La vita e il lavoro nella Valverde e nella Valtesse di ieri

E’ impossibile non innamorarsi della conca di Valverde, quell’anfiteatro verdeggiante esposto nel versante più fresco dei Colli, che s’inerpica su, fino alla porta di San Lorenzo, ai piedi della quale si adagia nella sua splendida semplicità, volgendosi al meraviglioso profilo del borgo San Lorenzo.
Ma quanto conosciamo davvero questa piccola località incastonata tra l’alta città e le propaggini montane?  
Cosa sappiamo del suo passato e della sua gente, del  lavoro che per secoli si svolse in questa umile eppur bellissima porzione collinare, consorella di Valtesse?
Per questo motivo ho voluto dedicare alle due località un intimo affresco, che ritrae i momenti più significativi della vita e del lavoro che  si svolgeva nei campi e nelle cascine: dalle attività più tradizionali legate all’agricoltura  con la produzione della vite, a quella tipica del luogo, a molti sconosciuta: quella dei lavandai, un’attività resa possibile dalla presenza della Morla e dai tanti ruscelli e ruscelletti che solcavano copiosi tutta l’area

Le cronache di fine Ottocento raccontano che fino agli anni ’50 del secolo scorso Valverde era tutta composta da lavandai e giornalieri.

Tra le tante famiglie che traevano sostentamento da questa attività, spiccavano i nomi dei Sarzetti e dei Luzzana.

Sarzetti Lucia Rigamonti in una foto giovanile, davanti al cavallo e Sarzetti Pietro nel carro, con il cappello da alpino, assieme ad un amico, con il carico di biancheria da lavare ritirata in città. Foto del 1946, ripresa nella stradella che da via Maironi porta alla cascina di Valverde, sotto la porta Garibaldi

La famiglia Sarzetti svolgeva tale mansione presso la cascina “Cerea”, nel cuore della Val Verde, utilizzando l’acqua del “rio Valverde”, alimentato da sorgenti permanenti disseminate in tutta la valletta che scende da Colle Aperto e da Porta S. Lorenzo.

Porta S. Lorenzo segna la linea di demarcazione fra Valverde e Città Alta (Raccolta D. Lucchetti)

La cascina “Cerea” era anche denominata la “Cà dei sòi”, tradotto letteralmente in “casa dei mastelli”, qui ritratta in una cartolina dell’epoca insieme ad una quantità incredibile di lenzuola stese ad asciugare: l’attività dei Sarzetti reggeva la concorrenza dei lavandai di Paladina, dove quasi tutti gli abitanti erano occupati in tale attività.

La “ca dei sòi”, nella valletta di Valverde, attorniata da lunghe fila di LENZUOLA stese ad asciagare, segno evidente della presenza nella cascina dell’attività di lavandai. La biancheria veniva ritirata al lunedì e riconsegnata al sabato. Agli alberghi si faceva il possibile per riconsegnarla già al mercoledì (Raccolta D. Lucchetti)

Nel vocabolario dei dialetti bergamaschi del Tiraboschi,“Sòi”  sta per “Mastello, Tinello. Gran vaso di legno, a doghe, cerchiato di ferro, consimile a un tino, ed adoperato pel bucato”.

La “Ca dei sòi” e il profilo di borgo S. Lorenzo

I mastelli, collocati sopra un treppiede di legno – “cavra dei sòi” -, contenevano fino all’orlo i panni da lavare, che venivano ricoperti con un tessuto a trama fitta sopra il quale i lavandai versavano la cenere di legno e poi l’acqua bollente. Da questa miscela si otteneva la liscivia, il rudimentale detersivo di una volta.

Il lavoro comportava una gran fatica sia per i lavandai e sia per donne di casa, che adottando tale sistema garantivano una perfetta pulizia del bucato, profumato in modo del tutto particolare.

La “ca dei sòi” e Valverde nella penombra. In lontananza la Maresana e il Canto Alto

Tra gli altri, facevano parte della clientela dei Sarzetti il Comando della Guardia di Finanza con sede in Rocca, il Comando dell’aviazione tedesca, sistemato nell’attuale scuola di ragioneria nei pressi della stazione ferroviaria, l’Albergo “Agnello d’Oro” di Borgo S.Caterina, l’Albergo del Sole di Piazza Vecchia.

Albergo del Sole in Piazza Vecchia

La biancheria veniva ritirata il lunedì e riconsegnata, al massimo, a fine settimana; ma per quanto riguardava, in particolare, le tovaglie dei ristoranti e le lenzuola degli alberghi, si faceva il possibile per portare a termine il lavoro con maggior celerità.
Il trasporto della biancheria avveniva con il carro tirato dal cavallo.

Il carretto dei lavandai in via Arena

C’erano poi i Luzzana, che svolgevano l’attività di lavandai vicino aI ponte della Morla. Il capo famiglia, Luzzana Pietro, era conosciuto come Piero del pùt.
L’abitazione era accanto al ponte dal lato della chiesa.

La barriera daziaria di Porta Santa Caterina (già borgo di Plorzano) in una splendida fotografia di Rodolfo Masperi (Raccolta Lucchetti)

 

Luzzana Pietro e Esposito Giacoma via Maironi da Ponte, 1919 (Lazzana, lavandaio al Ponte della Morla)

Per lavare veniva utilizzata l’acqua stessa della Morla, che all’epoca, alla fine anni ‘3O, era ritenuta pulitissima.

I sòi erano collocati in uno stanzone al piano terra dell’abitazione, mentre i panni lavati, per lo più lenzuoli, tovaglie, asciugamani, venivano stesi ad asciugare in un campo che la famiglia aveva in affitto al di là della Morla, prima del ponte.
In una fase successiva, nel campo era stato costruito anche un capannone dove erano stati sistemati i mastelli e in tal modo tutta l’attività si svolgeva oltre la Morla.

Tra la clientela gli abitanti ricordano le suore Canossiane di via della Milizia (oggi via S. Tomaso), il conte Marenzi di Pignolo, alberghi e ristoranti.

Via S. Tomaso, un tempo chiamata via della Milizia

Per ritirare e riconsegnare la biancheria (ritirata al lunedì e riconsegnata il lunedì successivo) i Luzzana usavano un carretto trainato da un asino di loro proprietà, che tenevano presso il vicino contadino.

La famiglia di Pietro Lussana, di via Maironi, 1948. “Piero del put” è noto per essere stato uno degli ultimi lavandai di Valverde

Piero del pùt cessò l’attività di lavandaio verso l’inizio degli anni 40 per una sfortunata serie di motivi: la morte dell’asino, che gli serviva per ritirare e riconsegnare la biancheria (e che non poteva rimpiazzare), una forte inondazione della Morla, che aveva divelto quasi tutte le pietre sistemate per lavare (l’acqua  aveva ricoperto anche il ponte) e la partenza per la guerra del fratello, che gli dava una mano nell’attività.

La piena della Morla del Luglio 1992 (Foto di Carlo Scarpanti)

 

La piena della Morla del Luglio 1992 (Foto di Carlo Scarpanti)

In Valverde v’erano altre famiglie di lavandai, seppur con attività più limitata rispetto a quelle citate.
I Cerutti (Ol Filottì) svolgevano l’attività in via Filotti, nella casa abitata dalla famiglia e adoperavano l’acqua della Morla.

Anche la casa di Andreini Piero detto, “il Baracchì”, di via Filotti era denominata “la cà dei sòi”.

L’ingresso dell’osteria “Gnuc”

I Noris abitavano in una casetta in via Maironi, dal lato apposto alla chiesa, sotto il castello di Valverde. Usavano l’acqua di una seriolina che passava lungo la strada.
I Noris avevano costruito anche un’ampia tettoia sotto cui stendere i panni ad asciugare.

Nella panoramica, il castello di Valverde sulla destra

I Foresti abitavano all’angolo tra via Valverde e via Maironi; anch’essi usavano l’acqua di una seriolina che passava nelle vicinanze; probabilmente, come per i Noris, doveva trattarsi di diramazioni del “Rio Valverde”.

Un componente di quest’ultima famiglia, di professione tipografo, si faceva notare per essere proprietario di un velocipide (una bicicletta con la ruota davanti grandissima e quella posteriore invece molto piccola) con il quale ogni anno partecipava alla biciclettata organizzata da un gruppo di Valverde.

C’erano poi i Borsatti,  lavandai in via Valverde nella zona delle case Rossi, che utilizzavano l’acqua del ruscello della valle delle Cave. Nella stessa zona  anche i Minoia dovevano forse svolgere la medesima attività.

Nel tratto finale del ruscello, poco prima della confluenza nella Morla, erano sistemate delle grandi pietre lisce utilizzate per lavare i panni.

La via Maggiore, in uscita da Valverde

Con gli anni ’50 cessava l’attività dei lavandai di Valverde.
Diversamente da quanto in quegli anni fu fatto a Paladina – località in cui quasi tutti gli abitanti svolgevano l’attività di lavandai -, a Valverde non furono introdotte innovazioni e quando giunse a termine la stagione del solo lavoro manuale, cessò anche l’attività dei lavandai.

