Ricordi di Città Alta dalla penna di Anna Rosa Galbiati: “I poie della sciura Cassotti” e “Ol Pipelet”

Quarta puntata (per la puntata precedente, clicca qui)

I poie della sciura Cassotti

Nel caseggiato tetro e umido di Via Rocca numero 8 abitava una dolce e tenera vecchietta, la sciura Cassotti.

Piccola e fragile, con un viso angelico incorniciato da capelli grigi e crespi, tutti i pomeriggi, verso le tre, usciva sulla via a far prendere aria alle sue tre “poie”, che teneva in casa in una stia di legno.

Metteva la sua “scagnina” all’ombra, presso “ol pissadùr”, legava con una lunga corda le zampe delle galline al suo polso e le lasciava andare, libere, a becchettare qua e là.

Tenendole d’occhio, con gli occhiali appoggiati sulla punta del naso, lavorava a maglia: faceva solette per calze, che poi vendeva.

Le galline della sciura Cassotti erano degli esemplari unici e buffissimi: avevano il piumaggio solo sul collo e sul capino, il resto era oscenamente nudo e bitorzoluto. Facevano impressione, povere bestie, sembrava fossero state appena spennate, pronte da cucinare in brodo. Vivendo quasi sempre al chiuso, avevano, senza dubbio, problemi di… penne.

Le tre pollastre, incuranti ed ignare del loro terribile aspetto, chiocciando tutte contente, si muovevano sull’acciottolato rovistando tra i sassi con le loro zampe unghiate e beccando non si sa cosa, perché non c’era un filo d’erba, solo sassi. Spesso beccavano anche il muro del cortile delle suore e ne mangiavano l’intonaco. Il loro più grande sollazzo era però quello di grattarsi il sedere sui ruvidi sassi dell’acciottolato, per calmare il prurito che le infastidiva.

La sciura Cassotti curava con tenerezza le sue tre creature, come un’affettuosa nonnina, e le chiamava per nome: Pinù, Bice e Carmelina.

Da Tito Terzi

D’inverno, la sciura Cassotti scendeva solo quando c’era bel sole, lasciando zampettare le sue gallinelle attaccate alla corda, come se fossero cagnolini. Quando si allontanavano un po’ troppo, strattonando la corda per andare più avanti, la sciura Cassotti le chiamava per nome e quelle, traballanti e ubbidienti, le correvano vicino. Erano furbe, comunque, perché si aspettavano una ricompensa: la sciura Cassotti prendeva infatti dalle tasche dei pezzettini di pane e glieli imbeccava, come fossero zuccherini.

Quando faceva freddo, copriva le loro nudità con delle mutandine di lana fatte da lei su misura. Al riguardo mi spiegò che, se il sedere delle galline si raffredda, non fanno più le uova. Non era possibile trattenere il riso, guardando quelle galline con le braghette a righe nere, grigie, beige! I turisti che salivano alla Rocca, si fermavano sorpresi e divertiti a fotografare o a filmare quelle simpatiche pollastre.

Un pomeriggio, la sciura Cassotti mi disse che si, le galline facevano ridere e non erano belle, però erano speciali, perché nascondevano un tesoro… Erano galline dalle uova d’oro! Io, nella mia ingenuità d’infante, le credetti alla lettera, come credevo alle fiabe.

Curiosissima, un giorno le chiesi se mi faceva vedere un uovo d’oro, poiché non ne avevo mai visti. Lei, divertita, mi sorrise e disse: “Dopo, vieni su con me, che te ne farò vedere uno.”

Quando il campanile di San Pancrazio suonò le sei, la sciura Cassotti si alzò e chiamò le sue poie. Queste accorsero ubbidienti, si accovacciarono ai suoi piedi e si lasciarono prendere in braccio, senza agitarsi.

lo la seguii, tenendole la “scagnina”, su per le strette e buie scale, che non finivano mai. Alla fine, entrammo in una stanza che sembrava una piazza d’armi.

Da una finestrella, l’unica dell’abbaino, si vedeva di fronte la punta del campanile di San Pancrazio.

Pensai: “Come siamo in alto!”

La sciura Cassotti depose sul pavimento le sue gallinelle, che cominciarono a girellare per la stanza a loro agio, apri la “moscaröla” e tolse un cestinetto di ferro con dentro due uova. Le osservai e delusa le dissi: “Ma, signora Cassotti, sono normali, non sono d’oro!” Con un sorriso accattivante mi guardò e mi rispose: “Te ghét résù, ma per me valgono come l’oro, perché con due uova al giorno io vivo da regina”. Capii perfettamente.

Prima di scendere per tornare dalla nonna, la cara sciura Cassotti mi regalò un uovo, mettendomelo tra le mani. lo lo tenni con cautela, per non romperlo.

La ringraziai con calore, salutai Pinù, Bice e Carmelina, che si facevano i fatti loro, e scesi felice, adagio adagio, perché avevo tra le mani un tesoro.

OL PIPELET

Al numero 6 di via Rocca, in un fosco scantinato, miserevole e maleolente, senza alcuna finestra o pertugio, abitava “ol Pipelet”.

Era un vecchio dalla lunga barba bianca e bianchi capelli, il suo aspetto solenne e ieratico ricordava gli antichi eremiti. Era cieco, ormai, e la sua cecità, isolandolo dal mondo esterno, lo elevava a spirito inaccessibile e inattaccabile.

Non vedeva e non diceva una parola, stava muto, immobile e assorto in chissà quali pensieri. Certamente, dietro quegli occhi spenti, balenavano lumi di immagini vive e le sue labbra ora mute avevano un tempo sussurrato parole d’amore e di passione.

Nessuno sapeva nulla di lui, da dove venisse, come si chiamasse in realtà, quali sofferte esperienze avesse vissuto. A tutti sembrava fosse sempre esistito, come i vecchi muri delle case di Città Alta. Era il vecchio Pipelet.

Tutte le mattine, una donna che viveva con lui nel misero tugurio, non so se fosse la moglie o l’amica, una donna dall’aspetto sgraziato lo accompagnava a mendicare, tenendolo sotto braccio fino in Colle Aperto.

Metteva lo sgabello contro il portone della Cittadella, allora sempre chiuso, vi faceva sedere il vecchio Pipelet, gli dava in mano una fisarmonica a soffietto e lo lasciava li fino a mezzogiorno.

La donna, nell’attesa di andare a riprenderlo, si fermava dal Sergì, l’osteria in piazza San Pancrazio, e chiedeva ad ogni avventore “ü càles”, perché aveva sete.

Era un’alcolizzata, che per un bicchiere di vino sopportava i lazzi salaci e scurrili di uomini che si divertivano a farla bere per vederla ubriaca.

Il povero Pipelet, solo, in Colle Aperto, con il cappello per terra, cercava di attirare l’attenzione dei passanti suonando la sua fisarmonica.

Allargando e stringendo il soffietto, emetteva sempre le solite note stridenti: “frin, frin, frin”, sperando di sentire, prima o poi, il tintinnio di qualche monetina nel suo cappello vuoto. Altero e imperturbabile, non dava segni di stanchezza o noia, perché lui viveva altrove. Il Pipelet non era un barbone qualunque, era un asceta in ritiro spirituale, un santone che non si lamentava mai e nascondeva la sofferenza in un dignitoso e altero distacco.

Un giorno, scendendo da via Rocca per andare a comprare il pane dai Nessi, vidi la sagoma del Pipelet, tutto solo, che saliva a tentoni e con fatica la via, tastando il muro, per riconoscere il suo portone di casa.

Mi arrestai turbata per l’improvviso incontro e, dopo un attimo di esitazione, corsi verso di lui e gli chiesi: “Signor Pipelet, vuole che l’accompagni fino al portone?”

“Grazie, grazie”, sussurrò con un filo di voce, e mi afferrò la mano. Il suo portone non era molto distante, lo accompagnai fino alla soglia e gli feci fare il gradino.

Prima di staccarsi da me, mise l’altra mano nella tasca, tolse una monetina e la mise nella mia mano, ripetendo ancora: “Grazie, grazie”

Io, colta di sorpresa, non ebbi il tempo di rifiutare e gli risposi con un: “Buon giorno, grazie”.

Mentre camminavo, però, sentivo in me imbarazzo e vergogna e mi ripetevo: “Perché ho accettato quella monetina, magari l’unica che aveva ricevuto quel giorno?” Quella monetina mi bruciava tra le mani e nel cuore provavo un gran senso di colpa.

Il mattino seguente, senza dire nulla alla nonna, feci una corsa in Colle Aperto, dove trovai il Pipelet al suo solito posto.

Sollevata nel vederlo, mi misi davanti a lui, ascoltai un po’ la sua nenia sofferente e rimisi la monetina nel suo cappello.

Pipelet, 1948

Lo salutai, ma lui non mi rispose, però a me parve di intravvedere un sorriso sulle sue labbra. Ritornai a casa saltellante, con una piacevole sensazione di leggerezza e di liberazione.

L’anno seguente, quando ritornai in via Rocca, non rividi più il povero Pipelet e nessuno sapeva nulla di lui.

Era scomparso nel nulla, come un colpo di vento.

 

Anna Rosa Galbiati, “Acquarelli Bergamaschi” (Sistema Bibliotecario Urbano – Biblioteca circoscrizionale Gianandrea Gavazzeni, Piazza Mercato delle Scarpe – Città Alta).

Nota

Le immagini sono scelte da me.

Scorci di vita bergamasca ai tempi delle Muraine: un viaggio fra le porte daziarie all’alba del Novecento

Quando nel 1428 la Serenissima s’impossessò di Bergamo, i borghi che si erano allungati fino al piano erano già protetti da una cinta muraria, che  Venezia provvide a rafforzare e completare tra il 1430 e il 1435.

Tommaso Frizzoni, Bergamo vista da occidente, 1795. In primo piano, la muraglia che cingeva i Borghi, lambita esternamente dalla Roggia Serio (in origine Fossatum Communis Pergami), oggi in gran parte interrata

Erano le Muraine, una cortina fortificata con merlatura guelfa, scandita da pusterle e portelli dotati di ponti levatoi, torresini e fossato esterno, forse troppo fragile per garantire una sicura difesa ma certamente più che sufficiente per definire una cinta daziaria attraverso la quale Venezia impose un pesante balzello: su ogni merce, sui servizi, sui titoli di proprietà e sulle attività esercitate dentro quel fragile recinto.

Caselli daziari ovunque

Anche in tutto il territorio il Senato Veneto aveva disposto un sistema di riscossione collocando caselli presso tutti i ponti: sui fiumi Brembo, Serio, Oglio, Cherio e loro derivazioni, dove ogni persona che veniva nel distretto bergamasco doveva pagare in base alla provenienza, se a piedi o a cavallo, naturalmente eccetto coloro che avevano il lasciapassare del Papa, dei Cardinali, delI’Imperatore, dei Duchi, dei Baroni e di altri Principi, di quanti erano “privilegiati dal Serenissimo Dominio” e di chi portava “Biava sopra il mercato”.

Casa Bottagisi a Redivo (Valle Brembana): l’edificio è stato a lungo ritenuto sede della Dogana Veneta. C’era il “dacio della semination del Guado” (pianta erbacea), il “dacio della Gratarola” (compravendita di animali), il “dacio del Pizzamantello” (legumi), il “dacio de’ banditi” (banditi dal territorio)… (Ph A. Fumagalli)

Le colonne di Prato in città

In città, nel 1620, per tassare i partecipanti all’annuale “Fiera di S. Alessandro” i limiti di franchigia erano stati fissati ponendo due colonne marmoree (le “colonne di Prato”) all’imbocco della strada per S. Leonardo, dove rimasero fino alla notte fra il 3 e il 4 giugno del 1882, quando, ormai vecchie e malridotte, vennero rimosse alla chetichella.

La spesa per il loro restauro era stata preventivata in trecento lire del tempo, ma i reggitori della cosa pubblica, per insensibilità o per spilorceria, non ritennero che fosse il caso di aprire la borsa e in gran segreto le cedettero gratuitamente a un capomastro, il quale le smontò e se le portò via nottetempo, essendo stato consigliato di non procedere alla demolizione di giorno per non incontrare le resistenze dei cittadini.

All’indomani del misfatto, l’Eco di Bergamo commentava: “Quel buttarle giù di notte e portarle via alla chetichella ha del misterioso. Si direbbe che chi le abbatteva avesse coscienza di commettere una brutta azione e cercasse il velo delle tenebre. Perché una guerra così esiziale alle innocentissime colonne di Prato?”.

Il campo di Marte nel 1880 in una foto di Andrea Taramelli. Sullo sfondo, all’imbocco di via XX Settembre (di fronte all’attuale via Borfuro), le due colonne di “Prato”, che funsero da limite daziario fino al 1882, indicando il limite della zona franca della Fiera 

Un bel mattino, durante il carnevale del 1898 le due colonne ricomparvero al loro posto. I primi cittadini accorsi attoniti ed increduli non tardarono ad avvedersi che le colonne erano di cartapesta. Alla beffa corrispose il giorno stesso la diffusione di un foglietto stampato, recante una poesia dialettale anonima, scritta per la circostanza da Luigi Citerio, il quale ammoniva le autorità comunali al rispetto delle antichità:

Töt chèl ch’è  vècc me rispetàl!  e ‘ndo ‘l se tròa l’è méi lassàl. Oe del Cümü, per carità la ròba nosta lasséla stà!…” 

Le colonne di “Prato” all’imbocco dell’omonima contrada (oggi via XX Settembre). Costituivano un punto di riferimento per i cittadini ma”Furono demolite con grettezza inqualificabile, come scrisse Davide Cugini (Racc. Gaffuri)

Arrivano i Francesi: dalle porte ai cancelli, ma tutto è ancora tassato

Fatto sta che alla fine del Settecento arrivarono i Francesi e nel frattempo la Città Bassa era cresciuta. Per facilitare il transito dei carri nei punti di maggior passaggio, le anguste porte fortificate medioevali vennero sostituite da cancelli, sempre affiancati dai caselli del dazio: la vecchia muraglia difensiva era quindi rimasta in piedi come cinta daziaria, che ben conosciamo grazie al generoso bagaglio grafico e fotografico dell’epoca.

La porta daziaria di Santa Caterina e il ponte sul torrente Morla nella tempera del pittore Giuseppe Gaudenzi (serie di angoli e tipici edifici cittadini dipinti verso il 1895-1900)

Bergamo si trascinava con riluttanza nel retaggio degli antichi balzelli, che costringevano chiunque volesse valicare la barriera – dal cittadino comune al benestante – a sborsare denaro per tutto ciò che si portava con sé.

Tra Porta Broseta e Porta Osio (Racc. Gaffuri)

Nessuno poteva superarla senza dover sottostare al controllo dei dazieri, che stazionavano lungo i cancelli proprio laddove un tempo erano state le porte medioevali frugando ovunque: dal carico del carro alla sporta della massaia e con tanti saluti alla ‘privacy’. Pagava il dazio l’operaio per il salamino scovato nel fagotto sul braccio, la massaia per il cesto di verdura, il contadino per il sacco di patate.

Tra via Broseta e via S. Lazzaro (Racc. Gaffuri)

“Gente che con poca creanza e meno riguardi metteva le mani addosso a tutti e a tutte, ficcandole col loro ispido mostaccio nelle ceste, nelle gerle, nei bauli, nei cassetti del landò signorile, come in quelli dei calessi o sotto il sedile dei barocci, dentro le diligenze e sopra i carretti di legna o di vettovaglie”.

Via S. Lazzaro (Racc. Gaffuri)

“Con una verga di ferro sforacchiavano involti di biancheria, sacchi e ceste di ortaggi e balle di fieno o fascine di legna da ardere. Dispute, litigi, ingiurie, parolacce, frizzi, moccoli davano empito drammatico a quest’azione farsesca di fastidiosi controlli”.

Costoro (i Finanzini), riconoscibili per una speciale divisa, alloggiavano in un apposito corpo di guardia a lato delle porte, con il compito – tra l’altro – di chiudere i cancelli la sera (d’estate verso le 21 e d’inverno alle 18) e di riaprirli il mattino seguente dopo le otto.

La porta daziaria di Sant’Antonio verso Borgo Palazzo, nella tempera del pittore G. Gaudenzi

Nei pressi delle porte esistevano diverse locande con stalli, proprio per ospitare gli inevitabili “ritardatari”: curiosando nei vecchi cortili di Borgo Palazzo o appena fuori Borgo San Leonardo, si possono ancora rintracciare gli antichi stalli, con tanto di anelli d’ancoraggio fissati alle pareti per assicurare i cavalli alla cavezza.

Prima metà dell’Ottocento: arrivano gli Austriaci e Bergamo è in odore di modernità

Nel 1837, con notevole lungimiranza e volendo creare un ingresso monumentale e nobile alla città degli affari, gli austriaci avevano aperto la barriera di Porta Nuova, assegnando ai propilei la funzione di caselli del dazio, con indubbio vantaggio economico, viabilistico e di decoro.

Nell’anno successivo si era tracciata la Strada Ferdinandea, la moderna arteria che da Porta Nuova si collegava a Città Alta attraverso l’odierno viale Vittorio Emanuele e la porta di Sant’Agostino.

La barriera di Porta Nuova.  La ripresa è stata effettuata tra il 1890 e il 1901: è posteriore al 1890 perché sono visibili i binari del tram ed è giunta l’energia elettrica a sostituire i lampioni a gas. Non va oltre il 1901 poiché esistono ancora i cancelli daziari (Raccolta D. Lucchetti)

A questa felice scelta era seguita la costruzione della stazione ferroviaria (1857), in perfetto asse con la Ferdinandea, verso la quale venne prolungato il nuovo viale.

