L’antica Cattedrale di San Vincenzo: un viaggio di scoperta sotto il Duomo

Grazie ai lavori compiuti recentemente nell’area sottostante il Duomo dedicato a Sant’Alessandro Martire si sono potuti riscrivere interi capitoli della geografia del cuore di Città Alta e toccare finalmente con mano il luogo che racchiude l’essenza delle radici cristiane della Città

Agli inizi del Novecento, incaricato di creare nella Cattedrale di Bergamo una spazio sotterraneo dedicato alla sepoltura dei vescovi bergamaschi, l’ingegnere Elia Fornoni scoprì una porzione di muro dipinto che attribuì erroneamente ai muri perimetrali dell’antica chiesa di San Vincenzo, rafforzando per oltre un secolo la convinzione che si trattasse di una modesta cappella di metri 10×16, coerente con una fondazione di VII secolo quale supposta sede del vescovo ariano – presumendo peraltro scarse disponibilità economiche – e che risalisse all’epoca longobarda.

Dopo aver staccato il lacerto con I confratelli della Misericordia (oggi conservato presso il Museo Diocesano di Bergamo), l’ambiente ipogeo venne ricoperto e tale rimase per poco più di un secolo e cioè fino a che, nel giugno del 2004, in vista dell’installazione del nuovo impianto di riscaldamento, in corrispondenza della zona centro-meridionale del transetto è riemerso il muro  già trovato da Fornoni.

L’affresco dei confratelli della Misericordia (oggi conservato presso il Museo Diocesano di Bergamo), apparso sul muro ritrovato dal Fornoni nel 1905 e riemerso nel giugno 2004 nella zona centro meridionale del transetto

Ha quindi preso avvio una lunga campagna di scavo coordinata dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici della Lombardia, durante la quale è stata indagata un’area complessiva di circa 700 metri e profonda fino a tre metri e mezzo rispetto al precedente piano pavimentale, che si è conclusa nel 2012 con l’allestimento del Museo della Cattedrale, un percorso – unico nel contesto italiano – che rende visibile ai visitatori le diverse fasi della costruzione storica del sacro edificio (1).

I lavori per lo scavo e il successivo allestimento del Museo della Cattedrale, eseguiti dal 2004 al 2012 (Proprietà arch. Giovanni Tortelli)

Le successive indagini archeologiche hanno rivelato che quello stesso muro altro non era che una porzione della recinzione presbiteriale e che pertanto San Vincenzo non era la modesta chiesa di età longobarda, come si desumeva da fonti scarne e incerte, bensì una Cattedrale solenne, di grande estensione e a tre navate, le cui dimensioni (25 metri di larghezza e 45 di lunghezza) corrispondono a quelle attuali, se si esclude l’ampliamento del Duomo verso il presbiterio (2).

Si è così scoperto che la chiesa era sorta nel V secolo, contestualmente alla cristianizzazione dell’Italia settentrionale, alla presenza di una comunità cristiana già strutturata, importante e in qualche modo abbiente, a giudicare dalla ricchezza delle decorazioni interne. Fatto che ha imposto una rilettura del rapporto tra San Vincenzo e la distrutta Basilica alessandrina (custode dei resti del Santo Patrono), da cui a lungo e da più parti si era rivendicato lo status di originaria cattedrale.

L’immagine di S. Vincenzo nella serraglia del portale della Canonica detta “dei Cuochi” (via Mario Lupo). Fino al 1689 la Cattedrale di Bergamo era dedicata a Vincenzo di Saragozza, nato forse a Huesca alle propaggini dei Pirenei o a Valencia in Costa Blanca ed educato dal Vescovo Valerio, che lo nominò arcidiacono e suo portavoce. Vincenzo fu fustigato, blandito, torturato prima con il cavalletto (uno strumento che lussava tutte le ossa), poi con la graticola e con lamine infuocate e infine rinchiuso in un’oscura prigione, disteso e legato su un letto di cocci di vasi rotti. Ma la storia racconta che le catene si spezzarono, i cocci si trasformarono in fiori e la prigione divenne splendente di luce celestiale, con gli angeli che scendevano dal cielo per consolare il martire e prepararlo al Paradiso, cui ascese nel 304 d.C.

Sono infatti venute meno le ipotesi che per secoli hanno ventilato una duplicità di sede cattedralizia, l’una ariana (San Vincenzo) e l’altra cattolica (Sant’Alessandro): la prima ritenuta piccola perché edificata dagli invasori longobardi a loro esclusivo uso nel nuovo centro del potere, l’altra grande per accogliere il popolo orobico fedele al suo patrono.

Alessandro e Vincenzo, i santi cari alla Città di Bergamo, posti nella veduta in alto a destra della veduta “a volo d’uccello” di Alvise Cima. Il culto di san Vincenzo nasceva dagli antichi liberti romani, che avevano scelto il culto del santo saragozzano per la sua storia d’umiltà, ma Bergamo aveva forte la devozione a Sant’Alessandro, milite della legione Tebea che aveva trovato il martirio proprio nella città Orobica. Le due chiese di San Vincenzo e di Sant’Alessandro si contesero a lungo il titolo di chiesa episcopale e la diatriba si risolse nel XVII secolo con l’unione dei due Capitoli e l’intitolazione della cattedrale a S. Alessandro Martire, dopo che l’antica basilica di Sant’Alessandro era stata distrutta per l’edificazione delle mura veneziane

UN LUOGO ABITATO DAL X SECOLO AVANTI CRISTO

Gli scavi hanno riportato alla luce il più importante spaccato della storia bergamasca, che ha permesso di approfondire la conoscenza della sequenza insediativa di un’area ubicata nel settore centrale di Bergamo Alta, dove la frequentazione umana è documentata sin dalle fase più antiche.

Planimetria dell’area con la stratigrafia del sito, con i resti di due domus d’epoca romana e le diverse fasi costruttive di San Vincenzo, dalla basilica paleocristiana risalente al V secolo alla successiva cattedrale romanica, avvolte nella costruzione rinascimentale secondo il disegno del Filarete, l’architetto fiorentino che alla metà del 1400 rase al suolo l’antica Cattedrale progettandone la rifondazione

Il primitivo impianto di San Vincenzo poggia infatti su due domus romane, che a loro volta si impostano su strutture protostoriche e strati preistorici: i primi pertinenti all’abitato dei Celti golasecchiani qui presente dal X secolo a.C. (documentato da frammenti di ceramica attica scarsamente noti nel contesto urbano di Bergamo) e divenuto particolarmente fiorente nel VI-V sec a.C.

I numerosi ambienti emersi attribuibili a due domus nell’area del foro, hanno poi chiarito aspetti relativi all’impianto urbanistico romano, mentre il recupero della Basilica paleocristiana e della successiva Cattedrale romanica, ha permesso di scoprire aspetti finora sconosciuti dall’età tardo antica all’età medievale, i cui segni sono rimasti celati per secoli nelle fondamenta della nuova Cattedrale.

Dei periodi rinascimentale e moderno sono infatti documentate le diverse fasi di edificazione, per quanto riguarda in particolare le fondazioni e sia in relazione alla struttura ipogea cinquecentesca realizzata nei sotterranei dell’attuale duomo: il cosiddetto “scuròlo”.

L’articolata storia di questa evoluzione è raccontata dal Museo della Cattedrale, il cui percorso si svolge tra reperti archeologici e manufatti artistici.

Le tre fasi di edificazione della Cattedrale (da destra a sinistra): le prime due si riferiscono rispettivamente alla basilica paleocristiana del V secolo e alla successiva riedificazione romanica avvenuta verso la fine dell’XI secolo. La figura 3 è invece riferita alla Cattedrale attuale, fondata dall’architetto Filarete nel 1459 dopo aver abbattuto l’antica Cattedrale. La linea dei muri perimetrali della cattedrale originaria è stata mantenuta nelle successive fasi edilizie e corrisponde (escluso il lato orientale del presbiterio) al perimetro di quella attuale

L’ATRIO D’INGRESSO DEL MUSEO: IL NARTECE

Si accede alla quota originaria della Cattedrale di S. Vincenzo scendendo la breve gradinata posta a fianco del duomo intitolato a S. Alessandro Martire, al termine della quale ci troviamo in una parte dell’area del nartece della basilica del V secolo, l’atrio che collegava la chiesa con lo spazio esterno, di cui sono ancora visibili le lastre in marmo.

Si accede alla quota originaria della Cattedrale di S. Vincenzo scendendo la breve gradinata posta a fianco del Duomo dedicato a S. Alessandro Martire, sotto il porticato del Palazzo della Ragione

Nel nartece (dal greco bastone o flagello) sostavano coloro che non potevano accedere al luogo sacro, i pubblici penitenti e i catecumeni, ai quali era preclusa la partecipazione ai riti liturgici. Una volta scontate le penitenze inflitte, il giovedì Santo venivano riammessi in Cattedrale con una solenne funzione, alla presenza dal vescovo e dei canonici dei due Capitoli.

La biglietteria posta all”ingresso del Museo e Tesoro della Catterale corrisponde all’antico nartece, un atrio che precedeva l’ingresso della chiesa collegandola ad uno spazio esterno. Nella pavimentazione sono ancora visibili le larghe lastre di marmo che corrispondono a una porzione del nartece

Gli ultimi occhi che poterono ammirare questo spazio furono quelli dell’architetto Rinascimentale fiorentino Antonio Averlino, meglio conosciuto come Filarete, che alla metà del Quattrocento, incaricato di realizzare un nuovo e più ambizioso progetto per la Cattedrale, rase al suolo quella antica, che era ormai parzialmente interrata a causa dell’innalzamento del livello di Piazza Vecchia, allora in via di realizzazione.

L’AULA, UNO SGUARDO D’INSIEME

Il Filarete però aveva risparmiato dal completo abbattimento alcune parti dell’antica San Vincenzo ricavando dallo spazio dell’altare una cappella ipogea (il famoso “scuròlo” delle fonti), che dato il protrarsi dei lavori restò in uso fino 1688 come chiesa “temporanea”: vi si accedeva scendendo una rampa di scale posta all’altezza del transetto.

Inoltre, com’era consuetudine a quei tempi, nei sotterranei del Duomo ricavò anche delle stanze voltate, da destinare a sepolture privilegiate (“E così ordinerò le sepolture dentro per tutto intorno in volta al pian terreno”): ne apprendiamo la collocazione dal suo Trattato di Architettura.

Le sepolture filaretiane si trovano su entrambi i lati dell’antica chiesa, una volta oltrepassata la grezza porzione sopravvissuta dell’antica facciata.

Più tardi, così come aveva già fatto il Filarete, anche gli esecutori del progetto di Carlo Fontana recuperarono tutto lo spazio disponibile del sottosuolo, ed entro la fine del Settecento tutta l’area sotterranea fu pavimentata, tramezzata e voltata per ricavarne sepolture.

L’aula è dunque il frutto dello svuotamento dell’interramento operato dalla metà del Quattrocento alla fine del Settecento.

Le sepolture rinvenute ed esposte al Museo, risalenti ad epoche diverse, avevano varie forme e strutture e rispecchiavano la dignità e la posizione sociale dei committenti.

Le prime che incontriamo sul nostro percorso sono state trovate a ridosso del pilastro romanico nord-orientale dell’aula, qui collocate probabilmente ai tempi della ristrutturazione romanica della Cattedrale, forse rimosse dalla loro posizione originaria durante i lavori.

L’antica San Vincenzo accoglie il visitatore con due massicce sepolture, che raccontano la consuetudine di seppellire all’interno delle chiese urbane a partire dal medioevo. L’arca di destra, più chiara in pietra calcarea e dotata di coperchio, conservava al suo interno i corpi di due individui con lembi di abbigliamento e un corredo di epoca medievale

Si tratta di due grosse arche monolitiche di fattura tardo-romana ma reimpiegate in epoca medievale, come si deduce dal corredo rinvenuto all’interno.
Una di esse, probabilmente manomessa in antico, era priva di resti. L’altra, ancora sigillata con il suo coperchio a doppio spiovente, conteneva ancora i corpi di due individui maschi, uno di 50-59 anni e l’altro di 40-50 anni, con lembi di vestiario, di una certa ricchezza, e alcuni oggetti personali.

Spiccano in particolare dei calzari in tessuto di seta, con suola in sughero, databili all’incirca al XIII secolo, un bastone in legno dipinto decorato a strisce oblique rosse e blu (forse un bastone da pellegrino?) e due figurine in lega di piombo realizzate a stampo rappresentanti un uomo e una donna e identificate come amuleti, tutti materiali allestiti nella vicina vetrina (3).

Nell’eccezionale corredo rivenuto in una delle due arche monolitiche, spiccano in particolare due calzari di seta, con suola in sughero, databili al XIII secolo, un bastone in legno (forse da pellegrino) dipinto con fasce policrome oblique rosse e blu; due figurine in piombo di epoca medioevale realizzate a stampo, identificate come amuleti antropomorfi

 

Le sorprendenti figurine in piombo rinvenute nell’arca monolitica posta a ridosso del pilastro romanico nord-orientale dell’aula e rappresentanti un uomo e una donna dalle lunghe trecce. Ogni personaggio è rappresentato a tuttotondo interamente nudo, le braccia stese sui lati del corpo che finiscono con mani smisurate, le gambe leggermente aperte che lasciano intravedere senz’alcun pudore i genitali. In origine le figurine erano unite schiena contro schiena da nastri in piombo simili a braccialetti, tuttora visibili nelle braccia della donna e sul braccio sinistro dell’uomo. L’oggetto è con ogni probabilità un amuleto. Il pezzo può essere confrontato con altri oggetti medioevali come le insegne o le spille in piombo e stagno recanti motivi sessuali personaggi itifallici o scene di accoppiamento o di esibizionismo, che si vendevano ai fedeli o ai pellegrini all’entrata delle chiese. Inoltre, nella scultura delle chiese romaniche e gotiche dell’Europa Occidentale sono tuttora visibili delle figure che non nascondono nulla della loro anatomia e che dovevano avere funzioni protettive, data anche la loro frequente collocazione al di sopra delle porte delle chiese e delle abbazie, dove fungevano da custodi del luogo, pronte a combattere il diavolo. Gli organi sessuali, nella composizione bifronte del nostro amuleto, sono visti come “strumenti” che incarnano la continuità e la forza della vita, e di conseguenza la protezione contro la morte. Radicato nelle credenze più antiche e in seguito ampiamente diffuso nella cristianità, l’importante ruolo protettivo basato sulle funzioni che garantiscono fertilità, protezione e fortuna spiega perché tale amuleto sia stato deposto accanto al defunto prima di chiudere il sarcofago

Proseguendo incontreremo numerose altre sepolture in quanto la chiesa è stata appunto per lungo tempo il luogo delle sepolture privilegiate, come quella del vescovo Bucelleni.

Nella prima camera sepolcrale si può ammirare il sarcofago del vescovo Giovanni Bucelleni, una delle poche sepolture monumentali superstiti, realizzata quando l’alto prelato era ancora vivo, nel 1468, dallo scultore bresciano Jacopo Filippo Conforti. Quella attuale però non è la sua collocazione originaria, poiché essa era documentata presso la cappella di San Giovanni Battista, ora del Santissimo Sacramento. In origine la tomba era dotata di una targa che elencava le cariche ecclesiastiche del vescovo (arciprete della cattedrale, priore di Pontida, vescovo di Crisopoli, l’attuale quartiere chiamato Scutari, nei pressi di Istambul), nonchè l’età della sua morte (novant’anni nel 1472)

IL PERIODO ROMANO: DUE DOMUS E UNA STRADA AFFACCIATA SUL FORO

A sinistra dell’ingresso il visitatore è accolto da ciò che resta dei numerosi ambienti d’età romana, attribuibili a due domus separate da una strada, abbattute in età tardoantica per fare spazio alla basilica paleocristiana.

Le due domus, edificate tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C., erano parte di un insula, un caseggiato che delimitava ad est l’area del foro, il centro amministrativo, politico e religioso della città, gravitante intorno all’attuale  piazza Duomo: un’area già abitata a partire dal X secolo a.C. ed ora attraversata da una strada commerciale sulla quale si affacciavano botteghe, laboratori artigianali e residenze dotate di ricchi apparati architettonici e decorativi (4).

Dal I secolo a.C. al IV d.C. l’area dell’attuale Duomo era occupata da un quartiere di impianto romano, adiacente al foro, attraversato da una strada commerciale larga circa tre metri (e con andamento WNW-ESE), sulla quale si affacciavano botteghe, laboratori artigiani e due domus dotate di ricchi apparati architettonici e decorativi

Una grande soglia in pietra introduce alla domus meridionale, affacciandosi su una serie di stanze, una delle quali conserva (si veda il lato destro del percorso) ancora il pavimento a mosaico di tipo geometrico a piccole tessere bianche nere, risalente al I sec. d.C. (prima età imperiale).

Alla domus meridionale, preceduta da una soglia in pietra di 2,5 metri, appartengono undici vani, solo alcuni dei quali scavati integralmente. La soglia si affaccia affacciandosi su un ambiente di circa 8×7 metri dal quale si accede ad altre stanze, una delle quali conserva (si veda il lato destro del percorso) ancora il pavimento a mosaico di tipo geometrico a piccole tessere bianche nere, che per tipologia è databile al I sec. d.C., e cioè alla prima età imperiale. Il rinvenimento di numerose tessere musive suggerisce la presenza di una finitura analoga almeno per alcuni dei rimanenti vani

Osservando invece la zona nord-occidentale del transetto si individuano i tre ambienti portati parzialmente in luce della domus settentrionale, uno dei quali conserva un lacerto di mosaico simile a quello sopra descritto.

Anche se la maggior parte delle murature è stata completamente abbattuta per far posto alla Basilica, le tracce di decorazioni parietali dipinte conservate nei i pochi alzati rimasti così come ritrovamento di frammenti ceramici, vetri di pregevole fattura, stucchi e porzioni di colonna, testimoniano una certa ricchezza di queste abitazioni, che, stando anche alla posizione di assoluto prestigio, dovevano rivestire una certa importanza sin dalla prima età imperiale.

