Pacì Paciana: il brigante eroe contro i francesi 

Conclusa la breve esperienza di autogoverno cittadino (Repubblica Bergamasca) nel luglio del 1797 Bergamo veniva a dipendere dal potere centrale milanese, in qualità di capoluogo del Dipartimento del Serio.

Nel periodo napoleonico, le gravi congiunture politiche ed economiche, il continuo regime di guerra, il peso della tassazione (le imposte francesi erano circa sette volte maggiori rispetto a quelle venete) e l’introduzione nel 1802 della coscrizione obbligatoria, fecero precipitare il conflitto tra le popolazioni e l’autorità politica, tra la città e soprattutto le valli, dove le divergenze continuarono a permanere per tutto l’Ottocento.

Con la coscrizione, ogni dipartimento doveva fornire un contingente anno per anno, proporzionale alla popolazione e in rapporto alle esigenze belliche. Gli uomini fra i 18 ed i 50 anni dovevano prestare servizio presso la Guardia Nazionale per 1 lira e 15 soldi al giorno. Era prevista la possibilità di farsi sostituire a proprie spese da altri, possibilità che potevano cogliere solo le classi sociali più abbienti, le uniche in grado di pagarsi un sostituto (come avvenne per Gaetano Donizetti e l’amico Dolci). La nuova coscrizione (1802) impose l’assenza da casa per quattro lunghi anni in tempo di pace e per un tempo indefinibile in stato di guerra, e non pochi bergamaschi furono partecipi alla infelice campagna di Russia; tra il 1797 e il 1814, dei 200.000 uomini che combatterono nelle milizie italiche, 125.000 morirono in battaglia o per cause connesse alla guerra.

Così, all’obbligo del servizio militare – novità resa ancora più impopolare dalla pratica della supplenza -, si rispose massicciamente con la diserzione, aggravando di conseguenza l’endemico brigantaggio locale che, alimentato anche dal contrabbando del sale e del tabacco, era sempre operativo nel territorio e particolarmente nelle valli, dove bande organizzate saccheggiavano case, terrorizzando le popolazioni. Orde di briganti furono segnalate in Val Camonica, in Val di Scalve, in Val Caleppio (1).

L’alta Val Camonica

I disordini, già difficilmente controllabili in un dipartimento di confine e per di più prevalentemente montuoso come quello orobico, furono tali da determinare nel 1805 l’attivazione di un tribunale speciale e la nomina di un commissario d’alta polizia, al fine di controllare l’ordine pubblico.

Viaggiatori assaliti dai briganti, dipinto di Bartolomeo Pinelli (1817).

E non si può parlare di briganti senza pensare all’inafferrabile Vincenzo Pacchiana detto Pacì Paciana, verso la cui figura, storia, leggenda, tradizione e verità continuano a intrecciarsi, tanto che ognuno lo dipinge ad esclusivo piacimento: chi come eroe, disertore e bandito coraggioso e spregiudicato, e chi come famigerato delinquente.

In realtà Vincenzo Pacchiana, nato verso il 1776 presso il ponte di Romacolo, a Poscante (frazione di Zogno) e vissuto sotto i francesi, non fu altro che uno dei tanti malfattori di strada che infestarono la Val Brembana, favoriti dalla vicinanza con il confine.

Poscante in una mappa del primo Ottocento

Data la dura pressione fiscale adottata per sostenere le campagne napoleoniche, il popolino finì con l’identificare la sua figura con quella di un vendicatore dei soprusi, che rubava ai ricchi per dare ai poveri: una sorta di Robin Hood brembano che andò a rappresentare il simbolo della giustizia per i valligiani, che lo chiamavano ol padrù d’la Val Brembana.

Una curiosa cartolina

I documenti lo descrivono come un uomo facile all’ira e d’idole facinorosa, molto “scafato” e disposto a commettere delitti, in qualche caso ben disposto ad aiutare o blandire qualcuno: e in effetti, pur essendo il Pacì feroce all’occorrenza, i conterranei lo aiutarono, in parte per timore ma sicuramente anche per simpatia.

Di corporatura ordinaria, Pacì era piuttosto alto, i capelli corvini intrecciati alla fronte e alle orecchie come si usava allora, con coda legata alla francese; barba nera e solitamente rasa, colore della pelle olivastro, occhi brillanti. Amava camuffarsi per sfuggire alla cattura, travestendosi di volta in volta da vecchio contadino, da prete e persino da donna. Parlava il bergamasco con influenza veneta per via della passata dominazione della Serenissima ed era immancabilmente armato di coltelli, pistole e fucile a schioppo a due canne: questo il suo ritratto, secondo il prontuario della polizia dell’epoca.

Era ammogliato (si nomina  una compaesana, Angela Sonzogni), la qual cosa non gli impediva di coltivare relazioni illecite.

La sua leggenda vuole che si fosse dato al brigantaggio per un’ingiustizia subita. Si racconta che divenne un brigante quando, non ancora trentenne, per difendersi da due imbroglioni che lo avevano derubato regolò l’affronto con una sonora scarica di legnate ai due manigoldi e incredibilmente per questo subì la sua prima denuncia.

Per non farsi incarcerare da quel potere che schiacciava sempre i piu’ deboli, si dette alla latitanza nei boschi meno accessibili della Val Brembana, che lui conosceva benissimo perche’ per tirare a campare pare esercitasse oltre al mestiere di taglialegna anche quello del contrabbandiere di tabacco.

Da qui inizia la sua storia di giustiziere della Val Brembana, perchè ovunque ci fossero ingiustizie, soprusi o da ridistribuire equamente ricchezze, interveniva lui, il Pacì, che a suon di schioppettate si faceva rispettare e soprattutto temere da usurai e da quelli che lui riteneva prepotenti e opportunisti.

Intanto il suo mito cresceva a dismisura e la sua fama di imprendibile diveniva leggendaria; le sue gesta erano considerate eroiche da pastori, contadini, viandanti, insomma da tutto il popolo che non amava i gendarmi, che non capivano e non parlavano la loro lingua: il bergamasco.

La coscrizione obbligatoria aveva peggiorato il malumore dei valligiani e il vento di ribellione giungeva sino alla città di Bergamo, nella quale pure non mancavano gli estimatori del Pacì, tant’è che ricorrente era la frase: “un Pacì Paciana per ogni paese”.

Un’inedita Zogno nel 1938, dalla raccolta privata di Luigi Angelini

Innumerevoli le imboscate delle guardie per catturarlo e memorabile lo scontro a fuoco a Endenna, frazione di Zogno, con un paio di morti tra le forze dell’ordine.
Da quei conflitti Pacì ne usciva sempre indenne, anche grazie ad uno speciale farsetto antiproiettile d’acciaio che portava sotto il mantello, che lo rendeva “invincibile”.

Il documento di messa al bando del Pacì Paciana

Per catturarlo e cancellarne il mito, le truppe francesi organizzarono un’imboscata nei pressi del ponte di Sedrina, da dove il Pacì si sarebbe gettato nel Brembo beffando i gendarmi, rimasti con un palmo di naso: un episodio ricostruito nel 1870 da Mosè Torricella, forse con l’aiuto di alcuni parenti, che il Pacchiana l’avevano conosciuto.

Scorcio da sotto il ponte di Sedrina

“Tutta la sbirraglia si mise in moto, capitanata da un individuo di Bergamo, venuto appositamente a prendere il bandito, condurlo in carcere, papparsi la taglia e ritornare placidamente a casa, quasi fosse la cosa più naturale del mondo. A mezzo di spie, seppe che il Pacì in tal giorno sarebbe andato a Sedrina. Infatti, appostata parte della sbirraglia al di là del ponte sul Brembo, col restante si cacciò in una casa al di qua del fiume. Il Pacì poco stette ad attraversare il ponte, quando si vede dietro una comitiva di sbirri, affretta il passo ma lo chiudono nel mezzo altri armati. Era un affar serio; si ferma, ed appoggiandosi alla sponda, attende.

– “Dunque ci siamo una buona volta, eh? diceva il capo, così si pigliano anche le volpi vecchie”.
– “Ma non però vecchie come me…. rispose il Pacì, spiccando un tremendo salto, e per l’orrido vuoto precipitando a piombare nelle acque che gorgoglianti l’inghiottirono”.

I ponti di Sedrina in una cartolina viaggiata del 1906

La leggenda dice che miracolosamente il Pacì riuscì a guadagnare la riva del fiume e si diede di nuovo alla macchia, ma qualcuno dice che l’episodio del salto nel Brembo non avvenne, o addirittura che non avvenne presso i ponti di Sedrina: casomai al ponte di Ambria.

Resta il fatto che in Val Brembana il malfattore da troppo tempo teneva in scacco la Gendarmeria, senza che questa, peraltro disorganizzata e disunita,  potesse ridurlo in forze.

Al di là di quel misto di verità e leggenda giunto sino a noi, i fatti furono indagati da Bortolo Belotti, che spulciò nei documenti conservati all’Archivio di Stato di Milano riguardo i rapporti di Diego Guicciardini, direttore generale della polizia del Regno d’Italia (1805 -1814).

Ne risulta che le autorità competenti, intenti a soffocare questo simbolo di libertà, emanano dei bandi di cattura, con “una taglia di cento zecchini a favore di chi lo prende vivo e di sessanta a chi lo uccide”, essendo sfuggito alla Gendarmeria “uccidendo due guide e lasciando feriti tre gendarmi ed un’altra guida”.

Allettato dalla taglia che pendeva sulla testa del Pacchiana, il bandito dal nome forse finto di Cartoccio Cartocci detto Carcino, d’accordo con la polizia si associò a Pacì Paciana e insieme batterono le montagne comasche nei pressi di Gravedona, dove, il 4 agosto del 1806, sedotto dalle promesse di premio il Carcino uccideva con un colpo di trombone il compare immerso nel sonno.

In tal frangente tra l’altro il Guicciardi arrestava un certo Cattaneo, che aveva tentato di servirsi del nome temuto del Paccini (il Pacchiana), per estorcere a sua volta denaro.

Il Carcino, per dimostrare l’uccisione del Pacchiana gli tagliò la testa e la consegnò alle autorità, che per certificare al popolo la definitiva scomparsa del bandito la espose sotto la “ghigliottina della Fara”, dove si giustiziavano i delinquenti: il piazzale di S. Agostino infatti, nel periodo napoleonico era divenuto il luogo delle esecuzioni capitali, che in precedenza venivano eseguite in Piazza Vecchia.

Il Foppone di S. Agostino. Ancora sotto gli Austriaci, sulla spianata della Fara venivano impiccati i malfattori, i disertori, i renitenti della leva o coloro che avevano contravvenuto alla legge marziale del 1848 per detenzione e occultamento di armi, supplizio che avrebbe dovuto essere riservato soltanto ai peggiori delinquenti. Il Foppone venne colmato solo agli inizi del Novecento con detriti, forse derivanti dall’abbattimento del tratto di via Beltrami

Finiva qui la storia di questo leggendario personaggio della Valle Brembana, la cui leggenda venne tramandata dai racconti e dai teatri dei burattini, che se ne impadronirono facendone il vendicatore dei torti e delle ingiustizie subite dai più deboli: il bandito leale e generoso, in perenne lotta contro i gendarmi, espressione armata di un governo oppressore.

Note

(1) La connessione tra diserzione e brigantaggio è tanto più esplicita negli anni di particolare tensione politico militare, quali il 1809 e il 1813. Nel maggio del 1809, nel corso dell’insorgenza popolare antifrancese che esplode in Valle Camonica all’annuncio dell’aumento dei prezzi del sale, i disertori fanno causa comune con i ribelli e attaccano alcuni paesi della valle per rifugiarsi poi sulle montagne. Nel 1813, di fronte alla requisizione straordinaria decisa dal viceré Eugenio, il ribellismo dilaga, si organizza in consistenti e pericolose bande armate e giunge a minacciare città e contado.

Riferimenti
Fondazione Bergamo nella Storia
Centro Studi Valle Imagna – Antonio Martinelli, Bergamo. Itinerari nella Storia della città e del suo territorio dalle origini al ventesimo secolo. Bergamo, Grafica Monti, aprile 2014.
Poscante e dintorni ieri e oggi – Tarcisio Bottani

La breve esperienza della Repubblica Bergamasca (marzo-luglio 1797)

L’avvento di una Repubblica di ispirazione giacobina ha una preparazione negli anni che la precedono; la posizione strategica del territorio bergamasco, crocevia tra l’Alta Italia, la Svizzera e l’Austria, favoriva il passaggio di “stampe massoniche eterodosse ed antiautoritarie” che, attraverso le valli, si insinuavano nello Stato Veneto. Agitazioni tra il popolo cominciavano a registrarsi a Nese e alla Ranica fin dal 1793; l’anno successivo, c’è una ribellione a Sarnico contro l’operato delle guardie daziarie.

Vincenzo Bonomini (1757- 1839) – Pantalone e due nobili veneziani discutono la situazione politica (da una stampa satirica)

La penetrazione delle nuove massime rivoluzionarie provenienti dalla Francia si accompagnava a rilevanti problemi in campo economico e fiscale.

Vincenzo Bonomini – Allegoria della Pace

Ma saranno soprattutto gli sviluppi della guerra che i Francesi stanno conducendo contro gli Austriaci a coinvolgere Venezia, accusata di appoggiare indirettamente l’Austria permettendo il passaggio delle truppe austriache nel suo territorio.

Bergamo, la città più lontana e più esposta della Repubblica Veneta, era il punto in cui l’esercito francese poteva inserirsi sulla strada per Venezia.

La suddivisione politica dell’Italia nel 1796 prima della costituzione della Repubblica Cisalpina

Napoleone stava concludendo la sua prima campagna d’Italia (1796-1797) che terminerà con la proclamazione della Repubblica Cispadana (Bologna, Ferrara, Modena, Reggio E.) del 29 giugno 1797.

Gli eventi vennero annotati dal campanaro del Campanone, Michele Bigoni, morto in tarda età, nel 1871 (sei quaderni in totale, oggi custoditi nella Biblioteca Civica “Angelo Mai”) e illustrati dall’amico-pittore Vincenzo Bonomini (1757- 1839), lasciandoci una preziosa testimonianza degli avvenimenti convulsi che accompagnano e seguono la proclamazione della Repubblica Bergamasca, travolgendo gli antichi equilibri: dalla Serenissima ai “giacobini”, dagli Austro‑russi alla grandeur napoleonica, fino al lungo sonno austriaco. Vista dal Campanone, la vita della città è un andirivieni quasi impazzito di nobili e funzionari, muratori e facchini, musicisti e musicanti, canonici e vescovi, spesso in scene notturne, con le fiaccole dei servi che illuminano le arcate del Palazzo della Ragione e gli androni nobiliari, disegnando, negli ultimi periodi, ombre improvvise e inquietanti. Mentre scrive, con la sua scrittura incerta e faticosa, Bigoni non resiste alla tentazione di descrivere e di giudicare, a volte con acidità, piú spesso con bonarietà popolare, le vicende del suo tempo.

L’arrivo dei Francesi avvenne al suono di un’armonica banda militare” composta fra gli altri da Michele Bigoni , che nel 1820 fonderà la Banda Civica di Bergamo (nota come Banda Bigoni) con Francesco Donizetti, fratello del grande Gaetano (Vincenzo Bonomini – Lo spirito della Libertà repubblicana)

A Bergamo i Francesi arrivarono alla fine del ‘96; il 25 Dicembre occuparono la Fiera e il Castello di S. Vigilio, punto militarmente strategico e la guarnigione veneta venne ritirata dalla Rocca, in attesa di occupare ufficialmente la città.

Marco Sebastiano Giampiccoli (1706-1782), “La piazza maggiore di Bergamo” (Bergamo, Biblioteca Civica). “Adí 12 marzo 1797 – Per aver sonate le canppane cumunale nel’ocazione che si è canbiato il Governo Veneto e meso la Republica Bergamasca. Questa fu ordinato dal conte Pietro Pesenti che in quel giorno credeva di esere generale di Bergamo. Questo giorno fu poi messo due cannoni sula Piaza Vechia dalle truppe francesi e poi si sono portati prepotentamente in Citadella alla casa dell’Ecelenza Otolini e hanno spoliato tutta la propria casa e hanno mese li propri mobilli alla asta pubIlicha nonché hanno ordinata la pronta partenza della città, come fose un malfatore. Fu poì messo alla testa moltì sìgnori che hanno meso molta gente su armi per fare la rivolisione alla città di Bresia. Questa gente fu paghata col dìnaro della città. In quel tenpo fu disffatto tutti li corpi echleziasteci e Capíttolo, fu sopresso molte chiese e reguesito messo argento delle chiese, e dopo tenpo fu reguesito anche l’altro, fu sospeso tutte le monache e i frati, la egregia chiesa di Santa Grata fu fatto ospitale mìlìtare e ì morti francesi fu sepoltì sulle mure di S. Gratta. in conpenso poi per il sono delle canppane hanno corisposto L. 30″ (Michele Bigoni, il campanaro del Campanone)

All’assedio, il Capitano e il Vicepodestà di Bergamo Alessandro Ottolini non furono in grado di opporre una risposta militare ai Francesi: vi fu un periodo di estenuante attesa tra le parti. L’Ottolini fece chiudere il Teatro della Cittadella, per impedire l’ingresso dei soldati Francesi nel suo palazzo come spettatori, e spostò la stagione teatrale invernale al teatro Riccardi. Cinque giorni dopo, un incendio distrusse completamente il teatro. “Per non restare senza teatrale spettacolo nel Carnevale si combinò di aprire nel giorno tredici di gennaio il Teatro Riccardi posto in Prato, ora Campo di Marte; ma nel giorno tredici del Teatro Riccardi non erano che nude muraglie”, annota nelle sule Memorie storiche lo Zuccala (1).

Responsabile dell’incendio, considerato doloso, fu immediatamente ritenuto l’Ottolini. Ma gli avvenimenti incalzavano.

Il 12 marzo i rivoluzionari (esponenti della nobiltà locale, intellettuali e uomini dei ceti medi) imposero ai deputati del Consiglio minore di sottoscrivere il voto per la libertà e l’annessione alla repubblica Cispadana (2); nella notte tra il 12 e il 13 in una sala di Palazzo Roncalli venne ufficialmente proclamata la Repubblica Bergamasca (3) e nominata la nuova Municipalità; la mattina seguente il podestà Ottolini, ultimo rappresentante veneto a Bergamo, venne allontanato dalla città senza spargimento di sangue. Anche il vescovo Dolfin sancì con il suo voto la legittimità del nuovo governo, divenendo poi, con il clero cittadino, agguerrito sostenitore della Repubblica.

L’Albero della Libertà in Piazza Vecchia – 13 marzo 1797 (Bergamo, Pr. dr. A. Pellegrini). E’ il giorno che segna la fine del dominio di Venezia, presente a Bergamo dal 1428. Arlecchino, simboleggiando il popolo bergamasco scaccia Venezia prendendo a calci il vecchio Pantalone, che si allontana piegato in due: “L’è pur vegnuda l’ora: va via Galioto!”

Nell’arco di poche ore, si erano consumati in modo irreversibile tre secoli e mezzo di storia che avevano legato Bergamo a Venezia: vennero cambiate leggi e strutture amministrative e fiscali, sconvolti gli ordinamenti politici, le categorie sociali, le consuetudini quotidiane e culturali.

Bergamo era la prima delle città venete di terraferma a ribellarsi a Venezia e la prima a costituirsi in repubblica autonoma.

