Il “rasgament dèla ègia” ai tempi gloriosi del Ducato di Piazza Pontida

A Bergamo, l’antica tradizione del “rasgamènt de la ègia”, antico retaggio pagano, fu ripristinata nel 1923 quando Rodolfo Paris, “addobbatore di mestiere e suonatore di piano, a orecchio”, decise di organizzare il cosiddetto “rasgamento” dapprima con un gruppo di amici e successivamente, nominato primo Duca del Ducato di Piazza Pontida, aprendo la manifestazione a tutta la provincia sotto l’egida del Sodalizio del Ducato, la cui nascita merita di essere raccontata.

Era la gelida notte di S. Silvestro del 1923 e già da mesi la Torre dei Caduti ergeva la sua mole a dominare il nuovo centro cittadino ma, forse per ragioni burocratiche o forse per scongiurare disordini, da mesi non giungeva il nullaosta (e con esso l’atteso Mussolini) per l’inaugurazione ufficiale.

La Torre dei Caduti scontava intanto la pena di quelle titubanze e di quei timori e ciò contrariava non pochi Bergamaschi, ormai stanchi di aspettare.

Tra questi, un bel tipo di poeta dialettale, Rodolfo Paris, “addobbatore di mestiere e suonatore di piano, a orecchio”, decise di rompere gli indugi sostituendosi alle “autorità’ fantasma”.

Nella Bergamo appena ridisegnata nel suo profilo urbanistico, con la base della torre ancora circondata da una staccionata, la città attendeva ormai da mesi che Benito Mussolini si decidesse a stabilire la data della cerimonia ufficiale. Egli temporeggiava perché una sua visita a Bergamo, città “popolare”, a quel tempo avrebbe certamente suscitato polemiche e provocato forse qualche disordine. La città si sentiva beffata, e Rodolfo Paris ne interpreto’ a modo suo il malcontento e il desiderio di trasgressione

Radunò in Piazza Pontida una “bella brigata di popolo” con non pochi artisti e buontemponi e organizzò un corteo che, fanfara in testa, s’incamminò per via XX Settembre fra spari, bengala, brindisi e inni patriottici.

Piazza Pontida, con un’auto degli anni 30, Wrchivio Wells

Di quell’allegra brigata faceva parte, certamente, lo scultore Alfredo Faino con l’avvocato Davide Cugini, il pittore Dante Montanari, il giornalista Ferruccio Vecchi, l’avvocato Arturo Cattaneo, lo scultore Cesare Archenti, il pittore Umberto Marigliani, l’avvocato Angelo Astolfi, il burattinaio Steeni, i poeti dialettali Renzo Avogadri, Ferruccio Grasselli e Giuseppe Mazza.

Nella fotografia scattata da Pietro Gentili negli anni Trenta del Novecento, si evidenziano  alcuni dei protagonisti della storica nottata di S. Silvestro: lo scultore Alfredo Faino è il primo a sinistra; Pietro Nicoli con l’impermeabile al braccio, Antonio Arienti con la sigaretta e, a seguire, Giuseppe Mazza, l’avvocato Alfonso Vajana, Ferruccio Grasselli con il cappello sulle ventitrè, Giacinto Gambirasio, Battista Algisi, l’avvocato Angelo Astolfi con la mano alzata, con accanto il fratello Pietro detto Giópa

Quando la truppa di uomini intabarrati giunse in Piazza Vittorio Veneto, all’ultimo rintocco della mezzanotte Rodolfo Paris avanzò ai piedi della Torre dei Caduti e, tra un rispettoso silenzio generale (“non si sentivano che i cuori a battere”), con un largo gesto si tolse il caratteristico cappello a fungo declamando con voce commossa: “Regordém i màrtiri de la Patria… La tór la resta issê inaügürada!”. Chinò il capo e stette un attimo con le mani giunte, in atteggiamento di preghiera.

Nel buio della notte una voce si levò all’indirizzo del capo della brigata esclamando: “Viva il Duca di Piazza Pontida!”. Il grido echeggiò nella piazza e la Torre dei Caduti fu cosi inaugurata “fra un delirio di popolo”, che accorse a demolire la staccionata.

Piazza Vittorio Veneto con la Torre dei Caduti

L’appellativo di “duca” affibbiato al Paris – buontempone arguto e spiritoso – scaturiva dall’essere il padrone incontrastato della piazza: il Paris una sera si era divertito a illuminare i portici di Piazza Pontida “facendo penzolare sotto gli archi dei gusci di lumache, che contenevano l’olio e il lucignolo”.

Pare assodato che fu proprio da quella esclamazione, udita all’alba del 1923, a scaturire l’idea di incoronare un duca ed istituire effettivamente un Ducato.

