La Bergamo godereccia dei teatri di una volta, tra centro, borghi e periferie

Non si può certo dire che in passato Bergamo sia stata a corto di teatri, soprattutto negli anni della Belle Époque, quando erano in molti ad uscire la sera e a riempire teatri e ritrovi, in Città Bassa come in Città Alta.

A cavallo fra Otto e Novecento Bergamo Bassa poteva vantare, accanto al teatro massimo della città (il vecchio “Riccardi”, nel 1897 intitolato a Donizetti), la presenza di due teatri – l’Ernesto Rossi e il Givoli -, che  sorgevano in Piazza Baroni nei pressi dell’odierna Casa della Libertà, nello spazio tradizionalmente legato allo spettacolo e al divertimento che gravitava intorno all’antica Fiera.

L’immagine, antecedente al 1897, mostra una giostra in Piazza Baroni, affiancata dal Teatro (o Politeama) Givoli, visibile a sinistra (Foto Don Giuseppe Locatelli – Raccolta Domenico Lucchetti)

C’è una fotografia che li ritrae l’uno accanto all’altro, in quella Piazza Baroni che da secoli accoglieva tendoni e baracche provvisorie, allestite per ogni sorta di  spettacolo e divertimento.

Il Politeama Givoli (poco prima della demolizione, avvenuta nel 1897) e, sulla destra, il Teatro Ernesto Rossi di proprietà di Luigi Dolci. Quest’ultimo venne abbattuto nel 1894. La fotocartolina venne eseguita tra l’82 e l’84 (Raccolta D. Lucchetti)

Non molto belli ma abbastanza capienti, tra i due, il Givoli era il più grande e fu l’ultimo a scomparire (1897) per dare spazio, al di là della Roggia Nuova, al Teatro Nuovo (detto allora “Nuovo Politeama”, inaugurato nel 1901), da edificarsi secondo i criteri di eleganza dettati dal clima di modernità che ormai si andava respirando nel centro cittadino.

Un singolare documento del 1897 mostra l’abbattimento del Politeama Givoli e la costruzione del Teatro Nuovo (il Teatro Rossi era stato demolito tre anni prima) – (Raccolta D. Lucchetti)

Un paio d’anni prima dell’inaugurazione del Nuovo, e cioè nel 1899, il capomastro Antonio Dolci costruiva, a pochi passi dalla Stazione ferroviaria, il Politeama Novelli, che ebbe vita breve perché nel 1903 Nicolò Rezzara aveva proposto di edificare in quel luogo la Casa del Popolo, entro la quale venne ricavato il Teatro Rubini, sorto nel 1907.

Ne seguirono altri: il 1923 fu la volta dell’ Augusteo, costruito in Borgo Palazzo e rimasto in attività – pare – fino allo scoppio della Seconda guerra mondiale, quando la sala venne requisita per ricavarne una mensa.  Nel 1927 fu invece  inaugurato il Duse, sulla Rotonda dei Mille: il teatro dei grandi spettacoli di rivista dell’epoca, demolito nel ’68.

Disseminati tra i borghi e le periferie,  oltre ai teatri di quartiere (il già citato  Augusteo, oppure il Del Borgo in Piazza Sant’Anna ), vi furono anche quelli dei collegi (in primis il teatro del collegio Sant’Alessandro) e degli oratori, fra i quali quello dell’Immacolata, dei Celestini in Borgo Santa Caterina, delle Grazie, di Boccaleone, di Redona (poi Qoélet) o del più recente S. Andrea, in via Porta Dipinta.

In Città Alta erano ormai in decadenza due teatrini che avevano funzionato per tutto l’Ottocento, quello di piazza Mascheroni e il San Cassiano; a partire dagli anni Trenta cominciò poi a funzionare il Teatro del Seminarino.

Rappresentazione teatrale al Teatro del Seminarino in Bergamo Alta

Vi erano poi i teatri del dopolavoro; importante fu la Sala del Mutuo Soccorso di via Zambonate nonché il teatro Minerva del dopolavoro ferroviario presso la Stazione.

Un locale di cui non si parla più, eppure ha fatto la storia: la sede del Mutuo Soccorso in via Zambonate, nel 1921. La fotografia rappresenta un momento di grande festa (con banda musicale) dell’Associazione Proletaria Escursionisica ospitata nel caseggiato del Mutuo Soccorso

Vi era un piccolo teatro anche in via Torquato Tasso, dove si esibiva l’Estudiantina, un’orchestrina di chitarre e mandolini (1).

Ritratto di gruppo di una classe dell’Estudiantina Bergamasca (prima metà del XX sec.) – (Archivio fotografico Sestini – Archivio Domenico Lucchetti. Fondo Ritratti bergamaschi)

Si è vagheggiato anche di un certo teatro “Smeraldo”, aperto negli anni ’40-’50 in Viale Vittorio Emanuele di fronte al civico 12, ma di questo non abbiamo certezza.

Tra i tanti , a fare la storia sono stati in cinque: il Sociale, il Donizetti (già Riccardi), il Nuovo, il Rubini e il Duse. I primi due realizzati in particolare per ospitare spettacoli d’opera lirica, anche se mai mancò la prosa seria, per la quale si accoglievano anche le compagnie di giro quando erano nei paraggi (come non pensare a Emma e Irma Gramatica, Angelo Musco, Gualtuero Tumiati, Maria Melato, Ruggero Ruggeri, Ermete Novelli). E poi il varietà, la danza, le riunioni pugilistiche, i trasformismi (Fregoli come grande richiamo), i comizi, le giocolerie, le donne barbute, le donne cannoni, le lotte con i tori, per poi approdare, in molti casi, al cinema.

Tanti teatri dunque, grandi e piccoli,  dalla cui storia emerge il ritratto di una Bergamo musicale e godereccia, straordinariamente vivace e vissuta: una geografia molto ramificata di locali, che ha regalato per molto tempo svago, cultura, occasioni di incontro e tanto, tanto benessere.

Alla fine del Novecento, il Rubini e il Duse erano morti e sepolti da un po’, mentre del Nuovo sopravviveva ormai il suo fantasma (non parliamo poi della strage dei piccoli teatri e del Sociale ancora da recuperare). In poco più di cinquant’anni Bergamo aveva distrutto un patrimonio artistico che fondava la sua identità sociale, culturale e civile, non preoccupandosi nemmeno di costruire un museo del teatro, a disposizione dei bergamaschi,  in cui fossero esposti disegni, cartelloni, biglietti, foto che documentassero la sua storia.

Resisteva l’Auditorium in Piazza della Libertà, che, sempre legato all’associazione cinefila Lab80, poteva contare sulla sua super sala che era anche perfetta come teatro.

Sparito l’Augusteo, il teatro Minerva del dopolavoro ferroviario, il Salone del Mutuo Soccorso in via Zambonate, il teatro della Casa del fascio e dei sindacati in via Scotti, “il bel teatrino liberty del Collegio Sant’Alessandro, ora un triste auditorium in cemento armato! Ma quando mai i teatri si fanno in cemento armato?!”, lamentava Mimma Forlani (2).

TEATRO ROSSI (GIA’ TEATRO DELLE VARIETA’)

Artefice della nascita del primo teatro stabile, dopo il “Riccardi”, fu un ex capomastro intraprendente, attratto dal mondo dello spettacolo: quel Luigi Dolci che già aveva gestito il “Riccardi” fino al 1879, per poi gestire il Teatro delle Varietà, del quale Luigi Pelandi ci ha tramandato notizie.

Teatro Ernesto Rossi, già Teatro delle Varietà, in Piazza Baroni

Il Teatro delle Varietà era una gran baracca fissa con basi in muratura, che si trovava in Piazza Baroni (presso il Torresino di mattina), dov’era presente almeno dal 1881 (3). La prima rappresentazione portata su quelle tavole era stata l’Aida, recitata da marionette.

Il teatro aveva subìto sensibili trasformazioni per cura del proprietario Luigi Dolci, su disegno del figlio Antonio. L’interno aveva due ordini di gallerie e poteva contenere un massimo di 1200 persone.

Narrano le cronache del tempo che il teatro doveva essere un ambiente “aristocratico”, e per quanto fosse disposto per qualunque produzione, doveva destinarsi soprattutto a trattenimenti di prosa. Vi si esibirono le migliori compagnie drammatiche del tempo, ma vi furono anche concerti celebri, pianisti e violinisti di cartello (4). Sta di fatto però che il popolino lo chiamava “ol filatòi del Dolci”, perché amene coppiette di innamorati “filavano” tranquillamente nell’oscurità della sala.

Il Teatro Rossi, in Piazza Baroni (Raccolta avv. D. Cugini) 

Nel 1883 questo teatro assunse il nome di Teatro Rossi, in omaggio al grande attore Ernesto Rossi, che vi aveva tenuto una serie di recite nella primavera di quell’anno. Il Teatro Rossi venne demolito nel febbraio del 1894 poiché il Dolci non volle saperne di pagare la tassa annuale di posteggio all’amministrazione dell’Ospedale.

L’attore Ernesto Rossi all’epoca in cui diede il nome all’omonimo teatro (Raccolta D. Lucchetti)

E’ interessante notare che il suo ultimo impiego fu per un congresso socialista, relativo all’approvazione dello statuto regionale (5).

Il Teatro Rossi, in Piazza Baroni, strutturato sul preesistente Teatro delle Varietà da Luigi ed Antonio Dolci, poteva contenere 1200 persone. Fu così chiamato in omaggio al grande attore Ernesto Rossi, che ne calcò le scene nella stagione di primavera del 1883. Doveva essere un teatro aristocratico, ma in verità veniva chiamato “ol filatòi del Dolci” perché frequentato da amene coppiette. Venne demolito nel febbraio del 1894, poiché i Dolci non vollero pagare all’Ospedale Maggiore un aumento di affitto per il terreno (tempera di G. Gaudenzi)

POLITEAMA GIVOLI

Vita breve ebbe poi il Politeama Givoli, che fu edificato nel 1882 accanto al Teatro delle Varietà, là dove ogni anno per la stagione fieristica stazionava un circo equestre, che in bergamasco si chiamava bal di caài. Costruito su progetto dell’architetto Gaetano Gallizioli, venne definito una “mostruosità” da un giornale del tempo.

Il Politeama Givoli al centro della fotografia, posto tra la Fiera e l’Ospedale di S. Marco (annullo postale 5 giugno 1899, fototipia – Raccolta Lucchetti)

Il teatro, costruito in muratura e legno, aveva tre ordini di palchi ed una vastissima platea che poteva contenere 2500 persone (6).

Il Politeama Givoli in una tempera del pittore G. Gaudenzi

Le cronache del tempo lo descrivono come un ambiente popolare e più che altro destinato a spettacoli di circhi equestri e di varietà: in quegli anni, il termine Politeama veniva usato di frequente e si riferiva ad un luogo dove venivano rappresentati spettacoli di vario tipo: prosa, lirica, varietà, concerti, circo equestre, comizi, esperimenti “scientifici” e, più tardi, anche il cinematografo.

Nel 1894 e nel ’96 Filippo Turati vi tenne due famosi discorsi: “i socialisti sono i veri conservatori” e “la politica del proletariato” (7).

La Fiera vista da Porta Nuova: sulla destra si riconosce il fronte del Politeama Givoli (Raccolta Lucchetti)

Il 2 novembre del 1897 vennero iniziati i lavori di demolizione perché l’amministrazione ospedaliera rivendicò a sé l’uso dell’area sulla quale sorgeva il teatro, e alla fine di quel mese la Piazza Baroni era completamente vuota! (8).

Una rivista militare davanti al Politeama Givoli, in una fotografia del 6 giugno 1897. Fu costruito nel 1882 su progetto dell’architetto Gallizioli. Venne definito una “mostruosità”; aveva però tre ordini di palchi e ben 2500 posti in platea. Si adattava perciò ad ospitare circhi e spettacoli popolari. Fu abbattuto nel novembre del 1897, poiché l’Ospedale Maggiore, proprietario del terreno, volle libera l’area (Raccolta Lucchetti) 

POLITEAMA NUOVO

Mentre si abbatteva il Politeama Givoli, su di un terreno situato al di là della Roggia Nova, che a quel tempo scorreva a cielo aperto, si edificava, sull’area dell’ex giardino Piccinelli, il Teatro Nuovo, detto allora “Nuovo Politeama”, in quanto avrebbe dovuto rappresentare un po’ di tutto.

Teatro Nuovo. Progettato nel 1897 (anno in cui il “Donizetti” assume l’attuale denominazione) da Gattermayer e Albini sull’area del giardino Piccinelli (attuale angolo via Verdi/ Largo Belotti), sul modello del Dal Verme di Milano, fu inaugurato il 23 marzo 1901 con La sonnambula di Bellini. L’edificio, ampliato nel 1928 da Cesare Ghisalberti e Camillo Galizzi, fu successivamente trasformato in sala cinematografica da Alziro Bergonzo, che eliminò le quinte, i palchetti, le gallerie a ferro di cavallo e il grande palcoscenico

Ma la costruzione, iniziata nel giugno del 1897, andò per le lunghe a causa di diverse inadempienze degli appaltatori. Gli impresari appaltanti, Giovanni Givoli e Innocente Carnazzi, dopo aver ricorso a giudizio, furono felici di liberarsi del fabbricato, cedendolo a Carlo Ceresa. Questi fece portare a termine la costruzione e – poiché si eccepiva sulla stabilità delle gallerie – ottenne il permesso di agibilità con un singolare espediente, che viene così riferito da Luigi Pelandi: “Fatta caricare’ dai suoi coloni di Stezzano, su una lunga fila di carri, una innumerevole quantità di sacchi di frumento, li fece collocare vicinissimi gli uni agli altri. Poi mise per beffa il cartello: tutto esaurito, e una bella sera, sfolgorante il teatro di luce, chiamò la commissione dei tecnici per constatare la gravità, la quantità, la qualità ed eccezionalità del pubblico così pesantemente assorto. La commissione vide, commentò ed autorizzò a pieni voti l’esercizio teatrale” (9). E finalmente il 23 marzo 1901, il Teatro Nuovo fu inaugurato con una rappresentazione de “La Sonnambula” di Vincenzo Bellini.

L’interno del Teatro Nuovo da poco inaugurato (Raccolta D. Lucchetti)

Fu con il geniale e temerario Pilade Frattini, impresario del Nuovo dal 1904 al 1915, che si ebbero le rappresentazioni più stravaganti e variate: con Frattini divenne la sala più polivalente della città, ospitando opere liriche, operette, commedie e drammi, concerti, conferenze, comizi, balletti, esperimenti scientifici, giochi popolari, spettacoli circensi, incontri di pugilato e lotta…

Pilade Frattini, uomo singolare ed impresario geniale del primo Novecento. Gestore del Caffè Nazionale (divenuto “Frattini”), co-gestore del Teatro Nuovo dal 1904 nonché animatore del Teatro Donizetti. Ma fu al Nuovo che scaricò tutto il suo estro, portando persino una corrida di tori (riproduzione da Raccolta D. Lucchetti)

Fu proprio al Nuovo che nel 1913 si organizzò il primo incontro di Boxe, in una serata d’accademia di ginnastica e scherma, mentre nel novembre del ‘28 il teatro Duse iniziò ad ospitare importanti manifestazioni di pugilato, che interessarono poi anche altri locali cittadini: oltre che al Nuovo, presso la sala Vittoria in P.zza S. Spirito, nella palestra dell’Atalanta in via Verdi, al Teatro Sociale, al cinema varietà Augustus in Borgo Palazzo e al Teatro Minerva del dopolavoro Ferrovieri.

Sotto Frattini vi fu la storica esibizione (1911) della Compagnia Futuristica Marinetti & Co (due anni prima “Le Figaro” aveva pubblicato il famoso Manifesto del Futurismo), suscitando scandalo tra i benpensanti e invettive anticlericali durante lo spettacolo. Nel 1915 Il teatro ospitò Luigi Pirandello in veste di direttore artistico di una compagnia teatrale che si esibì in “Sei personaggi in cerca d’autore”.

Fra i nomi celebri, Pietro Mascagni, Emma Gramatica, Fregoli, il grande giocoliere bergamasco Enrico Rastelli, ma anche, per la gioia dei bambini, il “nano Bagonghi”, così come l’indimenticabile Ettore Petrolini, Tito Schipa, ma anche D’Annunzio e Mussolini. L’elenco potrebbe continuare all’infinito, in quello che per lustri è stato l’unico teatro popolare della Città, solo più tardi affiancato dal glorioso “Duse”.

Nel corso della sua storia il Nuovo ha avuto diversi assetti, determinati dalle necessità che di volta in volta emergevano nel mondo dello spettacolo e della vita sociale e culturale della città. Nel tempo l’edificio si è progressivamente ridotto ed ha perso quell’assetto tipico dei teatri di fine Ottocento/primi Novecento del secolo scorso.

Nel 1928 è stato ampliato e sistemato su progetto degli architetti Galizzi e Galimberti nonché abbellito con una decorazione dal severo gusto artistico, così da rendere il Teatro degno del nuovo centro cittadino. Nel 1965 si è messa nuovamente in atto una ristrutturazione massiccia, ad opera dell’architetto Alziro Bergonzo, che lo ha trasformato definitivamente in una grande e modernissima sala cinematografica (del vecchio e glorioso teatro resta ormai praticamente la facciata verso Largo Belotti), diventando una sala da Prime Visioni (‘Rocky’ e ‘Jesus Christ Superstar’ vi tennero il cartellone per settimane) ma tenendo anche qualche spettacolo musicale o di cabaret teatrale.

Dopo aver attraversato un periodo di decadenza e dopo ripetuti tentativi di riqualificare il locale con programmazioni cinematografiche di livello, nell’estate del 2005  il cinema Nuovo ha chiuso definitivamente i battenti.

POLITEAMA NOVELLI

Un paio d’anni prima dell’inaugurazione del Nuovo, e cioè nel 1899, sempre per merito di quell’Antonio Dolci (figlio di Luigi) già interessato alla ristrutturazione del divenuto teatro Rossi, nacque il Politeama Novelli, edificato all’inizio del “viale della stazione”, nel giardino Codali, acquisito dal Dolci. A inaugurarlo, la sera del 16 novembre, fu invitato Ermete Novelli, che mise in scena un  magistrale “Papà Lebonnard”, con la sua compagnia al completo.

Come ricorda Luigi Pelandi nella sua Bergamo scomparsa, “fu una bazza per la cassetta e un trionfo per il grande attore, già abituato del resto a imponenti ovazioni dei teatri italiani ed esteri per quella sua mimica ampollosamente espressiva eppur tanto spontanea, passante dalle note ilari e bonarie a quelle della più commovente drammaticità”. Come poi usava a quel tempo, il Politeama Novelli ospitò anche diverse conferenze. Una in particolare aprì sui giornali un dibattito acceso: l’aveva tenuta l’avvocato Federico Maironi “contro la convenzione per la trasformazione dei tram cittadini”. Gli oratori erano molto contesi dai teatri, che a Bergamo proprio non mancavano (10).

Il Politeama, nei pressi dell’attuale via Novelli, era sorto riadattando la grande e singolare serra di un giardino preesistente, che apparteneva al floricoltore Codali. Come mostrato dall’immagine sottostante, vi era anche un laghetto, alimentato dalla roggia Ponte Perduto, che d’’estate fungeva da “piscina”, rigorosamente riservata alla popolazione maschile e affittata a 10 centesimi, mentre d’inverno lo specchio d’acqua ghiacciava diventando pista da pattinaggio e rifornendo ghiaccio per uso domestico. La serra fu poi trasformata in teatro.

La ripresa mostra il Giardino e il laghetto del floricoltore Codali, che in questo luogo teneva una grande serra, trasformata in teatro da Antonio Dolci nel 1899. La ripresa fu effettuata all’altezza dell’attuale Palazzo Dolci intorno al 1890, tra l’attuale viale Papa Giovanni e via Ermete Novelli. L’edificio a destra dovrebbe corrispondere al retro dell’odierno Hotel Piemontese, mentre quello a sinistra è un ampliamento del piccolo bar-ristorante in fronte al piazzale della Stazione, dove ad oggi si sono avvicendati numerosi esercizi di ristorazione

Nel 1903, Nicolò Rezzara propose di edificare sull’area del giardino Codali la Casa del Popolo (attuale sede de L’Eco di Bergamo). Il teatro ebbe dunque vita brevissima: fu abbattuto nel 1904 e la Casa del Popolo (oggi conosciuta come Palazzo Rezzara) si inaugurò l’8 maggio 1908, nella vasta area oggi compresa tra viale Papa Giovanni XXII, via Paleocapa e via Novelli.

Il Politeama Ermete Novelli, sorto nel 1899 nei pressi di via Ermete Novelli riadattando la grande e singolare serra del preesistente Giardino Codali. In alto si riconosce la mole della Casa del Popolo, costruita agli inizi del Novecento cambiando la fisionomia del viale della stazione. Fu proprio l’attore Ermete Novelli, con la sua compagnia, a tenere lo spettacolo con il quale si inaugurò la nuova sala. Che tuttavia non durò molto venendo tutta la zona coinvolta nelle trasformazioni del nuovo centro, che interessarono anche i lati del viale della stazione (Archivio Fotografico Sestini – Archivio Domenico Lucchetti)

Era il periodo in cui l’area circostante la Stazione andava acquisendo la fisionomia che conosciamo, con la via Paleocapa già delineata e con in testa Palazzo Dolci e Casa Paleni in viale Roma, con la sua ricca facciata liberty.

Palazzo Dolci su Viale Roma nel 1920. Eretto negli anni ‘70 dell’Ottocento, l’edificio rappresenta un segno architettonicamente dominante dell’incrocio tra via Paleocapa e il viale della Stazione, dove esprime il linguaggio eclettico del tempo. Il viale è ombreggiato dalle grandi chiome degli ippocastani, ampie e non maltrattate da maldestre potature

 

La Casa del Popolo, progettata su incarico del Consiglio direttivo dell’Unione delle Istituzioni Sociali Cattoliche Bergamasche, presieduto da Rezzara. Virginio Muzio vi eseguì gli scavi e posa della prima pietra (1904), ma l’edificio venne variamente realizzato da Ernesto Pirovano e completato nel 1908, anno della sua inaugurazione

Nella Casa del Popolo, oltre alle istituzioni cattoliche erano presenti anche un albergo, un ristorante, negozi, appartamenti, la redazione de “L’Eco”, la Banca Piccolo Credito, la cappella, sale di lettura, biliardo e il teatro Rubini. L’allora Viale della Stazione fu ribattezzato viale Roma – denominazione che mantiene anche oggi nel tratto tra Porta Nuova e via Petrarca -, mentre il tratto tra la stazione e Porta Nuova fu intitolato a Papa Giovanni XXIII.

La Casa del Popolo, tra l’allora viale Roma e via Paleocapa, sulla quale si affaccia l’ingresso del Teatro Rubini

TEATRO RUBINI

Costruito all’interno della Casa del Popolo, con ingresso in via Paleocapa, fu inaugurato la sera del 16 novembre 1907 con l’opera “Poliuto” di Donizetti, per restare in attività per quasi 80 anni, guadagnando un posto d’onore nell’immaginario collettivo della città.

Interno del Teatro Rubini (Archivio Luciano Galmozzi). Aveva una grande platea e tre ordini di palchi; le logge erano sostenute da una serie di graziose colonnine, le balaustre erano di ferro battuto e le decorazioni, di stile floreale. Un teatro moderno, comodo, elegante, capiente e, grazie alla buona acustica, adatto a spettacoli di musica e prosa. Il ridotto del teatro era in comoda comunicazione con una sala da caffè annessa all’Albergo Moderno, che faceva servizio da buffet

In teatro approdarono spettacoli d’ogni tipo, dalla prosa al varietà, dalla commedia dialettale ai concerti, ma un mese dopo l’inaugurazione, il Rubini accolse anche il cinematografo, che fu, sin dall’inizio, l’attività più sistematica, risultando da questo punto di vista, in certi anni, il locale più attivo della città.

Fu rinnovato nel 1954, aumentandone la capienza e cancellandone l’impronta stilistica originaria e nel 1974, quando divenne “Rubini 2000” e – ahinoi – nel 1987, data anche la crisi delle sale cinematografiche, venne sostituito dal Centro Congressi Giovanni XXIII.

Con i suoi 1.500 posti a sedere fra platea e galleria, aveva offerto per decenni film per famiglie, le anteprime dei western di Sergio Leone e tutti i cartoni animati di Disney.

L’ingresso in via Paleocapa del cine-tetro Rubini, nel 1959

 

Il cinema teatro Rubini  negli anni Sessanta. La fotografia fu scattata in occasione del film “Questo pazzo, pazzo, pazzo, pazzo mondo”, pellicola americana del 1963. Erano gli anni in cui le sale cinematografiche andavano ancora forte in Italia, ma negli anni Settanta cominciò il declino che portò a una progressiva riduzione del numero di sale. Nella foto si vede anche la bottega del barbiere Algeri, aperta nel 1936 e ancora oggi in attività

 

Interno del cine-teatro Rubini negli anni Sessanta

Con il nome di Rubini 2000 divenne frequentatissimo negli anni Settanta  anche per una serie di importanti concerti, come la prima uscita ufficiale della Premiata Forneria Marconi in veste di supporto dei Procol Harum. Vi si esibirono inoltre gli Area, il Banco del Mutuo Soccorso, Arthur Brown, i Pooh e molti altri.

L’atrio del cine-teatro Rubini nel settembre del 1959, con tanto di locandina (“Un condannato a morte è fuggito”).

 

Austerity 1973: davanti al Teatro Rubini

TEATRO DUSE

Fra tutti il più amato e compianto. Intitolato alla grande Eleonora Duse, nacque nel travagliato clima del Ventennio grazie a una sottoscrizione fra amici facoltosi, per soddisfare il bisogno di un nuovo teatro dove poter rappresentare opere liriche e lavori drammatici; un teatro che avesse minori pretese rispetto al massimo della città – il Donizetti – e maggiori agi rispetto al Nuovo.

Affacciato su Piazza Garibaldi, il bel teatro dalla pregevole facciata in stile neoclassico vantava la bellezza di 2.500 posti a sedere e funzionava egregiamente sia da cinema che da teatro. Ospitò le più varie attività: dall’opera seria ai concerti, dalla prosa all’avanspettacolo, dai dibattiti politici e culturali ad esibizioni circensi e incontri di pugilato, da pregevoli concerti jazz a concerti di musica leggera, intrecciando la propria storia con quella personale di molti bergamaschi. Nonostante l’acustica fosse il suo tallone d’Achille, il Duse fu molto più di un teatro: fu per decenni un punto di svago, di ritrovo, di socializzazione, regalando a molti bergamaschi serate memorabili.

Il compianto Teatro Duse, alla Rotonda dei Mille. Inaugurato nel 1927, è stato il teatro dei grandi spettacoli di rivista dell’epoca, poi il declino: nel 1968 fu demolito

Calcarono il suo palcoscenico nomi importanti e sostituì degnamente il Donizetti quando chiuse per lavori. Indimenticabile anche il Teatro di Varietà, con ballerine e truccatissime soubrette – allora popolarmente chiamate le donnine – ma anche le Compagnie di Rivista di Totò, Wanda Osiris, Macario, Walter Chiari, Renato Rascel, Josephine Baker, Paola Borboni, Dario Fo.

Dopo oltre quarant’anni di onorata attività, nel 1968 fu demolito per essere sostituito da un edificio di architettura “Brutalista”, con parcheggio aereo e un cinema sotterraneo, mentre il monumento di Garibaldi continuava a fare bella mostra di sé nel bel mezzo della rotonda, ormai assediato dalle auto e declassato a spartitraffico.

Duse, interno

All’alba della sua demolizione, un cartello manoscritto affisso da un ignoto all’ingresso del Teatro, recitava: “Da domani, tra una diffusa sensazione di malinconia, si darà inizio all’opera di rimozione delle strutture del palcoscenico e, successivamente, si arriverà alla vera e propria demolizione dell’edificio: Bocca amara per la Città. Non è che gli altri teatri cittadini stiano meglio, anzi! Certo, non sono in via di demolizione, ma… In fondo anche questi cambiamenti sono il sintomo di una mutazione culturale e di costume che la Città sta vivendo. Al suo posto sorgerà un moderno edificio per residenze ed uffici ed un parcheggio: l’edificio, destinato a morire, e con esso il Teatro, oggi si può ancora guardare e fissarlo nella mente, a futura memoria, infatti, in questi giorni è meta di curiosi e di nostalgici… e pensare che solo domenica sera, due giorni fa, il Teatro era ancora pieno di spettatori i quali, alla fine dell’ultimo spettacolo, hanno salutato il loro Teatro con un fragoroso e prolungato applauso, e la malinconia: la si poteva toccare con mano” (11).

La storia di questo teatro è minuziosamente raccontata QUI.

TEATRO AUGUSTEO

In una laterale di via Borgo Palazzo, in via Anghinelli 23, c’era era un piccolo teatro, che dopo un abbandono durato oltre 40 anni, nel 2007 è stato demolito per costruire abitazioni di lusso. Vi si accedeva da un portoncino di Borgo Palazzo, al numero 28.

L’insegna dello scomparso Teatro Augusteo in via Borgo Palazzo. Il teatro si trovava in via Anghinelli

Un vecchio numero dell’ “Eco” riporta che la costruzione della palazzina che ospitava il teatro fu affidata all’impresa Crialesi da un certo Gentili e a giugno ’23 la ditta Camillo Roncelli fu “incaricata di eseguire gli importanti impianti elettrici di proiezione, illuminazione, ventilazione, aspirazione, effetti scenici nel nuovo grande Teatro Augusteo”.

Esterno Teatro Augusteo, via Anghinelli (BG) – (Proprietà Dario Cangelli)

Aggiunge che “per inaugurare il nuovo teatro l’impresario Rumor, incaricato della gestione, riuscì a portare a Bergamo addirittura uno spettacolo de Les Folies Bergères.  

