Le origini dell’Istituto Italiano d’Arti Grafiche e la facciata dipinta in via Masone

Per capire le origini dell’Istituto Italiano d’Arti Grafiche, sono determinanti gli anni dal 1873, anno in cui sorge la società tipografica e casa editrice “Gaffuri e Gatti”, al 1893, anno della fondazione dell’Istituto Italiano d’Arti Grafiche, sorto in via S. Lazzaro – in luogo dell’odierno “Triangolo” – e trasferito  dal 1965 nel nuovo impianto di via Zanica: un’azienda che negli anni ha saputo contraddistinguersi per una produzione di altissima qualità e di rilievo internazionale: un’avventura editoriale senza pari, costellata dalle brillanti scelte imprenditoriali di Paolo Gaffuri (1849 – 1931), figura lungimirante intorno alla quale si articola il prestigio dell’azienda.

Paolo Gaffuri in un ritratto eseguito il 25 ottobre 1896. Nato a Bergamo nel 1849 da una famiglia modesta, a dodici anni iniziò a lavorare come apprendista tipografo. Ben presto la passione per il libro e la lettura lo portarono ad acquisire una buona cultura accompagnata da una sensibilità artistica e una grande perizia nell’industria tipografica. Fu stampatore ed editore. Nel 1883 fondò l’Istituto italiano d’Arti Grafiche che, grazie alle sue capacità, giunse a conquistare fama mondiale

Prima di fondare l’omonima società, Gaffuri e Gatti avevano lavorato insieme nella tipografia Pagnoncelli, un’officina situata in via S. Alessandro, dove poi si stabilì la Libreria Greppi e dove “bazzicavano il Fachinetti, il can. Finazzi, i bibliotecari Dossi e Tiraboschi e Pasino Locatelli, Gabriele Rosa, il conte Lochis ed altri egregi studiosi del tempo. Colà stamparono i loro primi lavori Angelo Mazzi, Elia Fornoni, l’ing. Ponzetti, Elia Zerbini ed altri” (1).

Via S. Alessandro (Raccolta Gaffuri, Biblioteca Civica di Bergamo)

Era una tipografia ottocentesca che portava avanti anche una propria attività editoriale e che per tenersi in vita sviluppava anche quella del commercio librario. In questa azienda Gaffuri era impiegato come commesso, mentre Gatti, come contabile.

Gaffuri aveva lavorato da Pagnoncelli a partire dal 15 settembre 1861, da quando cioè, dodicenne, era entrato come apprendista: nel 1864 era stato promosso a commesso della libreria con l’incarico di redigerne il catalogo.

Egli aveva iniziato una vera e propria formazione da autodidatta studiando sui testi a sua disposizione, in particolare il Manuel du libraire et de l’amateur de livres di Jacques Charles Brunet e l’Enciclopedia Pomba, oltre che leggendo i testi della libreria Pagnoncelli. E proprio il periodo formativo di Paolo Gaffuri rivestità un’importanza fondamentale nella fondazione e poi nella direzione dell’“Istituto Italiano d’Arti Grafiche”.

LA FONDAZIONE DELLA “GAFFURI E GATTI”

Ma un contenzioso tra Pagnoncelli e Bolis (2), che finì per indebolire entrambi gli editori, indusse Gaffuri a guardare altrove per individuare prospettive più sicure per il proprio futuro. La concomitante crisi finanziaria della tipografia Sonzogni di Bergamo alta, divenne per il ventiquattrenne Gaffuri e il suo collega Gatti, un’occasione per mettersi in proprio, e ai primi di agosto del 1873, entrambi lasciavano la tipografia Pagnoncelli per acquistare la tipografia Sonzogni, intraprendendo un nuovo cammino, quasi avventuroso, in un momento critico per la storia italiana.

Della tipografia Sonzogni, Luigi Pelandi specifica che si trattava di una piccola tipografia, che aveva i suoi torchi in via Gombito, di fronte alla scalinata di Piazza Vecchia

Neanche un mese dopo venivano definite le trattative per la modifica della ragione sociale della “Gaffuri e Gatti”, nata come società in nome collettivo e trasformata in accomandita semplice per l’ingresso di due soci accomandanti: i Fratelli Cattaneo, stampatori, e Federico Alborghetti (1825-1887), comproprietario-direttore del giornale “La Provincia Gazzetta di Bergamo” (nel 1877 trasformata definitivamente in “Gazzetta provinciale di Bergamo”, organo quotidiano del liberalismo moderato bergamasco).

Con l’ingresso dei nuovi soci, il capitale sociale della “Gaffuri e Gatti” veniva subito raddoppiato, passando dalle 16.000 lire iniziali a 32.000 lire. Dal 1° gennaio 1874 il giornale riportava il nome della nuova stamperia (3).

La nuova azienda definì subito la propria strategia editoriale e commerciale. Dal punto di vista delle scelte editoriali, le opere stampate nei primi anni erano prevalentemente costituite da studi di impostazione erudita e di argomento letterario, archeologico e artistico, e riflettevano chiaramente la fisionomia culturale degli autori, per lo più insegnanti e giornalisti. Si trattava di intellettuali attivi nelle istituzioni culturali cittadine, legati all’esperienza risorgimentale e caratterizzati da un orientamento politico liberale moderato, quasi sempre cattolici, attenti studiosi delle specifiche tradizioni culturali locali, delle quali si facevano nel contempo custodi e interpreti nel contesto postrisorgimentale (4).

NON SOLO TIPOGRAFIA: INIZIA LA STAMPA DEI CALENDARI (E SARA’ UN SUCCESSO)

Grazie all’esperienza maturata da Pagnoncelli, Gaffuri sapeva bene che per garantire sicurezza economica del neonato stabilimento tipografico, avrebbe dovuto da subito affiancare all’attività editoriale altre attività produttive e commerciali, fra le quali egli individuò la stampa dei calendari: un settore da cui era possibile ottenere commesse sicure e nel quale c’era carenza di offerta da parte dei concorrenti. Questo aspetto si rivelò fondamentale per il futuro professionale dello stesso Gaffuri (5).

Le ragioni principali di questa scelta dipendevano da una concomitanza di fattori. La crisi (6) della tipografia Sonzogni, rilevata da Gaffuri e Gatti, era stata innescata dalla perdita. all’inizio degli anni ’70, di una delle poche commesse sicure: la stampa della modulistica per le amministrazioni locali, fatto che costituì una ghiotta occasione per la tipografia dei F.lli Cattaneo (presente a Bergamo dagli anni ’50 ed ora consociata di “Gaffuri e Gatti”), che portò avanti tale attività diventando uno dei principali fornitori per le amministrazioni locali, dalle quali avevano ottenuto, quasi a condizioni di monopolio, anche la concessione della vendita dei calendari, che acquistavano sul mercato milanese per poi rivenderli nel territorio bergamasco,

Con la nascita della sua tipografia, Gaffuri aveva ottenuto dai consociati la stampa in proprio dei calendari, avvalendosi della litografia (di cui a quei tempi, a Bergamo, era attrezzata solo la tipografia Manighetti-Mariani).

La pubblicazione dei calendari si inseriva nel più ampio contesto della produzione, sia locale che nazionale, anche di almanacchi: un genere di largo consumo e di sicuro successo commerciale, anche grazie alle potenzialità didattico-divulgative insite in questo tipo di prodotti (Pelandi ricorda che il primo campionario di almanacchi eseguiti in litografia dai Gaffuri e Gatti è del 1877).

Alla produzione di calendari ben presto si affiancò la stampa di tappezzerie in carta, stampati per ufficio (block-notes, memorandum, ecc.) e altre tipologie simili, quali diari, ricettari, blocchi a sfoglio, ecc., e in particolare, dal 1878, i libri da messa e di preghiera, tutti prodotti che richiedevano attenzione anche all’aspetto grafico e decorativo.

Ne derivò un successo commerciale assai significativo. Per questo, accanto all’attività editoriale, la produzione tipografica commerciale finì per assumere un ruolo determinante nell’economia dell’azienda, che dal 1879 ebbe il suo primo rappresentante nel vicentino Pietro Robbioni.

L’ESPANSIONE DELL’ATTIVITA’ E IL TRASFERIMENTO DA BERGAMO ALTA A VIA MASONE

L’ampio ventaglio di prodotti rappresentati nel catalogo dell’azienda (cartoni per fotografi, attestati per scuole, assortimento di colli di bottiglie di vini e liquori, etichette e rubriche per cartoleria, sottomani in carta cerata, bordure in oro, chiaroscuro, a colori, a fiori, cartelli, campioni di fatture e cambiali, ecc.) consentì alla “Gaffuri e Gatti” di affermarsi e ampliarsi, tanto da cambiare la sede e trasferirsi da Bergamo alta a via Masone in Bergamo bassa, dove esisteva un vecchio stallazzo fra le case Piccinelli, di fronte all’attuale Palazzo delle Poste.

Casa Piccinelli in via Masone (Raccolta Gaffuri)

Preso in affitto lo stabile, la ditta ottenne che fosse rimesso a nuovo e ricoperto di dipinti a tempera e graffito dal pittore Giuseppe Carnelli, con allegorie rappresentanti le Arti Grafiche. Tale decorazione doveva fare intendere – per usare le parole di Luigi Pelandi – che là dentro l’arte della stampa in colore era coltivata e curata.

Facciata dello stabilimento “Gaffuri e Gatti” in via Masone, con le decorazioni  eseguite nel 1881 dal pittore Giuseppe Carnelli (Raccolta Gaffuri, Biblioteca Civica di Bergamo)

 

Versione in b/n della facciata dello stabilimento “Gaffuri e Gatti” in via Masone (Raccolta Gaffuri, Biblioteca Civica di Bergamo)

 

Particolare della facciata dello stabilimento “Gaffuri e Gatti” in via Masone, dipinta da Giuseppe Carnelli (Raccolta Gaffuri, Biblioteca Civica di Bergamo)

 

Particolare della facciata dello stabilimento “Gaffuri e Gatti” in via Masone, dipinta da Giuseppe Carnelli (Raccolta Gaffuri, Biblioteca Civica di Bergamo)

 

Particolare della facciata dello stabilimento “Gaffuri e Gatti” in via Masone, dipinta da Giuseppe Carnelli (Raccolta Gaffuri, Biblioteca Civica di Bergamo)

L’autore dei dipinti, il pittore Giuseppe Carnelli (1838-1909), era definito da Luigi Pelandi “artista di natura e d’istinto, maestro di ogni tecnica pittorica, tanto che per lui non esisteva alcun segreto né per la tempera, né per l’affresco o per la pittura a olio”. Per almeno sette anni Carnelli eseguì cartelloni, disegni, litografie, coi quali contribuì a fare la fortuna dello Stabilimento. Il pittore risiedette a lungo in via Broseta al numero 27 e pressoché di fronte abitava nei suoi anni giovanili Paolo Gaffuri, amicissimo di Carnelli.

Carnelli Giuseppe autoritratto

Come afferma il Pelandi, agli inizi degli anni ‘60 del Novecento tali decorazioni erano già sparite e stavano sparendo anche quelle della casa vicina, già dei nobili Piccinelli, rappresentanti dei bambini che danzavano o giocavano, eseguiti dal pittore Alberto Maironi. La casa di via Masone, già adibita a tipo-litografia Gaffuri, divenne più tardi la Scuola Tecnica Principe Amedeo Di Savoia (7).

Casa Piccinelli in via Masone (Raccolta Gaffuri, Biblioteca Civica di Bergamo)

Nella nuova sede la “Gaffuri e Gatti” poté finalmente aggiornare i propri impianti: dal 1880 si sviluppò quindi anche il settore cromolitografico.

Oltre alla vasta gamma proposta, a Gaffuri interessava affermarsi attraverso la qualità dei prodotti, sia commerciali che editoriali, che dovevano contemplare anche un fine estetico-educativo.

A questo scopo, accanto a incisori e stampatori tedeschi, egli chiamò a collaborare artisti e illustratori italiani di notevole rilievo, come Gabriele Chiattone e Cesare Tallone (all’epoca direttore dell’Accademia Carrara di Bergamo), o come i pittori bergamaschi Alberto Maironi e Giuseppe Carnelli, l’autore dei dipinti murali della sede di via Masone.

La “Gaffuri e Gatti” diventò così un’azienda all’avanguardia in Italia per la stampa cromolitografica e per il materiale illustrato in genere.

Sono suoi, infatti, i primi cartelloni murali per pubblicità italiani: quelli che pubblicizzano i pianoforti Ricordi e Finzi, i panettoni Bai e le Assicurazioni generali di Venezia. Sono della “Gaffuri e Gatti” anche le cromolitografie per il “Giornale per i bambini” uscito a Roma dal 1881 e diretto da Ferdinando Martini.

Manifesto pubblicitario dei pianoforti Ricordi e Finzi, disegnato da Aleardo Terzi (cromolitografia)

La qualità dell’illustrazione, dunque, divenne un aspetto centrale dell’azienda, tanto da suggerire già nel 1880 a Gaffuri, l’idea di realizzare una rivista illustrata di arte e letteratura, intitolata “La Cartella”, aperta a collaborazioni non legate all’ambito locale: un progetto non realizzato con la “Gaffuri e Gatti”, ma che anticipava idealmente la successiva esperienza di “Emporium”.

Nonostante i successi commerciali, le potenzialità dell’azienda dovettero però scontrarsi con le difficoltà di gestione e la sproporzione tra gli obiettivi che si volevano raggiungere e i mezzi finanziari a disposizione. Il successo commerciale degli inizi aveva infatti portato la “Gaffuri e Gatti” ad ampliare il capitale immobilizzato negli impianti, assumendosi con ciò un notevole impegno debitorio, non coperto dal capitale sociale, tanto che l’eccessiva esposizione finanziaria nel 1882 determinò la crisi dell’azienda.

A dieci anni di distanza dalla fondazione della “Gaffuri e Gatti e cioè nel 1883, i consociati F.lli Cattaneo rilevarono la società, ma, significativamente, mantennero il marchio e il nome dei predecessori come segno di continuità per un’azienda che si era fatta apprezzare sul mercato editoriale e tipografico.

Nacque così la “Fratelli Cattaneo successi Gaffuri e Gatti”, di cui Gaffuri, perduto il ruolo del socio, ne divenne il direttore, mentre – come ricorda Pelandi – Raffaele Gatti ritornò per pochi anni in Fiera, ove aprì una piccola tipografia ed un negozio di libri sulla fronte verso il Sentierone.

In tal modo Gaffuri si svincolava dalle questioni amministrative per potersi concentrare su ciò che più gli stava a cuore già dai tempi di Pagnoncelli: realizzare un vero e proprio progetto editoriale.

Litografi e stampatori dello stabilimento Gaffuri e Gatti con i prodotti del loro lavoro (20 aprile 1890)

Nonostante i fratelli Cattaneo intendessero passare in un futuro la nuova azienda ai nove figli, Gaffuri continuava a perseguire un obiettivo molto ambizioso: quello di svincolare la casa editrice dalla conduzione familiare dei F.lli Cattaneo per fondare una società per azioni anonima, dove i capitali di finanziatori esterni avrebbero consentito progetti di ben più ampio respiro. A tal fine, nel maggio del 1887 Gaffuri, attraverso una lettera-circolare rivolse un appello ai potenziali finanziatori, che conteneva già le premesse progettuali per l’istituzione di quello che, di lì a pochi anni, divenne l’IIAG. L’appello proponeva la costituzione di una società per azioni che, su base finanziaria solida, potesse rilevare l’azienda dei F.lli Cattaneo, dar luogo ad un potenziamento dell’attività tipo-litografica e, contemporaneamente, realizzare un più pieno e razionale uso degli impianti anche attraverso una rinnovata e solida produzione editoriale.

Giardino interno dell’Istituto Italiano d’Arti Grafiche, in via S. Lazzaro (Raccolta Gaffuri, Biblioteca Civica di Bergamo)

 

Giardino interno dell’Istituto Italiano d’Arti Grafiche, in via S. Lazzaro (Raccolta Gaffuri, Biblioteca Civica di Bergamo)

 

Giardino interno dell’Istituto Italiano d’Arti Grafiche, in via S. Lazzaro (Raccolta Gaffuri, Biblioteca Civica di Bergamo)

I F.lli Cattaneo, galvanizzati dal successo commerciale raggiunto e spinti dalla necessità di reggere la concorrenza, continuarono a ingrandire lo stabilimento, investendo una quantità di capitale superiore alle loro reali disponibilità, senza attuare un piano amministrativo che permettesse loro di tener sotto controllo la situazione economica, ma vivendo piuttosto alla giornata. Gaffuri vedeva chiaramente che tale politica societaria era destinata ad entrare in crisi non appena fosse diminuita la disponibilità del capitale finanziario. In pratica, l’azienda si trovava nella stessa situazione che, nel 1882, aveva determinato il passaggio dalla “Gaffuri e Gatti” alla società dei F.lli Cattaneo.

Veduta dalla terrazza dell’Istituto Italiano d’Arti Grafiche, in via S. Lazzaro (Raccolta Gaffuri, Biblioteca Civica di Bergamo)

A favorire la trasformazione della “F.lli Cattaneo successi Gaffuri e Gatti” in Istituto Italiano d’Arti Grafiche fu anche la questione della sede. I F.lli Cattaneo avevano una loro propria sede, e non avevano mai voluto accorpare in un unico stabilimento la loro azienda originaria con la ditta che avevano ereditato dalla “Gaffuri e Gatti”, la cui sede era nel centro di Bergamo.

Via S. Lazzaro, nei pressi dell’Istituto Italiano d’Arti Grafiche (Raccolta Gaffuri, Biblioteca Civica di Bergamo)

Così, quando la “F.lli Cattaneo successi Gaffuri e Gatti”, in fase di espansione, si era trovata nella necessità di trovare una sede più adeguata alle proprie necessità, i Fratelli Cattaneo si erano impegnati finanziariamente per acquistare nuovi locali dove trasportare gli impianti.

La storica sede di via S. Lazzaro dell’Istituto Italiano di Arti Grafiche (Raccolta Gaffuri, Biblioteca Civica di Bergamo)

L’amministratore della F.lli Cattaneo, Augusto Coffetti, era riuscito a trovare uno stabile in via S. Lazzaro, occupato da un setificio bergamasco poi fallito. La nuova sede era spaziosa e conteneva macchine ed attrezzi per le officine di tipografia, litografia, legatoria, verniciatura, con officine di falegnameria e meccanica. Il personale, tra operai, impiegati e “artisti”, comprendeva 350 persone.

La storica sede di via S. Lazzaro dell’Istituto Italiano di Arti Grafiche, in una delle fotografie custodite nell’archivio della società

 

Panorama dall’Istituto Italiano di Arti Grafiche in via S. Lazzaro (Raccolta Gaffuri, Biblioteca Civica di Bergamo)

 

Istituto Italiano d’Arti Grafiche, via S. Lazzaro, 1907. Laboratorio all’aperto in piena luce per i Chimigrafi

 

terrazza fotografica e fotomeccanica dell’Istituto Italiano d’Arti Grafiche. Mancando l’illuminazione elettrica, per molte operazioni si utilizzava la luce del giorno (foto e testo Raccolta Lucchetti)

E così, all’inizio del 1892, “trovato l’edificio, preparato il piano per una metodica suddivisione delle officine, degli ateliers, dei reparti, occorrevano i capitali sufficienti per dar vita al nuovo organismo, all’Istituto Italiano d’Arti Grafiche”. Tuttavia, proprio l’ampliamento aveva determinato ulteriori esposizioni finanziarie da parte dei Cattaneo, che non erano più in grado di sostenere i debiti contratti con le banche.

Il salone macchine tipografiche dell’Istituto (1890-1915)

 

Il reparto di Fotoincisione presso l’Istituto Italiano d’Arti Grafiche

 

Fotoincisori dell’Istituto Italiano d’Arti Grafiche (6 giugno 1913)

Per Gaffuri era giunto il momento per realizzare quel passaggio da azienda familiare a società per azioni già ipotizzato nel 1887. Il primo passo in questa direzione furono i contatti intrattenuti da Gaffuri con Lorenzo Limonta, presidente della Banca popolare di Bergamo, che, dal canto suo, sondò accuratamente le reali possibilità di sviluppo della casa editrice.

L’Istituto Italiano d’Arti Grafiche, via S. Lazzaro

 

Padiglione Arti Grafiche nel 1894 al castello sforzesco durante esposizioni Riunite

Primo tangibile risultato dell’incontro tra i due fu il fatto che venne subito sospesa la domanda di copertura dei crediti precedentemente avanzata dalla Banca popolare ai F.lli Cattaneo e, anzi, fu concessa una cospicua somma per portare a compimento la produzione di calendari e almanacchi, dal momento che la produzione era ormai giunta al milione di copie annue, considerate anche le esportazioni in America Latina.

Interno della legatoria dell’Istituto Italiano d’Arti Grafiche; la preparazione di una strenna per “La Patria degli italiani”, pubblicato a Buenos Aires per più di cinquant’anni (1890-1915) – (Raccolta D. Lucchetti)

Da parte loro, i Cattaneo avrebbero dovuto cedere l’azienda alla futura società qualora l’esercizio commerciale fosse risultato in attivo, come Gaffuri sosteneva. I Cattaneo tentarono in tutti i modi, nei mesi successivi, di evitare di dover cedere l’azienda, ma alla fine dovettero desistere.

Richard Vogel, il “primo stampatore litografo” dell’Istituto Italiano d’Arti Grafiche, festeggiato per il 25° anno d’impiego (giugno 1902)

 

Lo zurighese Paolo Kohberg nella sala di cromatura (22 agosto 1909)

 

Il bavarese Augusto Fentsch, capo della sezione fotomeccanica

 

Gino Amati e Cesare Villa: due maestri di fotografia e di fotocromia, dipendenti dell’Istituto Italiano d’Arti Grafiche (Raccolta Lucchetti)

La costituzione della nuova società, denominata “Istituto italiano d’Arti Grafiche”, divenne ufficiale dal 24 giugno 1893, data del rogito notarile. Tra i fondatori figuravano undici nomi, provenienti dal mondo delle professioni di Bergamo e provincia, anche se i soci effettivamente sottoscrittori del capitale sociale iniziale furono solo cinque; tra i nomi figuravano naturalmente anche quelli di Limonta e Gaffuri, il quale ultimo venne nominato direttore generale. Luigi Caldirola ricoprì la carica di direttore tecnico e Giovanni Cottinelli quella di direttore amministrativo oltre ad esser nominato, poco tempo dopo, anche vicepresidente. Il primo presidente del consiglio d’amministrazione fu lo stesso Limonta, in carica fino alla morte, avvenuta il 15 novembre 1911.

