Scorci di vita bergamasca ai tempi delle Muraine: un viaggio fra le porte daziarie all’alba del Novecento

Quando nel 1428 la Serenissima s’impossessò di Bergamo, i borghi che si erano allungati fino al piano erano già protetti da una cinta muraria, che  Venezia provvide a rafforzare e completare tra il 1430 e il 1435.

Tommaso Frizzoni, Bergamo vista da occidente, 1795. In primo piano, la muraglia che cingeva i Borghi, lambita esternamente dalla Roggia Serio (in origine Fossatum Communis Pergami), oggi in gran parte interrata

Erano le Muraine, una cortina fortificata con merlatura guelfa, scandita da pusterle e portelli dotati di ponti levatoi, torresini e fossato esterno, forse troppo fragile per garantire una sicura difesa ma certamente più che sufficiente per definire una cinta daziaria attraverso la quale Venezia impose un pesante balzello: su ogni merce, sui servizi, sui titoli di proprietà e sulle attività esercitate dentro quel fragile recinto.

Caselli daziari ovunque

Anche in tutto il territorio il Senato Veneto aveva disposto un sistema di riscossione collocando caselli presso tutti i ponti: sui fiumi Brembo, Serio, Oglio, Cherio e loro derivazioni, dove ogni persona che veniva nel distretto bergamasco doveva pagare in base alla provenienza, se a piedi o a cavallo, naturalmente eccetto coloro che avevano il lasciapassare del Papa, dei Cardinali, delI’Imperatore, dei Duchi, dei Baroni e di altri Principi, di quanti erano “privilegiati dal Serenissimo Dominio” e di chi portava “Biava sopra il mercato”.

Casa Bottagisi a Redivo (Valle Brembana): l’edificio è stato a lungo ritenuto sede della Dogana Veneta. C’era il “dacio della semination del Guado” (pianta erbacea), il “dacio della Gratarola” (compravendita di animali), il “dacio del Pizzamantello” (legumi), il “dacio de’ banditi” (banditi dal territorio)… (Ph A. Fumagalli)

Le colonne di Prato in città

In città, nel 1620, per tassare i partecipanti all’annuale “Fiera di S. Alessandro” i limiti di franchigia erano stati fissati ponendo due colonne marmoree (le “colonne di Prato”) all’imbocco della strada per S. Leonardo, dove rimasero fino alla notte fra il 3 e il 4 giugno del 1882, quando, ormai vecchie e malridotte, vennero rimosse alla chetichella.

La spesa per il loro restauro era stata preventivata in trecento lire del tempo, ma i reggitori della cosa pubblica, per insensibilità o per spilorceria, non ritennero che fosse il caso di aprire la borsa e in gran segreto le cedettero gratuitamente a un capomastro, il quale le smontò e se le portò via nottetempo, essendo stato consigliato di non procedere alla demolizione di giorno per non incontrare le resistenze dei cittadini.

All’indomani del misfatto, l’Eco di Bergamo commentava: “Quel buttarle giù di notte e portarle via alla chetichella ha del misterioso. Si direbbe che chi le abbatteva avesse coscienza di commettere una brutta azione e cercasse il velo delle tenebre. Perché una guerra così esiziale alle innocentissime colonne di Prato?”.

Il campo di Marte nel 1880 in una foto di Andrea Taramelli. Sullo sfondo, all’imbocco di via XX Settembre (di fronte all’attuale via Borfuro), le due colonne di “Prato”, che funsero da limite daziario fino al 1882, indicando il limite della zona franca della Fiera 

Un bel mattino, durante il carnevale del 1898 le due colonne ricomparvero al loro posto. I primi cittadini accorsi attoniti ed increduli non tardarono ad avvedersi che le colonne erano di cartapesta. Alla beffa corrispose il giorno stesso la diffusione di un foglietto stampato, recante una poesia dialettale anonima, scritta per la circostanza da Luigi Citerio, il quale ammoniva le autorità comunali al rispetto delle antichità:

Töt chèl ch’è  vècc me rispetàl!  e ‘ndo ‘l se tròa l’è méi lassàl. Oe del Cümü, per carità la ròba nosta lasséla stà!…” 

Le colonne di “Prato” all’imbocco dell’omonima contrada (oggi via XX Settembre). Costituivano un punto di riferimento per i cittadini ma”Furono demolite con grettezza inqualificabile, come scrisse Davide Cugini (Racc. Gaffuri)

Arrivano i Francesi: dalle porte ai cancelli, ma tutto è ancora tassato

Fatto sta che alla fine del Settecento arrivarono i Francesi e nel frattempo la Città Bassa era cresciuta. Per facilitare il transito dei carri nei punti di maggior passaggio, le anguste porte fortificate medioevali vennero sostituite da cancelli, sempre affiancati dai caselli del dazio: la vecchia muraglia difensiva era quindi rimasta in piedi come cinta daziaria, che ben conosciamo grazie al generoso bagaglio grafico e fotografico dell’epoca.

La porta daziaria di Santa Caterina e il ponte sul torrente Morla nella tempera del pittore Giuseppe Gaudenzi (serie di angoli e tipici edifici cittadini dipinti verso il 1895-1900)

Bergamo si trascinava con riluttanza nel retaggio degli antichi balzelli, che costringevano chiunque volesse valicare la barriera – dal cittadino comune al benestante – a sborsare denaro per tutto ciò che si portava con sé.

Tra Porta Broseta e Porta Osio (Racc. Gaffuri)

Nessuno poteva superarla senza dover sottostare al controllo dei dazieri, che stazionavano lungo i cancelli proprio laddove un tempo erano state le porte medioevali frugando ovunque: dal carico del carro alla sporta della massaia e con tanti saluti alla ‘privacy’. Pagava il dazio l’operaio per il salamino scovato nel fagotto sul braccio, la massaia per il cesto di verdura, il contadino per il sacco di patate.

Tra via Broseta e via S. Lazzaro (Racc. Gaffuri)

“Gente che con poca creanza e meno riguardi metteva le mani addosso a tutti e a tutte, ficcandole col loro ispido mostaccio nelle ceste, nelle gerle, nei bauli, nei cassetti del landò signorile, come in quelli dei calessi o sotto il sedile dei barocci, dentro le diligenze e sopra i carretti di legna o di vettovaglie”.

Via S. Lazzaro (Racc. Gaffuri)

“Con una verga di ferro sforacchiavano involti di biancheria, sacchi e ceste di ortaggi e balle di fieno o fascine di legna da ardere. Dispute, litigi, ingiurie, parolacce, frizzi, moccoli davano empito drammatico a quest’azione farsesca di fastidiosi controlli”.

Costoro (i Finanzini), riconoscibili per una speciale divisa, alloggiavano in un apposito corpo di guardia a lato delle porte, con il compito – tra l’altro – di chiudere i cancelli la sera (d’estate verso le 21 e d’inverno alle 18) e di riaprirli il mattino seguente dopo le otto.

La porta daziaria di Sant’Antonio verso Borgo Palazzo, nella tempera del pittore G. Gaudenzi

Nei pressi delle porte esistevano diverse locande con stalli, proprio per ospitare gli inevitabili “ritardatari”: curiosando nei vecchi cortili di Borgo Palazzo o appena fuori Borgo San Leonardo, si possono ancora rintracciare gli antichi stalli, con tanto di anelli d’ancoraggio fissati alle pareti per assicurare i cavalli alla cavezza.

Prima metà dell’Ottocento: arrivano gli Austriaci e Bergamo è in odore di modernità

Nel 1837, con notevole lungimiranza e volendo creare un ingresso monumentale e nobile alla città degli affari, gli austriaci avevano aperto la barriera di Porta Nuova, assegnando ai propilei la funzione di caselli del dazio, con indubbio vantaggio economico, viabilistico e di decoro.

Nell’anno successivo si era tracciata la Strada Ferdinandea, la moderna arteria che da Porta Nuova si collegava a Città Alta attraverso l’odierno viale Vittorio Emanuele e la porta di Sant’Agostino.

La barriera di Porta Nuova.  La ripresa è stata effettuata tra il 1890 e il 1901: è posteriore al 1890 perché sono visibili i binari del tram ed è giunta l’energia elettrica a sostituire i lampioni a gas. Non va oltre il 1901 poiché esistono ancora i cancelli daziari (Raccolta D. Lucchetti)

A questa felice scelta era seguita la costruzione della stazione ferroviaria (1857), in perfetto asse con la Ferdinandea, verso la quale venne prolungato il nuovo viale.

I propilei di Porta Nuova e la chiesa delle Grazie, allo “start” della Strada Ferdinandea

Lungo l’arteria che rappresentava il prorompere della modernità e ormai proiettata nel nuovo secolo, Bergamo aveva così realizzato il cardine fondamentale su cui avrebbe impostato la città futura. Ma, a tale scopo, c’era ancora qualche ostacolo da superare.

Porta Nuova ai tempi del dazio in una ripresa anteriore al 1887 (datazione dedotta dalla presenza dei lampioni a gas e la mancanza dei binari del tram) (Raccolta D. Lucchetti)

Le Muraine sul finire dell’Ottocento: un ostacolo allo sviluppo della città

Dopo l’unità d’Italia, superate le inevitabili difficoltà del passaggio tra l’amministrazione austro-ungarica e quella del nuovo stato, Bergamo stava registrando una notevole crescita economica, con le sedi delle istituzioni pubbliche ormai scivolate dalla città sul colle al piano, al quale i bergamaschi guardavano per il futuro della città.

Città Alta prima della realizzazione della funicolare. L’isolamento del vecchio nucleo sul colle non si è arrestato nemmeno dopo la sua costruzione; le cattive condizioni igienico-sanitarie degli edifici indussero a provvedere attraverso un piano di risanamento, affrontato a più riprese (Racc. Gaffuri)

In quell’ultimo scorcio dell’Ottocento, cresceva vertiginosamente una diffusa voglia di modernità: Bergamo doveva crescere e lo spazio ideale era giù in basso, dove i primi urbanisti cominciavano a studiare strade e nuovi quartieri per mettere ordine tra i borghi.

La porta daziaria di via Cologno, ora G. Quarenghi, nella tempera del pittore G. Gaudenzi

Restavano tuttavia due grosse questioni da risolvere: quella del complesso semi-abbandonato della Fiera, di cui ancora non si sapeva cosa fare (e la felice soluzione arriverà più tardi, utilizzandone lo spazio per il nuovo centro), e quella delle Muraine, una specie di camicia di forza che rinserrava i borghi e ostacolava i commerci.

Gli storici edifici della vecchia Fiera

 

Una fase della demolizione degli edifici dell'antica Fiera - poco dopo la Grande Guerra - per far spazio al nuovo centro di Città Bassa progettato dall'architetto romano Marcello Piacentini. Nel lungo periodo della demolizione, non mancavano mai i curiosi
Una fase della demolizione della Fiera nel 1920 per far spazio al nuovo centro di Città Bassa progettato dall’architetto romano Marcello Piacentini. Nel lungo periodo della demolizione, non mancavano mai i curiosi

Immaginatevi la città stretta entro una cinta che non andava oltre Porta Nuova e che finiva da un lato all’inizio di Borgo Santa Caterina e dall’altro all’incrocio di via Broseta con via Palma il Vecchio. Un perimetro angusto, segnato materialmente da un vecchio muro lungo il quale le aperture dei cancelli erano poco più di una dozzina, costringendo chi la valicava a pagare anche solo per la sporta del pane.

E si capisce come Bergamo, città tipicamente mercantile, si sentisse stretta dentro l’antica cerchia.

Le case della ricca borghesia mercantile sorte tra Otto e Novecento lungo via Torquato Tasso

Lungo il recinto i cancelli sbarravano tutti gli sbocchi verso l’esterno: via Broseta, via Osio, Cologno, S. Bernardino, Porta S. Antonio, Borgo S. Tomaso, via Tre Armi, perfino il lungo e solitario budello del vicolo Lapacano.

Anche Porta Nuova era sbarrata da lunghi e grossolani cancelli, sebbene gli austriaci avessero già fatto demolire l’angusto portello pedonale delle Grazie, facilitando con ciò il transito dei carri e, di conseguenza, gli scambi.

G. Rudelli, il Portello delle Grazie al Convento di S. Maria delle Grazie (demolito nel 1829) con la torretta di sorveglianza e il ponte sulla Roggia Serio, osservati dal Prato di S. Alessandro

Fuori la cerchia delle Muraine i carri con le merci seguivano una sorta di circonvallazione lungo un percorso, consolidatosi col tempo, che ricalcava fedelmente il perimetro dell’antico muro: via Palma il Vecchio – via Previtali – via don Palazzolo – via Tiraboschi – via Camozzi – via Frizzoni – via Cesare Battisti: in fin dei conti seguito ancora oggi.

Ma il transito dei carri verso l’interno della città era perennemente ostacolato dalle anguste strade dei borghi e dall’esiguo numero dei caselli che ostruivano, impacciavano e infastidivano la circolazione, irretivano tutta la città quasi fosse un grande reclusorio di delinquenti pericolosi:

“Chi non li ha visti, quei cancelli, non può farsi un’idea della loro arcigna fisionomia ostile. Anche a esservi abituati, incutevano timore e fastidio” (1).

La porta daziaria di via San Bernardino, nella tempera del pittore G. Gaudenzi

E mentre i tram contribuivano a togliere dall’isolamento le periferie e sul colle di San Vigilio stava per nascere un quartiere-giardino, già si intravedevano i vantaggi edilizi che l’abbattimento delle Muraine avrebbe comportato nella città bassa, dove i nuovi ricchi pregustavano le eleganti villette proposte da un’immobiliare nel quartiere di S. Lucia .

