Il Ponte della Regina, l’anima di Almenno, nascosta e dimenticata

Fotografie di Maurizio Scalvini

L’antico Lemine, il comprensorio dal quale ebbero origine i due Almenno (San Salvatore e San Bartolomeo), per secoli fu, a partire dai romani, uno dei più importanti centri del territorio bergamasco, raggiungendo il culmine nel corso della dominazione longobarda. Un luogo denso di memorie storiche e consacrato da un non comune patrimonio d’arte, rappresentato dalle chiese antichissime che qui sono sorte allo scemare delle paure dell’anno Mille, ed ancor prima, costituendo le più emblematiche ed importanti della cultura romanica in Lombardia.

Basti pensare all’incredibile santuario della Madonna del Castello in Almenno S. Salvatore, che, sorto in un luogo di cruciale importanza, racchiude in sé quasi duemila anni di storia inglobando ben tre edifici sacri, essendo stato sede del Pagus e della Pieve, i due vasti comprensori amministrativi nei quali fu suddiviso il territorio rispettivamente in età romana e medioevale.

Il santuario della Madonna del Castello, costruito all’inizio del Cinquecento ed oggi intitolato a Santa Maria Addolorata, ingloba la chiesa di San Salvatore, sede della Pieve in età medioevale

Una scia di edifici antichissimi, che dalle sponde del Brembo continua dipanandosi lungo le sponde dell’Adda e che induce a chiedersi il perché di questo concentrarsi di edifici romanici in una zona della Bergamasca che in quel periodo non era attraversata d itinerario storico importante, come poteva essere per esempio quello della Via Francigegna, lungo la quale erano sorte  basiliche, monasteri e ospizi per i pellegrini.

Non va dimenticato che per la vasta plaga di Lemine transitava la Strada della Regina, l’antica via militare romana che portava alle Rezie, supportata nel periodo tardoimperiale da un ponte monumentale (il Ponte di Lemine, meglio noto come “Ponte della Regina”), eretto sul sito dell’attuale Madonna del Castello per il passaggio di truppe, uomini e merci, e presto divenuto importante crocevia di traffici e di comunicazioni.

Il suo volto, o meglio, ciò che ne rimane, sfugge ai tanti automobilisti che da Almè percorrono la strada per Almenno, a volte ignorando anche l’esistenza di una storica via militare, che, ormai celata sotto prati ed edifici, corre da quasi due millenni sotto l’inaccessibile strapiombo scavato nella roccia dalla corrente del fiume Brembo.

Al termine di via Ponte Regina, in Almè, un’area privata (nel riquadro rosso) impedisce l’accesso al terrazzo fluviale affacciato sui ruderi del Ponte della Regina (nell’immagine), eretto tra le due sponde opposte di Almè e Almenno S. Salvatore, a poca distanza da sito dal sito in cui è sorto il santuario della Madonna del Castello (Ph Maurizio Scalvini)

Come fu destino di altri importanti ponti romani, intorno al Ponte di Lemine convergevano numerose strade, lungo le quali sorsero insediamenti (vici), villae e luoghi di culto, e più tardi torri, palazzi e castelli che in molti casi han trovato la loro ragion d’essere proprio in relazione con questo antico ponte.

Il Pagus di Lemine, uno dei distretti territoriali  della Bergamo romana, doveva grosso modo corrispondere alla Pieve medioevale, comprendendo le Valli Imagna, Brembilla e Brembana fino a tutto S. Pellegrino Terme (1). Perciò non stupisce il fatto che in età romana il distretto di Lemine costituisse una corte imperiale, una vera e propria corte posseduta personalmente dall’imperatore romano,  passata dai re invasori dell’era barbarica ai re longobardi, che la “restaurarono” istituendovi una curtis regia.

L’importanza del sito della Madonna del castello in epoca romana è attestata anche da il ritrovamento nei pressi di un altare dedicato al dio Silvano, conservato al Museo Archeologico di Bergamo, dai resti di un impianto produttivo e da quelli un grande complesso residenziale che ha restituito  migliaia di frammenti di pregevole intonaco dipinto: una vera e propria rarità nel panorama bergamasco

L’imperatore doveva risiedere in quel palazzo romano di età augustea venuto alla luce sul sito della Madonna del Castello, a breve distanza dal Ponte della Regina; utilizzato come residenza saltuaria dai sovrani che qui si sono avvicendati, il palazzo fungeva da sede di controllo civile, militare ed economico di tutto il territorio circostante.

Attigua al sacro palazzo vi era la cappella palatina, un luogo di culto dedicato al Santo Salvatore, di cui si rintracciano parte dei muri perimetrali nella cripta che in seguito le è stata addossata. Nella cripta della Pieve rimane quindi un ricordo tangibile e prezioso dell’antica cappella palatina.

Ma per quale motivo? Nel X secolo i Conti di Lecco, nuovi signori della corte di Almenno, avevano fortificato tutta l’area attorno al loro palazzo cingendola di mura; la cappella, trovandosi sul perimetro delle mura venne trasformata in cripta, e sopra di essa venne realizzata una nuova chiesa: la Pieve di San Salvatore.

Delle quattro colonne che sostengono la copertura della cripta, tre sono d’epoca romana, compresi i capitelli recuperati in loco da un antico costruttore.

La cripta della Pieve alla Madonna del Castello è un edificio a pianta rettangolare diviso a metà da una fila di 4 colonne (di cui tre d’età romana) che sostengono le vele della copertura. Una parte dei muri perimetrali della cripta appartengono all’antica cappella palatina

 

Varcata la grande porta situata a destra del tempietto posto in corrispondenza dell’altare del Santuario, si entra nell’antica Pieve di San Salvatore, eretta sopra la cripta altomedievale. La pieve era una chiesa a cui venivano affidati i compiti pastorali propri della parrocchia, quali l’amministrazione dei sacramenti e la riscossione delle decime

Ma le sorprese non finiscono, perché agli inizi del Cinquecento la Pieve di San Salvatore venne inglobata nel santuario della Madonna del Castello, di cui oggi costituisce la parete di fondo.

Il cinquecentesco santuario della Madonna del Castello si presenta composto in due parti, due chiese distinte ma tra loro congiunte poiché la facciata dell’antica chiesa plebana dedicata a San Salvatore, risalente al IX secolo, costituisce la parete di fondo del grande edificio rinascimentale ad archi trasversi che oggi rappresenta la chiesa principale del santuario e che comunica con l’antica basilica per mezzo di una porta situata a destra dell’altare maggiore 

Il sito della Madonna del Castello, cresciuto all’ombra dell’antica strada militare romana e del suo ponte, era dunque la sede di una corte imperale romana, mantenutasi tale fino al periodo longobardo e poi passata a nuovi signori.

Sul fianco della rupe a strapiombo sulla quale sorge il santuario della Madonna del Castello, un terrazzo fluviale posto alla destra idrografica del fiume Brembo, si apre una grotta con una sorgente chiamata “fontana del Ròch”, la cui presenza fa ipotizzare che in epoca romana qui vi fosse un Ninfeo, un edificio dedicato al culto di una ninfa. Nel tardo impero i ninfei vennero spesso utilizzati come struttura portante dei battisteri paleocristiani. Un accostamento interessante potrebbe essere costituito dal ritrovamento dei resti di una vasca battesimale sotto l’attuale pavimentazione della Pieve di San Salvatore, all’interno del santuario della Madonna del Castello (Ph Maurizio Scalvini)

Ma prima di poter tracciare le grandi strade militari, i Romani dovettero preoccuparsi di sedare le resistenze indigene delle vallate e le continue incursioni provenienti dalle Alpi, che soprattutto sul finire dell’età repubblicana e primo augustea facevano delle vallate orobiche un’area militarmente turbolenta.

Dall’altura del Santuario di Sombreno, la veduta sulla piana dei due Almenno, cui fa da quinta l’Albenza con la Roncola, tra la Valle S. Martino e la Valle Imagna

Le vette del Resegone, dell’Albenza, del Canto Alto, del Misma e del Torrezzo costituivano il limite del mondo romanizzato, una linea lungo la quale i Romani avevano disposto una sorta di  “strada di arroccamento”, che fungeva da confine tra l’area romanizzata e non.

Ad Almenno, naturale sbocco della Valle Imagna,  questa linea correva a sud dell’Albenza, dove sulle alture collinari dei monti Castra e Duno, esistevano presidi militari facenti parte del sistema difensivo romano lungo il confine.

Sulla sinistra i due cocuzzoli della collina di Castra, in una foto aerea del 1952. La collina ospitò un accampamento romano, un distaccamento di confine presumibilmente col passaggio dai Galli ai Romani, nell’ultimo periodo della Roma Repubblicana

La postazione sul Monte Castra, sorta nella fase di passaggio dai Galli ai Romani,  venne supportata da un acquedotto, che correva per due chilomentri sul fianco dell’Albenza.

Il tracciato dell’acquedotto romano dalla Valle Pessarola in Comune di Strozza, a Castra, L’acquedotto in cocciopesto, che correva sui fianchi dell’Albenza, dalla località Piscina, posta nella valle dell’Amagno, giungeva al Corno di Cantagallo in Val Settimana e terminava alla Forcella di Castra (sede di un accampamento romano), raggiungendo una lunghezza di due chilometri

L’accampamento di Duno era invece sorto come baluardo gallico per poi essere assorbito nel sistema difensivo romano lungo il confine di quel territorio che dall’epoca longobarda si chiamerà Lemine (2).

Veduta aerea (parziale) della collina di Duno (1952), termine celtico indicante un luogo fortificato, posta al confine di Almenno, dove l’Imagna confluisce nel Brembo. Tutta la sommità della collina è recintata da un muro lungo circa 900 metri e largo da 60 cm a un metro, formato da borlanti cementati disposti a lisca di pesce (la linea continua mostra quelli ancora visibili), mentre la sommità appare livellata e disposta a terrazzi sorretti da muri di sostegno (Almenno S. Salvatore, Archivio Parrocchiale)

Entrambi i presidi costituivano una difesa dalle incursioni che potevano giungere dalla Valtellina attraverso la Valle Imagna.

La collina di Duno e in secondo piano quella di Vigna, anch’essa sede di ritrovamenti, viste dal monte Ubione. Nella zona d’ombra, i gradoni che tagliano il fianco nord (Almenno S. Salvatore, Archivio Parrocchiale)

Le due postazioni vennero abbandonate quando nel 43 a.C. gli eserciti romani, sotto il comando del console Decimo Bruto (luogotenente della Gallia Cisalpina) assoggettarono gli ultimi irriducibili della popolazione locale liberando tutta la fascia collinare orobica. A quel punto i confini si spostarono in cima alle vallate più turbolente (es. Valcamonica e Valtellina), nel periodo in cui la Cisalpina cessava di essere una provincia per diventare uno degli undici distretti d’Italia.

Fu solo allora che i Romani poterono fondare la Comum-Bergomum-Brixia, la grande arteria militare che tagliava longitudinalmente buona parte del nord Italia passando ai margini dei rilievi, dislocando lungo tutto il suo percorso una serie di presidi militari (3).

Il fiume Brembo all’altezza dei resti del Ponte della Regina e il monte Ubione sullo sfondo (Ph Maurizio Scalvini)

La strada riprendeva il tracciato dell’antica via “pedemontana”, che secoli prima era percorsa dai traffici tra gli Etruschi e principi celti d’Oltralpe; traffici che avevano arricchito anche il nostro territorio permettendo lo sviluppo di un centro protourbano sul Colle di Bergamo (4).

Un avanzo del pilone appartenuto al Ponte della Regina, sulla sponda almennese. Sullo sfondo fa capolino il campanile della chiesa della Madonna del Castello (Ph Maurizio Scalvini)

Alla lenta penetrazione dei coloni corrispose lo sfruttamento delle terre conquistate; la  centuriazione interessò l’area compresa tra il Brembo e i torrenti Tornago e Armisa, fino ai ponti della Regina e del Tarchino (5). Fu così che crebbero quegli aggregati rurali cresciuti all’ombra della strada militare, come Agro, Borgo e Campino, i cui abitanti dovevano lavorare su quei terreni che venivano disboscati lungo le prime vie di comunicazione.

Disegni dei reperti archeologici romani del la villa rustica in Campino, sorta grazie alla vicinanza di corsi d’acqua (“Ritrovamento Malliani in Campino”, da Vimercati Sozzi, Spicilegio archeologico nella provincia di Bergamo dall’anno 1835 all’anno 1868 –  Biblioteca civica A. Mai)

In età imperiale la via militare per Como andava acquisendo ulteriore importanza: i passi che dalla città lariana conducevano al cuore dell’Europa erano ormai percorribili in tutta sicurezza e le città d’oltralpe fungevano da centro di confluenza e di smistamento per tutta l’Europa, delle merci che arrivavano ai principali porti del Mediterraneo centrale (6).

E fu proprio allora, data l’importanza commerciale assunta dalla Bergomun-Comum, che la strada venne supportata dalla realizzazione del Ponte della Regina, un ponte monumentale voluto dall’imperatore Traiano, per permettere un passaggio rapido e sicuro agli eserciti diretti verso le Rezie.

La presenza più grandiosa della presenza romana ad Almenno sono i ruderi del Ponte della Regina ad Almenno San Salvatore, costruito nel II secolo d.C. sfruttando un isolotto al centro del Brembo. Inserito nel sistema viario della via pedemontana, il ponte era crocevia del passaggio militare e commerciale verso l’Europa (Ph Maurizio Scalvini)

Le sue grandi dimensioni erano giustificate dal superamento del considerevole avvallamento che separa le due sponde, costituendo un esempio di quella capacità costruttiva romana della quale si trovano tracce in varie parti dell’impero. L’impatto ambientale e paesaggistico fu così notevole da suscitare l’attenzione, oltre che degli storici, anche di poeti e di pittori come Lorenzo Lotto, uno dei massimi esponenti della pittura lombarda.