Rodolfo Paris detto “Alègher”: personaggio stravagante e creativo, addobbatore con negozio in via Sant’Antonino (addobbava chiese e contrade per cerimonie religiose, piazze e vie per feste civili e patriottiche), pianista (suonava al Teatro Donizetti durante le proiezioni del cinema muto) e autore di poesie in dialetto bergamasco con lo pseudonimo “Alegher” dovuto al suo spirito ilare e bizzarro. Frequentava un circolo di artisti e professionisti, che aveva la sua sede in Piazza Pontida (Archivio storico-fotografico Domenico Lucchetti)

Il 15 marzo 1924, al ristorante dell’Angelo in Borgo Santa Caterina “un carnascialesco convito di artisti, di letterati e di cultori della poesia dialettale” si riunì per istituire ufficialmente il Ducato di Piazza Pontida e per l’incoronazione di Rodolfo Paris, primo Duca col nome di Rodolfo ü (uno):
“Dopo un lauto banchetto nella sala addobbata con gli emblemi gioppinori, ecco finalmente l’atteso momento dell’incoronazione: Rodolfo Paris sedeva in posizione centrale mentre una damigella graziosissima, Lina Rota, modello di fanciulla e modella per gli artisti, s’avanzava solennemente con la corona di latta posata sul tagliere (basgèta) della polenta. Nell’atto di alzare la ducal corona, due delle cinque molliche di pane, infilate nelle cinque punte, si staccarono e scivolarono sul tavolo. Qualcuno vide nel fatto un auspicio di dubbio significato e venne ordinato di riattaccarle, ma sotto la corona. Subito lo scultore Cesare Archenti si munì di due fili di ferro e li attaccò alla corona con le due palline lasciandole penzolare nel vuoto. Dopo di che la corona venne posata sul capo di Rodolfo Paris tra i ripetuti brindisi e le ripetute generali acclamazioni.
La corona divenne poi l’emblema ufficiale del Ducato e ancora oggi campeggia sulla testata del “Giopì”, organo ufficiale del Ducato di Piazza Pontida” (2), “sodalizio di cultura, arte, folklore e tradizioni bergamasche”, come recita la denominazione ufficiale.

Una delle più antiche piazze di Bergamo bassa, Piazza Pontida, già Piazza della Legna: il cuore della Bergamo popolare, per tradizione luogo di antiche feste vernacolari. Lo scopo del Ducato era quello di tenere gli animi allegri e conservare il dialetto e le tradizioni bergamasche

Ma nella notte di San Silvestro del 1923, mentre si inaugurava a furor di popolo la Torre dei Caduti, chi proruppe nel grido acclamante che elevò il Paris ai fastigi ducali? Fu forse Alfredo Faino, autore dell’egregia statua della Vittoria che faceva bella mostra di sé sulla torre?

Egli, che più d’ogni altro fremeva per i continui rinvii della cerimonia d’inaugurazione, aveva dovuto farsi promotore della manifestazione spontanea di quella brigata di popolo, incontrando la solidale affettuosa adesione del Paris, che sicuramente conosceva sin dai primi anni del secolo.

Lo scultore Alfredo Faino in posa nel suo studio durante la realizzazione della imponente statua della Vittoria da collocare nella Torre dei Caduti (Archivio fotografico – Fondazione Bergamo nella Storia)

QUANDO LA MÈZA QUARÉSMA SI TENEVA IN PIAZZA PONTIDA

Rodolfo Paris fu fra i più attivi organizzatori di quella festa popolare che un tempo aveva nell’albero della cuccagna la sua principale attrazione e che negli anni goliardici della nascita del Ducato di Piazza Pontida culminò nella riesumazione dell’antica costumanza medioevale del rogo (o rasgamento) della “Vecchia”, in occasione della Mezza Quaresima.

La consuetudine del “rogo della vecchia” in Piazza Pontida era stata preceduta da quella del palo della cuccagna (qui immortalato nel 1936), di cui il Paris era stato tra i più attivi organizzatori. Ecco come “L’Eco di Bergamo” citava una delle prime feste del Ducato: “Ieri sera in piazza Pontida ci sono stati grandi festeggiamenti: trampolini, cuccagne, fuochi artificiali hanno valso a trarre nel popolare rione una folla così densa che dalle 20 alle 21 ogni circolazione è stata resa impossibile e i tram hanno dovuto interrompere il traffico” (Archivio storico-fotografico Domenico Lucchetti)

La “vecchia”, quel fantoccio che nell’antica tradizione popolare comune a mezza Italia e diffusa da Asti a Pordenone, raffigura la quaresima – e quindi il digiuno e l’astinenza -, venne caricata dal Paris, dal Faino e dagli altri adepti del nascente Ducato, di significati satirici e polemici, simboleggiando di volta in volta una “magagna” riguardante la vita cittadina: un fatto di costume, un personaggio, un ente, un’istituzione, un provvedimento o una norma da mettere in ridicolo o da togliere di mezzo.