“La Libertà di Bergamo”, stampa allegorica

Per i borghi e per le vie della città un asino trasportò le parrucche requisite ai nobili filoveneziani e alla sera vennero bruciate insieme con le bandiere veneziane.

Giuseppe Rudelli, Il Vescovo Conte Dolfin che dal Vescovado si reca in S. Maria Maggiore, attraverso la porta ora murata (Bergamo, propr. L. Angelini). “Adì 14 marzo 1797 – Per aver sonato le canppane cumunale per aver brusate le peruche dei nobili signori che son state requesite e portate per tutta la città a cavallo ad un asino che sopra questo cavalcava un regaso miserabille che sopra la testa aveva la peruca delli magiori che comandava la città e fu portate per la città e borghì per tutto fl giorno. A sera poi fu poste sul’angolo della Piazza Vechia sopra una catasta di legna e fu brusate unitamente a tutte le bandiere di S. Marco che erano bordate d’oro macicio, le qualle bandiere si esponeva le solenità magiore sopra il pogiolo del Palazzo Vechio nele prencipale solenità. Questo giorno fu di grande allegria a motivo che fu dispensat­to del vino in quantità nel prato vescoville e fu dìspensato anche del panne che era dì ragione della Misericordia di Bergamo. Fu fatta poi alla sera grande inlummazione per tutta la Città e torri cumunali con grandi sinfonie di maggiori proffesori della città. In conpenzo poi del sono delle publliche canppane, che fu ordinato dal conte Pietro Pesenti e conte Roncalli che erano presidenti in quel’epoca, L. 30” (Michele Bigoni, il campanaro del Campanone)

Vennero atterrati i simboli del passato regime. Il leone alato di S. Marco fu scalpellato dalle porte e da sopra il balcone del Palazzo comunale, i simboli araldici tolti dagli antichi palazzi nobiliari. Il 16 marzo si trovarono spezzate e travolte le statue dei Rettori veneti innalzate sull’area di Prato.

Si salvò  la piramide dirimpetto a Santa Marta, cui venne posto in capo il berretto frigio.

Il 17 marzo venne innalzato in Piazza Vecchia il primo albero della libertà (4), un’aristocratico pino prelevato dai rivoltosi dal giardino dei conti Benaglio in San Matteo. Venne innalzato con il popolo in festa, al suono del Campanone e con qualche dispensa pubblica di pane, vino e denaro. Simbolo stesso della Rivoluzione, il palo fu dipinto di bianco, rosso e verde e adornato con nastri tricolori e la gente si riunì attorno ad esso per festeggiare la fine del passato.

Albero della Libertà, xilografia da I. Cantù, “Bergamo e il suo territorio”. In una Piazza Vecchia in festa, luci, musica, cibo e vino a volontà segnano l’inizio di una nuova situazione politica e sociale, in cui predominano libertà e diritti civili. “Adí 17 marzo 1797 – Per aver sonate le canppane cumunale della città per aver piantato l’albero della Libertà nela Piazza Vechia. Questo albero fu piantato nela Piazza nel messo e fu bianco e roso e verde. Fu poi quarciato di setta che in poco tenpo fu meso a binde [nastri]. Questo albero fu piantato con grande solennità e grande sinfonie nonché fu fatto un grande palco nel’arco di messo del Palaso Vechio, che esisteva sopra questo palco la Dona della Libertà e fu poi prezenti alla piantasione dell’albero il monsignore Giovani Paolo Delfino, vescovo di Bergamo, nonché tutta la nobiltà di Bergamo che in quel tenpo aveva persa la nobiltà e erano tutti cittadini. Durante la giornata, verso sera, fu piantato e dopo fu poi ballato dintorno tutti li patriotti e militare nazionali, conposti della cittadinanza di Bergamo. Alla sera poi fu fatta grande inluminazione di tutta la città e borghi nonché di tutte le tori cumunali e di chiese e piazze. Durante la sera fu fatto una grande orchestra sotto le logie del Valger al fianco ala piaza e durò questo sono tutta la sera. In conpenzo poi del sono delle canppane fu corisposto dal signor Pesenti e Roncalli, presidenti in quel tenpo, L. 60” (Michele Bigoni, il campanaro del Campanone)
Narrano le cronache del tempo che le danze furono aperte dalla caffetteria Sanà a cui subito fece seguito la cittadina ex Marchesa Terzi col macellaio Alebardi e col crescente ritmo di coreografico tripudio durò la festa fino alle ore tarde della notte alla luce delle candele e delle torce.

Vincenzo Bonomini – Allegoria di una monarchia che si accompagna alla Guerra e alla Morte

Alberi della libertà furono eretti in molte piazze dei paesi e della provincia. Ovunque vennero abbattuti stemmi, statue e simboli veneziani. I bergamaschi, attraverso la festa, esprimevano la loro gioia per un lungo e desiderato cambiamento sociale, la conseguente riforma della struttura politica, il livello di coinvolgimento che le varie classi sociali ebbero nel determinare la ribellione al regime veneziano, durato a Bergamo quasi 400 anni.

Nella stampa satirica, celebrativa della Rivoluzione bergamasca del 1797 (Bergamo, Biblioteca Civica), la maschera di Arlecchino compare in Piazza Vecchia contrapposta a quella di Pantalone, rappresentando lo scontro tra la tirannide e la libertà, tra l’Antico Regime e la rivoluzione. Arlecchino si improvvisa venditore ambulante di tutto il vecchiume veneziano. “Ordini e straordini”, ossia medaglie e insegne, cariche e decorazioni sotto l’insegna di San Marco che non avevano ormai più nessun valore. Arlecchino ne organizza la vendita davanti al vecchio Pantalone che stenta a credere a quanto avviene, tanto d’essere costretto a ricorrere agli occhiali per metterne a fuoco l’incredibile scena

L’imposizione dei nuovi emblemi risignificarono politicamente la città. In quei giorni, Vincenzo Bonomini fu sistematicamente chiamato a sovrapporre nuovi emblemi politici a quelli da lui stesso dipinti pochi anni prima

Lo stemma dell’ultimo rettore veneto Alessandro Ottolini e quello di Bergamo
Vincenzo Bonomini – L’emblema di S. Marco
Vincenzo Bonomini – Allegoria dell’età nuova

Nei mesi successivi alla proclamazione della Repubblica Bergamasca, venne attuata una vera e propria campagna di propaganda rivoluzionaria (feste civiche, pranzi patriottici, catechismi, opuscoli di pedagogia politica, stampe satiriche, queste ultime mezzo di comunicazione di immediata comprensione anche per le masse analfabete), al fine di radicare la nuova realtà e il suo portato ideologico nella popolazione, che soprattutto in provincia si era opposta violentemente all’avvenuto cambiamento di governo.

Dopo la proclamazione delle Repubblica Bergamasca infatti, aumentò l’opposizione delle popolazioni del territorio, soprattutto delle valli, dove il basso clero diffondeva le idee controrivoluzionarie dei nobili filo-veneti.

La città si sentì presto assediata dai valleriani o marcolini, soprattutto attivi nelle valli Brembana e Imagna, la Valle Santa, e nella valle San Martino. Questi non accettavano il cambiamento di governo della città, operato soprattutto da alcuni nobili e da elementi progressisti del clero come il Mascheroni, e favorito, di fatto, dall’attendismo del vescovo mons. Dolfin. Dietro premevano anche gli interessi dell’aristocrazia terriera tradizionale, da sempre favorita dal Governo Veneto nel territorio.

Così, se almeno in città la rivoluzione avvenne senza spargimento di sangue, fuori città i rivoltosi presero a fucilate i “cittadini” che cercavano invano di fermarli e ferirono Gerolamo Adelasio, uno dei protagonisti nelle vicende bergamasche nei decenni successivi.

Da tutte le valli i valleriani, con l’effigie di S. Marco nel cappello e col Crocefisso sul petto, erano scesi minacciosi fino alle porte della città e presso Longuelo, alla confluenza tra le attuali Strada Vecchia e via San Martino della Pigrizia, vi fu uno scontro a fuoco tra repubblicani-cittadini e pro-veneziani valligiani, questi ultimi ridotti alla sottomissione solo dal pesante intervento delle truppe francesi.

Via Strada Vecchia, a Longuelo (Archivio Storylab)

I morti furono una decina: tre di loro esposti per un giorno intero, dalla sera del 30 marzo stesso, in piazza della Legna, accanto all’albero della libertà, fra canti, balli e fiaccolate.

La festa per la vittoria fu ricordata in una stampa che esaltava il coraggio del popolo di Bergamo il quale, “assaltato da turba infame accorsa dalle valli….andò ad incontrarla, la vinse, la disperse”.

Stampa rappresentante un episodio della rivolta dei valligiani rimasti fedeli alla Repubblica di Venezia contro la municipalità aderente alle idee rivoluzionarie. Viene qui consacrata la vittoria cittadina contro la rivolta di Longuelo, avvenuta il 30 marzo 1797

Il fatto di Longuelo segnò l’inizio del declino della resistenza delle valli e del territorio contro la Repubblica Giacobina della città; i valdimagnini, Lovere, la Val Cavallina, soprattutto la Val Seriana, con Clusone e Gandino, cedettero progressivamente ai Francesi. Intanto venivano liberati, in aprile, i contadini fatti prigionieri a Longuelo. La dominazione veneta era finita.

La controrivoluzione, sedata dalle truppe francesi, è emblematica del dissisio esistente tra città e campagna verso la Repubblica Bergamasca, determinato dall’irreligiosità della rivoluzione, ma anche da profonde divergenze di cultura, tradizioni, interessi, sentimenti.

Chi era la nuova classe dirigente? Esponenti della borghesia, sostenuta da mercanti sempre più dediti al contrabbando e oppressi dall’aumento delle tasse imposte da Venezia su molti prodotti (lana, seta, pane, vino); una parte della nobiltà, appartenente a famiglie che avevano acquisito il titolo tra la fine del 600 ed il 700, interessata allo sviluppo degli interessi economici legati al settore della seta; infine artigiani.

I religiosi vennero costretti a donare alla Municipalità metà degli argenti presenti nelle chiese, nei monasteri e negli oratori. Vennero quasi totalmente soppressi i monasteri e i conventi (in città ricordiamo S. Marta, S. Benedetto, Matris Domini, S. Leonardo..); i beni di S. Paolo d’Argon e Astino passarono nel 1797 all’Ospedale, quelli di Pontida finirono l’anno successivo ai privati. Seguì la cancellazione delle confraternite e delle processioni e l’introduzione del divorzio, atti che contribuirono a rendere insanabile il conflitto tra le popolazioni e l’autorità politica (e che si accrebbe durante il periodo napoleonico con la coscrizione obbligatoria).

In questo momento di grande cambiamento nacquero i ‘circoli culturali’, formati da esponenti della borghesia e della nobiltà ‘illuminata’, che si ritrovavano nei caffè a discutere i valori rivoluzionari; contemporaneamente, venne pubblicato (1797) il primo giornale locale, “Il patriota bergamasco”, seguito da “Il giornale degli Uomini Liberi” e, l’anno seguente, da “Il Foglio Periodico del Dipartimento del Serio”.

Testata dei primi numeri de “Il Patriota Bergamasco” (Bergamo, Biblioteca Civica)
Frontespizio dei primi numeri del “Foglio periodico del Dipartimento del Serio” (Bergamo, Biblioteca Civica)

Attraverso i confini territoriali (Passo San Marco) ci fu una vera e propria circolazione di nuove idee (ad es. la vendita dei libri provenienti dalla Francia operata dagli editori bergamaschi massoni come l’Ambrosioni e l’Antoine), particolarmente sensibili al tema della progressiva alfabetizzazione culturale delle masse, pubblicando a tale scopo l’almanacco popolare (brevi articoli su vari argomenti), che ebbe un ruolo di primo piano nell’educazione delle classi meno agiate.

In pieno periodo repubblicano il Piano generale di pubblica istruzione (di cui era componente anche Lorenzo Mascheroni) produsse una riforma anche nella scuola, sostenendo che l’istruzione pubblica fosse la base di tutte le democrazie.

Da qui l’esigenza di istituire, con le lezioni caritatevoli, scuole elementari serali e festive per i ceti più bassi (sostenute dagli istituti religiosi e dalla Società Industriale Bergamasca per quanto riguardava la parte laica).

Questo complesso di elementi politici, sociali e culturali, impensabili solo fino a pochi anni prima, permise al musicista bergamasco Gaetano Donizetti, figlio di semplici tessitori, di essere ammesso alle lezioni di musica tenute da J. S. Mayer, maestro di cappella.

Con la Repubblica venne proclamato il libero esercizio delle arti e dei mestieri, si abolirono alcuni dazi e si stabilirono nuove imposte per la lavorazione della seta, sulla quale era basata l’intera economia locale.

Con la promulgazione nel luglio del 1797 della costituzione della prima Repubblica Cisalpina terminava l’esperienza di autogoverno cittadino (Repubblica Bergamasca) e Bergamo, in qualità di capoluogo del Dipartimento del Serio, veniva a dipendere dal potere centrale milanese. Con la Rivoluzione Bergamasca si erano poste comunque le premesse, sia sul piano ideologico sia su quello politico-istituzionale, delle successive lotte per l’indipendenza e per l’unificazione nazionale.

Pochi anni dopo, nel periodo napoleonico, le gravi congiunture politiche ed economiche, il continuo regime di guerra, il peso della tassazione e l’introduzione nel 1802 della coscrizione (leva) obbligatoria, fecero precipitare il conflitto tra le popolazioni e l’autorità politica, costringendo tanti uomini alla diserzione, alla clandestinità e al Brigantaggio: e non si può parlare di briganti senza pensare all’inafferrabile Vincenzo Pacchiana, detto Pacì Paciana.

Note

(1) G. Battista Locatelli Zuccala, Memorie storiche di Bergamo dal 1796 al 1813.

(2) Il 12 marzo 1797, settecento persone, tra nobili e non, firmarono la loro adesione per la cacciata del conte Ottolini. M. Gelfi, Tra la fine dell’età moderna e l’inizio dell’età contemporanea: la Repubblica bergamasca, in “Atti dell’Ateneo di scienze, lettere e arti di Bergamo”, 1996-1997, vol. LX.

(3) La Rivoluzione bergamasca si ispirava ai principi della Rivoluzione francese. La costituzione (approvata il 24 marzo), ossia la legge fondamentale dello Stato, scritta dai bergamaschi giacobini, si rifaceva ai valori espressi dalla Dichiarazione dei Diritti Universali (1789), con cui i francesi riconoscevano la libertà di parola e di religione e l’uguaglianza degli uomini di fronte alla legge, invitando tutti gli uomini ad una fraternità universale. Dopo aver esautorato l’ultimo rettore veneto Alessandro Ottolini, un gruppo di giacobini della città di Bergamo e proclamata la Repubblica Bergamasca il 13 marzo 1797, “istituisce un governo provvisorio, composto da una municipalità da 24 membri. I primi atti della nuova amministrazione riguardano la modifica dell’assetto amministrativo ed economico dell’ex provincia veneta, la ripartizione del territorio in 14 cantoni, l’abolizione dei privilegi giurisdizionali e fiscali, la costituzione di comitati per alcune materie (polizia, finanza, sicurezza, sanità, vettovaglie, commercio, milizie). Nei mesi successivi viene reclutata una guardia repubblicana e si estende il controllo politico al territorio orobico” (Archivio di Stato di Bergamo – DIPARTIMENTO DEL SERIO 1797-1814  Introduzione generale al fondo archivistico).

(4) Usato come simbolo di libertà durante la Rivoluzione francese, simbolo pagano adottato come segno di rinascita, di vita nuova e di felicità, l’albero della libertà era un lungo palo ricavato da un grande albero; alla sua sommità veniva posto un berretto frigio (a cono floscio) con la punta ricadente in avanti, di origine anatolica (Asia Minore) utilizzato dagli schiavi liberati dell’antica Roma (gli antichi Frigi).

Riferimenti

Fondazione Bergamo nella Storia

Bruno Brolis, Tullio Pizzigalli (coordinatori), Corso di aggiornamento anno 2000. La Repubblica bergamasca 1797.

Centro Studi Valle Imagna – Antonio Martinelli, Bergamo. Itinerari nella Storia della città e del suo territorio dalle origini al ventesimo secolo. Bergamo, Grafica Monti, aprile 2014.

In viaggio a Cornello dei Tasso, sospesi tra notte e giorno: per una visita completa

Fotografie di Maurizio Scalvini

Cornello dei Tasso è noto per aver legato il suo nome a quello dell’antica famiglia dei Tasso, conosciuta non solo per aver dato i natali ai due grandi letterati Bernardo e suo figlio Torquato ma anche per aver fondato il sistema postale, instaurando una fitta rete di collegamenti tra centinaia di città europee e dando al borgo un ruolo di rilievo rafforzato dalla fama del casato locale.

Ritratto di Francesco Tasso. Le origini di Cornello dei Tasso sono medioevali: forse costituiva inizialmente un’appendice del vicino centro abitato di Camerata (citata per la prima volta nel 1181 (1)), mentre la presenza della famiglia Tasso (2) risale al XIII secolo, con la presenza di Omodeo Tasso (morto nel 1290), il primo esponente della famiglia, che alla metà del XIII secolo getta le basi per quella che diventerà la Compagnia dei Corrieri della Serenissima. Dopo di lui è possibile ricostruire la discendenza del folto e complesso casato dei Tasso, i cui componenti, precursori del moderno servizio postale, rimasero sempre piuttosto uniti nel difendere gli interessi economici e i privilegi della famiglia (Ph Tarcisio Bottani)

Ma la fama del borgo è dovuta anche all’importante ruolo di mercato rivestito lungo il percorso della Via Mercatorum, la sola che fino alla fine del Cinquecento permise di raggiungere le terre d’Oltralpe, facendo di Cornello la sede di floridi commerci.

Prima della costruzione della Strada Priula, che correva diritta sul fondovalle, Cornello era un luogo di passaggio obbligato, fungendo da cerniera fra la media e l’alta Valle Brembana situata ‘Oltre la Goggia’: la rupe su cui si trovava formava una stretta gola sul fiume Brembo impedendo il transito di uomini e merci ed obbligando a salire sui suoi ripidi dirupi discendendo dalla parte opposta.

Cornello dei Tasso in un acquerello di don Giuseppe Cavagnis (1828). Il borgo si è sviluppato sul crinale (482 metri slm) di uno sperone roccioso a picco sul Brembo, che costituiva un ostacolo lungo la strada di fondovalle. Il suo nome deriva probabilmente da corna, ossia “roccia, pietra”

Superato l’erta rupe del Cornello, i mercanti potevano scendere ripidamente alla contrada di Orbrembo, proseguire fino al passo San Marco e raggiungere la Valtellina – un tempo terra svizzera del Canton dei Grigioni – ed i valichi diretti verso l’Europa centrale.

Questa necessaria deviazione fece del borgo il crocevia di mercanti provenienti da tutta Europa.

La Via Mercatorum all’ingresso settentrionale di Cornello, la mulattiera di origine medioevale che univa il capoluogo alla Valtellina e ai Cantoni Svizzeri. Superato Cornello, si scendeva fino alla contrada di Orbrembo e si risaliva la Val Secca puntando verso Olmo, Averara e la Valmora; da qui ci si inerpicava per passo San Marco per discendere verso Morbegno e la Valtellina ed i valichi diretti verso l’Europa centrale

La realizzazione a fondovalle di un tratto della Priula,  garantì un percorso lineare ed agevole, permettendo di evitare la salita fino all’abitato.

