La vita e il lavoro nella Valverde e nella Valtesse di ieri

E’ impossibile non innamorarsi della conca di Valverde, quell’anfiteatro verdeggiante esposto nel versante più fresco dei Colli, che s’inerpica su, fino alla porta di San Lorenzo, ai piedi della quale si adagia nella sua splendida semplicità, volgendosi al meraviglioso profilo del borgo San Lorenzo.
Ma quanto conosciamo davvero questa piccola località incastonata tra l’alta città e le propaggini montane?  
Cosa sappiamo del suo passato e della sua gente, del  lavoro che per secoli si svolse in questa umile eppur bellissima porzione collinare, consorella di Valtesse?
Per questo motivo ho voluto dedicare alle due località un intimo affresco, che ritrae i momenti più significativi della vita e del lavoro che  si svolgeva nei campi e nelle cascine: dalle attività più tradizionali legate all’agricoltura  con la produzione della vite, a quella tipica del luogo, a molti sconosciuta: quella dei lavandai, un’attività resa possibile dalla presenza della Morla e dai tanti ruscelli e ruscelletti che solcavano copiosi tutta l’area

Le cronache di fine Ottocento raccontano che fino agli anni ’50 del secolo scorso Valverde era tutta composta da lavandai e giornalieri.

Tra le tante famiglie che traevano sostentamento da questa attività, spiccavano i nomi dei Sarzetti e dei Luzzana.

Sarzetti Lucia Rigamonti in una foto giovanile, davanti al cavallo e Sarzetti Pietro nel carro, con il cappello da alpino, assieme ad un amico, con il carico di biancheria da lavare ritirata in città. Foto del 1946, ripresa nella stradella che da via Maironi porta alla cascina di Valverde, sotto la porta Garibaldi

La famiglia Sarzetti svolgeva tale mansione presso la cascina “Cerea”, nel cuore della Val Verde, utilizzando l’acqua del “rio Valverde”, alimentato da sorgenti permanenti disseminate in tutta la valletta che scende da Colle Aperto e da Porta S. Lorenzo.

Porta S. Lorenzo segna la linea di demarcazione fra Valverde e Città Alta (Raccolta D. Lucchetti)

La cascina “Cerea” era anche denominata la “Cà dei sòi”, tradotto letteralmente in “casa dei mastelli”, qui ritratta in una cartolina dell’epoca insieme ad una quantità incredibile di lenzuola stese ad asciugare: l’attività dei Sarzetti reggeva la concorrenza dei lavandai di Paladina, dove quasi tutti gli abitanti erano occupati in tale attività.

La “ca dei sòi”, nella valletta di Valverde, attorniata da lunghe fila di LENZUOLA stese ad asciagare, segno evidente della presenza nella cascina dell’attività di lavandai. La biancheria veniva ritirata al lunedì e riconsegnata al sabato. Agli alberghi si faceva il possibile per riconsegnarla già al mercoledì (Raccolta D. Lucchetti)

Nel vocabolario dei dialetti bergamaschi del Tiraboschi,“Sòi”  sta per “Mastello, Tinello. Gran vaso di legno, a doghe, cerchiato di ferro, consimile a un tino, ed adoperato pel bucato”.

La “Ca dei sòi” e il profilo di borgo S. Lorenzo

I mastelli, collocati sopra un treppiede di legno – “cavra dei sòi” -, contenevano fino all’orlo i panni da lavare, che venivano ricoperti con un tessuto a trama fitta sopra il quale i lavandai versavano la cenere di legno e poi l’acqua bollente. Da questa miscela si otteneva la liscivia, il rudimentale detersivo di una volta.

Il lavoro comportava una gran fatica sia per i lavandai e sia per donne di casa, che adottando tale sistema garantivano una perfetta pulizia del bucato, profumato in modo del tutto particolare.

La “ca dei sòi” e Valverde nella penombra. In lontananza la Maresana e il Canto Alto

Tra gli altri, facevano parte della clientela dei Sarzetti il Comando della Guardia di Finanza con sede in Rocca, il Comando dell’aviazione tedesca, sistemato nell’attuale scuola di ragioneria nei pressi della stazione ferroviaria, l’Albergo “Agnello d’Oro” di Borgo S.Caterina, l’Albergo del Sole di Piazza Vecchia.

