Il Teatro Duse, un’epopea breve ma intensa

Il compianto teatro intitolato a Eleonora Duse nacque nel travagliato clima del Ventennio, durante il quale, nonostante la crisi generale e in un momento poco adatto a trovare denaro, Bergamo sentiva il bisogno di un nuovo teatro dove poter rappresentare opere liriche e lavori drammatici; un teatro che avesse minori pretese rispetto al massimo della città e maggiori agi rispetto al Nuovo.

Teatro Nuovo, edificato tra il 1897 ed il 1901 su progetto degli architetti Gattemayer ed Albini. Vi si tenevano spettacoli di prosa, cabaret e avanspettacolo e vi tennero discorsi personalità come Cesare Battisti, Gabriele D’Annunzio e Tommaso Marinetti. Venne chiuso nel 2005

L’idea della sua realizzazione era sorta nel 1925 da un gruppo di amici che aveva avviato una raccolta fondi per l’acquisto di un terreno “adatto alla bisogna”, che fu trovato alla Rotonda dei Mille, il quartiere più signorile ed elegante della città.

Via Garibaldi, ai tempi via Mazzini, nel 1920, prima della realizzazione della Rotonda dei Mille, il cui spazio circolare trova riscontri a partire dalle carte topografiche che seguono il 1914. Prima veniva segnalata la chiesa evangelica pressoché isolata con immensi appezzamenti di terreno di proprietà Frizzoni, attraversati dalla via Giacomo Morelli, che sboccava a sua volta nella piazzetta Morelli

Il gruppo, che nel frattempo si era allargato, aveva trovato considerevoli appoggi nel Consiglio di Amministrazione ed in particolare nel presidente avvocato Cavalieri, un esperto in tema di aziende teatrali, che coadiuvato da Giulio Consonno diede vita alla Società del teatro: un poderoso sforzo economico che aveva spinto “La Rivista di Bergamo” a invitare la cittadinanza ad associarsi affinché ne fosse curato ogni dettaglio.

La Rotonda dei Mille nel 1925: il teatro Duse non è ancora edificato

Il progetto fu affidato agli ingegneri Stefano Zanchi e Federico Rota e la costruzione al cavalier Donati, che si impegnarono a risolvere tutti i problemi di visuale, servizio, comodità ed acustica. La gestione del teatro fu quindi affidata a Giulio Consonno, impresario del Nuovo ed amante delle scene (nonché nonno paterno dell’attore Giulio Bosetti), che per anni aveva gestito il Donizetti.

Bergamo, 1926: alla Rotonda dei Mille sono posate le fondamenta del Teatro Duse

Nella primavera del ‘27, a lavori ancora in corso l’ampiezza della costruzione si profilava già nella sua mole imponente e al suo completamento, Bergamo si dotava finalmente di un teatro degno di una città in via di costante progresso, che, “per decoro e per ampiezza” poteva “essere invidiata da molte città superiori alla nostra per la disponibilità finanziaria e per popolazione”, sentenziava L’Eco.

Teatro Eleonora Duse, un pezzo di storia della città, nel 1930: forse la più antica in circolazione. Fu inaugurato il 24 dicembre 1927 e demolito nel 1968

La vita del teatro fu breve ma intensa, come la passionale e tormentata avventura fra la Divina e il Vate, Gabriele D’annunzio, che suggerì l’intitolazione a Eleonara Duse, attrice simbolo del teatro moderno.

Teatro Duse, 1931

L’INAUGURAZIONE

L’inaugurazione, sul finire del 1927, fu preceduta da un mare di polemiche: le opere da rappresentare, in serate diverse (24, 25, 26 e 27 dicembre) erano tutte di D’annunzio (La figlia di Iorio, La fiaccola sotto il moggio, Parisina e Francesca da Rimini) e tutte messe “all’indice” perché erano considerate immorali ed offendevano fortemente la coscienza dei cattolici. La scelta poi di effettuare l’inaugurazione la vigilia di Natale, rendeva il contrasto ancor più manifesto.

Fu dunque la Voce di Bergamo a descrivere la serata dell’inaugurazione, durante la quale la sala presentò un magnifico colpo d’occhio: le poltrone erano occupate da quanto di più eletto e aristocratico contava la città – il fior fiore – ed erano presenti molti critici di giornali nazionali. Alle 21 in punto l’orchestra intonò la Marcia Reale e Giovinezza, ascoltate in piedi e calorosamente applaudite dal grande pubblico della platea e delle logge. Tra un atto e l’altro il pubblico si scambiava le impressioni su nuovo teatro – tutte favorevoli -, distribuito negli ampi corridoi, nella sala per fumatori e nel buffet.

Il foyer del teatro Duse

Solo un neo, ma enorme: l’acustica. Che comunque non impedì il susseguirsi di famose stagioni liriche, concerti, operette, spettacoli musicali vari e di prosa.

La lirica debuttò subito dopo le opere dannunziane con le due opere in cartellone, l’Aida e La Bohème, opere affascinanti, degne di una vera inaugurazione tanto da gareggiare con quelle che si davano al Donizetti ed in grado di penetrare nell’animo popolare per la ricchezza del sentimento e per la “provata teatralità”. Il maestro direttore e concertatore era Mario Terni, forte di un glorioso passato in molti teatri.

“Soprattutto da non confondere con quelli fin qui offerti abitualmente, in modo improvvisato, al Nuovo”, scriveva L’Eco.

E fu un successo strepitoso.

IL TEATRO

Un teatro splendido, fra i più grandi d’Italia, ricavato in un palazzo alto 26 metri e presentato alla vigilia dell’inaugurazione come rispondente ai migliori criteri di modernità e di sfruttabilità. E ciò a partire dalla notevolissima capienza: un’ampia platea con due “barcacce” e doppio ordine di logge e galleria, per oltre 2500 posti a sedere (stimati sino a 2700) fra poltrone e sedie e circa 300 posti in piedi.

Il Duse era il secondo teatro di Bergamo, dopo il Donizetti. Imponenti le sue dimensioni: 18 metri di larghezza, 25 di profondità e 25 di altezza. La platea era ampia, capace, sobriamente decorata e illuminata con un che di riposante ed intimo, che invitava al raccoglimento. Era capace di 550 comode poltroncine numerate, mentre altre 400 stavano nella prima galleria, la maggior parte senza sovrapprezzo e libere al pubblico; la seconda galleria aveva posti numerati al centro, mentre il loggione era completamente libero

Il palcoscenico, spaziosissimo, disponeva di tutti i moderni mezzi di illuminazione, di montaggio e scarico delle scene. i camerini per gli artisti, comodi e aerati, erano muniti di impianti sanitari quali si convenivano in ogni miglior teatro. I sistemi di riscaldamento e di areazione erano attualissimi ed anche l’illuminazione rispondeva ai più moderni criteri artistici dell’epoca. “Chi visita il teatro non può non provare un senso di ammirazione ed esserne letteralmente affascinato”, scriveva ancora L’Eco.

Concorso GIL FP V – 14 ottobre 1941

SERATE DI GLORIA

Data la scatola scenica, il Duse era in grado di ospitare qualsiasi spettacolo e poté annoverare non poche serate di gloria, che alla fine del Novecento facevano ancora rimpiangere calde lacrime a Mimma Forlani – ma ovviamente non solo – per la sua distruzione: “Qui vi era una stagione lirica, qui arrivarono le vedette del varietà, qui nel 1933 danzò e cantò la mitica Josephine Baker; qui i bergamaschi ascoltarono la prima esecuzione in Italia della Rapsodia in blu di Gershwin e qui diedero l’addio al grandissimo giocoliere Enrico Rastelli.

Al teatro Duse, a pochi passi dalla villa di Enrico Rastelli, giocoliere di fama mondiale, si tenne l’ultimo spettacolo dell’artista, scomparso trentaquattrenne nella notte fra il 12 e il 13 dicembre 1931 nella sua casa di via Mazzini, ora Garibaldi, poche ore dopo lo spettacolo. Nell’immagine, il corteo funebre in partenza dalla villa di Rastelli

Giulio Consonno, impresario del teatro, si avvalse per gli spettacoli della consulenza e dell’appoggio dell’illustre Suvini Zerboni di Milano, società che deteneva i maggiori teatri della città meneghina, di Roma e Pavia, e i cui rapporti con la società degli autori erano tali da assicurare a Bergamo, al pari delle città più importanti, il migliore e più aggiornato repertorio drammatico italiano e francese, con la minor spesa.

Vi si esibirono artisti del calibro di Tito Schipa, considerato tra i maggiori tenori di grazia della storia dell’opera, la soprano e attrice Margherita Carosio, la mitica Paola Borboni e Alberto Semprini, pianista e direttore d’orchestra inglese naturalizzato italiano, mentre nel 1938 Gianandrea Gavazzeni vi diresse l’orchestra della Scala per commemorare Antonio Locatelli.

Gianandrea Gavazzeni

Memorabile la serata del 17 aprile 1934, quando il compositore bergamasco Giuseppe Carminati, “un bergamasco puro sangue, del contado”, presentò coraggiosamente in anteprima mondiale l’opera Il Corso, attesissima in città e  seguita sin dalle prove dai quotidiani cittadini, di cui il critico Pinetti ebbe a dire fosse “scritta tutta di getto: con il cuore….. col solo intento di piacere al pubblico e prima di tutto al pubblico bergamasco”.

Impegnato a concertare l’opera il maestro De Vecchi, con un ottimo complesso orchestrale di 50 elementi e con artisti di non comune rinomanza, come il tenore Vito Binetti, il soprano Delia Sanzio, il baritono Angelo Pilotto, il basso Romeo Molisani, il mezzosoprano Rina Gallo e il baritono bergamasco Igilio Caffi.

Teatro Duse, 1938

Nel 1930 andò invece in scena una delle operette più famose, Il cavallino bianco, con la compagnia di Arturo ed Emilio Schwarz e fece letteralmente impazzire Bergamo: scesero anche dalle valli e salirono dalla Bassa per godersi quello spettacolo di lusso.

Da allora e per diversi anni l’operetta è stata di casa al Duse; in particolare con gli spettacoli della compagnia formata da Nora De Rios (ballerina, attrice e cantante) e da Nino Gandusio (capocomico brillante e pirotecnico vissuto nei suoi ultimi anni a Bergamo): una coppia dal vastissimo repertorio, ideale per questo genere teatrale.

Al piano terra, lungo via Crispi, c’era il bar del teatro, con annesso distributore di benzina, di quelli con la pompa a mano

Le storie del teatro ricordano poi che il Duse ha ospitato spesso manifestazioni di un’arte, quella oratoria, divenuta poi appannaggio dei talk show televisivi. In particolare sul suo palcoscenico sono passati tutti i maggiori uomini politici della primissima Repubblica, da Giuseppe Saragat a Giovanni Malagodi, Palmiro Togliatti, Pietro Nenni, Ugo La Malfa, Arturo Michelini…. ma non solo.

Riunione fascista al teatro Duse, nel 1941

Ma nel 1928, poco dopo la sua inaugurazione, al Duse era stato portato persino il circo, a Bergamo sempre gradito e tanto atteso. Era il Circo Equestre Fratelli Cristiani, che segnò l’inizio della rappresentazione con capriole, salti mortali, schiaffi, pedate, lazzi e grida di clown e nani; poi apparvero il grande giocoliere inglese Kremberser, le originali danzatrici auree che saltavano su un filo, una briosa cavallerizza spagnola, gli acrobati, tre bravissimi fratelli somiglianti “come gocce di rugiada”, i cani ammaestrati e le belve.

Era previsto che nel maggio del 1950 Duke Ellington si esibisse con la sua orchestra al teatro Duse, ma resta ancora da chiarire se si trattasse del Duse di Bergamo o del Duse di Bologna. In ogni caso a Bergamo il concerto non ebbe luogo. Ma a ricordo è rimasta la locandina

Un cenno particolare, secondo le cronache merita anche un cantante di secondo piano, Antenore Reali, perché fu abile a ridurre al minimo l’inquietudine del pubblico in platea e nelle gallerie in occasione del terremoto che la sera del 15 maggio 1951, con due forti scosse, sgomentò la città.

Bergamo – Rotonda dei Mille e Teatro Duse, 1935. Alla Rotonda dei Mille convergono vari raggi stradali dai nomi garibaldini: la via Vittore Tasca, che parte da viale Vittorio Emanuele, tratteggiata nel piano regolatore e indicata nella carta del 1912 dall’ingegner Fuzier; la via Francesco Crispi, che parte da Piazza Matteotti; la via Daniele Piccinini da via Borfuro; la via Garibaldi e la via Francesco Cucchi, che parte da via S. Benedetto.

GLI INCONTRI DI PUGILATO AL DUSE

A lungo furono di casa, al Duse anche gli incontri di boxe, e ciò a partire dal novembre del 1928: una tradizione ereditata dal teatro Nuovo, dove il primo incontro risaliva al 1913. Incontri di pugilato si tenevano anche presso la “sala Vittoria” in piazza S. Spirito, nella palestra dell’Atalanta in via Verdi, al Teatro Sociale, al cinema varietà Augusteo in via Anghinelli (Borgo Palazzo) e al Teatro Minerva del dopolavoro Ferrovieri.