Il nuovo tratto di Priula (1593) a fondovalle, sotto i dirupi di Cornello dei Tasso, era sostenuto da un muro con archi che poggiava nel greto del fiume. Col tempo gli archi di sostegno vennero ampliati: i due archi inferiori sono veneti, quello mediano è austriaco, il superiore è degli inizi del Novecento

 

Nel disegno ottocentesco di Giuseppe Cavagnis, è visibile il nuovo tratto della Priula, sostenuto da un muro con archi che poggiava nel greto del fiume. La nuova strada fu voluta dal governo veneto per collegare in modo diretto Bergamo alla Valtellina senza passare per i territori spagnoli

Fino a quando la costruzione della Priula non lo escluse dai grandi traffici, il borgo di Cornello continuò ad essere sede di un importante mercato (secoli XV e XVI) (3), oltre che fulcro nel sistema viario postale che coinvolgeva l’intera Val Brembana, essendo stazione postale e di transito posta su lunghi percorsi: ed  è proprio nel Quattro-Cinquecento, in piena dominazione Veneta, che si riscontra il momento di maggior sviluppo del borgo (come si evince del resto dalla ceramica rinvenuta sotto le rovine della più antica dimora dei Tasso e dagli affreschi quattro e cinquecenteschi conservati nella chiesa).

In seguito alla realizzazione della Priula, dopo tre secoli di fiorente attività, escluso dai grandi traffici che si svolgevano lungo la viabilità maggiore della valle il borgo perse le funzioni di luogo di sosta. Insieme a Cornello venne trascinato nell’oblio anche il borgo di Oneta, ad esso collegato lungo la Mercatorum, e i paesi in quota vennero lasciati in mano ai mercanti locali.

Divenuto marginale nel nuovo assetto viario, il centro perse attrattiva e vitalità e si innestò un processo di decadimento e parziale abbandono, che tuttavia  permise la conservazione dell’originario tessuto urbanistico, restaurato nella seconda metà del Novecento.

Scorcio del borgo prima dei restauri (Archivio Wells)

E’ appunto grazie a tale requisito che Cornello ha potuto essere inserito nella lista dei “Borghi più belli d’Italia” (4).

IL BORGO DI CORNELLO 

Stretto nell’esiguo spazio tra lo strapiombo sul fiume e la cima del monte, il borgo crebbe compatto ed estremamente raccolto, anche grazie alla disposizione a ferro di cavallo delle case, costruite assecondando le ondulazioni del terreno e formando un tutt’uno con il sistema viario.

Cornello ripreso da Portiera

Oltre ai condizionamenti naturali la struttura dell’abitato di Cornello è stata plasmata dalle attività che ne hanno caratterizzato la storia, data la duplice funzione di stazione postale e di mercato: la  necessità di controllare e difendere le attività locali ha impresso al luogo il carattere di abitato fortificato. Una difesa rafforzata anche dalla presenza di un certo numero di armati, elencati a fine Cinquecento in 6 soldati archibugieri, 4 picchieri, 1 moschettiere insieme a 5 galeotti.

UNA “VISITA GUIDATA” A CORNELLO DEI TASSO

Il borgo è raggiungibile dopo aver percorso i pochi tornanti che lo separano dal fondovalle, seguendo le indicazioni attigue al piccolo parcheggio da cui si diparte la mulattiera lastricata che dolcemente introduce all’ingresso settentrionale.

Ma ancor più bucolico è imboccare la via Mercatorum all’uscita di Oneta, raggiungendo Cornello attraverso suggestive contrade immerse in ampie e quiete distese prative.

Cornello dalla Valle dei Mulini provenendo da Oneta, posta a 30′ di cammino

Il percorso ricalca le orme degli antichi viandanti,  accompagnato dal fragore del Brembo che serpeggia gonfio e spumeggiante ai piedi della rupe del Cornello.

La solida via acciottolata dalle pietre levigate dall’uso, ben radicate, ben connesse l’una all’altra, è collaudata da innumerevoli inverni di neve: larga quanto basta per una cavalcatura con la sua soma, ripida quanto occorre per procedere senza affanno a passo sicuro, la breve mulattiera ha salvato Cornello dalla penetrazione dell’automobile: ed è incredibile come da subito s’intuisca l’armonia del luogo e la cura che gli abitanti dedicano al loro piccolo, prezioso sito.

La via gradinata diretta al borgo di Cornello dei Tasso, venendo da Oneta

Finalmente, in vista del suggestivo porticato meridionale, preceduto dai ruderi della più antica dimora dei Tasso, è possibile saggiare l’emozione di ripercorrere l’antica “Via dei Trafficanti”, lungo la quale trovavano riparo le carovane dei mercanti e dei corrieri postali.

L’ampia volta d’accesso al porticato meridionale lungo il quale transitava la Via Mercatorum, con l’antico ciottolato posato con perizia e le solide arcate tagliate in grossi blocchi sbozzati in pietra locale

Osservandolo a distanza, è evidente quanto Cornello sia rimasto quale appare nelle antiche stampe: un borgo alpestre dalla struttura compatta e dal carattere fortificato, abbarbicato su un declivio affacciato sul Brembo, lungo il quale si sviluppano tre file parallele di case in pietra grigia, ben adattate l’una all’altra come i sassi della mulattiera e disposte dal basso verso l’alto assecondando le pieghe del terreno: una sequenza che culmina nella bella e caratteristica chiesa romanica col suo campanile pendente, al centro di una magnifica e silenziosa radura.

Cornello dei Tasso in un acquerello del XVIII secolo. Il borgo si struttura concentricamente, dal basso verso l’altro, su tre livelli distinti, fino alla chiesa, posta sul piano culminante (Museo dei Tasso e della Storia Postale)

Nella parte più bassa, rivolta verso valle e a strapiombo sul Brembo, corre ininterrotta una schiera compatta di abitazioni che evidenziano l’originaria caratteristica di fortificazione del borgo.

Immerso nella quiete della sera, l’ingresso della via porticata a meridione, affiancata dalle abitazioni a picco sul Brembo

Parallela all’ardita schiera delle abitazioni corre la strada porticata, lunga un centinaio di metri e splendidamente mantenuta dai pochi abitanti rimasti.

Il portico sotto cui corre la Via Mercatorum con le antiche botteghe, gli alloggi, la stazione di posta e le scuderie; il tutto sormontato da caratteristiche travi a vista

 

Dal porticato, dove il tempo sembra essersi fermato

Il portico riceve luce grazie alle arcate a tutto sesto dei cortili, contornate da possenti pietre di macigno scuro, tufo e puddinga.

Fioriture invernali accompagnano la via porticata, affiancata dalle corti delle solide abitazioni affacciate sul Brembo, a guardia della vallata: siamo al primo livello dell’abitato

 

Un’abitazione osservata dal portico: il pian terreno è generalmente a volta mentre quello superiore è addolcita da una calda copertura lignea, mentre i tetti sono generalmente in ardesia

 

Scorcio su una corte, stretta tra il lungo portico della Mercatorum e le antiche abitazioni

Questa “galleria” dove il tempo sembra essersi fermato, è delimitata alle sue estremità dai due archi monumentali di accesso, originariamente affiancati da due possenti torri di guardia, di cui si è mantenuta solo quella posta a nord del borgo.

Le arcate sul lato settentrionale del borgo

 

Le arcate sul lato settentrionale del borgo

 

Procedendo verso l’imbocco della strada porticata

Nelle incisioni ottocentesche, la torre meridionale è raffigurata accanto alla primitiva dimora dei Tasso, di cui oggi restano i ruderi: un alto edificio fortificato distribuito su più terrazzamenti a strapiombo sul fiume, protetto da uno spesso muro di cinta e con poche aperture verso la valle.

Cornello dei Tasso in un’incisione ottocentesca con in basso la Strada Priula. Sulla destra, un alto edificio fortificato affiancava, su un diverso piano di calpestio, la torre meridionale della via porticata; la posizione, naturalmente difesa permetteva un’ampia panoramica delle principali vie delle vicine valli

La primitiva dimora dei Tasso, leggermente discosta dal nucleo compatto del borgo, risale all’epoca feudale e potrebbe aver ospitato i primi esponenti della famiglia Tasso, mandati in Valle Brembana in qualità di vassalli di feudatari di Almenno.

Dell’antica dimora fortificata dei Tasso rimangono solo le fondamenta, parte delle mura di sostegno ed un arco. In origine il palazzo doveva essere piuttosto imponente, come appare in un disegno seicentesco che lo mostra senza copertura, ma eretto ancora su diversi piani. Altri disegni, di inizio Ottocento, mostrano l’edificio piuttosto elevato, con cinque livelli di finestre, con le adiacenti strutture di terrazzamenti e le coperture ancora presenti: questo fa supporre che il crollo del Palazzo sia avvenuto in tempi piuttosto recenti. Tra il 1986 e il 1989 la Provincia di Bergamo attuò un’opera di recupero del sito e, durante i lavori, emerse un’abbondante quantità di frammenti ceramici del Quattrocento e dei secoli successivi

La posizione decentrata e rivolta a valle dell’antica dimora dei Tasso, permetteva di controllare le più importanti strade di accesso al paese: quella di fondovalle proveniente da S. Giovanni Bianco e quella da Dossena (da cui si raggiungeva la città) nonchè la strada a mezzacosta che attraversando Oneta portava in Valsassina, dall’altra parte della giogaia.

L’ingresso alla via porticata meridionale, non molto distante dai ruderi della più antica dimora dei Tasso, distribuita sui vicini terrazzamenti a picco sul Brembo e sulla vallata. L’area si collega inoltre con due percorsi che costituivano la prosecuzione delle due strade principali di epoca medievale: la Strada del Torchio e la Strada del Mulino, di cui restano pochi ruderi (compaiono nel Catasto Napoleonico)

Nel contempo, la vicinanza con le aree commerciali connesse al servizio postale e di mercato, assicurava il controllo su tutte le attività economiche che si svolgevano nel borgo; un borgo che negli anni delle lotte tra Guelfi e Ghibellini, forse costituiva il centro di potere e di controllo territoriale della  famiglia Tasso, che ne avrebbe fatto un centro difensivo: numerosi avanzi di antichi fortilizi in Val Brembana testimoniano le lotte intestine condotte con saccheggi e rapine, ai tempi in cui Cornello era spiccatamente Guelfo (5).

Al riparo del porticato si allineano le aperture delle antiche botteghe che costituivano il cuore commerciale del paese, con alloggi, osterie, depositi di mercanzie e di posta, e con stalle e scuderie in cui si provvedeva al cambio dei cavalli. In ogni ambiente, dietro ogni ruvido portone segnato dal tempo, si intrecciano le mille vicende accadute nel borgo, di cui pare di sentire ancora l’eco.

La via lastricata della Mercatorum attraversa il lungo porticato dove transitavano le carovane dei mercanti e le cavalcature degli addetti postali

 

Dalla via porticata

 

Dalla via porticata

 

Giardino invernale nel cortile antistante la via porticata

Lasciamo il livello inferiore dell’abitato per dirigerci nel cuore del borgo, approfittando dei suggestivi camminamenti interni: uno degli artifici adottati per permettere agli abitanti di comunicare tra loro senza avere contatti con l’esterno: i vani interrati o posti lungo la via porticata comunicavano con le sovrastanti parti abitative tramite botole ed esistevano camminamenti sotterranei e trasversali che mettevano in comunicazione abitazioni anche poste su diversi livelli.

Il borgo è dotato di numerosi camminamenti interni, uno dei quali, molto ampio, è visibile sulla destra

Il secondo livello dell’abitato è posto a metà tra la via porticata e la chiesa; è formato da una caratteristica schiera di case, strette l’una all’altra ed affacciate su una contrada vivace ed animata, dove trova posto l’ufficio turistico e filatelico nonché l’antica Trattoria Camozzi.

Sulla via sterrata, si affacciano pittoresche logge in legno, che insieme agli attrezzi agricoli appesi ai muri riportano ad un mondo semplice e intimamente legato ai cicli naturali, quando sui travetti si essiccavano i prodotti agricoli e boschivi, e le arcatelle erano stipate di fieno o di derrate alimentari.

La pittoresca contrada nel cuore del borgo. Oltre ai servizi postali e di mercato, all’allevamento e all’agricoltura, gli abitanti vivevano degli introiti ricavati dall’affitto delle osterie, che vennero a cessare quando i traffici commerciali furono assorbiti dalla Strada Priula. Inoltre si lavoravano i cosiddetti panni bassi, che venivano venduti al mercato di Bergamo e soprattutto “fuori della patria”

Molto suggestiva la visita serale al borgo, comprensiva di pernottamento presso la Trattoria Camozzi, dove assaggiare prelibati piatti tipici della tradizione locale, ed in primis eccellenti salumi e casoncelli, seguiti da succulenti brasati annaffiati da buon vino.

La suggestiva contrada in “notturna”

 

Una calda sosta alla storica Trattoria Camozzi

La contrada si collega al sagrato della chiesa, che un tempo doveva ospitare il piccolo cimitero del paese.

La chiesa dedicata ai Santi Cornelio e Cipriano, al limitar del bosco

 

Il piazzale antistante la chiesa

Dall’altro lato, la bella contrada si collega al gruppo delle case “signorili” che racchiudono il borgo a meridione, tra cui spicca quella della famiglia Bordogna, con i due stemmi di affrescati sulla facciata. Le linee architettoniche  indicano il prestigio dei Bordogna, una delle famiglie più importanti del paese.

Palazzo Bordogna, posto lungo il “piano nobile” di Cornello. All’inizio del Cinquecento i Bordogna instaurarono un rapporto di parentela con i Tasso, grazie al matrimonio tra Bono Bordogna ed Elisabetta Tasso, sorella dei mastri generali delle poste imperiali. Questo matrimonio diede inizio alla dinastia dei Taxis-Bordogna alla quale fu affidata le gestione delle poste di Trento e Bolzano, incarico che detenne fino alla fine del Settecento. Oltre ai Bordogna, un posto di rilievo tra le famiglie di Cornello va riservato ai Giupponi, che fecero parte della Compagnia dei Corrieri Veneti

Vi sono poi naturalmente gli edifici appartenuti al casato dei Tasso: proprio alla testata del borgo vi è il palazzo di famiglia, mentre i due edifici attigui sono allestiti a Museo dal 1991.

Il palazzo dei “Tasso del Cornello” è riconoscibile dal grande stemma dipinto. Al suo interno conserva i fregi dipinti, gli affreschi e un soffitto a cassettoni. In alcune stanze stanze è presente una raccolta di strumenti e oggetti di vita contadina oltre al caminetto con lo stemma di famiglia.  Nel palazzo tornò a vivere i suoi ultimi anni Davide Tasso (uno dei quattro fratelli che subentrarono agli zii nella gestione delle linee postali imperiali), dopo aver avviato la posta imperiale a Venezia (6).

Il Museo dei Tasso e della Storia postale e il palazzo quattrocentesco della famiglia Tasso,  con il grande stemma nel quale si distinguono i simboli originari della famiglia: il tasso, il corno postale e l’aquila imperiale, Il tasso, oltre a raffigurare un animale diffuso nella zona richiama anche la denominazione della vicina montagna Tasso e della casata dominante del borgo. L’aquila imperiale, simbolo degli Asburgo, fu introdotta su concessione degli imperatori quando designarono i Tasso come gestori ufficiali delle poste nei territori del Sacro Romano Impero e in collegamento con gli altri stati europei (Ph. Tarcisio Bottani)

Accanto, il Museo dei Tasso e della Storia postale è distribuito in due diversi edifici: uno raccoglie documenti relativi ai Tasso del Cornello e delle contrade vicine e più in generale alla storia del borgo; l’altro offre alla visione del pubblico il vasto repertorio documentario sul casato dei Tasso nella specifica attività postale con le vicende che si svolsero a dimensione europea dalla fine del secolo XIII alla metà del secolo XIX: in tutto circa 300 documenti, tra lettere, mappe dei percorsi postali, manifesti e libri antichi. Ad ingresso gratuito, il Museo è aperto tutto l’anno dal mercoledì alla domenica.

Museo dei Tasso e della Storia postale: il corno di posta fu aggiunto allo stemma quando i Tasso iniziarono l’attività di corrieri, adottarono questo mezzo per comunicare il loro arrivo alle stazioni di posta (tuttora è simbolo dei servizi postali di mezza Europa). La collaborazione culturale tra il ramo principesco dei Tasso (i Thurn und Taxis) e il loro paese d’origine ha consentito di disporre di parte del materiale che si trova a Regensburg

 

Nel Museo si trovano pertanto carte geografiche, una lettera postale affrancata con il celebre Penny Black (in fotografia), telefoni e telegrafi inerenti l’evoluzione delle tecniche di comunicazione. Vi sono anche manoscritti della Gerusalemme Liberata

Saliamo ora al terzo ed ultimo livello, caratterizzato dalla presenza della chiesa dei Santi Cornelio e Cipriano, protetta ad ovest dal monte. La divisione a livelli dell’abitato permise anche la caratterizzazione dei tre aspetti principali della vita sociale di Cornello: quello commerciale, quello civile e quello religioso.

Dal livello intermedio dell’abitato verso la chiesa

La chiesa (XII-XIII secolo), con il suo campanile pendente rappresenta uno degli elementi di maggiore interesse romanico in Valle Brembana. Fu creata, sostenuta e gestita dalla famiglia Tasso di Camerata, la cui presenza è attestata dal loro altare privato, dai due affreschi dedicati a Santa Caterina D’Alessandria (patrona dei corrieri postali), dalle dedicazioni degli affreschi e dal loro stemma primitivo, con il corno postale e il tasso, che compare sulla cornice della pala con la Crocifissione, nella prima campata a sinistra.

Il caratteristico campanile pendente della chiesa dedicata ai Santi Cornelio e Cipriano

La chiesa era inoltre collegata alla via meridionale di accesso al paese mediante un un sottopasso a gradoni (ora chiuso), intuibile dalle tracce di un arco leggibile nella sezione inferiore della casa che la fronteggia (oltre la piazza).

Cornello in un disegno del XVII secolo – Archivio Centrale dei Principi Thurn und Taxis di Regensburg

 

LA CHIESA ROMANICA DEDICATA AI SANTI CORNELIO E CIPRIANO 

Giunti alla sommità del borgo, si raggiunge la piazzetta principale con la chiesetta romanica a navata unica, anticipata dal sagrato che un tempo fungeva probabilmente da cimitero e completata dal suggestivo campanile pendente, alleggerito da quattro aperture a bifora, ognuna con colonnina centrale. La copertura a piode è tipicamente montana.

Una gradita sorpresa sul sagrato della chiesa

La facciata, rivolta a mezzogiorno, è semplice ed ha un impianto in pietra squadrata. Il bel portale venne aperto in sostituzione di quello laterale tra la fine del Quattrocento e gli inizi del Cinquecento, epoca a cui risalgono anche le finestrelle dalle cornici trilobate in facciata e sul lato nord.

Nelle adiacenze dell’edificio di culto doveva estendersi il cimitero locale, forse distrutto o trasferito altrove, di cui si fa menzione in documenti cinque e secenteschi. Altri interventi, come la porta laterale architravata, vennero eseguiti tra Sei e Settecento, quando venne aggiunta la cappella semicircolare dedicata a S. Antonio da Padova e abbattuto il malconcio altare della Maddalena, probabilmente per questione igieniche e in connessione alla diffusione della peste. Anche la sagrestia accostata all’abside sul lato a valle, è un’aggiunta posteriore

Così come oggi appare, la chiesa è quasi certamente il risultato della radicale trasformazione di un precedente edificio che doveva esistere già intorno ai secoli XII-XIII, e di cui sono rimaste poche tracce. Venne notevolmente trasformata, probabilmente anche nell’impianto, tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento, grazie all’importanza che Cornello aveva assunto dal punto di vista economico come via di passaggio per l’Oltralpe. E’ a questo periodo infatti che risalgono gli affreschi, alcuni dei quali databili al 1475.

