Scorcio sull’imbocco di via Rocca, con ingresso della chiesa di San Rocco posta accanto a uno dei palazzi più antichi della città. Un susseguirsi di 6 archi e porte, di cui due murate (le cosiddette “porte del morto”), caratterizza la casa che fu la prima sede della Misericordia Maggiore fondata nel 1265 da P. Pinamonte da Brembate (Ph Alfonso Modonesi)
A pochi passi dalla stazione della funicolare di Bergamo Alta, allo snodo tra via Rocca e piazza Mercato delle Scarpe, l’ex chiesa di S. Rocco, gioiello nascosto e dimenticato dell’architettura sacra cittadina, fa capolino al di sopra di un antica fontana trecentesca.
Eretta nel primo ‘500 come ex-voto alla Madonna in seguito all’epidemia di peste che aveva colpito la città, solo più tardi, e dopo varie trasformazioni e vicissitudini, venne dedicata a San Rocco, caro alla popolazione per le sue facoltà taumaturgiche e invocato soprattutto contro la peste (unitamente a San Sebastiano). Proprio in quell’anno la città faceva voto, durante una pestilenza, di celebrare con una processione annuale al 16 agosto la devozione a S. Rocco protettore.
In un periodo di continue e violente epidemie, il culto a San Rocco si era irradiato da Venezia ai domini della terraferma, dove si era talmente diffuso da essere, nel 1575, il santo più invocato dell’intera bergamasca per numero di edifici religiosi ad esso dedicati (si pensi anche solo alle chiese di Castagneta, Fontana, via Broseta e alle tante edicole votive esistenti): solo il contagio del 1630, la famosa peste manzoniana, contò circa 9000 morti su di una popolazione complessiva di 27.000 abitanti.
La chiesa di San Rocco in via Broseta
Il sacro edificio all’angolo tra via Rocca e il Mercato delle Scarpe ha attraversato diverse vicende della storia della città: da tribunale mercantile nel Medioevo a cappelletta ed infine a chiesa, fu poi sconsacrato e a lungo inutilizzato nonostante un’intensa opera di sensibilizzazione volta al recupero, da parte di un attivo comitato di cittadini della circoscrizione, e nonostante la temporanea riapertura, avvenuta nel 2014 in occasione di un allestimento artistico ideato per riaccendere l’interesse intorno alle sorti della ex chiesetta.
L’ex chiesa (Oratorio) di S. Rocco, inizialmente dedicata alla Madonna, sorge in luogo dell’antico Tribunale dei Mercanti, edificato sull’arcata della Fonte Seca, una sorgente-fontana trecentesca. Alta due piani, la chiesa è formata da un corpo semplice a pianta rettangolare irregolare
In quell’occasione, dal disfacimento dovuto ad un abbandono protrattosi per ottantant’anni la chiesa era riemersa dall’oblio con il suo lungo corollario storico, i sui silenzi e la forza impressa dalle mille suggestioni trasmesse dal percorso espositivo, che mediante una passerella sospesa permetteva ai visitatori di fruire della fragile struttura interna e saggiare una gamma di emozioni accresciute da una colonna sonora creata ad hoc.
Rivissuta grazie all’iniziativa di Contemporary locus, la chiesa era stata riaperta al pubblico il 17 maggio 2014 per ospitare le installazioni artistiche dell’italiana Margherita Moscardini e della sound artist e compositrice inglese Jo Thomas, invitate a ideare e sviluppare un lavoro “site specific” per questo fragile luogo che racchiude secoli di storia e di silenzi. Per l’occasione, una passerella metallica attraversava la chiesa fin d’ingresso in via Rocca, restringendosi a cuneo fino a “bucare” la finestra affacciata sulla piazza
La cupola e la passerella metallica allestita tra la primavera e l’estate del 2014
Ancora nella prima metà del secolo scorso, nel giorno della ricorrenza di San Rocco, il 16 agosto, la porta della chiesetta veniva riaperta e per l’occasione gli abitanti di via Rocca si adoperavano per rendere la festa più solenne e gioiosa.
Racimolato il denaro per far celebrare una messa serale seguita da una solenne benedizione e da un seppur modesto concerto bandistico, predisponevano i preparativi per illuminare la via con un centinario di gusci di lumaca colmi d’olio, disseminati tra l’ingresso della chiesa e i davanzali delle finestre, dove venivano accesi sin dalla serata precedente la festa.
Via Rocca e le porte del morto nella raccolta Gaffuri. All’altezza del primo piano di quella che fu la prima sede della Misericordia Maggiore, campeggia uno stemma araldico (non visibile) diviso in due parti da una linea curva: nella superiore una figura umana che ha l’aspetto di un corpulento mastro di posta come talvolta si vede in alcuni dipinti fiamminghi, in quella inferiore due corni di posta incrociati
Oggi la chiesetta è ancora lì, silente all’angolo tra il Mercato delle Scarpe e l’erta salita che inerpica alla Rocca, “sospesa” sopra il solido arcone di dura arenaria di un’antica sorgente-fontana, poi prosciugata, che anticamente zampillava su una piazza ricca di suoni, voci e odori persistenti, come quello dell’attigua spezieria; fontana che, alla fine del Cinquecento, per soddisfare l’accresciuto fabbisogno era stata affiancata da una grande cisterna, costruita sotto il livello della piazza e presente ancor’oggi all’imbocco di via Porta Dipinta.
La chiesa di San Rocco nella veduta di Alvise Cima, inserita in un fabbricato con alla base la trecentesca Fonte Seca (quest’ultima, visibile solo nella tela del Museo, data la posizione ostica della chiesa) il cui arcone anticipava il serbatoio. L’ingresso della chiesa è tuttora rivolto verso via Rocca, dietro un angolo e appena sopra l’imbocco della salita
Come detto, la chiesa era sorta come cappella nel 1513 in luogo di un’antica corporazione di mercanti come ex-voto alla Madonna, in seguito all’epidemia di peste che aveva colpito la città (1).
Scorcio sulla chiesa di San Rocco in piazza Mercato delle Scarpe nel 1961. Sotto, la santella con l’affresco cinquecentesco e a fianco le tre arcate oggi corrispondenti alla trecentesca Fonte Seca (non ancora recuperata) e i locali della biblioteca rionale Gavazzeni
Cappella che nel 1577 fu dichiarata vicinale e che il 4 aprile del ‘79 fu adattata “in forma di picciola chiesa” ed affidata dal 1580 alla locale Confraternita di San Rocco, la quale, “notabilmente accresciuta”, chiese ed ottenne dal Pontefice l’annessione alla Confraternita di Roma, insieme ai relativi privilegi, indulgenze e statuti.
Ex chiesa di San Rocco, interno
Se la visita pastorale di S. Carlo Borromeo nel 1572 testimoniava che la messa vi veniva celebrata solo saltuariamente (trattandosi per lo più di funzioni private, su commissione), con la Confraternita di San Rocco – tra le più prestigiose in Bergamo, perché composta da molti nobili – era consentita la celebrazione della messa quotidiana e di due messe domenicali; vi si teneva la dottrina e nei venerdì di Quaresima si dava spazio ad un predicatore.
Nel corso dei secoli l’interno dell’Oratorio non ha subito modifiche di particolare importanza (se si eccettua la decorazione a stucchi nel secolo XVII, citata da Luigi Angelini), anche se la visita pastorale di S. Carlo Borromeo testimonia che il modesto edificio doveva avere due non ben precisate aperture (“aperto da due lati con un solo altare in ornato”), oggi non più riscontrabili.
Databili al 1856 gli affreschi, ora non più identificabili, di Giacomo Gritti
All’interno, dotato di un solo piccolo altare, si conservavano le reliquie del Santo (non più rintracciabili) e colui che vi faceva celebrare la S. Messa riceveva delle indulgenze speciali. Per tale motivo lo spazio privilegiato dell’altare doveva essere interamente occupato una “pietra” sacra di marmo (da uno scritto del 31 marzo 1661), che poteva essere spostata verso l’alto, come informa un documento del 1666.
Ex chiesa di San Rocco, altare
La pala d’altare, commissionata nel 1588 a Pietro Ronzelli (La Vergine addolorata e i Santi Rocco e Sebastiano) venne trasferita presso la Quadreria della Cattedrale.
Tra i beni artistici della ex chiesa, la pala d’altare di Pietro Ronzelli del 1588 (La Vergine addolorata e i Santi Rocco e Sebastiano, olio su tela cm 160×120), trasferita presso la Quadreria della Cattedrale
Dietro la parete destra rispetto all’ingresso in via Rocca sono ancora visibili i resti di un organo di cui si sono perse le tracce.
Nel 1697 si ha notizia della soppressione (una probabile e temporanea “sconsacrazione”) della piccola chiesa, che rimase in tale condizione sino al 1884, dopodiché l’edificio fu oggetto di alterne vicende.
Il degrado avanzato della cupola di forma ellittica
L’attuale impianto, comprensivo di una piccola cella campanaria a pianta quadrata e con quattro aperture a tutto sesto, un’alta cornice e copertura a padiglione, deriva dalla modifica apportata nel 1630, anno in cui si verificò a Bergamo un altro contagio di peste.
Il campaniletto, antistante un lacerto d’affresco posto sulla parete dietro la chiesa
Il Pasta, nelle Pitture notabili in Bergamo, descrivendo le chiese cittadine nel 1775 accenna alla “picciola, ma pur galante e gentile chiesuola di S. Rocco”; chiesa che alla fine del ‘700 venne riaperta al culto grazie alla famiglia Salvioni, potente e nobile famiglia bergamasca.
Dalla visita pastorale del 28 Luglio 1835 (proprietaria della chiesa è ancora la famiglia Salvioni), risulta che “L’Oratorio è in lodevole stato, ad eccezione dei banchi, del vecchio confessionale e della volta della chiesa che devono essere riparati”.
Infine, nel 1856 venne abbellita con affreschi (ora non più identificabili) eseguiti da Giacomo Gritti.
A seguito della probabile caduta in disgrazia della famiglia Salvioni, la chiesa fu nuovamente abbandonata per essere definitivamente sconsacrata nel 1927.
La chiesa di San Rocco e le porte del morto (incisione Carlo Scarpanti)
Attualmente di proprietà comunale, si trova in condizione di notevole degrado ed abbandono, ma ancora capace di sprigionare una sua particolare forza evocativa.
Note
(1) Padre Donato Calvi, nelle sue “Effemeridi” riporta la data del 14 novembre 1513, data do cui ricorda la demolizione avvenuta sopra la fontana di quella antica costruzione per l’erezione della chiesetta tuttora esistente.
Riferimenti
Alberto Castoldi, Bergamo e il suo territorio. Ed. Bolis, 2004.
Rossi Tiziana, Vanoncini Barbara, Carcano Rossella, Spanò Giovanna, Chiesa di San Rocco di piazza Mercato delle Scarpe. Corso di Restauro Politecnico di Milano ‐ Dip. di Conservazione e storia dell’architettura. In Schede del Mercantico, Biblioteca Gavazzeni, Bergamo Alta.