Via al Paradiso, oggi S. Lucia, nel nuovo, omonimo quartiere (inizi Novecento)

C’era una gran fame di spazio, di nuove aree per costruire e per tracciare strade e quasi ci si esaltava per la fine del vecchio.

Il quartiere di S. Lucia con i nuovi villini all’inizio del Novecento

Giù le Muraine!

Fu dunque a furor di popolo che Bergamo decretò l’abbattimento della secolare cerchia di mura attorno ai borghi, sacrificata, quasi simbolicamente, al passaggio tra l’Otto e il Novecento.

Alle voci isolate – “Aboliamo la cinta daziaria. Demoliamo le Muraine. Abbasso il Medioevo!” – nell’ultimo decennio dell’Ottocento era subentrato un vero e proprio coro. I primi a tuonare contro dazio e vecchie mura erano stati i commercianti, estenuati dai continui controlli e dai balzelli, e con voto unanime dell’intera amministrazione allo scoccar del 1900 venne finalmente ABOLITO IL DAZIO per la Città di Bergamo.

Era allora sindaco il conte Gianforte Suardi, che, come deputato votò le indennità parlamentari per non impedire la partecipazione al governo delle classi popolari; e votò pure per il suffragio universale, vantandosene in un pubblico comizio. E se a Bergamo e in Bergamasca la pellagra fu finalmente debellata, fu merito anche suo come presidente per vent’anni della Commissione antipellagrologica. E fu lui, oltrettutto, ad avere la prima idea del nuovo centro di Bergamo (2).

I nostri predecessori salutarono con comprensibile gioia ed entusiasmo l’apertura dei cancelli delle porte, e con essa la riconquistata libertà di movimento dentro e fuori i Borghi. Bergamo poteva finalmente proclamarsi “città aperta” e quasi non sembrò vero ai cittadini di poter superare i propilei di Porta Nuova senza dover sottostare a nessun controllo.

L’abbattimento delle Muraine fu ufficialmente festeggiato nella notte fra il 31 dicembre 1900 e il 1° gennaio 1901, salutando il nuovo secolo con molte iniziative che coinvolsero tutta la città, dove botti di bottiglie stappate non si contavano.

Le cronache raccontano che sul Sentierone, dalle 23 a mezzanotte vi fu un concerto della banda Donizetti e poi un corteo sonoro lungo via XX Settembre fino a Piazza Pontida dove si tenne un concerto della banda San Giuseppe, seguito da un corteo sonoro fino ai vecchi caselli.
In Piazza Vecchia e per le vie di Città Alta vi fu un concerto della banda di Stezzano e dopo l’una, un po’ ovunque l’esibizione della Fanfara Garibaldi. Ma non solo: nei giardini pubblici, a mezzanotte vi furono fuochi d’artificio.

Come fu deciso di abolire la barriera daziaria, sembrò che Bergamo volesse cancellare ogni traccia dell’antico muro che ricordava il medioevo; così i nostri avi, travolti dall’entusiasmo, in quella fatidica notte di Capodanno del 1901 presero a demolire cancelli e portelli.
Per un certo periodo i cancelli rimasero spalancati, poi anch’essi vennero rimossi.

La città che si rinnova: demolizione di vecchie case in via Cologno (Racc. Gaffuri)

 

La città che si rinnova: demolizione di vecchie case in via Cologno (Racc. Gaffuri)

In seguito vennero coperte tutte le rogge che scorrevano davanti alle Muraine: nel 1930 circa, la roggia del fiume Serio, tra la torre del Galgario e la Porta S. Antonio. E le due vie (dentro e fuori le Muraine) formarono una sola carreggiata. Infine nel 1963 fu coperto anche il torrente Morla, da S. Caterina al largo del Galgario.

1916: la Roggia Serio nell’attuale via Frizzoni (allora via Pitentino), alla curva presso la torre del Galgario, lungo la Strada di Circonvallazione. Proprio a quest’altezza, il torrente Morla dava il cambio alla Roggia Serio, il canale che ricalcava il confine segnato in età comunale con il “Fossatum communis Pergami”, segnando a lungo il limite estremo della difesa sul margine esterno della cinta muraria e sulle vie principali che conducevano  al di fuori

Sparirono così, sotto i colpi di mazze e picconi, chilometri di muro, e con esso le piccole torri che scandivano a intervalli regolari il suo lungo perimetro.

La cappelletta dedicata ai morti della peste in Via Palma il Vecchio, al momento della demolizione delle Muraine

Per celebrare la fine della barriera daziaria venne anche data alle stampe una cartolina con la città vista da Porta Nuova e rappresentata tra una simbolica catena spezzata. Una cartolina “disegnata” senza problemi; problemi che invece dovettero affrontare gli editori di cartoline fotografiche”…

Quasi certamente questa cartolina fu spedita il giorno stesso della sua emissione (annullo postale del 2-1-1901). Chiaramente simbolica la catena spezzata; come se l’eliminazione dei cancelli avesse abolito il dazio…” (Domenico Lucchetti “Bergamo nelle vecchie cartoline)

“.. Per commemorare il lieto evento si voleva promuovere anche una cartolina fotografica con Bergamo priva dei cancelli daziari rimasti al loro posto ancora per un po’. Che fare? Risolse il problema, con uno stratagemma fotografico, l’editore milanese Fotocromo, mostrando il consueto acume commerciale dei ‘cartolinisti’. Si prese una precedente cartolina (sempre con Bergamo vista da Porta Nuova) della casa editrice bergamasca Libreria Tacchi (non sappiamo se compiacente o meno) e si eliminarono i cancelli con un ritocco abbastanza abile; e la cartolina ebbe successo, tanto che circolò per parecchi anni” (3).

“(annullo postale del 20-12-1899). Fototipia. Questa bella veduta di Porta Nuova fu liberamente usata da diversi editori. Uno di questi, Daniele Legrenzi, giunse persino a farne un’edizione senza cancelli daziari (previo abile ritocco) quando questi furono eliminati il 31-12-1900” (D. Lucchetti – “Bergamo nelle vecchie cartoline”)

Altre cartoline documentarono il procedere delle demolizioni, di cui era stata incaricata la Cooperativa lavoranti muratori.

Il rimpianto per quanto non c’è più

Della cinta murata medievale delle Muraine non restano oggi che pochi tratti, come in via Camozzi e in via Lapacano, mentre altri furono inglobati edifici e ogni tanto, quando ci sono dei lavori, se ne trovano le tracce.

Un tratto di Muraine in via Tiraboschi (cerchiato in nero), lambite dalla roggia Serio; vennero atterrate nel corso degli anni ’60 quando la roggia fu interrata. Nella mappa del 1816 del Manzini il tratto in questione si nota chiaramente

 

Scorcio di via Tiraboschi, affiancata dalla Roggia Serio (Raccolta D. Lucchetti, Museo delle Storie di Bergamo)

E’ dunque difficile immaginare come poteva essere la Bergamo Bassa murata e turrita poco più di un secolo fa, e ancor di più immaginare l’insieme delle due città – alta e bassa – protette da un antico perimetro murario.

La municipalità decise invece di risparmiare una delle due torri rotonde del circuito, quella del Galgario, che si distingueva dalle altre torrette anche per la sua mole: è ancora lì, con il gran traffico che le passa accanto.

Il ricordo più vistoso che resta delle Muraine è la torre del Galgario, l’unica delle due torri  tonde sopravvissuta allo scempio dell’abbattimento. A fianco della torre, usata per sostenere un curioso traliccio per i cavi dell’energia elettrica, un pezzo dell’antico muro sta sparendo sotto il piccone

Ancora a distanza di mezzo secolo l’ingegner Luigi Angelini deplorava l’abbattimento totale delle Muraine definendolo un “misfatto”, così come Umberto Zanetti definì quella demolizione “improvvida e vandalica”: “Non sempre i patres conscripti hanno amato i monumenti della loro terra, non sempre sono stati consci della responsabilità che potevano assumere innanzi alla storia della loro città. Vandalismo inutile quello dell’abbattimento delle Muraine”.

Nel boschetto alle spalle del monumento a Gaetano Donizetti è sopravvissuta una porzione delle antiche Muraine

Ma è quanto avvenne anche nelle altre città lombarde: a Milano, a Brescia, a Como, a Cremona, anche se fu Bergamo la prima in assoluto ad abbattere pressoché completamente la frontiera tra extra muros e la città (l’ultimo tratto delle Muraine fu demolito solo nella seconda metà del febbraio del 1901 e al Lapacano i lavori erano ancora in corso sul finire dell’anno).

I portici dell’antica Piazza della Legna

Il Comune, con il senso di parsimonia tipico del tempo, deliberò di fare buon uso delle pietre squadrate che si allineavano a mucchi lungo il tracciato delle Muraine, destinandole alla costruzione del muro di cinta del nuovo Cimitero monumentale.

Borgo Santa Caterina nel 1920. Qui si trovavano le trattorie delle Tre Corone, dell’Angelo, del Gambero e della Scopa. Luigi Angelini (nato in questo Borgo) ricordò che una sera, rientrando con i genitori da uno spettacolo circense di Piazza Baroni, avendo trovato chiusi i cancelli daziari dovette passare eccezionalmente dalla casa dei dazieri

Abbattute le secolari mura che dividevano materialmente, economicamente e moralmente la città, si era presentata come un’assoluta necessità studiare un coordinamento generale dell’espansione cittadina. Fu perciò definito un sistema stradale concentrico (anello di via Verdi, via Camozzi, via Mai), che alla fine del Novecento era ancora sostanzialmente immutato.

IL CIRCUITO DELLE MURAINE

La cinta daziaria correva lungo il perimetro delle Muraine che circondavano i Borghi. La bassa muraglia si raccordava alle mura di Città Alta (dapprima a quelle medievali ed in seguito a quelle veneziane) nei pressi  di Porta Sant’Agostino da un lato e di Porta San Giacomo dall’altro.

Pietro Ronzoni, Complesso di Sant’Agostino: veduta meridionale dal Baluardo di San Michele, 1837 (Milano, Quadreria dell’800): le Muraine si innestavano all’altezza dell’attuale Parco di S. Agostino correndo parallele alla Noca e piegando al termine di via S. Tomaso

Partendo dal Parco di S. Agostino la muraglia scendeva in direzione dell’Accademia Carrara racchiudendo Borgo San Tomaso fin verso il ponte di Borgo Santa Caterina, che ne rimaneva escluso, diviso dalle acque della Morla.

Da lì, seguendo il corso del torrente giungeva alla torre del Galgario, dove la Morla dava il cambio alla roggia Serio fiancheggiando la muraglia per tutto il rettilineo che, oltrepassato il portello del Raso lungo l’attuale via Camozzi, Porta Nuova e via Tiraboschi, piegava per via Palazzolo profilando il limite meridionale del borgo di San Leonardo, a sud delle vie Quarenghi, San Bernardino, Moroni e Broseta.

La cinta daziaria delle Muraine raffigurata in in una mappa del 1901, costeggiate da una Strada cosiddetta di Circonvallazione, e lambite esternamente dalla roggia

Da via Broseta la cinta risaliva fino al vicolo Lapacano – di cui seguiva il tracciato -,  salendo gradualmente per ricongiungersi con le mura sotto San Giacomo al Paesetto, al termine di via Tre Armi.

La cortina delle Muraine del Lapacano nel 1884, in una incredibile e rara testimonianza lasciataci dal fotografo Cesare Bizioli. La cortina muraria del Lapacano collegava Porta Broseta alla torre tonda del Cavettone, dove  la roggia Serio si univa alla roggia Curna che proseguiva verso l’ospedale per mezzo di un canale, parallelo alle mura, in luogo dell’attuale via Nullo (Patrimonio Lucchetti-Museo delle Storie di Bergamo – Ph rielaborata da Gianni Gelmini nel suo prezioso lavoro dedicato alle Muraine)

 

Antica via Lapacano sul colle, dove il toponimo è scomparso. Nella piana è ancora visibile un tratto superstite delle mura del Lapacano dove, nonostante le ferite inferte anche in epoca recente, quattro merlature ricostruite campeggiano uno accanto all’altra, mentre lo spessore delle mura è evidente grazie alle feritorie da balestra che si affacciano sulla strada

IN VIAGGIO FRA LE PORTE DAZIARIE

Borgo Santa Caterina: il borgo resta fuori 

Attraverso la porta di Santa Caterina si accedeva direttamente al borgo, escluso dalle Muraine, che seguivano in questo tratto il corso del torrente Morla.

Il Ponte di Borgo S. Caterina nell’Ottocento con l’omonima porta e il casello daziario, di notevoli dimensioni data l’importanza della porta. L’immagine riprende gli edifici di via San Tomaso, con in testa l’alloggio del comandante delle guardie daziarie. Sulla parete di destra un manifesto  annuncia uno spettacolo di burattini con Gioppino, da tenersi in via Pignolo

La cinta daziaria, questione di tasse a parte, era causa di non pochi inconvenienti per i cittadini. Borgo Santa Caterina, per quanto molto popoloso, non era mai stato compreso entro la cerchia delle Muraine.
In epoca medievale alcune torri ne difendevano gli accessi dalla campagna (al Maglio del Rame c’era una stongarda), ma non godeva della sicurezza rappresentata dalle mura.

La barriera daziaria di Porta Santa Caterina (già borgo di Plorzano). Il luogo è angusto ma vi passava il tram a cavalli (non c’è ancora la linea aerea di quello elettrico) che, dopo una stretta curva si dirigeva verso Borgo Santa Caterina (foto Rodolfo Masperi) – (Raccolta Lucchetti)

All’epoca del dazio ciò aveva i suoi vantaggi perché il borgo poteva commerciare con le valli senza tante limitazioni, ma la prospettiva cambiava quando calava la notte e gli agenti daziari, non effettuando più nessun controllo, sbarravano i pochi varchi. Bastava un’urgenza, la richiesta di un medico o un incendio: non si poteva passare dalla città al borgo se non dopo aver rintracciato l’agente del dazio per fargli aprire il cancello.