All’interno, la navata è divisa in tre campate da alti archi a sesto acuto, coperta da travature lignee; le pareti interne sono pressoché interamente affrescate.

Cornello dei Tasso, chiesa dei SS. Cornelio e Cipriano

Ritroviamo i Santi Cornelio e Cipriano, patroni della chiesa, nell’affresco dell’abside, concepito come un grande polittico: una Madonna in trono e santi, dipinti in eleganti proporzioni di linee, forme e colori.

Affresco con Madonna in trono e santi. Il riquadro centrale raffigura la Vergine in trono col Bambino e angeli, ai due lati i Santi Cornelio e Cipriano, patroni della chiesa, e all’estrema sinistra Santa Caterina d’Alessandria, alla quale doveva corrispondere, sulla destra, una Maddalena penitente, fatta cancellare nel corso della visita apostolica del Borromeo. In alto si notano i Santi Pietro e Paolo e, all’apice, Cristo che emerge dal sepolcro

Sulle pareti laterali, un variopinto ciclo di affreschi realizzato tra la fine del Quattrocento e i primi anni del Cinquecento, presenta scene della vita di Cristo e numerosi santi dalla spiritualità semplice ed umile, accanto a soggetti che riproducono esempi tipici di vita popolare, accostati a personaggi in abbigliamento sfarzoso.

Vengono così riproposte le figure legate al borgo, animato da una maggioranza di contadini e di piccoli artigiani, così come da alcune famiglie di rango elevato: un piccolo spaccato della vita sociale ed artistica della Valle Brembana.

Questo ciclo, per la complessità dei temi e il notevole gusto stilistico, è considerato uno dei più pregevoli tra quanti adornano le chiese della Valle, ed avvalora l’ipotesi che tra gli esecutori vi siano i Baschenis di Averara.

Fra i soggetti religiosi, risultano di particolare interesse le figure di S. Agata, S. Stefano, S. Giorgio, che rimandano ad età paleocristiana e longobarda: un dato curioso ma del tutto insufficiente a ricondurre l’origine del borgo fortificato all’altomedioevo.

Affresco di Sant’Agata nella chiesa dei Santi Cornelio e Cipriano –(Ph. Tarcisio Bottani)

Strettamente connessa alla vita locale e di notevole valore storico è la figura di S. Eligio (590-660), orafo e cesellatore vissuto presso la corte merovingia. Il Santo, protettore dei maniscalchi, è rappresentato nell’atto di ferrare un cavallo sull’uscio di una bottega nella quale fanno bella mostra tutti gli strumenti del mestiere (incudine, chiodi, tenaglie): un chiaro riferimento ad ambienti, costumi ed attrezzi da lavoro dell’epoca.

Affresco di Sant’Eligio (590-660) nella chiesa dei Santi Cornelio e Cipriano (Ph. Tarcisio Bottani)

Vi è inoltre una pregevole Adorazione dei magi ed una Crocifissione conservatasi solo in parte, mentre sono ormai scomparsi i lacerti degli affreschi che affiancavano il portone, raffiguranti San Cristoforo (diffuso e venerato nelle vallate alpine) e Sant’Antonio: figure che ricorrono anche nel vicino borgo di Oneta, dove un forzuto San Cristoforo che guada i fiumi con Gesù Bambino sulle spalle, è raffigurato sul porticato della chiesa del Carmine, fatta costruire intorno al 1473 dalla famiglia Grataroli, anch’essa in rapporti con Venezia.

San Cristoforo affrescato sulla parete della chiesa di Oneta, lungo la Via Mercatorum

S. Cristoforo è infatti generalmente dipinto sulle facciate delle chiese, messo lì a protezione dei viandanti della Via Mercatorum. Ed anche noi, come gli antichi viandanti proseguiamo il nostro viaggio incamminandoci  lungo un sentiero che conduce alla borgata di Bretto.

 

DAL CORNELLO ALLA CONTRADA DI  BRETTO

Cornello dei Tasso ammirata dai pascoli sovrastanti, in direzione Bretto

Perchè salire a Bretto? Perchè da lassù si può godere di un’ampia vista panoramica e perché la borgata è legata a quella di un ramo della famiglia Tasso: i Tasso di Bretto.

Da Cornello a Bretto, uscendo dal bosco adagiato ai piedi del Monte Concervo

Questo ramo dei Tasso vi si stabilì nella prima metà del Trecento, staccandosi dal ceppo originario dei Tasso del Cornello e dando origine a una dinastia che fu coinvolta nella gestione dei collegamenti postali per conto di Venezia, protrattasi fino alla prima metà dell’Ottocento. Fra costoro, Giovanni Battista acquistò il Palazzo di Comonte, nei pressi di Seriate, che fu adottato come residenza principale della femiglia.

Contrada di Bretto in un disegno del 1715 – Archivio Istituto Sacra Famiglia di Comonte 

Il minuscolo borgo, suddiviso in due contrade, è circondato da prati e boschi al cui centro si trova la chiesa di San Ludovico di Tolosa, concessa in juspatronato alla famiglia Tasso.

La chiesetta di San Ludovico e il suo Concervo

 

La chiesa di San Ludovico di Tolosa, fatta ampliare e decorare dal canonico Luigi Tasso, uno dei personaggi più in vista degli ambienti religiosi bergamaschi nella metà del Seicento

 

Lo splendido interno affrescato della chiesa di San Ludovico, a Bretto

Segni tangibili della presenza dei Tasso in questo luogo, sono anche il palazzo signorile all’ingresso di Bretto alto, arricchito da alcuni affreschi tra i quali compare lo stemma dei Tasso…

Il palazzo signorile dei Tasso a Bretto alto

…nonchè l’antico palazzo Tasso nella contrada di Bretto basso, in cui è ancora visibile lo stemma del casato al centro della facciata principale.

L’antico palazzo della famiglia Tasso a Bretto basso, fatto a suo tempo restaurare dal canonico Luigi Tasso. L’edificio presenta al centro della facciata alcuni dipinti: lo stemma di famiglia, un leone di San Marco (parzialmente cancellato) e, sul retro, una Madonna col Bambino tra i Santi Rocco e Caterina d’Alessandria, protettrice dei corrieri postali

 

Lo stemma dipinto sulla facciata di palazzo Tasso, a Bretto basso 

Gli edifici in precarie condizioni che si affacciano sulla piazzetta antistante il palazzo,  erano un tempo pertinenze dell’abitazione padronale.

Antico edificio a Bretto basso, un tempo pertinenza della casa padronale dei Tasso

Nel Settecento i Tasso del Bretto acquisirono anche il titolo nobiliare di conti del Monte Tasso, attraverso l’infeudazione dei loro beni in questa località. La fine del secolo pose fine alla presenza della famiglia a Bretto, in quanto le ultime discendenti del ramo – Maria Teresa Tasso e Livia Maria Tasso – vendettero tutte le proprietà che possedevano nel borgo e si stabilirono definitivamente a Bergamo.

La contrada di Bretto basso

Volendo proseguire, per gli amanti del trekking è possibile imboccare un sentiero, che da Bretto conduce alla minuscola contrada di Pianca, abbarbicata sotto le nude rocce del Concervo, oppure piegare per Oneta concludendo il verdeggiante giro ad anello.

Al bivio boschivo tra Pianca ed Oneta, poco oltre il borgo di Bretto

In entrambi i casi, sarà un’ottima occasione per godere degli albori di primavera.

 

DUE PAROLE SUL TASSO DEL CORNELLO E LE POSTE 

Il Cinquecento è il secolo dello sviluppo dei commerci a largo raggio, che intensificano gli scambi e le comunicazioni fra le grandi città, le corti europee e il Levante.

Il commercio dei mercanti veneziani avveniva nei grandi mercati e nelle fiere d’Europa, dove essi portavano le merci che acquistavano in Oriente, molto ricercate da tutti i popoli europei. In questi luoghi non poteva mancare la presenza dei corrieri, che veicolavano velocemente le notizie di carattere economico, riguardanti i prezzi, le merci, la presenza dei mercanti, essenziali per il buon risultato degli scambi.

Tra i corrieri che esercitavano questa attività, si distinsero alcuni che provenivano dal bergamasco, in particolare dalla Val Brembana e tra questi alcuni della famiglia Tasso del Cornello, che portarono a Venezia la loro esperienza già acquisita in passato e dove i vari rami del casato svolsero dapprima un ruolo importante nella fondazione e nella gestione della Compagnia dei Corrieri veneti (nata nel 1306), la società commerciale composta da 32 soci, quasi tutti bergamaschi, che gestì i collegamenti postali per conto della Serenissima fino alla fine della Repubblica.

Diligenza postale del XIX secolo (Ph. Museo dei Tasso e della Storia Postale). Gli spostamenti dei corrieri richiedevano l’utilizzo di carrozze nelle quali, a volte, venivano accompagnati anche passeggeri. Questo servizio successivamente prese il loro nome, dall’iniziale tassì all’attuale e modernizzato taxi

In breve tempo, la loro abilità nel trasportare corrispondenza non fece che accrescere la loro fama, tanto che dopo il 1460 alcuni esponenti della famiglia furono chiamati a organizzare le Poste pontificie, incarico che ricoprirono fino al 1539.

Nel frattempo altri Tasso, e in particolare i fratelli Francesco e Janetto, ottenevano i primi appalti per comunicazioni postali nel Tirolo, ad opera di Massimiliano I d’Asburgo, incarichi poi confermati e ufficializzati nei primi anni del Cinquecento dal figlio Filippo il Bello e dal nipote, il futuro imperatore Carlo V, con una serie di trattati postali.

Biglietto di prenotazione del 1850 (Ph. Museo dei Tasso e della Storia Postale)

Fu l’inizio della grande epopea che vide questi intraprendenti personaggi, originari della montagna bergamasca, ricoprire per secoli l’incarico di mastri generali delle Poste imperiali, rappresentando una delle prime imprese multinazionali europee.

Con tale ruolo i Tasso crearono una fitta rete di collegamenti tra centinaia di città europee, dando vita ad un’impresa – un vero e proprio monopolio del servizio postale – che in breve raggiunse i vertici del potere finanziario, garantendo ai suoi esponenti onori, privilegi e blasoni.

Nel 1512 l’imperatore Massimiliano d’Asburgo concesse alla famiglia il titolo nobiliare, permettendo che lo stemma del casato, un piccolo tasso e il corno distintivo del servizio postale, fosse arricchito dall’aquila imperiale

Nel Seicento il ramo tedesco della famiglia, noto con il nome di Thurn und Taxis, ottenne dagli imperatori il titolo principesco.

Porta S. Giacomo – Ex voto – Anonimo, 1727. Oltre le garitte sullo spalto, lo stemma dei Tasso, i dati di costume della carrozza della contessa M. Tasso, il vigneto sotto la porta, è notevole la struttura in legno con il ponte levatoio sostituito con archi in pietra dal Podestà veneto Alvise Contarini nel 1780 (Bergamo, proprietà S. Angelini)

Il tutto partendo da questo piccolo borgo montano, splendidamente sospeso tra natura e storia.

 

COME ARRIVARE

PER CORNELLO DEI TASSO Per chi arriva con l’autostrada A4, si esce a Dalmine proseguendo poi sulla Statale in direzione di Villa d’Alme’ – Valle Brembana, si attraversano Zogno, San Pellegrino Terme, San Giovanni Bianco. Dopo circa 35 Km a Camerata Tasso si lascia la statale per deviare a sinistra verso Cornello dei Tasso e dopo un paio di tornanti si arriva al parcheggio: il paese di Camerata Cornello e’ raggiungibile a piedi dopo 5 minuti di comoda passeggiata.

PER  BRETTO Vi si accede dalla comoda strada asfaltata che da Camerata Cornello conduce alla Brembella, dopo circa 3 km bivio a sx per il Borgo del Bretto, a pochi metri da questo bivio la strada si dirama sulle due contrade, Bretto alto e Bretto Basso, distanziati fra loro da poche centinaia di metri.

Note

(1) Camerata è citata per la prima volta come Camarata in una pergamena conservata all’Archivio vescovile della Curia di Bergamo datata al 9 gennaio 1181, benchè di Camarata non vi sia menzione negli Statuti di Bergamo del 1331. Solo negli statuti del 1353 si ricorda un comune “de S.ta Maria de Camerata”, cui spettava insieme ad altri centri la manutenzione della strada che dal ponte della Morla conduceva in Val Brembana. Queste denominazioni sicuramente identificano l’attuale comune di Camerata Cornello (P. Marina De Marchi, Antonio Zavaglia, Il caso di Cornello del Tasso in Val Brembana (Bergamo).

(2) Documenti conservati presso l’Archivio di Stato di Bergamo e la Parrocchia di Camerata Cornello comprovano che la famiglia Tasso era originaria del Cornello: il primo esponente, Omodeo (Homodeus de Taxis de Cornello, morto nel 1290), è citato già nel 1251. Secondo un’altra fonte, il primo documento che menzioni la famiglia de Tassi di Camerata risale al 1233; un de’ Taxis è ricordato con il titolo di consul di Cornello e in questa veste pubblica partecipa ad una riunione che stabiliva le modalità di verifica di misure e pesi ogni tre anni. Altre fonti riportano che nel 1313 un membro della famiglia Torriani di Milano si rifugiò a Cornello prendendo il cognome de’ Tassi (P. Marina De Marchi, Antonio Zavaglia, Il caso di Cornello del Tasso in Val Brembana (Bergamo).

(3) La presenza del mercato a Cornello è fatta risalire a un’età precedente al 1430 (attribuita a Cornello da Pandolfo Malatesta, signore di Bergamo, e ribadita dai Veneziani nel 1451, allo scopo di riattivare l’attività economica dopo gli scontri tra la repubblica di Venezia e i Visconti di Milano (B. Belotti, Storia di Bergamo e dei bergamaschi, Bergamo 1960, vol. 3, pp. 17, 49, 89). Nello Statuto della Val Brembana si legge che la funzione di mercato viene attribuita a Cornello da Pandolfo Malatesta (signore di Bergamo tra il 1409 e il 1418), come atto di ostilità contro altri comuni della valle, oltre la Goggia, protetta dai Visconti. Tale funzione viene ribadita dai Veneziani a favore di Cornello nel 1451, allo scopo di riattivare l’attività economica: nel 1439, a seguito degli scontri tra la repubblica di Venezia e i Visconti di Milano il paese avversario di S.Giovanni Bianco aveva infatti avanzato la richiesta di svolgere questa attività.

(4) Il borgo è formalmente vincolato con D.M. 2 aprile 1965, ai sensi della legge 29 giugno 1939, n. 1497, che dichiara il “notevole interesse pubblico” del vecchio nucleo abitato di Cornello del Tasso.

(5) In Val Brembana centro di simpatie spiccatamente guelfe erano Giovanni Bianco e i paesi limitrofi, come la parte alta di Zogno, Poscante, Endenna, Camerata, Ponteranica e Sorisole; erano invece ghibelline la parte bassa di Zogno, Stabello, Sedrina, Villa d’Almè e Brembilla, la cui giurisdizione comprendeva un’area molto vasta che includeva gli attuali comuni di Brembilla, Gerosa, Blello, ed anche Ubiale Clanezzo Berbenno, Strozza e Capizzone).

(6) Tarcisio Bottani, responsabile dei servizi educativi del Museo dei Tasso e della Storia Postale).

Alcuni riferimenti

P. Marina De Marchi, Antonio Zavaglia, Il caso di Cornello del Tasso in Val Brembana (Bergamo).

Sergio Stocchi, Sulle vie dei Trafficanti – Un itinerario inedito in Val Brembana. In: L’Umana Avventura, Jaka Book.

Museo dei Tasso e della storia postale

Gaetano Donizetti (la vita, le opere) e la sua ultima dimora: palazzo Basoni Scotti

Gaetano Donizetti, Carte de visite, 1848. Il bergamasco in assoluto più celebre, si è distinto per l’ispirazione ricca, che gli ha permesso di scrivere alcune tra le pagine più belle del repertorio lirico di ogni tempo. La sua musica si colloca nel clima del grande romanticismo europeo

La prima e più certa notizia che si ha sulla famiglia di Gaetano Donizetti appare nello Status Animarum della parrocchia di S. Grata inter vites di Borgo Canale, dov’egli viene battezzato il 3 dicembre.

Borgo Canale, luogo natale di Gaetano Donizetti, appena fuori le mura veneziane (Racc. Gaffuri)

Da questo documento risulta che Ambrogio Donizetti, nonno di Gaetano, negli anni compresi tra il 1779 e il 1785 abita in ædibus Milesi, in prossimità della parrocchia. Non è chiaro nè l’anno nè il luogo della sua nascita, ma Ciro Caversazzi, che compone la tavola genealogica della famiglia Donizetti – esposta al Museo Donizettiano – afferma che sarebbe nato nel 1732.

La casa natale di Gaetano Donizetti, oggi adibita a Museo, in via Borgo Canale; dal lato opposto l’edificio è rivolto su via degli Orti, in affaccio alla pianura (immagine datata 1910)

È certo invece che Ambrogio Donizetti convola a nozze due volte, dapprima con Rosalinda Cereda e, dopo la morte di questa, con Maria Gregis. Dalla prima ha quattro figli, tra i quali è compreso Andrea, futuro padre di Gaetano; dalla seconda, nove. Andrea, quarto figlio di Ambrogio nato il 20 dicembre 1765, si unisce in matrimonio il 1° febbraio 1786, a 21 anni non ancora compiuti, con Domenica Nava, sua coetanea e concittadina. Dalla loro unione nascono sei figli: Giuseppe (1) (1788-1856), anch’egli musicista, Maria Rosalinda (1790-1811), Francesco (1792-1848), Maria Antonia (1795-1823), Domenico Gaetano Maria (1797-1848) e Maria Rachele (21 marzo- 5 aprile 1800).
Gaetano è dunque il quinto figlio di Andrea e Domenica.

(1) Corista in S. Maria Maggiore e nei teatri cittadini, nel 1815 entrò nell’esercito del Regno di Sardegna come capomusica. Assunto come «Istruttore generale delle Musiche Imperiali Ottomane», rimase a Costantinopoli fino alla morte (1856) essendo stato nominato pascià, colonnello onorario della Guardia Imperiale Ottomana, e generale di brigata dal successore di Mahmud II, il sultano Abdul Medjid.

Borgo Canale da via degli Orti

All’epoca della nascita di Gaetano, da non molti mesi Bergamo non apparteneva più alla Repubblica veneta di S. Marco. Dopo un dominio durato ininterrottamente per quasi tre secoli, con la prima campagna napoleonica d’Italia la città era entrata a far parte della Repubblica Cisalpina. Gaetano nacque dunque cittadino di questo recentissimo stato, poi divenuto Repubblica Italiana (1802-1805), e infine Regno d’Italia (1805-1814), sempre con a capo Napoleone.

Via degli Orti nel Borgo di Canale

 

Via degli Orti. La camera dove nacque il Maestro è al piano terra, sotto l’arco di sinistra

Verso la fine del ‘700 risiedono in Borgo Canale numerose famiglie di tessitori; anche Andrea – il padre di Gaetano – è operaio nel settore.