Teatro Augusteo, via Anghinelli (BG) – (Proprietà Dario Cangelli)

E al taglio del nastro, il sabato 8 settembre 1923, c’era anche una celebrità dell’epoca”, il mitico nuotatore Enrico Tiraboschi, che aveva da poco compiuto la la memorabile traversata della Manica da Calais a Dover in 16 ore e 25 minuti, “tanto da meritarsi una copertina della Domenica del Corriere disegnata da Beltrame”.

Essendo un teatrino di quartiere ospitò gli intrattenimenti più vari: oltre a quelli “classici” (prosa, varietà ed anche proiezioni cinematografiche), organizzò anche spettacoli destinati ai militari così come diversi eventi sportivi, come gli incontri di pugilato che si disputarono nel maggio del ’25, cui parteciparono “molti tra i più forti pugilatori italiani, primo fra tutti l’aspirante al titolo europeo, Bosisio”. Quella della boxe nei teatri era una tradizione ereditata dal teatro Nuovo (dove il primo incontro in assoluto risaliva al 1913) e poi trasmessa al Duse, a partire dal novembre del 1928.

All’Augusteo si tenne anche un incontro di pugilato con Livio Minelli, che nel 1940 aveva debuttato al Teatro Duse da professionista, portando a Bergamo il titolo Europeo ed Italiano dei pesi Welter il 4 marzo del ‘49 per poi partire per una tournée negli Stati Uniti

Il teatro restò in attività per una ventina d’anni, poi – sembrerebbe -, allo scoppio della Seconda guerra mondiale la sala venne requisita per ricavarne una mensa. Finita la guerra “l’immobile fu venduto e utilizzato come sala per l’esposizione di mobili, infine nei primi anni 2000 passò a un’immobiliare e fu inserito nel progetto di ristrutturazione del palazzo, con la realizzazione di unità abitative” (12).

Teatro Augusteo, via Anghinelli (BG) – (Proprietà Dario Cangelli)

 

Teatro Augusteo, via Anghinelli (BG) – (Proprietà Dario Cangelli)

 

Teatro Augusteo, via Anghinelli (BG) – (Proprietà Dario Cangelli)

Il palazzo dell’insegna esiste ancora, pur senza il monumentale balcone. Come tanti altri teatrini scomparsi, anche questo ha animato per un certo periodo la vita di un borgo, in una città che traboccava di vita.

IL TEATRO MINERVA, UN TEATRINO (SCOMPARSO) PRESSO LA STAZIONE
Quella sottostante è una rara immagine del Teatro Minerva del dopolavoro Ferrovieri, presso la Stazione Ferroviaria di Bergamo, risalente al 1938. Sappiamo, grazie ad alcune testimonianze, che il locale era già attivo almeno dal 1928.

Il palco del Teatro Minerva del dopolavoro Ferrovieri, presso la Stazione Ferroviaria di Bergamo, nel 1938. La rara immagine, datata 14 ottobre 1938, riprende l’orchestra Imperial Jazz, con alla tromba il signor Luigi Nessi, che in quel teatro aveva suonato anche per l’orchestra di Gorni Kramer e che smise di suonare nel ’46 dopo la fine della stagione estiva al casinò di San Pellegrino (per gentile concessione della figlia, Laura)

Quella del Minerva è stata anche una delle due sale da ballo esistenti a Bergamo nel dopoguerra (l’altra doveva trovarsi in Borgo Santa Caterina, forse chiamata Cristallo), vocazione proseguita negli anni Sessanta, quando il locale, che era noto come Piper, era assai frequentato (sicuramente esistente negli anni 66/67).

Nel corso del tempo il teatrino ospitò spettacoli di vario genere: dagli incontri di pugilato a spettacoli di varietà e di magia, e nel biennio ‘57/’58 vi si tenne uno spettacolo ispirato al “Musichiere”. In seguito vi fu un periodo in cui la sala fu utilizzata per giocare con le “Policar”, macchinine elettriche che correvano sulle piste con il pattino.

Ma quello che gli adulti di oggi ricordano con particolare emozione era lo spettacolo organizzato in occasione dell’Epifania per i figli dei ferrovieri, dopo il quale i bimbi ricevevano un regalo.

Il teatro si trovava nel lungo edificio posto a destra rispetto la facciata della Stazione; visto dal lato dei binari, costeggiava molti metri del binario tronco, quello per Lecco. All’interno c’era anche una piccola mensa e bar per i dipendenti.

IL TEATRO GREPPI (ORATORIO DELL’IMMACOLATA) 

Merita di essere ricordato anche lo splendido e glorioso Teatro Greppi (ancora esistente), fondato nel 1903 nell’Oratorio dell’Immacolata – oggi Sala Greppi -, con la sua struttura decorativa di primo novecento, il suo affresco di gusto settecentesco che la avvolge tutta e la impreziosisce, la sua loggia e il suo palcoscenico profondo. Il teatro sopravvive nella memoria di tutti gli abitanti del borgo che abbiano frequentato l’oratorio da ragazzi,  se non più per la proposta di rappresentazioni da parte delle due compagnie esistenti, per l’uso del teatro come sala cinematografica fino alla fine degli anni ‘70 del ‘900. L’Associazione Sala Greppi, dal 1981, ha poi gestito la sala per proposte musicali di altissimo livello, curando il mantenersi della sala stessa in modo tale da essere vissuta.

Il Teatro Greppi, nell’Oratorio Dell’Immacolata, nel 1914. Nel 1903, nel cuore di Bergamo, grazie all’intuizione di don Luigi Palazzolo e di Giuseppe Greppi, nasceva l’Oratorio dell’Immacolata, primo di città e provincia. L’Oratorio custodisce al suo interno un prezioso Teatro di primo Novecento, un “piccolo Donizetti”, da più di un secolo a servizio delle giovani generazioni, che vi hanno trovavano casa tra musica, teatro, incontri, formazione, cinematografia. Il Teatro, insieme all’adiacente Chiesa, fu il primo nucleo dell’Oratorio a essere realizzato

 

Il teatro Greppi oggi

RINATO A NUOVA VITA: IL S. ANDREA IN CITTA’ ALTA

Il Teatro S. Andrea è stato ricavato nella cripta della chiesa omonima, in via Porta Dipinta, costruita fra il 1840 e il 1847 sulla base di un edificio dell’ottavo secolo d.C. L’ambiente ipogeo fu destinato per circa un secolo a conservare opere provenienti da altri luoghi di culto, oltre che da quello preesistente. Una prima versione del teatro fu realizzata per volontà del parroco Antonio Galizzi che, nel 1951, fece realizzare nella cripta un cineteatro completo di palco, quinte, sipario più una cabina per proiezioni cinematografiche. Nel tempo, l’attività cine-teatrale venne tuttavia meno e lo spazio fu destinato ad altri usi, principalmente oratorio e spazio sportivo, fino alla sua chiusura negli anni ‘90. Solo nel 2018 l’ambiente sotterraneo della chiesa è tornato ad essere a tutti gli effetti un teatro. La sala può ospitare fino a 100 persone e si sviluppa secondo un impianto unico: all’abside e al presbiterio della chiesa sovrastante corrisponde la platea, mentre sotto la navata si sviluppano sipario e palco. Ai lati del sipario campeggiano decorazioni raffiguranti le maschere di Arlecchino e Pulcinella, realizzate da Albano Pressato negli anni Cinquanta. Dal 2020 si è unito all’arredamento un altro pezzo d’eccezione: il pianoforte gran coda Steinway del 1932, già appartenuto a Giorgio Zaccarelli e donato al teatro dai figli, e posizionato nella parte absidale.

Il Teatro S. Andrea, in via Porta Dipinta, sorto  nel 1951 nella cripta dell’omonima chiesa, per volontà del parroco Antonio Galizzi.  Chiuso negli anni ‘90, è stato recuperato nel 2018

Siamo sicuri che questo lungo elenco potrebbe continuare  …e chissà cos’altro avrebbe da raccontare.

NOTE

(1) Pilade Frattini, Renato Ravanelli, “Il Novecento a Bergamo – Cronache di un secolo”. A cura di Ornella Bramani. Vol. II, UTET,  Anno 2013.

(2) Pilade Frattini, Renato Ravanelli, “Il Novecento a Bergamo – Cronache di un secolo”, Ibidem.

(3) Luigi Pelandi assicura che il 14 agosto del 1881, le “Notizie Patrie” segnalavano la presenza di una baracca stabile, il Teatro delle Varietà. Aggiunge inoltre che nella Piazza Baroni non esistevano edifici in muratura ad uso teatri prima del 1880 (Luigi Pelandi, “Attraverso le vie di Bergamo scomparsa II – La Strada Ferdinandea”. Collana di Studi Bergamaschi, a cura della Banca Popolare di Bergamo. Poligrafiche Bolis, Dicembre 1963).

(4) Il Pelandi trasse tale notizia da Elia Dolci, Spettacoli lirici nei teatri di Bergamo – 1784-1894 (Luigi Pelandi, “Attraverso le vie di Bergamo scomparsa II – La Strada Ferdinandea”, Ibidem).

(5) L’ultima comparsa risale il 28 gennaio 1894, allorché in questo luogo di ritrovo si tenne un grande congresso socialista per la discussione ed approvazione dello Statuto della Confederazione Regionale appena allora costituita. Vi avevano aderito 77 società sopra le 107 costituite in Lombardia (Luigi Pelandi, “Attraverso le vie di Bergamo scomparsa II – La Strada Ferdinandea”, Ibidem).

(6) Luigi Pelandi, “Attraverso le vie di Bergamo scomparsa II – La Strada Ferdinandea”, Ibidem).

(7) Comune di Bergamo, Piano di Recupero ex Teatro Cinema Nuovo. Relazione illustrativa generale. Ottobre 2018.

(8) Luigi Pelandi, “Attraverso le vie di Bergamo scomparsa II – La Strada Ferdinandea”, Ibidem.

(9) Luigi Pelandi, “La Rivista di Bergamo”, numero di giugno del 1926.

(10) Pilade Frattini, Renato Ravanelli, “Il Novecento a Bergamo – Cronache di un secolo”, Ibidem.

(11) “La nostalgia senza tempo dei cinema a Bergamo negli Anni Ottanta”. L’Eco di Bergamo, 6 maggio 2021.

(12) “Sulle tracce dell’«Augusteo» Il teatro sparito di Borgo Palazzo”. L’Eco di Bergamo, 6 settembre 2016. E’ però scritto ne “Il Novecento a Bergamo” (Op. Cit.) che il teatro “fu chiuso nel 1933 e adibito a magazzino di mobili”.

Riferimenti principali

Umberto Zanetti, “Bergamo d’una volta”, Artigrafiche Mariani & Monti. Ponteranica – Bergamo, 1983.

Pilade Frattini, Renato Ravanelli, “Il Novecento a Bergamo – Cronache di un secolo”. A cura di Ornella Bramani. Vol. II, UTET,  Anno 2013.

Luigi Pelandi, “Attraverso le vie di Bergamo scomparsa II – La Strada Ferdinandea”. Collana di Studi Bergamaschi, a cura della Banca Popolare di Bergamo. Poligrafiche Bolis, Dicembre 1963.

Domenico Lucchetti, “Bergamo nelle vecchie fotografie”. Grafica Gutenberg, 1976.

Il Teatro Riccardi, il primo teatro stabile di Bergamo (antesignano del “Donizetti”)

Il Teatro Riccardi, fondato nel 1786 e intitolato a Gaetano Donizetti nel 1897, in occasione del centenario della nascita del compositore (foto del 27 nov. 1896. Autore Rodolfo Masperi)

Nel cuore della Città Bassa, là dove oggi sorge il teatro dedicato a Gaetano Donizetti, c’era un altro teatro – il Teatro Riccardi -, che era sorto nel 1786 come primo teatro stabile a Bergamo, con un ritardo di oltre un secolo rispetto agli altri centri urbani della Terraferma veneziana.

Prima di quella data Bergamo aveva dovuto accontentarsi di teatri provvisori eretti occasionalmente, nonostante godesse da tempo di una discreta attività teatrale: le rappresentazioni operistiche venivano infatti allestite almeno dalla seconda metà del Seicento, mentre per tutto il Settecento vi era stata la progressiva ascesa del teatro musicale e si era affermata l’opera buffa (1).

L’unico edificio teatrale stabile di Bergamo eretto in epoca antecedente – il Secco Suardo -, risale alla seconda metà del Seicento, ma era stato ricavato in un palazzo privato di Città Alta ed ebbe vita breve; nella seconda metà del Settecento era invece attivo  il teatro della Cittadella (documentato dal 1757), un teatro provvisorio costruito periodicamente nei saloni del Palazzo del Capitano e utilizzato in inverno; un altro teatro provvisorio è documentato sotto il Palazzo Vecchio della città.  Dunque, se si eccettua la breve parentesi del Secco Suardo nella Citttà Alta – sede della nobiltà filo veneziana -, i primi spettacoli vennero allestiti in palazzi pubblici, opzione che permetteva alle autorità cittadine che vi risiedevano di esercitare un maggiore controllo.

Palazzo Secco Suardo (413, 415) nella mappa castastale di Bergamo (1876). Il teatro Secco Suardo, un un vero e proprio teatro privato di estrazione nobiliare, fu costruito nella seconda metà del 1686 (attivo fino al 1695) su iniziativa del conte Giuseppe Secco Suardo, nel suo palazzo sito in contrada di Sant’Agata. I Secco Suardo erano tra le famiglie della nobiltà bergamasca che potevano vantare origini più antiche (ASBg, Catasto lombardo veneto, mappe) – (da Francesca Fantappiè, «Per teatri non è Bergamo sito». La società bergamasca e l’organizzazione dei teatri pubblici tra ’600 e ’700. Copyright © 2010 by Fondazione per la Storia Economica e Sociale di Bergamo)

 

Teatro della Cittadella, prospetto dell’arcoscenico e pianta del palco (1770). Documentato dal 1757, fu smantellato il 6 gennaio 1797.  L’edificio teatrale provvisorio in legno, veniva costruito in sale di rappresentanza di volta in volta destinate allo scopo o talvolta al centro del cortile stesso della Cittadella. Al primo piano della zona destinata al rettore veneto esistevano due grandi saloni. Sebbene un loro utilizzo a fini spettacolari sia accertato con continuità solo dalla seconda metà del Settecento, l’ipotesi di un uso anteriore a questa data non è da escludere (da Francesca Fantappiè, «Per teatri non è Bergamo sito», Cit.)

Ma era nella Città Bassa e più precisamente nel grande quadrilatero della Fiera, che si era andata cristallizzando l’ “industria” dell’intrattenimento, una sorta di variegato sistema teatrale, basato sulla costruzione di diversi edifici provvisori, gravitanti intorno alla grande manifestazione commerciale che si teneva nel Prato di S. Alessandro.

Il Sentierone e la Fiera – Costantino Rosa (Bergamo, proprietà dr. E. Tombini). La Fiera di Bergamo (costruita in muratura solo nel 1740) era un’importante manifestazione commerciale, nota anche all’estero fin dal Medioevo, soprattutto per il commercio del bestiame, della lana e della seta. Si teneva  in occasione della festa di S. Alessandro, patrono della città, mentre nel restante periodo era prato da pascolo per il bestiame. Il grande quadrilatero occupava pressappoco l’area dove oggi sorge il Centro piacentiniano,  compresa tra la Piazza Baroni a nord (in parte dov’è attualmente la Piazza della Libertà), il Sentierone a sud, l’asse Largo Belotti – Chiesa di S. Bartolomeo a oriente e Piazza Cavour – inizio via Venti Settembre a occidente

In questo luogo, ogni anno, tra l’ultima settimana di Agosto e la prima di Settembre venivano montate delle baracche di legno, nelle quali i mercanti esponevano le loro merci e che vennero sostituite nel 1740 da una costruzione stabile in muratura, disegnata dall’architetto Gian Battista Caniana, di cui oggi resta – unica superstite – la fontana.

La fontana della Fiera, unica superstite della settecentesca fiera di pietra, abbattuta negli anni 20 del Novecento per far posto al Centro Piacentiniano

Com’era usanza in ogni città, nelle belle stagioni gli spettacoli e gli intrattenimenti gravitavano in gran parte intorno alle fiere, luogo di elevato afflusso di forestieri (16.000 persone alla fine del Settecento), richiamati anche dall’allettante invito dei cartelloni teatrali, come avveniva appunto anche presso la Fiera di Bergamo, dove il periodo dedicato agli spettacoli coincideva principalmente con la fiera d’agosto, caratterizzata da un fitto calendario di appuntamenti. Attorno ai banchetti fiorivano teatrini provvisori, chiamati appunto Provvisionali in quanto demoliti alla fine della stagione e riedificati, col materiale risposto in appositi magazzini, la stagione successiva.

Locandina degli spettacoli in Fiera

 

Intorno alla Fiera, teatrini provvisori e baracconi d’ogni sorta ospitavano le più svariate forme di spettacolo (intrattenimenti circensi, concerti, rappresentazioni teatrali, burattini, marionette e “meraviglie” di ogni specie), persistenti in Piazza Baroni agli inizi del Novecento (fotografia del 1902)

 

Pianta del tezzone del salnitro di Bergamo presso il recinto delle monache di Santa Marta (sec. XVIII). Tra le invenzioni esposte in fiera nel 1789 troviamo anche dispositivi proto-cinematografici, quali «le ombre francesi fisiche-mecaniche» dei fratelli Mangeani già esposte nel «teatro di Sua Maestà a Parigi» o nel teatro Reale di Londra, visibili a Bergamo durante la fiera del 1787 «nel luogo del salnitro», probabilmente un casotto vicino al tezzone presso le monache di Santa Marta (da Francesca Fantappiè, «Per teatri non è Bergamo sito», Cit.)

Si trattava dunque di teatri effimeri, effimere sedi dove, al teatro regolare si affiancavano le più svariate forme d’intrattenimento, che ruotavano intorno alle due principali stagioni (Carnevale e fiera d’agosto): dalle mascherate alle esibizioni mimiche e buffonesche, dai burattini al circo, dagli ammaestratori di animali e dalle esposizioni di animali esotici alle esibizioni dei ciarlatani e dei saltimbanchi, dagli acrobati agli ambulanti con i loro apparecchi proto-cinematografici, dai tornei alle opere in musica le quali, fra tutti gli spettacoli, avevano largo campo: da quando l’opera in musica era stata inventata, costituiva certo l’esca più appetitosa: nel corso del Settecento dunque, il fecondo connubio di Opera e Fiera era ben noto e praticato anche a Bergamo: o meglio, nei suoi Borghi.

Con il passaggio alla Fiera in muratura, nel 1740, venne sancito il definitivo spostamento della sede direzionale dell’economia dalla Città sul colle ai Borghi nella piana: la Fiera, con le aree circostanti, era ormai divenuta l’elemento centrale del divenire cittadino, il luogo dell’incontro del baricentro sociale e urbanistico tra l’antica città sul colle e la nuova città che si espandeva oltre le Muraine.

La mentalità bigotta e provinciale che voleva una Bergamo laboriosa, onesta e virtuosa, ma poco incline ai divertimenti del teatro profano, fu piegata dalla vitalità dei Borghi, fino ad essere definitivamente sconfitta dall’azione individuale di una persona che non apparteneva all’oligarchia cittadina, ma al ceto imprenditoriale emergente (2).

Si trattava di Bortolo Riccardi, scaltro impresario teatrale (3), che nel 1786,  nel prato sant’Alessandro dove si teneva la fiera, prese l’iniziativa di sostituire al teatro provvisorio preesistente (il Teatro Bolognesi, un baraccone-teatro costruito in legno, su istanza di Francesco Bolognesi, e sorto in quest’area nel 1770) un teatro cittadino con caratteri un po’ meno effimeri di quelli che si innalzano e si demoliscono stagione dopo stagione, rinsaldando definitivamente il nesso Fiera-Teatro.

Il nuovo edificio doveva risultare talmente complementare alle installazioni commerciali, da essere situato perfettamente in asse rispetto a loro (era infatti posto fra le Muraine e il Sentierone, cui si rivolgeva), “in prospetto al rastello di mezzo di là della strada verso il portello delle Grazie”: insomma, una sorta di prolungamento, di loro appendice, come mostrano le piante d’inizio Ottocento.

La facciata del Teatro Riccardi, intonacata e preceduta da un piccolo portico, era  molto diversa dalla facciata monumentale  di oggi. Fu eretto nella zona che confina sul fronte con Ia strada, sul retro con il mercato dei cavalli, sul fianco orientale con il mercato dei bovini e su quelIo occidentale con la piazza d’armi

Travagliate furono le vicende legate a questo progetto del 1786. Per edificare un teatro stabile, Riccardi dovette aggirare le norme del Comune e dell’Ospedale Maggiore (rispettivamente proprietario e usufruttuario del terreno presso la Fiera), che imponevano le caratteristiche della provvisorietà. Con decisione e spregiudicatezza, adducendo a pretesto l’umidità del terreno il Riccardi piantò le fondamenta in pietra e cominciò a erigere i piloni in mattoni.

Per portare avanti la costruzione del teatro fu necessario vendere i palchi; gli acquirenti del tempo, così come nelle grandi città, erano i membri delle grandi famiglie nobili, talvolta dell’alta borghesia.

Nota dei palchettisti nel nuovo Teatro (1786) – Biblioteca Civica A. Mai e Archivi Storici Comunali

La fabbrica venne sospesa perché l’iniziativa aveva suscitato un putiferio di polemiche, ma di sicuro Riccardi non ne attese il compimento per utilizzare il teatro (che per il momento veniva chiamato indifferentemente Teatro Nuovo al Prato di Fiera, o Teatro Nuovo, o Teatro di Fiera): fra polemiche e ristrettezze finanziarie, nel teatro sistemato in qualche modo con coperture di legno e di tela, ben prima dell’inaugurazione ufficiale s’incominciarono a tenere spettacoli e già nel 1784 si rappresentò l’opera in musica “Medonte” di Guseppe Sarti.

Il quinquennio intercorso tra la prima metà del 1786 (periodo in cui Bortolo Riccardi conseguì la licenza per la messa in sicurezza del vecchio teatro di legno) e il 1791 (anno della definitiva conversione in pietra dell’edificio) fu segnato da controversie di ogni tipo.

Prima ancora dell’apertura ufficiale, durante il Carnevale del 1791 al Riccardi venne organizzato il lancio di un pallone areostatico. Conclusi i lavori e completata la copertura, il 24 agosto del 1791 vi fu l’inaugurazione ufficiale, con l’intitolazione a Riccardi: come opera inaugurale fu scelta la “Didone abbandonata” di Pietro Metastasio. L’ellisse allungata della pianta garantiva una perfetta visibilità e un’ottima acustica; per la distribuzione ed armonia – affermava un testimone dell’epoca – può essere considerato fra i migliori d’Italia.

Nel 1791 il Teatro Riccardi inaugura con la “Didone abbandonata”. Direttore dell’orchestra C.B. Rovelli, capostipite di una famiglia di musicisti bergamaschi – Biblioteca Civica A. Mai e Archivi Storici Comunali Sala 32 D 1 2 (23)

 

1780-1796 Pianta del Teatro Riccardi. Copia del progettista G. Lucchini secondo il disegno originario del 1786. L’interno del Teatro Riccardi, realizzato su disegno di Giovanni Francesco (Gianfranco) Lucchini, aveva la forma classica con i palchetti all’italiana (originariamente tre ordini di palchi più una loggia; con la ricostruzione dopo l’incendio del 1797 si aggiungerà un’altra loggia), La pianta era ad ellissi, le misure perimetrali erano  di circa m. 58 x m. 35, la platea (le cui misure ne fanno una delle più grandi esistenti aII’epoca) era lunga m. 21,40, mentre il boccascena era  largo m. 15,30. Le decorazioni erano di Marcellino Segrè – Biblioteca Civica A. Mai e Archivi Storici Comunali. Sala 32 C 8 25 (3.1)

Negli anni successivi, il teatro restò regolarmente aperto nei periodi consentiti (Primavera ed Estate, oltre che per la Fiera), senza destare particolari preoccupazioni nelle autorità: all’opera seria, momento chiave della programmazione coincidente con la fiera, si affiancavano altri generi nei restanti periodi dell’anno: teatro in prosa, opera buffa e, in alcuni casi, spettacoli circensi.

Tuttavia venne sottoposto ad una vigilanza continua. Siamo infatti nel periodo seguente lo scoppio della rivoluzione francese, evento che indusse il potere veneziano a tenere un atteggiamento sempre più guardingo nei confronti di tutti i luoghi pubblici deputati al tempo libero e all’intrattenimento: dai teatri alle osterie, dalle accademie alle pubbliche piazze. Non sorprende quindi se nel 1796, anno che precede la rivoluzione bergamasca, il proprietario dell’unico teatro stabile cittadino, insieme a parte dei personaggi che ruotavano attorno all’attività del medesimo, figurassero tra i principali fautori della ribellione contro Venezia e propugnatori dei diritti di uguaglianza, libertà e fraternità diffusi dai francesi. Nel corso degli eventi che prepararono la rivolta Bortolo Riccardi assunse i tratti di una figura carismatica, così come il suo teatro sembrò diventare un punto di riferimento per un nuovo ceto cittadino.

A Bergamo, l’arrivo delle truppe francesi avvenne 25 dicembre 1796: occuparono e disarmarono il Castello di San Vigilio, punto militarmente strategico, in attesa del via libera da parte dei comandi generali per prendere ufficialmente possesso della città. All’assedio dei nemici Alessandro Ottolini non poté opporre alcun reale provvedimento bellico. I mesi che seguirono si contraddistinsero come un periodo di estenuante attesa da entrambe le parti. Le scelte del capitano furono perciò disperate. Dopo aver ottenuto il permesso da Venezia, la notte del 7 gennaio 1797 fece smantellare il Teatro della Cittadella, allo scopo di impedire l’ingresso nel proprio palazzo dei soldati francesi in veste di spettatori: spettacoli teatrali all’interno del fortilizio avrebbero permesso un facile accesso ai nemici in un luogo nevralgico per il mantenimento del potere militare sulla città.

Nel frattempo ordinò che la stagione invernale proseguisse nel Teatro Riccardi, situato all’esterno delle mura veneziane, nel prato di Sant’Alessandro. Cinque giorni dopo, nella notte del 12 gennaio 1797 (giorno prima del via della Stagione operistica nonché anno di nascita di Gaetano Donizetti), un furioso incendio distrusse irrimediabilmente anche questo edificio.

Abbozzo dell’affresco e degli ornamenti del soffitto per il Teatro Riccardi. Copia del progettista G. F. Lucchini – Biblioteca Civica A. Mai e Archivi Storici Comunali. Sala 32 C 8 24 (3) -(da Francesca Fantappiè, «Per teatri non è Bergamo sito», Cit.)

La demolizione di un teatro e l’incendio dell’altro apparirono immediatamente collegati. Dopo la caduta della dominazione veneziana il processo attivato dalla municipalità bergamasca individuò nel capitano Ottolini il vero responsabile ed ideatore della distruzione del Teatro Riccardi. La chiusura forzata dei due teatri avrebbe seguito una logica precisa da parte delle autorità veneziane, volta ad impedire la temuta rivoluzione.

Albero della Libertà, xilografia da I. Cantù, “Bergamo e il suo territorio”. In una Piazza Vecchia in festa, luci, musica, cibo e vino a volontà segnano l’inizio di una nuova situazione politica e sociale, in cui predominano libertà e diritti civili. La presa di possesso ufficiale di Bergamo ebbe luogo tra il 12 e il 13 marzo del 1797. Persino il vescovo di Bergamo benedisse la nuova repubblica bergamasca

L’abbattimento dei due teatri principali (Cittadella e Riccardi) non impedì che venisse immediatamente ristabilito il binomio Città Alta vs Borghi. Nell’agosto del 1797, sebbene in un edificio provvisorio, descritto come “nuovo Provisional teatro di Fiera”, si tenne l’opera buffa “L’Astuta in amore o li Raggiri scoperti”, con un cast quasi del tutto milanese (4). Nel frattempo Bortolo Riccardi progettava di ricostruire il suo teatro al più presto.

Giostre alla Fiera di Bergamo

Per quanto riguarda la Città Alta, per sostituire il Teatro di Cittadella venne dato prontamente il permesso all’impresario Francesco Cerri di costruire un teatro nella Sala Maggiore del Palazzo della Ragione, con la riserva che restasse attivo per soli dieci anni 1797-1807(5). Il Teatro Cerri allestì opere serie e comiche; aveva 74 palchetti disposti su tre file sormontate da una loggia, il teatro, in legno.

Dopo la demolizione di questo teatrino la Città Alta non rimase senza un edificio consono agli spettacoli del Carnevale. Dopo lo smantellamento del Teatro Cerri, sarà il Teatro Sociale ad imporsi definitivamente con questo ruolo (6).

Il rinnovato Teatro Riccardi, sempre per opera dell’architetto Gianfranco Lucchini venne ricostruito interamente in muratura e venne abbellito (parapetti dei palchi e soffitto) da pitture a chiaroscuro del Bonomini – pittore fra i più originali del periodo fra Sette e Ottocento -, che purtroppo si persero in occasione dei lavori di restauro del 1870. Riferisce Io storico Pasino Locatelli che il Lucchini, per probabili ragioni di economia, nel riedificare il teatro “non vi pose la solidità primitiva e fu [il teatro] anche lasciato non compito”, ed infatti rimase privo di facciata. Comunque “l’ampiezza, la forma interna, la bella e armonica curva furono però conservate, se non migliorate”. Così compiuto, il teatro venne riaperto al pubblico il 30 giugno 1800 con uno spettacolo di prosa.