Nella rappresentazione di paesaggio, la pittura riprese più volte l’iconografia del ponte della Regina. Dettaglio dalle “Nozze mistiche di S. Caterina” di L. Lotto (1523)

Dell’imponente manufatto, celebre per la sua grandiosità e per la sua vita millenaria, attualmente si conservano una pila (restaurata nel 1985) e le tracce di altre due. Ma in origine, secondo la ricostruzione dell’ing. Elia Fornoni (7) l’imponente struttura era composta da otto arcate impostate su sette pile, per una lunghezza totale di circa 180 metri, un’altezza di 25 e una larghezza di 6 metri e mezzo.

Del ponte di Lemine sono sopravvissuti i resti di una pila e le tracce di altre due. Ripresa eseguita dalla sponda di Almenno (Ph Maurizio Scalvini)

Il Ponte di Lemine, sebbene non raggiungesse l’audacia costruttiva di quello di Traiano costruito sul Danubio – assai più lungo e con il piano in legno -, era tuttavia un’opera grandiosa, singolarmente somigliante al ponte romano di Alcantara, meglio conservato, costruito nello stesso periodo sul fiume Tago.

In un punto più lontano dalla riva, nel grande campo emerge il pilone della sponda di Almenno. La figura umana lascia intuire l’imponenza dell’antico ponte, che, unico manufatto di rilievo lungo la strada Bergamo-Como, fu importante per le attività e i traffici passanti per la valle S. Martino (Ph Maurizio Scalvini)

Il manufatto protrasse la sua esistenza sin verso la fine del XV secolo, permettendo una stretta relazione tra le due opposte sponde, tra i centri romanici di Lemine e la sede della corte regia di Almè, occupata poi dai Ghisalbertini, di cui restano tracce nel castello e nella chiesa di S. Michele.

Il ponte della Regina in un particolare della “Carte militaire du moyen age rappresentant le theatre de la guerre”. Dipinto a colori su pelle (cm 40×56), prima metà del sec. XV. Biblioteca Nazionale di Parigi (Gritti, 1997)

Lo sviluppo di Almenno ricevette inoltre un grande contributo dalla vicinanza all’Isola Brembana, il cui ruolo strategico, dal punto di vista militare e degli approvvigionamenti, era legato sia alla Bergomum-Comum che a Milano, città che in età tardoantica era stata eletta a rango di capitale dell’impero: e non a caso, lungo la linea che dal Brembo si diparte verso l’Adda, una decina di centri hanno dato vita alle più importanti chiese romaniche sorte intorno all’anno Mille quasi seguendo un percorso immaginario che dalle sponde del Brembo si snoda fino all’Adda. Un percorso che vede in S. Tomè l’emergenza di spicco e dove talvolta si avverte la presenza del fiume nei ciottoli levigati, come nella basilica di Santa Giulia, a Bonate Sotto. Un itinerario che prosegue fino all’abside romanica della parrocchiale di San Bartolomeo a Marne e alla chiesa di San Fermo, poco distante dalla strada romana tra Bergamo e Milano, per attestarsi, dopo aver superato numerose chiese antichissime, a Vaprio d’Adda, dove sorge la chiesa romanica di San Colombano.

INRESSANTI INCONTRI LUNGO L’ITINERARIO DELLA VIA BERGOMUM-COMO

Varie ipotesi sull’effettivo itinerario della Bergomum-Comum si sono succedute nel tempo, anche seguendo le indicazioni fornite dalle fonti antiche, tra le quali la Tabula Peutingeriana (carta geografica del III secolo d.C. dipinta su pergamena, conservata nella Biblioteca Imperiale di Vienna), in cui risulta essere documentata insieme alle principali direttrici viarie romane

La via militare Bergamo-Como si trova indicata nel segmento III della Tabula Peutingeriana, che la mostra al centro verso l’alto, con le indicazioni Como, Bergamo, Leuceris, Brescia. Dubbi permangono per quanto concerne il percorso da Almenno a Como, sia per l’identificazione dei fiumi Ubartum e Umana che non trovano corrispondenze con gli attuali corsi d’acqua, e sia sul possibile errore di posizionamento della località Leuceris, identificata dal Rota con Lovere, dal Mazzi con Lecco, dalla Cantarelli e dal Manzoni con Chiari, quest’ultima ritenuta l’ipotesi più probabile (Bergamo, Biblioteca Civica S. Mai)

Il tracciato si snodava con un percorso di quasi 60 km lungo una stretta fascia pedemontana della Lombardia centrale, attraversando le attuali provincie di Bergamo, Lecco e Como, e si svolgeva in posizione intermedia tra l’ambiente montano delle prealpi orobiche a Nord e la fascia delle risorgive dell’alta pianura a Sud, correndo a settentrione dei laghi brianzoli.

Da Bergomum, il ponte era raggiungibile partendo dalla strada di San Lorenzo sulla cerchia delle mura, che scendendo fino a Valtesse varcava la Morla a Pontesecco, risaliva la collina della Ramera per raggiungere il piano della Rovere a Petosino e poi Cavergnano tra Almé e Bruntino; da qui, con un rettilineo dolcemente degradante fino al ciglio del Brembo, si presentava al Ponte di Lemine. Non è difficile immaginare le truppe varcare il Brembo ad Almenno per immettersi sulla grande arteria lastricata.

Sembra che dalla città, la strada fosse larga oltre quattro metri, con un fondo assai curato, tutta selciata e in qualche punto anche lastricata. Di fatto la sua presenza, unitamente alla direttrice che dalla porta Sant’Alessandro conduce alla piana verso Mozzo, ha condizionato fortemente l’assetto del territorio.

Per la restante parte del percorso permangono dubbi, non ancora completamente chiariti dai ritrovamenti archeologici.

Come indicato dal Fornoni, partendo dal Ponte di Lemine a Ca’ Plazzoli il tracciato, oggi celato sotto i campi ancora coltivati, proseguiva lontano dall’abitato di Almenno San Bartolomeo, fino al ponte del Tarchino sul torrente Tornago, nei pressi di San Tomè.

Lungo la ripa che scende verso il corso del Tornago, è sorta la Rotonda di San Tomè, a poca distanza dal tracciato della Bergomum-Comum

Un ponticello che nonostante i rifacimenti subiti nel corso dei secoli, porta ancora un’impronta della sua origine romana. Oggi avvolto dalla vegetazione selvaggia, è guardato dall’alto da quello in cemento armato della nuova strada per la Val S. Martino.

Il modesto ponte del Tarchì sul Tornago, eretto sul viadotto su cui correva la strada militare romana in prossimità dello sbocco nel Brembo. Anticamente chiamato ponte del Diavolo, fu realizzato in epoca medievale (XII-XIII secolo) probabilmente come rifacimento di un manufatto romano. La struttura, con arco singolo, presenta muratura in conci squadrati e allineati fino alla chiave dell’arco, mentre superiormente è realizzata in pietra e meno rifinita e in ciottoli di fiume, a tratti disposti a spina di pesce

Alcuni resti rinvenuti sotto il presbiterio di San Tomè parlano dell’esistenza in questo luogo di un antico tempio pagano, forse dedicato a Pale, la dea silvestre, come farebbe supporre una lapide ritrovata non lontano.

Rotonda di San Tomè

Ed è proprio qui, all’ombra della Rotonda, che tombe romane del I secolo indicano l’esistenza di un luogo di sepoltura.

Le tombe romane rinvenute sul sito dell’attuale Rotonda di S. Tomè

La strada romana passava in questo punto tagliando per il fitto bosco che degradava verso il Brembo. Il viandante vi giungeva attraverso i campi che si estendono fino alla Val San Martino o dopo aver superato il Brembo, imbattendosi nel tempio della dea che lo invitava alla sosta.

In questo stesso luogo, tra il VII e l’VIII secolo, un ignoto architetto innalzò l’edificio romanico, riutilizzando le pietre dell’antico tempio pagano per abbellire i capitelli, ornati da sculture primitive.

Ancor’oggi, al riparo della nicchia formata dagli alberi che circondano l’inconfondibile sagoma cilindrica, riusciamo a cogliere lo stretto rapporto che lo lega a questa parte più antica del territorio. Un rapporto che non smette di colpire la nostra immaginazione e affascinarci.

Il Mazzi ricostruisce il tracciato successivo, verso occidente: dice che dal Tornago la via volgeva verso Barzana, passava poi poco discosta da Arzenate e da qui si dirigeva verso S. Sosimo e Gromlongo, raggiungendo Pontida, per poi proseguire a Cisano e Caloziocorte.

Ma per lo studioso P.L. Tozzi è verosimile che con le operazioni della centuriazione (di cui restano tracce fino a Brembate di Sopra), i Romani preferissero superare il Brembo più a valle, a Briolo o a Ponte S. Pietro, rendendo i collegamenti fra Bergamo e Lecco più diretti.

L’antichissimo ponte a doppia arcata di Briolo

Altri studi ritengono più probabile che la via puntasse su Como transitando per Brivio. Ci muoviamo comunque entro il campo delle ipotesi, anche se si ritiene che l’esistenza di percorsi alternativi fosse molto probabile: a Olginate, in provincia di Lecco, in corrispondenza di un restringimento si sono individuati i piloni di un monumentale ponte romano del III secolo d.C. per l’attraversamento dell’Adda (8); poggiava su 16-18 pile, aveva una lunghezza di m 150 ed una larghezza di m 4. Secondo Tozzi questi resti non sembrano una prova decisiva che vi passasse la Bergomum-Comum o perlomeno che vi passasse sempre ed esclusivamente; casomai il ponte poteva riferirsi a una variante del percorso affermatasi in età imperiale avanzata, o anche servire a una via da Milano per Lecco, da dove sicuramente per via lacustre, ma probabilmente anche terrestre, si perveniva a Chiavenna, quindi in Valtellina e, attraverso il passo dello Spluga si raggiungevano il Reno ed il lago di Costanza, dunque l’Europa centrale (9).

In ogni caso, grazie al ponte di Olginate si potenziarono i collegamenti tra Bergamo e Como e tra Milano e Lecco, passando per Monza (10).

IL PONTE FRA CURE E MANOMISSIONI

Anche dopo la caduta dell’Impero Romano la strada mantenne la sua importanza di infrastruttura viaria cruciale per tutto il territorio pedemontano, e nel medioevo, come è provato dalle spese di manutenzione previste e imposte dagli Statuti di Bergamo, divenne, se non l’unica, la principale via di comunicazione con la Val S. Martino, servizio che non si esaurì del tutto anche dopo l’apertura di nuovi sbocchi. Per questa sua importanza, anche il ponte subì numerosi interventi di ripristino e restauro.

Il corso del  Brembo in località Molina, da una carta topografica del 1777. Da notare i ruderi del Ponte di Lemine, la seriola, gli edifici dei molini e della segheria (Dipartimento del Serio. Serie acque. Cartella n. 21. Bergamo, Archivio di Stato)  (Prefettura del Dip. Serio, b. 21)

 

Particolare del Ponte e della Strada della Regina

E’ facile immaginare che la struttura possa aver subito danneggiamenti durante le invasioni barbariche e una mancata o inadeguata opera di manutenzione, in particolare nella seconda metà del millennio; senza contare che durante le scorrerie e le distruzioni verificatesi nel Bergamasco alla fine del XII secolo nel corso delle lotte tra guelfi e ghibellini, la struttura potrebbe essere stata sottoposta a gravi danni.

E’ con l’autunno, con le prime nebbie, il sole pallido, il lieve fruscio delle foglie sotto i piedi, che il fascino del luogo e della sua storia colpiscono il visitatore e la sua immaginazione. Nell’immagine, i resti del ponte sulla sponda di Almè  (Ph Maurizio Scalvini)

 

Sponda di Almè: al centro fra i due piloni sono evidenti i recenti rimaneggiamenti subiti dal manufatto, che, realizzato per la via militare che portava alla Rezia, rimase in uso fino al XV secolo, e cioè fino alla rovinosa alluvione del 1493 (Ph Maurizio Scalvini)

Nessuno comunque avrebbe potuto fermare, oltre alle accanite devastazioni delle guerre, il secolare logorìo delle acque, tanto che nell’arco del XIII secolo le fonti cominciano a fornire alcune informazioni evidenziando il vero e proprio calvario per le casse del comune e dei villaggi fortemente interessati nel ripristinare al meglio la struttura, indicando ad esempio la realizzazione di un pilone nella parte mediana del ponte che vent’anni dopo risulta già molto eroso alle fondamenta, e segnalando la presenza di alcuni resti rovesciati che opponendosi al corso del fiume potevano danneggiare ulteriormente gli stessi piloni (11).

Resti del Ponte di Lemine nel 1894 (da Elia Fornoni, Il Ponte di Lemine, Tavv. I e II)

E’ probabile che le continue riparazioni e addirittura ricostruzioni cui il ponte fu sottoposto nel corso de XIII secolo ne abbiano compromesso la stabilità, in particolare a causa dei considerevoli gorghi provocati dalla costruzione di nuovi piloni, eretti, per ragioni di economia, sfruttando come basi quelli crollati e adagiati sul greto del fiume, ritenuti sufficientemente consistenti.

Resti del Ponte di Lemine nel 1894 (da Elia Fornoni, Il Ponte di Lemine, Tavv. I e II)

La maldestra riparazione e le periodiche turbolenze delle acque furono le cause maggiori dei danni che via via si verificarono nel tempo, fino al crollo del 1493.

IL ROVINOSO CROLLO DEL 1493

Rimasto in uso sino al XV secolo e superata l’ingiuria del tempo, il ponte resistette fino all’alluvione del 1493, quando, già compromesso dai rifacimenti, il 31 agosto crollò rovinosamente sotto l’impeto della piena eccezionale del Brembo, che danneggiò altri ponti e strade causando numerose vittime. Il Ponte della Regina perse così cinque archi: due per ogni estremità e un altro poco appresso.