Camillo Pedretti, Una sbirciata al passato. Manoscritto, 2006.
Tosca Rossi, A volo d’uccello – Bergamo nelle vedute di Alvise Cima – Analisi della rappresentazione della città trà XVI e XVIII secolo, Litostampa, Bergamo, 2012.
Un paio di secoli fa, quando il “chilometro zero” era ancora di là da venire, dove oggi sorge LOrto sociale di via Tre Armi, sotto la Porta San Giacomo, si andava quasi direttamente dal produttore al consumatore.
LOrto sociale, spazio agricolo gestito dalla cooperativa L’Impronta, si trova in via Tre Armi, ai piedi delle Mura, tra il baluardo di San Giacomo e la rampa che sale verso Porta San Giacomo
Lo stesso luogo (il “Paesetto”) verso la fine dell’Ottocento con la porta daziaria (Raccolta Gaffuri)
Lo stesso contadino che coltivava i vigneti di via Tre Armi aveva avuto l’idea di aprire un’osteria in uno dei sotterranei delle Mura, dove vendeva il vino di sua produzione.
Via Tre Armi verso fine Ottocento, con il muro che delimita gli orti e i vigneti distesi lungo il pendio. Gli ortaggi venivano portati nei Borghi lungo le scalette del Paradiso e di Santa Lucia, ma nelle notti di luna, chiusi i pesanti portoni daziari del Paesetto, dalle mura di via Tre Armi venivano calate delle lunghe corde per issare cesti ricolmi di cibo che giungevano a destinazione “de sfross” – di frodo – gabbando con gran soddisfazione le ignare, sonnacchiose guardie del dazio (Raccolta Gaffuri)
E come LOrto fornisce oggi i suoi prodotti ai chiringuito estivi sugli spalti delle Mura, l’impresa del contadino si dimostrò un successo. Gli avventori affollavano il vano dove il vino veniva spillato in gran quantità direttamente dalle botti.
Tutto si svolgeva al riparo dallo sguardo vigile delle guardie che stazionavano più in là, presso la porta daziaria del Paesetto, nulla potendo contro lo strano via vai che si svolgeva al di là della porta.
Fine Ottocento: la porta daziaria di via Tre Armi al Paesetto, dove si innesca la salita che conduce a Porta San Giacomo. A sinistra gli agenti del dazio e l’ufficiale, con il lungo cappotto; a destra la casa dell’ufficiale del dazio (fotocomposizione da Raccolta Gaffuri)
Tra solenni bevute, ubriaconi, personaggi d’ogni risma e donne di malaffare, il locale stava creando problemi d’ordine pubblico e la gendarmeria austriaca, che sull’argomento era molto intransigente, decise di chiudere l’improvvisata vineria.
La notizia, scovata in qualche polveroso archivio, fu riportata in auge da Pino Capellini in un articolo dell’ “Eco”, riverberandosi altrove per poi essere dimenticata.
Dove fosse esattamente questa singolare cantina non era dato di sapere, dal momento che nell’Ottocento per costruire il viale e consentire l’utilizzo degli spalti, gli accessi, ch’erano posti a varie altezze della muraglia veneziana, erano stati ostruiti o distrutti e dei sotterranei si era persa la memoria.
Nel frattempo anche i terreni alla base delle mura erano stati modificati.
La “lunetta” di via Tre Armi, perfettamente conservatasi sino a pochi anni fa, era una parte importante della fortificazione. A lato si nota un piccolo vigneto, che un tempo doveva essere molto più esteso
Ma oltre quarant’anni anni fa, nel corso dei primi sopralluoghi compiuti dalle Nottole in quel misterioso mondo sotterraneo, le lampade svelarono a poco a poco un mondo straordinario: grandiosi vani, lunghi corridoi, cannoniere, sortite.
E fu proprio nel corridoio di una sortita dal lato di via Tre Armi che le lampade illuminarono vecchie damigiane e una tinozza a pezzi: era quello il posto dell’improvvisata rivendita?
Via Tre Armi dalle Mura veneziane (Raccolta Gaffuri)
Tutto lascia pensare che quegli oggetti fossero stati frettolosamente abbandonati dopo il veto degli Austriaci e che, data la loro collocazione, la singolare enoteca si trovasse nei paraggi.
Dove esattamente?
L’osteria si trovava nella Cannoniera posta nel fianco meridionale della piattaforma di Santa Grata e certamente nei pressi c’era una vigna, nella fossa della Cortina di San Giacomo, in corrispondenza della controscarpa che era stata costruita per proteggere la strada di ronda.
Le Mura Veneziane di Bergamo nel 1588 (Disegno di Luca dell’Olio). Ubicazione della Cannoniera, nel fianco meridionale della piattaforma di Santa Grata
E se è per questo, vigneti sulla collina ce n’erano da sempre, e sovente ritratti nei dipinti antichi.
Porta San Giacomo (inedito). Ex voto – Anonimo – 1727. E’ visibile un vigneto sotto la porta
Le acque per l’irrigazione non mancavano di certo, dal momento che quelle che defluivano dalle sorgenti a monte, arrivavano alle vigne e alle ortaglie attraverso via San Giacomo e le Mura. Acque talmente abbondanti da richiedere la costruzione di una cisterna sotterranea dietro il lato est della Cortina di Porta S. Giacomo.
Ed è probabile che l’esistenza dell’osteria fosse celata in qualche detto popolare, come quel “’nda a dörmi a la cà di balòarcc” (andare a dormire alla casa dei baluardi), quando i cunicoli e gli anfratti venivano utilizzati per ripararsi dalla pioggia e dalla neve o da qualche sbandato come riparo notturno.
Anfratti nelle Mura
Per molto tempo le parti sotterranee delle Mura erano state – forse volutamente – dimenticate e usate come discariche o locali privati, se non addirittura distrutte. Nell’Ottocento una cannoniera celata dietro il fianco nord della Cortina di Santa Grata era stata affittata a un falegname, mentre dal 1789 una sortita del fianco ovest del Baluardo di San Giacomo era affittata agli ortolani sottostanti come deposito.
Uomini lavorano ai piedi delle Mura veneziane (raccolta Gaffuri)
Fino alla visita degli speleologi il ventre delle mura era dunque un mondo pressoché sconosciuto, dove si avventuravano solo gli addetti alle fognature e agli impianti dell’acquedotto e del metano, che ne avevano utilizzato alcuni cunicoli.
I lavori per la realizzazione dell’acquedotto (Raccolta Gaffuri)
Quando le Nottole (che prima d’allora si erano dedicate solo alle grotte) si infilarono nei chiusini lungo il viale delle Mura calandosi dall’alto per raggiungere le aperture nella muraglia, non si conoscevano né mappe né documenti che potessero fornire indicazioni. E fu proprio grazie a loro che gli esperti e gli studiosi della fortezza poterono ricevere materiale di grande interesse, poi utilizzato per un volume interamente dedicato alle Mura, dato alle stampe nel 1977: basti pensare ai bellissima serie dei disegni di Luca Dell’Olio (68 Tavole), eseguiti fino all’89, composta da accurati rilievi dei sotterranei.
Si constatò così che quasi tutte le strutture ideate dagli architetti di Venezia nella costruzione della cerchia delle mura c’erano ancora, ed era anche possibile visitarne alcune poiché le Nottole si erano assunte l’impegno di accompagnare le scolaresche e le comitive nella Cannoniera di San Michele, allo spalto dell’Acquedotto.
UN CAVEAU NELLE MURA
Prima del loro abbandono, gli ambienti sotterranei delle Mura erano stati oggetto d’interesse nel periodo della guerra, quando si progettavano i rifugi antiaerei della città.
Cunicoli all’interno della cinta bastionata veneziana (Raccolta Gaffuri)
Proprio allora, non molto distante da da LOrto Sociale e da quella che circa un secolo prima era stata un’osteria, negli ambienti della Cannoniera di San Giacomo era stato ricavato un vero e proprio “caveau”, nascosto dietro a una sortita posta ai piedi della monumentale porta di marmo, oggi camuffata da un’anonima porticina metallica grigia.
Le Mura Veneziane di Bergamo nel 1588 (Disegno di Luca dell’Olio). Cerchiata in rosso, la Cannoniera di San Giacomo, posta nel fianco est del’omonimo Baluardo
L’ingresso (o sortita) della Cannoniera di San Giacomo
Secondo alcune notizie scovate in rete, l’ingresso della sortita era stato rinforzato alla fine degli Anni Trenta “con lastre di cemento armato e panelli antischegge per custodire i ‘tesori’ della Banca d’Italia”; tali notizie aggiungono che la struttura non venne mai utilizzata, cioè non racchiuse mai alcun tesoro.
In realtà la cannoniera venne utilizzata, ma non dalla Banca d’Italia (il cui caveau si presume concepito con ogni “garanzia”), bensì dalla Banca Mutua Popolare di Bergamo.
Quest’ultima, il 4 dicembre del 1942 aveva ricevuto dal Municipio (previo benestare della Regia Soprintendenza ai Monumenti) il permesso per poter utilizzare TEMPORANEAMENTE la Cannoniera di San Giacomo come rifugio antiaereo per i valori della banca stessa, per la durata della guerra e per un periodo massimo di quattro anni dalla fine del conflitto.
Pertanto, a partire dal 1942 vennero effettuati tutti i lavori necessari per rendere l’ambiente adatto a ricevere e custodire i beni della banca; lavori che logicamente snaturarono l’originalità della struttura.
La bocca della cannoniera che immette alla galleria di accesso dei sotterranei, sul lato interno delle mura, venne chiusa con uno spesso muro di cemento armato, ricavando un’apertura più stretta (sbarrata poi con una porta metallica) per poter accedere al ricovero;
nella sala di manovra fu creata un’intercapedine in muratura per limitare l’umidità e vennero realizzati l’impianto elettrico e quello di ventilazione forzata.
Adagiata sullo sperone occidentale di Bergamo alta, la dimora barocca più bella di Bergamo fu eretta fra l’inizio del Sei e il Settecento da un ramo dei nobili Terzi – originaria della Val Cavallina -, senz’altro la più europea della nobiltà bergamasca, sia per l’antichità e i personaggi della sua storia sia per le alleanze che la congiungono alla più alta aristocrazia .
Giovanni Milgliara, Palazzo Terzi da via S. Giacomo (Racc. Gaffuri). Posto tra il Liceo Classico e via Donizetti, il Palazzo si integra, con mirabile sintonia, nel gioco di luci e ombre che caratterizza il versante meridionale della Bergamo antica
Una dimora importante per le pagine di storia che racchiude, per la nobiltà che rappresenta, per la struttura architettonica, per i materiali impiegati, per la notorietà degli artisti che hanno contribuito alla sua realizzazione e per la personalità dei padroni di casa che nei secoli hanno avuto non poca influenza nella vita cittadina.
Il Palazzo veniva un tempo scelto per accogliere re e principi in visita a Bergamo, sottolineando il rango che questo edificio rivestiva nella considerazione delle autorità pubbliche.