Il vecchio ponte di S. Caterina e l’imbocco di via San Tomaso (Racc. Gaffuri)

Nell’immagine seguente, le Muraine sono state abbattute e via Baioni ha guadagnato in spazio, ricavando notevoli vantaggi per il traffico con la Valle Brembana.

Se l’edificio d’angolo tra via C. Battisti e San Tomaso non è mutato, quello sull’altro lato è stato rimodernato. Al di là del ponte, la Morla è ancora scoperta, segno che non è iniziata la realizzazione di viale Giulio Cesare (in origine dedicato alla regina Margherita), che conduce allo stadio.

Il Ponte di Borgo S. Caterina a fine anni ’20, inizio anni ’30: il cancello daziario e gli edifici annessi sono già stati demoliti ed è anche scomparso il ponte di vecchie pietre sopra la Morla, ora scavalcata da un ponte in cemento (ma sono visibili gli archi del vecchio ponte), sul quale sta transitando il tram. Nel 1963 fu coperta anche la Morla, da S. Caterina al largo del Galgario

Il tracciato delle Muraine seguiva l’andamento del muro che delimitava l’alveo del torrente dal lato di via Cesare Battisti.

Il nuovo ponte di S. Caterina sovrasta le arcate del ponte antico

Il massiccio muro verso la Morla serviva per proteggere le abitazioni dalle piene del torrente, causa frequente di notevoli danni.

La torre del Galgario: la torretta evitò il piccone

La torre del Galgario, l’unica sopravvissuta delle due torri rotonde delle Muraine (l’altra era quella del Cavettone, a nord del Lapacano), rischiò l’abbattimento ben due volte: la seconda negli anni Quaranta, perché si sosteneva che la sua mole ostacolasse il traffico.

Davanti alla torre scorre la roggia Serio, alimentata dalle acque del fiume Serio con una presa situata ad Albino. Le Muraine sono già state demolite. A destra, l’antica muraglia proseguiva verso la porta di borgo S. Caterina, seguendo in questo tratto il corso del torrente Morla

Il 28 febbraio 1949, dalle colonne del “Giornale del Popolo”, l’architetto Pino Pizzigoni ammoniva a non commettere l’ennesimo delitto urbanistico. Sottolineava in particolare che la torre è l’unico ricordo storico della prima cinta esterna medioevale della città, più vecchia quindi delle Mura veneziane, e che fosse di per sé un elemento di decoro cittadino. Fortunatamente l’appello fu accolto.

Porta S. Antonio: e Borgo Palazzo resta fuori

Porta S. Antonio, situata all’altezza dell’imbocco dell’attuale via Pignolo bassa (Raccolta Lucchetti)

Alla porta di S. Caterina seguiva la porta di Sant’Antonio, chiamata anche Porta del Mercato. Fu innalzata dove iniziava il borgo che più tardi prese il nome di Pignolo, a pochi passi dall’antica chiesetta di Sant’Antonio in Foris, posta all’inizio di Borgo Palazzo:  un borgo, quest’ultimo, esterno alle Muraine, ma importante luogo di transito e via di comunicazione con la città, lungo la via per Seriate diretta a Brescia e a Venezia.

Porta S. Antonio, all’imbocco dell’attuale via Pignolo bassa

Ai tempi della Serenissima, l’ingresso in città del nuovo Podestà avveniva proprio lungo questa arteria; il Capitano di Bergamo stava ad aspettarlo sul ponte della Morla in Borgo Palazzo, tutto imbandierato, adorno di drappi e festoni come le case di tutto il borgo. I due personaggi e il loro seguito, compresi i due trombettieri, sfilavano in abiti sgargianti tra le quinte di colori vivaci e i saluti della folla, avviandosi verso Città Alta che era il cuore politico e amministrativo di tutto il territorio.

Ancora Porta S. Antonio in versione colorata

Nel budello di Borgo Palazzo, nascosti nei grandi spazi interni ci sono ancora i cortili e i magazzini che  erano serviti per gli stalli, per gli alloggi, per depositare la merce destinata alla città o che da Bergamo doveva essere trasportata a Venezia. All’epoca della dominazione di quest’ultima, la dogana era ubicata addirittura nel Borgo di S. Antonio. Tutte le merci prodotte in Valle Brembana e Seriana e dirette verso Venezia, vi facevano capo: nella parte del Borgo più prossima alla città, esercitavano l’attività “diversi mercadanti di panni”; la parte più esterna, ossia “Borgo Palazo”, era abitata invece “da conduttori, cavallanti, ed da altre sì fatte zente”, scriveva il Capitano Pizzamanno nel 1560.

Porta S. Antonio. A lato si vede la roggia

Il commercio era situato dentro all’abitato; chi esercitava il trasporto si collocava invece più all’esterno, dove poteva tenere le stalle, le tettoie per i carri, le fucine per riparare i veicoli, i maniscalchi. L’andirivieni di viaggiatori, di commercianti, di “conduttori e cavallanti”, non poteva non concentrare nel borgo osterie e trattorie con alloggio e stallo.

Com’era invece la zona intorno agli anni ’50: tra il 1919 e il 1955 l’edificio sulla destra era stato adibito a Dormitorio pubblico e in seguito impiegato come “Asilo degli Ebbri”, cioè ricovero per gli amanti di Bacco, i quali, dopo essere stati raccolti per le vie della città dalle forze dell’ordine, venivano messi a letto dopo una doccia gelata. I nuovi edifici di quest’area, tra cui il supermercato PAM, sorsero dopo il 1967

Largo di Porta Nuova: via anche l’ultima traccia

I cancelli di Porta Nuova (Raccolta Lucchetti)

La scomparsa dell’antico muro fu determinante per le sorti dell’attuale via Camozzi. Quando venne scattata la fotografia che segue, si chiamava ancora via di Circonvallazione insieme alle vie Tiraboschi e Frizzoni, e ai tempi delle Muraine assorbiva il traffico di carri che si snodava al di fuori della barriera daziaria.

Poi quest’ultima fu abolita e la città cominciò ad impossessarsi degli spazi che si rendevano liberi. E così la via Camozzi, da strada periferica assunse a poco a poco le caratteristiche di una via cittadina, svolgendo un ruolo sempre più importante per lo sviluppo urbanistico del futuro centro.

La svolta decisiva avvenne con la copertura della roggia, che cancellò anche le ultime tracce della presenza delle mura: è evidente che i lavori siano stati portati a termine da poco, tanto che non si è ancora realizzato il nuovo fondo stradale.
I pali di legno della linea elettrica, collocati un tempo lungo la sponda della roggia, segnano il percorso del canale, ormai invisibile.

Il traffico lungo la via Camozzi, carretti a parte, è inesistente. Ma tra non molto vi transiteranno i tram per Borgo Palazzo, il cimitero e Seriate. Nel 1933 vi saranno collocati i binari tolti dal percorso via XX Settembre-via Tasso.

Si lavora alla sistemazione del largo di Porta Nuova. Si sta anche togliendo il traliccio di ferro

Nello stesso punto della fotografia, non molti anni dopo sarà collocata la fontana progettata dall’arch. Bergonzo (la “Zuccheriera”), poi spostata verso la sede del Credito Bergamasco.

Largo Porta Nuova con la “Zuccheriera” progettata da Bergonzo. In Via Tiraboschi si nota sulla destra una porzione dell’antica muraglia demolita entro il 1950

Il portello di via Zambonate: la città ci stava stretta

Il portello di via Zambonate era in origine una stretta apertura nelle Muraine e vi transitavano solo i passanti: fu poi ampliato per esigenze di traffico.
Era all’inizio della strada dal lato verso la via Tiraboschi (tra ‘800 e primi ‘900 via Circonvallazione), oggi quasi all’altezza dei grandi magazzini Coin.

I due piccoli edifici ai lati del cancello servivano alle guardie daziarie per ripararsi dalla pioggia durante la notte.

Il portello di Zambonate. Nel cancello, spalancato solo per il transito dei carri è aperto un passaggio per i pedoni, che venivano controllati dagli agenti del dazio

Dal portello di Zambonate le Muraine si allungavano a comprendere la grande appendice di Borgo S. Leonardo, con al centro il crocicchio di Piazza Pontida, ovvero le “Cinque Vie” che si diramano rispettivamente per via Quarenghi (verso la porta Cologno e quindi verso Crema e Cremona); la via S. Bernardino (verso la porta Colognola e quindi verso Treviglio); via Moroni (verso la porta Osio e quindi Milano); via Broseta (verso la porta Broseta e quindi Lecco e Como).

Un tratto delle “Cinque Vie” in borgo S. Leonardo, il “cuore pulsante” della città, in direzione, a sinistra, di porta S. Bernardino e, a destra, di porta Osio (attuale via Moroni)

E, dunque, da Porta Cologno (a sud di via Quarenghi alta)….

Porta Cologno, all’incrocio tra via Quarenghi e via Palazzolo, sulla strada per Crema e Cremona (Raccolta Lucchetti)

…le Muraine si dirigevano verso Porta S. Bernardino

Porta S Bernardino, all’incrocio tra via San Bernardino e via Previtali, sulla strada per Treviglio (Raccolta Lucchetti)

 

Porta S Bernardino

…per approdare a Porta Osio, dove Napoleone non arrivò:

Osserviamola: il casello di sinistra di porta Osio è stato sottoposto a restauro; le sue dimensioni sono immutate ed è oggi è ancora riconoscibile anche se è stato sopraelevato e trasformato in una abitazione con più appartamenti.

Porta Osio (sulla strada per Milano), all’incrocio tra via Moroni e via Palma il Vecchio

Al centro del varco, in linea con l’asta centrale del cancello, un daziere posa con il folto gruppo dei presenti, tra i quali si notano anche alcuni ciclisti.

A Porta Osio si sta costruendo un telaio da coprire con teli e festoni, forse per qualche festività (Raccolta Lucchetti)

La città si stava preparando per ricevere Napoleone. Dopo l’arrivo delle sue truppe il 25 dicembre del 1796, la cacciata dei veneziani pochi mesi più tardi e la fine dell’antico regime di San Marco con l’insediamento della nuova municipalità, Bergamo aspettava il condottiero, che se ne stava nel capoluogo lombardo e di cui era stato annunciato il viaggio attraverso la Bergamasca.
Sarebbe dovuto arrivare per la strada di Milano: l’augusto ospite e la sua scorta sarebbero stati attesi all’ingresso della città, allora rappresentato da porta Osio (all’incrocio tra via Moroni e via Palma il Vecchio).

“La diligenza per Milano a Porta Osio”, ovvero Il casello daziario di Porta Osio in un dipinto (1830) di Costantino Rosa. In età napoleonica le porte furono sostituite da cancelli affiancati dai caselli del dazio

In vista dell’arrivo di Napoleone fu dato incarico all’insigne architetto Giacomo Quarenghi di realizzare un arco di trionfo e si pensò anche di trasformare la porta.

Il progetto (affidato all’architetto Giacomo Quarenghi, dell’arco di trionfo da erigersi in porta Osio, la cui costruzione era prevista per l’arrivo imminente a Bergamo di Napoleone Bonaparte. Progetto che non fu  realizzato

Napoleone poi rinunciò a venire: dell’arco furono gettate solo le fondamenta, in quanto alla porta, l’idea non ebbe seguito.

Gli edifici attigui a Porta Osio con il fabbricato semicircolare ancora esistente

Porta Broseta: la seggiola del daziere

All’altezza dell’incrocio con le vie Nullo e Palma il Vecchio, Porta Broseta nell’Ottocento, sulla strada per Lecco e Como (Raccolta Lucchetti)

Le due costruzioni dei caselli del dazio sono scomparse da tempo. Sul lato destro di via Broseta (per chi guarda) recentemente è stato abbattuto un edificio, sostituito da uno dal disegno molto moderno e che vuole forse, richiamare l’antica barriera.

Dovevano essere personaggi discreti gli agenti del dazio di guardia alle porte cittadine. Nelle fotografie che si conoscono, compaiono ben di rado.
E pensare che sono immediatamente riconoscibili: giubba con bottoni dorati, berretto con visiera, cappottone fino ai piedi per gli ufficiali (ma pantaloni regolarmente stazzonati).

Porta Broseta

Ci piace però immaginare che la seggiola che appare accanto al pilastro del cancello di Porta Broseta sia quella del gabelliere, usata per un po’ di riposo nei noiosi turni di servizio.
Lui, dopo il voto del consiglio comunale che ha detto “basta con le gabelle”, se ne è andato. La sedia è rimasta.

Fuori porta Broseta compare, come per la barriera di Porta Nuova, il banco di un ambulante. Ma la foto è confusa e non consente di capire che cosa vende: sono sacchi di castagne?

La porta di via Tre Armi: fin sotto le mura venete

Da Porta Broseta, la muraglia si dirigeva verso il vicolo Lapacano e da lì risaliva verso l’alta città, andando a ricongiungersi alle mura del Paesetto sotto Porta San Giacomo, dove si conclude il nostro viaggio.

Al Paesetto, tra via Tre Armi e la salita dell’attuale via Sant’Alessandro

Ed eccoli gli agenti del dazio, distinguibili per la giubba con i bottoni dorati, berretto con visiera e, per gli ufficiali, il lungo cappotto che arrivava ai piedi.

