Il Cappello d’Oro e i suoi fasti

Albergo del Cappello d’Oro, all’incrocio tra l’attuale viale Papa Giovanni XXIII e via Tiraboschi

La memoria del Cappello d’Oro, locanda con ristorazione appena fuori Porta Nuova, risale alla seconda metà dell’Ottocento, ai tempi in cui era frequentato dai commercianti della Fiera allestita oltre i Propilei, ingresso monumentale  alla città.

Nei pressi, appena fuori dalla porta daziaria, sostavano dei carretti guidati da uomini con un gran cappello giallo, la cui presenza diede spunto al nome dell’albergo, che trasformò quel giallo nel più appetibile “oro”.

Viale Papa Giovanni ancora priva dei binari del tram, posati nel 1897

Stiamo parlando del primitivo Cappello d’Oro, quello che diversi anni dopo venne rilevato da quel genio speciale della ristorazione che fu il cavaliere Domenico Ruggieri, che lo trasformò sino a renderlo una stella di prima grandezza, degna di brillare anche in ambito internazionale.

Quello stesso che nel 1979 venne acquisito dai coniugi Anna ed Ernesto Zambonelli, che ne avviarono l’attività l’anno seguente. Storia alberghiera, oggi alla terza generazione, guidata dalla madre Anna, i figli Corrado e Giovanni e il nipote Daniele.

Vecchie locandine rintracciate qua e là ci danno conto del nominativo di un antico gestore, un certo Eugenio Artifoni (forse il primo?) la cui attività venne poi rilevata dagli eredi, che dovettero condurre anche l’Hotel Cavour.

Ci fu poi Enrico Avallone, che probabilmente iniziò a gestire l’Albergo non prima del 1897, come si evince dalla mancanza dei binari del tram, posati proprio in quell’anno.

Verso la fine dell’Ottocento il Cappello d’Oro godeva già di una particolare notorietà; la sua cucina, rinomatissima, era considerata la più importante della città, ben al di sopra del Concordia – che s’impose in un periodo successivo – e dell’Italia, che ai tempi si trovava in Via XX Settembre, mentre il Moderno – figuriamoci – era ancora in costruzione.

Grande Albergo Reale Italia, via XX Settembre

Forse, per le nobiltà di Città Alta, qualche nomea interessava il “Solino”, antichissimo luogo conosciuto da tutti e di cui Hermann Hesse ci ha lasciato un’indimenticabile testimonianza durante il suo soggiorno, avvenuto nel 1913.

Antico Albergo del “Sole”, Piazza Vecchia all’imbocco della Corsarola (via Colleoni)

Ma nella città al piano era il Cappello d’Oro a primeggiare, grazie alla capacità dei proprietari di offrire alla clientela le più fini agiatezze, frutto delle più recenti innovazioni.

Porta Nuova con i cancelli daziari in un’immagine anteriore al 1897

Fra queste, l’omnibus a due cavalli stanziato presso la stazione ferroviaria, pronto ad accogliere in gran pompa i “signori clienti” nonostante nel viale il tram a cavalli fosse già attivo dal 1888: i binari del tram vennero posati solo nel 1897 per lo scorrimento dei vaporini “Brembo” e “Serio”, ben presto sostituiti dal tram a cavalli a causa del loro discontinuo e farragginoso funzionamento.

Il tram a cavalli, ripreso nei pressi della Fiera, faceva servizio tra i borghi

L’ingresso avveniva da una porta a tre luci sistemata lungo il viale o da un grande portone aperto sull’attuale via Tiraboschi, da cui entravano le carrozze, gli equipaggi signorili, i barrocci e le timonelle provenienti anche da fuori città.

Il Cappello d’Oro in una cartolina pubblicitaria dell’epoca

Ben tre scuderie provvedevano alla sosta e alla cura dei cavalli, che i padroni più abbienti facevano strigliare fino a brillare. Nel cortile l’andirivieni non conosceva sosta: chi voleva entrare e chi voleva uscire, chi esigeva spazio per l’abbeverata, chi sollecitava per un’incombenza: un bailamme assordante cui non si sottraeva nessuno, nemmeno i clienti altolocati e più azzimati.