Albergo del Sole in Piazza Vecchia

La biancheria veniva ritirata il lunedì e riconsegnata, al massimo, a fine settimana; ma per quanto riguardava, in particolare, le tovaglie dei ristoranti e le lenzuola degli alberghi, si faceva il possibile per portare a termine il lavoro con maggior celerità.
Il trasporto della biancheria avveniva con il carro tirato dal cavallo.

Il carretto dei lavandai in via Arena

C’erano poi i Luzzana, che svolgevano l’attività di lavandai vicino aI ponte della Morla. Il capo famiglia, Luzzana Pietro, era conosciuto come Piero del pùt.
L’abitazione era accanto al ponte dal lato della chiesa.

La barriera daziaria di Porta Santa Caterina (già borgo di Plorzano) in una splendida fotografia di Rodolfo Masperi (Raccolta Lucchetti)

 

Luzzana Pietro e Esposito Giacoma via Maironi da Ponte, 1919 (Lazzana, lavandaio al Ponte della Morla)

Per lavare veniva utilizzata l’acqua stessa della Morla, che all’epoca, alla fine anni ‘3O, era ritenuta pulitissima.

I sòi erano collocati in uno stanzone al piano terra dell’abitazione, mentre i panni lavati, per lo più lenzuoli, tovaglie, asciugamani, venivano stesi ad asciugare in un campo che la famiglia aveva in affitto al di là della Morla, prima del ponte.
In una fase successiva, nel campo era stato costruito anche un capannone dove erano stati sistemati i mastelli e in tal modo tutta l’attività si svolgeva oltre la Morla.

Tra la clientela gli abitanti ricordano le suore Canossiane di via della Milizia (oggi via S. Tomaso), il conte Marenzi di Pignolo, alberghi e ristoranti.

Via S. Tomaso, un tempo chiamata via della Milizia

Per ritirare e riconsegnare la biancheria (ritirata al lunedì e riconsegnata il lunedì successivo) i Luzzana usavano un carretto trainato da un asino di loro proprietà, che tenevano presso il vicino contadino.

La famiglia di Pietro Lussana, di via Maironi, 1948. “Piero del put” è noto per essere stato uno degli ultimi lavandai di Valverde

Piero del pùt cessò l’attività di lavandaio verso l’inizio degli anni 40 per una sfortunata serie di motivi: la morte dell’asino, che gli serviva per ritirare e riconsegnare la biancheria (e che non poteva rimpiazzare), una forte inondazione della Morla, che aveva divelto quasi tutte le pietre sistemate per lavare (l’acqua  aveva ricoperto anche il ponte) e la partenza per la guerra del fratello, che gli dava una mano nell’attività.

La piena della Morla del Luglio 1992 (Foto di Carlo Scarpanti)

 

La piena della Morla del Luglio 1992 (Foto di Carlo Scarpanti)

In Valverde v’erano altre famiglie di lavandai, seppur con attività più limitata rispetto a quelle citate.
I Cerutti (Ol Filottì) svolgevano l’attività in via Filotti, nella casa abitata dalla famiglia e adoperavano l’acqua della Morla.

Anche la casa di Andreini Piero detto, “il Baracchì”, di via Filotti era denominata “la cà dei sòi”.

L’ingresso dell’osteria “Gnuc”

I Noris abitavano in una casetta in via Maironi, dal lato apposto alla chiesa, sotto il castello di Valverde. Usavano l’acqua di una seriolina che passava lungo la strada.
I Noris avevano costruito anche un’ampia tettoia sotto cui stendere i panni ad asciugare.

Nella panoramica, il castello di Valverde sulla destra

I Foresti abitavano all’angolo tra via Valverde e via Maironi; anch’essi usavano l’acqua di una seriolina che passava nelle vicinanze; probabilmente, come per i Noris, doveva trattarsi di diramazioni del “Rio Valverde”.

Un componente di quest’ultima famiglia, di professione tipografo, si faceva notare per essere proprietario di un velocipide (una bicicletta con la ruota davanti grandissima e quella posteriore invece molto piccola) con il quale ogni anno partecipava alla biciclettata organizzata da un gruppo di Valverde.

C’erano poi i Borsatti,  lavandai in via Valverde nella zona delle case Rossi, che utilizzavano l’acqua del ruscello della valle delle Cave. Nella stessa zona  anche i Minoia dovevano forse svolgere la medesima attività.