L’insegna dello scomparso teatro Augusteo in via Borgo Palazzo. Il teatro si trovava in via Anghinelli 

Tra l’altro, nei sotterranei del Duse c’era una palestra di pugilato, a spese della Bergamo Boxe, una società fatta nascere da Anselmo Ravanelli – delegato provinciale della federazione di pugilato – con il determinante appoggio finanziario di Giulio Balzer. A carico della società e grazie al sostegno di ditte bergamasche vi era anche la voce “spese varie” per aiutare economicamente i giovani pugili, bravi ragazzi per lo più di umile famiglia, che la Società contribuiva a mantenere “sulla retta via”, in quel momento storico particolare.

Una rara immagine del Teatro Minerva del dopolavoro Ferrovieri, presso la Stazione di Bergamo, datata 14 ottobre 1938. Nel locale, noto come Piper negli anni ’60, quand’era assai frequentato come balera, si tennero in precedenza incontri di pugilato. Fra i componenti dell’orchestra jazz ritratti in fotografia, alla tromba il signor Luigi Nessi, che al “Minerva” aveva suonato anche per l’orchestra di Gorni Kramer (per gentile concessione della figlia, Laura Nessi)

Negli anni Trenta sul ring del Duse debuttò il sedicenne Aldo Minelli, fratello del più famoso Livio, e una schiera di sostenitori di Boccaleone fece un tifo assordante; il pugile è ricordato anche in una serata dove il teatro fece sold out con un gran tifo dal loggione, tanto che alle due di notte c’era ancora gente che commentava l’incontro all’esterno del teatro.

Il fratello, Livio Minelli, vi aveva debuttato da professionista nel 1940, portando a Bergamo il titolo Europeo ed Italiano dei pesi Welter il 4 marzo del ‘49 per poi partire per una tournée negli Stati Uniti.

Il pugile Livio Minelli

GLI INQUILINI DEL PALAZZO (E UN GIORNO SPUNTO’ TOTO’)

L’attore Giulio Bosetti, nipote del cavalier Giulio Consonno, era nato proprio in un appartamento del palazzo che ospitava il teatro, il 26 dicembre del 1930, a tre anni esatti dall’inaugurazione. Da bambino seguiva tutte le compagnie che suo nonno portava a Bergamo: da Ruggero Ruggeri a Elsa Merlini, da Renato Cialente a Dina Galli e alla Wandissima della rivista: ovvio che avesse il teatro nel DNA, mentre il fratello, avendo scelto la carriera di medico, nei primi anni Cinquanta andò in Corea come volontario.

Accanto all’appartamento dei Bosetti, al primo piano, c’era quello del nonno, Giulio Consonno.

Giulio Bosetti, scomparso il 24 Dicembre 2009. L’attore, nipote dell’impresario teatrale  del Duse, Giulio Consonno,  era nato in un appartamento del teatro il 26 dicembre del 1930

Alla fine del Novecento ingegnere in pensione, da bambino anche Mario Casirati ha abitato nel palazzo del Duse, al terzo piano: dal 1939 alla demolizione dell’edificio, con una parentesi nel ‘43, quando dovette sfollare con la famiglia perché l’appartamento era stato requisito dai tedeschi.

Il suo primo lavoro di ingegnere lo fece calcolando i cementi armati della doppia rampa del parcheggio aereo del nuovo edificio che prese il posto del Duse.

Alcune finestre davano su via Crispi, la sala aveva un balcone che si affacciava sul parco di palazzo Frizzoni, con le scuderie non ancora abbattute, mentre sull’allora via Mazzini, oggi Garibaldi, v’era uno splendido colpo d’occhio su Città Alta.

Veduta verso la fiera e il parco di palazzo Frizzoni, con a margine la chiesa evangelica

Proprio la finestra della cucina dava sul monumento a Garibaldi. “Nata in Piazza Vecchia con il monumento a Garibaldi sotto casa, mia mamma se lo ritrovò di nuovo sotto casa quando nel 1939 si trasferì nel palazzo del Duse”.

Il monumento a Giuseppe Garibaldi venne trasportato da Città Alta alla Rotonda dei Mille, il 20 settembre del 1922, tolto da Piazza Vecchia, dove era stato posto il 15 settembre 1885

Sempre al terzo piano abitavano il dottor Giraldi, presidente del tribunale, e i proprietari del bar.

Isaia Bramani con la moglie, Pierina Locatelli, in sella al suo sidecar Frera, davanti al Bar Duse da lui gestito negli anni Trenta 

Al piano di sotto c’erano la famiglia del dottor Elio Leni e due sorelle sarde, le signorine Batzella: Maria era un’apprezzata e temuta insegnante dell’Esperia. Parenti di Saragat, il 26 dicembre del ‘64 avevano festeggiato l’onorevole, eletto presidente della Repubblica.

L’ingresso agli appartamenti era in via Crispi; alle scale si accedeva attraverso una porta che si apriva nel lungo “corridoio” che metteva in comunicazione con il palcoscenico per lo scarico e il carico del materiale di scena.

Nel corridoio, dai ragazzini chiamato pomposamente “cortile”, si giocava a pallone: a Mario Casirati, unico maschio della cricca, si aggiungevano le due figlie del portiere, la figlia del Cavalier Consonno, le tre figlie del dottor Leni e le tre figlie – un po’ più grandicelle – del proprietario del bar, cui si aggregavano spesso le tre figlie del dottor Ciabò, che abitavano all’angolo di via Tasca con via Cucchi: tutte costrette a giocare a pallone dal Casirati, che nel frattempo era diventato abilissimo nel lavorare a maglia (!).

Un giorno…

“…stavamo al solito giocando al pallone quando nel “corridoio” passò Totò per raggiungere il palcoscenico. Si fermò e scambiò con noi un paio di calci al pallone, che in realtà era una palla di gomma. A un certo punto Totò ‘inventò’ una rovesciata volante e spedì la palla nelle scuderie di palazzo Frizzoni. Toccò poi a me andare a recuperarla affrontando gli arcigni e temutissimi vigili urbani di guardia alla sede municipale”.

Negli anni Trenta, in un appartamento del palazzo risiedeva anche l’ingegner Arturo Scanzi, direttore o gestore del teatro Duse, con la moglie Maria Paganoni e i figli Marialuisa (nata nel 1920) e Claudio.

La famiglia Scanzi al completo, con l’ing. Arturo Scanzi, la moglie Maria Paganoni e i figli Marialuisa e Claudio. L’ingegner Scanzi gestì o diresse il teatro Duse negli anni Trenta, finché non si trasferì con la famiglia nella vicina via Cucchi. Uomo poliedrico ed estremamente attivo, fu anche anche costruttore e dopo la guerra aprì una libreria (Foto A. Taramelli. Per gentile concessione di Antonella Ripamonti)

L’ing Scanzi, sin dalla sua apertura nel 1922 deteneva anche la proprietà del Cinema Diana, le cui locandine per un certo periodo rivestirono interamente la facciata del palazzo che ospitava il Duse.

Pubblicità di film programmati al Cinema Diana sulle pareti del Teatro Duse alla Rotonda dei Mille, nel 1949

In seguito la direzione del Diana passò al marito di Marialuisa, Gianfranco Ripamonti, poi divenuto direttore del Cinema Centrale, chiuso negli anni ‘70.

Il Cinema Diana, in via Borfuro, nel 1969. La gestione del Diana dalla fine degli anni Sessanta passò all’ECI (Esercizi Cinematografici Italiani), sino alla definitiva chiusura nel 1977. La consorte dell’ingegner Scanzi, Maria Paganoni, essendo fervente cattolica e molto vicina ai Padri Domenicani non voleva che il Cinema Diana funzionasse il venerdì Santo e fece in modo che per quel giorno restasse sempre chiuso per permettere anche al personale di seguire le funzioni religiose (da una conversazione con Antonella Ripamonti)

La figlia di Marialuisa, Antonella Ripamonti, racconta che dall’appartamento si accedeva al teatro ed era possibile vedere il palcoscenico, ma che i genitori facevano in modo che la porta restasse sempre chiusa per evitare che la ragazzina potesse assistere a peccaminosi spettacoli di varietà. La ragazza però, con alcune compagne di scuola aveva trovato un modo per guardare di nascosto attraverso un buco nella porta, e quando la tresca fu scoperta venne punita adeguatamente dai genitori.

FRA DECLINO E MOMENTI DI GLORIA

Dopo aver ospitato a lungo opere liriche e spettacoli di prosa, cominciò un lento declino, ma ancora con bagliori violenti, tanto che l’anno di grazia arrivò nel 1963, quando la chiusura del Donizetti per lavori di ristrutturazione portò al Duse i migliori spettacoli lirici.

Formidabili colpi di coda fra le migliori rappresentazioni di prosa, incontri di pugilato e avanspettacoli con cinema e varietà, chiaro sintomo di decadenza, che contrassegnò gli ultimi giorni di vita del teatro, ormai additato con la la pessima reputazione di “tempio del peccato”.

Il Teatro Duse in una immagine del 1955 (per gentile concessione di Antonella Ripamonti). Nel 1958, dieci anni prima della demolizione, sul palcoscenico del Duse Primo Carnera, il leggendario campione del mondo dei massimi negli anni Trenta, concluse la carriera di lottatore alla quale si era dedicato dopo aver abbandonato la boxe

Soprattutto famoso il Duse, negli anni ‘50/’60, per le riviste con Carlo Dapporto, Walter Chiari, Totò, Renato Rascel, Macario, la Wandissima e tante altre vedettes, ai tempi in cui le soubrettine venivano chiamate “donne di spolvero” per l’eleganza e la presenza scenica.

Il Duse è stato il teatro dei grandi spettacoli di rivista all’epoca di Walter Chiari, il protagonista del “Sarchiapone”, affiancato dalla sua storica ”spalla” Stella Maris (al secolo Ilvea Benatti), che ancora ricorda la platea bergamasca come la più calorosa, e amante delle riviste

Nell’ultimo periodo, all’uscita degli “artisti” non era infrequente che si appostasse il gruppo dei vitelloni, allora assai noto in città, per attendere le girls del balletto; otto ragazze (alcune anche donne mature) che senza il cerone sul viso, senza le lunghe ciglia finte, senza il rossetto marcatissimo, senza l’ombretto attorno agli occhi, senza – a volte – la parrucca bionda e senza la luce dei riflettori, erano per lo più una delusione.

Ad accompagnarne il declino, le proiezioni cinematografiche ricordate da Giorgio Bocca, quando il sabato sera e la domenica i valligiani calavano al cine-teatro, “dove i programmi variavano su un unico tema: ‘Baraonde di donne capovolte in trasparenza’. ‘Atomicamente nude’. ‘Nudevolissimevolmente’. ‘Grazia Yunko nei sexy peccati capitali’. E altre follie” (1).

Per un certo periodo I film venivano proiettati poco prima che si alzasse il sipario per una Lucia di Lammermoor.

VERSO LA FINE

Fra un lento declino e formidabili colpi di coda, il Duse abdicò ufficalmente con la rappresentazione serale della domenica che precedette il 4 marzo del 1968, La signora è da buttare, con Franca Rame e Dario Fo.

Con un titolo a caratteri cubitali “L’Eco” ne annunciava la scomparsa aggiungendo: “E’ l’ultima volta che vediamo la facciata del Duse, di questo vecchio edificio che la rapida trasformazione della città ha da tempo condannato”: una facciata che sul finire del Novecento Luciano Andreucci descriveva con toni nostalgici (“di colore grigio, austera, sobria, elegante, ornata con decorazioni in bassorilievo, per un palazzo di notevole pregio artistico e architettonico”), ma che altrove era considerata un esempio piuttosto scolastico di struttura neoclassica, dall’aspetto di insieme triste e dimesso, più che severo e importante, come forse era nell’intento dei suoi progettisti.

In quei giorni si stavano innalzando le impalcature che presto avrebbero coperto la vista del teatro, sulla cui area sorse quell’edificio avveniristico dalle ampie superfici vetrate, sorto due anni dopo prendendo il nome dal vecchio teatro e fra mille polemiche, in quanto per molti non armonizzava con l’aspetto degli altri edifici.

Il teatro Duse venne demolito nel 1968, per essere sostituito dall’attuale edificio di architettura “Brutalista”, con parcheggio aereo e un cinema sotterraneo, opera degli architetti Giorgio Zenoni, Giuseppe Gambirasio e Walter Barbero. Il monumento di Garibaldi continuava a fare bella mostra di sé nel bel mezzo della rotonda alla fine del Novecento, benché qualcuno già pensasse fosse ora che cambiasse aria, assediato com’era dalle auto e declassato a spartitraffico: una fine davvero ingloriosa per uno dei grandi protagonisti del Risorgimento, come lamentavano alcuni

Agli inizi di marzo vennero rimosse quasi tutte le strutture del palcoscenico e buona parte delle poltrone della platea. In seguito si diede il via alla vera e propria demolizione. Senza pietà.