I propilei di Porta Nuova e la chiesa delle Grazie, allo “start” della Strada Ferdinandea

Lungo l’arteria che rappresentava il prorompere della modernità e ormai proiettata nel nuovo secolo, Bergamo aveva così realizzato il cardine fondamentale su cui avrebbe impostato la città futura. Ma, a tale scopo, c’era ancora qualche ostacolo da superare.

Porta Nuova ai tempi del dazio in una ripresa anteriore al 1887 (datazione dedotta dalla presenza dei lampioni a gas e la mancanza dei binari del tram) (Raccolta D. Lucchetti)

Le Muraine sul finire dell’Ottocento: un ostacolo allo sviluppo della città

Dopo l’unità d’Italia, superate le inevitabili difficoltà del passaggio tra l’amministrazione austro-ungarica e quella del nuovo stato, Bergamo stava registrando una notevole crescita economica, con le sedi delle istituzioni pubbliche ormai scivolate dalla città sul colle al piano, al quale i bergamaschi guardavano per il futuro della città.

Città Alta prima della realizzazione della funicolare. L’isolamento del vecchio nucleo sul colle non si è arrestato nemmeno dopo la sua costruzione; le cattive condizioni igienico-sanitarie degli edifici indussero a provvedere attraverso un piano di risanamento, affrontato a più riprese (Racc. Gaffuri)

In quell’ultimo scorcio dell’Ottocento, cresceva vertiginosamente una diffusa voglia di modernità: Bergamo doveva crescere e lo spazio ideale era giù in basso, dove i primi urbanisti cominciavano a studiare strade e nuovi quartieri per mettere ordine tra i borghi.

La porta daziaria di via Cologno, ora G. Quarenghi, nella tempera del pittore G. Gaudenzi

Restavano tuttavia due grosse questioni da risolvere: quella del complesso semi-abbandonato della Fiera, di cui ancora non si sapeva cosa fare (e la felice soluzione arriverà più tardi, utilizzandone lo spazio per il nuovo centro), e quella delle Muraine, una specie di camicia di forza che rinserrava i borghi e ostacolava i commerci.

Gli storici edifici della vecchia Fiera

 

Una fase della demolizione degli edifici dell'antica Fiera - poco dopo la Grande Guerra - per far spazio al nuovo centro di Città Bassa progettato dall'architetto romano Marcello Piacentini. Nel lungo periodo della demolizione, non mancavano mai i curiosi
Una fase della demolizione della Fiera nel 1920 per far spazio al nuovo centro di Città Bassa progettato dall’architetto romano Marcello Piacentini. Nel lungo periodo della demolizione, non mancavano mai i curiosi

Immaginatevi la città stretta entro una cinta che non andava oltre Porta Nuova e che finiva da un lato all’inizio di Borgo Santa Caterina e dall’altro all’incrocio di via Broseta con via Palma il Vecchio. Un perimetro angusto, segnato materialmente da un vecchio muro lungo il quale le aperture dei cancelli erano poco più di una dozzina, costringendo chi la valicava a pagare anche solo per la sporta del pane.

E si capisce come Bergamo, città tipicamente mercantile, si sentisse stretta dentro l’antica cerchia.

Le case della ricca borghesia mercantile sorte tra Otto e Novecento lungo via Torquato Tasso

Lungo il recinto i cancelli sbarravano tutti gli sbocchi verso l’esterno: via Broseta, via Osio, Cologno, S. Bernardino, Porta S. Antonio, Borgo S. Tomaso, via Tre Armi, perfino il lungo e solitario budello del vicolo Lapacano.

Anche Porta Nuova era sbarrata da lunghi e grossolani cancelli, sebbene gli austriaci avessero già fatto demolire l’angusto portello pedonale delle Grazie, facilitando con ciò il transito dei carri e, di conseguenza, gli scambi.

G. Rudelli, il Portello delle Grazie al Convento di S. Maria delle Grazie (demolito nel 1829) con la torretta di sorveglianza e il ponte sulla Roggia Serio, osservati dal Prato di S. Alessandro

Fuori la cerchia delle Muraine i carri con le merci seguivano una sorta di circonvallazione lungo un percorso, consolidatosi col tempo, che ricalcava fedelmente il perimetro dell’antico muro: via Palma il Vecchio – via Previtali – via don Palazzolo – via Tiraboschi – via Camozzi – via Frizzoni – via Cesare Battisti: in fin dei conti seguito ancora oggi.

Ma il transito dei carri verso l’interno della città era perennemente ostacolato dalle anguste strade dei borghi e dall’esiguo numero dei caselli che ostruivano, impacciavano e infastidivano la circolazione, irretivano tutta la città quasi fosse un grande reclusorio di delinquenti pericolosi:

“Chi non li ha visti, quei cancelli, non può farsi un’idea della loro arcigna fisionomia ostile. Anche a esservi abituati, incutevano timore e fastidio” (1).

La porta daziaria di via San Bernardino, nella tempera del pittore G. Gaudenzi

E mentre i tram contribuivano a togliere dall’isolamento le periferie e sul colle di San Vigilio stava per nascere un quartiere-giardino, già si intravedevano i vantaggi edilizi che l’abbattimento delle Muraine avrebbe comportato nella città bassa, dove i nuovi ricchi pregustavano le eleganti villette proposte da un’immobiliare nel quartiere di S. Lucia .

Via al Paradiso, oggi S. Lucia, nel nuovo, omonimo quartiere (inizi Novecento)

C’era una gran fame di spazio, di nuove aree per costruire e per tracciare strade e quasi ci si esaltava per la fine del vecchio.

Il quartiere di S. Lucia con i nuovi villini all’inizio del Novecento

Giù le Muraine!

Fu dunque a furor di popolo che Bergamo decretò l’abbattimento della secolare cerchia di mura attorno ai borghi, sacrificata, quasi simbolicamente, al passaggio tra l’Otto e il Novecento.

Alle voci isolate – “Aboliamo la cinta daziaria. Demoliamo le Muraine. Abbasso il Medioevo!” – nell’ultimo decennio dell’Ottocento era subentrato un vero e proprio coro. I primi a tuonare contro dazio e vecchie mura erano stati i commercianti, estenuati dai continui controlli e dai balzelli, e con voto unanime dell’intera amministrazione allo scoccar del 1900 venne finalmente ABOLITO IL DAZIO per la Città di Bergamo.

Era allora sindaco il conte Gianforte Suardi, che, come deputato votò le indennità parlamentari per non impedire la partecipazione al governo delle classi popolari; e votò pure per il suffragio universale, vantandosene in un pubblico comizio. E se a Bergamo e in Bergamasca la pellagra fu finalmente debellata, fu merito anche suo come presidente per vent’anni della Commissione antipellagrologica. E fu lui, oltrettutto, ad avere la prima idea del nuovo centro di Bergamo (2).

I nostri predecessori salutarono con comprensibile gioia ed entusiasmo l’apertura dei cancelli delle porte, e con essa la riconquistata libertà di movimento dentro e fuori i Borghi. Bergamo poteva finalmente proclamarsi “città aperta” e quasi non sembrò vero ai cittadini di poter superare i propilei di Porta Nuova senza dover sottostare a nessun controllo.

L’abbattimento delle Muraine fu ufficialmente festeggiato nella notte fra il 31 dicembre 1900 e il 1° gennaio 1901, salutando il nuovo secolo con molte iniziative che coinvolsero tutta la città, dove botti di bottiglie stappate non si contavano.

Le cronache raccontano che sul Sentierone, dalle 23 a mezzanotte vi fu un concerto della banda Donizetti e poi un corteo sonoro lungo via XX Settembre fino a Piazza Pontida dove si tenne un concerto della banda San Giuseppe, seguito da un corteo sonoro fino ai vecchi caselli.
In Piazza Vecchia e per le vie di Città Alta vi fu un concerto della banda di Stezzano e dopo l’una, un po’ ovunque l’esibizione della Fanfara Garibaldi. Ma non solo: nei giardini pubblici, a mezzanotte vi furono fuochi d’artificio.

Come fu deciso di abolire la barriera daziaria, sembrò che Bergamo volesse cancellare ogni traccia dell’antico muro che ricordava il medioevo; così i nostri avi, travolti dall’entusiasmo, in quella fatidica notte di Capodanno del 1901 presero a demolire cancelli e portelli.
Per un certo periodo i cancelli rimasero spalancati, poi anch’essi vennero rimossi.

La città che si rinnova: demolizione di vecchie case in via Cologno (Racc. Gaffuri)

 

La città che si rinnova: demolizione di vecchie case in via Cologno (Racc. Gaffuri)

In seguito vennero coperte tutte le rogge che scorrevano davanti alle Muraine: nel 1930 circa, la roggia del fiume Serio, tra la torre del Galgario e la Porta S. Antonio. E le due vie (dentro e fuori le Muraine) formarono una sola carreggiata. Infine nel 1963 fu coperto anche il torrente Morla, da S. Caterina al largo del Galgario.

1916: la Roggia Serio nell’attuale via Frizzoni (allora via Pitentino), alla curva presso la torre del Galgario, lungo la Strada di Circonvallazione. Proprio a quest’altezza, il torrente Morla dava il cambio alla Roggia Serio, il canale che ricalcava il confine segnato in età comunale con il “Fossatum communis Pergami”, segnando a lungo il limite estremo della difesa sul margine esterno della cinta muraria e sulle vie principali che conducevano  al di fuori

Sparirono così, sotto i colpi di mazze e picconi, chilometri di muro, e con esso le piccole torri che scandivano a intervalli regolari il suo lungo perimetro.

La cappelletta dedicata ai morti della peste in Via Palma il Vecchio, al momento della demolizione delle Muraine

Per celebrare la fine della barriera daziaria venne anche data alle stampe una cartolina con la città vista da Porta Nuova e rappresentata tra una simbolica catena spezzata. Una cartolina “disegnata” senza problemi; problemi che invece dovettero affrontare gli editori di cartoline fotografiche”…

Quasi certamente questa cartolina fu spedita il giorno stesso della sua emissione (annullo postale del 2-1-1901). Chiaramente simbolica la catena spezzata; come se l’eliminazione dei cancelli avesse abolito il dazio…” (Domenico Lucchetti “Bergamo nelle vecchie cartoline)

“.. Per commemorare il lieto evento si voleva promuovere anche una cartolina fotografica con Bergamo priva dei cancelli daziari rimasti al loro posto ancora per un po’. Che fare? Risolse il problema, con uno stratagemma fotografico, l’editore milanese Fotocromo, mostrando il consueto acume commerciale dei ‘cartolinisti’. Si prese una precedente cartolina (sempre con Bergamo vista da Porta Nuova) della casa editrice bergamasca Libreria Tacchi (non sappiamo se compiacente o meno) e si eliminarono i cancelli con un ritocco abbastanza abile; e la cartolina ebbe successo, tanto che circolò per parecchi anni” (3).

“(annullo postale del 20-12-1899). Fototipia. Questa bella veduta di Porta Nuova fu liberamente usata da diversi editori. Uno di questi, Daniele Legrenzi, giunse persino a farne un’edizione senza cancelli daziari (previo abile ritocco) quando questi furono eliminati il 31-12-1900” (D. Lucchetti – “Bergamo nelle vecchie cartoline”)

Altre cartoline documentarono il procedere delle demolizioni, di cui era stata incaricata la Cooperativa lavoranti muratori.

Il rimpianto per quanto non c’è più

Della cinta murata medievale delle Muraine non restano oggi che pochi tratti, come in via Camozzi e in via Lapacano, mentre altri furono inglobati edifici e ogni tanto, quando ci sono dei lavori, se ne trovano le tracce.

Un tratto di Muraine in via Tiraboschi (cerchiato in nero), lambite dalla roggia Serio; vennero atterrate nel corso degli anni ’60 quando la roggia fu interrata. Nella mappa del 1816 del Manzini il tratto in questione si nota chiaramente

 

Scorcio di via Tiraboschi, affiancata dalla Roggia Serio (Raccolta D. Lucchetti, Museo delle Storie di Bergamo)

E’ dunque difficile immaginare come poteva essere la Bergamo Bassa murata e turrita poco più di un secolo fa, e ancor di più immaginare l’insieme delle due città – alta e bassa – protette da un antico perimetro murario.

La municipalità decise invece di risparmiare una delle due torri rotonde del circuito, quella del Galgario, che si distingueva dalle altre torrette anche per la sua mole: è ancora lì, con il gran traffico che le passa accanto.

Il ricordo più vistoso che resta delle Muraine è la torre del Galgario, l’unica delle due torri  tonde sopravvissuta allo scempio dell’abbattimento. A fianco della torre, usata per sostenere un curioso traliccio per i cavi dell’energia elettrica, un pezzo dell’antico muro sta sparendo sotto il piccone

Ancora a distanza di mezzo secolo l’ingegner Luigi Angelini deplorava l’abbattimento totale delle Muraine definendolo un “misfatto”, così come Umberto Zanetti definì quella demolizione “improvvida e vandalica”: “Non sempre i patres conscripti hanno amato i monumenti della loro terra, non sempre sono stati consci della responsabilità che potevano assumere innanzi alla storia della loro città. Vandalismo inutile quello dell’abbattimento delle Muraine”.

Nel boschetto alle spalle del monumento a Gaetano Donizetti è sopravvissuta una porzione delle antiche Muraine

Ma è quanto avvenne anche nelle altre città lombarde: a Milano, a Brescia, a Como, a Cremona, anche se fu Bergamo la prima in assoluto ad abbattere pressoché completamente la frontiera tra extra muros e la città (l’ultimo tratto delle Muraine fu demolito solo nella seconda metà del febbraio del 1901 e al Lapacano i lavori erano ancora in corso sul finire dell’anno).

I portici dell’antica Piazza della Legna

Il Comune, con il senso di parsimonia tipico del tempo, deliberò di fare buon uso delle pietre squadrate che si allineavano a mucchi lungo il tracciato delle Muraine, destinandole alla costruzione del muro di cinta del nuovo Cimitero monumentale.

Borgo Santa Caterina nel 1920. Qui si trovavano le trattorie delle Tre Corone, dell’Angelo, del Gambero e della Scopa. Luigi Angelini (nato in questo Borgo) ricordò che una sera, rientrando con i genitori da uno spettacolo circense di Piazza Baroni, avendo trovato chiusi i cancelli daziari dovette passare eccezionalmente dalla casa dei dazieri

Abbattute le secolari mura che dividevano materialmente, economicamente e moralmente la città, si era presentata come un’assoluta necessità studiare un coordinamento generale dell’espansione cittadina. Fu perciò definito un sistema stradale concentrico (anello di via Verdi, via Camozzi, via Mai), che alla fine del Novecento era ancora sostanzialmente immutato.

IL CIRCUITO DELLE MURAINE

La cinta daziaria correva lungo il perimetro delle Muraine che circondavano i Borghi. La bassa muraglia si raccordava alle mura di Città Alta (dapprima a quelle medievali ed in seguito a quelle veneziane) nei pressi  di Porta Sant’Agostino da un lato e di Porta San Giacomo dall’altro.

Pietro Ronzoni, Complesso di Sant’Agostino: veduta meridionale dal Baluardo di San Michele, 1837 (Milano, Quadreria dell’800): le Muraine si innestavano all’altezza dell’attuale Parco di S. Agostino correndo parallele alla Noca e piegando al termine di via S. Tomaso

Partendo dal Parco di S. Agostino la muraglia scendeva in direzione dell’Accademia Carrara racchiudendo Borgo San Tomaso fin verso il ponte di Borgo Santa Caterina, che ne rimaneva escluso, diviso dalle acque della Morla.

Da lì, seguendo il corso del torrente giungeva alla torre del Galgario, dove la Morla dava il cambio alla roggia Serio fiancheggiando la muraglia per tutto il rettilineo che, oltrepassato il portello del Raso lungo l’attuale via Camozzi, Porta Nuova e via Tiraboschi, piegava per via Palazzolo profilando il limite meridionale del borgo di San Leonardo, a sud delle vie Quarenghi, San Bernardino, Moroni e Broseta.

La cinta daziaria delle Muraine raffigurata in in una mappa del 1901, costeggiate da una Strada cosiddetta di Circonvallazione, e lambite esternamente dalla roggia

Da via Broseta la cinta risaliva fino al vicolo Lapacano – di cui seguiva il tracciato -,  salendo gradualmente per ricongiungersi con le mura sotto San Giacomo al Paesetto, al termine di via Tre Armi.

La cortina delle Muraine del Lapacano nel 1884, in una incredibile e rara testimonianza lasciataci dal fotografo Cesare Bizioli. La cortina muraria del Lapacano collegava Porta Broseta alla torre tonda del Cavettone, dove  la roggia Serio si univa alla roggia Curna che proseguiva verso l’ospedale per mezzo di un canale, parallelo alle mura, in luogo dell’attuale via Nullo (Patrimonio Lucchetti-Museo delle Storie di Bergamo – Ph rielaborata da Gianni Gelmini nel suo prezioso lavoro dedicato alle Muraine)

 

Antica via Lapacano sul colle, dove il toponimo è scomparso. Nella piana è ancora visibile un tratto superstite delle mura del Lapacano dove, nonostante le ferite inferte anche in epoca recente, quattro merlature ricostruite campeggiano uno accanto all’altra, mentre lo spessore delle mura è evidente grazie alle feritorie da balestra che si affacciano sulla strada

IN VIAGGIO FRA LE PORTE DAZIARIE

Borgo Santa Caterina: il borgo resta fuori 

Attraverso la porta di Santa Caterina si accedeva direttamente al borgo, escluso dalle Muraine, che seguivano in questo tratto il corso del torrente Morla.