Frammenti di affresco e di stucchi di rivestimento di colonne in laterizio, documentano le tecniche costruttive delle domus, i cui resti murari sono parzialmente a vista

I reperti mobili rivelano anche che in quest’area le abitazioni (una delle quali individuata dai sondaggi) furono realizzate in almeno tre fasi costruttive, tra l’età repubblicana e quella tardoantica, come si osserva nelle modifiche planimetriche degli ambienti.

Per la fase tardoantica delle abitazioni individuate nell’area della Cattedrale, si espongono un bicchiere in vetro verde con gocce applicate, un’olpe e un mortaio, frammentario, in ceramica invetriata, un’armilla in bronzo e alcune monete

Ciò sembra indicare che quest’area della città era popolata fino al momento in cui si diede avvio al cantiere per la costruzione della Cattedrale e che, viste le dimensioni del nuovo edificio, fu necessario demolire almeno una parte dell’insula con le due domus ancora abitate. Le macerie furono impiegate per livellare il terreno prima della posa della pavimentazione della chiesa.

Il fatto poi, come si deduce, che queste abitazioni appartenessero a individui  facoltosi e di elevata estrazione sociale, induce anche a riflettere sul ruolo di rilievo della comunità cristiana delle origini nella compagine cittadina, dal momento che le donazioni private costituivano la componente fondamentale della formazione del patrimonio immobiliare della Chiesa.

LA BASILICA PALEOCRISTIANA

Nel V secolo, in questo contesto nevralgico della città, forse in concomitanza con eventi politici non ancora ben chiari, avviene quindi la “conversione” del quartiere, che da sede del potere laico diventa il punto focale di quello religioso.

L’intento è quello di edificare una chiesa madre che rappresenti gli abitanti cristiani di Bergamo, dove il vescovo possa raccogliere l’intera comunità  e celebrare i momenti più significativi del calendario liturgico.

Benché la Basilica alessandrina, sorta sul luogo della sepoltura del santo in prossimità della porta occidentale, sia già attiva dal dal IV secolo d.C., si può dire che la Cattedrale intitolata a San Vincenzo sorga contestualmente alla fondazione dell’Ecclesia, e non è un caso che i primi vescovi di Bergamo sicuramente documentati risalgano a questo periodo (sono i vescovi Prestanzio, attestato nel 451 al Sinodo di Milano in preparazione del Concilio di Calcedonia e Lorenzo, presente nel 501 a un Sinodo romano).

Si pongono così le basi per l’esistenza di quel grande complesso episcopale che vedrà la sua fase più monumentale nell’XI-XII secolo proprio a partire dalla radicale ristrutturazione della Cattedrale, che nel frattempo verrà rimaneggiata attraverso ciclici interventi di adeguamento e abbellimento.

Anche nell’area dove più tardi sorgerà la Cappella di Santa Croce, a seguito dell’abbandono e della demolizione di strutture di età romana (presumibilmente appartenenti a una domus), tra l’età tardo antica e l’altomedioevo viene edificata una struttura a pianta trilobata, con absidi semicircolari; nello stesso periodo si inquadra la costruzione di un acquedotto, che tange l’abside meridionale per sfociare nella fontana di Antescholis.

A differenza delle abitazioni di epoca romana il nuovo edificio è impostato su un asse ovest-est (come di regola per la maggior parte delle prime cattedrali cristiane), con il presbiterio collocato verso oriente, dove termina con un’abside semicircolare.

La primitiva Cattedrale di San Vincenzo aveva un impianto basilicale a tre navate, sostenute da due file di colonne, coperta da soffitti lignei. L’edificio è rimasto attivo fino alla metà del 1400 e cioè fino a quando è stata abbattuto per l’intervento di rifondazione dell’architetto Filarete.

Il nuovo orientamento dovette influire sull’assetto stradale e spaziale della zona. Non è però chiaro se questa modifica sia dovuta solo alla scelta di rispettare la disposizione planimetrica canonica o se piuttosto sia anche frutto dell’applicazione del più ampio schema che in questo periodo vede un nuovo assetto urbanistico di questa parte della città divenuta fulcro del potere religioso.

La pianta dei rinvenimenti dello scavo mette bene in evidenza le fasi evolutive di questo luogo. Si osservi il diverso orientamento tra la posizione delle domus romane (WNW-ESE) e la costruzione successiva della chiesa paleocristiana, rivolta ad est,  sia per il valore simbolico di tale orientamento – un riferimento allo sguardo al sole che sorge, alla resurrezione di Gesù Cristo – sia per i requisiti pratici di illuminazione

Una fila di colonne di cui oggi si vedono le basi attiche, indica come si presentava la chiesa, che era a pianta rettangolare e suddivisa in tre navate, di cui la centrale era larga 12 metri mentre quelle laterali erano larghe 6 metri ciascuna.

Pianta della Basilica paleocristiana (V sec.) dedicata al martire Vincenzo. A pianta rettangolare, presenta un impianto a tre navate sostenute da due file di colonne, terminando verso oriente probabilmente con un’abside semicircolare. Era coperta da soffitti lignei

 

Un confronto con la Basilica di Santa Sabina a Roma offre l’idea di come poteva essere al suo interno l’antica Basilica paleocristiana di San Vincenzo

Ogni navata era scandita da una fila di 12 colonne, poste a tre metri l’una dall’altra (gli unici due basamenti rinvenuti sembrano essere un riutilizzo di età romana).

Frammento di capitello in pietra calcarea (V secolo)

Anche se nulla di preciso è possibile dire per quanto riguarda l’altezza, sulla base dei confronti si suppone che l’aula avesse una copertura a capriate, forse ribassata in corrispondenza delle navate laterali.

Di questa fase, restano due lacerti di pavimentazione a mosaico di notevole fattura, uno policromo e l’altro in bianco e nero con motivi geometrici a treccia di età paleocristiana, la cui tipologia contribuisce a datare la struttura, collocandola fra i secoli V e VI.

In primo piano, base di colonna e porzioni di pavimentazione musiva di tipo geometrico appartenenti alla Cattedrale paleocristiana (le lastre pavimentali marmoree e la base di  pilastro cruciforme sullo sfondo sono invece d’epoca romanica)

 

Mosaico della zona presbiteriale della Cattedrale paleocristiana (V secolo)

Nella Cattedrale sopravvivono alcuni resti frammentari delle decorazioni e degli arredi funzionali alla liturgia che l’avevano arricchita nel periodo precedente la ristrutturazione romanica; poco prima della camera sepolcrale che ospita la tomba del vescovo Giovanni Bucelleni troviamo resti di pitture murali a finte incrostazioni marmoree risalenti al V-VI secolo, sovrapposte alle quali, altre porzioni di intonaco riportano tracce di un velario databile al VIII-IX secolo.

Dell’arredo altomedievale restano invece due frammenti di plutei, o pilastrini, scolpiti ad intrecci (IX secolo), uno dei quali è stato reimpiegato come materiale da costruzione, e cioè inserito nella muratura.

Frammento di pluteo (IX sec.)

 

Resto di colonna tortile altomedievale

L’edificio, che con le sue maestose dimensioni occupava la parte più importante dell’impianto urbano, rimase oggetto di ciclici interventi di adeguamento e abbellimento sino alla radicale riforma strutturale avvenuta verso la fine dell’XI secolo e cioè sino a quando non venne varato il progetto del grande complesso episcopale di XI-XII secolo, che da quel momento caratterizzerà il centro di Città Alta: quello che vediamo ancor’oggi, ovviamente ad esclusione dell’antica San Vincenzo, ricostruita ex novo nel XV secolo. elevando la quota pavimentale.

LA NASCITA DEL GRANDE COMPLESSO EPISCOPALE: LA RISTRUTTURAZIONE ROMANICA DELLA CATTEDRALE DI SAN VINCENZO

La nuova Cattedrale differisce dalla precedente non tanto nella pianta, che sostanzialmente rimane uguale perché motivi urbanistici ne impedivano un ulteriore ampliamento, quanto piuttosto nello sviluppo verticale, che si evince dai nuovi punti di sostegno e dalle loro considerevoli dimensioni: il rinnovamento architettonico, che conferisce all’edificio un aspetto poderoso, coinvolge anche gli arredi e gli apparati decorativi, aggiornati secondo il linguaggio dello stile romanico.

Le due fasi di edificazione dell’antica Cattedrale di S. Vincenzo, con a destra la pianta della chiesa paleocristiana del V secolo e a sinistra quella della Cattedrale romanica risalente alla fine dell’XI secolo. Quest’ultima acquista un nuovo carattere architettonico rimarcato dai pilastri cruciformi, la cui sequenza è replicata a cavallo dei muri perimetrali, dato che suggerisce un ampliamento verticale dell’edificio. Si vede inoltre la recinzione dell’area presbiteriale, realizzata in una fase successiva alla ristrutturazione del XII secolo. L’ingombro sostanzialmente rimane uguale, ed escluso il presbiterio corrisponde al perimetro dell’attuale cattedrale

La ricostruzione romanica di San Vincenzo prende avvio nel contesto del riassetto dell’area episcopale, interessata per quasi un secolo da una pratica costruttiva comune alla chiesa matrice, alla prima fase di Santa Maria, al Palazzo della Ragione (fine XII secolo), a San Giorgio ad Almenno (fondazione episcopale, metà del secolo XII), alla terza fase di Sant’Egidio a Fontanella; pratica caratterizzata dall’uso di arenaria grigia preventivamente squadrata solo sui lati di commessura e rifinita nei paramenti a posa avvenuta, per ottenere una superficie liscia e regolare (5).

E’ lecito presumere che il riadattamento romanico di San Vincenzo sia avvenuto contestualmente al parallelo cantiere di Santa Maria Maggiore, riedificata per volontà del vescovo Gregorio dal 1137 ed ultimata nel 1273 negli anni in cui in San Vincenzo si stava rinnovando l’iconostasi. Proprio l’evidente unitarietà di tale progetto, che contestualmente vede anche la costruzione del tempietto di Santa Croce e del palazzo del Vescovo, dà una chiara indicazione su quando inquadrare cronologicamente i lavori in San Vincenzo

Le dimensioni della primitiva Cattedrale hanno imposto una rilettura degli spazi del centro religioso e politico della città medievale, ridisegnando i confini della Platea S. Vincentii, sia quella Parva (piccola), dinanzi al Duomo, che quella Magna (grande), sul suo fianco meridionale.

 

Si sono infatti ridefiniti i rapporti con il Palazzo della Ragione, dal momento che l’ingombro dell’antica cattedrale giungeva a lambire l’area dove il Palazzo stesso venne in seguito edificato.

La platea Sancti Vincentii, il centro urbano medievale. L’aspetto e le dimensioni della Cattedrale hanno imposto una rilettura degli spazi della piazza, ridisegnandone i confini e ridefinendo il rapporto tra gli edifici, anche se la Cattedrale di San Vincenzo e il Palazzo della Ragione aderivano, come ora, in corrispondenza di uno spigolo

Allo stesso modo sono stati ripensati i rapporti con Santa Maria (che nel corso della sua storia costituì insieme a San Vincenzo un complesso di edilizia ecclesiastica funzionante in regime di “catterdrale doppia”), stretti al punto tale che in epoca medievale le due chiese erano unite da un portico (6).

Evidenziato nel tondo, l’arco in pietra sull’angolo nord orientale della Basilica di Santa Maria Maggiore, residuo dell’antico portico che la univa alla Cattedrale

Con il rinnovamento romanico di San Vincenzo l’antico pavimento a mosaico  viene coperto da lastre in pietra, in alcuni casi di recupero, alternate a laterizi.

Il grande pilastro cruciforme d’epoca romanica e la nuova pavimentazione posata a copertura del tappeto musivo paleocristiano, affiorante in primo piano a sinistra.  Si è rilevata una certa dissonanza tra la cura con cui sono stati realizzati pilastri e murature (che tra l’altro dovevano essere almeno in parte affrescati), e la pavimentazione, che invece vede un impiego misto di lastre di pietra (in alcuni casi di recupero) e laterizi

Pur mantenendo lo stesso schema e la stessa ripartizione spaziale dell’aula in tre navate, ogni tre colonne una viene sostituita da un grosso pilastro cruciforme di cm 120 x 120, così che lo spazio risulta scandito da file alternate di colonne e pilastri.

A sinistra dell’immagine, lastre pavimentali marmoree e pilastro cruciforme (in arenaria grigia e con base modanata) d’epoca romanica. Il riadattamento romanico di San Vincenzo s’inserisce nel contesto della formazione del grande complesso episcopale di Bergamo. I pilastri cruciformi mostrano infatti una tecnica e una cura esecutiva dell’apparecchiatura dei conci confrontabile con quella della prima fase di Santa Maria Maggiore, avviata nel 1137

Anche i muri vengono ricostruiti con grossi blocchi squadrati di arenaria, e richiamando i pilastri che caratterizzano l’aula i perimetrali risultano scanditi, sia all’interno sia all’esterno, da lesene con la stessa modanatura alla base.

I nuovi pilastri e i contrafforti creati sulle pareti perimetrali erano collegati da grandi archi trasversi che costituivano una sorta di telaio che incatenava la struttura, che probabilmente mantenne i soffitti a capriate.

La Cattedrale di San Vincenzo dopo la ristrutturazione operata verso la fine dell’XI secolo. Antiche fonti e ricerche recenti ricordano l’esistenza, nell’antica Cattedrale, di due cori (il chorus magnus, più grande, riservato ai canonici e il chorus parvus, di minori dimensioni, nella cappella di San Pietro), tre altari (San Vincenzo, Santa Maria, San Pietro) e quattro cappelle in chiesa (San Silvestro, San Sebastiano, San Benedetto, Santa Margherita), cui aggiungere quella di Santa Trinità voluta dal vescovo Adalberto. V’erano inoltre due cappelle esterne (Santa Croce e San Cassiano)

IL RECINTO PRESBITERIALE E L’ICONOSTASI (LA TEORIA DEI SANTI, L’ELEMOSINA DEI CONFRATELLI DELLA MISERICORDIA E LA CROCEFISSIONE )

La Teoria dei Santi

In una fase successiva alla grande ristrutturazione d’epoca romanica si assiste alla trasformazione della zona presbiteriale: la zona dell’altare viene innalzata rispetto all’aula e recintata da un muro, allo scopo di differenziare la zona destinata ai celebranti da quella dei fedeli. Si tratta della recinzione presbiteriale (“Iconostasi”), un elemento tradizionale nelle chiese paleocristiane, che nel corso del medioevo si modifica anche in relazione ai mutamenti liturgici e di organizzazione ecclesiastica, e di cui l’esempio bergamasco rappresenta una delle poche testimonianze mantenutesi fino ad oggi (accenni al cerimoniale liturgico nell’articolo dedicato al Tesoro della Cattedrale).

Emblema delle trasformazioni architettoniche che coinvolsero la cattedrale tra XII e XIII secolo, l’iconostasi è una recinzione che separa l’area del presbiterio – riservata al clero – dalla navata destinata ai laici. La zona presbiteriale è stata innalzata di circa 40 centimetri rispetto all’aula mediante due gradini realizzati con materiale lapideo di reimpiego e recintata, da pilastro a pilastro, da un muro in laterizio lungo 11 metri (di cui non si conosce l’altezza originaria) scandito da arcate cieche. Viene lasciata un’apertura centrale (l’hostium chori delle fonti), in corrispondenza della quale esiste una porta o un cancello. Il muro poggia su una base costituita da grandi e spesse lastre di reimpiego in marmo di Zandobbio, scolpite secondo una lavorazione che richiama le transenne traforate di epoca paleocristiana, pur non esibendone l’elegante raffinatezza. Transenne identiche furono murate nella cripta minore e un pilastro analogo venne posto nell’angolo nord della Cripta dei Vescovi

L’assetto presbiteriale della Cattedrale di San Vincenzo, così come si presenta ai nostri occhi, è l’atto finale di allestimento, con le pitture che si estendono a coprire il raffinatissimo paramento lapideo dell’Iconostasi.

Lo strato più antico è quello con la teoria dei Santi, nella metà di destra dell’Iconostasi, dipinta nell’ultimo ventennio del XIII secolo su di un intonaco steso direttamente sul muro in laterizio; la metà sinistra è invece priva di pitture in quanto era stata abbattuta dal Fornoni nel 1905 dopo aver strappato le pitture che lo ricoprivano, raffiguranti L’Elemosina dei confratelli della Misericordia, coeve a quelle della Teoria dei Santi e il cui lacerto è oggi conservato al Museo diocesano Bernareggi.

La metà sinistra dell’iconostasi è dunque il frutto di una ricostruzione eseguita a conclusione dei recenti scavi, ricomponendo i pezzi ritrovati sul posto.

L’Iconostasi e, in prospettiva, il pannello illustrativo raffigurante l’affresco dei confratelli della Misericordia, staccato dal Fornoni nel 1905, nella metà di destra del muro presbiteriale, riemerso nel corso dei recenti lavori per la pavimentazione del duomo

La Chiesa medievale considerava l’eucarestia un mistero così arcano e profondo da doverne occultare la celebrazione allo sguardo diretto dei fedeli, che tuttavia potevano mediare il loro rapporto con le divinità attraverso le figure dei santi raffigurati, con al centro, in questo caso, Sant’Anna Metterza, considerata gerarchicamente più importante e verso cui si rivolgono le raffigurazioni di santi e devoti.

Il ciclo pittorico dei santi sul muro presbiteriale, con raffigurati, da sinistra, un santo non identificabile, una figura in trono (una Madonna con Bambino?), San Giovanni Battista, Sant’Anna Metterza – e cioè Sant’Anna, la Madonna e Gesù Bambino –, affiancata sulle lesene da due minuscoli devoti in preghiera (laici che devono aver contribuito alla spesa della decorazione), e San Pietro. La teoria dei santi prosegue anche sul pilastro cruciforme che chiude a destra la struttura con San Bartolomeo e Santa Caterina

La figura della Vergine introduceva al mistero dell’Incarnazione e della Salvazione. Sant’Anna esibisce un candido fiore, simbolo di purezza e forse allusione all’Immacolata Concezione. La Madonna che indossa un manto ornato di stelle, simbolo di verginità nelle raffigurazioni bizantine.