Reparto disegnatori dell’Istituto Italiano d’Arti Grafiche. Come si evince dal nome stesso dell’istituto, intitolato alle Arti grafiche, la principale peculiarità dello stabilimento editoriale fondato a Bergamo nel 1893 fu la poligrafia artistica, nella quale l’IIAG riuscì ad acquisire una posizione d’eccellenza nelle tecniche della riproduzione a stampa (litografia, cromolitografia, fotolitografia, ecc.), potenziando e valorizzando il ruolo dell’illustrazione nelle sue produzioni editoriali, distinguendosi anche per l’attenta e spesso raffinata cura editoriale con cui venivano realizzati libri e riviste (Raccolta D. Lucchetti)

 

Don Clienze Bortolotti, direttore de “L’Eco di Bergamo” dal 1903 al 1925, in visita all’Istituto

Da questo momento iniziava una nuova vicenda per l’istituto editoriale, i cui sviluppi editoriali si intrecciano con l’esperienza della rivista illustrata “Emporium”, stampata a partire dal 1895, che si rivelerà, nel lungo termine, uno strumento efficace di propaganda dell’attività editoriale dell’Istituto. Una prova ulteriore, in tal senso, è costituita dal fatto che, nel 1892, cioè appena un anno prima della fondazione dell’IIAG, l’azienda diretta da Gaffuri aveva assunto la stampa della rivista illustrata “Arte italiana decorativa e industriale” diretta da Camillo Boito.

A partire dal 1895, con Arcangelo Ghisleri Gaffuri ideò e pubblicò presso l’Istituto, la rivista “Emporium”, che riscosse un notevole successo internazionale per la novità dei contenuti, la qualità della veste grafica, l’importanza data alle immagini, la vastità di orizzonti, implicita nel sottotitolo “Rivista mensile illustrata d’arte letteratura scienze e varietà”. La rivista uscì fino al 1964. Negli anni Venti divennero frequenti le copertine d’autore, firmate dal disegnatore; sempre diverse fino ai primi anni Trenta, rifletterono gli stili dell’epoca. Dal 1932 le copertine divennero solo grafico-pittoriche; dal 1937 riportarono fotografie di opere d’arte e dal 1942 non vennero più illustrate ma solo colorate per annata. Parteciparono alla realizzazione delle copertine i più importanti grafici e illustratori italiani: Giovanni Guerrini, Publio Morbiducci, Leonella Nasi, Giulio Cisari, Erberto Carboni, Diego Santambrogio, Giulio Rosso, e soprattutto Ugo Nebbia (sue le copertine di soggetto bellico) e Fortunato Depero

 

Il salone macchine tipografiche dell’Istituto (1890-1915)

 

Uno scatto leggermente diverso, eseguito negli stessi istanti

Del resto, l’attenzione all’aspetto artistico era non solo già stata posta pubblicamente con la qualità grafica di moltissimi prodotti della “Gaffuri e Gatti” prima e della “F.lli Cattaneo successi Gaffuri e Gatti” poi, ma reso evidente anche in termini visivi sulla facciata della vecchia sede di via Masone, decorata appositamente per mettere in evidenza proprio le “Arti grafiche”. Ricorda Luigi Pelandi che al nuovo, complesso organismo, quando dovette assumere l’aspetto commerciale di un’azienda “anonima”, fu dato il nome di “Istituto”, perché le istituzione delle “Arti Grafiche” vi dovevano trovare costante asilo, inserendo il beneficio commerciale e industriale su di un costante progresso tecnico di tutti i rami coltivati. Quello che altrove sarebbe stato superfluo, qui fu sentito indispensabile.

Istituto Italiano d’Arti Grafiche

Gaffuri diresse l’istituto fino al 1910. Raccolse una collezione, dispersa tra l’Accademia di Brera, la sede milanese del Touring Club Italiano e la Biblioteca Angelo Mai, che “deve essere considerata come una fonte importante, e in larga parte inesplorata, di informazioni sull’editoria popolare” (8).

La regina Margherita in visita all’Istituto Italiano d’Arti Grafiche nel 1906 (Raccolta Gaffuri, Biblioteca Civica di Bergamo)

 

1913: visita del re Vittorio Emanuele III all’Istituto Italiano d’Arti Grafiche. Questa fotografia, probabilmente eseguita da Cesare Villa, fu consegnata al re prima che lasciasse l’Istituto. Data l’epoca – scrive Lucchetti – il fatto è da ritenersi eccezionale (Raccolta di cartoline  D. Lucchetti)

 

Il re Vittorio Emanuele III in visita all’Istituto Italiano d’Arti Grafiche (1913)

 

Due ali di folla, con bandiere, applausi e grida di “Viva il re”, al passaggio a Porta Nuova del corteo con l’auto – scortata dai carabinieri in bicicletta – con Vittorio Emanuele III in visita alla città  il 23 settembre 1913. In quell’occasione, il re presenziò anche all’inaugurazione del monumento a Cavour; alla posa della prima pietra dell’lstituto Tecnico in foro Boario e alla Cappella Colleoni, quando egli domandò: “in quale sarcofago è il corpo del condottiero? Nessuno gli seppe rispondere e nacque cosi il dilemma del cadavere scomparso, avallato da una sommaria ispezione (da “Fotografi pionieri a Bergamo” di Domenico Lucchetti. Foto di Don Giuseppe Locatelli  

Nonostante i brillanti successi in termini culturali e in seguito a rilevanti cambiamenti nella gestione della società, nel 1915 Gaffuri venne licenziato dalla società da lui stesso creata, sostituito da Ezio Sangiovanni. Grande fu il suo rammarico: “Sortirò dall’azienda che ho creata, povero, cacciato con le forme più odiose […] espulso come un ingombro, perseguitato […] poi sarà quel che sarà per me e per l’Istituto”, scriveva con amarezza il 25 febbraio di quello stesso anno ad Arcangelo Ghisleri.

Foto ricordo degli impiegati a Paolo Gaffuri (26 giugno 1915)

 

L’uscita dei lavoratori per la pausa pranzo

Bergamo, a riconoscenza delle sue grandi capacità imprenditoriali e editoriali che portarono la cittadina al centro dell’editoria lombarda, gli intitolò una via nel quartiere di Loreto. La morte lo colse nel 1931 e la casa natale lo ricorda in un’epigrafe.

NOTE

(1) Luigi Pelandi, “Attraverso le vie di Bergamo scomparsa. III. Il Borgo S. Leonardo”. Banca Popolare di Bergamo. Co-Editore: Edizioni Bolis. Bergamo, 1965 (Collana di studi bergamaschi).

(2) Come spesso accadeva a quei tempi, accanto all’attività tipografica e ad una propria attività editoriale, per tenere in vita l’azienda, soggetta alla dura concorrenza del mercato locale, la Pagnoncelli sviluppava anche quella del commercio librario. Ma tra il 1868 e il 1871, gli editori Pagnoncelli e Bolis si contesero la stampa dei quotidiani locali e la relativa concessione degli Atti giudiziari. Contenzioso che finì per indebolire entrambi gli editori e indusse Gaffuri a cercare prospettive più sicure per il proprio futuro (Anna Martinucci. Università degli studi di Milano, “Le origini dell’Istituto italiano d’arti grafiche: per un’illustrazione di qualità”).

(3) Luigi Pelandi scrive che dopo l’acquisizione della tipografia Sonzogni, “La società Gaffuri e Gatti prese in affitto otto botteghe in Fiera dal signor Marco Spinelli. Esse vennero subito adattate ad uso officina ed ivi collocati i banchi di tipografia, il materiale ed i torchi già Sonzogni. In altra tresenda, e precisamente di faccia all’Intendenza di Finanza, era venuta ad installarsi una piccola tipografia per la stampa della “Provincia Gazzetta di Bergamo”, amministrata da Licurgo Spinelli, un buon patriota, ma catttivo amministratore. Il dottor Felice Alborghetti, direttore e comproprietario del giornale, propose ed ottenne dalla nuova società la gestione e la stampa del periodico; infatti il 1° gennaio del 1874 il giornale porta il nome della Stamperia Gaffuri e Gatti” (Luigi Pelandi, “Attraverso le vie di Bergamo scomparsa. II. La strada Ferdinandea”. Banca Popolare di Bergamo. Co-Editore: Edizioni Bolis. Bergamo, 1963. Collana di studi bergamaschi).

(4) Tra i titoli di questi primi anni si possono ricordare: Pasino Locatelli, I casi di Bernardo Strozzi: pittore genovese, 1875, appartenente alla collana “Nuova collezione di novellieri contemporanei”; Antonio Tiraboschi, Usi pasquali nel Bergamasco, 1878; Emile Zola, Il Capitano Burle, prima traduzione italiana di Augusto Barattani, 1881; Elia Zerbini, Angelo Mai e Giacomo Leopardi, 1882. Tra i testi stampati nel catalogo “Gaffuri e Gatti” figurano anche pubblicazioni d’occasione, come il volume del 1875 dedicato a Gaetano Donizetti e Johann Simon Mayr, tipiche glorie culturali locali da valorizzare nel contesto nazionale (Anna Martinucci. Università degli studi di Milano, “Le origini dell’Istituto italiano d’arti grafiche: per un’illustrazione di qualità”).

(5) Pelandi ricorda che “ad incisore litografico della nuova sociatà era stato assunto un recluso delle carceri di S. Francesco, certo Dolfin, condannato per fabbricazione di biglietti falsi. Abilissimo disegnatore, il recluso fece scuola al primo gruppo di incisori bergamaschi, i quali ben presto diedero prove di buon gusto e di padronanza del nuovo sistema di riproduzione, tanto che dai calendari a semplici ornamenti si passò ben presto a quelli a figura ed a composizione” (Luigi Pelandi, Attraverso le vie di Bergamo scomparsa. II. La strada Ferdinandea”. Op. Cit.).

(6) La vita precaria delle tipografie locali era caratterizzata da un’alternanza di passaggi, scanditi da cessione ad altri tipografi o da successioni ereditarie. Prima di diventare “Gaffuri e Gatti”, la tipografia Sonzogni aveva attraversato varie fasi: nata nel 1804 come tipografia di Ignazio Duci, questi l’aveva ceduta a Luigi Sonzogni, al quale era succeduta la figlia Angela sposata Salvi. Per il sostanziale disinteresse del marito di quest’ultima (Domenico Salvi detto “Fidelì”, specifica Luigi Pelandi) e per incapacità organizzativa, la tipografia Sonzogni aveva perso, all’inizio degli anni ’70, una delle poche commesse sicure: la stampa della modulistica per le amministrazioni locali, attività svolta già durante la dominazione austriaca. La stampa della modulistica venne immediatamente colta come occasione di lavoro dalla tipografia di Pietro Cattaneo, presente a Bergamo dagli anni ’50, che pubblicava un giornale locale per conto di Pagnoncelli (Anna Martinucci. Università degli studi di Milano, “Le origini dell’Istituto italiano d’arti grafiche: per un’illustrazione di qualità”).

(7) Luigi Pelandi, “Attraverso le vie di Bergamo scomparsa. II. La strada Ferdinandea”. Op. Cit.).

(8) Edoardo Barbieri, Francesco Novati e l’editoria popolare, in Produzione e circolazione del libro a Brescia tra Quattro e Cinquecento. Atti della seconda Giornata di studi: ” Libri e lettori a Brescia tra Medioevo ed età moderna”, Brescia, Università Cattolica del Sacro Cuore, 4 marzo 2004, a cura di Valentina Grohovaz, Milano, Vita e Pensiero, 2006, p. 146.

Da: Anna Martinucci. Università degli studi di Milano, Le origini dell’Istituto italiano d’arti grafiche: per un’illustrazione di qualità.

Le sale cinematografiche di Bergamo e la loro storia

Come abbiamo già visto qui, nell’agosto del 1896, durante il periodo della festa patronale e a pochi mesi dalla scoperta dei fratelli Lumière, anche a Bergamo comparve per la prima volta il cinematografo, allestito sotto una tenda, fra le tante sistemate ai lati della Fiera.

Il baraccone del “Cinematografo Moderno”, che agli inizi del Novecento ospitava le prime proiezioni “stupefacenti” in Piazza Baroni, presso l’antica Fiera di Bergamo. Il primo Cinematografo comparso a Bergamo il 25 agosto 1896 consisteva in una tenda, alcune panche in legno, un proiettore Lumière di legno con una manovella cigolante e un lenzuolo sulla parete di fondo. La scoperta dei fratelli Lumière fu un fenomeno “primario” della belle époque (Domenico Lucchetti, Fotografi pionieri a Bergamo. Foto di Aristide Dragoni)

Dalla pellicola si effondevano su di un lenzuolo le immagini tremule e sfuocate delle ”fotografie in movimento”, suscitando grande entusiasmo per “l’ultima meraviglia del secolo”.

Tipi di visitatori alla Fiera

Nei primi anni del Novecento, nel cuore della belle époque, il cinematografo cominciò a uscire dagli spazi provvisori della Fiera e ad entrare nei teatri popolari cittadini, seppur associato al varietà, al cabaret e al music-hall: al Givoli di Piazza Baroni, al Politeama Novelli sul viale della stazione per poi approdare nel tempio dei melomani, il “Donizetti”, dove suscitò grave disapprovazione fra i benpensanti. E poi al Nuovo appena inaugurato, dove il vulcanico impresario Pilade Frattini diede al cinema una patente di nobiltà. A proiettare film erano gli impresari-nomadi che giravano le città con confortevoli carrozzoni, pronti a montare e a smontare in teatro i loro impianti. Nel 1908, la progressiva decadenza della Fiera, sempre più malfamata e fatiscente, portò il cinema anche al Sociale e al Rubini, per poi approdare allo scomparso bar Concordia, sul viale della Stazione, fino al primo locale permanente della città appositamente adibito agli spettacoli cinematografici: il “Cinema-salone Radium”, un baraccone tipo saloon da film western, sorto nel 1909 di fronte al boschetto di Santa Marta, avvolto in un’atmosfera da pionieri. Se nel frattempo la qualità delle proiezioni e il livello delle programmazioni erano in costante miglioramento, per i tipici spettacoli popolari come il circo, l’opera, il teatro leggero ed ogni forma di spettacolo di piazza, si avviava un lento ma inesorabile processo di decadenza.

Il Cinema Salone Radium era sorto nel 1909 di fronte al boschetto di Santa Marta, sul Sentierone (nella foto)

Di lì a poco, al Radium – destinato a vita breve – si affiancarono altre due sale cinematografiche: l’Universale, in via Torquato Tasso, e il Cinema Orobico, in piazza Santo Spirito (inaugurato il 23 luglio 1910) e, dagli anni Venti, oltre ai teatri votati al cinema (lo stesso Donizetti, il Nuovo, il Sociale, il Rubini e l’Augusteo in Borgo Palazzo), sorsero altre sale cinematografiche, molte delle quali accompagnarono per decenni i nostri sogni.

Nel frattempo le produzioni si allontanavano dal documentarismo (un fenomeno tipico degli inizi) e arrivavano i primi kolossal: da Quo Vadis? (1913) a Cabiria (1914). Nasceva così anche il divismo, quello dei grandi protagonisti del cimema “muto” e, dagli anni Trenta, del sonoro.

L’APERTURA DI NUOVE SALE NEGLI GLI ANNI VENTI  

Negli anni Venti sorsero in città ben nove sale cinematografiche, la maggior parte delle quali ebbe lunga vita: il Sant’Orsola nell’omonima via (divenuta poi la “via dei cinema”); l’Acquarium in via Verdi (chiamato il “cinema dai mille nomi”, l’ultimo dei quali fu Ritz); il Centrale, aperto nella vecchia Fiera e riconfermato nei locali del nuovo centro (quadriportico del Sentierone); il Diana, in via Borfuro; il Vittoria (ex Cinema Orobico) in piazzetta Santo Spirito; l’Olympia in via Torquato Tasso (futuro Capitol); una sala chiamata “I topi grigi” in via Moroni e il “Roncalina” vicino all’Accademia Carrara (entrambi dalla vita breve); infine, l’Odeon in via Sant’Orsola (futuro Quill).

Il Sant’Orsola (che aveva preso il posto del Cinema Roma e che più tardi si trasformò in Delle Arti) era sorto sulle ceneri di un magazzino per il cappellificio dei fratelli Moratti ed era stato inaugurato nel 1926. Era un locale lungo e stretto, più simile a un corridoio che ad una sala cinematografica. Ed era una sala decisamente popolare, tanto da essere soprannominata ol piogì – nel senso di pidocchio – perché si presumeva vi fosse poca pulizia fra i frequentatori. In realtà c’era sempre tanfo e lo schermo era ingiallito dal fumo delle sigarette.

Negli anni Trenta offriva due film (di Terza o Quarta visione) al prezzo di uno (un’usanza durata a lungo) e faceva “proiezioni speciali” mattutine, affollate di studenti che marinavano la scuola. L’edificio che lo ospitava non esiste più.

Inaugurato nel 1926, il Cinema Sant’Orsola, nella via omonima, aveva preso il posto del Cinema Roma e più tardi si trasformò in Delle Arti. L’edificio che lo ospitava non esiste più

L’Acquarium, in via Verdi, il cinema noto anche come quello dei “mille nomi”, divenne in seguito Verdi, poi Mignon, poi Ritz-Cinema d’essai ed infine infimo locale a luci rosse.

L’Acquarium era sorto nel 1921 nella palazzina di via Verdi, sulle ceneri della tipografia Isnenghi. La palazzina è sempre stata la stessa dopo che Edoardo Isnenghi l’aveva fatta trasformare in cinematografo.

Annotava Ermanno Comuzio che “sia Edoardo Isnenghi sia il figlio erano patiti di pesci e della pesca per cui, lungo tutto il corridoio del nuovo cinema che dall’ingresso portava alla platea, avevano fatto sistemare delle vasche popolate di pesci, illuminate di luce verde artificiale, a formare un fantastico acquario. Di qui il nome originale del locale”. Ma se da un lato le vasche dell’Acquarium caratterizzavano il locale ed attiravano il pubblico, l’impianto, con una fauna ittica molto casalinga, consumava acqua e soldi, spesa extra per il povero gestore del cinematografo, Guido De Poli”. Questi, “seguendo i voleri di Edoardo Isnenghi, che era sentimentalmente attaccato al ‘muto’, cercò di tenere duro con i film muti finché poté, utilizzando orchestrine in sala; ma poi, buon ultimo, dovette cedere alla nuova tecnologia del sonoro. Resse comunque poco, perché nel 1935 lasciò la direzione del cinematografo”.

L’Acquarium era comunque, per lo più, un cinematografo squisitamente popolare, sia per la programmazione di ampia attrattiva, sia per la modicità dei prezzi d’ingresso.

Prima di ospitare una sala cinematografica, la palazzina di via Verdi, ospitò Ia tipografia Isnenghi (dove si stampava anche la “Gazzetta Provinciale” diretta da Giovanni Banfi), poi trasformata in Cinema Acquarium e successivamente in Verdi (così si chiamava alla fine degli anni Trenta), poi Mignon, poi Ritz-Cinema d’essai ed infine infimo locale a luci rosse 

Il Centrale, nato sulle ceneri del Caffè Centrale, aperto nella vecchia Fiera, venne inaugurato il 15 agosto 1914. Era una sala in stile floreale, divisa in tre parti da colonnati con cariatidi, la volta decorata da stucchi e pitture, un loggiato sullo sfondo e il palcoscenico affiancato da due piccoli palchetti. La denominazione sopravvisse, all’angolo del Quadriportico del Sentierone, più o meno nella stessa posizione del precedente.

Alla vecchia Fiera, in primo piano è visibile il Caffè Nazionale, immediatamente seguito dal Caffè Centrale. E fu proprio sulle ceneri di quest’ultimo che nacque il Cinema Centrale, la cui denominazione sopravvisse nel nuovo centro progettato da Piacentini, all’angolo del Quadriportico del Sentierone, dove la nuova sala fu realizzata nella medesima posizione della precedente

 

Inserzioni pubblicitarie alla Fiera di Bergamo del 1920

 

Il Cinema Centrale, nei locali del nuovo centro piacentiniano, prima della ristrutturazione effettuata nei primi anni Cinquanta. Il Cinema aveva preso il posto del primitivo Centrale, che era sorto nei locali della vecchia Fiera, iniziando  le proiezioni il 15 agosto 1914 (per gentile concessione della signora Antonella Ripamonti)

Il nuovo cinematografo, aperto nel centro piacentiniano, era sorto per iniziativa del cavaliere di Gran Croce Lamberto Sala, titolare di una fiorente impresa di trasporti, che chiamò a dirigere il locale un suo dipendente, Giulio Consonno (che più tardi rileverà il Teatro Nuovo ed edificherà il Teatro Duse).

Il Centrale, particolarmente attento al fenomeno del ‘divismo’(da Francesca Bertini a Lyda Borelli e Pina Menichelli), diventò subito un locale molto frequentato, potremmo dire preferito: moderno ed elegante, vi si davano spettacoli di richiamo.

Il pianino che singhiozzava nel buio ben presto non bastò più per un locale di tali ambizioni; e i film cominciarono a essere accompagnati da una orchestra stabile formata da un piano, un violino (suonato dal signor Marigliani), un violoncello (suonato dal signor Tiraboschi, che poi fondò la Bottega della musica) e da un contrabbasso. I musicanti non si accontentavano di improvvisare, ma vedevano scrupolosamente il film prima del pubblico e insieme facevano delle piccole prove. L’effetto era davvero accattivante (1). Il Centrale venne restaurato nei primi anni Cinquanta.

Il Diana, in via Borfuro, uno dei più antichi della città, è stato tra quelli che a Bergamo hanno fatto la storia.

Da una guida del 1927

Era una sala non grande, di forma quadrata, in precedenza usata come magazzino-deposito di macchinari e apparecchiature da una casa tedesca. Venne inaugurato il 27 agosto 1922, con il film di Rex Ingram I Quattro cavalieri dell’Apocalisse interpretato da Rodolfo Valentino, un grande successo dell’epoca.

Scorcio di via Borfuro

Portato avanti con grande passione e intelligenza dall’ing. Arturo Scanzi, che ne era il proprietario, il Diana conobbe epoche di splendore (fu il primo, tra l’altro, a presentare il primo film sonoro-parlato e il primo film sonorizzato col sistema Movietone). Venne rinnovato negli anni Trenta e negli anni Sessanta e nel Dopoguerra divenne “Grande cinema Diana”.

