Le origini dell’Istituto Italiano d’Arti Grafiche e la facciata dipinta in via Masone

Per capire le origini dell’Istituto Italiano d’Arti Grafiche, sono determinanti gli anni dal 1873, anno in cui sorge la società tipografica e casa editrice “Gaffuri e Gatti”, al 1893, anno della fondazione dell’Istituto Italiano d’Arti Grafiche, sorto in via S. Lazzaro – in luogo dell’odierno “Triangolo” – e trasferito  dal 1965 nel nuovo impianto di via Zanica: un’azienda che negli anni ha saputo contraddistinguersi per una produzione di altissima qualità e di rilievo internazionale: un’avventura editoriale senza pari, costellata dalle brillanti scelte imprenditoriali di Paolo Gaffuri (1849 – 1931), figura lungimirante intorno alla quale si articola il prestigio dell’azienda.

Paolo Gaffuri in un ritratto eseguito il 25 ottobre 1896. Nato a Bergamo nel 1849 da una famiglia modesta, a dodici anni iniziò a lavorare come apprendista tipografo. Ben presto la passione per il libro e la lettura lo portarono ad acquisire una buona cultura accompagnata da una sensibilità artistica e una grande perizia nell’industria tipografica. Fu stampatore ed editore. Nel 1883 fondò l’Istituto italiano d’Arti Grafiche che, grazie alle sue capacità, giunse a conquistare fama mondiale

Prima di fondare l’omonima società, Gaffuri e Gatti avevano lavorato insieme nella tipografia Pagnoncelli, un’officina situata in via S. Alessandro, dove poi si stabilì la Libreria Greppi e dove “bazzicavano il Fachinetti, il can. Finazzi, i bibliotecari Dossi e Tiraboschi e Pasino Locatelli, Gabriele Rosa, il conte Lochis ed altri egregi studiosi del tempo. Colà stamparono i loro primi lavori Angelo Mazzi, Elia Fornoni, l’ing. Ponzetti, Elia Zerbini ed altri” (1).

Via S. Alessandro (Raccolta Gaffuri, Biblioteca Civica di Bergamo)

Era una tipografia ottocentesca che portava avanti anche una propria attività editoriale e che per tenersi in vita sviluppava anche quella del commercio librario. In questa azienda Gaffuri era impiegato come commesso, mentre Gatti, come contabile.

Gaffuri aveva lavorato da Pagnoncelli a partire dal 15 settembre 1861, da quando cioè, dodicenne, era entrato come apprendista: nel 1864 era stato promosso a commesso della libreria con l’incarico di redigerne il catalogo.

Egli aveva iniziato una vera e propria formazione da autodidatta studiando sui testi a sua disposizione, in particolare il Manuel du libraire et de l’amateur de livres di Jacques Charles Brunet e l’Enciclopedia Pomba, oltre che leggendo i testi della libreria Pagnoncelli. E proprio il periodo formativo di Paolo Gaffuri rivestità un’importanza fondamentale nella fondazione e poi nella direzione dell’“Istituto Italiano d’Arti Grafiche”.

LA FONDAZIONE DELLA “GAFFURI E GATTI”

Ma un contenzioso tra Pagnoncelli e Bolis (2), che finì per indebolire entrambi gli editori, indusse Gaffuri a guardare altrove per individuare prospettive più sicure per il proprio futuro. La concomitante crisi finanziaria della tipografia Sonzogni di Bergamo alta, divenne per il ventiquattrenne Gaffuri e il suo collega Gatti, un’occasione per mettersi in proprio, e ai primi di agosto del 1873, entrambi lasciavano la tipografia Pagnoncelli per acquistare la tipografia Sonzogni, intraprendendo un nuovo cammino, quasi avventuroso, in un momento critico per la storia italiana.

Della tipografia Sonzogni, Luigi Pelandi specifica che si trattava di una piccola tipografia, che aveva i suoi torchi in via Gombito, di fronte alla scalinata di Piazza Vecchia

Neanche un mese dopo venivano definite le trattative per la modifica della ragione sociale della “Gaffuri e Gatti”, nata come società in nome collettivo e trasformata in accomandita semplice per l’ingresso di due soci accomandanti: i Fratelli Cattaneo, stampatori, e Federico Alborghetti (1825-1887), comproprietario-direttore del giornale “La Provincia Gazzetta di Bergamo” (nel 1877 trasformata definitivamente in “Gazzetta provinciale di Bergamo”, organo quotidiano del liberalismo moderato bergamasco).

Con l’ingresso dei nuovi soci, il capitale sociale della “Gaffuri e Gatti” veniva subito raddoppiato, passando dalle 16.000 lire iniziali a 32.000 lire. Dal 1° gennaio 1874 il giornale riportava il nome della nuova stamperia (3).

La nuova azienda definì subito la propria strategia editoriale e commerciale. Dal punto di vista delle scelte editoriali, le opere stampate nei primi anni erano prevalentemente costituite da studi di impostazione erudita e di argomento letterario, archeologico e artistico, e riflettevano chiaramente la fisionomia culturale degli autori, per lo più insegnanti e giornalisti. Si trattava di intellettuali attivi nelle istituzioni culturali cittadine, legati all’esperienza risorgimentale e caratterizzati da un orientamento politico liberale moderato, quasi sempre cattolici, attenti studiosi delle specifiche tradizioni culturali locali, delle quali si facevano nel contempo custodi e interpreti nel contesto postrisorgimentale (4).

NON SOLO TIPOGRAFIA: INIZIA LA STAMPA DEI CALENDARI (E SARA’ UN SUCCESSO)

Grazie all’esperienza maturata da Pagnoncelli, Gaffuri sapeva bene che per garantire sicurezza economica del neonato stabilimento tipografico, avrebbe dovuto da subito affiancare all’attività editoriale altre attività produttive e commerciali, fra le quali egli individuò la stampa dei calendari: un settore da cui era possibile ottenere commesse sicure e nel quale c’era carenza di offerta da parte dei concorrenti. Questo aspetto si rivelò fondamentale per il futuro professionale dello stesso Gaffuri (5).

Le ragioni principali di questa scelta dipendevano da una concomitanza di fattori. La crisi (6) della tipografia Sonzogni, rilevata da Gaffuri e Gatti, era stata innescata dalla perdita. all’inizio degli anni ’70, di una delle poche commesse sicure: la stampa della modulistica per le amministrazioni locali, fatto che costituì una ghiotta occasione per la tipografia dei F.lli Cattaneo (presente a Bergamo dagli anni ’50 ed ora consociata di “Gaffuri e Gatti”), che portò avanti tale attività diventando uno dei principali fornitori per le amministrazioni locali, dalle quali avevano ottenuto, quasi a condizioni di monopolio, anche la concessione della vendita dei calendari, che acquistavano sul mercato milanese per poi rivenderli nel territorio bergamasco,

Con la nascita della sua tipografia, Gaffuri aveva ottenuto dai consociati la stampa in proprio dei calendari, avvalendosi della litografia (di cui a quei tempi, a Bergamo, era attrezzata solo la tipografia Manighetti-Mariani).

La pubblicazione dei calendari si inseriva nel più ampio contesto della produzione, sia locale che nazionale, anche di almanacchi: un genere di largo consumo e di sicuro successo commerciale, anche grazie alle potenzialità didattico-divulgative insite in questo tipo di prodotti (Pelandi ricorda che il primo campionario di almanacchi eseguiti in litografia dai Gaffuri e Gatti è del 1877).

Alla produzione di calendari ben presto si affiancò la stampa di tappezzerie in carta, stampati per ufficio (block-notes, memorandum, ecc.) e altre tipologie simili, quali diari, ricettari, blocchi a sfoglio, ecc., e in particolare, dal 1878, i libri da messa e di preghiera, tutti prodotti che richiedevano attenzione anche all’aspetto grafico e decorativo.

Ne derivò un successo commerciale assai significativo. Per questo, accanto all’attività editoriale, la produzione tipografica commerciale finì per assumere un ruolo determinante nell’economia dell’azienda, che dal 1879 ebbe il suo primo rappresentante nel vicentino Pietro Robbioni.

L’ESPANSIONE DELL’ATTIVITA’ E IL TRASFERIMENTO DA BERGAMO ALTA A VIA MASONE

L’ampio ventaglio di prodotti rappresentati nel catalogo dell’azienda (cartoni per fotografi, attestati per scuole, assortimento di colli di bottiglie di vini e liquori, etichette e rubriche per cartoleria, sottomani in carta cerata, bordure in oro, chiaroscuro, a colori, a fiori, cartelli, campioni di fatture e cambiali, ecc.) consentì alla “Gaffuri e Gatti” di affermarsi e ampliarsi, tanto da cambiare la sede e trasferirsi da Bergamo alta a via Masone in Bergamo bassa, dove esisteva un vecchio stallazzo fra le case Piccinelli, di fronte all’attuale Palazzo delle Poste.

Casa Piccinelli in via Masone (Raccolta Gaffuri)

Preso in affitto lo stabile, la ditta ottenne che fosse rimesso a nuovo e ricoperto di dipinti a tempera e graffito dal pittore Giuseppe Carnelli, con allegorie rappresentanti le Arti Grafiche. Tale decorazione doveva fare intendere – per usare le parole di Luigi Pelandi – che là dentro l’arte della stampa in colore era coltivata e curata.

Facciata dello stabilimento “Gaffuri e Gatti” in via Masone, con le decorazioni  eseguite nel 1881 dal pittore Giuseppe Carnelli (Raccolta Gaffuri, Biblioteca Civica di Bergamo)

 

Versione in b/n della facciata dello stabilimento “Gaffuri e Gatti” in via Masone (Raccolta Gaffuri, Biblioteca Civica di Bergamo)

 

Particolare della facciata dello stabilimento “Gaffuri e Gatti” in via Masone, dipinta da Giuseppe Carnelli (Raccolta Gaffuri, Biblioteca Civica di Bergamo)

 

Particolare della facciata dello stabilimento “Gaffuri e Gatti” in via Masone, dipinta da Giuseppe Carnelli (Raccolta Gaffuri, Biblioteca Civica di Bergamo)

 

Particolare della facciata dello stabilimento “Gaffuri e Gatti” in via Masone, dipinta da Giuseppe Carnelli (Raccolta Gaffuri, Biblioteca Civica di Bergamo)

L’autore dei dipinti, il pittore Giuseppe Carnelli (1838-1909), era definito da Luigi Pelandi “artista di natura e d’istinto, maestro di ogni tecnica pittorica, tanto che per lui non esisteva alcun segreto né per la tempera, né per l’affresco o per la pittura a olio”. Per almeno sette anni Carnelli eseguì cartelloni, disegni, litografie, coi quali contribuì a fare la fortuna dello Stabilimento. Il pittore risiedette a lungo in via Broseta al numero 27 e pressoché di fronte abitava nei suoi anni giovanili Paolo Gaffuri, amicissimo di Carnelli.

Carnelli Giuseppe autoritratto

Come afferma il Pelandi, agli inizi degli anni ‘60 del Novecento tali decorazioni erano già sparite e stavano sparendo anche quelle della casa vicina, già dei nobili Piccinelli, rappresentanti dei bambini che danzavano o giocavano, eseguiti dal pittore Alberto Maironi. La casa di via Masone, già adibita a tipo-litografia Gaffuri, divenne più tardi la Scuola Tecnica Principe Amedeo Di Savoia (7).

Casa Piccinelli in via Masone (Raccolta Gaffuri, Biblioteca Civica di Bergamo)

Nella nuova sede la “Gaffuri e Gatti” poté finalmente aggiornare i propri impianti: dal 1880 si sviluppò quindi anche il settore cromolitografico.

Oltre alla vasta gamma proposta, a Gaffuri interessava affermarsi attraverso la qualità dei prodotti, sia commerciali che editoriali, che dovevano contemplare anche un fine estetico-educativo.

A questo scopo, accanto a incisori e stampatori tedeschi, egli chiamò a collaborare artisti e illustratori italiani di notevole rilievo, come Gabriele Chiattone e Cesare Tallone (all’epoca direttore dell’Accademia Carrara di Bergamo), o come i pittori bergamaschi Alberto Maironi e Giuseppe Carnelli, l’autore dei dipinti murali della sede di via Masone.

La “Gaffuri e Gatti” diventò così un’azienda all’avanguardia in Italia per la stampa cromolitografica e per il materiale illustrato in genere.

Sono suoi, infatti, i primi cartelloni murali per pubblicità italiani: quelli che pubblicizzano i pianoforti Ricordi e Finzi, i panettoni Bai e le Assicurazioni generali di Venezia. Sono della “Gaffuri e Gatti” anche le cromolitografie per il “Giornale per i bambini” uscito a Roma dal 1881 e diretto da Ferdinando Martini.

Manifesto pubblicitario dei pianoforti Ricordi e Finzi, disegnato da Aleardo Terzi (cromolitografia)

La qualità dell’illustrazione, dunque, divenne un aspetto centrale dell’azienda, tanto da suggerire già nel 1880 a Gaffuri, l’idea di realizzare una rivista illustrata di arte e letteratura, intitolata “La Cartella”, aperta a collaborazioni non legate all’ambito locale: un progetto non realizzato con la “Gaffuri e Gatti”, ma che anticipava idealmente la successiva esperienza di “Emporium”.