Ospitò, tra gli altri, molte famiglie illustri del Settecento e ben due imperatori austroungarici: all’inizio del 1816 Francesco I d’Austria, reduce da Milano dove si era recato nel dicembre precedente per essere incoronato Re. Volle fermarsi a Bergamo per visitare la città. Una ventina d’anni dopo, nel 1838, prese quartiere Ferdinando I con la moglie Anna Maria Carolina. Ma, come vedremo, non solo.
LA FAMIGLIA: UNA STORIA ILLUSTRE
In Val Cavallina i Terzi possedevano i castelli di Terzo, di Berzo, di Grone e di Monasterolo e sembrerebbe che ancor prima dell’anno Mille avessero dimora anche a Bergamo, dove presto divennero tra i reggitori del Comune.
Di appartenenza Ghibellina, la famiglia fu fedele al Sacro Romano Impero sino alla sua dissoluzione e la loro presenza in Val Cavallina, importante snodo fra Italia e Germania, garantì agli imperiali un passaggio sicuro, specie in seguito alla restaurazione del Sacro Romano Impero nel 962.
Al repentino consolidamento del potere dei Terzi corrispose tuttavia l’inizio di una lotta intestina tra i vari membri della famiglia, che a lungo andare si smembrò in due fazioni – gli “Allongi” da un lato e I “Loteri” dall’altro –, sino alla diaspora che li spinse non solo in altre città italiane (Brescia, Verona, Vicenza e Venezia, Gorizia, Fiume, Piacenza, Parma e Reggio, Bologna, Firenze, Iesi, Pesaro, Napoli) ma anche Oltralpe (Austria, Boemia e Ungheria).
La discordia terminò nel 1248 con la firma di un solenne trattato di pace che sancì le rispettive aree di influenza. In seguito, uno dei due gruppi acquistò terreni e case sul Colle Aureo, sul quale fu edificato l’attuale Palazzo.
Nonostante gli scontri che segnarono duramente la famiglia, i Terzi continuarono ad emergere in vari ambiti: dalle Prelature alle Armi, dalle Lettere alle Arti. Dal XII secolo molti membri si distinsero per meriti militari fino ad assumere il controllo di vari feudi; fra questi, Gherardo fu podestà di Cremona e Guido fu Vicario Imperiale e Capitano generale di Federico II.
Una delle personalità più illustri della famiglia fu Ottobono, che fu Condottiero di Gian Galeazzo Visconti, tenne la Signoria di Parma, Piacenza e Reggio acquisendo i titoli di Conte di Reggio e Marchese di Borgo S. Donnino, prima di essere assassinato a tradimento nel 1409.
Alcuni membri della famiglia Terzi seguirono invece la carriera ecclesiastica: Alberto e Adelongo furono canonici nel 1217, Alberto fu eletto Vescovo di Bergamo nel 1242, Giroldo divenne arciprete a Clusone nel 1272 e Giovanni partecipò al Concilio di Trento.
Giuseppe Terzi partì invece con Napoleone per la campagna di Russia e fondò l’Ateneo di Scienze, Lettere ed Arti di Bergamo.
IL PALAZZO
La costruzione del palazzo rientra a pieno titolo nel clima di affermazione sociale che caratterizza il Cinque e il Seicento, quando, sull’onda di una generale fortuna su scala europea delle casate nobiliari, l’aristocrazia locale si dotava di residenze degne dell’importante ruolo acquisito. Così fece un ramo dei Terzi, quando, a testimonianza del rango sociale raggiunto, si stabilì in città, luogo ideale dove intraprendere la realizzazione di un palazzo di rappresentanza.
Archivio Wells
Precedentemente la famiglia abitava vicino alla chiesa di S. Pancrazio, dove ancora vi sono delle case con affreschi di soggetto veneziano molto deteriorati dal tempo.
In realtà, l’aspetto esterno non è appariscente ed anche la collocazione urbanistica non è centrale: l’esiguità dello spazio edificabile, compreso fra il parco di Palazzo Recuperati e la sommità dello scosceso pendio meridionale del Colle, comportò la ricerca di soluzioni logistiche che richiesero quasi un secolo – fra acquisizioni, ampliamenti e modifiche – per conferire una forma compiuta al palazzo.
Il vicolo che conduce a Palazzo provenendo dall’antico Mercato del pesce
Nonostante la ristrettezza del sito i Terzi poterono così realizzare anche il bel giardino distribuito su vari livelli, ed ampliare lo spazio antistante l’ingresso del palazzo che, costruito sopra un’area precedentemente demolita, riuscì a inserirsi nello spazio tra il parco di Palazzo Recuperati e, sul lato opposto, al limite del dirupo che definisce Città Alta.
Le preesistenti costruzioni rinascimentali sono infatti parzialmente inglobate negli ampliamenti sei settecenteschi e addirittura nei sotterranei del palazzo sono ancora visibili resti dei precedenti edifici medioevali, come è tipico negli edifici di Città Alta.
Il Palazzo prima dei recenti restauri
La prima fase della costruzione coincise con le nozze fra il marchese Luigi Terzi e la giovanissima Paola Roncalli (1631), quando furono eretti la facciata e l’ala meridionale.
Palazzo Terzi, 1910
La seconda fase, preceduta da una serie di acquisizioni immobiliari corrispondenti alla parte settentrionale dell’edificio, ebbe inizio un secolo dopo in occasione del matrimonio fra il marchese Gerolamo Terzi e Giulia Alessandri (1747), sorella del noto architetto Filippo, che intervenne sull’edificio ridisegnandone il prospetto a valle, rendendo simmetrici i due corpi di fabbrica nord e sud e valorizzando gli elementi tardorinascimentali inseriti nel Seicento.
Fronte settentrionale
L’esposizione a mezzogiorno e la posizione dominante sopra la pianura, consentì di proiettare la costruzione verso il grande spazio antistante utilizzando il fianco della collina per terrazze e giardini pensili. Anche la disposizione degli ambienti interni venne condizionata dalle grandi vedute verso il piano: una componente fondamentale dell’intera struttura.
Il Palazzo ripreso dalla Casa dell’Arciprete
Di sottile pregio ambientale, la minuscola piazzetta antistante l’ingresso – in origine un vicolo largo non più di quattro metri – fu ampliata dall’Alessandri, mediante l’asportazione di una porzione del terrapieno di proprietà del Conte Ricuperati, la cui area è tuttora distinguibile grazie ad un perimetro in pietra inserito nella pavimentazione.
La piazzetta antistante il Palazzo, in una foto d’epoca (Archivio Wells)
Dal cortile, si intravede la muraglia che delimita il terrapieno di proprietà del Conte Ricuperati, con al centro la nicchia che racchiude la statua allegorica dell’Architettura, eseguita da Giovanni Antonio Sanz
Per alleggerire la muraglia di contenimento di fronte all’ingresso è stata creata una nicchia a grotta che racchiude la statua allegorica dell’Architettura (eseguita, come altre opere plastiche all’esterno del palazzo, dal poliedrico Giovanni Antonio Sanz), sovrastata da due puttini che simboleggiano la Primavera e l’Estate, rimandando visivamente al prospetto settentrionale del palazzo, dove le statue dell’Autunno e dell’Inverno campeggiano sul balcone sostenuto dal bel portale.
Piazzetta Terzi con la nicchia a grotta che racchiude la statua allegorica dell’Architettura, sovrastata dallo stemma di famiglia e da due puttini che simboleggiano la Primavera e l’Estate,(Archivio Wells)
Una doppia fascia marcapiano che corre lungo tutta la facciata mette in evidenza il piano nobile, collegato al pianterreno dal portale d’ingresso ed ornato dal terrazzo sormontato dallo stemma e da due putti raffiguranti l’Autunno e l’Inverno, posti in posizione perfettamente simmetrica rispetto alle statue dell’Estate e della Primavera collocate in piazzetta
Dettaglio delle statue dell’Autunno e dell’Inverno sul balcone della facciata settentrionale del Palazzo
Per differenziare ulteriormente i vari piani l’Alessandri usò la decorazione delle finestre: semplici e prive di motivi ornamentali al pianterreno e all’ultimo; con timpani lineari al secondo; con timpani spezzati completi di statue rappresentanti imperatori romani al piano nobile.
Nel Palazzo permane l’ombra del giovane Stendhal (1783-1842), al secolo Marie Henry Beyle, che vi soggiornò in qualità di sottotenente di cavalleria dell’esercito napoleonico.
Nella finzione, un soldato napoleonico nella Sala degli specchi
Sulla facciata settentrionale, accanto al portale, una targa marmorea recita:
“Incantevole e superba bellezza” mirò Henry Beyle nei luoghi di questa città ov’ebbe dimora nei giorni pratili dal 2 maggio al 24 giugno 1801 il giovin Stendal gli amori di Zelinda e Lindoro qui volgendo nell’idioma natio con l’ardente cuore ch’ei volle dire italiano.
Oltre un secolo dopo, in una tiepida giornata di primavera Hermann Hesse (1887-1962) approdò casualmente nella piazzetta, dopo aver ammirato le meraviglie di Piazza Vecchia e dell’attigua Piazza Duomo.
La descrisse come “uno degli angoli più belli d’Italia, una delle molte piccole sorprese e gioie per le quali vale la pena di viaggiare”. Sbirciando attraverso il portone del palazzo scorse il cortile “con piante e una lanterna oltre il quale due grandi statue e un’elegante balaustra si stagliavano nitidi, in un’atmosfera trasognata, evocando, in quell’angolo stretto tra I muri, il presagio dell’infinita lontananza e vastità dell’aere sopra la pianura del Po”.
La vista sul cortile terrazzo affacciato sulla pianura continua ad estasiare gli avventori, filtrato dal porticato attribuito all’Alessandri, composto da sei colonne binate che creano tre archi paralleli, dove al centro spicca l’inconfondibile lanterna che illumina l’androne nelle ore serali.
Sul cortile-terrazzo che domina la pianura è aperto un atrio colonnato realizzato dall’Alessandri (Ph Mario Rota)
La terrazza, racchiusa tra le due ali del palazzo, termina con una splendida balaustra sormontata dalle due aeree sculture – realizzate da Sanz – della Pittura e della Scultura, che richiamano la statua dell’Architettura nella piazzetta chiudendo il cerchio simbolico-decorativo.
Le statue della Pittura e della Scultura nel cortile del Palazzo
La visuale è rivolta alla vasta e indefinita pianura e sul giardino del palazzo che digrada su via S. Giacomo accogliendo una bella fontana con Sauro.
Lo stupore suscitato dalla geniale soluzione dell’Alessandri, fa dimenticare l’asimmetria dell’androne rispetto al cortile ed anche quella delle finestre dei preesistenti ambienti sotterranei, non in asse con quelle del prospetto.