Tesserini del Diana, gestito dall’E.C.I. Il primo rilasciato dal rag. Ripamonti e il secondo dall’ing Scanzi, proprietario del locale

 

La famiglia Scanzi al completo, con l’ing. Arturo Scanzi, la moglie Maria Paganoni e i figli Marialuisa (nata nel 1920) e Claudio. Sin dalla sua apertura, nel 1922, Scanzi  detenne la proprietà del Cinema Diana, le cui locandine per un certo periodo rivestirono interamente la facciata del palazzo che ospitava il Teatro Duse, gestito (o diretto) dallo stesso Scanzi, che vi risiedeva. Uomo poliedrico ed estremamente attivo, fu anche costruttore e dopo la guerra aprì una libreria (Foto A. Taramelli. Per gentile concessione di Antonella Ripamonti)

 

Per un certo periodo, le locandine del Cinema Diana rivestirono interamente la facciata del palazzo che ospitava il Teatro Duse, gestito (o diretto) dall’ing. Arturo Scanzi, proprietario del Cinema Diana. La pubblicità dei film programmati al Diana, in fotografia, risale al 1949

Il Vittoria, nato dalla trasformazione della bottega di un sellaio, in piazza Santo Spirito era sorto il 23 luglio 1910 (2) col nome di Cinema Orobico e fu definitivamente chiuso nel 1927 (3). La piccola sala era sorta per iniziativa dell’avvocato Sebastiano Carnazzi (vicedirettore della Banca Popolare) e del notaio Renzo Carnazzi, che affidò la gestione del locale al figlio Nino (futuro famoso avvocato).

In piazzetta Santo Spirito sorgeva il cinematografo Vittoria (ex Cinema Orobico). Divenne in breve il ritrovo principale della città in quanto le case distributrici, per spezzare il monopolio de facto del Centrale, cominciarono a offrire al Vittoria i film più importanti (che si fregiavano dei nomi di maggior richiamo come Gustavo Serena, Leda Gys, Lyda Borelli, Alberto Collo, ecc.). Ogni film aveva era accompagnato da un’orchestrina, cui a volte si aggiungeva il canto (ne “La canzone del cuore”, si vedeva un tenore cantare alcune romanze; un cantante nascosto interpretava i vari pezzi in sincronismo con i movimenti del tenore sullo schermo, suscitando un’enorme impressione

L’Olympia (futuro Capitol), era nato nel 1921 in via Torquato Tasso, ancora per iniziativa dell’avvocato Sebastiano Carnazzi e del notaio Renzo Carnazzi, affiancati da un socio, un certo Rossi, industriale della cera. Aveva l’esclusiva di importanti case americane (es. Fox e United Artists). Definito dai proprietari “il locale più signorile e famigliare della città”, disponeva di mille posti a sedere, un bel palcoscenico, un gruppo elettrogeno autonomo a petrolio e porte di sicurezza. In certe occasioni accoglieva anche spettacoli di varietà e persino opere liriche, preferibilmente del Settecento. Agiva un’orchestra fissa di sette elementi che, quando non suonava per il teatro, accompagnava la proiezione dei film. Fra gli ospiti di richiamo del teatro ci fu Anna Fougez, la splendente vedette del varietà, che però si esibì solo pochi giorni perché il primo dicembre 1923 il crollo della diga del Gleno bloccò tutti gli spettacoli.

Ceduto nel 1931 al Gruppo Leoni, l’Olympia divenne Cinema Italia, e solo in seguito Studio Capitol.

Il Cinema Italia, in via Torquato Tasso, nacque come Olympia nel 1921 per divenire Italia nel 1931 e successivamente Studio Capitol

Un cinema senza nome, chiamato dalla gente “I topi grigi” aveva aperto i battenti nel 1926 in via Giovambattista Moroni. Era così nominato perché per mesi vi si proiettarono i film dell’omonima serie interpretati da Emilio Ghigne detto “Za la Mort”. La sala ebbe vita breve.

Il Cinematografo Roncalina, dal nome del proprietario, il cavalier Lino Roncalli, era stato aperto nei primi anni Venti. Era una piccola sala vicino all’Accademia Carrara e allo skating, la pista di pattinaggio a rotelle del tempo. Anche questa ebbe vita piuttosto breve.

Il sabato e la domenica alla Roncalina di via San Tomaso si rappresentavano anche scassatissimi spettacoli di varietà. Il Roncalli aveva impiantato il suo locale per investire il primo premio vinto a una lotteria nazionale e tra il 1925 e il 1926 lanciò in via San Tomaso un supermercato ante litteram, dove si vendeva letteralmente di tutto (persino automobili)

Il Cinema Odeon (più tardi trasformato in Quill) fu inaugurato il 16 novembre 1931 con un film musicale, Amore gitano, interpretato da un famoso baritono americano, Lawrence Tibbet, una gran voce, potente e virtuosa.

Il Cinema Odeon in via Sant’Orsola (futuro Cinema Quill)

Il raffinato e spazioso locale, di cui si scriveva fosse la sala cinematografica più elegante e à la page di Bergamo, era dotato di una cupola apribile per permettere il ricambio dell’aria (non dimentichiamo che nei cinema fu a lungo permesso fumare). Alla fine delle proiezioni sullo schermo si chiudeva un velario, come a teatro.

Vi venivano proiettati solo film di prima visione: tutti quelli americani, compresi i primi film a colori, le comiche di Stanlio e Ollio, Greta Garbo, Shirley Temple, le dive platinate fasciate negli abiti di lamé, gli eroi dell’epopea del West e tutto ciò che, arrivato da Hollywood, contribuì a creare il “sogno americano”.

Negli ultimi anni Venti (quelli degli ultimi colossi del muto), Ben Hur fece fare lunghissime code a centinaia di spettatori impazienti soprattutto di vedere la corsa delle bighe (peraltro presa di sana pianta dalla Messalina opera girata da Guzzoni nel 1923).

SUL FINIRE DEGLI ANNI TRENTA, L’ARRIVO DEL SONORO

Negli anni Trenta il cinema a Bergamo era lo spettacolo più seguito e in centro funzionavano regolarmente sei sale: il Diana in via Borfuro, l’Olympia in via T. Tasso (futuro Capitol), il Sant’Orsola nella via omonima, il Giuseppe Verdi nella via omonima (ex Acquarium e futuro Ritz), il Centrale sul Sentierone, l’Odeon in via Sant’Orsola (futuro Quill). Tra le sale rionali invece, il cine-teatro Augusteo, in via Anghinelli, Borgo Palazzo.

Le sale del centro aprivano tutti i giorni alle 14.30 e c’era la possibilità di accedervi in qualsiasi momento (una cattiva abitudine durata a lungo). I posti a sedere più comodi erano in fondo alla sala, dove la visione era più nitida; a metà stavano i secondi mentre i terzi avevano scomode seggiole collocate proprio davanti allo schermo (4).

Finalmente, dopo gli ultimi film del muto (Greta Garbo in Anna Karenina e Rodolfo Valentino nei panni del Figlio dello sceicco), verso la fine degli anni Venti vi fu anche a Bergamo l’esordio del cinema sonoro, allora chiamato ‘cinematografo parlato e cantato.

Secondo un vecchio articolo rinvenuto dalla scrivente, sicuramente tratto da un quotidiano locale (non datato, a firma f. col.), il primo film sonoro-parlato venne presentato al Diana nel 1929: Il cantante di jazz con Al Jolson, realizzato col sistema di registrazione su dischi Vitaphone (produzione Warner Bros del 1927); e fu ancora sullo schermo del Diana che apparve il primo film sonorizzato col sistema Movietone (registrazione del suono sulla pellicola stessa, ancora in uso per tutti gli anni Sessanta), Le luci di New York.

Il Diana negli anni Trenta  divenne un cinema popolare, molto frequentato; vi si proiettava il “doppio programma”, cioè due film di cui uno solitamente era un western (allora chiamati sciopetì), seguiti quasi sempre dalla “comica finale” (con Ridolini, Harold Lloyd, Chaplin).

Il Cinema Diana, in via Borfuro, nel 1969. La gestione del Diana dalla fine degli anni Sessanta passò all’ECI (Esercizi Cinematografici Italiani), sino alla definitiva chiusura nel 1977. La consorte dell’ingegner Scanzi, Maria Paganoni, essendo fervente cattolica e molto vicina ai Padri Domenicani non voleva che il Cinema Diana funzionasse il venerdì Santo e fece in modo che per quel giorno restasse sempre chiuso per permettere anche al personale di seguire le funzioni religiose (da una conversazione con la signora Antonella Ripamonti)

Il 3 ottobre 1930 davanti al Sant’Orsola c’era la coda per assistere alla proiezione di Vendetta d’Oriente, la prima produzione sonora della grande casa Metro Goldwin Mayer, in pubblicità presentato come “vero primo film sonoro”. La sonorizzazione fu molto apprezzata, grazie anche alla resa perfetta data dagli impianti Eufon (5).

Invece, il primo film sonoro di produzione e regia italiane distribuito nelle sale (La canzone dell’amore) a Bergamo fu proiettato il 7 dicembre successivo al Cinema Italia (futuro Capitol); il film meritò un articolo entusiasta su “La Voce di Bergamo”, nonostante inizialmente fosse osteggiato da una certa critica, che temeva il declino del teatro.

Cinema Italia, in via Torquato Tasso (futuro Capitol)

Con l’avvento del sonoro in città (in provincia arrivò molto più tardi), il cinema era ormai inarrestabile e nel giro di un anno tutti gli spettatori ne furono totalmente conquistati: all’inizio sembrava una magia, il pubblico non si capacitava di come quei personaggi potessero parlare o cantare come nella vita vera; c’era addirittura chi pensava che dietro lo schermo ci fossero attori a dare le voci.

Ermanno Comuzio annotava che specialmente nelle valli, il pubblico aveva l’abitudine di leggere in coro le didascalie pronunciandole ad alta voce e producendo effetti esilaranti; quando il pubblico non faceva in tempo a leggerle, le proteste costringevano a volte gli operatori a far tornare indietro la pellicola. In alcuni paesi della Valle Seriana, più di un locale istituì addirittura una signorina che leggesse le didascalie ad alta voce, mentre tutti gli altri dovevano osservare un religioso silenzio.

Tra i film di quegli anni – in cui furoreggiava Shirley Temple, la bambina dai riccioli d’oro – si ricordano in particolare quelli con Greta Garbo (Grand Hotel e Mata Hari), l’avventuroso L’isola del tesoro, King Kong (il primo film “fantascientifico”), Io sono un evaso, film americano molto realista.

Negli anni Trenta fu effettuato anche fu il primo esperimento di film stereoscopico, da guardare con occhiali rossi e verdi. La trovata suscitò scalpore ma poi non ebbe seguito.

Dopo il sonoro arrivò il colore. Scontato il successo de Il sentiero del pino solitario, con una lunga serie di “esterni”.

GLI ANNI DEL DOPOGUERRA

Fu subito dopo la seconda guerra mondiale che a Bergamo si cominciò a fare scorpacciate di film: nel 1947, nelle nove sale cittadine (quasi tutte dipendenti da direzioni di Milano) la media giornaliera di spettatori era su cifre alte, malgrado l’handicap – anche nell’immediato dopoguerra – dell’energia elettrica, che quando mancava costringeva a sospendere lo spettacolo (tranne al Diana, che trovò modo di funzionare con energia propria mediante l’installazione di gruppi elettrogeni che fornivano la necessaria energia alla cabina di proiezione).

Nel giugno del 1945 all’Odeon arrivò, sulla jeep degli Alleati, il primo, attesissimo film americano, Serenata a Vallechiara con la campionessa di pattinaggio Sonja Henie e l’indimenticabile motivo di Chattanooga-Choo-Choo eseguito dall’orchestra di Glenn Miller.

L’Odeon tentò poi di sopravvivere trasformandosi in Quill, ma non riuscì a evitare di finire nella strage dei cinema.

L’interno del Cinema Odeon

Fu proprio in questi anni che Il Diana modificò il nome in “Grande cinema Diana”, gareggiando con l’Odeon nella presentazione di ghiotte “prime visioni”. Nel gennaio del ‘47 diede fiato alle trombe per presentare Il figlio dello sceicco, l’ultimo film di Rodolfo Valentino, con una grande novità a vent’anni dalla morte dell’idolatrato attore: “Valentino parla! Gli hanno dato una voce calda, carezzevole, quale si addice a chi ama con temperamento virile, proprio della gente del Sud”. Il 27 febbraio successivo proiettò in prima visione Da quando te ne andasti, presentato, con manifesti ovunque, come “il gigante della cinematografia mondiale”, anche grazie ai sette assi hollywoodiani, Claudette Colbert, Jennifer Jones, Joseph Cotten, Shirley Temple, Marty Wooley, Lionel Barrymore e Robert Walzer (6). Altri “filmoni”, sempre al Diana, Figlio figlio mio! con Brian Aherne, Sangue e arena e Jess il bandito con Tyrone Power. Faceva pubblicità addirittura sulla rete nazionale della radio.

Il locale, rinnovato una prima volta nel 1937, venne rimesso completamente a nuovo nel 1963. Ma non riuscì a evitare la chiusura, avvenuta il 23 luglio 1979.

Cinema Diana via Borfuro (1949). La locandina in primo piano a destra è del film “Il bacio di una morta” del 1949. Inaugurato il 27 agosto 1922 – tra i cinema più antichi della città -, il Diana venne rinnovato 1937 e nel 1963, divenendo nell’immediato Dopoguerra “Grande cinema Diana”. Chiuse i battenti il 23 luglio 1979

Le cronache ricordano in particolare un primo storico “pienone” di pubblico nel 1947 con Prigionieri del passato, film strappalacrime con Ronald Colman e Greer Garson; l’anno seguente fu la volta di Delitti senza castigo; tale e tanta la folla, che fracassò le vetrine del Cinema Centrale.

L’atrio del Cinema Centrale prima della ristrutturazione dei primi anni Cinquanta (per gentile concessione della signora Antonella Ripamonti)

Le sale di Bergamo sul finire degli anni Quaranta erano indecorose, trascurate ed esageratamente affollate; l’areazione era insufficiente, le poltrone scomode e sgangherate. Erano contenitori senza stile, con le pareti screpolate. L’illuminazione era antiquata e gli impianti di legno, scricchiolanti ed antigienici. Lontane anni luce, insomma, dall’eleganza dell’Arlecchino di Milano o dalla raffinatezza del Fiamma di Roma.

Si salvavano solo il Nuovo e il Duse, che essendo più teatri che cinematografi, avevano le diverse esigenze dell’opera, dell’operetta, della rivista e della prosa (7).

LE SALE CINEMATOGRAFICHE NEI FAVOLOSI ANNI CINQUANTA

Fino a tutti gli anni Sessanta il cinema è stato a Bergamo lo spettacolo principe, il più diffuso e popolare; spesso agli ingressi si formavano le code, specialmente il sabato e la domenica invernali, e non di rado bisognava assistere a tutta la proiezione di un film restando in piedi.

Nel 1951 Il Giuseppe Verdi (ex Acquarium e futuro Ritz) mise a segno il “colpo del secolo”: presentò in grande pompa, bagnando il naso a tutti i concorrenti, il capolavoro cinematografico del Novecento “Via col vento”. Il film in America era uscito nel 1939, ma in Italia era stato tenuto in naftalina a causa degli eventi bellici, e per la prima volta si dovette prenotare il posto al cinema

Il pubblico frequentava numeroso le sale anche nei pomeriggi dei giorni feriali: si trattava soprattutto di studenti (per i quali il Sant’Orsola offriva spettacoli anche al mattino), turnisti in attesa dell’orario di lavoro, disoccupati, buontemponi, signore e signorine e – a metà prezzo – militari e ragazzi.

Sopra la cassa campeggiavano le scritte luminose che annunciavano il primo tempo, l’intervallo, il secondo tempo e l’attualità” (cinegiornale e i provini delle prossime programmazioni).

Al cinema c’è stato a lungo il rito del cinegiornale, proiettato prima del film in programma. Dapprima il Luce (“L’unione Cinematografica Educativa”), fatta nascere dal fascismo nel 1924 con il compito di realizzare cinegiornali che diffondessero al pubblico che frequentava i cinematografi notizie educative e propaganda politica. Dopo il Luce arrivò la Settimana Incom e poi il Cinemondo. Abbandonata la pura informazione, i cinegiornali passarono a uno stile rotocalco (il futuro gossip) ed infine a un umorismo un po’ retorico, e mai volgare. Oggi i cinegiornali di quel tempo hanno un valore storico e sociale enorme

E quando ormai stava nascendo la tivù (gennaio del 1954), il cinema le studiò tutte per scongiurare il pericolo; ed ecco il cinerama (con lo schermo ingrandito anche più di dieci volte), l’esperimento del 3D, il cinema a tre dimensioni (con speciali occhialini distribuiti alla cassa), diavolerie come il cinema odoroso (Polyester all’Italia nel 1981) e il sensurround (Terremoto, con le poltrone che vibravano), ma soprattutto il cinemascope con il suono stereofonico: una delle più importanti invenzioni del cinema, la prima di una serie che è arrivata ai nostri giorni.

Si può quindi affermare che il 1953 sia stato l’ultimo anno dell’era non televisiva, l’ultim del cinema puro, senza condizionamenti. Il critico Mario Guidorizzi, forse con un pizzico di paradosso, nel saggio introduttivo del suo Hollywood afferma proprio che il cinema finisce nel 1953. Vale la pena ricordare i cinque titoli finalisti per gli Oscar di quell’anno: Da qui all’eternità (vincitore), Giulio CesareIl cavaliere della valle solitariaVacanze romane e, appunto, La tunica. Se era la fine di un’epoca, era uno splendido canto del cigno.

Un successone, al San Marco, il film “La tunica” con Richard Burton, che doveva rappresentare la prima, vera, concreta risposta del cinema a quello che stava diventando lo strapotere della televisione. Così il film venne fotografato in cinemascope e il vecchio schermo quadrato venne praticamente moltiplicato per tre

Nei primi anni Cinquanta fu completamente rinnovato il Centrale, locale che, non a torto, ha sempre avuto pretese di eleganza. L’architetto Nestorio Sacchi scrisse di “quella sala che eravamo abituati a vedere con le sue rose di lampadine al soffitto, ricordo di uno stile decorativo passato da trent’anni. In particolare l’arch. Pinetti ha trasformato l’atrio e il vaso, conferendo loro un aspetto coerente con i moderni criteri estetici e chiamando a dare la loro opera, nella parte decorativa, due artisti dotati come Domenico Rossi ed Erminio Maffioletti”.

L’atrio del Centrale, sul Sentierone, dopo il rinnovamento dei primi anni Cinquanta (per gentile concessione della signora Antonella Ripamonti)

Ci fu tra l’altro un periodo, in quegli anni Cinquanta, in cui il Centrale, nelle sere estive, proiettava i “prossimamente” dei film direttamente sul Sentierone su un maxischermo piazzato sulla balconata soprastante il Quadriportico; e il Grand Hotel Moderno allietava i clienti del suo ristorante, accomodati per la cena sul piazzale adiacente, con la proiezione di cartoni animati: era la Bergamo by night – completamente dimenticata alla fine del Novecento -, con i teatri, i cinema, i numerosi bar sul Sentierone (il Moka Efti con l’orchestrina swing) che con le loro insegne luminose e i cartelloni pubblicitari mandavano luce, colore, allegria su tutto il centro cittadino.

Il caffè Moka Efti sul Sentierone, nel 1945, con l’orchestra di Aldo Sala

 

Alla fine degli spettacoli al teatro Donizetti, fosse anche mezzanotte, c’erano i servizi dell’Azienda tranviaria che accompagnavano a casa gli spettatori; pochissime le automobili. Nei borghi circolavano ancora di meno e si poteva tranquillamente giocare in mezzo alla strada.

Città, Bergamo negli anni Cinquanta, che si piccava di essere “scenograficamente elegante”.

In quei tempi c’erano a Bergamo tredici cinematografi di Prima e di Seconda visione ed erano per lo più nella zona del centro, tenendo conto che nel ‘53 fu inaugurato l’Astra in via Sant’Orsola e tra il 1952 e il 1955 fu realizzato il complesso di edifici di piazza della Repubblica, destinato ad ospitare, nonostante la grande crisi annunciata alle porte, ben due sale cinematografiche: il San Marco e l’Arlecchino: i mitici anni di queste due sale furono anche gli anni  del Cinema Apollo, sorto nel 1971 sulle ceneri del Teatro Duse.

IL CINEMA ASTRA

Nel 1953 fu inaugurato l’Astra, l’ultimo della serie di via Sant’Orsola. In quel periodo, la marcia delle sale cinematografiche di Bergamo sembrava inarrestabile.

Il Cinema Astra, sorto nel 1953 in via Sant’Orsola, a lungo familiarmente chiamata “la via dei cinema”. Una via di borgo, piuttosto stretta e neppure tanto lunga. La via ha visto nascere e morire, nel raggio di cento metri, tre cinematografi, due dei quali con diverse denominazioni. L’Astra venne chiuso alla fine del Novecento

La vasta sala dell’Astra era stata ricavata ingegnosamente in uno spazio che non si sarebbe stimato sufficiente ad accoglierla; con la sua ampia balconata, dava una sensazione di grandiosità, facilitata anche dal confronto con l’angustia della strada in cui il cinema era ubicato. E l’ampio ingresso, con il bar contiguo, formava nella via un complesso vivace e interessante (8). Venne sottoposto a rilevanti lavori di ammodernamento nel 1973.

Nel 1954 il “Grande cinema Diana” era stato tra l’altro soprannominato “il cinema delle lacrime”, avendo a lungo proiettato “la lacrimosa istoria” de “I figli di nessuno” con un eccezionale afflusso di spettatori: quarantacinquemila in ventinove giorni tra gennaio e febbraio

 

Il garage demolito per dare spazio al complesso di edifici realizzati in piazza della Repubblica tra il 1952 e il 1955, destinato ad ospitare il San Marco e l’Arlecchino, oltre che appartamenti, uffici e un albergo, oggi denominato Hotel Excelsior San Marco

IL SAN MARCO E L’ARLECCHINO

Tra il 1952 e il 1955 fu realizzato il complesso di edifici di piazza della Repubblica, progettato e costruito dagli architetti Nestorio Sacchi ed Enrico Sesti, destinato a ospitare ben due sale cinematografiche, il San Marco e l’Arlecchino, oltre che d appartamenti, uffici e un albergo, oggi denominato Hotel Excelsior San Marco.

Il complesso di edifici di piazza della Repubblica, progettato e costruito dagli architetti Nestorio Sacchi ed Enrico Sesti tra il 1952 e il 1955, era destinato a ospitare appartamenti, uffici, due sale spettacoli (cinema San Marco e cinema Arlecchino) e un albergo (oggi denominato Hotel Excelsior San Marco). La ricchezza di elementi decorativi per gli interni del cinema San Marco, che ospita affreschi a stucco lucido realizzati da Achille Funi, Erminio Maffioletti e Silvio Rossi lungo la tromba delle scale di accesso

Le due sale furono realizzate l’una sopra l’altra: solo platea per l’Arlecchino (capace di ospitare 500 posti), platea e galleria per il San Marco (capace di ospitare 1150 posti), nonché un unico atrio d’ingresso. Più tardi, nel 1971, verrà realizzato il Cinema Apollo, sulle ceneri del Teatro Duse.