Il Ponte di Borgo S. Caterina nell’Ottocento con l’omonima porta e il casello daziario, di notevoli dimensioni data l’importanza della porta. L’immagine riprende gli edifici di via San Tomaso, con in testa l’alloggio del comandante delle guardie daziarie. Sulla parete di destra un manifesto  annuncia uno spettacolo di burattini con Gioppino, da tenersi in via Pignolo

La cinta daziaria, questione di tasse a parte, era causa di non pochi inconvenienti per i cittadini. Borgo Santa Caterina, per quanto molto popoloso, non era mai stato compreso entro la cerchia delle Muraine.
In epoca medievale alcune torri ne difendevano gli accessi dalla campagna (al Maglio del Rame c’era una stongarda), ma non godeva della sicurezza rappresentata dalle mura.

La barriera daziaria di Porta Santa Caterina (già borgo di Plorzano). Il luogo è angusto ma vi passava il tram a cavalli (non c’è ancora la linea aerea di quello elettrico) che, dopo una stretta curva si dirigeva verso Borgo Santa Caterina (foto Rodolfo Masperi) – (Raccolta Lucchetti)

All’epoca del dazio ciò aveva i suoi vantaggi perché il borgo poteva commerciare con le valli senza tante limitazioni, ma la prospettiva cambiava quando calava la notte e gli agenti daziari, non effettuando più nessun controllo, sbarravano i pochi varchi. Bastava un’urgenza, la richiesta di un medico o un incendio: non si poteva passare dalla città al borgo se non dopo aver rintracciato l’agente del dazio per fargli aprire il cancello.

Il vecchio ponte di S. Caterina e l’imbocco di via San Tomaso (Racc. Gaffuri)

Nell’immagine seguente, le Muraine sono state abbattute e via Baioni ha guadagnato in spazio, ricavando notevoli vantaggi per il traffico con la Valle Brembana.

Se l’edificio d’angolo tra via C. Battisti e San Tomaso non è mutato, quello sull’altro lato è stato rimodernato. Al di là del ponte, la Morla è ancora scoperta, segno che non è iniziata la realizzazione di viale Giulio Cesare (in origine dedicato alla regina Margherita), che conduce allo stadio.

Il Ponte di Borgo S. Caterina a fine anni ’20, inizio anni ’30: il cancello daziario e gli edifici annessi sono già stati demoliti ed è anche scomparso il ponte di vecchie pietre sopra la Morla, ora scavalcata da un ponte in cemento (ma sono visibili gli archi del vecchio ponte), sul quale sta transitando il tram. Nel 1963 fu coperta anche la Morla, da S. Caterina al largo del Galgario

Il tracciato delle Muraine seguiva l’andamento del muro che delimitava l’alveo del torrente dal lato di via Cesare Battisti.

Il nuovo ponte di S. Caterina sovrasta le arcate del ponte antico

Il massiccio muro verso la Morla serviva per proteggere le abitazioni dalle piene del torrente, causa frequente di notevoli danni.

La torre del Galgario: la torretta evitò il piccone

La torre del Galgario, l’unica sopravvissuta delle due torri rotonde delle Muraine (l’altra era quella del Cavettone, a nord del Lapacano), rischiò l’abbattimento ben due volte: la seconda negli anni Quaranta, perché si sosteneva che la sua mole ostacolasse il traffico.

Davanti alla torre scorre la roggia Serio, alimentata dalle acque del fiume Serio con una presa situata ad Albino. Le Muraine sono già state demolite. A destra, l’antica muraglia proseguiva verso la porta di borgo S. Caterina, seguendo in questo tratto il corso del torrente Morla

Il 28 febbraio 1949, dalle colonne del “Giornale del Popolo”, l’architetto Pino Pizzigoni ammoniva a non commettere l’ennesimo delitto urbanistico. Sottolineava in particolare che la torre è l’unico ricordo storico della prima cinta esterna medioevale della città, più vecchia quindi delle Mura veneziane, e che fosse di per sé un elemento di decoro cittadino. Fortunatamente l’appello fu accolto.

Porta S. Antonio: e Borgo Palazzo resta fuori

Porta S. Antonio, situata all’altezza dell’imbocco dell’attuale via Pignolo bassa (Raccolta Lucchetti)

Alla porta di S. Caterina seguiva la porta di Sant’Antonio, chiamata anche Porta del Mercato. Fu innalzata dove iniziava il borgo che più tardi prese il nome di Pignolo, a pochi passi dall’antica chiesetta di Sant’Antonio in Foris, posta all’inizio di Borgo Palazzo:  un borgo, quest’ultimo, esterno alle Muraine, ma importante luogo di transito e via di comunicazione con la città, lungo la via per Seriate diretta a Brescia e a Venezia.

Porta S. Antonio, all’imbocco dell’attuale via Pignolo bassa

Ai tempi della Serenissima, l’ingresso in città del nuovo Podestà avveniva proprio lungo questa arteria; il Capitano di Bergamo stava ad aspettarlo sul ponte della Morla in Borgo Palazzo, tutto imbandierato, adorno di drappi e festoni come le case di tutto il borgo. I due personaggi e il loro seguito, compresi i due trombettieri, sfilavano in abiti sgargianti tra le quinte di colori vivaci e i saluti della folla, avviandosi verso Città Alta che era il cuore politico e amministrativo di tutto il territorio.

Ancora Porta S. Antonio in versione colorata

Nel budello di Borgo Palazzo, nascosti nei grandi spazi interni ci sono ancora i cortili e i magazzini che  erano serviti per gli stalli, per gli alloggi, per depositare la merce destinata alla città o che da Bergamo doveva essere trasportata a Venezia. All’epoca della dominazione di quest’ultima, la dogana era ubicata addirittura nel Borgo di S. Antonio. Tutte le merci prodotte in Valle Brembana e Seriana e dirette verso Venezia, vi facevano capo: nella parte del Borgo più prossima alla città, esercitavano l’attività “diversi mercadanti di panni”; la parte più esterna, ossia “Borgo Palazo”, era abitata invece “da conduttori, cavallanti, ed da altre sì fatte zente”, scriveva il Capitano Pizzamanno nel 1560.

Porta S. Antonio. A lato si vede la roggia

Il commercio era situato dentro all’abitato; chi esercitava il trasporto si collocava invece più all’esterno, dove poteva tenere le stalle, le tettoie per i carri, le fucine per riparare i veicoli, i maniscalchi. L’andirivieni di viaggiatori, di commercianti, di “conduttori e cavallanti”, non poteva non concentrare nel borgo osterie e trattorie con alloggio e stallo.

Com’era invece la zona intorno agli anni ’50: tra il 1919 e il 1955 l’edificio sulla destra era stato adibito a Dormitorio pubblico e in seguito impiegato come “Asilo degli Ebbri”, cioè ricovero per gli amanti di Bacco, i quali, dopo essere stati raccolti per le vie della città dalle forze dell’ordine, venivano messi a letto dopo una doccia gelata. I nuovi edifici di quest’area, tra cui il supermercato PAM, sorsero dopo il 1967

Largo di Porta Nuova: via anche l’ultima traccia

I cancelli di Porta Nuova (Raccolta Lucchetti)

La scomparsa dell’antico muro fu determinante per le sorti dell’attuale via Camozzi. Quando venne scattata la fotografia che segue, si chiamava ancora via di Circonvallazione insieme alle vie Tiraboschi e Frizzoni, e ai tempi delle Muraine assorbiva il traffico di carri che si snodava al di fuori della barriera daziaria.

Poi quest’ultima fu abolita e la città cominciò ad impossessarsi degli spazi che si rendevano liberi. E così la via Camozzi, da strada periferica assunse a poco a poco le caratteristiche di una via cittadina, svolgendo un ruolo sempre più importante per lo sviluppo urbanistico del futuro centro.

La svolta decisiva avvenne con la copertura della roggia, che cancellò anche le ultime tracce della presenza delle mura: è evidente che i lavori siano stati portati a termine da poco, tanto che non si è ancora realizzato il nuovo fondo stradale.
I pali di legno della linea elettrica, collocati un tempo lungo la sponda della roggia, segnano il percorso del canale, ormai invisibile.

Il traffico lungo la via Camozzi, carretti a parte, è inesistente. Ma tra non molto vi transiteranno i tram per Borgo Palazzo, il cimitero e Seriate. Nel 1933 vi saranno collocati i binari tolti dal percorso via XX Settembre-via Tasso.

Si lavora alla sistemazione del largo di Porta Nuova. Si sta anche togliendo il traliccio di ferro

Nello stesso punto della fotografia, non molti anni dopo sarà collocata la fontana progettata dall’arch. Bergonzo (la “Zuccheriera”), poi spostata verso la sede del Credito Bergamasco.

Largo Porta Nuova con la “Zuccheriera” progettata da Bergonzo. In Via Tiraboschi si nota sulla destra una porzione dell’antica muraglia demolita entro il 1950

Il portello di via Zambonate: la città ci stava stretta

Il portello di via Zambonate era in origine una stretta apertura nelle Muraine e vi transitavano solo i passanti: fu poi ampliato per esigenze di traffico.
Era all’inizio della strada dal lato verso la via Tiraboschi (tra ‘800 e primi ‘900 via Circonvallazione), oggi quasi all’altezza dei grandi magazzini Coin.

I due piccoli edifici ai lati del cancello servivano alle guardie daziarie per ripararsi dalla pioggia durante la notte.

Il portello di Zambonate. Nel cancello, spalancato solo per il transito dei carri è aperto un passaggio per i pedoni, che venivano controllati dagli agenti del dazio

Dal portello di Zambonate le Muraine si allungavano a comprendere la grande appendice di Borgo S. Leonardo, con al centro il crocicchio di Piazza Pontida, ovvero le “Cinque Vie” che si diramano rispettivamente per via Quarenghi (verso la porta Cologno e quindi verso Crema e Cremona); la via S. Bernardino (verso la porta Colognola e quindi verso Treviglio); via Moroni (verso la porta Osio e quindi Milano); via Broseta (verso la porta Broseta e quindi Lecco e Como).

Un tratto delle “Cinque Vie” in borgo S. Leonardo, il “cuore pulsante” della città, in direzione, a sinistra, di porta S. Bernardino e, a destra, di porta Osio (attuale via Moroni)

E, dunque, da Porta Cologno (a sud di via Quarenghi alta)….

Porta Cologno, all’incrocio tra via Quarenghi e via Palazzolo, sulla strada per Crema e Cremona (Raccolta Lucchetti)

…le Muraine si dirigevano verso Porta S. Bernardino

Porta S Bernardino, all’incrocio tra via San Bernardino e via Previtali, sulla strada per Treviglio (Raccolta Lucchetti)

 

Porta S Bernardino

…per approdare a Porta Osio, dove Napoleone non arrivò:

Osserviamola: il casello di sinistra di porta Osio è stato sottoposto a restauro; le sue dimensioni sono immutate ed è oggi è ancora riconoscibile anche se è stato sopraelevato e trasformato in una abitazione con più appartamenti.

Porta Osio (sulla strada per Milano), all’incrocio tra via Moroni e via Palma il Vecchio

Al centro del varco, in linea con l’asta centrale del cancello, un daziere posa con il folto gruppo dei presenti, tra i quali si notano anche alcuni ciclisti.

A Porta Osio si sta costruendo un telaio da coprire con teli e festoni, forse per qualche festività (Raccolta Lucchetti)

La città si stava preparando per ricevere Napoleone. Dopo l’arrivo delle sue truppe il 25 dicembre del 1796, la cacciata dei veneziani pochi mesi più tardi e la fine dell’antico regime di San Marco con l’insediamento della nuova municipalità, Bergamo aspettava il condottiero, che se ne stava nel capoluogo lombardo e di cui era stato annunciato il viaggio attraverso la Bergamasca.
Sarebbe dovuto arrivare per la strada di Milano: l’augusto ospite e la sua scorta sarebbero stati attesi all’ingresso della città, allora rappresentato da porta Osio (all’incrocio tra via Moroni e via Palma il Vecchio).

“La diligenza per Milano a Porta Osio”, ovvero Il casello daziario di Porta Osio in un dipinto (1830) di Costantino Rosa. In età napoleonica le porte furono sostituite da cancelli affiancati dai caselli del dazio

In vista dell’arrivo di Napoleone fu dato incarico all’insigne architetto Giacomo Quarenghi di realizzare un arco di trionfo e si pensò anche di trasformare la porta.

Il progetto (affidato all’architetto Giacomo Quarenghi, dell’arco di trionfo da erigersi in porta Osio, la cui costruzione era prevista per l’arrivo imminente a Bergamo di Napoleone Bonaparte. Progetto che non fu  realizzato

Napoleone poi rinunciò a venire: dell’arco furono gettate solo le fondamenta, in quanto alla porta, l’idea non ebbe seguito.

Gli edifici attigui a Porta Osio con il fabbricato semicircolare ancora esistente

Porta Broseta: la seggiola del daziere

All’altezza dell’incrocio con le vie Nullo e Palma il Vecchio, Porta Broseta nell’Ottocento, sulla strada per Lecco e Como (Raccolta Lucchetti)

Le due costruzioni dei caselli del dazio sono scomparse da tempo. Sul lato destro di via Broseta (per chi guarda) recentemente è stato abbattuto un edificio, sostituito da uno dal disegno molto moderno e che vuole forse, richiamare l’antica barriera.

Dovevano essere personaggi discreti gli agenti del dazio di guardia alle porte cittadine. Nelle fotografie che si conoscono, compaiono ben di rado.
E pensare che sono immediatamente riconoscibili: giubba con bottoni dorati, berretto con visiera, cappottone fino ai piedi per gli ufficiali (ma pantaloni regolarmente stazzonati).

Porta Broseta

Ci piace però immaginare che la seggiola che appare accanto al pilastro del cancello di Porta Broseta sia quella del gabelliere, usata per un po’ di riposo nei noiosi turni di servizio.
Lui, dopo il voto del consiglio comunale che ha detto “basta con le gabelle”, se ne è andato. La sedia è rimasta.

Fuori porta Broseta compare, come per la barriera di Porta Nuova, il banco di un ambulante. Ma la foto è confusa e non consente di capire che cosa vende: sono sacchi di castagne?

La porta di via Tre Armi: fin sotto le mura venete

Da Porta Broseta, la muraglia si dirigeva verso il vicolo Lapacano e da lì risaliva verso l’alta città, andando a ricongiungersi alle mura del Paesetto sotto Porta San Giacomo, dove si conclude il nostro viaggio.

Al Paesetto, tra via Tre Armi e la salita dell’attuale via Sant’Alessandro

Ed eccoli gli agenti del dazio, distinguibili per la giubba con i bottoni dorati, berretto con visiera e, per gli ufficiali, il lungo cappotto che arrivava ai piedi.

La foto (1895) mostra l’ultimo varco nella muraglia: la porta daziaria di via Tre Armi al Paesetto presso porta S. Giacomo (Raccolta Lucchetti)

 

Accanto alla porta daziaria di via Tre Armi al Paesetto, s’innesca la rampa che conduce a Porta S. Giacomo (Raccolta Lucchetti)

L’assemblaggio delle due immagini precedenti dà l’idea dell’esatta ubicazione della Porta di via Tre Armi: il piccolo edificio all’inizio della rampa di porta San Giacomo era la casa del capo delle guardie daziarie; abbandonato da tempo, è stato recentemente trasformato in una caratteristica abitazione.

La Porta daziaria di via Tre Armi, affiancata dalla casa del capo delle guardie daziarie (Raccolta Lucchetti)

Da via Tre Armi passavano gli ortolani che portavano in città gli ortaggi coltivati negli orti attorno a Borgo Canale e sotto le mura, lungo le scalette del Paradiso e di Santa Lucia. Ma alle nove di sera, quando si chiudevano i pesanti portoni e i finanzieri montavano la guardia, anche in via Tre Armi così come in via Noca, con la complicità delle notti buie senza luna dalle mura fronteggianti venivano calate lunghe corde per issare sacchi e cesti ricolmi di commestibili, che grazie al cielo giungevano a destinazione “de sfross” – di frodo – gabbando con gran soddisfazione le ignare. sonnacchiose guardie del dazio.

Le“Mura del Lapacano” a margine delle case di S. Alessandro, ritraggono le case del “Paesetto”, ai piedi di Porta S. Giacomo (foto Cesare Bizioli 1885 – Raccolta Lucchetti)

 

Note

(1) Carlo Traini, “Pagine al vento”, dattiloscritto conservato presso la Civica Biblioteca di Bergamo.

(2) Alfonso Vajana, Uomini di Bergamo, in “Il Novecento a Bergamo – Cronache di un secolo”, 2013, Utet.

(3) Domenico Lucchetti, “Bergamo nelle vecchie cartoline”.

Riferimenti

Bergamo e la bergamasca nelle immagini tra Ottocento e Novecento. Supplemento a L’Eco di Bergamo corredato da 24 fascicoli. A cura di Pino Capellini (anno non indicato).

Pilade Frattini e Renato Ravanelli, “Il Novecento a Bergamo”, 2013, Utet.
Domenico Lucchetti, “Le porte daziarie”, in “Bergamo nelle vecchie fotografie”.

Pino Capellini, La ‘barriera doganale’ del ‘400 bloccava lo sviluppo della città di Bergamo” – L’Eco di Bergamo, 12-1-2004.