Nel tratto finale del ruscello, poco prima della confluenza nella Morla, erano sistemate delle grandi pietre lisce utilizzate per lavare i panni.

La via Maggiore, in uscita da Valverde

Con gli anni ’50 cessava l’attività dei lavandai di Valverde.
Diversamente da quanto in quegli anni fu fatto a Paladina – località in cui quasi tutti gli abitanti svolgevano l’attività di lavandai -, a Valverde non furono introdotte innovazioni e quando giunse a termine la stagione del solo lavoro manuale, cessò anche l’attività dei lavandai.

 

Momenti di vita e di lavoro: le immagini

Franco Rigamonti al mercato nel 1954

 

Brembati Evaristo, nonno di Burini Anna Rigamonti

 

Farina Carolina, nonna di Burini Anna Rigamonti

 

I fratelli Rigamonti nella stagione della divisa, 1936. Le quattro divise rappresentano rispettivamente: figlio della lupa, balilla, avanguardista, giovane fascista

 

Cattaneo Giacomo della Tegazza, con i compagni di lavoro, al termine della costruzione della cappelletta votiva lungo la strada che conduce a S. Vigilio (fine anni ’20)

 

Cattaneo Giacomo della Tegazza, muratore, al lavoro per costruire la cappelletta votiva lungo la strada che conduce a S. Vigilio (fine anni ’20)

 

Gritti di Valverde (1° a sinistra), classe 1895

 

Ingresso stabilimento Fratelli Mazzoleni

 

La Sace ritratta nel 1946 in occasione dell’inaugurazione dell’ stabilimento. Il territorio di Valtesse è ancora quasi del tutto agricolo

 

Veduta su Valverde, la piana di Valtesse e la Maresana. In lontananza a destra spicca la chiesa di San Colombano

 

La casa contadina dei Taiocchi trasformata in officina, prima che venisse abbattuta per la costruzione di un nuovo edificio da adibire alla produzione (1960 circa)

 

Via Pietro Ruggeri: Boffelli Gianni nella salumeria ereditata da suo padre Antonio (nativo di Camerata Cornello), che aveva aperto il negozio negli anni ’20

 

“Piciorla e pom”

Panorama su Valverde da Colle Aperto (Raccolta D. Lucchetti)

La piana di Valtesse è molto cambiata, dove c’erano cascine e molti poderi, oggi ci sono tante abitazioni e l’attività agrícola è del tutto scomparsa.

Anni ’30: massaie rurali di Valtesse e Valverde alla “Ca Binca” di via Castagneta

Anche sui Colli, si sa, vi sono stati moltissimi cambiamenti; il numero delle case è rimasto pressappoco lo stesso ma da cascine per contadini si sono trasformate in abitazioni per il ceto medio.

Anni ’30: massaie rurali di Valtesse e Valverde alla “Ca Binca” di via Castagneta

Dei vigneti di allora, testimoniati dalle immagini dell’epca, non restano che pochi lembi.

Veduta sulle propaggini di Valverde e sulla piana di Valtesse

 

Veduta sulle propaggini di Valverde e sulla piana di Valtesse

Quegli stessi vigneti che non consentivano la produzione di vino di buona qualità ma piuttosto di un vino chiamato “piciorla”.

Anni ’30 – “Ca Bianca”: le viti del “piciorla” e la mietitura svolta ad opera delle massaie rurali

 

Anni ’30 – “Ca Bianca”:  Le viti del “piciorla” e il “melgòt”, con le massaie rurali

Si parla del ”piciorla” in un curioso articolo pubblicato dall’“Eco” il 24 apríle del ’93, che rievoca episodi riportati dal giornale un secolo prima:

”Ieri sera (cíoè Domeníca 16 aprile 1893, visto che il reporter scriveva il lunedì 17), verso le 7 e mezza, nell’osteria detta il Trentino fuori Porta S. Caterina, vennero a rissa parecchi contadini di Valtesse. Riscaldatisi presto gli animi, volarono per aria tazze e bicchieri e quant’altro capitava alle mani dei rissanti.
Un certo Properzi Antonio, d’anni 42, mediatore, s’ebbe nella testa la misura di un mezzo litro di vino, che gli produsse una ferita giudicata guaribile in una trentina di giorni. Venne ricoverato all’Ospedale.