Al centro delle figure Sant’Anna con la Madonna che tiene fra le braccia il Bambino, affiancata dalle piccolissime figure di due devoti. Il piccolo Gesù mostra la mano parlante, in segno di aperto dialogo con l’irruento San Giovanni Battista, ripreso mentre si sta avvicinando al Salvatore

I Santi di San Vincenzo condividono anche i più minuti dettagli formali ed esecutivi con Sant’Alberto da Villa d’Ogna e una Madonna del latte tra la Maddalena ed un donatore, eseguiti da un pittore nella chiesa di San Michele al Pozzo Bianco (chiesa attestata nel 774) nel nono decennio del Duecento, identificato nel Maestro di Angera, così chiamato dal celebre ciclo frammentario che decora la Sala di Giustizia della rocca di Angera. In particolare, è straordinariamente affine il confronto tra il volto del San Bartolomeo nella chiesa di San Vincenzo con quello del Sant’Alberto, la cui morte, nel 1279, fornisce un prezioso riferimento cronologico per la datazione della Teoria dei Santi.

Sono gli anni in cui la Basilica di Santa Maria Maggiore ha celebrato la sua solenne dedicazione, avvenuta nel 1273.

L’Elemosina dei confratelli della Misericordia

Alla medesima recinzione appartiene anche l’affresco che raffigura i quattro confratelli del sodalizio che distribuiscono l’elemosina, strappato e riportato su tela, proveniente dalla zona scavata da Elia Fornoni nel 1905. Fu dipinto negli stessi anni della fine del Duecento in cui si metteva mano alla decorazione dell’iconostasi, ma da un maestro più vicino a correnti di marca bizantina mediate forse da Venezia.

Elemosina dei confratelli della Misericordia (Autore ignoto, ambito lombardo – ca. 1280). Nel dipinto si osservano due confratelli (dotati di copricapo e di un abito più ricercato, sono probabilmente i canevari), che porgono una forma di pane e una brocca a un povero, seguiti da altri due, dalla veste più dimessa (forse i servi) che portano in spalle un sacco di pane e una fiasca di vino. Il movimento del corteo è molto solenne e il pittore ha enfatizzato la distanza sociale che separa chi dona da chi riceve, con la figura del povero rappresentato in scala minore e collocato in posizione marginale. L’affresco è oggi conservato presso il Museo Diocesano Adriano Bernareggi

La rappresentazione, che ha tutte le caratteristiche dell’ufficialità, riguarda la confraternita intitolata a Santa Maria della Misericordia, più nota come MIA (7), una delle associazioni locali più antiche della città e che in origine si radunava nella chiesa di San Vincenzo, luogo pubblico per eccellenza, utilizzata anche per i più diversi usi profani (8).

E’ scritto infatti nella Regola del 1265, che la confraternita della Misericordia Maggiore in onore del Cristo e della Vergine scelse la chiesa madre di San Vincenzo come luogo di riunione dei confratelli per ascoltare la predicazione e discutere degli affari del sodalizio.

Tra gli obblighi della confraternita, nata con intenti spirituali e caritativi, figurava la distribuzione dell’elemosina ai poveri.

La Crocefissione

Al di sopra della Teoria dei Santi compare invece ciò che resta di un Cristo crocifisso tra i dolenti, evidenziato solo dai piedi inchiodati. Dipinto alla metà del Trecento, è certamente opera del Maestro dell’Albero della Vita, il che farebbe connettere questo parziale ammodernamento con i lavori documentati in duomo nel 1341 per la cappella di San Benedetto.

Il frammento inferiore con Maria Vergine, San Giovanni e un vescovo in preghiera, trovato a terra nei materiali di scavo, è stato collocato sulla parete vicina.

Il personaggio che si è fatto ritrarre in qualità di devoto committente ai piedi della croce, potrebbe essere Bernardo Tricardo, vescovo di Bergamo tra il 1343 e il 1349. Sono gli anni segnati dalla peste nera del 1348, l’ondata di epidemia che ha mietuto numerose vittime nell’intera Europa. Se si considera che nel 1347 il Maestro dell’Albero della Vita ha dipinto il grande affresco in Santa Maria Maggiore e che vi sono strette analogie stilistiche tra il Cristo crocifisso e l’Albero della Vita, si può interpretare il dipinto come una sorta di ex voto fatto realizzare dal vescovo Tricardo per essere sopravvissuto al morbo.

Il Cristo crocifisso tra i dolenti sul muro presbiteriale della chiesa di S. Vincenzo, dipinto dal Maestro dell’Albero della Vita di S. Maria Maggiore. Il dipinto potrebbe essere essere una sorta di ex voto fatto realizzare dal vescovo Bernardo Tricardo, ritratto ai piedi del Cristo, per essere sopravvissuto alla peste nera

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Oltre la linea dell’iconostasi compare la zona che era riservata al clero, dove si può ammirare il Tesoro della Cattedrale, un’esposizione di preziosi oggetti di arte e di liturgia concepita allo scopo di accostare il visitatore all’atmosfera di sacralità e di bellezza che ha caratterizzato la vita dell’antica Cattedrale di San Vincenzo.

Nell’apertura del muro presbiteriale è collocata la croce detta del Carmine per il luogo di provenienza, parte del ricco corredo del Tesoro della Cattedrale, il cui progetto museale si deve all’architetto Giovanni Tortelli, sotto l’egida della Fondazione Bernareggi. È probabile che la splendida oreficeria sia opera della bottega dei Da Sesto, una famiglia operante a Venezia nella prima metà del XV secolo. La croce è particolarmente suggestiva per la presenza, nei bracci, del cristallo di rocca, una varietà di quarzo apprezzato per essere assolutamente incolore e trasparente

Si tratta di una selezione di preziosi oggetti di arte sacra e liturgia (crocifissi, calici, abiti sacerdotali, ostensori…), composta soprattutto dalla dotazione della Cattedrale di San Vincenzo, ma anche da testimonianze confluite in cattedrale in tempi diversi e da altre chiese della città e custodite per la loro importanza e preziosità. Testimonianze che abbracciano un intervallo temporale che va dal IX al XVII secolo. 

Nel 1561, nell’imminenza dell’abbattimento della Basilica alessandrina per la costruzione delle mura veneziane, la trecentesca Croce di Ughetto, forse l’opera più rappresentativa del Tesoro, fu portata in solenne processione nella Cattedrale di S. Vincenzo insieme alle sacre reliquie di Sant’Alessandro. Da quel momento il Capitolo di S. Alessandro perdeva definitivamente la propria sede e si trovava a dover convivere con quelli del Capitolo di Sant’Alessandro. Quando però, nel 1614, fu sancita la provvisoria riunificazione dei due Capitoli, la fisionomia della croce fu rinnovata, ad indicare la concreta manifestazione di questo tentativo di unità. In origine il recto esibiva il Cristo crocifisso tra la Vergine e S. Giovanni, in alto un Angelo e ai piedi S. Alessandro a cavallo, vistosamente abbigliato, con la città di Bergamo sullo sfondo, conquistata alla fede cristiana. Il verso esibiva invece il Cristo glorioso tra i quattro evangelisti e ai piedi Santa Grata, ma nell’operazione di restauro il Cristo crocifisso medievale fu sostituito da un altro più recente, recuperato da una croce del Capitolo di San Vincenzo. Finalmente, nel 1689 i due Capitoli di Sant’Alessandro e di San Vincenzo vennero definitivamente unificati sotto le insegne di S. Alessandro. La croce processionale, in lamina d’argento, fu disegnata da Pietro da Nova nel XIV secolo e realizzata da Pandolfo Lorenzoni da Vertova e altri orefici di area lombarda

 

La Madonna dei Canonici della Cattedrale, un’icona di scuola cretese del XV secolo, nota anche come Madonna della Consolazione, assimilabile ad una Madonna Nera

LA RIFONDAZIONE DELLA CATTERALE AD OPERA DEL FILARETE, ALLA META’ DEL 1400

Alla metà del 1400, la vecchia San Vincenzo risulta ormai inadeguata non solo rispetto alla vicina Basilica di Santa Maria ma anche verso il contesto architettonico dell’insula episcopalis, la vasta area monumentale che cade sotto il diretto controllo del vescovo e che comprende, oltre alla Cattedrale, la domus episcopalis con l’annessa Santa Croce e la Basilica di Santa Maria Maggiore, che viene stralciata dalla giurisdizione episcopale e trasferita alla MIA (la confraternita della Misericordia) con bolla papale del 1453, perché la governi secondo le regole del consorzio.

San Vincenzo, ormai parzialmente interrata a causa dell’innalzamento della piazza, necessita dunque di una sistemazione degna di una Cattedrale e a tale scopo il veneziano Giovanni Barozzi, da poco nominato Vescovo di Bergamo, ne affida la rifondazione al Filarete, che aveva una particolare influenza in Lombardia, soprattutto perché approdato alla Corte degli Sforza), incaricato di realizzare un nuovo e più ambizioso progetto (9).

Possediamo numerose notizie sul progetto filaretiano poiché egli stesso ne parla diffusamente nel suo Trattato di Architettura, un testo costruito in forma di dialogo tra l’architetto e la committenza ducale degli Sforza, contenente anche la descrizione e i disegni del Duomo di Bergamo, concepito secondo l’impostazione classica in antitesi al gotico, che, se si considera il ciclopico cantiere milanese del Duomo in pieno corso all’epoca, rappresentava certamente una posizione controcorrente.

Con la posa della prima pietra nel 1459 prende avvio una vicenda costruttiva che a causa di una serie di vicissitudini si protrarrà per secoli, a partire dalla morte del Filarete nel 1469 e alla contestuale elezione del vescovo Barozzi a patriarca di Venezia nel 1464.

Filarete avrà giusto il tempo di demolire l’antica San Vincenzo ed elevare di tre metri la quota pavimentale della nuova chiesa, risolvendo con competenza le problematiche progettuali dovute al dislivello del terreno; realizzerà almeno parte delle fondazioni del Duomo nonché due grosse strutture quadrangolari di metri 4×5, che potrebbero corrispondere alle basi dei due campanili del progetto filaretiano mai realizzati.

Uomo del Rinascimento, Filarete introdurrà a Bergamo, insieme all’Amedeo, un nuovo modo di intendere il discorso urbano: il monumento assume una individualità, emerge dall’ambiente (nel suo celebre Trattato egli definisce infatti l’edificio precedente “bruto”, ovviamente secondo il canone di un uomo del Rinascimento).

Il Duomo di Bergamo com’era nel progetto di Antonio Averlino detto il Filarete (1457). Alquanto originale e inatteso il prospetto della facciata, con elementi  decisamente nuovi rispetto alla tradizione gotica lombarda. Lo schema prevedeva una struttura a capanna composta da tre fasce orizzontali di cui la più alta con l’attico, quella intermedia con una fascia di nicchie contenenti statue, l’ultima in basso contenente le porte laterali con trabeazione e portale maggiore timpanato. Ornato di incrostazioni di marmi, il sacro edificio doveva culminare con una cupola ottagona ed essere fiancheggiato da due campanili a molti ordini, come appare dal disegno originale posto a piede della pagina 123 del codice magliabechiano. Discepolo ideale del Filarete è quell’Amadeo che progetta la Cappella Colleoni e che – scrive il Salmi – “ne eredita quel gusto per la decorazione fantastica fatta di plastica minuzia e di colore, che è medioevale, inserito nella norma del Rinascimento”, derivando così dal Filarete scultore “quel culto del tutto esterno e direi maniaco per l’antico, osservabile nello zoccolo della Cappella con formelle recanti il mito di Ercole e nei busti di Cesare e di Traiano” (Luigi Angelini, Il volto di Bergamo nei secoli, 1952)

Dopo la sua morte la vicenda costruttiva si incaglierà per un lunghissimo periodo durante il quale saranno apportate numerose modifiche al progetto originario (10).

Dell’opera di questo grande nome del Rinascimento è rimasto solo qualche avanzo in quanto i lavori compiuti nel tempo ne hanno stravolto l’aspetto, sia per quanto riguarda il campanile e la cupola e sia per l’ampliamento deciso nel 1680 e affidato all’architetto Fontana, che ha formato la grande croce latina giungendo con l’abside fino alla strada delle Beccherie ora denomiata Mario Lupo. Rimangono segni nei muri esterni di pietra grigia, verso l’Ateneo e verso il cortile dei canonici (dove sono interessanti pietre tombali), con larghe ed eleganti modanature che hanno il gusto nella profilatura delle architetture fiorentine

 

Ricostruzione grafica della cattedrale secondo il progetto approntato dal Filarete e realizzato a più riprese – con alcune modifiche – lungo il corso dell’età moderna. Il basamento segue la pendenza del terreno dando origine ad una pianta a croce latina, scelta motivata anche dalle convinzioni del progettista, che nel suo Trattato di Architettura affermava che le chiese dovessero essere fatte in croce. La navata unica,  affiancata da tre cappelle semicircolari per lato, si innesta in un transetto poco pronunciato e rettilineo, soluzione che permette di sviluppare in alto una cupola a padiglione ottagonale con lanternino su alto tamburo potenziando maggiormente la percezione di altezza. Egli prevede inoltre due campanili gemelli circolari, alti da terra ben 130 bracci bergamaschi, corrispondenti a circa 69 metri moderni. Del progetto filaretiano per il nuovo Duomo è rimasta la pianta, ma la realizzazione non andò oltre la prima fondazione (ordinate “di quattro braccia grosso”) e due grosse strutture quadrangolari di 4×5 metri, che potrebbero corrispondere alle basi dei due campanili mai realizzati

Anche col progetto filaretiano  l’ingombro di San Vincenzo, almeno nella parte occidentale rimane lo stesso, perché condizionato dalle piazze Magna e Parva di San Vincenzo, dal Palazzo della Ragione, dalla via Beccarie (ora Mario Lupo) dalla Casa Canonica adiacente al Duomo e dalla vicinanza della Basilica di Santa Maria Maggiore.

Confronto tra la pianta della Cattedrale romanica di San Vincenzo (a destra) e quella per la nuova Cattedrale progettata nel XV secolo dal Filarete (a sinistra), i cui lavori si sono innestati sulle strutture dell’antica Basilica paleocristiana

Cambiano però la pianta, che assecondando l’andatura del terreno diventa a croce latina con aula ad un’unica navata, e la quota dei piani pavimentali, che trovandosi ormai al livello del cortile della canonica, viene innalzata di circa 3 metri sia per fronteggiare infiltrazioni d’acqua, sia per rispettare i canoni rinascimentali di sopraelevazione degli edifici dalla quota stradale, rispetto alla quale l’antica Cattedrale risultava ormai parzialmente interrata.

Durante i lavori Filarete decide, data l’importanza del luogo dal punto di vista religioso e liturgico, di mantenere in uso la parte simbolicamente più significativa, quella dell’altare. Il muro che divideva il presbiterio dell’aula viene ispessito e innalzato e l’area chiusa anche sui restanti lati e voltata a formare una cappella utile al culto.

Nel contempo, sfruttando due delle colonne esistenti come elementi angolari, nella parte anteriore viene realizzato un atrio completamente chiuso da murature decorate con affreschi. Altri affreschi vengono affiancati e in parte sovrapposti a quelli esistenti sul muro del presbiterio.

Pianta per la nuova Cattedrale progettata nel XV secolo dal Filarete, con evidenziata l’area corrispondente agli interventi eseguiti nell’ambiente ipogeo del precedente edificio, dove l’area presbiteriale viene chiusa anche ai lati e voltata a formare lo scuròlo, una cappella resterà in uso con funzione di Cattedrale temporanea fino alla ripresa dei lavori nel 1688

Nasce così quella chiesa ipogea che, in un testo del 1516 è citata come “scuròlo” (a lungo scambiata per l’antica chiesa di S. Vincenzo), che, per vicissitudini di vario genere che bloccano la prosecuzione delle attività, rimane in uso fino al 1688.

Nel frattempo sembra che almeno l’area a nord dello scurolo (a cui si accede tramite un’apertura ricavata nel perimetrale settentrionale della chiesa), venga utilizzata come area cimiteriale, anche se per un breve periodo.

Proprio questa zona vede nel XVI secolo la realizzazione di un ambiente, anch’esso ipogeico e con copertura con volta a botte (la cosiddetta cappella di S. Benedetto), probabilmente per la necessità di ampliare quella che doveva essere una semplice chiesetta provvisoria e che invece, a causa del protrarsi dei lavori, è già in uso da diversi decenni.

Ambiente ipogeo nell’antica Cattedrale di San Vincenzo

Alcuni disegni da cantiere eseguiti a carboncino, rappresentanti capitelli, colonne ed altri elementi architettonici, che coprono quasi interamente la parete occidentale di questo vano, testimoniano come comunque la fabbrica della Cattedrale fosse ancora attiva.

A a nord dello scurolo, poco prima di giungere al cospetto della Madonna dei Canonici della Cattedrale si attraversa un locale che era adibito a studio di architettura, dove i costruttori del XVII sec. preparavano i modelli in scala. Sulle pareti si possono infatti notare alcuni schizzi o bozze di disegni eseguiti a carboncino

Dopo la metà del 1600, dopo che sono state vagliate nuove proposte progettuali, i lavori riprendono e a questo punto, finito di svolgere la sua funzione di Cattedrale temporanea lo scurolo viene definitivamente abbandonato, reinterrato e parzialmente demolito. Vengono realizzate alcune grosse camere sepolcrali con copertura con volta a botte in corrispondenza dell’ingresso e della parte meridionale del transetto, oltre a numerose tombe a cassa in muratura nell’aula.

Proprio una di queste tombe, posta in prossimità dell’altare dedicato a S. Carlo Borromeo e successivamente utilizzata per porvi resti provenienti da altre sepolture, conteneva i resti di due cavalieri deposti in momenti distinti, ognuno dotato di un proprio corredo funebre, raro ed eccezionalmente conservato, collocato in una vetrina prossima alla tomba (11).

 

Note

(1) Gli scavi, coordinati da M. Fortunati della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Lombardia, sono stati condotti nel 2004-2005 da A. Ghiroldi con finanziamento della Curia e della Diocesi di Bergamo).