Il Duse chiudeva così definitivamente i battenti dopo oltre quarant’anni di onorata attività; una decisione presa da tempo. La sua abdicazione lasciava la bocca amara a coloro che fino a pochi anni prima avevano vissuto i suoi momenti gloriosi e che ricordavano il suo ruolo importante nella storia della musica e della prosa bergamasca, il tempo il cui il teatro ospitava i più rinomati circhi equestri e le personalità più famose del mondo dello spettacolo, dello sport, della politica.

Scriveva indignato e perplesso un lettore del Giornale di Bergamo al direttore prima della demolizione: “Ma proprio nessuno difende ‘sto teatro? E non c’è forse una legge che tutela i teatri nelle città? Nessuno però se ne interessa, in testa sindaco, assessori e consiglieri comunali”.

Il teatro Duse alla Rotonda dei Mille. Quando ne fu decisa la sua demolizione, per far posto a un supermoderno caseggiato, mezza città insorse. Inutilmente. Negli ultimi suoi tempi era diventato il regno dell’avanspettacolo (Archivio fotografico – Fondazione Bergamo nella Storia)

Contro la demolizione protestò anche un collaboratore de L’Eco, Guerrino Masserini, che chiedeva “perché mai tocca al bel palazzo del teatro d’essere abbattuto quando ci sono, anche vicinissime (come nelle vie Sant’Orsola e Borfuro ndr), tante case a un piano cadenti e in cattive condizioni. E poi finiamola di definire ‘vecchio’ questo teatro! Ha da poco superato i quarant’anni, non già i cento! Ma è ora di dare del ‘vecchio’ a tutto ciò che si avvicina al mezzo secolo”.

Alcune delle costruzioni che gli erano sorte attorno nello stesso periodo vennero demolite nel quadro di un piano di riordino urbano facente capo al neoclassico Palazzo Frizzoni (oggi sede municipale), ideato per portare a compimento l’isolato a cavallo tra via Garibaldi e il Sentierone.

Guardate che meravigliosa palazzina c’era alla Rotonda dei Mille: demolita (!) per innalzare un anonimo palazzo condominiale con bar e negozio di parrucchiere sulla strada

Ma furono in molti a rimpiangere la sua perdita e ancor’oggi il suo ricordo è evocato con tanta nostalgia.

 

Note

(1) Giorgio Bocca, Fratelli Coltelli. 1934-2010. L’Italia che ho conosciuto. Feltrinelli.

Riferimento principale

“Il Novecento a Bergamo – Cronache di un secolo”. Di Pilade Frattini e Renato Ravanelli. A cura di Ornella Bramani – Vol. II. UTET. Anno 2013.

La storica drogheria Mologni ben presto sarà solo un ricordo (divagando tra piazza Sant’Anna e dintorni)

E’ di questi giorni la notizia dell’imminente chiusura della storica drogheria “Fratelli Mologni” in piazza Sant’Anna, l’antica “istituzione” cittadina gestita dal ’53 da Norberto Mologni – classe 1933 – ma vecchia di quasi un secolo perché è in piazza dal 1921, fondata da papà Calisto e zio Carlo.

All’angolo fra via Ghislandi e via Borgo Palazzo, affacciata su piazza Sant’Anna, la storica Drogheria F.lli Mologni: un pezzo di storia della città

Una notizia che lascia increduli e sgomenti i bergamaschi, da sempre abituati a vederla lì, all’angolo fra la piazza e via Ghislandi, rassicurante coi suoi giusti rimedi per qualsiasi problema casalingo, come se conoscesse a menadito e da generazioni, tutti gli abitanti del Borgo.

 

Il signor Norberto Mologni negli ultimi giorni di apertura, dopo una vita dietro al bancone della storica drogheria, fondata dal padre nel 1921. Nella conduzione dell’azienda sè stato affiancato dalla nuova generazione dei Mologni, con Mauro, Ombretta e Umberto, mentre il fratello, Valerio, è scomparso nel 2010 all’età di 72 anni, investito da uno scooter in piazza Sant’Anna mentre attraversava la strada per tornare al negozio (Fotografia di Giuseppe Preianò)

Bergamo perde non solo la più antica drogheria della città – e chiamarla “drogheria” è un eufemismo – ma anche il sorriso del titolare e il sapere dell’insostituibile signor Carlo, dipendente della ditta da oltre trent’anni, durante i quali ha dispensato con saggezza consigli e rimedi d’ogni sorta da dietro il bancone ottocentesco in noce, attorniato da spezie e caramelle sfuse in quantità, tutte raccolte in deliziosi barattoli in vetro trasparente.

Al banco il signor Carlo, dipendente della ditta Mologni da oltre trent’anni con gli immancabili occhiali dalla sottile montatura e il grembiule verde

La storica insegna che campeggia sulla piazza ne ha molte da raccontare, a partire dal cartello “Coloniali” voluto da papà Calisto per indicare non certo boccette di miscele profumate evocanti speziati profumi esotici, bensì le antiche Colonie europee in Oriente, da cui giungevano le famose spezie di Mologni.

 

Norberto Mologni durante gli ultimi giorni di attività nello storico negozio di piazza Sant’Anna (Fotografia di Giuseppe Preianò)

 

In vetrina

La ditta era nata infatti come “spezieria” – l’unica della città a quei tempi -, rifornita di ogni genere di spezie: dalla curcuma in polvere allo zenzero, dal pepe al cardamomo, all’ormai introvabile radice di liquirizia.

 

 

Il signor Carlo, dipendente della ditta Mologni, durante gli ultimi giorni di attività nello storico negozio di piazza Sant’Anna (Fotografia di Giuseppe Preianò)

E approfittando di tutto questo “ben di Dio”, il titolare aveva creato la celeberrima “miscela Mologni”, un misto di ben dodici spezie per insaporire la carne, composta tra gli altri da coriandolo, cardamomo, pepe, zenzero, noce moscata e cannella, aumentando la quale, si creava la miscela perfetta per i deliziosi biscotti di Panpepato a forma di omino.

Per un tempo che sembra indefinito gli arredi hanno custodito rimedi infallibili per qualsiasi problema casalingo, rappresentando un vero e proprio servizio per la comunità.

 

Il che richiedeva la presenza costante non di commessi qualsiasi, ma di personale esperto che avesse parecchia familiarità con i rimedi le composizioni chimiche dei prodotti.

 

Il signor Carlo, dipendente della ditta Mologni, durante gli ultimi giorni di attività nello storico negozio di piazza Sant’Anna (Fotografia di Giuseppe Preianò)

Qui, tra gli altissimi scaffali lignei laccati color panna risalenti al primo Novecento, le antiche credenze screpolate dai vetri sottili e un caleidoscopio di vasi, barattoli, boccette e profumini d’ogni sorta, il tempo ha passeggiato con calma tra mille mercanzie: dai detersivi più comuni per la pulizia della casa ad improbabili specialità medicinali (e un tempo il chinino, per curare la malaria) ai prodotti chimici o ai detersivi per l’industria (dalla soda caustica agli acidi solforico e nitrico e polveri di ogni tipo), candele, cera d’api, vernici naturali, ma anche specialità dolciarie o meravigliosi oli essenziali purissimi, vari tipi di te in foglia, capperi, caffè, caramello, vini e persino Champagne!

 

E le immancabili spezie, come nei migliori bazar, ma in versione orobica.

E ancora, liquori in gran quantità, acque imbottigliate di ogni marca e persino acqua sulfurea proveniente direttamente dall’Ungheria; rimedi per smacchiare, lucidare ogni tipo di pavimento, eliminare le tarme dagli abiti o dal mobilio: sperimentato personalmente ed infallibile grazie ai consigli sagaci del signor Carlo.

Il signor Carlo, dipendente della ditta Mologni, durante gli ultimi giorni di attività nello storico negozio di piazza Sant’Anna (Fotografia di Giuseppe Preianò)

 

Per non parlare dell’incredibile assortimento di saponette e di barattoli per la pulizia personale: una delizia in cui perdersi.

Tutto doveva passare dal suo magazzino di via Ambrogio da Calepio, che fungeva anche da ingrosso e che ora inizia ad essere desolatamente sgombro di merci e scatoloni.

Norberto Mologni durante gli ultimi giorni di attività nello storico negozio di piazza Sant’Anna (Fotografia di Giuseppe Preianò)

 

E caramelle sfuse, tante caramelle che oltre ai classici gusti comprendevano gli introvabili e antichi zucchero matricale (un bonbon zuccherino con genziana e rabarbaro), il confetto al chinotto, la caramella con nocciola e ciocco fondente Moretto Nougatine e la goccia menta, quella con il cuore morbido che ti si scioglie in bocca.

 

Il tutto, tra caramelle e profumi di Colonia, le fondenti Perugina e l’odore morbido del sapone di Marsiglia, i rimedi della nonna e quelli d’ogni sorta esposti in vetrina e corredati da simpatiche istruzioni scritte a mano e scolorite dagli anni.

E se il prodotto non era sullo scaffale, bastava chiedere e Mologni era in grado di procurarlo, sempre ben disposto a soddisfare ogni richiesta della clientela, lavorando con la serietà e la competenza ereditata da papà Calisto.

Norberto Mologni, titolare della drogheria di Piazza Sant’Anna

Un’atmosfera tale, quella del negozio, da meritarsi un reportage fotografico contenuto nel libro “Certi silenzi” di Nicoletta Prandi – un libro in cerca di emozioni catturate in città -, e relativa mostra all’ex ateneo in Città Alta, dove il titolare, Norberto Mologni, è immortalato insieme ad immagini fortemente evocative ed accenni a personaggi che han fatto la storia di Bergamo come il conte Giacomo Carrara, Gaetano Donizetti, il grande giocoliere Enrico Rastelli, affiancati, nell’oggi, al burattinaio Vittorio Moioli detto “ol Bachetì”: fra personaggi monumenti e persone di passaggio, chiese e distributori di caramelle, la squadra dell’Atalanta e la tradizione di Santa Lucia c’era anche lui, conosciuto ed amato da tutta la città.

Certo negli ultimi anni Mologni lamentava una diminuzione del forte via vai di allora e anche il fatto che specialmente la sera la piazza fosse mal frequentata.

Scorcio di piazza Sant’Anna oggi

Ma in fondo il borgo nella sua semplicità sa ancora rivelare la sua antica identità, con il lungo serpentone, affiancato da strettoie, che dalla porta di Sant’Antonio andava verso i corpi santi,  i laghi, Brescia e Venezia e che oggi si snoda lungo un susseguirsi ininterrotto di botteghe dal sapore artigianale e case, quelle del popolo e della borghesia, curate e dignitose, accatastate le une sulle altre in una cornice confidente e familiare, confortata dall’atmosfera ottocentesca dei suoi palazzi gentilizi e dall’eco delle antiche osterie con alloggio e stallo, di cui restano ancora i segni sui pilastri delle corti.

Un rione, in fin dei conti, ancora molto intenso ed animato, dove non mancano iniziative come il tradizionale appuntamento con la festa del Borgo con la sua gente semplice e cordiale, sempre pronta a difendere e riscoprire le origini e le tradizioni antiche di quel Borgo Palazzo che prende il nome dal palatium imperiale creduto eretto da Carlo Magno.

Un Borgo ricco: di chiese, come quella antichissima e ormai irriconoscibile di Sant’Antonio in Foris, di conventi, chiostri e ameni giardini, di palazzi e di acque generose: la Morla, che ha dato il nome all’antica  Curtis Murgula dove sorgeva l’antico palazzo, e, più a monte, la Roggia Serio, cui si aggiunge la Morlana presso i Cappuccini in un fitto intrecciarsi di corsi d’acqua, un tempo utilizzati per muovere mulini e far funzionare magli, seghe per legname, per la macina della calcite, per filatoi.

Via Ghislandi nel 1916, ancora abbracciata dagli orti e con la chiesa di S. Anna sullo sfondo

Così anche in piazza Sant’Anna, importante crocevia di transito e commerci di cui si avverte ancora l’eco, anche se bisogna lavorare un po’ di fantasia.

La drogheria Mologni nel 1954 (Archivio Wells)

Non c’erano alberi (introdotti nel ‘78), ma una spianata, con un benzinaio e la pesa per i veicoli che trasportavano merci, piantonata dai vigili pronti a multare i mezzi sovraccarichi, traditi da un’evidente flessione delle balestre. Al tempo esisteva già un’edicola per giornali ma molto più piccola rispetto a quella odierna.

Piazza Sant’Anna verso l’incrocio tra via Angelo Maj e via Borgo Palazzo, nel 1954

 

Piazza Sant’Anna nel 1954, con il benzinaio, la pesa per i veicoli che trasportavano merci e a sinistra l’edicola

 

Piazza Sant’Anna (data non precisata), ancora con il benzinaio e priva di arredo. Il gabbiotto al centro sembrerebbe un vespasiano. In primo piano a destra manca la scalinata per i bagni pubblici sotterranei e  la “corrierina ” A.T.B. è forse quella della linea automobilistica Gorle- Scanzo – Negrone

Gli interventi di ammodernamento della piazza erano iniziati verso gli anni ‘60; la fontana neoclassica posta al centro venne donata dal parroco Don Antonio Ruggeri proveniente dalla casa parrocchiale.

