I Laandér dè Paladina: la loro breve storia e il ricordo di Anna Rosa Galbiati

Donne al lavoro in un lavatorio della Bergamasca, 1963 – Foto e proprietà Gianni Gelmini

Quello delle lavandaie e dei lavandai, lavoro faticoso ed “usurante” che i bergamaschi praticarono in gran numero nei decenni passati, è uno dei mestieri dimenticati di cui rimangono tracce nell’architettura urbana e rurale della nostra città e provincia.

Ancor prima del sorgere del sole, in qualsiasi stagione dell’anno, le lavandaie si recavano con carretti ricolmi di ceste di panni sporchi presso i lavatoi che sorgevano in alcuni angoli di piazze e rioni e, prima ancora, presso i torrenti e i canali, dove i canti e il chiacchiericcio di donne di ogni età si accompagnavano al battere dei panni sulla pietra e al profumo della “lisciva”.

Intenerisce pensare alla semplicità di coloro che svolgevano un mestiere tanto faticoso: possiamo solo lontanamente immaginarne i desideri e i sogni, la quotidianità, le difficoltà del lavoro, degli amori, della loro mancanza di istruzione.
Uno spaccato significativo di questa ormai lontana realtà è rappresentata dai “lavandai di Paladina”, il piccolo comune della Val Breno, situato sulla sponda sinistra del fiume Brembo all’imbocco della Valle Brembana.

Qui, per più generazioni, moltissime famiglie si sono dedicate a lavare la biancheria di tutto il Capoluogo; una tradizione che, per la verità, continua anche ai giorni nostri grazie a tre famiglie che si sono tramandate di padre in figlio il mestiere, e che ora gestiscono altrettante lavanderie industriali completamente automatizzate, dando lavoro a qualche decina persone.

E dunque, insieme ad un veloce excursus storico, riporto con piacere un breve racconto di Anna Rosa Galbiati che descrive amorevolmente l’arrivo – come accadeva ogni primo lunedì del mese in Città Alta – dei famosi Laandér dè Paladina: un evento – o meglio un avvenimento – attesissimo dai bambini di allora e ricordato con vivida memoria ed emozione: un’occasione per calarsi nell’atmosfera di allora attraverso una piccola, ma non meno preziosa, carrellata di immagini che ritraggono una parte dell’antica Città alta fra Otto e Novecento.

Nella zona delle Ghiaie, frazione di Paladina (1) affacciata sul fiume Brembo, già dalla seconda metà del 1700 alcune famiglie del luogo traevano sostentamento dal mestiere di lavandai, divenuto una vera e propria attività per molti abitanti di Paladina. allorchè, nel 1894, il gruppo industriale tessile svizzero Legler Hefti e C., dovendo produrre energia elettrica per lo stabilimento di Ponte San Pietro, costruì sul letto della preesistente roggia (2) l’attuale canale, offrendo così la possibilità ai lavandai, dietro stipula di una concessione, di sfruttarne l’acqua.

(1) La conformazione morfologica di Paladina si divide sostanzialmente in due parti: la prima, quella dove sorge il nucleo storico, si trova su una balza a circa 40mt. sopra il livello del fiume, la seconda, denominata Ghiaie, si trova ad un livello prossimo a quello del fiume.

(2) La frazione delle Ghiaie fino alla seconda metà del 1700 era conosciuta e nota per i due mulini che venivano alimentati dall’acqua della roggia Benaglia, che nasceva dal Brembo e che correva parallelamente ad esso, per poi ricongiungersi circa 2 km più a valle.

Rilievo di Paladina nel 1810 – Dipartimento del Serio (Archivio di Stato di Bergamo)

La successiva costruzione dei fossi, conducendo l’acqua direttamente nei lavatoi delle abitazioni, contribuì fortemente ad agevolare l’attività nella zona delle Ghiaie, dove, negli anni a seguire, fiorirono molte lavanderie nelle quali, oltre alle donne, anche un consistente numero di uomini occupava un ruolo di rilievo.

Fu nel periodo a cavallo tra il primo ed il secondo conflitto mondiale che i lavandai di Paladina si fecero conoscere sempre più nella vicina città di Bergamo, e, grazie agli stagionali, anche nelle più rinomate località di vacanza quali S. Remo, S. Pellegrino, Courmayeur, Bellagio, Stresa, Venezia ed altre ancora.