Restarono in piedi solo le tre arcate centrali, sopra le quali rimasero bloccate per ben tre giorni trentasei persone in balia della furia del fiume. Per mantenerle in vita veniva loro lanciato del pane con le fionde; vennero soccorse con scale e corde solo quando l’acqua tornò ad un livello normale.

Le tre arcate superstiti si opposero al Brembo per ben trecento anni: una cedette il 15 giugno del 1783, le altre due dieci anni dopo, ormai logore per l’azione costante dell’acqua.

Disegno dei ruderi del Ponte di Lemine o della Regina eseguito nel 1784 dal Lupi (Codex diplomaticus, 1784-1799)

Dell’opera monumentale un poeta ne rievocò la memoria: …Tu, lungo spettro, fra le rive appari, ed in colonna, su le vane arcate, ripassano cantando i legionari (12).

IL MITO DELLA REGINA

Dopo la caduta del ponte, la storia della struttura ha iniziato ad intrecciarsi con le antiche tradizioni longobarde. Il suo ricordo e la presenza delle rovine sull’acqua ha colpito la fantasia popolare facendo sorgere tra gli abitanti della zona il mito che lo voleva attribuito a una regina longobarda: da alcuni alla grande regina Teodolinda e da altri alla commovente figura di Teutperga, rifugiatasi a Pontida dopo il ripudio dell’imperatore Lotario e poi, secondo la leggenda, animosa fondatrice del Monastero di Fontanella (13), dove sarebbe ancora sepolta. Avvolto in questo alone di leggenda, l’antico “Pontis de Brembo”, o “ponte de Lemine”, ha iniziato a chiamarsi “Ponte della Regina”, anche se qualcuno ha pensato che il nome potesse alludere a un intervento sul ponte in epoca longobarda.

“Dintorni di Bergamo”: avanzi del ponte di Lemine, una suggestiva rievocazione ottocentesca del Ponte delIa Regina nell’incisione di Boromèo Gilberto (1815-1885)

Nel nome, vi fu anche chi ravvisò un’interpretazione popolare della parola “Rezia”, la zona della Alpi Retiche verso cui conduceva la strada romana che attraversava il ponte sul Brembo.

L’ASPETTO ORIGINARIO DEL PONTE

Dato che i resti del vetusto ponte costituivano un pericolo per le opere di presa sulla sponda sinistra, il 28 marzo del 1893 il Prefetto della Provincia di Bergamo ne ordinò la demolizione, che fu eseguita dalla ditta dell’ing. Ceriani & C., proprietaria del Linificio e Canapificio Nazionale di Villa d’Almé. All’ing. E. Fornoni fu affidato l’incarico di studiare il manufatto affinché fossero demolite “sole parti dell’èra media”, salvaguardando quelle d’epoca romana.

Dall’osservazione dei resti emergevano le modifiche subite dal ponte nel corso de tempo: il manufatto originario era formato da grossi conci di pietra arenaria (cavata nella vicina località Merletta) che misuravano sino a m 1,75 di lunghezza e m 0,70 di altezza; una solida muratura di cava costituiva il paramento interno e le pietre combaciavano nel paramento esterno.

Negli interventi successivi, osservava invece materiali più scadenti e una diversa tecnica costruttiva, con un nucleo centrale composto da sassi di fiume e un rivestimento di pietre più piccole e grezze, unite da abbondante malta.

Le modifiche subite nel corso della sua storia sono evidenti ancor’oggi, osservando i differenti materiali che compongono quanto ne rimane, dove accanto a grossi conci di pietra arenaria troviamo pietre grezze e sassi di fiume legati grossolanamente.

Sponda di Almè: la massiccia e imponente struttura delle parti più antiche (Ph Maurizio Scalvini)

 

Il confronto con la figura restituisce la misura dell’imponenza dei ruderi del Ponte della Regina (Ph Maurizio Scalvini)

Effettuando rilievi sui reperti e sulla scorta delle versioni offerte da alcuni studiosi del passato (14), il Fornoni ne ipotizzò l’aspetto originale paragonandolo al coevo ponte romano costruito ad Alcantara sul fiume Tago, in cui la spalla centrale culminava fino al parapetto per sorreggere un arco trionfale dedicato a Traiano.

Ricostruzione grafica del ponte romano di Lemine secondo l’ipotesi dell’ing. Elia Fornoni, secondo il quale il ponte doveva essere lungo complessivamente m. 184 e alto m. 24,31; formato da otto archi con due raggiature diverse ma medesimo piano d’imposta e dotato di due esili spalle; i piloni dovevano essere sette, muniti da spalle formanti complessivamente una pianta esagonale: di queste solo quella centrale doveva culminare fino al parapetto come il coevo il ponte di Alcantara, dove i cappucci delle pile avevano lo scopo di sorreggere “le spalle o piedritti di un arco trionfale dedicato a Trajano”

 

Il ponte romano costruito ad Alcantara sul fiume Tago in epoca traianea

Le ripetute modifiche subite dal ponte nella sua storia e in particolare la rifondazione dei piloni, rendendo irriconoscibile la struttura primitiva ha dato luogo nel tempo a svariate interpretazioni.

Esisteva anche una seconda ipotesi circa la forma del ponte originario, abbozzata da C.M. Rota e studiata nei minimi particolari dall’ing. G.S. Paganoni,  che presentò il ponte in sette archi, sei piloni e senza spalle ai lati, ma impiantato direttamente sulle sponde rocciose del fiume, con la lunghezza di m. 209,43 e l’altezza di m. 24,25

Abbandonato il percorso antico che su di esso si snodava, sono andate perdute le tracce e riferimenti che per ben oltre un millennio avevano segnato questo ambito del nostro territorio: le nuove direttrici, impostate più a monte, hanno guidato altrove le attenzioni. Ed è strano che nell’ampliamento dell’abitato di Almenno non sia mai stato pensato un adeguato riferimento alla presenza dell’antica strada romana e del suo ponte, i cui resti meriterebbero, per importanza storica, un’attenta  rivalutazione in rapporto con l’ambiente circostante.

UNA CURIOSITA’

Fonti attendibili dicono che nel 1512, a seguito del crollo del ponte della Regina avvenuto alla fine del Quattrocento, in sua vece venne ripristinato il porto di Clanezzo per assicurare le comunicazioni alle valli Imagna e S. Martino

Una barca doveva collegare le due sponde finché ad Almenno non si fosse realizzato un nuovo ponte, il quale, contrariamente alle intenzioni iniziali, venne realizzato solo nel 1628 non ad Almenno bensì a Clanezzo, situata più a monte dell’antico tracciato (15).

Il ponte ligneo di Clanezzo costruito nel 1628, apparteneva alla Serenissima ma nel 1648 fu venduto a Girolamo Santino d’Adda e veduto nel 1673 alla comunità della Valle Imagna. Solo nel 1878, dopo l’ennesima piena che distrusse il porto di Clanezzo, al suo posto fu definitivamente realizzata, con piloni in gusto neogotico una passerella pedonale sospesa (Gamba, 2000) – (Ph Maurizio Scalvini)

Dopo essere stato distrutto da una piena, fu realizzata una nuova struttura in legno e l’idea di recuperare il ponte di Lemine venne così definitivamente abbandonata.

Solo verso la metà del XVI secolo i suoi resti furono coinvolti in un progetto di più larga scala redatto dall’ingegnere idraulico veronese Isepo de li Pontoni per la formazione di un canale anche parzialmente navigabile derivato da fiume Brembo e diretto alla città di Bergamo in direzione Paladina-Curno-Broseta. Il progetto però non venne attuato in quanto, in prossimità del ponte, si sarebbero dovuti realizzare costosissimi scavi nella roccia.

Nonostante l’avvenuto crollo del 1493 Isepo de li Pontoni intendeva utilizzare i massicci piloni rimasti in piedi per il suo progetto di diga per la formazione di un canale navigabile derivato dal Brembo, 1583 (Gritti, 1997)

Un ex-voto apposto su una parete del santuario della Madonna del Castello, sembra comunque indicare che ancora verso la fine dell’Ottocento una barca collegasse le due sponde affacciate sul Brembo.

La scena di un naufragio nel Brembo, nell’ex-voto datato 1883 apposto su una parete del santuario della Madonna del Castello. Sullo sfondo a destra il santuario della Madonna del Castello, mentre a sinistra, abbarbicato sul cocuzzolo della collina, è riconoscibile il Santuario di Sombreno

 

Note

(1) Gli storici suppongono che pieve e pagus dovessero abbracciare approssimativamente lo stesso territorio. Secondo il Mazzi la pieve di Lemine comprendeva tutta la Valle Imagna, la piccola valle del torrende Borgogna con Palazzago, fino ai confini con la Val San Martino, spingendosi anche sulla sinistra del Brembo, estendendovi il suo nome con Almé (Lemen) e Villa d’Almé (Villa Leminis), e abbracciando nel suo ambito almeno i territori di Bruntino e di Sedrina. Indicazioni del Rotulum Decimarum Leminis 1353 confermano che anche la Valle Brembilla sino ai confini della Val Taleggio, tutta la sponda destra del Brembo con Zogno e S. Pellegrino fino a Fuipiano, ampie zone del piano, come Locate, Ambivere, Tresolzio e forse Chignolo (“rationes decimarum”), appartenevano al pagus Lemennis (da Manzoni, Op. Cit. in bibliografia).

(2) Lemine (o, nelle sue varianti, Lemmenne, Leminne, Leminis, Lemennis), è il toponimo con cui nel Medioevo si individuava un vasto comprensorio territoriale ad occidente del fiume Brembo che aveva costituito una corte regia longobarda.

(3) Lungo il percorso della Comum-Bergomum-Brixia si sono rinvenuti alcuni reperti archeologici databili tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C.: a e Monte Castra ad Almenno, a Caslino, Castelmarte e Incino.

(4) Nella fase preromana (VIII-IV a.C.) la via pedemontana svolgeva un ruolo strategico e commerciale unendo gli insediamenti etruschi del mantovano con i paesi transalpini attraverso l’abitato di Como. Indizio dell’antichità del tracciato sono una seria di reperti rinvenuti su alture poste controllo del possibile tracciato viario (Duno, Vercurago, Chiuso) che presentano sia materiali affini alla cultura locale di Golasecca di frammenti di ceramiche greche ed etrusche. Verso la metà del IV a.C. si assiste ad una maggiore influenza della cultura di matrice transalpina celtico-insubre che modifica la struttura degli insediamenti e il sistema commerciale precedente favorendo la città di Milano. In età romana la via pedemotana costituiva l’asse Est-Ovest, della centuriazione relativa al territorio di Almenno.

(5) L’area compresa tra gli attuali Almenno S. Salvatore e Almenno S. Bartolomeo presenta tracce di centuriazione, in particolare nelle località Agro e Bosenta, area compresa tra Brembo, Tornago e Arrisa; si inseriscono nell’impianto di centuriazione il cosiddetto Ponte della Regina sul Brembo, la località di Stazanum, nei pressi del ponte sulla valle del Tornago, e lo stesso ponte sul Tornago. All’interno di una maglia centuriata compresa tra I tre corsi d’acqua esistevano probabilmente ville rustiche, la cui presenza è indirettamente testimoniata dal ritrovamento di una tomba tardoromana in località Campino, nel campo detto la Noca.

(6) La strada romana Comum-Bergomum-Brixia venne tracciata dai Romani a partire dall’89 a.C., momento in cui venne concesso alla Transpadania il diritto latino. Dal III secolo d.C. connetteva l’antica Aquileia, nel Veneto, con i territori d’oltralpe attraverso Como, da dove raggiungeva la provincia romana della Rezia, posta in corrispondenza dell’attuale Canton Grigioni e del Tirolo, e da lì l’Europa centrale. Venne soggiogata sotto Augusto nel 16 d. C. dopo due lunghe campagne contro i Rezi, i Celti e i Vindelici, che permisero di raggiungere i valichi in condizioni di assoluta sicurezza. Da allora la città lariana divenne il perno di un sistema di comunicazioni che comprendeva il lago, i passi del S. Bernardino, del Maloja, del Septimer, del Julier e, se si vuole, dello Spluga, del Lucomagno e del Gottardo. Gli sbocchi erano il Rodano, il lago di Costanza, il Reno, il Danubio e con essi tutte le città (a cominciare da Coira = Curia Raetorum) che fungevano da centro di confluenza e di smistamento per tutta l’Europa delle merci che arrivavano ai principali porti del Mediterraneo centrale. In questo quadro Como acquistò il ruolo di intermediaria fra il centro Europa, l’Italia e l’Oriente, anche perché la direttrice Milano-Como-Spluga-Brigantium era la più breve per raggiungere il Reno, grazie alla navigazione longitudinale del Lario, che con notevole risparmio di tempo (almeno due giorni) e di fatica, rispetto al percorso di terra, portava a Summus Lacus, ove cominciava il percorso trasversale della Raetia per l’alta valle del grande fiume europeo. Roma ne perse il controllo nel IV sec. d. C. quando venne invasa dai alemanni, bavari e svevi.

(7) E. Fornoni, Il Ponte di Lemine, Bergamo 1894; dello stesso autore anche L’antica Corte di Lemine: il Ponte sul Brembo. L’ipotesi ricostruttiva di Fornoni venne fatta sulla scorta degli studi precedenti di Lupo, Rota e Mazzi.

(8) Degrassi 1946.

(9) Storia economica e sociale di Bergamo. Secondo Cantarelli (Carta Archeologica della Lombardia, cit. in bibliografia) un secondo tracciato più diretto passava tra il Brembo e Brivio (ove furono notate in passato tracce di un ponte antico) e si manteneva più lungo il versante dei colli che precedono Bergamo (Fontana, la Madonna della Castagna).