Scorcio sull’androne del Palazzo
Lo scalone, lungo il quale si trovano ancora i candelabri settecenteschi, è decorato da numerosi affreschi che ne allargano le dimensioni con grandi prospettive di palazzi classicheggianti collocati in campi ariosi, mentre la volta presenta un affresco con un allegoria mitologica dipinto da Vincenzo Orelli e dal figlio Giuseppe, quest’ultimo autore di un grande affresco collocato nell’ala opposta del palazzo, quella attualmente abitata dai proprietari, dedicato ad “Apollo e le sue Muse”. Altre decorazioni si trovano nelle camere sottostanti, così come la preziosità di alcuni arredi aumenta la suggestione dei locali.
Gli artisti di Palazzo Terzi
Il palazzo è la risultanza dell’ingegno e dell’abilità di una formidabile équipe di architetti e di artisti scelti, sensibili e attenti all’evoluzione del gusto architettonico e pittorico dell’epoca, e benché l’ala sinistra del palazzo, tuttora abitata, racchiuda affreschi suggestivi, gli ambienti più interessanti sono situati nell’ala destra, dove troviamo le ricche decorazioni realizzate tra il 1640 e il 1664 da Giovan Battista Tiepolo, Cristoforo Storer (un pittore di Costanza formatosi presso la bottega milanese di Ercole Procaccini il giovane, e che in seguito Luigi Terzi sostenne per i lavori presso la basilica di S. Maria Maggiore), il pittore comasco Gian Giacomo Barbelli (autore anche degli affreschi di Palazzo Moroni in città Alta), Carpoforo Tencalla (un artista piuttosto inconsueto a giudicare dai dipinti), il bergamasco Domenico Ghislandi (padre di Frà Galgario), che interviene negli ambienti di Palazzo Terzi all’indomani dell’impresa in Palazzo Moroni (dove egli tornerà a lavorare sui ponteggi con il suo primo maestro, il cremasco Gian Giacomo Barbelli) sfoderando un’audacia nuova e personale, come si evince in particolare nel Salone d’onore.
Il Salone d’onore
Al grande salone di ricevimento, situato nel corpo centrale del palazzo e disposto su due piani, si accede direttamente dal portico passando attraverso un piccolo locale, un tempo forse destinato a portineria o a vestibolo, il cui soffitto presenta alcune riquadrature in stile barocco.
Il visitatore viene accolto in uno degli ambienti di maggior pregio – contraddistinto naturalmente da un fastoso barocco – attorno al quale ruotano le altre sale.
Salone d’onore
Quasi sicuramente l’inizio delle decorazioni porta la data del 1640; esse vennero affidate a Gian Giacomo Barbelli, che libero da ogni direttiva architettonica lavorò affidandosi alla sua fantasia, avvalendosi del quadraturista Domenico Ghislandi per la curiosa impostazione scenografica della volta.
Dettaglio del soffitto del salone principale di Palazzo Terzi, opera di Gian Giacomo Barbelli e Domenico Ghislandi per le quadrature. Qui per la prima volta Ghislandi inventa una quadratura nella quale a mutare è l’idea stessa di spazio. Non più statico e ripiegato su se stesso entro i limiti fisici dell’architettura, ma uno spazio che attraverso le aperture illusioniste fa affiorare brani “del grande paesaggio” esterno, di un Creato vastissimo di cui si colgono alcuni passaggi, alcuni frammenti
Tra i curiosi pilastri rastremati a calice si aprono, negli angoli della volta, quattro finestre vere e quattro finte, alle quali si affacciano delle mezze figure a grandezza naturale, probabilmente personaggi della famiglia vissuti negli anni del restauro. Nell’ “Olimpo”, effigiato da Gian Giacomo Barbelli nella volta, le figure sono gettate en plain air con la stessa freschezza e lievità con cui poi le ritrae in azione nei quattro riquadri che lo incorniciano: “Minerva che con Marte guida le truppe”, “Orfeo che incanta gli animali”, “Giuseppe che guida le Furie” ed una “Flora con cornucopia”.
Alcune figure simboliche sedute, fiancheggiano ogni riquadro e due di queste sono riprese, in atteggiamento simile, dall’abile stuccatore che innalza fino all’impostazione della volta il maestoso camino, la cui realizzazione è probabilmente anteriore ai due quadri che lo affiancano.
Questi due dipinti, come gli altri che ornano le pareti del locale, sono stati eseguiti da Cristoforo Storer e raffigurano “Jefte vittorioso incontra la figlia” e “Ammone ucciso per comando di Assalonne”.
I soggetti degli altri dipinti sono: “Davide presenta a Saul la testa di Golia” e, sulla parete di fronte al camino, il grande “Convito di Assuero” che porta la firma e la data del 1657.
Sopra le porte vi sono altre tele eseguite probabilmente da Giovanni Cotta, un amico dello Storer.
L’ imponente camino di marmo, addossato alla parete maggiore, celebra la potenza e l’eccellenza della famiglia, come testimoniano i leoni laterali di sostegno e soprattutto lo stemma araldico collocato al centro del frontone curvilineo appoggiato alla cappa.
Dipinto dei Grande Salone di Palazzo Terzi
Quanto alla paternità dell’opera, attraversata da racemi a girale e da diversi motivi naturalistici, per la generosità del disegno e la carnosità delle forme presenta significative affinità stilistiche con le opere degli stuccatori luganesi Sala, attivi in quegli anni nei principali cantieri cittadini (seguiti anche dai Terzi, come quello della MIA).
La luce che irrompe dalle finestre aperte sulla pianura non fa che esaltare gli stucchi e le decorazioni.
(Ph D. Rizzo)
Dal Salone di ricevimento, una porta sulla sinistra conduce alla Sala da pranzo, anch’essa affrescata dal Barbelli, sempre con la collaborazione del Ghislandi per le riquadrature e gli effetti prospettici nei quali è inserita una balconata. L’affresco principale rappresenta l’origine della “Via Lattea”, mentre quattro graziosi puttini sul cornicione reggono i simboli di Giove.
Tornati nel Salone si passa nelle sale di destra: una sequenza mirabile di decorazioni, di ornamenti e di tappezzerie di rara eleganza e raffinatezza, dove si avvicendarono frescanti, stuccatori, indoratori ed ebanisti, offrendo prove di eccellenza nell’accostare materiali diversi.
I plafoni conservano gli affreschi del Seicento, mentre le pareti sono state rivestite nel secolo successivo di damasco, di soprarizzo e di specchi. I pavimenti, realizzati con legni policromi, sono stati disegnati dal Caniana. Le porte, gli infissi e le finestre sono decorate con intagli dorati. E’ una sequenza di motivi che sorprende e che si conclude nel Salottino degli Specchi, il primo locale che lo Storer decorò appena arrivato a Bergamo.
Salotto degli Specchi
Le singolarità di palazzo Terzi non finiscono qui. E’ tra queste pareti che si cela appunto il celebre salotto degli specchi, considerato da Mario Praz “uno dei luoghi di specchi più incantati del mondo”.
Sala degli Specchi
La sala offre al visitatore i medaglioni secenteschi affrescati dallo Storer raffiguranti l’ “Astronomia misurante I segni dello zodiaco” al centro, i Quattro elementi ai lati e, tra l’uno e l’altro, sopra agli angoli delle pareti, quattro ovali presentano le “Quattro parti della Terra”.
Dettaglio
Nel primo Settecento, all’ambiente si aggiunse un elegante gioco di specchi, spiccatamente barocco, che riflettendosi l’un l’altro ne modificano le dimensioni rendendo l’illusione di una maggior ampiezza. Gli specchi coprirono però anche le quadrature originali di Domenico Ghislandi.
Gli arredi raffinati si accompagnano a preziosi decorazioni e tessuti damascati, e, ad esaltare il tutto, I preziosi pavimenti a tarsie policrome realizzate con legni rari su disegno del Caniana. La decorazione presenta una doppia fascia stellata che racchiude il rosone centrale e alcuni motivi a grata. Negli angoli fanno bella mostra corbeilles di fiori e nella strombatura della finestra una gabbia di uccellini. Non contento di questi disegni, che danno al pavimento in legno quasi la caratteristica di un tappeto, il Caniana ha voluto arricchire i riquadri dello zoccolo con gioco di putti dipinti in tonalità monocromatica su fondo dorato.
L’insieme, ovvero l’abbinamento degli affreschi dello Storer sul plafone, gli specchi con le decorazioni barocche in legno dorato e il pavimento finemente intarsiato, danno luogo ad un ambiente raffinato: un “salottino” raccolto ma al tempo stesso non oppressivo; colorato, ma senza che i disegni incombano e disturbino l’armonia degli accostamenti.
Ed è dovuto al successo di queste decorazioni che i Terzi commissionarono allo Storer gli affreschi della Sala Rossa ed il medaglione della camera da letto di rappresentanza.
Scorcio sulla camera da letto di rappresentanza
Procediamo nella visita passando alla Sala del Soprarizzo, così nominata per via della tappezzeria che ricopre le pareti.
Sala del Soprarizzo
La Sala del Soprarizzo in una splendida fotografia appartenente ad Archivio Wells
Tra il Salone e il Salottino si trova la “Del Soprarizzo”, così nominata per via del tipo di tappezzeria sulle pareti.
Sala del Soprarizzo
La volta di questo locale è decorata dal ticinese Carpoforo Tencalla. Il dipinto del plafone ha un’impostazione abbastanza insolita. Le figure non si trovano al centro dello spazio decorato, bensì in un angolo, raggruppate e avvolte da nuvole, mentre nella volta, che si presenta come illuminata di rosa dalle prime luci dell’alba, appare l’ “Aurora” nel suo splendore, come soggetto principale di tutta la composizione. Il fregio che raccorda l’affresco con le pareti è stato eseguito quando queste sono state rivestite in soprarizzo e lo si nota dalla fascia architettonica, diversa da quella del Salone. Predominano i colori rosa e grigio chiaro in diverse sfumature, mentre le ghirlande di fiori hanno tonalità più vivaci. Queste decorazioni sono attribuibili al ticinese Giuseppe Antonio Orelli.
Sul soffitto campeggia l’Aurora che scaccia il Sonno, un affresco in stile barocchetto del pittore ticinese Carpoforo Tencalla.
Anche qui, il pregevole pavimento settecentesco in legno intarsiato.
A partire dalla seconda metà del Ottocento il palazzo diventò la sede di riunioni e conversazioni che favorirono l’Indipendenza d’Italia durante il Risorgimento. Proprio in un’intercapedine di questa sala fu nascosta, al ritorno degli Austriaci, la bandiera Nazionale, protagonista delle Cinque giornate e della Caduta di Milano, a lungo cercata dagli austriaci ed oggi conservata presso il Museo Storico allestito in Rocca. La bandiera era stata consegnata nel 1862 all’allora Sindaco della città dalla marchesa Maria Terzi Caumont de la Force, vedova del marchese Luigi, amico e collaboratore di Gabriele Camozzi, con il quale fondò la Guardia Nazionale.
Il Carretto siciliano garibaldino, nel cortile di Casa Terzi
Sala Rossa
La Sala Rossa è così nominata per la tappezzeria di damasco rosso vermiglio.