La foto (1895) mostra l’ultimo varco nella muraglia: la porta daziaria di via Tre Armi al Paesetto presso porta S. Giacomo (Raccolta Lucchetti)

 

Accanto alla porta daziaria di via Tre Armi al Paesetto, s’innesca la rampa che conduce a Porta S. Giacomo (Raccolta Lucchetti)

L’assemblaggio delle due immagini precedenti dà l’idea dell’esatta ubicazione della Porta di via Tre Armi: il piccolo edificio all’inizio della rampa di porta San Giacomo era la casa del capo delle guardie daziarie; abbandonato da tempo, è stato recentemente trasformato in una caratteristica abitazione.

La Porta daziaria di via Tre Armi, affiancata dalla casa del capo delle guardie daziarie (Raccolta Lucchetti)

Da via Tre Armi passavano gli ortolani che portavano in città gli ortaggi coltivati negli orti attorno a Borgo Canale e sotto le mura, lungo le scalette del Paradiso e di Santa Lucia. Ma alle nove di sera, quando si chiudevano i pesanti portoni e i finanzieri montavano la guardia, anche in via Tre Armi così come in via Noca, con la complicità delle notti buie senza luna dalle mura fronteggianti venivano calate lunghe corde per issare sacchi e cesti ricolmi di commestibili, che grazie al cielo giungevano a destinazione “de sfross” – di frodo – gabbando con gran soddisfazione le ignare. sonnacchiose guardie del dazio.

Le“Mura del Lapacano” a margine delle case di S. Alessandro, ritraggono le case del “Paesetto”, ai piedi di Porta S. Giacomo (foto Cesare Bizioli 1885 – Raccolta Lucchetti)

 

Note

(1) Carlo Traini, “Pagine al vento”, dattiloscritto conservato presso la Civica Biblioteca di Bergamo.

(2) Alfonso Vajana, Uomini di Bergamo, in “Il Novecento a Bergamo – Cronache di un secolo”, 2013, Utet.

(3) Domenico Lucchetti, “Bergamo nelle vecchie cartoline”.

Riferimenti

Bergamo e la bergamasca nelle immagini tra Ottocento e Novecento. Supplemento a L’Eco di Bergamo corredato da 24 fascicoli. A cura di Pino Capellini (anno non indicato).

Pilade Frattini e Renato Ravanelli, “Il Novecento a Bergamo”, 2013, Utet.
Domenico Lucchetti, “Le porte daziarie”, in “Bergamo nelle vecchie fotografie”.

Pino Capellini, La ‘barriera doganale’ del ‘400 bloccava lo sviluppo della città di Bergamo” – L’Eco di Bergamo, 12-1-2004.

Un viaggio di scoperta tra Valverde e Piazza Mascheroni, lungo l’antico borgo di San Lorenzo

Forografie di Maurizio Scalvini

Il bucolico scenario della valletta di Valverde, la conca adagiata sotto Colle Aperto, tra i baluardi di San Lorenzo e di Valverde

Avete la mattinata tutta per voi e volete spenderla passeggiando tra natura, monumenti e chiese, soli o con la vostra dolce metà, proprio come nella canzone di Battisti?

La giornata non è un granché ma non rinunciate all’idea di respirare l’aria di primavera, sgranchirvi e smaltire quel chiletto accumulato, ritemprando la mente, spesso affaticata da mille incombenze quotidiane.

Inerpichiamoci allora, lasciandoci stupire dalle bellezze racchiuse nella bucolica valletta di Valverde, volgendo lo sguardo alla ricerca dei particolari anche più nascosti che arricchiscono un paesaggio così bello da sembrar dipinto dalla mano di un pittore

In primavera, quando gli alberi da frutto sono in fiore e il canto degli uccellini regna sovrano, Valverde si veste di magia, presentandosi in tutta la sua unicità (dipinto di Claudio Facheris)

A Valverde si arriva da oriente attraverso la valle del Morla, il torrente  ammesso per centinaia d’anni nella nomenclatura dei fiumi, un tempo così limpido da sembrare acqua sorgiva: le massaie la utilizzavano per lavare la biancheria, che stendevano sulle rive in attesa che la luce e il calore del sole la rendessero candida come la neve. Con l’argilla estratta dal suo alveo venivano  fabbricate eccellenti  stoviglie, fra le migliori della Bergamasca.

Ai piedi del versante settentrionale, ricco di acque, scorrono alcuni rioli, come il riolo Valtesse, tra via Pietro Ruggeri da Stabello e il Torrente Morla, e il riolo Lazzaretto, che scorre ad ovest del complesso omonimo

Lo incontriamo nuovamente lungo via Maironi da Ponte, dove svolta fiancheggiando pigramente la pista ciclopedonale della Green Way, che in Valmarina si raccorda a via Ramera (da dove si impenna verso il Sentiero dei Vasi o S. Vigilio), oppure passa il testimone al Sentiero d’Ilaria, la pista che attraversa il versante settentrionale fino a Sombreno in compagnia del torrente Quisa: un percorso totalmente immerso nel bosco, dove il tamburellare del picchio la fa da padrone. L’avete mai provato? Da fare, magari alla prossima occasione.

L’ex monastero benedettino di Valmarina nell’omonima valletta, punto di raccordo tra la Green Way proveniente da Valverde, il sentiero d’Ilaria, via Ramera e Valtesse

Ma noi proseguiamo, diretti alla conquista della minore tra le aperture delle Mura, inerpicandoci decisi verso l’anfiteatro di Valverde, con le sue “ville di delizia” e alcune cascine ancora intatte, circondate da prati in declivio, alberi secolari e terrazze coltivate a vite e ulivo.

La vendemmia a Valverde, nel terreno appartenente alla famiglia Cerea, proprietaria dell’antica “Ca’ del sòi”

Superato l’imbocco della Green Way incontriamo l’ottocentesca chiesa di Santa Maria Assunta (edificata  su una chiesetta di cui si ha notizia dal 1494), preceduta dalla serie dei teschi esposti nella piccola sagrestia, a  ricordo della pestilenza del Seicento. Nella chiesa vi sono alcuni stendardi, dipinti da Giuseppe Carnelli ed esposti in particolari ricorrenze, che hanno per soggetto il prete, il re, il soldato, l’artista e il contadino, raffigurati sotto le sembianze di scheletri, sulla scia di una tradizione pittorica conforme a quelle tendenze macabre che si trovano di frequente nella Bergamasca

Lasciamo quindi alla nostra destra la suggestiva stradetta ciottolata di via del Roccolino, dove si sviluppa il baluardo di Valverde, “il lato oscuro delle mura”) sommerso dalla vegetazione.

Via del Roccolino si innesta da Valverde sbucando in breve tempo in via Beltrami all’altezza della polveriera superiore. La via si sviluppa lungo la parte nord delle Mura, tra le porte di San Lorenzo e Sant’Alessandro, celando al suo interno un giardino segreto

Superata la strettoia, abbracciamo finalmente con lo sguardo tutta la conca adagiata ai piedi degli edifici, il cui profilo si fa ora nitido, grande e incombente, lasciandoci pregustare i suoi innumerevoli tesori.

Da sopra fa capolino il Castello di Valverde, un raffinato relais adagiato sul cucuzzolo del colle di Fabriciano, originatosi da un fortilizio medioevale che comunicava con le torri di avvistamento di Sorisole e della Maresana.  Divenuto nel Cinquecento residenza di campagna del capitano veneziano, è chiamato Casa Quarenghi dal nome dell’architetto bergamasco ritenuto il progettista dell’attuale edificio: da lì si gode di una vista strepitosa, alla quale la prossima volta non potremo rinunciare.

La vista su Città Alta dal Castello di Valverde (o di Medolago)

Quel brividino che di tanto in tanto avvertiamo non è casuale: siamo nel versante più fresco dei colli punteggiato qua e là da limpide acque sorgive, la cui presenza disegna sul fondo della valletta un reticolo di seriole che in passato hanno fatto di questa conca il regno delle lavandaie: un regno ancora testimoniato dalla presenza della “Ca’ del sòi”, la cascina appartenente da cinque generazioni alla famiglia Cerea.

In tempi a noi lontani, la ricchezza di queste meravigliose sorgenti assicurava,  ancor prima della realizzazione di acquedotti in quota, una riserva sicura anche in caso di periodi particolarmente siccitosi, consentendo uno svolgimento redditizio delle attività agricole.

La cinquecentesca Cascina di proprietà della famiglia Cerea da cinque generazioni. Grazie alla presenza di un rio che attraversa il prato, la cascina è nota nell’area come “Ca’ del sòi” o “rio delle lavandaie”. L’esistenza di buone sorgenti nella fascia pedecollinare era ed è garantita dalla presenza, lungo il versante settentrionale dei Colli, dell’Arenaria di Sarnico, che consente la formazione di modeste riserve idriche sotterranee dal regime assai variabile, dipendente dall’afflusso delle piogge. Inoltre, la giacitura molto inclinata degli strati che sorreggono questo lato del Colle, determina la scomparsa delle sorgenti in quota e una loro ricomparsa a quote più basse

Sul crinale il rifornimento d’acqua era poi assicurato, probabilmente sin dall’epoca romana, dalle sorgenti che conosciamo per l’essere state raccolte nella fontana del Vagine (descritta in versi da Mosè del Brolo), nella Boccola, nel Lantro e nel Corno, anche se ciò è documentato solo a partire dall’età comunale.

La sorgente della Boccola, la cui presa è ancora visibile nell’arco incassato nel paramento murario, sgorgava da sotto la cinquecentesca chiesa di S. Matteo (sorta su preesistenze del XII secolo e unita nel Settecento al Seminarino, attivo dalla seconda metà del Cinquecento), proprio sotto le mura medioevali; doveva ricevere acqua anche dalle sorgenti che nel Cinquecento vennero incanalate nell’acquedotto di Prato Baglioni, così come dal sopravanzo della Fontana del Vàgine, che si trova appena sopra. Venne probabilmente sfruttata già dall’epoca romana (Ph Mario Colombo)

A queste sorgenti possiamo aggiungere quella delle Noche, nella valletta di  Colle Aperto (che alimentava dal Cinquecento l’acquedotto di Prato Baglioni), nonché la fontana delle Pirole in via Solata. E se pensiamo che ben cinque fra quelle citate – e purtroppo in buona parte esaurite – sgorgavano da sopra le nostre teste, il gioco è fatto!

L’acquedotto di Prato Baglioni (dal nome dei proprietari dell’area) iniziava appena sotto Colle Aperto e scendendo lungo la Boccola scorreva tra la Fara e il colle della Rocca, alimentando le fontane del Corno, di via Osmano, di S. Agostino e quella di Pignolo (Racc. Gaffuri)

La porta della Boccola, oltre a consentire al borgo di aprirsi verso Valverde, permetteva anche l’accesso all’omonima fonte, che sgorgava proprio sotto le mura medioevali. La sua protezione era garantita dalla tonda “turrisella”, ancora in gran parte esistente, che controllava l’accesso da Valverde.

Acqua come fonte di vita quindi ma anche acqua come elemento capace di forgiare il territorio, se immaginiamo che nel corso di milioni di anni la sua azione incessante ha modellato i profili di questa valle, dove, in corrispondenza delle attuali Mura, si elevava una rupe massiccia che conferiva al luogo un aspetto molto diverso rispetto all’attuale.

Scorcio sul declivio di Valverde

Possiamo osservare ciò che ne rimane nel paramento del baluardo di San Lorenzo, costruito inglobando la roccia, che è stata scalpellata ad arte per evitare onerosissimi costi di sbancamento. Dov’è stato possibile, su questa roccia i costruttori hanno “appoggiato” le Mura settentrionali, da S. Agostino fino a S. Vigilio!

La parete di Conglomerato di Sirone inclusa per oltre una decina di metri nel paramento murario del baluardo di S. Lorenzo (completato nel 1584). Affiora anche nelle vicinanze del Roccolino e ad ovest di Porta Garibaldi

Sotto questa roccia, così resistente da essere impiegata per realizzare grosse macine, corre un potente banco di Arenaria di Sarnico che ha formato lo zoccolo del ripido pendio settentrionale e che, ricercata per la sua compattezza e resistenza, ha fornito per secoli materiale da costruzione soprattutto per grandi monumenti come Porta S. Agostino e S. Maria Maggiore.

Si tratta di una pietra grigio-azzurra chiamata anche Arenaria di Castagneta dalla località in cui veniva estratta, tanto che nei pressi delle sorgenti (ben sei) che alimentano il primo tratto dell’acquedotto dei Vasi, esiste tuttora una località chiamata “Cavato”, con evidente riferimento all’attività di estrazione. La si estraeva anche all’esterno del baluardo di Valverde, dove si rintracciano i segni di ben due cave, e la vediamo affiorare percorrendo i boschi del versante settentrionale, fino a Sombreno.

Tornando invece al nostro baluardo e alla sua vecchia rupe (la “rupe di S. Lorenzo”), basterà aggiungere che questa durissima formazione prosegue sullo spalto con la piccola elevazione della “Montagnetta”, un vero e proprio sito geologico che rimanda a tempi lontanissimi.

All’epoca della costruzione delle Mura, nonostante le intenzioni iniziali e pur causando difficoltà nella manovra dei pezzi, la Montagnetta non fu demolita perché costituiva una buona difesa nel caso di tiro nemico da S. Vigilio.

Il baluardo di S. Lorenzo è anche detto “della Montagnetta” per la presenza, decentrata sul lato nord, di un corno di Conglomerato di Sirone (Ph Gianni Gelmini)

Su quella stessa roccia, alla quale siamo ormai affezionati, sorgeva la primitiva chiesa di S. Lorenzo, risalente all’VIII secolo e atterrata bruscamente nel 1561 – insieme a 59 case del borgo – a causa della costruzione della cinta fortificata veneziana (1561-1595).