Nonostante i successi commerciali, le potenzialità dell’azienda dovettero però scontrarsi con le difficoltà di gestione e la sproporzione tra gli obiettivi che si volevano raggiungere e i mezzi finanziari a disposizione. Il successo commerciale degli inizi aveva infatti portato la “Gaffuri e Gatti” ad ampliare il capitale immobilizzato negli impianti, assumendosi con ciò un notevole impegno debitorio, non coperto dal capitale sociale, tanto che l’eccessiva esposizione finanziaria nel 1882 determinò la crisi dell’azienda.

A dieci anni di distanza dalla fondazione della “Gaffuri e Gatti e cioè nel 1883, i consociati F.lli Cattaneo rilevarono la società, ma, significativamente, mantennero il marchio e il nome dei predecessori come segno di continuità per un’azienda che si era fatta apprezzare sul mercato editoriale e tipografico.

Nacque così la “Fratelli Cattaneo successi Gaffuri e Gatti”, di cui Gaffuri, perduto il ruolo del socio, ne divenne il direttore, mentre – come ricorda Pelandi – Raffaele Gatti ritornò per pochi anni in Fiera, ove aprì una piccola tipografia ed un negozio di libri sulla fronte verso il Sentierone.

In tal modo Gaffuri si svincolava dalle questioni amministrative per potersi concentrare su ciò che più gli stava a cuore già dai tempi di Pagnoncelli: realizzare un vero e proprio progetto editoriale.

Litografi e stampatori dello stabilimento Gaffuri e Gatti con i prodotti del loro lavoro (20 aprile 1890)

Nonostante i fratelli Cattaneo intendessero passare in un futuro la nuova azienda ai nove figli, Gaffuri continuava a perseguire un obiettivo molto ambizioso: quello di svincolare la casa editrice dalla conduzione familiare dei F.lli Cattaneo per fondare una società per azioni anonima, dove i capitali di finanziatori esterni avrebbero consentito progetti di ben più ampio respiro. A tal fine, nel maggio del 1887 Gaffuri, attraverso una lettera-circolare rivolse un appello ai potenziali finanziatori, che conteneva già le premesse progettuali per l’istituzione di quello che, di lì a pochi anni, divenne l’IIAG. L’appello proponeva la costituzione di una società per azioni che, su base finanziaria solida, potesse rilevare l’azienda dei F.lli Cattaneo, dar luogo ad un potenziamento dell’attività tipo-litografica e, contemporaneamente, realizzare un più pieno e razionale uso degli impianti anche attraverso una rinnovata e solida produzione editoriale.

Giardino interno dell’Istituto Italiano d’Arti Grafiche, in via S. Lazzaro (Raccolta Gaffuri, Biblioteca Civica di Bergamo)

 

Giardino interno dell’Istituto Italiano d’Arti Grafiche, in via S. Lazzaro (Raccolta Gaffuri, Biblioteca Civica di Bergamo)

 

Giardino interno dell’Istituto Italiano d’Arti Grafiche, in via S. Lazzaro (Raccolta Gaffuri, Biblioteca Civica di Bergamo)

I F.lli Cattaneo, galvanizzati dal successo commerciale raggiunto e spinti dalla necessità di reggere la concorrenza, continuarono a ingrandire lo stabilimento, investendo una quantità di capitale superiore alle loro reali disponibilità, senza attuare un piano amministrativo che permettesse loro di tener sotto controllo la situazione economica, ma vivendo piuttosto alla giornata. Gaffuri vedeva chiaramente che tale politica societaria era destinata ad entrare in crisi non appena fosse diminuita la disponibilità del capitale finanziario. In pratica, l’azienda si trovava nella stessa situazione che, nel 1882, aveva determinato il passaggio dalla “Gaffuri e Gatti” alla società dei F.lli Cattaneo.

Veduta dalla terrazza dell’Istituto Italiano d’Arti Grafiche, in via S. Lazzaro (Raccolta Gaffuri, Biblioteca Civica di Bergamo)

A favorire la trasformazione della “F.lli Cattaneo successi Gaffuri e Gatti” in Istituto Italiano d’Arti Grafiche fu anche la questione della sede. I F.lli Cattaneo avevano una loro propria sede, e non avevano mai voluto accorpare in un unico stabilimento la loro azienda originaria con la ditta che avevano ereditato dalla “Gaffuri e Gatti”, la cui sede era nel centro di Bergamo.

Via S. Lazzaro, nei pressi dell’Istituto Italiano d’Arti Grafiche (Raccolta Gaffuri, Biblioteca Civica di Bergamo)

Così, quando la “F.lli Cattaneo successi Gaffuri e Gatti”, in fase di espansione, si era trovata nella necessità di trovare una sede più adeguata alle proprie necessità, i Fratelli Cattaneo si erano impegnati finanziariamente per acquistare nuovi locali dove trasportare gli impianti.

La storica sede di via S. Lazzaro dell’Istituto Italiano di Arti Grafiche (Raccolta Gaffuri, Biblioteca Civica di Bergamo)

L’amministratore della F.lli Cattaneo, Augusto Coffetti, era riuscito a trovare uno stabile in via S. Lazzaro, occupato da un setificio bergamasco poi fallito. La nuova sede era spaziosa e conteneva macchine ed attrezzi per le officine di tipografia, litografia, legatoria, verniciatura, con officine di falegnameria e meccanica. Il personale, tra operai, impiegati e “artisti”, comprendeva 350 persone.

La storica sede di via S. Lazzaro dell’Istituto Italiano di Arti Grafiche, in una delle fotografie custodite nell’archivio della società

 

Panorama dall’Istituto Italiano di Arti Grafiche in via S. Lazzaro (Raccolta Gaffuri, Biblioteca Civica di Bergamo)

 

Istituto Italiano d’Arti Grafiche, via S. Lazzaro, 1907. Laboratorio all’aperto in piena luce per i Chimigrafi

 

terrazza fotografica e fotomeccanica dell’Istituto Italiano d’Arti Grafiche. Mancando l’illuminazione elettrica, per molte operazioni si utilizzava la luce del giorno (foto e testo Raccolta Lucchetti)

E così, all’inizio del 1892, “trovato l’edificio, preparato il piano per una metodica suddivisione delle officine, degli ateliers, dei reparti, occorrevano i capitali sufficienti per dar vita al nuovo organismo, all’Istituto Italiano d’Arti Grafiche”. Tuttavia, proprio l’ampliamento aveva determinato ulteriori esposizioni finanziarie da parte dei Cattaneo, che non erano più in grado di sostenere i debiti contratti con le banche.

Il salone macchine tipografiche dell’Istituto (1890-1915)

 

Il reparto di Fotoincisione presso l’Istituto Italiano d’Arti Grafiche

 

Fotoincisori dell’Istituto Italiano d’Arti Grafiche (6 giugno 1913)

Per Gaffuri era giunto il momento per realizzare quel passaggio da azienda familiare a società per azioni già ipotizzato nel 1887. Il primo passo in questa direzione furono i contatti intrattenuti da Gaffuri con Lorenzo Limonta, presidente della Banca popolare di Bergamo, che, dal canto suo, sondò accuratamente le reali possibilità di sviluppo della casa editrice.

L’Istituto Italiano d’Arti Grafiche, via S. Lazzaro

 

Padiglione Arti Grafiche nel 1894 al castello sforzesco durante esposizioni Riunite

Primo tangibile risultato dell’incontro tra i due fu il fatto che venne subito sospesa la domanda di copertura dei crediti precedentemente avanzata dalla Banca popolare ai F.lli Cattaneo e, anzi, fu concessa una cospicua somma per portare a compimento la produzione di calendari e almanacchi, dal momento che la produzione era ormai giunta al milione di copie annue, considerate anche le esportazioni in America Latina.

Interno della legatoria dell’Istituto Italiano d’Arti Grafiche; la preparazione di una strenna per “La Patria degli italiani”, pubblicato a Buenos Aires per più di cinquant’anni (1890-1915) – (Raccolta D. Lucchetti)

Da parte loro, i Cattaneo avrebbero dovuto cedere l’azienda alla futura società qualora l’esercizio commerciale fosse risultato in attivo, come Gaffuri sosteneva. I Cattaneo tentarono in tutti i modi, nei mesi successivi, di evitare di dover cedere l’azienda, ma alla fine dovettero desistere.

Richard Vogel, il “primo stampatore litografo” dell’Istituto Italiano d’Arti Grafiche, festeggiato per il 25° anno d’impiego (giugno 1902)

 

Lo zurighese Paolo Kohberg nella sala di cromatura (22 agosto 1909)

 

Il bavarese Augusto Fentsch, capo della sezione fotomeccanica

 

Gino Amati e Cesare Villa: due maestri di fotografia e di fotocromia, dipendenti dell’Istituto Italiano d’Arti Grafiche (Raccolta Lucchetti)

La costituzione della nuova società, denominata “Istituto italiano d’Arti Grafiche”, divenne ufficiale dal 24 giugno 1893, data del rogito notarile. Tra i fondatori figuravano undici nomi, provenienti dal mondo delle professioni di Bergamo e provincia, anche se i soci effettivamente sottoscrittori del capitale sociale iniziale furono solo cinque; tra i nomi figuravano naturalmente anche quelli di Limonta e Gaffuri, il quale ultimo venne nominato direttore generale. Luigi Caldirola ricoprì la carica di direttore tecnico e Giovanni Cottinelli quella di direttore amministrativo oltre ad esser nominato, poco tempo dopo, anche vicepresidente. Il primo presidente del consiglio d’amministrazione fu lo stesso Limonta, in carica fino alla morte, avvenuta il 15 novembre 1911.

Reparto disegnatori dell’Istituto Italiano d’Arti Grafiche. Come si evince dal nome stesso dell’istituto, intitolato alle Arti grafiche, la principale peculiarità dello stabilimento editoriale fondato a Bergamo nel 1893 fu la poligrafia artistica, nella quale l’IIAG riuscì ad acquisire una posizione d’eccellenza nelle tecniche della riproduzione a stampa (litografia, cromolitografia, fotolitografia, ecc.), potenziando e valorizzando il ruolo dell’illustrazione nelle sue produzioni editoriali, distinguendosi anche per l’attenta e spesso raffinata cura editoriale con cui venivano realizzati libri e riviste (Raccolta D. Lucchetti)

 

Don Clienze Bortolotti, direttore de “L’Eco di Bergamo” dal 1903 al 1925, in visita all’Istituto

Da questo momento iniziava una nuova vicenda per l’istituto editoriale, i cui sviluppi editoriali si intrecciano con l’esperienza della rivista illustrata “Emporium”, stampata a partire dal 1895, che si rivelerà, nel lungo termine, uno strumento efficace di propaganda dell’attività editoriale dell’Istituto. Una prova ulteriore, in tal senso, è costituita dal fatto che, nel 1892, cioè appena un anno prima della fondazione dell’IIAG, l’azienda diretta da Gaffuri aveva assunto la stampa della rivista illustrata “Arte italiana decorativa e industriale” diretta da Camillo Boito.

A partire dal 1895, con Arcangelo Ghisleri Gaffuri ideò e pubblicò presso l’Istituto, la rivista “Emporium”, che riscosse un notevole successo internazionale per la novità dei contenuti, la qualità della veste grafica, l’importanza data alle immagini, la vastità di orizzonti, implicita nel sottotitolo “Rivista mensile illustrata d’arte letteratura scienze e varietà”. La rivista uscì fino al 1964. Negli anni Venti divennero frequenti le copertine d’autore, firmate dal disegnatore; sempre diverse fino ai primi anni Trenta, rifletterono gli stili dell’epoca. Dal 1932 le copertine divennero solo grafico-pittoriche; dal 1937 riportarono fotografie di opere d’arte e dal 1942 non vennero più illustrate ma solo colorate per annata. Parteciparono alla realizzazione delle copertine i più importanti grafici e illustratori italiani: Giovanni Guerrini, Publio Morbiducci, Leonella Nasi, Giulio Cisari, Erberto Carboni, Diego Santambrogio, Giulio Rosso, e soprattutto Ugo Nebbia (sue le copertine di soggetto bellico) e Fortunato Depero

 

Il salone macchine tipografiche dell’Istituto (1890-1915)

 

Uno scatto leggermente diverso, eseguito negli stessi istanti

Del resto, l’attenzione all’aspetto artistico era non solo già stata posta pubblicamente con la qualità grafica di moltissimi prodotti della “Gaffuri e Gatti” prima e della “F.lli Cattaneo successi Gaffuri e Gatti” poi, ma reso evidente anche in termini visivi sulla facciata della vecchia sede di via Masone, decorata appositamente per mettere in evidenza proprio le “Arti grafiche”. Ricorda Luigi Pelandi che al nuovo, complesso organismo, quando dovette assumere l’aspetto commerciale di un’azienda “anonima”, fu dato il nome di “Istituto”, perché le istituzione delle “Arti Grafiche” vi dovevano trovare costante asilo, inserendo il beneficio commerciale e industriale su di un costante progresso tecnico di tutti i rami coltivati. Quello che altrove sarebbe stato superfluo, qui fu sentito indispensabile.

Istituto Italiano d’Arti Grafiche

Gaffuri diresse l’istituto fino al 1910. Raccolse una collezione, dispersa tra l’Accademia di Brera, la sede milanese del Touring Club Italiano e la Biblioteca Angelo Mai, che “deve essere considerata come una fonte importante, e in larga parte inesplorata, di informazioni sull’editoria popolare” (8).