Come ricorcla Luigi Pelandi, la bettola in questione era posta in via Baioni. Gestita da pugliesi, prendeva il nome dal prezzo del suo vino: “squinzano” e “manduria” a centesimi trenta (trenta ghèi) al boccale d’un litro. Una vera bazzecola per quegli amici di Bacco, contradaioli e forestieri (così allora venivano considerati anche gli abitanti dell’hinterland), che non potevano o volevano permettersi l’aristocratico barolo o la barbera.

Presso il “trani”, racconta ancora il Pelandi, era stato istituito un servizio di carriole (come quelle in uso dai maratori…) per riportare a domicilio gli incauti bevitori messi K.O. dalla gradazione alcoolica di quel generoso liquore, fatale a compare Turiddu e bevuto disinvoltamente come se si trattasse delle anemiche “piciorle” della Maresana e dei colli limitrofi. Nel caso rievocato la carriola aveva funzionato da…ambulanza”.

La vendemmia, 1982

Fortunatamente si è registrato qualche singolare ritorno al passato nel terreno intorno alla cascina di via Valverde (ex proprietà Garofano), con la nuova piantagione di vitigni adatti all’ambiente, che forniscono uva di buona qualità e dunque un buon vino da tavola.

La vendemmia a Valverde, 1990

 

Il raccolto dell’uva a Valverde

Mosè del Brolo, nel XII secolo, scriveva che sui colli di Bergamo si avevano
“Boschetti ove fiorisce il castagno qui verdi e sempre verdi prati e pampinee viti, e meli e noci e olivi e tenue zampillar di fonti…”.

Scriveva poi il poeta vernacolo Bressani che nel 1490, a Ponteranica e a Sorisole, nella valle del Morla, si producevano e si vendevano mele.

“Gne con tal desideri Sant’Antoní
Per vèend beligòcc, pom e castegni pesti,
Da Poltranga a Surisel specià i doni
Gne ai desidera ch’as faghi di festi”.
(Volpi, “Usi Costumi e Tradizioni Bergamasche”, pag. 183).

 

Il lavoro nei campi e nelle cascine

La cascina sotto le mura di S. Agostino (1978)

 

Andreini Angelo e Tajocchi Franco “massadur de sunì”

 

Arnie in Valverde

 

Prometti Tullio, Rocco, Tomaso e Rosario (primi anni ’50)

 

La fienagione

 

Caprette al pascolo

 

Vaglieri Ernesto con il figlio Gino, 1950

 

La raccolta delle ciliege, 1955

 

Il “ravizzone”, pianta da cui si può cavare l’olio e che può essere usata anche come foraggio, 1996

 

La raccolta delle patate, 1990

 

La mietitrebbia, 1986

 

Le cave

Particolare della Carta Industriale della provincia di Bergamo, fine ‘800. Valtesse porta il segno della presenza di un polverificio

In passato nella località di Castagneta erano attive Cave di pietra mentre in Valverde si estraeva argilla per la produzione della ghisa negli altiforni. L’ultima cava di terra in Valverde, gestita dalla famiglia Rossi, ha cessato la propria attività pochi anni orsono.

Nella zona è stata soprattutto estratta la pietra di Castagneta (molto simile all’arenaria di Sarnico), impiegata abbondantemente in Città Alta sin dall’epoca romana: nei tratti di basolato  rinvenuto nelle vie Gombito e Colleoni e in alcune lapidi, così come in coperture tombali risalenti al medioevo e, in grande misura, nella fabbrica di S. Maria Maggiore, nella chiesa di S. Agostino e  nelle Mura veneziane, da S Agostino fino al Castello di S. Vigilio.

Chiesa di S. Agostino, adibita a caserma

Fra le moltitudini di tagliapietra impiegati nell’opera ciclopica delle Mura vi furono senz’altro i “picapreda” di Valtesse; un documento attesta che l’incarico di costruire la Porta di S. Agostino venne dato ai fratelli Pietro e Cristoforo dei Marchesi, che per quest’opera ricevattero 352 ducati: quella stessa porta che insieme a quella di S. Giacomo il generale conte Francesco Martinengo considerava le “due più belle e più sicure del Veneto”.

Nota
Le notizie relative al capitolo “Gli ultimi lavandai di Valverde”, sono state redatte sulla scorta di informazioni fornite da Lucia Sarzetti Rigamonti e da Giuditta Luzzana Frigeni, che hanno aiutato i genitori e i fratelli piu anziani a svolgere questa attività.