Questa comportò lungo tutto il circuito la demolizione di numerose case, cascinali, scalette, viottoli, chiese e conventi, fra i quali ricordiamo con rimpianto l’antica Basilica di S. Alessandro e l’attigua chiesa di S. Pietro, il Convento di S. Stefano dei Domenicani, la chiesa di S. Giacomo e quella dei santi Barnaba e Lorenzino nelle vicinanze della porta di S. Giacomo nonché la fognatura d’epoca romana. Si salvò invece la chiesa di Sant’Agostino, grazie al versamento di un congruo contributo che modificò i piani iniziali di costruzione.

Fortunatamente, possiamo ancora ammirarla, benché sfregiata dal segno nerastro che ne decreta la fine, nella veduta di Alvise Cima realizzata perché rimanesse memoria visiva della forma urbis di Bergamo, prima che la Città venisse profondamente sconvolta con la costruzione delle nuove mura.

Descritta dalle fonti come ragguardevole, la chiesa (secondo il Mazzi la più antica della città) si trovava entro la muraglia medioevale all’imbocco del borgo, dove segnava il confine tra le vicinie di Canale e S. Lorenzo. Era affiancata da un ospedaletto (non indicato nella veduta), che nel 1458 confluì nell’Ospedale Grande di S. Marco.

Non molto distante dalla porta medioevale, la primitiva chiesa di S. Lorenzo, distrutta nel 1561 per l’erezione del cavaliere del contrafforte di S. Lorenzo (che sovrasta il baluardo omonimo)

La veduta ci restituisce la città medioevale con i suoi cinque borghi che allungati dolcemente verso il piano (“come le dita di una mano aperta”) lungo le antiche strade di accesso alle porte medievali, presero il nome delle rispettive chiese. Nel dipinto, il distrutto borgo di San Lorenzo, sviluppatosi fuori dalle mura medioevali, è cinto da una propria muraglia (un ampliamento), allungandosi verso il declivio fin verso la porta di Valverde; un borgo, ormai perduto, che le cronache descrivono “copioso d’honorate, e vaghe abitationi”,  quasi “da sembrare un’altra città”.

Alvise Cima (1693), Veduta prospettica della città di Bergamo e dei suoi borghi, prima della costruzione delle fortificazioni veneziane, particolare. Ben separato dagli altri, Borgo S. Lorenzo si sviluppa fuori il perimetro delle mura medioevali, cinto da una propria muraglia, caratterizzata da un andamento assai irregolare (oggi difficilmente intuibile dopo i sommovimenti realizzati per la costruzione della cinta bastionata), dovuto sia alla valletta del Lantro e sia al corrugamento roccioso che costituiva la dorsale sulla quale era sito il grosso del borgo e che in prossimità del muro accoglieva l’antica chiesa di San Lorenzo e i cui resti si possono ancora notare sul baluardo di San Lorenzo nella cosiddetta “Montagnetta”

Tramite l’imponente opera di “svuotamento” di ingenti quantità di terreno, operata per ragioni di sicurezza ai piedi del circuito bastionato, si è spezzata bruscamente la linea naturale dei declivi lungo i quali erano radicati secolari e rigogliosi giardini, alberature,  vigneti, frutteti, ortaglie e broli, che foraggiavano la città al piano.

Veduta su Valverde e Valtesse dalla Fara

Tra un baluardo e l’altro si sono così formate una serie di vallette, che hanno acquisito la loro denominazione in base agli elementi salienti che vi si sono trovati inclusi, e che hanno con il tempo riacquistato una nuova e straordinaria bellezza paesaggistica. Per comprendere il loro susseguirsi conviene ricorrere al disegno datato 1693 e firmato Alvise Cima, dove compaiono nell’ordine la Valle Verde, la Valle delle Noche, la Valle Avogadri e la Valle S. Agostino.

Gli scavi effettuati alla base del circuito murario veneziano (sovrimpresso in nero) hanno creato una serie di avvallamenti originando tra un baluardo e l’altro una serie di vallette che solcano il versante settentrionale del Colle: la Valle Verde (sotto Colle Aperto, tra il baluardo di S. Lorenzo e l’omonima porta, che con la relativa cortina taglia la parte alta della valletta, che entrerà a far parte del Forte di S. Marco); la Valle delle Noche (sotto il baluardo di San Lorenzo, tra la Valverde e la Valle Avogadri, separata da Valtesse dal torrente Morla); la Valle Avogadri (sotto il baluardo della Fara, tra la Valle delle Noche e la Valle di S. Agostino);  la Valle Sant’Agostino (particolare della tela firmata Alvise cima, 1693)

Nelle pareti delle Mura si nascondono tante storie, molte delle quali “narrate” dal materiale di risulta proveniente dalle demolizioni degli edifici: perchè tutto serviva, purchè si potesse portare avanti l’imponente monumento che oggi cinge gelosamente i nostri tesori.

Nella scarpa della faccia est del baluardo di Valverde, mimetizzati nella muraglia e soffocati dalla vegetazione, sono incastonati alcuni frammenti marmorei – del più candido  Zandobbio ma anche di un tenue color rosa -, attribuiti alla classicità romana e – forse – facenti parte di un grandioso portale. Generalmente i pezzi di risulta venivano inseriti “voltati” così da esporre le superfici levigate e prive di appigli alle palle di cannone del nemico; ma forse anche il “proto” – l’architetto di allora – fu colpito dalla bellezza delle decorazioni raccomandando ai manovali di metterle in bella vista, anche se in  quel settore delle mura pochi avrebbero potuto ammirarle: forse pensava a noi, cittadini di oltre quattro secoli dopo?

Frammenti marmorei di epoca romana, lavorati e scolpiti ad arte, inseriti nel paramento della scarpa della faccia est del baluardo di Valverde

 

Frammenti marmorei di epoca romana inseriti nel paramento della scarpa della faccia est del baluardo di Valverde

Il baluardo di Valverde si staglia all’estremità opposta della valle sottostante Colle Aperto e rappresenta una porzione inferiore del Forte di S. Marco, una “fortezza nella fortezza” realizzata per reggere un potenziale assalto nemico alla Città dalla parte del colle di San Vigilio, permettendo una sicura via di fuga  tramite il varco aperto nella Porta del Soccorso: la quinta e più sconosciuta del circuito murario veneziano, camuffata da comune portone!

Il Forte di S. Marco costituisce un’alta recinzione, estesa dalla porta di S. Lorenzo a quella di Sant’Alessandro. In questo settore, la Porta e la cortina di S. Lorenzo tagliano la parte alta della Valverde, entrata così a far parte del Forte di S. Marco Inferiore

E’ possibile visitarla attraversando le vie Roccolino e Beltrami, da dove si diparte la via Sotto le Mura di S. Alessandro: una suggestiva stradetta che si inerpica a fianco di via Cavagnis (strada panoramica per S. Vigilio), dove la Porta compare “nascosta” in un cortile privato. Proseguendo lungo il tratto movimentato da morbide contropendenze, si ricalca il perimetro esterno del forte di S. Marco superiore.

La Porta del Soccorso è “nascosta” tra la vegetazione lungo l’attuale via Sotto le Mura di S. Alessandro (laterale di via Beltrami), parallela alla strada panoramica che conduce a S. Vigilio. Il varco, ad uso esclusivo dei soldati, racchiudeva un passaggio sotterraneo segreto che collegava il versante nord dei colli al Castello di San Vigilio, da utilizzarsi in caso di caduta o di assedio

Ciliegina sulla torta è la Porta di S. Lorenzo, la più “campestre” di tutte, eretta in sostituzione della porta originaria ch’era collocata sotto il viadotto in corrispondenza dell’attuale.

Porta Garibaldi, già San Lorenzo. L’accesso nemico dalle valli poteva essere controllato dalle fortezze di Ca’ San Marco e da quella sul monte Ubione, in Valle Brembana

La vecchia porta (la prima ad essere costruita) era stata chiusa dai veneziani già nel 1605 perché ritenuta troppo isolata e di difficile sorveglianza, ma soprattutto perché spesso allagata dalle abbondanti acque che vi affluivano dalle sorgenti poste più a monte: un problema che richiese la realizzazione di un sistema di canalizzazione per lo scarico delle acque, visibile alla base della cortina, sul lato ovest.

Dopo la sua chiusura, i cittadini della Val Tegeta (Valtesse) e dei paesi limitrofi, costretti a lunghi giri per entrare in città, raccolsero e versarono alla Serenissima la cifra di 4.000 ducati d’oro allo scopo di far costruire il viadotto rialzato e la nuova porta (risalente al 1627), che, più modesta delle altre, venne collocata proprio “sopra” la vecchia consentendo nuovamente il transito. Alle sue spalle, la casermetta per il presidio (su cui apparivano lacerti di antichi affreschi) e, all’esterno, una fontana dove venivano convogliate le acque.

Porta Garibaldi (già S. Lorenzo), nel 1899 (Racc. Gaffuri)

Il passaggio fu dunque riaperto ma, rispetto alle altre, la nuova porta era di dimensioni più ridotte, cosicchè tutte le operazioni di dazio dovevano avvenire all’aperto con gran lagnanza delle guardie esposte alla pioggia e al gelo.

Da qui fecero il loro ingresso l’8 giugno del 1859 Giuseppe Garibaldi e i Cacciatori delle Alpi. Sereno Locatelli Milesi racconta che il generale vi arrivò verso le sette del mattino; l’impiegato del dazio aprì la porta e lo accolse come glorioso liberatore, mentre le guardie presentavano le armi. Una lapide sotto il fornice ricorda la fine della pestilenza nel 1630, periodo in cui il capitano Giovanni Antonio Zen rappresentò l’autorità pubblica.  La porta mostra ancora sulla trabeazione le fenditure per le catene del ponte levatoio

La porte venne intitolata a S. Lorenzo nel 1627 (anno in cui venne eretta l’omonima colonna più a monte) e dal 1907 è detta“Porta Garibaldi”

Sotto il viadotto è ancora visibile l’imbocco della vecchia porta, il cui nome, poi trasmesso a quella attuale, ricorda la demolita chiesa di S. Lorenzo, che è stata riedificata poco più a monte inglobando la fonte del Lantro.

L’imbocco della vecchia porta è sotto del viadotto. la nuova porta di San Lorenzo costruita alla fine del Cinquecento in sostituzione della porta originaria, il tutto immerso in un suggestivo paesaggio agreste

Da sempre la più bistrattata e dimenticata delle Porte delle nostre Mura, quella di San Lorenzo non si fregia da alcuna scultura ed è ormai completamente cancellato è il leone un tempo affrescato sopra l’arco d’ingresso.

Porta Garibaldi, già S. Lorenzo, nel 1935, con il leone alato  dipinto nel riquadro centrale. L’affresco era ancora visibile negli anni Cinquanta. Sotto il leone di S. Marco i Bergamaschi godettero di oltre 350 di pace, di crescita e di prosperità: un periodo così lungo senza invasioni e spargimenti di sangue non era mai avvenuto nella sua millenaria Storia

Eppure la Porta di San Lorenzo, imbocco diretto per le valli bergamasche, era il punto di partenza della Strada Priula tracciata dai Veneziani nel 1593 per ottimizzare i traffici verso la Valtellina e il Nord Europa attraverso il passo di S. Marco. La nuova strada consentiva di evitare l’attraversamento dei territori appartenenti allo Stato di Milano, in mano agli Spagnoli stanziati di vedetta a nord del lago di Como nel Forte di Fuentes, nel  Pian di Spagna.

Prima di varcare la porta è difficile resistere alla tentazione di volgersi all’indietro e gustare la luminosa bellezza di questa conca che – miracolosamente – conserva uno degli angoli di bellissimo verde che impreziosisce ancor di più le pendici di Città Alta.

Veduta d’altri tempi dalla Montagnetta, un bel balcone sulla conca di Valverde con il suo “castello”, sulla piana di Valtesse, sulla Maresana e il Canto Alto

Ora, riposati dalla lunga sosta prepariamoci ad affrontare l’erta ma panoramica salita che in breve ci proietta sugli spalti; bypassiamo la scaletta alla nostra destra svoltando in via S. Lorenzo 21 presso Casa Palma Camozzi Vertova (già Tini Guerinoni).

Casa Palma Camozzi Vertova, All’elegante fronte marmoreo su via San Lorenzo si contrappongono le piccole e rare  aperture del fronte verso via Fara, che ricordano l’aspetto severo di una struttura castellana. L’interno è ricco di preziosi affreschi

Si tratta di un bellissimo esempio, unico nel suo genere, di complesso fortificato medioevale a disegno triangolare, su cui si è innestato il palazzo nel Cinquecento, emergendo dal terrapieno occorso per l’erezione delle Mura e del bastione di S. Lorenzo: il piano terra della vecchia abitazione, allora posta a livello della strada medioevale ed oggi corrisponde alle cantine, racchiude un pozzo ancora funzionante.

Casa Palma Camozzi Vertova, con alle spalle la Rocca

A lato, dove la via si biforca con il viale delle Mura sorge l’umile chiesetta affrescata dedicata alla Beata Vergine Addolorata, meglio conosciuta come chiesetta dell’ultimo respiro. Qui erano condotti, mani e piedi incatenati, i condannati a morte: Venezia condannava all’estremo supplizio ladri ed assassini; l’Austria condannava alla pena capitale i cospiratori favorevoli all’unità d’Italia e la forca era eretta poco distante sul piazzale della Fara.