L’ex monastero di Sant’Agata ieri e oggi e gli affreschi ritrovati nelle sale del Circolino

Reportage fotografico di Evelina Lorenzi

Camminando lungo l’antico decumano romano ricalcato dal budello di via Colleoni, non si può non restare affascinati dalle facciate dei palazzi e dalle strutture ad arco che un tempo ospitavano le diverse arti del borgo medioevale.

Via Colleoni in prossimità di vicolo S. Agata (Alfonso Modonesi)

L’arenaria e il selciato accompagnano i turisti lungo tutta la Corsarola, fino all’ampia apertura che lascia respiro al grande abbraccio con Piazza Vecchia.

Alzando gli occhi, oltre a finestre delicatamente adorne di fiori o a piccoli archi soffocati nella pietra, si può notare un’insegna in ferro dorato sporgere lungo la via. E’ l’insegna della Cooperativa di Città Alta – meglio nota come “Circolino” – fortemente voluta dai soci e dal Consiglio di Amministrazione.

Disegnata da Andrea Mandelli – uno dei soci fondatori della Cooperativa – e forgiata in piazza Mercato del Fieno nella fucina del fabbro Scuri, maestro dell’arte sapiente del ferro, campeggia sull’angolo con il vicolo S. Agata dal 1991, a volte turbata dal vento, a volte valorizzata dai raggi del sole.

Il cartiglio ripropone la chiesa di S. Agata vista di lato, con l’abside e il campanile, alternandosi nei colori della ruggine arricchita dalla doratura in oro zecchino apportata nel novembre del 2007.

L’insegna della Cooperativa di Città Alta, eseguita dalla bottega del fabbro Scuri su disegno ed elaborazione grafica di Andrea Mandelli, rappresenta la chiesa di S. Agata vista di lato, con l’abside, il campanile e le nuvole

La composizione rimarca la funzione primaria che la Cooperativa ha voluto portare nel quartiere, quella di ristoro, un luogo dove condividere l’intimità di ogni giorno e mantenere vivo il senso civico di appartenenza.

“Il Circolino”, centro ricreativo e di ristoro che dal 1982 ha restituito una funzione a una parte del monastero, ricucendo le troppe lacerazioni di una Città Alta che poco alla volta perdeva l’identità del borgo storico e popolare. Il giardino è una finestra aperta sulle montagne, gelosamente custodita dalle pareti di una chiesa la cui storia affonda le radici nel periodo medioevale

In realtà il complesso di Sant’Agata si sviluppa lungo una zona planimetrica ben più ampia degli spazi occupati dal Circolino ed è distribuita in tre corpi di fabbrica di ampiezze assai diverse e in un corpo in muratura mista di pietre e mattoni.

L’ex monastero di S. Agata (bordato in bianco nell’immagine), a nord-est della Città Alta di Bergamo

La Cooperativa (Circolino) risiede nella parte rivolta a mezzogiorno e ricalca il piano di calpestio dell’antica chiesa di Sant’Agata, la cui origine si perde agli inizi dell’alto medioevo, essendo antecedente all’anno Mille.

Il ristoro “Circolino” occupa la ex chiesa di S. Agata (l’ala sud del complesso), uno spazio in origine a navata unica, chiuso a est da un presbiterio con abside semicircolare (oggi corrispondente alla cucina) e coperto da una volta a botte suddivisa in tre campate. L’antica navata corre parallela al bancone del locale

Una chiesa, inizialmente di poche anime (citata già nel 908 come “Sancte Agatae de terra vitata”), edificata presso l’antica cinta muraria romana e ben presto divenuta chiesa vicinale (1): presieduta dapprima dall’ordine religioso degli Umiliati, poi dai frati Militi Gaudenti, incaricati di garantire la pace fra le fazioni cittadine e, a partire dal 1357, dai Padri Carmelitani, che la ampliarono nel 1450. Insieme alla sua consacrazione nel 1489, il Vescovo Lorenzo Gabrieli ne ufficializzò l’investitura parrocchiale, considerato che la vicinia contava ormai un congruo numero di abitanti.

La facciata della vecchia chiesa di S. Agata, rivolta verso il cortile del Circolino (un tempo cimitero del convento) con il tetto a capanna. La prima memoria dell’esistenza della chiesa risale ai primi anni del X° secolo, nel luogo comunemente detto “sotto S.Agata” (subtus sancte Achate), così nominato nel secolo antecedente (2). Nella prima metà del XIV secolo altri documenti attestano l’esistenza di un cimitero, un brolo e alcune domus ecclesiae S. Agathae collocati a ridosso dell’abside (3)

Sappiamo che prima dell’arrivo in S. Agata dei Padri Teatini, la chiesa era dotata di un ampio cimitero verso sud (attuale cortile del Circolino) e che custodiva sepolture anche all’interno, come risulta da un atto del 1443.

Nel 1536 (visita pastorale del Vescovo Pietro Lippomano) la chiesa è descritta come piccola e a tre navate, fornita di un altare centrale e due laterali nonché di una cappella con tribuna. Vi ha inoltre sede la scuola del SS. Sacramento. Una trentina d’anni dopo, nel 1575 (visita di Carlo Borromeo) la chiesa è descritta come abbastanza grande ma poco ornata; è dotata di quattro altari, tra cui quello della Vergine Maria e del Corpo di Cristo.

L’arrivo dei Padri Teatini

L’Ordine dei Chierici Regolari Teatini era stato fondato a Roma nel 1524 da alcuni membri dell’Oratorio del Divino Amore; ebbe come primo superiore Gian Pietro Carafa, vescovo di Chieti – in latino Theate – futuro papa Paolo IV. Lo spirito fortemente rinnovato del nuovo ordine, dedito alla sequela di San Gaetano da Thiene (qui dipinto dal Tiepolo), mirava alla santificazione delle anime attraverso l’esempio della carità e preghiera come invito ad una stretta povertà apostolica, dopo gli strascichi lasciati dai travagliati periodi della storia della Chiesa fra Riforma e Controriforma. L’Ordine ebbe particolare diffusione durante il pontificato di Pio V e ad essi fu affidata la riforma del Breviario e del Messale, e la revisione dei libri sacri

Nel 1608 i Carmelitani vennero spodestati dai Padri Teatini (qui giunti dopo una breve permanenza iniziata nel 1598 presso la chiesa di S. Michele all’Arco), che vi restarono per quasi duecento anni sino ai tempi delle soppressioni napoleoniche.

Una volta stabiliti nella vicinia di S. Agata, nel 1608 avviarono a valle della chiesa stessa la dispendiosa fabbrica del monastero: un cantiere che durò per anni. Nell’agosto del 1609 la parrocchia fu loro definitivamente assegnata per volontà di papa Paolo V e con il consenso del Vescovo di Bergamo Giovanni Battista Milani, che nel 1590 era stato preposto generale dell’ordine.

Una parte del lato nord dell’ex monastero su via del Vàgine (Racc. Gaffuri). La volta a botte di base trapezoidale posta alla base dello spigolo nord-ovest della facciata (seppure esterno al perimetro dell’ex carcere), è riconducibile nelle sue caratteristiche alle vicine strutture della Fontana del Vagine

 

L’ex monastero di S. Agata sorge in un’area caratterizzata da numerose vestigia di epoca romana e altomedievale, tra le quali gli avanzi delle mura su via del Vàgine, impostate su avanzi d’età romana, in prossimità delle quali prese il via il nucleo originario del monastero (Racc. Gaffuri)

 

Un suggestivo scorcio su via del Vàgine (Alfonso Modonesi)

Nel 1676 Donato Calvi, nella sua Effemeride, riporta che il monastero comprende 24 celle più una sala, una stanza per la portineria, una per il vestiario, una per la nutrita libreria, una per il refettorio, una per la cantina e una per la cucina, con poco giardino. Con ogni probabilità in quegli anni il monastero aveva già assunto la sua conformazione finale e non avrebbe più subito significative modificazioni fino alla conversione in “casa di forza”.

Il cortile dell’ex monastero di S. Agata ai giorni nostri, braccio nord. Le grandi arcate al piano terra (oggi tamponate) ospitavano un laboratorio dove alcune decine di detenuti realizzavano materiale elettrico, offrendo riparo durante l’ora d’aria in caso di maltempo. Il secondo piano era dotato di una cappella voltata e affrescata con le figure di S. Leonardo (patrono dei carcerati) e S. Gaetano (patrono dei Teatini)

Venne affidato loro il compito della cura d’anime della parrocchia (fino ad allora retta da padre Lanfredo Maffeis) nonchè quello di confessori dei conventi femminili della città, fatto che non risparmiò ai Teatini l’invidia da parte di altri enti religiosi cittadini.

I Padri presero così ad ampliare ed arricchire la chiesa preesistente, della quale sembra non essere rimasta testimonianza evidente in quanto venne abbattuta nel primo decennio del Settecento dagli stessi Teatini, per poi essere ricostruita nelle forme odierne.

Particolare del disegno firmato Alvise cima, 1693. E’ visibile la chiesa con il suo campanile, in fondo al vicolo di S. Agata, con il chiostro appena abbozzato

 

Sul Campanile della ex chiesa di S. Agata, sul lato sud-est, a ridosso dell’ingresso del carcere, svetta una cella campanaria in mattoni pieni a vista con modanature in arenaria

Il rifacimento della chiesa

Nel 1630 la chiesa di S. Agata viene ristrutturata come ex voto per la fine della peste. Nonostante ciò, ben presto la chiesa così “degnamente posseduta” (4) dai Padri Teatini, non più sufficiente a soddisfare le esigenze della vita religiosa della parrocchia viene demolita nel primo decennio del Settecento in favore di una nuova, che verrà costantemente trasformata ed abbellita dall’Ordine nel corso del secolo e che, escluse le superfetazioni e le modifiche dell’Otto e Novecento, è ancor’oggi riconoscibile nella sua quasi totalità.

Vengono demolite le tre navate per ridurle ad una sola; la chiesa ha un’abside semicircolare ed è coperta con una volta a botte che vede l’intervento dall’architetto bergamasco Giovanni Battista Caniana; vi sono poi cinque cappelle laterali, tre a nord e due a sud, laddove in luogo di una cappella si apriva il portale in asse col vicolo d’accesso.

Riguardo i cinque altari, la visita pastorale del Vescovo Redetti del 1740 precisa, oltre all’Altare Maggiore, quello della Beata Vergine del Buon Successo (con la statua portata in fino in piazza Nuova presso le case dei Benaglia), quello di S. Gaetano (fondatore dell’Ordine, festeggiato nel giorno della sua ricorrenza), quello di S. Agata e quello di Sant’Andrea Avelino.

Le fonti dell’epoca la descrivono ben tenuta, molto bella e decorata, con  arredi sacri, suppellettili, reliquie nonchè opere pittoriche di Cignaroli, Salmeggia, Lattanzio, Gambara, Bianchi, Quaglio.

Scrive il Pasta che già prima del 1775 la volta della chiesa reca riquadri a fresco raffiguranti la vita e le opere di S. Gaetano da Thiene eseguite dal milanese Salvatore Bianchi. Come pure “alcuni stucchi che ritroviamo nei sott’archi quale quello tra la navata e il presbiterio con l’emblema dl SS. Sacramento, culto che l’ordine teatino promosse con particolare impegno” e di cui era attiva una Scuola, oltre a quella della dottrina cristiana maschile (quella femminile si teneva al Carmine).

La soppressione del monastero e la conversione in “casa di forza”

Alla fine del Settecento però gli echi della Rivoluzione francese e soprattutto l’avvento dell’età napoleonica segnarono il destino della Parrocchia annessa al monastero di S. Agata, soppressa nel novembre nel 1797. Con questo atto si chiuse il lungo arco temporale che aveva visto il complesso monastico occupato dalla sua destinazione originaria.

Nel 1799, a due anni dal suo smembramento la Parrocchia di S. Agata, pressoché interamente distrutta, per esplicita richiesta degli abitanti della contrada venne trasferita nella vicina chiesa di Santa Maria Annunciata del Carmine (passata nel 1450 ai Carmelitani), che perse la sua originaria titolazione per assumere il nuovo nome di S. Agata nel Carmine (unita poi a quella della Cattedrale dal 1966)

Strano destino, quello del monastero dedicato alla martire di Catania, che si ritrovò vittima di se stessa, con una condanna da scontare in carcere.

Nel 1799, fra i numerosi edifici sottratti agli ordini regolari, il Direttorio esecutivo della Cisalpina stabilì, per via della notevole estensione del fabbricato, di destinare a carcere l’ex monastero, per collocarvi gli imputati in attesa di giudizio in ottemperanza alla legge 5 fruttidoro anno VI (22 agosto 1798). Legge che, con l’intenzione di porre fine all’indistinta carcerazione dei prigionieri ritenne opportuno distinguere le case di semplice custodia ed arresto degli inquisiti dalle case di detenzione dei condannati (5).

Bergamo, ex Carcere di S. Agata (Ph Evelina Lorenzi)

 

Bergamo, ex Carcere di S. Agata (Ph Evelina Lorenzi)

 

Bergamo, ex Carcere di S. Agata (Ph Evelina Lorenzi)

 

Bergamo, ex Carcere di S. Agata (Ph Evelina Lorenzi)

L’ambizioso progetto (presentato nel 1802) di concentrare nell’ex monastero tutte le carceri della citta’, venne affidato all’architetto austriaco Leopoldo Pollack (1751-1806), allievo del Piermarini e autore a Bergamo di altre importanti realizzazioni come il Teatro Sociale (1803-1806) e Villa Agliardi a Sombreno, nonchè, appunto, autore del primo progetto organico per la conversione del complesso monastico in casa di forza, nel quale si cimentò in una delle sue ultime elaborazioni sperimentali.

Bergamo, ex Carcere di S. Agata (Ph Evelina Lorenzi)

 

Bergamo, ex Carcere di S. Agata (Ph Evelina Lorenzi)

 

Bergamo, ex Carcere di S. Agata (Ph Evelina Lorenzi)

 

Bergamo, ex Carcere di S. Agata (Ph Evelina Lorenzi)

 

Bergamo, ex Carcere di S. Agata (Ph Evelina Lorenzi)

Il progetto prevedeva la costruzione di una parte nuova e un consistente adattamento e restauro della vecchia fabbrica, cui aggiungere un’infermeria e luoghi annessi (i muri colorati in nero sono quelli esistenti mentre i muri in rosso riguardano le parti da costruire ex-novo). Pollack disegnò un edificio che si sviluppava su tre piani principali, rappresentando un modello carcerario ideale in un cui lo spazio a disposizione veniva sfruttato con geometrica razionalità. Erano infatti previsti quartieri separati all’interno del fabbricato, con celle comuni per i condannati, alcune delle quali destinate alle donne di primo arresto, e celle segrete, di cui dodici da costruire ex novo al pianterreno, affacciate sul cortile e destinate agli imputati in attesa di giudizio. Inoltre, durante le ore notturne i condannati sarebbero stati separati per gradi di colpa, essendo stato progettato un dormitorio per i colpevoli di minori infrazioni nonché uno per i condannati a pene di lunga durata o a vita. Apposite guardine avrebbero permesso a custodi e a secondini di sorvegliare accuratamente tutti i prigionieri. La sicurezza dei locali sarebbe stata garantita da muri più solidi, inferriate sulle finestre, doppi serramenti e serrande sulle porte. Nell’intenzione poi di conciliare le finalità deterrenti dell’arresto e della pena con il rispetto umanitario della personalità dei rei, vennero progettati interventi atti a garantire la salubrità e l’igiene dei locali, come la riparazione di latrine, la costruzione di pozzi, cisterne e camini, la creazione di “corsie di disimpegno” cioè di corridoi sufficientemente larghi e ventilati. Inoltre, al fine di garantire l’assistenza sanitaria ai prigionieri malati, il Pollack ideò una tripartizione verticale dell’ex chiesa dei Teatini (mediante l’inserimento di una struttura ad archi e volte a vela) pensando di adibire ad infermeria per gli uomini il piano più elevato e di edificare due ampie celle comuni nei piani inferiori. Anche per le donne sarebbe stata creata un’apposita infermeria (6).

Così come si presentava sulla carta il progetto era ben congegnato nella struttura e funzionalità dei suoi elementi costitutivi. Tuttavia, una volta approvato venne realizzato solo in parte a causa della scarsità dei fondi delle casse dipartimentali. Così nel corso dell’età napoleonica la sua realizzazione poté procedere solo a piccoli lotti, intralciata da difficoltà burocratiche e finanziarie.

Nel periodo della dominazione veneta a Bergamo, durato oltre tre secoli e mezzo, le prigioni della città, di proprietà comunale, erano situate in Piazza Vecchia al pianterreno di un fabbricato esistente nei pressi della Torre Civica, vicino al Palazzo della Ragione. In queste prigioni si rinchiudevano tutti i colpevoli di reati comuni, senza alcuna distinzione tra condannati e imputati in attesa di giudizio. I prigionieri politici, invece, venivano condotti nella cappella di Santa Maria Maddalena, nel forte di San Vigilio, e i contravventori agli ordini fiscali si mandavano nella torre di Cittadella. Solo i colpevoli di alto tradimento o di gravi misfatti venivano trasportati direttamente alle carceri di Venezia. Questa semplice articolazione del sistema carcerario venne messa in
discussione dalle vicende belliche della fine del XVIII secolo, che portarono all’instaurarsi dei governi rivoluzionari e napoleonici. Un periodo in cui il numero degli arresti crebbe notevolmente, al punto che la capienza delle carceri cittadine divenne presto insufficiente

Nel frattempo la sovrabbondante popolazione carceraria continuò ad essere sistemata alla meglio nei tre separati edifici di Sant’Agata, di San Francesco e di Piazza Vecchia, che mantennero la loro distinta funzione di casa di custodia, casa d’arresto (e carcere militare) e casa di pena.