Fin da subito, il San Marco e l’Arlecchino furono considerati i cinema più chic di Bergamo, data anche la nota artistica degli affreschi dei soffitti e dell’atrio d’ingresso – opera di Elia Ajolfi – e degli affreschi a stucco lucido realizzati da Achille Funi, Erminio Maffioletti e Silvio Rossi lungo la tromba delle scale di accesso al San Marco, il tutto impreziosito dalla profusione di velluti rossi nella sala.

Mentre l’Arlecchino disponeva anche di un piccolo palcoscenico (in spettacoli di prosa vi recitarono anche Andreina Pagnani, Olga Villi, Paolo Ferrari, Mario Scaccia, Lydia Alfonsi, Walter Chiari, Piero Mazzarella), è del San Marco che le descrizioni si sprecano.

Progettato dall’architetto Enrico Sesti, poteva ospitare fino a 1150 persone nella platea e nell’ampia galleria; Sesti concepì la sala “con larghezza di vedute e con tale signorilità da fare onore a Bergamo”, risolvendo “il complesso tema con una chiarezza pianistica e una linearità strutturale esemplari”.

Il San Marco era dotato dei più moderni impianti e fu costruito secondo i più recenti accorgimenti della tecnica; la sua resa acustica era ottima, grazie all’uso di speciali materiali fonoassorbenti.

La sera dell’inaugurazione del San Marco, il poeta Alfonso Gatto tenne una brillante conferenza per introdurre il film Europa 51 di Roberto Rossellini: “Prima di venire a Bergamo mi hanno detto: “Fa da angelo custode a una Musa così giovane, il cinema, mostrale i giardini del Tasso, accompagnala come un innamorato per le strade di Città Alta, ricordale che qui, in questa città carica di segrete armonie, eppure aperta ai traffici della vita, l’arte ci sta bene di casa, sempre fra amici fedeli e discreti”.

Piazza della Repubblica, con il complesso di edifici che ospitava il San Marco e l’Arlecchino

Al San Marco le “maschere” si aggiravano per la sala con livree bordate di galloni d’oro e guanti bianchi, e nelle serate di gala, per gli uomini era di rigore lo smoking mentre per le signore, gli abiti di firma.

A pochi passi dal San Marco, il mitico ristorante Manarini

Raccontava un’ex cassiera del San Marco che alle prime, cui seguivano sempre i favolosi rinfreschi del Bar Borsa, si assisteva solo su invito e si facevano carte false pur di non mancare.

Negli altri giorni il boom era il sabato e la domenica, quando si staccavano anche quattromila biglietti al giorno. Comunque si lavorava anche nelle altre giornate, dalle 14 fino a mezzanotte ininterrottamente. Andare al cinema al pomeriggio, in quegli anni, era una consuetudine per molti.

Piazza della Repubblica, con il complesso di edifici che ospitava il San Marco e l’Arlecchino

Alain Delon e la sua troupe utilizzarono più volte la sala del San Marco per proiettare e giudicare gli spezzoni girati poche ore prima (9).

Il gestore di queste due bellissime sale era il romano (ma residente a Milano) Giuseppe Spiaggia. Figura di spicco dal tratto signorile e brillante, fu per molti anni presidente dell’Agis lombarda, e tra Milano, Bergamo e altre città della Lombardia, a un certo punto giunse ad avere in gestione oltre venticinque sale cinematografiche.

A Bergamo, dopo qualche anno, aggiunse al San Marco e all’Arlecchino il Cinema Teatro Nuovo – che spinse la proprietà a rinnovare nell’intera sua struttura, attraverso l’incarico dato all’architetto Alziro Bergonzo, di cui era amico – e, più o meno nello stesso tempo, acquistò la proprietà del Cinema Teatro Enal di via G.M. Scotti (dove c’era la vecchia Mutua), cui attribuì il nome di Cinema Ariston, divenuto poi, nel ricordo del giovanissimo figlio Alessandro, morto in moto sul circuito di Vallelunga, Cinema Alexander. Giuseppe Spiaggia morì ancora relativamente giovane, agli inizi degli anni Ottanta e ad esso succedette l’altro figlio Lamberto, cui spettò la triste incombenza di chiudere le varie sale del gruppi familiare ormai travolte da una crisi inarrestabile.

LA RISTRUTTURAZIONE DELLE SALE NEGLI ANNI SESSANTA

E’ stato soprattutto negli anni Sessanta che a Bergamo si è provveduto alle trasformazioni e alle ristrutturazioni delle sale cinematografiche. Il successo della televisione – e, per contro, i primi scricchiolii del “terremoto” che avrebbe travolto il cinema -, aveva reso non più procrastinabile il riammodernamento e l’abbellimento delle sale, che vennero “dotate di impianti perfezionati e rifornite di film selezionati con maggior cura”. Il cliente – facevano notare le cronache locali a metà degli anni Sessanta -, andava conquistato “…con spettacoli consistenti e acconciamente presentati”. Altrimenti sarebbe rimasto a casa a vedere la televisione che, bene o male, propinava tutte le sere “uno spettacolino” e per giunta gratis (32 lire contro le 500-600 che occorrevano in media per recarsi al cinema).

Tra la fine dei Sessanta e l’inizio dei Settanta in città si contavano ben quindici cinematografi che tutti i giorni aprivano alle 14 offrendo spettacoli continuati (l’ultimo film veniva proiettato alle 22.30, ma ci fu un periodo con proiezioni anche dopo la mezzanotte).

Il Diana venne rimesso completamente a nuovo nel 1963 e intorno al ’68  il Sant’Orsola fu ristrutturato per essere rinominato Delle Arti.

Il Diana, in via Borfuro, nel 1969. Fu rimesso completamente a nuovo nel 1963

1971: SULLE CENERI DEL “DUSE” NASCE IL CINEMA APOLLO

A Bergamo come altrove, parecchie sale avevano la “A” come iniziale (Ariston, Astra, Arlecchino…), perché ogni cinema cercava di stare in cima alla lista per accalappiare gli spettatori più impazienti nella lettura sui giornali dei tamburini (gli annunci dei cinema). E anche l’Apollo non fu da meno.

Un tamburino del 1961

Ultimo cinema ad essere realizzato, nel 1971, l’Apollo era sorto sulle ceneri del glorioso Teatro Duse, ma a pochi passi di distanza, in via Piccinini.

Il Teatro Duse, che si ergeva alla rotonda dei Mille, fu un bellissimo teatro dalla pregevole, imponente facciata in stile neoclassico, ricca di fregi e statue. Era stato inaugurato nel 1927 e per ben quarant’anni aveva funzionato egregiamente da politeama (adatto cioè ad ospitare ogni tipo di rappresentazione artistica), ma anche, soprattutto negli ultimi decenni, da cinema (suggestiva, nel ricordo de “L’Eco”, la prima visione del film “Help” dei Beatles, che fece affluire nella piazza centinaia di fan invasati). Fu chiuso e demolito nel 1968 per dare spazio all’edificio polifunzionale di stile brutalista, che ospitò il Cinema Apollo

Si trovava nel seminterrato dell’edificio in stile brutalista progettato in luogo del teatro, e quando venne inaugurato, i bergamaschi si stupirono non poco perché per accedervi si doveva scendere una scala; perché, come informava il “Giornale di Bergamo”, “questo nuovo cinema è dotato di un allestimento fra i più funzionali e tecnicamente avanzati”; perché, pur essendo sotterraneo, aveva sia la platea che la galleria. Inoltre tra una fila e l’altra delle poltrone c’era abbondante spazio e la visibilità era perfetta in ogni ordine di posti. Infine il locale era dotato di un modernissimo impianto di ventilazione e di condizionamento”. Secondo la pubblicità, questo era il cinema più moderno d’Italia. Ampio e molto frequentato.

Rotonda dei Mille: l’edificio polifunzionale in stile brutalista, che ha ospitato il Cinema Apollo

Nel 1973 l’Astra venne sottoposto a rilevanti lavori di ammodernamento su progetto dell’architetto Oscar della Torre. Venne tra l’altro abbassato il soffitto di un metro e quando fu riaperto al pubblico, la pubblicità sui due quotidiani cittadini affermava che si trattava della più moderna sala cinematografica di Bergamo.

Cinema Astra, in via Sant’Orsola

Da notare che, tra gli anni Settanta e gli Ottanta, a livello nazionale, Bergamo aveva la percentuale più alta di spettatori in rapporto alla popolazione e i cinema costituivano ancora una voce importante del tempo libero e della vita culturale cittadina. Negli anni Settanta il biglietto d’ingresso costava 500 lire, per aumentare negli anni Ottanta. Tra l’altro, fino al 1975 nelle sale era ancora permesso fumare.

LA CHIUSURA DEI CINEMATOGRAFI

Alla fine degli anni Sessanta s’incominciarono a intravvedere le prime crepe che avrebbero portato a quella lenta ma inesorabile crisi delle sale cinematografiche, culminata nel crollo degli anni Novanta e protrattasi sino agli inizi del nuovo millennio. Le cause? Diverse: l’avvento della televisione e di svaghi alternativi e, a seguire, la vendita di videocassette, la concorrenza delle multisala, dello streaming e dei download, per non parlare della difficoltà di parcheggiare in centro, dove si concentravano tutti i cinema.

Anche se tra gli anni Settanta e gli Ottanta in città si potevano ancora contare una quindicina di sale (al netto di quelle parrocchiali), i cinema cominciarono a cadere uno dopo l’altro come birilli: il Sant’Orsola nel 1968, l’Odeon nel 1973, il Diana e l’Ariston (poi Alexander) nel 1979, il Delle Arti e l’Excelsior nel 1980, il Quill nel 1983. Infine l’Astra, il Centrale e l’Apollo.

Il Capitol di via Torquato Tasso era – ed è – ancora attivo (come non ricordare Blade Runner, Il Tempo delle Mele con Sophie Marceau e Noi i Ragazzi dello Zoo di Berlino, con la musica di David Bowie).

Notturno, 1961

Aveva ormai i giorni contati il cinema di via Verdi che aveva esordito come Acquarium (il Ritz, per intenderci), negli ultimi tempi divenuto un santuario a oltranza del porno, dopo che, negli anni Ottanta, l’altro locale a luci rosse della zona, il Nuovo, aveva cambiato indirizzo.  Pare tra l’altro che la demolizione della “storica” palazzina – oggi occupata da una banca – fosse nei piani all’alba del terzo millennio.

Il Ritz di via Verdi era sorto nel 1921 come Acquarium, sulle ceneri della tipografia Isnenghi. Noto anche come quello dei “mille nomi”, dopo Acquarium divenne Verdi alla fine degli anni Trenta, poi Mignon, poi Ritz-Cinema d’essai ed infine infimo locale a luci rosse

 

Cine-teatro Nuovo, in largo Belotti. Sorto come bellissimo e grande teatro nel 1901, fu convertito a cinematografo nel 1965-’67, mantenendo l’originario involucro in stile neoclassico. Era gestito da Giuseppe Spiaggia (presidente dell’Agis lombarda, e che già deteneva la gestione del San Marco e dell’Arlecchino), che spinse appunto la proprietà a rinnovare il teatro attraverso l’incarico dato all’architetto Alziro Bergonzo, di cui era amico. Negli anni Sessanta divenne una sala da Prime Visioni – tenendo il cartellone per settimane – proponendo anche qualche spettacolo musicale o di cabaret. Dopo decenni di continuo rinnovamento, sia nell’aspetto che nella programmazione. Dal 1978, nel disperato tentativo di risalire un po’ la china si diede ai film a luci rosse. Nel corso degli anni Ottanta fu rilevato dai gestori del Lab80 “e una delle cose più difficili, all’inizio, fu dissuadere certi personaggi che al Nuovo entravano alle due e uscivano a mezzanotte, allignando più alle toilette che in sala..” (10). Chiuso nel 2005, è ancora oggi privo di una nuova destinazione

Ricordare le sale scomparse “è come recarsi al cimitero della memoria, una Spoon River della celluloide” (11).

Inaugurato nel 1926, il Sant’Orsola, quasi all’ingresso dell’omonima via, fu definitivamente chiuso il 2 giugno 1968 lasciando il posto, ristrutturato, al Delle Arti, demolito nel 1980 con tutto l’edificio che lo ospitava.

In via Sant’Orsola sorgevano addirittura tre sale cinematografiche, a pochi metri di distanza l’una dall’altra: quasi all’ingresso della via c’era il Sant’Orsola, che aveva in programma le Terze Visioni. Piccolo, un po’ trasandato e costantemente pieno di fumo, era aperto già dalle undici del mattino e vi bazzicavano sfaccendati o studenti che impiccavano la scuola. Fu definitivamente chiuso il 2 giugno 1968 lasciando il posto, ristrutturato, al Delle Arti, locale con pretesa d’eleganza e dalla vita breve, demolito nel 1980 con tutto l’edificio che lo ospitava

Il ‘68 fu pure l’anno della chiusura del Teatro Duse, che da tempo funzionava anche da cinematografo. Come già osservato, venne demolito per dare spazio a un edificio in stile brutalista, all’interno del quale, sorse, nel ‘71, il Cinema Apollo.

Nel 1973 fu l’Odeon di via Sant’Orsola a chiudere. Si trovava di fronte all’Astra, ma nonostante la vicinanza le sale di entrambi erano sempre gremite. Aveva una grande capienza e vantava ottime proiezioni, ma col tempo aveva perso lo smalto fino a ridursi a cinema pornografico. Chiusi i battenti, venne ribattezzato Quill, in omaggio alla moda anglofona. Il Quill chiuse i battenti nel 1983 e il palazzo che lo ospitava fu demolito.

Il Cinema Odeon, inaugurato il 16 novembre 1931 venne chiuso nel 1973, ormai ridotto a cinema luci rosse. Venne quindi trasformato in Quill, per chiudere nel 1983, demolito insieme al palazzo che lo ospitava (fotografia di Giuseppe Preianò)

 

Davanti al Cinema Odeon (fotografia di Giuseppe Preianò)

Poi fu la volta del Centrale, che si trovava all’angolo del Quadriportico del Sentierone, accanto al Caffè Nazionale. Chiuse i battenti per sempre nell’estate del 1977 e fu salutato come il cinema più antico (era stato ristrutturato nella sua originaria struttura) che ancora resisteva a Bergamo.

Quadriportico del Sentierone: è ancora presente l’insegna del Cinema Centrale

La sua chiusura, preludio alla grande crisi che travagliava il cinema, segnò il tramonto di un’epoca.

Nato sulle ceneri dell’omonimo Caffè, aperto nella vecchia Fiera, il Centrale era stato inaugurato il 15 agosto 1914 e la denominazione sopravvisse, all’angolo del Quadriportico del Sentierone, più o meno nella stessa posizione del precedente, così come l’attiguo Caffè Nazionale. Piccolo ma strategico ed elegante, nel cuore del centro progettato da Piacentini, era il cinema perfetto per la passeggiata nel salotto dei bergamaschi e dopo il film era categorico l’aperitivo al Balzer

Il Diana, in via Borfuro e l’Ariston, in via Gianmaria Scotti (poi divenuto Cinema Alexander), chiusero i battenti nel 1979. Quest’ultimo dava le Seconde e Terze Visioni; al suo posto fu realizzato il parcheggio del condominio attiguo.

Il glorioso Diana, il primo in cui vi era stato l’esordio del sonoro a Bergamo, era negli ultimi tempi notevolmente decaduto, specializzandosi in Seconde e Terze Visioni nonché in repliche (vi si riuscivano comunque a vedere film d’autore che – come allora capitava – mischiavano arte e sesso, come Ultimo tango a Parigi, proiettato prima che la censura lo mandasse al rogo). Chiuse i battenti il 23 luglio 1979 (12).

Al momento della chiusura il Diana era gestito dall’Eci (Esercizi cinematografici italiani). Unitamente al cinema Centrale (in odore di imminente chiusura), il Diana era passato da poco, come tutta la catena dell’Eci, in proprietà dell’antica casa francese Gaumont (un colosso dell’esercizio nonché della produzione e della distribuzione di film) diretta in Italia da Renzo Rossellini. La chiusura arrivò in un momento in cui gli esercizi del settore stavano ridimensionando il numero delle sale, per conservare solo le sale più produttive, cioè quelle delle grandi città (per gentile concessione della signora Antonella Ripamonti)

 

Il Diana, in via Borfuro, nel 1969. Inaugurato il 27 agosto 1922 fu tra i cinema che a Bergamo fecero la storia; era una sala non grande, di forma quadrata, in precedenza usata come magazzino-deposito di macchinari e apparecchiature da una casa tedesca. Nell’immediato Dopoguerra era diventato “Grande cinema Diana”

Nel 1980 chiusero il Delle Arti (ex Cinema Sant’Orsola, nella via omonima) e l’Excelsior, mentre nell’83, sempre in via Sant’Orsola chiuse il Quill (ex Odeon).

Nel 1986 scomparve anche lo storico cine-teatro Rubini, per lasciare il posto a un Centro Congressi. Nato come teatro e cinematografo, negli ultimi decenni diede film di Seconda visione, mantenendo pur sempre la fama di “cattedrale” del cinema. Con il nome di Rubini 2000 (1974) era divenuto frequentatissimo negli anni ‘70 anche per una serie di importanti concerti rock e pop. Ancor oggi il Cinema Rubini è rimasto nell’immaginario collettivo della città

Il Rubini, in via Paleocapa, era uno storico cine-teatro. Inaugurato nel 1907, scomparve nel 1986 per lasciare il posto a un Centro Congressi. Con i suoi 1.600 posti a sedere aveva offerto per decenni film per famiglie, le anteprime dei western di Sergio Leone e tutti i film di Disney

Altra “cattedrale” che non riuscì a sottrarsi alla chiusura era l’Astra, l’ultimo della serie di via Sant’Orsola, ribattezzata “la via dei cinema”. Localone in stile anni Sessanta, si trovava a metà della via, all’altezza dei portici. La ristrutturazione aveva fatto scomparire il gigantesco atrio d’ingresso col pavimento di marmo, chiuso in fondo dalle lunghissime vetrate che accoglievano frotte di spettatori. Fino agli anni Settanta era l’unico cinema con il bar nell’ingresso. In quegli anni, alcuni ragazzi riuscivano ad entrarvi di straforo, utilizzando una porta di emergenza che dava su un cortile di via XX Settembre, che veniva aperta dall’interno dall’unico del gruppo che aveva pagato il biglietto.

L’Astra, l’ultimo della serie di via Sant’Orsola, era stato inaugurato nel 1953, nello stesso periodo in cui venivano aperti il San Marco e l’Arlecchino

All’alba del terzo millennio sopravvivevano, nel centro di Bergamo, solo due sale cinematografiche: il Capitol in via Tasso (ex Cinema Italia fino agli anni Sessanta) e il San Marco (l’Arlecchino era già stato smantellato e il suo spazio destinato a un’altra attività).

In più c’erano tre sale rionali: Alba, Del Borgo, Conca Verde. Ormai gli spettacoli erano ridotti all’osso.

Il San Marco e l’Arlecchino, in piazza Della Repubblica, erano costruiti uno sopra l’altro. Data la loro eleganza, erano considerati una sorta di salotto cinematografico cittadino. Posto al piano superiore, il San Marco, era dedito alla programmazione popolare, mentre l’Arlecchino, al di sotto, era per film più di qualità. Tra i due, l’Arlecchino fu il primo a chiudere: venne smantellato e il suo spazio destinato a un’altra attività, mentre il San Marco fu inizialmente ridotto in una piccola e anonima e sala, per chiudere definitivamente i battenti nel 2020

 

Il Capitol, in via Torquato Tasso, era nato nel 1921 come Olympia. Ceduto nel 1931 al Gruppo Leoni, era diventato Cinema Italia (così denominato fino agli anni Sessanta, quando la via era ancora a doppio senso e ci si poteva parcheggiare proprio davanti) e successivamente Studio Capitol; venne trasformato in multisala alla fine del Novecento

L’Alba a Valtesse, in Via Biava, proponeva film di qualità, pochi campioni d’incassi e invece pellicole ricercate e per intenditori. Cercò di rifarsi il look cambiando anche nome e diventando Blob House ma alla fine non resse l’urto delle multisale e chiuse definitivamente nel giugno 2011.

Il Cinema Alba di Valtesse, divenuto Blob House e chiuso  nel giugno 2011

Ai primi di marzo del 2020 i proprietari del San Marco, da qualche tempo ridotto ad una piccola e anonima e sala, ne hanno annunciato la chiusura definitiva. “Il gestore, Michele Nolli, nipote del Piercarlo che tutti i cinefili bergamaschi ricordano con affetto, aveva pensato, con la collaborazione del Meeting, a una chiusura alla grande. Magari con una proiezione di Arancia meccanica alla presenza di Malcolm McDowell, ospite d’onore del Bfm. Invece il destino (e l’emergenza Covid 19) hanno mandato tutto all’aria” (13).

Il San Marco aveva riaperto dopo i lavori di ristrutturazione nel dicembre del  2006,  cancellando la vecchia insegna dell’Arlecchino. Nell’agosto di quell’anno era stato aperto il caffè ristorante “Ai Giardini-San Marco”, andato a occupare gli spazi su due piani che in precedenza erano del negozio di abbigliamento “Cristiano”. Nella primavera 2007, poi, aprì il Centro San Marco: palestra, centro benessere, piscina e centro fitness oltre a spazio commerciale

Il San Marco se n’è andato così in silenzio, senza il gran finale, nei giorni segnati dall’emergenza per il Coronavirus e negli stessi giorni in cui anche lo storico negozio di abbigliamento Petronio, sotto i portici tra le vie Petrarca e Locatelli, avviava una liquidazione totale, in vista della chiusura dopo 66 anni della storica attività che aveva ospitato nei suoi camerini migliaia di clienti, sempre con un occhio alla moda e l’altro al classico e all’eleganza.

Infine l’Apollo, la sala più “giovane” della città, che chiuse definitivamente nel 2005 – l’annus horribilis per i cinema di Bergamo –, diventando un parcheggio dopo anni di degrado. E pensare che a suo tempo, era stato definito “il cinema più moderno d’Italia”.

La triste fine del Cinema Apollo, che si trovava in via Piccinini nel seminterrato dell’edificio in stile brutalista progettato in luogo del teatro Duse (Foto L’Eco di Bergamo, 31 marzo 2009)

 

L’interno del cinema Nuovo prima dello smantellamento della sala (chiuso nel 2005)

LE ULTIME (POCHE) “RESISTENZE”

Come segnalato anche dai giornali locali, resistono al passare del tempo il Capitol in via Tasso – che alla fine del Novecento aveva aperto anche un’altra sala, sempre puntando su pellicole di qualità, con una programmazione più incentrata sui film di nicchia – e il Conca Verde, nel quartiere di Longuelo.

Nato come Olympia nel 1921, divenuto Italia nel ‘31 e così denominato fino agli anni Sessanta (quando la via era ancora a doppio senso e ci si poteva parcheggiare proprio davanti), il Capitol di via Torquato Tasso ha resistito a lungo, fino ad essere trasformato in multisala alla fine del Novecento. E’ gestito dalla Siec, fondata nel 1983 da Piercarlo Nolli, ex gestore del San Marco

Il Conca Verde di Longuelo è sopravvissuto allo tsunami dell’attualità ipertecnologica, con due sale, una gigante usata anche per eventi vari e una più piccola e raccolta. La qualità delle pellicole è ottima e vengono proposte diverse rassegne.