Disegno a penna di Tommaso Frizzoni del Teatro Riccardi intorno al 1830, visto dal confinante Campo di Marte verso Borgo S. Leonardo – Biblioteca Civica A. Mai e Archivi Storici Comunali. Raccolta Gaffuri, 4 (fa parte di una serie con la veduta circolare su tutta la città e decorava una sala di casa Frizzoni)

 

A lato del Sentierone, la via S. Bartolomeo (oggi piazza Cavour) nel 1880 e, in primo piano, il Teatro Riccardi, 17 anni prima del rifacimento della facciata e dell’intitolazione del teatro a Gaetano Donizetti, avvenuta in occasione del centenario sua della nascita (foto Andrea Taramelli)

Agli inizi dell’Ottocento, e precisamente dopo la vittoria di Marengo, Napoleone dominava la scena europea. Nasceva così la Seconda Repubblica Cisalpina: mentre le truppe francesi presidiavano Bergamo, al Teatro Riccardi si davano rappresentazioni di diverso tipo, in onore dei nuovi dominatori.

L’inizio del secolo vide l’affermazione al Riccardi di un illustre musicista bavarese, diventato bergamasco, Giovanni Simone Mayr; lo straordinario impulso da lui impresso alla vita musicale della città si esercitò pure negli spettacoli d’opera al Riccardi fin dal 1801 (“L’Equivoco” e, successivamente, “L’Elisa” e “Ginevra di Scozia”), anche se fu solo dal 1802 che il musicista si installò definitivamente in città, intervenendo direttamente per diversi anni nell’allestimento delle sue opere. Nello stesso anno fu nominato direttore della Cappella di Santa Maria Maggiore e nel 1805 fondò le Lezioni caritatevoli di musica, poi Istituto Musicale, nel cui ambito fu il maestro e padre spirituale di Donizetti. Nel secondo decennio del secolo venne il turno di Rossini: furono  infatti le opere del musicista pesarese a dominare in tale periodo al Riccardi (7).

Gaetano Barabini, Ritratto di Simone Mayr (1827), olio su tela (Museo delle Storie di Bergamo, Museo Donizettiano)

Ma a un certo punto, l’impresa economica del Riccardi dovette scontrarsi con le pretese di privilegio di nobili e ottimati, ai quali aveva dovuto vendere i palchi (1790) per raccogliere la somma necessaria a completare l’edificio.
E fu sull’obbligo o meno di pagare un canone per le stagioni fuori dalla fiera, che scoppiò, nel 1802, un contenzioso che portò “molte famiglie delle principali bramose di conservare il lustro alla parte della Città stata sempre in possesso dello Spettacolo Teatrale nella Stagione suddetta” ad unirsi e ad erigere – a loro spese – “un secondo Teatro in vivo emulo del Teatro Riccardi” (da una relazione del 1817) (8) .

L’iniziativa dell’imprenditore Riccardi – un uomo estraneo all’oligarchia cittadina – battendo sul tempo l’immobilismo della Città alta, aveva infatti sbilanciato sensibilmente gli equilibrî tra le due articolazioni urbane rivali, in favore di quella pedemontana. Il suo, infatti, era il primo teatro stabile cittadino, un edificio a destinazione teatrale eretto appositamente ed autonomo, mentre ogni altro precedente teatro bergamasco era stato ricavato in spazi preesistenti nati con altra vocazione; la fondazione stabile di quel teatro sanciva molto concretamente il protagonismo dei Borghi rispetto alla Città.

Il teatro Riccardi in effetti era molto frequentato ed apprezzato. Lo scrittore Stendhal, presente a Bergamo come sottotenente di cavalleria dell’esercito napoleonico, scriveva a casa che “la nostra città ha due teatri: uno molto bello nel borgo, che è la Bergamo situata in pianura, e l’altro in legno sulla piazza della città” (ossia di Città alta: si tratta del Cerri).

Sull’onda della competizione tra la Città e i Borghi, il Teatro della Società (odierno Teatro Sociale) – inaugurato il 26 dicembre 1808 in Bergamo alta – nasceva dunque come iniziativa secessionista da parte della costola aristocratica del Riccardi, con il preciso intento di restituire alla Città quella supremazia che questi le aveva insidiato.

Tra il 1806 e il 1809, in Bergamo alta viene costruito il Teatro della Società, su progetto di L. Pollack; di pregevole architettura, questo teatro, sorto per iniziativa di un gruppo di nobili, è soprattutto un segno dell’ ormai consolidata destinazione della Città Alta a residenza della nobiltà terriera

La competizione si palesava anche sul piano estetico, a partire dalla scelta del progettista (L. Pollack): nonostante si prospettasse su di una via piuttosto angusta (lo spazio era stato ricavato attraverso una serie di demolizioni), col suo prospetto elegante e decorato, il Sociale si presentava all’esterno con tratti di dignità ben diversi dal Riccardi che, visto da fuori, dava l’idea di un pachiderma goffo e sgraziato.

Nelle stagioni di punta, le sale del Sociale e del Riccardi entrarono immediatamente in concorrenza sul terreno dell’opera (tra il 1810 e il 1814), alimentando e rispecchiando al tempo stesso quella situazione di conflitto esistente fra gli abitanti di Città e quelli del Borgo. Tuttavia, sostanzialmente, a parte alcune deroghe, non venne messo in discussione l’avvicendamento gerarchico tra i due teatri: il Carnevale apparteneva al Sociale (9) (che per tradizione assicurava l’intrattenimento carnevalesco per nobili, patrizi e borghesi dentro i bastioni) e ovviamente la Fiera al Riccardi e per assicurarsene, il Sociale fece addirittura in modo che tale tregua venisse imposta d’ufficio (1819), evitando quantomeno la gara operistica nei periodi suddetti (in più limitando la propria offerta concorrenziale al teatro parlato, reputato di rango inferiore), ed evitando quindi un enorme dispendio economico che il Sociale non poteva sostenere.

Quest’ultimo chiese ed ottenne, dal 1825 al 1856, l’erogazione di un finanziamento comunale (dote), poi soppressa a causa delle difficoltà economiche dovute alle vicende belliche e politiche degli anni seguenti, cosa che diede avvio ad anni difficili per il Sociale, che in più di un’occasione dovette economizzare.

Nel frattempo erano cambiate le condizioni politiche: nel 1814 le truppe francesi avevano abbandonato Bergamo e al loro posto s’erano insediate quelle austriache. Il dominio dell’Austria durerà fino al 1859.

Nel 1830 l’amministrazione del Teatro Riccardi passò, da Bortolo Riccardi, suo fondatore, all’impresario Bartolomeo Merelli (che aveva studiato musica con Donizetti e che per i suoi metodi dittatoriali era soprannominato “il Napoleone degli impresari”), il quale organizzò stagioni teatrali di grande richiamo. Per merito suo Vincenzo Bellini fu ospite del “Riccardi” nel 1830 con “La straniera” e nel 1831 con “Norma”, curandone in proprio la messinscena (la recita bergamasca della “Norma” costituisce una trionfale rivincita di quest’opera, che l’anno prima, al suo debutto alla Scala, era stata accolta freddamente: merito anche dell’interpretazione del celebre soprano Giuditta Pasta).
Ed fu ancora benemerenza del Merelli se le opere di Gaetano Donizetti vennero rappresentate a Bergamo in gran numero, a partire dal 1837, collaborando ad affermare le fortune del compositore bergamasco, riconosciuto a ragione uno dei più grandi dell’Ottocento.

Nel 1840 per la prima volta Bergamo tributò una pubblica manifestazione (fu anche l’ultima, lui vivente) a Donizetti, presente in teatro per la rappresentazione della sua opera “L’esule di Roma”, interpretata da cantanti di grido come Domenico Donzelli, Eugenia Tadolini e Ignazio Marini. I bergamaschi avevano scelto questo melodramma eroico come omaggio incondizionato (si tramandano in quell’occasione inseguimenti della carrozza del Maestro). 

Libretto dell’opera donizettiana “L’esule di Roma” rappresentata nel 1840 alla presenza del compositore (Archivio Fondazione Teatro Donizetti – Comune di Bergamo)

 

Ignazio Marini (Tagliuno 1811 – 1873). Fu il più grande basso della sua epoca. Cantò nei più importanti teatri d’Europa e d’America, Verdi scrisse per lui musica “su misura”. Per ben definirlo leggiamo cosa scrisse un critico d’allora: “Marini non si descrive, ma si sente, si vede e… stupisce. Quando la sua figura appare, quando la sua voce si spande, quando la sua anima passa nel suo canto portentoso col fervore emozionante dei vari e contrastanti affetti d’amore e di odio, di pietà e di gratitudine, d’invocazione o di ringraziamento, un’onda di commozione pervade i cuori degli ascoltatori; tutta la sua anima è trasfusa nella sua voce, e supera per così dire, il fenomeno stesso della sua canorità (Da: “Bergamo nelle vecchie fotografie” – Domenico Lucchetti)

A Bergamo il Maestro tornò definitivamente nel 1847 (al Riccardi si era appena rappresentata la sua “Maria di Rohan”), per morirvi l’anno successivo,  proprio nei giorni più esaltanti del movimento bergamasco di liberazione dal dominio austriaco.

Il gusto musicale dell’epoca era molto esigente, nacquero in città diverse società filarmoniche (centri di cultura musicale), si creò la prima banda cittadina e, sebbene il bisogno di teatri stabili della città di Bergamo venisse ora soddisfatto pienamente, la diffusa attività di attori e compagnie teatrali dilettanti favorì la costruzione anche di altri piccoli teatri: ricordiamo il Teatrino di Rosate ed il Teatro di San Cassiano in Città Alta, nonché il Teatro della Fenice in Città Bassa.

L’antico teatro dedicato a Simone Mayr,  chiamato anche “teatrino di San Cassiano”, era anticamente una chiesa, poi trasformata in  magazzino militare ed infine in teatro. L’edificio fu demolito nel 1937 quando, nell’ambito del piano di riqualificazione di Città Alta, la strada fu allargata e fu realizzata anche una piazzetta (Piazzetta Verzeri). La fotografia riprende il vicolo sul lato del teatrino Simone Mayr

 

Uno dei manifesti delle rappresentazioni che venivano date nel Teatro della Fenice in via S. Bernardino (per gentile concessione di Daniele Pelandi)

Oltre ai citati, in quest’epoca si affermarono al Riccardi grandi cantanti, come Giuditta Crisi, Giuseppina Strepponi (poi moglie di Giuseppe Verdi), Domenico Reina, Erminia Frezzolini, Carlo Guasco, Napoleone Moriani, e i grandi bergamaschi Giovan Battista Rubini (rivale del già citato Domenico Donzelli), Giacomo e Giovanni David, padre e figlio, anch’essi tenori (il secondo fu soprannominato: il Paganini del canto), Angelina Ortolani Tiberini, soprano, e altri ancora. Nell’atrio del teatro – sistemato modernamente – si possono vedere tra gli altri busti quelli del Rubini e della Ortolani.

Angelina Ortolani Tiberini, nata ad Almenno nel 1834 – Grande soprano; dotata di una voce definita angelica, fu una meravigliosa interprete delle opere di Rossini, Bellini, Donizetti. Fece il suo debutto al teatro Riccardi, la sera del 23 agosto 1853, nella Parisina di Donizetti. Scrisse il cronista del Giornale di Bergamo: Ella scioglieva la sua voce non forte, ma limpidissima, intonata, soave, angelica e cantò con abbastanza coraggio nonostante l’orgasmo del debutto. Nella prima rappresentazione destò entusiasmo, nella seconda delirio, nella terza furore”. Dopo una gloriosa carriera internazionale si spense a Livorno nel 1913 (Da: “Bergamo nelle vecchie fotografie” – Domenico Lucchetti)

 

Mario Tiberini (marito di Angelina Ortolani), con la moglie formò una coppia indimenticabile. Grande interprete dell’Otello di Rossini. Memorabile fu la “Lucia” che i coniugi Tiberini interpretarono al teatro Riccardi nel 1869 (Da: “Bergamo nelle vecchie fotografie” – Domenico Lucchetti)

Vi fu poi il debutto di Giuseppe Verdi, presente al Riccardi con l’“Ernani” nel 1844. L’esito della rappresentazione, curata dallo stesso Verdi, fu positivo, in un teatro affollato da molti esponenti del mondo artistico del tempo.
Verdi tornò al Riccardi per curare la messinscena del “Rigoletto” (1854), per la sua “prima” in Lombardia, ma l’esecuzione fu mediocre, con disperazione del Maestro, che però si rifece in seguito con gli esiti trionfali delle tante sue opere rappresentate al Teatro Riccardi.

Ma al Riccardi erano presenti anche i balletti (in uno si esibì, nel 1840, la celeberrima danzatrice Fanny Cerrito), le pantomime, le commedie, e spettacoli vari.
Tra gli attori di prosa si avvicendarono sulle tavole del Riccardi i maggiori interpreti italiani del tempo, come Giuseppe Salvini, Francesco Augusto Bon, Luigi Romagnoli, tutti capostipiti di famiglie di grandi teatranti, e poi Romualdo Mascherpa, Giuseppe Moncalvo, Maddalena Pelzet, Adelaide Ristori, Gustavo Modena. Vi furono anche trattenimenti di vario genere come i vaudevilles (progenitori dell’operetta) e meraviglie scientifiche come l’Agioscopio e il Miriafanorama, sistemi di proiezioni luminose che precorrono in certo senso, nel 1846, il cinematografo.

Dal 1835 il teatro venne dotato di un nuovo sipario, dipinto da Carlo Rota, e il concorso di pubblico non mancò. Gli ingressi si pagavano in lire austriache. Per facilitare gli spettatori provenienti da Città alta, e per attirarli nel “Borgo”, si praticarono per loro riduzioni di prezzo.

Nel frattempo, l’insofferenza contro il dominio dell’Austria aumentava sempre di più; tra le province dell’Alta Italia, quella di Bergamo era la più decisa a pronunciarsi contro l’Impero. Nel 1847 si registrò al Riccardi una memorabile esecuzione dell’opera “I lombardi alla prima Crociata” di Verdi, con una interminabile commossa ovazione al famoso coro “O Signore dal tetto natio”, emblematica espressione di tutti i popoli che aspirano alla libertà.

La rivolta vera e propria scoppiò nel marzo del 1848: anche Bergamo ebbe le sue Cinque Giornate e mentre numerosi cittadini accorsero a dar man forte ai milanesi sollevatisi contro Radetzky, altri in città, contemporaneamente, promossero ed attuarono l’insurrezione contro il presidio austriaco, comandato dall’arciduca Sigismondo, costretto a cedere.
Per motivi di “politiche turbolenze” e poi per un’epidemia di colera il Riccardi restò chiuso durante le stagioni di Fiera del 1848 e del 1849, e per un certo periodo fu adibito a ospedale militare. Le illusioni di libertà intanto caddero ad una ad una; e dopo una campagna vittoriosa le forze patriottiche si sfaldarono e gli Austriaci ripresero il sopravvento.

Si succedettero anni senza storia, se si eccettua l’incendio che una notte del 1850 distrusse parte del palcoscenico, e i lavori di miglioria apportati nel 1856. Poi, finalmente, nel 1859 Bergamo si liberò una volta per tutte dal governo straniero. L’Italia una e sovrana diventava una realtà. Il 12 agosto di quell’anno si tenne al Riccardi un concerto per la venuta a Bergamo di re Vittorio Emanuele II.

Gli alleati entrano in Bergamo – Giugno 1859. G. O. Defroydur, da un disegno su “L’illustration”. Bergamo, Museo del Risorgimento

Con il cambio di regime – e l’annessione di Bergamo al regno di Sardegna (poi d’Italia) – divampò nuovamente la gara operistica tra il Riccardi e il Sociale; gara che di nuovo, però, si smorzò a causa di ragioni economiche: già nel 1861 e 1862 il Sociale tacque, nel 1863 organizzò al massimo una stagione di teatro parlato e nel 1864 addirittura solo qualche concerto di studenti del Conservatorio di Milano.

Circolava per la città un’ aria nuova, una sensazione di progresso e di benessere, oltre quella relativa alla libertà ritrovata. Già durante gli anni austriaci la costruzione dei propilei di Porta Nuova (1837), della strada Ferdinandea (1838) e della stazione e del relativo collegamento ferroviario con Milano (1857), costituivano altrettante tappe dell’emancipazione della Città Bassa.

Il 20 agosto 1837, in coincidenza con l’apertura della Fiera di S. Alessandro viene inaugurata Porta Nuova (ampliando la Barriera daziaria delle Grazie), il nuovo e simbolico accesso alla città degli affari, delimitato dai propilei neoclassici disegnati da Giuseppe Cusi e realizzati da Antonio Pagnoncelli: al di là delle Muraine l’unico edificio era la Fiera; al di qua era campagna

Ora, sindaco Giovan Battista Camozzi, fratello di Gabriele amico di Giuseppe Garibaldi, e patriota lui stesso, la città venne illuminata a gas; entrarono in funzione le prime tramvie civiche e, con il 1872, col trasferimento del Municipio l’emancipazione della Città Bassa fu portata a compimento.

Anche al teatro Riccardi, nel 1868, arrivò l’illuminazione a gas, che sostituì quella ad olio grazie ad una grande lumiera di centoventidue fiamme per la sala, più un’altra più piccola per l’atrio. Nel 1869 vennero effettuati alcuni lavori di restauro interni, ad opera di Giuseppe Carnelli e di Angelo Rota. Tra i lavori di pulitura e riverniciamento – scrive Ermanno Comuzio –  “spicca il nuovo assetto del boccascena. Sopra la ribalta fa bella mostra di sé un gruppo di cinque figure femminili in rilievo capitanate dalla Fama e servite da alcuni genietti i quali recano simboli dell’arte scenica. Le figure sono collegate fra loro da finti panneggi che arrivavano fino al lampadario centrale. Tutt’intorno si svolge un cornicione in ordine composto, diviso in sei parti, in ognuna delle quali sta un medaglione che rappresenta un ‘grande’ del teatro: Donizetti, Mayr, Bellini, Mercadante, Alfieri e Goldoni, mentre Rossini sta nel mezzo, vicino alla Fama. Sopra ogni medaglione, un putto in gesso mostra un simbolo delle opere degli autori raffigurati. II cornicione è ‘leggermente ma elegantemente decorato di cordoncini d’oro a fasce bianche, con graziosi ornamenti di meandri e rosoni in carta pesta’. I palchi offrono decorazioni alternate rappresentanti la tragedia e la musica, ed ‘i panni d’ornamento al palco scenico sono egregiamente dipinti in velluto rosso con ricca frangia di oro ed ermellino’. Inoltre il primo ordine dei palchi è dipinto a lucido imitante il marmo di Carrara”.

L’esterno era ancora quello delle origini, col suo angusto portichetto e i muri scrostati. Resterà cosi ancora per quasi trent’anni.

Nel 1877 si rifecero l’armatura e la copertura del tetto, si rinnovò la pavimentazione della platea e si sostituirono i sedili di platea (quelli esistenti, a parte la loro vecchiezza, erano talmente scomodi da “rompere le reni”).

In quello stesso anno (1887), l’apertura della funicolare, pur migliorando i rapporti tra le due città, non impedì il declino del Sociale; anche per il Riccardi in realtà il periodo non era molto brillante: a metà ‘800 il sistema fieristico bergamasco era entrato in crisi. Anche a causa della decadenza della Fiera e quindi delle minori entrate, nel 1855 il Consiglio Comunale aveva votato l’abolizione del contributo ai due teatri cittadini.

Il centro di Bergamo nel 1885. Al centro della  foto, di fronte alla ” Fabbrica della Fiera”, l’edificio più alto è il Teatro Riccardi (Foto di Cesare Bizioli, Raccolta Lucchetti)

La cessazione della dote comunale acuì le difficoltà del Sociale, che diventarono l’emblema di quelle della Città Alta, mentre con la decadenza della Fiera entrò in crisi anche la gestione del Riccardi, che in mancanza delle sovvenzioni municipali fece decadere il livello degli spettacoli, registrando un calo della partecipazione di pubblico.

Retro e fiancata lato ovest del Teatro Riccardi (Raccolta Pelandi)

Un’epoca stava finendo ed un’altra doveva fare i conti col proprio futuro. S’incominciò a dibattere di un possibile cambiamento del centro di Bergamo e della possibilità di avere un unico teatro che fosse sintesi delle due città. La svolta decisiva arrivò con la fine del secolo.

Il Teatro Riccardi nel 1895. Da qualche tempo si parla di un rinnovamento: il “goffo” portico è particolarmente preso di mira (Proprietà Museo delle Storie di Bergamo, Archivio fotografico Sestini, Raccolta Domenico Lucchetti)

Un primo segno di riscossa si ebbe quando la gestione del teatro venne affidata a un capomastro intraprendente, Luigi Dolci, attratto dal mondo dello spettacolo e impresario di un teatrino di legno che sorgeva provvisoriamente in Piazza dei Baroni, oltre che costruttore di due teatri nello stesso luogo dalla vita piuttosto breve, l’Ernesto Rossi e il Givoli.

Dal 1879 la gestione del Riccardi venne assunta da una donna, Giovannina Lucca, vedova di un importante editore musicale diretto rivale dei Ricordi, la quale presentò fra l’altro in teatro, in prima nazionale, l’opera SteIla del Nord del compositore tedesco Meyerbeer.

Federico Gambardelli (Albino 1858-1922) Tenore: Grande interprete delle opere verdiane. Nel 1898 si fa sacerdote ed inevitabilmente viene richiesto da tutti i parroci come cantante solista nelle funzioni religiose. Mons. Antonio Cagnoni, direttore della cappella musicale di Santa Maria Maggiore, gli scriveva: “Sa magnificamente interpretare le povere sue (mie) note, alle quali la splendida voce e lo squisito sentimento danno efficacia e mirabile effetto. Dopo che Pio X proibì di eseguire gli “a solo” nelle chiese, si dedicò esclusivamente al culto ed alle opere ascetiche (Da: “Bergamo nelle vecchie fotografie” – Domenico Lucchetti)

Nel 1895 il teatro passò ad una società di cittadini (che divennero proprietari secondo un sistema di quote dette carature) e vi fece per la prima volta la sua comparsa un’opera di Wagner, propugnatore di una nuova concezione del melodramma, che provocò anche a Bergamo violente polemiche. Insieme all’opera e alla prosa furono ospitati al Riccardi spettacoli e manifestazioni di vario tipo, compreso il “varietà” (con artisti di eccezionale valore, come il trasformista Fregoli), le “accademie musicali”, gli incontri sportivi (lotta, scherma, per citarne alcuni), nonché il circo (fece scalpore il Wild West Show di Buffalo Bill, già famoso cacciatore di bisonti).
Fra i meriti della citata Giovannina Lucca è l’aver Portato sulla scena del Riccardi, nel 1885, l’opera postuma e incompiuta di Donizetti “Il Duca d’Alba”, completata delle parti mancanti dal maestro bergamasco Matteo Salvi.

Fu nel nome di Donizetti che avvenne una svolta determinante nella vita del teatro: nel 1897, in occasione del centenario della nascita del compositore, il Teatro Riccardi assunse il nome di Teatro Gaetano Donizetti.

La solenne commemorazione culminò nell’inaugurazione del monumento dello scultore Francesco Jerace, posata nella piazza che fiancheggia il lato est dell’edificio.

L’inaugurazione del monumento a Gaetano Donizetti (26 settembre 1897), eretto di fianco al teatro dallo scultore Francesco Jerace (Raccolta Lucchetti)

Con l’occasione si provvide al completo rifacimento della facciata, la quale, edificata a cura dell’architetto Pietro Via,  assunse l’aspetto – salvo particolari – che conosciamo oggi.

Il Teatro Gaetano Donizetti appena ultimato (1897 ca.). Il Teatro Donizetti assume l’attuale denominazione nel 1897, in occasione del centenario della nascita del compositore. Sono gli stessi anni in cui, in Città bassa, si costruisce  il Teatro Nuovo (Proprietà Museo delle Storie di Bergamo, Archivio fotografico Sestini, Raccolta Domenico Lucchetti)

 

NOTE

(1) Francesca Fantappiè, «Per teatri non è Bergamo sito». La società bergamasca e l’organizzazione dei teatri pubblici tra ’600 e ’700. Copyright © 2010 by Fondazione per la Storia Economica e Sociale di Bergamo.

(2) Francesca Fantappiè, Ibidem.

(3) Bortolo Riccardi apparteneva a una famiglia bergamasca vivace e intraprendente, arricchitasi con la produzione e il commercio della seta.

(4) Francesca Fantappiè, Ibidem.

(5) Francesca Fantappiè, Ibidem.

(6) Francesca Fantappiè, Ibidem.

(7) teatrodonizetti.it

(8) Il 3 marzo 1803 si costituì una società di 54 membri (una ventina almeno dei quali, proprietarî di palchi al Riccardi) che pochi giorni dopo elessero al proprio interno una deputazione teatrale, che si occupò della scelta del luogo, dell’acquisizione e predisposizione del terreno (con demolizione dei fabbricati preesistenti), della commissione di un progetto all’architetto prescelto (Pollack, che lo data 7 dicembre 1803). I lavori iniziarono a fine 1804, concludendosi nel 1808 (morto Pollack nel 1806, il cantiere passò ad Antonio Bottani). Il 16 aprile 1808 vi fu la stesura e l’approvazione del regolamento per l’estrazione dei palchi, effettuata il 30 luglio; il 26 dicembre 1808, vi fu l’inaugurazione del Teatro della Società.

(9) Va però precisato che l’inizio della stagione del Carnevale cadeva notoriamente il 26 dicembre, per cui ad esempio la dizione ‘carnevale 1810’ significava che i suoi spettacoli potevano principiare a partire dal 26 dicembre 1809.

Riferimenti

Paolo Fabbri, Le due città, in Luigi Pilon, “Il Teatro Sociale di Bergamo. Vita e opere”. 2009 Silvana Editoriale – Cinisello Balsamo (MI). Fondazione Donizetti – Bergamo.

teatrodonizetti.it

Francesca Fantappiè, «Per teatri non è Bergamo sito». La società bergamasca e l’organizzazione dei teatri pubblici tra ’600 e ’700. Copyright © 2010 by Fondazione per la Storia Economica e Sociale di Bergamo.

L’amore scritto sui muri (di Bergamo), negli scatti di Giuseppe Preianò

Chi conosce lo street photoghrapher Giuseppe Preianò – definizione già di per sé riduttiva se rapportata alla sua copiosissima e diversificata produzione – sa che per lui la fotocamera non è un aggeggio da riporre la sera in una custodia e riprendere la mattina, ma è un prolungamento della sua mente, uno strumento attraverso il quale – da sempre -, riprende costantemente il mondo che lo circonda e senza mai separarsene. Egli è praticamente nato con la fotocamera in mano, ed anzi, l’aggeggio era già presente in lui a livello di memoria  prenatale.

Come abbiamo avuto modo di osservare qui, egli riprende la realtà così com’è, con estrema obiettività, senza necessariamente “tirare” l’immagine con artifici da post-produzione, forte della sua decennale ed ormai consumata esperienza nel campo dell’analogico, e probabilmente anche per scelta personale.

Ne risulta un’immagine netta e scevra da ogni orpello od ostentato virtuosismo, che restituisce il reale al reale, risultando per questo, a seconda dei casi, ancor più graffiante ed ironica, seria o drammatica, istrionica o irriverente. Perché è la realtà stessa a manifestarsi e ad evidenziarsi, senza bisogno che il fotografo ne snaturi l’essenza.

Questa volta Preianò ci regala una lunga carrellata di immagini risalenti al 2000, che ho suddiviso in due tranche tematiche di cui quella qui proposta appartiene alla sfera dei graffiti “metropolitani”, questa volta dedicati all’amore: è la realtà che il nostro sguardo incontra ovunque e che il più delle volte ci limitiamo a guardare senza però mai “vedere”.

Osservate in sequenza, come in un’operazione di “quantificazione”, le immagini acquistano un che di unico e  suggestivo, invitando l’osservatore a coglierne l’insieme (e qualche volta, a sorridere).

Del resto, è San Valentino.

La vicenda costruttiva delle Mura veneziane di Bergamo

Ove non altrimenti indicato, le fotografie attuali sono di Claudia Roffeni

Alla metà del Cinquecento, la nuova condizione di città di confine, impone per Bergamo la necessità di un apparato difensivo rispondente alla ragion di Stato, più che a quelle dei beni, degli interessi, delle vite di chi vi risiede. A tale scopo la Città alta – porzione collinare dell’abitato di Bergamo – viene circondata da un grande anello difensivo e ridotta in “fortezza” – la Fortezza veneziana a Bergamo -, venendo così chiamata fino alla fine del Settecento, quando, con la caduta della Repubblica di Venezia e la dismissione militare della struttura, verrà a prevalere, nel linguaggio corrente, il termine più “urbano” di Mura: la fortificazione più nota d’Italia, per l’intrinseca importanza del suo impianto, per il sostanziale stato di conservazione e per l’elevata qualità urbano-paesaggistica del contesto, che ne fa la fortezza più godibile e significativa di tutta la Lombardia.

Dopo la rinuncia all’espansione della politica veneziana Cinquecentesca, la contrapposizione tra la Serenissima Repubblica e gli stati che le contendevano i possedimenti di Terraferma – di cui la Bergamasca era ormai sentita come la punta più avanzata ad occidente -, impose a Venezia la necessità di “ridurre la città in fortezza reale, atta a sostener….qualunque assalto”.

Bergamo apparteneva a Venezia ormai da un secolo e mezzo, da quella pace di Ferrara conclusa tra Filippo Maria Visconti e Francesco Foscari, che nel 1428 l’aveva sottratta definitivamente al possesso milanese: dopo la pace di Chateau Cambrésis (1559) la Bergamasca offriva a Venezia l’unica porta aperta verso i Grigioni, da cui avrebbero potuto arrivare senza impedimento soccorsi in caso di assalti degli Spagnoli padroni dei Mlilanese.

Oltre ai nuovi scenari geopolitici e ai  presupposti politico-militari, anche motivazioni di ordine economico e sociale  (analizzate qui) concorrevano a motivare l’opportunità di rafforzarne le difese; difese che dovevano fungere da deterrente a scala territoriale e a mantenere la pace nei territori della Serenissima: il grande antemurale che avvolge la Città alta fu infatti concepito non solo e non tanto per la sicurezza di Bergamo e dei suoi abitanti, quanto soprattutto per rispondere alla necessità di una più generale sicurezza di tutto lo Stato della Repubblica di Venezia, rientrando a pieno titolo in quel  grande piano di fortificazione imperniato sulle città-capoluogo, punti nevralgici della difesa così come del commercio marittimo e terrestre.