Sala Rossa
Presenta nel soffitto affreschi eseguiti nel 1655-57 da Cristoforo Storer, coadiuvato dal Ghislandi per le splendide quadrature delle quattro scene allegoriche raffiguranti uomini possenti e donne sinuose. Al centro della volta si trova l’Olimpo.
Gli arredi risalgono invece al Settecento: le specchiere, la consolle dei Fantoni, porte stuccate. Vi sono inoltre pregevoli vasi Ming con montatura in bronzo.
Sala del Tiepolo
Una delle più note e conosciute del palazzo, contornata da dei preziosi stucchi dorati, la sala conserva al centro del soffitto un affresco attribuito al Tiepolo.
L’affresco del Tiepolo nella sala omonima
Salottino della Musica
In stile rococò invece si trova il Salottino della Musica, dalle pareti molto irregolari ma sapientemente mimetizzate dalle decorazioni realizzate dai fratelli ticinesi Camuzio.
La Sala della Musica con al centro un’opera realizzata in occasione di un allestimento
Oltre a queste di maggior pregio, vi sono altre stanze in stile veneziano, così di moda nel XVIII secolo. Tra queste una curiosa saletta adibita a giardino d’inverno, abbellita con carta da parati dipinta a mano dal conte Suardo.
Giardino d’Inverno
Una rara ripresa del Conte Suardo, a cavallo per le vie della città
Seguendo la moda neoclassica che si diffuse nella Bergamasca con il nome degli architetti Simone Elia, Pollack, Giacomo Bianconi ed altri, alcuni discendenti della famiglia Terzi pensarono di trasformare tutto l’edificio eliminando la sua impostazione barocca per conferirgli una caratteristica in stile impero. Fortunatamente ciò non avvenne.
Labirinti e maschere mortuarie a Palazzo Terzi
E’ noto che nel ventre di Città Alta si nasconda un dedalo di percorsi, che si snodano tra pareti rocciose, stalagmiti e stalattiti: un groviglio inquietante di cunicoli, gallerie, buchi, caverne. Ma nella Bergamo antica sono ancora molti i luoghi inesplorati. Basterebbe inoltrarsi nel sottosuolo di alcune dimore storiche, se i proprietari lo consentissero, per fare scoperte mozzafiato.
Nel sontuoso – e a quanto pare misterioso – Palazzo Terzi, sono stati rinvenuti curiosi e impressionanti reperti che lasciano presagire segreti rimasti ancora oggi inviolati: negli inaccessibili (al pubblico) sotterranei, che scendono come labirinti piranesiani nel cuore della città, giacciono presenze davvero inquietanti.
Non è facile addentrarsi in questi oscuri meandri. Ad un tratto nella penombra ecco apparire un vecchio armadio. La porta scricchiola. Un rumore sinistro, quasi monito a non violare il segreto, a non andare oltre. Ma la tentazione è fortissima e nessuno può fermarci: ai nostri occhi si presenta una “collezione” inconsueta: venti maschere mortuarie.
Pochi ne sono a conoscenza, ma quelle testimonianze, enigmatiche e angoscianti, sono calchi in gesso realizzati sui volti dei camerieri che prestarono servizio in quella residenza. Camerieri un po’ speciali, evidentemente, forse persone a cui la famiglia era particolarmente legata da vincoli di affetto.
Almeno questa sembra l’unica spiegazione plausibile, se alla servitù era concesso il “privilegio” di rimanere nei ricordi di sempre attraverso una bianca immagine gelosamente custodita nei sotterranei
Tra l’altro, un altro ambiente del palazzo – successivamente modificato – ancora più insolito e lugubre era la stanza interamente decorata a stucco nero, dove venivano esposti i morti di famiglia, in attesa delle esequie (2).
Note
(1) Attraverso un matrimonio Caumont-La Force, i Terzi sono collegati ai più grandi casati francesi: persino Honoré de Balzac (1799-1850) ricorda in uno scritto una ‘marquise de Terzi’. Assai interessante il matrimonio di un Nuse Terzi con la principessa Galitzine che venne a Bergamo accompagnata da un pope ortodosso come cappellano. Dai Galitzine si risale a parentele con le più importanti famiglie russe e con grandi scrittori come Aleksandr Serghiejevic Puskin (1799-1837) e Lev Nikolajevic Tolstoj (1828-1910).
A coronamento del centro storico di Bergamo, esiste un vasto territorio collinare fatto di campi, prati e boschi, costellato di antiche vestigia e innervato da una fitta rete di bucolici percorsi, sentieri, viottoli e scalette. Il percorso qui proposto, compreso fra le località di Valmarina e Castagneta lungo il versante orientale della collina, conduce alla riscoperta di una delle porzioni più suggestive di questo meraviglioso patrimonio paesaggistico di natura e cultura. Si tratta di un itinerario che oltre a costituire una variante al classico tour ciclopedonale Green Way del Morla – Sentiero di Ilaria (ciclovia dei torrenti Morla e Quisa), consente di muoversi in un ambiente che conserva, all’interno di un considerevole patrimonio faunistico e floristico, la presenza di edifici rurali e manufatti storici di pregio quali l’ex monastero benedettino in Valmarina e i manufatti dell’acquedotto dei Vasi, l’impianto che per secoli ha costituito parte integrante della primitiva rete di distribuzione delle acque della città di Bergamo. L’acquedotto, di cui le prese d’acqua sono già documentate e rilevate in alcuni manoscritti del Settecento, raccoglie lungo il suo tragitto le acque sorgive dislocate tra gli avvallamenti boscosi posti dalle pendici del Monte Bastia ai fianchi del crinale, spingendosi sin verso Valmarina, da cui risale per Gallina e Castagneta. Il nostro itinerario, attraversando pressoché interamente un’area boschiva consente di praticare agevolmente attività sportive anche nella stagione più torrida.
Il percorso ideale qui proposto si diparte dal tratto della Green Way del Morla che si innesta da via Maironi da Ponte nella località di Valverde, giungendo a Valmarina all’ombra delle pendici boscose di Castagneta ed assecondando le pieghe del torrente tra ponti e divertenti passerelle lignee.
Lungo la Green Way del Morla, in vista di Valmarina
La vista si apre all’improvviso sul grandioso anfiteatro di Valmarina, accarezzando le morbide pendenze su cui poggia l’antico monastero, magicamente sospeso fra prati, boschi rigogliosi e terrazze tenute a vite.
Non troppo distante dalla viabilità principale, ma lontano quanto basta da costituire un’oasi a parte, l’antico monastero campeggia placido nella radura, splendidamente fuso con il tessuto che lo circonda in verde abbraccio.
L’ex monastero di Santa Maria in Valmarina, al confine tra la città e la località Ramera, in territorio di Ponteranica, è posto alle pendici del versante nord-orientale del Colle ed è oggi sede del Parco dei Colli di Bergamo
Fra scorci di rara bellezza, il suo caldo color nocciola – ancor più vivo quando il sole lo accarezza – è come un bagno tiepido e benefico per gli occhi, invitandoci alla sosta.
Fondato nel XII secolo da una piccola comunità di monache benedettine è oggi sede del centro direzionale del Parco dei Colli, al centro di un ambiente ideale dove natura, cultura e attività sportive si coniugano in perfetta armonia.
Cascina Valmarina
In questa splendida conca suburbana – irrinunciabile polmone verde cittadino – l’antico monastero esibisce i due momenti salienti della sua storia secolare, mostrando i locali “canonici” della vita benedettina e cioè la chiesa, il refettorio e la sala del capitolo – il lato interamente affacciato sulla strada per la Val Brembana -, con le aggiunte realizzate dalla fine del Settecento per adattare il complesso ad aia rustica.
Dalla fine del Quattrocento, da quando le monache si trasferirono dentro le muraine, il monastero ormai abbandonato fu riadattato a cascina, subendo interventi che ne snaturarono soprattutto la parte interna.
Il nucleo originario romanico è quello esteso lungo il lato orientale, affacciato sulla strada provinciale, formato dal lungo braccio che si unisce alla chiesa (da tempo privata delle decorazioni ad affresco medioevali), valorizzato dal recente restauro
Dalla fine del Settecento dunque, l’aggiunta progressiva di nuove volumetrie ha finito col raddoppiare le dimensioni dell’antico recinto fino a formare la grande corte chiusa che vediamo oggi: una tipologia inconsueta in una zona collinare – qual è quella di Valmarina -, dove le cascine hanno generalmente i corpi di fabbrica giustapposti, disposti a L, oppure contrapposti.
Comunque sia, specialmente nel lato est il complesso conserva ancora un notevole fascino, con ciò che resta della primitiva chiesetta romanica incorporata nello spigolo settentrionale del complesso.
L’ex chiesa di Santa Maria in Valmarina
La parete piena e compatta della chiesa è alleggerita da due elegantissime monofore, dallo slancio quasi gotico, separate da una lesena sottile entro la quale alcune porzioni di calda arenaria richiamano la parte superiore delle monofore.
Al di sopra di queste, due piccoli oculi catturano la luce dall’esterno e allo stesso tempo ammiccano verso valle, quasi a richiamare l’attenzione verso il bel monastero, intriso di storia secolare.
Il porticato, addossato al nucleo originario, trova precisa corrispondenza in complessi rustici che ritroviamo in diversi punti del territorio, dalle pendici della Maresana al castello della Moretta, in quel di Sorisole.
All’interno, fra un anfratto e l’altro sono conservati gli antichi arnesi impiegati nelle attività rurali e la loro semplicità riporta piacevolmente alla memoria quei frangenti di vita contadina vissuti in questo luogo sino a pochi decenni or sono.
Dall’osservazione dei particolari, emerge con chiarezza la filosofia che ha accompagnato ogni fase del magistrale restauro, che ha saputo calibrare perfettamente la conservazione di ogni singola parte con i nuovi adattamenti, mantenendo intatto il fascino e le suggestioni del manufatto antico.
Lasciata alle spalle questa piccola valle della Biodiversità – consorella della valletta di Astino – dove è preservato anche il più minuscolo gambero di fiume, imbocchiamo in salita la vera via dei Vasi, un viottolo a tornanti da non confondere con l’omonimo sentiero che frequentiamo abitualmente nei fine settimana, e che raccorda Valmarina alla località Cascina Costa, situata nella parte mediana di via Ramera.
“Questa” via dei Vasi, è così nominata perché il suo tracciato cela un condotto dell’antico acquedotto che da Valmarina, proprio al di sopra dell’antico monastero, si dirige sino all’uschiolo della valle dei Romanelli (di cui oggi si sono perse le tracce), concludendosi in località Gallina.