(10) Storia economica e sociale di Bergamo.

(11) Proprio nell’arco del XIII secolo le fonti cominciano a fornire alcune informazioni evidenziando il vero e proprio calvario per le casse del comune e dei villaggi fortemente interessati nel ripristinare al meglio la struttura. Queste continue attenzioni sono dimostrate anche dal fatto che lo Statuto cittadino impegnava il Podestà alla verifica annuale dei ponti, (per il caso di Almè le ricognizioni vennero effettuate tre volte l’anno).
Nel 1208 e nel 1209 il Comune di Lemine dovette contrarre un prestito di 20 lire imperiali per restaurare il ponte sul Brembo. Il 19 novembre del 1250 i sovrintendenti al pontis novus de Lemen chiesero ed ottennero dai maestri che lavoravano al ponte l’opportunità di realizzare una pillam….in medio ponte. Ancora nel 1273 il Comune di Bergamo mandò alcuni deputati ed il perito Bertramo de Forzella a vedere e riferire su una pila que est multum smaganiata propter fondamentum…quod multum est cavatum sub glera ipsius Brembi. I sovrintendenti riferirono poi sulla necessità di rimuovere alcuni resti rovesciati i quali, opponendosi al corso del fiume potevano danneggiare ulteriormente gli stessi piloni. Nel 1283 infine la vicinia di S. Pancrazio pagò quattro lire e mezza imperiali imposite ipse vicinancie pro Pergami occasione reformationis pontis de Lemine.

(12) Bortolo Belotti, Poeti e poemi del Brembo, 1931.

(13) P. Manzoni, Op. Cit. in bibliografia.

(14) Per quanto concerne la forma e le dimensioni del ponte, Fornoni si rifà a quella originata dal Lupi e poi accettata con piccole variazioni da G.B. Rota, da Maironi da Ponte e dall’Ab. Calepio, confortata dal punto di vista storico e architettonico dal Mazzi e dallo stesso Fornoni, il più profondo e completo studioso della questione.

(15) P. Mazzariol, 1997.

Riferimenti essenziali

Paolo Manzoni, Lemine dalle origini al XVII secolo. Comune di Almenno S. Salvatore. Comune di Almenno S. Bartolomeo. Bergamo, Poligrafiche Bolis, 1988.

Carta Archeologica della Lombardia – II La Provincia di Bergamo – I Il territorio dalle origini all’altomedioevo. A cura di Raffaella Poggiani Keller. Ed. Panini, Modena, 1992.

Fondazione per la storia economica e sociale di Bergamo – Istituto di studi e ricerche, Storia economica  e sociale di Bergamo – I primi millenni – Dalla preistoria al medioevo. Volume II. Bergamo, Poligrafiche Bolis, marzo 2007.

Bergamo Romana (excursus storico)

La Città Alta, sul sito della Bergamo antica, formato da numerose emergenze separate da avvallamenti e da depressioni più o meno ravvicinate

DAL CENTRO PROTOURBANO GOLASECCHIANO ALLA CITTA’ ROMANA

Nel I millennio a.C., periodo corrispondente all’età del Ferro, l’Italia settentrionale è un vero e proprio mosaico di culture, e specialmente nella seconda metà del millennio, sul finire della I età del Ferro, il territorio di Bergamo, pur trovandosi in posizione marginale rispetto alle maggiori culture protostoriche, rivela una più precisa fisionomia culturale, suddiviso com’è tra la cultura dei Celti golasecchiani a ovest e la cultura cosiddetta “retica” a nord.

Il quadro etnico dell’Italia settentrionale nel V sec. a.C. Il periodo che corrisponde alla prima età del Ferro in Italia settentrionale (I millennio a.C.) vede il fiorire di differenti entità etniche, espressive di culture regionali, che nonostante la contiguità geografica sono contraddistinte da un diversissimo livello di civiltà e organizzazione socio-politica: i Veneti nell’attuale Veneto, i Liguri nel settore marittimo occidentale, popolazioni di stirpe celto-ligure nell’attuale Piemonte e Lombardia occidentale, mentre popolazioni di stirpe retica abitavano le vallate alpine fino all’alto lago di Como e genti etrusche avevano colonizzato la Pianura Padana sud-orientale

In questo periodo, nel territorio bergamasco infatti troviamo popolazioni diverse: mentre l’area valliva e alpina delle Orobie fino alla conquista romana delle vallate risulta partecipe della cultura centro-alpina cosiddetta “retica”, la fascia collinare e di pianura, più aperta agli influssi padani, rivela l’appartenenza a quel complesso di manifestazioni culturali riconducibile alla cosiddetta “cultura di Golasecca” (che trova in Como il centro di maggior rilievo), cui appartiene anche l’abitato protourbano sorto verso il VI-V sec. a.C. sul complesso collinare di Bergamo Alta, sul quale si insedierà la città romana e su cui insisterà la città medioevale e moderna, racchiusa nel perimetro delle cinquecentesche mura veneziane.

Le cinte murarie di Bergamo (da Angelini, 1974)

Bergamo rivela quindi uno sviluppo pressoché ininterrotto sin dalla alla fase protostorica, quando comincia ad affermarsi come centro economico e sociale di un vasto territorio, che ha conservato nel tempo precise connotazioni storiche e culturali.

Cartina di Bergamo alta con ubicazione degli scavi che hanno evidenziato i resti dell’abitato protourbano di Bergamo, sviluppatosi tra VI e IV secolo a.C., nella fase finale della Cultura di Golasecca, occupando un’area di oltre 24 ettari, densamente abitata: 1- Piazza Mascheroni- Giardinetto; 2- Via Vagine 10; 3- Via Vagine 2; 4- Via Salvecchio 12; 5- Via S. Salvatore/Via Arena; 6- Biblioteca Civica; 7- Vicolo Aquila Nera; 8- Piazza Vecchia; 9- Passaggio Cà Longa; 10- Cappella Colleoni; 11- Piazza Rosate; 12- Area a Sud del campanile di S. Maria maggiore; 13- Piazza Reginaldo Giuliani; 14- Via S. Lorenzo- Convento di S. Francesco; 15- Piazza Mercato Fieno; 16- Via Solata 8; 17- Via Rocca alta; 18- Via Rocca 11; 19- Via Donizetti 22; 20- Via Porta Dipinta-Casa Battagion; 21- Vie Osmano-S. Andrea; 22 – Hospitium Comunis Pergami; 23- Cattedrale di S. Alessandro (situazione aggiornata al 2011, tratta da Raffaella Poggiani Keller, Il primo abitato sul colle: il centro protourbano dei Celti golasecchiani, in: Hospitium Comunis Pergami – Scavo archeologico, restauro e valorizzazione di un edificio storico della città, 2012)

 

Il parco archeologico di Parre (Valle Seriana). Come confermato dagli scavi archeologici, durante la prima età del Ferro le valli bergamasche sono occupate da popolazioni di cultura centro-alpina e di stirpe retica, gli Euganei. Soprattutto in Val Seriana, ricca di minerali e di una serie di dossi affacciati sui fiumi, sorgono gli insediamenti più antichi nel territorio di Bergamo (abitati d’altura a Castione della Presolana, Sovere, Casnigo e Parre), che sottolineano l’importanza strategica delle valli e, in particolare, della valle Seriana e dell’area prealpina cui essa appartiene: un’area soggetta sino al VI secolo a.C. a una ricorrente penetrazione di tribù alpine. Gli scavi presso l’insediamento di Parre, identificato come quel Parra Oromobíorum oppidum citato da Plinio (Nat.Hist. III, 17, 125), configurano proprio l’etnia di questi gruppi alpini come retica: è quindi da escludere l’ipotesi pliniana di una derivazione dei Bergomates da Parra

In questo periodo, con intensificarsi in area padana di fiorenti traffici tra gli Etruschi e la cultura di Golasecca, in tutto il territorio dell’Italia settentrionale sorgono una serie di centri protourbani, che si pongono come veri e propri poli di riferimento per un vasto ambito territoriale.

E’ ciò che avviene anche per l’abitato sviluppatosi sul colle di Bergamo, divenuto nel V secolo a.C. snodo viario e commerciale lungo il percorso pedemontano di collegamento dei traffici tra l’Etruria padana e i passi alpini.

Entro la prima metà del primo millennio a.C., nella Bergamasca si consolidarono itinerari commerciali che attraversavano l’intero territorio. Mentre alcuni percorsi volgevano verso la pianura, un percorso seguiva la via pedemontana che collegava il Comasco al Bresciano, passando ai margini dei rilievi: dalla metà del VI secolo a.C. Bergamo viene a trovarsi lungo il percorso pedemontano di collegamento dei traffici tra l’Etruria padana e l’Europa centrale e proprio per questa sua natura di luogo di passaggio, sul colle si insediano i primi abitanti riferibili alla cultura di Golasecca  (immagine da V. Gastaldi Fois, ‘La rete viaria romana nel territorio del Municipium di Bergamo’ in ‘Rendiconti
dell’Istituto Lombardo’, 105, 1971)

E’ questo il momento in cui il territorio orobico accentua il suo ruolo strategico, ma non più prevalentemente nei riguardi della valle Seriana, bensi nel controllo territoriale della pianura attraversata dai traffici, il cui reticolo viario si modella sulle direzioni di Como, Milano e Brescia.

La collocazione del centro protourbano di Bergamo Alta è di tramite tra gli ambienti contigui e complementari della montagna e della pianura: la montagna ricca di boschi e con presenza di minerali metalliferi; la pianura – rivolta all’ambito padano – più idonea alla ruralità.

Al colle di Bergamo, dove oggi è adagiata Città Alta, spettava un ruolo centrale: da sempre ha costituito un naturale baluardo aperto sulla Pianura Padana e uno sbocco delle due maggiori valli delle Prealpi bergamasche. Ponendosi come tramite tra la pianura e la montagna, l’abitato protourbano golasecchiano è quindi sorto laddove si incontravano mondi economici, fungendo da collegamento soprattutto per coloro che, attratti dai giacimenti di minerali che affioravano in superficie, raggiungevano i monti percorrendo sentieri-pista. Nel VI e V secolo a.C. fu inoltre al centro degli scambi tra gli empori dell’Etruria padana e i paesi transalpini (Pianta di Bergamo e del suo territorio realizzata dopo il 1570

LA CONQUISTA GALLICA DELLA PADANIA

A partire dal IV secolo a. C. (l’invasione è convenzionalmente datata al 388 a.C.) inizia una lenta immigrazione di popolazioni galliche, che diventeranno una presenza forte e culturalmente dominante durante tutto il secolo.

Gli studi elaborati sui rinvenimenti archeologici concordano nell’evidenziare, fra il IV e il II secolo a.C., un forte spopolamento e un parziale abbandono delle aree di pianura e di collina, che fino a quel momento avevano tratto potere e ricchezza dalla loro posizione sul percorso commerciale pedemontano.

L’invasione gallica avrebbe causato il crollo dell’ organizzazione politica e insediativa che controllava il territorio, mettendo in crisi il sistema di scambi e percorsi mercantili che si erano costituiti nell’età precedente. Viene perciò ad interrompersi la corrente commerciale tra area italica e Nord delle Alpi, che aveva fatto fiorire i centri ubicati lungo la pedemontana e determinato lo sviluppo dell’abitato di Bergamo.

La cultura di Golasecca decade quindi a favore della cultura gallica o di La Tène.

Diversamente da quanto si osserva per Milano e Como, nell’abitato sul colle la sostanziale assenza di dati significativi per la II età del Ferro fa registrare una contrazione territoriale: l’abitato sembra infatti decadere o comunque ridimensionarsi fortemente: sicuramente per lo spopolamento dell’area, ma in parte forse anche anche a causa della consistente asportazione della stratigrafia preromana di Città Alta, dovuta agli interventi urbanistici di monumentalizzazione della città operati dai Romani a partire dall’età tardorepubblicana.

Per i Galli, guerrieri avvezzi a muoversi con carri da guerra e cavalli, il territorio collinare non favoriva la rapidità e l’agilità degli spostamenti: costituirono quindi i loro insediamenti in pianura (villaggi rurali di cui Ghisalba, Verdello e Treviglio risultano i poli di popolamento più importanti)  e aprirono altre strade, soprattutto a ovest verso la Gallia, direttrice che successivamente anche i romani percorreranno: accrescendo l’importanza dell’utilizzazione agricola della pianura, la presenza gallica crea così le premesse politiche ed economiche, oltre che militari, della penetrazione romana.

L’AVVIO DEL PROCESSO DI ROMANIZZAZIONE

In quel periodo Bergamo sorgeva in un ampio territorio denominato “Gallia Cisalpina” (un territorio che si estendeva dalla pianura del Po sino alle Alpi), in particolare nell’area dominata alla popolazione gallica degli Insubri, che avevano il loro perno in Milano.

Attraverso alterne vicende, i Romani conquistarono l’intera Gallia Cisalpina sconfiggendo ad una ad una tutte le tribù galliche che vi erano stanziate, sino alla vittoria definitiva di Mediolanum (194 a.C.). Allo scopo di eliminare la possibilità di nuovi grandi coalizioni antiromane, adottarono un sistema di alleanze, i foedera aequa, che permettevano ai popoli sconfitti di mantenere una certa autonomia.

Iniziò così un “processo di romanizzazione indiretta”, grazie alla libera immigrazione di Romani, Latini e Italici, che portavano con sé abitudini e modi di vita. Un processo che farà maturare una ben definita configurazione giuridico-politica del territorio bergamasco, accanto a territori vicini a loro volta chiaramente configurati.