Al calar della sera si brucia la “Vecchia”, o meglio il cartellone che la simboleggia: sotto le tristi sembianze della Vecchia megera, esposta al ludibrio del popolo, l’artificiere ducale brucia  le “grane” cittadine più resistenti, i problemi cronici, le istituzioni malridotte

Ol rasgamènt, ormai in uso da 95 anni, ha subìto nel tempo alterne fortune: sicuramente in uso nel marzo del 1869 (quando Antonio Tiraboschi scriveva: “A mezza Quaresima as rasga la ègia”), è stato con ogni probabilità reintrodotto nel primo dopoguerra dal Ducato di Piazza Pontida – con una interruzione dal 1940 al 1945 con la soppressione del Ducato -, per poi scomparire già a metà Novecento.

Avviso del 1952 invitante ai festeggiamenti di Piazza Pontida

Solitamente, l’argomento prescelto per l’ignominia del rogo riguarda la vita cittadina e il tema – deciso di anno in anno dal Duca di Piazza Pontida, fra quelli che gli vengono sottoposti dai dieci saggi del “Consiglio della Corona” -, viene opportunamente illustrato nel testamento della “Vecchia”, letto coram populo prima che il fuoco avvampi.

Spettacolo in Piazza Pontida

Come non bastasse l’onta delle fiamme, un’enorme sega viene mossa per tagliare in due la “Vecchia”, una figura enigmatica che in molte tradizioni agrarie è sostituita da un albero, trasparente riferimento fallico che rimanda alla simbologia della fertilità degli antichi riti pagani: un gruppo di contadini si muoveva di casale in casale inscenando l’abbattimento dell’albero, che veniva poi segato. Il tutto si concludeva con la simbolica resurrezione, fra danze e canti, che evocava la cacciata dell’inverno e la ripresa dei lavori agricoli. Ecco perchè si parla di “segare” la vecchia.

L’argomento prescelto per l’ignominia del rogo nel 1924 fu l’annona, la tessera annonaria qui rappresentata da “La Nona”, la vecchia segata e bruciata nel 1924 in Piazza Pontida. Tra le prime “vecchie” condotte al supplizio fra una turba di popolo curiosa e festante, vi fu anche la Pace di Versailles. I cartelloni raffiguranti quelle “vecchie” dai tratti fortemente caricaturali, furono approntati da Alfredo Faino

Oggi il rito del rasgamènt  si tiene di sabato in piazza Matteotti, ma un tempo si teneva di GIOVEDI’:

“La sera del giovedì di mezza Quaresima, per simboleggiare la fine della prima parte di questa, ma anche a scopo di satira su avvenimenti politici o d’interesse cittadino, in Piazza Pontida, per iniziativa e a spese degli esercenti del luogo e dei ‘vassalli’ del così detto ‘Ducato di Piazza Pontida’ (specie di società di individui amanti del ridere, mangiare e bere nonché della poesia dialettale), si allestisce uno spettacolo pirotecnico affatto gratuito, rallegrato da una banda musicale a cui assiste sempre una folla strabocchevole accorrente da ogni punto della città.
Un grande pupazzo rappresentante una vecchia, dopo essere stato portato attraverso le vie della città, viene innalzato, verso sera, sul fondo della piazza, tra un apparato di cartoni dipinti e di pali che reggono molteplici girandole più o meno grandi e più o meno complicate che si accendono successivamente, tra il fragoroso scoppio di altri fuochi d’artificio.

La sfilata dei Carri nel 1941

Alla fine, mentre dalla terrazza del palazzo retrostante trabocca un’abbagliante cascata al magnesio, una simbolica sega luminosa fa rovesciare all’indietro e scomparire tra le fiamme di un cratere, tra scoppi e fischi assordanti, la parte superiore del pupazzo.
Dopo di che la folla si disperde commentando allegramente, mentre si spengono le ultime luci e le ultime note della banda”.

La sfilata dei Carri nell’edizione del 1942

Il fantoccio della “Vecchia” veniva prima segato e poi messo al rogo attraverso uno scoppiettante e chiassoso spettacolo pirotecnico.

Oggi dell’antica usanza non ne resta che il dettato: il “segamento” è solo simbolico (per darne la sensazione il pupazzo è sostituito da un gigantesco cartellone che viene tagliato a metà da una metaforica sega luminosa).
..”nonostante di quando in quando spunti qualche moralista scrupoloso a deprecare tanto sfarzo di fuochi artificiali e tanta sana ilarità popolare, in nome dell’austerità (che gli scimmiottatori anglomani hanno stupidamente tramutato in austerity) e dei tempi calamitosi. «Guardiamoci da chi non sa ridere», diceva Giovanni Banfi”.