La regina Margherita in visita all’Istituto Italiano d’Arti Grafiche nel 1906 (Raccolta Gaffuri, Biblioteca Civica di Bergamo)

 

1913: visita del re Vittorio Emanuele III all’Istituto Italiano d’Arti Grafiche. Questa fotografia, probabilmente eseguita da Cesare Villa, fu consegnata al re prima che lasciasse l’Istituto. Data l’epoca – scrive Lucchetti – il fatto è da ritenersi eccezionale (Raccolta di cartoline  D. Lucchetti)

 

Il re Vittorio Emanuele III in visita all’Istituto Italiano d’Arti Grafiche (1913)

 

Due ali di folla, con bandiere, applausi e grida di “Viva il re”, al passaggio a Porta Nuova del corteo con l’auto – scortata dai carabinieri in bicicletta – con Vittorio Emanuele III in visita alla città  il 23 settembre 1913. In quell’occasione, il re presenziò anche all’inaugurazione del monumento a Cavour; alla posa della prima pietra dell’lstituto Tecnico in foro Boario e alla Cappella Colleoni, quando egli domandò: “in quale sarcofago è il corpo del condottiero? Nessuno gli seppe rispondere e nacque cosi il dilemma del cadavere scomparso, avallato da una sommaria ispezione (da “Fotografi pionieri a Bergamo” di Domenico Lucchetti. Foto di Don Giuseppe Locatelli  

Nonostante i brillanti successi in termini culturali e in seguito a rilevanti cambiamenti nella gestione della società, nel 1915 Gaffuri venne licenziato dalla società da lui stesso creata, sostituito da Ezio Sangiovanni. Grande fu il suo rammarico: “Sortirò dall’azienda che ho creata, povero, cacciato con le forme più odiose […] espulso come un ingombro, perseguitato […] poi sarà quel che sarà per me e per l’Istituto”, scriveva con amarezza il 25 febbraio di quello stesso anno ad Arcangelo Ghisleri.

Foto ricordo degli impiegati a Paolo Gaffuri (26 giugno 1915)

 

L’uscita dei lavoratori per la pausa pranzo

Bergamo, a riconoscenza delle sue grandi capacità imprenditoriali e editoriali che portarono la cittadina al centro dell’editoria lombarda, gli intitolò una via nel quartiere di Loreto. La morte lo colse nel 1931 e la casa natale lo ricorda in un’epigrafe.

NOTE

(1) Luigi Pelandi, “Attraverso le vie di Bergamo scomparsa. III. Il Borgo S. Leonardo”. Banca Popolare di Bergamo. Co-Editore: Edizioni Bolis. Bergamo, 1965 (Collana di studi bergamaschi).

(2) Come spesso accadeva a quei tempi, accanto all’attività tipografica e ad una propria attività editoriale, per tenere in vita l’azienda, soggetta alla dura concorrenza del mercato locale, la Pagnoncelli sviluppava anche quella del commercio librario. Ma tra il 1868 e il 1871, gli editori Pagnoncelli e Bolis si contesero la stampa dei quotidiani locali e la relativa concessione degli Atti giudiziari. Contenzioso che finì per indebolire entrambi gli editori e indusse Gaffuri a cercare prospettive più sicure per il proprio futuro (Anna Martinucci. Università degli studi di Milano, “Le origini dell’Istituto italiano d’arti grafiche: per un’illustrazione di qualità”).

(3) Luigi Pelandi scrive che dopo l’acquisizione della tipografia Sonzogni, “La società Gaffuri e Gatti prese in affitto otto botteghe in Fiera dal signor Marco Spinelli. Esse vennero subito adattate ad uso officina ed ivi collocati i banchi di tipografia, il materiale ed i torchi già Sonzogni. In altra tresenda, e precisamente di faccia all’Intendenza di Finanza, era venuta ad installarsi una piccola tipografia per la stampa della “Provincia Gazzetta di Bergamo”, amministrata da Licurgo Spinelli, un buon patriota, ma catttivo amministratore. Il dottor Felice Alborghetti, direttore e comproprietario del giornale, propose ed ottenne dalla nuova società la gestione e la stampa del periodico; infatti il 1° gennaio del 1874 il giornale porta il nome della Stamperia Gaffuri e Gatti” (Luigi Pelandi, “Attraverso le vie di Bergamo scomparsa. II. La strada Ferdinandea”. Banca Popolare di Bergamo. Co-Editore: Edizioni Bolis. Bergamo, 1963. Collana di studi bergamaschi).

(4) Tra i titoli di questi primi anni si possono ricordare: Pasino Locatelli, I casi di Bernardo Strozzi: pittore genovese, 1875, appartenente alla collana “Nuova collezione di novellieri contemporanei”; Antonio Tiraboschi, Usi pasquali nel Bergamasco, 1878; Emile Zola, Il Capitano Burle, prima traduzione italiana di Augusto Barattani, 1881; Elia Zerbini, Angelo Mai e Giacomo Leopardi, 1882. Tra i testi stampati nel catalogo “Gaffuri e Gatti” figurano anche pubblicazioni d’occasione, come il volume del 1875 dedicato a Gaetano Donizetti e Johann Simon Mayr, tipiche glorie culturali locali da valorizzare nel contesto nazionale (Anna Martinucci. Università degli studi di Milano, “Le origini dell’Istituto italiano d’arti grafiche: per un’illustrazione di qualità”).

(5) Pelandi ricorda che “ad incisore litografico della nuova sociatà era stato assunto un recluso delle carceri di S. Francesco, certo Dolfin, condannato per fabbricazione di biglietti falsi. Abilissimo disegnatore, il recluso fece scuola al primo gruppo di incisori bergamaschi, i quali ben presto diedero prove di buon gusto e di padronanza del nuovo sistema di riproduzione, tanto che dai calendari a semplici ornamenti si passò ben presto a quelli a figura ed a composizione” (Luigi Pelandi, Attraverso le vie di Bergamo scomparsa. II. La strada Ferdinandea”. Op. Cit.).

(6) La vita precaria delle tipografie locali era caratterizzata da un’alternanza di passaggi, scanditi da cessione ad altri tipografi o da successioni ereditarie. Prima di diventare “Gaffuri e Gatti”, la tipografia Sonzogni aveva attraversato varie fasi: nata nel 1804 come tipografia di Ignazio Duci, questi l’aveva ceduta a Luigi Sonzogni, al quale era succeduta la figlia Angela sposata Salvi. Per il sostanziale disinteresse del marito di quest’ultima (Domenico Salvi detto “Fidelì”, specifica Luigi Pelandi) e per incapacità organizzativa, la tipografia Sonzogni aveva perso, all’inizio degli anni ’70, una delle poche commesse sicure: la stampa della modulistica per le amministrazioni locali, attività svolta già durante la dominazione austriaca. La stampa della modulistica venne immediatamente colta come occasione di lavoro dalla tipografia di Pietro Cattaneo, presente a Bergamo dagli anni ’50, che pubblicava un giornale locale per conto di Pagnoncelli (Anna Martinucci. Università degli studi di Milano, “Le origini dell’Istituto italiano d’arti grafiche: per un’illustrazione di qualità”).

(7) Luigi Pelandi, “Attraverso le vie di Bergamo scomparsa. II. La strada Ferdinandea”. Op. Cit.).

(8) Edoardo Barbieri, Francesco Novati e l’editoria popolare, in Produzione e circolazione del libro a Brescia tra Quattro e Cinquecento. Atti della seconda Giornata di studi: ” Libri e lettori a Brescia tra Medioevo ed età moderna”, Brescia, Università Cattolica del Sacro Cuore, 4 marzo 2004, a cura di Valentina Grohovaz, Milano, Vita e Pensiero, 2006, p. 146.

Da: Anna Martinucci. Università degli studi di Milano, Le origini dell’Istituto italiano d’arti grafiche: per un’illustrazione di qualità.

Sulla Via delle castagne al Canto Alto, fra i segreti dei biligòcc di Poscante

Reportage fotografico di Maurizio Scalvini

Dal Canto Alto, la tradizione bergamasca dei “biligòcc” 

Tutti conosciamo il Canto Alto per la grandiosa quinta scenica che si staglia alle spalle della città e lo apprezziamo per i panorami che si godono da lassù o  per le grotte nascoste nella boscaglia (di cui la più famosa è quella del Pacì Paciana, non facile da individuare) e per la selvaggia Valle del Giongo, riserva naturalistica di pregio, ricca di acque e di fenomeni carsici, inclusa nel Parco dei Colli di Bergamo.

Pochi sanno invece che questa cima così familiare in passato è stata uno strategico punto di osservazione sulle vallate bergamasche, fungendo da tramite di un’importante via di comunicazione che connetteva Zogno alla città attraverso un sentiero storicamente documentato e chissà quali altri tracciati di cui s’è persa la memoria, disposti lungo le sue pendici: il primo partiva da Poscante, piccola frazione di Zogno, e valicando il Monte di Nese giungeva a Nese e proseguiva per Ranica, Marzanica, Baio, la Martinella arrivando al Vico Plorzano, ovvero Borgo Santa Caterina.

Nel corso del medioevo la sua vetta è stata poi presidiata da un ampio fortilizio in muratura, ripetutamente distrutto e ricostruito durante le aspre contese fra guelfi e ghibellini, ed abbattuto definitivamente all’inizio del Trecento: i suoi resti sono stati scoperti nel corso degli scavi per le fondamenta della croce.

Il versante ovest del Canto Alto (1146 m.). Conosciuto come “Piz Dent” o “Pizzidente” (dalla voce dialettale “dent” relativa alla valle che scende a Sorisole), si staglia tra Zogno e Sorisole, separando con la sua dorsale le Valli Brembana e Seriana

Ma il Canto Alto presenta altri volti che ne accrescono il fascino e che possiamo scoprire a pochi passi dalla città: un pugno di tranquille contrade  adagiate sulle pendici a nord, preziose depositarie della storia e della cultura locale, ancora molto viva e sentita fra i suoi abitanti.

Contrade che per secoli hanno tratto sostentamento dalle rigogliose selve di Castagno che ne ricoprono le pendici, rivestendo un ruolo fondamentale per la popolazione di Zogno e dei comuni limitrofi nell’approvvigionamento del legname e dei prelibati frutti.

Ed è proprio lungo il versante nord che fra le amene contrade di Poscante nasce la “Via delle Castagne”, un’antica mulattiera che si snoda per circa tre chilometri dal borgo rurale di Piazza Martina a Castegnone, patria d’origine dei biligòcc, le castagne essiccate e affumicate con un procedimento del tutto particolare.

Alle pendici del Canto Alto sulla “via delle Castagne”

Nell’alimentazione contadina la castagna era “il pane dei poveri” anche per il suo elevato contenuto di carboidrati: dalla sua farina si ricavavano pani, gnocchi, polenta, zuppe e dolci, mentre l’essiccazione e l’affumicatura consentivano la lunga conservazione del frutto, da riservare al consumo locale nonché alla vendita.

Per ottenere i gnocchi di castagne occorrono 400 gr di patate e 400 gr di castagne secche messe in acqua per una notte e poi fatte bollire. Una volta schiacciate, vanno  mischiate a un uovo, 150 gr di burro e sale. Impastare il tutto con farina e poca acqua e condire con burro e salvia o, in alternativa, con salvia, panna e funghi (finferli, porcini..)

Ma non solo, il Castagno veniva sfruttato per la legna da ardere o per fabbricare pali per la viticoltura, mentre il fogliame tornava utile nelle stalle.  

Autunno nei Foldoni, nel territorio di Poscante (Ph Ettore Ruggeri)

Arrostite sul camino, le castagne allietavano le serate quando la famiglia si riuniva per la scorciatura del granoturco mentre soprattutto in tempo di guerra erano molte le famiglie che ricavavano dalla vendita dei frutti affumicati i mezzi per il proprio sostentamento.

Con grandi sacchi di iuta si partiva verso la pianura per barattarli con granoturco, frumento e patate o, nel migliore dei casi, per guadagnare qualche soldo.

1947: Andrea Gavazzi, nato a Poscante in contrada Ripa nel 1897, noto produttore e venditore di biligòcc , venduti alle fiere paesane nel periodo tra la metà di gennaio e l’inizio febbraio. I biligòcc venivano prelevati direttamente dal sacco di iuta con i misurini e consegnati in sacchetti di carta (Fotografia tratta da “Poscante e dintorni – ieri e oggi”, a cura di Tarcisio Bottani)

Il piccolo ma costante commercio dei biligòcc trovava il suo culmine nelle feste patronali invernali fino alla madonna Candelora, rivaleggiando con quello di Vall’Alta in Val Seriana: dalla festa di Santa Lucia sul Sentierone a quella di San Mauro che si teneva il 15 gennaio sia in città che a Bruntino, alla festa di Sant’Antonio abate che si teneva alla Fiera il 17 gennaio, dove si portavano a benedire gli animali da cortile, adornati con nastri e fiocchi.

Un gustoso disegno a pastello di Alfredo Faino, con un venditore di biligòcc alle prese con due monelli scalzi durante la festa di Sant’Antonio: sullo sfondo, spunta la chiesa di San Marco

Gli uomini in tabarro e cappello arrivavano in Bergamo nel cuore della notte, e dopo aver depositando i sacchi sul sagrato della chiesa di San Marco iniziavano a lanciare il famoso richiamo: “bei biligòcc, biligòcc, alè gente!”.

I biligòcc di Poscante, oltre ad essere famosi per la loro bontà avevano la caratteristica di essere i più belli perché le donne li mettevano nell’olio e con uno panno di lana li lucidavano: un segreto che li ha resi celebri in tutta la Lombardia.