Territori della Gallia Cisalpina (evidenziati in rosso) tra la fine del II e gli inizi del I secolo a.C.  “Gallia Cisalpina” è il nome conferito dai Romani in età repubblicana ai territori dell’Italia settentrionale compresi tra il fiume Adige a Levante, le Alpi a Ponente e a Settentrione e il Rubicone a Meridione. Il Po divideva la regione in Gallia Transpadana e Gallia Cispadana

Divenuta un distretto posto ai confini dell’impero e assunta una funzione strategico-militare, Bergamo viene rafforzata e riorganizzata come oppidum (città fortificata), in modo da tutelare una cosi vasta area di confine del territorio italico, descritto, ancora nel sec. I d.C. come extrema pars Italiae da Plinio.

Dopo i secoli di decadenza e abbandono di vaste aree, sull’antico tessuto protourbano golasecchiano, l’intervento diretto dei Romani favorisce un nuovo e definitivo fenomeno di aggregazione, che consente a questo oppidum di ricevere nell’89 a.C. il titolo di colonia latina (1) e nel 43 a.C. la cittadinanza romana, con la creazione del Municipium civium romanorum (2), sede prevalentemente politico-amministrativa, religiosa e burocratica, ascritto alla tribù Voturia (3).

Sebbene la maggior parte della popolazione viva nel contado, dove la maggior parte della produzione è destinata al commercio nella città, il centro urbano più importante risulta ovviamente Bergomum, cui vengono attribuiti ruoli di gestione e governo del territorio, confermando la funzione di città e di referente per un ampio territorio (4).

Possiamo quindi far risalire all’età cesariana la conferma e il rafforzamento del centro di gravità su Bergamo.

Nei quattro secoli di dominazione romana, architettura, urbanistica, economia, cultura, nuove concezioni e abitudini e stili di vita si fonderanno in un processo continuo di rinnovamento, di riqualificazione, di evoluzione.

I CONFINI DEL MUNICIPIUM

Il limite dell’agro bergomense correva lungo i fiumi Oglio e Adda, a Oriente e a Occidente; a Nord era costituito dall’area montana fra il Legnone e il Venerocolo, mentre risulta di più problematica definizione la linea di demarcazione meridionale: l’agro bergomense probabilmente comprendeva centri attualmente amministrati dalla Provincia di Cremona; inizialmente venne considerato parte della ‘Regio Transpadana’ (che aveva il suo limite occidentale lungo il fiume Oglio), mentre nel basso impero fu considerato parte della ‘Venetia et Istria’ ( che aveva il suo limite orientale lungo il fiume Adda).

La fissazione dell’area di pertinenza del municipium di Bergamo, sarebbe rimasta in linea di massima largamente orientativa nella successiva storia del territorio bergamasco, che in età romana per la prima volta integrava in un unico ambito politico-culturale le aree montuose, collinari e pianeggianti.

LA SUDDIVISIONE DEL MUNICIPIUM SECONDO IL CRITERIO DELLE CENTURIAZIONI

La necessità di un controllo di un territorio più ampio e l’introduzione di una politica intesa al dominio disciplinato delle popolazioni autoctone, viene attuata dalla repubblica romana mediante una serie di interventi mirati, fra i quali l’applicazione nell’agro bergomense del sistema di centuriazione (frazionamento del territorio in poderi di eguale estensione, disposti a scacchiera): operazione necessaria per ottimizzare le possibilità offerte dal suolo, per assicurare una nuova distribuzione delle terre a un sempre maggior numero di coloni nonché per fini fiscali (5): il pagamento dei tributi infatti, non consisteva in denaro, ma in prodotti freschi o disseccati della terra, soprattutto in granaglie.

Nel contempo, viene ampliata l’area coltivabile con interventi di disboscamento e bonifica di aree improduttive e paludose, realizzati argini e canali, tracciati nuovi assi viari e razionalizzati quelli esistenti, consolidati gli insediamenti preesistenti e fondati nuovi centri.

Il sistema della centuriazione trasponeva lo schema adottato per la fondazione di nuove città disponendo, in base a un reticolo ortogonale, strade, canali e appezzamenti agricoli. Il metodo era quello di inserire una maglia reticolare sopra la quale modulare la distribuzione dei campi, dei canali, delle strade e l’insediamento di abitati (che sorgevano lungo un cardo o un decumano, se non a un incrocio fra i due assi). I riferimenti per i tracciamenti venivano individuati preferenzialmente con riferimento ai grandi assi di comunicazione (ad es. la via Emilia) o seguendo le linee idrografiche del sito. Sul territorio bergamasco la centuriazione venne impostata nel quadro del contesto padano, dall’attuale Cremasco al limite delle colline. La divisione avveniva per moduli quadrati (centuriae) o, in alcuni casi, per linee (strigas et scamna) impostati su assi tendenzialmente orientati verso NO-SE (cardi) e NE-SO (decumani). La regolarità geometrica di queste maglie era la specifica caratteristica: la più usata fu quella composta da un reticolo quadrato di 20X20 actus. Secondo gli studi di P. Tozzi, in territorio bergamasco le centuriazioni vennero applicate orientando i cardini in direzione N-NO e S-SE e i decumani in senso O- SO e E-NE

L’operazione esercita notevoli effetti sul paesaggio agrario e sugli insediamenti, imprimendo al territorio un disegno regolare e un assetto funzionale che spesso è stato confermato nei secoli successivi e che tuttora è parzialmente riconoscibile in alcuni lineamenti dell’assetto della pianura (6).

Allo stesso tempo, tale strutturazione correla più strettamente il territorio piano alla città.

La costituzione del municipium e l’aggregazione allo stesso anche della popolazione delle valli congiungeranno così in unità amministrativa un territorio peraltro ben segnato anche dai contorni fisici.

Dentro le stesse valli, in particolare in quella Seriana, si fissano numerosi “vici” (piccoli insediamenti in cui si aggregava la popolazione), generalmente sul fondovalle, con modificazione evidente del modello insediativo dell’età del Ferro: si verifica così uno ‘spostamento’ piuttosto generalizzato degli abitati di altura e di collina, dall’alta quota e dalla mezza costa (preferite e più difendibili, a partire dall’età preistorica) alla fascia collinare e al fondovalle ed ai terrazzi acclivi (Alzano, Nembro..).

Le valli e le montagne vengono inoltre nuovamente valorizzate, per la ricchezza di giacimenti minerari e pietre da costruzione.

Mappa storica nella bergamasca: il fondovalle seriano

Ma ciò che è importante sottolineare è che tali interventi incidono positivamente sulla capacità produttiva del territorio incrementando gli scambi commerciali, quindi le ricchezze del municipium, che, raggiunto sotto Augusto uno status di benessere economico, vengono annessi al REGIO XI transpadano (7). Il tenore di vita delle popolazioni mostra di avere raggiunto il massimo livello nel corso del I e del II secolo.

Le regioni dell’Italia al tempo di Augusto

In area lombarda si favoriscono i collegamenti di pianura, privilegiando i percorsi da Milano verso Novara, Pavia, Piacenza, Cremona, Brescia, Como e Bergamo (da tempo posta sulla linea di transito degli scambi con i poli commerciali di Como, Milano e Brescia), dove vengono a crearsi i presupposti per insediamenti sempre più numerosi.

In ogni caso, il processo di romanizzazione e colonizzazione nell’area padana avviene gradualmente, a volte imponendosi e a volte sovrapponendosi alla realtà indigena.

LE STRADE ROMANE E LA VIABILITA’

Con la romanizzazione si consolidarono alcuni percorsi tradizionali e si aprirono nuove vie commerciali, che permettevano di raggiungere i nuovi abitati e i villaggi romanizzati.

La centuriazione romana determinò il costituirsi di una fitta rete di assi viari che spesso si appoggiavano alla maglia della centuriazione: sentieri e viottoli acciottolati portavano dal “colle” alla campagna, mentre percorsi più importanti collegavano gli abitati di fondazione romana.

A questa armatura si sovrapponevano gli itinerari a lunga percorrenza (fra cui le vie militari), arterie lastricate in pietra che talvolta ricalcarono, e dunque consolidavano, tragitti più antichi.

Lungo le principali vie di transito era prevista la presenza di mutationes (più frequenti) e di mansiones. Le mutationes garantivano la possibilità di un punto di ristoro e fornivano ai messi o ai veicoli che viaggiavano per interessi di Stato, un cambio dei cavalli; nel territorio di Bergamo è stata ipotizzata la presenza di una mutatio a Casazza e a Pontirolo. Le mansiones, disposte a una distanza equivalente a un giornata di viaggio, offrivano la possibilità di ricovero per merci e animali, nonché di pernottamento per i viaggiatori: nel territorio di Bergamo è stata ipotizzata la presenza di una una mansio a Telgate.

Lungo le strade maggiori, a distanza regolare di un miglio, erano poste pietre miliari, che riportavano indicazioni quali la distanza percorsa/da percorrere a partire dal centro più vicino e il nome di colui che si era preso cura del restauro o della realizzazione della strada stessa.

In particolare, a partire dall’89 a.C., vennero tracciate queste importanti arterie stradali di collegamento fra i principali insediamenti romani dell’ltalia settentrionale:

  • la Bergomum-Mediolanum che attraversava il Brembo nei pressi di Marne (dove tuttora esistono i resti di un ponte a due arcate di probabile origine romana) e proseguiva per Verdello (come indica il miliario dedicato dalla Devota Venetia a Costantino), da cui dirigeva in direzione del capoluogo (e dove incrociava la via Mediolanum-Brixia);
  • la Comum-Bergomum-Brixia, che attraversava il Brembo ad Almenno sul Ponte della Regina e l’Oglio a Palazzolo, dove le pile del ponte attuale poggiano su pile più antiche di forma rotonda, o a Cividino, dove sono stati rinvenuti due miliari;
  • la Mediolanum-Brixia che attraversava l’Adda in corrispondenza del Pons Aureoli.

Le grandi strade romane nascevano all’interno di un disegno generale, teso a collegare fra loro i punti più lontani dei territori governati, con percorsi sicuri e lineari e subordinati da un’esigenza di carattere militare a discapito quindi di centri di media importanza: per questo motivo solo alcuni importanti percorsi commerciali raggiungevano direttamente Bergamo: l’importante percorso fra Mediolanum a Brixia, tratto della strada che conduceva fino ad Aquileia e poi a Emona, per esempio, trascurava la città, attraversando l’agro bergomense a Sud dell’abitato, attraversando l’Adda a Pons Aureoli (l’odierna Canonica, dove si trovava una mutatio), l’Oglio a Palazzolo o a Cividino.

Fra gli itinerari a lunga percorrenza, godettero dunque di particolari cure e attenzioni le vie militari: in alcuni casi si realizzarono imponenti strutture documentate dagli “itinerari” del IV secolo d.C. e dalla “Tavola Peutingeriana”, per assicurare agli eserciti rapidità negli spostamenti: così lungo le strade di collegamento tra Bergamo, Milano, Como e Brescia.  La strada per Milano passava l’Adda a Pons Aureoli (Canonica); quella per Como (una via pedemontana di mezza costa), superava il Brembo ad Almenno (Ponte della Regina) per dirigersi verso il ponte romano-medioevale sul torrente Tornago, conosciuto anche con il nome di “ponte del Tarchino”.

La strada per Brescia passava il Serio a Gorle e l’Oglio sotto Cividino. Non restano tracce dei ponti romani di Canonica e di Gorle, sostituiti da successivi manufatti, mentre restano tracce dei piloni dei ponti di Cividino e di Almenno del quale, ancora in funzione nel XV secolo, si conosce l’architettura originaria.

Incisione di Boromèo Gilberto (1815-1885) “Dintorni di Bergamo”: avanzi del ponte di Lemine. Il ponte della Regina (Almenno San Salvatore) venne realizzato probabilmente sotto l’imperatore Traiano, lungo l’importante via Bergomum-Comum; il manufatto, realizzato per la vi militare che portava alla Rezia, rimase in uso fino al XV secolo, fino all’alluvione del 1943. Nella ricostruzione proposta da Elia Fornoni la struttura risulta alta 25 metri e lunga 180 metri
Il ponte sul torrente Tornago. Conserva la struttura di età medioevale, su ricostruzione di un manufatto romano. Attraverso questo ponte la via Bergomum-Comum giungeva nella località attualmente denominata “agro di Almenno”, nei pressi dell’area dell’attuale chiesa di S. Tomè (sorta su un luogo di sepoltura del I sec. d.C.) (foto da Adobati, Lorenzi – a cura di -, ‘Arte romanica tra Italia, Francia e Spagna – Catalogo didattico, 2001)

Quando le sponde risultavano basse sul letto dei fiumi si lasciò che i viaggiatori e i mercanti attraversassero i corsi d’acqua a guado, soprattutto quando l’acqua, scorrendo in un fondo piuttosto largo, si divideva in rami non eccessivamente profondi: è questo il caso dei numerosi guadi del fiume Serio (anche lungo la via Mediolanum-Brixia; la situazione non cambierà in età medievale e gli stessi guadi saranno luogo di attraversamento anche per la strada Francesca, che riprende un tracciato in uso dall’età romana fra Pons Aureoli e Palazzolo).

Un importante percorso portava all’area settentrionale del Sebino e alla Valcamonica, staccandosi dalla Bergomum-Brixia in prossimità della mutatio di Tellegatae, all’altezza di Carobbio (Quadrivium) degli Angeli, dove esisteva un esteso insediamento.

All’area del Sebino settentrionale e della Valcamonica conduceva la via che attraversava la Val Cavallina, superando il vicus di Casazza, dove molto probabilmente si trovava una mutatio. All’area meridionale del Sebino conduceva invece la via che si staccava dalla Bergomum-Brixia per raggiungere Sarnico e poi Predore.

Infine la strada per Cremona passava da Ghisalba e Bolgare.