Piazza Sant’Anna presumibilmente alla fine degli anni anni ’50 con le aiuole di nuova realizzazione e la fontana al centro; a destra l’ingresso per i bagni pubblici sotterranei, poi tolti per questioni di sicurezza. Non c’è ancora il passaggio a fianco del campanile. Il filobus è il n° 4, Cimitero- via San Bernardino

 

Piazza Sant’Anna negli anni ’50. Di fronte, il Piccolo Credito Bergamasco

 

Piazza Sant’Anna alla fine degli anni ’50, con il chiosco di benzina e  la bellissima 1100/103 TV del ’53 con terzo faro centrale inserito nella mascherina. L’auto partecipò alla Mille Miglia dal ’54 al ’57

 

Piazza Sant’Anna dal campanile (Archivio Wells)

 

Piazza Sant’Anna verso la fine degli anni ’60/inizi ’70. Sono stati eliminati i servizi igenici pubblici sotterranei (Archivio Wells)

 

Il personale del ristorante-pizzeria-Arlecchino negli anni ’60

Oggi come ieri, un groviglio di negozi, alcuni ammiccanti e raffinati ed altri démodé come quello di Mologni, ricavato nei locali del bell’edificio liberty che lo sovrasta.

Il servizio di bike sharing in piazza Sant’Anna

Poco distante, la rinomata pizzeria Arlecchino e di lato gli ormai storici panificio e fruttivendolo, con la farmacia omeopatica, la banca, l’edicola, la pasticceria, la chiesa – tra le più belle di Bergamo -, legata allo storico oratorio maschile del “Sacro Cuore”, dove nel 1945 venne fondata la società sportiva U.S. Olimpia, per promuovere la pratica dello sport tra la gioventù del Borgo e della città.

Il ristorante-pizzeria Arlecchino

 

C’è tutto nella piazza: una città nella città, persino il cinema e, a pochi passi, un tempo c’era anche uno splendido teatrino nella breve via Anghinelli.

L’insegna del Teatro Augusteo in via Anghinelli, costruito nel 1923 e rimasto attivo fino alla Seconda guerra mondiale; dopo un abbandono durato oltre 40 anni, nel 2007 è stato demolito per ricavarne abitazioni di lusso.

Accanto a Mologni, c’è la stretta lavanderia della signora Giò, dagli occhi verdi e il viso magro, i riccioli scomposti e gli orecchini dorati e, tra questa e la drogheria, un piccolo bar con parquet ed uno stretto bancone in legno scuro dove Mario, il titolare, riempie l’aria con la sua risata, frizzante, come bollicine dello Champagne di cui è cultore.

Veduta aerea di piazza Sant’Anna (Archivio Wells). La maestosa chiesa parrocchiale di S. Anna fu costruita in circa 15 anni, su progetto dell’insigne architetto Giuseppe Berlendis. E’ una magnifica costruzione ispirata ai canoni del più puro stile neoclassico. Fu inaugurata il 25 luglio 1856 dal Vescovo Mons. Pier Luigi Speranza, che nel 1859 fondò la Parrocchia di S. Anna, sul territorio che prima era della parrocchia di S. Alessandro della Croce, in Pignolo. Letizia Roncalli, archivista parrocchiale, racconta che prima c’era una chiesa del 1600

Tra qualche settimana molto a malincuore il signor Norberto chiuderà per sempre i battenti: Carlo, lo storico dipendente, tra poco se ne andrà in pensione e nessuno – né Mauro, il figlio del titolare e né i nipoti, occupati altrove – potrà portare avanti l’ormai secolare attività.

Qualche metro più in là, sulle vetrine che si affacciano su piazza Sant’Anna campeggia la scritta “cessione attività” accompagnata da uno sconto sugli ultimi prodotti in vendita. La gente non manca di passare per gli ultimi acquisti e salutare la storica insegna, dove lascia un pezzo di cuore: è la vecchia Bergamo che un pezzo alla volta se ne va.

Fotografia di Giuseppe Preianò

Con Mologni Bergamo perde una certezza, l’ultimo depositario di un sapere che sa di antico e familiare, che per decenni ha accolto i bergamaschi dispensando rimedi e rassicurandoli con preziosi consigli.

Un’insegna che ha attraversato indenne la crisi degli ultimi anni e la tassazione insostenibile che ha costretto diversi negozi alla chiusura.

Che è sopravvissuta alla nascita dei primi minimarket nonché a quella ben più insidiosa dei centri commerciali e delle grandi catene di Acqua & Sapone, grazie alla competenza e alla disponibilità del personale in grado di stabilire un legame che è andato ben oltre il piccolo tessuto del borgo per allargarsi alla città e riverberarsi alla provincia.

Norberto Mologni, un signore cordiale e simpaticissimo

Non sarà facile passarle accanto e fermare lo sguardo sulle serrande chiuse, ed accettare l’idea che in nessun posto troveremo quel miscuglio variopinto di merci, profumi e sorrisi: quelli del titolare e del signor Carlo, che non possiamo che contraccambiare con tanta riconoscenza e non poca malinconia.

La Fontana del Delfino nell’antico bosco di Pignolo

All’incontro di quattro strade, due in salita – Pignolo e Pelabrocco – e due in discesa – San Tomaso e Masone-, il cuore di borgo Pignolo accoglie il visitatore con la varietà e la bellezza della sua forma irregolare, in un luogo ricco di straordinarie stratificazioni architettoniche.

Via Pignolo e Fontana del Delfino in una fotografia degli anni Trenta (Bergamo – Curia Vescovile – Raccolta Fornoni)

Accanto alle case borghesi ottocentesche ed ai negozi, la nobile fronte cinquecentesca di Palazzo Lupi fa da contrappunto alla pittoresca, inconsueta casetta con il piano superiore aggettante, posta all’angolo delle vie Pignolo e S. Tomaso. Come si evince dalle vecchie immagini, in passato la casa non era a graticcio, ma presentava le pareti lisce e nude.

Il microcosmo marino della Fontana del Delfino sembra quasi richiamare il curioso edificio nordico con il piano superiore a sbalzo (quattro/cinquecentesco?), dalla forma evocante la poppa di una nave

Luigi Angelini ricorda che la forma particolare e le suggestioni sprigionate da questo luogo ispirarono numerosi artisti, compreso quel “geniale pittore russo Leon Bakst” che realizzò una scenografia per uno dei balletti di Diaghilew che dominarono in quel tempo i teatri d’Europa.

L’edificio – scriveva Luigi Angelini – richiama le piccole case nordiche quali la Glöcklein di Norimberga prossima alla casa natale di Dürer o le casette antiche di Rouen o di Malines, o alcune modeste costruzioni della vecchia Bologna o del quartiere veneziano di S. Lio

Ma ritroviamo la stessa ambientazione nella baracca burattinesca di Bigio Milesi, il celebre burattinaio/pasticcere di San Pellegrino Terme, nato a Bergamo nel 1905, famoso anche per i suoi biscotti.

La scena, che rappresenta la piazzetta del Delfino, veniva usata anche per farvi comparire il padre di Gioppino e di Pantalone prima della partenza di Gioppino (dalla commedia “Per Milano in cerca di moglie”). Raccolta Bigio Milesi, S. Pellegrino Terme

Nel centro della piazzetta è la fontana, che il popolo definisce da sempre “fontana del delfino”; è scolpita nel marmo di Zandobbio, con una stele centrale che regge un delfino a lunga coda, “cavalcato” da un tritone a due code di pesce e dal sorriso ambiguo.

La fontana era alimentata, in un primo tempo, dall’acquedotto di Prato Baglioni e, dopo la sua scoperta, anche da quello della Pioda. Come la fontana di Sant’Agostino, anche quella del Delfino restava spesso in “secca” per lunghi periodi, e numerose furono le suppliche degli abitanti di Pignolo perché fosse definitivamente sistemata (l’ultima e forse più significativa richiesta è quella del 18 maggio 1735): nel 1895 la fontana venne collegata alla nuova rete idrica, fatta costruire dalla municipalità in sostituzione della vecchia ormai obsoleta; e da ciò dipese probabilmente anche la sua salvezza.

La fontana del Delfino è stata costruita contemporaneamente all’intenso urbanizzarsi della via Pignolo, sull’incrocio che collegava le vecchie plaghe Pelabrocco e del Cornasello, che conducevano attraverso via Osmano, all’altura di sant’Agostino

Ma ancor prima della sua realizzazione, funzionava in loco una sorgente-fontana pubblica, fatta costruire dal podestà Gualtiero Rufino d’Asti nel 1208 e chiamata Fonx Lux Morum.

È citata negli statuti del 1248, dove veniva ordinato che le singole vicinie provvedessero alla cura e alla regolamentazione delle acque nel loro territorio. Oggi rimane solo la lapide e un debole ricordo perché, cessata la sua utilità, fu abbandonata ed inglobata negli edifici che le sorsero accanto.

Il venir meno di questa sorgente spinse alla costruzione in loco della fontana del Delfino. Si trova esattamente sulla prima casa di via Masone scendendo dalla piazzetta di Pignolo.

Fonx Lux Morum, antica sorgente-fontana in via Pignolo. Fu abbellita nel 1500 con un arco fiancheggiato da due colonne e pare che la sua cisterna avesse una capacità di 500 brente di acqua (circa 28.000 litri). Padre Donato Calvi menziona questa fonte nelle sue “Effemeridi” e dice che nel 1600 era già in secca

Il gruppo scultoreo della Fontana del Delfino è contornato da un bacino d’acqua chiuso da un parapetto a pianta ovale appoggiato su un gradino, recinto perifericamente da paracarri, pure marmorei.

Giovanni Da Lezze, nel 1596, la descrive così:“…una fontana nel mezzo fatta a vaso di prede roane che spande et rende mirabile vista…”.

Sui fianchi del basamento, due maschere di divinità marine emettono due alti getti d’acqua nel bacino.

Ma un dettaglio importante ci riporta ad un antico significato: sul frontone è scolpita in rilievo una grossa pigna, simbolo dell’antica contrada di Pignolo: infatti, ancor prima dell’erezione delle mura veneziane, il versante che conduceva al dosso di S. Agostino abbracciando le vie Pelabrocco e Cornasello, doveva essere boschivo ed ammantato di conifere, che, a ben guardare, conferivano a questa zona un aspetto più montano che “marino”.

Ricordando l’antico paesaggio di questa zona, il dettaglio della pigna ricorda perciò l’origine del nome di questo borgo.

L’opera è di considerevole eleganza di proporzioni e di nobile fattura plastica: la movenza del tritone sul delfino, nella difficile commistione di tre code, è resa dai vari punti di veduta con la sicura abilità di ottimo artista cinquecentesco, il cui nome però è a noi totalmente ignoto, come indicato da una lapide posta sul basamento.

Si conosce la data dell’opera: 1526, sorta perciò in quel quarto di secolo di fioritura d’arte architettonica e decorativa in cui nel borgo si innalzano i bei palazzi Martinengo ora Bonomi, Grataroli ora De Beni, Casotti-Mazzoleni ora Bassi-Rathgeb, Tasso ora Lanfranchi, Morandi Lupi poi Comando militare (1).

E forse la fontana fu il dono di una di quelle insigni famiglie patrizie.

 

Nota

(1) Alcuni fanno risalire la sua costruzione attorno all’anno 1530. Calvi, nelle sue “Effemeridi”, afferma che la fontana fu inaugurata il 9 agosto 1572.

Riferimento principale

Luigi Angelini, “La fontana del delfino”, Antiche fontane e portali di Bergamo, Stamperia Conti, Bergamo, 1964, pagg. da 20 a 22.

Rievocando le librerie storiche della città

Ricordate i grandi librai di Bergamo? O meglio, le librerie storiche di un tempo? Quelle che, a poco a poco, hanno gettato la spugna per far posto a colorati negozi di profumi e di abbigliamento? Erano tutte indipendenti e a gestione familiare (così diverse dagli impersonali book shop dei grandi gruppi editoriali) e sono scomparse portandosi dietro un mondo.

Ph Cesar Viteri

Un mondo dove il proprietario conosceva i gusti dei clienti e volentieri si intratteneva a chiacchierare con loro sulle novità editoriali, assistendolo negli acquisti. Un mondo dove la figura del libraio apparteneva alla migliore tradizione della nostra civiltà culturale e dove la cultura veniva coltivata e diffusa sul territorio.

Se vent’anni fa in città e provincia di librerie ce n’erano circa 500, oggi ne sono rimaste poco più d’un centinaio. Ma il più delle volte devono la loro sopravvivenza all’avere diversificato la propria offerta commerciale, abbinando la vendita dei libri ad altre attività, come le cartolibrerie.