1925: Aquilino e Leone e Luigi Gavazzi alla fiera di Sant’Antonio a Bergamo detta “del porcellino” . Ól Chilo e i Gigante (Foto tratta da “POST CANTUM – un paese”, a cura di Maurizio Buscarino

Celebre è anche la sagra che si svolge ancor’oggi a Sant’Antonio Abbandonato, frazione di Brembilla, in concomitanza con la festa padronale di San Mauro, che si tiene ogni anno il 15 di gennaio.

Ol Rino di Benecc (Rino Ruggeri) col sàc di biligòcc a Sant’ Antonio Abbandonato, 1979 (Foto Tito Terzi)

Oggi la tradizione dei biligòcc si è conservata soprattutto nelle loro terre d’origine, presentandosi in forma di lunghe collane in Valle Seriana e prevalentemente sfuse in Valle Brembana, dove i castagneti intorno a Poscante erano e sono assai floridi e produttivi, soprattutto lungo le pendici nord del Canto Alto sino a circa 900 metri di quota.

Basti pensare che nell’Archivio di Stato di Milano è conservata una mappa del censimento austriaco dell’area intorno a Poscante ai primi dell’800, su cui sono evidenziati i castagneti di Medil, Foldoni, Prat della Nus, Candì e dove ancor’oggi troviamo le piccole  Ostàne a settembre, per proseguire con le Careane, le Balestrere -tipiche della bergamasca – e le Rossere, dalla buccia rossiccia.

Ed è proprio nell’area di Poscante che attorno al 1300 nacque l’arte di affumicare le castagne (poi trasmessa alla Valle Seriana), quando un contadino di “Post Cantum” (toponimo apparso in un atto del 1249) volle sperimentare un procedimento per poterne gustare la fragranza anche fuori stagione. Egli – si dice – fece cuocere le castagne per circa due ore e le lasciò essiccare all’aria aperta per sette giorni e sette notti, così da poterle riassaporare sino al periodo pasquale.

Quanto vi sia di vero in questo singolare racconto non è dato di sapere, ma è certa la prima citazione di Giovanni Bressani poeta vernacolo, che nel 1490 scrive: Gne con tal desideri Sant’Antoni/Per vèend biligòcc, pom e castegni pesti/Da Poltranga a Surisel specie i doni/Gne ai desidera ch’as faghi di festi.

Nelle contrade intorno a Poscante ma soprattutto a Castegnone (la più vicina alle selve alte) sorsero quindi i secadùr, particolari strutture che grazie a una gradazione costante di calore e fumo garantivano una perfetta preparazione dei biligòcc, definizione dialettale derivante da “bis-cotto”.

Castegnone, la “patria” dei biligòcc, è una contrada della frazione Poscante nel Comune di Zogno

Ancor’oggi a Castegnone gli abitanti effettuano questo tipo di lavorazione, nell’unico fra i secadùr recuperati della contrada.

Zoom su Castegnone, ai piedi del Canto Alto di cui è visibile la croce. Le selve di castagno si trovano intorno e soprattutto al di sopra della contrada

Sulla “Via delle Castagne” fra le contrade di Poscante

La “Via della castagne” ricalca un’antica mulattiera di circa tre chilometri recuperata dal Comune di Zogno per valorizzare sia il frutto che la tradizione locale della castanicoltura, retaggio dell’antica tradizione locale (1).

Il percorso, con i suoi scorci sui castagneti e le finestre panoramiche sulla valle, offre una passeggiata rilassante, immersa nella natura.

Si tratta in realtà di un’antica via di collegamento con la Mercatorum, già battuta in epoca medioevale per la posizione strategica di difesa e più avanti per il commercio con Monte di Nese e la Valle Seriana nonché la città.

Lungo la “La via delle castagne” sono collocati dieci cartelli esplicativi,  ognuno dei quali, nel caso di visita guidata corrisponde a una tappa didattica. Il pannello è collocato nel borgo di Piazza Martina, da cui si diparte il percorso

 

Il sentiero, di facile percorrenza,  si diparte dal borgo rurale di Piazza Martina per raggiungere Poscante e da lì la contrada di Castegnone.

Il versante nord-est del Canto Alto

I dieci cartelli esplicativi collocati lungo il sentiero permettono di conoscere le caratteristiche della pianta e dei suoi frutti ed anche l’ambiente naturale di questo nostro versante prealpino, con il suo particolare clima e la vita della selva e del sottobosco nel volgere delle stagioni.

E’ possibile quindi conoscere anche gli insetti che la abitano, comprese naturalmente le preziose api che nella stagione estiva producono un ottimo miele di castagno.

Alcuni pannelli illustrano la tradizione della raccolta, della conservazione e del consumo della castagna, permettendo di capire come, per necessità, l’istinto umano si sia adattato a sfruttare tale tesoro per il proprio sostentamento.

Percorribile in ogni periodo dell’anno e non solo in autunno ma consigliabile a terreno asciutto, il percorso è anche un’occasione per una piacevolissima passeggiata lungo un sentiero ricco di affascinanti spunti panoramici, alla riscoperta delle tradizioni del luogo e della storia che trasuda dalle incantevoli contrade: dal borgo rurale di Piazza Martina, ricco di testimonianze medievali, alla contrada di Castegnone, dov’è ancora in funzione il caratteristico essiccatoio in pietra per “fabbricare” i prelibati biligòcc: il secadùr appunto.

L’arrivo alla contrada di Castegnone, patria dei biligòcc, consente la sosta all’antico “secadùr” recuperato dai suoi abitanti ed oggi attrazione turistica

Una piacevole avventura, che in occasione dell’annuale festa dei biligòcc che quest’anno si terrà il 17 di Novembre, consente di assaporare il prezioso frutto insieme ad altre prelibatezze del nostro territorio.

Sulla Via delle Castagne diretti a Castegnone, la patria dei biligòcc

Mentre da Piazza Martina a Poscante l’itinerario è facile e per tutti, da Poscante a Castegnone il dislivello diventa un po’ più impegnativo, ma certamente fattibilissimo. Il tempo di percorrenza totale è di 1 ora e 45 minuti e l’abbigliamento consigliato è quello sportivo, o meglio ancora “da battaglia”, con scarponcini e bastoncini da trekking, indispensabili quando il terreno è bagnato e scivoloso. Per chi avesse qualche difficoltà, la strada principale è comunque interamente carrozzabile anche se qui bisogna “venire da ospiti e non da turisti”, nel rispetto dei ritmi del luogo e dei suoi abitanti.

La partenza avviene dal Ponte Vecchio presso il piazzale del mercato di Zogno, da cui si diparte la strada per Stabello (indicazioni) diretta a Piazza Martina,  che si raggiunge dopo un chilometro di tornanti.

Il Ponte Vecchio sul fiume Brembo, a Zogno, lungo la strada che porta a Grumello de’ Zanchi e a Poscante. Secondo alcune fonti, fu da questo ponte, e non da quello di Sedrina, che si tuffò il bandito Pacì Paciana per sfuggire ai gendarmi

 

Panorama su Zogno lungo i tornanti per Piazza Martina, tappa iniziale del percorso lungo “La Via delle castagne”. Al centro, l’appuntito Pizzo di Spino

Giunti alla Corna – bellissima casa fortificata medievale – si svolta a sinistra: un centinaio di metri ed ecco la contrada rurale di Piazza Martina (370 m.): una delle più piccole del comune Zogno.

A sinistra, l’imbocco per Piazza Martina, da cui si diparte la “Via delle castagne” (la rampa sulla destra porta invece all’Agriturismo Casa Martina)

 

Case rurali a Piazza Martina, una delle tante contrade di Zogno

 

Piazza Martina, con le sue belle case di origine medioevale, oggi rivisitate

Superata la piazza si svolta a destra, dove si imbocca un facile sentiero-mulattiera (SENT. CAI 504) che si inoltra nel bosco, delimitato per buona parte da muretti a secco e da un ruscelletto.

Il sentiero porterà in breve all’oratorio di Sant’Antonio abate, per poi proseguire con saliscendi non impegnativi fino a Poscante, in prossimità del cimitero.

Lungo “La Via delle Castagne”, verso la chiesa di Sant’Antonio abate. Oltre i murettti a secco si stendono prati da sfalcio dove si trovano alcune baite. Un tempo, il sentiero collegava Stabello con Poscante, sulla sponda sinistra della conca zognese

Dopo pochi metri si incontra il primo dei 10 cartelli didattico-informativi sulla castagna, disposti lungo il tragitto.

Dove gli alberi si diradano si aprono alcuni affascinanti scorci sul paesaggio, e in pochi minuti si raggiunge la cappella di Sant’Antonio abate, un edificio di origine romanica ma rimpicciolito nelle dimensioni e trasformato nel XVII secolo in stile neoclassico.  Sebbene le vere e proprie selve di castagno si trovino in quota, si incontrano numerosissimi esemplari di anche nel vicino bosco.

Dalla cappella di Sant’Antonio abate, circondata da prati ben curati, si può ammirare la Corna Rossa, una cornice naturale che racchiude milioni di anni di formazioni geologiche

Ogni 17 gennaio, in occasione della festività di Sant’Antonio abate si rivive l’antica tradizione della benedizione dei panini di Sant’Antonio, che vengono distribuiti insieme ai biligòcc, alle frittelle preparate dalle donne della contrada e all’immaginetta del Santo, che è raffigurato in abiti pastorali nell’abside della chiesa.

La statua lignea trecentesca di Sant’Antonio abate, nell’abside della cappella dedicata al santo

A due passi c’è una fonte d’acqua, un tempo considerata curativa.

La fonte lungo la mulattiera

Aggirata la bella cascina retrostante, un cartello ci indirizza verso Poscante raggiungendo una radura soleggiata con vista su Grumello dei Zanchi, preceduta dal secondo pannello didattico.

 

Il secondo cartello didattico-informativo, su “La Via delle Castagne”

Osservando la radura all’altezza del cartello si scorge la traccia di un sentiero, che si raggiunge attraversando il prato per una cinquantina di metri.

Veduta su Grumello de’ Zanchi, all’uscita del sentiero

Una volta rientrati nel fitto bosco ceduo, ricompare ben evidente il nostro sentiero: un largo tratturo che propone anche strappi su pezzi semi-cementati, richiedendo parecchia attenzione quando le condizioni del terreno lo rendono piuttosto scivoloso. Nel frattempo s’incontreranno altri cartelli.

Nel bosco, sulla Via delle castagne

 

Ciò che resta di un Castagno e, sullo sfondo, un fitto faggeto

Il sentiero fuoriesce in una grande radura con cascina…

…per poi rientrare nel bosco dove si attraversa una vallecola, con tracciato ben evidente.

Sulla Via delle Castagne

In breve si apre uno squarcio su Poscante, che per ora appare un po’ distante.

Poscante fra i colori dell’autunno

Il sentiero sbuca su una stradetta sterrata all’altezza di una santella, dove, svoltando a sinistra, aggancia un tratto selciato in discesa diretto a Poscante, dove sostiamo per una visita.

Il prosieguo sulla Via delle Castagne, dopo Poscante

Percorsa una curva ci si ritrova quindi su una strada asfaltata, affiancata dal cimitero del paese: ed ecco Poscante a portata di mano.

Poscante (408 metri s.l.m.)

Il piccolo villaggio agricolo di antica origine è da sempre costituito in comune e parrocchia: quella di San Giovanni Battista, affiancata dalla pregevole chiesetta della Madonna del Carmine.

Poscante: chiesa di San Giovanni Battista

 

Poscante: chiesetta della Madonna del Carmine

 

Interno della chiesa della Madonna del Carmine, a Poscante

La strada per Castegnone si può riprendere svoltando a destra imboccando la mulattiera gradinata a fianco della chiesa (che sbucherà nel piccolo parcheggio della contrada), oppure, se il terreno è bagnato e scivoloso, prendendo in salita la strada asfaltata.

La contrada Castegnone di Poscante

 

 

Lungo i viottoli di Castegnone, alle pendici del Canto Alto

Nel piccolo abitato di Castegnone, merita sicuramente una visita la chiesa secentesca di Santa Maria Bambina, con la facciata principale finemente decorata con finte modanature e finto bugnato.

La chiesa secentesca dedicata a S. Maria Nascente, festeggiata ogni  prima domenica di settembre

All’interno è conservato un dipinto del secolo  XVII raffigurante un’insolita  Madonna con Bambino, opera di Carlo Ceresa, artista brembano che ha lasciato nella valle innumerevoli segni della propria arte, insieme alle dinastie dei Baschenis e dei Guerinoni della Valle Averara, i Santa Croce, i Licini e i Gavazzi di Poscante, i due Palma di Serina, Gianpaolo Cavagna, Giovanni Busi Cariani e Mario Codussi, per citare i nomi più famosi.

Dettaglio della pala di Carlo Ceresa nella chiesa di Santa Maria Nascente a Castegnone

Ed è qui, nella contrada di Castegnone che sorgevano i secadùr, uno dei quali è stato ripristinato per riportare in auge l’antico metodo di preparazione dei biligòcc.

L’antica arte dell’essicazione

Nonostante l’apparenza le castagne sono frutti facilmente deperibili. Bene lo sanno i castanicoltori, che nel tempo hanno escogitato tutta una serie di attenzioni, metodi e tecniche per conservarle e poterle consumare o vendere anche molti mesi dopo la raccolta.