Ma la scelta del sito da fortificare giunse dopo un lungo e complesso dibattito (1) apertosi fra rettori, capi di guerra, tecnici e rappresentati politici, durante il quale, sul finire del 1526 – ben trentacinque anni prima dell’avvio della costruzione delle Mura – si era già data attuazione ad un piano organico per fortificare Bergamo “alla moderna”, redatto da un altro importante uomo d’arme al soldo della Serenissima: il capitano generale della Repubblica  Francesco Maria I Della Rovere, duca di Urbino, il quale, secondo una logica opposta rispetto a quanto realizzerà più tardi il capitano generale delle milizia di terraferma, Sforza Pallavicino,  aveva avviato un progetto di fortificazione su larga scala, volto a salvaguardare l’unità tra la città sul colle e i borghi, privilegiati  nella difesa in quanto costituivano la parte più vitale e produttiva della città: un’idea che incontrava il favore dei bergamaschi e i pareri degli stessi rettori e di altri tecnici della Serenissima, che a lungo sosterranno senza successo l’opportunità di estendere le nuove Mura al piano, dove i terrapieni posti in opera dal Della Rovere erano ancora in essere a distanza di decenni (2).

Solo più tardi si giungerà alla soluzione “picciola” (piccola), e dunque meno costosa dello Sforza Pallavicino, limitata cioè al solo nucleo antico della città,  trasformando così Bergamo da “città murata” in fortezza di monte: un’operazione strategica di grande impegno, fortemente voluta da Venezia e perseguita con ferma determinazione pur tra fasi alterne, per almeno un trentennio.

1526: LA COMPARSA DELLA CINTA BASTIONATA

Con Della Rovere compariva per la prima volta a Bergamo l’idea della cinta bastionata, un nuovo sistema fortificato elaborato nel Cinquecento in seguito al mutamento delle tecnologie belliche e delle strategie d’assedio e di difesa: strategie che ora non erano più affidate a bombarde e a mortai bensì a schioppi, archibugi e artiglierie (mobili e non mobili), dotate di proiettili metallici che producevano effetti devastanti sulle fortificazioni medioevali. La cinta bastionata era quindi grado non solo di assorbire i colpi da fuoco, ma anche di permettere il movimento sugli spalti delle batterie di cannoni, che, montate su affusti a ruote, permettevano manovre assai più efficaci e dinamiche.

L’introduzione dell’artiglieria, nuovo e potente sistema offensivo, e il mutamento delle strategie d’assedio, porta nel Cinquecento ad elaborare un nuovo sistema fortificato in cui il baluardo (o bastione) costituisce l’elemento difensivo fondamentale, perché garantisce quel “vuoto” indispensabile a non intralciare l’efficacia dell’azione di tiro. Posto generalmente negli angoli più esposti della fortificazione, per consentire il tiro fiancheggiato, il baluardo ha un’altezza pari a quella delle mura (diversamente quindi dalle torri medioevali) ed ha una forma generalmente poligonale. Il suo scopo è proteggere le cortine (tratti di mura rettilinei), che costituiscono le parti della fortificazione più esposte all’attacco dell’assediante, grazie al tiro radente ed incrociato delle artiglierie che sono ospitate al suo interno. Le nuove strutture difensive, che non seguono più il limite del centro urbano, come nel caso delle mura medioevali, ma passano sul corpo della città  richiedendo enormi demolizioni, danno un nuovo volto alle città cinquecentesche, racchiuse ed isolate entro gli arcigni e massicci profili dei bastioni (Ph Claudia Roffeni)

IL PRIMO PROGETTO DI SFORZA PALLAVICINO

Lo Sforza era riuscito ad imporre il suo progetto (approvato dal Senato Veneziano il 17 luglio 1561) prevedendo una spesa estremamente contenuta ma che presto si rivelò fasulla. Secondo le sue valutazioni, Bergamo si poteva fortificare facilmente e in due-tre mesi con poca spesa (40.000 ducati, un terzo cioè di quanto avrebbe richiesto l‘inclusione dei borghi), con una cinta di circa due miglia ottenuta con limitate demolizioni (poco più di venti case, senza sacrificare chiese importanti) e con il parziale sfruttamento delle Mura antiche. Il sito, per sua natura forte, cinto da ripe alte che si fiancheggiano da se stesse, avrebbe avuto bisogno di fosso in pochissimi punti, ma doveva solo essere scarpato e provvisto di parapetto.

Esclusa l’ipotesi di abbracciare le alture verso la Cappella (Castello di S. Vigilio) con il recinto delle mura, nelle intenzioni dello Sforza la cinta doveva dilatarsi a settentrione al solo scopo di includere alcune vallette che potevano consentire di trovare nuove sorgenti: un punto, questo, dove occorreva “la maggior fattura”,  e che si poteva attuare con “l’arte” ricavando lungo il pendio che scendeva dal colle di S. Vigilio solo due o tre baluardi di terra, incamiciati di muro con pietra cavata in loco per un’altezza di soli 70 cm circa; questi baluardi, concepiti secondo le nuove tecniche belliche basate sull’artiglieria, e puntati verso la Cappella, fortificazione esterna a nord del Forte di S. Marco, avrebbero al contempo fatto da cavaliere al resto della cinta.

Era già quindi in embrione l’idea del Forte di S. Marco, l‘unica parte dei primo progetto dello Sforza Pallavicino che troverà riscontro nella fortezza realizzata, la prima opera che verrà intrapresa e tra le prime a configurarsi, ma non per questo esente da ripensamenti, rifacimenti, imperfezioni.

Il Forte di S. Marco, la vasta area soggetta a servitù militare, compresa tra le porte di S. Alessandro e S. Lorenzo, funse da centro dell’organizzazione difensiva di tutto l’apparato logistico-militare. Nella sua realizzazione finale, comprese ben 6 baluardi dei 14 complessivi. All’eminenza della Cappella, il Forte superiore (tra la porta di S. Alessandro e quella “del soccorso”), superando arditamente lo scosceso pendio di S. Vigilio con muri di contenimento e di sostegno che reggono il degradare del terreno, oppone la compatta sequenza di una piattaforma (di S. Gottardo) e di due baluardi (di S. Vigilio e Pallavicino) proiettati verso l’alto senza cortine di collegamento e con i fianchi rientranti ridotti alle minime dimensioni. Con sviluppo più che doppio e con cambi di direzione tra i più decisi dell’intera cinta si snodano invece i tre elementi del Forte inferiore, tra la porta “del soccorso” e quella di S. Lorenzo (baluardi di Castagneta, S. Pietro e Valverde)

Le titubanze legate all’altalenante atteggiamento degli esperti verso la Cappella condizioneranno per decenni forma, apprestamenti e armamento di questa parte della fortificazione, così come ogni intervento sulla Cappella determinerà modificazioni al Forte.

Inizialmente, il Castello di S. Vigilio venne ritenuto ininfluente per la difesa della città perché “parte ruinata” (relazione Priuli, 1553). Nel corso delle demolizioni, il 13 agosto 1561 lo Sforza fece comunque abbassare il maschio medioevale (la torre centrale) per renderla meno esposta ai tiri di artiglieria (solo in seguito, per ottenere un maggior spazio di manovra sulla piazza superiore, ne verrà eliminato anche il moncone)

LA NUOVA E DEFINITIVA DECISIONE

Ma in quello stesso luglio del 1561, nella riunione collegiale tenutasi a Bergamo fra i massimi capi di guerra della Serenissima (Girolamo da Martinengo, Agostino da Clusone, Giulio Savorgnano) e ingegneri (i bergamaschi Malacreda e Francesco Orologi – relatore – e il bresciano Genesio Mazza detto lo “Zenese”), di fronte a un sito che “non lo vedendo non si può capire” matura invece un nuovo progetto di una cinta allargata, tutta a bastioni e  totalmente rivestita di pietra, che il Senato immediatamente approva a larga maggioranza e rende esecutivo (sedute del 6 e 11 agosto), nonostante lo consideri “della medesima sigurtà che era la prima [cinta] et con molto minore interesse di quelli fidelissimi nostri”.

Proposta di ricostruzione della morfologia preromana del complesso collinare di Bergamo, con sovrapposti i perimetri delle mura romane, medioevali e cinquecentesche (E. Fornoni – 1889). I tre sistemi murari di Bergamo hanno mantenuto nel tempo il loro orientamento assiale, inglobandosi l’uno nell’altro: il primo assetto murario romano dell’antica Bergomum, adattatosi alla morfologia del rilievo, venne quasi completamente riutilizzato in età altomedioevale e ampliato nel Basso Medioevo per l’inclusione dei borghi mercantili, ampliandosi ulteriormente e definendosi nel Cinquecento con l’erezione delle Mura veneziane

Il progetto iniziale sostenuto da Sforza Pallavicino subisce quindi numerose e sostanziali modifiche (3) e alla fine dei lavori l’impianto bastionato raddoppierà in ordine al suo sviluppo planimetrico, comportando la vertiginosa spesa di un milione e mezzo di ducati – 15 volte quanto inizialmente preventivato, corrispondenti a 155 milioni di euro d’oggi (4) – e richiedendo tempi molto lunghi, che, anche dopo la chiusura della cinta, avvenuta con il completamento del baluardo della Fara nel 1588 (ben ventisette anni dopo l’inizio dei lavori), si protrarranno fino al terzo decennio del Seicento per le correzioni di alcune porte e i completamenti interni ed esterni delle opere riguardanti la Cappella, chiamando quindi in causa vecchi e nuovi tecnici.

Ne risulterà un’opera corale e di grande respiro, che coinvolgerà progettisti,  consulenti, esperti, grandi personalità militari e politiche, misurandosi spesso con le Magistrature centrali e talvolta tenendo conto di istanze locali, valutando una miriade di eventi contingenti: e se tutto ciò diede luogo a frequenti ripensamenti e mutamenti di rotta, l’opera “trovò nel suo stesso farsi le linee guida per un progressivo affinamento” (5).

Il  Baluardo Pallavicino, nel Forte di S. Marco superiore, ha preso il nome dal comandante generale di Terraferma che ha rivestito un ruolo decisivo nell’impostazione, nella regia della progettazione e nella costruzione delle Mura, che egli ha seguito dall’inizio alla morte (1585). Sarà Giulio Savorgnano a concludere il circuito con il Baluardo della Fara, a ventisette anni esatti dall’inizio del lavori

 

La fortezza di Bergamo è tutta in pietra: il paramento (l’incamiciatura) si presenta in modo molto vario secondo la provenienza dei conci. Non di rado il muro è modellato nella roccia viva, la cui presenza ha talvolta agevolato la fabbrica delle Mura, come nel baluardo di S. Lorenzo, che ingloba per un buon tratto il bancone di conglomerato affiorante presso la “montagnetta”. Quest’ultima forniva tra l’altro un naturale cavaliere e al contempo riparava da eventuali tiri che potevano provenire dalla Cappella (Ph Claudia Roffeni)

Per l’estrema complessità dell’opera, la trasformazione di Bergamo in fortezza di monte si rivelerà alquanto travagliata, non solo per l’entità dell’operazione e per la delicata congiuntura storica, ma anche per le insidie e le difficoltà tecniche – a partire dai lavori di scavo -, dovute alle caratteristiche morfologiche di un sito che poggia sulla dura corna ed è caratterizzato da profondi avvallamenti, come sotto S. Andrea o presso il Vallone di S. Agostino e il Foppone della Fara.

Nel baluardo di S. Agostino furono necessarie imponenti opere di scavo per poggiare il muro delle fondazioni sull’emergenza rocciosa che caratterizza il versante settentrionale, e che vediamo affiorare anche nel parco, sulla muraglia che delimita a oriente il chiostro del monastero (Ph Claudia Roffeni)

 

Il grande muro veneziano che recinge Bergamo alta è frutto delle teorie urbane cinquecentesche, volte a realizzare una forma di città fortificata ideale, dalla forma stellare. Tuttavia la presenza di un terreno collinare irregolare impedì la realizzazione di un disegno geometrico perfetto, dando luogo a una sequenza sempre variata e piena di trasgressioni di baluardi, piattaforme e cortine. L’unico elemento che a quello più si avvicina è il lato del perimetro compreso tra il baluardo di S. Giacomo e di S. Giovanni. Dalla forma piatta, gelidamente lunare, delle enormi muraglie veneziane risalta con evidenza lo schema astratto e geometrico che guida la mano dei costruttori di fortezze del Cinquecento. Il contrasto con la morbida e mossa forma del colle e col frammentato e vario disporsi degli edifici medioevali dell’alta città, conferisce aspetti allucinanti e crudeli a questo disegno, duramente imposto tra il terreno e le case
I dislivelli della cinta tra la tenaglia di S. Agostino (m. 297) e il baluardo Pallavicino (m. 438)

Perciò la fabbrica delle Mura costituì per gli ingegneri del tempo un impegnativo banco di prova, che richiese capacità inventiva e coraggio di sperimentazione affinché gli ormai collaudati schemi della fortificazione bastionata venissero opportunamente adeguati a un sito orograficamente complesso: per i trattatisti militari la nostra Fortezza rappresentò quindi uno stimolante campo di meditazione sulle “fortezze di monte”.

Tali risultati furono ottenuti naturalmente anche grazie alla grande quantità di addetti ai lavori: oltre 6 mila manovali, dalla posa della prima pietra, cui Venezia diede a lungo occupazione,  generando anche numerose opportunità economiche. L‘immane cantiere vide giornalmente al lavoro 3.760 guastatori per lavori di sterro e di demolizione; 263 spezzamonti per scavi e preparazione delle pietre; 147 murari (muratori); 46 marangoni (falegnami), controllati da 35 soprastanti (responsabili della gestione dei cantieri); 8 proti,  incaricati di progettare e dirigere i lavori (tra questi il nostro Paolo Berlendis), distribuiti in nove punti diversi della città, oltre che donne, assunte giornalmente per svolgere lavori di trasporto di materiale con carriole e gerle.

Paolo Berlendis e Figli. Bergamo, Palazzo Frizzoni. L’architetto bergamasco (1520-1572), padre di Giacomo (generale di artiglieria nelle guerre ai turchi e soprintendente alle fortezze di Candia) e “proto generale” che sovrintese ai lavori per la realizzazione della fortificazione veneziana, è ritratto anche in un dipinto di Giovan Paolo Lolmo (Bergamo 1550ca.-1595), considerato uno dei capi d’opera del pittore, donato nel 1824 dal Conte Carlo Marenzi alla Biblioteca Civica A. Mai di Bergamo

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Ai fini dell’avanzamento delle opere, rivestono un’importanza cruciale i primi cinque mesi seguiti al fatidico agosto del 1561: ciò che più conta per tutti i diretti responsabili (a partire Sforza Pallavicino, governo centrale e rettori) è costruire una situazione di non ritorno agendo coi tempi e i modi del colpo di mano e facendo intendere che l’operazione sarà sì dolorosa ma breve, e quindi poco costosa anche per la città; città che nel frattempo, oltre al danno subito verrà obbligata a garantire l’ospitalità ai 100 soldati della guarnigione e ai 50 archibugieri posti a difesa dei demolitori.

Entro la fine di quello che a buon ragione è considerato l’anno più terribile della storia urbana di Bergamo, quello in cui la patria è stata “ruinata” , gli uomini al servizio dello Sforza hanno infatti già tracciato gli elementi fondamentali del circuito, dopo aver demolito centinaia di edifici e tenuto a bada le proteste degli abitanti con una folta guarnigione, che per sedare eventuali sollevazioni popolari il 23 agosto salirà fino a comprendere 100 cavalieri e 1000 fanti, venendo portata a 1700 nel mese di novembre.

Alla fine, sarà evidente a tutti che la vicenda sarà lunga, complessa e dolorosa e che chi ha perso i propri averi non sarà indennizzato dallo Stato e sarà rovinato per sempre. La rassegnazione seguita allo spegnersi graduale delle proteste, garantisce allo Sforza il suo primo successo strategico, oltre il quale tutto gli sarà più facile. Dopo questo primo anno i lavori proseguiranno più lentamente.

L’AVVIO DELLE DEMOLIZIONI: BERGAMO NON SARA’ PIU’ LA STESSA

I costi che Bergamo dovrà sopportare per la realizzazione della munizione veneziana non saranno solo una questione di denari.

A partire dal 31 luglio il generale Sforza Pallavicino entra in città con 550 unità tra soldati e archibugieri, a protezione dalle eventuali proteste, dando avvio alle demolizioni e radendo al suolo centinaia di abitazioni, non prima di aver spazzato via gran parte dei coltivi, giardini e siepi ed estirpati gli ormai prossimi raccolti dei fruttiferi vigneti dei colli, la risorsa più importante per la città, in quanto esportata anche ben oltre il contado: dapprima attorno alla Cappella e poi intorno alle vecchie mura della città, da Sant’Agostino al colle di S. Stefano, dove distrugge gli orti e le vigne ormai vicine alla maturità, gettandoli “nel cemeterio de morti” (6) e non risparmiando neppure la vigna di S. Alessandro, presso la basilica intitolata al santo martire.

Sul colle di S. Stefano, oggi occupato dall’emergenza di villa Bizioli, oltre ai vigneti erano presenti ulivi, castagni, marroni, ciliegi, fichi, noccioli e in minor misura meli, peri, mandorli, susini, peschi e melograni

Il primo agosto del 1561 iniziano le demolizioni in nove punti del tracciato e il 7 agosto, all’insaputa anche del Senato, si dà avvio alla demolizione della basilica paleocristiana di Sant’Alessandro, che custodisce le reliquie del martire. Nel volgere di poco il Senato approva le decisioni prese e che prenderà lo Sforza, invitando la città a prenderne atto.

L’erezione delle Mura comportò anche la distruzione di chiese e conventi su cui era imperniata la religiosità cittadina: per tracciare e fondare il baluardo di S. Alessandro, nel Forte di S. Marco, la prima chiesa ad essere sacrificata fu la basilica paleocristiana di Sant’Alessandro, dopo che il veneziano Vescovo Federico Cornaro, in fretta ma con gran processione, aveva trasferito le spoglie del Santo Patrono nella chiesa di S. Vincenzo posta dentro le mura. A ricordo della distrutta basilica, nel 1621 il Vescovo Emo fece erigere una colonna, ancor oggi presente all’imbocco di Borgo Canale

L’idea di difendere solo il nucleo sul colle e di far correre la struttura difensiva non intorno, ma sul corpo della città, ha conseguenze devastati sia sull’economia della stessa che sul tessuto secolare, sconvolto dall’impressionante entità dei movimenti di terra che darà vita a un’opera “spaventevole e imponente, con quelle taglienti superfici e i puntuti speroni protesi minacciosi verso il molle declivio collinare.

“Per sicurtà non solamente di quella città, ma ancora di tutto il stato nostro”, la struttura palmare e digitata della città viene violentemente disarticolata e smembrata, mutando per sempre l’intero sistema delle relazioni che organizzava la città medioevale.

Bergamo contava allora circa 17 mila abitanti, di cui 4 mila nella sola Città alta, che avrebbero preferito per la propria sicurezza la “salda risistemazione” delle esistenti Muraine includenti i borghi e non la trasformazione in fortezza della città sul colle, attorno alla quale verrà a crearsi una desolante corona di vuoto di oltre cinquanta metri.

Assoldati quasi tremila demolitori protetti da folte schiere di soldati, l’avanzata della ciclopica opera difensiva stravolge e cancella interi tessuti urbani, abitati e coltivati da secoli; scompaiono parti intere di borghi, e in toto Borgo S. Lorenzo, e recisi gli antichi tracciati medioevali che li raccordano alla città.

La distruzione di centinaia di abitazioni e dimore (per un valore che supera i 200.000 ducati) che si trovavano sul tracciato delle nuove mura, causa alla popolazione ingenti danni economici, che non verranno mai risarciti, fomentando rabbia, malcontento, disperazione.

Sopra la Bergamo medioevale e sotto la Bergamo amputata dalla costruzione della fortezza veneziana. Le cronache citano fra le 213 case distrutte nei primi cinque mesi del 1561 arrivando a stimarne anche 257, e cioè 80 in Borgo Canale, 40 tra Borgo Santo Stefano, Paesetto e S. Domenico, 57 in Pelabrocco/Pignolo e 80 in Borgo San Lorenzo. Ed altre ancora ne verranno distrutte: nel 1571, a dieci anni dall’inizio dei lavori Ie case rimaste erano 549 e a vent’anni, nel 1581, solo 445 (distrutte 317), tra dimore gentilizie e case popolane: ovvero poco più della metà di quelle esistenti alla posa della prima pietra

Vengono interrotti gli acquedotti che alimentano la città; sacrificati numerosi luoghi nevralgici della storia e del culto cittadino, molti dei quali densi di valore di memoria quali, oltre alla basilica alessandrina e la canonica,  il duecentesco convento domenicano dei SS. Stefano e S. Domenico (importante centro di cultura contenente le spoglie di Pinamonte da Brembate) e la chiesa di S. Giacomo a sud nonché quella di S. Lorenzo a nord. Altrettante scomuniche vennero lanciate dal clero locale allo Sforza Pallavicino, che dovette faticare negli anni successivi per farle revocare.

La veduta a volo d’uccello detta di Alvise Cima (1643-1710), attinge da una pianta prospettica di fine Cinquecento che raffigura la Bergamo medioevale prima della fortificazione, tratta secondo le fonti da un antico affresco oggi perduto. Alla città medioevale si sovrappone un tratto nero rappresentante il tracciato delle nuove Mura, che denuncia con grande effetto le perdite infitte alla città in termini di patrimonio edilizio. Risulta chiaro come la fortificazione escludesse i borghi, racchiusi entro il circuito delle Muraine (il cui inserimento avrebbe comportato lavori troppo lunghi e spese più ingenti), operando una cesura fra le due città, quella produttiva posta al piano, e quella ove risiedeva il potere politico e amministrativo

Ben tre delle quattro nuove porte prenderanno il nome delle chiese distrutte: S. Alessandro, S. Giacomo, S. Lorenzo.

Soltanto il Convento (con due ampli chiostri) e la chiesa di S. Agostino si salvano, grazie all’offerta di un’ingente somma di denaro versata a Venezia dal potente ordine agostiniano per far chiudere “dentro la Fortezza, in anima ed in corpo, Chiesa, Convento e Frati” con “evidente sproposito di militare architettura” (7). E’ anche vero che il convento sorge su uno sperone roccioso, per spianare il quale servirebbero troppo tempo e denaro.

L’INIZIO DEI LAVORI: IN SOLI TRE MESI SONO TRACCIATI GLI ELEMENTI FONDAMENTALI DEL CIRCUITO

1561 – 1 settembre: posa della prima pietra del Forte di S. Marco. •2 settembre: baluardo di San Giacomo. •3 settembre: baluardo di Sant’Agostino.  •ottobre: E’ tracciato quasi tutto il circuito. •novembre: Continuano i lavori “in nove parti della città” con l’impiego di 4259 persone.

L’avvio ufficiale dei lavori, con la posa della prima pietra, avviene il 1° settembre 1561 proprio nel sito inteso da subito come fulcro di tutta la nuova opera difensiva: le pendici collinari disposte tra Colle Aperto e il Castello di S. Vigilio, che prende l’appellativo di “forte”, e poi, ancor più esplicitamente, di “Forte di S. Marco”, il tracciato compreso tra le attuali porte di S. Alessandro e S. Lorenzo, dove si configurerà il centro operativo-militare dell’intera fortezza. Durante la solenne cerimonia, i rappresentanti della Repubblica gettano nello scavo di fondazione una manciata di medaglie appositamente coniate e recanti loro nomi e stemmi.

La porzione occidentale del Forte di S. Marco da via Sudorno (Ph Claudia Roffeni)

Già da questa fase preliminare di impostazione della struttura, si definiscono i margini estremi che il Forte assumerà dopo diversi anni, così come si intuisce la forma trilaterale del circuito complessivo delle Mura, che sarà pienamente evidente nel 1588.

Il tracciamento del circuito del Forte di S. Marco, cuore ed emblema dell’intera fortificazione, è concepito in un ottica esclusivamente funzionale e difensiva. La sua vasta area, sempre distinta dal resto della cinta per il carattere e l’uso esclusivamente bellico (con l’esclusione cioè di ogni presenza civile), si doterà della cosiddetta “Porta del Soccorso” (nell’immagine), ossia un’autonoma porta riservata all’uscita di armati per eventuali azioni oltre la fossa e a soccorso della Cappella, nonché di due “quartieri” per l’alloggiamento delle truppe e di due polveriere. In seguito alla morte dello Sforza Pallavicino verrà allargata e potenziata la fossa e costruita la strada coperta che lo collegherà alla Cappella rafforzata (Ph Claudia Roffeni)

In questo primo anno i lavori si concentrano prima di tutto nel realizzare i baluardi in Colle Aperto, opera di necessità primaria che vede completamente assorbito lo Sforza, dedicato personalmente alla progettazione e direzione dell’opera.

Ma non solo al forte si lavora in quell’autunno del 1561 e ben nove sono i cantieri aperti attorno alla città antica, distribuiti con logica di accerchiamento: entro la fine dell’anno gli uomini agli ordini dello Sforza Pallavicino hanno già  tracciato e fondato gli estremi “cardinali” della fortezza: a Nord il bastione di S. Lorenzo, a Est la tenaglia di S. Agostino (fortificazione che circonda l’omonimo convento), a Sud il bastione di San Giacomo, a Ovest la fortificazione di S. Alessandro (con i baluardi di S. Alessandro e S. Giovanni).

Se i nove cantieri sono diretti da otto “proti” e vi lavorano più di 6.300 persone, le scarse operazioni di effettiva costruzione vedono in questo momento 147 “murari” occupati quasi certamente a rifinire il materiale lapideo da “incamiciatura” (le pietre di rivestimento delle mura) e nel gettare le fondazioni, nonché 46 “marangoni” occupati a puntellare le fondazioni, i casseri, le passerelle e i ponti.

Ma quando le spie milanesi riferiranno dei lavori, gli ambasciatori veneziani faticheranno non poco a convincere gli Spagnoli che si tratta solo di opere di difesa che non prevedono ammassamenti di truppa per attacchi.

NON LATIUS!

Con l’avvio del 1562 mentre chi ha perso casa e i propri averi fa i conti con l’impossibilità di recuperare quanto perduto, ci si inizia a chiedere fino a che limite lo Sforza intenda dilatare la spianata (la pertinenza esterna della fortezza) per poter ricostruire in sicurezza.

Nella sua risposta al Senato lo Sforza afferma che non si possono permettere fabbriche a meno di 50 metri dall’antico muro della città o dalla salita al monte, laddove erano iniziate le nuove fortificazioni, e il 13 giugno vengono posti i termini confinari attorno alle Mura, costituiti da cippi in pietra con inciso le parole “NON LATIUS” (“non oltre”), ad indicare il limite dello spazio riservato al presidio della guarnigione.

Disegno della fortezza di Bergamo (Parigi, Biblioteca Nazionale). Il disegno mette in evidenza, tra la città e il nuovo muro, il profondo spazio reso libero da ogni costruzione, vigneto o vegetazione. A questa prima fascia interna, all’esterno delle Mura, ne corrispondeva una seconda ancora più vasta, dove il terreno era stato spogliato da ogni presenza di arbusti e di edifici

L’ampiezza di questa “fascia di rispetto” è ancora oggi testimoniata dall’unico cippo in pietra superstite visibile all’attacco della Scaletta della Noca, la via gradinata che dall’Accademia Carrara conduce verso la Porta di S. Agostino, posto a indicare il punto a partire dal quale il terreno doveva essere lasciato sgombro da costruzioni e in cui era interdetto qualsiasi tipo di coltura onde evitare l’annidamento di truppe nemiche e il conseguente assalto a sorpresa a ridosso delle cortine, oltre che, naturalmente, rendere libero il tiro delle artiglierie.

L’ampiezza dell’antica spianata è ancor oggi testimoniata dall’unico cippo in pietra arenaria superstite presente all’imbocco della Scaletta della Noca, nei pressi dell’Accademia Carrara, dove l’iscrizione ormai abrasa riporta la scritta NON LATIUS  (‘non oltre’). La stele indicava il limite oltre il quale, per la servitù militare generata dalla presenza delle Mura, non era possibile costruire alcun edificio

Si evince che a questa data le vecchie mura sono ancora esistenti mentre le nuove (escluso il Forte, forse) sono semplicemente iniziate. Ma nonostante ciò, verso la mezzanotte del 27 settembre, anche se le mura non hanno ancora raggiunto l’altezza di un metro e mezzo si fa una sorta di prova generale: all’ordine convenuto, alcune compagnie di soldati si avvicinano alla città. Dato l’allarme, tutti i cittadini (compresi i danneggiati) accorrono prontamente, apprestando la difesa della fortezza e cioè di “colei che da alleata era divenuta la loro peggiore nemica” (8).

Negli anni successivi, a causa del minor esborso finanziario di Venezia i lavori proseguiranno a ritmi più lenti concentrandosi di più sul Forte, mentre altrove, ancora nel 1565 l’azione di assestamento e dilavamento del terreno disfa i terrapieni realizzati (poco più che dei rialzi), creando un danno valutato in mille ducati all’anno. Intanto però, nonostante la fortezza sia ancora incompleta ed imperfetta nelle sue strutture fisiche (muri ancora da fondare, terrapieni da incamiciare, parti accessorie da definire, etc.), comincia ad assumere una fisionomia propriamente militare.