 

1975: l’attrice Giulietta Masina con Franco Colombo Alla Libreria Buona Stampa (Archivio Franco Colombo)

 

Ricordiamo in particolare le sei grandi librerie degli anni Cinquanta, a partire da Lorenzelli in viale Papa Giovanni e Tarantola in via Broseta: entrambe discendenti dai Pontremolesi.

Su viale Papa Giovanni, arteria nevralgica del centro della Città Bassa, si affacciava la storica Libreria Lorenzelli, i cui locali sono oggi occupati da una profumeria. Ha chiuso i battenti nella seconda metà del Novecento, insieme ad un’altra gloriosa libreria di Bergamo: la Conti di via XX Settembre, che era anche stamperia 

A costoro si aggiungevano i Rossi di via Paglia, all’angolo con via Paleocapa, la libreria Conti in via XX Settembre e la storica Bolis, la libreria in via Torquato Tasso, destinata come le altre alla chiusura. Uniche sopravvissute: la libreria Arnoldi in piazza Matteotti 23 – che nel 2013 ha festeggiato i 100 anni di attività – e la Buona Stampa, legata alla diocesi di Bergamo e ancora aperta in via Paleocapa.

Storica, della Bolis, la libreria in via Torquato Tasso, chiusa da tempo. Alle Poligrafiche Bolis, Casa editrice fatta nascere nel 1833 dai fratelli Francesco e Pietro Bolis, si devono le iniziative più significative e più editorialmente impegnative della cultura bergamasca (spiccano i venti volumi dedicati ai Pittori bergamaschi)

In particolare, la storica libreria Conti (che era anche stamperia) ha chiuso sul finire degli anni Settanta, la libreria Rossi ha chiuso nel dicembre del 2011, mentre i Pontremolesi Lorenzelli e Tarantola hanno chiuso rispettivamente nel 1999 e nel 2004.

Già, Pontremolesi, i più importanti librai ambulanti d’Europa, arrivati a Bergamo dall’alta Lunigiana – terra di grande emigrazione -, da dove sin dal Medioevo sono partite generazioni di librai ambulanti, diretti in ogni dove.

Bergamo può vantare un’importante tradizione, che risale ai Pontremolesi, i più importanti librai ambulanti d’Europa, attivi sin dal Medioevo. Il loro vissuto rappresenta un fenomeno particolare ed unico in Italia. Non avevano confidenza con l’alfabeto, ma “sentivano” quali libri era il caso di comprare e quali no: in virtù di un sesto senso che, dicono, è stato loro donato dal demonio in un’ora di benevolenza (nell’immagine, (Oreste Giovannacci di Parana)

Negli anni dell’Inquisizione, si munivano di gerle e portavano i libri al di qua e al di là della Repubblica di Venezia, salvandoli dall’Indice. Poi, nell’ultima parte dell’Ottocento, con i lavori della ferrovia Parma-La Spezia tornarono in Lunigiana, dove avviarono un fiorente commercio librario. Il fenomeno si ampliò ed assunse dimensioni importanti nel corso dell’Ottocento, sviluppandosi soprattutto nel nord d’Italia ed anche all’estero: in Francia, Spagna e in Centro e Sud America.

Alla fine dell’Ottocento molti girovaghi pontremolesi avevano “racimolato” un patrimonio. I loro figli andavano a vendere in carrozza ed avevano aperto notevoli Case Editrici. I meno fortunati possedevano almeno una bancarella fissa sotto i portici di qualche grande città.

Il Premio Bancarella è nato proprio dalla grande tradizione dei librai pontremolesi. È così che hanno fatto scuola in tutta Italia. E sono giunti anche a Bergamo alla fine degli anni Cinquanta.

LIBRERIA TARANTOLA: NATA DALLA TRADIZIONE DEI LIBRAI PONTREMOLESI

I Tarantola approdarono a Bergamo nel 1927 e la memoria della loro attività è contenuta nelle poche parole rilasciate da un membro della famiglia, Tiziano Tarantola.

”Con mia madre Rina Giovannacci di Montereggio arrivai a Bergamo ed aprì la libreria nel 1927, due anni dopo si trasferirono in centro con due librerie: una gestita da mia madre l’altra da mio padre.

Librerie Tarantola a Bergamo, in via Petrarca e in via Broseta

Io facevo tutt’altro che il libraio, ma iniziando presto a sentire parlare di libri ci misi poco a imparare il mestiere quindi, smesso lo studio, mi misi nella libreria che aprimmo nel pieno centro di Bergamo. Nel dopoguerra divenni definitivamente parte attiva nella libreria, coadiuvato poi da mia moglie Carla e dalle mie figlie Cinzia e Rossana fino alla chiusura definitiva, per cessata attività, nel dicembre 2004.

Libreria Tarantola a Bergamo

La mia libreria è stata punto di ritrovo e di attività per circa 75 anni e ricca di ricordi molto belli. Collaborammo con passione al Premio Bancarella votando e discutendo spesso sul premio stesso, e personalmente collaborai per la nascita (1959) della Fiera del libro a Bergamo, oggi arrivata alla cinquantaseiesima edizione”.

Anni Sessanta: la bancarella di Tarantola alla fiera del libro sotto i portici del Sentierone

LA STORICA LIBRERIA CONTI IN VIA XX SETTEMBRE: LA LIBRERIA “NOBILE” DELLA CITTA’

Durante questa nostra breve passeggiata nella Bergamo che non c’è più, sostiamo nella secolare Libreria Conti, al civico 46 di via XX Settembre, per rivedere la figura asciutta di Alberto Cunico, libraio colto che si era dedicato alla sua professione con l’amore di un artista e l’educazione di un gentiluomo di antico stampo.

Via XX Settembre agli inizi del Novecento. Non c’era vano sulla strada che non ospitasse un negozio; e già era aperto quello di Grazioso Goggi, a quel tempo una rivendita di chincaglierie. Proprio accanto, in primissimo piano a sinistra dell’immagine, la Libreria Conti, fondata nel 1906 ed acquisita nel 1919 da Alberto Cunico, che l’ha condotta sino alla fine degli anni Settanta

Dopo aver appreso l’arte del libraio in Germania, il signor Cunico aveva acquisito l’antica ditta Conti fin dal lontano 1919, comprendente anche la storica Stamperia Conti, che era stata fondata nel 1906.

L’esterno aveva l’aspetto dei vecchi negozi francesi, con il fascino dei vetri d’epoca, del legno verniciato di scuro e le piccole saracinesche rugginose e stridenti per il difficile scorrimento; nella vetrina occhieggiavano, ben esposte accanto alle ultime novità, ghiotte edizioni rare, mentre nel retrobottega c’erano preziose edizioni italiane e straniere esaurite da tempo.

La storica libreria Conti, in via XX Settembre al civico 46, 1930 circa. Tempio molto singolare della cultura bergamasca, era un autentico scrigno d’arte e letteratura

La libreria era affiancata dallo storico negozio di Grazioso Goggi, che nel 1882 aveva acquistato lo stabile creando, oltre alla facciata, il libero passaggio pedonale comunicante con via Zambonate, all’interno del quale esponeva le sue merci.

Via XX Settembre (allora via Prato), con a destra il negozio Goggi, che era preceduto dalla Libreria Conti (non inquadrata)

 

1967: il passaggio che da via Zambonate conduce a via XX Settembre, dove la ditta Goggi  esponeva le sue merci. Luigi Pelandi scrisse che in precedenza, le abitazioni e le cantine dello stabile su via Zambonate erano state acquistate da Battista Fumagalli (il primo che aveva portato a Bergamo la novità dei fiammiferi di legno al fosforo e nonno dei professionisti Borroni, rivenditori di strumenti musicali) dall’ente del Casino dei Nobili, e che nei pressi la roggia Serio Grande era stata già coperta dal 1777. Sul cortiletto. dava la finestra della Libreria Conti (a sinistra), quelle dello studio dentistico Calderoli e dell’oreficeria Quadri, tuttora aperta, con ingresso dal civico 75 di via XX (Archivio Wells)     

Nel negozio sono passate generazioni di intellettuali bergamaschi per acquistare opere introvabili e farsi consigliere da Cunico sulla scelta del commento di un classico o sulla preferenza da assegnare a questa o a quella traduzione.

Ci si avvicinava al banco, dove le mani snelle del signor Cunico iniziavano il tamburellamento propiziatorio all’acquisto dei libri, mentre un’ironica conversazione metteva al corrente il cliente delle novità librarie o delle occasioni.

Via XX Settembre negli anni ’50: sullo sfondo il cosiddetto “Pà de saù”, poi abbattuto

Le lenti di cristallo del libraio luccicavano nell’oscura nicchia del vestito d’altri tempi, che ingigantiva la figura magra e asciutta in inquietante ectoplasma.

All’improvviso sopraggiungeva la signorina Mara Terzi, condirettrice della libreria dal 1927 e autentico repertorio di nomi, date, edizioni e fatti che venivano proposti all’interlocutore in un susseguirsi di rapidissime gag.

“Io ricordo bene la libreria Conti, fornitissima di libri polverosi e scolastici e la sua commessa, piccoletta,con un viso arcigno, mai un sorriso, conosceva qualsiasi titolo e lo recuperava al volo, sbattendolo sul bancone e recitando il prezzo!!!” (Annaluisa Palmirani, per Storylab)

“L’intesa tra il signor Alberto Cunico e la signorina Terzi era avvenuta senz’altro sotto gli auspici di qualche astro saturnino favorevole a una perfetta simbiosi. Difficilmente si sfuggiva, da parte di uno dei due, alla correzione dell’esatta pronuncia di un nome, al titolo esatto di un romanzo, al reperimento di un’edizione rara che appariva, come per magia, dagli oscuri meandri che conducevano ai sacri penetrali del tempio: il retrobottega. Non tutti potevano accedere a quei misteriosi recessi che, invece, per i fortunati erano un paradiso di incontri con opere esaurite e introvabili” (1).

Quasi tutte le migliori biblioteche della città si sono formate attingendo dagli scaffali della Conti, parte viva della cultura bergamasca, ritrovo di generazioni di intellettuali e artisti fra i quali il più celebre è stato il maestro Gianandrea Gavazzeni.

Molti editori ricorrevano al giudizio indefettibile di Alberto Cunico -sicuramente tra i librai più stimati d’Italia -, prima di affidare alle stampe il manoscritto di un’opera. Ancor prima di essere dato alle stampe fu inviato in lettura, per averne un giudizio, Il Gattopardo del principe Tomasi di Lampedusa. Cunico lesse attentamente il dattiloscritto e rispose senza esistazione: “E’ un capolavoro ed avrà grande successo”.

“I giudizi di Cunico erano acuti, netti, taglienti; da lui ogni cliente era posto allo stesso livello senza lusinga o pregiudizio di censo o importanza sociale. Eppure con ogni interlocutore si stabiliva un rapporto umano, completo e affettuoso; ogni cliente faceva parte di una famiglia di cui si conosceva tutto: le fortune, i dolori, le morti. Ogni fatto era inciso indelebilmente nella memoria prodigiosa della signorina Terzi che, all’occasione, ne faceva un rapido e discreto accenno con cui il cliente si sentiva rassicurato, riconosciuto e amato” (2).

Alla morte del signor Cunico sul finire degli anni Settanta, la signorina Mara Terzi tentò coraggiosamente una soluzione che permettesse al negozio di sopravvivere. Inutilmente: la vecchia libreria dovette chiudere definitivamente i battenti.

Scorcio di via XX Settembre nel ’65

Negli ultimi tristi giorni le vetrine rimasero aperte con i libri a prezzo d’occasione. Fu un’invasione e un via vai di gente che approfittava del momento. E ci si accorse subito, quando i battenti furono definitivamente chiusi, cosa volesse dire cercare un libro in altri luoghi a ciò deputati. Era sparito per sempre un punto di ritrovo della cultura cittadina.

LIBRERIA ARNOLDI SUL SENTIERONE: UNA DELLE DUE SOPRAVVISSUTE

Nel lontano 1913 Mario Arnoldi rilevava un’antica libreria che si trovava in piazzetta Santo Spirito: nasceva così la Libreria Arnoldi, di cui purtroppo non sono rimasti documenti se non una foto degli anni Trenta, che ritrae uno stand della libreria allestito in occasione della Fiera del libro sul Sentierone: una tradizione continuata da Pierpaolo,  attuale  titolare dell’omonima libreria in piazza Matteotti 23.

Lo stand di Mario Arnoldi, nonno dell’attuale titotale, sotto il quadriportico del Sentierone negli anni Trenta

Dopo aver trascorso l’infanzia nel negozio condotto dalla madre (il padre era scomparso prematuramente all’età di 39 anni) Pierpaolo Arnoldi – attuale titolare – aveva iniziato a gestire la libreria insieme al fratello. Ma nel 1985, rimasto l’unico della famiglia, dovette portare avanti l’attività da solo.