Via dei Vasi costituisce il tratto di raccordo tra la Valmarina e la parte mediana di via Ramera (località Cascina Costa). Il condotto di Valmarina, di poco al di sopra del monastero lungo via dei Vasi, presenta un uschiolo di ispezione e una cisterna per la raccolta delle acque. Da qui risale sino alla località Gallina per poi percorrere via Castagneta ed infilarsi nella cisterna interrata nel baluardo di S. Alessandro
Dopo aver percorso la piccola serie di tornanti che si snodano fra la boscaglia, si raggiunge località Cascina Costa con il breve slargo posto a crocevia fra la ciclopedonale della Quisa e la via Ramera.
Pieghiamo decisamente verso la parte alta di via Ramera, che si impenna impietosamente lasciando brevi attimi di respiro ma ripagandoci, almeno inizialmente, con una vista impagabile su Valmarina.
Percorriamo l’ertissima salita sino alle pendici del Monte Bastia, e cioè sino a che non incontriamo la “cisterna del fontanino”: una fonte oggi ridotta a un rivolo, alimentata dalle sorgenti della Noce e dallo Scudo. Qui un pannello illustrativo indica l’inizio del sentiero 912, che procedendo in leggera pendenza lungo la valle della Costa ricalca il percorso dell’acquedotto lungo il Sentiero dei Vasi, percorso interamente boschivo che si raccorda alla località Gallina, in quel di Castagneta.
I pannello illustrativo ubicato lungo il bordo settentrionale di via Ramera, da cui prende avvio il sentiero 912, ricalca il tracciato dell’antica “via dei Vasi” – i Vatia” -, già citati in un documento del 1013 ed utilizzati in età viscontea per alimentare la grandiosa cisterna del Fontanone (ex Ateneo). Dalla sorgente di origine (Sorgente della Noce, 435 m s.l.m.) sino a porta S. Alessandro (365 m s.l.m.) l’acquedotto copriva un dislivello di 70 metri
Il tracciato del sentiero 912, un percorso ombreggiato e pianeggiante, ideale per attività sportive svolte en plein air, coincide con l’antica “via del Canale”, secondo la denominazione riportata nelle mappe catastali del 1853.
Lungo il sentiero dei Vasi
Lungo il sentiero dei Vasi
VASO è un termine antico per indicare un canale adibito al trasporto dell’acqua: entrambe le denominazioni indicano appunto con evidenza la presenza in loco di un acquedotto, il cui tracciato, benché testimoniato già in epoca medievale, ricalca probabilmente il percorso di un precedente manufatto di epoca romana.
Lungo il “Sentiero dei Vasi”, un percorso ombreggiato in falsopiano, ricalcante il tracciato dell’omonimo acquedotto che riforniva la città
Lungo il sentiero è possibile osservare alcune parti dell’antico manufatto, che nonostante la condizione di attuale abbandono ancora denota la cura che nei secoli passati si riservava ad opere decisive come quelle idriche: il vaso maestro (la condotta principale), cisterne di raccolta e decantazione, uschioli d’ispezione, tombini, lastricati nonché un interessante sistema di condutture minori, in parte sopravvissute, che raccoglievano le acque delle sorgenti convogliandole dalle vallette nel “Vaso” principale.
Il primo uschiolo d’ispezione, con l’accesso al canale ed alla vasca di decantazione s’incontra al termine della gradinata da cui prende avvio il sentiero dei Vasi. Il secondo uschiolo è quello, già osservato, ubicato in Valmarina
I canali (realizzati in blocchi squadrati di pietra legati con malta di calce e cocciopesto) presentano mediamente di 25 x 40 cm; ogni canale era inserito in un cunicolo ispezionabile di 90 cm d’altezza e 70 cm di larghezza controllato periodicamente dai “fontanari”, gli addetti alla manutenzione di acquedotti e fontane, che ancora sul finire dell’800 ivi svolgevano lavori di manutenzione e restauro.
Le relazioni dei fontanari incaricati dei lavori, a noi pervenute, sono fonti preziose per lo studio del percorso, delle modalità e delle tecniche usate per la pulitura e le riparazioni
Lo apprendiamo grazie ad alcune date incise nei cunicoli che tuttora si snodano, in eccezionale stato di conservazione, negli orti delle case “Colombà” lungo la via Castagneta.
Un tratto della condotta principale (Vaso maestro) esistente lungo il sentiero dei Vasi, in cui confluiscono, tramite condotte minori, le acque delle sorgenti. Lungo il pavimento v’è come un invaso di modeste dimensioni utilizzato per convogliare l’acqua
Una lapide inserita nel muro medioevale, in prossimità della località Gallina, ricorda che nel 1329 il podestà Beccaro Beccaris provvide a far effettuare la pulitura dell’acquedotto di Castagneta.
Lapide in località Gallina di Castagneta
Presso una casa, sempre in località Gallina è stata rinvenuta una traccia della scritta AQ che dal 1728 costituiva, talvolta accompagnata da una croce, la sigla identificativa di tutti gli acquedotti facenti capo alla città di Bergamo.
L’iscrizione “AQ” denota la presenza del manufatto lungo il percorso dell’acquedotto dei Vasi
Lungo il sentiero, il bosco, ricchissimo di Castagni e funghi, attira sovente nella mite e variopinta stagione autunnale, intere comitive intente alla raccolta.
Raggiunta l’estremità meridionale del sentiero dei Vasi in località Gallina all’altezza del segnavia 912, il condotto, ricongiungendosi con il canale proveniente dalla sezione inferiore di via Castagneta, si dirige verso la cisterna del baluardo di S. Alessandro percorrendo il nucleo di Castagneta.
L’imbocco del Sentiero dei Vasi in località Gallina di Castagneta
Il segnavia che raccorda la località Gallina a via Ramera
Entrambi gli insediamenti, allungati lungo la strada percorsa attraverso i secoli dall’acquedotto dei Vasi, presentano i caratteri tipici della zona collinare di Bergamo.
Castagneta, località Gallina
Castagneta, località Gallina
Dalla località Gallina, l’acquedotto inizia, tra tratti incerti e non, a seguire il percorso di via Castagneta sino a via Beltrami, che percorre per un breve tratto, prima di infilarsi nelle Mura, attraversandole nello spalto di S. Pietro.
Fuoriesce poi nella seguente via Sforza Pallavicino, dov’è rimasta un’antica fontana.
Da qui riattraversa la via Beltrami, passa davanti alla polveriera superiore, attraversa il vicolo Colle, e attraversando il baluardo di S. Gottardo raggiunge la porta di S. Alessandro; la percorre lungo la parte superiore prima d’entrare nell’omonimo baluardo e raggiungere la cisterna in cui avviene il congiungimento delle sue acque con quelle portatevi dall’altro acquedotto, quello di Sudorno.
Anticamente, proprio qui, in prossimità dell’antica porta di S. Alessandro queste acque si univano nella fontana-serbatoio del “Saliente”, andata distrutta in occasione della costruzione delle Mura veneziane. Nonostante la sua distruzione, il nome di “Saliente” rimase per un certo periodo ad indicare l’intero acquedotto.
Dopo la costruzione delle Mura, il punto di confluenza venne spostato all’altezza del baluardo di Sant’Alessandro ma nel 1892 si procedette ad una nuova canalizzazione, resasi necessaria per ridurre l’inquinamento delle acque dovuto al passaggio della condotta all’interno delle case e sotto la sede stradale.
Al n°12 di Via Porta Dipinta si apre il portale d’ingresso di Palazzo Moroni, che, con la sua facciata sobria e quasi severa, non lascia presagire le decorazioni degli ambienti interni, considerate una delle espressioni più significative dell’arte barocca in Bergamo.
Atrio di Palazzo Moroni stampa di dipinto, opera di Giovanni Migliara
Il palazzo è sorto intorno alla metà del Seicento per volontà di Francesco Moroni, nato nel 1606 nel cuore di Città Alta, dove mezzo secolo prima i Moroni si erano trasferiti da Albino, luogo d’origine di questa nobile famiglia, le cui memorie risalgono al XIV secolo.
I Moroni divennero una delle più prestigiose famiglie lombarde grazie alla vivace attività nel mondo dell’architettura civile e militare e dell’ingegneria, e si distinsero per le innate capacità tecniche ed intellettuali di alcuni loro illustri rappresentanti.
A partire dal 1600 il nome dei Moroni si legò soprattutto alla coltivazione del gelso – indispensabile per la formazione dei bozzoli dei bachi da seta – e al conseguente ruolo di primo piano assunto nella fornitura di materia prima per il ramo tessile.
Questa pianta appartiene alla storia della famiglia anche per un’altra curiosa ragione: il gelso infatti è chiamato in latino morus e in bergamasco murù, parole che ricordano per il loro suono il nome della famiglia. Per questo motivo la pianta di gelso compare sullo stemma Moroni già nel Quattrocento; ad essa si aggiunse nel 1783 l’aquila imperiale, che rappresenta il titolo di conte e cavaliere conferito ad Antonio Moroni dal Duca di Sassonia Weimar(1).
Lo stemma dei Moroni
Le fortune di Francesco, il matrimonio con Lucrezia Roncalli da Chignolo nel 1631 e i numerosi figli che ne seguirono, lo indussero alla costruzione del Palazzo sul terreno di “Porta Penta”, l’attuale Porta Dipinta, vendutogli dalla famiglia dei conti Pesenti, poi estinta.
Nelle sale del Palazzo ritroviamo il ritratto di Antonio Moroni (1764-1802), ciambellano, conte e cavaliere del Duca Carlo Augusto di Sassonia-Weimer. Si deve alla volontà di quest’ultimo il conferimento del titolo nobiliare alla famiglia Moroni
La Fabbrica di Porta Penta
I lavori della grandiosa “fabbrica di Porta Penta”, durati dal 1636 al 1666, furono eseguiti da Battista della Giovanna, un impresario bravo ma non particolarmente illustre, che probabilmente non si curò di stilare o conservare un vero e proprio progetto poiché la struttura del Palazzo non prevedeva particolari soluzioni architettoniche: di fatto l’edificio, disegnato non per essere guardato dall’esterno, si distingue soprattutto per la fantasia e la professionalità degli artisti che lo hanno internamente abbellito nel corso del tempo.
Al momento della sua costruzione infatti, la vista sulla città bassa era ostacolata dal dirimpettaio Palazzo Marenzi, acquistato dai Moroni nel 1878 per poi essere demolito, creando l’ampia panoramica sulla pianura.
La vista dal Palazzo
Per questo motivo il portale d’ingresso è in posizione asimmetrica rispetto alla facciata, che unita alla dimensione non eccessiva del Palazzo – insolita per le abitudini del tempo – e alla sobrietà dell’impostazione, non anticipa la monumentalità e la ricchezza decorativa degli spazi interni.
Palazzo Moroni, via Porta Dipinta
L’ingresso a Palazzo rivela comunque splendidi scorci e innumerevoli suggestioni, culminanti nella prospettiva progettata da Lorenzo Redi, che trova il suo punto di fuga nella nicchia a grotta in cui troneggia una statua di Nettuno, posta al centro di una massiccia parete in bugnato.