 

Momenti di vita e di lavoro: le immagini

Franco Rigamonti al mercato nel 1954

 

Brembati Evaristo, nonno di Burini Anna Rigamonti

 

Farina Carolina, nonna di Burini Anna Rigamonti

 

I fratelli Rigamonti nella stagione della divisa, 1936. Le quattro divise rappresentano rispettivamente: figlio della lupa, balilla, avanguardista, giovane fascista

 

Cattaneo Giacomo della Tegazza, con i compagni di lavoro, al termine della costruzione della cappelletta votiva lungo la strada che conduce a S. Vigilio (fine anni ’20)

 

Cattaneo Giacomo della Tegazza, muratore, al lavoro per costruire la cappelletta votiva lungo la strada che conduce a S. Vigilio (fine anni ’20)

 

Gritti di Valverde (1° a sinistra), classe 1895

 

Ingresso stabilimento Fratelli Mazzoleni

 

La Sace ritratta nel 1946 in occasione dell’inaugurazione dell’ stabilimento. Il territorio di Valtesse è ancora quasi del tutto agricolo

 

Veduta su Valverde, la piana di Valtesse e la Maresana. In lontananza a destra spicca la chiesa di San Colombano

 

La casa contadina dei Taiocchi trasformata in officina, prima che venisse abbattuta per la costruzione di un nuovo edificio da adibire alla produzione (1960 circa)

 

Via Pietro Ruggeri: Boffelli Gianni nella salumeria ereditata da suo padre Antonio (nativo di Camerata Cornello), che aveva aperto il negozio negli anni ’20

 

“Piciorla e pom”

Panorama su Valverde da Colle Aperto (Raccolta D. Lucchetti)

La piana di Valtesse è molto cambiata, dove c’erano cascine e molti poderi, oggi ci sono tante abitazioni e l’attività agrícola è del tutto scomparsa.

Anni ’30: massaie rurali di Valtesse e Valverde alla “Ca Binca” di via Castagneta

Anche sui Colli, si sa, vi sono stati moltissimi cambiamenti; il numero delle case è rimasto pressappoco lo stesso ma da cascine per contadini si sono trasformate in abitazioni per il ceto medio.

Anni ’30: massaie rurali di Valtesse e Valverde alla “Ca Binca” di via Castagneta

Dei vigneti di allora, testimoniati dalle immagini dell’epca, non restano che pochi lembi.

Veduta sulle propaggini di Valverde e sulla piana di Valtesse

 

Veduta sulle propaggini di Valverde e sulla piana di Valtesse

Quegli stessi vigneti che non consentivano la produzione di vino di buona qualità ma piuttosto di un vino chiamato “piciorla”.

Anni ’30 – “Ca Bianca”: le viti del “piciorla” e la mietitura svolta ad opera delle massaie rurali

 

Anni ’30 – “Ca Bianca”:  Le viti del “piciorla” e il “melgòt”, con le massaie rurali

Si parla del ”piciorla” in un curioso articolo pubblicato dall’“Eco” il 24 apríle del ’93, che rievoca episodi riportati dal giornale un secolo prima:

”Ieri sera (cíoè Domeníca 16 aprile 1893, visto che il reporter scriveva il lunedì 17), verso le 7 e mezza, nell’osteria detta il Trentino fuori Porta S. Caterina, vennero a rissa parecchi contadini di Valtesse. Riscaldatisi presto gli animi, volarono per aria tazze e bicchieri e quant’altro capitava alle mani dei rissanti.
Un certo Properzi Antonio, d’anni 42, mediatore, s’ebbe nella testa la misura di un mezzo litro di vino, che gli produsse una ferita giudicata guaribile in una trentina di giorni. Venne ricoverato all’Ospedale.

Come ricorcla Luigi Pelandi, la bettola in questione era posta in via Baioni. Gestita da pugliesi, prendeva il nome dal prezzo del suo vino: “squinzano” e “manduria” a centesimi trenta (trenta ghèi) al boccale d’un litro. Una vera bazzecola per quegli amici di Bacco, contradaioli e forestieri (così allora venivano considerati anche gli abitanti dell’hinterland), che non potevano o volevano permettersi l’aristocratico barolo o la barbera.

Presso il “trani”, racconta ancora il Pelandi, era stato istituito un servizio di carriole (come quelle in uso dai maratori…) per riportare a domicilio gli incauti bevitori messi K.O. dalla gradazione alcoolica di quel generoso liquore, fatale a compare Turiddu e bevuto disinvoltamente come se si trattasse delle anemiche “piciorle” della Maresana e dei colli limitrofi. Nel caso rievocato la carriola aveva funzionato da…ambulanza”.

La vendemmia, 1982

Fortunatamente si è registrato qualche singolare ritorno al passato nel terreno intorno alla cascina di via Valverde (ex proprietà Garofano), con la nuova piantagione di vitigni adatti all’ambiente, che forniscono uva di buona qualità e dunque un buon vino da tavola.

La vendemmia a Valverde, 1990

 

Il raccolto dell’uva a Valverde

Mosè del Brolo, nel XII secolo, scriveva che sui colli di Bergamo si avevano
“Boschetti ove fiorisce il castagno qui verdi e sempre verdi prati e pampinee viti, e meli e noci e olivi e tenue zampillar di fonti…”.

Scriveva poi il poeta vernacolo Bressani che nel 1490, a Ponteranica e a Sorisole, nella valle del Morla, si producevano e si vendevano mele.

“Gne con tal desideri Sant’Antoní
Per vèend beligòcc, pom e castegni pesti,
Da Poltranga a Surisel specià i doni
Gne ai desidera ch’as faghi di festi”.
(Volpi, “Usi Costumi e Tradizioni Bergamasche”, pag. 183).

 

Il lavoro nei campi e nelle cascine

La cascina sotto le mura di S. Agostino (1978)

 

Andreini Angelo e Tajocchi Franco “massadur de sunì”

 

Arnie in Valverde

 

Prometti Tullio, Rocco, Tomaso e Rosario (primi anni ’50)

 

La fienagione

 

Caprette al pascolo

 

Vaglieri Ernesto con il figlio Gino, 1950

 

La raccolta delle ciliege, 1955

 

Il “ravizzone”, pianta da cui si può cavare l’olio e che può essere usata anche come foraggio, 1996

 

La raccolta delle patate, 1990

 

La mietitrebbia, 1986

 

Le cave

Particolare della Carta Industriale della provincia di Bergamo, fine ‘800. Valtesse porta il segno della presenza di un polverificio

In passato nella località di Castagneta erano attive Cave di pietra mentre in Valverde si estraeva argilla per la produzione della ghisa negli altiforni. L’ultima cava di terra in Valverde, gestita dalla famiglia Rossi, ha cessato la propria attività pochi anni orsono.

Nella zona è stata soprattutto estratta la pietra di Castagneta (molto simile all’arenaria di Sarnico), impiegata abbondantemente in Città Alta sin dall’epoca romana: nei tratti di basolato  rinvenuto nelle vie Gombito e Colleoni e in alcune lapidi, così come in coperture tombali risalenti al medioevo e, in grande misura, nella fabbrica di S. Maria Maggiore, nella chiesa di S. Agostino e  nelle Mura veneziane, da S Agostino fino al Castello di S. Vigilio.

Chiesa di S. Agostino, adibita a caserma

Fra le moltitudini di tagliapietra impiegati nell’opera ciclopica delle Mura vi furono senz’altro i “picapreda” di Valtesse; un documento attesta che l’incarico di costruire la Porta di S. Agostino venne dato ai fratelli Pietro e Cristoforo dei Marchesi, che per quest’opera ricevattero 352 ducati: quella stessa porta che insieme a quella di S. Giacomo il generale conte Francesco Martinengo considerava le “due più belle e più sicure del Veneto”.

Nota
Le notizie relative al capitolo “Gli ultimi lavandai di Valverde”, sono state redatte sulla scorta di informazioni fornite da Lucia Sarzetti Rigamonti e da Giuditta Luzzana Frigeni, che hanno aiutato i genitori e i fratelli piu anziani a svolgere questa attività.

Riferimento essenziale
“Valverde e dintorni” – Centro ricreativo Valtesse per la Terza Età – A cura di Gino Pecchi.

Il “rasgament dèla ègia” ai tempi gloriosi del Ducato di Piazza Pontida

A Bergamo, l’antica tradizione del “rasgamènt de la ègia”, antico retaggio pagano, fu ripristinata nel 1923 quando Rodolfo Paris, “addobbatore di mestiere e suonatore di piano, a orecchio”, decise di organizzare il cosiddetto “rasgamento” dapprima con un gruppo di amici e successivamente, nominato primo Duca del Ducato di Piazza Pontida, aprendo la manifestazione a tutta la provincia sotto l’egida del Sodalizio del Ducato, la cui nascita merita di essere raccontata.

Era la gelida notte di S. Silvestro del 1923 e già da mesi la Torre dei Caduti ergeva la sua mole a dominare il nuovo centro cittadino ma, forse per ragioni burocratiche o forse per scongiurare disordini, da mesi non giungeva il nullaosta (e con esso l’atteso Mussolini) per l’inaugurazione ufficiale.

La Torre dei Caduti scontava intanto la pena di quelle titubanze e di quei timori e ciò contrariava non pochi Bergamaschi, ormai stanchi di aspettare.