La conservazione contempla tradizionalmente due soluzioni: il mantenimento del frutto allo stato fresco o la sua essiccazione. Alla prima appartengono le tecniche della ricciaia e della novena, antichissime ed entrambe basate sull’innesco di fermentazioni naturali che agiscono da conservante. Alla seconda appartengono i vari modi per ridurre il quantitativo d’acqua presente nel frutto, principale agente del loro deperimento.

Un tipico essicatoio per la produzione dei biligòcc, le castagne essiccate e affumicate. Per la gente di Castegnone il legno impiegato per il fuoco è esclusivamente quello di Castagno

Un tempo, nelle zone castanicole la tecnica più diffusa per conservare più o meno grandi quantitativi di castagne avveniva tramite gli essicatoi rurali o “metati”, piccole strutture talvolta parzialmente interrate e molto diffuse in ambito montano, che a seconda dei luoghi e della tradizione si collocavano nelle abitazioni ed erano presenti in forma sparsa ed isolata anche tra le selve di castagni. 

Gli essicatoi di castagne a Castegnone di Poscante di Zogno

Non possedendo tutte le famiglie un proprio essicatoio, era frequente la sua condivisione tra gruppi parentali o abitanti di intere contrade.

A fianco della chiesa, un vecchio essicatoio parzialmente interrato, da tempo dismesso

Con il declino dell’agricoltura montana, e con esso della castanicoltura di sussistenza e di piccolo smercio, gli essicatoi sono in gran parte andati persi o convertiti ad altri usi: quelli rimasti, pur se spesso inattivi costituiscono preziose testimonianze.

Il secadùr di Castegnone

I “secadùr” di Castegnone sono piccole costruzioni isolate o annesse a un’abitazione, a un solo vano inframmezzato da un graticciato di legno, su cui vengono stese le castagne migliori da essiccare.

Nella bella contrada alle pendici del Canto Alto, l’unico secadùr oggi recuperato permette di seguire la messa in opera del metodo di conservazione delle castagne, adottato per generazioni. Queste vengono caricate, fresche di raccolta, su una fitta griglia in legno posta nella parte alta della struttura, alla quale si accede tramite una scala esterna.

L’antico  secadùr di Castegnone, l’unico ancora funzionante nella contrada,  a tutt’oggi utilizzato per la preparazione dei “biligòcc” 

Il lento essiccamento viene eseguito fornendo dal basso moderate quantità di aria calda mista a fumo, per una ventina di giorni circa.

Nella parte superiore del “secadùr”, il graticciato di legno d’ontano su cui vengono stese le castagne da essiccare e affumicare

L’accesso al piano terra (che in questo caso avviene dal cortile di un’abitazione privata) conduce alla “stanza del fumo”, da cui si espande ininterrottamente il calore di un fuoco alimentato con ceppi di Castagno, che produce la completa essiccazione dei frutti protetti dalla cura e dai costanti controlli.

L’accesso all’unico essiccatoio ancora attivo a Castegnone; nel locale, oggi ridotto, un tempo si essiccavano grandi quantitativi di castagne. La struttura è visitabile su prenotazione

 

In basso, la “stanza del fumo”, dove verranno tolte le fascine e collocati i ceppi per  l’essiccamento e l’affumicatura dei frutti

Il fumo denso e profumato ottenuto dalla combustione del legno di Castagno conferirà al frutto il caratteristico aroma dei biligòcc.

L’essicatoio in cui si ottengono i biligòcc, le tipiche castagne essiccate e affumicate ininterrottamente per una ventina di giorni

Le castagne così affumicate vengono infine poste in sacchi di iuta e qualche giorno prima della vendita sottoposte a bollitura e passate in acqua fredda per imprimere alla buccia le caratteristiche grinze.

Un essicatoio (“secadùr”), struttura necessaria all’asciugatura graduale e all’affumicatura delle castagne, collocate sopra il fuoco su un graticcio generalmente in legno

Il tocco finale può essere una spruzzata d’olio per la lucidatura del prodotto, quanto basta per far bella mostra nei mercati e nelle fiere bergamasche. Dopo l’asciugatura all’aria aperta le castagne sono pronte per essere consumate.

L’imbiancatura consiste invece nella  sgusciatura e sbucciatura manuale o meccanizzata.

1975: Contrada Castegnone, in via Castegnone. Il poscantino Silvio Luigi Donadoni – classe 1959 – mentre si appresta alla lavorazione dei biligòcc. Dopo la lessatura e la lucidatura mediante olio, le castagne affumicate vengono portate con una cesta in un locale per l’insaccatura. Nei giorni successivi saranno venduti alla sagra di San Mauro a Bruntino (Collezione Silvio Luigi Donadoni)

La meraviglia di questa tradizione vive nel cuore di tutti gli abitanti della contrada e nei visitatori: profumi, colori e tanta storia in un semplice frutto.

La sagra novembrina

Anche quest’anno a Castegnone il 17 Novembre la tradizionale “festa dei biligòcc” rivive nell’ambito della rassegna Sapori & Cultura, portando alla riscoperta dei sapori di una volta. Per l’occasione i residenti aprono le loro abitazioni, mostrando ai turisti alcuni ambienti allestiti con oggetti rurali per riscoprire le antiche consuetudini e gli antichi mestieri: la camera da letto, la cucina con il camino, le cantine di Siltèr, i lavori domestici, la quotidiana lotta per la sopravvivenza, per le quali i modesti attrezzi, frutto dell’ingegno e dell’esperienza, costituivano un prezioso aiuto.

E’ prevista anche una visita guidata gratuita al “secadùr”, con la presenza di “Maestro” della tradizione che mostrerà il laborioso procedimento di essiccazione delle castagne, svelando i segreti che si tramandano da generazioni. La festa offre anche l’occasione per assaggiare i prodotti tipici della Valle Brembana e della Bergamasca in generale.

L’accesso alla contrada avverrà solo tramite navetta bus gratuita  con partenza dal campo sportivo di Poscante e sarà possibile ristorarsi in loco durante la pausa pranzo.

Note

(1) “La via della castagne” rientra nell’ambito del progetto “Zogno a occhi aperti” promosso dall’Assessorato al Turismo di Zogno allo scopo di valorizzare sia il frutto che la castanicoltura, antica tradizione locale. Il progetto, rivolto alla popolazione zognese, ai turisti, alle famiglie e alle scolaresche, è corredato da una pubblicazione cartacea (32 pagine) ed integrato da totem multimediali nonché da App della rete museale, includendo anche visite guidate estive gratuite alla scoperta de “La via della castagne”. Per ulteriori informazioni è possibile visitare il sito web www.zognoturismo.it., mentre per le prenotazioni alle visite guidate (obbligatorie con posti limitati) è possibile contattare tramite email: elena@emozioniorobie.it ; sms o WhatsApp: 348.5423481.

Bibliografia consigliata

  • Tarcisio Bottani, Poscante Storia e Memoria. Fotografie di Ettore Ruggeri. Edizioni Corponove. Data di pubblicazione: 2019.
Il libro riprende e amplia il precedente “Poscante e dintorni ieri e oggi” del 1996, estendendo l’attenzione ad aspetti nuovi della storia di questo incantevole paese della Valle Brembana, con un apparato iconografico inedito, arricchito da artistiche fotografie di Ettore Ruggeri che valorizzano gli aspetti caratteristici di Poscante e della sua gente, in un felice accostamento fra modernità e tradizione. Un libro ben più corposo del precedente, per dar spazio a nuove ricerche condotte dall’autore in vari archivi che hanno consentito di delineare le vicende relative a Poscante, partendo dal Medioevo. In particolare, dalla consultazione di atti notarili, emerge un quadro abbastanza dettagliato, per quanto non esaustivo, dei rapporti economici e sociali tra le istituzioni locali e i cittadini, sia per l’aspetto civile, sia per quello religioso. E stata inoltre mantenuta ed aggiornata la parte dedicata ai personaggi illustri, così come quella relativa alle leggende, alle tradizioni e alla vita associativa attuale
  • Maurizio Buscarino, POST CANTUM, un Paese. Centro Culturale Poscante, Poscante 2001. Oltre ai testi di Maurizio Buscarino vi sono quelli di  Vittorio Polli, Valter Gherardi, Viviana Donadoni, Ettore Ruggeri e Robea Valtorta nonché 180 fotografie storiche raccolte grazie alla collaborazione della maggior parte delle famiglie di Poscante.

La storica drogheria Mologni ben presto sarà solo un ricordo (divagando tra piazza Sant’Anna e dintorni)

E’ di questi giorni la notizia dell’imminente chiusura della storica drogheria “Fratelli Mologni” in piazza Sant’Anna, l’antica “istituzione” cittadina gestita dal ’53 da Norberto Mologni – classe 1933 – ma vecchia di quasi un secolo perché è in piazza dal 1921, fondata da papà Calisto e zio Carlo.

All’angolo fra via Ghislandi e via Borgo Palazzo, affacciata su piazza Sant’Anna, la storica Drogheria F.lli Mologni: un pezzo di storia della città

Una notizia che lascia increduli e sgomenti i bergamaschi, da sempre abituati a vederla lì, all’angolo fra la piazza e via Ghislandi, rassicurante coi suoi giusti rimedi per qualsiasi problema casalingo, come se conoscesse a menadito e da generazioni, tutti gli abitanti del Borgo.

 

Il signor Norberto Mologni negli ultimi giorni di apertura, dopo una vita dietro al bancone della storica drogheria, fondata dal padre nel 1921. Nella conduzione dell’azienda sè stato affiancato dalla nuova generazione dei Mologni, con Mauro, Ombretta e Umberto, mentre il fratello, Valerio, è scomparso nel 2010 all’età di 72 anni, investito da uno scooter in piazza Sant’Anna mentre attraversava la strada per tornare al negozio (Fotografia di Giuseppe Preianò)

Bergamo perde non solo la più antica drogheria della città – e chiamarla “drogheria” è un eufemismo – ma anche il sorriso del titolare e il sapere dell’insostituibile signor Carlo, dipendente della ditta da oltre trent’anni, durante i quali ha dispensato con saggezza consigli e rimedi d’ogni sorta da dietro il bancone ottocentesco in noce, attorniato da spezie e caramelle sfuse in quantità, tutte raccolte in deliziosi barattoli in vetro trasparente.

Al banco il signor Carlo, dipendente della ditta Mologni da oltre trent’anni con gli immancabili occhiali dalla sottile montatura e il grembiule verde

La storica insegna che campeggia sulla piazza ne ha molte da raccontare, a partire dal cartello “Coloniali” voluto da papà Calisto per indicare non certo boccette di miscele profumate evocanti speziati profumi esotici, bensì le antiche Colonie europee in Oriente, da cui giungevano le famose spezie di Mologni.

 

Norberto Mologni durante gli ultimi giorni di attività nello storico negozio di piazza Sant’Anna (Fotografia di Giuseppe Preianò)

 

In vetrina

La ditta era nata infatti come “spezieria” – l’unica della città a quei tempi -, rifornita di ogni genere di spezie: dalla curcuma in polvere allo zenzero, dal pepe al cardamomo, all’ormai introvabile radice di liquirizia.

 

 

Il signor Carlo, dipendente della ditta Mologni, durante gli ultimi giorni di attività nello storico negozio di piazza Sant’Anna (Fotografia di Giuseppe Preianò)

E approfittando di tutto questo “ben di Dio”, il titolare aveva creato la celeberrima “miscela Mologni”, un misto di ben dodici spezie per insaporire la carne, composta tra gli altri da coriandolo, cardamomo, pepe, zenzero, noce moscata e cannella, aumentando la quale, si creava la miscela perfetta per i deliziosi biscotti di Panpepato a forma di omino.

Per un tempo che sembra indefinito gli arredi hanno custodito rimedi infallibili per qualsiasi problema casalingo, rappresentando un vero e proprio servizio per la comunità.

 

Il che richiedeva la presenza costante non di commessi qualsiasi, ma di personale esperto che avesse parecchia familiarità con i rimedi le composizioni chimiche dei prodotti.

 

Il signor Carlo, dipendente della ditta Mologni, durante gli ultimi giorni di attività nello storico negozio di piazza Sant’Anna (Fotografia di Giuseppe Preianò)

Qui, tra gli altissimi scaffali lignei laccati color panna risalenti al primo Novecento, le antiche credenze screpolate dai vetri sottili e un caleidoscopio di vasi, barattoli, boccette e profumini d’ogni sorta, il tempo ha passeggiato con calma tra mille mercanzie: dai detersivi più comuni per la pulizia della casa ad improbabili specialità medicinali (e un tempo il chinino, per curare la malaria) ai prodotti chimici o ai detersivi per l’industria (dalla soda caustica agli acidi solforico e nitrico e polveri di ogni tipo), candele, cera d’api, vernici naturali, ma anche specialità dolciarie o meravigliosi oli essenziali purissimi, vari tipi di te in foglia, capperi, caffè, caramello, vini e persino Champagne!

 

E le immancabili spezie, come nei migliori bazar, ma in versione orobica.

E ancora, liquori in gran quantità, acque imbottigliate di ogni marca e persino acqua sulfurea proveniente direttamente dall’Ungheria; rimedi per smacchiare, lucidare ogni tipo di pavimento, eliminare le tarme dagli abiti o dal mobilio: sperimentato personalmente ed infallibile grazie ai consigli sagaci del signor Carlo.

Il signor Carlo, dipendente della ditta Mologni, durante gli ultimi giorni di attività nello storico negozio di piazza Sant’Anna (Fotografia di Giuseppe Preianò)

 

Per non parlare dell’incredibile assortimento di saponette e di barattoli per la pulizia personale: una delizia in cui perdersi.