Verranno realizzate, in corrispondenza delle principali direttrici stradali, le porte di San Lorenzo (la prima ad essere costruita, nel 1563, murata per motivi di sicurezza nel 1605 e poi ricostruita al di sopra nel 1627 su progetto di Francesco Tensini), Sant’Alessandro (“voltata, coperta e del tutto fornita” per la fine del 1565), San Giacomo (realizzata negli anni Settanta del Cinquecento molto vicina al fianco dell’omonimo baluardo, trovando la sua definitiva, attuale, posizione nel 1593), e Sant’Agostino (che, inizialmente in legno, venne riedificata in muratura nel 1572-74). Porte che erano già state progettate nei primi anni del cantiere (1562-1563), molto probabilmente da un’unica mano.

Le Porte della cinta cinquecentesca si riducono a 4, riprendendo quelle medievali che erano poste nei pressi

LO STATO DELLA FORTEZZA NEL 1565 

Per la fine del 1565 le “muraglie” di circa la metà del circuito (ossia circa 2550 metri dei previsti 5122) sono incamiciate in pietra e tutte portate a un’altezza di sicurezza (ed in primis quelle del Forte di S. Marco), ma ancora ben lungi dalla quota definitiva.

Ovunque, le vecchie mura medioevali vengono raggirate e laddove sono parzialmente mantenute fungono da contenimento provvisorio della città affinché, com’è nella logica di una città-fortezza, l’operante guarnigione militare (che ora conta 770 soldati), resti nettamente distinta dalle aree della comunità civile.

Stato della Fortezza nel 1565. Nel Forte di S. Marco, dalla porta di S. Alessandro al baluardo di S. Lorenzo e relativa cortina la muraglia è rivestita in muratura fino al redondone, tranne il baluardo di S. Lorenzo che è tutto incamiciato. Da qui al baluardo di S. Agostino suppliscono le vecchie mura medievali (che per ora lasciano fuori il monte della Fara). Tutta la porzione orientale della fortezza è ancora in terrapieno (ossia dalla tenaglia di S. Agostino al baluardo di S. Michele, compresa la cortina di S. Andrea). Dalla piattaforma di S. Andrea fino alla cortina di S. Grata ci si affida ancora alle mura vecchie, ma il baluardo di S. Giacomo è già in pietra fino al cordone e si realizza il pezzo di cortina necessario per impostarvi sopra la nuova Porta di S. Giacomo, mentre a Sud-Ovest si è già fondata la piattaforma di S. Grata e buona parte delle relative cortine. I due baluardi di San Giovanni e Sant’Alessandro sono  ancora in terrapieno

Tutta la muraglia che dal Forte (a partire quindi da Porta S. Alessandro) arriva alla cortina di S. Lorenzo è rivestita in pietra fino al redondone (il cordone lapideo orizzontale che rende difficile la “scalata”), eccetto il baluardo di S. Lorenzo, che è tutto incamiciato.

Il baluardo di Valverde, l’ultimo del Forte Inferiore, e la porta di S. Lorenzo, sul lato settentrionale della cinta veneziana (Ph Claudia Roffeni)

 

La costruzione del baluardo di S. Lorenzo fu favorita dalla presenza di un durissimo banco di conglomerato, inglobato per un buon tratto nella muraglia ed affiorante sulla piazza superiore nella “montagnetta”, che fornì un naturale cavaliere riparando anche contro i colpi che potevano provenire dalla Cappella

Dalla zona di S. Lorenzo fino al baluardo di S. Agostino non s’è fatta nessuna opera: qui suppliscono le vecchie mura medievali (difese dal potente cavaliere del Belfante dei Rivola  e dalla Rocca rinforzata), che chiudono materialmente il recinto lasciando fuori il monte della Fara (il piccolo rilievo visibile nelle piante del Cima, che divide la Valle S. Agostino da quella degli Avogadri), che dovrà invece essere incluso nella fortezza quando verrà realizzato il previsto baluardo.

Il baluardo della Fara, l’ultimo ad essere realizzato (1585-1589), sancendo la reale “chiusura” del circuito murario veneziano (Ph Claudia Roffeni)

Le  perplessità di chiudere questa parte della cinta erano iniziate sin dall’avvio dei lavori, tanto che nella sua relazione dell’8 novembre 1561 l’Orologi raccomandava allo Sforza di non sopprimere quel baluardo della Fara – di cui egli stesso aveva piantato le stagge -, che avrebbe fiancheggiato la tenaglia di S. Agostino, certo troppo bassa ed avanzata.

La Tenaglia di S. Agostino, formata dai baluardi di S. Agostino e del Pallone. In alcuni punti le porte di accesso alle mura erano racchiuse, a breve distanza, da due bastioni formanti una sorta di tenaglia, sporgenti a punta acuta e allacciati con raccordi curvi arretrati alla cortina della Porta, così da avere gli accessi alle Porte difesi dai tiri diretti contro le azioni nemiche (Ph Claudia Roffeni)

Le difficoltà frapposte dal sito, caratterizzato dalla presenza dei profondi Valloni di S. Agostino e degli Avogadri, e la convinzione che la zona sarebbe stata ugualmente sicura con le vecchie Mura, difese dal potente cavaliere del Belfante dei Rivola e dalla Rocca rinforzata, avevano infatti fatto accantonare fin da allora la fabbrica di quel baluardo che sarebbe stato costruito per ultimo (dopo aver colmato parzialmente i due valloni), solo dopo la morte dello Sforza, e con un nuovo disegno di Giulio Savorgnano (1585-88) (9).

Dalle fortificazioni di S. Agostino al baluardo di S. Lorenzo, nel disegno tratto dalla veduta detta di Alvise Cima

Tutta la porzione orientale della fortezza ossia le fortificazioni di S. Agostino (costituite dalla tenaglia di S. Agostino e dal baluardo di S. Michele), sono ancora in terra (ossia terrapienati), anche se ben fiancheggiati. Forse la generale arretratezza di questa parte è dovuta alla perdurante incertezza riguardante il tracciato e la ventilata possibilità della revisione del circuito, tema ancora vivo in questa zona. Anche la cortina di S. Andrea è ancora in terra.

Dalla cortina di Porta S. Giacomo alla piattaforma di S. Andrea, detta “Spalto delle Cento Piante” (Ph Claudia Roffeni)

Dalla piattaforma di S. Andrea fino alla cortina di S. Grata ci si affida ancora alle mura vecchie, ma il baluardo di S. Giacomo è in pietra fino al cordone e si realizza il pezzo di cortina necessario per impostarvi sopra la nuova Porta di S. Giacomo (le cui pietre si trovano fuori opera e pertanto in pericolo di guasto), mentre a Sud-Ovest si è già fondata la piattaforma di S. Grata e buona parte delle relative cortine.

In primo piano, cortina e piattaforma di S. Grata e in lontananza il baluardo di S. Giacomo (Ph Claudia Roffeni)

 

Baluardo di S. Giacomo (Ph Claudia Roffeni)

Del resto, l’area tra S. Andrea e S. Giacomo è interna ai borghi e al loro muro di difesa, dunque non costituisce una priorità. Chi, infatti, si volesse da qui avvicinare non potrebbe certo aiutarsi con la sorpresa e l’avvicinamento non gli sarebbe facile.

Tra S. Giacomo e S. Andrea (Ph Claudia Roffeni)

Riguardo il tratto che corre fra Porta S. Giacomo e la chiesa di S. Andrea, che prospetta verso il centro della Città bassa, parve opportuno allo Sforza che si potesse evitare l’abbattimento di case e conservare parte della cinta medioevale (quella che comprendeva via degli Anditi e che conserva solo alcune arcate), ma che essa, troppo vicina al nucleo cittadino avrebbe impedito, formata com’era dalla sola cortina, di creare quel tipo a bastionate che era imposto dalla nuova tecnica militare.

Nel tondo, le cinque arcate dell’antico vicolo degli Anditi nella veduta “di Alvise Cima”, con sovrimpresso in nero il tracciato delle mura veneziane. Si tratta di un percorso di ronda (ora quasi totalmente chiuso) facente parte della muraglia difensiva medioevale, tagliato dal percorso della funicolare alla fine dell’800 e di cui restano solo alcuni avanzi di muratura ad arco, appena visibili dietro le recinzioni di giardini privati

Portata così avanti la nuova muraglia di circa 70-80 metri dall’antica, fu anche possibile creare il dosso di terra detto Cavaliere di S. Andrea che doveva risultare analogo a quello di ponente denominato Cavaliere di S. Grata (10).

Tra S. Grata e S. Andrea. Nella realizzazione della fortezza veneziana, le alture retrostanti il circuito murario fornirono sovente un naturale cavaliere, un elemento tattico di rinforzo alla funzione difensiva delle Mura

I due baluardi di San Giovanni e Sant’Alessandro (detti “fortificazioni di S. Alessandro”) sono  ancora in terrapieno.

In primo piano la piattaforma di S. Grata e sullo sfondo il baluardo di S. Giovanni, ai piedi del colle omonimo, a cui fa seguito non visibile nell’immagine, il baluardo di S. Alessandro nell’area di Borgo Canale (Ph Claudia Roffeni)

Sino ad ora si sono spesi circa 216.000 ducati; spendendone altrettanti in quattro o cinque anni si potranno concludere le opere: ma le disponibilità annue di 13.400 ducati non possono garantire il progredire spedito dei lavori ed anzi si spenderà di più, sia perché si dovranno restaurare le opere non ancora incamiciate (l’azione di assestamento e dilavamento del terreno disfa quanto si realizza, creando un notevole danno economico) e sia per mantenere in essere una guardia più numerosa (circa 200 fanti) che comporta un esborso all’erario di 5.000 ducati all’anno. I rapporti tra rettori, conduttori delle opere e governo centrale cominciano a farsi tesi.

LO STATO DELLA FORTEZZA NELLA SECONDA META’ DEGLI ANNI SESSANTA

La seconda metà degli anni sessanta del Cinquecento si apre perciò con la struttura fortemente incompleta, del tutto inattiva e quindi debole. Ma nel 1566, al fine di contenere le spese, il procuratore generale di terraferma, Alvise Mocenigo decide finalmente di accelerare e ultimare le opere appaltando i restanti lavori (11).

A danno della sezione orientale delle mura, fra il 1567 e il ‘68 si lavora in quattro luoghi: al Forte, dove si rialzano muri e si fanno casematte; nella “Fortificazione di S. Alessandro” (baluardi di S. Alessandro e S. Giovanni), dove si porta l’incamiciatura fino al cordone; attorno a S. Grata, dove mancano solo 147 metri per aver fondato quindi definito tutto il fronte.

Il sistema difensivo formato dalla cinta veneziana e dalle preesistenze medievali – 1566-1568

E nonostante alla presenza dello Sforza venga solennemente posta la prima pietra del baluardo di S. Agostino (24 giugno 1567, giorno di San Giovanni), ben presto i lavori si arenano (12): la tenaglia di S. Agostino richiederà circa sette anni per passare dall’opera di terra a quella in muratura (1567-1574), tra continue perplessità e contestazioni.

Tenaglia di S. Agostino, realizzata entro il 1574 (disegno datato 1825)

L’arretratezza dei lavori in quest’area così come l’insistenza di alcuni tratti (monte Pelizzolo, monte della Fara), oltre a costituire un evidente pericolo per la sicurezza della fortezza, contribuisce a rimettere in discussione quanto non è stato ancora materialmente compiuto, tanto che sul finire del 1567 si riapre  la sopita questione della difesa dei borghi, di cui molti capi richiedono l’inclusione, fatto che comporterebbe un enorme allargamento del circuito. Infatti, se il progetto originario (voluto da uomini del calibro dello Sforza, del Martinengo, del Savorgnano) prevedeva di tenersi in alto, richiedendo solo circa 1217 metri per chiudere le Mura da S. Giacomo a S. Agostino, comprendendo i borghi si dovrebbero fondare 4868 metri di muri con dieci baluardi e impegnare (in tempo di pace) non meno di 1500 fanti per la difesa ordinaria: una prospettiva di spesa per il Senato Veneto che chiude ogni altro ragionamento nel merito.

Nonostante le tante incertezze, gli anni sessanta terminano perlomeno con la decisione (3 maggio 1569) di appaltare i lavori del lato sud-orientale della fortezza, quello tra i baluardi di S. Giacomo e di S. Michele, ordinando che delle due piattaforme previste nella tratta dal progetto iniziale (e documentate da un disegno del Museo Correr) ne venga realizzata una sola ma “grande e reale” e si ingrandisca anche il baluardo di S. Michele (a quei tempi detto anche Zanco): opere che verranno realizzate cinque anni più tardi (1574-78).

LA PRIMA META’ DEGLI ANNI SETTANTA

In avvio degli anni ‘70 del XVI secolo, tra coloro che indirizzano gli interventi operativi si avverte già il significato simbolico (non solo “storico” ma anche di prestigio personale) del chiudere il circuito della fortezza, fatto che di per sé  infonderebbe forza all’accelerazione dei lavori; ma d’altro canto è forte la consapevolezza di dover dare la priorità assoluta alle necessità funzionali, che richiedono interventi puntuali. La situazione politica interna e internazionale, che tiene impegnata la Dominante nello Stato da Mar con la sfortunata guerra di Cipro (1570-1573), non favorisce in tal senso una presa di posizione. Dopo un decennio dall’avvio dei lavori e vista la contenuta possibilità di spesa, ci si barcamena tra una cosa e l’altra per qualche anno, scontentando tutti: Bergamo e Venezia.

La dichiarazione giurata del proto Paolo Berlendis (16 maggio 1571) chiarisce la situazione: sono ancora da fondare, tra porta S. Giacomo e l’orecchione del baluardo di S. Agostino (oggi detto del Pallone), “solo” 721 metri, mentre  devono essere ancora innalzati i muri già fondati fino a portarli al cordone (10 metri) per scongiurarne la scalata e, sempre lungo questo tratto, bisogna fare i muri delle cannoniere.

Il baluardo del Pallone (all’altezza del Parco di S. Agostino)

Ma ciò che scoraggia ulteriormente è che ancora nel 1571 la fortezza sia ancor del tutto insicura, avendo solo tre cannoniere finite nel Forte e fior di ducati andranno spesi per finire tutte le altre (le già iniziate ai baluardi di S. Giacomo, S. Lorenzo e di S. Alessandro-S. Giovanni nonché alla piattaforma di S. Grata), oltre alle piazze e ai parapetti.

Ciliegina sulla torta: per la tanto sospirata chiusura della Fara manca ancora il progetto.

Paolo Berlendis, Disegno a schizzo della città con il rilievo dello stato di avanzamento dei lavori delle mura, 1571. Il disegno è accompagnato da una lettera autografa del proto P. Berlendis, datata 16 maggio 1571. Il disegno “presenta Bergamo nel suo stato di organica unitarietà precedente la costruzione delle mura, indicandone l’andamento sia delle antiche mura, sia dei principali tracciati viari e che, con l’esplicita indicazione della piazza del Borgo S. Leonardo contrapposta, nella piana, alle piazze Vecchia e Nuova della Città alta, costituisce un’importante testimonianza del grado di coscienza, che, al tempo, si aveva del bipolarismo della città” (W. Barbero, Per Una storia urbana di Bergamo, in: Hinterland n. 25, marzo 1983, pp. 20-21)

LA SECONDA META’ DEGLI ANNI SETTANTA

Finalmente, a metà del decennio la situazione della fabbrica appare decisamente migliorata: si completa tutta la zona di S. Agostino (tenaglia, porta, fontana monumentale e quartiere militare) e si vede almeno prossima la chiusura del fronte di Sud-Est, che tanti problemi aveva dato in ordine alla sua stabilità, per i continui smottamenti in prossimità della Cortina di S. Andrea, che rendevano lento e pericoloso il lavoro.

L’area di S. Agostino

Nel 1575, a ridosso del chiostro maggiore del convento fa costruire il quartiere di S. Agostino (le cosiddette “casermette”). I quartieri militari della fortezza sorgono vicino alle porte e nei punti in cui si necessita di immediati interventi della guarnigione: quello di di S. Agostino, capace di 100 soldati, suscita satisfation infinita di tutta la città” poiché è finalmente sgravata dall’onere dell’alloggio (una vera e propria beffa considerate le privazioni materiali e morali cui è costretta la popolazione).

Il quartiere militare di S. Agostino (1575), l’unico conservato integro, almeno esternamente, tra tutti quelli che sorgevano nei pressi delle porte, preposti a difenderle e ad ospitare i soldati. E’ costituito da un lungo corridoio su due piani, coperti da falde. Oggi ospita gli uffici dei docenti dell’Università di Bergamo

Sempre nell’area il capitano Giustiniani fa realizzare in muratura la porta (1572-74) e poco dopo (1575-76) la “bellissima fontana di pietra viva grande e onorata in faccia della porta di Sant’Agostino”, mentre il ponte levatoio in legno, che in origine garantiva l’ingresso alla Città Alta, verrà sostituito nel 1780 da un ponte in muratura sostenuto da arcate.

Nella pianta del Macheri, il ponte levatoio in legno, sostituito nel 1780 da un ponte in muratura sostenuto da arcate e nel 1838, in occasione della visita a Bergamo dell’Imperatore austriaco, dalla strada Ferdinandea, oggi viale Vittorio Emanuele, che sale dal centro di Bergamo Bassa per ricongiungersi con Via Pignolo proprio davanti alla porta Sant’Agostino (Complesso di Sant’Agostino: veduta a volo d’uccello, 1660 ca., stampa a bulino disegnata dal bergamasco Giovanni Macheri e incisa a Venezia da Pietro Micheli)

 

La Porta S. Agostino, tuttora accesso principale a Città Alta, rappresentava l’ingresso monumentale per chi giungeva da Venezia. Allo scenografico aulico fondale interno del prospetto di fontana (1575-76), unitariamente e contemporaneamente concepito, si contrappone il semplice volume del “quartiere” addossato al chiostro grande del convento, primo ad essere stato costruito per gli alloggiamenti delle truppe. Autore del dipinto (“Antica Rocca e caserma di S. Agostino a Bergamo”), conservato presso la Galleria del Belvedere di Vienna, è  Marco Gozzi (1759 – 1839)

La tenaglia di S. Agostino, formata dai baluardi del Pallone e di S. Agostino, viene invece completata in muratura nel 1574, e anche se la lunga faccia nord del baluardo del Pallone è sconvenientemente esposta al nemico, ciò non rappresenta un serio problema in quanto questi può colpirla solo dal piano, quindi da lontano.

Baluardo del Pallone (Ph Claudia Roffeni)

L’area di S. Andrea  

Negli anni immediatamente successivi, con la costruzione della piattaforma di S. Andrea, realizzata tra il 1574 e il 78, si procede alla chiusura di questo tratto della cinta. L’estesissima piattaforma, dal perimetro complessivo di cresta di 291,50 metri, più che doppio rispetto a quello delle altre piattaforme, è certamente concepita secondo un’ottica “rappresentativa”, tanto da sostituire le due piattaforme previste inizialmente nella tratta e portare appunto alla decisione (3 maggio 1569) di realizzarne una sola “grande et reale”: la sua alta muraglia, di 22.88 metri dopo il rialzo ottocentesco, viene eretta più per far “spettacolo di pompa”- con i suoi pezzi d’artiglieria sempre scoperti, ma anche sempre inattivi, verso sud in direzione di Milano – che per una reale esigenza e volontà di difesa (13).

Del resto il versante, ben protetto tra le mura dei borghi, è ritenuto particolarmente sicuro, sia per la pendenza del colle che per il naturale cavaliere alle sue spalle (la parte superiore del “monte Pellizzolo”).

L’altissima ed estesissima piattaforma di S. Andrea. La muraglia raggiunge con il rialzo ottocentesco 22,88 metri, risultando la più alta dell’intera cinta (Ph Claudia Roffeni)

La lunga piattaforma, che dal 1795 diviene Spalto delle Cento Piante, viene collegata da una cortina di dimensioni altrettanto inusitate (139 metri) al baluardo di S. Michele: quattro anni di lavori particolarmente ardui per i continui dissesti dovuti all’entità di profondissimi scavi, che comportano il crollo di numerosi edifici.

Piattaforma e cortina di S. Andrea, ancora prive del traforo per la funicolare

Ad ulteriore sostegno della cortina, che poggia sulle fondamenta più profonde dell’intera fortificazione, vengono realizzati sei archi di scarico, tuttora visibili nel viale sottostante, anche se diversi per tamponature e nuove erezioni. L’instabilità del terrapieno doveva essere aggravata dall’avere al suo interno un “pozzo di acqua viva sortiva profondissimo” e dal fatto che tutte le sue pertinenze fossero bagnate dalle acque di scolo provenienti dalla fontana di porta Penta (Porta Dipinta).

Già nel corso della dominazione Veneziana, su questo spalto verrà spianato il cavaliere per agevolare il transito delle carrozze tra Porta S. Agostino e Porta S. Giacomo, prefigurando la costruzione del Viale delle Mura, che, iniziato nel 1829, raggiungerà Colle Aperto solo nel 1841.

Lo “Spalto delle Cento Piante”: nel 1795 un decreto comunale ufficializza l‘uso civile della piattaforma di S. Andrea, programmandone i “deliziosi passeggi e giardini pubblici”, che ne faranno la prima passeggiata pubblica di Bergamo. Dalla fine dell’Ottocento, la cortina dello Spalto delle Cento Piante verrà attraversata dalla funicolare per Città Alta

Infine, il pianoro sottostante il baluardo di S. Michele (preposto anche alla difesa della piattaforma di S. Andrea) viene dirupato per scongiurare un attacco da parte dell’assediante, che avrebbe potuto battere la porta di S. Agostino e i due baluardi che gli fanno tenaglia (S. Michele e S. Agostino).

Baluardo di S. Michele (Ph Claudia Roffeni)

Con la chiusura di questo tratto della cinta il presidio viene ridotto a 50 fanti e il proto, ora non più necessario, licenziato: a 17 anni dall’avvio dell’opera, con la tanto sospirata chiusura della fortezza sul fronte di Sud-Est il capitano Tommaso Morosini può relazionare orgogliosamente al Senato (25 settembre 1578) che “Hora la fortezza è finita da serar….per gratia de Dio la fortezza è cinta tutta de muraglia nuova, eccetto però  sotto la Rocca al Monte della Fara” : si tratta cioè del compimento del circuito come previsto sino ad allora, e dunque ancora privo della chiusura della Fara (per ora considerata opera molto secondaria e costosa) ed entro il quale ogni baluardo è provvisto di un retrostante naturale cavaliere.

Bergamo e il suo contesto territoriale, nella carta topografica della fortezza della città e dintorni, disegnata da G. Sorte intorno al 1575 (Biblioteca Marciana-VE)

Finalmente, anche le difese esterne possono entrare nelle preoccupazioni dello Sforza: dalla Cappella, il cui problema si fa sempre più urgente, a quello del dosso di S. Domenico (“il Fortino”), che essendo assai prossimo al circuito  dovrà essere adattato a rivellino, anteposto com’è al baluardo e alla Porta di S. Giacomo – i talloni d’Achille delle Mura – e anche per il fatto di dominare a cavaliere Borgo S. Leonardo.

Sul promontorio dall’Ottocento occupato da villa Bizioli, noto come “Fortino”, per ovviare all’intrinseca debolezza del prospiciente Baluardo di S. Giacomo, troppo esposto ai tiri di artiglieria, viene realizzata una piattaforma fortificata, eguagliando il muro tutt’intorno e livellando la piazza. Si tratta di una difesa avanzata, indipendente dal circuito murario principale, che ricorda per certi versi la tipologia di un rivellino (una fortificazione indipendente generalmente posta a protezione della porta di una fortificazione maggiore), senza averne però l’autonomia difensiva. La fortificazione, oggi irriconoscibile, è terminata nel 1585, come attesta una lapide sul lato nord (le sue possenti mura si possono vedere solo percorrendo il vicolo San Carlo). Per la sua realizzazione viene demolito il complesso conventuale dei SS. Stefano e Domenico (nel tondo)

 

Il Fortino nell’Ottocento (nel tondo), con accanto Villa Bizioli

 

Tra il 1580 e il 1582 sono costruite le due polveriere del Forte di S. Marco, tra Colle Aperto e Porta S. Lorenzo, poste al di fuori del tiro dei cannoni e lontane dall’abitato. Nell’immagine, la polveriera nella valletta di Colle Aperto, oggi di proprietà privata (Ph Claudia Roffeni)

L’ULTIMA FASE DELLA REALIZZAZIONE DELLE MURA: “NETTAR I FIANCHI, ET CAVAR LE FOSSE” 

Anche se per lungo tempo ancora sussisterà la preoccupazione del chiudere il perimetro della fortezza e ultimare la dotazione degli apprestamenti interni, con l’ultimazione della cinta è giunto il momento dell’ultima fase della realizzazione.

La situazione nel complesso si presenta molto caotica, con parti fatte e altre da completare, tanto che ancora nel 1578 è ancora in corso il processo di finitura della fortezza, per portare al cordone muri e finire piazze. E certamente le problematiche murarie legate alla funzionalità operativa della macchina bellica sussisteranno ancora a lungo.

Ma la priorità è ora quella di configurare le difese esterne ai baluardi, a partire dalla predisposizione della fossa per la quale il Senato, riconoscendo come sufficientemente avanzati i lavori murari ha ordinato l’avvio sistematico dello scavo (26 settembre 1575), che consiste in 15.000 pertiche di terreno, per una larghezza media 6 piedi.

Perlomeno nei luoghi più sensibili come il Forte, questa dev’essere stata da tempo già rudimentalmente tracciata di pari passo con l’innalzamento dei baluardi, ma esternamente alle “muraglie”, e quasi a ridosso, persistono grossi accumuli di terreno (tali da costituire una minaccia in quanto tolgono visibilità ed efficacia al tiro), per la cui asportazione i territori soggetti, onde evitare costi accampano scuse, avviando contenziosi che ritardano di molto gli interventi.

Lungo la faccia est del baluardo di Valverde, l’accentuata pendenza ha fatto di questo lato l’unico esempio conservato di fossa terrazzata: una serie di muri disposti ortogonalmente a scarpa e controscarpa suddivide lo spazio in piazzuole successive per impedire i guasti delle acque alle opere murarie (Ph Claudia Roffeni)

 “Nettar i fianchi, et cavar le fosse” tutt’attorno alla fortezza è dunque d’ora in avanti una delle esigenze più importanti: un’operazione costosa, che si protrarrà molto nel tempo, non solo a causa del complesso meccanismo burocratico di affidamento e ripartizione dei lavori, ma anche per la particolarità del sito, dove spesso si incontrano banchi rocciosi (“durissime corne”), o dove la difficoltà di realizzare vere e proprie fosse richiede soluzioni alternative.

L’opera parte speditissima, benché i territori , ai quali per antica consuetudine spetta il costo del guasto e dello scavo, si rifiutino di pagare l’asportazione di quanto non sia strettamente terra (e cioè roccia e materiali come trovanti e conglomerato, che ritengono di pertinenza governativa). In ogni caso, se con il Memmo sono già 6.100 pertiche di terreno quelle rimosse durante i lavori, con il Morosini se ne aggiungono altre 4.652, rimanendone un totale stimato di 6.348.

LA QUESTIONE DELLA MILIZIA, DEL MUNIZIONAMENTO, DEL VETTOVAGLIAMENTO E IL PROBLEMA DELL’ACQUA

In questo scorcio degli anni settanta, mentre la fortezza inizia a caricarsi di funzionalità operativa, si evidenzia la sempre maggiore importanza che sta assumendo la questione degli armati e dell’armamento: questione annosa per la gestione della fortezza, se ancora nel 1585 (relazione di fine mandato del capitano Michele Foscarini) precede lo stato della “importantissima fortezza”.

Si notano alla custodia della fortezza numerosi avvicendamenti e indiscipline, con la rimozione di non pochi capitani; l’impressionante numero delle diserzioni dall’avvio del cantiere (6100 uomini), la dice lunga sulla povertà delle paghe e la durezza del vivere, e ciò nonostante in caso di arresto il rischio sia quello di andare “a vogar il remo per cinque anni” (numerosi sono i libelli diffamatori appesi in varie parti della città a ridicolizzare Venezia) (14).

Le necessità dei pochi bombardieri (“scolari”), reclutati in città e non pagati, sono tenute particolarmente in considerazione (“accarezzati”) dato l’importantissimo ruolo cui devono assolvere in caso di bisogno. Per loro si allunga il bersaglio, si sistemano la polverista in Rocca e la casa del salnitraio, si realizzano due “tezze” (tettoie) a Osio Sotto e a Spirano per la conservazione delle terre necessarie alla formazione del salnitro.

Annota il capitano Foscarini nel 1585 che la guarnigione deputata alla difesa della fortezza è formata da 310 soldati – agli ordini di un governatore e di sei capitani -, dislocati quasi a livello simbolico in due punti nevralgici della fortezza, la Cappella e la Rocca, “anche perché lo stato dei lavori è ormai tale che più di un attacco diretto e in forza è da temere un’occupazione per colpo di mano o per tradimento. Tante fortificazioni si sono in questo modo banalmente perse. Preoccupazione ancora più grande è la relativa affidabilità della guarnigione. Infatti, la maggioranza dei soldati è di forestieri, in sostanza mercenari attratti solo dalla paga” (15).

In realtà, ogni momento della vita militare della Fortezza fu caratterizzato dalla cronica scarsità della milizia e dall’inefficienza dell’armamento, a dimostrazione del fatto che il grande antemurale voluto da Venezia doveva sostanzialmente fungere da deterrente (anche e, forse soprattutto, psicologico) a scala territoriale, ai fini del mantenimento della pace.

Il vettovagliamento, parte integrante dei disposti e degli impegni relativi alla munizione, nel 1585 consiste in grani (miglio e segale), conservati in Cittadella in quantità tale da garantire la sopravvivenza degli abitanti e dei soldati della fortezza (6000 persone), per quasi un anno.

Relativamente al problema dell’acqua, sempre in questo periodo si è consci che un serio assedio toglierebbe del tutto l’apporto esterno attraverso gli acquedotti, che sarebbero facilmente intercettati e tagliati. Messe a secco le fontane della città, si sarebbe potuto contare sulle sole tre significative sorgenti presenti entro la fortezza: il Vàgine, la Boccola, il Lantro, allora provviste di acque abbondanti e quindi ritenute sufficienti al bisogno, tranne che in periodo di siccità.