Tra questi, un bel tipo di poeta dialettale, Rodolfo Paris, “addobbatore di mestiere e suonatore di piano, a orecchio”, decise di rompere gli indugi sostituendosi alle “autorità’ fantasma”.

Nella Bergamo appena ridisegnata nel suo profilo urbanistico, con la base della torre ancora circondata da una staccionata, la città attendeva ormai da mesi che Benito Mussolini si decidesse a stabilire la data della cerimonia ufficiale. Egli temporeggiava perché una sua visita a Bergamo, città “popolare”, a quel tempo avrebbe certamente suscitato polemiche e provocato forse qualche disordine. La città si sentiva beffata, e Rodolfo Paris ne interpreto’ a modo suo il malcontento e il desiderio di trasgressione

Radunò in Piazza Pontida una “bella brigata di popolo” con non pochi artisti e buontemponi e organizzò un corteo che, fanfara in testa, s’incamminò per via XX Settembre fra spari, bengala, brindisi e inni patriottici.

Piazza Pontida, con un’auto degli anni 30, Wrchivio Wells

Di quell’allegra brigata faceva parte, certamente, lo scultore Alfredo Faino con l’avvocato Davide Cugini, il pittore Dante Montanari, il giornalista Ferruccio Vecchi, l’avvocato Arturo Cattaneo, lo scultore Cesare Archenti, il pittore Umberto Marigliani, l’avvocato Angelo Astolfi, il burattinaio Steeni, i poeti dialettali Renzo Avogadri, Ferruccio Grasselli e Giuseppe Mazza.

Nella fotografia scattata da Pietro Gentili negli anni Trenta del Novecento, si evidenziano  alcuni dei protagonisti della storica nottata di S. Silvestro: lo scultore Alfredo Faino è il primo a sinistra; Pietro Nicoli con l’impermeabile al braccio, Antonio Arienti con la sigaretta e, a seguire, Giuseppe Mazza, l’avvocato Alfonso Vajana, Ferruccio Grasselli con il cappello sulle ventitrè, Giacinto Gambirasio, Battista Algisi, l’avvocato Angelo Astolfi con la mano alzata, con accanto il fratello Pietro detto Giópa

Quando la truppa di uomini intabarrati giunse in Piazza Vittorio Veneto, all’ultimo rintocco della mezzanotte Rodolfo Paris avanzò ai piedi della Torre dei Caduti e, tra un rispettoso silenzio generale (“non si sentivano che i cuori a battere”), con un largo gesto si tolse il caratteristico cappello a fungo declamando con voce commossa: “Regordém i màrtiri de la Patria… La tór la resta issê inaügürada!”. Chinò il capo e stette un attimo con le mani giunte, in atteggiamento di preghiera.

Nel buio della notte una voce si levò all’indirizzo del capo della brigata esclamando: “Viva il Duca di Piazza Pontida!”. Il grido echeggiò nella piazza e la Torre dei Caduti fu cosi inaugurata “fra un delirio di popolo”, che accorse a demolire la staccionata.

Piazza Vittorio Veneto con la Torre dei Caduti

L’appellativo di “duca” affibbiato al Paris – buontempone arguto e spiritoso – scaturiva dall’essere il padrone incontrastato della piazza: il Paris una sera si era divertito a illuminare i portici di Piazza Pontida “facendo penzolare sotto gli archi dei gusci di lumache, che contenevano l’olio e il lucignolo”.

Pare assodato che fu proprio da quella esclamazione, udita all’alba del 1923, a scaturire l’idea di incoronare un duca ed istituire effettivamente un Ducato.

Rodolfo Paris detto “Alègher”: personaggio stravagante e creativo, addobbatore con negozio in via Sant’Antonino (addobbava chiese e contrade per cerimonie religiose, piazze e vie per feste civili e patriottiche), pianista (suonava al Teatro Donizetti durante le proiezioni del cinema muto) e autore di poesie in dialetto bergamasco con lo pseudonimo “Alegher” dovuto al suo spirito ilare e bizzarro. Frequentava un circolo di artisti e professionisti, che aveva la sua sede in Piazza Pontida (Archivio storico-fotografico Domenico Lucchetti)

Il 15 marzo 1924, al ristorante dell’Angelo in Borgo Santa Caterina “un carnascialesco convito di artisti, di letterati e di cultori della poesia dialettale” si riunì per istituire ufficialmente il Ducato di Piazza Pontida e per l’incoronazione di Rodolfo Paris, primo Duca col nome di Rodolfo ü (uno):
“Dopo un lauto banchetto nella sala addobbata con gli emblemi gioppinori, ecco finalmente l’atteso momento dell’incoronazione: Rodolfo Paris sedeva in posizione centrale mentre una damigella graziosissima, Lina Rota, modello di fanciulla e modella per gli artisti, s’avanzava solennemente con la corona di latta posata sul tagliere (basgèta) della polenta. Nell’atto di alzare la ducal corona, due delle cinque molliche di pane, infilate nelle cinque punte, si staccarono e scivolarono sul tavolo. Qualcuno vide nel fatto un auspicio di dubbio significato e venne ordinato di riattaccarle, ma sotto la corona. Subito lo scultore Cesare Archenti si munì di due fili di ferro e li attaccò alla corona con le due palline lasciandole penzolare nel vuoto. Dopo di che la corona venne posata sul capo di Rodolfo Paris tra i ripetuti brindisi e le ripetute generali acclamazioni.
La corona divenne poi l’emblema ufficiale del Ducato e ancora oggi campeggia sulla testata del “Giopì”, organo ufficiale del Ducato di Piazza Pontida” (2), “sodalizio di cultura, arte, folklore e tradizioni bergamasche”, come recita la denominazione ufficiale.

Una delle più antiche piazze di Bergamo bassa, Piazza Pontida, già Piazza della Legna: il cuore della Bergamo popolare, per tradizione luogo di antiche feste vernacolari. Lo scopo del Ducato era quello di tenere gli animi allegri e conservare il dialetto e le tradizioni bergamasche

Ma nella notte di San Silvestro del 1923, mentre si inaugurava a furor di popolo la Torre dei Caduti, chi proruppe nel grido acclamante che elevò il Paris ai fastigi ducali? Fu forse Alfredo Faino, autore dell’egregia statua della Vittoria che faceva bella mostra di sé sulla torre?

Egli, che più d’ogni altro fremeva per i continui rinvii della cerimonia d’inaugurazione, aveva dovuto farsi promotore della manifestazione spontanea di quella brigata di popolo, incontrando la solidale affettuosa adesione del Paris, che sicuramente conosceva sin dai primi anni del secolo.

Lo scultore Alfredo Faino in posa nel suo studio durante la realizzazione della imponente statua della Vittoria da collocare nella Torre dei Caduti (Archivio fotografico – Fondazione Bergamo nella Storia)

QUANDO LA MÈZA QUARÉSMA SI TENEVA IN PIAZZA PONTIDA

Rodolfo Paris fu fra i più attivi organizzatori di quella festa popolare che un tempo aveva nell’albero della cuccagna la sua principale attrazione e che negli anni goliardici della nascita del Ducato di Piazza Pontida culminò nella riesumazione dell’antica costumanza medioevale del rogo (o rasgamento) della “Vecchia”, in occasione della Mezza Quaresima.

La consuetudine del “rogo della vecchia” in Piazza Pontida era stata preceduta da quella del palo della cuccagna (qui immortalato nel 1936), di cui il Paris era stato tra i più attivi organizzatori. Ecco come “L’Eco di Bergamo” citava una delle prime feste del Ducato: “Ieri sera in piazza Pontida ci sono stati grandi festeggiamenti: trampolini, cuccagne, fuochi artificiali hanno valso a trarre nel popolare rione una folla così densa che dalle 20 alle 21 ogni circolazione è stata resa impossibile e i tram hanno dovuto interrompere il traffico” (Archivio storico-fotografico Domenico Lucchetti)

La “vecchia”, quel fantoccio che nell’antica tradizione popolare comune a mezza Italia e diffusa da Asti a Pordenone, raffigura la quaresima – e quindi il digiuno e l’astinenza -, venne caricata dal Paris, dal Faino e dagli altri adepti del nascente Ducato, di significati satirici e polemici, simboleggiando di volta in volta una “magagna” riguardante la vita cittadina: un fatto di costume, un personaggio, un ente, un’istituzione, un provvedimento o una norma da mettere in ridicolo o da togliere di mezzo.

Al calar della sera si brucia la “Vecchia”, o meglio il cartellone che la simboleggia: sotto le tristi sembianze della Vecchia megera, esposta al ludibrio del popolo, l’artificiere ducale brucia  le “grane” cittadine più resistenti, i problemi cronici, le istituzioni malridotte

Ol rasgamènt, ormai in uso da 95 anni, ha subìto nel tempo alterne fortune: sicuramente in uso nel marzo del 1869 (quando Antonio Tiraboschi scriveva: “A mezza Quaresima as rasga la ègia”), è stato con ogni probabilità reintrodotto nel primo dopoguerra dal Ducato di Piazza Pontida – con una interruzione dal 1940 al 1945 con la soppressione del Ducato -, per poi scomparire già a metà Novecento.