A partire dal III secolo d.C. l’area della Pianura Padana accentrò attenzioni e acquisì sempre maggiore importanza, in quanto retrovia dell’organizzazione militare stanziata oltralpe (verso la fine del secolo Milano divenne capitale); con la crisi dell’impero, tuttavia le strade vennero gradualmente abbandonate all’incuria e la mancanza di interventi capillari iniziò a compromettere la qualità e la velocità degli spostamenti, fino alla piena decadenza della rete viaria, accentuata dal crollo dell’impero romano.

La sopravvivenza di alcuni luoghi peculiari (siti, incroci, ecc.) determinatisi in epoca romana, si è successivamente materializzata a livello simbolico (ad esempio la sostituzione di un cippo con santelle, croci ed oratori).

LA CITTA’ ROMANA

Complementare all’organizzazione militare romana avvenuta con la costituzione di Bergamo a municipium (I sec. a.C.), si procede quindi alla formazione dell’impianto urbano, con la creazione di infrastrutture e strutture pubbliche in precedenza non esistenti (cinta muraria (8), sistema viario, rete idrica e fognaria, necropoli, area forense, edifici da spettacolo, monumenti pubblici, domus), con le quali si costituisce il centro politico, amministrativo, religioso e residenziale della città romana, secondo un piano architettonico ben definito che verrà perfezionato nel II-III secolo d.C. Tale fase è preceduta da diffusi e poderosi interventi di ristrutturazione urbanistica (spianamento, terrazzamento e livellamento), in vista di una progettazione razionale degli spazi.

Attraverso un excursus perdurato dal I secolo a.C. fino a tutto il IV secolo d.C., architettura, urbanistica, economia, cultura, nuove concezioni e abitudini e stili di vita, si fonderanno in un processo continuo di rinnovamento, di riqualificazione, di evoluzione (9).

ATTIVITA’ PRODUTTIVE E UN PRIMO DELINEARSI DEI BORGHI

Se tutti i dati archeologici ed epigrafici concordano nel definire la funzione urbana della città sul colle (sede prevalentemente politico-amministrativa, burocratica e religiosa), considerati anche i limiti posti dalle condizioni morfologiche e idrografiche, gli impianti produttivi e artigianali dovevano essere dislocati nella fascia suburbana (suburbium), dipendendo probabilmente dal fiume Serio, che, dotato di un regime più regolare e di un regolare raccordo morfologico con la pianura, poteva più facilmente prestarsi a eventuali opere di derivazione e canalizzazione delle acque (10).

Ed è probabilmente in questo modo che si manifestano le prime tendenze di quella zonizzazione altimetrica di funzioni che sarebbe divenuta caratteristica nei tempi successivi, con la fissazione sul piano di alcuni edifici per particolari attività e la probabile dipendenza dal Serio che si prestava per la portata, il dislivello e l’andamento del suolo a captazioni o derivazioni; dipendenza di cui però abbiamo ampie prove solo a partire dal Medioevo (11).

Il suburbio precomunale

I borghi suburbani, documentati solo a partire dai secoli VIII e IX, sono citati agli inizi del sec. XII da Mosè del Brolo nel “Pergaminus”: si tratta del Fabricianum (Fabriciano),ubicato a N, identificabile nella zona di Valverde esterna alla porta di S. Lorenzo (e comprendente il Castello di Poliacum: attuale casa Cattaneo già Medolago); del Pompilianum (Pompiliano), ad W, comprendente l’area da Borgo Canale a Broseta ed alla Benaglia; a SW della città, del Praetorium (Pretorio), nella zona alta di via S. Alessandro e del Crotacium (Credacio) nella parte bassa di via di S. Alessandro, compresa la chiesa attuale e il territorio circostante; del Palatium, a SE, nella zona di Borgo Palazzo lungo la direttrice di Seriate-Brescia e comprendente la Curtis Regia della Murgula; infine del Plaurianum (Plorzano), a E, corrispondente a Borgo S. Caterina, sulla via che conduce alla Valle Seriana (12).

I MODELLI INSEDIATIVI DEL CONTADO

In età romana, oltre a Bergamo (il centro urbano più importante, avente ruoli di gestione e governo del territorio), un altro centro che richiamava il maggior numero di abitanti fu Fornovo S. Giovanni, importante centro commerciale ed  uno dei punti nodali per la continuità di insediamento fin dall’età del Ferro lungo l’asse di collegamento tra il Po e le Alpi (su cui si colloca anche l”altro importante centro di Cologno al Serio). Fu probabilmente uno degli avamposti nel processo di penetrazione e di conquista romana e centro di rilievo anche nell’alto medioevo, epoca in cui si registra, unica in Italia, una presenza prima alamanna poi longobarda di tutto rispetto.

La maggior parte della popolazione viveva però nel contado, solitamente aggregata in piccoli insediamenti (i vici; es. quello di Fontanella, nella pianura, e quello di Casazza in area valliva).

Il territorio venne diviso in circoscrizioni rurali (distretti), i pagi, che avevano un centro di riferimento dotato di luoghi per l’amministrazione della giustizia e per la preghiera (per es. il pagus Fortunensis, nell’Isola Brembana, il cui centro amministrativo era ubicato in Terno). Spesso questi nuclei insistevano su abitati più antichi; in età medievale, furono frequentemente questi insediamenti a divenire pievi.

Un altro modello insediativo diffuso sul territorio fu la ‘villa rustica’: struttura insediativa ubicata all’esterno delle mura cittadine, era articolata in edifici per la residenza signorile dei proprietari (pars urbana), che di solito vivevano in città, e ambienti destinati ai contadini e agli schiavi (pars rustica).
Nel territorio bergamasco sono segnalati numerosi resti di ville rustiche, spesso ubicate nei pressi di un corso d’acqua (con cui venivano alimentati gli ambienti termali normalmente connessi alla pars urbana).

La maggior parte della produzione era destinata al commercio nella città, solo una parte del raccolto era finalizzata alla sopravvivenza dei lavoranti.

DALL’ETA’ IMPERIALE ALL’ALTOMEDIOEVO

Nell’età imperiale Bergomum perde parte della sua originaria specificità strategico-militare, potenziando il ruolo di centro politico-amministrativo per un vasto territorio, nel quale coesistono forme complementari di economia forestale-pastorale, tessile, mineraria, edilizia, agricolo-zootecnica. Successivamente la città non viene coinvolta in eventi di particolare rilievo, essendo menzionata solo nelle fonti geografiche e itinerarie (13).

Nell’ambito della riorganizzazione militare e amministrativa del IV secolo attuata da Diocleziano, Bergomum viene attribuita alla X Regio, la Venetia, anziché all’XI, la Transpadana, fatto che può aver consentito il permanere, a differenza di altri centri lombardi, di una vita urbana nei secoli delle invasioni barbariche.

I mutamenti del quadro socio-economico che ne conseguono fanno registrare, tra la prima età imperiale e l’età tardoantica, profonde trasformazioni, sia con ristrutturazioni e rifacimenti di edifici pubblici o privati, sia con modifiche nella ripartizione e nella destinazione d’uso di alcune zone, con nuove soluzioni nell’organizzazione complessiva dello spazio urbano: è ciò che accade non solo nell’area a Nord della Biblioteca Civica, ma anche nell’area del foro, tra via Reginaldo Giuliani (dove tra la seconda metà del III secolo d.C. e il IV secolo d.C. si modifica radicalmente l’impianto urbano), Piazza Mercato del Pesce e nell’area posta inferiormente alla Cattedrale di Sant’Alessandro, dove nel V sec. a.C. viene fondata l’ecclesia della città, una basilica di grandi proporzioni.

Nell’area bergamasca, le prime tracce del Cristianesimo (divenuto con l’editto di Teodosio religione ufficiale dell’impero romano) interessano dapprima l’ambito urbano (III secolo, mentre solo nel IV secolo abbiamo menzione dei primi vescovi della città), mentre l’inizio della conversione nelle aree rurali può essere datato fra i secoli VI e VII, con la fondazione delle prime pievi rurali e dei primi oratori presso le aree sepolcrali.

Nelle campagne infatti, estranee ai circoli culturali e raggiunte con lentezza dalle influenze esterne (e, pertanto, fortemente conservatrici), anche in seguito all’editto di Teodosio i culti pagani, spesso ereditati dalle comunità preistoriche, resistettero ancora a lungo.

Il passaggio tra romanità e Alto Medioevo è comunque difficilmente ricostruibile per scarsità di dati, ma una continuità di vita è percepibile da isolati elementi relativi alle necropoli, che persistono sia in Porta Dipinta che in Borgo Canale (poste secondo l’uso romano immediatamente all’esterno degli abitati, spesso in prossimità delle strade di collegamento più importanti).

Nel 538, durante la guerra gotica, Bergamo venne descritta da Procopio (Bell. Goth., II, 12, 40) come centro fortificato e durante il regno longobardo continuerà ad essere punto strategico (cfr. Paul. Diac., Hist. Lang., passim), apparendo essenzialmente come centro fortificato necessario per il controllo della pianura e delle vie, specie in rapporto al territorio milanese.

Note

(1) Nell’89 a.C. fu promulgata la Lex Pompeia de Transpadanis, con cui veniva concessa alla popolazione della Transpadana, e quindi anche alla popolazione di Bergamo, lo ius Latii, il diritto latino, che prevedeva il diritto di proprietà, di matrimonio, di voto, di cambiamento di residenza: non si trattava ancora di cittadinanza optimo iure, ma garantiva la parità nei diritti civili.

(2) La nascita del municipium è attestata da notazioni epigrafiche per la presenza dei quattuorviri. Il municipium romano era diviso in distretti, a loro volta suddivisi in più piccoli insediamenti, dislocati in particolare lungo le vie romane nei punti strategici e militari. Uno dei distretti amministrativi con cui i romani divisero la bergamasca fu il pagus Lemennis, avente il centro amministrativo in Almenno S. Salvatore, presumibilmente nei pressi della Madonna del Castello.

(3) Nel 58 a.C. Cesare divenne governatore della Cisalpina e, per sua intercessione nel 49 a.C. venne concessa la cittadinanza romana a tutti i Transpadani (Lex Julia). Le colonie furono trasformate in municipia e i cittadini iscritti nelle tribù: quelli di Bergamo furono iscritti nella tribù Voturia, che assume il nome dalla gens Veturia, una delle più antiche famiglie romane. A tale tribù erano ascritti i territori di Ostia, Cere, Piacenza e Bergomum. Le epigrafi militari bergomati della Voturia tribus rinvenute in Pannonia, testimoniano che la popolazione bergamasca fu prevalentemente utilizzata per l’esercito: una scelta/necessità, che resterà poi costante nella storia bergamasca. Agli abitanti di Bergomum veniva offerta la prospettiva della carriera militare e quella dell’acquisizione di magistrature cittadine; carriere prevalentemente perseguite con l’aspettativa di un miglioramento della propria condizione economica e sociale, con la possibilità di accedere alle carriere politiche in ambito locale. […] (R. Poggiani Keller, Bergamo dalle origini all’altomedioevo, Op. cit. in bibliografia).

(4) Tozzi P. L. 1972.

(5) Si tratta delle suddivisioni agrarie ed amministrative delle due successive centuriazioni, la prima, limitata alla fascia dell’alta pianura, è riferibile all’epoca dell’ammissione (89 a.C.). Applicata in un’area di circa 300 chilometri quadrati, presenta una declinazione di 7/8° rispetto ai punti astronomici. Secondo le indicazioni di Tozzi venne orientata secondo l’asse Spirano-Stezzano. In seguito Cantarelli ipotizzò come Cardo massimo, il tracciato di riferimento per la prima centuriazione, l’antica via Bergamo-Crema – anticamente usata per la transumanza – passante per Verdello e identificata dal Tozzi come cardo XX. A distanza di pochi decenni (e comunque entro la fine del I secolo a.C., in una situazione meglio definita militarmente), per permettere la bonifica di tutto il territorio a sud della linea delle risorgive (fino a comprendere anche parte dell’attuale Cremasco), si procedette ad una seconda centuriazione, caratterizzata rispetto alla precedente da un’inclinazione degli assi più marcata (maggiore di 4 gradi, in relazione al Nord astronomico), più efficace in rapporto alle necessità di controllo e scolo delle acque di superficie.

(6) Tozzi P. L., Storia, padana antica, il territorio fra Adda e Mincio, pubbl. Fac. Lettere e Filosofia Univ. Pavia, Milano 1972, pp. 75-97. Sulla persistenza delle tracce della centuriazione nel paesaggio in generale cfr. Sereni E., Storia del paesaggio agrario italiano, Roma-Bari 1974, pp. 50-52.

(7) Durante il principato di Augusto, intorno al 7 d.C., nell’ambito delle 11 regioni con le quali venne organizzata la divisione amministrativa dell’Italia, l’ex Gallia Cisalpina venne divisa in quattro Regiones; il territorio corrispondente all’attuale Lombardia entrò a far parte dell’Impero romano con il nome di Traspadana, l’XI Regio, l’ultima a costituirsi sul suolo italico.

(8) “La sistemazione delle mura, legata allo sviluppo edilizio di Bergamo romana, deve essere avvenuta almeno nella seconda metà del I o nel II sec. d.C., superato il primo periodo di assestamento del municipio, (M. V., in Bergamo dalle origini all’altomedioevo, Op. cit. in bibliografia.

(9) M. Fortunati, L’età del Ferro. Dall’oppidum degli Orobi alla formazione della città sul colle (Op. cit. in bibliografia).

(10) Sergio Chiesa, “Il Sito – Aspetti geologici e geomorfologici del colle di Bergamo”, paragrafo “Pedologia e idrogeologia”, p. 19, in R. Poggiani Keller, Bergamo dalle origini all’altomedioevo, Op. cit. in bibliografia.

(11) Goltara 1960. Lelio Pagani, “Appunti sulla posizione e sul sito di Bergamo antica”, pagg. 20-32, in R. Poggiani Keller, Bergamo dalle origini all’altomedioevo, Op. cit. in bibliografia.