Chiesetta della Beata Vergine Addolorata, anche detta dello Spasimo e dei Condannati. La deposizione affrescata sopra la porta presenta un Cristo ritratto nell’abbandono della morte col capo appoggiato alla spalla della divina Madre e in un secondo piano una porzione di croce su cui risulta visibile il chiodo che trafisse i piedi del Salvatore. In alto, lo stemma gentilizio della famiglia Giupponi sormontato da una corona con nove punte, sorretta da due angioletti. La chiesa, un episodio architettonico unico in Bergamo presenta all’interno una bellissima pala con molti reliquari annessi

Proseguendo verso la Boccola, ci ritroviamo faccia a faccia con la colonna di San Lorenzo, eretta nel 1627 in memoria della primitiva chiesa di S. Lorenzo, distrutta per la costruzione delle Mura e ricostruita entro la fine del 1600 a pochi passi dalla colonna. Sopra il cartiglio, ormai abraso,  è scolpito uno scudo con giglio, emblema del santo protettore della città.

La colonna di S, Lorenzo, con il cartiglio che conteneva l’antica iscrizione, distrutta a fine sette/inizi Ottocento, nel periodo della Rivoluzione Bergamasca. Il testo, conservato nella Biblioteca Civica di Piazza Vecchia, recitava: EX RECLUSA TANDEM HACE JANUA/QUAE JANI NON EST CLAUSAE JANI/PORTAE IMPORTAT COMMODA PACEM/SEILICET AC UBERTATEM IN OPERA/ATQUE PROVIDENTIA FRANCISCI DUODI/ANNO MDCXXVII (Racc. Gaffuri)

La colonna, benedetta dal vescovo Priuli, fungeva da riferimento per il calcolo delle distanze lungo la Strada Priula tra la fortezza e la Valtellina, misurate in 44 miglia fino a Morbegno (circa 71 km).

La colonna di San Lorenzo, di ordine toscano su piedistallo, reca un cartiglio sovrastato da uno stemma in marmo di Zandobbio e termina con un capitello liscio e un ferro porta stendardo

Mentre le nuvole corrono nel cielo creando strani giochi di luce, continuiamo il nostro tour ricalcando il percorso della cinta medioevale imbattendoci, poco dopo la colonna, nella fontana del Lantro affiancata dalla cinquecentesca chiesa di S. Lorenzo e dall’oratorio dei Morti della Peste del 1630.

Via Boccola: la fontana del Lantro e la chiesa di S. Lorenzo, costruita entro il 1600 dal suo consorzio sulla piazza dell’Olmo, in sostituzione di quella demolita nel 1561 per la cinta bastionata veneziana

La chiesa è stata riedificata sopra la cisterna della Fontana del Lantro, che, originariamente posta all’aperto, si è trovata ad essere inglobata in un atrio interrato, al di sotto della chiesa stessa.

La vasca/fontana del Lantro è alimentata da due sorgenti, quella che  fornisce il nome alla fontana stessa – la più antica e dotata di maggior portata – che scaturisce da una cavità posta sotto la chiesa; l’altra è la sorgente di S. Francesco, che, intercettata durante i lavori di costruzione delle Mura veneziane, scaturisce sotto l’omonimo convento. Nel medioevo l’acqua sgorgava abbondante e soddisfaceva il fabbisogno idrico dell’intera vicinia di San Lorenzo

Alla fine dell’Ottocento la fontana venne sostituita dal nuovo acquedotto civico, rimanendo utilizzata soltanto come lavatoio fino agli anni Cinquanta, quando venne progressivamente abbandonata per un lungo periodo per poi essere recuperata dal gruppo speleologico “Le Nottole” di Bergamo.

Accanto alla chiesa di S. Lorenzo, l’ingresso al lavatoio della Boccola

 

La chiesa di S. Lorenzo, ad una navata e volta a botte, resse le veci di nuova Parrocchiale fino al 1860, quando venne aggregata alla Parrocchia di S. Agata nel Carmine. Grazie al sostegno di mercanti e artisti della vicinia, facenti capo alla Confraternita del SS. Corpo di Cristo, venivano celebrate le messe, distribuito pane tre volte l’anno e curati gli infermi, prima di destinarli all’Ospedale. Conserva all’interno un’Annunciazione di Enea Salmeggia e un Crocefisso con santi e donatori attribuito a Francesco Zucco

La chiesa è affiancata da una cappelletta dedicata ai morti della peste del 1630, preceduta da un portico. Nel lunettone che sovrasta la porta d’ingresso, una composizione macabra e una lastra tombale dipinta al centro, reca la scritta: RIPOSANDO QUI DALLA CHIESA TRASLOCATE LE OSA DEI NOSTRI FRATELLI PREGATE ALLE LORO ANIME REFRIGERIO LUCE E PACE

Inizi Novecento: la chiesa di S. Lorenzo e l’attigua cappelletta dei morti della peste del 1630, precedute dalla colonna di S. Lorenzo (Racc. Gaffuri)

Sul lato destro la morte con la falce accanto e a sinistra un dolente, entrambi appoggiati alla lastra stessa. Teschi, corone di fiori, faci spente e fogliame completano la composizione monocroma eseguita da un giovanissimo Emilio Nembrini nel 1936,  in sostituzione di un’altra precedente ridotta a pallida ombra.

L’oratorio dei Morti della Peste del 1630. I macabri dipinti nel 1936 da Emilio Nembrini, in sostituzione di un affresco scomparso popolarmente attribuito a Vincenzo Bonomini. Nembrini, nativo di Pradalunga ed appartenente a una famiglia di decoratori, venne iscritto giovanissimo alla scuola d’arte Fantoni, allora diretta da Francesco Domenghini, inaugurando una lunga carriera di affreschista

Secondo una tradizione tramandata oralmente dagli abitanti del borgo, il macabro scomparso apparteneva al pennello di Vincenzo Bonomini, pittore molto versato nell’esecuzione di scheletri.

L’oratorio dei morti presso la chiesa di S. Lorenzo intorno al 1965 (Ph Gianni Gelmini)

A metà salita ci imbattiamo nel fronte di nuda pietra del secentesco monastero di S. Agata, convertito a carcere nel 1798 e come tale perdurato fino al 1977. Il corpo di fabbrica a nord, lungo via del Vagine (nell’immagine sottostante), ospitava la sezione maschile, mentre buona parte dell’ala sud del convento, compresa la chiesa, costituiva la sezione femminile, oggi occupata dal bar/ristorante “Circolino”. Il complesso, purtroppo molto degradato e con gravi problemi di natura statica,  attende da tempo una nuova destinazione d’uso.

Le carceri nell’ex-monastero di S. Agata (Michi Cascio)

Più avanti, poco prima che la salita s’impenni sostiamo al cospetto delle grandi arcate sovrastate dalla mole dell”ex complesso del Carmine: un tratto residuo del perimetro difensivo altomedioevale, poggiante su resti d’epoca romana. Sappiamo che gli inizi del Seicento alle arcate erano state addossate, oltre alle case, la “barberia” e la “foresteria” del monastero, una fila di botteghe, tamponate in età moderna.

L’arco temporale di edificazione del monastero del Carmine, vede il periodo di massima attività tra la fine del 1400 e l’inizio del 1500 (con la costruzione di gran parte dell’elegante chiostro, del refettorio e dei locali per i monaci) per concludersi nella seconda metà del 1600 con la realizzazione delle stalle, della sala capitolare e della nuova, ricca libreria. Tra il 1605 e il 1620 addossate agli arconi e orientate verso via del Vagine vengono fabbricate le botteghe e le case, la “barberia”, la “foresteria” e finalmente in spatio di tempo tutta l’altezza con le camere et granaio di sopra (Storia del Convento, Manoscritto compilato dal padre G. B. Guarguanti). Con l’avvento del XVIII secolo si apre per il monastero un periodo di decadimento e, dopo la sua soppressione in epoca napoleonica, di abbandono

Luigi Angelini  descrisse il Carmine come un’opera edilizia il cui chiostro è tra i più tipici e forse il più caratteristico per eleganza di forme architettoniche ed armonia di misure nei vani dei portici e nella linea delle arcate.

Ex monastero del Carmine, l’ingresso da via Colleoni. Alcuni caratteri architettonici originali sono andati perduti nel corso dei lavori di consolidamento statico del complesso. Dal 1996 ospita il Teatro Tascabile di Bergamo

Poco oltre, incontriamo la Fontana del Vàgine, alimentata da una sorgente che sgorgava sotto via Salvecchio e che anticamente aveva scavato una valletta fino all’altezza delle grandi arcate, poi colmata mediante apporti di terreno, calibrati nel tempo in base alle necessità che man mano si presentavano: sia quelle legate alla disponibilità dell’acqua della fonte dentro o fuori la città e sia quelle legate alla necessità di fortificare il nucleo urbano sulla scorta delle esperienze di assedio subite.

Proprio questa incertezza riguardo l’altimetria del pendio impedisce di tracciare con certezza i percorsi seguiti dalle antiche mura in questa porzione di città, dove peraltro sono state costruite almeno due cortine difensive: una in epoca romana ed in seguito una cinta medievale il cui andamento è stato ipotizzato dal Fornoni: la più antica doveva partire leggermente più a sud dell’attuale porta del Pantano e raccordarsi con le arcate del Vagine per poi proseguire passando circa a metà di quel che oggi è il chiostro del monastero di S.Agata.

La porta medioevale del Pantano inferiore da Piazza Mascheroni, in direzione Colle Aperto (la porta superiore è stata demolita nell’Ottocento)

 

In epoca romana quest’area era interna alla citta’ murata, anche se ne era certamente al margine, come confermato dai reperti ritrovati nel corso degli scavi effettuati prima della costruzione del Relais S. Lorenzo, in Piazza Mascheroni. Qui in corrispondenza delle grandi arcate poste alla base dell’ex monastero del Carmine (testimonianti un tratto residuo del perimetro difensivo altomedioevale) si è rinvenuta una teoria di 16 ambienti terminanti ad emiciclo, identificati come strutture terrazzate di contenimento realizzate per limitare i cedimenti naturali del declivio collinare, in questo tratto particolarmente accentuato. Con il passare dei secoli, in questo contesto urbano intensamente frequentato fin dall’antichità, si sono realizzate opere costruttive sempre più articolate e particolarmente complesse

 

Cunicoli delle mura del Vagine (Racc. Gaffuri)

La seconda cortina si può ancora seguire con esattezza: partiva dalla porta del Pantano e passava di fronte alla fontana del Vàgine, poi pigliando per l’attuale via della Boccola rasentava il giardino di casa Tassis, passava sotto il Seminarino e sotto le case della parte inferiore della via Tassis, toccava il Lantro e raggiungeva la porta S. Lorenzo.

Alvise Cima (1693), Veduta prospettica della città di Bergamo e dei suoi borghi, prima della costruzione delle fortificazioni veneziane, particolare.

Incassata nel primo degli archi a tutto sesto che si susseguono verso le ex carceri di S. Agata è la fontana del Vagine, tra le prime documentate nella storia della città.

Fontana del Vàgine, conosciuta già in epoca romana come fons opacinus, fonte di tramontana, per la sua posizione che volgeva a nord. Ora la falda si è persa e dell’acqua non vi è più traccia. Alla fontana potevano attingere sia gli abitanti che i cavalli e disponeva di un lavatoio e di una cisterna molto grande

Pare che la sorgente godesse di grande fama e che i forestieri si recassero ad ammirarla per le sue qualità curative. Secondo le descrizioni di Mosè del Brolo in Liber Pergaminus (1120-1130), le sue volte, il pavimento e le pareti erano ricoperte di marmo.

La fonte del Vàgine nella Racc. Gaffuri

Al termine della breve ma scoscesa salita sbuchiamo in Piazza Mascheroni, in un’area intensamente frequentata sin dalle epoche più antiche e modificatasi nei millenni per necessita’ urbane, economiche e di potere.

La piazza assume il nome di piazza Mascheroni all’inizio del Novecento

In angolo tra la Boccola e la piazza, il Relais S. Lorenzo cela al suo interno importanti testimonianze di una parte della ricca storia di Bergamo, visibili e fruibili in giorni ed orari prestabiliti.

Piazza Mascheroni con il Relais S. Lorenzo a sinistra, in angolo con via Boccola

 

Interno del Relais S. Lorenzo, con i reperti archeologici risalenti al VI/V sec. a.C., una domus, strutture absidate ed intonaci dipinti d’età Romana, insieme ad ambienti porticati, cantinati e cortili ascrivibili tra il bassomedioevo e il Settecento

Proprio qui vi era un tempo la piu’ antica Hostaria della città, detta della Croce Bianca, citata nel 1596 da Giovanni Da Lezze e descritta da Tommaso Bottelli nel 1758, alle cui mura verranno accostate quelle ad uso militare della “Munizione della Paglia”: una trattoria con vasti locali di deposito paglia, che forse serviva per le stalle destinate ai cavalli, poste dirimpetto proprio sotto l’alloggio dei soldati presso la Cittadella.

L’angolo tra via Boccola e piazza Mascheroni con il ristorante Giardinetto (Racc. Gaffuri). La creazione di questo lato della piazza è il frutto di una lunga serie di demolizioni attuate fra l’Ottocento e gli anni Trenta del Novecento (Piano di Risanamento), che avevano lasciato un vuoto privando l’area di una funzione precisa

 

Il Ristorante Giardinetto con pergolato e gioco delle bocce, nel 1975

La piazza si trova al livello del pianoro ondulato sul quale è stato edificato  l'”hospitium magnum” della trecentesca Cittadella viscontea (alloggiamenti per la guarnigione e il comando), il grande recinto murato costruito su terreno vergine che includeva l’intero colle di San Giovanni dividendo in due parti la città.

L’arcigna fortificazione era protetta esternamente da un fossato che nell’area dell’attuale piazza Mascheroni creava una larga fascia inaccessibile, colmata nel Cinquecento con la realizzazione della piazza Nuova.