Nel 1808 Andrea, assunto in qualità di custode e portinaio del Monte di Pietà di Bergamo, sito in Piazza Nova (l’odierna piazza Mascheroni), si trasferisce con la famiglia in un nuovo alloggio nelle vicinanze del luogo di lavoro, lasciando quindi la vecchia casa di Borgo Canale.

La torre d’accesso alla Cittadella viscontea, in Piazza Nova, oggi Mascheroni, già Mercato del Lino (Racc. Gaffuri)

Anche la moglie Domenica collabora nel sostentamento della numerosa famiglia: nel 1816 figura nei protocolli della Congregazione di Carità come cucitrice, lavoro svolto insieme alle due figlie sopravvissute.

Piazza Nova, oggi Mascheroni, già Mercato del Lino. Nel 1808 le condizioni di vita della famiglia cominciano a migliorare: i Donizetti si trasferiscono al numero 35 di piazza Nova, oggi Piazza Mascheroni. Il civico dovrebbe corrispondere all’odierno 8, attualmente occupato dall’hotel Relais San Lorenzo, unico a cinque stelle di Bergamo

Per i tre maschi papà Andrea nutre qualche ambizione; per Gaetano aspira addirittura agli studi di giurisprudenza, se dobbiamo prestar fede a una lettera spedita dal compositore all’impresario Alessandro Lanari il 6 agosto 1833: “… sappi che io […] doveva far l’avvocato e per quella via m’incamminarono li miei genitori….”.
In un primo tempo, infatti, Andrea si oppone alla decisione del figlio di intraprendere la carriera teatrale, ma successivamente se ne convince, regalando al figlio, in segno di riconciliazione, il raschietto d’osso oggi esposto in una vetrina del museo.
I due genitori muoiono a poche settimane di distanza l’uno dall’altro: il padre il 9 dicembre 1835, per affezione tubercolare, mentre la madre il 10 febbraio 1836, per insulto apoplettico.

Gaetano fanciullo

Donizetti, impossibilitato a seguire personalmente le esequie, incarica l’amico Antonio Dolci di tutte le cure e spese necessarie che valgano a dimostrare la gratitudine di un figlio.

 

FORMAZIONE E APPRENDISTATO (1806-1821)

Giovanni Simone Mayr Compositore bavarese (1763-1845), è maestro di cappella della basilica di Santa Maria Maggiore di Bergamo (1802) e fondatore delle Lezioni caritatevoli di musica (1806) e dell’Unione Filarmonica (1823). Maestro di Donizetti dal 1806 al 1815, è tra i primi in Italia a studiare a fondo le opere di Haydn, Mozart e Beethoven e a promuoverne appassionatamente le esecuzioni. Notevole importanza riveste la sua produzione di musica sacra (Messe, Vespri, Oratori…)

Dobbiamo in massima parte a  Johann Simon Mayr (Mendorf, Baviera, 1763 – Bergamo, 1845), compositore e didatta di fama europea, se il genio di Donizetti si è potuto esprimere al meglio.
Le Lezioni Caritatevoli di Musica, da lui fondate nel 1806 (2), sono una scuola professionale con scopi benefici, germinate dallo spirito riformatore ed egualitario dell’illuminismo e della massoneria (eretta dunque nel quadro delle attività assistenziali promosse dal governo dopo la caduta degli antichi regimi e la nazionalizzazione dei beni ecclesiastici) di ispirazione romantico-risorgimentale (Mayr, dalla documentazione di polizia, ne risulta iscritto).
Le Lezioni Caritatevoli di Musica sono di fatto il primo conservatorio di musica dell’allora Regno d’Italia (3).
Con questi principi Mayr intende, oltre che dare un’istruzione e quindi un futuro ai figli delle classi meno abbienti, fornire di validi cantori professionisti la cappella musicale della Basilica di S. Maria Maggiore, da lui stesso diretta.

(2) A questo impiego stabile, Mayr affiancò quello parallelo di operista, che lo portò a Venezia, Milano (1800-1814) e in altre città del Regno d’Italia, nonché a Trieste (1801), Vienna (1802-1803), Roma (1808), e soprattutto a Napoli (1813-1815 e 1817). Nel 1807 ebbe da Napoleone la proposta di diventare «maestro e direttore del teatro e de’ concerti» della corte imperiale. Fino all’avvento di Rossini, Mayr senza dubbio fu il più stimato operista attivo in Italia.
(3) L’eccellenza dei risultati raggiunti dalla scuola di Bergamo poté essere constatata nel 1811 anche ad altissimo livello politico: dopo aver assistito in forma ufficiale ai suoi saggi finali, i ministri dell’Interno e della Pubblica Istruzione del Regno d’Italia ne trassero la convinzione che i metodi didattici mayriani dovessero venire adottati in tutto lo stato.

Basilica di S. Maria Maggiore (Racc. Gaffuri). Donizetti frequenta per nove anni (1806-1815) le Lezioni Caritatevoli di Musica, volute da Giovanni Simone Mayr per fornire di validi cantori professionisti la cappella musicale di S. Maria Maggiore. La basilica custodisce le loro spoglie

Il regolamento della scuola prescriveva infatti, quale ineluttabile condizione, il possedere una “bella voce” adatta al coro di voci bianche per le funzioni religiose che avevano luogo in basilica. Donizetti fanciullo, quando nell’aprile 1806, accompagnato dal padre, chiede di esservi ammesso, non possiede una gran bella voce, se la commissione esaminatrice così lo giudica: “Ha buon orecchio, la voce non è particolare e sarebbe admissibile per la prova de’ tre mesi” (4).
Nel primo rapporto sull’andamento scolastico, datato 13 settembre 1806, Mayr, pur riconoscendo diligenza, buona disposizione e progressi nella lettura musicale, conferma che la voce è difettosa di gola. Passati i tre mesi di prova, il maestro bavarese, che già intuisce il talento del ragazzo, fa ogni sforzo per trattenerlo in scuola, anche se in contrasto col regolamento da lui stesso dettato: permette così al promettente allievo di rimanere alle Lezioni Caritatevoli per ben nove anni, sino all’ottobre 1815. Questo è infatti l’anno che segna il primo distacco del giovane Donizetti dalla città natale.

(4) Gaetano Donizetti si preparava ad affrontare la professione musicale in qualità di cantante, esibendosi nelle cerimonie religiose che si svolgevano in S. Maria Maggiore, nei saggi pubblici di fine anno scolastico (iniziati nell’agosto 1808 con La creazione di Haydn, e poi proseguiti anche con piccole opere vere e proprie), in qualche concerto straordinario.

Carlo Alfredo Piatti (1822-1901) nasce in una casa di via Borgo Canale, a Bergamo. Violoncellista di fama europea (a Monaco di Baviera duetta con Liszt) nonchè innovatore nella tecnica dello strumento, esercita grande influenza anche come insegnante di Donizetti

Ben presto però Mayr si rese conto che questa carriera non faceva per lui. Piuttosto, il ragazzo dimostrava attitudini per la composizione (5):
“Dotato di propensione, talento e genio per la composizione…”: sono queste le parole utilizzate da Mayr in una supplica alla Congregazione di Carità per descrivere il talento del suo allievo, nell’intento di ottenere per lui una borsa di studio che gli permetterà il completamento degli studi a Bologna (dove rimase dall’ottobre 1815 al dicembre 1817 a studiare contrappunto e fuga) sotto la guida del celebre Padre Mattei, la più solida e perfetta, che vanta al giorno d’oggi l’Italia.
Padre Stanislao Mattei (1750-1825), frate minore, prima allievo e poi successore del più famoso Padre Giovan Battista Martini alla direzione del Liceo Filarmonico di Bologna, fu il più grande teorico e didatta nell’Italia del suo tempo. Oltre a Donizetti fra i suoi allievi d’eccezione figurano Giovanni Battista Velluti, Giovanni Pacini, Francesco Morlacchi, Giovanni Tadolini e, grande fra i grandi, Gioachino Rossini.
Sui metodi didattici di Mattei si ha qualche notizia proprio da quest’ultimo, suo allievo tra il 1806 e il 1810: Padre Mattei con la penna in mano aveva pochi uguali in abilità, ma d’altra parte era terribilmente taciturno; gli si doveva strappare dalla bocca per forza ogni spiegazione verbale. Quando chiedevo delle spiegazioni, mi rispondeva sempre: è uso di scrivere così.

(5) L’attitudine per la composizione è testimoniata da alcune sue acerbe prove: qualche pagina destinata al consumo domestico (una delle quali addirittura pubblicata a Milano da Ricordi, e certo grazie all’interessamento di Mayr), pezzi sacri da chiesa. Informato delle scelte del fratello minore, all’inizio dell’estate 1815 dall’isola d’Elba (dove si trovava al seguito di Napoleone in esilio) Giuseppe Donizetti così scriveva al padre, approvando la decisione: «Direte a Gaetano che mi fa piacere che diventi matto per la musica».

Gaetano Donizetti

A Bologna Donizetti si specializzò negli studi superiori di composizione (per i quali ottenne premi scolastici) e sempre più familiarizzò con la composizione teatrale, facendosi apprezzare dall’ambiente musicale bolognese, nel quale ebbe modo di introdursi grazie alle lettere di presentazione del suo maestro Mayr.

Sfumata a fine 1817 la prospettiva di un primo impiego lavorativo ad Ancona, Donizetti lascia Bologna nel novembre dello stesso anno, facendo ritorno a Bergamo dove rimane sino alla fine del 1821: ad attenderlo è un’attività di compositore d’occasione, alla continua ricerca di scritture teatrali; collabora intanto con Mayr in veste di compositore di musica sacra e scrive, nel contempo, una gran quantità di musica strumentale da camera (quartetti, musica per pianoforte solo e a quattro mani, ecc.), eseguita nei migliori salotti cittadini dove è introdotto dal suo maestro.

Allo stesso tempo offre un saggio – per la prima volta – nel campo teatrale a livello professionistico.

Il bagaglio tecnico che Donizetti acquisisce grazie a tanti anni di alacre studio con Mayr e con Padre Mattei è sufficiente per permettergli di cimentarsi nel genere musicale più ambito e redditizio per un musicista della sua epoca: il melodramma. Tale propensione era comunque già emersa durante gli anni di studio a Bologna: risale infatti al settembre 1816 la composizione della sua prima opera, Il Pigmalione, atto unico per tenore e soprano su libretto di ignoto, rimasta non rappresentata sino al 1960.

Nel carnevale 1818 al teatro bergamasco della Società la compagnia dell’impresario Paolo Zancla (nella quale spiccavano la primadonna Giuseppina Ronzi De Begnis e suo marito, il basso Giuseppe De Begnis) rappresentava Agnese di Paer e La Cenerentola di Rossini. Certo per interessamento di Mayr, a Donizetti fu data la possibilità di scrivere alcuni pezzi per le cosiddette ‘beneficiate’: cioè le serate all’interno della stagione, stabilite per contratto, nelle quali i cantanti principali presentavano il meglio del loro repertorio col diritto di trattenere per sé l’utile del botteghino.
I brani del giovane compositore dovettero accontentare sia i De Begnis, sia il pubblico, se Donizetti fu sollecitato a seguire la compagnia a Verona, con la speranza di poter scrivere qualcosa di più impegnativo. Anche se ciò non avvenne, Gaetano si procurò un significativo ingaggio per la successiva stagione autunnale, in cui avvenne il suo debutto.
Zancla gestiva infatti a quell’epoca anche un teatro minore di Venezia, il S. Luca, per il quale Donizetti fu posto sotto contratto per la composizione di un’«opera semiseria spettacolosa». La stesura del libretto (Enrico di Borgogna) venne affidata ad un altro bergamasco e allievo di Mayr, Bartolomeo Merelli (1794-1879), più tardi famoso impresario, già in contatto con Donizetti almeno fin dall’autunno precedente.
Dopo il debutto (6) (14 novembre 1818) ed alcune repliche dell’opera, Merelli e Donizetti presentarono al pubblico anche la farsa Una follia, andata in scena con più successo.
L’esordio teatrale di Donizetti avvenne dunque sotto gli espliciti auspici di Mayr.

(6) Pur trattandosi del lavoro di un giovane esordiente, l’esito della serata è soddisfacente: un articolo apparso sopra un giornale dell’epoca giudica l’opera regolare, ragionata, ed opportunamente vivace e briosa (Nuovo Osservatore Veneziano, 17 novembre 1818).

Gaetano Donizetti, carte de visite, 1848

Nelle stagioni successive, la carriera di Donizetti proseguì in teatri di secondo piano, e nei generi d’opera ugualmente meno importanti, cioè il semiserio e il buffo: con Le nozze in villa probabilmente a Mantova nel carnevale 1819 (o forse a Treviso, teatro Dolfin, nella primavera 1820), e al teatro S. Samuele di Venezia nel carnevale 1820 – dal 26 dicembre 1819 – con Pietro il Grande, kzar delle Russie. Su libretto del marchese Gherardo Bevilacqua Aldobrandini, scenografo e occasionalmente poeta teatrale, l’opera era tratta da una commedia francese di Alexandre Duval ben nota in Italia col titolo di Il falegname di Livonia. La stampa veneziana registrò con simpatia la conferma di quel giovane compositore, che in quell’opera dimostrava la sua piena e a tratti perfino originale assimilazione dei grandi modelli rossiniani.

Appena avviata, la carriera di Donizetti minacciava però d’interrompersi bruscamente a causa del servizio militare. Il governatore austriaco di Milano aveva fatto richiamare le classi 1795-1800, e dunque Gaetano ricadeva in pieno nel provvedimento. Nel dicembre 1820 sia lui, sia l’amico Dolci riuscirono ad evitare l’arruolamento grazie ad una possibilità prevista dalla legge: sborsando una congrua somma, si poteva essere stabilmente rimpiazzati da un sostituto.
A entrambi, che non lo avevano di certo, il denaro necessario fu fornito da Marianna Pezzoli Grattaroli, la quale mecenatescamente ritenne che non si dovessero sprecare quelle due giovani promesse musicali.

 

L’ASCESA: ROMA, MILANO, NAPOLI (1822-1838)

Intanto da parte di Mayr continuava l’attiva promozione dell’allievo: per Donizetti il 1821 è l’ultimo anno di permanenza nella città natale; risalgono infatti a giugno le prime trattative per la definizione del contratto con l’impresario Giovanni Paterni, riguardo un’opera seria da rappresentarsi al Teatro Argentina di Roma. Si rivelerà questo un contratto fortunato: Zoraide di Granata, andata in scena il 28 gennaio 1822, piace sempre più al pubblico romano, tanto da portare addirittura in trionfo l’incredulo compositore la sera della terza rappresentazione.

Questo primo soggiorno a Roma serve a Donizetti, oltre che a farsi conoscere professionalmente al di fuori del Lombardo-Veneto, anche a stringere rapporti con persone che avranno un’influenza sulla sua vita futura: il letterato Jacopo Ferretti, suo futuro librettista, la famiglia Carnevali e la famiglia Vasselli.
Il primogenito di quest’ultima, Antonio (confidenzialmente, Toto), sarà da allora suo intimo amico, e la sorella più giovane, Virginia (tredicenne nel 1821), nel 1828 diventerà addirittura sua moglie.

Virginia Vasselli. (1808-1837) Figlia di Luigi, noto e facoltoso avvocato romano conosciuto da Donizetti in casa del librettista Jacopo Ferretti, convola a nozze il 1/06/1828. Non è un matrimonio lungo né felice: dura circa dieci anni ed è segnato dalla morte dei due figlioletti e della stessa Virginia avvenuta nel 1837 a causa di complicazioni dovute al terzo parto

Il successo di questo esordio romano, la cui notizia si sparge velocemente per tutta la penisola, frutta a Donizetti nuovi contratti. Da Napoli il celebre impresario Domenico Barbaja gli propone la scrittura di due nuovi lavori, tra cui La zingara, tenuta a battesimo entusiasticamente il 12 maggio 1822 al teatro Nuovo.

Seguiranno le commissioni di una farsa per il teatro reale del Fondo (dedicato al repertorio comico e semiserio), La lettera anonima (29 giugno 1822), di un’opera semiseria per La Scala di Milano (Chiara e Serafina: 26 ottobre 1822), ed infine di una grande opera seria per il maggior teatro reale napoletano, il San Carlo (Alfredo il Grande: 2 luglio 1823).

Tuttavia, le incomprensioni e le difficoltà incontrate nella professione teatrale gli fanno scrivere in una lettera del 1825 a Simone Mayr: “Guardan la gente di teatro come infami e perciò nessuno di noi si cura […] Già il mestiere del povero scrittore d’opere l’ho capito infelicissimo sin dal principio, ed il bisogno solo mi ci tiene avvinto”.
In effetti, a prescindere dal valore musicale, la riuscita di un’opera in quegli anni è legata ad un’infinità di frangenti, quasi sempre non controllabili dal compositore: il cast di cantanti, il valore del libretto, la professionalità dell’orchestra, l’effetto delle scene, il periodo scelto per la rappresentazione. Donizetti nel 1827 mette in berlina il particolarissimo mondo teatrale scrivendo l’opera buffa Le convenienze e inconvenienze teatrali.

A questo punto, la sua carriera di operista è ormai definitivamente avviata: un primo, brillante traguardo di qualità lo conseguirà con l’opera comica L’aio nell’imbarazzo (Roma, teatro Valle, 4 febbraio 1824), notevole anche come riuscita ricerca di nuove strade rispetto ai dominanti modelli rossiniani, che s’impongono per circa un ventennio (7).

(7) Gli anni che vanno dal 1822 al 1830 coincidono con un periodo di estenuante lavoro per Donizetti: dopo aver pagato con le prime opere un tributo al “rossinismo” dilagante, emerge nel compositore bergamasco lo sforzo della ricerca di un linguaggio sempre più personale. Pur nella loro discontinuità, opere come Emilia di Liverpool (1824), Gabriella di Vergy (1826), L’Esule di Roma (1827), Il Paria (1828), Il diluvio universale (1829-’30), Imelda de’ Lambertazzi (1830) contengono elementi notevoli che aprono spiragli evolutivi nella drammaturgia musicale donizettiana.

Direttore del teatro Carolino di Palermo con un contratto annuale a partire dal marzo 1825, Donizetti si trasferì nella città siciliana curando l’allestimento di opere proprie e altrui, e tenendovi a battesimo il titolo serio Alahor in Granata (7 gennaio 1826).
Tornato a Napoli, nel 1827 si legò contrattualmente all’impresario dei Teatri Reali partenopei Domenico Barbaia, assumendo la direzione del teatro Nuovo.
Iniziò allora la lunga stagione napoletana di Donizetti, destinata a protrarsi fino all’ottobre 1838. Vi si situano avvenimenti famigliari centrali come il citato matrimonio con Virginia Vasselli (1828), e lutti non meno fondamentali quali la scomparsa via via di tre figli neonati, e infine (30 luglio 1837) della stessa moglie, durante un’epidemia di colera.

L’Osteria dei Tre Gobbi, il locale che Donizetti  amava sostare con i più cari amici durante i suoi soggiorni nella città natale, una città che egli “amò di un amore fatto di passione”. A Milano ritornò con Anna Bolena nel 1830. nel 1831 era a Bergamo e nel ’32 si affermò con l’Elisir d’amore: in seguito ottenne una serie di numerosi successi

Professionalmente, questi sono gli anni in cui verrà chiamato alla cattedra di composizione nel Real Collegio di Musica, e durante i quali coltiverà una vivace e curiosa apertura nei confronti di nuove direzioni drammatiche: il mélo romanzesco (Otto mesi in due ore, teatro Nuovo, 13 maggio 1827), il teatro nel teatro (Le convenienze ed inconvenienze teatrali, Nuovo, 21 novembre 1827), la sperimentazione morfologica su larga scala (L’esule di Roma, Il paria, Fausta: teatro S. Carlo, rispettivamente 1 gennaio 1828, 12 gennaio 1829, 12 gennaio 1832), l’opéra-comique (Gianni da Calais, teatro del Fondo, 2 agosto 1828; Gianni di Parigi, 1831), la sensibilità romantica (Elisabetta al castello di Kenilworth, S. Carlo, 6 luglio 1829), il sublime biblico (Il diluvio universale, S. Carlo, 28 febbraio 1830).