(2) Se la larghezza interna di 24 metri (12 per la navata centrale) è di poco inferiore a quella del duomo attuale, ampliato verso nord, la lunghezza è solo presunta in 45 metri, poiché a est delle scale d’accesso all’area archeologica si estende lo scuròlo secentesco, nuova Cripta dei vescovi dal 1979. Tuttavia, la torre campanaria attestata dal 1135 e demolita nel 1688, per far posto all’attuale abside, impedisce di ipotizzare un’estensione maggiore (LombardiaBeniCulturali).

(3) Maria Fortunati (a cura di), “Medioevo. Archeologia e antropologia raccontano le genti bergamasche”, Edizioni ET, Trucazzano (MI) 2006, in particolare: Denis Bruna, Un sorprendente amuleto in piombo, pp. 23-24; Marta Cuoghi Costantini, Un calzare, p. 25, Anna Gasparetto, Ilaria Perticucci, I restauri, pp. 25-27).

(4) Sul foro cfr: FORTUNATI M., Bergamo romana: appunti per una rilettura dell’assetto urbano alla luce delle nuove scoperte, Il foro in FORTUNATI M., POGGIANI KELLER R. (a cura di), Storia Economica e Sociale di Bergamo. I primi millenni. Dalla preistoria al Medioevo, II, Cenate Sotto (BG) 2007, pp. 498-501.

(5) Zonca 1990.

(6) Delle 51 festività maggiori della diocesi, 22 (7 pontificali) si svolgevano esclusivamente in San Vincenzo, mentre 14 (6 pontificali, fra cui Natale) prevedevano celebrazioni articolate con Santa Maria Maggiore, attestando ancora alla metà del XV secolo il funzionamento liturgico della cattedrale doppia (Gatti 2008). San Vincenzo ospitava il primo coro dei canonici, dove si officiava la liturgia solenne, festiva e delle Ore; Santa Maria, già iemale (antequam fuisset dirruta ut pulcrior rehedifficaretur, canonici Sancti Vincentii officiabant eam in inverne et ecclesiam Sancti Vincentii in estate et, post reparationem facta et nondum completam, celebrant ibi festivitates Sancte Marie […], afferma nel 1187 Lanfranco Mazzocchi), fungeva ancora da secondo coro dei canonici, da aula battesimale e delle celebrazioni mariane, nonché da chiesa della domus episcopalis, in analogia con San Giacomo a Como (Piva 1990).

(7) La MIA è stata fondata dal vescovo Erbordo e da Pinemonte da Brembate nel 1265 in onore di “Nostro Signore Gesù Cristo e la beata e gloriosa vergine Maria madre di Dio, e di tutti i santi, per la conferma e l’esaltazione della santa fede cattolica e per la confusione e la repressione degli eretici”, come recita l’incipit della regola.

(8) Sono documentate le adunanze dell’assemblea del Comune di Bergamo e di altri comuni della provincia, così come le assemblee delle corporazioni (mestieri) o di associazioni. Qui si avvicendarono anche diversi notai per il rogito degli atti (importanti informazioni sull’edificio sono contenute nelle ricerche di Gian Mario Petrò nelle fonti archivistiche notarili).

(9) I due si erano conosciuti a Roma, dov’erano entrambi alla corte pontificia di Eugenio IV (il primo in qualità di suddiacono, il secondo chiamato a realizzare le porte bronzee di San Pietro, terminate nel 1445) e probabilmente fu questo il motivo della chiamata a Bergamo dell’architetto fiorentino, che giunse nella nostra città nel 1457, proveniente dalla corte sforzesca di Milano.

(10) Nel 1493 si avanza la possibilità di impetrare l’indulgenza plenaria a chiunque avesse contribuito alla continuazione del cantiere, che sembra riprendere a fatica nel 1494. Le modifiche apportate al progetto filateriano e l’incendio dell’attiguo Palazzo della Ragione, portano “la celebre San Vincenzo a giacere incolta e deserta, non essendo compiuto il ristoramento delle sue rovine” (così cita la fonte del 1516 tramandataci da Marcantonio Michiel). Anche gli avvenimenti che vedono il cantiere sotto la direzione dello Scamozzi (chiamato dal 1611 come capocantiere dopo essere stato impegnato in Palazzo Nuovo), purtroppo non possono dirsi conclusi al meglio: in alcuni disegni anonimi del XVII secolo relativi alla Cattedrale, contenuti nel Fondo di Religione dell’Archivio di Stato di Milano, si riscontra per esempio la possibilità di far avanzare il fronte verso la piazza, dando un senso di continuità con il Palazzo della Ragione. Soluzione che verrà ripresa dal Fontana e diventerà punto nodale per le successive maestranze. Finalmente, nel 1689, quando viene definitivamente concessa l’intitolazione della Cattedrale a Sant’Alessandro, i lavori di rinnovamento riprendono attivamente sotto la supervisione dell’architetto Carlo Fontana, il progetto però, molto lontano da quello filateriano, non soddisfa totalmente le aspettative. Si riprendono quindi alcune modeste rettifiche avanzate da Lorenzo Bettera che, almeno inizialmente, non stravolgono il programma del Fontana. Nel 1693 i lavori devono dirsi conclusi se Gian Carlo Sanz risulta già attivo nella zona del coro con i suoi intarsi lignei. L’ultimazione del prospetto risale invece al 1886.

(11) Si tratta di due stocchi di cavallo (tipica arma di area lombarda in grado di colpire maggiormente di punta e penetrare con veemenza attraverso le piastre delle armature nemiche, dalla fine del Trecento completamente metalliche), due coppie di sproni, veri e propri simboli di stato sociale (una a rotella in acciaio e l’altra a rotella in bronzo, recanti in latino a caratteri minuscoli la scritta AMOR), provenienti da area veneto-lombarda, e tre anelli in bronzo con castone. Poiché tali oggetti sono inquadrabili cronologicamente nell’ambito del XV secolo, è verosimile che anche i primi corpi collocativi, appartenenti a personaggi di particolare importanza (vista la ricchezza della loro fattura, specialmente quella degli sproni in bronzo), siano stati ivi traslati, forse a seguito della necessità di rimuovere, durante i lavori, la loro tomba originaria.

Riferimenti

Angelo Ghiroldi, Gli scavi nella Cattedrale di S. Alessandro Martire – Le scoperte archeologiche riscrivono la storia della città di Bergamo, in D’erbe piante e d’adorno: Per una storia dei giardini a Bergamo, percosi tra paesaggi e territorio (a cura di Maria Mencaroni Zoppetti). Pubblicato per la Fondazione per la Storia Economica e Sociale di Bergamo, 2008.

AA.VV., “Medioevo a Bergamo. Archeologia e antropologia raccontano le genti bergamasche”, (catalogo della mostra a cura di M. Fortunati), Truccazzano (MI) 2006.

M. Fortunati, A. Ghiroldi, La Cattedrale di S. Alessandro Martire in Bergamo, in Storia Economica e Sociale di Bergamo. I primi millenni, (a cura di M. Fortunati, R. Poggiani Keller), II vol., Cenate (BG), 2007, pp. 539-547.

E. Daffra, La porzione affrescata: importanza di un recupero, in Storia Economica e Sociale di Bergamo. I primi millenni, (a cura di M. Fortunati, R. Poggiani Keller), II vol., Cenate (BG), 2007, pp. 548-551.

Simone Facchinetti, Museo e Tesoro della Cattedrale – Le risposte di una Guida. Fondazione Adriano Bernareggi. Ed. Litostampa Istituto Grafico Srl – Bergamo, ottobre 2012.

Bibliografia/Cartografia

M. VAVASSORI, Eodem fato functis: il ricordo della peste in un’epigrafe di Bergamo?, in “Epigraphica”LXIX, 2007, pp. 149-167.
M. VAVASSORI, Una lastra opistografa dal duomo di Bergamo, in “Epigraphica” LXXI, 2009, pp. 417-422.
BROGIOLO G.P. 2007, Bergamo nell’Altomedioevo attraverso le fonti archeologiche, in Storia economica e sociale di Bergamo. I primi millenni. Dalla preistoria al Medioevo (a cura di M. FORTUNATI, R. POGGIANI KELLER), Cenate Sotto (BG), pp. 461-491.
CANTINO WATAGHIN G. 2007, L’insediamento urbano, in Storia economica e sociale di Bergamo. I primi millenni. Dalla preistoria al Medioevo (a cura di M. FORTUNATI, R. POGGIANI KELLER), Cenate Sotto (BG), pp. 461-491.

Alla scoperta del tempietto di Santa Croce, nel cuore nascosto della città

Situato in una corte tra la Curia Vescovile e l’angolo sud-occidentale di Santa Maria Maggiore, il sacello quadrilobato di Santa Croce precede la rifondazione di Santa Maria, avvenuta nel 1137

La piccola cappella romanica di Santa Croce, nel cortile della Curia e a ridosso di Santa Maria Maggiore, è posta in un’area densa di significati per la storia della città. Ma trovandosi in un punto “marginale”, almeno dal punto di vista spaziale, si è trovata nelle epoche successive ad avere uno sviluppo autonomo.

Il centro episcopale di Bergamo

Due sono i percorsi che consentono di raggiungerla, ed ognuno di essi offre diverse prospettive ed approcci emozionali. Il punto di vista più defilato è quello che scende da vicolo San  Salvatore, da dove il sacello è visibile poco prima di immettersi in via Arena. Quello ufficiale avviene invece da piazza Rosate tenendo sulla destra il portale settentrionale di Santa Maria Maggiore, da dove una  scalinata metallica conduce al suo cospetto.

L’accesso alla Cappella di Santa Croce da piazza Rosate

Sino a qualche decennio or sono però, vi si arrivava anche da piazza Vecchia passando attraverso la penombra dell’Aula della Curia, oggi preclusa al pubblico passaggio; da lì si usciva alla luce dello spiazzo di Santa Croce ma distratti dalla possente mole di S. Maria: era quello che Luigi Angelini definiva un punto di vista conquistato, sofferto, da “percorso iniziatico”, tuttavia, alquanto suggestivo.

Ma in quei tempi il piano inferiore di Santa Croce era ancora interrato, e così si presentava l’edificio dal 1938, dopo le demolizioni che avevano liberato l’area dalle strutture ottocentesche che lo deturpavano e comprimevano, nascondendolo agli occhi dei visitatori.

Il tempietto di Santa Croce visto dall’area interna della Curia vescovile dopo le demolizioni ed il restauro eseguiti nel 1938, nell’ambito dei lavori per il Piano di Risanamento per Bergamo Alta, coordinati da Luigi Angelini

Prima d’allora dunque, una serie di edifici addossati al tempietto ne impediva la completa fruizione, come attesta l’immagine sottostante.

Il tempietto di Santa Croce dallo stesso punto, come era nel 1934, con i locali addossati

Nel corso dei lavori, l’attuale ingresso da piazza Rosate era stato liberato dalla casa del sacrista, una superfetazione che addossata alla medioevale fontana di Antescholis non lasciava intravvedere Santa Croce.

Piazza Rosate e prospetto sud della basilica di Santa Maria Maggiore. A sinistra dell’immagine la casa del sacrista (Raccolta Gaffuri)

 

Area di Santa Maria Maggiore. La casa del sacrista sopra la fonte medioevale, come si presentava nel 1934, prima dei lavori eseguiti per il Piano di Risanamento

 

Area di Santa Maria Maggiore. La casa del sacrista sopra la fonte medioevale, come si presentava nel 1934

Ora, una scalinata a ventaglio consentiva finalmente l’accesso diretto al sacello nonché una sua trionfale messa in scena.

1938: la sistemazione dopo la demolizione della casetta con la gradinata di accesso al Tempietto di Santa Croce

Sgomberate le strutture contigue, Angelini liberò il tiburio ottagonale e dopo aver individuato una precedente linea di gronda abbassò la “cupoletta” di circa 90 cm, attribuendo la sopraelevazione ad un rifacimento del 1561, come indicherebbe una fonte documentaria peraltro non bene specificata.

Il tempietto di Santa Croce e i locali addossati come erano nel 1934, prima degli interventi di ripristino e restauro

I tetti furono completamente rifatti e nel corso della rimozione di quello superiore furono ritrovati tre frammenti di capitelli che Angelini interpretò come appartenenti a bifore originarie, ma che non volle ricostruire, mantenendo stranamente le finestre rettangolari definite “sgraziate”.

1938: il Tempietto liberato dalle costruzioni ottocentesche e restaurato, visto dalla platea sopra la fontana di Antescholis

Riportò alla luce il tessuto murario in conci calcarei bruni sommariamente sbozzati, ritmato dal coronamento di eleganti archetti pensili raccolti in gruppi di tre da lesene sottili: una decorazione che segue e sottolinea il profilo delle quattro absidi, creando un chiaroscuro modulare. Al contempo recuperò le aperture, tra cui le due monofore strombate.

Rese omogenee le varie fasi costruttive, Angelini riuscì perciò a dare unitarietà all’aspetto esterno, che nel corso del tempo aveva subito diverse trasformazioni.

1938: il tempietto dopo la demolizione dei locali contigui, la messa in luce di una delle due  monofore ed il restauro. Degli intonaci rimane oggi solo qualche piccolo lacerto; i giunti della muratura esterna furono completamente “ripassati” in cemento e la muratura integrata con intenti mimetici

La porzione inferiore dell’edificio restava però ancora in ombra, interamente sepolta da oltre due metri di macerie, apportate tra il XV e il XVI secolo per adeguare le quote di calpestio del cortile a quelle imposte dalle modifiche della basilica e di una porzione degli ambienti medievali dell’adiacente palazzo episcopale (1).

L’area circostante Santa Croce prima degli scavi archeologici eseguiti fra il 1999 e il 2007. Nel riquadro le due differenti quote del piano di calpestio, quella  più bassa, originaria, e quella dovuta agli interventi eseguiti tra il XV e il XVI secolo

 

La scalinata che da piazza Duomo immette all’Aula della Curia, innalzata nel 1444 sulle macerie di un portico ad essa addossato (Raccolta Gaffuri))

L’originaria Santa Croce infatti si sviluppava su due livelli di cui l’ambiente principale era costituito dal vano inferiore, posto allo stesso piano di calpestio della Basilica e dell’Aula della Curia, fra loro strettamente collegate; tanto che il tempietto comunicava con la Curia mediante una porta difesa da un muro, che ancora oggi vediamo.

Il sopralzo della copertura con la lanterna ottagonale è solo un’aggiunta della seconda metà del Cinquecento.

Nel tondo, la porzione originaria del tempietto di Santa Croce, con la parte superiore liberata negli anni Trenta dall’Angelini e la parte inferiore (priva di lesene e provvista di due finestre rettangolari), riportata alla luce nel corso degli scavi eseguiti fra il 1999 e il 2007. E’ visibile la porta che nel medioevo comunicava direttamente con l’Aula della Curia, difesa da un muro. Il piano superiore è provvisto di un portale sul lato ovest

I due vani sono da sempre privi di comunicazione interna, divisi da una volta a crociera.

La volta all’interno del vano inferiore di Santa Croce

Considerando perciò come contemporanei i primi due livelli dell’edificio, questi acquisterebbe in alzato misure e proporzioni più giustamente analoghe ad altri edifici a pianta centrale come San Tomè di Almenno San Bartolomeo e l’oratorio di San Benedetto di Civate, cui è assimilato anche per le decorazioni esterne della superficie muraria.

Il tempio romanico di San Tomè, a 3 km a sud-ovest di Almenno San Bartolomeo

Il tempietto (“Capella Episcopi”), di cui la più antica citazione risale al del 1133 (2), era infatti un elemento integrante del grande complesso episcopale, sorto nella sua forma più monumentale nell’area storicamente più importante della città tra l’XI e la  prima metà del XII secolo.

Il centro storico-monumentale di Bergamo: A) Basilica di Santa Maria Maggiore; B) Duomo-cattedrale di San Vincenzo; C) Palazzo della Ragione;  D) Palazzo del Podestà e Torre del Comune; E) Piazza Vecchia; F) Palazzo Episcopale; G) Santa Croce. Nella prima metà del XII secolo il complesso Episcopale viene ristrutturato ed ampliato, soprattutto nella sua parte meridionale, con la costruzione della Basilica di Santa Maria Maggiore (che sostituisce la S. Maria Vetus dell’VIII secolo) e il riassetto della Cattedrale di San Vincenzo nonché la costruzione del Palazzo Episcopale e dell’annessa cappella di Santa Croce. Un complesso il cui sviluppo caratterizzerà a lungo Bergamo, sia dal punto di vista religioso che architettonico

In quel periodo, anche la cattedrale di S. Vincenzo era interessata da lavori, trasformandosi da “modesta” basilica paleocristiana a grande cattedrale romanica, mutando aspetto sia internamente che esternamente, sviluppandosi in verticale ed adottando per il rivestimento l’uso di grossi blocchi di arenaria grigia, quasi a voler indicare la ricerca di un’uniformità anche visiva dell’insieme in un collegamento tra le due chiese, San Vincenzo e la nuova Santa Maria.

Cattedrale di San Vincenzo, con in primo piano la base di colonna e il pavimento musivo di età paleocristiana e sullo sfondo la base del pilastro cruciforme d’epoca romanica

Un collegamento che doveva essere anche fisico, come pare suggerire il frammento di arco che parte dall’angolo nord-orientale della nuova Santa Maria e doveva terminare contro quello sud-occidentale di S. Vincenzo.

L’arco in pietra presente sull’angolo nord orientale della Basilica di Santa Maria Maggiore

NEL CUORE DELLA BERGAMO ROMANA

L’area in cui oggi sorge il complesso episcopale costituisce il punto nevralgico della città sin dall’età romana. Qui sorgeva il foro, con i suoi edifici pubblici e le domus, i cui resti sono venuti alla luce nel corso di numerosi scavi archeologici. Anche nell’area di Santa Croce doveva sorgere una domus, gravitante nell’area del foro.

Uno spaccato della Bergamo romana all’interno del Palazzo del Podestà in Piazza Vecchia, dove, nell’area del foro, si sono rinvenuti i resti di un grande edificio pubblico. Nella zona sottostante la Cattedrale di S. Alessandro sono invece tornati alla luce i resti di abitazioni che occupavano alcune insulae nonché la Cattedrale di San Vincenzo; nelle adiacenti vie Reginaldo Giuliani e Arena, quelli di una domus, mentre altri interessanti ritrovamenti riguardano proprio l’area di Santa Croce

PRIMA DI SANTA CROCE, SULLE TRACCE DEL PIU’ ANTICO NUCLEO EPISCOPALE

Nella tarda antichità, la domus esistente presso Santa Croce fu demolita, in vista della risistemazione urbanistica che attorno al V-VI secolo ha interessato tutta la zona con l’edificazione della basilica paleocristiana di S. Vincenzo, eretta in concomitanza con la realizzazione del più antico nucleo episcopale della città.