Pierpaolo Arnoldi, titolare dell’omonima libreria in piazza Matteotti, una piccola libreria generalista, fondata da nonno Mario nel 1913

L’ormai ultracentenaria libreria, un’istituzione in città, era spesso frequentata da studiosi e professori in cerca di libri particolari, attraversando, come le consorelle, il passaggio critico dagli anni ’80, quando tutto ha iniziato ad essere più veloce e spersonalizzato. La sua sopravvivenza è dovuta all’estremo senso pratico e alla capacità del titolare di stare al passo coi tempi: caparbietà ereditata dal nonno, che mantenne il negozio aperto anche durante le due guerre.

Anche se l’esiguo spazio interno non permette di allestire incontri con gli autori o promuovere altre iniziative, la libreria è riuscita a mantenere con i clienti un rapporto di fiducia e di dialogo, grazie alla disponibilità e alla capacità del titolare e dei suoi dipendenti – Riccardo e Serena -, di cogliere istintivamente le esigenze personali di ognuno: “Bisogna capire di cosa hanno bisogno, e spesso oltre ai libri le persone hanno anche bisogno di parlare. È questa la differenza principale tra una libreria indipendente e una catena, qui non si trovano solo libri ma anche rapporti umani”.

Pierpaolo Arnoldi nella sua libreria. La scala è uno strumento che non viene usato nelle librerie delle grandi catene, dove tutto deve essere subito a portata di mano. Nell’intervista rilasciata all’Eco di Bergamo, il signor Arnoldi ha voluto ricordare la figura di un ex dipendente, Armando – colonna portante del negozio – che vi ha lavorato per cinquant’anni: dal 1945 al 1995

Un giorno un amico di Pierpaolo Arnoldi, passando dalla libreria gli presentò Toni Servillo: “Gli strinsi la mano e dissi: piacere, Pierpaolo. E basta. Quando lo raccontai agli amici mi dissero ‘Ma come, dovevi fare una foto con lui, farlo raccontare ai giornali!’. Ma io sono fatto così, sono un tipo un po’ schivo. Mi viene da pensare che in quest’epoca in cui la ‘comunicazione real-time’ sembra dettare i tempi di ogni cosa, la lentezza e la riservatezza sono qualità umane così rare che bisognerebbe farle proteggere dall’Unesco”. Una modestia e riservatezza davvero ammirevole ai giorni nostri.

LIBRERIA ROSSI

La storica libreria Rossi era stata aperta nel ’61 da Enzo Rossi, sempre in via Paglia ma quasi all’angolo con via Tiraboschi. Nell’83, a causa della necessità di spazi più ampi, la sede si è trasferita nel nuovo edificio all’angolo con via Paleocapa, chiusa dai figli Paolo e Maurizio nel 2011 a causa delle difficoltà attraversate dal settore.

L’ultima sede della storica libreria Rossi in via Paglia, all’angolo con via Paleocapa

La sua passione, cominciata rovistando tra i volumi della nonna, che faceva la maestra, si era trasformata in mestiere nel 1952, quando, dopo un’esperienza come rappresentante di testi scolastici, aveva aperto la sua prima libreria in via Zambonate.

Enzo Rossi, fondatore della storica libreria, si è spento all’età di 95 anni portando con sé un’ampia pagina della storia delle librerie a Bergamo. All’attività commerciale egli ha sempre affiancato l’impegno associativo: negli Anni 60 è stato presidente provinciale dell’Unione cattolica italiana commercianti (è nota la sua gloriosa militanza negli alpini e nei gruppi partigiani cattolici). Nello stesso periodo è stato tra i fondatori della Fiera del libro, mentre dal 1982, e per 22 anni, è stato presidente del Gruppo Librai e Cartolai dell’Ascom (sostituito poi dal figlio Paolo), ricevendo nel 2005 un riconoscimento per la lunga attività sindacale, nel corso dell’assemblea annuale

La sua insegna, specializzata nella scolastica, ha rappresentato un punto di riferimento per tanti studenti ma anche per gli appassionati lettori, a quali era sempre pronto a consigliare il titolo giusto, interpretando appieno il ruolo del libraio. Oltre al settore scolastico, la libreria curava in modo particolare il settore dei libri su Bergamo e la Bergamasca.

Tra le sue battaglie quella per la regolamentazione degli sconti, che i piccoli librai non potevano permettersi di effettuare. “Il rischio è che sparisca la figura del libraio indipendente” – affermava – “un professionista qualificato in grado di consigliare, di reperire i testi, di conquistare la fiducia dei clienti e di promuovere, di conseguenza, la lettura”.

GLI ANNI DEL BOOM, UNA PER TUTTE: LA LIBRERIA SEGHEZZI

Con il boom degli Anni Sessanta – il periodo d’oro del libro – aprirono una libreria anche Seghezzi in viale Papa Giovanni, poi La Bancarella, la Rinascita (diventata Caffè Letterario) e più avanti anche Gulliver (oggi Palomar, in via Maj) e Bimbolegge&Bimbogioca, sempre degli Arnoldi.

Ma si trattava in realtà di un incremento industrialmente fittizio, perché nonostante a Bergamo, allora come oggi, si legga poco di più rispetto alla media nazionale, si legge molto meno che nel resto d’Europa, dove esiste una maggior educazione alla lettura.

La libreria di Giuseppe Seghezzi, fondata nel 1959 in viale Papa Giovanni al civico 46, venne in seguito gestita dai due figli, Alessandro e Gianfranco, che si trasferirono al civico 48 divenendo un punto di riferimento per i bergamaschi per una sessantina d’anni: dalla metà degli anni Sessanta fino al 2008, quando è stata chiusa. I Seghezzi furono tra l’altro i primi a Bergamo a lanciare il genere fantascienza.

Alessandro  Seghezzi, storico presidente del Sindacato Italiano Librai di Bergamo,  fotografato da Nando Vescusio (agenzia Fotogramma Bergamo)

 

Gianfranco Seghezzi, contitolare dell’omonima libreria di viale Papa Giovanni XXIII, mancato all’età di 64 anni. “Lavoravamo anche 14-15 ore al giorno – racconta il fratello Alessandro – ed è stato anche grazie al lavoro che eravamo così uniti. Nonostante le botte che ha preso nella vita, non si lamentava mai, era forte”

“A noi, studenti squattrinati degli Anni 70, ma con grande fame di libri, permettevano di leggerli nel magazzino e di riporli. Bastava non sgualcirli. Credo abbiamo fatto così con generazioni di ragazzi. Fosse poi stata solo la generosità. Sandro e Gianfranco leggevano buona parte di ciò che vendevano. E sapevano consigliare. Una visita in libreria poteva durare ore, tra interminabili discussioni letterarie.
Negli ultimi anni lamentavano le difficoltà di rimanere sul mercato, loro così piccoli, davanti all’offensiva degli ipermercati. Hanno resistito a lungo. Adesso hanno gettato la spugna. Vinti dal consumismo del libro. Una perdita per me, per altri come me, per le generazioni a seguire. Una perdita per Bergamo e per tutti. E’ la fine dell’anno si fanno i consuntivi. A me nel 2007 è stato sottratto quel negozio demodé, ma caro come una persona cara. Non so cosa faranno Sandro e Gianfranco. Non li vedo maneggiare altro se non libri. E forse non c’è posto, oggi, per una tale abilità” (3).

Il lento declino fu causato non solo dalla mancanza di un ricambio generazionale, ma anche dal caro-affitti in centro. La città ha visto sparire poco alla volta quasi tutte le librerie storiche, così come quelle che le avevano sostituite: il Caffè Letterario di via San Bernardino (che a sua volta aveva sostituito La Rinascita), ha chiuso i battenti nel giugno del 2013 dopo essere stata per 17 anni un punto di riferimento culturale e dopo aver visto il passaggio di grandi personaggi come Alda Merini ed Edoardo Sanguineti.

Macondo: Caffé Letterario, bibliocafè fornito di di una sezione antiquaria nel reparto libreria e una nutrita sezione (500 volumi consultabili e disponibili al prestito) dedicata ai bambini, per i quali si organizzavano numerose iniziative ludiche

 

Caffé Letterario

Sono sopravvissute le librerie di settore (ad esempio quelle per bambini e ragazzi), ma anche quelle che hanno saputo rinnovarsi con la cartoleria o un’offerta più varia, come fu ai tempi il Caffè Letterario e la libreria Terzo mondo di Seriate.

A mettere in difficoltà le librerie indipendenti è stata poi la nascita delle librerie delle case editrici – e di gruppi di case editrici -, comunque non esenti dalla crisi: basti pensare alla messa in mobilità nel giugno del 2013, dei 1.378 dipendenti delle 102 librerie “la Feltrinelli”, compresi i commessi del negozio di via XX Settembre.

Bergamo, libreria “la Feltrinelli”, via XX Settembre

Inoltre è arrivato il mercato della grande distribuzione e vendita online (inizialmente incoraggiato da possibilità di sconti selvaggi, ai tempi era  negata alle librerie indipendenti), oltre alla nuova frontiera degli e-book.

Negli ultimi anni sono sorte le librerie di quartiere, librerie non grandi che si sono aggiunte alle cartolibrerie che ancor resistono nei rioni della città: una controtendenza rispetto alla crisi che aveva portato alla chiusura degli storici punti vendita e delle librerie che li avevano sostituiti. Ne troviamo in Borgo S. Caterina, in via San Bernardino, in via Baioni, via Moroni, in via Pignolo. Un censimento non esiste, ed è possibile che ve ne siano altre, nascoste nelle pieghe della città.

 

Note

(1) Da una rievocazione di Arnedeo Pieragostini su “La Rivista di Bergarno” (gennaio 1981), in: Il Novecento a Bergamo – Cronache di un secolo. Di Pilade Frattini e Renato Ravanelli. A cura di Ornella Bramani – Vol. II. UTET. Anno 2013.

(2) Ibidem.

(3) Gigi Riva, La libreria Seghezzi.

Il monumento all’Alpino e la sua storia

 

IL PRIMO MONUMENTO ALL’ALPINO, DAVANTI ALL’ACCADEMIA CARRARA

Per risalire al primo monumento dall’Alpino presente in città bisogna tornare al 1921, quando il Comando del 5° Reggimento Alpini proveniente dalla caserma Mainoni di Milano viene inserito nella 2ª Divisione alpina di stanza a Bergamo, dove prende possesso della Caserma Camozzi, in via S. Tomaso.

Monumento 5° Alpini nella piazzetta antistante l’Accademia Carrara (Raccolta D. Lucchetti)

Via che tra l’altro certuni dicono chiamarsi, all’epoca, “via della Milizia”, anche se – a quanto risulta dallo Stradario storico – si chiamava come oggi, mentre “piazza della Milizia” (questa l’effettiva definizione) esisterà come tale solo dal 1929 venendo abolita almeno dal ’49.

Caserma Camozzi e monumento 5° Alpini in via San Tomaso. Attualmente l’ex caserma, già sede dell’Ordine degli Umiliati nel XIII secolo, è occupata dalla Gamec

Nel corso del trasferimento il 5° Reggimento porta con sé il proprio monumento, che solo dopo un anno sarà innalzato di fronte alla caserma Camozzi nella piazzetta antistante l’Accademia Carrara.

Monumento 5° Alpini in via San Tomaso. Il  monumento proveniva dalla caserma Mainoni di Milano, dove aveva sede il Comando del 5° Alpini e dov’era stato inaugurato l’11 febbraio del 1915

Nel frattempo, in previsione dell’arrivo del 5° Alpini, gli alpini bergamaschi, perlopiù ufficiali che avevano combattuto nella Grande Guerra si fanno promotori della fondazione di una Sezione bergamasca dell’ANA (Associazione Nazionale Alpini), e dopo una riunione nel salone al primo piano del Cappello d’Oro il gruppo bergamasco delle penne nere è ufficialmente costituito, invitando ad aderire tutti gli alpini ed ex alpini di Bergamo e provincia.

Bergamo, 1921, Gruppo Alpini. Primo Presidente della Sezione bergamasca dell’ANA, con sede provvisoria in via Borfuro è l’avv. Ubaldo Riva, volontario della guerra ‘15-’18, decorato con due medaglie d’argento al V.M. ed esimio oratore alpino, letterato, poeta arguto (propr. ANA Bergamo)

Il primo atto della neonata Sezione è l’invito a tutti i soci a prendere parte in corpo alle onoranze che saranno tributate di lì a tre giorni al 5° Reggimento, durante la cerimonia di inaugurazione del monumento e della targa intitolata a Gabriele Camozzi, che verrà apposta sulla parete dell’omonima Caserma alla presenza del Re Vittorio Emanuele III.

L’invito (propr. ANA Bergamo)

 

L’invito reca sul recto una piantina dell’area con alcune indicazioni: “L’accesso alle Tribune avviene sia da via Pignolo che da via S. Tomaso, mentre quello per le Associazioni e gli invitati (biglietti di colore giallo) è da Borgo S. Caterina.  E’ assolutamente vietato l’ingresso al recinto riservato alle inaugurazioni se non muniti del presente biglietto. Alle ore 7.45 gl’ingressi nel recinto delle inaugurazioni saranno chiusi. I Signori invitati sono quindi pregati di occupare i loro posti prima dell’ora suddetta” (propr. ANA Bergamo)

L’opera, realizzata nel 1915 dallo scultore milanese Emilio Bisi, ricorda un’episodio particolare della campagna di Libia, avvenuto nel 1912 nei dintorni di Derna (Darnah), città della Libia nord-orientale.