Piazza Mascheroni con il settecentesco Palazzo Roncalli a chiusura del lato sud, che ingloba il fronte della Loggia dei mercanti, realizzata su progetto di Andrea Ziliolo nel 1520 e tornata alla luce  nel corso di lavori eseguiti nel 1981. Il lato nord è aperto sulle quinte della Maresana e delle Prealpi mentre sui lati lunghi la piazza è chiusa ad ovest dalla Cittadella viscontea (già Hospitium Magnum) e ad est dalle abitazioni poste all’imbocco di via Colleoni e dal Reais S. Lorenzo. E’ completata da olmi siberiani e da una vera da pozzo settecentesca

E’ appunto nel 1520 che la piazza assume la rigorosa forma attuale, quando cioè Venezia decide di trasferirvi una parte del mercato pubblico che si teneva in Piazza Vecchia (granaglie e biade per foraggiare il bestiame), designandola come “Piazza Nuova” per distinguerla dalla precedente, divenuta centro politico-amministrativo della municipalità veneziana.

A tale scopo fa edificare la Loggia mercantile (inglobata nel Settecento  nella facciata dell’attuale Palazzo Roncalli e tornata alla luce nei restauri del 1981), utilizzata per le contrattazioni e per appendervi i bandi e le sentenze criminali, nonchè un’ininterrotta fila di botteghe commerciali addossate al lato orientale della Cittadella viscontea. Nello stesso anno la piazza viene selciata.

La nuova piazza affiancata all’hospitium magnum (divenuto residenza del capitano veneziano), diviene così un nuovo polo economico-commerciale per la città e resterà luogo di mercato fino alla metà dell’Ottocento, quando le botteghe sul lato della Cittadella verranno demolite in attesa che la piazza assuma una nuova configurazione.

In un dipinto del 1830, Piazza Nuova (ora piazza L. Mascheroni) realizzata nel 1520 come nuova piazza di mercato e centro dell’economia cittadina, con la loggia mercantile (non visibile nel dipinto) e il basso fabbricato addossato alle mura medioevali Viscontee, con la  lunga fila di botteghe e le osterie

La loggia e tutti i fronti degli edifici attigui vennero decorati con affreschi di cui restano brani sul palazzo porticato e a destra della Torre della Cittadella.

Il pittore brembano Giovanni Busi detto Cariani (allievo del Giorgione) affrescò  le due teste di leone dalla folta criniera poste accanto ai peducci delle arcate isabelliane nonchè il busto di uomo con scettro, realizzati in uno splendido monocromo.

La facciata del settecentesco Palazzo Roncalli, nella testata meridionale di piazza Mascheroni, con il fronte della loggia mercantile rinascimentale costruita per le contrattazioni, del cui progetto fu incaricato Andea Ziliol (i lavori per la sua esecuzione e per le varie costruzioni adiacenti vennero assegnati a Francesco Pietro Cleri). Nel Settecento la loggia venne inglobata nella facciata dell’attuale Palazzo Roncalli, tornando alla luce nei restauri del 1981 eseguiti sotto la direzione dell’architetto Francesco Giraldi

Del Cariani anche le decorazioni alla destra dei peducci, con la scena di una Venere distesa insidiata da un satiro e il giovinetto intento a suonare il flauto, posto all’estremità della facciata.  Di particolare interesse, sul fronte laterale del palazzo, altri affreschi attribuiti al Cariani eseguiti probabilmente dopo il 1528 durante il suo secondo soggiorno bergamasco. In una delle due lunette, due uomini accanto a due sacchi tengono fra le mani dei chicchi di grano, che stanno guardando e valutando: una normale operazione che si svolgeva dove il grano era commercializzato e generalmente posto nelle parti alte delle case, dove poteva essere più arieggiato e conservato.

Palazzo Benaglio, una scena di contrattazione di granaglie, collegata alla funzione della loggia mercantile (restauro eseguito da Andrea Mandelli nel 1983)

Per la sua conformazione piana, la piazza ospitava anche giochi, gare, giostre e tornei, fra i quali il Calvi ricorda, nel 1567, la festa per “caccia dei tori e dei cani” durante la quale due tori inferociti, fuggiti al di sopra dello steccato per la Corsarola, ferirono gravemente parecchie persone: una tradizione che raccoglieva l’antica eredità dell’area, occupata dagli edifici da spettacolo sin dall’epoca romana (teatro e anfiteatro), che si è protratta fino all’Ottocento interrompendosi quando la Cittadella, divenuta sede dell’I.R. Deputazione Provinciale, cambiò nome e assunse quello di Piazza del Lino.

Nell’area antistante Palazzo Roncalli, nel settore sud di piazza Mascheroni, il rinvenimento nel 1989 e nel 2001 di frammenti di capitelli, di cornici, di un timpano, di colonne scanalate, consentono di ipotizzare l’ubicazione di orchestra, proscenio e scena del   teatro romano, la cui cavea (molto estesa) doveva sfruttare l’andamento del versante settentrionale del colle di San Giovanni. L’anfiteatro era invece spostato più a occidente, come attestato dall’andamento curvo dell’ala ovest della cittadella viscontea, con strutture murarie spesse oltre due metri fondate su elementi murari più antichi

In asse con la Corsarola, la via che attraversa la città, s’erge la porta-torre viscontea d’ingresso alla Cittadella (l’unica conservatasi nella parte piana), con una terminazione settecentesca ad arco e con cinque singolari cuspidi di gusto sloveno ed una campanella, aggiunte probabilmente nel ‘800 durante l’occupazione austriaca. La torre viene chiamata oggi torre della campanella e presenta sopra il poggiolo uno stemma con al centro un’aquila bicipite (simbolo in stretta connessione con lo stemma del Sacro Romano Impero), adottata come proprio emblema dal casato degli Asburgo, Al centro dell’aquila uno scudo inquartato con i simboli alternati della Serenissima e dei Visconti ossia il leone alato ed il biscione.

La torre d’accesso alla Cittadella viscontea, in piazza Mascheroni. L’affresco dell’aquila posto al centro della torre è ricomparso dopo i lavori di restauro eseguiti nella Cittadella negli anni 1958/60 sotto la direzione dell’arch. Sandro Angelini. Fu dipinto da Luigi Bettinelli (1824 al 1892) per conto del’amministrazione austriaca che occupava la Cittadella

 

La torre d’accesso alla Cittadella viscontea, in Piazza Nova, oggi Mascheroni, già Mercato del Lino (Racc. Gaffuri). Dopo il restauro della torre della campanella sono scomparsi alcuni elementi presenti nel disegno: l’uomo e la donna a lato dell’orologio, in piedi su un piedistallo e le quattro lunette nella sommità della facciata, due per parte della torre, citate dal Pasta ed attribuite al Cariani. Le botteghe addossate alla Cittadella sono ancora presenti

Al centro della piazza campeggia una vera da pozzo ottagonale in marmo di Zandobbio; l’opera risale al periodo della dominazione veneta, quando alle fontane vicinali si aggiunsero alcune importanti opere di ampliamento e di abbellimento, fra le quali si annoverano anche la cisterna di Piazza Mercato delle Scarpe, la sostituzione della fontana della vicinia di S. Pancrazio con quella più elegante fontana davanti all’omonima chiesa ed infine la costruzione della fontana Contarini in Piazza Vecchia, la più famosa tra le fontane della città.

Piazza Mascheroni prima dell’abbattimento delle casette che si addossavano alla Cittadella. Al centro, la settecentesca vera da pozzo portante il nome del Capitano Marino Cavalli, con la quale si attingeva alla cisterna costruita agli inizi del 1600 sotto la piazza

Chiudiamo la nostra visita alla piazza con la medioevale porta del Pantano inferiore, che sottopassa il breve andito diretto in Colle Aperto e che insieme alla distrutta porta del Pantano superiore – le due antiche porte disposte sul lato di via Boccola – costituiva l’unico possibile passaggio (sorvegliato da una piccola guarnigione che richiedeva anche il dazio), stretto fra il fianco nord dell”‘hospitium magnum” e le mura settentrionali.

La Porta del Pantano inferiore, osservata da Colle Aperto (Racc. Gaffuri)

Ma perchè Pantano? Perchè fin dall’antichità la zona posta alle sue pendici era pressochè paludosa ed insalubre, e certamente il fossato difensivo che proteggeva la Cittadella non ne aveva migliorate le condizioni.

Particolare di uno degli affreschi cinque/seicenteschi posti sulla facciata dell’edificio che sovrasta la porta del Pantano, dove accanto a brani mitologici compare anche uno stemma gentilizio

Giunti al culmine della nostra passeggiata  e rinvigoriti da tanta bellezza, torniamo sui nostri passi ripercorrendo la Boccola fino alla Fontana del Lantro, dove notiamo sulla destra un andito curioso: è il Passaggio dedicato dalla municipalità a Beccarino da Pratta, un modestissimo caporale della Serenissima che esattamente in questo punto sventò il tradimento del conestabile a guardia della porta, impedendo alle truppe dei Visconti di penetrare nottetempo in città da porta San Lorenzo.

Passaggio Beccarino da Pratta dalla Boccola

 

L’imbocco del passaggio Beccarino da Pratta da via S. Lorenzo

 

Via S. Lorenzo

In un amen l’esigua scorciatoia ci catapulta lungo la salita di S. Lorenzo dove, proprio al di sopra dell’imbocco del passaggio rendiamo omaggio a Santo  patrono della vicinia (uno dei più venerati in tutto il mondo), affrescato sulla facciata del civico 32. La passione di San Lorenzo, martirizzato a Roma nel III secolo, è una delle più note nell’agiografia cristiana.

Al civico 32 di via S. Lorenzo, il patrono della vicinia con indosso la dalmatica, l’ampia tunica rossa, lunga fin sotto il ginocchio. Il santo impugna la graticola, simbolo del suo martirio, la cui corona viene posta sul suo capo da due angeli paffuti. Festeggiato il 10 agosto, è il patrone dei rosticceri, degli osti, dei cuochi, dei bibliotecari, dei librai ed è invocato contro gli incendi, la lombaggine e le malattie della vite

La via S. Lorenzo, da mettere in stretto collegamento con la costruzione del trecentesco convento di S. Francesco, collegava anticamente il centro della città al borgo Fabriciano (Valverde) e alle valli Imagna e Brembana attraverso la porta medievale di S. Lorenzo, demolita nel 1829 ma di cui possiamo vedere l’imposta del pilastro appena superato l’imbocco di via Tassis, quasi in fronte al civico 24a.

L’imposta del pilastro della porta medievale di S. Lorenzo, nella via omonima, demolita nel 1829

La porta medievale di San Lorenzo osservata da sud, in un disegno di Pietro Ronzoni

Poco più avanti incrociamo la curiosa casa dai mille caminetti (un tempo casa di piacere): la leggenda narra che ogni comignolo ricordava il campanile di una chiesa abbattuta per far posto alla costruzione delle mura veneziane.

Ma soprattutto, sulla via S. Lorenzo c’erano un tempo numerose osterie e botteghe, cadute in disgrazia in seguito all’erezione delle Mura veneziane e al crollo del ponte romano  della Regina, che attraversava il Brembo nei pressi di  Almenno S. Salvatore. Delle insegne che segnalavano la presenza di osterie è rimasta quella dell’antico ristorante dell’Angelo, parzialmente riadattata.

Antica insegna del caffè dell’Angelo in via S. Lorenzo. L’angelo, con le ali azzurre, indossa una tunica nocciola e tiene tra le mani una verga; nella doppia cornice di ferro battuto sono evidenziati i tralci della vite; l’insegna è sormontata da una corona di ferro

A fine corsa sfioriamo con lo sguardo la vertiginosa torre del Gombito – dal latino compitum, ossia incrocio o crocicchio -, punto d’incrocio del cardo e del decumano di romana memoria e torre più alta della città.

Torre del Gombito

Torniamo infine sui nostri passi per una sosta all’area archeologica di vicolo Aquila nera (dal nome curioso di una vecchia locanda), spiando da dietro le vetrate un incredibile spaccato della storia della città antica, dell’insediamento protourbano del V secolo a.C. ad oggi.

sfiorando l’area archeologica di vicolo Aquila Nera e lanciando un occhio alla torre del Gombito, edificata nel XII secolo; non prenderà mai il nome delle famiglie che nei diversi secoli ne diventarono proprietarie

Noteremo i resti della domus romana (di cui rimangono parte dei muri e dei pavimenti), il pozzo e reperti risalenti a un periodo compreso tra il I secolo avanti Cristo e il II dopo Cristo, sui quali, in epoca medievale, è stata edificata un’altra abitazione, in parte ancora visibile.

Area archeologica di vicolo Aquila Nera nella Città Alta di Bergamo

La visita è gratuita ma è necessaria la prenotazione: magari la prossima volta?

La vita e il lavoro nella Valverde e nella Valtesse di ieri

E’ impossibile non innamorarsi della conca di Valverde, quell’anfiteatro verdeggiante esposto nel versante più fresco dei Colli, che s’inerpica su, fino alla porta di San Lorenzo, ai piedi della quale si adagia nella sua splendida semplicità, volgendosi al meraviglioso profilo del borgo San Lorenzo.
Ma quanto conosciamo davvero questa piccola località incastonata tra l’alta città e le propaggini montane?  
Cosa sappiamo del suo passato e della sua gente, del  lavoro che per secoli si svolse in questa umile eppur bellissima porzione collinare, consorella di Valtesse?
Per questo motivo ho voluto dedicare alle due località un intimo affresco, che ritrae i momenti più significativi della vita e del lavoro che  si svolgeva nei campi e nelle cascine: dalle attività più tradizionali legate all’agricoltura  con la produzione della vite, a quella tipica del luogo, a molti sconosciuta: quella dei lavandai, un’attività resa possibile dalla presenza della Morla e dai tanti ruscelli e ruscelletti che solcavano copiosi tutta l’area

Le cronache di fine Ottocento raccontano che fino agli anni ’50 del secolo scorso Valverde era tutta composta da lavandai e giornalieri.