Interno Cinema Conca Verde, a Longuelo

L’Auditorium in Piazza della Libertà, sempre legato alla coraggiosamente attiva associazione cinefila Lab80, può contare sulla sua super sala, perfetta anche come teatro.

L’Auditorium in Piazza della Libertà

Del Borgo in Piazza Sant’Anna, che trasmette anche pellicole ricercati ed organizza rassegne.

L’ERA DELLE MULTISALA

Le multisala cominciarono a spopolare nell’hinterland, in nuove strutture dotate di ampi parcheggi, come a Curno, dove nel 1999 sorse la più grande multisala della Bergamasca, aperta dalla Uci-Paramount Universal Company: un complesso di seimila metri quadrati (costato trenta miliardi e costruito in sei mesi) con nove sale per duemilacinquecento spettatori (di cui la più grande, in grado di ospitarne 433), spazi ricreativi, snack bar, pizzeria e un ristorante-tavola calda sormontato da una gigantesca e scenografica cupola a vetri. Il tutto allo scopo di offrire un intrattenimento “a largo raggio”, che funzionasse da attrattiva per i clienti, avvantaggiati dalla possibilità di prenotare il biglietto per telefono, di assistere alle proiezioni seduti in poltrone ergonomiche distribuite in file ben distanziate; di potersi gustare un film proiettato su schermi giganti (venti metri il più grande), adattati ai vari tipi di pellicola grazie a sistemi computerizzati, oltre che fruire di ben tre sistemi sonori ultrasofisticati.

Alla vigilia dell’inaugurazione, “Bergamo 15” faceva comunque notare che il megacinema avrebbe posto in particolare il grosso problema dovuto all’alto numero di autovetture che si sarebbero – almeno potenzialmente – riversate ogni giorno sulle strade già superaffollate della zona, dal pomeriggio fin dopo la mezzanotte (14).

§ § §

Altre e più circostanziate notizie sulle prime sale cinematografiche bergamasche possono essere attinte da una serie di articoli pubblicati da Ermanno Comuzio sul “Giornale di Bergamo” fra il 1970 e il 1971: lo studio, notevole per l’amore e la documentazione, meriterebbe di essere organicamente riunito in volume.

Note

(1) Ermanno Comuzio per il “Giornale di Bergamo” del 23 luglio 1962.

(2) Comuzio riporta, come data d’inaugurazione, il 1911 (“Bergamo-oggi” del 22 giugno 1986).

(3) Ermanno Comuzio per “Bergamo-oggi” del 22 giugno 1986.

(4) Franco Colombo per “L’Eco di Bergamo” del 12 agosto 1997.

(5) “L’Eco di Bergamo”, 4 ottobre 1930.

(6) “Il film, secondo la pubblicità, aveva stabilito diversi record mondiali durante la lavorazione per aver impiegato contemporaneamente duecento riflettori; per i centoventisette giorni per girare le varie scene; per le trecento pagine di copione e una ‘pizza’ di centoventisette chili per una proiezione di due ore e mezza; per le cinquemilatrentacinque comparse” (Pilade Frattini e Renato Ravanelli, “Il Novecento a Bergamo – Cronache di un secolo”. A cura di Ornella Bramani – Vol. II. UTET. Anno 2013).

(7) Ermanno Bersani per “La Rivista di Bergamo”, novembre-dicembre 1949.

(8) Nestorio Sacchi per “La Rivista di Bergamo”, in Pilade Frattini e Renato Ravanelli, “Il Novecento a Bergamo. Ibidem.

(9) Dai ricordi di Rosanna Boggi, una delle cassiere del S. Marco, in Pilade Frattini e Renato Ravanelli, “Il Novecento a Bergamo. Ibidem.

(10) Corriere della sera, 7 marzo 2020. “Bergamo, c’era una volta il cinema: viaggio tra le sale scomparse”. Di Davide Ferrario.

(11) Corriere della sera, 7 marzo 2020. “Bergamo, c’era una volta il cinema: viaggio tra le sale scomparse”. Di Davide Ferrario.

(12) “Al momento della chiusura era gestito dall’Eci (Esercizi cinematografici italiani) – ente sorto dalla liquidazione dell’Enic, circuito statale di sale cinematografiche – unitamente al cinema Centrale (in odore di imminente chiusura), il Diana era passato da poco, come tutta la catena dell’Eci, una sessantina di sale in tutta Italia, in proprietà dell’antica casa francese Gaumont, che ha creato la sua filiale italiana, la Gaumont-Italia, direttore Renzo Rossellini. L’Eci era sull’orlo del fallimento (si parla di dieci milioni di deficit). Evidentemente anche la Gaumont – un colosso dell’esercizio nonché della produzione e della distribuzione di film – sta ridimensionando il numero delle sale che conviene tenere. Si dice che la nuova proprietaria dell’Eci intenda conservare soltanto le sale più produttive, cioè quelle delle grandi città, sacrificando le più piccole, cioè quelle della provincia” (articolo tratto da un quotidiano locale, non datato, a firma f. col.).

(13) Corriere della sera, 7 marzo 2020. “Bergamo, c’era una volta il cinema: viaggio tra le sale scomparse”. Di Davide Ferrario.

(14) “Bergamo 15”, 30 novembre 1999.

Riferimenti principali

Pilade Frattini e Renato Ravanelli, “Il Novecento a Bergamo – Cronache di un secolo”. A cura di Ornella Bramani – Vol. II. UTET. Anno 2013.

Corriere della sera, 7 marzo 2020. “Bergamo, c’era una volta il cinema: viaggio tra le sale scomparse”. Di Davide Ferrario

L’Eco di bg 6 mag 2021. “La nostalgia senza tempo dei cinema a Bergamo negli Anni Ottanta”.

Bergamo agli albori del cinematografo

Se volessimo rintracciare il primo cinematografo di Bergamo, dovremmo aggirarci fra le tresande dell’antica Fiera durante il periodo della festa patronale: è qui che nel 1896 compare per la prima volta fra le tende sistemate ai lati della Fiera.

A passeggio negli spazi della Fiera

Ed è proprio in questo spazio, punto di confluenza della maggioranza dei “forestieri”, che dalla fine del Settecento, ma ancor di più durante l’Ottocento, al teatro “regolare” (le stagioni operistiche estive e gli spettacoli delle compagnie di attori professionisti) si affianca quello “minore” composto dai teatri dei burattini, presenti insieme ad acrobati, ciarlatani, ammaestratori di animali, giostre ed ambulanti con i loro apparecchi proto-cinematografici.

Il padiglione di Fotografia alla Fiera di Bergamo

 

Giostra in piazza Baroni, accanto alla Fiera

E se nel 1864, per la Fiera di Sant’Alessandro arriva a Bergamo il “Salon Parisien”, un’incantevole esposizione d’immagini stereoscopiche delle località più note del mondo (vedute della Torre di Pisa e della Marina di Capri), è nel 1895 che approda alla Fiera il “Teatro Ottico”, nel quale “piccoli fantocci agiscono per mezzo d’illusioni ottiche”. I visitatori si commuovono alla piagnucolosa vicenda del povero Pierrot, il quale, nel volgere di dieci minuti – tanto dura la proiezione del nastro -, viene respinto da Colombina e preso a bastonate da Arlecchino (1).

Una curiosa “stereoscopia” (fotografia tridimensionale), eseguita nel 1898 dal Dr.  Prof. Emilio Tiraboschi: un genere che ebbe larghissima diffusione sin dalla dine dell’Ottocento (Raccolta D. Lucchetti)

Nel grande recinto della Fiera il pubblico s’incanta anche davanti alla “lanterna magica”, alle pantomime delle “ombre cinesi”, agli specchi deformanti, alle marionette meccaniche, al serraglio-acquario, alla donna senza braccia che scrive con la bocca, alla Strabiliante Scoperta Fotografica (lo studio fotografico che fa il ritratto in cinque minuti), alle cuffie auricolari per ascoltare una canzone incisa su di un cilindro e al “gabinetto riservato”, nel quale gli allocchi e i perdigiorno si fanno alleggerire il borsello per poter contemplare nientemeno che alcune immagini invereconde (2).

Giostre alla Fiera di Bergamo: si noti il cartello con la scritta “SOLO PER UOMINI”

 

Alla Fiera di Sant’Alessandro

Non mancano il vitello a due teste, la donna barbuta, il cannibale della foresta e qualche altro specchietto per le allodole (3). E ancora, il Labirinto, l’Esposizione Mondiale, l’Oracolo, il Bersaglio Umoristico Meccanico, il Teatro Egiziano, il Tiro ad anelli, il padiglione della Divina Commedia (4).

La vecchia lanterna magica era un apparecchio davanti al quale si faceva girare con una manovella una pellicola saldata ad anello che proiettava un brevissimo film. Le lanterne magiche erano vendute dall’ottico e profumiere Pietro Vanoli, con negozio in via XX Settembre 41 (18 lire per le lanterne e1 lira e 25 centesimi per le pellicole), ed erano ancora pubblicizzate nel 1904 da “Isnenghi e fratello” con negozio di ottica e di orologeria in piazza Cavour (5)

E così, anche il primo antidiluviano cinematografo si annuncia come fenomeno “fieraiolo”, facendo la sua prima comparsa, nella nostra città, il 25 agosto 1896, a pochi mesi dalla scoperta dei fratelli Lumière, avvenuta il 28 dicembre 1895 a Parigi (in realtà, sulla questione si intrecciò una polemica, che si risolse in parità tra i fratelli Lumière e Edison). Fra le tante tende sistemate ai lati della Fiera, una inalberava il gran nome: ‘Cinematografo’. Era un padiglione modesto, impiantato da certo Gambari; lo spettacolo comprendeva dodici “vedute” (cioè dodici brevi film) che presumibilmente erano costituite dai primissimi film dei Lumière e da alcune riprese ‘dal vero’ dei pionieri italiani Calcina e Pacchioni (6).

I baracconi di piazza Baroni in tempo di Fiera

Le “vedute” interessarono enormemente il semplice pubblico della Fiera e il Cinematografo fece un pienone ogni giorno. “Ci si estasiava al treno che entrava in stazione muovendo ruote e stantuffi: sembrava di averlo davanti, anzi c’era chi si scostava per non farsi investire! Quel pubblico poi apprezzava il movimento degli operai e delle operaie che uscivano da una fabbrica, si divertiva a vedere bambini giocare in un prato, rideva a crepapelle alle disavventure di un giardiniere che innaffiava i fiori e restava vittima dello scherzo di un monello. Il ragazzino interrompeva il getto d’acqua mettendo un piede sul tubo di gomma e, quando il giardiniere guardava dentro l’imboccatura per rendersi conto del supposto guasto, toglieva di colpo il piede e il getto d’acqua inondava il viso del malcapitato”(7).

Il baraccone del “Cinematografo Moderno”, che agli inizi del Novecento ospitava le prime proiezioni “stupefacenti” in Piazza Baroni, presso l’antica Fiera di Bergamo. Il primo Cinematografo comparso a Bergamo il 25 agosto 1896 consisteva in una tenda, alcune panche in legno, un proiettore Lumière di legno con una manovella cigolante e un lenzuolo sulla parete di fondo. Dalla pellicola si effondevano su di un lenzuolo le immagini tremule e sfuocate. La scoperta dei fratelli Lumière fu un fenomeno “primario” della belle époque; non mancò neppure una diatriba “filologica”: cinematografo, oppure cinetografo? (Domenico Lucchetti, Fotografi pionieri a Bergamo. Foto di Aristide Dragoni)

Lo spettacolo durava “venticinque minuti. Le pellicole erano lunghe sedici metri ciascuna per una proiezione di due minuti. Un intervallo, al termine dello spettacolo, permetteva all’operatore-proprietario di riposarsi il braccio che faceva girare la manovella, di vuotare il locale e richiamare a gran voce, assistito da un aiutante, nuovo pubblico”. Il classico ‘Venghino, venghino signore e signori, l’ultima meraviglia del secolo. Non potrete dimenticare il cinematografo, nuova sbalorditiva invenzione scientifica! Fotografie in movimento, grandiose vedute di vita reale, scene magiche che danno l’impressione del vero!” (8).

Non mancavano però anche coloro che non si entusiasmarono per niente, riscontrando nel nuovo ritrovato nessuna differenza sostanziale dagli altri strombazzati e frequentati spettacoli della Fiera.

In quei primi anni del Novecento i cinematografi diventarono sempre più numerosi (il “Novecento a Bergamo” cita per esempio, l’Ideal e il Museo) e le proiezioni non avvenivano più soltanto in tempo di fiera e in Piazza Baroni.

IL PADIGLIONE DEL CINEMATOGRAFO FRANZ KUHLMANN E GLI ALTRI

Fra coloro che in particolare imposero il cinematografo a Bergamo, un ruolo di rilievo spetta a un tedesco, Franz Kuhlmann, un intraprendente impresario nomade, presente annualmente in Fiera almeno dall’anno 1900.

Prima dell’invenzione dei Lumière portava in giro per il Nord Italia serragli e giocolieri, ma seppe adeguarsi ai tempi: stabilitosi a Monza con la sua famiglia, investì i suoi risparmi in un grande telone smontabile, in una macchina da proiezione e nell’acquisto di tutti i film che poté reperire, specialmente sul mercato francese; poi si mise a girare per fiere, trovando in quella di Bergamo una delle piazze più proficue.

Kullmann, un omone imponente dai capelli rossi, con una pittoresca uniforme, redingote e tanto di cilindro, si presentava già all’esterno con un grande, meraviglioso organo meccanico, a cartoni forati, che riproduceva gli strumenti dell’orchestra (9). Nei paesi anglosassoni, in effetti, gli organi erano di gran moda nell’intrattenere gli spettatori durante gli intervalli e nel commentare le proiezioni.

Secondo le parole di un testimone, Luigi Caglio, questo organo “deliziava orecchi e vista del pubblico con una sequela doviziosa di musiche e con tutta una struttura e un’ornamentazione piuttosto pletoriche che facevano sgranare tanto d’occhi per lo stupore. In quei tempi i concerti della banda non erano frequentati e non c’era la radio che oggidì appaga ad esuberanza i bisogni dei musicofili. L’organo dei signori Kullmann era quindi una manna per gli amici della musica squattrinati, e per di più offriva il commento visivo dei motivi che diffondeva sulla piazza grazie al movimento della statuina che faceva tinnire un campanello o dei tamburini che a tratti sottolineavano coi loro movimenti lo scandire dei ritmi”.

La statuina che dominava tutte le altre era quella del direttore d’orchestra (10).

Adulti e ragazzini stavano ad osservarlo per ore prima che Herr Kuhlmann riuscisse a muoverli e a farli entrare sotto il tendone. Prima delle proiezioni chiamava il pubblico a gran voce e a proiezione iniziata annunciava i titoli dei film e ne spiegava il contenuto.

Il Cinematografo Kuhlmann era uno spettacolo nello spettacolo. Nonostante il fracasso infernale, la macchina a vapore che produceva l’energia elettrica per l’illuminazione e la proiezione brillava ai riflessi del sole e della luna, la cassa era luccicante di lustrini e nel bel mezzo vi troneggiava la moglie di Franz Kuhlmann. Per attirare maggiormente gli spettatori si fece ricorso anche all’esposizione di pupazzi di gomma riempiti d’aria, che si libravano nel cielo sopra il tendone, nonché di complicate macchine automatiche, a forma di locomotiva, per distribuire arachidi. Era un impianto ricco e costoso, di conseguenza i prezzi d’ingresso erano un po’ salati.

I primi posti, in fondo al tendone con seggiole mobili, costavano sessanta centesimi; i secondi, nel mezzo, con panche rivestite di velluto, quaranta; i terzi, sotto lo schermo e con nude panche, venti. Nonostante i prezzi il Cinematografo Kuhlmann mantenne sempre la supremazia sugli altri imprenditori del settore presenti negli anni sulla piazza a Bergamo. Questo soprattutto perché, come sosteneva la pubblicità, era il più perfezionato “per la naturalezza delle proiezioni”; l’unico che poteva “disporre di pellicole fino a 250 metri di lunghezza”.

Tra i titoli in proiezione: Nel fondo dell’oceano, Don Chisciotte della Mancia, Cent’anni di sonno, Ladri moderni….e offriva anche “proiezioni di attualità con gli ultimi avvenimenti e fatti del giorno, tra cui alcuni magnifici episodi della guerra russo-giapponese”.

Eccezionale una serata nel 1905, quando, oltre a varie proiezioni, il Cinematografo Kuhlmann mostrò “Un dramma dello sciopero, una splendida proiezione, tratta dalla vita sociale, divisa in sei quadri: 1) l’eroina; 2) il gabinetto del direttore della fabbrica; 3) tumulto e uccisione del padrone; 4) l’arresto del colpevole; 5) alla Corte d’Assise; 6) l’avvenire: davanti all’altare della pace il capitale e il lavoro si trovano uniti” (11).

Luigi Pelandi lo ricordava ancora attivo in Fiera nel settembre del 1909, quando assistette ad una “grandiosa” serata cinematografica a totale beneficio dell’Associazione Studentesca “Pro Italia irredenta”, nonché a due novità: “Gli ultimi scavi di Pompei” e “Torquato Tasso” (12).

La Fiera dell’agosto 1908

In quei primi anni del Novecento, fra i concorrenti di Franz Kuhlmann un posto di primo piano fu occupato da Filippo Leilich, che in Piazza Baroni portò il suo Cinematografo Edison. Egli, per combattere la concorrenza del più fastoso Kuhlmann offriva un programma allettante comprendente proiezioni colorate (i singoli fotogrammi venivano colorati uno per uno da esperti e pazienti pennelli) ed altre novità di richiamo, come la proiezione di un film con una vera trama, Cendrillon (Cenerentola) (13).

Un altro concorrente era il baraccone Zamperla (fondato dal proprietario di un circo minore e diretto dalla vedova, la signora Laura Del Pozzo), che di quando in quando faceva la sua apparizione in Fiera o negl’immediati dintorni, lavorando anche per il Teatro Nuovo. Impresario del settore, lo Zamperla girava le città con un carrozzone, pronto a montare e a smontare i suoi spettacoli; disponeva anche di pellicole pornografiche ufficialmente propagandate come tali. Il baraccone si presentava con un grande organo meccanico tutto luccicante e risonante delle arie operistiche e leggere più in voga. Così era annunciato dalla stampa locale: “È arrivato a Bergamo ed ha piantato le sue tende in Piazza Baroni il Grande Cinematografo Zamperla. Egli ha con sé I’officina elettrica della forza di 40 cavalli e lunedì prossimo inaugurerà un grandioso organo testé arrivato da Parigi…” (14).

Non tutti gli impresari foranei si potevano permettere organi meccanici, qualcuno ricorreva al buon vecchio organetto di Barberia. Come nel caso di quel baraccone (probabilmente il “Cinematografo deal”) di cui parla lo studioso bergamasco Sereno Locatelli Milesi. Non sappiamo, piuttosto, se l’organo serviva anche per le proiezioni (15).

LA SVOLTA 

La scoperta e il lancio di queste ”fotografie in movimento” ebbe presto fortuna; il pubblico ormai non si accontentava più delle vecchie lanterne magiche. I giornali cittadini cominciarono a scriverne un po’ più diffusamente nel 1903 (persino a spiegare cos’era il cinema e come funzionava) e fra il 1904 e il 1905, da fenomeno esclusivamente nomade e fieristico, il cinematografo cominciò ad assumere un tono decisamente più ambizioso, a mollare gli ormeggi e ad entrare nei teatri cittadini, seppur associato al varietà, al cabaret e al music-hall.

Entrò dapprima alla palestra dell’attuale Palazzo de’ Tre Passi, poi al “Givoli” di Piazza Baroni (16), al politeama “Novelli” di Viale della Stazione e, con grave disapprovazione dei benpensanti, addirittura (1899) nel nuovissimo “Donizetti”, erede del vetusto ‘Riccardi” (17), dove pare che, inizialmente, la “vergogna modernista” apparisse come una profanazione (18).

A Bergamo, il cinema entrò per la prima volta in un teatro di tradizione il 5 novembre 1899, quando il “Cinematografo Lumière” presentò al “Donizetti” un programma composto da svariate “vedute”, che occuparono da sole un’intera serata (vi ritroviamo i sopracitati) “Arrivo di un treno ferroviario” e “Uscita dalla fabbrica”). Si trattava ancora di film primitivi, girati dagli operatori dei fratelli Lumière e portati al teatro dall’impresario Terzi: un avvenimento del tutto raro in un’epoca in cui gli spettacoli cinematografici erano mostrati nei baracconi delle fiere o nei caffè-concerto. Probabilmente anzi si tratta di un primato poiché non si ha notizia che il cinema sia stato ospite, prima d’allora, di teatri. Gli intermezzi e il quadro rappresentante la Danza russa dovevano essere accompagnati non da una vera e propria orchestra (a fine secolo ancora non si usava), ma da una delle orchestrine che agivano nei locali al chiuso (non nei tendoni di fiera) per rallegrare il pubblico nelle attese, prima dello spettacolo e negli intervalli. Il cinema tornerà poi diverse volte al “Donizetti”

Subito dopo, nel teatro Nuovo appena inaugurato (19), dove ebbe una successiva brillante vita grazie al dinamico impresario Pilade Frattini, che diede una patente di nobiltà al cinema avendo compreso che ormai la prosa e gli spettacoli del circo non bastavano più (anche al Nazionale, il caffè-ristorante gestito da Pilade Frattini, nel 1906 arriverà il Cinematografo Ungari, che proietterà “vedute modernissime, riflettenti fatti seri di attualità, educativi, istruttivi, nonché aneddoti umoristici”).

Il Teatro Nuovo, in Largo Belotti, inaugurato il 23 marzo 1901

A proiettare film erano gli impresari del settore che giravano le città con confortevoli carrozzoni, pronti a montare e a smontare in teatro i loro impianti. Vanno ricordati in particolare lo Zamperla, il Roatto, i fratelli Marcenaro e il Pettini. Durante gli spettacoli proiettati al Nuovo, i titoli dei film non venivano annunciati, ma il nome dell’impresario sì. E così i manifesti dicevano: ‘Al teatro Nuovo il Cinematografo Roatto’. Alcuni impresari però davano al loro spettacolo il classico nome di fantasia (ad esempio, “Cinematografo Universal”) (20).