Monumento 5° Alpini nella piazzetta antistante l’Accademia Carrara, in via S. Tomaso

In quell’occasione, l’alpino Antonio Valsecchi della Val San Martino, rimasto senza munizioni insieme ai compagni del Battaglione Edolo, fronteggiava l’attacco dei nemici scagliando pietre e massi.

Il monumento 5° Alpini rappresenta l’alpino Antonio Valsecchi del Comando 5° Alpini, rimasto privo di munizioni, nell’atto di attaccare i beduini con il lancio di un masso, nel corso della Campagna di Libia (1912)

Il bronzo volle perciò rievocare l’eroico episodio, raffigurando l’alpino nell’atto di lanciare una grossa pietra, aiutandosi con entrambe le braccia.

Finalmente, il 15 giugno del 1922 il monumento viene solennemente inaugurato, alla presenza di Sua Maestà Vittorio Emanuele III.

15 giugno 1922: la parata in onore di S. M. Vittorio Emanuele III, giunto a Bergamo per la cerimonia inaugurale del monumento agli Alpini e della targa a Gabriele Camozzi sulla parete dell’attigua Caserma Camozzi, in via San Tomaso

 

L’arrivo su S. M. Vittorio Emanuele III alla Stazione Ferroviaria il 15 giugno 1922 (per gentile concessione di Marco Foresti)

 

Bergamo 15 giugno 1922. La cerimonia per lo scoprimento del monumento 5° Alpini.  In occasione dell’inaugurazione avviene la consegna del gagliardetto sezionale dell’ANA di  Bergamo. Madrina della cerimonia è la signorina Rosetta Locatelli, sorella della triplice medaglia d’oro Antonio Locatelli. E’ presente anche la mamma degli eroici fratelli Calvi (propr. ANA Bergamo)

 

Il Re Vittorio Emanuele III dopo l’inaugurazione del monumento (Raccolta Lucchetti)

 

Nonostante ciò, il peregrinare del monumento non è terminato. Nel 1926 infatti il 5º Reggimento deve riprendere la strada per la Brigata alpina di  Milano portando appresso l’opera; opera che dopo diversi spostamenti verrà  definitivamente collocata ai Giardini Valentino Bompiani, in via Vincenzo Monti (zona Pagano) (1).

Il monumento dedicato al 5°Alpini è oggi situato a Milano, ai Giardini Valentino Bompiani, in via Vincenzo Monti. Sembra che ne esistano almeno due copie identiche, di cui una è stata donata nel 1938 dalla città di Milano a quella di Merano, mentre la seconda è stata donata a Edolo nel 1954 (2).

Dal canto loro gli alpini bergamaschi non si rassegnano alla perdita di un’opera, il cui significato ha ormai oltrepassato la commemorazione dei Caduti della Guerra di Libia per divenire simbolo degli alpini Caduti in tutte le battaglie.

A lungo coltivano il proposito di erigere un monumento all’Alpino a ricordo dei loro compagni in Bergamo, formulando voti in occasione di adunate ed assemblee. Dalla mozione presentata il 24 febbraio 1957 al Consiglio Sezionale per l’erezione di un nuovo monumento, risulta che per la sua realizzazione – sempre procrastinata per problemi attinenti l’attività della Sezione – gli alpini avevano avanzato diverse proposte: chi lo voleva eretto nei giardini prospicienti il palazzo dell’Istituto Tecnico e chi ne escludeva l’erezione persino in una piazza; altri ancora avevano pensato ad un’opera di maggior imponenza, che unisse il fine prefissato all’utilità e alla valorizzazione artistico-turistica della città.

Bergamo, Monumento all’Alpino, inaugurato in occasione della 35ª Adunata Nazionale del 1962. Fra le tante proposte avanzate dagli alpini nella mozione del ’57 era stata lanciata l’idea di una maestosa gradinata in marmo che congiungesse la città bassa a quella alta  partendo dal monumento ad Antonio Locatelli. Lungo questa gradinata avrebbero dovuto essere incisi i nomi dei battaglioni alpini, delle loro medaglie d’oro e di tutti i loro Caduti. L’essenziale era che il monumento venisse fatto perché quella di Bergamo, “era l’Edolo, il Tirano, il Morbegno”. E perché sulla Bandiera del 5° Reggimento Alpini brillavano due medaglie d’oro e due d’argento 

Non era possibile, per gli alpini, tradurre in cifre il contributo di sangue “della nostra gente bergamasca”. Realizzando l’iniziativa essi avrebbero “placato le ombre dei nostri Caduti spesso dimenticati” e lasciato “ai figli dei nostri figli il ricordo di una pagina di gloria e di sacrificio”.

Un’immagine di Bergamo, l’8 dicembre del 1957: cerimonia di consegna della Tromba d’argento al Gruppo Bergamo (propr. ANA Bergamo)

Nel 1957 finalmente venne assunto un formale impegno da parte dell’assemblea sezionale, in ottemperanza al quale il Consiglio direttivo diede corso alle  pratiche dando vita a un Comitato (3), nominando una Commissione tecnico-artistica (4) e indicendo un regolare bando di concorso nazionale (2 maggio 1957) per la scelta del progettista e dello scultore che avrebbe dovuto occuparsi esclusivamente della realizzazione dell’opera.

I progetti dovevano pervenire entro il 31 dicembre 1958, in quanto inizialmente l’anno fissato per l’inaugurazione del monumento era il 1960.

Motivi ornamentali della fontana del monumento all’Alpino (Bergamo)

Nel bando il Comitato voleva dare alla città un’opera che esprimesse qualcosa di nuovo pur ricalcando lo spirito antico. Avrebbe perciò dovuto associare elementi simbolici a quelli ornamentali, traendo ispirazione, “sia pure in una vastissima gamma di possibilità espressive, dalla secolare tradizione alpina della gente orobica”, al fine disuscitare nel pubblico un senso di rispetto e di ammirazione per il largo contributo che le genti bergamasche hanno dato in pace e in guerra alla formazione dei reparti alpini”.

DAL CONCORSO ALLA POSA DELLA PRIMA PIETRA

La partecipazione al concorso fu imponente: ben 40 artisti inviarono dalle più diverse parti d’Italia i loro bozzetti, nessuno dei quali fu ritenuto rispondente allo spirito e alla lettera delle direttive impartite. Si indisse quindi un concorso di secondo grado tra i sette artisti che avevano presentato le opere di maggior pregio, dividendo fra di essi i premi stabiliti nel bando, quale contributo per i nuovi bozzetti da presentare.

In questa seconda fase la commissione trovò l’opera che rispondeva ai requisiti richiesti, ma non tralasciando di suggerire alcune modifiche.

Vincitore fu un collettivo composto dallo scultore bolognese Peppino Marzot, dagli architetti Giuseppe Gambirasio, bergamasco, Aurelio Cortesi, di Parma, Nevio Parmeggiani, di Bologna. Al secondo e al terzo posto si classificarono rispettivamente lo scultore Giuseppe Cassani e lo scultore Giancarlo Marchesi.

Scelto il bozzetto, nel 1959 si provvide a dare corso all’esecuzione dell’opera, d’intesa con il comune di Bergamo, che convinto della nobiltà del monumento metteva a disposizione una delle migliori zone della città bassa – il Giardino Lussana – e prestava ogni sua possibile collaborazione.

Il Giardino Lussana, l’ampia zona verde antistante l’Istituto Tecnico Commericiale, prima della realizzazione del monumento all’Alpino

Non per nulla, il sindaco Tino Simoncini era un alpino; alpini erano molti assessori e consiglieri comunali ed alpini si sentivano un po’ tutti i membri dell’amministrazione della città dei Mille, della città capoluogo di una provincia che tanti suoi figli aveva dato e continuava a dare ai reparti alpini.

Lo spirito e la solidarietà alpina (circa diecimila gli associati) con l’ausilio del Comune di Bergamo, dalla Provincia, di alcune banche, altri Enti e privati, ne permisero la realizzazione (5).

Il Giardino Lussana in un immagine antecedente al 1962, data della collocazione del monumento all’Alpino

Per assicurarsi che il terreno fosse atto a sopportare il peso del monumento, si dovette ricorrere a un’indagine da parte di esperti del Politecnico di Torino, dopodiché, con la posa della prima pietra avvenuta il 31 gennaio 1960 alla presenza delle autorità cittadine, malgrado i problemi tecnici e soprattutto di carattere finanziario il desiderio degli alpini diveniva realtà.

Bergamo, monumento all’Alpino. All’interno della prima pietra era stata sistemata una pegamena con le seguenti parole “Le penne nere bergamasche/questo monumento/dedicano/all’inclita memoria/degli alpini/d’ogni grado e specialità/caduti combattendo/morti in prigionia/dispersi./Per il diritto e l’onore/della patria amata/auspicano/alle nuove generazioni/l’imitazione degli eroi/nel quotidiano impegno/del vivere civico/conforme/alle leggi, tradizioni, grandezze/dell’Italia/già maestra e guida delle genti. Bergamo 31 gennaio 1960

 

Bergamo, monumento all’Alpino. L’opera presenta una base infossata di circa 50 cm. rispetto al prato, per dare l’impressione di sorgere spontaneamente dal terreno, e da essa partono dei piani inclinati sui quali si innestano le guglie, alte m. 20,80 e rastremate verso l’alto. Fra esse si trova la statua in bronzo dell’alpino. Le dimensioni e le posizioni dei singoli elementi sono legate a regole prospettiche in relazione all’ambiente, ai viali e agli edifici (1962 , Ph Archivio Wells)

 

Bergamo, monumento all’Alpino. Sul bordo esterno della base sono apposti tutti i nomi dei battaglioni alpini. Nella pavimentazione di fondo sono inseriti grandi mosaici in tessere di marmo colorato, che illustrano fatti inerenti la vita e le gesta degli alpini (1962 , Ph Archivio Wells)

Per desiderio di tutte le sezioni alpine bergamasche l’inaugurazione del monumento venne fatta coincidere con la 35ª Adunata Nazionale degli alpini, prevista a Bergamo per il 1962. Per Bergamo sarebbe stata la prima adunata.

Bergamo, monumento all’Alpino. Lo specchio d’acqua  riflette in sé gli elementi verticali e gli zampilli laterali, regolabili, formano una trasparente e luminosa galleria. Su consiglio della Commissione, i giochi d’acqua non vennero realizzati per affiché l’attenzione si concentrasse sul monumento

Nel momento in cui la statua era in fusione, qualcuno si accorse che sul cappello dell’alpino mancava la famosa “penna” e si dovette provvedere in gran fretta.

L’Alpino opera in bronzo dello scultore bolognese Peppino Marzot. alta m. 5,20 e posta a m. 3,50 dal suolo

18 MARZO 1962: L’ INAUGURAZIONE DI UN MONUMENTO DA OSSERVARE CON IL CUORE

Nessun altro monumento cittadino ebbe un tale concorso di folla, neppure quello dedicato a Donizetti. Gli alpini giunti a Bergamo furono, secondo la voce ufficiale dell’ANA, 70.000; altri ne contarono 80.000, altri ancora 100.000; tutta la città fu un brulicare di cappelli alpini che la invasero gioiosamente da ogni parte d’Italia e con ogni mezzo.

La 35ª Adunata nazionale dell’Associazione Alpini si era aperta ufficialmente il  17 marzo – giorno antecedente la cerimonia d’inaugurazione -, con l’omaggio del Consiglio Direttivo al monumento innalzato a Cassanno d’Adda all’ideatore delle milizie alpine e fondatore del Corpo, Giuseppe Domenico Perucchetti.

Nello stesso giorno, il Consiglio depose corone d’alloro alla Torre dei Caduti e al monumento ai Fratelli Calvi e in Comune si svolse un ricevimento ufficiale durante il quale il sindaco, avv. Costantino Simoncini, espresse tutta la simpatia e l’affetto della città per gli alpini.

Alpini che per due giorni furono i padroni assoluti di Bergamo, tanto che non c’era via o piazza dove non si vedessero penne nere. Sul loro incontenibile entusiasmo – che travolse transenne, forze dell’ordine, cordoni e quant’altro potesse tenere la gente lontana dagli alpini – si regolò la stessa vita cittadina. E  l’organizzazione venne messa a dura prova.

La mattina del 18 marzo tutti i gruppi alpini si riunirono in località Conca d’Oro per organizzare e dare vita alla grande sfilata che durò oltre quattro ore. Considerato il gran numero di persone giunte in città venne stabilito di iniziare le cerimonie con l’inaugurazione del monumento, cui doveva poi seguire il corteo: l’inverso di quanto in genere si faceva per l’inaugurazione dei monumenti.