L’ex Convento di S. Francesco da un cortile interno di via Tassis, un tempo casa d’arresto (Racc. Gaffuri)

Vennero poi eseguiti solo quei piccoli lavori di riattamento ritenuti indispensabili a garantire le minime esigenze di igiene, sicurezza e solidità dei fabbricati, assecondando la logica della maggior convenienza, spesso a discapito del materiale edilizio esistente.

Il complesso è formato da tre corpi di diversa ampiezza articolati attorno ad un cortile a formare una “C” aperta verso ovest (verso il cortile del “Circolino”), chiuso da un muro contro terra. I corpi di fabbrica hanno altezze diverse a causa del dislivello di circa 14 metri fra il vicolo delle Carceri (braccio sud, sviluppato due piani fuori terra aderendo alla navata della ex chiesa oggi “Circolino”) e via del Vàgine (braccio nord, sviluppato quattro piani fuori terra)

Per adibire gli spazi a penitenziario, a partire dal 1802 nel monastero si susseguirono una serie di modifiche, che interessarono dapprima la sacrestia, poi la chiesa ed infine gli altri locali, dove vennero murate porte e finestre, forgiate e montate pesanti grate in ferro battuto e realizzati muri divisori. Gli ambienti interni, seppure frazionati in seguito alla realizzazione delle celle, conservano gli orizzontamenti originari, costituiti da un ricco campionario di strutture voltate, a botte, a crociera, lunettate.

Il fronte interno del braccio nord presenta un’elegante composizione di matrice classica a ordini sovrapposti: al piano terra pilastri tuscanici sostengono un architrave completo di fregio e cornice, al di sopra del quale si stagliano lesene ioniche a doppia altezza. I pilastri del piano terra sono uniti da archi a tutto sesto con chiave di volta in forma di voluta, oggi tamponati, che fino alla fine del Settecento costituivano un portico aperto, come documentato dai disegni del Pollack. Ai piani superiori, le aperture rettangolari  sono parzialmente tamponate e chiuse da grate di ferro, mentre sul Iato est sono presenti tracce di decorazioni pittoriche intorno alle finestre

 

La parete corrispondente al braccio nord, vista da via Vàgine. Verso destra si intravede il braccio sud affacciato su vicolo delle Carceri, con la chiesa e il campanile. L’austerità dei prospetti esterni è data dalle finestre parzialmente tamponate delle celle di detenzione e dalla muratura in pietra a vista, in cui sono anche inseriti alcuni conci di pietra di Zandobbio, indizio del riuso di materiali di epoca romana

 

 

Gli interventi di adeguamento ottocenteschi hanno snaturato gli elementi architettonici originari del convento attraverso tamponamenti totali o parziali di porte, portali e finestre, con l’aggiunta di oculi e doppie inferriate e con nuove murature e sopralzi

Quando nel 1814 Bergamo passò alla dominazione Austriaca, l’opera di gestione e manutenzione delle carceri venne affidata all’ufficio del Genio Civile di Bergamo, che vi eseguì interventi edilizi fino circa al 1870.

Bergamo, ex Carcere di S. Agata (Ph Evelina Lorenzi)

 

Bergamo, ex Carcere di S. Agata (Ph Evelina Lorenzi)

 

Bergamo, ex Carcere di S. Agata (Ph Evelina Lorenzi)

 

Bergamo, ex Carcere di S. Agata (Ph Evelina Lorenzi)

Tra le varie opere di adeguamento, spicca, nel luglio del 1844, la costruzione di un porticato con loggia superiore al lato di levante del cortile, che testimonia l’occupazione dell’ala centrale dell’ex convento da parte del carcere, e che ancora oggi si può individuare sopra al termine delle paraste che corrono lungo il prospetto a est della corte.

Ex carcere di S. Agata, braccio est (Ph. L. Klobas)

Vennero presi provvedimenti per impedire che i detenuti potessero fuggire (come la soffittatura della gronda posta nell’ala di ponente del cortile, soffittata da assi in larice) e a metà Ottocento venne pure costruita la raggiera panottica per il passeggio isolato dei reclusi nella corte.

Carcere di S. Agata a Bergamo, pianta Piano terreno, s.a., [XIX sec.], Genio Civile XIX secolo
La struttura sarà demolita pochi anni più tardi e il cortile diviso in due con un muro sormontato da una torretta di controllo per i detenuti.

A cavallo tra il 1870 e il 1871, a seguito della demolizione di casa Secco Suardi, dove ora trova posto il giardino che affaccia sulla Fondazione Colleoni e sull’omonima via, per impedire la fuga dei detenuti attraverso la terrazza del carcere e il tetto del passaggio “dei luoghi pii”, venne realizzato il muro sovrastante la portineria, e acquistato il fabbricato dei luoghi pii realizzando gli interventi necessari.

Il Luogo Pio Colleoni, in prossimità dell’ex carcere di S. Agata

Di qui fino allo smantellamento del carcere non furono apportate variazioni significative all’impianto edilizio dell’ex monastero, salvo opere di manutenzione ordinaria realizzate nei primi decenni del Novecento.

Bergamo, ex Carcere di S. Agata (Ph Evelina Lorenzi)

E ciò sino a che non cominciò a farsi evidente l’inadeguatezza degli spazi e delle strutture di detenzione, tanto che nel 1977 l’istituto penitenziario venne trasferito alla casa circondariale di via Gleno, costruita nel rispetto delle moderne e migliori normative di natura edilizia.

L’ingresso del penitenziario da vicolo delle Carceri

La situazione dopo la chiusura del carcere

Con il trasferimento del carcere l’edificio perse la funzione che l’aveva interessato per più di un secolo e mezzo.

Gli oltre 5000 metri quadri del vecchio monastero tacquero per circa quattro anni, lasciati all’incuria dell’oblio e del tempo, popolati solo da qualche bestiola in cerca di riparo, protetti dal verde manto di un’edera selvatica.

L’imbocco di via Vàgine da via Tassis (Racc. Gaffuri)

Questo silenzio irreale veniva a volte turbato solo dal colpo secco di qualche boccia degli avventori del Dopo Lavoro di mussoliniana memoria, sviluppato nell’area esterna adiacente.

Scorcio sulle carceri da via Vàgine (Michi Cascio)

Poi, nel 1981, i rumori divennero più frequenti, più assordanti, accompagnati dal vernacolo degli operai. Il piano di calpestio del vicolo S.Agata venne occupato dal Comune, che in quella che fu la sala capitolare dei monaci insediò la Terza Circoscrizione del Comune, l’ufficio per I vigili urbani e il centro socio-sanitario.

Le sale si rianimarono, cambiarono volto, abbandonarono le vecchie funzioni. Era il 1982 e con i lavori intrapresi dall’amministrazione comunale per rivalutare gli spazi in base alle nuove esigenze del quartiere, sul calpestio dell’antica chiesa dedicata alla martire di Catania, la sede della Cooperativa Città Alta (Circolino) riportava in vita una porzione del complesso, mentre il padiglione esposto a nord, oltre il cortile dell’ora d’aria, restavano in disuso, frequentati solo dalla polvere del tempo.

Con gli anni e con i ribaltamenti dell’amministrazione pubblica, ad uno ad uno i locali dell’ambulatorio, dei vigili urbani e della Circoscrizione vennero nuovamente svuotati. Restava a presidiare l’antico complesso solo il Circolino, con il brusio degli avventori fra i tavoli e le voci concitate delle partite a carte, finchè nel 2008 la cooperativa ottenne i permessi da Palafrizzoni, previo parere positivo del proprietario (l’Agenzia del Demanio) di ampliare i locali, recuperando gli spazi che un tempo erano adibiti ad ambulatorio (paralleli alle sale del ristorante) per ricavarne un angolo pizzeria e un ampio salone.

La Cooperativa poté utilizzare l’area esterna prospiciente grazie al generoso interessamento del signor Demetrio Amaddeo – per tutti Mimmo – proprietario del ristorante Da Mimmo in Corsarola, una realtà radicata da lungo tempo sul territorio. Egli interruppe prematuramente il suo contratto con Palafrizzoni, per sveltire l’usufrutto dell’area verde per Il Circolino (Ph Sergio Agazzi)

Proprio durante i lavori di ristrutturazione il vecchio monastero volle far sentire la sua voce, riportando alla luce un meraviglioso affresco realizzato sulla volta della sala principale al tempo in cui ad abitar Sant’Agata furono i Padri Teatini, la congregazione dalla dottrina virtuosa, che conduceva una vita austera.

Consunto dal tempo e dall’usura ma ancora vivido e ben delineato, facevano capolino fra i calcinacci del controsoffitto il volto di un uomo canuto, angeli, elementi naturali, lembi di cielo, come se dopo tanti anni di abbandono l’affresco volesse ancora godere dell’ammirazione altrui.

L’affresco di Giulio Quaglio rinvenuto nel 2008 nella “sala grande” del Circolino, l’antica sacrestia della ex chiesa di S. Agata. L’episodio affrescato, contenuto in un medaglione, raffigura la vicenda del profeta Elia (“Elia sotto il ginepro confortato dagli angeli”), realizzato nel periodo tra il 1709 e il 1714

Ora nel grande salone ristrutturato, grazie all’impegno della cooperativa campeggia una preziosa scena biblica restituita alla bellezza originaria, impreziosita da una delicata cornice d’intonaci, dove al centro campeggia un uomo canuto che osserva rapito un cielo ricco di nuvole, con le immagini di Dio e dei suoi Angeli.

L’affresco del primo Settecento eseguito da Giulio Quaglio, “Elia sotto il ginepro confortato dagli angeli”), sul soffitto della sala principale del Circolino (antica sacrestia della chiesa). L’autore (6) è stato identificato da Tosca Rossi mediante l’ausilio di una nutrita bibliografia locale (Tassi, Batoli e Pasta) e in particolare grazie al raffronto con un’opera dello stesso artista presente nella cattedrale slovena di Lubjana. Il quinquennio considerato (1709-1714) d’altro canto vede la continuativa presenza dell’artista in terra bergamasca, sia per assolvere alla prestigiosa decorazione della chiesa di San Paolo d’Argon e sia nelle chiese di Sant’Alessandro in Colonna, San Carlo dei Mendicanti ed altri edifici religiosi

L’uomo in estasi allunga una mano in cerca di risposte e l’Arcangelo Raffaele gli offre a dell’acqua e una pagnotta per ristorarsi. Spiccano i toni caldi dell’oro, il rosso acceso dei mantelli celesti e il verde intenso della vegetazione.

Particolare dell’affresco di Giulio Quaglio, “Elia sotto il ginepro confortato dagli angeli”)

Altre sorprese arrivarono più tardi, quando riapparve, miracolosamente quasi integra, l’imponente decorazione delle quattro campate dell’antica volta della chiesa, oggi corrispondente al secondo piano dell’edificio. Dobbiamo il suo ritrovamento al provvidenziale crollo della controsoffittatura che la occultava totalmente.

Salvatore Bianchi, angeli musicanti sulla volta della ex chiesa di S. Agata

Di essa si ha menzione tanto nel Pasta che nel Bartoli, ma la fonte più circostanziata ed attendibile è senza dubbio Francesco Maria Tassi che la riferisce al “Cavalier Salvatore Bianchi di Varese”: uno dei numerosi artisti itineranti che giunsero a Bergamo all’inizio del Settecento forse, come dice il Lanzi, a causa della “penuria di pittori propri di rilievo dediti alla pittura aulica (8).

Salvatore Bianchi, angeli musicanti (particolare)

 

Salvatore Bianchi, angioletti (particolare)

 

Salvatore Bianchi, canestro di frutta (particolare)

L’artista ha ingiustamente goduto di scarsa fortuna critica nella nostra città, tanto da non guadagnarsi neppure una breve monografia nella quasi onnisciente collana sui Pittori Bergamaschi.

Salvatore Bianchi, musicanti e cori angelici (particolare)

 

Salvatore Bianchi, deliziosi puttini (particolare)

 

Salvatore Bianchi, la cornucopia (particolare)

Ne sono responsabili il numero limitato delle opere lasciate nella città ma anche la diffusione del cognome e, paradossalmente, il titolo nobiliare, che il Bianchi ha condiviso con pittori omonimi approssimativamente coevi operosi nel Settentrione d’Italia, dai quali è stato distinto con difficoltà dalle fonti locali.

Salvatore Bianchi, la Vergine Maria e il bambinello (particolare)

 

Salvatore Bianchi, puttini festanti (particolare)

 

Salvatore Bianchi, S. Gaetano e i cori angelici (volta affrescata)

Al pittore, rivalutato per il discreto spessore artistico, è stato attribuita con assoluta certezza la paternità degli affreschi, databili nel secondo decennio del Settecento e comunque non anteriori al 1706 (anno in cui i monaci Teatini che ne erano proprietari, chiedono un prestito per l’ampliamento dell’edificio), né posteriori al 1727 (anno della morte di Salvatore Bianchi).

Salvatore Bianchi, S. Gaetano da Thiene (particolare)

 

Salvatore Bianchi, S. Agata (particolare)

E’ il periodo in cui la pittura del maestro giunge a piena maturità e a cui risalgono le sue imprese più prestigiose e riuscite. Ed è anche il periodo in cui comincia la sua collaborazione con il figlio Francesco Maria, di cui sembra di poter cogliere qualche traccia nelle soluzioni più lievi e briosamente rococò del ciclo di Sant’Agata (9).

Gli affreschi ritrovati, sicuramente non sono né i primi né gli ultimi dei tesori nascosti che il complesso racchiude. Sicuramente una rara ricchezza che conserva silenziosamente i segreti della storia e che ci tiene ancora e per fortuna legati ad essa. Sicuramente una delle fortunate possibilità in cui conciliare la gola con lo spirito: non capita tutti i giorni di pranzare sotto un affresco settecentesco.

Note

(1) A Bergamo l’organizzazione della città in vicinie è documentata dagli statuti cittadini che ne riferiscono i nomi e ne tracciano i confini a partire dal 1251. In quell’anno la città era divisa in diciassette vicinie e la vicinia di S. Agata comprendeva anche quella di Arena, che sarebbe diventata autonoma prima del 1263 mantenendo “intatti i diritti sulla chiesa di S.Agata e sul suo cimitero” (FORNONI 1905, p.70).

(2) Secondo Angelo Mazzi si ha la prima memoria dell’esistenza di questa chiesa nel 908, in una carta di permuta ove abbiamo questa espressione: “in un pezzo di terra a vite posto entro la stessa città nel luogo detto sotto S.Agata (subtus sancte Achate). La seconda menzione cade nel 924. In un’altra carta di permuta abbiamo pure: “una casa con corte di proprietà della chiesa di S.Alessandro posta entro la città di Bergamo, vicino a S.Agata” (MAZZI 1870). E’ inoltre documentata in altre due pergamene conservate presso l’Archivio Capitolare di Bergamo, relative agli anni 1004 e 1066. Elia Fornoni ne conferma l’esistenza nell’anno 1176 precisando che “i canonici di S. Vincenzo andavano a celebrarvi i vespri (FORNONI (?), Bergomensis vinea, vol. IV, pp. 197-199. ACVB).

(3) Come da statuti cittadini del 1331 e del 1491.

(4) CALVI 1676, p.#.

(5) B. Carissoni, cit. In bibliografia.

(6) Ibidem.

(7) Giulio Quaglio nasce nel 1668 circa a Laino, località della comasca valle d’Intelvi da un famiglia dedita all’arte per molte generazioni. Abile frescante, il pittore si forma in ambiente emiliano ed arricchisce la propria arte con influssi veneziani e barocchi, facilmente rintracciabili nella sua produzione. Sulla base di queste esperienze il Quaglio elabora una pittura di estrema piacevolezza decorativa anche se, a causa della tendenza a frammentare le volte in molteplici medaglioni incorniciati da stucchi, essa non risulta aggiornata sulle ultime tendenze, che prevedevano un’unica ampia decorazione che sfondasse illusoriamente il soffitto nel cielo. Tenuto in ampia considerazione dai contemporanei e a capo di una bottega assai vasta ed articolata, che avrà un peso sempre maggiore con il passare degli anni, l’artista può assolvere ad un numero veramente elevato di commissioni, non solo in Lombardia, ma anche in Friuli, in Slovenia ed in Austria. Muore a Laino nel 1751.

(8) Salvatore Bianchi nasce nel 1653 in prossimità del Sacro Monte di Varese, in quel tempo proficuo crogiuolo di artisti di varia provenienza ed orientamento artistico. Inizia ben presto a lavorare per Arona, Milano e Torino, specializzandosi nella pittura a fresco e acquisendo il titolo di Pittore di Sua Altezza Reale per aver lavorato nella reggia sabauda di Torino. È probabilmente proprio la frequentazione della corte torinese che lo induce ad approfondire la conoscenza della pittura genovese, forse anche tramite la mediazione del Legnanino. In particolare sembra orientarsi verso Gregorio de Ferrari, da cui desume il senso scenografico dell’impianto compositivo, l’ostentata esuberanza decorativa, il dinamismo della stesura pittorica e soprattutto il cromatismo vivido e brillante. Tale orientamento rimane il sostrato imprescindibile della pittura del Bianchi, che ad esso sovrapporrà influssi barocchi romani, mitigati da una vena di classicismo marattesco o di matrice emiliana. Cultura complessa e poliedrica quindi quella del maestro, che forse proprio grazie a questo suo eclettismo riesce ad aprirsi precocemente verso le tendenze rococò, che si stavano facendo strada nei primi anni del Settecento. Un orientamento che va precisandosi fra il primo e il secondo decennio del secolo, allorché il maestro lavora nei cicli del Cusio, di Busto Arsizio e, probabilmente, di Bergamo. L’artista muore nel paese natale nel 1727.