Le prime proiezioni erano sistematicamente abbinate a spettacoli di varietà: veniva cioè presentato all’interno dei vari programmi delle sale da spettacolo musical-popolare (come il Politeama Givoli o il Teatro Nuovo), in abbinamento al cabaret e al music-hall. Proprio per le sue modalità di presentazione, il cinema degli inizi è strettamente legato alla musica, che fin dalla fine del secolo scorso è un forte elemento di richiamo (fuori dei baracconi gli impresari nomadi – ad esempio, i già citati Franz Kullmann e Zamperla – collocavano i loro organi meccanici) (21).

La progressiva decadenza della Fiera, sempre più malfamata e fatiscente, portò il cinema in altri teatri: nel marzo del 1908 il glorioso Sociale ospitò proiezioni all’insegna del “Cinematografo Sicsim” (sigla di una compagnia di imprenditori che a maggio assunse il nome di “Cinematografo Excelsior” su iniziativa della società milanese “Industria Cinematografi”). Erano film di prima scelta, proiettati con macchinario d’ultimo modello, perfezionatissimo, veramente importante per la grande fissità delle immagini; eliminando cioè l’inconveniente principale delle proiezioni dell’epoca, il tremolio delle immagini (22).

La stampa locale ammetteva ora – e per motivi a noi noti – che “questo nuovo divertimento, alla portata di tutte le tasche, di tutte le età e condizioni, sostituisce oggi il teatro, specialmente il teatro di prosa”: un processo inesorabile, che diede il via, seppur molto lentamente, alla decadenza dei tipici intrattenimenti popolari (il circo, l’opera, il teatro leggero, ogni forma di spettacolo di piazza).

Fu poi la volta del Rubini, che il 4 agosto 1908 ospitò le proiezioni del “Grandioso Cinematografo Parlante Roosvelt American Cinematograph” (esperimento ante litteram del futuro parlato), che consisteva in un meccanismo che assicurava un approssimativo sincronismo fra proiettore e grammofono (un brevetto del francese Georges Mendel). Non mancava un “grazioso regalo” a tutti i bambini presenti in sala e si permetteva di assistere a più rappresentazioni ”senza ulteriore pagamento. I prezzi: sessanta centesimi in platea; cinquanta nella prima loggia; trenta nella seconda. Molto pubblicizzato il film “dal vero”: Due chinesi a Bergamo. Visitano le nostre antichità e fanno colazione all’hotel Moderno, un film girato in città da Giovanni Vitrotti, il miglior operatore dell’Amrosio di Torino.

L’interno del Teatro Rubini nel 1908

Il cinema arrivò quindi nel retro del bar Concordia, sul viale della Stazione, fino al primo locale permanente della città appositamente adibito agli spettacoli cinematografici: il “Cinema-salone Radium” (23).

CINEMA SALONE RADIUM: IL PRIMO VERO CINEMATOGRAFO

Il “Cinema-salone Radium”, inaugurato il 6 maggio 1909, era un capannone in legno “appositamente” costruito da una ditta di Lovere e si trovava all’incirca dove sorge ora il Credito Italiano (piazza Vittorio Veneto), di fronte al boschetto di Santa Marta (24). Era capace di ben 300 posti a sedere.

Primi del Novecento: la chiesa e il Boschetto di S. Marta, con  il busto eretto alla memoria di Lorenzo Mascheroni, inaugurato nel settembre del 1897. La chiesa, consacrata nel 1357, fu pietosamente abbattuta insieme a parte del monastero a partire dal 1915, per l’edificazione del Centro piacentiniano (Raccolta D. Lucchetti)

Decantato da una pubblicità come “il re dei cinematografi” e un “locale di prim’ordine”, era un baraccone tipo saloon da film western, con alcuni gradini da superare, un ballatoio, colonne di legno, con sala d’aspetto e bar. Vi si respirava un’atmosfera da pionieri. La pubblicità informava che il Radium era l’unico a rappresentare “costantemente le prime novità mondiali, morali, istruttive e ricreative” (25), offrendo tutti i lunedì, mercoledì e sabato un cambiamento di programma. Nei giorni feriali le proiezioni andavano dalle 19.30 in avanti, mentre nei giorni festivi iniziavano alle 14.30. L’ideatore del Radium era il vulcanico Pilade Frattini. (26), in quel periodo impresario del Teatro Nuovo e proprietario-mattatore del Caffè Nazionale.

Il Caffè Nazionale di Pilade Frattini, aperto nella vecchia Fiera

Ma non passò qualche mese che il Radium si trovò ad affrontare la concorrenza di altre due sale cinematografiche: l’Universale, in via Torquato Tasso, e il Cinema Orobico, in piazza Santo Spirito (inaugurato il 23 luglio 1910). Un incendio scoppiato nel marzo 1911 consigliò in gran fretta il trasferimento del Radium in un ambiente in muratura, presso la Società di Mutuo Soccorso. Ma la sala era disagevole e il Radium chiuse il battenti.

Nel ricordo di Luigi Pelandi, al “Radium” si tenevano i maggiori comizi sovversivi capitanati dal gruppo Rocchi, Piccinini, Marcassoli e che durante una mattinata domenicale Filippo Corridoni, presentato da Alfonso Vajana, vi tenne un comizio. Pelandi ricorda anche alcune proiezioni (“La maschera di ferro”, “I misteri di Parigi”, il colossale film “La mano nera”, che ottenne un successo strepitoso) e il prezzo d’ingresso: trenta centesimi per i primi posti (sedie) e venti per i secondi (panche); i manifesti apposti sulla porta a vetri avvertivano che “i militari di bassa forza” e i bambini pagavano la metà (27).

LE PRIME PROIEZIONI: IL CINEMA E’ ABBINATO AGLI SPETTACOLI “NAZIONAL-POPOLARI” E ALLA MUSICA

Anche al “Radium”, così come nei teatri “minori” le proiezioni erano sistematicamente abbinate a spettacoli di varietà, caratteristica fissa del “Radium”, dove sfilavano i più tipici rappresentanti del café-chantant: i loro “numeri” erano talmente apprezzati che il più delle volte il locale faceva la pubblicità non ai film, ma agli ‘intermezzi di varietà’ (28). Anche Umberto Zanetti conferma che al “Radium” le varie sequenze erano accompagnate e commentate da un pianoforte suonato da Pietro Airoldi, uno dei proprietari del locale (29).

Anche Rodolfo Paris, autore di poesie in dialetto bergamasco con lo pseudonimo “Alegher”, nonché primo duca del Ducato di Piazza Pontida, accompagnava al piano alcune proiezioni cinematografiche al Teatro Donizetti e pare fosse bravissimo nell’alternare i vari pezzi da eseguire in sincronia con le immagini (Archivio storico-fotografico Domenico Lucchetti)

Talvolta erano invece i burattini a gareggiare con le attrattive dello schermo, come nel settembre 1899 alla Scuola dei Tre Passi di Via Torquato Tasso, con un “Concerto musicale, cinematografico e trattenimento burattini”; e come nel 1909 al Caffe Concordia sul Viale della Stazione, che per tutto l’anno, sotto l’etichetta “Cinematografo e Fantocci”, proponeva spettacoli gioppinori nutriti di proiezioni di film. Mentre di questi ultimi non erano mai annunciati i titoli, degli spettacoli delle “teste di legno” figuravano sempre, ed assai circostanziati, titoli e sommari (dove Gioppino vi faceva la parte del leone: La caccia di Luigi XI con Gioppino soldato valoroso; i fulmini di Giove ovvero il debito dei’ generale, con Gioppino sentinella; i quattro simili con Gioppino servo; Le risorse per non lavorare, ossia Gioppino finto Sansone; e simili).

Decisamente più bizzarri gli abbinamenti fra il cinema e i fuochi d’artificio (come avvenne il 15 settembre 1899 nel recinto della Fiera, in occasione della ricorrenza del santo patrono), e fra il cinema e la gastronomia. Come avvenne il 4 giugno 1911 nel Salone dell‘Albergo Moderno, in cui si offriva al prezzo di lire 4 tutto compreso una ‘Festa delle rose’ con concerto, film e pranzo, con un menu tutto dedicato alle rose: Potage Rosa Gloria di Bergamo – Controfiletto di bue alla Rosa Eglantine – Polli novelli alla Rosa Lombarda – Insalatina alla Rosa d’Italia – Fragole alla Rosa Rosarum, con biscottini, più mezza bottiglia di Cimarone e mezza bottiglia di Champagne (rosé, probabilmente) (30).

Festa all’Hotel Moderno

Dopo il Cinema Salone Radium si aprirono a Bergamo altre sale. Nel frattempo era nato il divismo (prima, le produzioni non si allontanavano dal documentarismo) e arrivarono i primi kolossal: da Quo Vadis? (1913) a Cabiria (1914) (31).

Dagli anni Venti, oltre ai teatri votati al cinema sorsero altre sale cinematografiche, molte delle quali accompagnarono per decenni i sogni dei bergamaschi. E lo vedremo nel prossimo post.

Note

(1) Umberto Zanetti, “Bergamo d’una volta”. Ed. Il conventino, 1983.

(2) Umberto Zanetti, “Bergamo d’una volta”. Ibidem.

(3) Umberto Zanetti, “Bergamo d’una volta”. Ibidem.

(4) Ermanno Comuzio, “Giornale di Bergamo” del 17 agosto 1962.

(5) Pilade Frattini e Renato Ravanelli, “Il Novecento a Bergamo – Cronache di un secolo”. A cura di Ornella Bramani – Vol. II. UTET. Anno 2013.

(6) Ermanno Comuzio, “Giornale di Bergamo”. Ibidem.

(7) Ermanno Comuzio, “Giornale di Bergamo”. Ibidem.

(8) Ermanno Comuzio, “Giornale di Bergamo”. Ibidem.

(9) Pilade Frattini e Renato Ravanelli, “Il Novecento a Bergamo – Cronache di un secolo”. Ibidem.

(10) “Giornale di Bergamo”, Bergamo 5 aprile 1970.

(11) Pilade Frattini e Renato Ravanelli, “Il Novecento a Bergamo – Cronache di un secolo”. Ibidem.

(12) Luigi Pelandi, “Attraverso le vie di Bergamo scomparsa. II. La strada Ferdinandea”. Banca Popolare di Bergamo. Co-Editore: Edizioni Bolis. Bergamo, 1963 (Collana di studi bergamaschi).

(13) Pilade Frattini e Renato Ravanelli, “Il Novecento a Bergamo – Cronache di un secolo”. Ibidem.

(14) “L’Eco di Bergamo”, Bergamo 10 luglio 1906.

(15) Musica dentro e attorno le proiezioni degli inizi. Di Ermanno Comuzio (Primavera 1992). In: Immagini note di storia del cinema. Nuova serie N. 20. Associazione Italiana per le Ricerche di Storia del Cinema.

(16) Nel maggio del 1897 si erano avute al Politeama Givoli, in Piazza Baroni rappresentazioni del ‘Reale Cinematografo Lumière’ di proprietà di Giuseppe Filippi, in cui il cinema aveva il compito di concludere lo spettacolo della ‘Compagnia Eccentrica di Varietà’ composta di cantanti, clowns femminili e ‘monologhisti’ (Musica dentro e attorno le proiezioni degli inizi. Di Ermanno Comuzio (Primavera 1992). In: Immagini note di storia del cinema. Nuova serie N. 20. Associazione Italiana per le Ricerche di Storia del Cinema).

(17) Il cinema tornerà poi diverse volte al “Donizetti”, come quando nel 1906 si proiettano pellicole sotto la complicata etichetta di Electro-Chrono-Projecteur; o nel 1907, quando sul telone del teatro si mostrano scene girate a Bergamo, per le strade; o nel 1913 quando si presenta il kolossal storico Quo Vadis? accompagnato dalla musica di un’orchestra sinfonica (il cinema era muto, a quei tempi); o nel 1914, anno in cui arriva il film italiano più famoso del periodo, Cabiria. Nel 1919 venne proiettato Christus. I tre film ottennero un successo clamoroso, sicuramente anche per l’ottimo adattamento musicale del maestro Tironi, che con Cabiria seppe adeguare le musiche a quanto accadeva sullo schermo, precorrendo così le moderne soluzioni del sempre più stretto rapporto sonoro-immagine (Pilade Frattini e Renato Ravanelli, “Il Novecento a Bergamo – Cronache di un secolo”. Ibidem).

(18) Quando fu la volta del Donizetti, si scatenarono polemiche perché la “vergogna modernista” appariva come una profanazione. Si stabilì quindi di allestire cinematografo e sala di proiezione nell’atrio, e ciò a partire dall’aprile del 1908 sotto l’etichetta “Cinematografo Centrale” o anche “Cinematografo Permanente”. Curiosamente, durante la stagione della Fiera, mentre dentro il teatro si rappresentavano le opere, le proiezioni nel foyer erano perlopiù “accompagnate da un sonoro estemporaneo composto dagli acuti del tenore e dai pieni dell’orchestra che passavano le pareti”. Finalmente, nel 1912 le proiezioni trovarono posto anche all’interno del teatro per durare diversi anni (Pilade Frattini e Renato Ravanelli, “Il Novecento a Bergamo – Cronache di un secolo”. Ibidem).

(19) Nel maggio 1901 nel Teatro Nuovo da poco inaugurato si ha uno «Svariato spettacolo per l’artista Oreste Donnini, oltre al Cinematografo Lumière ed intermezzo di prosa e di canto per Ada Mancinelli». Il film proiettato in questa occasione, frammezzo alle altre esibizioni, è Le petit Poucet, fiaba in 20 quadri tratta da Perrault (Pathé) – (Musica dentro e attorno le proiezioni degli inizi. Di Ermanno Comuzio (Primavera 1992). In: Immagini note di storia del cinema. Nuova serie N. 20. Associazione Italiana per le Ricerche di Storia del Cinema).

(20) Pilade Frattini e Renato Ravanelli, “Il Novecento a Bergamo – Cronache di un secolo”. Ibidem.

(21) Musica dentro e attorno le proiezioni degli inizi. Di Ermanno Comuzio (Primavera 1992). In: Immagini note di storia del cinema. Nuova serie N. 20. Associazione Italiana per le Ricerche di Storia del Cinema.

(22) Dal programma della prima serata: “Parte prima: Giuramento bretone (dramma commoventissimo); I lunatici (cinematografia fantastica a colori); Amore di bandito (dramma commoventissimo); Buon occhio di gendarme (comicissimo)” (Pilade Frattini e Renato Ravanelli, “Il Novecento a Bergamo – Cronache di un secolo”. Ibidem)

(23) Pilade Frattini e Renato Ravanelli, “Il Novecento a Bergamo – Cronache di un secolo”. Ibidem.

(24) Alcuni autori, ad es. Umberto Zanetti, che forse ha ripreso la notizia dal Pelandi (citati in “Riferimenti”), scrivono che “Il 6 maggio 1909 accanto al Bramati, all’interno del recinto della Fiera, s’inaugurava il primo cinematografo della città, il Salone Radium”. Per questo motivo, altrove si legge che il Cinema Salone Radium fu l’antenato del futuro Centrale, sul Sentierone, chiuso nel 1997).

(25) All’inizio del 1910 i giornali annunciavano che “d’intesa con la Lega Navale Italiana, al Cinematografo Salone Radium, di fronte al boschetto di Santa Marta, ogni venerdì avverrà la proiezione di uno speciale programma: rappresentazioni dal vero di soggetti nautici, vita nelle colonie, vedute marine panoramiche ecc. Scopo dell’iniziativa è di dare intrattenimenti divertenti e istruttivi cercando di seguire possibilmente un ordine metodico nei programmi delle proiezioni. Alle proiezioni potranno assistere gratuitamente gli alunni delle scuole comunali”. L’utile era “destinato ad aumentare il fondo per il terzo viaggio d’istruzione per mare al quale sono iscritti anche alcuni bergamaschi” (Ermanno Comuzio per il “Giornale di Bergamo” del 14 luglio 1962).

(26) Pilade Frattini e Renato Ravanelli, “Il Novecento a Bergamo – Cronache di un secolo”. Ibidem. Con inserti di Ermanno Comuzio per il “Giornale di Bergamo” del 14 luglio 1962.

(27) Luigi Pelandi, “Attraverso le vie di Bergamo scomparsa. II. La strada Ferdinandea”. Ibidem.

(28) Ecco un programma tipico [10 febbraio 1912): Parte I – Triste valzer, straordinarie scene drammatiche passionali; Visioni alpestri, interessante cinematografia dal vero. Parte II ­ Intermezzo artistico di varietà. Les Del Cigno, trio artistico-comico di canto, continuo grande successo. Parte III – Il dito del destino, nuovo dramma emozionantissimo; Viaggio di nozze a tre, comica. Prezzi d’ingresso: Primi Posti cent. 40, Secondi Posti cent. 20, Soldati e bambini pagano la metà (Musica dentro e attorno le proiezioni degli inizi. Di Ermanno Comuzio (Primavera 1992). In: Immagini note di storia del cinema. Nuova serie N. 20. Associazione Italiana per le Ricerche di Storia del Cinema).

(29) Umberto Zanetti, “Bergamo d’una volta”. Ibidem.

(30) Musica dentro e attorno le proiezioni degli inizi. Di Ermanno Comuzio (Primavera 1992). In: Immagini note di storia del cinema. Nuova serie N. 20. Associazione Italiana per le Ricerche di Storia del Cinema.

(31) L’Eco di Bergamo, 13 febbraio 1985. All’Ateneo La conversazione di Ermanno Comuzio sulla nascita del cinema a Bergamo.

Riferimenti principali

Pilade Frattini e Renato Ravanelli, “Il Novecento a Bergamo – Cronache di un secolo”. A cura di Ornella Bramani – Vol. II. UTET. Anno 2013.

Immagini note di storia del cinema. Nuova serie N. 20. Associazione Italiana per le Ricerche di Storia del Cinema. Il capitolo: Musica dentro e attorno le proiezioni degli inizi. Di Ermanno Comuzio (Primavera 1992).

L’Eco di Bergamo, 13 febbraio 1985. All’Ateneo La conversazione di Ermanno Comuzio sulla nascita del cinema a Bergamo.

Umberto Zanetti, “Bergamo d’una volta”. Ed. Il conventino, 1983.

Luigi Pelandi, “Attraverso le vie di Bergamo scomparsa. II. La strada Ferdinandea”.  Banca Popolare di Bergamo. Co-Editore: Edizioni Bolis. Bergamo, 1963 (Collana di studi bergamaschi).

Sul Sentierone alla vecchia Fiera, tra il “Nazionale” ed altri Caffè

Il Sentierone con i suoi famosi “Caffè”, nel 1914

Verso la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, nei locali della Fiera che si affacciavano su Sentierone fiorivano quattro splendenti caffè-ristoranti: il Gambrinus, verso la chiesa di San Bartolomeo, punto di ritrovo dei giornalisti e dei tifosi di sport: calcio e soprattutto ciclismo;  il Centrale, all’ingresso della Fiera, frequentato da professionisti ed impiegati e più tardi trasformato in Cinema Centrale; il Bramati, ritrovo preferito di alcuni giornalisti, frequentato da pensionati e da studenti e sede di dibattiti e comizi politici. Ultimo, ma non ultimo, il Nazionale, presso il torresino che guardava verso Porta Nuova, più o meno nella stessa posizione in cui si trova l’attuale: era frequentato dalla gioventù “bene” e grazie al vulcanico Pilade Frattini divenne il centro della vita mondana della città, o meglio, il simbolo della Belle Époque in salsa orobica.

Quattro torri angolari delimitavano i lati dell’ ”insigne fabrica” della Fiera. Erano rozze, basse, tutt’altro che slanciate: perciò venivano chiamate “torresini”. Nei due torresini prospicienti l’Ospedale di San Marco (di cui oggi resta solo la chiesa) avevano le loro sedi il Tribunale della Sanità e i Conservatori della Fiera. Nel torresino che dava verso il portello delle Grazie (in fotografia) erano gli uffici delle Vettovaglie: qui sorgeva il caffè Nazionale. Il torresino vicino alla chiesa di San Bartolomeo, ospitava il Tribunale della Giustizia: accanto sorgeva il caffè Gambrinus e, nel mezzo, il Bramati ed il Centrale (chiuso nel 1914 per dare spazio al Cinema Centrale)

IL CAFFE’ GAMBRINUS

Presso il torresino della Giustizia, e proprio tra le ultime botteghe affacciate sul Sentierone, era il Gambrinus, vicino alla chiesa di San Bartolomeo. Caffè alla moda e punto di ritrovo dei giornalisti, era frequentatissimo dai commercianti ma soprattutto dei tifosi di sport: durante le corse di ciclismo, il Gambrinus era il centro delle informazioni sull’andamento delle competizioni.

Il Gambrinus, presso la Fiera

Fra i giornalisti, alcuni si salutavano fraternamente, altri si guardavano in cagnesco dopo essersi lanciati accuse ed insulti sulle colonne dei rispettivi  giornali. Tra i tifosi di sport invece, il più appassionato era certamente il Gamba, il suo eroe era Enrico Brusoni, allora campione italiano del ciclismo su strada.  

Il Sentierone nel 1914, nei pressi del Gambrinus. Tramanda il Pelandi che il Gambrinus era condotto prima del 1900 da Aristide Mangili, a cui seguì Gamba e più tardi Aroldo Carini, venuto dalla “Cervetta” e poi passato al caffè del Teatro Donizetti, Tra i giornalisti del Gambrinus, Giulio Pavoni, Franco Armando Tasca, Massinari,  Parmenio Bettòli, Carlo Zumbini, Adobati, salumiere con negozio in viale Roma e corrispondente a tempo perso del “Secolo”, quotidiano radicale milanese (1)

Ma questo caffè  era soprattutto rinomato per le battute umoristiche che partivano dal cosiddetto tavolo degli aristocratici, attorno al quale convenivano verso sera l’avvocato Giuseppe Brignoli, il dottor Francesco Negrisoli, il giornalista-scrittore Giovanni Banfi, lo scultore Alfredo Faino, che non era ancora partito per la Francia e che aveva il domicilio in Fiera.

La tavola del Gambrinus era la calamita di quei clienti che cercavano l’allegria come aperitivo all’ora del pranzo. La sorgente del buon umore partiva dalla triade Banfi, Faino Brignoli, quest’ultimo umorista più unico che raro.

Lo scultore Alfredo Faino in posa nel suo studio durante la realizzazione della imponente statua della Vittoria da collocare nella Torre dei Caduti (Archivio fotografico – Fondazione Bergamo nella Storia)

 

Il caravaggino Giovanni Banfi, autore dei noti “Racconti della Bassa”, negli anni intorno al 1907 scriveva per la “Gazzetta della Provincia” (di cui diventerà direttore), che si stampava presso Ia tipografia Isnenghi, la quale aveva l’officina in via Verdi, dove sorse il cinema “Mignon” poi divenuto Ritz (nella foto). Banfi, che dedicava notevole spazio alla critica teatrale, è ricordato da Umberto Zanetti come elegante e inappuntabile, col guanto penzolante, le ghette, il bastoncino da passeggio con il pomolo d’argento e la cravatta all’ultima moda. Con Faino e Vincenzo Monetti “formava un trio spensierato di scanzonati bohémiens”. Banfi è scomparso nel 1959

Nella bella stagione aleggiava lungo il Sentierone il suono delle orchestrine che si esibivano all’aperto per i clienti dei Caffè. Si udivano i valzer viennesi di Strauss e quelli parigini di Waldteufel, la napoletana “Santa Lucia” e il “Sogno” di Schumann, le melodie della “Vedova allegra” di Franz Lehar, le note della celebre barcaiola di Offenbach; in certe sere domenicali si potevano ascoltare un tenore o un soprano intonare raffinate melodie, oppure un bravo violinista creare atmosfere piene di magia.  Il blues, il dixieland e i ritmi sincopati erano ancora di là da venire (2).