L’Alpino, opera in bronzo dello scultore bolognese Peppino Marzot, La grandiosa opera rappresenta due guglie che si elevano verso il cielo con un alpino che sale lungo il camino che le divide

 

Dettaglio del monumento all’Alpino visto dall’Istituto Tecnico. L’alpino “è come incastonato nella roccia che, con gran sforzo di muscoli e di volontà risale, guarda sempre in alto, verso la vetta da raggiungere, per la salvezza della sua e della nostra terra, della sua e della nostra gente” (ANA Bergamo)

Alle 9,15 circa di quel 18 marzo, una quarantina di minuti dopo rispetto all’orario stabilito, per il ritardo dell’aereo che trasportava l’allora Capo del Governo Fanfani e il ministro della Difesa Andreotti, cominciò la grande manifestazione, alla presenza delle massime autorità della città e dell’ANA.

Inaugurazione del monumento all’Alpino a Bergamo, il 15 giugno 1962 in occasione della 35ª  Adunata Nazionale degli Alpini. L’opera vuole raccogliere tante e diverse storie di uomini straordinari: quelle guglie che si elevano alte e snelle verso il cielo danno veramente l’impressione di quelle crode e di quelle pareti a “camino” che i nostri alpini dovevano scalare durante la guerra; di quelle trincee ad alta quota scavate nella roccia nelle quali passavano giorni (e mesi) abbarbicati, tra difficoltà e pericoli di ogni genere, per l’odiosa guerra e le impossibili condizioni climatiche al limite del sopportabile umano (…) Il monumento è un grande ara anche per le innumerevoli schiere di nostri Fratelli rimasti senza tumulo e senza croce sulle montagne, lungo le interminabili piste del deserto e della steppa, senza la pietà di un fiore, senza il pietoso sussurro di una preghiera. E oggi, pur perservando nell’onorare coloro che con valore ci hanno preceduto, l’alpino continua con tenacia e coerenza il suo percorso in salita, nella difesa dei valori a lui più cari, la famiglia, la tradizione, i principi morali, raccogliendo il monito dall’intrepido alpino del monumento, tramite tra gli eroi del recente passato e i costruttori del miglior prossimo futuro. Provate a osservare da vicino il monumento col cuore…(foto e didascalia ANA Bergamo)

Davanti al monumento era stata eretta una vasta tribuna e, fra questa e il monumento, l’altare da campo. Sulla sinistra erano schierati i reparti di truppa alpina e d’artiglieria da montagna del 5° con relativa banda nonché un reparto del 68° Rgt. Fanteria.

Il palco delle autorità: in primo piano il capo del Governo Amintore Fanfani, il ministro della Difesa Giulio Andreotti e gli onorevoli Rampa e Belotti.  Sul palco presero pure posto anche le mamme e le vedove di medaglie d’oro. Il discorso dell’on. Fanfani fu preceduto da un breve discorso del presidente della provincia, dott. Zambetti  

 

Accanto a Giulio Andreotti e al sindaco di Bergamo l’alpino Simoncini, il capo del Governo Amintore Fanfani esaltò i sacrifici e gli atti di eroismo degli alpini e terminò dicendo: “Come in passato anche oggi l’impegno dei governanti ha una sola garanzia di successo: la solidarietà dei cittadini. La chiediamo a tutti ma con particolare fiducia alla gente della montagna. Garantiti da questa fiducia e da essi confortati dimostreremo, siatene certi per conto della patria, che dopo il secolo dell’unità può cominciare il secolo della giustizia nella libertà. Col vostro sangue, con il sangue delle vostre ferite, con le ultime gocce del sangue dei vostri caduti, da quasi un secolo in ogni roccia avete acceso una fiamma di speranza, di certezza nel progresso della patria. Col vostro sangue in ogni nevaio avete fatto crescere un fiore dell’amore, della carità, della solidarietà fra tutti I figli d’Italia. E’ la nostra promessa di governanti davanti al simbolo del vostro sacrificio quello che noi vi facciamo: le fiamme da voi accese non si spegneranno e la patria tutta con voi, attorno a voi, attorno ai vostri focolari incederà avanti sulle strade del progresso e nella libertà unita con un solo amore; per l’Italia di oggi, per l’Italia di domani” (cerimonia dell’inaugurazione al monumento all’Alpino. Bergamo, 18 marzo 1962 – propr. ANA Bergamo)

Attorno all’altare erano sistemati i gonfaloni comunale e provinciale, il labaro nazionale dell’A.N.A. con le 209 medaglie d’oro, quello della sezione di Bergamo e del Nastro Azzurro, bandiere, labari, fiamme e gagliardetti di tutte le associazioni patriottiche e d’arma, e dei 160 gruppi della sezione di Bergamo.

Mons. Piazzi, vescovo di Bergamo, dopo aver dato lettura del telegramma inviato per l’occasione agli alpini da S.S. Giovanni XXIII° e vergato dal Card. Cicognani, benedì la bronzea figura dell’alpino che si inerpica per il camino, delimitato dalle due alte guglie. Subito dopo, l’ordinario militare mons. Pintonello celebrò la santa messa.

La messa nel piazzale celebrata alla presenza del vescovo di Bergamo mons. Piazzi, che lesse il telegramma inviato da S.S. Giovanni XXIII° agli alpini: “L’augusto pontefice, accompagna con voti e preghiere svolgimento 35.a adunata nazionale indetta a Bergamo dall’A.N.A. ed invia di cuore ai partecipanti, piamente raccolti intorno all’altare del divino sacrificio celebrato da V. Ec. Reverendissima, la paterna benedizione apostolica estensibile alle famiglie in auspicio di copiose grazie celesti e pegno di prosperità cristiana” (cerimonia dell’inaugurazione al monumento all’Alpino. Bergamo, 18 marzo 1962)

Al termine il presidente della sezione di Bergamo, dott. Gori, rivolto un breve saluto alle autorità ed agli alpini e fatta una sintesi della storia del monumento, lo consegnò ufficialmente alla municipalità; il Sindaco, ringraziando, garantì che sarebbe stato custodito “come una cosa cara, con l’amore che si riserva ai simboli di una passione accompagnata dai fremiti dell’emozione profonda”.

Ebbe quindi inizio la grande sfilata aperta dalla bandiera del 5° Reggimento seguita dal colonnello La Verghetta, dalla fanfara del 5°Alpini, da un gruppo di alpini con le più vecchie uniformi e dal battaglione d’onore formato da una compagnia di alpini e una batteria di artiglieria da montagna. Il battaglione di formazione dell’Orobica più che aprire la sfilata dovette fendere un corridoio tra la folla per poter defluire agevolmente sul percorso stabilito.

Subito dopo, veniva il labaro dell’Associazione Nazionale portato dalla medaglia d’argento Angelo Mora, alpino di Schilpario e scortato dal Presidente nazionale avv. Erizzo, dal segretario Nobile, dagli alpini che nel 1919 fondarono a Milano l’Associazione Alpini e da tutto il Consiglio Direttivo.

Il labaro dell’Associazione Nazionale Alpini portato dalla medaglia d’argento Angelo Mora. In quel 1962 Bergamo perse il primato di sezione più numerosa d’Italia (10.526 soci e 164 Gruppi), superata da Torino per soli 16 soci, per poi riconquistarlo nel ’64 (cerimonia dell’inaugurazione al monumento all’Alpino. Bergamo, 18 marzo 1962)

 

Il labaro dell’Associazione Nazionale Alpini durante l’Adunata Nazionale degli Alpini a Bergamo nel 1986 (dal volume “80 anni di storia 1921-2001)

Il corteo continuava con il gonfalone di Bergamo decorato della medaglia d’oro al valore risorgimentale accompagnato dal sindaco Simoncini – ufficiale alpino medaglia d’argento – e dai membri della Giunta comunale; appresso seguivano i rappresentanti delle associazioni d’arma con i labari; quindi i mutilati e gli  invalidi di guerra.

Il gonfalone della Città di Bergamo fregiato di medaglia d’oro (cerimonia dell’inaugurazione al monumento all’Alpino. Bergamo, 18 marzo 1962)

Iniziò poi la sfilata dei “veci” in congedo delle diverse sezioni.

I primi ad aprire la sfilata furono gli alpini della sezione di Zara, di Fiume e di Pola, tre città italiane per le quali combatterono tutti i “veci” del ‘15-’18; essi portavano uno striscione che a fatica riusciva ad avanzare in mezzo alla folla: “Gli alpini della Dalmazia e dell’Istria, vivi e morti sono qui”.

Ad essi facevano seguito gli alpini che si trovavano all’estero, delle sezioni di Montevideo, del Belgio, della Svizzera e della Francia. Mentre non erano ancora spenti gli applausi per queste penne nere, scoppiò fragoroso l’entusiasmo per gli alpini della città di Trieste, la città che ha maggiormente sofferto per unirsi alla madrepatria.

Il monumento venne sentito come un giusto tributo d’onore e di amore verso i compagni, che per la Patria avevano immolato la vita, dall’Africa alle due grandi guerre mondiali del ‘15-’18 e del ‘40-’45. Venne pensato per ricordare e celebrare l’eroismo e il sacrificio di migliaia di bergamaschi che nei reparti alpini hanno combattuto e sofferto per la Bandiera Italiana e di tutti coloro che in ogni tempo hanno compiuto e compiono il loro dovere da alpini.

Per quattro ore gli alpini di tutte le sezioni d’Italia sfilarono in corteo lungo il Viale Vittorio Emanuele e viale Roma, l’attuale viale Papa Giovanni, fra due ali compatte di folla plaudente e commossa.

1962, Adunata Nazionale degli Alpini a Bergamo. I più provenivano dal Piemonte, dalla Liguria, dal Veneto e dalla Lombardia, ma erano presenti anche gli alpini dell’Emilia, dell’Abruzzo, della Toscana, del Lazio, della Sardegna e della Sicilia. Giunsero pure, numerose, le rappresentanze delle sezioni estere della Germania, della Svizzera, della Francia, del Belgio e dell’America Latina

A due anni dall’inaugurazione del monumento, l’opera si completò nel modo più degno, intitolando il Giardino Lussana a “Piazzale degli Alpini”.

Note

(1) Secondo Gualandris (Op. cit.) fu nel 1938 che il monumento ed il Comando ripresero la strada per Milano, da cui dovettero ripartire nel 1946 perché il Comando era stato trasferito a Merano. Gli alpini di Milano però chiesero ed ottennero che in quella città venisse inviata una copia del monumento e, da allora, rimase della metropoli lombarda in via Pagano.

(2) Emanuele Biava, Piazza Carrara e l’alpino sparito. Che fine ha fatto il monumento?

(3) Commissione composta dal dott. Giovanni Gori, presidente; dott. Guglielmo Abate, segretario; rag. Renzo Cortesi, tesoriere. Inoltre, dal magg. Vittorio Galimberti; l’avv Giovanni Rinaldi; i ragionieri Giacomo Bertacchi, Gerolamo Dominoni, Aldo Farina, Giuseppe Maffessanti, Cesare Omboni; i dottori Antonio Leidi, Livio Mondini, Alessandro Valsecchi (Arnaldo Gualandris, Op. cit.).

(4) A componenti della commissione tecnico-artistica furono nominati il Presidente della sezione bergamasca dell’Associazione Alpini, dott. Giovanni Gori, i due vice presidenti magg. Vittorio Galimberti e rag. Giuseppe Maffessanti, il consigliere nazionale dott. Antonio Leidi, lo scultore Mingozzi, professore della Brera di Milano, il prof. Trento Longaretti, direttore della Scuola d’arte dell’Accademia Carrara, l’arch. Giuseppe Pizzigoni, per designazione dell’ordine degli architetti e l’ing. Federico Rota, allora presidente dell’ordine degli ingegneri (Arnaldo Gualandris, Op. cit.).

(5) Il piano finanziario predisposto per reperire i dieci milioni dei quindici preventivati, riguardava esclusivamente gli iscritti dell’associazione alpini di Bergamo. L’onere gravante su ognuno di essi ammontava a lire 1.000, da versarsi anche in più rate, purché entro il 1960 (anno fissato in un primo tempo per l’inaugurazione del monumento). Per i rimanenti 6 milioni il Consiglio pensava a contributi di enti e privati. Ma dopo la scelta del bozzetto, le modifiche apportate allo stesso e l’adozione dei materiali più rispondenti ad un’opera di tanta importanza, la spesa lievitò notevolmente raggiungendo, con la sistemazione anche dei giardini, la cospicua somma di 48.000.000 (A. Gualandris, Op. cit.). In un bollettino dell’ANA l’ammontare fu invece di 46.000.000, raccolti interamente tra gli alpini bergamaschi.

Riferimenti

Arnaldo Gualandris, Monumenti e colonne di Bergamo, a cura del Circolo Culturale G. Greppi. Bergamo, 1976 (con introduzione di Alberto Fumagalli).

Associazione Nazionale Alpini – Sezione di Bergamo

Alpini per sempre

Emanuele Biava, Piazza Carrara e l’alpino sparito. Che fine ha fatto il monumento?