Albergo del Cappello d’Oro, oggi Best Western Hotel Cappello D’Oro sotto la guida della famiglia Zambonelli

La rilevanza dell’Albergo derivava naturalmente anche dalla sua posizione strategica all’incrocio tra le due principali arterie del borgo in pieno sviluppo, ai primi del Novecento in odore di modernità.

Cartolina che un ospite del Cappello d’Oro inviava a un amico nel febbraio del 1902

La città stava scendendo al piano con ritmo vertiginoso e si avviava a modificare radicalmente la sua tradizionale struttura urbana per acquisire un volto moderno.

La costruzione della funicolare per Città Alta, risalente al 1897, aveva accelerato il trasferimento al piano di molti cittadini

 

Porta Nuova e l’insegna del Cappello d’Oro a sinistra. Considerata la presenza dei lampioni a gas e la mancanza dei binari del tram, si evince che la fotografia è anteriore al 1887

 

Questa ripresa fu eseguita a non molti anni di distanza dal medesimo punto di vista ma con sensibili differenze: vi sono i binari del tram ed è giunta l’energia elettrica a sostituire i lampioni a gas. Ne deriva che l’immagine è posteriore al 1890 e comunque non va oltre il 1901 poiché esistono ancora i cancelli daziari

Con l’abbattimento delle Muraine sorgevano nuove case, venivano tracciate nuove strade e migliorava la viabilità e, in tutto questo, il decollo dell’industria e dei commerci elettrizzava i bergamaschi.

Inizi XX secolo: Bergamo è in odore di modernità

 

In viale Roma, accanto alla Fiera

Nella città che si apprestava a crescere il Cappello d’Oro stazionava al crocevia dei tre cuori pulsanti del centro cittadino di allora, ovvero tra il Sentierone e la Fiera – la grande area del commercio e della finanza cittadina -, il Foro Boario, cioè mercato del bestiame, e la fermata del tram belga proveniente dalla “bassa”, che scaricava a due passi le folle del trevigliese e del milanese, che si smistavano fra negozi, uffici pubblici, scuole ed ospedali.

Il Foro Boario (nei pressi della stazione ferroviaria) ai primi del Novecento

 

Il tram per Lodi davanti a Porta Nuova, lungo la strada le rotaie del tram a cavalli in servizio tra la stazione ferroviaria e piazza Baroni

Al centro di Porta Nuova una torretta vetrata di circa otto metri e con un grande orologio in cima, fungeva da capolinea delle vaporiere provenienti da Lodi e Milano attraverso lo smistamento di Treviglio.

Porta Nuova (proprietà ing. Luigi Angelini)

Il loro arrivo affumicava l’aria rendendola irrespirabile per oltre una mezz’ora: il tempo richiesto per scaricare e caricare le merci e rifornire le vetture del combustibile necessario. Avvelenati dai miasmi del carbone i passeggeri ed i passanti non potevano far altro che tossire, mentre gli astanti in attesa di ripartire si chetavano solo al fischio potente e allo sferragliare della vaporiera. Finalmente, partiti i convogli, per qualche ora si poteva respirare.

Al frastuono che avvolgeva tutto intorno il Cappello d’Oro si contrapponeva la calma quasi irreale che si respirava al suo interno.

LA CLIENTELA

La clientela era formata prevalentemente da habitué che non badavano ad altro che a spassarsela in pace. Forniti di marenghi trascorrevano il tempo tra qualche impegno di lavoro, visite agli amici, agli uffici notarili, alle banche e al ritrovarsi al Circolo per la partita, magari assaporando l’idea di qualche scappatella.

Fine Ottocento – Lustrascarpe davanti al Cappello d’Oro

Tutt’altra musica la domenica all’ora di cena, quando i “privilegiati” arrivavano con la famiglia, figlioli compresi, tutti azzimati ed eleganti. L’aria si faceva allora densa di attenzioni e reciproche cortesie.

Le signore svolazzavano tra chiffon e cappelli mentre gli uomini sfoggiavano le impeccabili giacche lunghe con i calzoni a righe e le scarpe di vernice, i solini e il fazzoletto ricamato nel taschino, con la catena d’oro in bella mostra sul bianco gilet inamidato.

1910 circa: le dame sul Sentierone e, accanto, il Teatro Donizetti

Il lunedì era invece giorno di traffici, delle più disparate riunioni fra negozianti, viaggiatori di commercio e mediatori d’ogni sorta, che stazionavano all’Albergo sino a notte: tipi alla buona comunque, chiassosi, bevitori e gran mangiatori.