Tutto doveva passare dal suo magazzino di via Ambrogio da Calepio, che fungeva anche da ingrosso e che ora inizia ad essere desolatamente sgombro di merci e scatoloni.

Norberto Mologni durante gli ultimi giorni di attività nello storico negozio di piazza Sant’Anna (Fotografia di Giuseppe Preianò)

 

E caramelle sfuse, tante caramelle che oltre ai classici gusti comprendevano gli introvabili e antichi zucchero matricale (un bonbon zuccherino con genziana e rabarbaro), il confetto al chinotto, la caramella con nocciola e ciocco fondente Moretto Nougatine e la goccia menta, quella con il cuore morbido che ti si scioglie in bocca.

 

Il tutto, tra caramelle e profumi di Colonia, le fondenti Perugina e l’odore morbido del sapone di Marsiglia, i rimedi della nonna e quelli d’ogni sorta esposti in vetrina e corredati da simpatiche istruzioni scritte a mano e scolorite dagli anni.

E se il prodotto non era sullo scaffale, bastava chiedere e Mologni era in grado di procurarlo, sempre ben disposto a soddisfare ogni richiesta della clientela, lavorando con la serietà e la competenza ereditata da papà Calisto.

Norberto Mologni, titolare della drogheria di Piazza Sant’Anna

Un’atmosfera tale, quella del negozio, da meritarsi un reportage fotografico contenuto nel libro “Certi silenzi” di Nicoletta Prandi – un libro in cerca di emozioni catturate in città -, e relativa mostra all’ex ateneo in Città Alta, dove il titolare, Norberto Mologni, è immortalato insieme ad immagini fortemente evocative ed accenni a personaggi che han fatto la storia di Bergamo come il conte Giacomo Carrara, Gaetano Donizetti, il grande giocoliere Enrico Rastelli, affiancati, nell’oggi, al burattinaio Vittorio Moioli detto “ol Bachetì”: fra personaggi monumenti e persone di passaggio, chiese e distributori di caramelle, la squadra dell’Atalanta e la tradizione di Santa Lucia c’era anche lui, conosciuto ed amato da tutta la città.

Certo negli ultimi anni Mologni lamentava una diminuzione del forte via vai di allora e anche il fatto che specialmente la sera la piazza fosse mal frequentata.

Scorcio di piazza Sant’Anna oggi

Ma in fondo il borgo nella sua semplicità sa ancora rivelare la sua antica identità, con il lungo serpentone, affiancato da strettoie, che dalla porta di Sant’Antonio andava verso i corpi santi,  i laghi, Brescia e Venezia e che oggi si snoda lungo un susseguirsi ininterrotto di botteghe dal sapore artigianale e case, quelle del popolo e della borghesia, curate e dignitose, accatastate le une sulle altre in una cornice confidente e familiare, confortata dall’atmosfera ottocentesca dei suoi palazzi gentilizi e dall’eco delle antiche osterie con alloggio e stallo, di cui restano ancora i segni sui pilastri delle corti.

Un rione, in fin dei conti, ancora molto intenso ed animato, dove non mancano iniziative come il tradizionale appuntamento con la festa del Borgo con la sua gente semplice e cordiale, sempre pronta a difendere e riscoprire le origini e le tradizioni antiche di quel Borgo Palazzo che prende il nome dal palatium imperiale creduto eretto da Carlo Magno.

Un Borgo ricco: di chiese, come quella antichissima e ormai irriconoscibile di Sant’Antonio in Foris, di conventi, chiostri e ameni giardini, di palazzi e di acque generose: la Morla, che ha dato il nome all’antica  Curtis Murgula dove sorgeva l’antico palazzo, e, più a monte, la Roggia Serio, cui si aggiunge la Morlana presso i Cappuccini in un fitto intrecciarsi di corsi d’acqua, un tempo utilizzati per muovere mulini e far funzionare magli, seghe per legname, per la macina della calcite, per filatoi.

Via Ghislandi nel 1916, ancora abbracciata dagli orti e con la chiesa di S. Anna sullo sfondo

Così anche in piazza Sant’Anna, importante crocevia di transito e commerci di cui si avverte ancora l’eco, anche se bisogna lavorare un po’ di fantasia.

La drogheria Mologni nel 1954 (Archivio Wells)

Non c’erano alberi (introdotti nel ‘78), ma una spianata, con un benzinaio e la pesa per i veicoli che trasportavano merci, piantonata dai vigili pronti a multare i mezzi sovraccarichi, traditi da un’evidente flessione delle balestre. Al tempo esisteva già un’edicola per giornali ma molto più piccola rispetto a quella odierna.

Piazza Sant’Anna verso l’incrocio tra via Angelo Maj e via Borgo Palazzo, nel 1954

 

Piazza Sant’Anna nel 1954, con il benzinaio, la pesa per i veicoli che trasportavano merci e a sinistra l’edicola

 

Piazza Sant’Anna (data non precisata), ancora con il benzinaio e priva di arredo. Il gabbiotto al centro sembrerebbe un vespasiano. In primo piano a destra manca la scalinata per i bagni pubblici sotterranei e  la “corrierina ” A.T.B. è forse quella della linea automobilistica Gorle- Scanzo – Negrone

Gli interventi di ammodernamento della piazza erano iniziati verso gli anni ‘60; la fontana neoclassica posta al centro venne donata dal parroco Don Antonio Ruggeri proveniente dalla casa parrocchiale.

Piazza Sant’Anna presumibilmente alla fine degli anni anni ’50 con le aiuole di nuova realizzazione e la fontana al centro; a destra l’ingresso per i bagni pubblici sotterranei, poi tolti per questioni di sicurezza. Non c’è ancora il passaggio a fianco del campanile. Il filobus è il n° 4, Cimitero- via San Bernardino

 

Piazza Sant’Anna negli anni ’50. Di fronte, il Piccolo Credito Bergamasco

 

Piazza Sant’Anna alla fine degli anni ’50, con il chiosco di benzina e  la bellissima 1100/103 TV del ’53 con terzo faro centrale inserito nella mascherina. L’auto partecipò alla Mille Miglia dal ’54 al ’57

 

Piazza Sant’Anna dal campanile (Archivio Wells)

 

Piazza Sant’Anna verso la fine degli anni ’60/inizi ’70. Sono stati eliminati i servizi igenici pubblici sotterranei (Archivio Wells)

 

Il personale del ristorante-pizzeria-Arlecchino negli anni ’60

Oggi come ieri, un groviglio di negozi, alcuni ammiccanti e raffinati ed altri démodé come quello di Mologni, ricavato nei locali del bell’edificio liberty che lo sovrasta.

Il servizio di bike sharing in piazza Sant’Anna

Poco distante, la rinomata pizzeria Arlecchino e di lato gli ormai storici panificio e fruttivendolo, con la farmacia omeopatica, la banca, l’edicola, la pasticceria, la chiesa – tra le più belle di Bergamo -, legata allo storico oratorio maschile del “Sacro Cuore”, dove nel 1945 venne fondata la società sportiva U.S. Olimpia, per promuovere la pratica dello sport tra la gioventù del Borgo e della città.

Il ristorante-pizzeria Arlecchino

 

C’è tutto nella piazza: una città nella città, persino il cinema e, a pochi passi, un tempo c’era anche uno splendido teatrino nella breve via Anghinelli.

L’insegna del Teatro Augusteo in via Anghinelli, costruito nel 1923 e rimasto attivo fino alla Seconda guerra mondiale; dopo un abbandono durato oltre 40 anni, nel 2007 è stato demolito per ricavarne abitazioni di lusso.

Accanto a Mologni, c’è la stretta lavanderia della signora Giò, dagli occhi verdi e il viso magro, i riccioli scomposti e gli orecchini dorati e, tra questa e la drogheria, un piccolo bar con parquet ed uno stretto bancone in legno scuro dove Mario, il titolare, riempie l’aria con la sua risata, frizzante, come bollicine dello Champagne di cui è cultore.

Veduta aerea di piazza Sant’Anna (Archivio Wells). La maestosa chiesa parrocchiale di S. Anna fu costruita in circa 15 anni, su progetto dell’insigne architetto Giuseppe Berlendis. E’ una magnifica costruzione ispirata ai canoni del più puro stile neoclassico. Fu inaugurata il 25 luglio 1856 dal Vescovo Mons. Pier Luigi Speranza, che nel 1859 fondò la Parrocchia di S. Anna, sul territorio che prima era della parrocchia di S. Alessandro della Croce, in Pignolo. Letizia Roncalli, archivista parrocchiale, racconta che prima c’era una chiesa del 1600

Tra qualche settimana molto a malincuore il signor Norberto chiuderà per sempre i battenti: Carlo, lo storico dipendente, tra poco se ne andrà in pensione e nessuno – né Mauro, il figlio del titolare e né i nipoti, occupati altrove – potrà portare avanti l’ormai secolare attività.

Qualche metro più in là, sulle vetrine che si affacciano su piazza Sant’Anna campeggia la scritta “cessione attività” accompagnata da uno sconto sugli ultimi prodotti in vendita. La gente non manca di passare per gli ultimi acquisti e salutare la storica insegna, dove lascia un pezzo di cuore: è la vecchia Bergamo che un pezzo alla volta se ne va.

Fotografia di Giuseppe Preianò

Con Mologni Bergamo perde una certezza, l’ultimo depositario di un sapere che sa di antico e familiare, che per decenni ha accolto i bergamaschi dispensando rimedi e rassicurandoli con preziosi consigli.

Un’insegna che ha attraversato indenne la crisi degli ultimi anni e la tassazione insostenibile che ha costretto diversi negozi alla chiusura.

Che è sopravvissuta alla nascita dei primi minimarket nonché a quella ben più insidiosa dei centri commerciali e delle grandi catene di Acqua & Sapone, grazie alla competenza e alla disponibilità del personale in grado di stabilire un legame che è andato ben oltre il piccolo tessuto del borgo per allargarsi alla città e riverberarsi alla provincia.

Norberto Mologni, un signore cordiale e simpaticissimo

Non sarà facile passarle accanto e fermare lo sguardo sulle serrande chiuse, ed accettare l’idea che in nessun posto troveremo quel miscuglio variopinto di merci, profumi e sorrisi: quelli del titolare e del signor Carlo, che non possiamo che contraccambiare con tanta riconoscenza e non poca malinconia.

La vita e il lavoro nella Valverde e nella Valtesse di ieri

E’ impossibile non innamorarsi della conca di Valverde, quell’anfiteatro verdeggiante esposto nel versante più fresco dei Colli, che s’inerpica su, fino alla porta di San Lorenzo, ai piedi della quale si adagia nella sua splendida semplicità, volgendosi al meraviglioso profilo del borgo San Lorenzo.
Ma quanto conosciamo davvero questa piccola località incastonata tra l’alta città e le propaggini montane?  
Cosa sappiamo del suo passato e della sua gente, del  lavoro che per secoli si svolse in questa umile eppur bellissima porzione collinare, consorella di Valtesse?
Per questo motivo ho voluto dedicare alle due località un intimo affresco, che ritrae i momenti più significativi della vita e del lavoro che  si svolgeva nei campi e nelle cascine: dalle attività più tradizionali legate all’agricoltura  con la produzione della vite, a quella tipica del luogo, a molti sconosciuta: quella dei lavandai, un’attività resa possibile dalla presenza della Morla e dai tanti ruscelli e ruscelletti che solcavano copiosi tutta l’area

Le cronache di fine Ottocento raccontano che fino agli anni ’50 del secolo scorso Valverde era tutta composta da lavandai e giornalieri.

Tra le tante famiglie che traevano sostentamento da questa attività, spiccavano i nomi dei Sarzetti e dei Luzzana.

Sarzetti Lucia Rigamonti in una foto giovanile, davanti al cavallo e Sarzetti Pietro nel carro, con il cappello da alpino, assieme ad un amico, con il carico di biancheria da lavare ritirata in città. Foto del 1946, ripresa nella stradella che da via Maironi porta alla cascina di Valverde, sotto la porta Garibaldi

La famiglia Sarzetti svolgeva tale mansione presso la cascina “Cerea”, nel cuore della Val Verde, utilizzando l’acqua del “rio Valverde”, alimentato da sorgenti permanenti disseminate in tutta la valletta che scende da Colle Aperto e da Porta S. Lorenzo, come abbiamo avuto modo di osservare qui.

Porta S. Lorenzo segna la linea di demarcazione fra Valverde e Città Alta (Raccolta D. Lucchetti)

La cascina “Cerea” era anche denominata la “Cà dei sòi”, tradotto letteralmente in “casa dei mastelli”, qui ritratta in una cartolina dell’epoca insieme ad una quantità incredibile di lenzuola stese ad asciugare: l’attività dei Sarzetti reggeva la concorrenza dei lavandai di Paladina, dove quasi tutti gli abitanti erano occupati in tale attività.

La “ca dei sòi”, nella valletta di Valverde, attorniata da lunghe fila di LENZUOLA stese ad asciagare, segno evidente della presenza nella cascina dell’attività di lavandai. La biancheria veniva ritirata al lunedì e riconsegnata al sabato. Agli alberghi si faceva il possibile per riconsegnarla già al mercoledì (Raccolta D. Lucchetti)

Nel vocabolario dei dialetti bergamaschi del Tiraboschi,“Sòi”  sta per “Mastello, Tinello. Gran vaso di legno, a doghe, cerchiato di ferro, consimile a un tino, ed adoperato pel bucato”.