(9) Sant’Agata, immagini dal passato – Cooperativa Città Alta in collaborazione con il Liceo Artistico Statale “Giacomo e Pio Manzù” di Bergamo.

Bibliografia essenziale

SPINELLI G., Gli ordini religiosi dalla dominazione veneta alle soppressioni napoleoniche (1428-1810), in Storia religiosa della Lombardia. Diocesi di Bergamo, a cura di A. Caprioli, A. Rimoldi, L. Vaccaro, Brescia, La Scuola, 1988, pp. 213-234.

BENI Francesca, 1981-2011 Cooperativa Città Alta Un sogno divenuto realtà. L’azzurro srl. Ottobre 2011.

CARISSONI Barbara, Il sistema carcerario a Bergamo in età napoleonica. In Archivio Storico Bergamasco. Ed. Junior, 1995.

OGGIONNI Davide, RANGHETTI Matteo, REGAZZONI Paolo, Recupero del monastero di S. Agata in Bergamo.Tesi di laurea. A.A. 2009-2010.

Un viaggio di scoperta tra Valverde e Piazza Mascheroni, lungo l’antico borgo di San Lorenzo

Forografie di Maurizio Scalvini

Il bucolico scenario della valletta di Valverde, la conca adagiata sotto Colle Aperto, tra i baluardi di San Lorenzo e di Valverde

Avete la mattinata tutta per voi e volete spenderla passeggiando tra natura, monumenti e chiese, soli o con la vostra dolce metà, proprio come nella canzone di Battisti?

La giornata non è un granché ma non rinunciate all’idea di respirare l’aria di primavera, sgranchirvi e smaltire quel chiletto accumulato, ritemprando la mente, spesso affaticata da mille incombenze quotidiane.

Inerpichiamoci allora, lasciandoci stupire dalle bellezze racchiuse nella bucolica valletta di Valverde, volgendo lo sguardo alla ricerca dei particolari anche più nascosti che arricchiscono un paesaggio così bello da sembrar dipinto dalla mano di un pittore

In primavera, quando gli alberi da frutto sono in fiore e il canto degli uccellini regna sovrano, Valverde si veste di magia, presentandosi in tutta la sua unicità (dipinto di Claudio Facheris)

A Valverde si arriva da oriente attraverso la valle del Morla, il torrente  ammesso per centinaia d’anni nella nomenclatura dei fiumi, un tempo così limpido da sembrare acqua sorgiva: le massaie la utilizzavano per lavare la biancheria, che stendevano sulle rive in attesa che la luce e il calore del sole la rendessero candida come la neve. Con l’argilla estratta dal suo alveo venivano  fabbricate eccellenti  stoviglie, fra le migliori della Bergamasca.

Ai piedi del versante settentrionale, ricco di acque, scorrono alcuni rioli, come il riolo Valtesse, tra via Pietro Ruggeri da Stabello e il Torrente Morla, e il riolo Lazzaretto, che scorre ad ovest del complesso omonimo

Lo incontriamo nuovamente lungo via Maironi da Ponte, dove svolta fiancheggiando pigramente la pista ciclopedonale della Green Way, che in Valmarina si raccorda a via Ramera (da dove si impenna verso il Sentiero dei Vasi o S. Vigilio), oppure passa il testimone al Sentiero d’Ilaria, la pista che attraversa il versante settentrionale fino a Sombreno in compagnia del torrente Quisa: un percorso totalmente immerso nel bosco, dove il tamburellare del picchio la fa da padrone. L’avete mai provato? Da fare, magari alla prossima occasione.

L’ex monastero benedettino di Valmarina nell’omonima valletta, punto di raccordo tra la Green Way proveniente da Valverde, il sentiero d’Ilaria, via Ramera e Valtesse

Ma noi proseguiamo, diretti alla conquista della minore tra le aperture delle Mura, inerpicandoci decisi verso l’anfiteatro di Valverde, con le sue “ville di delizia” e alcune cascine ancora intatte, circondate da prati in declivio, alberi secolari e terrazze coltivate a vite e ulivo.

La vendemmia a Valverde, nel terreno appartenente alla famiglia Cerea, proprietaria dell’antica “Ca’ del sòi”

Superato l’imbocco della Green Way incontriamo l’ottocentesca chiesa di Santa Maria Assunta (edificata  su una chiesetta di cui si ha notizia dal 1494), preceduta dalla serie dei teschi esposti nella piccola sagrestia, a  ricordo della pestilenza del Seicento. Nella chiesa vi sono alcuni stendardi, dipinti da Giuseppe Carnelli ed esposti in particolari ricorrenze, che hanno per soggetto il prete, il re, il soldato, l’artista e il contadino, raffigurati sotto le sembianze di scheletri, sulla scia di una tradizione pittorica conforme a quelle tendenze macabre che si trovano di frequente nella Bergamasca

Lasciamo quindi alla nostra destra la suggestiva stradetta ciottolata di via del Roccolino, dove si sviluppa il baluardo di Valverde, “il lato oscuro delle mura”) sommerso dalla vegetazione.

Via del Roccolino si innesta da Valverde sbucando in breve tempo in via Beltrami all’altezza della polveriera superiore. La via si sviluppa lungo la parte nord delle Mura, tra le porte di San Lorenzo e Sant’Alessandro, celando al suo interno un giardino segreto

Superata la strettoia, abbracciamo finalmente con lo sguardo tutta la conca adagiata ai piedi degli edifici, il cui profilo si fa ora nitido, grande e incombente, lasciandoci pregustare i suoi innumerevoli tesori.

Da sopra fa capolino il Castello di Valverde, un raffinato relais adagiato sul cucuzzolo del colle di Fabriciano, originatosi da un fortilizio medioevale che comunicava con le torri di avvistamento di Sorisole e della Maresana.  Divenuto nel Cinquecento residenza di campagna del capitano veneziano, è chiamato Casa Quarenghi dal nome dell’architetto bergamasco ritenuto il progettista dell’attuale edificio: da lì si gode di una vista strepitosa, alla quale la prossima volta non potremo rinunciare.

La vista su Città Alta dal Castello di Valverde (o di Medolago)

Quel brividino che di tanto in tanto avvertiamo non è casuale: siamo nel versante più fresco dei colli punteggiato qua e là da limpide acque sorgive, la cui presenza disegna sul fondo della valletta un reticolo di seriole che in passato hanno fatto di questa conca il regno delle lavandaie: un regno ancora testimoniato dalla presenza della “Ca’ del sòi”, la cascina appartenente da cinque generazioni alla famiglia Cerea.

In tempi a noi lontani, la ricchezza di queste meravigliose sorgenti assicurava,  ancor prima della realizzazione di acquedotti in quota, una riserva sicura anche in caso di periodi particolarmente siccitosi, consentendo uno svolgimento redditizio delle attività agricole.

La cinquecentesca Cascina di proprietà della famiglia Cerea da cinque generazioni. Grazie alla presenza di un rio che attraversa il prato, la cascina è nota nell’area come “Ca’ del sòi” o “rio delle lavandaie”. L’esistenza di buone sorgenti nella fascia pedecollinare era ed è garantita dalla presenza, lungo il versante settentrionale dei Colli, dell’Arenaria di Sarnico, che consente la formazione di modeste riserve idriche sotterranee dal regime assai variabile, dipendente dall’afflusso delle piogge. Inoltre, la giacitura molto inclinata degli strati che sorreggono questo lato del Colle, determina la scomparsa delle sorgenti in quota e una loro ricomparsa a quote più basse

Sul crinale il rifornimento d’acqua era poi assicurato, probabilmente sin dall’epoca romana, dalle sorgenti che conosciamo per l’essere state raccolte nella fontana del Vagine (descritta in versi da Mosè del Brolo), nella Boccola, nel Lantro e nel Corno, anche se ciò è documentato solo a partire dall’età comunale.

La sorgente della Boccola, la cui presa è ancora visibile nell’arco incassato nel paramento murario, sgorgava da sotto la cinquecentesca chiesa di S. Matteo (sorta su preesistenze del XII secolo e unita nel Settecento al Seminarino, attivo dalla seconda metà del Cinquecento), proprio sotto le mura medioevali; doveva ricevere acqua anche dalle sorgenti che nel Cinquecento vennero incanalate nell’acquedotto di Prato Baglioni, così come dal sopravanzo della Fontana del Vàgine, che si trova appena sopra. Venne probabilmente sfruttata già dall’epoca romana (Ph Mario Colombo)

A queste sorgenti possiamo aggiungere quella delle Noche, nella valletta di  Colle Aperto (che alimentava dal Cinquecento l’acquedotto di Prato Baglioni), nonché la fontana delle Pirole in via Solata. E se pensiamo che ben cinque fra quelle citate – e purtroppo in buona parte esaurite – sgorgavano da sopra le nostre teste, il gioco è fatto!

L’acquedotto di Prato Baglioni (dal nome dei proprietari dell’area) iniziava appena sotto Colle Aperto e scendendo lungo la Boccola scorreva tra la Fara e il colle della Rocca, alimentando le fontane del Corno, di via Osmano, di S. Agostino e quella di Pignolo (Racc. Gaffuri)

La porta della Boccola, oltre a consentire al borgo di aprirsi verso Valverde, permetteva anche l’accesso all’omonima fonte, che sgorgava proprio sotto le mura medioevali. La sua protezione era garantita dalla tonda “turrisella”, ancora in gran parte esistente, che controllava l’accesso da Valverde.

Acqua come fonte di vita quindi ma anche acqua come elemento capace di forgiare il territorio, se immaginiamo che nel corso di milioni di anni la sua azione incessante ha modellato i profili di questa valle, dove, in corrispondenza delle attuali Mura, si elevava una rupe massiccia che conferiva al luogo un aspetto molto diverso rispetto all’attuale.

Scorcio sul declivio di Valverde

Possiamo osservare ciò che ne rimane nel paramento del baluardo di San Lorenzo, costruito inglobando la roccia, che è stata scalpellata ad arte per evitare onerosissimi costi di sbancamento. Dov’è stato possibile, su questa roccia i costruttori hanno “appoggiato” le Mura settentrionali, da S. Agostino fino a S. Vigilio!

La parete di Conglomerato di Sirone inclusa per oltre una decina di metri nel paramento murario del baluardo di S. Lorenzo (completato nel 1584). Affiora anche nelle vicinanze del Roccolino e ad ovest di Porta Garibaldi

Sotto questa roccia, così resistente da essere impiegata per realizzare grosse macine, corre un potente banco di Arenaria di Sarnico che ha formato lo zoccolo del ripido pendio settentrionale e che, ricercata per la sua compattezza e resistenza, ha fornito per secoli materiale da costruzione soprattutto per grandi monumenti come Porta S. Agostino e S. Maria Maggiore.

Si tratta di una pietra grigio-azzurra chiamata anche Arenaria di Castagneta dalla località in cui veniva estratta, tanto che nei pressi delle sorgenti (ben sei) che alimentano il primo tratto dell’acquedotto dei Vasi, esiste tuttora una località chiamata “Cavato”, con evidente riferimento all’attività di estrazione. La si estraeva anche all’esterno del baluardo di Valverde, dove si rintracciano i segni di ben due cave, e la vediamo affiorare percorrendo i boschi del versante settentrionale, fino a Sombreno.

Tornando invece al nostro baluardo e alla sua vecchia rupe (la “rupe di S. Lorenzo”), basterà aggiungere che questa durissima formazione prosegue sullo spalto con la piccola elevazione della “Montagnetta”, un vero e proprio sito geologico che rimanda a tempi lontanissimi.

All’epoca della costruzione delle Mura, nonostante le intenzioni iniziali e pur causando difficoltà nella manovra dei pezzi, la Montagnetta non fu demolita perché costituiva una buona difesa nel caso di tiro nemico da S. Vigilio.

Il baluardo di S. Lorenzo è anche detto “della Montagnetta” per la presenza, decentrata sul lato nord, di un corno di Conglomerato di Sirone (Ph Gianni Gelmini)

Su quella stessa roccia, alla quale siamo ormai affezionati, sorgeva la primitiva chiesa di S. Lorenzo, risalente all’VIII secolo e atterrata bruscamente nel 1561 – insieme a 59 case del borgo – a causa della costruzione della cinta fortificata veneziana (1561-1595).

Questa comportò lungo tutto il circuito la demolizione di numerose case, cascinali, scalette, viottoli, chiese e conventi, fra i quali ricordiamo con rimpianto l’antica Basilica di S. Alessandro e l’attigua chiesa di S. Pietro, il Convento di S. Stefano dei Domenicani, la chiesa di S. Giacomo e quella dei santi Barnaba e Lorenzino nelle vicinanze della porta di S. Giacomo nonché la fognatura d’epoca romana. Si salvò invece la chiesa di Sant’Agostino, grazie al versamento di un congruo contributo che modificò i piani iniziali di costruzione.

Fortunatamente, possiamo ancora ammirarla, benché sfregiata dal segno nerastro che ne decreta la fine, nella veduta di Alvise Cima realizzata perché rimanesse memoria visiva della forma urbis di Bergamo, prima che la Città venisse profondamente sconvolta con la costruzione delle nuove mura.

Descritta dalle fonti come ragguardevole, la chiesa (secondo il Mazzi la più antica della città) si trovava entro la muraglia medioevale all’imbocco del borgo, dove segnava il confine tra le vicinie di Canale e S. Lorenzo. Era affiancata da un ospedaletto (non indicato nella veduta), che nel 1458 confluì nell’Ospedale Grande di S. Marco.

Non molto distante dalla porta medioevale, la primitiva chiesa di S. Lorenzo, distrutta nel 1561 per l’erezione del cavaliere del contrafforte di S. Lorenzo (che sovrasta il baluardo omonimo)

La veduta ci restituisce la città medioevale con i suoi cinque borghi che allungati dolcemente verso il piano (“come le dita di una mano aperta”) lungo le antiche strade di accesso alle porte medievali, presero il nome delle rispettive chiese. Nel dipinto, il distrutto borgo di San Lorenzo, sviluppatosi fuori dalle mura medioevali, è cinto da una propria muraglia (un ampliamento), allungandosi verso il declivio fin verso la porta di Valverde; un borgo, ormai perduto, che le cronache descrivono “copioso d’honorate, e vaghe abitationi”,  quasi “da sembrare un’altra città”.

Alvise Cima (1693), Veduta prospettica della città di Bergamo e dei suoi borghi, prima della costruzione delle fortificazioni veneziane, particolare. Ben separato dagli altri, Borgo S. Lorenzo si sviluppa fuori il perimetro delle mura medioevali, cinto da una propria muraglia, caratterizzata da un andamento assai irregolare (oggi difficilmente intuibile dopo i sommovimenti realizzati per la costruzione della cinta bastionata), dovuto sia alla valletta del Lantro e sia al corrugamento roccioso che costituiva la dorsale sulla quale era sito il grosso del borgo e che in prossimità del muro accoglieva l’antica chiesa di San Lorenzo e i cui resti si possono ancora notare sul baluardo di San Lorenzo nella cosiddetta “Montagnetta”

Tramite l’imponente opera di “svuotamento” di ingenti quantità di terreno, operata per ragioni di sicurezza ai piedi del circuito bastionato, si è spezzata bruscamente la linea naturale dei declivi lungo i quali erano radicati secolari e rigogliosi giardini, alberature,  vigneti, frutteti, ortaglie e broli, che foraggiavano la città al piano.

Veduta su Valverde e Valtesse dalla Fara

Tra un baluardo e l’altro si sono così formate una serie di vallette, che hanno acquisito la loro denominazione in base agli elementi salienti che vi si sono trovati inclusi, e che hanno con il tempo riacquistato una nuova e straordinaria bellezza paesaggistica. Per comprendere il loro susseguirsi conviene ricorrere al disegno datato 1693 e firmato Alvise Cima, dove compaiono nell’ordine la Valle Verde, la Valle delle Noche, la Valle Avogadri e la Valle S. Agostino.

Gli scavi effettuati alla base del circuito murario veneziano (sovrimpresso in nero) hanno creato una serie di avvallamenti originando tra un baluardo e l’altro una serie di vallette che solcano il versante settentrionale del Colle: la Valle Verde (sotto Colle Aperto, tra il baluardo di S. Lorenzo e l’omonima porta, che con la relativa cortina taglia la parte alta della valletta, che entrerà a far parte del Forte di S. Marco); la Valle delle Noche (sotto il baluardo di San Lorenzo, tra la Valverde e la Valle Avogadri, separata da Valtesse dal torrente Morla); la Valle Avogadri (sotto il baluardo della Fara, tra la Valle delle Noche e la Valle di S. Agostino);  la Valle Sant’Agostino (particolare della tela firmata Alvise cima, 1693)

Nelle pareti delle Mura si nascondono tante storie, molte delle quali “narrate” dal materiale di risulta proveniente dalle demolizioni degli edifici: perchè tutto serviva, purchè si potesse portare avanti l’imponente monumento che oggi cinge gelosamente i nostri tesori.

