revisione e alla manutenzione della funicolare fra il 1978 e l’83.

La funicolare per Vetta in una cartolina del 1983, all’epoca in cui venne gestita alla Società Gestione Fonti Minerali controllata dalla Sanpellegrino

Ma a causa della riduzione del traffico passeggeri, la funicolare venne chiusa il 6 marzo 1989 ed in seguito l’edificio annesso venne utilizzato come civile abitazione.

Un primo tentativo per il ripristino della funicolare fu condotto nel 1990 grazie a un finanziamento regionale. Un successivo stanziamento di 5 milioni di euro permise di avviare l’iter per la ricostruzione dell’impianto la cui riapertura, connessa con la ristrutturazione dello storico Grand Hotel e al generale rilancio turistico di San Pellegrino, era prevista per il 2017.

Il Comune di San Pellegrino aveva infatti da tempo effettuato il recupero della stazione  e dell’attiguo edificio, trasformandolo in fabbricato atto ad ospitare allestimenti artistici.

L’edificio originario annesso alla funicolare

 

All’edificio originario (con pianta a croce e tre locali per piano dislocati su tre livelli e con un piccolo interrato) si erano aggiunti nel tempo alcune superfetazioni che ne avevano parzialmente modificata la struttura. E’ stato quindi necessario modificare la distribuzione funzionale dei locali interni al fine di ottenere un percorso espositivo continuo (Ph Angelo Galani)

 

Stazione ed edificio annesso alla funicolare, ottobre 2011 (Ph Angelo Galani)

In precedenza, dalla piazzetta, attraverso un ampio accesso ad arco si raggiungeva la sala d’attesa e da qui i due piccoli locali riservati all’addetto al funzionamento della funicolare. Per accedere all’alloggio era invece necessario uscire nel giardino privato ed aggirare l’edificio fino a raggiungere l’accesso del vano scala che distribuiva i due livelli abitabili ed il sottotetto.
In funzione della nuova destinazione d’uso, è stato quindi realizzato un unico accesso ben posizionato.

Stazione ed edificio annesso alla funicolare, ottobre 2011 (Ph Angelo Galani)

 

Stazione ed edificio annesso alla funicolare, ottobre 2011 (Ph Angelo Galani)

Per il rilancio di Vetta, insieme al ripristino della funicolare è nell’aria un progetto di riapertura dell’ex Hotel Vetta (destinato anche ad ospitare le terme curative), nonchè una serie di proposte contenute in uno studio realizzato da un gruppo di studenti del Politecnico di Milano,  come la realizzazione di luoghi di sosta per la valorizzazione dell’acqua, con fontane o cisterne, e un albergo diffuso in località Paradiso (un’ex area ricettiva).

Per l’ex pista del Sole, un tempo prestigiosa pista da sci estivo, si è pensato invece ad una riconversione in campeggio, valorizzando l’aspetto naturalistico e sportivo, rivolto ad un turismo più sostenibile.

Negli anni Settanta la famiglia Cima, facoltosa famiglia brembana proprietaria della cartiera di S. Giovanni Bianco, realizzò un’innovativa pista da sci in plastica a monte di San Pellegrino, la Pista del Sole, una delle prime di questo genere in ambito montano. Inaugurata nel ’75 divenne un vero e proprio polo sportivo, con una pista di discesa ed una di fondo (vi gareggiarono Thoeni e Jean Claude Killy), una palestra per il gioco del tennis e un’area di tiro con l’arco. Nell’immagine, l’annesso bar-ristorante, ritrovo elegante ed escusivo dell’epoca, da tempo in disuso