Avviso del 1952 invitante ai festeggiamenti di Piazza Pontida

Solitamente, l’argomento prescelto per l’ignominia del rogo riguarda la vita cittadina e il tema – deciso di anno in anno dal Duca di Piazza Pontida, fra quelli che gli vengono sottoposti dai dieci saggi del “Consiglio della Corona” -, viene opportunamente illustrato nel testamento della “Vecchia”, letto coram populo prima che il fuoco avvampi.

Spettacolo in Piazza Pontida

Come non bastasse l’onta delle fiamme, un’enorme sega viene mossa per tagliare in due la “Vecchia”, una figura enigmatica che in molte tradizioni agrarie è sostituita da un albero, trasparente riferimento fallico che rimanda alla simbologia della fertilità degli antichi riti pagani: un gruppo di contadini si muoveva di casale in casale inscenando l’abbattimento dell’albero, che veniva poi segato. Il tutto si concludeva con la simbolica resurrezione, fra danze e canti, che evocava la cacciata dell’inverno e la ripresa dei lavori agricoli. Ecco perchè si parla di “segare” la vecchia.

L’argomento prescelto per l’ignominia del rogo nel 1924 fu l’annona, la tessera annonaria qui rappresentata da “La Nona”, la vecchia segata e bruciata nel 1924 in Piazza Pontida. Tra le prime “vecchie” condotte al supplizio fra una turba di popolo curiosa e festante, vi fu anche la Pace di Versailles. I cartelloni raffiguranti quelle “vecchie” dai tratti fortemente caricaturali, furono approntati da Alfredo Faino

Oggi il rito del rasgamènt  si tiene di sabato in piazza Matteotti, ma un tempo si teneva di GIOVEDI’:

“La sera del giovedì di mezza Quaresima, per simboleggiare la fine della prima parte di questa, ma anche a scopo di satira su avvenimenti politici o d’interesse cittadino, in Piazza Pontida, per iniziativa e a spese degli esercenti del luogo e dei ‘vassalli’ del così detto ‘Ducato di Piazza Pontida’ (specie di società di individui amanti del ridere, mangiare e bere nonché della poesia dialettale), si allestisce uno spettacolo pirotecnico affatto gratuito, rallegrato da una banda musicale a cui assiste sempre una folla strabocchevole accorrente da ogni punto della città.
Un grande pupazzo rappresentante una vecchia, dopo essere stato portato attraverso le vie della città, viene innalzato, verso sera, sul fondo della piazza, tra un apparato di cartoni dipinti e di pali che reggono molteplici girandole più o meno grandi e più o meno complicate che si accendono successivamente, tra il fragoroso scoppio di altri fuochi d’artificio.

La sfilata dei Carri nel 1941

Alla fine, mentre dalla terrazza del palazzo retrostante trabocca un’abbagliante cascata al magnesio, una simbolica sega luminosa fa rovesciare all’indietro e scomparire tra le fiamme di un cratere, tra scoppi e fischi assordanti, la parte superiore del pupazzo.
Dopo di che la folla si disperde commentando allegramente, mentre si spengono le ultime luci e le ultime note della banda”.

La sfilata dei Carri nell’edizione del 1942

Il fantoccio della “Vecchia” veniva prima segato e poi messo al rogo attraverso uno scoppiettante e chiassoso spettacolo pirotecnico.

Oggi dell’antica usanza non ne resta che il dettato: il “segamento” è solo simbolico (per darne la sensazione il pupazzo è sostituito da un gigantesco cartellone che viene tagliato a metà da una metaforica sega luminosa).
..”nonostante di quando in quando spunti qualche moralista scrupoloso a deprecare tanto sfarzo di fuochi artificiali e tanta sana ilarità popolare, in nome dell’austerità (che gli scimmiottatori anglomani hanno stupidamente tramutato in austerity) e dei tempi calamitosi. «Guardiamoci da chi non sa ridere», diceva Giovanni Banfi”.

La sfilata dei Carri negli anni Cinquanta

Le stesse suggestioni di allora, rivivono in una poesia del primo Duca di Piazza Pontida, Rodolfo Paris (la traduzione nella didascalia seguente):

I giràndole, i fontane,
föch in aria, póm granàcc,
che i se dèrv e i furma grane
de brilàncc bèi facetàcc:
Vrach, zach, tach; pò öna grand lüs
de bengài che i góta arzènt,
che i ris-ciara, che i sberlüs,
e la zét che fà moimènt …
E intramèss a lüs e ciàs,
chèsta Ègia pitürada
la par quase dré a speciàs
per vèss bèla e cincinada,
ma ’n d’ü tràcc la s’ dèrv in dù
e del còrp ghe é fò i moscù.
Dopo chèst, dò o trè bombade,
pò ’n de l’ombra l’ turna töt …
Vià la zét per i contrade,
ol Piassàl l’è quiét, l’è öd:
gloria, onùr, föch e bordèl,
töt a l’ passa, ol bröt e ’l bèl

Piazza Pontida nel 1924: Il rogo della “Nona” avvenuto dopo il “segamento”. Le girandole, le fontane, / fuochi in aria, melegrane, / che si aprono e formano grani / di brillanti ben sfaccettati: / Vrach, zach, tach; poi una grande luce / di bengala che gocciolano argento, / che rischiarano, che risplendono, / e la gente che fa movimento … e così, fra luci e chiasso / questa vecchia dipinta, quasi che stia a specchiarsi / per essere bella e cincischiata, / ma in un tratto si apre in due / e dal corpo le escono i «mosconi» [fuochi d’artificio]. / Dopo questo, due o tre bombardate, / poi nell’ombra torna tutto… / via la gente per le contrade, / il piazzale è quieto e vuoto: / gloria, onore, fuochi e strepiti, / tutto passa, il brutto e il bello (Rodolfo Paris) – (Archivio storico-fotografico Domenico Lucchetti)
Esilarante fu il “segamento” del sole di Giovanni Paneroni, Superastronomo. La sua frase più ricorrente era: “La terra non gira o bestie!”.
Si fermava spesso fuori dai licei per bloccare gli studenti, intrattenendoli con le sue strambe teorie: “Dicono che l’aria ci sostiene. Ma bestiacce! È la salute che ci sostiene. Provate a tirare una rivoltellata nella testa a uno e vedrete se l’aria lo sostiene. Cadrà di certo per terra!”.

Giovanni Paneroni, Superastronomo (Archivio storico-fotografico D. Lucchetti)

Pubblicò persino un giornale con questa testata: “NUOVlSSlMA TREMENDA GEOGRAFIA DI PANERONl”: Copernico e Galileo sbagliarono – La terra è piana infinita ferma – il sole è largo 2 metri colla velocità di 2000 chilometri all’ora gli circola sopra e conservando sempre l’altezza di mille chilometri – Sembra a tutti che levi e tramonti – Questo grande divertente profondo studio costa soltanto lire “una” – Vale dei milioni”.

Venne “segato” sulla pubblica piazza senza pietà.

Il “segamento” di Paneroni in Piazza Pontida (Archivio storico-fotografico D. Lucchetti)

Ma il rogo da molti anni non si tiene più in Piazza Pontida.
A sera sotto i quattrocenteschi portici dei Gentiluomini, a Occidente, e quelli settecenteschi della Gallinazza, a Settentrione – edificati in sostituzione delle baracche di legno dei negozi trecenteschi -, si profilano le ombre delle colonne.

La vita non ferve più come un tempo nell’antica Piazza della Legna.

A notte fonda, quando si è placato il fragore del traffico urbano e la piazza è completamente deserta, potresti forse intravedere due figure evanescenti, Rodolfo Paris, infagottato nel vecchio tabarro, la larga tesa del cappello a fungo calata sulla fronte, e Alfredo Faino, in doppiopetto, la giannetta dal pomello eburneo stretta fra il braccio e il fianco, mentre si recano a salutare Pietro Ruggeri, solo e dimenticato sul piedistallo marmoreo all’angolo delle Ortolane.

 

Riferimenti
Umberto Zanetti, Bergamo d’una volta
Pilade Frattini, Renato Ravanelli, Il Novecento a Bergamo.

* Ringrazio Laura Ceruti per l’originale raffigurante i portici di Piazza Pontida.

Lo storico Caffè Balzer sul Sentierone, specchio di un’epoca

Il nome “Balzer” suona come una piccola melodia che riecheggia nell’aria evocando profumi e sensazioni palpitanti di vita, e vien voglia di pronunciarlo lasciandosi trasportare dalla scia di storie non poi così lontane.

Quando nel 1936 i Balzer, mercenari originari del Leichtenstein, aprirono i battenti del famoso “Caffè”, potevano già vantare un passato di tutto rispetto avendo già aperto dal lontano 1850 la loro prima pasticceria a Palazzolo sull’Oglio, cui ne era seguita una seconda a Treviglio.

Quando i Balzer nel 1936 aprirono il Caffè sul Sentierone, il Nazionale vi esisteva già dall’Ottocento in un edificio della vecchia Fiera, dove aveva simboleggiato a lungo, grazie all’intraprendenza dell’impresario teatrale milanese Pilade Frattini (che ebbe in gestione anche il Teatro Nuovo e il Casinò di S. Pellegrino), la “Belle Époque” in salsa nostrana. Era anche il ritrovo della vita artistica ed intellettuale di Bergamo

I Balzer erano approdati nel cuore di Bergamo bassa rilevando quei locali sotto i portici del Sentierone un tempo occupati dalla pasticceria di Ubaldo Isacchi, già stanziata in loco dai primi del Novecento, in un negozio dell’antica Fiera.