La “Ca dei sòi” e il profilo di borgo S. Lorenzo

I mastelli, collocati sopra un treppiede di legno – “cavra dei sòi” -, contenevano fino all’orlo i panni da lavare, che venivano ricoperti con un tessuto a trama fitta sopra il quale i lavandai versavano la cenere di legno e poi l’acqua bollente. Da questa miscela si otteneva la liscivia, il rudimentale detersivo di una volta.

Il lavoro comportava una gran fatica sia per i lavandai e sia per donne di casa, che adottando tale sistema garantivano una perfetta pulizia del bucato, profumato in modo del tutto particolare.

La “ca dei sòi” e Valverde nella penombra. In lontananza la Maresana e il Canto Alto

Tra gli altri, facevano parte della clientela dei Sarzetti il Comando della Guardia di Finanza con sede in Rocca, il Comando dell’aviazione tedesca, sistemato nell’attuale scuola di ragioneria nei pressi della stazione ferroviaria, l’Albergo “Agnello d’Oro” di Borgo S.Caterina, l’Albergo del Sole di Piazza Vecchia.

Albergo del Sole in Piazza Vecchia

La biancheria veniva ritirata il lunedì e riconsegnata, al massimo, a fine settimana; ma per quanto riguardava, in particolare, le tovaglie dei ristoranti e le lenzuola degli alberghi, si faceva il possibile per portare a termine il lavoro con maggior celerità.
Il trasporto della biancheria avveniva con il carro tirato dal cavallo.

Il carretto dei lavandai in via Arena

 

Il servizio di lavanderia a domicilio svolto dai lavandai di Valverde (Ph Alfonso Modonesi)

C’erano poi i Luzzana, che svolgevano l’attività di lavandai vicino aI ponte della Morla. Il capo famiglia, Luzzana Pietro, era conosciuto come Piero del pùt.
L’abitazione era accanto al ponte dal lato della chiesa.

La barriera daziaria di Porta Santa Caterina (già borgo di Plorzano) in una splendida fotografia di Rodolfo Masperi (Raccolta Lucchetti)

 

Luzzana Pietro e Esposito Giacoma via Maironi da Ponte, 1919 (Lazzana, lavandaio al Ponte della Morla)

Per lavare veniva utilizzata l’acqua stessa della Morla, che all’epoca, alla fine anni ‘3O, era ritenuta pulitissima.

I sòi erano collocati in uno stanzone al piano terra dell’abitazione, mentre i panni lavati, per lo più lenzuoli, tovaglie, asciugamani, venivano stesi ad asciugare in un campo che la famiglia aveva in affitto al di là della Morla, prima del ponte.
In una fase successiva, nel campo era stato costruito anche un capannone dove erano stati sistemati i mastelli e in tal modo tutta l’attività si svolgeva oltre la Morla.

Tra la clientela gli abitanti ricordano le suore Canossiane di via della Milizia (oggi via S. Tomaso), il conte Marenzi di Pignolo, alberghi e ristoranti.

Via S. Tomaso, un tempo chiamata via della Milizia

Per ritirare e riconsegnare la biancheria (ritirata al lunedì e riconsegnata il lunedì successivo) i Luzzana usavano un carretto trainato da un asino di loro proprietà, che tenevano presso il vicino contadino.

La famiglia di Pietro Lussana, di via Maironi, 1948. “Piero del put” è noto per essere stato uno degli ultimi lavandai di Valverde

Piero del pùt cessò l’attività di lavandaio verso l’inizio degli anni 40 per una sfortunata serie di motivi: la morte dell’asino, che gli serviva per ritirare e riconsegnare la biancheria (e che non poteva rimpiazzare), una forte inondazione della Morla, che aveva divelto quasi tutte le pietre sistemate per lavare (l’acqua  aveva ricoperto anche il ponte) e la partenza per la guerra del fratello, che gli dava una mano nell’attività.

La piena della Morla del Luglio 1992 (Foto di Carlo Scarpanti)

 

La piena della Morla del Luglio 1992 (Foto di Carlo Scarpanti)

In Valverde v’erano altre famiglie di lavandai, seppur con attività più limitata rispetto a quelle citate.
I Cerutti (Ol Filottì) svolgevano l’attività in via Filotti, nella casa abitata dalla famiglia e adoperavano l’acqua della Morla.

Anche la casa di Andreini Piero detto, “il Baracchì”, di via Filotti era denominata “la cà dei sòi”.

L’ingresso dell’osteria “Gnuc”

I Noris abitavano in una casetta in via Maironi, dal lato apposto alla chiesa, sotto il castello di Valverde. Usavano l’acqua di una seriolina che passava lungo la strada.
I Noris avevano costruito anche un’ampia tettoia sotto cui stendere i panni ad asciugare.

Nella panoramica, il castello di Valverde sulla destra

I Foresti abitavano all’angolo tra via Valverde e via Maironi; anch’essi usavano l’acqua di una seriolina che passava nelle vicinanze; probabilmente, come per i Noris, doveva trattarsi di diramazioni del “Rio Valverde”.

Un componente di quest’ultima famiglia, di professione tipografo, si faceva notare per essere proprietario di un velocipide (una bicicletta con la ruota davanti grandissima e quella posteriore invece molto piccola) con il quale ogni anno partecipava alla biciclettata organizzata da un gruppo di Valverde.

C’erano poi i Borsatti,  lavandai in via Valverde nella zona delle case Rossi, che utilizzavano l’acqua del ruscello della valle delle Cave. Nella stessa zona  anche i Minoia dovevano forse svolgere la medesima attività.

Nel tratto finale del ruscello, poco prima della confluenza nella Morla, erano sistemate delle grandi pietre lisce utilizzate per lavare i panni.

La via Maggiore, in uscita da Valverde

Con gli anni ’50 cessava l’attività dei lavandai di Valverde.
Diversamente da quanto in quegli anni fu fatto a Paladina – località in cui quasi tutti gli abitanti svolgevano l’attività di lavandai -, a Valverde non furono introdotte innovazioni e quando giunse a termine la stagione del solo lavoro manuale, cessò anche l’attività dei lavandai.

 

Momenti di vita e di lavoro: le immagini

Franco Rigamonti al mercato nel 1954

 

Brembati Evaristo, nonno di Burini Anna Rigamonti

 

Farina Carolina, nonna di Burini Anna Rigamonti

 

I fratelli Rigamonti nella stagione della divisa, 1936. Le quattro divise rappresentano rispettivamente: figlio della lupa, balilla, avanguardista, giovane fascista

 

Cattaneo Giacomo della Tegazza, con i compagni di lavoro, al termine della costruzione della cappelletta votiva lungo la strada che conduce a S. Vigilio (fine anni ’20)

 

Cattaneo Giacomo della Tegazza, muratore, al lavoro per costruire la cappelletta votiva lungo la strada che conduce a S. Vigilio (fine anni ’20)

 

Gritti di Valverde (1° a sinistra), classe 1895

 

Ingresso stabilimento Fratelli Mazzoleni

 

La Sace ritratta nel 1946 in occasione dell’inaugurazione dell’ stabilimento. Il territorio di Valtesse è ancora quasi del tutto agricolo

 

Veduta su Valverde, la piana di Valtesse e la Maresana. In lontananza a destra spicca la chiesa di San Colombano

 

La casa contadina dei Taiocchi trasformata in officina, prima che venisse abbattuta per la costruzione di un nuovo edificio da adibire alla produzione (1960 circa)

 

Via Pietro Ruggeri: Boffelli Gianni nella salumeria ereditata da suo padre Antonio (nativo di Camerata Cornello), che aveva aperto il negozio negli anni ’20

 

“Piciorla e pom”

Panorama su Valverde da Colle Aperto (Raccolta D. Lucchetti)

La piana di Valtesse è molto cambiata, dove c’erano cascine e molti poderi, oggi ci sono tante abitazioni e l’attività agrícola è del tutto scomparsa.

Anni ’30: massaie rurali di Valtesse e Valverde alla “Ca Binca” di via Castagneta

Anche sui Colli, si sa, vi sono stati moltissimi cambiamenti; il numero delle case è rimasto pressappoco lo stesso ma da cascine per contadini si sono trasformate in abitazioni per il ceto medio.

Anni ’30: massaie rurali di Valtesse e Valverde alla “Ca Binca” di via Castagneta

Dei vigneti di allora, testimoniati dalle immagini dell’epca, non restano che pochi lembi.

Veduta sulle propaggini di Valverde e sulla piana di Valtesse

 

Veduta sulle propaggini di Valverde e sulla piana di Valtesse

Quegli stessi vigneti che non consentivano la produzione di vino di buona qualità ma piuttosto di un vino chiamato “piciorla”.

Anni ’30 – “Ca Bianca”: le viti del “piciorla” e la mietitura svolta ad opera delle massaie rurali

 

Anni ’30 – “Ca Bianca”:  Le viti del “piciorla” e il “melgòt”, con le massaie rurali

Si parla del ”piciorla” in un curioso articolo pubblicato dall’“Eco” il 24 apríle del ’93, che rievoca episodi riportati dal giornale un secolo prima:

”Ieri sera (cíoè Domeníca 16 aprile 1893, visto che il reporter scriveva il lunedì 17), verso le 7 e mezza, nell’osteria detta il Trentino fuori Porta S. Caterina, vennero a rissa parecchi contadini di Valtesse. Riscaldatisi presto gli animi, volarono per aria tazze e bicchieri e quant’altro capitava alle mani dei rissanti.
Un certo Properzi Antonio, d’anni 42, mediatore, s’ebbe nella testa la misura di un mezzo litro di vino, che gli produsse una ferita giudicata guaribile in una trentina di giorni. Venne ricoverato all’Ospedale.

Come ricorcla Luigi Pelandi, la bettola in questione era posta in via Baioni. Gestita da pugliesi, prendeva il nome dal prezzo del suo vino: “squinzano” e “manduria” a centesimi trenta (trenta ghèi) al boccale d’un litro. Una vera bazzecola per quegli amici di Bacco, contradaioli e forestieri (così allora venivano considerati anche gli abitanti dell’hinterland), che non potevano o volevano permettersi l’aristocratico barolo o la barbera.

Presso il “trani”, racconta ancora il Pelandi, era stato istituito un servizio di carriole (come quelle in uso dai maratori…) per riportare a domicilio gli incauti bevitori messi K.O. dalla gradazione alcoolica di quel generoso liquore, fatale a compare Turiddu e bevuto disinvoltamente come se si trattasse delle anemiche “piciorle” della Maresana e dei colli limitrofi. Nel caso rievocato la carriola aveva funzionato da…ambulanza”.

La vendemmia, 1982

Fortunatamente si è registrato qualche singolare ritorno al passato nel terreno intorno alla cascina di via Valverde (ex proprietà Garofano), con la nuova piantagione di vitigni adatti all’ambiente, che forniscono uva di buona qualità e dunque un buon vino da tavola.

La vendemmia a Valverde, 1990

 

Il raccolto dell’uva a Valverde

Mosè del Brolo, nel XII secolo, scriveva che sui colli di Bergamo si avevano
“Boschetti ove fiorisce il castagno qui verdi e sempre verdi prati e pampinee viti, e meli e noci e olivi e tenue zampillar di fonti…”.

Scriveva poi il poeta vernacolo Bressani che nel 1490, a Ponteranica e a Sorisole, nella valle del Morla, si producevano e si vendevano mele.

“Gne con tal desideri Sant’Antoní
Per vèend beligòcc, pom e castegni pesti,
Da Poltranga a Surisel specià i doni
Gne ai desidera ch’as faghi di festi”.
(Volpi, “Usi Costumi e Tradizioni Bergamasche”, pag. 183).

 

Il lavoro nei campi e nelle cascine

La cascina sotto le mura di S. Agostino (1978)

 

Andreini Angelo e Tajocchi Franco “massadur de sunì”

 

Arnie in Valverde

 

Prometti Tullio, Rocco, Tomaso e Rosario (primi anni ’50)

 

La fienagione

 

Caprette al pascolo

 

Vaglieri Ernesto con il figlio Gino, 1950

 

La raccolta delle ciliege, 1955

 

Il “ravizzone”, pianta da cui si può cavare l’olio e che può essere usata anche come foraggio, 1996

 

La raccolta delle patate, 1990

 

La mietitrebbia, 1986

 

Le cave

Particolare della Carta Industriale della provincia di Bergamo, fine ‘800. Valtesse porta il segno della presenza di un polverificio

In passato nella località di Castagneta erano attive Cave di pietra mentre in Valverde si estraeva argilla per la produzione della ghisa negli altiforni. L’ultima cava di terra in Valverde, gestita dalla famiglia Rossi, ha cessato la propria attività pochi anni orsono.

Nella zona è stata soprattutto estratta la pietra di Castagneta (molto simile all’arenaria di Sarnico), impiegata abbondantemente in Città Alta sin dall’epoca romana: nei tratti di basolato  rinvenuto nelle vie Gombito e Colleoni e in alcune lapidi, così come in coperture tombali risalenti al medioevo e, in grande misura, nella fabbrica di S. Maria Maggiore, nella chiesa di S. Agostino e  nelle Mura veneziane, da S Agostino fino al Castello di S. Vigilio.