Nella scarpa della faccia est del baluardo di Valverde, mimetizzati nella muraglia e soffocati dalla vegetazione, sono incastonati alcuni frammenti marmorei – del più candido  Zandobbio ma anche di un tenue color rosa -, attribuiti alla classicità romana e – forse – facenti parte di un grandioso portale. Generalmente i pezzi di risulta venivano inseriti “voltati” così da esporre le superfici levigate e prive di appigli alle palle di cannone del nemico; ma forse anche il “proto” – l’architetto di allora – fu colpito dalla bellezza delle decorazioni raccomandando ai manovali di metterle in bella vista, anche se in  quel settore delle mura pochi avrebbero potuto ammirarle: forse pensava a noi, cittadini di oltre quattro secoli dopo?

Frammenti marmorei di epoca romana, lavorati e scolpiti ad arte, inseriti nel paramento della scarpa della faccia est del baluardo di Valverde

 

Frammenti marmorei di epoca romana inseriti nel paramento della scarpa della faccia est del baluardo di Valverde

Il baluardo di Valverde si staglia all’estremità opposta della valle sottostante Colle Aperto e rappresenta una porzione inferiore del Forte di S. Marco, una “fortezza nella fortezza” realizzata per reggere un potenziale assalto nemico alla Città dalla parte del colle di San Vigilio, permettendo una sicura via di fuga  tramite il varco aperto nella Porta del Soccorso: la quinta e più sconosciuta del circuito murario veneziano, camuffata da comune portone!

Il Forte di S. Marco costituisce un’alta recinzione, estesa dalla porta di S. Lorenzo a quella di Sant’Alessandro. In questo settore, la Porta e la cortina di S. Lorenzo tagliano la parte alta della Valverde, entrata così a far parte del Forte di S. Marco Inferiore

E’ possibile visitarla attraversando le vie Roccolino e Beltrami, da dove si diparte la via Sotto le Mura di S. Alessandro: una suggestiva stradetta che si inerpica a fianco di via Cavagnis (strada panoramica per S. Vigilio), dove la Porta compare “nascosta” in un cortile privato. Proseguendo lungo il tratto movimentato da morbide contropendenze, si ricalca il perimetro esterno del forte di S. Marco superiore.

La Porta del Soccorso è “nascosta” tra la vegetazione lungo l’attuale via Sotto le Mura di S. Alessandro (laterale di via Beltrami), parallela alla strada panoramica che conduce a S. Vigilio. Il varco, ad uso esclusivo dei soldati, racchiudeva un passaggio sotterraneo segreto che collegava il versante nord dei colli al Castello di San Vigilio, da utilizzarsi in caso di caduta o di assedio

Ciliegina sulla torta è la Porta di S. Lorenzo, la più “campestre” di tutte, eretta in sostituzione della porta originaria ch’era collocata sotto il viadotto in corrispondenza dell’attuale.

Porta Garibaldi, già San Lorenzo. L’accesso nemico dalle valli poteva essere controllato dalle fortezze di Ca’ San Marco e da quella sul monte Ubione, in Valle Brembana

La vecchia porta (la prima ad essere costruita) era stata chiusa dai veneziani già nel 1605 perché ritenuta troppo isolata e di difficile sorveglianza, ma soprattutto perché spesso allagata dalle abbondanti acque che vi affluivano dalle sorgenti poste più a monte: un problema che richiese la realizzazione di un sistema di canalizzazione per lo scarico delle acque, visibile alla base della cortina, sul lato ovest.

Dopo la sua chiusura, i cittadini della Val Tegeta (Valtesse) e dei paesi limitrofi, costretti a lunghi giri per entrare in città, raccolsero e versarono alla Serenissima la cifra di 4.000 ducati d’oro allo scopo di far costruire il viadotto rialzato e la nuova porta (risalente al 1627), che, più modesta delle altre, venne collocata proprio “sopra” la vecchia consentendo nuovamente il transito. Alle sue spalle, la casermetta per il presidio (su cui apparivano lacerti di antichi affreschi) e, all’esterno, una fontana dove venivano convogliate le acque.

Porta Garibaldi (già S. Lorenzo), nel 1899 (Racc. Gaffuri)

Il passaggio fu dunque riaperto ma, rispetto alle altre, la nuova porta era di dimensioni più ridotte, cosicchè tutte le operazioni di dazio dovevano avvenire all’aperto con gran lagnanza delle guardie esposte alla pioggia e al gelo.

Da qui fecero il loro ingresso l’8 giugno del 1859 Giuseppe Garibaldi e i Cacciatori delle Alpi. Sereno Locatelli Milesi racconta che il generale vi arrivò verso le sette del mattino; l’impiegato del dazio aprì la porta e lo accolse come glorioso liberatore, mentre le guardie presentavano le armi. Una lapide sotto il fornice ricorda la fine della pestilenza nel 1630, periodo in cui il capitano Giovanni Antonio Zen rappresentò l’autorità pubblica.  La porta mostra ancora sulla trabeazione le fenditure per le catene del ponte levatoio

La porte venne intitolata a S. Lorenzo nel 1627 (anno in cui venne eretta l’omonima colonna più a monte) e dal 1907 è detta“Porta Garibaldi”

Sotto il viadotto è ancora visibile l’imbocco della vecchia porta, il cui nome, poi trasmesso a quella attuale, ricorda la demolita chiesa di S. Lorenzo, che è stata riedificata poco più a monte inglobando la fonte del Lantro.

L’imbocco della vecchia porta è sotto del viadotto. la nuova porta di San Lorenzo costruita alla fine del Cinquecento in sostituzione della porta originaria, il tutto immerso in un suggestivo paesaggio agreste

Da sempre la più bistrattata e dimenticata delle Porte delle nostre Mura, quella di San Lorenzo non si fregia da alcuna scultura ed è ormai completamente cancellato è il leone un tempo affrescato sopra l’arco d’ingresso.

Porta Garibaldi, già S. Lorenzo, nel 1935, con il leone alato  dipinto nel riquadro centrale. L’affresco era ancora visibile negli anni Cinquanta. Sotto il leone di S. Marco i Bergamaschi godettero di oltre 350 di pace, di crescita e di prosperità: un periodo così lungo senza invasioni e spargimenti di sangue non era mai avvenuto nella sua millenaria Storia

Eppure la Porta di San Lorenzo, imbocco diretto per le valli bergamasche, era il punto di partenza della Strada Priula tracciata dai Veneziani nel 1593 per ottimizzare i traffici verso la Valtellina e il Nord Europa attraverso il passo di S. Marco. La nuova strada consentiva di evitare l’attraversamento dei territori appartenenti allo Stato di Milano, in mano agli Spagnoli stanziati di vedetta a nord del lago di Como nel Forte di Fuentes, nel  Pian di Spagna.

Prima di varcare la porta è difficile resistere alla tentazione di volgersi all’indietro e gustare la luminosa bellezza di questa conca che – miracolosamente – conserva uno degli angoli di bellissimo verde che impreziosisce ancor di più le pendici di Città Alta.

Veduta d’altri tempi dalla Montagnetta, un bel balcone sulla conca di Valverde con il suo “castello”, sulla piana di Valtesse, sulla Maresana e il Canto Alto

Ora, riposati dalla lunga sosta prepariamoci ad affrontare l’erta ma panoramica salita che in breve ci proietta sugli spalti; bypassiamo la scaletta alla nostra destra svoltando in via S. Lorenzo 21 presso Casa Palma Camozzi Vertova (già Tini Guerinoni).

Casa Palma Camozzi Vertova, All’elegante fronte marmoreo su via San Lorenzo si contrappongono le piccole e rare  aperture del fronte verso via Fara, che ricordano l’aspetto severo di una struttura castellana. L’interno è ricco di preziosi affreschi

Si tratta di un bellissimo esempio, unico nel suo genere, di complesso fortificato medioevale a disegno triangolare, su cui si è innestato il palazzo nel Cinquecento, emergendo dal terrapieno occorso per l’erezione delle Mura e del bastione di S. Lorenzo: il piano terra della vecchia abitazione, allora posta a livello della strada medioevale ed oggi corrisponde alle cantine, racchiude un pozzo ancora funzionante.

Casa Palma Camozzi Vertova, con alle spalle la Rocca

A lato, dove la via si biforca con il viale delle Mura sorge l’umile chiesetta affrescata dedicata alla Beata Vergine Addolorata, meglio conosciuta come chiesetta dell’ultimo respiro. Qui erano condotti, mani e piedi incatenati, i condannati a morte: Venezia condannava all’estremo supplizio ladri ed assassini; l’Austria condannava alla pena capitale i cospiratori favorevoli all’unità d’Italia e la forca era eretta poco distante sul piazzale della Fara.

Chiesetta della Beata Vergine Addolorata, anche detta dello Spasimo e dei Condannati. La deposizione affrescata sopra la porta presenta un Cristo ritratto nell’abbandono della morte col capo appoggiato alla spalla della divina Madre e in un secondo piano una porzione di croce su cui risulta visibile il chiodo che trafisse i piedi del Salvatore. In alto, lo stemma gentilizio della famiglia Giupponi sormontato da una corona con nove punte, sorretta da due angioletti. La chiesa, un episodio architettonico unico in Bergamo presenta all’interno una bellissima pala con molti reliquari annessi

Proseguendo verso la Boccola, ci ritroviamo faccia a faccia con la colonna di San Lorenzo, eretta nel 1627 in memoria della primitiva chiesa di S. Lorenzo, distrutta per la costruzione delle Mura e ricostruita entro la fine del 1600 a pochi passi dalla colonna. Sopra il cartiglio, ormai abraso,  è scolpito uno scudo con giglio, emblema del santo protettore della città.

La colonna di S, Lorenzo, con il cartiglio che conteneva l’antica iscrizione, distrutta a fine sette/inizi Ottocento, nel periodo della Rivoluzione Bergamasca. Il testo, conservato nella Biblioteca Civica di Piazza Vecchia, recitava: EX RECLUSA TANDEM HACE JANUA/QUAE JANI NON EST CLAUSAE JANI/PORTAE IMPORTAT COMMODA PACEM/SEILICET AC UBERTATEM IN OPERA/ATQUE PROVIDENTIA FRANCISCI DUODI/ANNO MDCXXVII (Racc. Gaffuri)

La colonna, benedetta dal vescovo Priuli, fungeva da riferimento per il calcolo delle distanze lungo la Strada Priula tra la fortezza e la Valtellina, misurate in 44 miglia fino a Morbegno (circa 71 km).

La colonna di San Lorenzo, di ordine toscano su piedistallo, reca un cartiglio sovrastato da uno stemma in marmo di Zandobbio e termina con un capitello liscio e un ferro porta stendardo

Mentre le nuvole corrono nel cielo creando strani giochi di luce, continuiamo il nostro tour ricalcando il percorso della cinta medioevale imbattendoci, poco dopo la colonna, nella fontana del Lantro affiancata dalla cinquecentesca chiesa di S. Lorenzo e dall’oratorio dei Morti della Peste del 1630.

Via Boccola: la fontana del Lantro e la chiesa di S. Lorenzo, costruita entro il 1600 dal suo consorzio sulla piazza dell’Olmo, in sostituzione di quella demolita nel 1561 per la cinta bastionata veneziana

La chiesa è stata riedificata sopra la cisterna della Fontana del Lantro, che, originariamente posta all’aperto, si è trovata ad essere inglobata in un atrio interrato, al di sotto della chiesa stessa.

La vasca/fontana del Lantro è alimentata da due sorgenti, quella che  fornisce il nome alla fontana stessa – la più antica e dotata di maggior portata – che scaturisce da una cavità posta sotto la chiesa; l’altra è la sorgente di S. Francesco, che, intercettata durante i lavori di costruzione delle Mura veneziane, scaturisce sotto l’omonimo convento. Nel medioevo l’acqua sgorgava abbondante e soddisfaceva il fabbisogno idrico dell’intera vicinia di San Lorenzo

Alla fine dell’Ottocento la fontana venne sostituita dal nuovo acquedotto civico, rimanendo utilizzata soltanto come lavatoio fino agli anni Cinquanta, quando venne progressivamente abbandonata per un lungo periodo per poi essere recuperata dal gruppo speleologico “Le Nottole” di Bergamo.

Accanto alla chiesa di S. Lorenzo, l’ingresso al lavatoio della Boccola

 

La chiesa di S. Lorenzo, ad una navata e volta a botte, resse le veci di nuova Parrocchiale fino al 1860, quando venne aggregata alla Parrocchia di S. Agata nel Carmine. Grazie al sostegno di mercanti e artisti della vicinia, facenti capo alla Confraternita del SS. Corpo di Cristo, venivano celebrate le messe, distribuito pane tre volte l’anno e curati gli infermi, prima di destinarli all’Ospedale. Conserva all’interno un’Annunciazione di Enea Salmeggia e un Crocefisso con santi e donatori attribuito a Francesco Zucco

La chiesa è affiancata da una cappelletta dedicata ai morti della peste del 1630, preceduta da un portico. Nel lunettone che sovrasta la porta d’ingresso, una composizione macabra e una lastra tombale dipinta al centro, reca la scritta: RIPOSANDO QUI DALLA CHIESA TRASLOCATE LE OSA DEI NOSTRI FRATELLI PREGATE ALLE LORO ANIME REFRIGERIO LUCE E PACE

Inizi Novecento: la chiesa di S. Lorenzo e l’attigua cappelletta dei morti della peste del 1630, precedute dalla colonna di S. Lorenzo (Racc. Gaffuri)

Sul lato destro la morte con la falce accanto e a sinistra un dolente, entrambi appoggiati alla lastra stessa. Teschi, corone di fiori, faci spente e fogliame completano la composizione monocroma eseguita da un giovanissimo Emilio Nembrini nel 1936,  in sostituzione di un’altra precedente ridotta a pallida ombra.

L’oratorio dei Morti della Peste del 1630. I macabri dipinti nel 1936 da Emilio Nembrini, in sostituzione di un affresco scomparso popolarmente attribuito a Vincenzo Bonomini. Nembrini, nativo di Pradalunga ed appartenente a una famiglia di decoratori, venne iscritto giovanissimo alla scuola d’arte Fantoni, allora diretta da Francesco Domenghini, inaugurando una lunga carriera di affreschista

Secondo una tradizione tramandata oralmente dagli abitanti del borgo, il macabro scomparso apparteneva al pennello di Vincenzo Bonomini, pittore molto versato nell’esecuzione di scheletri.

L’oratorio dei morti presso la chiesa di S. Lorenzo intorno al 1965 (Ph Gianni Gelmini)

A metà salita ci imbattiamo nel fronte di nuda pietra del secentesco monastero di S. Agata, convertito a carcere nel 1798 e come tale perdurato fino al 1977. Il corpo di fabbrica a nord, lungo via del Vagine (nell’immagine sottostante), ospitava la sezione maschile, mentre buona parte dell’ala sud del convento, compresa la chiesa, costituiva la sezione femminile, oggi occupata dal bar/ristorante “Circolino”. Il complesso, purtroppo molto degradato e con gravi problemi di natura statica,  attende da tempo una nuova destinazione d’uso.

Le carceri nell’ex-monastero di S. Agata (Michi Cascio)

Più avanti, poco prima che la salita s’impenni sostiamo al cospetto delle grandi arcate sovrastate dalla mole dell”ex complesso del Carmine: un tratto residuo del perimetro difensivo altomedioevale, poggiante su resti d’epoca romana. Sappiamo che gli inizi del Seicento alle arcate erano state addossate, oltre alle case, la “barberia” e la “foresteria” del monastero, una fila di botteghe, tamponate in età moderna.

L’arco temporale di edificazione del monastero del Carmine, vede il periodo di massima attività tra la fine del 1400 e l’inizio del 1500 (con la costruzione di gran parte dell’elegante chiostro, del refettorio e dei locali per i monaci) per concludersi nella seconda metà del 1600 con la realizzazione delle stalle, della sala capitolare e della nuova, ricca libreria. Tra il 1605 e il 1620 addossate agli arconi e orientate verso via del Vagine vengono fabbricate le botteghe e le case, la “barberia”, la “foresteria” e finalmente in spatio di tempo tutta l’altezza con le camere et granaio di sopra (Storia del Convento, Manoscritto compilato dal padre G. B. Guarguanti). Con l’avvento del XVIII secolo si apre per il monastero un periodo di decadimento e, dopo la sua soppressione in epoca napoleonica, di abbandono

Luigi Angelini  descrisse il Carmine come un’opera edilizia il cui chiostro è tra i più tipici e forse il più caratteristico per eleganza di forme architettoniche ed armonia di misure nei vani dei portici e nella linea delle arcate.

Ex monastero del Carmine, l’ingresso da via Colleoni. Alcuni caratteri architettonici originali sono andati perduti nel corso dei lavori di consolidamento statico del complesso. Dal 1996 ospita il Teatro Tascabile di Bergamo

Poco oltre, incontriamo la Fontana del Vàgine, alimentata da una sorgente che sgorgava sotto via Salvecchio e che anticamente aveva scavato una valletta fino all’altezza delle grandi arcate, poi colmata mediante apporti di terreno, calibrati nel tempo in base alle necessità che man mano si presentavano: sia quelle legate alla disponibilità dell’acqua della fonte dentro o fuori la città e sia quelle legate alla necessità di fortificare il nucleo urbano sulla scorta delle esperienze di assedio subite.

Proprio questa incertezza riguardo l’altimetria del pendio impedisce di tracciare con certezza i percorsi seguiti dalle antiche mura in questa porzione di città, dove peraltro sono state costruite almeno due cortine difensive: una in epoca romana ed in seguito una cinta medievale il cui andamento è stato ipotizzato dal Fornoni: la più antica doveva partire leggermente più a sud dell’attuale porta del Pantano e raccordarsi con le arcate del Vagine per poi proseguire passando circa a metà di quel che oggi è il chiostro del monastero di S.Agata.