L’ingresso dell’autostrada Milano-Bergamo nel 1928, poco dopo l’inaugurazione, con a destra il cartello pubblicitario della Pasticceria Isacchi e, a sinistra, quello del Moderno, albergo “di prim’ordine” (proprietà Museo delle Storie di Bergamo)

Giunta in città, la storica denominazione si riconfermò da subito come uno fra i marchi più prestigiosi, dando avvio ad un’epoca splendente che vide il suo apogeo negli anni Cinquanta e Sessanta, quando Modugno cantava “Nel blu dipinto di blu”.

Lungo il Sentierone nel 1939

 

La storica pasticceria, dal 1936 tra gli eleganti portici affacciati sul Sentierone, di fronte al Teatro Donizetti, domina il viale pedonale aperto nel 1762 come passeggiata per eccellenza dei bergamaschi

Se fino a metà Novecento il Balzer aveva conteso al Nazionale il primato di “Caffè d’eccellenza” del Sentierone, la gestione unificata dei due locali sotto il nome di Sandro Balzer aveva incrementato l’assidua frequentazione dei caffè più eleganti del “corso”, permettendo ai bergamaschi di rivivere l’eco della romana via Veneto.

 

Il Nazionale intorno alla metà degli anni Cinquanta, dopo che Sandro Balzer ne assunse la gestione. Si notino le tipiche tende Balzer lungo tutte le arcate dei portici, sormontati dall’insegna del “Nazionale” (immagine del Fondo Cittadini esposta alla mostra “La città visibile”, organizzata nel 2008 all’allora Museo storico di Bergamo)

 

Capannelli sul Sentierone nel  novembre 1963 (Foto Giovanni Gelmini)

 

Capannelli sul Sentierone nel novembre 1963 (Foto Giovanni Gelmini)

Fu proprio allora che, con Sandro Balzer, venne “rispolverata” la produzione della celebre “Polenta e Osèi”– rivisitazione dolce del tradizionale secondo piatto locale – che da tempo forma un binomio indissolubile con la città, tanto da essere uno dei pochi souvenir esportati in tutto il mondo.

La “Polenta e Osèi”, il dolce tipico di Bergamo, fu creata nel 1907 da Alessio Amadeo nella sua pasticceria di viale Roma, la “Milanese”. Egli la riprodusse in vari formati, ottenendo da subito un grande successo. Venne poi riproposta da altre pasticcerie della città (proprietà Balzer)

 

Gioppino e la “Polenta e Osèi” di Balzer (Archivio Balzer)

 

Brevetto di Balzer della “Polenta e Osèi” (Archivio Balzer)

 

Brevetto di Balzer della “Polenta e Osèi” (Archivio Balzer)

Negli anni precedenti, dai laboratori del Balzer si sfornavano panettoni annoverati tra i più celebrati marchi meneghini, grazie alla capacità di coniugare la fedeltà verso le antiche ricette ai gusti moderni e all’innovazione.

Anni Sessanta: l’ultima sfornata dei panettoni di Natale, prodotti con ingredienti di prim’ordine e capaci di concorrere con le rinomate fornerie meneghine (Archivio Balzer)

 

Il laboratorio Balzer. Giancarlo Balzer ricorda la produzione della pasticceria quando era piccolo e faceva capolino in laboratorio: “Prima i bignè erano uno diverso dall’altro e grandi, le torte molto lavorate e confezionate con meticolosità da mia nonna nel laboratorio” (Archivio Balzer)

 

Il vigile in pedana in piazza Vittorio Veneto (anni Sessanta)

Durante il periodo natalizio gli automobilisti li acquistavano per depositarli all’angolo del Sentierone, di fronte alla Vedovella, come gentile omaggio per i Vigili Urbani.

1967: il punto di raccolta dove a Natale gli automobilisti depositavano il panettone in omaggio ai vigili urbani

 

1967: il punto di raccolta dove a Natale gli automobilisti depositavano il panettone in omaggio ai vigili urbani

 

1967: il punto di raccolta dove a Natale gli automobilisti depositavano il panettone in omaggio ai vigili urbani

 

Piazza Vittorio Veneto e la torre dei Caduti negli anni Cinquanta (Archivio fotografico Sestini – Fondo Cittadini)

 

Bergamo Alta da piazza Matteotti, illuminata in occasione delle festività natalizie

E così fu anche per la “Torta Donizetti”, prodotta da Angelo Balzer nel 1948 in occasione del centenario della morte del noto compositore bergamasco; dolce di cui ancor oggi si conservano i brevetti originali: una torta margherita a forma di ciambella con pezzetti di ananas canditi.

Di nuovo le tende di Balzer nei locali precedentemente occupati dal Nazionale; tuttavia  l’insegna “Nazionale” è scomparsa (da una cartolina d’epoca)

Il suo successo non fu però immediato ed anzi, dopo la chiusura di alcune pasticcerie – in particolare Viola, Amadeo e Calzavara – la torta del Donizetti aveva addirittura rischiato l’”estinzione”: esplose nel 1997, quando la Camera di Commercio invitò il Gruppo pasticcieri dell’Associazione artigiani a rilanciare la torta e a definirne la ricetta, ora arricchita rispetto alla prima versione, con l’aggiunta di albicocche candite per garantire quel tocco in più di freschezza in una torta già di per sé ricca di burro, uova, zucchero e con un intenso aroma di vaniglia.

La nuova ricetta della Torta Donizetti, del 1997, è stata omologata ed inserita in “Bergamo Città dei Mille sapori”, il marchio della Camera di Commercio che garantisce la genuinità dei prodotti bergamaschi (proprietà Balzer)

Una felice intuizione, all’epoca assolutamente innovativa, fu quella di dotarsi di quei simpatici veicoli bicolori che ogni mattina distribuivano in tutta la provincia i prodotti appena sfornati e che ancor’oggi rappresentano l’immagine di Balzer riconosciuta in tutto il mondo.

I furgoni di Balzer negli anni Sessanta (Archivio Balzer)

 

Anni `50 del XX secolo. Bergamo  (proprietà Museo delle Storie di Bergamo)

 

LA DOLCE VITA

L’interno di Balzer in un’immagine d’epoca (Archivio Balzer)

Negli anni “ruggenti” – quelli del Tullio, del Sandro, del Nino e del Pasta -, Balzer era il locale di punta della Bergamo chic e salottiera, quando nell’attiguo Teatro Donizetti impazzavano spettacoli di prim’ordine e l’aperitivo così come il dopo-teatro, erano un rito irrinunciabile.

In quegli anni il Donizetti sciorinava il fior fiore delle esibizioni: Lucia di Lammermoor, Don Pasquale, un concerto dell’orchestra d’Archi dell’Angelicum di Milano, i balletti del Festival internazionale di Nervi: Corrida, Cigno nero, Don Chisciotte, Giselle..

 

Un ricordo del Sig. Salvatore, al lavoro presso il Caffè Pasticceria Balzer (per gent.ma concessione della figlia, Renata Pellegrini)

Vi gravitavano i grandi nomi dello spettacolo e della cultura, nazionale ed internazionale: dalla divina Maria Callas al maestro Gianandrea Gavazzeni, da Mastroianni a Gassman, dal sovrintendente Bindo Missiroli alle ballerine classiche come Ivette Chauvrié (étoile e poi direttore dell’Opéra di Parigi), Lina Dayde e Rosella Hithower fino ai cantanti come Renata Scotto, Paolo Washington, Antonio Zerbini, e moltissimi altri.

Nelle soste prolungate ai tavolini all’aperto si dava appuntamento la crème della Bergamo bene composta da habitué: avvocati come Pezzotta, Riva, Graff, Tadini; politici, notai e banchieri, dottori, calciatori, industriali, giornalisti, intellettuali e nobiltà locale.

Uno stand della libreria fondata da Arnoldi sul Sentierone negli anni Trenta. La libreria si trovava in piazza Santo Spirito (proprietà Libreria Arnoldi)

Bisogna ricorrere all’onnipresente “Novecento a Bergamo” per ricordare alcuni fra i nomi degli habitué del Balzer.

L’insegna del Cinema “Centrale” sotto i portici

Fra gli intellettuali spiccava fra tutti il poeta Alberico Sala, insieme ad Emilio Zenoni col già citato Bindo Missiroli e il suo Teatro delle Novità

Gli edifici del nuovo centro progettato da Marcello Piacentini. Fra gli habitué del Balzer v’era anche anche il noto odontoiatra Mike Avetta, il cui cognome campeggiava a caratteri cubitali proprio sopra i portici del Sentierone

Negli anni Sessanta, fra gli habitué locali v’erano Moltrasio, Gilardoni, Nino Zucchelli, Vavassori tutore di Daniele Pesenti, l’altera signora Mina Pesenti, Martino Marzoli, descritto a rincorrere la splendida soubrette Elena Giusti, Aldo Rigamonti..

E ancora Frattini e Siebaneck, “Xella con la sua rombante moto, Marcello Personeni con il suo fascino di gran conquistatore, il giovane giornalista emergente Ravanelli, Renato Cortesi, l’Annalisa Cima di San Giovanni Bianco, sorella cerebrale di quel mattocchio di Francesco. Tutti seduti al Balzer a ciacolare spensieratamente”.