Chiesa di S. Agostino, adibita a caserma

Fra le moltitudini di tagliapietra impiegati nell’opera ciclopica delle Mura vi furono senz’altro i “picapreda” di Valtesse; un documento attesta che l’incarico di costruire la Porta di S. Agostino venne dato ai fratelli Pietro e Cristoforo dei Marchesi, che per quest’opera ricevattero 352 ducati: quella stessa porta che insieme a quella di S. Giacomo il generale conte Francesco Martinengo considerava le “due più belle e più sicure del Veneto”.

Nota
Le notizie relative al capitolo “Gli ultimi lavandai di Valverde”, sono state redatte sulla scorta di informazioni fornite da Lucia Sarzetti Rigamonti e da Giuditta Luzzana Frigeni, che hanno aiutato i genitori e i fratelli piu anziani a svolgere questa attività.

Riferimento essenziale
“Valverde e dintorni” – Centro ricreativo Valtesse per la Terza Età – A cura di Gino Pecchi.

I Laandér dè Paladina: la loro breve storia e il ricordo di Anna Rosa Galbiati

Donne al lavoro in un lavatorio della Bergamasca, 1963 – Foto e proprietà Gianni Gelmini

Seconda puntata (per la puntata precedente, clicca qui)

Quello delle lavandaie e dei lavandai, lavoro faticoso ed “usurante” che i bergamaschi praticarono in gran numero nei decenni passati, è uno dei mestieri dimenticati di cui rimangono tracce nell’architettura urbana e rurale della nostra città e provincia.

Ancor prima del sorgere del sole, in qualsiasi stagione dell’anno, le lavandaie si recavano con carretti ricolmi di ceste di panni sporchi presso i lavatoi che sorgevano in alcuni angoli di piazze e rioni e, prima ancora, presso i torrenti e i canali, dove i canti e il chiacchiericcio di donne di ogni età si accompagnavano al battere dei panni sulla pietra e al profumo della “lisciva”.

Intenerisce pensare alla semplicità di coloro che svolgevano un mestiere tanto faticoso: possiamo solo lontanamente immaginarne i desideri e i sogni, la quotidianità, le difficoltà del lavoro, degli amori, della loro mancanza di istruzione.
Uno spaccato significativo di questa ormai lontana realtà è rappresentata dai “lavandai di Paladina”, il piccolo comune della Val Breno, situato sulla sponda sinistra del fiume Brembo all’imbocco della Valle Brembana.

Qui, per più generazioni, moltissime famiglie si sono dedicate a lavare la biancheria di tutto il Capoluogo; una tradizione che, per la verità, continua anche ai giorni nostri grazie a tre famiglie che si sono tramandate di padre in figlio il mestiere, e che ora gestiscono altrettante lavanderie industriali completamente automatizzate, dando lavoro a qualche decina persone.

E dunque, insieme ad un veloce excursus storico, riporto con piacere un breve racconto di Anna Rosa Galbiati che descrive amorevolmente l’arrivo – come accadeva ogni primo lunedì del mese in Città Alta – dei famosi Laandér dè Paladina: un evento – o meglio un avvenimento – attesissimo dai bambini di allora e ricordato con vivida memoria ed emozione: un’occasione per calarsi nell’atmosfera di allora attraverso una piccola, ma non meno preziosa, carrellata di immagini che ritraggono una parte dell’antica Città alta fra Otto e Novecento.

Nella zona delle Ghiaie, frazione di Paladina (1) affacciata sul fiume Brembo, già dalla seconda metà del 1700 alcune famiglie del luogo traevano sostentamento dal mestiere di lavandai, divenuto una vera e propria attività per molti abitanti di Paladina. allorchè, nel 1894, il gruppo industriale tessile svizzero Legler Hefti e C., dovendo produrre energia elettrica per lo stabilimento di Ponte San Pietro, costruì sul letto della preesistente roggia (2) l’attuale canale, offrendo così la possibilità ai lavandai, dietro stipula di una concessione, di sfruttarne l’acqua.

(1) La conformazione morfologica di Paladina si divide sostanzialmente in due parti: la prima, quella dove sorge il nucleo storico, si trova su una balza a circa 40mt. sopra il livello del fiume, la seconda, denominata Ghiaie, si trova ad un livello prossimo a quello del fiume.

(2) La frazione delle Ghiaie fino alla seconda metà del 1700 era conosciuta e nota per i due mulini che venivano alimentati dall’acqua della roggia Benaglia, che nasceva dal Brembo e che correva parallelamente ad esso, per poi ricongiungersi circa 2 km più a valle.

Rilievo di Paladina nel 1810 – Dipartimento del Serio (Archivio di Stato di Bergamo)

La successiva costruzione dei fossi, conducendo l’acqua direttamente nei lavatoi delle abitazioni, contribuì fortemente ad agevolare l’attività nella zona delle Ghiaie, dove, negli anni a seguire, fiorirono molte lavanderie nelle quali, oltre alle donne, anche un consistente numero di uomini occupava un ruolo di rilievo.

Fu nel periodo a cavallo tra il primo ed il secondo conflitto mondiale che i lavandai di Paladina si fecero conoscere sempre più nella vicina città di Bergamo, e, grazie agli stagionali, anche nelle più rinomate località di vacanza quali S. Remo, S. Pellegrino, Courmayeur, Bellagio, Stresa, Venezia ed altre ancora.

Con il boom economico, negli anni ’50 del secolo scorso la diffusione sul mercato delle lavatrici, l’apertura in città delle prime lavanderie, nonché l’occupazione in fabbrica (più remunerativa), decretarono il declino del secolare mestiere dei lavandai.

Le nuove generazioni dapprima svolsero la doppia attività, di lavandaio e di occupazione nell’industria, per poi abbandonare definitivamente la prima.

Principalmente quattro erano gli strumenti di lavoro che si trovavano nelle antiche lavanderie, dette “laandère”.

La pietra era solitamente una lastra di arenaria cavata nelle vicinanze appoggiata davanti alla buca e veniva usata come piano di battitura della biancheria.

La buca permetteva al lavandaio, una volta entrato, di battere la biancheria sulla pietra e sciacquarla nell’acqua corrente più agevolmente.

La vasca solitamente era situata vicino alla caldaia e serviva per mettere in ammollo la biancheria con la lisciva.

La caldaia era l’elemento importante, se non il più importante, perché serviva per produrre la lisciva, l’unico detergente che si conoscesse al tempo; aveva una forma circolare composta di materiale refrattario, con un diametro di circa 100/120 cm, ed era suddivisa in due parti. Nella parte più bassa della prima si trovava il bracere che veniva alimentato con i trucioli della lavorazione del legno, nella parte superiore della seconda c’era il contenitore in rame a forma di paiolo dove veniva scaldata l’acqua e successivamente sciolta la lisciva.

La settimana lavorativa del lavandaio iniziava il lunedì con la raccolta e la consegna della biancheria presso i clienti (le cosiddette “poste”). Caricavano sulla carrola biancheria pulita, con l’ausilio dei carrettieri, e, tutti insieme, una volta ritrovatisi nella piazza di Paladina partivano verso la città.

Molti anziani dei paesi d’intorno ed in città ancor’oggi ricordano le lunghe file di carri che percorrevano le strade e i quartieri cantando in allegria, forse anche perché questo era il giorno in cui raccoglievano i frutti del lavoro svolto la settimana precedente.

I clienti provenivano dalle più svariate categorie: dalle famiglie benestanti ai conventi, dalle caserme alle carceri, tutto era buono per racimolare qualche soldo.

A partire dal martedì i lavori da svolgere erano tanti; si iniziava con la segnatura dei panni (ogni cliente aveva un suo segno distintivo di riconoscimento), a seguire la suddivisione della biancheria chiara da quella scura, per proseguire con il lavaggio, l’ammollo, la battitura, il risciacquo, la stenditura ed infine la ripiegatura e l’insacco.

L’attività del lavandaio risultava essere molto faticosa; infatti, oltre al dover stare sempre a contatto con l’acqua per tutto l’arco dell’anno e con ogni situazione metereologica, lo stesso correva sempre il rischio di essere contagiato dal contatto con la biancheria sporca. A ciò si aggiunga che l’acqua potabile alle Ghiaie arrivò solo nel 1927; facile quindi immaginare i rischi conseguenti.

Si ricorda a tal proposito l’epidemia di colera scoppiata il 16 Agosto del 1884; il primo decesso fu proprio quello della lavandaia Melania Benaglia, e durante tutta la durata dell’epidemia  i lavandai infettati furono 20, dei quali 11 perirono.

“I Laandér dè Paladina” nel ricordo di Anna Rosa Galbiati

Fine ‘800: via Porta Dipinta con la chiesa di S. Andrea osservate del Pozzo Bianco (Raccolta Lucchetti)

ll primo lunedì di ogni mese si attendeva con eccitazione l’arrivo dei lavandai di Paladina, con il loro carico di sacchi di biancheria pulita, lavata nelle acque del Brembo e stesa ad asciugare sulle rive del fiume.

La scoscesa via Porta Dipinta all’altezza della chiesa di S. Andrea, in una vecchia fotografia

Erano per lo più lenzuola e coperte bianche, che i proprietari contrassegnavano con delle cifre rosse.

Noi bambini ci mettevamo ad attendere i lavandai davanti alla stazione della funicolare, dove confluisce la via Porta Dipinta.

Fine Ottocento: la stazione della Funicolare in piazza Mercato delle Scarpe, ricavata dal cortile del trecentesco palazzo Gritti, già Suardi

L’arrivo dei “laandér” era annunciato dal rumore fragoroso delle ruote dei carri sull’acciottolato, dallo scalpitare degli zoccoli dei cavalli e dalle grida di incitamento dei lavandai.

La ripida salita metteva a dura prova quei poveri cavalli, che annaspavano ansanti, scivolavano, si piegavano sulle ginocchia, agitando la testa con la bocche spalancate in spasimi di fatica e con le froge fumanti e dilatate. Erano dei superbi cavalli da tiro, delle bestie dal corpo robusto, dal collo lungo e muscoloso, con fianchi e garresi poderosi. Avevano la criniera e la coda fulve, gli zoccoli nascosti sotto un folto pelame.

Non ho più rivisto cavalli così belli e imponenti!

Dalla Raccolta D. Lucchetti, con la seguente didascalia: “Questi carretti potrebbero essere quelli dei lavandai (forse gli ultimi a sparire)”

I cavalli tiravano le carrette con tutte le loro forze, aiutati da robusti carrettieri e da donnone imponenti, con il grembiule bianco. Uno teneva i cavalli per le briglie, altri facevano forza sulle ruote, le donne spingevano i carretti da dietro, per evitare che arretrassero.

Il punto più faticoso e difficile era la parte ripida dove via Porta Dipinta incrocia via Rocca, perché la pavimentazione era più liscia e scivolosa.

A fatica e con nitriti che sembravano grida di disperazione, finalmente i cavalli raggiungevano la piazzola e potevano riposarsi.

Erano talmente agitati e provati dall’immane sforzo che tutti i muscoli del loro corpo, in tensione, sbattevano come corde di un’arpa e ci voleva un po’ prima che si distendessero.

Appena arrivati, i lavandai coprivano subito con coperte i loro cavalli, bagnati di sudore, e mettevano sotto il loro muso un sacco con del fieno, quale giusto premio alle loro fatiche. I cavalli poi, come si rilassavano, cominciavano a fare pipì, ma tanta e poi tanta che per noi bambini divenne un gioco seguire quella scia di liquido giallastro e schiumoso, simile alla birra, giù per via Porta Dipinta, e vedere fin dove arrivava.

Mentre noi bambini eravamo attratti dalla pipì dei cavalli, alcune donnette, con paletta e secchiello, aspettavano che i cavalli facessero la cacca, poi correvano subito a raccoglierla, ancora calda, per usarla come concime.

Via Porta Dipinta in una fotografia scattata prima del 1935: in primo piano la casa abbattuta per evidenziare l’antica Torre Sub Foppis e per liberare la visuale verso la Fara (Raccolta Lucchetti)

I lavandai e le lavandaie, anche loro trafelati per la fatica, si riposavano un po’, poi si caricavano sulle spalle quattro o cinque sacchi, si dividevano per le varie vie per consegnare la biancheria pulita e ritornavano con sacchi di biancheria sporca.

Alfonso Modonesi – Città Alta, Bergamo, 1960-1970. In: “Fogliò”

Ricordo ancora bene le figure di quelle donnone con i loro grembiuloni bianchi, le trecce arrotolate sulla nuca e le belle facce rubiconde, erano delle virago, robuste e forti come degli uomini.

Terminato il giro e ricaricati i carri, i cavalli venivano ripresi per la cavezza, tenendo a bada il loro ardore. Poi, cominciava la lenta discesa, faticosa come la salita, anzi peggiore, perché c”era il rischio che il carro scendesse all”impazzata e si schiantasse contro qualche casa.

Attenti, seguivamo i “laandér” lungo il difficile percorso fino alla curva e restavamo a guardarli mentre si allontanavano, finché non sentivamo il rotolio fracassoso delle ruote del carro che passava davanti alla chiesa di Sant’Agostino.

Primi del ‘900: la chiesa di S. Agostino (edificata dal 1290 al 1446) con annessa l’omonima caserma (Raccolta Lucchetti)

 

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Per la parte storica: Presepe dei Lavandai – Paladina e i suoi Lavandai.

Per il racconto: Anna Rosa Galbiati, “Acquarelli Bergamaschi” (Sistema Bibliotecario Urbano – Biblioteca circoscrizionale Gianandrea Gavazzeni, Piazza Mercato delle Scarpe – Città Alta).