Riferimento essenziale
“Valverde e dintorni” – Centro ricreativo Valtesse per la Terza Età – A cura di Gino Pecchi.

I Laandér dè Paladina: la loro breve storia e il ricordo di Anna Rosa Galbiati

Donne al lavoro in un lavatorio della Bergamasca, 1963 – Foto e proprietà Gianni Gelmini

Seconda puntata (per la puntata precedente, clicca qui)

Quello delle lavandaie e dei lavandai, lavoro faticoso ed “usurante” che i bergamaschi praticarono in gran numero nei decenni passati, è uno dei mestieri dimenticati di cui rimangono tracce nell’architettura urbana e rurale della nostra città e provincia.

Ancor prima del sorgere del sole, in qualsiasi stagione dell’anno, le lavandaie si recavano con carretti ricolmi di ceste di panni sporchi presso i lavatoi che sorgevano in alcuni angoli di piazze e rioni e, prima ancora, presso i torrenti e i canali, dove i canti e il chiacchiericcio di donne di ogni età si accompagnavano al battere dei panni sulla pietra e al profumo della “lisciva”.

Intenerisce pensare alla semplicità di coloro che svolgevano un mestiere tanto faticoso: possiamo solo lontanamente immaginarne i desideri e i sogni, la quotidianità, le difficoltà del lavoro, degli amori, della loro mancanza di istruzione.
Uno spaccato significativo di questa ormai lontana realtà è rappresentata dai “lavandai di Paladina”, il piccolo comune della Val Breno, situato sulla sponda sinistra del fiume Brembo all’imbocco della Valle Brembana.

Qui, per più generazioni, moltissime famiglie si sono dedicate a lavare la biancheria di tutto il Capoluogo; una tradizione che, per la verità, continua anche ai giorni nostri grazie a tre famiglie che si sono tramandate di padre in figlio il mestiere, e che ora gestiscono altrettante lavanderie industriali completamente automatizzate, dando lavoro a qualche decina persone.

E dunque, insieme ad un veloce excursus storico, riporto con piacere un breve racconto di Anna Rosa Galbiati che descrive amorevolmente l’arrivo – come accadeva ogni primo lunedì del mese in Città Alta – dei famosi Laandér dè Paladina: un evento – o meglio un avvenimento – attesissimo dai bambini di allora e ricordato con vivida memoria ed emozione: un’occasione per calarsi nell’atmosfera di allora attraverso una piccola, ma non meno preziosa, carrellata di immagini che ritraggono una parte dell’antica Città alta fra Otto e Novecento.

Nella zona delle Ghiaie, frazione di Paladina (1) affacciata sul fiume Brembo, già dalla seconda metà del 1700 alcune famiglie del luogo traevano sostentamento dal mestiere di lavandai, divenuto una vera e propria attività per molti abitanti di Paladina. allorchè, nel 1894, il gruppo industriale tessile svizzero Legler Hefti e C., dovendo produrre energia elettrica per lo stabilimento di Ponte San Pietro, costruì sul letto della preesistente roggia (2) l’attuale canale, offrendo così la possibilità ai lavandai, dietro stipula di una concessione, di sfruttarne l’acqua.

(1) La conformazione morfologica di Paladina si divide sostanzialmente in due parti: la prima, quella dove sorge il nucleo storico, si trova su una balza a circa 40mt. sopra il livello del fiume, la seconda, denominata Ghiaie, si trova ad un livello prossimo a quello del fiume.

(2) La frazione delle Ghiaie fino alla seconda metà del 1700 era conosciuta e nota per i due mulini che venivano alimentati dall’acqua della roggia Benaglia, che nasceva dal Brembo e che correva parallelamente ad esso, per poi ricongiungersi circa 2 km più a valle.

Rilievo di Paladina nel 1810 – Dipartimento del Serio (Archivio di Stato di Bergamo)

La successiva costruzione dei fossi, conducendo l’acqua direttamente nei lavatoi delle abitazioni, contribuì fortemente ad agevolare l’attività nella zona delle Ghiaie, dove, negli anni a seguire, fiorirono molte lavanderie nelle quali, oltre alle donne, anche un consistente numero di uomini occupava un ruolo di rilievo.

Fu nel periodo a cavallo tra il primo ed il secondo conflitto mondiale che i lavandai di Paladina si fecero conoscere sempre più nella vicina città di Bergamo, e, grazie agli stagionali, anche nelle più rinomate località di vacanza quali S. Remo, S. Pellegrino, Courmayeur, Bellagio, Stresa, Venezia ed altre ancora.