Notturno, 1953

Fra i “principi” del Foro: Pezzotta, Riva, Graff e Guido Tadini con la bellissima Maria: la coppia più in vista della Bergamo più snob.

Porta Nuova, 1947

Fra la Bergamo nobile: il conte Marino Colleoni, la baronessa Ninì Scotti con la madre Maria, Gian Maria Suardo, Carlo Bonomi e il caratteristico Stanislao Medolago.

Inoltre, il conte Alberto Mapelli, “sfegatato di auto e di belle donne”, Giancarlo Turani, Dedi Testa, i fratelli Radici, Giampiero Pesenti, Pierino Terzi, “il più grande barzellettiere di quel tempo, scapolo impenitente crollato sul filo di lana..”.

Trofeo Balzer Ciclismo. Anni ’50/’60

Ma vi bazzicavano anche personaggi bizzarri, “amanti e nuovi artisti, sfaccendati e biscazzieri, sensali e finanzieri. Bella gente e anche no, però sempre con un certo stile”.

A spasso per i portici del Sentierone, intorno agli anni Trenta

Un locale popolare e aristocratico, culturale e mondano, serio e pettegolo, tradizionale e moderno, dove passarono la cronaca e la storia.

Notturna, 1950

Gli argomenti spaziavano dalla politica allo sport, dalla cronaca locale agli scandali nazionali, dall’arte alla cultura e, naturalmente, le belle donne.

Il sentierone in veste domenicale (Foto Giovanni Gelmini)

 

Piazza Dante era all’epoca un tripudio di bolidi: c’era l’argentea Mercedes di Ferretti, l’Aurelia e la moto Rumi degli affascinanti fratelli Reggiani.

Motociclisti in piazza Matteotti,  anni ’50. Nell’immagine è ritratto uno dei due figli della famiglia Reggiani, entrambi scomparsi giovanissimi (Foto Gentili)

C’era Sergio Nessi con la Topolino Mille Miglia, Cesare Gambirasi con la Mg e Antonio Cembran con una sorta di ‘portaerei’ americana.

 

E non poteva mancare, nel ricordo di Antonio Cembran, un certo Rififì con tanto di Rolls Royce nera e autista in gambali (1).

Per il suo essere intimamente legato alla vita e agli umori cittadini, il Balzer era perciò era divenuto una costante dei principali reportage giornalistici locali, alla stregua della “dolce vita” di romana memoria.

 

DAGLI ANNI DELLA CRISI ALLA RINASCITA

La famiglia Balzer condusse la gestione del locale fino al 1986. A distanza di dieci anni e cioè dal luglio del 1996, il salotto buono e caffè storico d’Italia venne chiuso per una crisi causata da costi elevati.

Fine anni `50 – inizio anni `60. Bergamo, Sentierone (proprietà Museo delle Storie di Bergamo)

Si ebbe la sensazione che la sua chiusura coincidesse con la fine di una certa Bergamo. Che si trattasse di un cambio epocale e che il mondo che l’aveva caratterizzato fino a quel momento stesse scomparendo, insieme a quella spensieratezza che si era respirata molto a lungo.

Tanto che quando l’anno successivo il locale riaprì i battenti, in molti si chiesero se ciò potesse bastare per ritrovare quell’atmosfera vagamente mitteleuropea che ne aveva fatto un luogo magico e irripetibile.

Un luogo che aveva racchiuso in un angolo di città, tra migliaia di tazzine di caffè ed aperitivi, il pensiero, l’estro, la gioia di vivere, la voglia di esserci e raccontarsi.

Bene o male, si era chiusa un’epoca.

Dopo il lungo periodo contrassegnato dalla gestione della famiglia Balzer, si sono susseguiti a ritmo sempre più serrato ben sei passaggi di mano: un continuo avvicendamento culminato nel 2014 nell’estromissione dalla guida dei Locali storici d’Italia, dove il locale era regolarmente inserito fin dagli anni Novanta del secolo scorso insieme al Caffè del Tasso di Piazza Vecchia e al Caffè Falconi di via Camozzi (2).

Una crisi imputabile in parte anche al fenomeno dello “svuotamento” del centro, che sempre più occupato da banche ed uffici aveva portato la comunità cittadina a cercare altrove i suoi luoghi di incontro.

Mamme e bambini in Piazza Dante negli anni Cinquanta

Oggi, lasciatasi alle spalle le passate traversie, la storica insegna è oggetto di un progetto di rilancio che sembra andare di pari passo con la voglia di recuperare a nuova vita e a nuova energia il centro cittadino.

La rinascita del locale-simbolo della città è stata affidata all’estro e all’esperienza dello chef Vittorio Fusari, intenzionato a ricostruire il prestigio di un marchio che è strettamente legato al mondo del dolce.

Le medaglie di cioccolato dedicate a Donizetti (proprietà Balzer)

La pasticceria è perciò tornata ad essere protagonista assoluta nel rinnovato Balzer, tornando ad essere tutta prodotta nei grandi laboratori del seminterrato del locale, compresi i lievitati – i dolci storici del Balzer -, che tanta celebrità han dato ad un marchio capace di espandersi ben oltre i confini della provincia.

I celeberrimi panettoni “Balzer” (proprietà Balzer)

Un grande lavoro è quotidianamente orientato a recuperare i piatti e i dolci storici del Balzer, quelli che parlano alla memoria dei bergamaschi, alleggeriti però nelle calorie.

A livello più generale Fusari ha rivalutato il concetto di “osteria”, tornando a concepire il locale come un luogo di aggregazione, non solo attraverso una una proposta molto diversificata ed articolata, tesa a soddisfare le esigenze più svariate, ma anche creando più posti a sedere e rendendo accoglienti diversi angoli che erano stati dimenticati nel tempo, sempre nel rispetto dei dettagli storici.

L’interno (proprietà Balzer)

 

Proprietà Immobiliare della Fiera

Per quanto concerne la cucina (sempre aperta), la creatività si coniuga alla freschezza e alla qualità delle delle materie, con una spiccata predilezione per le biodiversità locali, per i prodotti provenienti da agricoltura biologica, per l’utilizzo più tradizionale delle tecniche di cottura, raffreddamento, fermentazione e trasformazione.

Proprietà Immobiliare della Fiera

“Una cucina che sceglie il rispetto del lento scorrere delle stagioni e che si ancori alla memoria della propria cultura e delle proprie origini”.

E se lo dice Vittorio Fusari, possiamo credergli.

Note

(1) “Il Novecento a Bergamo – Cronache di un secolo”. Di Pilade Frattini e Renato Ravanelli. A cura di Ornella Bramani – Vol. II. UTET. Anno 2013.

(2) Nel 2014 l’attività venne rilevata dal gruppo arabo di Dubai Dnata, uno dei maggiori fornitori al mondo di servizi nel settore aeroportuale, che già dal 2008 deteneva il 50% delle quote insieme alla Servair Air Chef, società francese specializzata nella gestione di bar e nella ristorazione aeroportuale. Il 30 gennaio del 2015 il testimone passò nelle mani dell’esperto imprenditore toscano Giovanni Barghi. Nel febbraio del 2018 la gestione venne ceduta all’imprenditore Patrizio Locatelli, con l’intento di riportare a Bergamo l’eccellenza e la qualità Balzer. Dal marzo 2018 la società capitanata da Patrizio Locatelli ha affidato allo chef Vittorio Fusari il progetto di rilancio della storica insegna del Sentierone.

La Pasticceria Isacchi sul Sentierone, l’antesignana di Balzer

Prima che la famiglia Balzer approdasse sotto i portici del Sentierone, nel cuore di Bergamo bassa, il locale d’eccellenza nel settore della pasticceria era quello di proprietà dei coniugi Isacchi, che dai primi del Novecento  conducevano il rinomato Caffè Pasticceria negli edifici della vecchia Fiera, proprio in affaccio alla passeggiata.

L’ingresso dell’autostrada Milano-Bergamo nel 1928, poco dopo l’inaugurazione. A destra, il cartello pubblicitario della Pasticceria Isacchi; a sinistra quello del Moderno, albergo “di prim’ordine”

Del Caffè Pasticceria Isacchi, di cui non abbiamo immagini, ci è pervenuto un capitoletto in prosa dal gusto un po’ rétro dello scrittore bergamasco Geo Renato Crippa (Bergamo, 1900-1981), che ne ha tratteggiato con sapienti pennellate un minuzioso affresco, rievocandone un ricordo vivo, ricco di sfumature e di sonorità.

Il locale era il primo negozio della lunga fila che ornava la celebre passeggiata  dei Bergamaschi. Primo anche per pulizia, brillantezza, ordine, qualità signorile, moralità e silenzio: un fior fior di locale, un gioiellino oltremodo lindo ed ordinato e di una signorilità discreta.

Il Sentierone con i suoi famosi “caffè”, intorno al 1914: Il Nazionale (Frattini), frequentato dalla gioventù “bene”; il Bramati, frequentato dai pensionati e dagli studenti; il Centrale, frequentato dai “signorotti”; il Gambrinus, frequentato dai commercianti e dai mediatori (Raccolta Lucchetti)

Regnava un silenzio così irreale che le rarissime signore che vi sostavano per un caffè o un bicchierino di rosolio – il thé non era ancora in auge – , sussurravano a bassa voce, attente a non infrangere quella magica atmosfera.