I componenti di questi complessi musicali erano giovani professionisti diplomati, che avevano alle spalle anni di studi rigorosi e che tuttavia non disdegnavano di suonare nei café chantant o nelle sale cinematografiche quando si chiudevano i sipari sulle ultime rappresentazioni delle varie stagioni operistiche cittadine (quella di carnevale al Nuovo, quella di mezza quaresima al Sociale e quella di Fiera al Donizetti). Tra questi suonatori, Oreste Tiraboschi (che dal 1913 faceva parte dell’orchestra “Gaetano Donizetti” diretta dal maestro Achille Bedini), che aprì più tardi un negozio di strumenti musicali. Renzo Avogadri (Rasghì), celebre componente del Ducato di Piazza Pontida, era al violino. 

IL CAFFE’-RISTORANTE CENTRALE

Il Centrale seguiva al Gambrinus. Caffè-ristorante di buona nomea, era frequentato da numerosi professionisti e da impiegati di concetto, che qui convenivano coi gruppi familiari per “ciacole” serali e per combinare lunghe partite a scopa, partite di “famiglia” che duravano fino alla chiusura dell’esercizio.

La Fiera nel 1908

Ma un giorno del 1914 il Caffè Centrale, condotto da Bernardo Speranza e da Giuseppe Tiraboschi detto Dindo, cessò la sua attività. Nel locale, opportunamente riattato, il 15 agosto iniziarono le proiezioni del Cinema Centrale, diretto da Pietro Airoldi, lo stesso gestore del Cinema Salone Radium, il primo cinematografo di Bergamo. Dopo aver dato – fra l’altro – alcuni “numeri” di varietà, tutti sboccatucci e licenziosetti, il Centrale, acquisito da Giulio Consonno, ridimensionò i richiami erotici e dirottò la programmazione verso il repertorio poliziesco. Giulio Consonno darà nuovo spazio agli spettacoli di varietà prima rilevando il Teatro Nuovo e poi edificando il Teatro Duse.

Quando la vecchia Fiera verrà demolita e sorgerà il nuovo centro di Bergamo, il Cinema Centrale sopravviverà all’angolo del Quadriportico del Sentierone.

Il Cinema Centrale, nel nuovo centro piacentiniano, prima della ristrutturazione (per gentile concessione di Antonella Ripamonti). Il primitivo Cinema Centrale (quello nella vecchia Fiera) iniziò le proiezioni il 15 agosto 1914. “Fra una pellicola e l’altra si arrotola il lenzuolo dello schermo e si diverte il pubblico con scenette comiche, balletti e altri “numeri” di varietà, tutti sboccatucci e licenziosetti. I rampolli della “Bergamo bene” accorrono a frotte e sperperano i loro centesimi nella nuova sala, che i genitori scandalizzati definiscono “uccellanda diabolica”. A sera, quando gli uccellini irretiti si degnano di rincasare, odono compunti i brontolamenti materni e subiscono contriti le severe lavate di capo dei padri infuriati  (Umberto Zanetti, “Bergamo d’una volta”, cit. in Riferimenti)

IL CAFFE’ BRAMATI

Il Caffè Bramati si apriva dopo il cancello della seconda tresanda. Il proprietario era il signor Camillo, un ometto sempre serio, dignitoso, con un berretto di seta nera con visiera in testa e leggermente claudicante. Di lui il Pelandi ricordava  (anche) i gustosi spuntini: prosciutto cotto alto un dito, innaffiato da un certo vinello frizzante, al prezzo di una lira, mancia compresa.

Caffè Bramati, “bigliardi, birreria”

Il “Bramati” era il ritrovo preferito di alcuni giornalisti di quel tempo e fra essi, Carlo Zumbini, il direttore della “Gazzetta Provinciale”, il battagliero competitore di Parmenio Bettòli, allora direttore-proprietario-fondatore della “Nuova Gazzetta”. La “Provinciale” parteggiava per il partito moderato conservatore, l’altra doveva essere l’organo del partito monarchico liberale. La lotta fra i due giornali, o meglio fra i due giornalisti, fu decisa, aspra, senza quartiere. Altro habitué era Francesco Scarpelli, che dirigeva il “Giornale di Bergamo” ma fu costretto a lasciare la nostra città perché inviso ai fascisti.  

Vicino al “Bramati” aveva sede il “Club di ricreazione” sorto dopo la chiusura del “Casino dei Nobili”, già funzionante al primo piano della casa Goggi in via XX Settembre e come esso svolgente, in tono più modesto, le stesse finalità. Casa Goggi, ritrovo soprattutto delle famiglie degli impiegati statali, faceva parte di uno stabile acquistato nel 1882 da Grazioso Goggi, dove si trovava anche lo storico negozio Goggi (a destra della foto), che era preceduto dalla altrettanto storica Libreria Conti. Grazioso Goggi aveva creato, oltre alla facciata, un libero passaggio pedonale comunicante con via Zambonate, all’interno del quale esponeva le sue merci

IL CAFFE’ NAZIONALE

Di tutti, il Nazionale era il più rinomato. Il caffè ristorante occupava parte del torresino rivolto verso Porta Nuova ed altre botteghe sino al primo cancello della Fiera.

Il torresino rivolto verso Porta Nuova era occupato dal caffè Nazionale insieme ad altre botteghe, sino al primo cancello della Fiera

Il locale era stato rilevato da Pilade Frattini, un impresario dotato di tanta originalità ed inventiva, geniale scopritore di talenti ed organizzatore impareggiabile di molti spettacoli teatrali.

Il Caffè Nazionale, già Trattoria della Speranza. Sui cristalli, facevano bella vista fotografie di ballerine “mezzo ignude”, di soubrettes, di balletti can-can, di musicanti, giocolieri, cantanti alla moda. “Una meraviglia. I bigotti, passando, chiudevano gli occhi, si facevano il segno della croce, pronunciavano segrete preghiere” (Raccolta D. Lucchetti)

 

Frattini Pilade, il vulcanico impresario che acquistò il Caffè Nazionale nell’anno 1900 (gestendo dal 1904 anche il Teatro Nuovo, nonché il Casinò di San Pellegrino), trasformandolo da caffè-ristorante-birreria a una sorta di café chantant, con tanto di teatrino, scuotendo la sonnacchiosa Bergamo

Capitato a Bergamo intorno al 1900,  l’aveva rilevato da Pietro Balicco, che a sua volta l’aveva acquistato nel 1894, trasformando la Trattoria della Speranza in Caffè Nazionale.

Sul Sentierone, il Caffè Nazionale, frequentato dalla gioventù “dorata” di Bergamo. La clientela, per quei tempi, sufficientemente spensierata, godeva dell’ammirazione di chi non poteva varcare le solenni “soglie” (la ripresa è del 1907)

Il Frattini mise al banco della cassa Emilia, la consorte – un’affascinante bionda – e per richiamare gente assunse in servizio, in qualità di camerieri, degli autentici cinesi, vestiti all’orientale: tutta la città parlava divertita di questi camerieri esotici, che incuriosivano per le ciabatte dipinte, i paludamenti sgargianti e i capelli raccolti a codino.

Caffè-ristorante Nazionale. Il cartellone pubblicitario con le opere liriche al Teatro Donizetti fornisce una doppia indicazione: sull’anno in cui venne scattata la fotografia (dopo il 1897, quando il teatro venne inaugurato nel nome di Gaetano Donizetti) e sulla stagione (era d’autunno) – (Archivio Fotografico – Museo delle Storie di Bergamo)

Frattini introdusse i concerti musicali “senza aumento delle consumazioni”, si inventò svariate iniziative che ora definiremmo di marketing e cercò, riuscendoci, di far sì che il Nazionale fosse più di un esercizio pubblico, ma il centro della vita mondana, artistica e intellettuale, portandovi una ventata di aria metropolitana.

Da una rivista del 1900

All’interno del locale, oltre a riservare alcune salette al gioco – sua perenne e fatale passione -, Frattini fece un teatrino di varietà, una specie di “cabaret” nel quale si esibì per una quindicina d’anni il fiore dei cantanti famosi, dei musici, delle soubrette, delle ballerine, dei comici e dei giocolieri dell’epoca. Per il suo teatrino aveva costruito persino i camerini degli artisti ed un apposito fondale.

In questa foto risalente ai primi anni del Novecento, il grande Salone Teatro del Nazionale nell’Antica Fabbrica della Fiera, ai tempi in cui il locale era gestito da Pilade Frattini. Il salone, nel quale si tenevano anche feste e dei banchetti, era posto al piano superiore e venne a un certo punto affittato da Frattini al rinomatissimo Circolo Commerciale Agricolo e Industriale, che raccoglieva i maggiori commercianti ed industriali di città e provincia fra i quali il “Pesentù”, il fautore della direttissima Bergamo-Milano

Scriveva Geo Renato Crippa che a frequentare il locale erano “i ricchi di città e di borgate, la crème della nobiltà, i viveurs e gli elegantoni, quelli che portavano il cappello verde, gli abiti confezionati da Prandoni in Milano, calzavano le scarpe del classico Assuero Rota di Città Alta, frequentavano il Cappello d’Oro ed il Concordia di Viale Roma, magari sostenevano ‘donnette’ di qualche avvenenza, pagandole a ‘mesata’ (era molto chic), non mancavano ogni mattina, sul tardi, di sbarbarsi dal barbiere ‘Biffi’ di Via Torquato Tasso”. Questi signori, potevano in verità vantarsi di una visitina – una volta tanto – “al Cova, al Savini od al Bonola di Milano, ai Casinò di San Remo o di Montecarlo, celando tali scappate alle fedelissime consorti, alle fidanzate, alle madri intransigenti e sospettose.

Al Nazionale arrivavano, in gruppo, per l’aperitivo; non più il ‘bianchino’ delle trattorie, del Garibaldi o del Gambrinus, bensì il Campari, il Carpano, il Cinzano ed il Martini o, più fine ancora, il Costumé Cannetta , un rosé milanese di classe”.

Alle cinque del pomeriggio qualche elegante divetta ingaggiata dal Frattini si degnava di fare un’apparizione lungo il Sentierone per farsi ammirare dagli snob. Le dame dell’aristocrazia e le signore della borghesia sbirciavano passeggiando sussiegose e le loro occhiate tradivano fuggevolmente l’invidia.

“Tediose sofferenze turbavano le signore altolocate alle quali, in diverse oocasioni, l’entrata era vietata. Per il Nazionale, a Bergamo, si farneticava. Se non stavano più nella pelle le nobildonne scontente dei raggiri, delle bugie e del grosso di fandonie ad esse propinate da padri, mariti e figli, addirittura le giovinette accoravansi di essere tralasciate a profitto di ‘divette’ straniere delle quali si narravan ‘mirabilie’ a ripetizione. Bizzarrie scuotevan dame e fanciulle sino ad obbligarle a trascorrere sul Sentierone, all’Isacchi , ore ed ore, in attesa spietata di assistere al passaggio delle ‘compagnie’ contrattate per serate illuminanti. Lo scodinzolamento delle ‘invidiate’ succedeva, quasi sempre, intorno al mezzogiorno o alle cinque del pomeriggio. Le critiche rattristavano i purlottii e le denuncie dei salotti i più affollati. Non mancavamo, mai, recriminazioni, accuse, denuncie e qualche lacrimuccia. Le constatazioni ferivano e come” (Geo Renato Crippa, in Riferimenti)

Nel 1906 al Nazionale arrivò persino il cinematografo, o meglio, il Cinematografo Ungari, che proiettava “vedute modernissime, riflettenti fatti seri di attualità, educativi, istruttivi, nonché aneddoti umoristici”.

Al café chantant di Pilade Frattini giunse anche Gea della Garisenda, bella e agilissima. Il suo “Inno a Tripoli” fu un trionfo. Il pubblico andò in visibilio vedendo la brunetta emiliana entrare in scena con un cappello da bersagliere in testa, nuda sotto una grande bandiera tricolore, che l’avvolgeva tutta, ed ascoltandola effondere la generosa voce di mezzo-soprano nelle note marziali di “Tripoli, bel suol d’amore…”.

Grande Caffè Ristorante Nazionale. Si noti anche la dicitura “Ristorante Frattini”

Pietro Mascagni, a Bergamo per assistere ad una recita della sua “Cavalleria”, che si dava al Donizetti sotto la prestigiosa direzione del napoletano Leopoldo Mugnone, volle godersi lo spettacolo della ”diva” seduto in prima fila nel teatrino del Nazionale.

Il primo “Nazionale” sul Sentierone, nei locali della demolita Fiera. Come indicano le scritte sul muro, il celebre caffè ospitava anche la sede dell’Automobil club e il Garage Frattini (da “C’era una volta….” di Pino Capellini, Ferruccio Arnoldi Editore)

Quando l’estroso e geniale caffettiere, che dal 1908 dispose di un aereo personale, diventò impresario, con Giovanni Ceresa, del Teatro Nuovo, non finì di far strabiliare. Da buon impresario teatrale (suo a Roma il teatro Frattini), gestì il Nuovo in prima persona, facendone uno dei teatri italiani più vivi e à la page, trasformandolo in un vero e proprio centro d’attrazione per ogni genere di spettacoli. Grazie a lui il teatro divenne la sala più polivalente della città, rendendo memorabili i primi anni del Novecento.

Quando a San Pellegrino si aprirono le sale da gioco, Frattini era il patron del Casinò: alla sua esperienza, alla sua vivace spregiudicatezza ricorsero i promotori e gli organizzatori. Fra lo sfoggio degli smoking e lo sciupio dello champagne, un fiume di denaro affluì da Milano al centro termale brembano. ll patron tentò qualche colpo al banco da gioco ed ebbe fortuna.

Poi venne la guerra del ‘15-’18, con le inevitabili restrizioni; bardature, oscuramento, tesseramento, limitazioni di generi di lusso. Il Nazionale languiva. Dopo la disastrosa rotta di Caporetto, arrivarono anche a Bergamo numerosi militari feriti e si allestì per loro una infermeria nella sede del vecchio Ricovero delle Grazie. La gente non pensava più a divertirsi.

All’inizio del 1917 Frattini pensò bene di disfarsi dell’esercizio, cedendo il locale al pasticcere Luigi Isacchi (1-1-1917), noto per avere creato il tipico dolce bergamasco della polènta e osèi. Nel vecchio café chantant, adibito a pasticceria, regnava ora un discreto silenzio; all’ora del tè qualche signora sedeva ai tavolini biancodorati in stile impero per sorseggiare compostamente un bicchierino di rosolio: Bergamo – scriveva Crippa – si trovava ora “spenta e muta, ricadendo nella sua monotonia, nei ritorni alle preferenze ineleganti. Quanti la sera vestivano lo smoking si persero come nebbia di pianura…. Il floscio riportò Bergamo alla sua semplicità ancestrale”.

Un giorno, richiamato dalla passione del gioco, Pilade Frattini andò a Stresa e puntò ostinatamente un numero alla roulette per tutta la notte: all’alba, disperato, dopo aver dilapidato una fortuna, stramazzò al suolo. Un colpo apoplettico lo aveva stroncato: era il 1920.

Il Sentierone nel 1920. Questa parte della Fiera fu l’ultima ad essere abbattuta, mentre dietro già si costruiva (Raccolta D. Lucchetti)

Di tutti i locali incontrati nel corso della nostra passeggiata, il  Nazionale è l’unico dei quattro che ha continuato a vivere – dapprima come caffè-ristorante e poi solo come caffè – anche dopo l’abbattimento della Fiera e la costruzione del Centro piacentiniano: e lo si deve anche alla notorietà del vecchio locale e alle iniziative di Pilade Frattini.

Dopo Frattini, sarà Pietro Bardoneschi ad averlo in gestione, quando aprirà la nuova e attuale sede sotto i portici, che nel 1925 vedrà nascere anche il primo Rotary Club della cittadina.

Il bar del ristorante Nazionale dopo la riedificazione (1923) nel quadro del più vasto progetto urbanistico curato dall’architetto Marcello Piacentini

 

Uno dei saloni da pranzo del ristorante Nazionale dopo la riedificazione (1923) nel quadro del più vasto progetto urbanistico curato dall’architetto Marcello Piacentini. Il servizio di ristorazione continuò sino a quando, intorno agli anni novanta, il Nazionale si ridusse a solo Caffè

 

Uno dei saloni da pranzo del ristorante Nazionale dopo la riedificazione (1923) nel quadro del più vasto progetto urbanistico curato dall’architetto Marcello Piacentini

Nel 1936, sotto quei portici prese posto il caffè Balzer, con la sua sobria e nobile eleganza, impostata da una famiglia originaria del Liechtenstein. Balzer e Nazionale, che non mancavano mai in ogni reportage dal Sentierone, accoglievano gli spettatori che uscivano dal Teatro Donizetti, tenendo aperto anche fino alle due di notte.  

In quegli anni, quando la tradizione del caffè come luogo d’incontro era ancora viva e intellettuali, artisti e “bella gente” passavano le giornate ai tavolini, sul Sentierone c’era un dualismo alla Coppi e Bartali: dall’altra parte della strada, sempre nel ’36 nel palazzo della Popolare era stato aperto un caffè il cui nome ricordava l’euforia da Impero: il Moka Efti, famoso nel Dopoguerra per i concerti serali e diventato poi l’attuale Caffè del Colleoni.

Bergamo, anni trenta; il maestro Sala con la sua orchestra al caffè Nazionale sul Sentierone (proprietà A. Sala, in Riccardo Schwamenthal, Jazz a Bergamo. Ricordi, testimonianze, documenti dagli anni trenta agli anni Settanta- Archivio Storico Bergamasco. Nuova Serie n. 2, maggio-agosto 1995)

 

Bergamo, 1945. L’orchestra di Aldo Sala al caffè Moka Efti sul Sentierone: Aldo Sala pianoforte, Angelo Kadaelli batteria, Orlando Mazzoleni contrabbasso, Rino Gabellinl sassofono tenore, Gian Maria Berlendis violino; [?] Canavesi tromba, Ada Bondi cantante (proprietà A. Sala, in Riccardo Schwamenthal, Jazz a Bergamo. Ricordi, testimonianze, documenti dagli anni trenta agli anni Settanta- Archivio Storico Bergamasco. Nuova Serie n. 2, maggio-agosto 1995)
Il celebre Moka Efti del secondo Dopoguerra, ha visto i più bei nomi del jazz italiano e locale esibirsi per il pubblico bergamasco. Mitico il suo aperitivo “giallo” Martini con oliva verde, servito in coppetta da cocktail “Martini”. Oggi i locali sono occupati dal bar Colleoni 

All’estremo  dei portici, verso Largo Belotti, era invece attivo il Savoia, chiuso in età repubblicana nel 1956 (?).

Caffè Savoia sul Sentierone

In quello stesso ’56, al Nazionale si erano ritrovati gli artisti che avevano firmato il manifesto del Gruppo Bergamo. Ma nel 1945 il Nazionale-Concordia era stato anche una mensa di guerra.

Tra alti e bassi, è arrivata la chiusura a giugno 2006. Il locale ha riaperto esattamente dopo un anno di ristrutturazione con un nuovo nome “212 barcode” (212 è il prefisso dell’area di New York) e un arredo postmoderno. Tra cambi di gestione e licenze contese, finite nelle aule del tribunale, il 1° settembre 2011 il locale a riacquisito il nome Nazionale, ma non la vecchia atmosfera: se oltre un secolo fa nelle sue eccentricità Pilade Frattini aveva preso come camerieri degli autentici cinesi, con vestiti orientali e tanto di codino (come dovevano essere nell’immaginario dell’epoca), i cinesi, senza codino, prendevano ora in gestione il locale, per tenerlo fino al  2015, quando subentrava un’altra società cinese, che ha chiuso i battenti  alla fine del 2020. Si mormora che il Nazionale sia in procinto di rifarsi il look con importanti lavori di ristrutturazione, che puntano a farlo tornare tra i locali simbolo e più frequentati del centro.

Note 

(1) Negli ultimi anni dell’Ottocento a Bergamo si pubblicavano tre quotidiani: “L’Eco di Bergamo”, d’ispirazione cattolica, diretto da Gian Battista Caironi; la “Gazzetta Provinciale”, organo indipendente diretto da Parmenio Bettòli; e l’”Unione”, foglio liberale diretto da Enrico Mercatali. L’”Unione”, fondata nel 1891, ebbe vita breve; cessò le pubblicazioni nel 1900. Vi aveva fatto le ossa Franco Armando Tasca, il quale poi diresse il “Giornale di Bergamo”, emigrando infine a Pavia dove diresse un altro giornale, spegnendosi in tarda età. Scrittore intelligente e fecondo, aveva anche trovato il tempo per scrivere una storia di Bergamo, che fu pubblicata a puntate dal “Gazzettino” di San Pellegrino Terme Luigi Pelandi, “Attraverso le vie di Bergamo scomparsa. II. La strada Ferdinandea”.  Banca Popolare di Bergamo. Co-Editore: Edizioni Bolis. Bergamo, 1963 (Collana di studi bergamaschi).

(2) “…in certe sere domenicali si potevano ascoltare un tenore nelle melodie di Tosti e di Denza e un soprano nella “Leggenda valacca” di Braga e nelle raffinate ariette in stile antico di Stefano Donaudy, nonché un bravo violinista nella “Serenata medioevale” di Silvestri, nella romanza andalusa di Sarzate, e in qualche virtuosa variazione su temi zingareschi (…) I componenti di questi complessi musicali erano giovani professionisti diplomati, che avevano alle spalle anni di studi rigorosi e che tuttavia non disdegnavano di suonare nei café chantant o nelle sale cinematografiche quando si chiudevano i sipari sulle ultime rappresentazioni delle varie stagioni operistiche cittadine (quella di carnevale al Nuovo, quella di mezza quaresima al Sociale e quella di Fiera al Donizetti). Tra questi suonatori, Oreste Tiraboschi, un violoncellista mantovano diplomatosi nel 1909 presso l’Istituto Donizetti; dal 1913 faceva parte dell’orchestra “Gaetano Donizetti” diretta dal maestro Achille Bedini. Il complesso (due pianoforti: Tironi e Briccoli; due violini: Avogadri e Pesci; due violoncelli: Airoldi e Tiraboschi) eseguiva musica da camera nella sede di via Pignolo. Il Tiraboschi aprì più tardi un negozio di strumenti musicali. Altri musicisti, Osvaldo Legramanti, contrabbassiste; Giovanni Marigliani, violinista; Eugenio Tironi… (“Umberto Zanetti, “Bergamo d’una volta”. Ed. Il conventino, 1983).