La porta medioevale del Pantano inferiore da Piazza Mascheroni, in direzione Colle Aperto (la porta superiore è stata demolita nell’Ottocento)

 

In epoca romana quest’area era interna alla citta’ murata, anche se ne era certamente al margine, come confermato dai reperti ritrovati nel corso degli scavi effettuati prima della costruzione del Relais S. Lorenzo, in Piazza Mascheroni. Qui in corrispondenza delle grandi arcate poste alla base dell’ex monastero del Carmine (testimonianti un tratto residuo del perimetro difensivo altomedioevale) si è rinvenuta una teoria di 16 ambienti terminanti ad emiciclo, identificati come strutture terrazzate di contenimento realizzate per limitare i cedimenti naturali del declivio collinare, in questo tratto particolarmente accentuato. Con il passare dei secoli, in questo contesto urbano intensamente frequentato fin dall’antichità, si sono realizzate opere costruttive sempre più articolate e particolarmente complesse

 

Cunicoli delle mura del Vagine (Racc. Gaffuri)

La seconda cortina si può ancora seguire con esattezza: partiva dalla porta del Pantano e passava di fronte alla fontana del Vàgine, poi pigliando per l’attuale via della Boccola rasentava il giardino di casa Tassis, passava sotto il Seminarino e sotto le case della parte inferiore della via Tassis, toccava il Lantro e raggiungeva la porta S. Lorenzo.

Alvise Cima (1693), Veduta prospettica della città di Bergamo e dei suoi borghi, prima della costruzione delle fortificazioni veneziane, particolare.

Incassata nel primo degli archi a tutto sesto che si susseguono verso le ex carceri di S. Agata è la fontana del Vagine, tra le prime documentate nella storia della città.

Fontana del Vàgine, conosciuta già in epoca romana come fons opacinus, fonte di tramontana, per la sua posizione che volgeva a nord. Ora la falda si è persa e dell’acqua non vi è più traccia. Alla fontana potevano attingere sia gli abitanti che i cavalli e disponeva di un lavatoio e di una cisterna molto grande

Pare che la sorgente godesse di grande fama e che i forestieri si recassero ad ammirarla per le sue qualità curative. Secondo le descrizioni di Mosè del Brolo in Liber Pergaminus (1120-1130), le sue volte, il pavimento e le pareti erano ricoperte di marmo.

La fonte del Vàgine nella Racc. Gaffuri

Al termine della breve ma scoscesa salita sbuchiamo in Piazza Mascheroni, in un’area intensamente frequentata sin dalle epoche più antiche e modificatasi nei millenni per necessita’ urbane, economiche e di potere.

La piazza assume il nome di piazza Mascheroni all’inizio del Novecento

In angolo tra la Boccola e la piazza, il Relais S. Lorenzo cela al suo interno importanti testimonianze di una parte della ricca storia di Bergamo, visibili e fruibili in giorni ed orari prestabiliti.

Piazza Mascheroni con il Relais S. Lorenzo a sinistra, in angolo con via Boccola

 

Interno del Relais S. Lorenzo, con i reperti archeologici risalenti al VI/V sec. a.C., una domus, strutture absidate ed intonaci dipinti d’età Romana, insieme ad ambienti porticati, cantinati e cortili ascrivibili tra il bassomedioevo e il Settecento

Proprio qui vi era un tempo la piu’ antica Hostaria della città, detta della Croce Bianca, citata nel 1596 da Giovanni Da Lezze e descritta da Tommaso Bottelli nel 1758, alle cui mura verranno accostate quelle ad uso militare della “Munizione della Paglia”: una trattoria con vasti locali di deposito paglia, che forse serviva per le stalle destinate ai cavalli, poste dirimpetto proprio sotto l’alloggio dei soldati presso la Cittadella.

L’angolo tra via Boccola e piazza Mascheroni con il ristorante Giardinetto (Racc. Gaffuri). La creazione di questo lato della piazza è il frutto di una lunga serie di demolizioni attuate fra l’Ottocento e gli anni Trenta del Novecento (Piano di Risanamento), che avevano lasciato un vuoto privando l’area di una funzione precisa

 

Il Ristorante Giardinetto con pergolato e gioco delle bocce, nel 1975

La piazza si trova al livello del pianoro ondulato sul quale è stato edificato  l'”hospitium magnum” della trecentesca Cittadella viscontea (alloggiamenti per la guarnigione e il comando), il grande recinto murato costruito su terreno vergine che includeva l’intero colle di San Giovanni dividendo in due parti la città.

L’arcigna fortificazione era protetta esternamente da un fossato che nell’area dell’attuale piazza Mascheroni creava una larga fascia inaccessibile, colmata nel Cinquecento con la realizzazione della piazza Nuova.

Piazza Mascheroni con il settecentesco Palazzo Roncalli a chiusura del lato sud, che ingloba il fronte della Loggia dei mercanti, realizzata su progetto di Andrea Ziliolo nel 1520 e tornata alla luce  nel corso di lavori eseguiti nel 1981. Il lato nord è aperto sulle quinte della Maresana e delle Prealpi mentre sui lati lunghi la piazza è chiusa ad ovest dalla Cittadella viscontea (già Hospitium Magnum) e ad est dalle abitazioni poste all’imbocco di via Colleoni e dal Reais S. Lorenzo. E’ completata da olmi siberiani e da una vera da pozzo settecentesca

E’ appunto nel 1520 che la piazza assume la rigorosa forma attuale, quando cioè Venezia decide di trasferirvi una parte del mercato pubblico che si teneva in Piazza Vecchia (granaglie e biade per foraggiare il bestiame), designandola come “Piazza Nuova” per distinguerla dalla precedente, divenuta centro politico-amministrativo della municipalità veneziana.

A tale scopo fa edificare la Loggia mercantile (inglobata nel Settecento  nella facciata dell’attuale Palazzo Roncalli e tornata alla luce nei restauri del 1981), utilizzata per le contrattazioni e per appendervi i bandi e le sentenze criminali, nonchè un’ininterrotta fila di botteghe commerciali addossate al lato orientale della Cittadella viscontea. Nello stesso anno la piazza viene selciata.

La nuova piazza affiancata all’hospitium magnum (divenuto residenza del capitano veneziano), diviene così un nuovo polo economico-commerciale per la città e resterà luogo di mercato fino alla metà dell’Ottocento, quando le botteghe sul lato della Cittadella verranno demolite in attesa che la piazza assuma una nuova configurazione.

In un dipinto del 1830, Piazza Nuova (ora piazza L. Mascheroni) realizzata nel 1520 come nuova piazza di mercato e centro dell’economia cittadina, con la loggia mercantile (non visibile nel dipinto) e il basso fabbricato addossato alle mura medioevali Viscontee, con la  lunga fila di botteghe e le osterie

La loggia e tutti i fronti degli edifici attigui vennero decorati con affreschi di cui restano brani sul palazzo porticato e a destra della Torre della Cittadella.

Il pittore brembano Giovanni Busi detto Cariani (allievo del Giorgione) affrescò  le due teste di leone dalla folta criniera poste accanto ai peducci delle arcate isabelliane nonchè il busto di uomo con scettro, realizzati in uno splendido monocromo.

La facciata del settecentesco Palazzo Roncalli, nella testata meridionale di piazza Mascheroni, con il fronte della loggia mercantile rinascimentale costruita per le contrattazioni, del cui progetto fu incaricato Andea Ziliol (i lavori per la sua esecuzione e per le varie costruzioni adiacenti vennero assegnati a Francesco Pietro Cleri). Nel Settecento la loggia venne inglobata nella facciata dell’attuale Palazzo Roncalli, tornando alla luce nei restauri del 1981 eseguiti sotto la direzione dell’architetto Francesco Giraldi

Del Cariani anche le decorazioni alla destra dei peducci, con la scena di una Venere distesa insidiata da un satiro e il giovinetto intento a suonare il flauto, posto all’estremità della facciata.  Di particolare interesse, sul fronte laterale del palazzo, altri affreschi attribuiti al Cariani eseguiti probabilmente dopo il 1528 durante il suo secondo soggiorno bergamasco. In una delle due lunette, due uomini accanto a due sacchi tengono fra le mani dei chicchi di grano, che stanno guardando e valutando: una normale operazione che si svolgeva dove il grano era commercializzato e generalmente posto nelle parti alte delle case, dove poteva essere più arieggiato e conservato.

Palazzo Benaglio, una scena di contrattazione di granaglie, collegata alla funzione della loggia mercantile (restauro eseguito da Andrea Mandelli nel 1983)

Per la sua conformazione piana, la piazza ospitava anche giochi, gare, giostre e tornei, fra i quali il Calvi ricorda, nel 1567, la festa per “caccia dei tori e dei cani” durante la quale due tori inferociti, fuggiti al di sopra dello steccato per la Corsarola, ferirono gravemente parecchie persone: una tradizione che raccoglieva l’antica eredità dell’area, occupata dagli edifici da spettacolo sin dall’epoca romana (teatro e anfiteatro), che si è protratta fino all’Ottocento interrompendosi quando la Cittadella, divenuta sede dell’I.R. Deputazione Provinciale, cambiò nome e assunse quello di Piazza del Lino.

Nell’area antistante Palazzo Roncalli, nel settore sud di piazza Mascheroni, il rinvenimento nel 1989 e nel 2001 di frammenti di capitelli, di cornici, di un timpano, di colonne scanalate, consentono di ipotizzare l’ubicazione di orchestra, proscenio e scena del   teatro romano, la cui cavea (molto estesa) doveva sfruttare l’andamento del versante settentrionale del colle di San Giovanni. L’anfiteatro era invece spostato più a occidente, come attestato dall’andamento curvo dell’ala ovest della cittadella viscontea, con strutture murarie spesse oltre due metri fondate su elementi murari più antichi

In asse con la Corsarola, la via che attraversa la città, s’erge la porta-torre viscontea d’ingresso alla Cittadella (l’unica conservatasi nella parte piana), con una terminazione settecentesca ad arco e con cinque singolari cuspidi di gusto sloveno ed una campanella, aggiunte probabilmente nel ‘800 durante l’occupazione austriaca. La torre viene chiamata oggi torre della campanella e presenta sopra il poggiolo uno stemma con al centro un’aquila bicipite (simbolo in stretta connessione con lo stemma del Sacro Romano Impero), adottata come proprio emblema dal casato degli Asburgo, Al centro dell’aquila uno scudo inquartato con i simboli alternati della Serenissima e dei Visconti ossia il leone alato ed il biscione.

La torre d’accesso alla Cittadella viscontea, in piazza Mascheroni. L’affresco dell’aquila posto al centro della torre è ricomparso dopo i lavori di restauro eseguiti nella Cittadella negli anni 1958/60 sotto la direzione dell’arch. Sandro Angelini. Fu dipinto da Luigi Bettinelli (1824 al 1892) per conto del’amministrazione austriaca che occupava la Cittadella

 

La torre d’accesso alla Cittadella viscontea, in Piazza Nova, oggi Mascheroni, già Mercato del Lino (Racc. Gaffuri). Dopo il restauro della torre della campanella sono scomparsi alcuni elementi presenti nel disegno: l’uomo e la donna a lato dell’orologio, in piedi su un piedistallo e le quattro lunette nella sommità della facciata, due per parte della torre, citate dal Pasta ed attribuite al Cariani. Le botteghe addossate alla Cittadella sono ancora presenti

Al centro della piazza campeggia una vera da pozzo ottagonale in marmo di Zandobbio; l’opera risale al periodo della dominazione veneta, quando alle fontane vicinali si aggiunsero alcune importanti opere di ampliamento e di abbellimento, fra le quali si annoverano anche la cisterna di Piazza Mercato delle Scarpe, la sostituzione della fontana della vicinia di S. Pancrazio con quella più elegante fontana davanti all’omonima chiesa ed infine la costruzione della fontana Contarini in Piazza Vecchia, la più famosa tra le fontane della città.

Piazza Mascheroni prima dell’abbattimento delle casette che si addossavano alla Cittadella. Al centro, la settecentesca vera da pozzo portante il nome del Capitano Marino Cavalli, con la quale si attingeva alla cisterna costruita agli inizi del 1600 sotto la piazza

Chiudiamo la nostra visita alla piazza con la medioevale porta del Pantano inferiore, che sottopassa il breve andito diretto in Colle Aperto e che insieme alla distrutta porta del Pantano superiore – le due antiche porte disposte sul lato di via Boccola – costituiva l’unico possibile passaggio (sorvegliato da una piccola guarnigione che richiedeva anche il dazio), stretto fra il fianco nord dell”‘hospitium magnum” e le mura settentrionali.

La Porta del Pantano inferiore, osservata da Colle Aperto (Racc. Gaffuri)

Ma perchè Pantano? Perchè fin dall’antichità la zona posta alle sue pendici era pressochè paludosa ed insalubre, e certamente il fossato difensivo che proteggeva la Cittadella non ne aveva migliorate le condizioni.

Particolare di uno degli affreschi cinque/seicenteschi posti sulla facciata dell’edificio che sovrasta la porta del Pantano, dove accanto a brani mitologici compare anche uno stemma gentilizio

Giunti al culmine della nostra passeggiata  e rinvigoriti da tanta bellezza, torniamo sui nostri passi ripercorrendo la Boccola fino alla Fontana del Lantro, dove notiamo sulla destra un andito curioso: è il Passaggio dedicato dalla municipalità a Beccarino da Pratta, un modestissimo caporale della Serenissima che esattamente in questo punto sventò il tradimento del conestabile a guardia della porta, impedendo alle truppe dei Visconti di penetrare nottetempo in città da porta San Lorenzo.

Passaggio Beccarino da Pratta dalla Boccola

 

L’imbocco del passaggio Beccarino da Pratta da via S. Lorenzo

 

Via S. Lorenzo

In un amen l’esigua scorciatoia ci catapulta lungo la salita di S. Lorenzo dove, proprio al di sopra dell’imbocco del passaggio rendiamo omaggio a Santo  patrono della vicinia (uno dei più venerati in tutto il mondo), affrescato sulla facciata del civico 32. La passione di San Lorenzo, martirizzato a Roma nel III secolo, è una delle più note nell’agiografia cristiana.

Al civico 32 di via S. Lorenzo, il patrono della vicinia con indosso la dalmatica, l’ampia tunica rossa, lunga fin sotto il ginocchio. Il santo impugna la graticola, simbolo del suo martirio, la cui corona viene posta sul suo capo da due angeli paffuti. Festeggiato il 10 agosto, è il patrone dei rosticceri, degli osti, dei cuochi, dei bibliotecari, dei librai ed è invocato contro gli incendi, la lombaggine e le malattie della vite

La via S. Lorenzo, da mettere in stretto collegamento con la costruzione del trecentesco convento di S. Francesco, collegava anticamente il centro della città al borgo Fabriciano (Valverde) e alle valli Imagna e Brembana attraverso la porta medievale di S. Lorenzo, demolita nel 1829 ma di cui possiamo vedere l’imposta del pilastro appena superato l’imbocco di via Tassis, quasi in fronte al civico 24a.

L’imposta del pilastro della porta medievale di S. Lorenzo, nella via omonima, demolita nel 1829

La porta medievale di San Lorenzo osservata da sud, in un disegno di Pietro Ronzoni

Poco più avanti incrociamo la curiosa casa dai mille caminetti (un tempo casa di piacere): la leggenda narra che ogni comignolo ricordava il campanile di una chiesa abbattuta per far posto alla costruzione delle mura veneziane.

Ma soprattutto, sulla via S. Lorenzo c’erano un tempo numerose osterie e botteghe, cadute in disgrazia in seguito all’erezione delle Mura veneziane e al crollo del ponte romano  della Regina, che attraversava il Brembo nei pressi di  Almenno S. Salvatore. Delle insegne che segnalavano la presenza di osterie è rimasta quella dell’antico ristorante dell’Angelo, parzialmente riadattata.

Antica insegna del caffè dell’Angelo in via S. Lorenzo. L’angelo, con le ali azzurre, indossa una tunica nocciola e tiene tra le mani una verga; nella doppia cornice di ferro battuto sono evidenziati i tralci della vite; l’insegna è sormontata da una corona di ferro

A fine corsa sfioriamo con lo sguardo la vertiginosa torre del Gombito – dal latino compitum, ossia incrocio o crocicchio -, punto d’incrocio del cardo e del decumano di romana memoria e torre più alta della città.

Torre del Gombito

Torniamo infine sui nostri passi per una sosta all’area archeologica di vicolo Aquila nera (dal nome curioso di una vecchia locanda), spiando da dietro le vetrate un incredibile spaccato della storia della città antica, dell’insediamento protourbano del V secolo a.C. ad oggi.

sfiorando l’area archeologica di vicolo Aquila Nera e lanciando un occhio alla torre del Gombito, edificata nel XII secolo; non prenderà mai il nome delle famiglie che nei diversi secoli ne diventarono proprietarie

Noteremo i resti della domus romana (di cui rimangono parte dei muri e dei pavimenti), il pozzo e reperti risalenti a un periodo compreso tra il I secolo avanti Cristo e il II dopo Cristo, sui quali, in epoca medievale, è stata edificata un’altra abitazione, in parte ancora visibile.

Area archeologica di vicolo Aquila Nera nella Città Alta di Bergamo

La visita è gratuita ma è necessaria la prenotazione: magari la prossima volta?