Chi vi entrava avvertiva la sensazione di trovarsi una specie di cofanetto per gioielli. Era come aprire un carrilon e sorprendersi ad osservare il mondo in miniatura di una casa di bambole.

Sulla destra del salone vi era un lungo mobile ricco di cristalli che attirava la curiosità. Alle sue spalle, delle vetrine di mogano sui cui ripiani erano disposti con misurata accortezza splendidi vasi di barocchetto gonfi di caramelle, cioccolati, pralines d’ogni genere, qualche bottiglia dei liquori allora in voga, con l’etichetta perfettamente rivolta verso il “signor cliente”.

Lì accanto, quattro tavolini bianchi dorati in stile impero e in fondo altri tavolini diposti a mo’ di salottino nobiliare.

Nell’aria, un profumo di caffè e di dolci appena sfornati.

“In quanto ai proprietari, il signor Luigi e la cortese consorte, distinti in una loro speciale maniera, gentili al massimo di una condotta classica, sembravano usciti dalle mani abili di uno di quegli specialisti venuti dalla Toscana, da Capodimonte o da Sèvre, per foggiar statuine dipinte”.

Taciturni e laboriosi, capaci e ineccepibili, si muovevano fra una sala e l’altra con passo felpato quasi fossero in un tempio, “chiedendo, come trasognati, i desideri di quanti li interpellavano, usando, nelle risorse, grazie preziose”.

Come quel magico ambiente, sembravano usciti da una fiaba dove tutto tendeva al perfetto. Il silenzio dominava e, se necessario, gli Isacchi “sapevano astrarsi con cautelata magia”.

Anni Venti: la “Pasticceria Conca d’Oro”, all’incrocio tra via Garibaldi e via Nullo

La qualità dei suoi prodotti era perfetta e genuina e mai e poi mai nella sua pasticceria gli stessi dolci riapparivano il giorno dopo. Il vocabolo “stantio” gli era sconosciuto. Quello del signor Luigi, non era né un mestiere né un negozio qualunque: “la sua, precisava, consisteva in una professione di quasi artista”.

Le osservazioni lo ferivano. Di queste ne soffriva fin quasi ad ammalarsi e perciò difendere la bontà dei suoi pasticcini fu sempre, per il signor Luigi, un obbligo e un diritto: biscotti ad “esse”, offelle, cannoncini pieni di zabaglione, panettoni, colombe, “pan di Spagna” e “Polenta ed uccelli”, prodotti in quantità misurata, erano composti da ingredienti di primissima qualità: farina e zucchero a velo, burro speciale e ricercato.

L’interno della “Pasticceria Roma” nel viale omonimo, ora Papa Giovanni XXIII°. Sullo stesso viale esisteva anche la “Pasticceria Milanese”, gestita dal 1907 da Alessio Amadeo e dalla moglie Giuseppina. Alessio fu il creatore, nel 1910, della “polenta e osei”, rifacendosi ad uno dei piatti tradizionali della cucina bergamasca: una cupola di Pan di Spagna inzuppato di liquore all’arancia, ricoperta di pasta di mandorle gialla spolverata di zucchero, e sopra uccelletti di cioccolato o marzapane. Prodotta in vari formati, ottenne un successo tale da essere offerta, come gentile omaggio bergamasco, ai capitani delle squadre avversarie prima dello svolgimento delle partite dell’Atalanta. La consegnava al capitano avversario di turno un nipotino di Alessio, per l’occasione mascherato da Gioppino. Dopo essere stata messa un po’ in disparte, negli anni Cinquanta è stata riscoperta da Balzer

Il tutto, rigorosamente impastato a mano: niente macchine e frullatori meccanici nel suo locale, dove il forno era scaldato unicamente con pezzi – precisi e uguali – di quercia o di faggio.

In quanto alla clientela e ai frequentatori del suo “salotto”, non esistevano rivali. Andavano da lui le migliori famiglie della città e della provincia: “gente elegante, azzimata, molto, molto a modo. Arrivavano, magari, in carrozza, anche da Città Alta, dove vivevano i veri signori”.

In certe ore il “corso” prendeva ad essere frequentato da “professionisti di grido, nobili, industriali ai loro inizi, gente altolocata, perciò gli incontri sollecitavano prestigio.

Sul Sentierone nel 1911

Passar sul Sentierone non era cosa facile, occorreva vestirsi bene, camice pulite, scarpe brillanti.

La “Pasticceria Donizetti” sul Sentierone, nel 1914

D’inverno sfoggiavano le pellicce, i paletots alla “pellegrina”, le signore poi, meglio tacere.

Dame a passeggio sul Sentierone, nel 1910 (Raccolta Lucchetti)

L’estate smagliavano i “panama”, le magiostrine, i tait grigi alla Fieschi, le giacchette di alpagas sui pantaloni a quadretti, ed i gilets bianchi inamidati.

I monumentali cappelli delle dame, zeppi di fiori, uccelli, piume, foglie varie, una meraviglia. Bergamo acquistava il viso di centro movimentato”.

Negli anni Venti, poco dopo la Grande Guerra, gli habitué dell’Isacchi occupavano le serate estive ai tavolini all’aperto: erano la crème della Bergamo borghese e intellettuale, e mentre i letterati e i giornalisti prediligevano il Nazionale, all’Isacchi c’era un singolare miscuglio di musicisti, artisti, poeti e professionisti del Foro, questi ultimi spesso uniti, nella vita come nel lavoro, da vincoli di affettuosa amicizia.

Fra gli avvocati, Ubaldo Riva (poeta per passione, sempre declamava i versi di Verlaine o di Baudelaire), Eugenio Bruni, Camillo Graff (avvocato dell’Atalanta), Giacomo Pezzotta, Zilocchi, Naddeo, Alfonso Vajana, Mazza de’ Piccioli, Ranzanici, Lorenzo Suardi, quest’ultimo grande civilista e presidente della Banca Popolare di Bergamo.
Il musicista Gianandrea Gavazzeni era fra loro, insieme ai pittori – quasi tutti attualisti e avveniristi – come Gino Visentini, Dante Montanari, Contardo Barbieri, Giulio Masseroni, Pietro Servalli. Questi facevano gruppo, nel quale non mancavano Alberto Vitali, Recchi e l’architetto Pino Pizzigoni.

Il Sentierone nel 1920, con i suoi quattro famosi caffè: il Nazionale, il Bramati (dove si fecero le prime proiezioni cinematografiche per Bergamo), il Centrale e il Gambrinus (in quegli anni frequentato da giornalisti e letterati). Questo lato della vecchia Fiera fu l’ultimo ad essere abbattuto, mentre dietro già si costruiva (Raccolta Lucchetti)

Per la pasticceria, i periodi cruciali erano quattro: la Pasqua ed il Natale, la Fiera di Sant’Alessandro (26 agosto) e il Caffé delle Terme di San Pellegrino, dove gli Isacchi avevano una filiale.

In quel periodo affollato, il signor Luigi doveva fare la spola tra Bergamo e San Pellegrino, adeguando il personale alle troppe commissioni: “se a Bergamo non si sapeva dove sbattere la testa, a San Pellegrino peggio”.

Il Caffè Isacchi a San Pellegrino Terme

Durante la stagione curativa la calca aumentava, alle Terme, in modo impressionante. San Pellegrino era “centro” alla moda. Persino la regina Margherita, con il suo “corteggio”, vi avevano fatto una capatina.

Il trambusto si faceva impossibile quando di fronte al Caffè arrivava un’Orchestrina composta da sette artiste viennesi, tutte vestite di candide sete. E allora, mentre dal palco calavano i valzer di Waldteufel e degli Strauss, era tutto un via vai di camerieri con il signor Luigi che assisteva scorato, al disordine che aborriva.

Il Caffè Isacchi a San Pellegrino Terme, nel porticato della fonte (per gentille concessione di Paolo Colleoni, da San Pellegrino Terme Ricordi)

Anche nel mese in cui si teneva la Fiera, all’Isacchi si impazziva.

Molti vi accorrevano anche per la stagione dell’opera. Allora la quieta Bergamo si riempiva di forestieri e di centinaia di provinciali che si affollavano all’Isacchi richiedendo un ricordo, fosse esso “una torta od altro, da portare al ritorno ma preparato con quella esemplare cura riconosciuta dappertutto”.

Così la signora Isacchi – “un donnino a modo, vestita all’antica ma linda, parimenti ad uno zuccherino” si affannava a confezionare pacchetti e pacchettini, muovendo le sue manine con ricercatezza, specie quando si trattava di “rosei sacchetti di scelti drops o di pralines da recare in teatro. In tale compito mostrava la sua educata malia. Le clienti ne andavano fiere”.

La Strada Ferdinandea nel 1918

Era un piacere vederla scegliere le carte colorate, i nastri variopinti, le scatolette “decorate alla Liberty con fiorellini, foglie vaporose, fra le quali trovavano rifugio infanti nudi ed uccellini dalle ali screziate d’oro e d’argento”.