La prospettiva progettata da Lorenzo Redi con la statua di Nettuno sullo sfondo
La statua di Nettuno nel cortile di Palazzo Moroni
La massicciata è coronata da una balaustra in pietra, ornata da anfore, che delimita il primo terrazzo dei giardini, di impianto seicentesco, aperto sul parco come un autentico polmone verde che si allunga sino ai piedi del Colle di Sant’Eufemia.
La balconata sormontata da suggestive anfore in pietra
Sotto la volta dell’androne, fino alla prima meta dell’Ottocento vi era dipinta una bilancia con due piatti in perfetto equilibrio; su uno di essi v’era una costruzione e sull’altro un mucchio di denari ed accanto un’iscrizione : “Aequa lance librandum” (“si deve agire con i piatti della bilancia in equilibrio”), come a dire che non si deve costruire una casa se non si ha denaro a sufficienza per terminarla: una massima che sottolinea l’operosità e la saggezza della famiglia Moroni.
L’ingresso a Palazzo
Il disegno può essere considerato anche la premessa a ciò che si trova nello Scalone d’Onore – cui si accede a destra dell’androne d’ingresso -, dove il meraviglioso mondo affrescato dal fecondo pittore cremasco Gian Giacomo Barbelli (1604-1656) appare con le sue imprevedibili soluzioni spaziali che formano sulle pareti e sui soffitti visioni lontane di ampio respiro.
Lo scenografico scalone a due rampe introduce a un mondo sorprendente, densamente decorato, fitto di prospettive e balaustre, squarci di cielo aperti nei soffitti, statue ed ornamenti che ne dilatano gli spazi in ogni direzione. Pareti e plafoni sono popolati di figure esuberanti di vita con scene di richiamo letterario, simboli retorici e statue
Il programma iconografico di questo ambiente, reso spazioso dalle decorazioni, è un’evidente celebrazione delle virtù dei Moroni. Sulle pareti, nove figure allegoriche rappresentano le qualità di questa famiglia, degna di essere ricordata nei secoli: l’Antichità, la Nobiltà, la Santità, il Valore, la Fortuna, la Ricchezza, la Dignità, l’Onore e la Sapienza: tutte inserite in riquadri dipinti da Giovan Battista Azzola.
Scalone d’Onore
Disposte dalla prima alla seconda rampa di scale, fra fregi, pilastri e scorci di architettura dorica, le nove statue bronzate presentano sul basamento il motto che le contraddistingue.
Il meraviglioso soffitto e il fregio ospitano invece i principali episodi della Favola di Amore e Psiche, narrata da Apuleio nelle Metamorfosi. Un’affascinante storia d’amore, ma anche di riscatto: come Psiche riesce ad ottenere dopo una serie di prove l’immortalità, così i Moroni celebrano la propria ascesa sociale, raggiunta con fatica grazie alle numerose abilità e alla forte determinazione.
L’affresco del soffitto dello Scalone d’Onore, affrescato dal Barbelli, è diviso in tre parti: in una viene illustrato l’innamoramento di Venere e Cupido; in un’altra Venere ordina la morte di Psiche e nell’ultima Cupido lancia a Psiche gli strali dell’Amore
Veduta sullo Scalone d’Onore
Tra lo Scalone d’Onore e le Sale della Gerusalemme Liberata merita una sosta il piano di mezzo, con alle pareti e al soffitto i capolavori affrescati da Gian Giacomo Barbelli
Il Mezzanino
Lo Scalone conduce al mezzanino, quindi al piano nobile.
Delicatamente affrescato alla fine del Settecento da Paolo Vincenzo Bonomini, il mezzanino è, nonostante la sua funzione di servizio, un ambiente di grande eleganza, testimonianza del gusto e dell’amore per il bello della famiglia Moroni. Particolarmente raffinato è un piccolo ambiente voltato a botte e interamente affrescato, sulle cui pareti è raffigurata un’illusionistica balconata, decorata da putti e vasi di fiori, affacciata su un verdeggiante paesaggio. Un vero capolavoro di finzione prospettica, che dona allo spazio luminosità e atmosfera.
La sala da pranzo affrescata da Vincenzo Bonomini al piano ammezzato; il locale si collega tramite un corridoio alle cucine
Affresco di Vincenzo Bonomini nel piano ammezzato di Palazzo Moroni
Dettaglio
Le grandi Sale del piano nobile
Il piano nobile del Palazzo può essere suddiviso in due settori, da un lato le maestose sale di rappresentanza e, dall’altro, quello più intimo e privato: un insieme luminoso e scevro da pesantezza, grazie alla levità dei delicati stucchi veneziani sulle pareti e al seminato veneziano per la pavimentazione, introdotti nel XIX secolo per adattare gli ambienti alla moda del tempo.
Insieme agli affreschi che decorano la splendida teoria delle sale del piano nobile, si ammirano gli arredi e le preziose collezioni d’arte acquisite nei secoli dalla famiglia Moroni, tuttora proprietaria del palazzo. Degna di nota è la quadreria costituita da un nucleo significativo di dipinti del Rinascimento lombardo, tra cui spiccano tre ritratti di Giovan Battista Moroni (1523-1578): il Cavaliere in rosa, celebre capolavoro dell’artista, il raffinato Ritratto di Isotta Brembati e il Ritratto di donna anziana seduta, opera più matura di grande intensità. A questo primo nucleo appartengono inoltre una Maddalena penitente del Giampietrino, allievo e seguace di Leonardo da Vinci, e un Ritratto di famiglia del bergamasco Andrea Previtali.
Dettaglio dell’opera di Andrea Previtali conservata presso la collezione Moroni, Si evincono le influenze della pittura di Lorenzo Lotto, la cui fiducia e stima nei confronti di Previtali sono testimoniate anche dall’incarico che gli conferì, vista la sua assenza da Bergamo a partire dal 1525, di soprintendere alla profilatura dei suoi disegni per le tarsie del coro di S. Maria Maggiore nella Città Alta
La presenza dei ritratti a figura intera eseguiti dal Moroni non confonda però il lettore: il pittore non è direttamente imparentato con la famiglia ma appartiene alla discendenza dei Sereni (detti “Mori”), di cui capostipite fu Moro Moroni.
G. B. Moroni, “Il Cavaliere in rosa” e il “Ritratto di Isotta Brembati” (1552-53 c.), nella Sala d’Ercole. Il celeberrimo Cavaliere in rosa è il ritratto in piedi di Gian Gerolamo Grumelli, esponente della potente famiglia schierata con la Spagna, allora ventiquattrenne, cavaliere dello Speron d’Oro e laureato in legge a Padova. Un sontuoso dipinto, dalla finissima fattura del prezioso costume spagnolesco tutto in rosso lacca vibrante di lumeggiature. Qualità pittoriche che esaltano seta e dettagli tattili, dalle scarpette alle calze alte fino al ginocchio, alle pieghe delle brache imbottite su cui Moroni ha saputo “ricamare” decorazioni quasi in filigrana, al farsetto, al leggero colletto bianco. L’impostazione della figura, con la mano sull’elsa della spada, riprende schemi del Tiziano in ritratti della corte di Spagna. Per alcuni è un anticipo del Velázquez” (Goffredo Silvestri, La RepubblicaArte.it)
Più consistente è la sezione ottocentesca, costituita principalmente da paesaggi, molti dei quali opera di Pietro Ronzoni, ma anche da bellissimi ritratti di Cesare Tallone e Giuseppe Sogni. Non mancano infine testimonianze della pittura barocca, come i paesaggi di Pietro Roncelli o le stravaganti bambocciate di Enrico Albricci.
Dipinto di Cesare Tallone nella Sala Gialla
Eccezionali sono le dueconsole settecentesche della Sala da ballo, i cui piani sono costituiti da mosaici provenienti da Villa Adriana a Tivoli; particolarmente interessanti sono inoltre i mobili provenienti dalle botteghe illustri dei Caniana, dei Fantoni e del milanese Giuseppe Maggiolini.
Molto ricca è la collezione di ceramiche, che raccoglie oggetti realizzati da alcune tra le principali manifatture europee attive tra Sette e Ottocento, tra cui Meissen, Wedgwood, Sèvres e Capodimonte, e opere provenienti dal lontano Oriente, unico custode per secoli del segreto della porcellana.
Scultura di bambina che legge, della Scuola del Canova, nella Sala Gialla (Ph Lucia Rota Nodari)
Gli affreschi del Barbelli nelle grandi Sale del piano nobile
I suggestivi ambienti costituiti dalle grandi Sale di Palazzo Moroni conservano un meraviglioso ciclo di affreschi ispirato alle Metamorfosi di Ovidio, realizzato dal 1649 al 1654 da Gian Giacomo Barbelli, qui coadiuvato dai quadraturisti Giovan Battista Azzola e, nella Sala della Caduta dei Giganti, da Domenico Ghislandi, padre del celebre fra’ Galgario.
Dalla Sala dell’Età dell’Oro, custode dei capolavori della quadreria, si accede all’illusionistica Sala della Caduta dei Giganti e alla curiosa Sala dell’Apoteosi di Ercole, in un susseguirsi di meraviglie, ricche prospettive e squarci di cielo nel soffitto.
Gli antichi miti, tanto cari ai pittori del Seicento, lasciano il posto nella grande Sala da Ballo alle gesta degli eroi della Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso.
Suggeriti dal committente Francesco Moroni, i soggetti degli affreschi, sia nelle grandi Sale del piano nobile così come nell’ambiente dello Scalone, ebbero come ispiratore ed interprete il contemporaneo padre Donato Calvi, priore del vicino convento di Sant’Agostino. Preziosa testimonianza del programma iconografico della dimora è un libretto, scritto e pubblicato dall’erudito nel 1655, intitolato Le Misteriose Pitture di Palazzo Moroni, nel quale sono descritte e spiegate con precisione e dovizia di dettagli le decorazioni degli ambienti di rappresentanza (2).
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Nella Sala dell’Apoteosi di Ercole, l’eroe mitologico è su una quadriga dorata; con una mano impugna una clava e nell’altra le redini dei destrieri al galoppo. Gli fanno da contorno sulle nubi Giove, Giunone, Mercurio e Pan.
L’Apoteosi di Ercole, nella sala omonima
Sala dell’Apoteosi di Ercole
Sala dell’Apoteosi di Ercole
Nella Sala dell’Età dell’Oro (o Sala delle Stagioni), si nota subito l’imponenza di Saturno circondato da putti al centro del plafone, mentre nelle aperture della quadratura, sotto forma di personaggi femminili seduti su basamenti, quattro illustrazioni simboleggiano l’Allegrezza, la Semplicità, l’Abbondanza e la Pace, doti suggerite dai committenti. Sotto di essi vi sono le relative storie, mentre per le pareti, l’Azzola ha usato la medesima tecnica mostrata al Palazzo Terzi, con colori ricorrenti nelle varie rappresentazioni che abbiano un nesso logico.