A quest’ultimo potrebbero appartenere i resti di un edificio a pianta trilobata (quasi sicuramente una chiesa, vista la sua posizione) emersi tra Santa Croce e il lato occidentale di Santa Maria Maggiore, seminascosta al di sotto dello sperone rinascimentale che sorregge lo spigolo Sud-Ovest di Santa Maria, realizzato in seguito al terremoto della metà del 1400.

E’ certo che questo edificio fosse collegato alla chiesa di Santa Maria Vetus, demolita per far posto alla Basilica (1137), nell’ambito della realizzazione del nuovo e più monumentale complesso episcopale di XII secolo; complesso in cui rientra a pieno titolo la costruzione di Santa Croce, che è stata eretta sulle macerie, oggi parzialmente visibili, dell’edificio trilobato.

L’area circostante Santa Croce dopo lo scavo eseguito nel 2004. A) edifici di età romana; B) edificio trilobato; C) acquedotto a cavallo del quale è stata costruita la cappella di Santa Croce; D) sperone rinascimentale a sostegno della Basilica di Santa Maria Maggiore (foto Studio Arch. Calzana)

Non è un caso infatti che Santa Croce, con la sua pianta polilobata richiami l’edificio più antico, dal quale non si discosta molto sia per le dimensioni (10 x 10 metri) che naturalmente per il tessuto murario, essendo probabilmente realizzata reimpiegando i conci piccoli e rozzi in pietra calcarea provenienti dalla demolizione dell’edificio trilobato: questo spiegherebbe anche la difformità, rispetto alla Basilica e a San Vincenzo, del materiale lapideo impiegato.

La struttura a pianta trilobata di età tardoantica, accanto a Santa Croce, è dotata di absidi semicircolari sui lati est, ovest e sud e di un probabile accesso dal lato nord. Le murature, delle quali si conserva ancora parte dell’alzato, sono realizzate con pietre spaccate messe in opera con corsi orizzontali. Il notevole spessore dei muri (80 cm) a fronte di dimensioni esterne relativamente modeste (8 x 6.5 metri) potrebbe indicare un suo sviluppo in verticale

 

Particolare dell’edificio triabsidato di età tardoantica, oggi visibile accanto al tempietto di Santa Croce

La chiesa di Santa Croce, sorta nella seconda metà dell’XI secolo al centro dell’area libera, fu costruita letteralmente a cavallo di un antico acquedotto che sino a pochi decenni fa alimentava la fontana di Antescholis, presso Santa Maria.

Prima di sfociare nella fontana di Antescholis, l’acquedotto tange l’abside meridionale di Santa Croce, sottopassando un arco in muratura

La sua esistenza è posteriore a quella dell’edificio trilobato, ed anteriore alla nuova Santa Maria (del 1137). Il manufatto potrebbe quindi ricollegarsi all’antica canalizzazione in bronzo rinvenuta sotto la sagrestia della Basilica, rafforzando l’ipotesi dell’esistenza di un antico impianto idrico coevo alla chiesuola di S. Maria Vetus (VIII secolo), dove poteva alimentare il fonte battesimale. Mentre non è confermata l’ipotesi che la cappella di Santa Croce fosse chiesa battesimale, nonostante la sua particolare pianta quadrilobata trovi i suoi confronti più pertinenti con altri edifici battesimali (in primis con quelli di Mariano Comense e Biella, datati tra X e XI secolo) e, soprattutto, in assenza di tracce della vasca battesimale.

Di questo acquedotto è stata riportata alla luce una parete in pietre squadrate lunga 20 metri ed alta di 3; il consistente deposito calcareo rinvenuto sul canale testimonia che il manufatto restò in uso molto a lungo.

La ben conservata muratura dell’acquedotto, ad andamento est ovest; il canale vero e proprio è largo 25 cm

 

Il muro dell’acquedotto attraversa il piano inferiore della Cappella di Santa Croce per dirigersi nella fontana di Antescholis, riducendo lo spazio interno della cappella a un triconco asimmetrico con probabile funzione di servizio

Per consentire il collegamento tra la zona nord e quella a sud dell’acquedotto, nella cappella venne realizzata una porta, poi murata ed ancora visibile al suo interno.

La porta tamponata all’interno di Santa Croce

Nel secolo XV, prima che Santa Croce fosse interrata fino alla soglia del piano superiore, per motivi non chiariti l’acquedotto fu dotato di una canalizzazione secondaria che aggirava il tempietto sul lato meridionale, seguendone l’andamento.

La canalizzazione di età rinascimentale che aggirava la Cappella di Santa Crooce

Fu all’incirca in questo periodo (1561) che su iniziativa del vescovo Federico Cornaro vennero realizzati il sopralzo della copertura ed altri interventi che trasformarono l’opera originaria; opera che dagli studiosi datano alla seconda metà dell’XI secolo, individuando per la sua realizzazione una sola fase romanica, se si escludono ovviamente tutte le modifiche subite nel tempo (come ad esempio l’apertura di alcune porte).

Nell’arcata che sovrasta la porta tamponata, un lacerto sopravvissuto ai restauri degli anni Trenta, Si ha notizia che nel 1360 fu promossa la decorazione di Santa Croce dal vescovo Lanfranco

Ritroviamo in Santa Croce l’irregolarità della tessitura tipica del primo Romanico, che conferisce al piccolo edificio un valore e una bellezza particolare, così diversa da quella che si riscontra negli edifici sicuramente databili ai primi decenni del secolo XII: e ciò a partire dal gruppo abisdale della Basilica di Santa Maria Maggiore e dal monastero suburbano di Valmarina, dove si nota la perfetta regolarità e omogeneità dei singoli conci (generalmente di dimensioni maggiori) e della tessitura che ne risulta.

Scorcio sull’interno dell’ambiente superiore di Santa Croce

Nonostante ciò, la chiesa di Santa Croce è nata da una composizione piuttosto complessa di volumi, che ha imposto precise difficoltà di cantiere (come l’inserimento della volta asimmetrica del piano terra): un cantiere incerto nelle sue prime fasi e che sembra aver trovato le proprie soluzioni man mano si è proceduto alla realizzazione dell’opera.

LA DECORAZIONE INTERNA

Nella prima metà del XVII secolo venne realizzata la nuova decorazione sull’intradosso dei semicatini delle absidi, completata nel secolo successivo con quella nelle trombe, nella lanterna e nella Cupola.

Nei catini absidali, attribuiti quasi unanimemente a Cristoforo Baschenis il Giovane (Averara, 1561 – 1626): La Deposizione, Il ritrovamento della croce da parte di S. Elena, Il miracolo attestante l’autenticità della croce, L’imperatore Costantino recante la croce in Roma; dipinti che vengono accompagnati nelle trombe dalle immagini di quattro angioletti muniti di oggetti liturgici.

 

 

Al di sopra dei quattro pilastri angolari sono collocati quattro bassorilievi raffiguranti i simboli degli Evangelisti.

 

Nella lanterna, quattro vegliardi con la mitra vescovile, probabilmente i Padri della Chiesa (S. Agostino, S. Ambrogio, S. Gregorio Magno, S. Girolamo, l’unico rappresentato senza mitria avendo rifiutato l’onore vescovile) e,  nella cupola,  l’affresco raffigurante il Padre Eterno: tutte opere attribuite a Francesco Coghetti.

Il tempietto è quasi sempre chiuso e non visitabile.

 

Note

(1) Non si può comunque escludere che questo apporto di terreno sia in qualche modo da collegarsi con il terremoto della seconda metà del Quattrocento che, proprio in questo punto, richiese la realizzazione del grande sperone di rinforzo (Angelo Ghiroldi, La Cappella di Santa Croce in Bergamo, in “Storia Economica e Sociale di Bergamo – I Primi Millenni – Dalla Preistoria al Medioevo”, vol II. Ed. Castelli Bolis Poligrafiche, Cenate Sotto (Bg), 2007.

(2) “Sponsio privatarum personarum facta coram Ambrosio Bergomati Episcopo”…….in Ecclesia Sancte Crucis …”, ACVB Archivio Capitolare, pergamena 2390, Lupo liber V 975 978. Una successiva citazione si riscontra in un documento rogato dal vescovo Guala nel 1173, dove il tempietto è citato come “Capella Episcopi”, formula generica nella quale si riconosce un implicito riferimento alla chiesa di Santa Croce.

Riferimenti 

A. Cardaci, D. Gallina, A. Versaci, “La Chiesa di Santa Croce in Bergamo”, 2013.

Giuseppina Zizzo, “S. Croce – Bergamo”, Itinerari dell’Anno Mille: Chiese romaniche nel Bergamasco”, Sesaab, Bergamo, 1999, pagg. da 63 a 66.

Angelo Ghiroldi, La Cappella di Santa Croce in Bergamo, in “Storia Economica e Sociale di Bergamo – I Primi Millenni – Dalla Preistoria al Medioevo”, vol II. Ed. Castelli Bolis Poligrafiche, Cenate Sotto (Bg), 2007.

Bibliografia essenziale

– Giuseppina Zizzo, “S. Croce – Bergamo”, Itinerari dell’Anno Mille: Chiese romaniche nel Bergamasco”, Sesaab, Bergamo, 1999, pagg. da 63 a 66.
– Hans Erich Kubach. Architettura romanica. Milano, Electa, 1978.
– Jacques Le Goff. L’uomo medievale. Bari, Laterza, 1999.
– Gian Maria Labaa. San Tomè in Almenno. Studi, ricerche, interventi per il restauro di una chiesa romanica. Bergamo, Lubrina, 2005.
– Lorenzo Moris, Alessandro Pellegrini. Sulle tracce del romanico in provincia di Bergamo. Bergamo, Prov. Bergamo, 2003.
– Raffaella Poggiani Keller, Filli Rossi, Jim Bishop. Carta archeologica della Lombardia: carta archeologica del territorio di Bergamo. Modena, Panini, 1992.
– Carlo Tosco. Architetti e committenti nel romanico lombardo. Roma, Viella, 1997.

Tra Valverde e la Conca d’Oro, nei verzicanti Colli, fra distese di orti e coltivi e bontà locali

Le ortaglie nascoste fra i giardini di Monte Bastia

fotografie di Claudia Roffeni

Nella rigogliosa macchia verde che dalle spalle di Città Alta si allunga fino a toccare il colle di Sombreno, trionfa una minuta orditura vegetale, per lo più addomesticata, che nei secoli ha cesellato i pendii ridisegnandone le forme, in un mirabile equilibrio sospeso tra natura ed artificio.

La trama degli orti e dei coltivi nell’anfiteatro della Conca d’Oro

 

Coltivi lungo la Scaletta delle More

Se verso nord il versante è più boscoso, selvaggio e in prevalenza ombroso, in quello esposto a mezzogiorno, più luminoso e soleggiato, l’uomo ha coltivato per secoli variegate ortaglie, alberi da frutto, olivi, vigneti ed anche gelsi, mentre più in basso biondeggiavano piccoli o grandi appezzamenti di frumento e di granoturco, curati dai mezzadri o da piccoli proprietari che nella bella stagione improvvisavano una “frasca”.

La sella di San Sebastiano, un tempo occupata dalla storica frasca dei Rapizza, circondata da vigneti

Qui gli avventori consumavano quel tanto che la natura elargiva sul posto, accompagnando le saporite pietanze con l’aspro vinello dei colli.

Vigneto sui Colli di Bergamo

 

La vigna ad Astino

 

Vigneto ai piedi dei Torni

Se questi ambienti agresti di lontana memoria sono completamente scomparsi, o nel migliore dei casi rimpiazzati dagli “agriturismi”, fra Città Alta e Colli dominano ancora gli spazi aperti dei giardini, delle ortaglie e dei coltivi, in un meraviglioso intreccio di balze, terrazze e salite innervate da scalette, che si inerpicano in alto, lungo i versanti immersi in un bucolico scenario.

L’incanto dello Scorlazzino con i suoi coltivi

 

Dalla Scaletta di via del Rione

 

Tra la città murata e la Conca del Paradiso l’olivo cresce rigoglioso, felicemente riproposto anche nei terreni sottostanti le Mura

Così è nell’ampia conca che si apre grandiosa sotto le mura, fra la città alta e la Conca d’Oro, e così è nella conca di Astino e ovunque la dolcezza del clima lascia prosperare esemplari tipici dell’ambiente mediterraneo come il fico, il corbezzolo, l’olivo e la vite, coltivata da secoli non solo a mezzogiorno ma anche lungo i terrazzamenti più felicemente esposti del versante settentrionale, come in Valmarina, Valverde e Castagneta.

Il Corbezzolo lungo la scaletta di Colle Aperto in direzione Orto Botanico

 

La maestosità del Corbezzolo lungo la scaletta di Colle Aperto

 

I frutti del Corbezzolo lungo la scaletta di Colle Aperto

Anche i muri e i muretti dei Colli protetti dai venti freddi invernali riservano gradite sorprese, ospitando fra gli anfratti numerose specie spontanee o naturalizzate che dischiudono un mondo meraviglioso: talvolta sconosciuto ma meritevole di cure e di attenzioni.

Una pianta di Cappero in via Sudorno verso i Torni, accanto alla salita gradinata dello Scorlazzone

E non stupisce che sui muri di via degli Orti in Borgo Canale – la conca “contadina” per eccellenza – oppure nella vicina via Sudorno, si trovino grandi esemplari di Cappero, riconoscibilissimo dagli splendidi festoni che si dischiudono nella maturità dell’estate.

Un primo piano sul Cappero di via degli Orti

 

Foglie di Cappero, in via degli Orti

 

Via degli Orti: pianta di Cappero

Proprio sui muretti che sostengono i terrazzamenti sparsi qua e là lungo il reticolo dei colli, trovano ospitalità molte specie di tipo mediterraneo, come le borraccine e la cedracca, una felce dalle fronde carnose coperte sulla pagina inferiore da squame argentee.

Un arbusto di lavanda sul muretto della Scaletta di via del Rione

 

Fioriture spontanee lungo la Scaletta di via del Rione

Nella parte bassa dei muretti possiamo facilmente incontrare il finocchio selvatico, dalle foglie aromatiche e capillari, la rucola, la campanula siberiana, la pervinca maggiore ed anche numerosi tipi di aglio, che si accompagnano alle vistose fioriture del geranio sanguineo, alla salvia dei prati e al verde dorato di numerose graminacee, indicatrici di habitat macrotermici.

Flora spontanea lungo il sentiero di via del Rione, presso le Case Moroni

 

Sui Colli di Bergamo non è infrequente incontrare alberi da frutta, anche spontanei, che in primavera regalano delicate fioriture

 

Rosmarino

Se percorrete il sentiero della Madonna del Bosco nella tarda primavera, ai piedi del muro di cinta del giardino di Villa Bagnada potrete notare ciuffi di profumata melissa e generose macchie di erba cipollina, mentre fra i rovi del lato opposto fanno capolino grovigli di teneri loertis, germogli di luppolo creduti “asparagi selvatici”: quelli veri, da guardare e non toccare, se ne stanno nei paraggi, ben nascosti al centro di cespugli di pungitopo, il sempreverde dalle bacche rosse la cui raccolta è vietatissima.

Villa Bagnada, sul versante meridionale della Madonna del Bosco, costeggiata da un sentiero boschivo

L’olivo prospera soprattutto verso ovest, ben esposto anche sulle larghe terrazze secolari di Astino, dove rappresenta un vero e proprio ritorno dal momento che qui esisteva il podere Monte Oliveto, in linea con la lunga tradizione sui colli di Bergamo.

L’impianto attuale dell’oliveto di Astino, disteso sui terrazzamenti, è formato da circa 130 piante, di cui le più vecchie hanno 15 anni e discendono da un progetto LIFE del Parco dei Colli. L’oliveto è affidato all’Associazione Interprovinciale Olivicoltori Lombardi ed è condotta dall’Azienda Agricola Il Castelletto

 

Nella Conca di Astino esisteva il podere Monte Oliveto, in linea con la lunga tradizione sui colli di Bergamo

Con tutte le varietà coltivate – in prevalenza Leccino, Sbresa e Frantoio, cui si aggiungono esemplari di Pendula del Sebino, Pendulino, Maurino e Muraiolo – si produce l’olio D.O.P. Laghi Lombardi, un olio naturalmente biologico, fruttato e leggero, che profuma di erba fresca lasciando un retrogusto sia di mandorla verde che degli aromi che vi crescono intorno.

Veduta sulle coltivazioni della Conca di Astino, con al centro il monastero vallombrosano

LA CONCA D’ORO

Passeggiare nel tripudio degli orti distesi lungo le terrazze della Conca d’Oro è un’esperienza unica. L’ampio anfiteatro che si apre a occidente della città, tra il crinale di Sant’Alessandro e la selvosa punta di San Matteo – che s’intravede da lontano coi suoi cipressi francescani -, regala all’avventore emozioni uniche.

La Conca d’Oro, distesa tra i contrafforti di Borgo Canale e il Colle della Benaglia, è sorvegliata amorevolmente dal colle di San Vigilio e dalla Bastia

Le sue verzicanti pendici sono coltivate da tempo immemore riportando alla mente le ceste ricolme di ortaggi portate dai contadini lungo le scalette che innervano la conca: Santa Lucia Vecchia, Paradiso, Fontanabrolo e scaletta delle More, sovrastate lungo il versante che sale a Sudorno e a San Vigilio rispettivamente dallo Scorlazzino e dallo Scorlazzone: ben sei – non c’è che dire -, cui andrebbero aggiunte la Ripa Pasqualina – che raccorda Astino a Sudorno – e la brevissima scaletta Bellavista!