(12) L. Angelini, Il volto di Bergamo nei secoli. Ed. Bolis, 2003 e R. Poggiani Keller, Bergamo dalle origini all’altomedioevo, Op. cit. in bibliografia.

(13) Dall’esame dei materiali sia architettonici sia fittili risulta infine una predominanza di elementi riferibili ai primi secoli dell’impero. In età imperiale si manifestano, accanto ad un’arte colta (ascrivibile ai frammenti di architrave, alle due mensole a protome taurina, ai blocchi di cornice, alla base di colonna e ai capitelli corinzi (esaminati in Aa.Vv. 1986), forme di carattere artigianale spesso dettate da un gusto locale (ad es. le antefisse da piazza Mercato Fieno per le quali cfr. Aa.Vv. 1986, p. 112-113) e italico 48 (ad es., la tipologia tipicamente “italica” del bucranio presente sul fregio della Chiesa di S. Fermo, sulla base proveniente dal Monastero di S. Grata, nonché sulle due aree di S. Michele dell’Arco per i quali cfr. Aa.Vv. 1986, p. 151-152; 117-118; 139-142).

Riferimenti/bibliografia

Bergamo dalle origini all’altomedioevo – Documenti per un’archeologia urbana. A cura di Raffaella Poggiani Keller. Ediz. Panini, Modena, 1986, con particolare riferimento a Lelio Pagani, “Appunti sulla posizione e sul sito di Bergamo antica”, pagg. 20-32 e F. Cantarelli, M. Fortunati Zuccala, L. Pagani, R. Poggiani Keller, “Considerazioni per un profilo storico-archeologico di Bergamo romana”, pagg. 181-183.

Carta Archeologica della Lombardia – II La Provincia di Bergamo – I Il territorio dalle origini all’altomedioevo. A cura di Raffaella Poggiani Keller. Ed. Panini, Modena, 1992.

L’oppidum degli Orobi a Parre (Bg), a cura di Raffaella Poggiani Keller, Edizioni ET, 2006.

L’età del Ferro. Dall’oppidum degli Orobi alla formazione della città sul colle. Raffaella Poggiani Keller. Ed. Fondazione per la storia economica e sociale di Bergamo. Con particolare riferimento a Maria Fortunati, Bergamo romana: appunti per una rilettura dell’assetto urbano alla luce delle nuove scoperte.

Provincia di Bergamo, Piano di settore della rete ecologica provinciale , Documento preliminare di piano – Ottobre 2008. A cura dell’Università degli Studi di Bergamo – Centro Studi sul Territorio.

Per uno studio del territorio di Almè in epoca romana

Reportage fotografico di Maurizio Scalvini, che ringrazio  per le utilissime indicazioni raccolte sul campo e per la preziosa collaborazione.

Almè, via Ponte Regina: l’antico tracciato che conduce a ciò che rimane dell’omonimo, grandioso ponte romano che si estendeva fra le opposte sponde di Almenno e Almè
Collocato all’imbocco della Valle Brembana sulla sponda sinistra del fiume Brembo, a circa otto chilometri dal capoluogo orobico, il comune di Almè sorge nei pressi di un’area di notevole rilevanza naturale, il “Piano del Petosino”, bacino lacustre singlaciale e interglaciale sede di fossili paleontologici e di ritrovamenti archeologici.
Tracce di popolamento protostorico sono state rilevate in tutta l’area all’imbocco delle valli Brembana e Imagna, nel territorio di Lemine, un vasto comprensorio territoriale racchiuso tra la sponda occidentale del Brembo e quella orientale dell’Adda, che per secoli mantenne una posizione di preminenza su tutto il circondario, e il cui nome si lega essenzialmente all’istituzione della pieve ed alla curtis regia longobarda.
L’origine del toponimo Lemine (1) sembra, secondo gli storici, giustificare una presenza celtica in Almè .
Poco distante, il Dunum di Clanezzo, fortificazione di matrice celtica della I età del Ferro erroneamente attribuita ai Galli (2), posta alla confluenza tra il torrente Imagna e il fiume Brembo,  presenta la struttura tipica di un oppidum,  riconducibile alla cultura Golasecchiana e alla stirpe degli Orobi.
Si tratta di un insediamento posto  a controllo della via pedemontana, il cui tracciato costituiva un’importante direttrice di traffico che, in direzione Est-Ovest, metteva in comunicazione Como (nel V secolo punto di mercato in cui si incontravano gli itinerari commerciali fra i popoli transalpini e quelli dell’Etruria centro Italica) con Brescia via Bergamo, passando per Almenno (3).
Un percorso  riconfermato in epoca romana, quando diviene tracciato militare (la celebre “Strada della Regina”) congiungendo Aquileia (Friuli) con la Rezia (Svizzera)  attraverso Verona, Brescia, Bergamo e Como, ripercorrendo così l’antica direttrice Bergamo-Como di matrice protostorica (4) e divenendo asse  della centuriazione relativa al territorio di Almenno.

Da V. Gastaldi Fois, ‘La rete viaria romana nel territorio del Municipium di Bergamo’ in ‘Rendiconti dell’Istituto Lombardo’, 105, 1971

In quanto crocevia militare e commerciale verso l’Europa, la Strada della Regina percorreva un territorio immerso in un’area militarmente turbolenta, occupato da diversi presidi militari.

Via Ponte Regina si diparte dalla vecchia stazione ferroviaria di Paladina da dove, per un lungo tratto, scorre tra anonime abitazioni ed edifici industriali. Solo a partire dall’incrocio con via Riviera (nell’immagine) si scorgono, a lato della stretta sede stradale, gli alti muri di ciotoli per la protezione di frutteti, orti, giardini, che fanno rimpiangere l’integrità di strade unitariamente fiancheggiate da case coloniche dai caratteristici loggiati in legno

Percorsi un centinaio di metri, quando la via si restringe in prossimità di una curva, le montagne si profilano in lontananza, insieme alla familiare sagoma del campanile della “Madonna del Castello” di Almenno

Ecco le case di via Ponte Regina osservate dal loro lato più agreste, che sfugge ai tanti automobilisti che percorrono questa viuzza per sfuggire alle code della Statale, probabilmente ignorando che stanno viaggiando su un’importantissima, secolare, via di comunicazione

Non a caso ad Almenno la postazione romana fortificata sulla colline di Duno (il Dunum di Canezzo ormai incluso nel sistema difensivo romano) e di Castra (5), in una posizione dominante gli accessi alle valli Imagna e Brembana, svolse la funzione di proteggere la Strada della Regina –  lungo la quale erano sorti accampamenti – dalle incursioni provenienti dalle valli; incursioni dovute alla resistenza indigena che continuò anche dopo la latinizzazione dell’ager bergomense.

All’altezza di un antico edificio in borlanti, via Ponte Regina compie una decisa curva a gomito per infilarsi lungo una lieve discesa lunga un centinaio di metri. Interessante è lo spigolo dell’edificio, rimarcato da grosse pietre squadrate

Al termine della discesa vi è il salto verticale della rupe che si affaccia sul fiume Brembo. Dalla sponda di Almè, il Ponte della Regina sorgeva proprio laddove ora si scorge un muretto
Nel I sec. a. C. le vittorie sui Galli (6) estesero la presenza romana nelle nostre zone portando una sorta di stabilità: nell’89 a.C. fu esteso il diritto romano alle città indigene transpadane, nel 49 a.C., quando Bergomum divenne municipium (7), la Bergamasca venne divisa in distretti (a loro volta suddivisi in più piccoli insediamenti), dislocati in particolare lungo le vie romane nei punti strategici e militari.

Uno dei distretti con cui i romani divisero la bergamasca fu appunto il pagus Lemennis.
Avente il centro amministrativo in Almenno S. Salvatore, presumibilmente nei pressi della Madonna del Castello, il pagus comprendeva diversi vici, fra cui quello di Almè (Lemene).

Le valli orobiche furono liberate dai rischi delle intemperanze degli avversari più irriducibili solo nel 43 a.C.; fu solo quindi in seguito a questa data che cominciò una lenta penetrazione dei coloni, insieme alla romanizzazione della popolazione locale e allo sfruttamento delle terre conquistate.

Questa colonizzazione si concretizzava con la formazione di nuovi insediamenti, nuclei o edifici sparsi di carattere rurale, o con l’integrazione di quelli esistenti, in particolare in quelli situati nei punti strategici e militari.
Tali insediamenti dovevano essere costituiti da edifici realizzati con materiali poveri o ricavati dalle risorse locali (legno, pietre di fiume).

A sorpresa sotto il malandato asfalto emerge il vecchio selciato, una preesistenza probabilmente medioevale, ma che induce inevitabilmente a domandarsi cosa possa celare lungo tale percorso
Si può ipotizzare che il territorio della futura Almè sia uscito da un certo isolamento solo dopo la conquista romana della Valle Padana, e più precisamente in occasione dei lavori per la costruzione della via militare per la Rezia (la Strada della Regina), che proprio in quest’area richiese opere di notevole impegno.
Ai confini dell’attuale territorio di Almè pare infatti siano stati eseguiti i lavori per il taglio del passo fra Almè e Bruntino al colle Cavergnano (un nome chiaramente di origine romana) e poi quelli per la costruzione del grande ponte sul Brembo, il celebre Ponte della Regina, il cui intervento, in particolare, richiedendo una prolungata presenza di tecnici, operai e soldati nella zona, fa supporre che essa abbia dato luogo all’impianto di insediamenti stabili che trovarono nel fertile pianoro riparato dai monti un luogo ideale, destinato ad attrarre anche parte della popolazione locale (in prossimità del punto di innesto del grande ponte sulla riva del Brembo sopravvive ancora il toponimo Fornaci, attestato già nel 1220, che sembra derivare proprio dalla presenza di un’officina, impiantata in età romana, per approntare i materiali necessari alla costruzione del ponte).

Il sito su cui sorgeva il Ponte della Regina, con in primo piano il punto d’innesto del pilone poggiante sulla sponda di Almè. Si nota un notevole salto verticale: rispetto al greto del fiume la struttura si elevava di circa 27 metri!

Il rettangolo rosso evidenzia i ruderi del pilastro di Almè; il rettangolo giallo indica i resti sommersi sulla sponda di Almenno; il rettangolo azzurro indica il grande pilone di Almenno. La linea color ciclamino è perfettamente in asse ai due pilastri su cui sorgeva il ponte ed anche Maurizio, scattando dalla sua postazione, si sente “perfettamente in asse” con questa emozione! (Elaborazione di Maurizio Scalvini)

Ed infine, visualizzata dalla sponda di Almenno, la rupe da cui si dipartivano i piloni dell’imponente Ponte della Regina, con in primo piano i resti del pilastro di Almè. Contrassegnato in rosso, il punto esatto in cui termina la via Ponte Regina, da cui si dipartiva il piano del ponte che fu a lungo percorso dagli eserciti romani e dove attualmente sorge il muretto da cui sono state scattate queste belle immagini

Certamente quindi, la presenza di una infrastruttura di rilievo quale è il Ponte della Regina favorì la formazione di insediamenti romani nella zona.

Ricostruzione del ponte di Lemine di Elia Fornoni, 1894. Il monumentale ponte di Lemine, o ponte della Regina, edificato per l’attraversamento del Brembo all’altezza di Almenno S. Salvatore, sorse (II sec d.C.) lungo la Strada della Regina, che ricalcava un antichissimo itinerario commerciale già ripercorso dai celti lungo il territorio di Lemine

Proprio il nucleo di Almè potrebbe essere sorto e sviluppatosi come caposaldo attestato in prossimità del ponte romano: la testimonianza documentaria di due torri medievali nel luogo detto corobiolo (dal latino quadrivium), ad est della Torre d’oro, potrebbero giustificare la presenza più antica del presidio.

Un documento del 867 d.C. cita un fundo et vico Larno oggetto della permuta tra Garibaldo, vescovo di Bergamo, e un certo Pietro di Presionico. La definizione contemporanea di vico e fundo è ritenuta associabile ad un insediamento attorniato da terre coltivabili (l’uso del termine vico e fundo in epoca altomedievale può autorevolmente giustificare un’antica presenza romana).

Strutture difensive medievali presso il Ponte della Regina (Gritti, 1997)

L’analisi della toponomastica locale ricavata da documenti medievali ci permette di ipotizzare una frequentazione del territorio di Almè suddivisa in diverse aree. Si individua quindi un’area detta dell’Arme – che ricorda l’antica dizione – entro la quale, racchiuso tra i torrenti Rino e Quisa, vicino alla via di Sombreno, poteva sorgere un insediamento ora scomparso: una trama catastale di particolare interesse proprio in questo sito potrebbe far pensare ad una derivazione dell’antico frazionamento.
Lo stesso dicasi per il toponimo Caprinium (Cavergnano), nome antichissimo di una località che si ricollega alla romana gens Caprinia.
S’individua poi la località 10 Pertiche situato tra Almè e Larno lungo l’asse diretto a Sud, a Agro collocato tra Villa d’Almè e Almè.

Particolare della carta dei dei luoghi dei ritrovamenti, delle famiglie del culto di Santi romani in Lemene e Val Breno, su un’ipotesi di maglia di centuriazione (elaborazione: Studio Gritti). In evidenza la toponomastica locale relativamente alle località dell’Arme, Caprinium e 10 Pertiche

Proseguendo verso sud lungo la medesima direttrice si incontrano altri nuclei, vici, quali Palatina, Scanum e Motium, dei quali sono stati scoperti pochi reperti pressochè tutti riferibili al I-II sec. d.C., e quindi in coincidenza di un effettivo progresso della società bergamasca.

Particolare della carta dei dei luoghi dei ritrovamenti, delle famiglie del culto di Santi romani in Lemene e Val Breno, su un’ipotesi di maglia di centuriazione (elaborazione: Studio Gritti). In evidenza la toponomastica locale per quanto concerne le località Palatina, Scanum e Motium, in cui sono riaffiorati reperti databili I-II sec. d.C.