La sfilata dei Carri negli anni Cinquanta

Le stesse suggestioni di allora, rivivono in una poesia del primo Duca di Piazza Pontida, Rodolfo Paris (la traduzione nella didascalia seguente):

I giràndole, i fontane,
föch in aria, póm granàcc,
che i se dèrv e i furma grane
de brilàncc bèi facetàcc:
Vrach, zach, tach; pò öna grand lüs
de bengài che i góta arzènt,
che i ris-ciara, che i sberlüs,
e la zét che fà moimènt …
E intramèss a lüs e ciàs,
chèsta Ègia pitürada
la par quase dré a speciàs
per vèss bèla e cincinada,
ma ’n d’ü tràcc la s’ dèrv in dù
e del còrp ghe é fò i moscù.
Dopo chèst, dò o trè bombade,
pò ’n de l’ombra l’ turna töt …
Vià la zét per i contrade,
ol Piassàl l’è quiét, l’è öd:
gloria, onùr, föch e bordèl,
töt a l’ passa, ol bröt e ’l bèl

Piazza Pontida nel 1924: Il rogo della “Nona” avvenuto dopo il “segamento”. Le girandole, le fontane, / fuochi in aria, melegrane, / che si aprono e formano grani / di brillanti ben sfaccettati: / Vrach, zach, tach; poi una grande luce / di bengala che gocciolano argento, / che rischiarano, che risplendono, / e la gente che fa movimento … e così, fra luci e chiasso / questa vecchia dipinta, quasi che stia a specchiarsi / per essere bella e cincischiata, / ma in un tratto si apre in due / e dal corpo le escono i «mosconi» [fuochi d’artificio]. / Dopo questo, due o tre bombardate, / poi nell’ombra torna tutto… / via la gente per le contrade, / il piazzale è quieto e vuoto: / gloria, onore, fuochi e strepiti, / tutto passa, il brutto e il bello (Rodolfo Paris) – (Archivio storico-fotografico Domenico Lucchetti)
Esilarante fu il “segamento” del sole di Giovanni Paneroni, Superastronomo. La sua frase più ricorrente era: “La terra non gira o bestie!”.
Si fermava spesso fuori dai licei per bloccare gli studenti, intrattenendoli con le sue strambe teorie: “Dicono che l’aria ci sostiene. Ma bestiacce! È la salute che ci sostiene. Provate a tirare una rivoltellata nella testa a uno e vedrete se l’aria lo sostiene. Cadrà di certo per terra!”.

Giovanni Paneroni, Superastronomo (Archivio storico-fotografico D. Lucchetti)

Pubblicò persino un giornale con questa testata: “NUOVlSSlMA TREMENDA GEOGRAFIA DI PANERONl”: Copernico e Galileo sbagliarono – La terra è piana infinita ferma – il sole è largo 2 metri colla velocità di 2000 chilometri all’ora gli circola sopra e conservando sempre l’altezza di mille chilometri – Sembra a tutti che levi e tramonti – Questo grande divertente profondo studio costa soltanto lire “una” – Vale dei milioni”.

Venne “segato” sulla pubblica piazza senza pietà.

Il “segamento” di Paneroni in Piazza Pontida (Archivio storico-fotografico D. Lucchetti)

Ma il rogo da molti anni non si tiene più in Piazza Pontida.
A sera sotto i quattrocenteschi portici dei Gentiluomini, a Occidente, e quelli settecenteschi della Gallinazza, a Settentrione – edificati in sostituzione delle baracche di legno dei negozi trecenteschi -, si profilano le ombre delle colonne.

La vita non ferve più come un tempo nell’antica Piazza della Legna.

A notte fonda, quando si è placato il fragore del traffico urbano e la piazza è completamente deserta, potresti forse intravedere due figure evanescenti, Rodolfo Paris, infagottato nel vecchio tabarro, la larga tesa del cappello a fungo calata sulla fronte, e Alfredo Faino, in doppiopetto, la giannetta dal pomello eburneo stretta fra il braccio e il fianco, mentre si recano a salutare Pietro Ruggeri, solo e dimenticato sul piedistallo marmoreo all’angolo delle Ortolane.

 

Riferimenti
Umberto Zanetti, Bergamo d’una volta
Pilade Frattini, Renato Ravanelli, Il Novecento a Bergamo.

* Ringrazio Laura Ceruti per l’originale raffigurante i portici di Piazza Pontida.

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