Orti nella Conca d’Oro

Lungo queste splendide architetture gradinate dal tipico selciato dei colli, andavano su e giù i contadini trasportando il raccolto gelosamente coltivato fra i muriccioli a secco, a volte con l’aiuto di animali da soma; il rudimentale ma efficace sistema di raccolta delle acque garantiva l’apporto necessario per le coltivazioni.

Lungo la Scaletta delle More – Conca d’Oro

Sono davvero poche le zone della Lombardia che oggi possono reggere il confronto con tali bellezze e con il numero pressoché infinito delle mete tanto sospirate da bergamaschi e da turisti, che nella loro quiete e frescura trovano il meritato riposo e refrigerio alla canicola dei periodi estivi, godendo ad ogni piè sospinto di scorci mozzafiato.

Ortaglie e coltivi nella Conca d’Oro, ai piedi di Borgo Canale

 

Le serre al di sotto di via degli Orti

Volendo salire sul cocuzzolo di San Vigilio in un tardo pomeriggio spazzato dal vento, si può godere di quei tramonti rosseggianti e lasciarci il cuore. Da lì, sembra quasi di toccare con la mano la punta del Monviso e il profilo del Monte Rosa, che si staglia maestoso sulla linea dell’orizzonte: quegli stessi tramonti che ammaliarono Hermann Hesse quando, agli inizi del Novecento, venne in visita a Bergamo. E, naturalmente, con le cupole e le torri di Città Alta.

E fu proprio qui, nella conca protetta dal “tramontano” – il più vivo, rigido e molesto dei venti a Bergamo – che fu scelto di costruire negli anni Trenta il grande Nosocomio affacciato sulla splendida teoria dei palazzi severi, dalle chiese maestose e dai campanili solenni che profilano il paesaggio collinare.

L’Ospedale Maggiore, ai piedi della Conca d’Oro

Prima d’allora, la Conca d’Oro era una distesa agricola ricca di cascine ed orti, con biondi campi di grano, gialli spazi di ravizzone, giallo oro di gelsi in autunno, rogge correnti d’acqua e fonti: una valle caratterizzata dalla mitezza del clima per la fortunata esposizione; uno dei territori più ameni e fecondi che alla fine dell’Ottocento circondavano la città.

Una distesa di grano nella Conca d’Oro. Le colture dei grani erano frequenti sui ripiani delle balze e negli appezzamenti dello zoccolo posto alla base dei Colli (Racc. Gaffuri)

Soprattutto a ponente, grazie al particolare microclima di questo versante baciato dal sole, permangono numerosi appezzamenti che ammiriamo dai Torni e dalle stesse Mura, con le splendide geometrie di colture radenti il suolo, con le pezzature cromatiche di grande effetto e gli olivi ormai decennali, dediti alla produzione di olio EVO di ottima qualità.

Alberi d’Olivo dalla Scaletta delle More

 

Oliveto all’imbocco della Scaletta di Fontanabrolo

 

Oliveto all’imbocco della Scaletta di Fontanabrolo

Sono, questi, i pendii che verdeggiano anche a dicembre, colpiti dal sole basso sull’orizzonte che aiuta le colture nelle ampie ortaglie storiche lungo via San Martino della Pigrizia e Borgo Canale e che danno ancora reddito alle ultime famiglie depositarie di uno dei pochi prodotti tipici locali: la Scarola dei Colli, una particolare insalata che si raccoglie d’inverno sui pendii soleggiati di San Martino alla Pigrizia.

La Scarola dei Colli di Bergamo (a destra dell’immagine), è coltivata a pochi passi dalle mura della Città Alta, in una conca che ancora mantiene un’impronta rurale

Ad esse si alternano coltivazioni floreali che trovano immediato smercio presso i fioristi in città o al mercato ortofrutticolo presso la Celadina, anche se è incessante l’approvvigionamento dalla riviera ligure delle plantule più comuni da crescere: geranei, violette, begonie o roselline perfette per un bouquet da sposa.

LA SCAROLA GIGANTE DEI COLLI DI BERGAMO: CHIARA, DOLCE E CROCCANTE

Appena fuori le mura veneziane si produce ancora la Scarola Gigante bergamasca, che ha trovato fortuna nella Conca d’Oro, dove in inverno riluce sui larghi fazzoletti di terra.

Per vederli, si oltrepassa la cinquecentesca porta Sant’Alessandro percorrendo via Borgo Canale fino a via San Martino della Pigrizia al civico 2, dove si prende una stradetta acciottolata da Giuseppe Bonacina in persona, da tutti conosciuto come Bepi: uno dei pochi produttori rimasti, insieme al figlio Michele, che da 75 anni porta avanti l’attività con i cugini Martino, Franco e Angelo Viscardi.

Le coltivazioni di Scarola in via San Martino della Pigrizia, a fianco della Scaletta delle More

E’ grazie a loro se possiamo ancora ammirare lo spettacolo dei verdi campi di indivia scarola, un ortaggio a rischio di estinzione, oggi tutelato da un disciplinare nel quale l’aggiuntiva “dei Colli” è permessa solo per il prodotto coltivato all’aperto sui colli della città.

Le coltivazioni di Scarola in via San Martino della Pigrizia, a fianco della Scaletta delle More

 

La scarola dei Colli di Bergamo si distingue dalle altre varietà in commercio per il particolare processo di imbiancatura delle foglie interne

A rendere unica questa prelibatezza che trova le sue origini intorno a Bordeaux, in Francia, il sapere antico dei contadini locali e un mix di fattori ambientali, e cioè l’esposizione ottimale che la protegge dai freddi venti invernali tenendola al sole dalle otto alle cinque della sera; il terreno non argilloso ma ricco di sassolini che le permettono di stare per quattro lunghi mesi in campo aperto, senza ghiacciare.

Per poter crescere e prosperare infatti, la Scarola Gigante dei Colli di Bergamo ha bisogno di tanto freddo, per questo la si pianta, a seconda del clima, tra fine agosto ed inizi ottobre e la si lascia nel terreno per almeno quattro mesi. Il suo segreto è quindi restare al freddo il più possibile, tanto che la scarola di gennaio o di febbraio è sempre la più buona.

E’ proprio questa lunga permanenza all’aperto, insolita per un’insatata, a permetterle di iniziare ad acquisire il tipico sapore profondo.

Ma ciò che la rende speciale è la messa al buio per 7-12 giorni dopo la raccolta: o disponendola sotto terra coperta da teli oppure, come fa Giuseppe, riposta sotto “materassi” di fieno all’interno di una serra o di una cantina, dove subirà quel singolare processo di imbianchimento che renderà il suo cuore candido più fragrante e croccante e il sapore delicato: una scoperta avvenuta casualmente nel Dopoguerra e di cui oggi ringraziamo Giuseppe Bonacina (coadiuvato dalla paziente moglie Maria) nonché gli zii, pionieri di questa antica tecnica di produzione a mano, imitata da tutti gli ortolani che in gran numero lavoravano ed abitavano qui, in collina.

Dopo la raccolta, viene lavata e venduta all’ingrosso fin quasi a primavera, a circa 3 euro al kg.

Il modo migliore per apprezzarne il sapore è consumarla fresca, solo con olio, sale e aceto, magari accompagnata da un buon formaggio locale. Altrimenti si può gustare anche cotta, quando rilascia quel suo gusto così deciso: dalle torte salate, alle minestre, ripiena, sulla pizza, o servendola con polenta e maiale o con formaggio Branzi, prodotto d’eccellenza tipico della Val Brembana

Ma grazie al favorevole microclima, su questi terrazzamenti prosperano anche zucchine, fagiolini, cetrioli bianchi e teneri cornetti gialli: una delizia per il palato.

L’OLIO DELLE MURA VENEZIANE A VALVERDE: POCO MA PREZIOSO

La cascina Cerea a Valverde

Anche se l’olivo trova maggior fortuna a sud, agli esemplari citati sotto le mura o ad Astino vanno aggiunti quelli piantati più recentemente dall’azienda agricola della famiglia Cerea a Valverde, che si affiancano alla tradizionale coltivazione della vite.

Il pendio di Valverde in un’immagine di repertorio

A Valverde la tradizione resiste a dispetto dei cambiamenti che hanno portato al graduale abbandono delle famiglie contadine dal dopoguerra in avanti: qui, in questo paradiso verdeggiante che ha per sfondo la Città Alta dominata dall’altissima Torre del Gombito, sono ormai cinque generazioni che la famiglia Cerea, titolare dell’omonima azienda, continua a lavorare la fertile terra che si estende all’ombra delle mura veneziane, dove i fratelli Giuseppe (65 anni), Arcangelo (69), Giancarlo e Lucia ricavano del buon vino rosso, olio extravergine d’oliva di qualità ed anche un po’ di frutta.

Coltivi tradizionali a Valverde, ai piedi delle mura veneziane e attorno alla porta di San Lorenzo

Un tempo, era il padre degli attuali titolari ad occuparsi di tutto: della terra, delle mucche e dei maiali. Oltre alla vigna, sulle balze che arrivano sin quasi a toccare Porta San Lorenzo prosperavano il grano, il granoturco e tantissimi gelsi per i bachi da seta; gelsi con frutti bianchi leggermente aciduli e frutti neri, di cui non è rimasta nemmeno l’ombra.

Oggi, sono soprattutto i fratelli Arcangelo e Giuseppe ad occuparsi dell’azienda, coadiuvati da parenti e amici nei periodi di maggior lavoro.

Un’incredibile distesa di gelsi nella valletta di Valverde (Racc. Gaffuri)

L’ettaro scarso dello storico vigneto terrazzato all’ombra di San Lorenzo è coltivato dai Cerea dal lontano 1871, da quando la famiglia è proprietaria della “Cà de Sass”, la vecchia cascina costruita per lo più con sassi e pietre ed oggi abitata da uno dei quattro fratelli.

La cascina Cerea a Valverde, in via Maironi da Ponte 2, era in origine più piccola e apparteneva ai conti Roncalli, che detenevano le case di Colle Aperto. L’edificio è noto anche come Ca’ del Sòi, per essere stato in passato sede di una storica lavanderia grazie alla presenza di un rio che lambisce le vicinanze

Nel 1998 l’azienda ha reimpiantato solo filari di uve rosse, ricavando annualmente circa 25 quintali di uva, pari a 3 mila bottiglie.

L’oliveto e il vigneto di Valverde

Tre le tipologie di vino prodotte: Merlot in purezza, Cabernet Sauvignon in purezza e l’etichetta derivante dalla vecchia cascina: il Cà de Sass, un taglio bordolese dei due vini, la cui formula è quella del Valcalepio Rosso.

Lo storico vigneto della famiglia Cerea

Parte della produzione viene consumata in famiglia o da amici mentre il resto, etichettato a mano, è venduto a conoscenti.

Alcune immagini della vendemmia a Valverde nel 1990, all’ombra di Porta San Lorenzo, dove la famiglia Cerea conduce l’attività agricola da cinque generazioni

Dal 2000, a far compagnia al vigneto e agli alberi da frutto posti ai piedi della “Montagnetta” vi sono 150 piante di olivo, poste amorevolmente in una zona che, a detta degli esperti, si presta a tale coltivazione. Le piante messe a dimora sono di diverso tipo: Leccino, Pendolino, Frantoio, Leccio del corno, Grignano e la Sbresa, una varietà autoctona bergamasca messa a dimora in epoca più recente.

L’oliveto di Valverde, ai piedi del baluardo di San Pietro, parte del Forte di San Marco Inferiore

Per poter cogliere le olive da frangere occorrono 6-7 anni da quando l’olivo viene piantato: il tempo necessario per provare a produrre un olio tutto targato Bergamo, com’è nelle intenzioni dell’azienda oggi tutelata dal Consorzio del Parco dei Colli.

L’oliveto di Valverde

Per ora, dalle preziose olive, tutte raccolte a mano e frante a poche ore dalla raccolta, si ottiene poco olio di alta qualità, che viene imbottigliato con l’etichetta “Mura Venete”.

L’etichetta dell’olio Extra vergine d’oliva prodotto dall’azienda agricola Cerea, di Valverde, facente parte della cooperativa olivicoltori bergamaschi. Le olive vengono portate al frantoio Il Castelletto di Scanzorosciate, l’unico nella provincia di Bergamo. Dopo la frangitura l’olio viene conservato in contenitori di vetro o d’acciaio a una temperatura tra gli 8 e i 16 gradi; dopo circa un mese viene filtrato ed è pronto al consumo per dicembre. Per mantenere le sue migliori caratteristiche, andrebbe consumato entro 18 mesi dalla frangitura

Una “chicca” tutta targata Bergamo.

Alla scoperta di piazza Mercato delle Scarpe

Osservando Piazza Mercato delle Scarpe da subito si coglie il carattere tipico della città, frutto della sovrapposizione e della compresenza di edifici di epoche diverse: il Duecento per le case torri di via alla Rocca, il Trecento per l’antica fontana vicinale e il palazzo della funicolare, il Quattrocento per la cisterna, il Cinquecento per la chiesa di San Rocco (eretta in luogo del quattrocentesco Tribunale dei Mercanti) e il Settecento di Palazzo Gavazzeni.

La piazza ha avuto nei secoli una funzione di primaria importanza in quanto rappresenta uno degli snodi chiave della viabilità all’interno del nucleo antico, essendo da sempre – data la morfologia del colle – punto di convergenza delle due direttrici principali che si diramano verso la pianura: verso Brescia e Venezia ad est, attraverso l’attuale via di Porta Dipinta – dove sorgeva la porta di levante – e verso Milano ad ovest, attraverso l’attuale via San Giacomo, dove sorgeva la porta di mezzodì: le due porte pertinenti la cinta muraria romana, la cui esistenza è attestata da una lastra in pietra di Zandobbio rinvenuta nel 1874 presso la chiesa di Sant’Andrea: l’iscrizione (I/II sec. d.C.) si riferisce alla spesa sostenuta da Crispus e dalla moglie Sedata per la costruzione di due porte e del probabile muro intermedio (1).

Via San Giacomo. Lo scheletro principale dell’attuale reticolo viario di Città Alta può ritenersi in tutto simile a quello arcaico e romano. Il suo disegno è in prevalenza dettato da un morbido adattamento alla forma del colle; la sua orditura si estende secondo trame che ricordano quelle di una foglia in cui le innervature principali rappresentano le vie per Milano (via San Giacomo), Brescia e la Valle Seriana (vie Porta Dipinta, Pignolo e San Tomaso), Valle San Martino e Como (via Borgo Canale), Valle Brembana (via e porta San Lorenzo): il collegamento con il territorio da cui la città trae alimento

Sviluppandosi all’estremità meridionale dell’antico decumano (asse viario principale della città) e ai margini del pianalto, la sua ampiezza doveva essere ben maggiore – non esistendo l’attuale Palazzo della Funicolare -, giungendo secondo Luigi Angelini sino alla linea della cinta murata che fiancheggiava l’antico vicolo degli Anditi (che si trovava al di sotto dell’attuale terrazza-restaurant del Palazzo della Funicolare, venendo poi tagliato dal percorso della funicolare): vale a dire ad oltre quaranta metri dal filo attuale.

Nel tondo, le cinque arcate dell’antico vicolo degli Anditi nella veduta di Alvise Cima (sovrimpresso in nero il tracciato delle mura veneziane). Si tratta di un percorso di ronda (ora quasi totalmente chiuso) facente parte della muraglia difensiva medioevale, tagliato dal percorso della funicolare alla fine dell’800 e di cui restano solo alcuni avanzi di muratura ad arco, appena visibili dietro le recinzioni di giardini privati. Data la conformità della collina, le mura  romane non dovevano essere molto distanti

In Età Comunale (nel periodo compreso tra XII e XIV secolo), dopo anni di degrado e sciacallaggio la città compì un radicale rinnovamento che toccò tutti i settori del vivere e dell’organizzazione, compreso quello della sicurezza e della difesa.

Il vicolo dei Franchetti, facente parte della strada degli Anditi

La posizione strategica e la contiguità con la centralissima (ed affollata) vicinia di San Pancrazio, di cui faceva parte, influì notevolmente sulla vivacità commerciale di piazza Mercato delle Scarpe così come sull’espansione dell’edificato che andava addensandosi immediatamente fuori le porte.

Piazzetta S. Pancrazio, antica corte altomedioevale, in cui si ritiene risiedessero le alte cariche longobarde tra il VI e l’inizio dell’VIII secolo nonché importante vicinia in epoca medioevale. Intorno al 1263 e nello Statuto cittadino del 1331 (che definisce nel dettaglio i singoli confini) la vicinia di San Pancrazio comprendeva tutta la zona intorno al crocicchio del Gombito, l’attuale Piazza Mercato delle Scarpe, via Solata, la piazza Mercato del Fieno (dove si trovava una fontana coperta) oltre naturalmente alla chiesa vicinale, in origine più piccola e diversamente posizionata. Quasi sempre adiacenti a stradette strette ed affollate, le piazze, cuore pulsante della vicinia, non erano solo luogo di mercato ma offrivano maggiori possibilità di passeggio e di incontro nel caotico viavai cittadino, oltre che occasione di confronto politico

 

In età medioevale lo sviluppo dell’edificato appena fuori le porte della città  richiede la realizzazione di “rezzetti”, vale a dire addizioni murarie, dotate di torri di cinta e porte-torri, che recingono le espansioni, divenute ormai consistenti. E’ questo il caso del rezzetto di Porta Sant’Andrea, lungo la strada orientale, mentre la breve espansione a Sud che comprende l’attuale parte iniziale di via San Giacomo è da intendersi come riallineamento e razionalizzazione del muro cittadino, che da porta Santo Stefano si riattesta a mezzogiorno, a porta San Giacomo, dando luogo alla nascita della vicina di San Giacomo della Porta

 

Giuseppe Rudelli, Le mura di S. Andrea

 

Lungo le Mura di Sant’Andrea, sulla strada orientale,  (Racc. Gaffuri)

Per il carattere strategico della sua posizione, che l’ha resa nei secoli punto d’afflusso della vita di Bergamo, piazza Mercato delle Scarpe è ritenuta primo ed unico mercato dell’antichissima città ed è ancor’oggi il polo generatore da cui si irradia la tessitura viaria disposta sul mosso declivio, il punto d’accesso per i turisti che giungono in Città Alta salendo da via Porta Dipinta o da via San Giacomo, mentre per via Gombito o per via Donizetti, per l’antica via Pendezza, per via Rocca o per via Solata si sale verso i quartieri alti della città.