Nella Sala dell’Età dell’Oro (o delle Stagioni), Il Trionfo dell’Età dell’Oro, fantastica opera di Gian Giacomo Barbelli e dal quadraturista Giovan Battista Azzola. Saturno il dio del tempo e dell’agricoltura si ritrova circondato dalle rappresentazioni della pace, allegrezza e semplicità
Nella Sala della Caduta dei Giganti, decorata dal Barbelli con quadrature di Domenico Ghislandi, ciò che colpisce di più il visitatore è l’immagine dei Colossi che, fulminati da Giove, cadono verso il suolo con gli stessi macigni che si erano portati come armi. Il disegno plastico dei grandi corpi che cadono e l’insieme della composizione regalano un effetto suggestivo, tanto da accentuare l’azione di gravità terrestre e dare l’impressione di un autentico precipitare.
“Il Trionfo di Giove sui Ciclopi” si trova nel soffitto della Sala dei Giganti del Palazzo. Capolavoro seicentesco del pittore cremasco Gian Giacomo Barbelli
Il Salone, dedicato a Torquato Tasso e alla sua “Gerusalemme liberata” è il più ricco di decorazioni. Il soffitto, affrescato in modo da conferire all’ambiente l’illusione di una maggior altezza, raffigura l’atto in cui il Padre Eterno comanda all’Arcangelo Gabriele di informare Goffredo della missione che dovrà compiere in Terra Santa; e quello in cui l’Arcangelo informa Goffredo e un gruppo di angioletti che circonda l’Onnipotente, il quale appare fiducioso di quanto le truppe cristiane si apprestano a compiere.
Il Salone dedicato alla “Gerusalemme liberata” di Torquato Tasso
Il plafone è solo l’inizio di un “racconto”, che continua sulle pareti secondo una stretta concatenazione di eventi-rappresentazioni.
Il Salone dedicato alla “Gerusalemme liberata” di Torquato Tasso
Il Salone dedicato alla “Gerusalemme liberata” di Torquato Tasso
Il Salone dedicato alla “Gerusalemme liberata” di Torquato Tasso
Il Salone dedicato alla “Gerusalemme liberata” di Torquato Tasso. Completano questa magnifica stanza quattro stemmi celebrativi posti agli angoli, dove è raffigurata la pianta del gelso nelle varie fasi dalla crescita: la più importante fonte di ricchezza per la famiglia Moroni
Donato Calvi ha perfettamente eseguito il proprio progetto iconografico, esteso anche ad altre figure allegoriche che commentano la sequenza di disegni. Come le otto statue bronzate dipinte lungo i lati del salone. Quattro sono figure di donna e rappresentano la Fede, la Bravura, la Fatica e la Vittoria. Le altre hanno un aspetto virile e sono dedicate al Consiglio, allo Zelo, al Disprezzo ed al Giubilo.
“Magnanima menzogna, or quando è il vero sì bello, che si possa a te preporre?” (T. Tasso, ‘Gerusalemme Liberata’). Dettaglio di affresco seicentesco del pittore Gian Giacomo Barbelli nella Sala della Gerusalemme Liberata del piano nobile di Palazzo Moroni di Bergamo
Dettaglio di affresco seicentesco del pittore Gian Giacomo Barbelli nella Sala della Gerusalemme Liberata del piano nobile di Palazzo Moroni di Bergamo
Dettaglio di affresco seicentesco del pittore Gian Giacomo Barbelli nella Sala della Gerusalemme Liberata del piano nobile di Palazzo Moroni di Bergamo
Ai contemporanei può sembrare troppo “pieno” un simile ambiente, ma colmare le pareti equivaleva a mostrare tutta la propria ricchezza e nobiltà ed anche la simbologia delle immagini rappresentava un ottimo mezzo per raggiungere tale scopo.
Il settore privato del Palazzo: le sale ottocentesche
Nelle sale ottocentesche, che costituivano la residenza privata della famiglia, affreschi dai colori delicati riproducono sapientemente bassorilievi con la tecnica del trompe l’oeil, mentre colori sgargianti e soggetti fantasiosi ricostruiscono mondi classici o l’illusione di paesaggi esotici, come nella Sala Turca o nel Salottino Cinese.
Sala Rosa
Fatti decorare dal conte Antonio Moroni intorno al 1835, questi ambienti – la parte più abitata del palazzo – mantengono l’impronta del passato conservando gli accostamenti e le scelte originarie: negli arredi scelti con gusto, nei preziosi dipinti, nelle tappezzerie, nei soprammobili di autentico antiquariato, nelle specchiere antiche, nei lampadari, nei tappeti, negli ornamenti floreali. Ne risulta un susseguirsi di immagini suggestive e raffinate, sempre allineate ad un’efficace impostazione cromatica.
Sala Rosa
Di queste numerose stanze, restano più di altre impresse le Sale Gialla, Turca e Cinese, dove l’elemento determinante diviene l’arredo e lo stile particolare che le contraddistingue.
La Sala Gialla ha il soffitto a volta decorato con festoni dorati, medaglioni e riquadri con figure policrome di donna rappresentanti il teatro, la musica, la pittura e le arti in genere. Al centro del plafone, figure di fauni e di donne su fondo turchese, che richiama il colore dei riquadri posti all’altezza della cornice perimetrale. Vi è poi una fascia intermedia in chiaroscuro decorata con figure e scene di vario genere.
Sala Gialla, nel piano nobile di Palazzo Moroni
Nella Sala Gialla del piano nobile di Palazzo Moroni, posto tra due preziosi vasi Cinesi del ‘700 si ammiria un interessante dipinto ottocentesco del pittore paesaggista tedesco Julius Lange, espressione del naturalismo romantico. Il dipinto fu acquistato dalla famiglia Moroni presso l’Accademia di Brera
Sala Gialla
Scorcio della Sala Gialla, uno dei luoghi più suggestivi e ricchi di opere d’arte di Palazzo Moroni
Nella piccola ma esemplare SalaCinese, i medaglioni del plafone sono raccordati da riquadri irregolari che attenuano l’andamento curvo del soffitto; prevalgono i colori celeste e rosso cupo che supportano la decorazione di un paesaggio dipinto con un insolito effetto avvolgente nella parte alta delle pareti. Ai mobili francesi laccati si aggiunge un camino marmoreo su cui spicca una specchiera di rara eleganza. Una seconda saletta ha il plafone decorato sui toni dell’azzurro e del verde intenso con riquadri decorati con ornamenti di fantasia la cui leggerezza attribuisce slancio ed ariosità alle esigue dimensioni del locale. La tappezzeria rosa mette in risalto la preziosità degli arredi.
Sala Cinese
Sala Cinese
Sala Cinese
Più semplice, dal punto di vista cromatico, la camerada lettocon plafone a volta affrescato da una serie di motivi a chiaroscuro ripetuti nella fascia perimetrale sottostante, che si alterna alla tappezzeria damascata grigio-perla. Il letto è sovrastato da un baldacchino drappeggiato.
Palazzo Moroni, le stanze private: la camera da letto
La stanza da bagno, a stucco lucido, conserva invece una vasca in marmo costituita da un unico blocco, la cui realizzazione risale ai primi dell’Ottocento.
Ciliegina sulla torta è la balconata che scorre esternamente lungo il lato verso corte e conduce agli inattesi Giardini, che costituiscono il parco privato più grande di Bergamo alta, un autentico polmone verde nel cuore della città murata, dove i terrazzamenti arrivano a lambire i muraglioni della Rocca.
I Giardini all’Italiana
Sono composti da quattro generose terrazze di impianto seicentesco – impostate lungo la forte pendenza del colle di Sant’Eufemia -, e da un’area vasta, detta “ortaglia”, in parte terrazzata, frutto di annessioni ottocentesche e destinata a colture produttive.
Protetto sul lato verso la corte interna da una balaustra in pietra decorata con vasi scolpiti, il primo terrazzamento è caratterizzato da un parterre formale tipico dei Giardini all’Italiana.
Proseguendo oltre il parterre, un vano passante precede la scalinata racchiusa tra due mura di contenimento che conduce al secondo livello, con scorci sul paesaggio circostante. Qui si possono osservare un grande esemplare di biancospino, sulla destra, collezioni di iris e rose a destra e sinistra.
In asse con il primo terrazzamento, un’elegante scalinata adornata alla sommità da statue di putti e vasi scolpiti collega il secondo e il terzo terrazzamento. A destra e sinistra della scalinata si trovano due bordi misti di erbacee perenni.
Il terzo terrazzamento è dominato da un grande esemplare di olmo ed è caratterizzato dalla presenza di sei tassi, potati in forma, e da una collezione di piante acquatiche autoctone.
Sulla sinistra, dei gradini irregolari in pietra conducono all’ultimo livello dei giardini sino alla torretta di San Benedetto, eretta dai veneziani alla metà del Quattrocento e definita: “il pensatoio del Conte” confinante con le proprietà della Rocca.
La torretta di San Benedetto, un tempo utilizzata dai conti Moroni come sala di lettura
Il Parco
A monte del sistema dei terrazzamenti si apre la vasta area del parco, che confina ad ovest con il complesso monumentale della Rocca e che è tuttora caratterizzato da esemplari arborei produttivi come i gelsi, simbolo della famiglia Moroni, i ciliegi e i fichi. Questo luogo è attualmente dedicato a progetti di nuove piantumazioni e ad eventi stagionali con grande affluenza di pubblico.
Veduta del parco, sullo sfondo la Rocca di Bergamo Alta. Negli ultimi anni sono state sviluppate, con progetti localizzati, iniziative volte ad incrementare le collezioni botaniche e a offrire maggiore visibilità ai giardini formali e all’”ortaglia” di Palazzo Moroni: in particolare dal 2015 l’adesione al Chelsea Fringe Festival, nel 2016 con “Sopra e sotto Nettuno”, nel 2017 con “Tracciamento” in collaborazione con L’Orto botanico di Bergamo e la rete degli Orti botanici della Lombardia
Ed infine una curiosità: al pianterreno di Palazzo Moroni sono conservati alcuni affreschi “strappati” dalle pareti del demolito Palazzo Olmo. Tra questi la bellissima Madonna con Bambino e Santi, opera quattrocentesca di artista ignoto.
Note
(1) La storia del casato Moroni risale al 1334 e al suo capostipite Sereno Moroni. Un primo ramo si distaccò nel 1390 con Peccino Moroni, un secondo ramo, nato nel 1419 con Marco, diede origine all’attuale dinastia. Dal 1500 al 1850, i Moroni si distinsero per le loro innate capacità tecniche ed intellettuali, espresse tra gli altri dall’architetto Francesco, dall’umanista e storico Antonio, dall’umanista e scienziato Pietro, nonché gli ingegneri Andrea e Bertolasio. Quest’ultimo completò il campanile di S. Maria Maggiore, fu l’autore di un ponte sull’Adda e, su incarico del Senato veneziano, di un ponte sull’Adige.
(2) Cfr. Il testo edito a Bergamo nel 1655: “Le Misteriose pitture di Palazzo Moroni spiegate dall’Ansioso Accademico Donato Calvi Vice Principe dell’Accademia degli Eccitati all’Illustrissimo Sig. Francesco Moroni”.