I baracconi per la Fiera dell’8 agosto 1908

Il pandemonio poi, infieriva per le feste di Natale e di Pasqua, per colombe e panettoni quando la fretta per i doni e le compere estenuanti, la gestione del “forno”, del laboratorio e dei fornitori, incalzava incessantemente: mantenere il garbo diventava perciò un’impresa, che obbligava gli Isacchi a custodire stoicamente la reputazione acquisita in anni ed anni di prudenza.

La chiusura a tarda sera, rappresentava una benedizione del Signore; alla fine delle festività ritornava la calma e nel locale tornava un senso di irreale.

Il laghetto dei cigni nel 1923

Il vecchio Luigi lo si vedeva spesso attraversare il Sentierone con vassoi carichi di vettovaglie, per soddisfare le richieste dei soci del Circolo dell’unione, impiegati in lunghissime partite a carte nelle sale “alte” del teatro Donizetti.

Non aver mai cercato di mutar verso per seguire nuove mode, fu sempre il pallino della celebre bottega. Ripeteva, il signor Isacchi, “ch’egli produceva per labbra e bocche sapienti nella moderata ricchezza dei sapori dosati con perizia”, e credeva “d’essere restato, forse in tutta la nazione, con le sorelle Vigoni di Pavia ed il cav. Ronzi, della Ronzi e Singer di Roma, il solo paladino della vera pasticceria d’onore”.

Tutto, in quella pasticceria, restò fermo per numero di anni indecifrabile, così come gli stessi profumi incorrotti stagnanti da sempre nell’aria. Stupiva assistere a una continuità tanto esemplare, così come lasciava attonito il brillio degli ottoni, dei rami e degli argenti posati in quell’insolito salotto.

I portici del nuovo centro e sullo sfondo gli edifici della vecchia Fiera, non ancora abbattuti

In seguito, la famiglia Balzer ne rilevò i locali, fondando nel 1936 quello che sarebbe in breve diventato uno dei più rinomati caffè e pasticceria della città, il fulcro della Bergamo chic e più alla moda, un locale intimamente legato alla vita e agli umori cittadini.

Riferimenti

Geo Renato Crippa, Il “L”Isacchi sul Sentierone” – “Bergamo così (1900 – 1903?)”.

Il Novecento a Bergamo

Quando si pattinava al laghetto di Valverde

Al giorno d’oggi sembra difficile immaginare che fino a qualche decennio fa nella conca sotto il Pianone si trovasse un bucolico specchio lacustre, che fungeva da piscina: era profondo quanto bastava per permettere ai ragazzi di sguazzarvi negli assolati pomeriggi estivi, anche se il fondo terroso ne intorbidiva un po’ l’acqua.

La terrazza del ristorante Pianone, in Castagneta, con ai suoi piedi una città ancora verdissima

Le pozze e gli specchi d’acqua del resto non sono infrequenti da queste parti, dal momento che per sua natura tutto il versante è da sempre lambito da rivoli e ruscelletti, la cui esistenza è favorita dalla presenza della roccia che sostenta questa parte del colle: l’Arenaria di Castagneta, una formazione molto simile all’Arenaria di Sarnico.

Il panorama verso Valverde e la Maresana

Grazie alla sua resistenza, per secoli è stata cavata come pietra da costruzione ed impiegata per edificare un discreto numero di monumenti,  come Santa Maria Maggiore e Porta S. Agostino. Ma è stata molto utilizzata anche per realizzare stipiti, colonne, cornici, pavimentazioni esterne e numerosissimi elementi decorativi.

L’Arenaria di Castagneta è impermeabile quanta basta da consentire l’accumulo di discrete quantità d’acqua, che soprattutto in passato e nei periodi di piogge abbondanti, affioravano in superficie sotto forma di sorgenti o rivoli di ogni specie. E a pensarci bene, non è proprio qui, lungo il versante oggi tutelato dal consorzio del Parco dei Colli che i Romani realizzarono l’acquedotto più antico della città, con tanto di canali, uschioli e cisterne? Fu proprio grazie alla grande disponibilità idrica presente in loco, che i nostri avi poterono rifornirsi, per secoli e secoli, di acqua utile alla vita.

L’acquedotto dei Vasi raccoglie lungo il suo tragitto le acque sorgive dislocate tra gli avvallamenti boscosi posti dalle pendici che dal Monte Bastia vanno ai fianchi del crinale, spingendosi sin verso Valmarina, da cui risale per la località Gallina e Castagneta. Proprio nella zona di Valmarina, il tracciato della sinuosa via dei Vasi (da non confondere con l’originaria via dei Vasi ubicata lungo l’omonimo sentiero), nasconde ancora una porzione dell’antico acquedotto – con tanto di uschiolo d’ispezione e di cisterna per la raccolta delle acque -che da qui risale verso “Gallina” per poi attraversare via Castagneta e raggiungere la cisterna interrata nel baluardo di S. Alessandro 

Ma se – e non senza una punta d’invidia – oggi fatichiamo a immaginare i nostri nonni sguazzare liberamente ai piedi della collina, non possiamo che meravigliarci nell’apprendere che quello stesso specchio d’acqua nel periodo invernale diventava una vera e propria pista da pattinaggio: una sorta di pala-ghiaccio ante litteram, contornato dai freschi e molli declivi del versante nord.

La pista di Valverde, ai piedi della conca distesa tra il Pianone e la località Gallina

Ma attenzione, non si trattava di una pista qualunque, bensì di un vero e proprio ritrovo “en plein air”, organizzato e fornito di tutto il necessario per mantenere il manto ben ghiacciato ed allietare la permanenza chi lo frequentava: uomini e donne, ragazzi, bambini ed intere famiglie, provenienti perlopiù da Valverde e da Valtesse, o dalla Ramera e Pontesecco, ma anche dal resto della città.

Pattinaggio a Valverde nel 1938. Una delle poche immagini del pattinaggio riprese con I’obiettivo rivolto verso Valtesse e il colle della Maresana

Se il caso aveva voluto che tutta l’area fosse mirabilmente ricca d’acqua, l’esposizione a nord aveva fatto il resto mantenendo il laghetto ghiacciato per tutto l’inverno.

La gente vi confluiva numerosa da ogni parte della città: si trattava perlopiù di giovani e ragazze che vi arrivavano in bicicletta o col famoso “cavallo di San Francesco” (cioè a piedi).

Le biciclette parcheggiate alla pista di pattinaggio di Valverde

C’erano guardiani che si davano il turno per custodire la pista, che era provvista anche di illuminazione.

Il servizio di pattinaggio comprendeva una casetta per ospitare il bar e tutta la “squadra” dell’organizzazione.

Esperti e non, alla pista di pattinaggio di Valverde

Gli anziani del posto raccontano che nelle sere d’inverno, quando l’attività sulla pista era ormai terminata, aiutavano il gestore a versarvi dell’acqua , che durante la notte sarebbe gelata rinnovandone il manto.

Tutti insieme appassionatamente, alla pista di Valverde!

La pista era frequentata da pattinatori di ogni tipo: sia da quelli muniti di pattini, già in grado di pattinare, e sia da quelli che, totalmente inesperti, vi pattinavano alla buona. Perciò quegli stessi ragazzi – gli anziani di Valtesse e di Valverde che oggi raccontano questa storia – aiutavano quelli di città a cimentarsi sulla pista, rimediando così qualche mancetta che in tempi avari di possibilità – com’erano quelli di allora – risultava sempre assai gradita.

Giovani pattinatori in posa sul laghetto di Valverde, 1935 (Raccolta D. Lucchetti)

Grazie alla lungimiranza di Domenico Lucchetti, che ha raccolto e conservato gran parte di queste sbiadite fotografie, oggi possiamo assaporare il ricordo del perduto laghetto di Valverde, già esistente  dalla fine degli anni Venti.  Lo apprendiamo da un articolo dell’”Eco”, datato 14 gennaio 1929:

“Belle, gaie volate sul ghiaccio! Scrosci di risate che echeggiano nella valletta, capitomboli. Sotto la luce dei riflettori la pista brilla come un pavimento di madreperla. I novellini si guidano a brigata, un braccio qua, uno là. Il campione, in mezzo alla brigata, trascina. Ordine e eleganza: maglia, golf, calzettoni, pellicce, sciarpe, berrettoni. Tutte le fogge e tutti i colori: dal rosso sangue al cobalto mare, dal bianconero al giallo limone. Tutta una tavolozza sgargiante e festosa”.

Il laghetto Di Valverde agli albori del Novecento (Archivio Storylab)

Col dopoguerra, la città cominciava a cambiare e a poco a poco il cemento avrebbe divorato gli ultimi lembi di prato: alla fine degli anni Cinquanta anche il laghetto di Valverde scomparve, fra il rimpianto di molti.

Ma non cessò la passione, a lungo coltivata da alcuni ex-pattinatori del laghetto, che di lì a poco formarono il “Gruppo Pattinatori Bergamo” e diedero vita alla nuova pista ghiacciata della Malpensata, inaugurata nel febbraio del 1955.

Nota
Le fotografie non contrassegnate da una data, risalgono agli  anni ’30 o ’50.
Riferimenti
– “Valverde e dintorni” – Centro ricreativo Valtesse per la Terza Età – A cura di Gino Pecchi.
– “Bergamo nelle vecchie fotografie” – Domenico Lucchetti. Grafica Gutemberg.