Schizzo autografo del Diluvio Universale, Bergamo – Fondazione Donizetti

Intanto, due grandi successi milanesi (entrambi su libretti di Felice Romani) posero Donizetti nel novero dei più importanti compositori europei d’opera italiana. Il primo di essi è Anna Bolena, andato in scena al teatro Carcano di Milano il 26 dicembre 1830 e considerata la vera svolta nella produzione donizettiana; l’altro, L’elisir d’amore (grande capolavoro del genere buffo), presentato a Milano, alla Canobbiana il 12 maggio 1832.

Lo straordinario successo di Anna Bolena, primo melodramma veramente “romantico”, fu di importanza capitale per l’avvenire di Donizetti, facendolo entrare di colpo nel novero dei più importanti operisti della sua epoca.

La vicenda dell’infelice moglie di Enrico VIII permise a Romani e Donizetti d’innestare i profili psicologici dei protagonisti su di uno sfondo storico in grado di dare verità e concreto spessore alle vicende rappresentate: nella Milano in cui era da poco uscito il romanzo a base storica I promessi sposi (1827), Anna Bolena dovette parere un suo analogo melodrammatico quanto a tinta, scontri tra i personaggi, conflitti interiori (ma solo in parte quanto all’ipoteca religiosa).

Giuditta Pasta. Acclamata prima interprete di Anna Bolena (1797-1865) si guadagna il titolo di maggiore cantante drammatica del tempo con le interpretazioni di Romeo e Giulietta di Zingarelli e Medea in Corinto di Mayr. Dotata inizialmente di una voce di mezzosoprano contraltino, sottoponendosi a un duro studio diventa soprano drammatico specializzandosi nei ruoli di Sonnambula, Norma, Beatrice di Tenda di Bellini

Il delizioso idillio campestre dell’Elisir d’amore metteva a frutto le frequentazioni dell’opéra-comique transalpino, incrociandolo con la tradizione comica goldoniana. Donizetti se ne avvantaggiò reinventando formulazioni melodiche e strutture, ma al momento buono dando saggio anche di un’infallibile intensità patetica che, collocata in nodi cruciali della vicenda, sa diventare anche grande leva drammatica.

Partitura dell’Elisir d’amore

Se questi capolavori incoronarono Donizetti drammaturgo musicale, inaugurarono anche una stagione ricchissima di titoli che costituiscono altrettante pietre miliari del teatro romantico italiano. Già le fonti letterarie di alcuni di essi sono eloquenti: Byron per Parisina (Firenze, La Pergola, 17 marzo 1833) e Marino Faliero (Parigi, Théâtre Italien, 12 marzo 1835); Victor Hugo per Lucrezia Borgia (Milano, La Scala, 26 dicembre 1833); Schiller per Maria Stuarda (1834); Walter Scott per Lucia di Lammermoor (Napoli, S. Carlo, 26 settembre 1835). Ad essi possiamo aggiungere Gemma di Vergy (Milano, La Scala, 26 dicembre 1834), Belisario (Venezia, La Fenice, 4 febbraio 1836), Roberto Devereux (Napoli, S. Carlo, 29 ottobre 1837), Maria de Rudenz (Venezia, La Fenice, 30 gennaio 1838), Poliuto (1838).

Poliuto

Si tratta perlopiù di drammi storici a tinte forti, foschi e grondanti sangue, con ambientazioni frequentemente notturne, cupe, spesso gotiche. I loro protagonisti sono preda di passioni violente, dilaniati da esplosioni di furore, spesso visionari. Le figure femminili offrono una galleria superba della voce e del personaggio di soprano: il tenore romantico vi trova i suoi prototipi in Ugo (Parisina) ed Edgardo (Lucia di Lammermoor). Baritoni e bassi si pongono spesso come antagonisti di contese senza vincitori, tragicamente disastrose per tutti. In questo panorama di rovine senza speranza fa eccezione Poliuto, dalla conclusione non meno funesta ma che, nella prospettiva religiosa della fede santificata dal martirio, attinge il suo riscatto se non altro ultraterreno.

La grande soprano Angelina Ortolani, nata ad Almenno (BG) nel 1834, debuttò nel 1853 al Teatro Sociale di Bergamo, nella Parisina di Donizetti. Era dotata di una voce definita “angelica”. Nel 1857 avviò una carriera internazionale, esibendosi a Madrid e Londra; nel 1859 era a Barcellona. A partire dal ’59 si esibì quasi sempre con il marito, il tenore Mario Tiberini, sposato l’anno precedente; furono al Teatro alla Scala di Milano, al Regio di Torino, al San Carlo di Napoli, al Covent Garden di Londra, alla Wiener Staatsoper. Nell’atrio del teatro Donizetti di Bergamo è collocato un busto di Angelina Ortolani, opera dello scultore Gianni Remuzzi, posto in occasione del centenario della nascita del soprano

Oltre a trovare i colori adatti, le delineazioni psicologiche giuste, il ritmo teatrale e i colpi di scena più efficaci, Donizetti piegò i propri mezzi tecnici e il suo stile per assecondare ed esaltare la natura drammatica di quei testi, sperimentando soluzioni nuove ed ardite. In qualche caso saggiò anche orientamenti di gusto fondati sulla mescolanza romantica degli stili e dei livelli espressivi: come mostrano Il furioso all’isola di San Domingo e Torquato Tasso (Roma, teatro Valle, 2 gennaio e 9 settembre 1833), e soprattutto Lucrezia Borgia. Altrove diede ulteriori prove di avvicinamento allo stile francese non solo in repertori minori e in campo comico (Il campanello e Betly: Napoli, teatro Nuovo, 6 giugno e 24 agosto 1836), ma anche nel gran genere serio (L’assedio di Calais: Napoli, S. Carlo 19 novembre 1836).

 

L’APOGEO: PARIGI E VIENNA (1838-1844)

Donizetti fu chiamato insieme con Bellini nella capitale francese, su indicazione di Rossini, che vi condirigeva il teatro che presentava opera italiana (il Théâtre Italien).
Mentre Bellini vi tenne a battesimo I Puritani, Donizetti compose Marino Faliero, dramma storico di forte spessore politico (molto ammirato tra gli altri da Giuseppe Mazzini, che vi vide un esempio di nuovo teatro musicale impegnato sul versante civile).

Rientrato a Napoli, Donizetti vi realizzò alcune delle vette massime della sua produzione seria: Lucia di Lammermoor, che ottiene un memorabile trionfo al Teatro San Carlo la sera del 26 settembre 1835), Roberto Devereux (1837), Poliuto (1838).

Giunto nuovamente a Parigi – 21 ottobre 1838 – Donizetti inizia un periodo di attività intensissima: le prove di Roberto Devereux (27 dicembre) e di Elisir d’amore (17 gennaio 1839) al Thêatre des Italiens, la rielaborazione di Lucia di Lammermoor, data al Thêatre de la Renaissance il 6 agosto 1839, la trasformazione dello sfortunato Poliuto in Le martyrs all’Opéra (10 aprile 1840), la composizione di Lange de Nisida  (trasformata poi in La favorite), l’elaborazione di Le duc d’Albe, la creazione ex-novo dell’opéra-comique La fille du régiment (11 febbraio 1840), La favorite (Opéra, 2 dicembre 1840), Rita.

Ma questo fu anche un periodo di avversità, sventure e disagi psicologici. La scomparsa della moglie Virginia (30 luglio 1837) è causa di un periodo di profonda crisi; il divieto, da parte della censura, di rappresentare Poliuto, in quanto soggetto religioso e con un martire cristiano come protagonista. A questo incidente con la bigotta amministrazione borbonica si aggiunse l’insoddisfazione professionale per la mancata nomina a direttore del Real Collegio di Musica (Conservatorio di Napoli) dopo la morte del vecchio e venerato maestro Zingarelli, a cui succede Saverio Mercandante. Tutto ciò convinse Donizetti, nell’autunno 1838, a lasciare Napoli per Parigi, accettando le proposte che da tempo gli venivano dalla capitale francese.

A Bergamo, la sua città natale, Donizetti era stato trionfalmente accolto al Teatro Riccardi nell’agosto 1840 con l’Esule

Il ventaglio di proposte era ampio – dall’opera comica e seria italiane, all’opéracomique e al grand-opéra -, distribuito nelle maggiori sale teatrali parigine.
La concorrenza del nuovo arrivato era temibile: non si limitava infatti a presentarsi come campione del genere italiano nella sala teatrale tradizionalmente deputata a questo repertorio (il Théâtre Italien), ma entrava a competere coi musicisti locali sul loro stesso terreno, dando prova di pronta e felicissima assimilazione dello stile francese sia sul versante leggero, sia su quello del grande dramma storico.

Ciò non mancò di disturbare i settori più ‘nazionalisti’ della capitale, cui diede voce ad esempio il compositore (e giornalista) Hector Berlioz, che mise causticamente in rilievo tale frenetica attività con un articolo pubblicato nel Journal des débats nel 16 febbraio 1840: “Pensate un po’: due grandi partiture per l’Opéra, Les Martyrs e Le duc d’Albe; altre due per la Renaissance, Lucie de Lammermoor e L’ange de Nisida, due per l’Opéra-Comique, La fille de régiment e un’altra di cui non si conosce il titolo; e poi un’altra ancora per il Théâtre-Italien: queste sono le opere che nel giro di un anno saranno scritte o rielaborate dallo stesso autore! Il signor Donizetti ha l’aria di volerci trattare da paese conquistato, la sua è una vera e propria guerra d’invasione. Non potremo più parlare dei teatri lirici di Parigi, ma dei teatri di Donizetti”.

Il compositore bergamasco Gaetano Donizetti

Donizetti replica a questa accusa prima con una dignitosa lettera apparsa su Le moniteur universel, poi si sfoga scrivendo il 20 aprile 1840 all’amico Innocenzo Giampieri di Firenze con un tono sottilmente ironico: “Leggesti il Debats? Berlioz? Pover uomo… ha fatto un’opera, fu fischiata, fa delle sinfonie e si fischia, fa degli articoli… si ride… e tutti ridono, e tutti fischiano, io solo lo compiango…ha ragione… deve vendicarsi…”.
Per Donizetti, come per ogni altro compositore dell’epoca, l’invito a comporre per il Thêatre de L’Opéra di Parigi rappresenta il culmine della carriera. Tuttavia, una volta esauriti i contratti in corso, Donizetti spera di ritirarsi ancora all’acme della carriera, prima di iniziare l’inevitabile declino.
Il protrarsi del suo soggiorno a Parigi – dovuto a vari motivi, tra i quali l’elaborazione di Les Martyrs che si trascina per un anno e mezzo – e la conseguente accettazione di nuovo lavoro, finisce per scatenare un’ondata di panico fra i suoi concorrenti francesi, abituati a ritmi di lavoro ben più tranquilli.

Di Donizetti Mazzini affermava che era “ingegno altamente progressivo e rivelatore di tendenze rigeneratrici”, a cominciare dalla scelta del genere musicale. Antonio Gramsci afferma che la ragione per cui il romanzo storico romantico non ebbe da noi lo stesso ruolo che ebbe negli altri paesi europei era da ricercare nella presenza del melodramma, con la sua capacità di coinvolgimento emotivo del pubblico di qualsiasi estrazione sociale, fenomeno sociologico e insieme psicologico rilevante della nostra cultura ottocentesca. Il melodramma ispirerà più tardi i giovani patrioti risorgimentali

Due impegni coi teatri di Milano (Scala) e Vienna (Porta Carinzia) fecero allontanare temporaneamente Donizetti da Parigi.
Nel primo, il 26 dicembre 1841 debuttava Maria Padilla, scabrosa tragedia che dovette essere edulcorata per ragioni di opportunità.
A Vienna, altra capitale della musica e della cultura europea, Donizetti ottiene la soddisfazione di avere finalmente una sua opera in prima assoluta; l’occasione gli viene fornita da Bartolomeo Merelli, un tempo suo primo librettista, ora potente impresario alla Scala di Milano e al Kärntnerthortheater di Vienna. L’opera in questione, dedicata all’imperatrice Maria Anna Carolina, è Linda di Chamounix (opera semiseria essa pure di argomento ai limiti del decoro, caricata di forte polemica morale e sociale, e dai toni talora manzoniani): rappresentata il 12 maggio 1842 con enorme successo, frutterà al compositore, anche la nomina a Kammerkapellmeister und Hofkompositeur (maestro di cappella e di camera, e compositore di corte) presso la corte imperiale di Vienna.

Causa questo nuovo incarico, il maestro prese a dividersi tra Vienna, coi suoi impegni a corte e nei teatri cittadini, e Parigi.

Dopo aver riscosso un altro grandioso successo presentando il 3 gennaio 1843 al Théâtre Italien di Parigi l’opera buffa Don Pasquale (perfetta commedia da camera in cui Donizetti raggiungeva il culmine della sua abilità di finissimo drammaturgo comico-sentimentale, sapiente e vivacissimo inventore di soluzioni musicali, evocatore di atmosfere e tocchi psicologici), il 5 giugno a Vienna commuove il pubblico del Kärntnerthortheater (teatro viennese di Porta Carinzia) con Maria di Rohan (moderna tragedia in costume e dal taglio scenico inusuale, con personaggi che incarnano in pieno tipi vocali e teatrali che saranno alla base del melodramma verdiano), serata a cui è presente l’intera famiglia imperiale giunta appositamente dalla residenza estiva di Schönbrunn.

Significativa l’osservazione del critico della Allgemeine Wiener Zeitung: “…crediamo che Donizetti abbia voluto dare ad un’opera che egli ha scritto per tedeschi quell’aura di serietà e dignità che sono così vicine al carattere tedesco”.

Anche se un poco altezzosa, l’osservazione del critico è fondamentalmente giusta: grazie alla grande capacità di adattamento e assorbimento di diversi stili che lo contraddistingue, nella maturità Donizetti sa assimilare e fare proprio il gusto del pubblico straniero al quale di volta in volta si rivolge, fornendo quasi sempre “prodotti” che assecondano le aspettative.

Ma il vero testamento artistico di Donizetti si può considerare il monumentale grand-opéra in cinque atti Dom Sébastien, eseguito a Parigi (Opéra) il 13 novembre 1843. Opera di vasta concezione (monumentale affresco storico dalle tinte strumentali raffinate, con profili melodici ricercati e spesso sorprendente nel taglio scenico-compositivo) non ottiene però il consenso che Donizetti aveva sperato: un grandioso successo lo ha invece nell’allestimento di Vienna del 6 febbraio 1845, in una nuova versione tradotta in tedesco.

 

LA MALATTIA E LA MORTE (1844-1848)

Anche se di forte fibra, sin dalla fine degli anni Venti Donizetti a più riprese ha le prime avvisaglie della terribile malattia – un’infezione luetica (sifilide) – che anzitempo l’avrebbe portato alla tomba; ma è durante l’inverno 1843-’44 che la salute del compositore ha un improvviso tracollo.
Tutto il 1844 e parte del 1845 saranno caratterizzati da una decadenza fisica sempre più rapida, che avrà il culmine con la crisi dell’agosto 1845: il compositore è preso a Parigi da un improvviso svenimento, da cui ha grosse difficoltà nel riprendersi.

Gaetano Donizetti, già gravemente malato, ed il nipote Andrea, in uno splendido dagherrotipo eseguito a Parigi nell’appartamento (affittato da Andrea per lo zio) in Avenue Chateaubriand n. 6, nell’agosto del 1847. L’autore dell’immagine fu probabilmente lo stesso Louis Jaques Mandé Daguerre (1779 – 1851). Furono eseguite tre pose (i dagherrotipi non si potevano duplicare): una fu inviata alla benefica Rosa Rota Basoni; una al fraterno amico Antonio Dolci; dell’ultima non si conosce la destinazione: esiste comunque una vecchia riproduzione eseguita verso la fine dell’800, quando divenne possibile la riproduzione su carta dei dagherrotipi. I due originali e la riproduzione sono ora conservati nel Museo Donizettiano (Foto e didascalia Domenico Lucchetti)

Purtroppo le scelte mediche successive, autorizzate dal nipote Andrea (frattanto mandato dal fratello Giuseppe da Costantinopoli a Parigi), non faranno che rendere irreparabile la situazione.
Un consulto di tre medici si tiene il giorno 11 agosto. Fra i tre è presente il dottor Philippe Ricord, noto per i suoi studi sulla sifilide.
Il 28 gennaio 1846 i dottori Juste-Louis Calmeil, il già citato Ricord e Jean Mitivié tengono un consulto finale che ha come risultato l’esortazione di un pronto ricovero del paziente in una clinica per alienati mentali, dal momento che Mr. Donizetti n’est plus capable de calculer sainement la portée de ses déterminations et de ses actes, come risulta dal referto.
È così che Donizetti viene ricoverato per oltre sedici mesi, contro la sua volontà, nella clinica per alienati mentali del dottor Mitivié a Ivry, poco distante da Parigi, dove le sue condizioni mentali, anzichè migliorare, peggiorano sempre più velocemente.
Solo dopo molte pressioni di amici ed estimatori si ottenne di sottrarlo a condizioni di vita così penose e di ricoverarlo in un appartamento meno squallido, sempre a Parigi.
Dopo un lungo e travagliato iter burocratico curato da Andrea, nipote del musicista giunto appositamente da Costantinopoli, Donizetti può infine essere rimpatriato.

Via Donizetti, in Bergamo alta, con il palazzo Basoni Scotti sullo sfondo (Raccolta Gaffuri)

Accompagnato in treno fino a Colonia via Bruxelles, e in battello da lì a Basilea risalendo il Reno, compie il tratto alpino in carrozza, proseguendo poi per Bergamo, dove giunge la sera del 6 ottobre 1847, accolto nella casa della baronessa Rosa Rota-Basoni, sua amica e ammiratrice da oltre dieci anni e da lei già più volte ospitato.

Negli ambienti del piano nobile di questo edificio (primo piano), allora abitato dai Rota-Basoni, si consumò l’ultimo atto della vita terrena di Gaetano Donizetti. Benchè l’origine di alcune strutture sia medioevale, l’assetto attuale del palazzo risale alla seconda metà del Settecento. I locali un tempo adibiti al ricovero delle carrozze si trovavano ai lati del locale d’accesso. I plafondi del piano nobile sono decorati in stucco dai modellatori ticinesi Eugenio e Muzio Camuzio, mentre fra gli esecutori delle decorazioni pittoriche vi fu anche Vincenzo Bonomini. Al secondo piano si trovano plafoni completamente affrescati con dipinti di scene per lo più di carattere mitologico che sono da attribuire all’estro ed all’abilità di Carlo Carloni. Le stanze sono purtroppo precluse alla vista dei più, essendo il palazzo tutt’oggi proprietà degli eredi dei Baroni Scotti

Viste le condizioni generali del malato, appare subito evidente che tutto quello che si può ormai fare è mantenere attive le funzioni biologiche; non si rinuncia, comunque, a cercare di stimolare la memoria del musicista.