Un polo tanto antico da guadagnarsi la denominazione di Forum (che ancora ritroviamo nello Statuto del 1331), affermatosi quando l’area su cui insisteva l’antico Foro romano non era ancora occupata dai grandi edifici pubblici dell’età comunale e quando la dimensione dell’abitato doveva apparire ancora modesta, sebbene già sviluppata nei rioni extra moenia o nei casolari dell’ambito agricolo circostante.

Piazza Mercato delle Scarpe nel 1920, ritenuta una delle più antiche piazze della città. La  limitata estensione è tipica delle piazze dell’Europa medioevale, dove neppure le cattedrali avevano dinanzi a sé superfici libere molto estese

Ricordata da Mosè del Brolo nel suo Pergaminus (1120-1130) e presto nominata Mercato Vecchio, nell’altomedioevo, era sede di un mercato nundinario, come si evince da un testamento del 928 in cui il vescovo Adalberto lascia ai Canonici di San Vincenzo, oltre ai redditi derivanti dalla fiera di S. Alessandro, anche i proventi di questo luogo di commercio, aperto nei giorni di sabato alle vendite e agli scambi (2).

Gli antichi statuti comunali prevedevano che nelle osterie non ci potesse essere più di un venditore salvo che si trattasse di esercizio tenuto in casa propria, in questo caso l’oste poteva essere aiutato dal figlio o dal fratello. Agli osti era fatto obbligo di vendere il vino con le misure imposte dal comune e chi avesse rifiutato di vendere nei limiti delle prescrizioni comunali era severamente punito; la vendita di vino inoltre non era permessa dopo il terzo suono della campana

Come centro vitale di scambi e di commerci il Mercato Vecchio aveva intorno edifici di attività commerciale, che potevano essere botteghe stabili (staciones) ricavate tra i portici chiudendo lo spazio tra una colonna e l’altra, “stalli” realizzati con assi di legno, banchetti oppure “dischi”, appartenenti alla vicinia, cui potevano aggiungersi delle strutture provvisorie, dove si commerciavano sia generi alimentari o comunque beni di prima necessità e merci più preziose.

Fruttivendolo sotto i portici: continua la vocazione commerciale del Mercato delle Scarpe (Ph Giuseppe Preianò)

Lo Statuto del 1263 informa che a sud della piazza sorgeva la Domus Calegariorum, la sede del Consorzio dei Caligari (Calzolai), ancora esistente nel 1331 al posto dell’attuale palazzo della Funicolare; in atti successivi rileviamo che in quella domus era ospitato anche il Paratico dei Beccai, ovvero dei Macellai.

Ed è possibile che queste corporazioni si riunissero in assemblea  presso l’aula della cattedrale di San Vincenzo,  utilizzata anche per i più diversi usi profani (adunanze dell’assemblea del Comune di Bergamo e di altri comuni della provincia; assemblee delle corporazioni o di associazioni; rogiti degli atti  notarili).

In epoca comunale le assemblee delle corporazioni (mestieri) si tenevano presso l’aula della cattedrale di San Vincenzo, utilizzata anche per i più diversi usi profani

Centro vitale di scambi e di commerci, il Mercato Vecchio era servito da una fontana trecentesca, con un arcone aperto sulla piazza.

Piazza Mercato delle Scarpe nel 1962, prima delle operazioni di recupero delle strutture essenziali della “Fontana Seca”, una sorgente-fontana romanica

Alimentata da una propria sorgente, è chiamata in documenti settecenteschi “Fontana secca” in quanto la modesta vena che scendeva dalla Rocca era esaurita ormai da tempo.

La Fontana o Fonte Seca (secca) fu incorporata dal 1491 nell’edificio del Tribunale dei Mercanti, distrutto nel Cinquecento per l’erezione di una cappella presto trasformata nella chiesa di San Rocco. Dopo aver ospitato un’installazione luminosa è oggi utilizzata come vetrina espositiva, mentre l’ambiente attiguo, oggi occupato dalla biblioteca rionale Gavazzeni, è ricordato intorno al 1775 come bottega di spezieria (Pasta, Pitture notabili in Bergamo)

 

Interno della trecentesca Fontana Seca

 

Prima delle operazioni di recupero delle strutture essenziali nel 1970, lo spazio della Fontana Seca è stato utilizzato anche come banco del lotto (Ph Giuseppe Preianò)

Analogamente, la vicinia di San Pancrazio aveva una sua fontana vicinale, ricordata dal Mazzi in luogo dell’attuale fontana cinquecentesca, e pure le vie Porta Dipinta, San Giacomo e Donizetti erano dotate di una propria fontana, che prendeva il nome dalla chiesa vicinale (chiese poi sostituite da edifici più imponenti). Con l’entrata in funzione dei moderni acquedotti nel 1880 per eliminare la piaga endemica del tifo, il loro impiego pratico quotidiano è venuto meno.

Fontana vicinale di San Giacomo, ancora esistente sotto la porta medioevale che collegava il traffico commerciale dalla pianura all’alta città

 

La Fontana di Sant’Andrea in via Porta Dipinta, risalente alla fine del XIII secolo, serviva all’approvvigionamento della vicinia di S. Andrea

 

Fontana vicinale di San Cassiano, in via Donizetti. Dal partitore del Mercato del Pesce l’Acquedotto Magistrale proseguiva il suo percorso al di sotto di via Donizetti, alimentando varie utenze e la fontana medioevale, con piccola cisterna, posizionata sul lato sinistro della via per chi scende verso la città nuova. L’acqua poteva essere prelevata da un rubinetto ora scomparso

DALLA DOMUS CALEGARIORUM A PALAZZO SUARDI

Intorno al 1353, sull’area già occupata dalla Domus Calegariorum et Becariorum Guidius de Suardis, che aveva ereditato dal padre il titolo di Conte Palatino (3) fece costruire l’attuale Palazzo della Funicolare, passato poco dopo alla famiglia Rota che lo rifabbricherà nelle forme attuali. Nell’Ottocento, divenuto proprietà del Comune, vi verrà realizzata la stazione superiore della funicolare per il collegamento fra la città alta e quella bassa (4).

Il palazzo edificato da Guidino Suardi a sud di Piazza Mercato delle Scarpe e rifabbricato nelle forme attuali dalla famiglia Rota, divenuto sede della stazione superiore della  funicolare. E’ caratterizzato dalle classiche aperture comunali alla base una per l’ingresso principale e le altre, probabilmente, per i negozi o i magazzini

In virtù della carica di Conte Palatino, ai Suardi e ai loro discendenti erano state accordate funzioni giudiziarie del più alto grado; funzioni – scrive il Mazzi – che potevano esigere una procedura di citazioni, come allora si usava, proclamate in pubblico in luoghi determinati.

Il Campanone, la torre cittadina per antonomasia, fu costruito dalla potentissima famiglia ghibellina dei Suardi durante le crude guerre di fazione, entrando poi in possesso del Comune di Bergamo. La sua architettura grezza e sommaria è tipica delle opere difensive gentilizie costruite in quel periodo

Per questa ragione Guidino Suardi costruì il palazzo, lo dotò di quello strano balconcino che ancor’oggi si vede sotto la finestra centrale della facciata – da cui annunciava sentenze e proclami – e pose al centro l’affresco con lo stemma della nobile casata, accesa sostenitrice del partito ghibellino dal Duecento in poi.

Dettaglio del palazzo eretto da Guidino Suardi in Mercato Vecchio (attuale piazza Mercato delle Scarpe). La ripresa risale alla fine dell’Ottocento

Nel cartiglio affrescato sulla facciata del palazzo è scritto: “VIM VI REPELLERE LICET” (è lecito reprimere la forza con la forza).

L’affresco riproduce lo stemma della nobile casata dei Suardi e l’effigie di Guidino Suardi con il copricapo rosso, posta dietro lo stemma del suo casato; attorno al cartiglio la scritta “VIM VI REPELLERE LICET” (E’ lecito reprimere la forza con la forza); sotto lo scudo spaccato con un aquila nera imperiale in campo giallo sopra e sotto un leone rampante campo rosso

L’edificio, che allora come oggi si sviluppava sulla piazza, sovrastava a sud le arcate di via degli Anditi, aveva un cortile centrale e, a meridione, altri corpi di fabbrica che sostituirono o inglobarono le case dei Terni.

Com’era il fronte sud del palazzo prima del rinnovo dell’arrivo della Funicolare. E’ ancora   visibile l’antico passaggio di ronda dell’antica via degli Anditi. Su questo versante, il palazzo primitivo aveva altri corpi di fabbrica che sostituirono o inglobarono le preesistenti case dei Terni

Proprio sul versante meridionale, il ritrovamento di un affresco quattrocentesco rivela che al primo piano del palazzo verso la pianura doveva esistere un ambiente dedicato alla preghiera, forse una cappella privata. Il soggetto, la Trinità con Cristo Crocefisso (verosimilmente un’immagine dedicatoria dipinta con tratto spontaneo da un buon artista, probabilmente  locale), riprende una tematica diffusasi nel XV secolo con Masaccio, rivelando con ciò una committenza colta. I fregi laterali e le affascinanti decorazioni presenti sulla parete ovest al piano terra dell’edificio, dovevano già esistere quando fu realizzata l’immagine sacra.

L’impianto medievale del palazzo è immediatamente riconoscibile nelle cinque arcate affacciate sulla piazza.

Il palazzo edificato da Guidino Suardi nel 1353, dalla fine dell’Ottocento stazione superiore della Funicolare, nel 1901. Ancor’oggi, con il suo aspetto severo di antico edificio, il palazzo conferisce alla piazza un’impronta di netto sapore medievale

L’effetto sfondato dato dalle scure imposte riecheggia la memoria dell’antico portico degli Orefici, dove sorgeva la bottega della famiglia Bustigalli.

Piazza Mercato delle Scarpe in una ripresa del 1910. Nella città medioevale i portici erano frequentissimi, soprattutto nelle piazze davanti alla chiesa vicinale ma anche ai crocicchi delle strade, costituendo insieme alle chiese la più rilevante fonte di reddito delle vicinie

E non è un caso che l’attigua vicinia di San Pancrazio, che nel medioevo costituiva un il ricco cuore mercantile della città, fosse detta “via degli orefici” (di cui S. Pancrazio era il protettore), per il gran numero di officine artigiane e di botteghe dedite a tale tipo di attività.

GUIDINO SUARDI E L’AFFRESCO DELL’ALBERO DELLA VITA IN S. MARIA MAGGIORE

Il Conte Palatino Guidino Suardì è l’autorevole personaggio inginocchiato ai piedi dell’affresco dell’Albero della vita (che egli stesso commissiona nel 1347) nella basilica di S. Maria Maggiore, dove occupa l’intera parete meridionale del transetto della chiesa, mentre la parte superiore è oggi nascosta da un dipinto secentesco di Pietro Liberi.

L’affresco dell’Albero della vita (oggetto della predicazione di San Bonaventura) nella basilica di Santa Maria Maggiore (basilica che costituiva una “chiesa doppia” con la cattedrale di San Vincenzo)

L’identità del personaggio ritratto nell’affresco è rivelata da un’iscrizione: “Dominus Guidius de Suardis”, uomo nobile e profondamente religioso, che ha ordinato l’esecuzione dell’affresco per sua devozione e, a sottolineare le proprie possibilità economiche, “suisque expensis”, a sue spese.

Fra le diverse immagini dei Santi raffigurati nell’Albero della vita, appare, ai piedi dello stesso il ritratto a figura intera di Guidius De Suardis inginocchiato, di dimensioni inferiori rispetto ai Santi, ad indicare un minor grado di dignità. Tuttavia, la rappresentazione di profilo secondo le convenzioni pittoriche del tempo attribuisce autorevolezza al personaggio, reso perfettamente riconoscibile dal meticoloso realismo del volto. Secondo la moda del tempo, l’abito presenta le sontuose maniche bordate di pelliccia, il cappuccio rifinito dal becchetto, un basso cinturone e una borsa, simbolo di ricchezza

Il fatto stesso che potesse disporre di un’intera parete della maggiore chiesa cittadina, la cappella civica voluta dal Comune, non lascia dubbi sulla considerazione di cui godeva presso le autorità civili e religiose del suo tempo (5).

Scritta apposta all’Albero della vita

PIAZZA MERCATO DELLE SCARPE, LA FONTE SECA E LA CAMERA DEI MERCANTI

E fu proprio alla fine del Trecento che la piazza acquisì l’attuale denominazione di Mercato delle Scarpe, in un periodo in cui le vie e le piazze, nei vari settori cittadini, erano nominate a seconda dei differenti caratteri merceologici che vi si svolgevano.

Ancor’oggi, le piazze dislocate lungo le attuali vie Gombito e Colleoni, asse viario principale della città, mantengono la loro spiccata vocazione commerciale, distinte per singoli settori merceologici: oltre a Piazza Mercato delle Scarpe, il Mercato del Fieno, il Mercato del Pesce  e Piazza del Lino, oggi Mascheroni

Solo per qualche tempo, scrive l’Angelini, la piazza prese il nome di Mercato delle Biade, forse per il mutato genere dell’attività commerciale che vi si svolgeva, e che poi che passò in un apposito fabbricato nella zona della Fiera, come appare in una nota incisione ottocentesca di Giuseppe Berlendis.

A sinistra il mercato delle granaglie in Piazza Baroni nei pressi della Fiera (costruito nel 1821 al posto del “tezzone” del salnitro) ed abbattuto nel 1838 per la costruzione della Strada Ferdinandea, attuale Viale Vittorio Emanuele II (incisione di Giuseppe Berlendis)

Dal 1491, nell’angolo a nord della piazza, sopra la Fonte Seca comparve la sede della Camera dei Mercanti, istituzione volta a regolare le attività di scambio in città, a riconferma della vocazione sostanzialmente commerciale della piazza stessa.

Spesso ricordata come Tribunale dei Mercanti, fin dal Quattrocento  incrementava la funzione giurisdizionale dei Consoli mercantili (giudici a tutti gli effetti, cui rivolgersi per ogni tipo di controversia commerciale), affiancando già dal secolo successivo il Podestà nell’amministrazione della città. In epoca napoleonica si evolse in Camera di Commercio e dopo aver mutato più volte sede trovò una sistemazione definitiva nella Città Bassa.

Ma in seguito all’epidemia di peste che aveva colpito la città nel 1513,  il locale occupato dalla Camera dei Mercanti fu trasformato in cappella come ex-voto alla Madonna, e la sede della Camera trasferita altrove. Solo dopo varie trasformazioni e vicissitudini la primitiva cappelletta fu dedicata a San Rocco,  invocato soprattutto contro la peste.  Dopo una lunga serie di traversie, venne definitivamente sconsacrata nel 1927, trovandosi oggi in condizione di notevole degrado ed abbandono.

L’ex chiesa di S. Rocco, inizialmente dedicata alla Madonna, sorge in luogo dell’antico Tribunale dei Mercanti, edificato sull’arcata della Fonte Seca, una sorgente-fontana trecentesca

LA CISTERNA QUATTROCENTESCA

Riferisce padre Donato Calvi che nel 1485, a causa della scarsità d’acqua che spesso affliggeva la città a causa delle sorgenti inaridite e per le poche piogge, il Maggior Consiglio elesse due delegati perché esaminassero la situazione e indicassero i luoghi dove costruire cinque pozzi o cisterne da destinare all’uso pubblico. Tra i luoghi scelti, una grande cisterna fu costruita su progetto dell’arch. Alessio Agliardi al di sotto del Mercato delle Scarpe, capace di contenere fino a 25.000 brente bergamasche, ossia qualcosa come 1.170 metri cubi d’acqua, “con beneficio singolarissimo della Città per tutte le contingenze”. Il serbatoio veniva alimentato dall’Acquedotto Magistrale che scendeva per via Donizetti e proseguiva per via Porta Dipinta.

La cisterna del Mercato delle Scarpe, all’imbocco di via Porta Dipinta (litografia di G. Elena eseguita verso il 1870. Racc. Sozzi Vimercati – Biblioteca Civica A. Mai)

L’acqua, prima di riversarsi nella cisterna era scaricata in un sistema di vasche di decantazione che circondano ancor’oggi la cisterna.

La cisterna costruita su progetto dell’arch. Alessio Agliardi sotto il livello di Piazza Mercato delle Scarpe nel 1485, per decreto del Consiglio cittadino

 

La “pigna”, oggi scomparsa, sopra la testata della fontana

L’EDICOLA LIGNEA

In angolo con via Rocca, sulla spalla dell’arcata medioevale della Fontana Seca è ancora presente una Madonna con Bambino circondata da angeli, racchiusi in un’edicola lignea sormontata da un timpano.

Il dipinto, dalla composizione aggraziata e dalle armoniose tonalità di colore, raffigura una dolce Madonna dal manto azzurro a risvolti chiari e abito rosso, con il Bimbo seduto in grembo e, in alto, due angioletti musicanti “di ricordo belliniano che ravvivano di gentile grazia lo spazio di un cielo a nuvolette bianche su fondo blu cobalto, tipico della pittura veneta del Rinascimento”: tutti elementi che fanno assegnare l’epoca di esecuzione al secondo decennio del Cinquecento (quando, a detta del Calvi, fu innalzata la chiesetta).

L’antica edicola lignea affissa sulla parete esterna della chiesa di S. Rocco (lato piazza Mercato delle Scarpe) con l’affresco raffigurante una Madonna con Bambino circondata da angeli, immersi in un paesaggio con arbusti e due pavoncelle nella parte bassa

“L’atteggiamento delle figure e soprattutto il tono veneto previtalesco del cielo e gli angeli musicanti rivelano la mano di artista bergamasco del primo Cinquecento influenzato dall’arte veneziana, forse di un Baschenis o di uno Scanardi per quel certo gusto paesano, oppure di un previtalesco oppure ancora, forse, di quel pittore brembano, Giacomo Gavazzi da Poscante che, in un polittico della chiesetta di S. Sebastiano in Nembro compose ai piedi della Madonna due angioletti che presentano analogie e affinità di segno e di forma con questo affresco” (6).