Con il boom economico, negli anni ’50 del secolo scorso la diffusione sul mercato delle lavatrici, l’apertura in città delle prime lavanderie, nonché l’occupazione in fabbrica (più remunerativa), decretarono il declino del secolare mestiere dei lavandai.

Le nuove generazioni dapprima svolsero la doppia attività, di lavandaio e di occupazione nell’industria, per poi abbandonare definitivamente la prima.

Principalmente quattro erano gli strumenti di lavoro che si trovavano nelle antiche lavanderie, dette “laandère”.

La pietra era solitamente una lastra di arenaria cavata nelle vicinanze appoggiata davanti alla buca e veniva usata come piano di battitura della biancheria.

La buca permetteva al lavandaio, una volta entrato, di battere la biancheria sulla pietra e sciacquarla nell’acqua corrente più agevolmente.

La vasca solitamente era situata vicino alla caldaia e serviva per mettere in ammollo la biancheria con la lisciva.

La caldaia era l’elemento importante, se non il più importante, perché serviva per produrre la lisciva, l’unico detergente che si conoscesse al tempo; aveva una forma circolare composta di materiale refrattario, con un diametro di circa 100/120 cm, ed era suddivisa in due parti. Nella parte più bassa della prima si trovava il bracere che veniva alimentato con i trucioli della lavorazione del legno, nella parte superiore della seconda c’era il contenitore in rame a forma di paiolo dove veniva scaldata l’acqua e successivamente sciolta la lisciva.

La settimana lavorativa del lavandaio iniziava il lunedì con la raccolta e la consegna della biancheria presso i clienti (le cosiddette “poste”). Caricavano sulla carrola biancheria pulita, con l’ausilio dei carrettieri, e, tutti insieme, una volta ritrovatisi nella piazza di Paladina partivano verso la città.

Molti anziani dei paesi d’intorno ed in città ancor’oggi ricordano le lunghe file di carri che percorrevano le strade e i quartieri cantando in allegria, forse anche perché questo era il giorno in cui raccoglievano i frutti del lavoro svolto la settimana precedente.

I clienti provenivano dalle più svariate categorie: dalle famiglie benestanti ai conventi, dalle caserme alle carceri, tutto era buono per racimolare qualche soldo.

A partire dal martedì i lavori da svolgere erano tanti; si iniziava con la segnatura dei panni (ogni cliente aveva un suo segno distintivo di riconoscimento), a seguire la suddivisione della biancheria chiara da quella scura, per proseguire con il lavaggio, l’ammollo, la battitura, il risciacquo, la stenditura ed infine la ripiegatura e l’insacco.

L’attività del lavandaio risultava essere molto faticosa; infatti, oltre al dover stare sempre a contatto con l’acqua per tutto l’arco dell’anno e con ogni situazione metereologica, lo stesso correva sempre il rischio di essere contagiato dal contatto con la biancheria sporca. A ciò si aggiunga che l’acqua potabile alle Ghiaie arrivò solo nel 1927; facile quindi immaginare i rischi conseguenti.

Si ricorda a tal proposito l’epidemia di colera scoppiata il 16 Agosto del 1884; il primo decesso fu proprio quello della lavandaia Melania Benaglia, e durante tutta la durata dell’epidemia  i lavandai infettati furono 20, dei quali 11 perirono.

“I Laandér dè Paladina” nel ricordo di Anna Rosa Galbiati

Fine ‘800: via Porta Dipinta con la chiesa di S. Andrea osservate del Pozzo Bianco (Raccolta Lucchetti)

ll primo lunedì di ogni mese si attendeva con eccitazione l’arrivo dei lavandai di Paladina, con il loro carico di sacchi di biancheria pulita, lavata nelle acque del Brembo e stesa ad asciugare sulle rive del fiume.

La scoscesa via Porta Dipinta all’altezza della chiesa di S. Andrea, in una vecchia fotografia

Erano per lo più lenzuola e coperte bianche, che i proprietari contrassegnavano con delle cifre rosse.

Noi bambini ci mettevamo ad attendere i lavandai davanti alla stazione della funicolare, dove confluisce la via Porta Dipinta.