Sempre in ragione di una maggiore protezione delle porte viene fatta spostare in posizione più visibile la strada fuori Porta S. Lorenzo, che è realizzata con il concorso della Valle Brembana.

Porta S. Lorenzo e la valletta di Valverde, ancora nell’Ottocento occupata da un’incredibile distesa di gelsi (Racc. Gaffuri)

UNA DEROGA PER IL BENE DELLA CITTA’

Nel 1581, nel consiglio comunale venne avanzata la proposta di utilizzare gli spalti delle mura per piantarvi dei gelsi,  al fine di compensare le perdite che erano state spazzate via dall’imponente fabbrica delle Mura e assicurare alla città una fonte di reddito. Approvata la richiesta, nel  1583, ancor prima del completamento dell’opera di difesa, il terreno attorno alla muraglia, lungo la fossa e sulla spianata, cominciò ad essere sfruttato ad uso agricolo, come attestato da una relazione podestarile di fine mandato.

Attorno alla città murata si venne quindi a creare una fitta muraglia verde scandita da filari di gelsi, inframmezzata da ortaglie e qualche vigneto, posta a debita distanza dalla fortezza nel rispetto del non latius. Parte del ricavato andava a foraggiare quelle scorte di grani (miglio e segale) conservate in Cittadella, che era talmente colma da essere a rischio di crollo.

L’episodio anticipava di gran lunga l’uso civile degli spalti una volta smilitarizzate le Mura con l’avvento dei Francesi.

Pietro Ronzoni, Complesso di Sant’Agostino: veduta meridionale dal Baluardo di San Michele, 1837 (Milano, Quadreria dell’800).

LO STATO DELLA FORTEZZA NEL 1585 

Alla partenza del capitano Foscarini (1585) il cantiere della fortezza si trova in una situazione abbastanza ben definita. Bisogna spendere ancora 110.000 ducati per finire completamente la fortezza, compresi il baluardo della Fara, il rafforzo della Cappella e l’ultimazione di tutto quanto ancora manca.

P. Berlendis, Disegno acquarellato del sistema fortificato di Bergamo alta, 1585

Complessivamente la murata del tutto finita viene misurata in oltre 4000 metri, ed è composta da nove elementi tra baluardi, piattaforme e tenaglie.

Lo stato della fortezza nel 1585, circa quattro anni prima del completamento del baluardo della Fara. Mancano alcune rifiniture e alcuni tratti di fossa, soprattutto dove la roccia durissima crea qualche problema (tra il baluardo di S. Giovanni e la piattaforma di S. Grata e tra il bastione e la Porta di S. Agostino). C’è ancora molto da fare nei baluardi di S. Pietro, Valverde, S. Lorenzo, dove vi sono alcune piazze da finire, tutta la muraglia da fare sopra il cordone e terrapienare dove necessario. Si stanno completando le piazze dei baluardi di S. Giacomo e Sant’Agostino ma mancano ancora tutte le traverse e quasi tutti i parapetti. A Porta S. Giacomo va fatto il ponte della porta nuova, che essendo stata realizzata molto in basso, troverà la sua definitiva, attuale, posizione nel 1593; restringere le strade di accesso per non rendere troppo agevole la salita alla fortezza ed infine dirupare tutti i terreni tra la fossa e il limite di edificabilità (la spianata), eliminando ogni pianoro che consenta l’installazione di pezzi di artiglieria o l’accamparsi

LA CHIUSURA DEFINITIVA DEL CIRCUITO

Venuto a morte il 5 febbraio 1585 il governatore generale conte Sforza Pallavicino, Venezia nomina alla guida della fabbrica Giulio Savorgnano, uomo di altrettanta concreta esperienza, con il quale si accelera la soluzione per quanto ancora da realizzare, a partire dalla definitiva chiusura del circuito murato.

La priorità è ora chiudere per intero con bastionatura la fortezza, dando così disegno compiuto all’opera e rispondendo non solo in termini di saggezza ai problemi di sicurezza e di costo che il mantenere attivi i vecchi muri medioevali rappresentava. Ciò era nella logica delle cose: “improvvisamente” tutti scoprivano quanto inconsistenti fossero o muri e facile la presa della Rocca, che pure aveva onorevolmente servito da presidio nel tempo in cui ben altre e altrove erano le preoccupazioni.

Baluardo della Fara (Ph Claudia Roffeni)

Giulio Savorgnano, nella sua qualità di progettista e di direttore dei lavori, provvede con abilità a chiudere il circuito bastionato, realizzando tra il 1585 e il 1589 quel baluardo della Fara che, collegato alla Tenaglia di S. Agostino tramite la Cortina della Fara sancisce la reale “chiusura” del circuito murario veneziano.

Il disegno acquarellato eseguito da Giulio Savorgnano, databile tra il 1586 e il 1587, rappresenta lo stato di avanzamento dei lavori al Baluardo della Fara. Oltre al progetto, Savorgnano ne curò anche l’esecuzione

 

Giulio Savorgnano – Il tracciato delle mura veneziane, 1587 circa

L’inaugurazione del baluardo avviene nel 1588, quando viene scoperta la lapide a ricordo del momento e del luogo in cui si poneva l’”ultima” pietra. Illuminata dal sole del mattino, la lapide è apposta sulla faccia orientale del baluardo stesso, che porta le armi dei rettori Andrea Gussoni e Paolo Loredano.

Baluardo della Fara, stemmi e lapidi di fine lavori

Il 17 luglio 1590 il capitano Alvise Grimani nella sua relazione finale può dichiarare che la città è tutta serrata con baluardi e i suoi membri tutti terrapienati, compite le piazze, i parapetti e le traverse….la fortezza col circuito di tre miglia è bellissima”: e si poté considerare allora come l’opera difensiva più imponente che Venezia avesse costruito nel suo territorio di terraferma.

Mura di Bergamo - Claudia Roffeni
La fortezza di Bergamo da meridione (Ph Claudia Roffeni)

 

Entro il 1590 erano ultimati gli 11 baluardi e le 5 piattaforme, 5 porte, 32 garitte, 100 bocche di cannone e 2 polveriere: la fortezza rimaneva preventivamente isolata grazie alla creazione di una “fascia di rispetto”, non edificabile, affinché la guarnigione potesse vigilare l’eventuale annidamento di truppe nemiche e il conseguente assalto. Si noti anche l’indicazione dei cavalieri e della strada-coperta (“Nomenclatura dei singoli settori che costituiscono il perimetro delle Mura erette dalla Repubblica Veneta  negli anni 1561-1590”, dallo studio di E. Fornoni, “S. Agostino e le nuove fortificazioni in Bergamo”. Gaffuri e Gatti, 1883)

Restava ora da perfezionare e da rifinire tutte le opere dal punto di vista strettamente militare e della logistica, il che comportò il protrarsi delle operazioni per altri trent’anni anni, causando ulteriori disagi alla popolazione.

Le difese esterne della fortezza veneziana di Bergamo

“RIFINIRE” LE MURA

Ci vollero in totale sessantasei anni per rifinire e completare la vastissima opera muraria e per poter finalmente dire di aver messo la fortezza di Bergamo “a perfetta sicurezza”: molto più di mezzo secolo di estenuante lavoro per un’opera costata un milione e mezzo di ducati e che mai subirà un sol colpo di cannone.

Dopo la chiusura della cinta nel 1588 infatti, le correzioni (lo spostamento di Porta S. Giacomo negli anni 1592-93, la chiusura di Porta S. Lorenzo nel 1605 e la riapertura in sito di un “portello” sovrapposto progettato dal Tensini nel 1627; inoltre, la costruzione, nel 1640, del ponte in muratura di Porta S. Agostino), i completamenti interni e soprattutto esterni relativi in particolare alla Cappella, si protrarranno fino al terzo decennio del Seicento, chiamando in causa vecchi e nuovi tecnici.

Costruita negli anni Settanta del Cinquecento, essendo posta troppo in basso , Porta S. Giacomo fu smontata per poi essere rimontata nell’attuale posizione solo nel 1593 (data ufficiale d’inizio cantiere: 27 gennaio 1592): “…edificata di bianchi marmi, indi riuscirà più bella et maestosa di tutte le altre che si mirano nella fortezza”. Il viadotto in pietra fu costruito solo più tardi, nel 1780 (Alvise Contarini Podestà). (Ph Claudia Roffeni)

 

Costruita nel 1563, Porta S. Lorenzo fu murata per motivi di sicurezza nel 1605 e poi ricostruita al di sopra nel 1627 con la realizzazione del portello di S. Lorenzo su progetto di Francesco Tensini (Ph Claudia Roffeni)

La sua progettazione è guidata dalla stessa logica di “parata” della piattaforma di S. Andrea. Lo smagliante emblema in marmo di Zandobbio della Terraferma veneta differenziato fin dall’inizio nell’aulicità del disegno e del materiale (non nelle dimensioni e nello spirito di plastica sodezza) dagli altri tre ingressi monumentali disposti in corrispondenza delle principali direttrici del traffico urbano e territoriale. La collocazione definitiva attuata con la consulenza del Lorini accentua il risalto urbanistico e simbolico di questa Porta meridionale, rivolta in direzione di Milano, alta e scoperta sul colle contro il parere di trattatisti come il Lanteri che le porte non dovessero essere viste dal nemico accampato. In questo caso, per il fondamentale significato di fondale rappresentativo, anche la perdita nell’Ottocento del locale destinato al corpo di guardia e degli adiacenti quartieri trova un’anticipazione addirittura cinquecentesca: fin da allora lo spazio teoricamente riservato a servitù militare fu eroso per ridurre le demolizioni degli edifici a monte.

Negli anni 1594-95 si realizzano i due quartieri di Porta S. Giacomo, costituiti da due casermette che si fronteggiavano all’imbocco dell’omonima via e poste a presidio della Porta, anch’essa in parte destinata al corpo di guardia. I vani interni furono abbattuti nell’Ottocento (Ph Claudia Roffeni)

Il quartiere della Fara Alta. fu invece realizzato negli anni 1619-25.

Dettaglio della fortezza, tratto da Disegno della città et borghi di Bergamo (1626), conservato a Venezia nell’Archivio di Stato (Ter 109). Oltre al sistema difensivo appaiono anche gli edifici cittadini di maggiore importanza

I LAVORI TRA LA CAPPELLA E IL FORTE

All’interno della fortezza, l’area tra il Forte e la Cappella è uno di quei luoghi  soggetti ad essere “battuti” dall’assediante, poiché qui è facile piantare artiglierie, senza contare che la valle di Castagneta consente di accampare comodamente e al riparo un numeroso contingente. Ciò rende necessario fortificare convenientemente la Cappella (delibera del Senato del 29 agosto 1588), che in mano al nemico farebbe da cavaliere a tutta la fortezza richiedendo per un solo assediante ben quattro difensori. La Cappella verrà dunque destinata ad ospitare fino a 500 soldati e 10 pezzi di artiglieria.

Nel 1607 Si decide di rafforzare ulteriormente la Cappella e il Forte di S. MarcoNonostante le contestazioni, i molti consulti e progetti correttivi elaborati a più riprese dopo la morte dello Sforza, il Forte rimane sostanzialmente quale il Pallavicino l’aveva fin dall’inizio concepito; ai successori tocca ora l’allargamento e il potenziamento della fossa (costruendo cioè una nuova controscarpa e alzando i parapetti) e la costruzione della strada coperta che lo collegherà alla Cappella rafforzata e dove anche i terrapieni sono stati potenziati.

Negli anni 1613-16 si completano perciò i lavori alla Cappella, incamiciando la strada coperta e realizzando due piazze (piattaforma verso il Corno e piattaforma verso S. Gottardo).

La freccia rossa indica la strada coperta tra la Cappella e il Forte di S. Marco, con il quale si doveva collegare tramite una sortita nel Baluardo Pallavicino

Negli anni 1621-26, sempre alla Cappella si realizza un ulteriore rafforzamento per mano degli ingegneri Francesco Tensini e Marcello Alessandri: si costruisce in pietra la tenaglia verso il monte Corno e il baluardo Mocenigo verso S. Vigilio, dando forma poligonale al fortilizio.

Disegno del forte di S. Vigilio, Malacreda, 1664

 

La cinta bastionata veneziana raffigurata nel 1664 da Cesare Malacreda. Sono evidenziati il solo tracciato murario e le strutture difensive al suo interno (ad esempio, il Forte di S. Marco a nord-ovest, posto in relazione alla “Cappella”, e la piazza o “Fortino” di S. Domenico a sud-ovest): l’annullamento del tessuto edilizio ha il compito di far risaltare l’aspetto marziale della città (disegno conservato presso la Biblioteca Nazionale Marciana di Venezia)

Se la grande planimetria dipinta da Alvise Cima restituisce ai contemporanei una città armoniosa in ogni sua parte, la veduta dell’incisore Stefano Scolari, realizzata nel 1680, si presenta molto differente: una differenza anche di atmosfere, determinata proprio dalla presenza della poderosa cerchia murata. Il disegno è molto particolareggiato: alle mura della fortezza sul colle si agganciano quelle che circondano i borghi, le Muraine con bocche da fuoco di circa cento cannoni in dotazione lungo tutto il perimetro della fortezza, garitte, quartieri militari, polveriere, le quattro porte ben custodite e con i ponti levatoi che potevano essere alzati alla minima minaccia. L’immagine era dunque di una Bergamo dove i baluardi erano il segno della forza e del dominio da parte di Venezia, un volto militaresco e arcigno. I dettagli sono accurati e consentono di orientarsi nella lettura della città che trova al piano lo spazio necessario per le sue attività e la sua economia. Ma l’accuratezza del disegno non uguaglia il fascino della raffigurazione del secolo precedente.

Veduta di Bergamo, Stefano Scolari – Venezia, 1680 circa. Si legge con estrema chiarezza la dotazione militare: i forti, i baluardi, i cannoni, le garitte, sono resi con toni così realistici da costituire un chiaro ed esplicito avvertimento

Il 25 dicembre 1796 i Francesi entrano in Bergamo e nella sua fortezza, non trovando alcuna resistenza e il 12 maggio 1797 la Serenissima Repubblica di Venezia ha fine.

Le mura veneziane di Bergamo non ebbero mai l’opportunità di un collaudo bellico, nemmeno nel 1797 quando giunsero i napoleonici a seguito del disfacimento della Repubblica di Venezia dopo il Trattato di Campoformio.

Passeggiata sulle Mura (Ph Claudia Roffeni)

Oggi, per la bellezza panoramica che la rende universalmente nota, dopo l’impianto nel periodo napoleonico della folta alberatura che recinge, come un verde anello, la secolare città, l’antica fortezza veneziana a Bergamo è divenuta la romantica passeggiata di quanti, seguendo l’ampio anello delle mura, vedono aprirsi la varietà delle vedute sull’armonioso e sfumato paesaggio della pianura lombarda.

 Note

(1) Francesco Maria della Rovere, capitano generale della Repubblica, nel 1525 ritiene “impossibile […] fortificar” la città; l’anno successivo, dopo un accurato sopralluogo, raccomanda un adeguato rafforzamento delle Muraine; opinione condivisa dal podestà Costantino Priuli, che nel 1532 propone di riparare le mura esistenti (e cioè “che le mura […] le quali in più lochi sono ruinate […] siano reffate et redutte a tal termine che non si possa entrar se non per le porte”). Il podestà Vincenzo Diedi, ancora nel 1541, definisce Bergamo “città indifesa” per la debolezza delle mura e suggerisce che “senza enorme spesa e molte difficoltà si potrebbe rendere in sicurezza”. Di diverso parere il capitano Francesco Bernardo che, nel 1553, consiglia di fortificare i luoghi di pianura: “Martinengo et Roman […] sono in sito molto forte, et atte ad esser fatte con non molta spesa inespugnabili”. Nel 1554 i Rettori della città richiamano sulla scarsa sicurezza delle Muraine. Il dibattito giunge a conclusione quando, nel 1559, il capitano generale Sforza Pallavicino, favorevole al rafforzamento delle difese in città, propone la costruzione di una nuova cinta muraria sul colle. A nulla valgono le osservazioni critiche del capitano uscente Pietro Pizzamano (1560): “qualche fortezza sul piano del territorio, overo agli confini […] alcune fortezze per frontiera […] frenariano il corso degli inimici”; stima inoltre “che l’illustrissimo Signor Sforza non habbia visto queste frontiere”; e che la costruzione di una nuova cinta comporterebbe dannose conseguenze per i cittadini: “dovendosi fortificare saria necessario a ruinare de molte loro case”. Nel gennaio 1561 il podestà Diedi definisce Bergamo “città indifesa”. Il 13 luglio del 1561 Sforza Pallavicino ribadisce nella sua relazione al Senato che “Bergamo è facile a essere fortificata et con poca spesa rispetto alla grandezza sua”, scartando così l’ipotesi di rafforzare le Muraine o le fortezze della pianura e quattro giorni dopo il Senato approva il progetto dello Sforza di fortificare Bergamo “nella forma picciola” (fortificare solo la parte alta della città senza comprendere i borghi), scartando così l’ipotesi di rafforzare le Muraine. Il 29 luglio il Senato comunica ai Rettori di Bergamo la decisione – già presa – di fortificare la città.

(2) Graziella Colmuto Zanella, Le Mura. In: “Progetto il Colle di Bergamo”, Bergamo, 1988, Pierluigi Lubrina Editore. Osserva a tal proposito G.M. Labaa che “la prima opzione sarebbe andata ad includere non solo i borghi (eccetto il borgo di Canale), ma anche i sottoborghi (S. Caterina e Palazzo). Nella seconda versione si escludono i sottoborghi oltre il torrente Morla” (GianMaria Labaa, Bergamo città fortezza. Fatti e antefatti. In: Renato Ferlinghetti, GianMaria Labaa, Monica Resmini, “Le Mura, da antica fortezza a icona urbana”, Bolis Edizioni, Azzano S. Paolo, Bg. Anno 2016).

(3) La consapevolezza dei punti deboli del progetto e delle insidie del sito è chiara sin dall’inizio all’Orologi, che “nella sua circostanziata relazione dell’8 novembre 1561 prende decisamente le distanze dalle scelte fondamentali dello Sforza Pallavicino, quali l’esclusione della Cappella o della zona di S. Domenico, mentre raccomanda di non aggiungere errore ad errore, sopprimendo quel baluardo della Fara, di cui egli stesso aveva piantato le stagge, che avrebbe fiancheggiato la tenaglia di S. Agostino, certo troppo bassa ed avanzata” (Graziella Colmuto Zanella, Le Mura, Op. Cit.).

(4) Relazione dei cap. Grimani e Venier del 1590. La cifra è equivalente a 155 milioni di euro odierni, stima effettuata sulla base del valore del ducato veneziano, una moneta d’oro del peso di 3,44 grammi a 24 carati (per un totale quindi di 5.160 kg d’oro), moltiplicata per la quotazione attuale dell’oro di 30€/g.

(5) GianMaria Labaa, Bergamo città fortezza. Fatti e antefatti. Op. Cit.

(6) Donato Calvi, 1676.

(7) A. Salvioni, 1829.

(8) Tosca Rossi, Società, religiosità e potere: spazi pubblici e privati sacrificati per la ragion di stato, riscattabili con il progetto di un museo diffuso. In: “Bergamo verso l’Unesco – Terra di San Marco. Da frontiera di pietra a ‘paesaggi vivi’ di pace”. Grafica & Arte, 2016.

(9) Graziella Colmuto Zanella, Le Mura, Op. Cit.

(10) L. Angelini, “Le mura veneziane di Bergamo”, La Martinella, Milano, 1954.

(11) Dal 1566 Astorre Baglioni è il nuovo governatore della piazza e in questo stesso anno fa visita al cantiere il procuratore generale di terraferma, Alvise Mocenigo.

(12) A questa data si sono spesi 250.000 ducati. La guarnigione è ridotta a 520 soldati.

(13) Le due piattaforme previste inizialmente ma non realizzate, sono documentate da un disegno del Museo Correr reso noto da Concina (Graziella Colmuto Zanella, Le Mura, Op. Cit.).

(14) Agli operai indigenti, impegnati nei lavori di fortificazione della città (i guastatori e gli spezzamonti), la MIA versava un’elemosina prestabilita tramite dei bollettini, sorta di buoni in natura da riscattare nelle sue sedi (Tosca Rossi, Società, religiosità e potere: spazi pubblici e privati sacrificati per la ragion di stato, riscattabili con il progetto di un museo diffuso. Op. Cit.).

Riferimenti  

Devo l’ossatura del post a: GianMaria Labaa, Bergamo città fortezza. Fatti e antefatti. In: Renato Ferlinghetti, GianMaria Labaa, Monica Resmini, “Le Mura, da antica fortezza a icona urbana”, Bolis Edizioni, Azzano S. Paolo, Bg. Anno 2016.

Graziella Colmuto Zanella, Le Mura. In: “Progetto il Colle di Bergamo”, Bergamo, 1988, Pierluigi Lubrina Editore.

Tosca Rossi, Società, religiosità e potere: spazi pubblici e privati sacrificati per la ragion di stato, riscattabili con il progetto di un museo diffuso. In: “Bergamo verso l’Unesco – Terra di San Marco. Da frontiera di pietra a ‘paesaggi vivi’ di pace”. Grafica & Arte, 2016.

Walter Barbero, Bergamo, Electa Editrice, 1985, Milano.

La conquista veneziana di Bergamo e la decisione di trasformarla in “città fortezza”: le vicende storiche

Il leone di San Marco, qui dipinto sull’antica Porta di San Lorenzo, riporta all’evangelista Marco, rappresentato dalla figura del leone alato con un libro aperto che reca le parole PAX TIBI, MARCE EVANGELISTA MEUS (“Pace a te, Marco, mio evangelista”) e poggia le zampe anteriori sulla terraferma e le posteriori nel mare; è il simbolo che caratterizza le porte di accesso alla città (inizialmente affrescato anche su quelle medioevali) e i maggiori palazzi pubblici (Palazzo della Ragione, Palazzo del Podestà, Loggia Nuova) e privati

 Fin dal XIII secolo il comune di Bergamo aveva costruito il suo dominio sul “contado”, ma nel 1331, nel momento in cui appare ormai forte la supremazia della città sul suo territorio, Bergamo accetta di sottomettersi a un signore, il re Giovanni di Boemia, perdendo la propria autonomia. Da quel momento Bergamo sarà sempre sottoposta a un dominio esterno: visconteo fino al primo quarto del XV secolo, e quindi veneziano, con le brevi parentesi della signoria malatestiana agli inizi del XV secolo e del governo spagnolo-francese subito dopo la sconfitta veneziana di Agnadello nel 1509.

Il Fontanone visconteo. Gian Galeazzo Visconti, già vicario imperiale e signore della capitale lombarda, aveva ottenuto il titolo di Duca di Milano l’11 maggio 1395 mediante diploma imperiale da Venceslao di Lussemburgo. Con un secondo documento datato 13 ottobre 1396 i poteri ducali furono estesi a tutti i domini viscontei e nei centri più significativi del ducato. Gian Galeazzo ottenne la patente per inquartare il biscione visconteo con l’Aquila imperiale nella nuova bandiera ducale. L’aquila, pegno di fedeltà all’imperatore del Sacro Romano Impero, compare anche nella lapide, opera di uno scultore comacino appartenente alla scuola di Ugo e Giovanni da Campione, apposta in una nicchia sotto il Fontanone, la grande cisterna d’acqua eretta nel 1342 da Giovanni e Luchino Visconti nell’allora centro politico, religioso e commerciale della città.  Il nome dei Visconti deriva infatti dal latino vice comitis, che significa “vice conti”, vice – colui che fa le veci e conti – comites (con-te) indicava colui che stava con qualcuno, cioè con l’imperatore: per i Visconti con l’imperatore del Sacro Romano Impero. La famiglia dei Visconti era quindi colei che in Italia rappresentava l’Impero, tanto da agognare allo status di primi Principi italiani, che a fatica Gian Galeazzo ottenne nel 1402

Nel corso delle guerre per la supremazia regionale, perdurate per buona parte della prima metà del Quattrocento tra i maggiori Stati regionali dell’area italiana (Repubblica di Venezia, Ducato di Milano, Repubblica di Firenze, Stato Pontificio e Regno di Napoli), Bergamo è una pedina nel gioco diplomatico e militare tra il Ducato di Milano (che, all’apice della sua potenza, la possiede dal 1332) e la Repubblica di Venezia, che, intenzionata ad espandersi nell’entroterra lombardo, muove contro Milano per raggiungerne il definitivo controllo.

Sarà solo con la pace di Lodi, raggiunta nel 1454, che verrà sancita quella “politica dell’equilibrio” fortemente voluta dalla Repubblica di Firenze sotto Lorenzo de’ Medici, per porre una sorta di bilanciamento fra i vari ducati, regni e repubbliche della penisola. Ma con la morte di questi nel 1492 quell’equilibrio instabile andrà in frantumi, creando le condizioni per l’invasione straniera che dagli inizi del Cinquecento vedrà la penisola percorsa in lungo e in largo dagli eserciti Francesi, Spagnoli e Imperiali, decisi a spartirsi parte dei territori italiani e a porre fine alla crescente potenza della città lagunare, tale da sembrare l’unica in grado di unificare il nord sotto un’unica insegna.

Le guerre si estingueranno solo con la pace di Cateau Cambrésis (1559) e con la rinuncia alla politica espansionistica della Repubblica di Venezia, che da questo momento s’impegnerà a garantire la sicurezza dello Stato di Terraferma attraverso un un piano unitario di fortificazioni per la progettazione della difesa, all’interno del quale la Bergamasca rappresenta la punta più avanzata ad occidente.

Il Ducato di Milano e i domini dei Visconti all’inizio del XV secolo. I domini viscontei erano giunti all’apice della massima potenza con Gian Galeazzo, giunto al potere nel 1385. In seguito si ridussero progressivamente per effetto della lunga serie di guerre contro le Repubbliche di Firenze e di Venezia e contro lo Stato Pontificio, che si protrassero per tutta la prima metà del Quattrocento. A Gian Galeazzo succedette il figlio, Giovanni Maria (assassinato a Milano nel 1412), seguito dal fratello minore Filippo Maria (ultimo signore di Bergamo), che riprese la politica espansionistica perseguita da Gian Galeazzo entrando in contrasto con la Repubblica di Venezia. Nel 1441 Filippo Maria diede in moglie la propria figlia naturale Bianca Maria a Francesco Sforza, che divenuto di fatto il successore del potentato milanese, fu riconosciuto come duca nel 1454 da parte delle principali potenze italiane nel corso della pace di Lodi. Tuttavia, alla morte di Filippo Maria avvenuta nel 1447, Milano insorse proclamando la Repubblica, destinata a indebolirsi progressivamente a causa dell’influenza politica e militare che lo Sforza stesso riuscì a esercitare sul popolo milanese. Fu Ludovico Sforza “il Moro” (1452-1508), una delle realtà più importanti del Rinascimento italiano, a provocare l’invasione straniera, invitando il re di Francia, Carlo VIII (1470-1498) a scendere in Italia, allo scopo di approfittarne per diventare il centro dell’equilibrio italiano. Stabilizzatosi nella metà occidentale dell’attuale Lombardia, il Ducato fu quindi conteso tra Francia e Spagna durante le Guerre d’Italia, passando ai Francesi dal 1499 al 1522, e stabilmente agli Spagnoli nel 1535, dalla morte di Francesco II Sforza

LE CONTESE FRA MILANO E VENEZIA 

Agli inizi del Quattrocento il Ducato di Milano aveva toccato la sua massima estensione e l’area della pianura Padana, compresa buona parte della Lombardia, era quasi interamente soggetta al dominio di Gian Galeazzo Visconti, duca di Milano dal 1385.

La Cittadella viscontea. Dal 1332 con Azzone Visconti iniziava la signoria viscontea su Bergamo e con Luchino Visconti il diritto unico milanese veniva esteso sulla città e il suo territorio, mettendo a tacere le libertà comunali per circa un secolo, sino alla conquista di Venezia (1428). Nel 1355 Bernabò Visconti, zio di Gian Galeazzo, aveva fatto costruire Firma Fides (Cortina murata sicura), ad occupare l’intero settore occidentale di Città Alta, cui si aggiunse dal 1381 l’Hospitium Magnum (alloggiamento per la guarnigione ed il comando), ad opera del figlio di Bernabò, Rodolfo Visconti, con la funzione di controllo della città più che di difesa verso l’esterno

In risposta alla minacciosa espansione dei Visconti, la Repubblica di Venezia, che per secoli aveva rivolto l’interesse verso il Mediterraneo e l’Oriente, aveva da tempo iniziato ad espandersi notevolmente anche nell’entroterra, dove andava raggiungendo la massima espansione (1).

Nel 1425, alleatasi allo Stato fiorentino entrava a far parte di una lega antiviscontea, concentrando il suo interesse sull’intero entroterra lombardo, alla bisogna ricorrendo a compagnie di ventura e mercenari, fra i quali giocò un ruolo importante il condottiero Bartolomeo Colleoni (1400-1476), l’eroe rinascimentale nato a Solza, nell’Isola Bergamasca, proveniente dalla nobiltà rurale.

La dominazione viscontea su Bergamo fu minata a più riprese: nel giugno 1408 entrò in città Pandolfo Malatesta, in precedenza condottiero al servizio dei signori di Milano e da qualche tempo avventuriero in proprio nella Lombardia dilaniata dalla guerra interna ai Visconti. Malatesta iniziò la sua signoria largheggiando in esenzioni e privilegi, ma nel 1414 il capitano di ventura Francesco Bussone detto il Carmagnola, per ordine del nuovo Duca Filippo Maria assediò la città obbligando alla resa le milizie del Malatesta chiuse nella Cittadella. La ripresa viscontea con Filippo Maria riportò quindi Bergamo in mano milanese (luglio-agosto 1419).