Gli ultimi momenti di vita di Gaetano Donizetti, nel ritratto da Ponziano Loverini (Bergamo, Casa Caprotti)

Giovannina Basoni, figlia della baronessa, passa ore e ore al pianoforte, lo stesso che Donizetti aveva personalmente scelto e fatto spedire per lei da Vienna nel 1844 – ed oggi esposto presso il museo donizettiano -, attenta ad ogni più piccola reazione del maestro all’ascolto della sua musica. Su quel pianoforte è appoggiato il dipinto eseguito da Giuseppe Rillosi quando il male, ormai nella sua fase più acuta, aveva prodotto conseguenze devastanti, e che oggi campeggia nel salone principale del palazzo, a ricordo degli ultimi giorni vissuti a Bergamo dal Maestro.

Giovanni Battista Rubini. Il celebre tenore (1794-1854) esordisce a Pavia nel 1814 in Lacrime di una vedova di Generali. Interprete acclamato di Rossini e soprattutto di Bellini e Donizetti, calca tutti i maggiori palcoscenici d’Europa (tournée con Franz Liszt nel 1841), dando vita per primo, attraverso una voce chiara e soave, alla malinconia e agli slanci passionali del nuovo melodramma romantico

Si reca da lui anche il tenore Giovanni Battista Rubini – da tempo ritiratosi nella sua villa a Romano di Lombardia per cantare in duo con Giovannina -, ma apparentemente Donizetti non manifesta alcuna reazione. Rare volte riesce a pronunciare qualche parola spezzata, impossibile da comprendere.
Pochi giorni prima della morte del compositore, la baronessa chiamava in casa il pittore Giuseppe Rillosi affinchè eseguisse un ritratto all’illustre ammalato.

Anche se Palazzo Scotti si trova nella parte più alta di via Donizetti, le sue fondamenta, formate da ampi locali con volte a vela, arrivano quasi all’altezza di Porta San Giacomo, sorgendo, come molti edifici di Città Alta, sui robusti avanzi di antiche abitazioni che si intersecano lungo le curve di livello del versante meridionale, allora libero dai bastioni veneziani: dalla pianura si dipartivano strade o sentieri diretti verso le abitazioni. Fra i numerosi personaggi illustri ospitati nell’edificio, di cui l’album con le firme autentiche ne testimonia la presenza, spicca quella di Papa Giovanni XXIII che, sia come Nunzio Apostolico a Parigi, che successivamente come cardinale Patriarca di Venezia, ha più volte soggiornato nel palazzo

Ai primi di aprile le condizioni del musicista hanno un pauroso tracollo. È Giovannina Basoni a raccontarne la fine in una lettera all’amica Margherita Tizzoni delle Sedie: “… Durante la sera del 5 la febbre ridivenne più forte. Nella mattinata del 6 si incominciò a praticargli l’alimentazione indiretta fortificata da rossi d’uovo. Il 7 e l’8 il signor Donizetti andò sempre più declinando in uno stato d’agonia. Il giorno 8 aprile 1848, alle 5 del pomeriggio, l’illustre ammalato rese l’estremo respiro, assistito dal sacerdote, attorniato da mia madre, da me, dal suo intimo amico Dolci e dal suo affezionatissimo domestico”.

Gli ultimi momenti di vita di Gaetano Donizetti, nel ritratto da Ponziano Loverini (Bergamo, Casa Caprotti)

I solenni funerali hanno luogo l’11 aprile 1848: la salma di Donizetti viene tumulata nella cripta della cappella della nobile famiglia Pezzoli presso il cimitero di Valtesse, sobborgo di Bergamo.

Il Cimitero di Valtesse, soppresso negli Anni ’20. L’ 11 aprile del 1848 la salma di Gaetano Donizetti veniva deposta nella Cappella della nobile famiglia Pezzoli, dove rimase fino al 26 aprile 1875 (Foto Domenico Lucchetti)

Qui vi rimane fino al 1875, quando, in occasione della prima commemorazione ufficiale del Maestro, le sue spoglie vengono traslate nella Basilica di S. Maria Maggiore, insieme a quelle di Simone Mayr.

La solenne cerimonia della traslazione di Donizetti e del maestro Mayr nella basilica di S. Maria Maggiore – 1875

 

La solenne cerimonia della traslazione di Donizetti e del maestro Mayr nella basilica di S. Maria Maggiore – 1875

In basilica gli viene dedicato un monumento, opera di Vincenzo Vela, mentre la città dedicherà al suo nome il Teatro Riccardi e l’Istituto musicale.

Il Monumento Funebre al compositore bergamasco Gaetano Donizetti, nella Basilica di Santa Maria Maggiore a Bergamo  (Bergamo, Taramelli, riproduzione datata 1890 circa)

A memoria del compositore, oltre al nome della via (un tempo via Gromo), nei pressi dell’ingresso di palazzo Scotti furono collocati un medaglione con la sua effige e una targa commemorativa.

Medaglione e targa commemorativa presso l’ingresso di palazzo Scotti, in via Donizetti

Il pianoforte, diversi elementi di arredo e i documenti, oggi si trovano all’interno del Museo Donizettiano.

Mostra donizettiana a Bergamo, 1897

Nel palazzo resta solo il ritratto di un maestro già sofferente a causa dello stadio avanzato della malattia, dipinto da Giuseppe Rillosi.

Il “mito” Donizetti è cominciato e ben presto la sua città natale gli tributerà il suo principale teatro.

Teatro Donizetti, 1905

 

LE OPERE PRINCIPALI 

Anna Bolena
Opera seria in due atti su libretto di Felice Romani, composta nel 1830. Esposti il libretto originale della prima rappresentazione al Teatro Carcano di Milano (26/12/1830), un bozzetto originale di scenografia (1830), l’avviso teatrale per la prima rappresentazione all’Imperiale Teatro di Corte di Porta Corinzia in Vienna (26/02/1833) e la riproduzione di una pagina della partitura autografa (1892)

Elisir d’amore
Opera buffa in due atti su libretto di Felice Romani, composta nel 1832. Esposti il libretto originale della prima rappresentazione al Teatro della Canobbiana di Milano (12/05/1832), tre bozzetti originali di scenografia (1832) e la riproduzione della partitura d’orchestra autografa

Marin(o) Faliero
Opera seria in tre atti su libretto di Giovanni Emanuele Bidera (con alcune modifiche di Agostino Ruffini), composta tra il 1834 e il 1835. Esposto il libretto per una rappresentazione al Teatro Comunale di Ferrara, primavera 1839

Linda di Chamounix
Opera semiseria in tre atti su libretto di Gaetano Rossi, composta tra il 1841 e il 1842. Esposti la riproduzione di una pagina della partitura autografa (1892) e una riduzione per canto e pianoforte

Lucia di Lammermoor
Opera seria in tre atti su libretto di Salvatore Cammarano, composta nel 1835. Esposti la riproduzione della partitura d’orchestra autografa (1941), il libretto per una rappresentazione al Teatro Riccardi di Bergamo nell’estate del 1838 e il frontespizio della prima edizione francese dello spartito in riduzione per canto e pianoforte

Il Pigmalione
Opera in un atto, su libretto di autore ignoto, composta nel 1816. E’ la prima opera teatrale di Gaetano Donizetti, rappresentata postuma nel 1960 a Bergamo

Enrico di Borgogna
Opera semiseria in due atti, su libretto di Bartolomeo Merelli, composta nel 1818. Segna l’esordio di Gaetano Donizetti come operista

Zoraide di Granata
Opera seria in due atti, su libretto di Bartolomeo Morelli (prima versione); rimaneggiato poi da Jacopo Ferretti (seconda versione), composta tra il 1821 e il 1822. Rappresenta il primo notevole successo del giovane Gaetano Donizetti

L’ajo nell’imbarazzo
Opera buffa in due atti, su libretto di Jacopo Ferretti, composta nel 1824. E’ nota anche col titolo Don Gregorio, versione napoletana successiva trasformata in farsa.

Ugo, conte di Parigi
Opera seria in due atti, su libretto di Felice Romani, composta tra il 1831 e il 1832.

Belisario
Opera seria in tre atti, su libretto di Salvatore Cammarano, composta tra il 1835 e il 1836

Poliuto
Opera seria in tre atti, su libretto di Salvatore Cammarano, composta nel 1838. La proibizione da parte della censura napoletana induce Donizetti a trasformarla in Les Martyrs e a metterla in scena a Parigi, Opéra, 1840.

La fille du régiment
Opéra-comique in due atti, su libretto di Jules-Henry Vernoy de Saint-Georges e Jean-François-Alfred Bayard, composta nel 1839. E’ la prima opera data in lingua francese; la versione ritmica italiana del libretto fu curata da Calisto Bassi.

Dom Sébastien, roi de Portugal
Grand-opéra in cinque atti, su libretto di Eugène Scribe, composta nel 1843. Successivamente rielaborata in lingua tedesca insieme al librettista Leo Herz.

Rielaborato da (riferimenti essenziali)
Fondazione Bergamo nella Storia
Profilo biografico a cura di Paolo Fabbri  (per la Fondazione Donizetti)

L’avvincente vicenda del Battistero, indagando tra Curia, sotterranei della Basilica e corte della Canonica

Dal portico del Palazzo della Ragione, il Battistero nel 1936 con alle spalle il Palazzo vescovile

Oltre le ariose arcate del Palazzo della Ragione, fra i ricami del protiro di Giovanni da Campione e la mole caleidoscopica della Cappella Colleoni, s’innalza un po’ in disparte l’edificio ottagonale del Battistero. Concepito in epoca viscontea come fonte battesimale della basilica di Santa Maria Maggiore, vi restò per quasi tre secoli sino a che cominciò il suo peregrinare: più volte venne smontato, trasferito e ricomposto, finché la vicenda si concluse con la decisione di collocarlo nella posizione in cui oggi si trova, sul lato ovest della Piazza del Duomo, in asse con la facciata del Duomo e quasi a ridosso della Cappella Colleoni. Per come si presenta oggi, il capolavoro gotico dell’architettura trecentesca campionese si mostra frutto di un rimontaggio “in stile”, tappa finale di alterne vicissitudini entro le quali l’integrità della realizzazione di Giovanni da Campione è certo venuta meno, inducendo a chiedersi quanto di originario sia possibile rintracciare nel complesso, così come ci è pervenuto.

Il Battistero dal Porticato del Palazzo della Ragione, prima del 1912

Il Battistero fu eretto nel 1340 su progetto de magister comacino Giovanni da Campione, perchè fosse collocato all’interno della basilica di S. Maria Maggiore, la chiesa della città, che la tradizione vuole costruita con le offerte dei cittadini bergamaschi.

La basilica, edificata a partire dal 1137, era sorta sui resti di un’antica chiesuola risalente all’VIII secolo, nota con il nome di S. Maria vetus .

La Basilica di S. Maria Maggiore venne riedificata sui resti di S. Maria vetus a partire dal 1137, e ultimata solo nel 1273, anno della sua solenne dedicazione. In quel tempo si stava formando il grande complesso episcopale che interessa l’area dell’attuale piazza Duomo, con il riadattamento romanico della chiesa di S. Vincenzo (posto sotto l’attuale Duomo), la costruzione del Palazzo vescovile e della Cappella di Santa Croce

Per tutti gli abitanti della città e del suburbio, la celebrazione del rito del Battesimo in basilica era un’antica consuetudine; il Sabato Santo il vescovo vi si recava in processione per benedire il fonte e celebrare il battesimo (1), con la partecipazione di tutta la comunità cittadina.

La Basilica di Santa Maria Maggiore, sorta sulle rovine dell’antichissima S. Maria vetus. La basilica era la chiesa battesimale della cattedrale di San Vincenzo, come risulta del resto dalla sua struttura a pianta centrale (G. Elena, Piazza Ateneo verso il 1870)

Ma da dove proveniva l’acqua del fonte battesimale, di cui si dice fosse “unico per città e suburbio”? E soprattutto, è lecito chiedersi se il canale che lo alimentava si trovasse anche in precedenza in quel punto ; ovvero se il rito del battesimo venisse celebrato anche nell’antica chiesuola di S. Maria, sulle cui rovine era poi stata eretta la maestosa basilica.

L’ANTICO ACQUEDOTTO E IL FONTE BATTESIMALE

Se tra l’età tardo antica e l’altomedioevo, il versante meridionale della città dovette servirsi delle acque provenienti da Castagneta, nel medioevo la città intera venne rifornita anche dall’acquedotto di Sudorno. I due acquedotti si congiungevano in un serbatoio situato all’altezza dell’attuale bastione di S. Alessandro, da dove formavano un unico condotto che si dirigeva all’interno della città facendo capo ai tre grandi partitori dell’Orto degli Albani, del Mercato del Lino e del giardino del Vescovado: i capisaldi della distribuzione idrica all’interno della città antica; distribuzione che dovette passare per quei medesimi livelli che sin dall’età romana erano stati  sicuramente individuati e utilizzati.

Dei tre, si è mantenuto solo il partitore del Vescovado, dal quale si diramavano numerose canalizzazioni minori che distribuivano l’acqua verso le più importanti utenze della città.

Partitore del Vescovado. E’ indicato il canale maggiore e le diramazioni per la fontana di S. Maria Maggiore (Antescolis) per il Fontanone e per la fontana si S. Michele (Ph B. Signorelli e N. Basezzi, G.S.B. le Nottole, cit.)

Una delle importanti diramazioni era costituita da due canali che passavano longitudinalmente sotto la basilica di Santa Maria Maggiore.

A destra, la fontana di Antescolis (XII secolo), posta a ridosso della Basilica di S. Maria Maggiore, caratterizzata da due aperture

Un canale attraversava un vano ipogeo di forma circolare, tuttora esistente sotto la sagrestia della basilica  e fuoriuscendo proseguiva nella grande cisterna viscontea detta Fontanone.

Vano ipogeo a pianta circolare con soffitto a volta in cotto esistente sotto la sagrestia di Santa Maria Maggiore. Era attraversato dall’acquedotto che, provenendo dal partitore del Vescovado, correva longitudinalmente sotto il pavimento della Basilica per alimentare poi la cisterna del Fontanone Visconteo (Ph B. Signorelli e N. Basezzi, G.S.B. le Nottole, cit.)

 

In un piccolo vano ipogeo del sotterraneo della sacrestia di S. Maria Maggiore, passano il canale Magistrale ed il condotto per il Fontanone visconteo

 

Nei sotterranei dell’Ateneo, scavato nella viva roccia si trova il gigantesco serbatoio d’acqua del “Fontanone”, alimentato dalla conduttura dei Vasi provenienti da Castagneta. Fu fatto erigere nel 1342 da Giovanni e Luchino Visconti, per garantire la sopravvivenza e la resistenza della città nell’eventualità di un assedio

 

Nell’area appena a sud dell’Ateneo, insieme al ritrovamento dei resti di una domus di età romana, venne individuata una vasca-fontana alimentata da una condotta d’acqua in piombo, materiale utilizzato per le condutture in epoca romana

All’interno del vano ipogeo, si è rinvenuta una più antica struttura muraria contenente un tubo circolare in bronzo, testimonianza di un precedente impianto idrico (2).

Resti di un’antica canalizzazione nell’ipogeo di Santa Maria Maggiore, testimoniante l’esistenza di un antico impianto idrico. L’ipotesi circa l’esistenza di un antico acquedotto sotto le fondazioni della basilica, era già stata avvalorata dal Fornoni (Ph B. Signorelli e N. Basezzi, G.S.B. le Nottole, cit.)

Non è quindi improbabile che anche la chiesuola di S. Maria vetus (VIII secolo) fosse dotata di un fonte battesimale alimentato dall’antico acquedotto, e che  potesse trovarsi, se non nello stesso punto, non molto distante da quello in cui venne collocato il Battistero nel 1340.

Questi, doveva essere posizionato sotto l’ultima volta della navata minore destra, dove ora si trova il Monumento funebre al cardinale Guglielmo Longhi, di fronte all’altare dedicato a san Giuseppe, poi rimosso (3).

Basilica di S. Maria Maggiore, il Monumento funebre al cardinale Guglielmo Longhi, nell’arca in fondo ala parete

Sembrano confermare questa considerazione anche il passaggio collegante l’Aula Picta della Curia vescovile, attraverso la quale passavano i diaconi e il clero durante i riti del Sabato Santo; passaggio che in seguito venne coperto da un arazzo.

Giuseppe Rudelli, Il Vescovo Conte Dolfin che dal Vescovado si reca in S. Maria Maggiore, attraverso la porta ora murata (Bergamo, propr. L. Angelini)

 

Basilica di S. Maria Maggiore. Accanto al monumento funebre al cardinale Guglielmo Longhi, l’arazzo che cela il passaggio collegante il passaggio per dell’aula della Curia

E sembra confermare tale considerazione anche la bifora murata dell’aula della Curia, che fino all’inzio del XIV secolo gettava un fascio di luce sul fonte battesimale.

Ingresso della Curia vescovile (da Stoylab)

 

La bifora della parete est dell’Aula della Curia, posta all’attuale ingresso del Palazzo Episcopale, realizzata contestualmente al cantiere della Basilica, metteva in comunicazione visiva l’Aula della Curia con l’altare maggiore, con cui è in asse, forse per dotare di legittimazione sacrale atti o giuramenti. Una volta tamponata, è diventata una sorta di sacello incassato, quasi un richiamo alla “confessio” della basilica di S. Alessandro (distrutta nel 1561 per far posto alle mura veneziane), con i tre santi  realizzati dopo la divisione in altezza dell’Aula: Alessandro, supposto primo evangelizzatore di Bergamo, galoppa al centro della lunetta, sovrastando – e mettendo in comunicazione con gli zoccoli del cavallo – le due luci in cui campeggiano gli altrettanto leggendari primi due vescovi di Bergamo, Narno e Viatore: niente di più efficace per sottolineare il peso della Chiesa bergamasca delle origini

LE TENSIONI TRA IL VESCOVO E LA MIA E LA QUESTIONE DEL BATTISTERO

Se la notizia dello spostamento del Battistero in S. Vincenzo nel 1613 è nota, non sono chiare tuttavia le motivazioni finora addotte per giustificarne il trasferimento.

A un certo punto della sua vicenda, il Battistero, che fino ad allora aveva goduto di un proprio spazio all’interno della basilica, comincia la lunga serie delle ricollocazioni che lo vedrà più volte oggetto di smembramenti, ricostruzioni e trasferimenti.

Nell’incisione di Giuseppe Berlendis, datata 1840 con il titolo Piazza Vescovile, il Battistero non compare ancora

I problemi sorsero alla metà del Quattrocento con l’ingresso in diocesi del nuovo vescovo, il patrizio veneto Giovanni Barozzi, il quale trovava strano che la chiesa che ospitava il fonte battesimale cittadino fosse amministrata da un consorzio di laici.

Iniziarono così un secolo e mezzo di controversie tra il vescovo e i reggenti della MIA, legati al possesso della basilica (alla sua gestione e alla nomina dei sacerdoti che dovevano officiarvi).

Nel 1454 il papa Nicolò V confermava appieno al Consorzio i privilegi di cui essa godeva, riaffermandone l’indipendenza da qualsivoglia autorità laica ed ecclesiastica.

Sottratta dal diretto controllo del vescovo, da quel momento la basilica venne gestita secondo le regole del Consorzio, cosa che di fatto non impedì il verificarsi di continui contrasti con i canonici della cattedrale, che non perdevano occasione per rivendicare diritti sulla basilica.