Fine Ottocento: la stazione della Funicolare in piazza Mercato delle Scarpe, ricavata dal cortile del trecentesco palazzo Gritti, già Suardi

L’arrivo dei “laandér” era annunciato dal rumore fragoroso delle ruote dei carri sull’acciottolato, dallo scalpitare degli zoccoli dei cavalli e dalle grida di incitamento dei lavandai.

La ripida salita metteva a dura prova quei poveri cavalli, che annaspavano ansanti, scivolavano, si piegavano sulle ginocchia, agitando la testa con la bocche spalancate in spasimi di fatica e con le froge fumanti e dilatate. Erano dei superbi cavalli da tiro, delle bestie dal corpo robusto, dal collo lungo e muscoloso, con fianchi e garresi poderosi. Avevano la criniera e la coda fulve, gli zoccoli nascosti sotto un folto pelame.

Non ho più rivisto cavalli così belli e imponenti!

Dalla Raccolta D. Lucchetti, con la seguente didascalia: “Questi carretti potrebbero essere quelli dei lavandai (forse gli ultimi a sparire)”

I cavalli tiravano le carrette con tutte le loro forze, aiutati da robusti carrettieri e da donnone imponenti, con il grembiule bianco. Uno teneva i cavalli per le briglie, altri facevano forza sulle ruote, le donne spingevano i carretti da dietro, per evitare che arretrassero.

Il punto più faticoso e difficile era la parte ripida dove via Porta Dipinta incrocia via Rocca, perché la pavimentazione era più liscia e scivolosa.

A fatica e con nitriti che sembravano grida di disperazione, finalmente i cavalli raggiungevano la piazzola e potevano riposarsi.

Erano talmente agitati e provati dall’immane sforzo che tutti i muscoli del loro corpo, in tensione, sbattevano come corde di un’arpa e ci voleva un po’ prima che si distendessero.

Appena arrivati, i lavandai coprivano subito con coperte i loro cavalli, bagnati di sudore, e mettevano sotto il loro muso un sacco con del fieno, quale giusto premio alle loro fatiche. I cavalli poi, come si rilassavano, cominciavano a fare pipì, ma tanta e poi tanta che per noi bambini divenne un gioco seguire quella scia di liquido giallastro e schiumoso, simile alla birra, giù per via Porta Dipinta, e vedere fin dove arrivava.

Mentre noi bambini eravamo attratti dalla pipì dei cavalli, alcune donnette, con paletta e secchiello, aspettavano che i cavalli facessero la cacca, poi correvano subito a raccoglierla, ancora calda, per usarla come concime.

Via Porta Dipinta in una fotografia scattata prima del 1935: in primo piano la casa abbattuta per evidenziare l’antica Torre Sub Foppis e per liberare la visuale verso la Fara (Raccolta Lucchetti)

I lavandai e le lavandaie, anche loro trafelati per la fatica, si riposavano un po’, poi si caricavano sulle spalle quattro o cinque sacchi, si dividevano per le varie vie per consegnare la biancheria pulita e ritornavano con sacchi di biancheria sporca.

Alfonso Modonesi – Città Alta, Bergamo, 1960-1970. In: “Fogliò”

Ricordo ancora bene le figure di quelle donnone con i loro grembiuloni bianchi, le trecce arrotolate sulla nuca e le belle facce rubiconde, erano delle virago, robuste e forti come degli uomini.

Primi del ‘900: la chiesa di S. Agostino (edificata dal 1290 al 1446) con annessa l’omonima caserma (Raccolta Lucchetti)

Terminato il giro e ricaricati i carri, i cavalli venivano ripresi per la cavezza, tenendo a bada il loro ardore. Poi, cominciava la lenta discesa, faticosa come la salita, anzi peggiore, perché c”era il rischio che il carro scendesse all”impazzata e si schiantasse contro qualche casa.

Attenti, seguivamo i “laandér” lungo il difficile percorso fino alla curva e restavamo a guardarli mentre si allontanavano, finché non sentivamo il rotolio fracassoso delle ruote del carro che passava davanti alla chiesa di Sant’Agostino.

Vai alla terza puntata

 

Per la parte storica: Presepe dei Lavandai – Paladina e i suoi Lavandai.

Per il racconto: Anna Rosa Galbiati, “Acquarelli Bergamaschi” (Sistema Bibliotecario Urbano – Biblioteca circoscrizionale Gianandrea Gavazzeni, Piazza Mercato delle Scarpe – Città Alta).