DOPPIO MENU PER CLIENTI….DIVERSI

Nella battagliera giornata del lunedì non si contavano quindi le tazzone di “busecca”, di foiolo, il carrello con il manzo, l’arrosto a pezzi monumentali, lo stracchino di gorgonzola tagliato alla brava, le fettone di salame casalingo, il grana dalla goccia verde.

Davanti al Cappello d’Oro nel 1913

Tutto ‘sto “ben di dio” spariva alla vista nei giorni successivi per non urtare i palati fini – non avvezzi al cibo triviale – per i quali, al Cappello d’Oro, si approntavano piatti saporiti ed invitanti, ma delicati.

GOLOSONI ILLUSTRI

Piatti di cui, al tempo della Stagione lirica al Donizetti, Pietro Mascagni e Leopoldo Mugnone (gran mangiatori) non si stancavano di lodare la bontà.

Pietro Mascagni al Teatro Donizetti, il 3 ottobre 1940, quando lo stesso maestro diresse la Cavalleria Rusticana per il 50° anniversario dell’opera. Qui è rappresentato con tutti gli interpreti, fra cui Jolanda Magnoni, Maria Marcucci, Ida Mannarini, Alessandro Ziliani, Antenore Reali. Accanto a Mascagni è l’allora ministro e gerarca fascista Giuseppe Bottai, che proprio in quegli anni lì dirigeva il Premio Bergamo. La fotografia fu scattata dal celebre Umberto Da Re

La loro presenza al Cappello d’Oro si affiancava a quella degli artisti che imperversavano in città nell’agosto e nel settembre o a quella di coloro che vi facevano tappa nel viaggio verso San Pellegrino, l’aristocratica sede termale onorata da Sua Maestà la regina Margherita, da ministri, banchieri, industriali, stranieri di fama.

La Principessa Bonaparte a San Pellegrino

In tali occasioni, al Cappello d’Oro aumentavano i cuochi e i camerieri, e fu proprio lì che comparvero le rarità dei vini francesi, degli champagne, dei cru e dei cognac pregiati.

FESTE E FESTINI

Questi festini si ripetevano nello stesso salone anche in caso di elezioni, dove in seguito ai successi il ricchissimo senatore radicale Adolfo Engel non tralasciò di porgere ai suoi maggiori elettori ostriche, tartufi, pâtés di Strasburgo e larghe fette dei panettoni fatti arrivare appositamente dal Cova di Milano.

La storica pasticceria “Cova” rientra tra le botteghe storiche e “di rilevanza sociale” di Milano: aperta a lato del Teatro alla Scala nel 1817 da Antonio Cova, un ex soldato di Napoleone, nel 1950 si trasferì in via Monte Napoleone. Oggi, la partecipazione di maggioranza della storica pasticceria è stata aggiudicata alla holding di Louis Vuitton

Fra impeccabili tovaglie di lino, posate d’argento e porcellane, vi si tenevano anche eleganti banchetti di nozze e banchetti organizzati per varie celebrità o per nomine a Cavaliere o Commendatore.

Anni Quaranta: fra il Cappello d’Oro e la Zuccheriera

 

Anni Quaranta nello slargo tra via Tiraboschi e viale Papa Giovanni XXIII

Quando Bergamo ospitò Gabriele D’Annunzio, non fu difficile rendergli gloria se non raccogliersi, intorno a lui, al Cappello d’Oro nel corso di una memorabile serata pari soltanto a quella che si organizzò per la divina Rosina Storchio.

Rosina Storchio (1876-1945), soprano italiano, creò ruoli in diverse opere di Puccini, Leoncavallo, Mascagni e Giordano tra cui Mimi in La Boheme (1897) e Cio-Cio San in Madama Butterfly (1904)

Momenti di gloria rimasti a lungo nella memoria cittadina insieme al ricordo di centinaia di curiosi accalcati nell’attesa, stupiti dell’incredibile via vai degli omaggi floreali provenienti da ogni dove.

 

Riferimenti

Le notizie sono tratte in prevalenza da Geo Renato Crippa, Il “Cappello d’Oro” – “Bergamo così (1900 – 1903?)”.

6 risposte a “Il Cappello d’Oro e i suoi fasti”

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