Con il boom economico, negli anni ’50 del secolo scorso la diffusione sul mercato delle lavatrici, l’apertura in città delle prime lavanderie, nonché l’occupazione in fabbrica (più remunerativa), decretarono il declino del secolare mestiere dei lavandai.

Le nuove generazioni dapprima svolsero la doppia attività, di lavandaio e di occupazione nell’industria, per poi abbandonare definitivamente la prima.

Principalmente quattro erano gli strumenti di lavoro che si trovavano nelle antiche lavanderie, dette “laandère”.

La pietra era solitamente una lastra di arenaria cavata nelle vicinanze appoggiata davanti alla buca e veniva usata come piano di battitura della biancheria.

La buca permetteva al lavandaio, una volta entrato, di battere la biancheria sulla pietra e sciacquarla nell’acqua corrente più agevolmente.

La vasca solitamente era situata vicino alla caldaia e serviva per mettere in ammollo la biancheria con la lisciva.

La caldaia era l’elemento importante, se non il più importante, perché serviva per produrre la lisciva, l’unico detergente che si conoscesse al tempo; aveva una forma circolare composta di materiale refrattario, con un diametro di circa 100/120 cm, ed era suddivisa in due parti. Nella parte più bassa della prima si trovava il bracere che veniva alimentato con i trucioli della lavorazione del legno, nella parte superiore della seconda c’era il contenitore in rame a forma di paiolo dove veniva scaldata l’acqua e successivamente sciolta la lisciva.

La settimana lavorativa del lavandaio iniziava il lunedì con la raccolta e la consegna della biancheria presso i clienti (le cosiddette “poste”). Caricavano sulla carrola biancheria pulita, con l’ausilio dei carrettieri, e, tutti insieme, una volta ritrovatisi nella piazza di Paladina partivano verso la città.

Molti anziani dei paesi d’intorno ed in città ancor’oggi ricordano le lunghe file di carri che percorrevano le strade e i quartieri cantando in allegria, forse anche perché questo era il giorno in cui raccoglievano i frutti del lavoro svolto la settimana precedente.

I clienti provenivano dalle più svariate categorie: dalle famiglie benestanti ai conventi, dalle caserme alle carceri, tutto era buono per racimolare qualche soldo.

A partire dal martedì i lavori da svolgere erano tanti; si iniziava con la segnatura dei panni (ogni cliente aveva un suo segno distintivo di riconoscimento), a seguire la suddivisione della biancheria chiara da quella scura, per proseguire con il lavaggio, l’ammollo, la battitura, il risciacquo, la stenditura ed infine la ripiegatura e l’insacco.

L’attività del lavandaio risultava essere molto faticosa; infatti, oltre al dover stare sempre a contatto con l’acqua per tutto l’arco dell’anno e con ogni situazione metereologica, lo stesso correva sempre il rischio di essere contagiato dal contatto con la biancheria sporca. A ciò si aggiunga che l’acqua potabile alle Ghiaie arrivò solo nel 1927; facile quindi immaginare i rischi conseguenti.

Si ricorda a tal proposito l’epidemia di colera scoppiata il 16 Agosto del 1884; il primo decesso fu proprio quello della lavandaia Melania Benaglia, e durante tutta la durata dell’epidemia  i lavandai infettati furono 20, dei quali 11 perirono.

“I Laandér dè Paladina” nel ricordo di Anna Rosa Galbiati

Fine ‘800: via Porta Dipinta con la chiesa di S. Andrea osservate del Pozzo Bianco (Raccolta Lucchetti)

ll primo lunedì di ogni mese si attendeva con eccitazione l’arrivo dei lavandai di Paladina, con il loro carico di sacchi di biancheria pulita, lavata nelle acque del Brembo e stesa ad asciugare sulle rive del fiume.

La scoscesa via Porta Dipinta all’altezza della chiesa di S. Andrea, in una vecchia fotografia

Erano per lo più lenzuola e coperte bianche, che i proprietari contrassegnavano con delle cifre rosse.

Noi bambini ci mettevamo ad attendere i lavandai davanti alla stazione della funicolare, dove confluisce la via Porta Dipinta.