Un ultimo, “ingombrante” ostacolo – e non solo per le sue imponenti dimensioni – si frapponeva tra la MIA e il pacifico godimento di Santa Maria Maggiore: la presenza all’interno della chiesa del fonte battesimale trecentesco, che offriva ai vescovi il “pretesto” per visitare la basilica ed inoltre acuiva i rapporti con i canonici, che lo consideravano di propria pertinenza e che avevano più volte insistito perché la chiave del fonte – che era custodita dal sacrista della basilica – fosse loro consegnata.

La MIA aveva cercato di disciplinarne l’utilizzo, facendo addirittura redigere appositi atti notarili in cui appariva chiaro che vescovi e canonici si servivano del fonte per benevola concessione del Consorzio. Nonostante tutto, però, la situazione riguardo al battistero restava intricata.

Poiché il battistero causava molto incomodo alla chiesa, non solo per le grandi dimensioni del fonte ma pure per le liti sorte intorno al suo utilizzo, per risolvere definitivamente la questione i reggenti della Misericordia lo offrirono in dono ai canonici perchè lo accogliessero nella loro chiesa.

L’interno di Santa Maria Maggiore in un’incisione del 1843

Dopo un primo tentativo in tal senso, avanzato nel 1599 (fallito, anche perchè i canonici non avevano lo spazio necessario per accogliere il fonte nella cattedrale), l’occasione si ripresentò nel 1611 quando, in occasione del battesimo del figlio del podestà di Bergamo, il vescovo Emo non si limitò ad amministrare il sacramento ma compì una vera e propria visita del fonte e dell’intera basilica: un affronto che la MIA non poteva tollerare, e che si risolse con l’intercessione di Emo il quale, pur di levar ogni seme di discordia convinse i canonici ad accettare l’offerta del Consorzio, che di propria iniziativa si impegnava al ‘trasloco’ del vecchio battistero, assumendosi anche l’onere della sua nuova sistemazione nella cattedrale di S. Vincenzo (intitolata a Sant’Alessandro Martire solo a partire dal 1689).

Il 18 gennaio 1613, nella sala delle udienze dell’episcopio, si giunse così alla sentenza definitiva: i rettori stabilirono che entro due settimane tutto il vase battismale … che si ritrova nel battisterio nella chiesa sopradetta di S. Maria [fosse] a spese … di detta Misericordia levato et trasportato nella chiesa cathedrale di S. Vincenzo.

Il prezzo che la MIA aveva dovuto pagare era davvero ingente: dopo quasi tre secoli di permanenza in basilica, questo capolavoro d’arte trecentesca venne sacrificato solo per salvaguardare un superiore interesse, ossia la libertà e l’immunità della chiesa di Santa Maria Maggiore (4).

Scorcio di Piazza Duomo, ancora priva del Battistero

COMINCIA UN LUNGO VIAGGIO

Nel 1613 la vasca battesimale venne dunque spostata in S. Vincenzo trasferendo di fatto il sacramento del battesimo alla giurisdizione della cattedrale.

In merito alle sorti successive del battistero e fino alla sistemazione del 1856 nel cortile della canonica, circolano notizie diverse e contraddittorie.

Pare che alla metà del ‘600, dati i lavori di decorazione delle campate eseguiti in Duomo, il battistero fosse ormai decisamente d’intralcio e che da qui si decidesse di smontarlo e portarne i pezzi nella sede della MIA in via Arena.

La sede della MIA in via Arena

Nel 1691, i rilievi ed alcune statue che costituivano l’apparato decorativo interno ed esterno del monumento furono reimpiegati in una cappella del Duomo (5), mentre numerose altre parti andarono disperse o perdute (6).

Di fatto, nel 1856, con l’intento di restituire al Battistero le sue forme trecentesche, il monumento venne ricomposto nell’angusto cortile della Canonica, posta all’interno del passaggio Cà Longa, tra Piazza Vecchia e via Mario Lupo, dove se ne percorrono i due lati consecutivi chiusi da un porticato e con cancellata di ferro: uno degli angoli più nascosti di Città Alta nel quale val la pena soffermarsi brevemente a curiosare.

Pietro Ronzoni. Il Palazzo della Ragione dal Cortile dei canonici

IL RIPRISTINO NEL CORTILE DELLA CANONICA DELLA CATTEDRALE

Il Palazzo della Ragione dal Cortile dei canonici in una ripresa molto simile alla precedente

Il ripristino fu affidato all’architetto bolognese Raffaello Dalpino, che tuttavia vi apportò ingenti modifiche prevedendo numerose aggiunte e ammodernamenti dell’apparato scultoreo.

Il Battistero ricomposto nel cortile della canonica che, sebbene già alterato nel suo aspetto originario, ci restituisce la più antica immagine fotografica giunta sino a noi (Bergamo nelle vecchie fotografie, D. Lucchetti)

Sostituì la più bassa zoccolatura originaria con un alto basamento in marmo nero di Gorno, sul quale murò alcune lapidi sepolcrali di alcuni vescovi, rimosse poi nella sistemazione del 1898-99 operata dall’architetto Muzio.

Il Battistero nel cortiletto dei Canonici. 18-09-1900 (esempio di cartolina venduta dopo la mutazione del soggetto; da D. Lucchetti). Il Battistero di Santa Maria Maggiore, spostato dalla basilica nel 1613 e dopo una serie di traversie interamente ricostruito nel 1856, con aggiunte e rifacimenti, dall’architetto Dalpino nel cortile della canonica, dove rimase fino al 1898-’99

Lapidi molto simili compaiono anche nelle fotografie che ci restituiscono l’aspetto otto/novecentesco del cortile, apposte sulla parete laterale esterna della Cappella del Crocefisso: si tratta di lapidi tombali di vescovi, canonici e prelati, recuperate dal rifatto pavimento della Cattedrale.

Cortile della canonica, Sulla parete rivestita in cotto, corrispondente alla parete laterale della Cappella del Crocefisso, le lapidi tombali recuperate dal rifatto pavimento della Cattedrale.  La Cappella del Crocefisso è un’aggiunta costruita dall’architetto Raffaello Dalpino nel 1855. Prende nome da un Crocifisso del ’500 posto sull’altare e corrisponde alla seconda cappella di sinistra del Duomo. Il lato in pietra grigia risale invece al 1459 e fu costruita sui disegni del Filarete

Di fatto, il cortile della canonica è citato come ex cimitero e sappiamo che nell’ultimo decennio del ‘Seicento, anche l’area che attualmente corrisponde alla nuova Cripta dei vescovi, veniva utilizzata come cimiteriale.

Sulla parete di fondo le lapidi tombali di vescovi, canonici e prelati,  affisse sul basamento: sono le stesse disposte inferiormente lungo tutta una parete del cortile della canonica?

Nel cortile, fra l’altro, vi è anche una colonna molto singolare, tozza, rotonda, liscia e molto semplice, nel tipo di quelle che si innalzavano ai crocicchi delle strade dopo la venuta di S. Carlo Borromeo a Bergamo, o di quelle innalzate dopo la grande peste del 1627-30 narrata dal Manzoni, periodo a cui si fa risalire la sua erezione.

La colonna, probabilmente secentesca, con alle spalle le lapidi tombali dei vescovi, canonici e prelati

LA SISTEMAZIONE DEFINITIVA

1886: il Battistero non è ancora stato collocato in Piazza Duomo; la facciata del Duomo è ancora priva del rivestimento marmoreo e la sommità del Palazzo della Ragione è ancora priva della merlatura

Nel 1898 Virginio Muzio venne incaricato dal podestà Ciro Caversazzi di trovare una migliore posizione all’edificio, che presentava gravi segni di degrado a causa dell’umidità del cortile.

Il Battistero nel cortiletto dei Canonici. 18-09-1900 (esempio di cartolina venduta dopo la mutazione del soggetto; da D. Lucchetti)

Non essendo ormai possibile riportarlo all’interno di Santa Maria Maggiore, Muzio decise di collocarlo nella Piazza del Duomo in modo tale da colmare “splendidamente” l’unica parte disadorna della piazza, lasciando la vista di quel po’ di verde e del cielo che contrastando con “il cospicuo gruppo di monumenti antichi ancor’oggi la rende così caratteristica” (7). L’attenzione alla collocazione ambientale rappresenta la cifra stilistica ricorrente nella produzione di Muzio.

Dalla loggia della sede vescovile. La definitiva sistemazione dell’edificio nell’attuale collocazione, sul lato ovest di Piazza Duomo, venne realizzata nel 1898-’99 dall’architetto Virginio Muzio, che lo trasferì sull’area donata dal vescovo Guindani, apportandovi ulteriori modifiche

Egli cercò, per quanto possibile, di riportare il Battistero alle sue forme originarie basandosi sulla sola testimonianza grafica esistente dell’antico assetto, pubblicata da Padre Donato Calvi e conservata presso l’Accademia Carrara (8).

Si tratta di un’incisione realizzata nel 1676 da Simone Durello, quando già era avvenuto il trasferimento del manufatto nella cattedrale. Il disegno, piuttosto schematico e con inevitabili concessioni al gusto barocco (come le improbabili volute sulla copertura), riporta però i tratti essenziali della struttura ottagonale, a partire dalle proporzioni meno slanciate, studiate in relazione all’invaso interno della basilica, dove il Battistero doveva assumere ben altra monumentalità, e in cui Giovanni da Campione dovette operare con la stessa fine intelligenza del tessuto architettonico preesistente che mostrerà negli altri interventi per la basilica.

Il battistero di Giovanni da Campione in un’incisione realizzata nel 1676 da Simone Durello, con le pareti scandite da colonnine e le Virtù, collocate in nicchie incassate agli angoli. Altre statue erano poste sul cornicione e vi era un angelo sopra la lanterna (Accademia Carrara – Gabinetto di Disegni e Stampe)

Nella ricomposizione attuata da Muzio in vista della collocazione all’esterno, l’ottagono venne notevolmente sopraelevato rispetto alla configurazione originaria, con l’inserimento dell’alto basamento esterno in conci di marmo grigio di Gazzaniga e del rivestimento superiore in pietra di Verona a fasce alterne, che gli conferirono le giuste proporzioni in rapporto agli altri edifici della Piazza.

L’intera struttura ottagonale, sopraelevata da Muzio, è di nuova realizzazione

Pur riprendendo il sistema originario, venne realizzata ex-novo l’intera copertura piramidale in marmo, con le ricche cornici e le statue con le Beatitudini che s’innalzano lungo la nuova copertura e con l’aggiunta sulla cuspide della statua di un arcangelo, di fattura relativamente moderna.

Il Battistero nella posizione attuale in una ripresa datata 24 – 4 – 1904. Manca il Palazzo Vescovile, edificato nel 1906

L’incisione di Durello riporta anche la fitta sequenza delle colonnine (come oggi, sormontate da capitelli fogliacei e con protomi umane ed animali): una sorta di diaframma traforato che metteva in relazione l’interno della struttura con l’esterno, escludendo dunque la necessità di finestre munite di imposte vere e proprie.

La sequenza delle colonnine sormontate da capitelli fogliacei e con protomi umane e animali, nella zona superiore delle pareti perimetrali, ancor’oggi mette in relazione l’interno della struttura con l’esterno

Ed è curioso osservare che per le due grandi polifore ai lati del portale sulla facciata della Cappella funeraria del Colleoni, realizzate negli anni Settanta del Quattrocento, l’Amadeo s’ispirò proprio alle cortine diafane del Battistero, mentre la policromia di quella stessa facciata, richiama a suo modo l’alternanza cromatica espressa nel portale nord della basilica.

Per le due grandi polifore ai lati del portale sulla facciata della Cappella Colleoni, l’Amadeo s’ispirò proprio alla sequenza delle colonnine del Battistero

 

S. Maria Maggiore, 1901. La policromia della Cappella Colleoni (Amadeo) richiama l’alternanza cromatica espressa nel portale nord della basilica di S. Maria Maggiore, opera dei Maestri campionesi, insieme al protiro meridionale e al portalino di nord-est, affacciato su Piazza Reginaldo Giuliani

Diversamente da oggi, la griglia delle colonnine si disponeva su sette lati della struttura, dal momento che un lato era occupato dalla porta, che era architravata, mentre nella ricostruzione di fine Ottocento vi fu inserito un elemento estraneo al complesso battesimale: un portalino trecentesco che i documenti dicono provenire da una cappella del Duomo: segnale che nel XIV secolo alcuni interventi scultorei, forse riconducibili anch’essi alla maestranza campionese, interessarono evidentemente anche la cattedrale romanica.

La nuova e definitiva sistemazione del Battistero in Piazza Duomo. Nella ricostruzione di Muzio è stato inserito un portalino trecentesco, di cui si dice fosse l’ingresso della Cappella di San Benedetto costruita a fianco della cattedrale romanica (visibile nel Museo degli Scavi e del tesoro del Duomo), in omaggio a Papa Benedetto XII (la foto è datata 1905)

 

15 – 08 – 1905. il Battistero sul lato ovest della piazza, frutto di un rimontaggio “in stile” a seguito di numerose vicissitudini. Non v’è ancora il Palazzo Vescovile, costruito nel 1906

LE VIRTU’

Le otto statue angolari esterne in pietra di Verona, collocate alla quota delle colonnine, raffigurano le Virtù teologali e cardinali, a cui corrisponde il proprio opposto nella fascia inferiore, dove compaiono figurette rappresentanti i Vizi su cui le Virtù stesse trionfano: sotto la Giustizia sta una scena di omicidio; sotto la Prudenza un uomo che tiene in mano forse un serpente o altri animali; sotto la Temperanza un ingordo; sotto la Pazienza una donna che si dispera; sotto la Speranza un suicida; sotto la Fede un donna con i pugni alzati (che bestemmia?); sotto la Fortezza (recante un macigno) un vecchio adagiato a terra con topi che lo assalgono; sotto la Carità un avaro che stringe la borsa del denaro.

Il Battistero in Piazza Duomo. Da una serie stampata in tricromia dall’Istituto Italiano d’Arti Grafiche nel 1905 ca., riservata al mercato francese (D. Lucchetti)

Si tratta di pezzi tra i più straordinari dell’intero corpus di sculture campionesi a Bergamo, frutto di un vero e proprio virtuosismo tecnico e stilistico.

Statua della Virtù

All’interno, la statua del Battista, in parte dorata, è citata nell’inventario dei pezzi trasportati in cattedrale nel 1613: collocata entro una stretta edicola trilobata nella parete di fronte alla porta d’ingresso, in origine doveva sovrastare, forse sotto un baldacchino, il fonte battesimale. Presenta caratteri di grande affinità con le Virtù, per l’austera concentrazione formale e la nettezza quasi rude dei piani.

Le otto formelle marmoree a bassorilievo, con episodi neotestamentari, oggi murati sulle pareti interne del Battistero, ornavano in origine i lati della vasca battesimale (i pezzi sono tra quelli descritti nel citato inventario dei pezzi trasportati in Duomo nel 1613).

Interno del Battistero. La statua di San Giovani Battista con brocca e patena e alle pareti le formelle marmoree a bassorilievo, con episodi neotestamentari

I pannelli, con figure sottilmente intagliate, rappresentano la vita e la passione di Cristo (Annunciazione; Natività; Adorazione dei Magi; Presentazione al tempio; Battesimo; Cattura, Giudizio e Flagellazione; Crocifissione; Deposizione dalla Croce).

I pezzi che più da vicino si rapportano con le austere figure delle Virtù e pertanto sono forse da ascrivere ad un intervento più diretto di Giovanni, sono i rilievi dell’Adorazione dei Magi e della Presentazione al tempio e forse dell’Annunciazione, mentre – da come si evince soprattutto nelle scene più affollate (Cattura, Crocifissione e Deposizione dalla Croce) – è stata ravvisata l’influenza della plastica toscana, anche coeva, temperata però da forti influenze nordiche, tale da convincere della collaborazione di almeno tre maestri, tutti cooperanti all’interno di un piano iconografico predefinito e tutti sovrastati dalla forte personalità dell’autore.

la vasca battesimale, ricostruita da Muzio

Le altre sculture all’interno del Battistero, sei statue di figure angeliche montate su mensole, sono troppo compromesse dai restauri, se non addirittura totalmente ricostruite sulla base di frammenti, da rendere opportuna per il momento una sospensione del giudizio, da parte degli studiosi.

Note

(1) Valsecchi 1989, p. 127.

(2) B. Signorelli e N. Basezzi, G.S.B. le Nottole, Gli antichi acquedotti di Bergamo, edito dal Comune di Bergamo, Assessorato all’Urbanistica, 1992.

(3) Andreina Franco Loiri Locatelli, la Basilica di Santa Maria Maggiore, 12-13, La Rivista di Bergamo, Giugno 1998, p. 12.

(4) A cura di Francesca Magnoni, Santa Maria Maggiore. Un profilo storico.Testi di Attilio Bartoli Langeli, Paolo Cavalieri, Gianmarco De Angelis, Francesca Magnoni.

(5) Muzio, p. 83 fig. 52; Pinetti, 1925, p. 174. in: Cristina Ranucci, “GIOVANNI di Ugo da Campione”. Dizionario Biografico degli Italiani – Volume 56, 2001).

(6) Muzio, p. 83 fig. 52; Pinetti, 1925, p. 174, in: Cristina Ranucci, “GIOVANNI di Ugo da Campione”. Dizionario Biografico degli Italiani – Volume 56, 2001).

(7) Muzio, Note e ricorsi della Esposizione d’arte sacra in Bergamo, Istituto Italiano d’Arti Grafiche, Bergamo, 1899, pp. 82-83; si veda anche: Il Battistero di Bergamo, in “Emporium”, novembre 1898, p. 399 e ss.; Angelo Pinetti, Cronistoria artistica di Santa Maria Maggiore. Il Battistero, in “Bergomum”, 1925, n° 4, pp. 167-183; Angelo Meli, Il crollo di una fantasia diventa comune: dove sorgeva in Santa Maria Maggiore il Battistero, in “L’Eco di Bergamo”, 13 gennaio 1963, p. 3.

(8) D. Calvi, Effemeride sacro-profana di quanto di memorabile sia successo in Bergamo, Milano 1676-1677, I, alla data 7 aprile 1340.

Riferimenti Essenziali

Arnaldo Gualandris, “Monumenti e colonne di Bergamo”, a cura del Circolo Culturale G. Greppi. Bergamo, 1976 (con introduzione di Alberto Fumagalli).

Fabio Scirea Il complesso cattedrale di Bergamo (Academia.edu)

Saverio Lomartire, Magistri Campionesi a Bergamo nel Medioevo – Da Santa Maria Maggiore al Battistero. In Svizzeri a Bergamo, nella storia, nell’arte, nella cultura, nell’economia, dal ‘500 ad oggi. Campionesi a Bergamo nel Medioevo.

Giovanni di Ugo da Campione, Treccani.

A cura di Francesca Magnoni, Santa Maria Maggiore. Un profilo storico (Academia.edu). Testi di Attilio Bartoli Langeli, Paolo Cavalieri, Gianmarco De Angelis, Francesca Magnoni.

Roberto Cassanelli (a cura di), “Bergamo e il suo territorio: Battistero”, Arte gotica in Lombardia, Sesaab, Bergamo, 2007, pagg. da 108 a 113.

B. Signorelli e N. Basezzi, G.S.B. le Nottole, Gli antichi acquedotti di Bergamo, edito dal Comune di Bergamo, Assessorato all’Urbanistica, 1992.

Fotografie e disegni del Battistero, in: Ricomposizione del Battistero di S. Giovanni in Piazza Duomo, Bergamo, 1898/1899 {opere esposte nella Mostra “Virginio Muzio. Architetture (1889-1904). Biblioteca A. Mai, Bergamo}.