Il conflitto tra Venezia e Milano scoppiò nel 1426 e il mese di dicembre (prima pace di Ferrara) fissò il passaggio alla Serenissima di Bergamo, Brescia e Cremona. La guerra riprese nel marzo 1427, quando la Val Calepio venne occupata dalle forze milanesi. In ottobre, con la vittoria veneziana di Maclodio (nei pressi del fiume Oglio), la guerra poteva dirsi ormai conclusa.

Il guelfismo resisteva nel contado e soprattutto nelle valli, teatro di sanguinosi scontri e repressioni da parte viscontea, tanto che agli inizi di ottobre, le valli Brembana Superiore, tutta la valle Seriana Inferiore e alcuni comuni (Scanzo, Rosciate, Calepio) si diedero spontaneamente a Venezia ottenendone in cambio generosi privilegi ed esenzioni fiscali. In dicembre le truppe veneziane occuparono anche la Val Gandino, Trescore e la Val San Martino, giungendo sino alle mura di Bergamo.

Il 19 aprile 1428 si giunse ad una nuova, definitiva pace di Ferrara (conclusa tra Francesco Foscari e Filippo Maria Visconti), che lasciò ai milanesi la Gera d’Adda, Caravaggio e Treviglio, sottraendo definitivamente Bergamo ai milanesi e sancendo una volontà già espressa di passare a Venezia: e a Venezia, dopo un periodo incerto iniziale, Bergamo rimarrà legata fino alla caduta della Repubblica, coincidente con l’avvento della Dominazione Francese (Trattato di Campoformio, 1797), costituendo l’estremo confine occidentale della Terraferma veneziana.

Avvenne così il passaggio della città al dominio della Serenissima: l’8 maggio 1428 entrarono in Bergamo tre nobili veneziani con la carica di provveditori straordinari per prendere possesso della città in nome della Repubblica. Si trattava di Paolo Correr, Andrea Giuliano e Giovanni Contarini. Il 4 luglio, otto ambasciatori bergamaschi “superbissimamente vestiti” e accompagnati da un grandissimo numero di gentiluomini si recarono a Venezia per prestare giuramento di fedeltà alla presenza del Doge.

Milano continuava tuttavia a mantenere i contatti con i ghibellini bergamaschi, insidiando a più riprese il potere veneziano sulla città e il suo territorio: il Duca di Milano Filippo Maria Visconti non tardò a scatenare contro Venezia il suo esercito, comandato dal Piccinino, e nel 1432, presso Lecco, l’esercito veneziano, comandato dal Gattamelata, subì una grave sconfitta, con la cattura dei procuratori veneziani Venier e Corner, che avevano comandato l’attacco. Nell’esercito veneziano militava da quell’anno il trentatreenne capitano Bartolomeo Colleoni, che si era già distinto su molti campi di battaglia in tutta Italia e che presto divenne il grande difensore della città.

Nel territorio la guerra continuò con alterne fortune e per lunghi periodi Bergamo fu assediata dalle incursioni milanesi, che nel tentativo di riassoggettare la città, non risparmiarono nemmeno i borghi: nel novembre del 1437 l’esercito milanese del Piccinino, al servizio di Filippo Maria Visconti, si schierò sotto le mura, dove le difese approntate da Bartolomeo Colleoni impedirono la presa della città. Penetrò allora in Borgo Pignolo, devastandolo in gran parte, e depredando Borgo Palazzo e Borgo Santa Caterina nel settembre del 1438. Bergamo oppose resistenza sino a quando le milizie milanesi, ormai sfinite, spostarono i conflitti in Valcamonica e Valtellina. Il cruento assedio è ricordato da un affresco del Romanino conservato nel castello di Malpaga.

Bergamo sotto assedio, difesa da Bartolomeo Colleoni (Romanino, 1510 ca., Castello di Malpaga, Bergamo). In quegli anni, “la ‘bassa’ bergamasca era teatro d’ogni prodezza del Carmagnola, del Gattamelata, del Piccinino, dello Sforza, del Colleoni e delle loro assoldate milizie mercenarie; con quanta soddisfazione dei malcapitati bergamaschi, tutti possono immaginare” (2)

Le famiglie ghibelline della città brigavano per ricondurre Bergamo al dominio visconteo; non poche vennero esiliate in alcune delle città appartenenti al territorio veneto, da dove tuttavia continuavano ad ordire trame a favore dei Visconti, tanto che anche dopo la conclusione della pace alcuni membri della famiglia Suardi continuarono ad essere banditi dal territorio bergamasco e i loro beni confiscati.

Noto è l’episodio narrato da un’anonima fonte quattrocentesca e riportato dal Belotti, del complotto ordito da molti “bergamaschi amici del Duca”, che avevano racimolato soldi per corrompere il conestabile posto alla guardia di Porta San Lorenzo: nottetempo sarebbero vi sarebbero entrati, aiutati dalle milizie di Pietro Visconti e da un manipolo di Brembillesi. Ma il tradimento fu sventato e denunciato da tal Becharino da Pratta, un modestissimo caporale a servizio del conestabile (forse di origine friulana) e il traditore fu impiccato. Viscontei e ghibellini si vendicarono distruggendo case, torri e vigneti fuori dalle mura, e a Becharino da Pratta fu dedicato un passaggio in via San Lorenzo, comunicante con la via Boccola.

Via S. Lorenzo: l’imbocco del passaggio che la municipalità ha dedicato, nel punto esatto dell’accaduto, al caporale della Serenissima Becharino da Pratta

Il rapporto tra la città e le valli continuò ad essere conflittuale, ed è esemplare la punizione inflitta agli abitanti della Val Brembilla che, da sempre ghibellini e sostenitori dei Visconti, dovettero seguire la via dell’esilio, disperdendosi nella pianura; le loro terre rese sterili, tutte le loro case date alle fiamme, mentre in città si mozzavano torri gentilizie e tagliavano unghie all’artiglio ghibellino.

Bisognava giungere alla pace di Lodi, firmata nell’aprile del 1454, per stipulare una forma di pacifica convivenza tra i maggiori stati dell’area italiana, ponendo fine a trent’anni di lotte tra Venezia e Milano.

Francesco Sforza riconobbe il confine veneziano sul tracciato del Fosso Bergamasco, a ridosso di Milano, dove rimase pressoché invariato per secoli.

Il Fosso Bergamasco, linea, di confine tra la Serenissima e il Ducato di Milano, ha costituito sin dal tardo Medio Evo e per molti secoli il discrimine tra le popolazioni che gravitavano politicamente ed economicamente su Venezia o Milano. Il canale, asciutto, profondo un metro e mezzo e largo altrettanto, fu costruito dalla città di Bergamo, probabilmente nel Trecento, come colatore d’acqua e forse anche quale impedimento per i greggi erranti, poiché quella zona era paludosa e boscosa, con scarse e povere culture agricole (Ph Lino Galliani)

Il nuovo assetto politico-istituzionale regalò all’Italia cinquant’anni di pace ed insieme il definitivo dominio veneziano sul territorio di Bergamo, divenuta il naturale antemurale occidentale della Repubblica lagunare, decisa ormai a volgere il suo dominio verso la terraferma e servendosi soprattutto dell’opera del genio militare di Bartolomeo Colleoni.

Con la nuova posizione geopolitica di Bergamo, le gravitazioni, le direttrici di movimento, i contatti di ordine politico, sociale, economico, culturale, si rivolsero essenzialmente verso Venezia, con tutti gli effetti sulla vita così come sul costruito della città: è questo infatti il periodo in cui si concreta la distinzione in senso storico-politico di una “Lombardia orientale” che, se si considerano i territori di Bergamo e di Brescia (due città dal destino assai simile), può dirsi anche “Lombardia veneta” (3).

Ben presto l’Italia verrà coinvolta da nuovi eventi politici e da nuove guerre: le orrende Guerre d’Italia, che segneranno per il Cinquecento l’inizio del dominio peninsulare delle grandi monarchie europee (Francia, Spagna e Impero), decretando una serie di annate tragiche per tutto lo Stato di Terraferma veneziana, all’interno del quale anche Bergamo diverrà campo di lotta e di passaggio.

COME VENEZIA GOVERNA BERGAMO E IL SUO TERRITORIO

La Repubblica di Venezia eredita una struttura amministrativa organizzata durante i decenni precedenti dai Visconti e cercherà di modificarla il meno possibile. Il territorio bergamasco, dopo il 1428 è divenuto terra di frontiera verso il resto della Lombardia, con una capitale, Venezia, assai lontana e disposta a concedere anche larghe autonomie. Bergamo diviene una delle cosiddette “podestarie maggiori” della terraferma veneta, nella quale la città lagunare invia propri rappresentanti (i Rettori), scelti tra il patriziato veneziano e chiamati ad amministrare la giustizia, a difendere il territorio e a governarlo fiscalmente.

I Rettori, la cui carica dura 16 mesi, possono essere sostituiti od affiancati da cancellieri e segretari, coadiuvati da un Prevveditore, da un Camerlengo che amministra l’uffcio fiscale, dai due Collegi (Maggiore e Minore) e dal Castellano che comanda la Cappella (castello di San Vigilio).

Il podestà si insedia insieme al suo seguito nel Palazzo Podestatis nell’attuale Piazza Vecchia, mentre il capitano risiede in Cittadella insieme alla guarnigione; al loro insediamento si accompagna fra quattro e Cinquecento la definizione delle piazze su cui si affacciano le loro sedi e cioè rispettivamente  Piazza Vecchia e Piazza Nuova (attuale piazza Lorenzo Mascheroni), quest’ultima realizzata a ridosso della Cittadella.

Il podestà (detto anche pretore) presiede al controllo della città e riveste un ruolo prevalentemente giudiziario e civile. Ha come collaboratori un vicario, un giudice del maleficio, un giudice della ragione, un cancelliere, un conestabile, due commilitoni.

Il capitano (o prefetto), consolida la Cittadella a partire dal 1433: vi trovavano posto i magazzini per le armi e le scorte di viveri. Egli presiede al governo della provincia e ha funzione di controllo fiscale e militare; ha la libertà e l’arbitrio di aprire e chiudere le porte della città, sovrintende alla custodia e al governo di tutti i soldati, cavalieri e fanti.

A fronte della garanzia del mantenimento del controllo militare e degli obblighi fiscali della Città suddita, a differenza dei Visconti Venezia si dimostra più liberale e rispettosa, evitando di giungere ad una contrapposizione netta con i poteri locali ormai consolidati, i quali, anche grazie al prestigio ottenuto durante l’assedio milanese, rivendicano la loro presenza in consiglio ed il godere dei pubblici uffici come privilegi esclusivi.

Al Consiglio Comunale hanno quindi accesso esclusivamente membri del ceto dirigente bergamasco, costituito, da un lato, da una consolidata aristocrazia locale che egemonizza la vita cittadina per mezzo di Iegami matrimoniali contratti tra nobili o alta borghesia, detenendo una consistente proprietà distribuita nelle campagne (4), e, dall’altro, da un’emergente classe borghese (mercanti, giuristi e notai), riguardata come spina dorsale della città e alleata naturale di Venezia, dove un potere oligarchico centrale basa le sue fortune sui commerci e sulla mercatura.

Lascia sopravvivere le antiche libertà comunali, mantiene la suddivisione in vicinie, rispetta le abitudini locali, tollera la libertà religiosa – legata ad una concezione laica dello stato -, impone ai suoi Rettori una presenza discreta e porta avanti un’amministrazione oculata e saggia, dettata da una fiorente economia che le permette di contare sulla fedeltà dei propri cittadini.

Anche al Vescovo locale (il cui nominativo è suggerito da Venezia), così come a tutto il clero regolare e secolare (circa 400 unità), è chiesto di fornire un sostegno concreto all’operato dei Rettori, per mantenere il controllo sulla città e sul territorio.

E’ su tali premesse che la ‘Dominante’ organizza la sua presenza politico-militare, inaugurando un duraturo rapporto con un territorio pieno di grandi risorse ed avviato verso un sostenuto sviluppo, anche se assolutamente Iontano dalle vie commerciali e destinato a restare sotto la sua ombra.

La città medioevale con le appendici dei borghi che saranno interessati dalla costruzione delle mura cinquecentesche, presentando il progressivo dilatarsi delle mura dall’Alto Medioevo al Quattrocento. Anche durante la dominazione veneta permane la suddivisione amministrativa su base circoscrizionale esistente sin dal medioevo, che vede la città frazionata in vicinie e, com’era stato per le vicinie dell’età comunale, ognuna è amministrata da un proprio consiglio dei capifamiglia che eleggono i sindaci e un Console. Si tratta delle vicinie urbane (Città Alta), suburbane (che vanno da Borgo Canale a Longuelo alla Val d’Astino e ai Borghi) e dei Corpi santi (che si estendono da Colognola a Lallio, a Redona, a Valtesse, a Torre Boldone), contando in tutto trentacinque unità. La pianta fu elaborata da Sandro Angelini nel 1073, sulla base degli Statuti, dei documenti iconografici, degli studi di Angelo Mazzi, Elia Fornoni, Luigi Angelini e di esami in luogo. Per le suddivisioni vicinali si è seguito di massima lo Statuto del 1491 (che riunisce le due vicinie di Santa Grata e di Canale); si è preferito invece mantenere la suddivisione delle due vicinie di Arena e di San Giovanni Evangelista, unificate dopo la costruzione trecentesca della Cittadella viscontea, per sottolineare la collocazione originaria del toponimo di Arena

Il Consiglio Comunale (o Magnifica Comunità) è composto dal Consiglio Maggiore e dal Consiglio Minore, detto degli Anziani e chiamato anche Bina, cui hanno accesso esclusivamente membri del ceto dirigente bergamasco. Ad ogni seduta deve essere presente almeno uno dei due Rettori veneziani o loro vicari.

Il Consiglio Maggiore e il Consiglio Minore esercitavano le loro funzioni nel Palazzo della Ragione, ma Ia penuria di locali richiese la costruzione della Loggia Nuova, edificata nel 1435 dirimpetto il Palazzo comunale, dove più tardi sorse Palazzo Nuovo (oggi Biblioteca Civica A. Mai), per accogliere gli uffici della Cancelleria e del Commissario alle provvigioni

Al Consiglio minore spetta il compito di vigilare sull’operato dei Collegi (Collegio Maggiore, con 72 membri e Collegio Minore, con 12 membri), cioè le deputazioni alle quali, sempre più frequentemente a partire proprio dal Cinquecento, vengono demandate molte delle funzioni amministrative della città, come la cura delle vie di comunicazione, la vigilanza sul mercato locale e l’istruzione.

Tra le principali deputazioni vi sono il Collegio alla Milizia, che deve farsi carico dell’approvvigionamento e alloggiamento delle truppe di passaggio; i Deputati delle Affittanze, che gestiscono le proprietà comunali e i relativi incanti; il Collegio delle Acque, che si occupa della manutenzione della rete idrica della città e dell’affitto dell’acqua delle seriole; il Collegio alla Sanità, cui spetta la tutela della salute pubblica; il Collegio delle Biade, attivo in situazioni di crisi alimentare, deputato all’approvvigionamento granario.

Il territorio che Venezia ha assoggettato tra il 1427 e il 1428 è ben demarcato da confini naturali:  a nord con la Valtellina, dominio della repubblica delle Tre Leghe a partire dal 1512, mentre ad ovest il confine bergamasco è definito dal corso del fiume Adda, che separa la Repubblica di Venezia dal Ducato di Milano. A sud il confine con Milano è dato dal cosiddetto “Fosso bergamasco”, che lascia ai milanesi Treviglio e il territorio della Gera d’Adda. A est, infine, il fiume l’Oglio e il lago d’Iseo segnano la separazione dal territorio di Brescia, anch’esso divenuto parte della Repubblica di Venezia.

Il territorio viene ripartito in pianura, montagna e valli ed ulteriormente suddiviso in 14 Quadre, all’interno delle quali ogni singolo Comune si governa autonomamente, pur essendo legato alla città. Ogni Quadra è governata da un Vicario (nominato dal Consiglio Maggiore della città), che riveste anche le funzioni di giudice civile, mentre ogni Comune è guidato da un Console, eletto annualmente dai cittadini. Il congresso generale dei Comuni si svolge in città, nel Palazzo della Ragione.

Nel territorio vi sono inoltre alcune Podesterie separate: Romano e Martinengo, che dipendono da Brescia, e Lovere e Cologno che dipendono da Bergamo.

Carta dell’ordinamento amministrativo dato da Venezia al territorio bergamasco con la divisione in Quadre e Podesterie separate (dettaglio)

Al grande programma di pacificazione e di stabilizzazione perseguito in Bergamo, corrisponde un’abile e lungimirante politica condotta da Venezia nel suo territorio. Le esenzioni da imposte e le autonomie eccezionali concesse dal Quattrocento – e a più riprese – alle martoriate valli e specialmente Seriana, Brembana e Scalve, sottendono lo scopo di garantire a Venezia l’assoluta fedeltà di queste terre (che rifioriranno in breve volgere di tempo), sia per poter potenziare e tutelare i percorsi commerciali senza dover sottostare alle dogane imperiali e sia per garantirsi una copertura della fortezza di Bergamo, avamposto incuneato nello Stato di Milano e perciò difficile da difendere se non viene sostenuto da un entroterra, di per sé pressoché inaccessibile per un eventuale esercito assalitore, popolato di gente fidata. Non minore peso rivestono gli argomenti economici basati sul fiorente artigianato locale, soprattutto seriano, e l’abbondante produzione di armi da taglio e, più tardi, di armi da fuoco.

LA VITA ECONOMICA

Ristabilita la pace tra le potenze e le fazioni a metà Quattrocento, Bergamo e il suo territorio poterono finalmente prosperare e rafforzare la propria condizione economica, anche grazie al buongoverno che tenne conto del pluralismo istituzionale e garantì l’autonomia precedentemente acquisita. Era il primo tempo di una dominazione che si mostrava attenta ai problemi della città e delIe ValIi, in procinto di riscattarsi dalle drammatiche condizioni di devastazione e miseria che avevano improntato per quasi un secolo il corso della dominazione viscontea (1332-1428), seguita nel Cinquecento dalle invasioni straniere e dalle ricorrenti carestie.

A fronte della povertà endemica delle Valli, dovuta soprattutto alla sterilità e improduttività del territorio, e da sempre terre di emigrazione (note le compagnie dei Bergamaschi a Venezia o a Genova dal XIV secolo), Bergamo riuscì a sostenere un forte sviluppo attraverso la lavorazione della lana (a Bergamo prodotta e commerciata già dal Duecento, mentre la seta farà capolino nel secolo successivo), l’estrazione e la lavorazione del ferro (industria di antichissima origine, data la presenza nel territorio di numerose miniere) e la relativa produzione di manufatti (che contempla anche quella preziosa delle armi bianche di Gromo), nonché la fabbricazione di pietre coti per affilare lame e la produzione casearia.

La stessa città di Bergamo era caratterizzata dall’essere da tempo un noto e fiorente centro commerciale e finanziario, tradizionalmente legato alla pianura lombarda: una “piazza” la cui vocazione mercantile trovava la massima espressione fisica nella Fiera che dal IX secolo si teneva ogni anno nel mese di agosto sul Prato di Sant’Alessandro, tra i borghi di San Leonardo e Sant’Antonio.

Sui precedenti economici di Bergamo medioevale basterà ricordare la convenzione monetaria stipulata (1254) in camera pincta palacii communis Pergami, fra il Comune di Bergamo e le città di Cremona, Parma, Brescia, Piacenza, Pavia e Tortona, (alcune delle quali d’importanza anche internazionale), che accettano come base di riferimento commerciale la moneta bergamasca, la marcha e Pergamo, comunemente detta Pergamino, coniato nella zecca di via Donizetti ed oggi il logo dell’Università di Bergamo

Il modello concreto di saggezza pubblica e capacità governativa espresso dopo la pace di Lodi, alimentò tra le operose genti orobiche un sentimento di unificazione e di comune sentire, e, ai primissimi del Cinquecento, malgrado le guerre che vedevano la penisola teatro di sanguinose dispute tra Francesi ed Aragonesi e nonostante la stessa città fosse stata invasa e saccheggiata, Bergamo poté godere di condizioni economico-sociali piuttosto favorevoli. Più tardi, lo sviluppo di infrastrutture commerciali e manifatturiere consentì di muoversi ed esportare forza lavoro in un orizzonte geografico più ampio – e, attraverso la nuova Strada Priula (1592 e il 1593), ormai europeo – e di stringere rapporti con il centro Europa in settori fondamentali quali la lana, la seta e il commercio delle ferrarezze.

IL CINQUECENTO: LE GUERRE D’ITALIA

Dopo il lungo periodo di prosperità economica che aveva contrassegnato gli ultimi decenni del XV secolo e i primi anni di quello seguente, l’Italia venne coinvolta da nuovi eventi politici e da nuove guerre: le orrende Guerre d’Italia, che segnarono l’inizio del dominio peninsulare delle grandi monarchie europee (Francia, Spagna e Sacro Romano Impero), decretando una serie di annate tragiche per tutta lo Stato di Terraferma veneziana, all’interno del quale anche Bergamo era divenuta campo di lotta e di passaggio.

Terminata la “politica dell’equilibrio” tra gli stati italiani con la morte di Lorenzo de’ Medici (1492), le tensioni a lungo represse portarono presto l’Italia ad essere dilaniata dall’invasione dei maggiori potentati europei.

Mentre Venezia proseguiva la sua politica espansiva nell’entroterra verso la Romagna, il Trentino e la Lombardia, raggiungendo l’apice della sua potenza, Ludovico Sforza “il Moro”, signore di Milano (1452-1508), la guardava con astio, come guardava con astio anche gli altri principati italiani: dalla medicea Firenze, centro rinascimentale per antonomasia, all’aragonese Napoli, florida sul piano economico ma retta da una dinastia mal vista sia dalla popolazione che dalla stessa nobiltà locale.

Al centro si stagliava lo Stato Pontificio, retto da Alessandro VI (1431-1503), con la sua corte papale celebre per mecenatismo e sviluppo artistico ma discutibile sul piano religioso e spirituale, tanto che lo stesso pontefice era giunto persino a concepire la creazione di uno stato centro-settentrionale da porre nelle mani di suo figlio, il celeberrimo Cesare Borgia.

A provocare l’invasione da parte straniera fu Ludovico il Moro, che animato da rivalità verso le altre casate italiane e dalla volontà di diventare il centro dell’equilibrio italiano, fidando troppo in se stesso invitò il re di Francia, Carlo VIII (1470-1498), a scendere in Italia per occupare il Regno di Napoli, sul quale il monarca sosteneva di vantare diritti feudali dovuti al precedente dominio angioino.

Seppur costretto ad una rapida ritirata da una lega degli stati italiani (1495), l’invasione di Carlo VIII diede inizio al ciclo di guerre che avrebbero devastato la penisola nel trentennio successivo, stravolgendo nell’arco di un decennio la geografia politica italiana a favore delle ingerenze straniere.

Ludovico il Moro fu travolto dall’esercito di Luigi XII (1462-1515), cugino del re di Francia Carlo VIII, e il Ducato di Milano annesso alla corona francese.

Lo stesso sovrano, alleatosi con gli aragonesi spagnoli abbatté il Regno di Napoli (1501); tuttavia i territori meridionali passarono alla corona di spagnola in seguito a una breve guerra fra le due potenze (1501-1503).

La Repubblica fiorentina (5) così come i Ducati di Savoia, Ferrara, Mantova, iniziarono a dipendere dallo “straniero” per conservare la propria autonomia, poggiandosi ora alla Francia di Luigi XII, ora all’Impero di Massimiliano I (1459-1519, Imperatore del Sacro Romano Impero dal 1493 alla morte), mentre da anni la Repubblica di Genova era di fatto un protettorato della corona francese.

Nello Stato Pontificio, Cesare Borgia (1475-1507), approfittando della crisi in atto e dell’appoggio paterno aveva creato il suo personale ducato a scapito degli stessi territori pontifici, occupando le città di Rimini, Forlì, Cesena, Imola, Fano e Pesaro (1501-1503), e alla cui espansione pose termine la morte del padre e l’ascesa al soglio pontificio di Giulio II (1443-1513), nemico giurato dei Borgia.

L’ESPANSIONE DI VENEZIA E IL SCONTRO CON PAPA GIULIO II

Solo uno stato in Italia non aveva subito alcun danno, anzi, aveva visto crescere la propria potenza: Venezia, la quale nel corso dei vari conflitti ne aveva approfittato per estendere la propria influenza in Italia: nel 1499 si era schierata al fianco di Luigi XII, contribuendo all’abbattimento della signoria sforzesca su Milano e ricavando in cambio la città di Cremona e il controllo sull’area dell’Adda (la Gera d’Adda). Successivamente, nel 1503, aveva appoggiato le pretese spagnole sul sud, ricavando la conferma del controllo sui porti pugliesi di Otranto, Brindisi, Barletta, Monopoli e Gallipoli (strategicamente vitali per i traffici marittimi veneziani all’interno del proprio “golfo”), ottenuti con la breve restaurazione aragonese (1496). Padrona indiscussa dell’Adriatico, dominatrice assoluta del nord-est, Venezia aveva raggiunto l’apice della propria espansione. La Repubblica sembrava l’unica potenza italiana in grado di unificare il nord sotto un’unica insegna.

La crescente potenza della città lagunare destava preoccupazione sia agli altri stati italiani che alle potenze straniere presenti nella penisola, ma soprattutto a papa Giulio II, appena asceso al soglio pontificio: a preoccupare il pontefice era la dichiarata volontà della Repubblica di espandersi verso la Romagna.

Con la caduta di Cesare Borgia e il crollo dei suoi possedimenti romagnoli (1503), Giulio II aveva dato inizio a una politica volta a ricostituire e rafforzare l’antico Stato della Chiesa, in particolar modo quei territori umbri, emiliani e romagnoli che, seppur parte integrante del patrimonio di San Pietro, da secoli erano soggetti a signorie e a tendenze autonomistiche; alla fine del 1503 il papa iniziava la sua campagna di conquista militare recuperando Perugia e, soprattutto, Bologna, strappata alla signoria dei Bentivoglio. L’obiettivo era quello di rendere Roma l’ago della bilancia della politica italiana, ma prima bisognava fare i conti con l’altra “candidata”, Venezia, la quale aveva posto lo sguardo sulle città appartenute al Borgia con l’intenzione di aumentare la propria influenza in quel settore, dove già controllava da tempo Cervia e Ravenna.

Tra il 1503 e il 1504 iniziarono i primi contrasti tra le due parti; Venezia aveva annesso le città di Rimini e Faenza, Giulio II occupava Pesaro. Le tensioni sfociarono nel momento in cui il papa prendeva possesso di Cesena e Imola; il nocciolo del problema stava nel fatto che la Serenissima aveva preso possesso dei contadi delle rispettive città (e una città, privata delle campagne circostanti, è soggetta a grosse difficoltà). Giulio II reagì con durezza all’azione veneziana, pretendendo non solo la restituzione dei contadi, ma anche delle altre città romagnole; al netto rifiuto, il pontefice iniziò allora una serie di trattative con le potenze straniere al fine di creare una lega contro la città di San Marco.

VERSO LA FORMAZIONE DELLA LEGA DI CAMBRAI CONTRO VENEZIA 

Le trattative avviate dal papa contro Venezia coinvolgevano gran parte degli stati italiani ma anche le principali potenze europee. Tutti avevano dei conti da regolare con lo Stato marciano; il re di Francia guardava alle città lombarde della Serenissima (Bergamo, Brescia, Cremona, Crema…), con la volontà di ripristinare la grandezza dell’antico Ducato milanese (nodo essenziale di ogni tipo di dominio: economico, militare e politico); a sua volta l’Imperatore Massimiliano I rivendicava Veneto, Istria e Friuli quali possedimenti dell’Impero; il monarca di Spagna Ferdinando II d’Aragona rivoleva i porti pugliesi, mentre il Regno d’Ungheria non nascondeva le mire sulla Dalmazia; il Ducato di Ferrara ambiva al Polesine, quello di Mantova ad Asola, quello di Savoia guardava a Cipro, Firenze non digeriva l’appoggio veneziano alla ribelle Pisa; lo Stato Pontificio rivoleva l’intera Romagna (agognata da Giulio II per ristabilire un’unità statale): ognuno aveva un motivo d’astio o rivalsa nei confronti della potente Repubblica.

Tuttavia Venezia poteva contare sulla potenza del suo esercito e, cosa non da poco, sulle varie discordie che regnavano fra i suoi nemici, specialmente fra l’Impero e la Francia.

In azzurro è indicata l”espansione di Venezia sulla Terraferma fino alla vigilia della battaglia di Agnadello (1509). Venezia  ha posto piede in Romagna e nel Trentino fino a Rovereto (1441); ha poi conquistato il Polesine (1484), i porti pugliesi (1495), Cremona (1499), infine Pordenone, Gorizia, Trieste e Fiume (1508): questa incalzante progressione porta i piani anti-italiani alla formazione della Lega di Cambrai (1508) contro Venezia, allo scopo di annichilirla per sempre

A Cambrai, nel Dicembre del 1508, fu stipulata la lega anti-veneziana; vi aderirono Giulio II, Luigi XII di Francia, Massimiliano, la Spagna e i ducati di Mantova, Ferrara e Urbino.

Resasi conto del pericolo, la Serenissima tentò in extremis una riconciliazione col papa, offrendo concessioni in Romagna e ricevendo non solo un netto rifiuto, ma anche l’interdetto papale. Era l’inizio del conflitto: Venezia sfidava l’Europa.

E fu la guerra, una guerra che portò la Lombardia ad essere invasa da truppe francesi e spagnole, con la ricomparsa dei ghibellini in città a fomentare le divisioni cittadine: con la pesantissima sconfitta subita da Venezia ad Agnadello nel cremonese (1509), ad opera dei Francesi di Luigi XII ed ottenuta con la complicità dei ghibellini, Venezia si arrese al re di Francia.