Di grande suggestione è anche l’osservazione del culto dei Santi locali: vi si ritrovano dediche tutte ipoteticamente riconducibili al periodo tardo romano: tra queste S. Faustino e Giovita (Villa d’Almè), a S. Maria e S. Giovanni Battista (Almè, Mozzo), a S. Maria, S. Alessandro e SS. Fermo e Rustico (Sombreno e Paladina), a S. Vito (Ossanesga), a SS. Cosma e Damiano (Scano).

Inoltre, grazie al ritrovamento di alcune lapidi nei vici lungo la Valbreno, a Mozzo e a Ponte S. Pietro si conoscono il nome di alcune famiglie in parte di origine celtica (che testimomierebbero di una base sociale indigena) e in parte in relazione con l’area di Piacenza, d’altra parte legata a Bergamo come facente parte della tribù Voturia. Tra i personaggi di rilievo Marco Maesio Massimo, e la famiglia Calidii.

Carta dei dei luoghi dei ritrovamenti, delle famiglie del culto di Santi romani in Lemene e Val Breno, su un’ipotesi di maglia di centuriazione (elaborazione: Studio Gritti). Nella colonna a destra s’individua il culto dei Santi Romani riferito ad ogni singola località. Nella colonna a sinistra sono elencati i nomi di alcune famiglie locali, individuati mediante il ritrovamento di lapidi dislocate lungo il territorio
L’unica testimonianza archeologica rilevante nel territorio di Almè è il ritrovamento di un’ara dedicata al dio Silvano in località Cavergnano, che fu successivamente depositata nel campanile di Almè. L’ara, riferibile al II secolo, venne dedicata alla divinità da Marziale Reburro, probabilmente di derivazione celtica, figlio di Publio e di Igia (8).

La presenza di diversi insediamenti è testimoniata dal ritrovamento di numerose testimonianze archeologiche, la più importante delle quali è un’Il ritrovamento dell’ ara votiva al dio Silvano (II sec.), trovata proprio nell’area circostante il ponte, in loc. Cavergnano

Per quanto riguarda le direttrici viarie, sono stati individuati due tracciati che dal Ponte della Regina raggiungevano Bergamo, passando per Almè.

Strutture difensive nel comparto nord-ovest di Bergamo (elaborazione Studio Gritti)

Un tratto, inizialmente rettilineo, percorreva un tracciato che, passando per Almè, si dirigeva verso Brughiera, Petosino, Ramera, Ponte Secco, Valverde, fino alla porta di S. Lorenzo.

Si ipotizza poi che vi fosse un altro tratto – quello ritenuto più sicuro – che, passando per Almè, percorreva la spina dorsale che da Sombreno, salendo da Fontana, raggiungeva le pendici del colle di Bergamo accedendo alla città attraverso porta S. Alessandro, la porta occidentale (9).

Altre direttrici oltre a quelle sopracitate ebbero nuovo impulso a partire dalla fondazione della colonia di Piacenza (218 a.C.).

Da un punto di vista archeologico-topografico, l’originaria scelta insediativa del nucleo di Almè, potrebbe riallacciarsi ad un ipotetica direttrice proveniente da Sud: ovvero al percorso storico della transumanza (l’antica via Bergamo-Crema), l’antico tracciato di origine preromana che dalla pianura conduceva ai pascoli brembani disegnando l’asse Mozzo-Scano-Ossanesga-Sombreno-Paladina-Almè, lo stesso che proseguendo verso sud sarebbe poi divenuto in epoca romana, un asse di riferimento per la centuriazione, forse riferibile al cardo n. XX indicato dal Tozzi, ovvero il cardo massimo della prima centuriazione del territorio bergamasco (10). E ciò in relazione a quanto supposto in recenti studi.

Se così fosse, anche la via per Sombreno, prolungamento naturale del cardo, risalterebbe nella regolarizzazione centuriata delle terre adiacenti.
Alcuni ritrovamenti d’epoca romana e l’aiuto della toponomastica locale, ovvero l’indicazione circa la presenza di famiglie riconducibili all’area di Piacenza, sembrerebbero avvalorare questa ipotesi, testimoniando quindi l’esistenza di insediamenti romani presumibilmente impostati sulla centuriazione.

E’ lecito dunque chiedersi se esisteva una centuriazione nella piana di Almè. Le tracce rilevabili all’oggi sono piuttosto esili ma, osservando i catasti ottocenteschi si intravede una suddivisione dei terreni perpendicolare alla direttrice sopracitata, seguita dai luoghi ritenuti presenti in epoca romana:
Motium, Scanum, Ossanisga e Palatina.

Dal catasto ottocentesco. In generale i sistemi di misurazione e valutazione dei possedimenti risultano essere molto spesso tra gli elementi portanti su cui si basa una ricostruzione storica. Questo vale in particolare nel caso di Almè, sia per la questione della omonimia con Almenno (la già citata definizione Lemene), sia per la carenza di memorie storiche locali

 

Almè, mappa catastale del periodo Lombardo-Veneto, primo rilievo (Archivio di Stato di Milano)

Si potrebbe quindi scorgere una divisione particellare che suscita particolare attenzione individuando due diversi orientamenti.

Particolare della carta dei dei luoghi dei ritrovamenti, delle famiglie del culto di Santi romani in Lemene e Val Breno, su un’ipotesi di maglia di centuriazione (elaborazione: Studio Gritti)

Il primo, continuativo a quello presente nella piana sottostante, sarebbe individuabile sia in una griglia particellare nell’area presumibilmente occupata dall’antico vico Larno, sia lungo l’asse che da Sud conduce alla strada della Regina nel sito anticamente detto 10 Pertiche.

Il secondo, comprendente l’abitato di Lemene ed i terreni e SE, sarebbe invece impostato secondo la direttrice della Strada della Regina.
Verso Nord, la presenza dei toponimi corobiolo e agro nonchè del centro di Villa Lemene ci potrebbero indicare un prolungamento della centuriazione fino alla base collinare.

NOTE
(1) La comunità di Almè ed il suo territorio, fino a quasi tutto il XVI secolo, sono sempre stati indicati nei documenti con il nome LEMINE o LEMENE, esattamente come la vicina comunità di Almenno, stabilita sull’opposta riva del fiume. Per questo, l’analisi di ogni documento relativo alle due comunità presuppone un laborioso accertamento che possa stabilire con sicurezza a quale di esse si riferisca il documento in questione.
(2) Secondo il Rota (Origine di Bergamo, lib. III) “dun” è un’espressione che nel linguaggio gallico significa “colle o monte”; nella Gallia oltremontana si hanno infatti numerosi esempi di città situate in luoghi elevati i cui nomi finivano in “dun”, che poi i latini modificarono in “dunum”.
(3) La cultura di Golasecca, civiltà sviluppatasi nella regione dei laghi lombardi, tra il Po e l’arco alpino, si trovava in posizione di rilievo nei rapporti economici tra la civiltà etrusca e, oltralpe, quella celtica. Tale situazione, oltre al naturale sviluppo di una rete viaria locale, favorì il formarsi di direttrici di traffico comprese in lunghe rotte commerciali, sulle quali si attestarono anche centri urbani quali Como (nel V secolo punto di mercato in cui si incontravano gli itinerari commerciali fra i popoli transalpini e quelli dell’Etruria centro Italica), Bergamo e Brescia. Tra queste, vi erano quelle definite come la Transalpina e la Pedemontana. La Transalpina, in direzione NO-SE, congiungeva la valle del Reno con Felsina e l’area del Mincio seguendo il tracciato passo di S. Bernardino – Bellinzona – Canton Ticino – Como – Brembate – Fiume Mincio e Mantova. La Pedemontana, in direzione E-O, metteva in comunicazione Como, centro nodale per l’accesso a Nord, con Brescia via Bergamo (De Marinis annota che da Bergamo il tracciato forse si divideva in due direttrici: “a nord attraverso la valle S. Martino si perveniva a Chiuso e quindi a Lecco….a sud seguendo il corso del Brembo si poteva passare l’Adda all’altezza di Brembate e di Trezzo” e quindi proseguire per Como – cfr. R.C. De Marinis, 1995, p.4 -).
Altre vie ipotizzate erano quelle che seguivani i corsi dei principali fiumi quali l’Adda, il Serio, l’Oglio, nonchè le valli Seriana e Cavallina e, infine, un tracciato tradizionalmente usato per la transumanza attraversante Crema – Mozzanica – Bariano – Morengo – Cologno – Urgnano – Zanica. Da qui si ipotizza una biforcazione conducente ai pascoli subalpini, verso Est, in valle Seriana e, verso Ovest, in valle Brembana.
(4) Fra il III e il II sec. a.C. si assiste a una decisa penetrazione romana verso Nord. La necessità di un controllo di un territorio più ampio e l’introduzione di una politica intesa al dominio disciplinato delle popolazioni autoctone viene attuata dalla repubblica romana mediante l’imposizione di nuovi tracciati, la razionalizzazione di quelli esistenti, e l’applicazione del sistema di centuriazione. In area lombarda si favorirono i collegamenti di pianura. Questi privilegiavano i percorsi da Milano verso Novara, Pavia, Piacenza, Cremona, Brescia, Bergamo e Como.
(5) Alle pendici della collina di Castra, sono venuti alla luce i resti di di un acquedotto di epoca romana, il cui impianto idrico consisteva in un condotto in calcestruzzo con sezione ad “U”, privo di copertura, della lunghezza di circa 2 km, che prelevava l’acqua da una cascata portandola fino alla forcella di Castra.
(6) Man mano i Romani avanzavano verso il nord Italia, la reazione tenace dei Celti fu domata dopo 5 anni di aspra guerra; le ultime due resistenze, specie nelle valli, furono fiaccate dal console Valerio nel 196 a. C.. Cosicché Roma portò oltre il Po la sua potenza ed il nostro territorio fu certamente latinizzato (in sequenza le vittorie furono: 222 a.C. sull’Oglio, 199 a.C. sul Mincio, 198 a.C. a Como, 196 a.C. a Milano (Cfr. P.Manzoni, Lemine dalle origini al XVI secolo, Bergamo 1988, p. 19).
(7) Nel Bergamasco i confini non dovevano inizialmente oltrepassare le cime dell’Albenza, del Resegone e del Canto Alto.
Nel I sec. a. C. le vittorie sui Galli (in sequenza le vittorie furono: 222 a.C. sull’Oglio, 199 a.C. sul Mincio, 198 a.C. a Como, 196 a.C. a Milano (Cfr. P.Manzoni, Lemine dalle origini al XVI secolo, Bergamo 1988, p. 19) estesero la presenza romana nelle nostre zone portando una sorta di stabilità: nell’89 a.C. fu esteso il diritto romano alle città indigene transpadane, nel 49 a.C. Bergomum divenne municipium (Il “municipio” romano era diviso in distretti, a loro volta suddivisi in più piccoli insediamenti, dislocati in particolare lungo le vie romane nei punti strategici e militari.
Fu solo nel 43 a.C. quando le valli orobiche vennero assoggettate al dominio romano liberando tutta la fascia collinare dai rischi delle intemperanze degli avversari più irriducibili, che cominciò una lenta penetrazione dei coloni, insieme alla romanizzazione della popolazione locale e allo sfruttamento delle terre conquistate. Questa colonizzazione si concretizzava con la formazione di nuovi insediamenti, nuclei o edifici sparsi di carattere rurale, o con l’integrazione di quelli esistenti, in particolare in quelli situati nei punti strategici e militari.

(8) Silvano, dio romano forse assimilabile ad una divinità agreste celtica Cfr. M. Vavassori (a cura di), Le antiche lapidi di Bergamo e del suo territorio. Materiali, iscrizioni, iconografia, in “Notizie archeologiche bergomensi”, n. 1, 1993, pp. 145-146.

(9) E’ importante, a tale proposito, precisare che le direzioni delle vie principali che si dipartono (e convergono) dalle antiche porte della città, furono fissate già dai tempi antichi, almeno dal periodo romano, quando le probabili porte della cinta romana, erano, così come oggi, orientate secondo quattro punti principali (in qualche modo riconducibili ai quattro punti cardinali) che si aprivano verso Milano, Brescia, Como e la Valle Seriana, corrispondenze che furono poi confermate dalle aperture principali di quella medievale e poi fissate in quelle della fortezza veneta: Porta S. Alessandro – verso Ovest -, Porta S. Giacomo – verso Sud -, Porta S. Agostino – verso Est -, Porta S. Lorenzo – verso nord.
(10) “Conseguentemente all’ammissione dello ius Latii (89 a.C.), iniziò la centuriazione del territorio bergamasco. Studi precedenti hanno individuato due fasi distinte: la prima, interamente compresa nell’area pianeggiante del territorio, riferibile all’epoca dell’ammissione, la seconda, in parte sovrapposta alla precedente, realizzata in epoca augustea in una situazione meglio definita militarmente. Seguendo le indicazioni del Tozzi la prima centuriazione venne orientata secondo l’asse Spirano-Stezzano. In seguito la Cantarelli ha ipotizzato come Cardo massimo, il tracciato di riferimento per la prima centuriazione, l’antica via Bergamo-Crema – anticamente usata per la transumanza – passante per Verdello e identificata dal Tozzi come cardo XX: Se così fosse, anche la via per Sombreno, prolungamento naturale del cardo, risalterebbe nella regolarizzazione centuriata delle terre adiacenti” (Gritti, op cit.)

Riferimento principale
A cura di Andrea, Luigia e Pietro Gritti, “Almè, l’antico nucleo e il territorio”, 1997.

Un ringraziamento alla gentilissima signora che ha aperto a Maurizio i cancelli del suo cortile, postazione ideale per gli scatti fotografici presenti nel post.

L’articolo è pubblicato anche in Due passi nel mistero