I PALAZZI NOBILIARI

Tra via Porta Dipinta e via S. Giacomo si registra un’elevata concentrazione di palazzi nobiliari, disposti lungo le due principali strade di accesso dalla Città Bassa al centro politico-amministrativo. Molti di questi palazzi, soprattutto nel caso di via Porta Dipinta, vengono realizzati a partire dalla fine del Cinquecento, occupando l’area resa disponibile dallo spostamento più a sud della nuova cinta muraria: quella veneziana.

Scorcio di piazza Mercato delle Scarpe nel 1908, con il settecentesco Palazzo Gavazzeni in primo piano, residenza del famoso direttore d’orchestra. Scendendo lungo la via Porta Dipinta s’incontrano palazzi costruiti a partire dal Cinquecento (Casa Bani, Palazzo Ponte, Palazzo Grumelli-Pedrocca, Palazzo Pesenti, Palazzo Moroni, Palazzo Pelliccioli, solo per citarne alcuni), mentre proseguendo per via Pignolo comincia la serie dei palazzi gentilizi sorti nel Cinquecento. Nel corso dei secoli, via Porta Dipinta ha perso gli affreschi esterni sulle case, che le donavano una nota tutta particolare. Al di là di qualche superstite traccia, resta solo la memoria nel nome della via, un tempo la strada per Venezia

Queste nuove aree edificabili erano rese particolarmente appetibili dalla posizione dominante verso la città bassa e la pianura e l’ottima esposizione solare, condizioni a cui si aggiungerà successivamente anche la possibilità di inglobare sotto forma di giardini e terrazze le aree libere alle spalle dei bastioni.

Lungo via San Giacomo Al n. 12 si innalza Palazzo Radici e ai n. 18 e 20 si incontra Palazzo Colleoni. Sul lato destro si trova Palazzo Polli-Stoppani, edificato attorno al 1500 su progetto di Pietro Isabello e poi ristrutturato nel XVII secolo; venne acquistato da Vittorio Polli nel 1960 per farne  la residenza principale sua e di sua moglie Anna Maria Stoppani. Fu costruito aggrappato direttamente sulla roccia di Città alta, godendo anche dell’accesso diretto ad una fonte d’acqua. In vista della porta, sull’angolo a sinistra si innalza l’imponente Palazzo Medolago Albani, edificio di stile chiaramente neoclassico costruito fra il 1783 e il 1791 su progetto dell’architetto ticinese Simone Cantoni

L’ARRIVO DELLA FUNICOLARE

Il fronte del palazzo della Funicolare nel 1910 (a sinistra) e nel 1889 (a destra)

Nel 1887 il palazzo (palazzo Gritti alla fine dell’800 ha subito radicali cambiamenti per la realizzazione della stazione superiore della funicolare.

L’antico impianto della Funicolare di collegamento tra la città alta e quella bassa, nel tratto superiore

Un collegamento rapido fra le due “Bergamo” era stato sollecitato dagli abitanti di Città alta, timorosi che il recente sviluppo della parte moderna ‐ dovuto al progressivo spostamento al piano di tutte le attività economiche e amministrative –, potesse isolare quello che, fino alla seconda metà dell’Ottocento era stata “la Città”.

Con l’arrivo della funicolare, il cortile del palazzo fu trasformato con una copertura in vetro, mentre il fronte sulle Mura, affacciato sulla pianura, venne ammodernato attraverso un panoramico loggiato a terrazza in stile neogotico, di richiamo a quello originale.

La stazione superiore della Funicolare di Città Alta in una stampa del 1888, con il panoramico terrazzo-restaurant in stile neogotico e con vista affacciato sulle Mura

Il giardino venne riempito con terreno di riporto e fu sbrecciato il muro di sostegno con grande arco, probabilmente parte delle mura medioevali, eliminato insieme al ponticello con l’ammodernamento del 1921-’22.

A sinistra, il percorso primitivo della funicolare: vi era il ponticello che consentiva ancora di utilizzare l’antichissima via degli Anditi. A destra, dopo la trasformazione del 1921, il ponticello non esiste più e sono visibili le due vetture “panoramiche”

UNA CURIOSITA’

Per oltre un secolo un’edicoletta ha occupato un angolo della piazza, all’uscita della stazione della Funicolare.

Oggi la rivendita dei giornali è, come tutti sappiamo, all’interno della stazione stessa.

 

Note

(1) La strada per Brescia passava da Seriate e Telgate mentre la strada per Milano passato Verdello superava il Brembo a Marne, dove tuttora esistono i resti di un ponte a due arcate di probabile origine romana.

(2) Luigi Angelini, Il volto di Bergamo nei secoli, Bolis, 1952.

(3) Guido o Guidino Suardi era il figlio primogenito di Teutaldo, importante personaggio politico che il 20 gennaio 1330 a Trento ricevette da Lodovico il Bavaro l’investitura di Conte Palatino, carica da esercitarsi nel contado di Bergamo e titolo trasmissibile ai discendenti. Teutaldo, da Caterina, di cui non si conosce il casato, aveva avuto sei figli: due, Guglielmo detto Minolo e Romelio detto Mazolo, che troviamo decorati col titolo “Milites imperiales”, altri due, Giovanni e Simone qualificati come “Legum doctores”, Giacomo, ed infine il nostro Guidino che aveva sposato Tomasina, figlia di un altro eminente personaggio politico, Matteo o Maffeo Foresti, che a Trento come Teutaldo, nella stessa data, venne nominato Conte Palatino per il territorio di Brescia.

(4) In un documento del 1353 concernente i confini della vicinia di san Cassiano, troviamo “per ipsum mercatum usque a cantonum domus Calegariorum et Becariorum quondam et modo est domus habitationis heredum domini Guidi de Suardis quam fecit levari super ipso mercato”.

(5) Andreina Franchi Loiri Locatelli per la rubrica Bergano scomparsa, insieme alle tre immagini relative all’Albero della vita.

(6) Luigi Angelini, Un affresco cinquecentesco sul Mercato delle Scarpe, in “Cose belle di casa nostra: Testimonianze d’arte e di storia in Bergamo”, Stamperia Conti, Bergamo, 1955, pagg. da 90 a 92.

Riferimenti principali

Vanni Zanella, Bergamo Città, 2ª edizione, Azienda Autonoma di Turismo, Bergamo, 1977, pagg. da 31 a 33.

Inventario dei Beni Culturali Ambientali del Comune di Bergamo: Volume 7 Città Alta schede nn. 0203316 e 0203316 bis.

Luigi Angelini, Il volto di Bergamo nei secoli, Bolis, 1952.

Liliana Moretti – Schede del Mercantico. Biblioteca Gavazzeni, Piazza Mercato delle Scarpe, Bergamo.

Luigi Angelini, Cose belle di casa nostra: Testimonianze d’arte e di storia in Bergamo, Stamperia Conti, Bergamo, 1955.

Arnaldo Gualandris, La Città Dipinta – Affreschi, Dipinti Murali, Insegne di Bergamo Alta. Hoepli, 2008.

Storia e suggestioni della chiesa di S. Rocco, tra via Rocca e piazza Mercato delle Scarpe

Scorcio sull’imbocco di via Rocca, con ingresso della chiesa di San Rocco posta  accanto a uno dei palazzi più antichi della città. Un susseguirsi di 6 archi e porte, di cui due murate (le cosiddette “porte del morto”), caratterizza la casa che fu la prima sede della Misericordia Maggiore fondata nel 1265 da P. Pinamonte da Brembate (Ph Alfonso Modonesi)

A pochi passi dalla stazione della funicolare di Bergamo Alta, allo snodo tra via Rocca e piazza Mercato delle Scarpe, l’ex chiesa di S. Rocco, gioiello nascosto e dimenticato dell’architettura sacra cittadina, fa capolino al di sopra di un antica fontana trecentesca.

Eretta nel primo ‘500 come ex-voto alla Madonna in seguito all’epidemia di peste che aveva colpito la città, solo più tardi, e dopo varie trasformazioni e vicissitudini, venne dedicata a San Rocco, caro alla popolazione per le sue facoltà taumaturgiche e invocato soprattutto contro la peste (unitamente a San Sebastiano). Proprio in quell’anno la città faceva voto, durante una pestilenza, di celebrare con una processione annuale al 16 agosto la devozione a S. Rocco protettore.

In un periodo di continue e violente epidemie, il culto a San Rocco si era irradiato da Venezia ai domini della terraferma, dove si era talmente diffuso da essere, nel 1575, il santo più invocato dell’intera bergamasca per numero di edifici religiosi ad esso dedicati (si pensi anche solo alle chiese di Castagneta, Fontana, via Broseta e alle tante edicole votive esistenti): solo il contagio del 1630, la famosa peste manzoniana, contò circa 9000 morti su di una popolazione complessiva di 27.000 abitanti.

La chiesa di San Rocco in via Broseta

Il sacro edificio all’angolo tra via Rocca e il Mercato delle Scarpe ha attraversato diverse vicende della storia della città: da tribunale mercantile nel Medioevo a cappelletta ed infine a chiesa, fu poi sconsacrato e a lungo inutilizzato nonostante un’intensa opera di sensibilizzazione volta al recupero, da parte di un attivo comitato di cittadini della circoscrizione, e nonostante la temporanea riapertura, avvenuta nel 2014 in occasione di  un allestimento artistico ideato per riaccendere l’interesse intorno alle sorti della ex chiesetta.

L’ex chiesa (Oratorio) di S. Rocco, inizialmente dedicata alla Madonna, sorge in luogo dell’antico Tribunale dei Mercanti, edificato sull’arcata della Fonte Seca, una sorgente-fontana trecentesca. Alta due piani, la chiesa  è formata da un corpo semplice a pianta rettangolare irregolare

In quell’occasione, dal disfacimento dovuto ad un abbandono protrattosi per ottantant’anni la chiesa era riemersa dall’oblio con il suo lungo corollario storico, i sui silenzi e la forza impressa dalle mille suggestioni trasmesse dal percorso espositivo, che mediante una passerella sospesa permetteva ai visitatori di fruire della fragile struttura interna e saggiare una gamma di emozioni accresciute da una colonna sonora creata ad hoc.

Rivissuta grazie all’iniziativa di Contemporary locus, la chiesa era stata riaperta al pubblico il 17 maggio 2014 per ospitare le installazioni artistiche dell’italiana Margherita Moscardini e della sound artist e compositrice inglese Jo Thomas, invitate a ideare e sviluppare un lavoro “site specific” per questo fragile luogo che racchiude secoli di storia e di silenzi. Per l’occasione, una passerella metallica attraversava la chiesa fin d’ingresso in via Rocca, restringendosi a cuneo fino a “bucare” la finestra affacciata sulla piazza

 

La cupola e la passerella metallica allestita tra la primavera e l’estate del 2014

Ancora nella prima metà del secolo scorso, nel giorno della ricorrenza di San Rocco, il 16 agosto, la porta della chiesetta veniva riaperta e per l’occasione gli abitanti di via Rocca si adoperavano per rendere la festa più solenne e gioiosa.

Racimolato il denaro per far celebrare una messa serale seguita da una solenne benedizione e da un seppur modesto concerto bandistico, predisponevano i preparativi per illuminare la via con un centinario di gusci di lumaca colmi d’olio, disseminati tra l’ingresso della chiesa e i davanzali delle finestre, dove venivano accesi sin dalla serata precedente la festa.

Via Rocca e le porte del morto nella raccolta Gaffuri. All’altezza del primo piano di quella che fu la prima sede della Misericordia Maggiore, campeggia uno stemma araldico (non visibile) diviso in due parti da una linea curva: nella superiore una figura umana che ha l’aspetto di un corpulento mastro di posta come talvolta si vede in alcuni dipinti fiamminghi, in quella inferiore due corni di posta incrociati

Oggi la chiesetta è ancora lì, silente all’angolo tra il Mercato delle Scarpe e l’erta salita che inerpica alla Rocca, “sospesa” sopra il solido arcone di dura arenaria di un’antica sorgente-fontana, poi prosciugata, che anticamente zampillava su una piazza ricca di suoni, voci e odori persistenti, come quello dell’attigua spezieria; fontana che, alla fine del Cinquecento, per soddisfare l’accresciuto fabbisogno era stata affiancata da una grande cisterna, costruita sotto il livello della piazza e presente ancor’oggi all’imbocco di via Porta Dipinta.

La chiesa di San Rocco nella veduta di Alvise Cima, inserita in un fabbricato con alla base la trecentesca Fonte Seca (quest’ultima, visibile solo nella tela del Museo, data la posizione ostica della chiesa) il cui arcone anticipava il serbatoio. L’ingresso della chiesa è tuttora rivolto verso via Rocca, dietro un angolo e appena sopra l’imbocco della salita

Come detto, la chiesa era sorta come cappella nel 1513 in luogo di un’antica corporazione di mercanti come ex-voto alla Madonna, in seguito all’epidemia di peste che aveva colpito la città (1).

Scorcio sulla chiesa di San Rocco in piazza Mercato delle Scarpe nel 1961. Sotto, la santella con l’affresco cinquecentesco e a fianco le tre arcate oggi corrispondenti alla trecentesca Fonte Seca (non ancora recuperata) e i locali della biblioteca rionale Gavazzeni

Cappella che nel 1577 fu dichiarata vicinale e che il 4 aprile del ‘79 fu adattata “in forma di picciola chiesa” ed affidata dal 1580 alla locale Confraternita di San Rocco, la quale, “notabilmente accresciuta”, chiese ed ottenne dal Pontefice l’annessione alla Confraternita di Roma, insieme ai relativi privilegi, indulgenze e statuti.

Ex chiesa di San Rocco, interno

Se la visita pastorale di S. Carlo Borromeo nel 1572 testimoniava che la messa vi veniva celebrata solo saltuariamente (trattandosi per lo più di funzioni private, su commissione), con la Confraternita di San Rocco – tra le più prestigiose in Bergamo, perché composta da molti nobili – era consentita la celebrazione della messa quotidiana e di due messe domenicali; vi si teneva la dottrina e nei venerdì di Quaresima si dava spazio ad un predicatore.

Nel corso dei secoli l’interno dell’Oratorio non ha subito modifiche di particolare importanza (se si eccettua la decorazione a stucchi nel secolo XVII, citata da Luigi Angelini), anche se la visita pastorale di S. Carlo Borromeo testimonia che il modesto edificio doveva avere due non ben precisate aperture (“aperto da due lati con un solo altare in ornato”), oggi non più riscontrabili.

Databili al 1856 gli affreschi, ora non più identificabili, di Giacomo Gritti

All’interno, dotato di un solo piccolo altare, si conservavano le reliquie del Santo (non più rintracciabili) e colui che vi faceva celebrare la S. Messa riceveva delle indulgenze speciali. Per tale motivo lo spazio privilegiato dell’altare doveva essere interamente occupato una “pietra” sacra di marmo (da uno scritto del 31 marzo 1661), che poteva essere spostata verso l’alto, come informa un documento del 1666.

Ex chiesa di San Rocco, altare

La pala d’altare, commissionata nel 1588 a Pietro Ronzelli (La Vergine addolorata e i Santi Rocco e Sebastiano) venne trasferita presso la Quadreria della Cattedrale.

Tra i beni artistici della ex chiesa, la pala d’altare di Pietro Ronzelli del 1588 (La Vergine addolorata e i Santi Rocco e Sebastiano, olio su tela cm 160×120), trasferita presso la Quadreria della Cattedrale

Dietro la parete destra rispetto all’ingresso in via Rocca sono ancora visibili i resti di un organo di cui si sono perse le tracce.

Nel 1697 si ha notizia della soppressione (una probabile e temporanea “sconsacrazione”) della piccola chiesa, che rimase in tale condizione sino al 1884, dopodiché l’edificio fu oggetto di alterne vicende.

Il degrado avanzato della cupola di forma ellittica

L’attuale impianto, comprensivo di una piccola cella campanaria a pianta quadrata e con quattro aperture a tutto sesto, un’alta cornice e copertura a padiglione, deriva dalla modifica apportata nel 1630, anno in cui si verificò a Bergamo un altro contagio di peste.

Il campaniletto, antistante un lacerto d’affresco posto sulla parete dietro la chiesa

Il Pasta, nelle Pitture notabili in Bergamo, descrivendo le chiese cittadine nel 1775 accenna alla “picciola, ma pur galante e gentile chiesuola di S. Rocco”; chiesa che alla fine del ‘700 venne riaperta al culto grazie alla famiglia Salvioni, potente e nobile famiglia bergamasca.

Dalla visita pastorale del 28 Luglio 1835 (proprietaria della chiesa è ancora la famiglia Salvioni), risulta che “L’Oratorio è in lodevole stato, ad eccezione dei banchi, del vecchio confessionale e della volta della chiesa che devono essere riparati”.

Infine, nel 1856 venne abbellita con affreschi (ora non più identificabili) eseguiti da Giacomo Gritti.

A seguito della probabile caduta in disgrazia della famiglia Salvioni, la chiesa fu nuovamente abbandonata per essere definitivamente sconsacrata nel 1927.

La chiesa di San Rocco e le porte del morto (incisione Carlo Scarpanti)

Attualmente di proprietà comunale, si trova in condizione di notevole degrado ed abbandono, ma ancora capace di sprigionare una sua particolare forza evocativa.

Note

(1) Padre Donato Calvi, nelle sue “Effemeridi” riporta la data del 14 novembre 1513, data do cui ricorda la demolizione avvenuta sopra la fontana di quella antica costruzione per l’erezione della chiesetta tuttora esistente.

Riferimenti

Alberto Castoldi, Bergamo e il suo territorio. Ed. Bolis, 2004.

Rossi Tiziana, Vanoncini Barbara, Carcano Rossella, Spanò Giovanna, Chiesa di San Rocco di piazza Mercato delle Scarpe.  Corso di Restauro Politecnico di Milano ‐ Dip. di Conservazione e storia dell’architettura. In Schede del Mercantico, Biblioteca Gavazzeni, Bergamo Alta.

Camillo Pedretti, Una sbirciata al passato. Manoscritto, 2006.

Tosca Rossi, A volo d’uccello – Bergamo nelle vedute di Alvise Cima – Analisi della rappresentazione della città trà XVI e XVIII secolo, Litostampa, Bergamo, 2012.