Riferimenti

Umberto Zanetti, “Bergamo d’una volta”. Ed. Il conventino, 1983.

Luigi Pelandi, “Attraverso le vie di Bergamo scomparsa. II. La strada Ferdinandea”.  Banca Popolare di Bergamo. Co-Editore: Edizioni Bolis. Bergamo, 1963 (Collana di studi bergamaschi).

Geo Renato Crippa, “Bergamo così (1900 – 1903?)”.

Il Teatro Rubini

Quello che tutti conosciamo come cinema Rubini è sorto come teatro agli inizi del secolo scorso, ricavato all’interno della Casa del Popolo, inaugurata nel maggio del 1908.

Tra viale Papa Giovanni XXIII e via Paleocapa: la Casa del Popolo, oggi Palazzo Rezzara

Il grande edificio, progettato su incarico del Consiglio direttivo dell’Unione delle Istituzioni Sociali Cattoliche Bergamasche, presieduto da Nicolò Rezzara, si estende su una vasta area compresa tra viale Papa Giovanni XXII, via Paleocapa e via Novelli; un’area  caratterizzata da una nutrita sequenza di palazzi in stile liberty ed eclettico. Oltre al teatro, l’edificio comprendeva le istituzioni cattoliche, un albergo, un ristorante, negozi, appartamenti, la Banca Piccolo Credito, la cappella, sale di lettura, sala biliardo e, allora come oggi, la redazione de “L’Eco di Bergamo”.

La Casa del Popolo (oggi Palazzo Rezzara) è situata in prossimità della stazione ferroviaria di Bergamo e occupa un’area di circa 3.500 mq, già occupata parzialmente dal Politeama Novelli, un teatro dalla vita breve. L’architetto Virginio Muzio vi eseguì gli scavi e la posa della prima pietra (1904), ma l’edificio venne variamente realizzato da Ernesto Pirovano e completato nel 1908, anno della sua inaugurazione. Il palazzo, di gusto “eclettico” (stile frequente in quel periodo per i palazzi istituzionali), riprende elementi dell’arte classica, anche se ai piani superiori si individuano motivi floreali più vicini allo stile Liberty

Dedicato a Giovambattista Rubini (Romano di Lombardia, 7 aprile 1794 – 3 marzo 1854), celebre tenore romanese, il teatro fu inaugurato nel 1907 e restò in attività per quasi 80 anni, guadagnando un posto d’onore nell’immaginario collettivo soprattutto grazie al cinematografo, presente e molto attivo sin dagli esordi del locale.

L’esterno del teatro, ricavato all’interno della  Casa del Popolo, con ingresso su via Paleocapa. Dal 1987 è stato trasformato in Centro Congressi Giovanni XXIII (ripresa del 1959)

L’INAUGURAZIONE

L’inaugurazione avvenne la sera del 16 novembre 1907 con l’opera Poliuto di Gaetano Donizetti (1), in una platea stipata, con molte signore fra il pubblico. La luce calda delle lampade a incandescenza fondeva in un insieme armonico le tonalità delle decorazioni e della pittura, e si ripercuoteva nelle dorature della sala.

Ricorda Ermanno Comuzio che l’orchestra fu da subito interrotta da schiamazzi di studenti che pretendevano a gran voce, prima dell’opera, l’esecuzione dell’Inno di Garibaldi: inno patriottico, ma non certo cattolico; e il teatro era stato realizzato per ospitare, nella Casa del Popolo, sede anche de “L’Eco di Bergamo”, quotidiano della Curia, le manifestazioni artistiche di maggior portata per il mondo cattolico. Alle ragioni idealistiche si erano mescolate quelle derivate dalle istigazioni di impresari concorrenti disturbati dalla nascita del nuovo teatro.

Interno del Teatro Rubini. L’inaugurazione avvenne il 16 novembre 1907 con l’opera “Poliuto” di Gaetano Donizetti

Quella sera, una rappresentanza di Romano depose ai piedi del busto di Giovambattista Rubini, posto nell’atrio del teatro, due splendide corone con nastri: una a nome del Municipio, l’altra a nome dei Luoghi Pii fondati dal celebre tenore romanese.

Dopo lo spettacolo, la direzione del Rubini offrì, nei locali di ritrovo della Casa del Popolo, un banchetto servito egregiamente dal signor Carminati dell’attiguo Albergo Moderno; il ridotto del teatro era infatti in comoda comunicazione con una sala da caffè annessa all’albergo, che ad ogni spettacolo faceva servizio da buffet.

Una strepitosa testimonianza d’epoca dell’Albergo Moderno, ricavato nella Casa del Popolo

COM’ERA L’ANTICO TEATRO

Il teatro, tutto in muratura, cemento e ferro – per scongiurare ogni pericolo d’incendio -, aveva una vasta platea di forma esagonale, che si estendeva anche sotto le due grandi logge che la circondavano; un palcoscenico piuttosto ristretto e tre ordini di palchi con sei palchetti di proscenio; le logge erano sostenute da una serie di graziose colonnine di ghisa, difese da robuste ed eleganti balaustre di ferro battuto, graziosamente disegnate. Purtroppo le colonnine disturbavano un po’ la visibilità.

La sala del Teatro Rubini aveva una grande platea e tre ordini di palchi; le logge erano sostenute da una serie di graziose colonnine, le balaustre erano di ferro battuto e le decorazioni, di stile floreale. Un teatro moderno, comodo, elegante, capiente e, grazie alla buona acustica, adatto a spettacoli di musica e prosa (Archivio Luciano Galmozzi)

Le decorazioni, di stile floreale seicentesco modernizzato, avevano figure e medaglioni allegorici. Le molte dorature in platea e nelle logge rendevano ancor più prezioso il teatro, riccamente illuminato a luce elettrica con graziosi lampadari e con un grandioso ed elegante lucernario sostenuto da tralicci di ferro, innalzato al centro della platea e circondato da una vetrata graziosamente decorata (2).

Come appariva l’interno del Teatro Rubini nel 1908, all’inaugurazione della Casa del Popolo (dalla pubblicazione del 1956 “Nicolò Rezzara”, di Giuseppe Belotti. Edizioni S.E.S.A.). Definito un locale per famiglie piuttosto confortevole, poteva ospitare sino a 1500 persone: 750 posti a sedere nelle logge, 250 in platea, oltre ai 500 posti in piedi. La pubblicità lo definiva arieggiato e fresco d’estate e riscaldato d’inverno

Nel teatro, eleganza, comfort, solidità, capienza e modernità erano coniugati con sapienza ed equilibrio, grazie alla presenza di impianti moderni, quali caloriferi centrali, fonti di energia indipendenti, aspiratori, ventilatori, estintori automatici, apparecchi meccanici per gli scenari. Era dotato di parecchie bocche d’acqua per l’estinzione di incendi, nonché di numerose uscite di sicurezza. E, grazie alla buona acustica (favorita dal vuoto lasciato sotto la platea e sotto il palcoscenico), era adatto a spettacoli di musica e prosa.

Moderni i camerini per gli artisti (posti su un fianco del palcoscenico), così come i locali per i coristi e le comparse, che si trovavano sotto il palcoscenico.

SPETTACOLI PER TUTTI, MA IL CINEMATOGRAFO PRIMEGGIAVA

Nel periodo che seguì l’inaugurazione, vi fu un breve ma frequentatissimo corso di recite di Ermete Novelli, e a un mese di distanza in teatro approdarono spettacoli d’ogni tipo, dalla prosa al varietà, dalla commedia dialettale ai concerti: ma il cinematografo fu comunque l’attività più sistematica, risultando in certi anni il locale più attivo della città, l’unico a permettersi a Bergamo pubblicità in grande stile sui giornali.

Fu il Rubini ad offrire al pubblico i primi Kolossal come Gli ultimi giorni di Pompei, diretto da Luigi Maggi (la “prima” si tenne il 21 febbraio 1909): il primo film muto storico-epico del cinema italiano ricordato da Ermanno Comuzio (3) come “una rivoluzione spettacolosa nelle convenzioni del trattenimento cinematografico nella prima decade del Novecento […] Giorni indimenticabili in particolare per la cassiera del teatro, Diana Barberini, che non ancora ventenne era stata ingaggiata dai gestori della Casa del Popolo (tra cui l’onorevole Gavazzeni, padre del maestro Gianandrea) per insediarsi al botteghino…. che aveva accettato l’incarico più per la passione del cinema che per la retribuzione”.

Come appariva l’interno del Teatro Rubini nel 1908, all’inaugurazione della Casa del Popolo (dalla pubblicazione del 1956 “Nicolò Rezzara”, di Giuseppe Belotti. Edizioni S.E.S.A.)

E’ interessante notare che Gli ultimi giorni di Pompei (stesso titolo di quello muto del 1908) fu anche il primo film diretto da Sergio Leone (1959).

Altro grosso successo di pubblico ottenne nel 1910 La Gerusalemme liberata, un film diretto da Guazzoni che, per meglio documentarsi, compì anche diverse ricerche alla Civica Biblioteca A. Mai. Altri kolossal dell’epoca, Il conte Ugolino e Napoléon, presentati come “colossali capolavori storici istruttivi”: un pallino di diversi locali per dare più che altro una patina culturale a spettacoli che il più delle volte avevano poco da spartire con la cultura.

A quel tempo, le proiezioni al Rubini erano “accompagnate da un pianoforte suonato da un certo signor Martina, che aveva carta bianca nell’eseguire pezzi di diversa natura a seconda del carattere delle singole sequenze che si svolgevano sullo schermo”.

Su una delle pagine pubblicitarie, pubblicata domenica 16 agosto 1914, si annunciava che dalle 16 alle 23 si sarebbe tenuto un programma straordinario con due film: Squadra navale francese nel Nord Mediterraneo e Destino vendicatore, “emozionantissimo dramma in tre parti”.

E fu proprio in quel 1914 che il teatro fu attivo come sala cinematografica per tutto l’anno, “con programmi di prim’ordine e un afflusso di pubblico sempre sostenuto”. Capitava che a volte gli intermezzi fossero rallegrati da intrattenimenti musicali, con un repertorio che variava dal drammatico allo storico, dal poliziesco al romanzo d’appendice. E non mancava mai la comica finale.

La serie di film che riscosse maggior successo fu Fantomas.

Anche se il Rubini ebbe per anni una compagnia stabile di prosa, fu comunque il cinema a riempire il teatro. Un particolare successo di pubblico ebbe nel 1938 il film Il segno della croce con Fredric March e Charles Laughton, imponendosi su tutti gli altri film storici “per la meraviglia della sintesi drammatica, lo splendore delle immagini, la tumultuosa potenza dei sentimenti”. La sontuosa messinscena mostrava “una Roma superba, dal palazzo dell’imperatore alle case dei patrizi, alle scalee immense del Circo, ai sotterranei dove sono rinchiusi i cristiani. Una visione superba per potenzialità di mezzi impiegati nella lavorazione, per la grandiosità di linee veramente imponenti, per il gusto e le proporzioni concordi dell’insieme. Un film sonoro perfetto. Incantato il pubblico”.

E’ sempre l’immancabile e poderoso “Il Novecento a Bergamo” a ricordare un evento memorabile nella storia del teatro: un’iniziativa benefica riservata ai poveri delle Conferenze di San Vincenzo per assistere al film Monsieur Vincent. Ricordando quella serata, don Andrea Spada (4) scrisse che l’invito era stato rivolto ai più poveri: umilissime donnette, poveri del dormitorio popolare, dei refettori, povera gente che abitava sulle soffitte, nei sottoscala, che d’estate dormiva all’aperto. Il locale era colmo e soffocante. Si dovette sbarrare il teatro tanta era ancora l’umile gente che attendeva di fuori. “Al buio pareva vuoto tanto era il silenzio, tanta la partecipazione accorata al film di tutta quella gente”. E a un certo punto non mancarono i singhiozzi in sala.

Talmente vario il repertorio che nell’ottobre del 1963 vi fu allestito uno spettacolo “sconvolgente”: un’edizione, voluta dal Circolo Artistico Bergamasco, in forma di “oratorio”, dell’opera Roberto Devereux di Gaetano Donizetti, diretta dal maestro bergamasco Giulio Lorandi. E dato che in città mai si era assistito a delle pagine melodrammatiche non in costume, l’esibizione suscitò grande stupore, tanto che i patiti della lirica fecero di tutto perché la rappresentazione fosse ripetuta più volte; cosa però impossibile a causa del risicato bilancio del Circolo, che non permetteva ripetizioni costose.

DUE RINNOVAMENTI IN VENT’ANNI… E POI LA FINE

La sala del Rubini fu letteralmente trasformata nel 1954 con un radicale intervento, eseguito su progetto dell’architetto Luciano Galmozzi, che ne cancellò l’impronta stilistica originaria. Logge e colonne furono sacrificate a favore di una moderna soluzione architettonica: platea e una loggia a vasta curva senza bisogno di pilastri in vista.

L’atrio del cine-teatro Rubini nel settembre del 1959, con tanto di locandina (“Un condannato a morte è fuggito”)

La capienza venne aumentata; si guadagnò da una parte in visibilità e praticità, dall’altra si perse per sempre un caratteristico esempio di architettura teatrale d’epoca, come una decina d’anni dopo avvenne per il Teatro Nuovo.

Interno del cine-teatro Rubini negli anni Sessanta

Con i suoi 1.600 (?) posti a sedere fra platea e galleria, offrì per decenni film per famiglie, le anteprime dei western di Sergio Leone e tutti i cartoni animati di Disney, restando però sempre aperto ad eventi di varia natura.

Il cinema teatro Rubini  negli anni Sessanta. La fotografia fu scattata in occasione del film “Questo pazzo, pazzo, pazzo, pazzo mondo”, pellicola americana del 1963. Erano gli anni in cui le sale cinematografiche andavano ancora forte in Italia, ma negli anni Settanta cominciò il declino che portò a una progressiva riduzione del numero di sale. Nella foto si vede anche la bottega del barbiere Algeri, aperta nel 1936 e ancora oggi in attività

 

Jazz Al Rubini. Bergamo (1956). Un concerto jazz al teatro Rubini in via Paleocapa di Bergamo nel 1956. Organizzato dal Jazz Club Ponte San Pietro e da Gioventù Studentesca presentava il Quartetto Glauco Masetti. Nella fotografia, di GIANNI CARDANI, Glauco Masetti al sassofono contralto, Gianfranco Intra al pianoforte, Al King al contrabbasso e Rodolfo Bonetto alla batteria (foto e info Riccardo Schwamenthal)

 

Volantino Di Un Concerto Jazz. Bergamo (1957). E’ il volantino di uno dei primi concerti organizzati dal Jazz Club Bergamo con la collaborazione di Gioventù Studentesca e del Jazz Club Ponte San Pietro. Il concerto, nei suoi tre tempi, faceva ascoltare tre forme del jazz classico: il jazz tradizionale con il gruppo milanese Riverside Jazz Band in cui suonava Lino Patruno che sarebbe diventato famoso, lo swing, la musica ballabile portata alla celebrità da Benny Goodman con il Quintetto Swing di Glauco Masetti e il jazz allora attuale con il Sestetto Jazz Moderno. Come si può vedere il gruppo swing e quello che faceva jazz moderno era formato sostanzialmente dagli stessi musicisti alcuni dei quali cambiavano strumenti e si adeguavano allo stile. Alcuni di questi musicisti hanno fatto la storia del jazz italiano e anche della musica leggera italiana. Per esempio il Maestro Giulio Libano, che suonava tromba e vibrafono, è stato il direttore d’orchestra che diresse e curò gli arrangiamenti del primo LP di Adriano Celentano e della maggior parte dei primi dischi di Mina. Bisogna anche ricordare che i concerti jazz al Teatro Rubini, che era all’inizio di via Paleocapa, ebbero l’aiuto e il sostegno di un grande personaggio della vita religiosa e culturale bergamasca di quegli anni: Don Tito Ravasio (foto e info Riccardo Schwamenthal)

 

La Giuria Del Concorso Orchestrine. Bergamo (1958), Al cinema teatro Rubini veniva organizzata da Gioventù Studentesca il Concorso Orchestrine a cui partecipavano gruppi musicali formati da studenti delle scuole della bergamasca. Il tifo era fortissimo in particolare quando si presentava sul palco il complesso musicale che rappresentava l’Esperia. Questo il tavolo della giuria con in primo piano a destra Guido Dietrich che sarebbe diventato un giornalista di importanza nazionale, non ricordo il nome delle due ragazze e nemmeno della terza persona, ma anche lui diventò un importante giornalista dell’Eco di Bergamo, poi c’ero io e infine, con gli occhiali, Luciano Volpi (foto e info Riccardo Schwamenthal)

Il locale fu rinnovato anche nel 1974, quando divenne “Rubini 2000”, nome col quale per un certo periodo divenne frequentatissimo, anche grazie a una serie di importanti concerti, come la prima uscita ufficiale della Premiata Forneria Marconi in veste di supporto dei Procol Harum.

Il cine-teatro ai tempi in cui era denominato “Rubini 2000”

Vi si esibirono inoltre gli Area, il Banco del Mutuo Soccorso, Arthur Brown, i Pooh più volte e molti altri.

Austerity 1973: davanti al Teatro Rubini

Tirò avanti negli ultimi anni cercando di sopravvivere all’imminente tramonto delle sale cinematografiche, sostituendo agli inizi degli anni ‘80 il Donizetti per la prosa nel periodo dei lavori di restauro e facendo cinema per ragazzi promosso dal Comune.

Alla fine, la chiusura definitiva, a causa sia della ben nota crisi delle sale cinematografiche a Bergamo e sia della crisi stessa del cinema, che diede un ulteriore colpo alla disaffezione del pubblico decretando il declino delle sale cinematografiche: la trasformazione, nel 1987, in Centro Congressi Giovanni XXIII (un centro diocesano di convegni, congressi, conferenze e attività culturali), rientra perfettamente nelle finalità per le quali il Rubini era nato nel 1907.

La bella sala teatrale dedicata al tenore Giovanni Battista Rubini, completa di tre livelli di palchi, è stata trasformata nel 1897 in un centro congressi e da un’autorimessa interrata, su progetto degli architetti Vito (1924) e Laura (1956) Sonzogni, con l’inserimento di un soffitto vetrato dell’artista Gino Motta (1935)

IL RUBINI NEI VOSTRI RICORDI

Per i film, dagli anni ‘40 agli anni ‘60 sono ricordati: Bernadette (film del 1943), Quo Vadis (film del 1951), I 10 comandamenti (film del 1956), Ben Hur (film del 1959), I magnifici 7 (film del 1960), Un dollaro d’onore (visto nel ‘60), West side story (film del 1961), Il Laureato (visto nel 1967).

Per gli anni ‘70: Rocky (la prima serie risale al 1976), La febbre del sabato sera (film del 1977), Guerre Stellari (visto nel 1977), Grease (film del 1978).

Per gli anni ‘80: Il Tempo delle mele (film del 1980), E.T. l’extra-terrestre (film del 1982), I Goonies (film del 1985).

I vostri film Disney: Biancaneve e i sette nani, Bianca e Bernie, Red e Toby nemiciamici, Gli Aristogatti, Mary Poppins, con in regalo, nei primi anni ‘6o, la spilla di Mary Poppins (un altro regalo di cui ci si ricorda era la Coca-Cola distribuita gratis la domenica mattina per lanciare il prodotto).

Dopo il film era usanza andare a mangiare un cono di panna (o meglio, lattemiele) alla latteria Valseriana in viale Papa Giovanni: “Io ricordo la domenica pomeriggio….si entrava alle 14, si vedeva il film due volte e mezzo, si usciva verso le 18, babbo e mamma ci aspettavano fuori. Se era appena passato il 27 del mese, si andava tutti alla Valseriana a mangiare la panna montata con la cannella sopra. E queste erano le nostre domeniche, peccato che, avendo dei fratelli, ero costretta ai film di cow boy con tanto di urla partecipate quando ‘arrivavano i nostri!’ Erano gli anni ‘50″.

C’è anche chi ricorda che sul muro esterno del “Valseriana”, all’angolo con via Guglielmo D’Alzano c’era una bacheca che pubblicizzava il film che in quel momento si proiettavano al Rubini.

Ma c’era anche chi preferiva il cono di panna dell’altrettanto mitico De Zordo, in S. Orsola.

La gelateria De Zordo, in via S. Orsola, negli anni Cinquanta

In ogni caso, negli anni 70 a due passi dal Rubini c’era il forno Nessi, “che sfornava ‘certe’ pizzette…”. Proprio in quegli anni il Rubini ospitava anche le assemblee che si tenevano durante le manifestazioni studentesche (quelle dell’Esperia sicuramente).

Sono solo alcuni dei tanti ricordi legati alle vicende di un teatro che per qualche decennio ha accompagnato le nostre generazioni, conquistando di diritto un posto speciale nei nostri cuori.

NOTE

(1) Tra i principali interpreti del Poliuto, Elvira Magliulo (Paolina), una delle migliori allieve del maestro Beniamino Carelli al Conservatorio di Napoli; a fare da tenore lo spagnolo José Garcia, mentre il baritono era un ventisettenne Riccardo Togni. Direttore d’orchestra, il cavalier Gino Marinuzzi, già noto a Bergamo essendosi esibito più volte al nostro teatro Donizetti.

(2) Come riportano le cronache del tempo, il teatro occupava un’area di 700 mq, misurando m. 32X23; il palcoscenico era profondo m. 9; le colonnine che sostenevano le logge erano fornite dalla ditta Mancini di Bergamo e pesavano complessivamente 200 quintali; le balaustre in ferro battuto erano state lavorate dalla ditta Scalori Leali di Milano; le decorazioni, con figure e medaglioni allegorici erano opera dei fratelli Zappettini di Bergamo, autori anche del telone-sipario. Lampadari e braccioli erano forniti dalla ditta Radaelli di Milano. L’impianto comprendeva 600 lampade e due potenti fari di sicurezza, opera della ditta cittadina Limonta, mentre il grandioso lucernario sostenuto da tralicci in ferro, posto al centro della platea, era della ditta Lorini di Milano; i caloriferi erano forniti dalla ditta cittadina Giacomo Rusconi e figli; la vetrata, graziosamente decorata, era opera della ditta concittadina Fratelli Piatti.

(3) Giornale di Bergamo del 17 luglio 1962.

(4) L’Eco di Bergamo del 1° ottobre 1948.

Riferimenti

Pilade Frattini e Renato Ravanelli, “Il Novecento a Bergamo – Cronache di un secolo”. A cura di Ornella Bramani – Vol. II. UTET. Anno 2013.