Battaglia di Agnadello (14 maggio 1509), Pierre-Jules Jollivet (dipinto del 1837). Quattordici maggio 1509, due eserciti si fronteggia­no sull’Adda; nella spon­da occidentale ci sono i francesi, guidati dal re in persona, Luigi XII; dall’altra stanno le truppe della Repubblica, sotto il comando di Niccolò Orsini, duca di Pitigliano, e Bartolomeo d’Alviano, il valoroso condottiero che l’anno prima ha umiliato in Cadore l’imperatore Massimilano I. I Francesi sono l’avanguardia di una lega comprendente la Spagna, l’Impero, i Savoia, il papa, Mantova, Ferrara: è l’Europa intera che muove contro Venezia. A Cambrai, nel nord della Francia, il 10 dicembre 1508 si è infatti co­stituita una formidabile alleanza decisa a punire, a ridimensionare la superbia dello Stato marciano, il cui imperialismo si dilata ormai da Bergamo a Cipro, dalle Alpi ne­vose ai mari caldi del Levante

LE CONSEGUENZE DELLA DISFATTA DI AGNADELLO

La “rotta della Ghiaradadda” fu un colpo terribile per Venezia. Le potenze della lega di Cambrai approfittarono della crisi veneziana per agire; le truppe pontificie conquistarono le terre romagnole, inclusa Ravenna, mentre nel sud la Spagna si riprendeva i porti pugliesi; il duca di Ferrara occupava il Polesine e Rovigo. Quanto a Luigi XII, questi annetteva al Ducato di Milano le città di Brescia, Bergamo, Crema, Cremona, Peschiera e la Gera d’Adda. Mentre Verona, Padova e Vicenza si ribellavano dandosi a Massimiliano I.

Dunque Luigi XII annetteva al Ducato di Milano le città di Brescia, Bergamo, Crema, Cremona, Peschiera e la Gera d’Adda.

Nonostante tutto, Venezia sarebbe stata in grado di riprendersi; approfittando della lentezza delle forze imperiali, della seguente riappacificazione con Giulio II (1510) e dell’appoggio delle campagne venete, ostili all’occupazione imperiale, la Serenissima diede avvio alla riconquista dei territori perduti: già alla fine dello stesso anno, il Veneto era quasi stato recuperato.

La guerra sarebbe proseguita sino al 1516, con numerosi cambiamenti di alleanze e fronti; la Serenissima avrebbe fatto fronte alla Francia alleandosi al Papato, all’Impero e alla Spagna (Lega Santa, 1511) per poi cambiare clamorosamente schieramento (1513) e affiancare Luigi XII prima Francesco I poi. I nemici di Agnadello avrebbero trionfato assieme a Marignano nel 1516, la battaglia che permise alla Francia di riprendersi Milano, precedentemente perduta, e a Venezia di recuperare il grosso dei territori.

L. Lotto, pala Martinengo, Bergamo, chiesa di S. Bartolomeo (dettaglio). Il 1516 segna la fine tanto attesa di lunghe guerre combattute per il predominio nell’Italia settentrionale tra imperatore, papa, francesi, spagnoli, veneziani. La generazione che nasce a Bergamo dopo il 1516 ha davanti decenni di stabilità politica garantita dalla Repubblica di San Marco, di cui il Bergamasco è la parte più occidentale del dominio. Nel maggio di quest’anno, l’inaugurazione nella Chiesa di Santo Stefano della grande pala di Lorenzo Lotto, commissionata dall’anziano capitano Alessandro Martinengo Colleoni, che ha vissuto sul campo i giorni infausti di Agnadello, è di buon auspicio per il futuro: ornano la grandiosa scena della Madonna col Bambino in trono e santi rami del pacifico ulivo cui si accompagnano bilancia e spada, simboli di pace e giustizia

Era comunque l’inizio della fine: dopo il ridimensionamento seguito alle guerre d’Italia, la giornata di Agnadello avrebbe rappresentato per la Serenissima la data spartiacque fra il culmine della sua potenza e l’inizio del suo lento declino, declassandola inesorabilmente tra le potenze di secondo piano, per lasciare il posto alle grandi monarchie straniere, nuove regine della politica internazionale. Ciò significava per Venezia accantonare l’atteggiamento aggressivo per adottare una politica difensiva e di contenimento.

La successiva guerra della lega di Cognac, una delle otto guerre d’Italia, fu combattuta tra il 1526 e il 1530 tra gli Asburgo di Carlo V e Francesco I di Francia, chiudendosi con il definitivo dominio degli Asburgo sull’Italia, delle cui sorti Carlo V divenne unico e incontrastato arbitro. Le ostilità tra Francesi ed Impero furono sedate soprattutto dal minaccioso incalzare dei turchi, ormai prossimi ad attaccare i possedimenti asburgici nel centro Europa, quindi costringendo Carlo V a firmare un accordo con i Francesi.

Nel timore di un’eccessiva egemonia asburgica, gli stati italiani si erano uniti nella Lega di Cognac a fianco della Francia, e dove i maggiori interessi in gioco erano soprattutto quelli del papa e della Repubblica di Venezia. E’ a questo periodo che risale la decisione di fortificare Bergamo, per la quale la perdita definitiva dell’area cremonese e della Gera d’Adda configurava la posizione di un avamposto sospeso su un vuoto strategico, stretta com’era su due lati dei confini a lei prossimi dell’avversato Stato milanese nelle mani della Spagna, al culmine della sua potenza, e, sull’altro lato, da montagne impercorribili: la città verrà fortificata solo trent’anni dopo, quando Venezia deciderà di approntare strutture difensive moderne in tutto il territorio di Terraferma.

Prima che la guerra fra la Francia e gli Asburgo entrasse nel vivo, nel maggio del 1527 dodicimila Lanzichenecchi, soldati imperiali, per la maggior parte mercenari tedeschi di fede luterana, rimasti senza paga e poi senza comandante, avevano deciso di penetrare in Italia compiendo il terribile Sacco di Roma: essi attraversarono e devastarono pure la Bergamasca, portandovi carestia, peste (1528-29) e 150-200 morti al giorno, mentre si diffondevano febbri tifoidee e mal francese.

Le incertezze della situazione avevano provocato paure collettive e agitazioni religiose, e la già instabile situazione economica , aveva subito un tracollo.

La Madonna delle Lacrime a Treviglio. Minacciata di distruzione dal generale francese Lautrec nel 1522, perché ha cacciato una squadra francese, Treviglio venne risparmiata venendo a conoscenza che l’immagine della Vergine nella chiesa di Sant’Agostino aveva cominciato a piangere

Nel quadro mutevole degli assetti geopolitici generati dalle Guerre d’Italia, tra il 1509 e il 1529 Bergamo era passata due volte sotto il dominio francese e per ben sette sotto quello degli Asburgo ed altrettante volte, sottolinea Maironi da Ponte, “fu ripresa dai Veneziani o s’arrese spontaneamente ai medesimi”. Ma in tutte queste terribili traversie, “lo spirito nazionale non venne mai meno a favor della Repubblica” (di Venezia).

Ritornata ai Veneziani nel 1512, poi di nuovo ripresa dai Francesi nel 1513, nel mese di giugno Bergamo era stata invasa dagli Spagnoli, che con crudeli prepotenze, furti, stupri ed incendi, avevano imposto la loro autorità su tutto l’entroterra, incendiando anche il Palazzo della Ragione; due anni dopo era stata occupata dalle soldatesche dall’imperatore Massimiliano d’Asburgo ed infine, nell’agosto del 1516, era ritornata definitivamente in possesso della Serenissima con la pace di Noyon (con la quale Venezia manteneva anche Brescia e Crema): una severa lezione che dava avvio, per Venezia, all’epoca del mantenimento con tutte le armi possibili.

Mentre Bergamo ne usciva stremata, dopo essere stata vessata da Francesi, Spagnoli, Svizzeri, Tedeschi e dai Veneziani stessi, che andavano imponendo pesanti balzelli riparatori, si concludeva una delle fasi più convulse della storia cittadina.

Tiziano, Ritratto di Gabriele Tadino detto il Martinengo (1538). Nel giugno del 1513, dopo aver sconfitto i Francesi, allora alleati dei Veneziani, il viceré di Spagna Raimondo di Cardona avanza nella pianura e assedia Bergamo. I bergamaschi riuniti in Santa Maria Maggiore, senza valide difese, decidono per la resa. Gli Spagnoli impongono una taglia di 40.000 ducati, e la notte successiva danno fuoco al palazzo del Comune. Le truppe veneziane, riunite in Crema, si muovono la notte del 4 luglio, con 600 cavalli e alcuni fanti, per venire a Bergamo segretamente: scalano le mura dei Borghi e irrompono nella casa del Commissario e del Governatore, impadronendosi di 6.000 ducati già pagati dai bergamaschi per la taglia. Alla testa dei veneziani è il giovane ufficiale, Gabriele Tadino detto il Martinengo dalla località in cui è nato intorno al 1480. Ingegnere e fine conoscitore delle fortificazioni bergamasche nonché milite sotto le insegne di Venezia, dal 1523 sarà Capitano generale delle artiglierie imperiali, con funzioni di sovrintendente  di tutte le fortificazioni di Spagna

Per porre definitivamente fine delle Guerre d’Italia, e principalmente ai conflitti tra Francia e gli Asburgo, si dovette attendere il 1559 con la pace di Cateau-Cambrésis, che dopo Milano attribuiva agli Spagnoli NapoIi, Sicilia e Sardegna, dando inizio al primato Asburgico in Europa e nella penisola Italiana (6), primato che perdurerà sino al 1713.

L’ormai stremata Venezia ribadiva la scelta, già espressa da tempo, di una politica di neutralità, rinunciando per sempre all’iniziativa politica in Italia e rifondandosi come repubblica saggia prudente, virtuosa, rispettosa dei propri come degli altrui diritti. Non poteva più quindi affidare la sua difesa a eserciti in marcia nelle campagne, ma a truppe stanziali.

Nel frattempo, dopo l’abdicazione di Carlo V (1556), l’Impero comprendente Spagna e Austria si era smembrato in due potenze (in Spagna il figlio di Carlo V, Filippo, in Austria il fratello Ferdinando), coniugate ed alleate ma ciascuna con mire politiche proprie. In particolare la Spagna doveva assicurare il collegamento tra i due nuclei che formavano in Europa i domini di Filippo II, penisola iberica e Fiandre. E poiché questa strada non poteva passare nei territori della Francia, eterna nemica, né lungo l’Oceano e la Manica, infestati dalle navi inglesi, rimaneva libero il solo passaggio attraverso Genova, Milanese, Alpi, proprio ai confini con le terre della Serenissima e con Bergamo. La Francia, che con la morte di Enrico II era precipitata in una lunghissima crisi dinastica e nelle trentennali guerre di religione, ormai non era più in grado dì contrapporsi ulteriormente alla Spagna e di frenarne le ambizioni.

Terminate le Guerre d’Italia, Venezia si trovava dunque circondata per terra in una morsa temibile, che le precludeva ogni ulteriore espansione: a ovest la Spagna insediata nel Ducato di Milano e a nord l’Impero Asburgico, mentre per mare, oltre che essere continuamente sfidata dal sostegno asburgico alla pirateria degli Uscocchi (7), che avevano le loro basi in Dalmazia, si trovava a fronteggiare l’espansionismo dell’Impero Ottomano nei Balcani (da cui la grande fortezza di confine di Palmanova (8)) e nel Mediterraneo orientale, dove, malgrado la leggendaria vittoria di Lepanto nel 1571, perderà Cipro.

Inoltre, Turchi e Spagnoli erano i campioni di due sistemi in cui religione e potere politico si legittimavano a vicenda: due sistemi monolitici, accentratori e intolleranti, all’interno e all’esterno. Il Re Cattolico, in particolare, avrebbe potuto trovare nel ruolo così rapidamente e volentieri assunto di paladino della religione, mille pretesti per una politica di invadenza e, perché no, di aggressione. Ben decisa a non lasciar penetrare l’Inquisizione nei propri domini, per rimanere “terra di libertà’, l’unica terra di libertà in Europa accanto all’Olanda, Venezia doveva, come l’Olanda, essere pronta a difendere i propri confini palmo a palmo, senza esitazioni e senza badare a sacrifici: il vero utilizzo delle Mura sarà proprio nella loro capacità di dissuadere gli Spagnoli o chi per essi da ogni velleità aggressiva.

Battaglia di Lepanto in un dipinto di Paolo Veronese. Nel 1669, dopo la sanguinosa, ventennale guerra, i turchi presero la città di Candia e Venezia conquistò il completo controllo di Creta. Nel 1571, a Lepanto, una flotta cristiana, comandata da Don Giovanni d’Austria e composta da navi veneziane, spagnole, genovesi, sabaude, della Chiesa, dei Cavalieri di Malta, sconfisse la flotta turca dove l’apporto di Venezia fu decisivo. Ma in quello stesso anno, dopo il lungo assedio di Famagosta, Venezia perse Cipro. Nel periodo 1683-1687, sotto il comando di Francesco Morosini, i Veneziani riuscirono ancora a conquistare la Morea (l’odierno Peloponneso, poi perduto nel 1718). Intanto il patriziato, da ceto mercantile andava trasformandosi in aristocrazia terriera, con l’acquisizione di ingenti latifondi nella “Terraferma Veneta”

Avviatasi la decadenza militare e marittima, la Serenissima non poteva che rinunciare alla politica espansionistica e cercare di mantenere i territori acquisiti attrezzandosi anche in ordine alla difesa. E fu qui che lo Stato di Terraferma assunse un peso decisivo, diventando oggetto di un piano unitario di fortificazione che coinvolse i punti nevralgici per il commercio marittimo e terrestre e all’interno del quale la Bergamasca costituiva l’avamposto più occidentale, incuneato fra territori nemici.

La rete difensiva progetta e costruita dalla Serenissima tra il XV e il XVII secolo,  coinvolgeva i punti nevralgici del commercio marittimo e terrestre, snodandosi per oltre 1.000 km, tra lo Stato di Terra (Lombardo-Veneto) e lo Stato di Mare (Croazia-Montenegro). All’interno di tale sistema, in cui ogni singola città-capoluogo giocava un ruolo strategico: mentre, ad esempio, la grande fortezza di confine di Palmanova doveva tenere a bada l’espansionismo dell’Impero Ottomano nei Balcani, la fortificazione di Bergamo costituiva la punta più avanzata ad Occidente dei domini di Terraferma, al confine con il Ducato di Milano. Tutti i centri sono stati iscritti nel Sito culturale seriale transnazionale creato nel 2016: “Le opere di difesa veneziane tra XV e XVII secolo” (in pratica fortezze), che ha visto Bergamo, con le sue Mura, capofila di un percorso per il riconoscimento e l’inserimento nella Lista del Patrimonio dell’Umanità UNESCO

IL RUOLO STRATEGICO DI BERGAMO E L’IDEA DI FORTIFICARLA

Se da una parte, la continua avanzata dei Turchi minacciava seriamente gli interessi marittimi e commerciali veneziani nel Levante, dall’altra, la scoperta di nuove rotte navali verso le Americhe e verso le Indie con la circumnavigazione dell’Africa, aveva spostato il baricentro economico dal bacino del Mediterraneo all’Oceano Atlantico ad esclusivo vantaggio della corona spagnola, decretando per Venezia il declino dei commerci marittimi per la fine del monopolio esercitato fino a quel momento sul commercio del pepe e delle spezie (9) ed imponendo, di conseguenza, una sempre maggiore attenzione ai commerci che avvenivano verso il centro d’Europa.

Alla perdita di competitività commerciale si accompagnerà sempre più la scarsa propensione degli uomini d’affari veneziani a viaggiare (accaparrando le merci attraverso i mercanti, anche bergamaschi) e a dirottare i propri capitali verso investimenti fondiari nell’entroterra.

Dopo la pace di Chateau Cambrésis, l’opportunità di aumentare le difese del territorio di Bergamo, unico varco nell’accerchiamento territoriale messo in atto dagli Spagnoli, doveva quindi costituire un deterrente a scala territoriale e nel contempo fungere da presidio di un territorio strategicamente importante anche dal punto di vista economico, perché il suo territorio consentiva, attraverso i passi delle Api Orobie, uno sbocco commerciale nel cuore stesso dell’Europa e la possibilità di mantenere sul mercato prezzi ancora altamente competitivi, aggirando inoltre ad oriente i territori soggetti ai fortissimi dazi commerciali imposti dagli Spagnoli, di stanza nel Ducato di Milano.

Il territorio di Bergamo è collegato alla Valtellina, terra dei Grigioni, e ai passi che portano in Svizzera e in Germania, attraverso due itinerari: il primo, passando da Lecco, risale il lago nel dominio spagnolo di Milano ed è percorribile solo se lo permettono le condizioni politiche, l’altro raggiunge i passi delle Alpi Orobie attraverso le disagevoli mulattiere della Via Mercatorum: un tortuoso percorso che da Albino o da Nembro, in Valle Seriana, portava a Selvino e da qui a Serina e a Dossena, per poi scendere a Cornello dei Tasso in Val Brembana. Tra il 1592 e il 93 sul fondovalle brembano viene costruita la Strada Priula (dal nome del podestà Alvise Priuli), che supera lo strapiombo del Brembo alla Botta di Sedrina, modificando gli antichi tracciati. Progettata per fini principalmente militari, e cioè per realizzare un collegamento sicuro e veloce con i Grigioni delle Tre Leghe, alleati della Serenissima, la strada diviene un’importante via commerciale, permettendo di fatto ai mercanti bergamaschi di intensificare i commerci con la Valtellina e, per quella via, con l’Europa Centrale (in particolare con Svizzera, bassa Germania e Fiandre), evitando gli ingenti dazi imposti dagli Spagnoli nei loro territori. Si tratta di una mulattiera lunga 35 miglia, in parte scavata nella roccia viva, che, uscendo dalla Porta di S. Lorenzo (per questo detta la “porta della salvezza della Serenissima”) percorre tutta la Valle Brembana fino al passo S. Marco; la sua larghezza è tale da consentire il transito dei carri (10)

Ma la scelta riguardante il miglior modo di organizzare l’assetto difensivo bergamasco giunse dopo un lungo e complesso dibattito, dove i pareri di rettori, capi di guerra, tecnici e rappresentati politici furono spesso portatori di opinioni divergenti sul da farsi.

Z. Da Lezze, carta itineraria lungo la Valle Brembana con segnate la vecchia strada ed il progetto della nuova (Via Priula) verso la Valtellina, 1596

Incaricato dal Senato Veneto (1559) di individuare un luogo adatto alla fortificazione lungo il confine occidentale della Repubblica, il Governatore Generale delle milizie di terraferma, conte Sforza Pallavicino, individuata come idonea la porzione di Bergamo posta sui colli, sia per la facilità di fortificazione secondo le nuove regole dell’arte della guerra e sia per la posizione strategica, propose ed ottenne (1561) di costruire una fortezza in pietra bastionata continua, limitata per estensione alla sola città sul colle senza comprendere i borghi, la parte più viva e produttiva delle città, ed incontrando con ciò lo sfavore degli stessi bergamaschi e di alcuni esperti consultati a suo tempo da Venezia. Lo Sforza escluse anche l’ipotesi di abbracciare la malconcia Cappella con il recinto delle mura, ponendosi in forte contrasto con altri esperti di ingegneria militare del tempo, come l’Orologi, che ne prese decisamente le distanze nella sua circostanziata relazione dell’8 novembre 1561.

Dopo la pace di Chateau Cambrésis Bergamo  rappresentava la punta più avanzata ad Occidente dei domini veneziani di terraferma, al confine con il Ducato di Milano, governato dalla Spagna. Al contempo, dato l’indebolimento della potenza commerciale veneziana nel Mar Mediterraneo, rivestiva un ruolo strategico di primissimo piano per gli scambi commerciali con il centro Europa, trovandosi in comunicazione con tre grandi vie commerciali indispensabili alla vitalità economica della Serenissima: Svizzera, bassa Germania e Fiandre, verso i grandi porti fiamminghi di Ostenda, Brugge, Gent, Anversa e con le provincie olandesi del nord, che nel secolo successivo sarebbero divenuti l’attracco dei mercantili delle Compagnie Olandesi delle Indie Orientali e Occidentali di rientro dall’America, dall’Africa e dall’Asia, carichi di ogni bene (spezie, tessuti, colori, minerali, preziosi, frutta e verdura esotiche (11). Da qui la necessità di porre in condizioni d’avanguardia il delicato sistema territoriale fortificando la parte alta della città con un impianto aggiornato, progettato ex novo secondo le più moderne tecniche militari, considerate ormai inadeguate alla difesa le vecchie mura medioevali

Per contro, nel territorio si individuarono delle località ubicate in posizioni strategiche, da utilizzare per la difesa, sia sul confine meridionale ed occidentale, minacciati dalla presenza spagnola, e sia lungo quello settentrionale, unico sbocco verso i Grigioni (serbatoi di truppe mercenarie donde all’occorrenza potevano giungere soccorsi in caso di assalti degli Spagnoli) e l’Europa centrale (nuovo sbocco commerciale per Venezia): sul confine meridionale, segnato dal Fosso Bergamasco, vennero individuate le località di Brembate, Cividate, Cologno, Spirano, Martinengo e Romano, le due ultime considerate il granaio della bergamasca; sul versante occidentale, lungo il corso del fiume Adda, Calolzio, Cisano e Villa d’Adda; all’estremo nord nella Valle Brembana, arteria delicatissima che collegava alla Valtellina e ai Grigioni Svizzeri, Almenno, Zogno (monte Ubione), Piazza (attuale Piazza Brembana) (12) e, naturalmente, il Passo di S. Marco, porta aperta verso i Grigioni.

Dopo una serie di tentennamenti e cambi di direzione, la costruzione delle nuove ed imponenti Mura urbane, a partire dal 1561, sancì per Bergamo la funzione strategica che il potere centrale aveva assegnato alla città orobica, in linea con gli orientamenti del dominio veneziano nel costituire un sistema difensivo imperniato sulle città-capoluogo, posto al centro di una seconda ”cerchia” di difesa fatta di luoghi fortificati, muniti di uomini e di risorse, distribuiti sia in città che nel territorio annesso (13).

Oltre ai fini già ricordati, v’erano propositi altrettanto importanti che inducevano Venezia a voler fortificare Bergamo alta, che a causa del cattivo stato delle mura medioevali era sottoposta a continui saccheggi e si trovava in perenne stato di insicurezza.

Vi era poi l’esigenza di esercitare un rigido controllo sociale ed economico su una città la cui crescente ricchezza era legata anche, e non marginalmente, a consolidati traffici (spesso illegali) con lo Stato di Milano, favoriti dal cattivo stato delle vecchie mura (14).

Nonostante infatti le restrizioni imposte dal governo veneziano, il rapporto tra Bergamo e Milano, che si era consolidato in quasi un secolo di dominio visconteo, si manteneva vitale: Bergamo continuava a mantenere un forte senso di identità, e a considerare se stessa come “centro”, mal adattandosi alla condizione di subalternità a Venezia.

Queste manifestazioni di autonomia, radicate in un’economia mercantile vitale e in espansione qual era quella di Bergamo, non potevano non preoccupare Venezia e certamente ebbero un certo peso nella decisione di trasformare Bergamo in città-fortezza, nonostante autorevoli pareri contrari (15).

Note

(1) Nel 1409 la Repubblica di Venezia aveva ottenuto da parte di re Ladislao d’Ungheria tutti i diritti sulla Dalmazia; nel 1410 conquistava gran parte dell’odierna regione italiana del Veneto e dieci anni più tardi assoggettava il Friuli, arrivando a comprendere il territorio di quella che era stata la X regione augustea della penisola italica (Venetia et Histria). Nel corso del secolo raggiungerà la sua massima espansione.

(2) Alberto Fumagalli, Bergamo. Origini e vicende storiche del centro antico. 1981, Rusconi Libri S.p.A., Immagini, Milano.

(3) Lelio Pagani, Bergamo. Lineamenti e dinamiche della città. Edizioni Sestante, 2000, Bergamo.

(4) I nobili, chiamati gentiluomini e col tempo cavalieri, nel caso siano iscritti all’estimo e risiedano in città, sono chiamati anche cittadini, status comprovato da una apposita patente (Tosca Rossi, Società, religiosità e potere: spazi pubblici e privati sacrificati per la ragion di stato, riscattabili con il progetto di un museo diffuso. In: “Bergamo verso l’Unesco – Terra di San Marco. Da frontiera di pietra a ‘paesaggi vivi’ di pace”. Grafica & Arte, 2016).

(5) Crisi dovuta al primo crollo della signoria medicea (1494), alla breve esperienza del governo di Savonarola (1494-1498) e alla ribellione di Pisa, alla quale il governo fiorentino non riusciva a porre rimedio.

(6) La Francia rinunciò alle proprie pretese sui domini Italiani degli Asburgo di Spagna (Napoli, Sicilia, Sardegna, Milano) e sui feudi Imperiali in Italia, dipendenti formalmente dagli Asburgo d’Austria. Questo quadro muterà in parte con le guerre di successione del Settecento, quando l’Austria prenderà il possesso di Milano e insedierà rami cadetti della sua casata negli altri feudi dell’Italia imperiale (mentre il mezzogiorno andrà ad un ramo cadetto dei Borbone di Spagna). Si passerà così, nel quadro della dominazione asburgica, da un primato Spagnolo ad uno Austriaco, cui l’Italia porrà fine solo durante il Risorgimento.

(7) Gli Uscocchi erano una popolazione costituita esclusivamente da cristiani cattolici, originalmente e prevalentemente dei Balcani riversatisi sulle coste del Mare Adriatico per sfuggire all’avanzata dei Turchi. Inizialmente famosi per le loro operazioni di feroce guerriglia contro i turchi, risolsero poi di dedicarsi alla pirateria: dal loro quartier generale a Segna, presso Quarnaro, organizzarono veloci spedizioni di saccheggio sia contro le rotte turche che contro la Repubblica di Venezia.

(8) Nel 1449 i Turchi erano già penetrati fino al fiume Livenza, nel Dogado (nucleo centrale e nativo della Repubblica di S. Marco), inducendo più tardi Venezia a presidiare convenientemente il confine orientale, impiantando sull’Isonzo una grande fortezza di confine a Palma (Palmanova).

(9) Le navi portoghesi trasportavano dalla lontana Insulindia (isole asiatiche sud-orientali, della Sonda, Molucche e Filippine) grosse partite di spezie attraverso gli oceani, che poi la Spagna instradava (insieme a grandi quantità di oro e argento americano) nell’ampio e ricchissimo mercato centro europeo attraverso il porto di Anversa (divenuta nel Cinquecento crocevia dei traffici verso l’Europa centro-settentrionale) e i grandi corsi fluviali navigabili. Dal canto loro, i mercanti veneziani venivano riforniti di spezie attraverso le piste carovaniere che facevano capo agli empori levantini (Alessandria d’Egitto, Damiata, S. Giovanni d’Acri, Tiro, Beirut), da dove, attraverso un percorso via mare di cui Famagosta rappresentava la prima tappa, raggiungevano il porto e i magazzini di Venezia. A questo punto si trattava di introdurre le preziose spezie nel cuore dell’Europa eludendo i pesanti balzelli imperiali imposti lungo tutta la barriera alpina, dalla Carinzia al Tirolo, di dominio Asburgico, e dal Ticino alla valle dell’Adda, di dominio  Spagnolo. Questo unico canale era rappresentato dal territorio bergamasco (Alberto Fumagalli, Bergamo. Origini e vicende storiche del centro antico, Cit.).

(10) Fondazione Bergamo nella Storia, Il Cinquecento – Bergamo e l’età veneta. Sestante Edizioni, Bergamo, 2012.

(11) Tosca Rossi, Società, religiosità e potere: spazi pubblici e privati sacrificati per la ragion di stato, riscattabili con il progetto di un museo diffuso, Cit.

(12) Tosca Rossi, Società, religiosità e potere: spazi pubblici e privati sacrificati per la ragion di stato, riscattabili con il progetto di un museo diffuso, Cit.

(13) Tosca Rossi, Società, religiosità e potere: spazi pubblici e privati sacrificati per la ragion di stato, riscattabili con il progetto di un museo diffuso, Cit.

(14) Fra gli innumerevoli documenti che riferiscono al contrabbando attraverso la frontiera milanese, la relazione (1532) del podestà C. Priuli, attribuisce al cattivo stato di manutenzione delle vecchie mura medioevali, il favorire di un grosso contrabbando di lana spagnola proveniente da Vercelli e introdotta a Bergamo attraverso l’area milanese e Treviglio (Walter Barbero, “Bergamo”. Electa Editrice, Milano, 1985).

(15) Nella relazione del 7 luglio 1570 il Capitano uscente di Bergamo P. Pizzamano insiste sulla maggiore utilità di munire con forti la pianura nei pressi del confine (Walter Barbero, “Bergamo”, Cit.).

Alcuni riferimenti

Nicolò dal Grande, Agnadello o “la rotta della Ghiaradadda”.

Renato Ferlinghetti, Gian Maria Labaa, Monica Resmini, Le Mura da antica fortezza a icona urbana. Bolis Edizioni, 2016.

Fondazione Bergamo nella Storia, Il Cinquecento – Bergamo e l’età veneta. Sestante Edizioni, Bergamo, 2012.

Centro Studi Valle Imagna: Antonio Martinelli, Bergamo. Itinerari nella storia della città e del suo territorio dalle origini al ventesimo secolo. Grafica Monti, Bergamo, 2014.

Tosca Rossi, Società, religiosità e potere: spazi pubblici e privati sacrificati per la ragion di stato, riscattabili con il progetto di un museo diffuso. In: “Bergamo verso l’Unesco – Terra di San Marco. Da frontiera di pietra a ‘paesaggi vivi’ di pace”. Grafica & Arte, 2016

Alberto Fumagalli, Bergamo. Origini e vicende storiche del centro antico. 1981, Rusconi Libri S.p.A., Immagini, Milano.

Andreina Franco Loiri Locatelli, “La città sotto assedio!”. Bergamo Scomparsa (BergamoSera).

Mariana Frigeni, Il condottiero. Vita, battaglie e avventure di Bartolomeo Colleoni. Longanesi, 1985.