Fine Ottocento: la stazione della Funicolare in piazza Mercato delle Scarpe, ricavata dal cortile del trecentesco palazzo Gritti, già Suardi

L’arrivo dei “laandér” era annunciato dal rumore fragoroso delle ruote dei carri sull’acciottolato, dallo scalpitare degli zoccoli dei cavalli e dalle grida di incitamento dei lavandai.

La ripida salita metteva a dura prova quei poveri cavalli, che annaspavano ansanti, scivolavano, si piegavano sulle ginocchia, agitando la testa con la bocche spalancate in spasimi di fatica e con le froge fumanti e dilatate. Erano dei superbi cavalli da tiro, delle bestie dal corpo robusto, dal collo lungo e muscoloso, con fianchi e garresi poderosi. Avevano la criniera e la coda fulve, gli zoccoli nascosti sotto un folto pelame.

Non ho più rivisto cavalli così belli e imponenti!

Dalla Raccolta D. Lucchetti, con la seguente didascalia: “Questi carretti potrebbero essere quelli dei lavandai (forse gli ultimi a sparire)”

I cavalli tiravano le carrette con tutte le loro forze, aiutati da robusti carrettieri e da donnone imponenti, con il grembiule bianco. Uno teneva i cavalli per le briglie, altri facevano forza sulle ruote, le donne spingevano i carretti da dietro, per evitare che arretrassero.

Il punto più faticoso e difficile era la parte ripida dove via Porta Dipinta incrocia via Rocca, perché la pavimentazione era più liscia e scivolosa.

A fatica e con nitriti che sembravano grida di disperazione, finalmente i cavalli raggiungevano la piazzola e potevano riposarsi.

Erano talmente agitati e provati dall’immane sforzo che tutti i muscoli del loro corpo, in tensione, sbattevano come corde di un’arpa e ci voleva un po’ prima che si distendessero.

Appena arrivati, i lavandai coprivano subito con coperte i loro cavalli, bagnati di sudore, e mettevano sotto il loro muso un sacco con del fieno, quale giusto premio alle loro fatiche. I cavalli poi, come si rilassavano, cominciavano a fare pipì, ma tanta e poi tanta che per noi bambini divenne un gioco seguire quella scia di liquido giallastro e schiumoso, simile alla birra, giù per via Porta Dipinta, e vedere fin dove arrivava.

Mentre noi bambini eravamo attratti dalla pipì dei cavalli, alcune donnette, con paletta e secchiello, aspettavano che i cavalli facessero la cacca, poi correvano subito a raccoglierla, ancora calda, per usarla come concime.

Via Porta Dipinta in una fotografia scattata prima del 1935: in primo piano la casa abbattuta per evidenziare l’antica Torre Sub Foppis e per liberare la visuale verso la Fara (Raccolta Lucchetti)

I lavandai e le lavandaie, anche loro trafelati per la fatica, si riposavano un po’, poi si caricavano sulle spalle quattro o cinque sacchi, si dividevano per le varie vie per consegnare la biancheria pulita e ritornavano con sacchi di biancheria sporca.

Alfonso Modonesi – Città Alta, Bergamo, 1960-1970. In: “Fogliò”

Ricordo ancora bene le figure di quelle donnone con i loro grembiuloni bianchi, le trecce arrotolate sulla nuca e le belle facce rubiconde, erano delle virago, robuste e forti come degli uomini.

Primi del ‘900: la chiesa di S. Agostino (edificata dal 1290 al 1446) con annessa l’omonima caserma (Raccolta Lucchetti)

Terminato il giro e ricaricati i carri, i cavalli venivano ripresi per la cavezza, tenendo a bada il loro ardore. Poi, cominciava la lenta discesa, faticosa come la salita, anzi peggiore, perché c”era il rischio che il carro scendesse all”impazzata e si schiantasse contro qualche casa.

Attenti, seguivamo i “laandér” lungo il difficile percorso fino alla curva e restavamo a guardarli mentre si allontanavano, finché non sentivamo il rotolio fracassoso delle ruote del carro che passava davanti alla chiesa di Sant’Agostino.

{segue}

Per la parte storica: Presepe dei Lavandai – Paladina e i suoi Lavandai.

Per il racconto: Anna Rosa Galbiati, “Acquarelli Bergamaschi” (Sistema Bibliotecario Urbano – Biblioteca circoscrizionale Gianandrea Gavazzeni, Piazza Mercato delle Scarpe – Città Alta).