Tra le tante famiglie che traevano sostentamento da questa attività, spiccavano i nomi dei Sarzetti e dei Luzzana.

Sarzetti Lucia Rigamonti in una foto giovanile, davanti al cavallo e Sarzetti Pietro nel carro, con il cappello da alpino, assieme ad un amico, con il carico di biancheria da lavare ritirata in città. Foto del 1946, ripresa nella stradella che da via Maironi porta alla cascina di Valverde, sotto la porta Garibaldi

La famiglia Sarzetti svolgeva tale mansione presso la cascina “Cerea”, nel cuore della Val Verde, utilizzando l’acqua del “rio Valverde”, alimentato da sorgenti permanenti disseminate in tutta la valletta che scende da Colle Aperto e da Porta S. Lorenzo.

Porta S. Lorenzo segna la linea di demarcazione fra Valverde e Città Alta (Raccolta D. Lucchetti)

La cascina “Cerea” era anche denominata la “Cà dei sòi”, tradotto letteralmente in “casa dei mastelli”, qui ritratta in una cartolina dell’epoca insieme ad una quantità incredibile di lenzuola stese ad asciugare: l’attività dei Sarzetti reggeva la concorrenza dei lavandai di Paladina, dove quasi tutti gli abitanti erano occupati in tale attività.

La “ca dei sòi”, nella valletta di Valverde, attorniata da lunghe fila di LENZUOLA stese ad asciagare, segno evidente della presenza nella cascina dell’attività di lavandai. La biancheria veniva ritirata al lunedì e riconsegnata al sabato. Agli alberghi si faceva il possibile per riconsegnarla già al mercoledì (Raccolta D. Lucchetti)

Nel vocabolario dei dialetti bergamaschi del Tiraboschi,“Sòi”  sta per “Mastello, Tinello. Gran vaso di legno, a doghe, cerchiato di ferro, consimile a un tino, ed adoperato pel bucato”.

La “Ca dei sòi” e il profilo di borgo S. Lorenzo

I mastelli, collocati sopra un treppiede di legno – “cavra dei sòi” -, contenevano fino all’orlo i panni da lavare, che venivano ricoperti con un tessuto a trama fitta sopra il quale i lavandai versavano la cenere di legno e poi l’acqua bollente. Da questa miscela si otteneva la liscivia, il rudimentale detersivo di una volta.

Il lavoro comportava una gran fatica sia per i lavandai e sia per donne di casa, che adottando tale sistema garantivano una perfetta pulizia del bucato, profumato in modo del tutto particolare.

La “ca dei sòi” e Valverde nella penombra. In lontananza la Maresana e il Canto Alto

Tra gli altri, facevano parte della clientela dei Sarzetti il Comando della Guardia di Finanza con sede in Rocca, il Comando dell’aviazione tedesca, sistemato nell’attuale scuola di ragioneria nei pressi della stazione ferroviaria, l’Albergo “Agnello d’Oro” di Borgo S.Caterina, l’Albergo del Sole di Piazza Vecchia.

Albergo del Sole in Piazza Vecchia

La biancheria veniva ritirata il lunedì e riconsegnata, al massimo, a fine settimana; ma per quanto riguardava, in particolare, le tovaglie dei ristoranti e le lenzuola degli alberghi, si faceva il possibile per portare a termine il lavoro con maggior celerità.
Il trasporto della biancheria avveniva con il carro tirato dal cavallo.

Il carretto dei lavandai in via Arena

C’erano poi i Luzzana, che svolgevano l’attività di lavandai vicino aI ponte della Morla. Il capo famiglia, Luzzana Pietro, era conosciuto come Piero del pùt.
L’abitazione era accanto al ponte dal lato della chiesa.

La barriera daziaria di Porta Santa Caterina (già borgo di Plorzano) in una splendida fotografia di Rodolfo Masperi (Raccolta Lucchetti)

 

Luzzana Pietro e Esposito Giacoma via Maironi da Ponte, 1919 (Lazzana, lavandaio al Ponte della Morla)

Per lavare veniva utilizzata l’acqua stessa della Morla, che all’epoca, alla fine anni ‘3O, era ritenuta pulitissima.

I sòi erano collocati in uno stanzone al piano terra dell’abitazione, mentre i panni lavati, per lo più lenzuoli, tovaglie, asciugamani, venivano stesi ad asciugare in un campo che la famiglia aveva in affitto al di là della Morla, prima del ponte.
In una fase successiva, nel campo era stato costruito anche un capannone dove erano stati sistemati i mastelli e in tal modo tutta l’attività si svolgeva oltre la Morla.

Tra la clientela gli abitanti ricordano le suore Canossiane di via della Milizia (oggi via S. Tomaso), il conte Marenzi di Pignolo, alberghi e ristoranti.

Via S. Tomaso, un tempo chiamata via della Milizia

Per ritirare e riconsegnare la biancheria (ritirata al lunedì e riconsegnata il lunedì successivo) i Luzzana usavano un carretto trainato da un asino di loro proprietà, che tenevano presso il vicino contadino.

La famiglia di Pietro Lussana, di via Maironi, 1948. “Piero del put” è noto per essere stato uno degli ultimi lavandai di Valverde

Piero del pùt cessò l’attività di lavandaio verso l’inizio degli anni 40 per una sfortunata serie di motivi: la morte dell’asino, che gli serviva per ritirare e riconsegnare la biancheria (e che non poteva rimpiazzare), una forte inondazione della Morla, che aveva divelto quasi tutte le pietre sistemate per lavare (l’acqua  aveva ricoperto anche il ponte) e la partenza per la guerra del fratello, che gli dava una mano nell’attività.

La piena della Morla del Luglio 1992 (Foto di Carlo Scarpanti)

 

La piena della Morla del Luglio 1992 (Foto di Carlo Scarpanti)

In Valverde v’erano altre famiglie di lavandai, seppur con attività più limitata rispetto a quelle citate.
I Cerutti (Ol Filottì) svolgevano l’attività in via Filotti, nella casa abitata dalla famiglia e adoperavano l’acqua della Morla.

Anche la casa di Andreini Piero detto, “il Baracchì”, di via Filotti era denominata “la cà dei sòi”.

L’ingresso dell’osteria “Gnuc”

I Noris abitavano in una casetta in via Maironi, dal lato apposto alla chiesa, sotto il castello di Valverde. Usavano l’acqua di una seriolina che passava lungo la strada.
I Noris avevano costruito anche un’ampia tettoia sotto cui stendere i panni ad asciugare.

Nella panoramica, il castello di Valverde sulla destra

I Foresti abitavano all’angolo tra via Valverde e via Maironi; anch’essi usavano l’acqua di una seriolina che passava nelle vicinanze; probabilmente, come per i Noris, doveva trattarsi di diramazioni del “Rio Valverde”.

Un componente di quest’ultima famiglia, di professione tipografo, si faceva notare per essere proprietario di un velocipide (una bicicletta con la ruota davanti grandissima e quella posteriore invece molto piccola) con il quale ogni anno partecipava alla biciclettata organizzata da un gruppo di Valverde.

C’erano poi i Borsatti,  lavandai in via Valverde nella zona delle case Rossi, che utilizzavano l’acqua del ruscello della valle delle Cave. Nella stessa zona  anche i Minoia dovevano forse svolgere la medesima attività.

Nel tratto finale del ruscello, poco prima della confluenza nella Morla, erano sistemate delle grandi pietre lisce utilizzate per lavare i panni.

La via Maggiore, in uscita da Valverde

Con gli anni ’50 cessava l’attività dei lavandai di Valverde.
Diversamente da quanto in quegli anni fu fatto a Paladina – località in cui quasi tutti gli abitanti svolgevano l’attività di lavandai -, a Valverde non furono introdotte innovazioni e quando giunse a termine la stagione del solo lavoro manuale, cessò anche l’attività dei lavandai.

 

Momenti di vita e di lavoro: le immagini

Franco Rigamonti al mercato nel 1954

 

Brembati Evaristo, nonno di Burini Anna Rigamonti

 

Farina Carolina, nonna di Burini Anna Rigamonti

 

I fratelli Rigamonti nella stagione della divisa, 1936. Le quattro divise rappresentano rispettivamente: figlio della lupa, balilla, avanguardista, giovane fascista

 

Cattaneo Giacomo della Tegazza, con i compagni di lavoro, al termine della costruzione della cappelletta votiva lungo la strada che conduce a S. Vigilio (fine anni ’20)

 

Cattaneo Giacomo della Tegazza, muratore, al lavoro per costruire la cappelletta votiva lungo la strada che conduce a S. Vigilio (fine anni ’20)

 

Gritti di Valverde (1° a sinistra), classe 1895

 

Ingresso stabilimento Fratelli Mazzoleni

 

La Sace ritratta nel 1946 in occasione dell’inaugurazione dell’ stabilimento. Il territorio di Valtesse è ancora quasi del tutto agricolo

 

Veduta su Valverde, la piana di Valtesse e la Maresana. In lontananza a destra spicca la chiesa di San Colombano

 

La casa contadina dei Taiocchi trasformata in officina, prima che venisse abbattuta per la costruzione di un nuovo edificio da adibire alla produzione (1960 circa)

 

Via Pietro Ruggeri: Boffelli Gianni nella salumeria ereditata da suo padre Antonio (nativo di Camerata Cornello), che aveva aperto il negozio negli anni ’20

 

“Piciorla e pom”

Panorama su Valverde da Colle Aperto (Raccolta D. Lucchetti)

La piana di Valtesse è molto cambiata, dove c’erano cascine e molti poderi, oggi ci sono tante abitazioni e l’attività agrícola è del tutto scomparsa.

Anni ’30: massaie rurali di Valtesse e Valverde alla “Ca Binca” di via Castagneta

Anche sui Colli, si sa, vi sono stati moltissimi cambiamenti; il numero delle case è rimasto pressappoco lo stesso ma da cascine per contadini si sono trasformate in abitazioni per il ceto medio.

Anni ’30: massaie rurali di Valtesse e Valverde alla “Ca Binca” di via Castagneta

Dei vigneti di allora, testimoniati dalle immagini dell’epca, non restano che pochi lembi.

Veduta sulle propaggini di Valverde e sulla piana di Valtesse

 

Veduta sulle propaggini di Valverde e sulla piana di Valtesse

Quegli stessi vigneti che non consentivano la produzione di vino di buona qualità ma piuttosto di un vino chiamato “piciorla”.

Anni ’30 – “Ca Bianca”: le viti del “piciorla” e la mietitura svolta ad opera delle massaie rurali

 

Anni ’30 – “Ca Bianca”:  Le viti del “piciorla” e il “melgòt”, con le massaie rurali

Si parla del ”piciorla” in un curioso articolo pubblicato dall’“Eco” il 24 apríle del ’93, che rievoca episodi riportati dal giornale un secolo prima:

”Ieri sera (cíoè Domeníca 16 aprile 1893, visto che il reporter scriveva il lunedì 17), verso le 7 e mezza, nell’osteria detta il Trentino fuori Porta S. Caterina, vennero a rissa parecchi contadini di Valtesse. Riscaldatisi presto gli animi, volarono per aria tazze e bicchieri e quant’altro capitava alle mani dei rissanti.
Un certo Properzi Antonio, d’anni 42, mediatore, s’ebbe nella testa la misura di un mezzo litro di vino, che gli produsse una ferita giudicata guaribile in una trentina di giorni. Venne ricoverato all’Ospedale.

Come ricorcla Luigi Pelandi, la bettola in questione era posta in via Baioni. Gestita da pugliesi, prendeva il nome dal prezzo del suo vino: “squinzano” e “manduria” a centesimi trenta (trenta ghèi) al boccale d’un litro. Una vera bazzecola per quegli amici di Bacco, contradaioli e forestieri (così allora venivano considerati anche gli abitanti dell’hinterland), che non potevano o volevano permettersi l’aristocratico barolo o la barbera.

Presso il “trani”, racconta ancora il Pelandi, era stato istituito un servizio di carriole (come quelle in uso dai maratori…) per riportare a domicilio gli incauti bevitori messi K.O. dalla gradazione alcoolica di quel generoso liquore, fatale a compare Turiddu e bevuto disinvoltamente come se si trattasse delle anemiche “piciorle” della Maresana e dei colli limitrofi. Nel caso rievocato la carriola aveva funzionato da…ambulanza”.

La vendemmia, 1982

Fortunatamente si è registrato qualche singolare ritorno al passato nel terreno intorno alla cascina di via Valverde (ex proprietà Garofano), con la nuova piantagione di vitigni adatti all’ambiente, che forniscono uva di buona qualità e dunque un buon vino da tavola.

La vendemmia a Valverde, 1990

 

Il raccolto dell’uva a Valverde

Mosè del Brolo, nel XII secolo, scriveva che sui colli di Bergamo si avevano
“Boschetti ove fiorisce il castagno qui verdi e sempre verdi prati e pampinee viti, e meli e noci e olivi e tenue zampillar di fonti…”.

Scriveva poi il poeta vernacolo Bressani che nel 1490, a Ponteranica e a Sorisole, nella valle del Morla, si producevano e si vendevano mele.

“Gne con tal desideri Sant’Antoní
Per vèend beligòcc, pom e castegni pesti,
Da Poltranga a Surisel specià i doni
Gne ai desidera ch’as faghi di festi”.
(Volpi, “Usi Costumi e Tradizioni Bergamasche”, pag. 183).

 

Il lavoro nei campi e nelle cascine

La cascina sotto le mura di S. Agostino (1978)

 

Andreini Angelo e Tajocchi Franco “massadur de sunì”

 

Arnie in Valverde

 

Prometti Tullio, Rocco, Tomaso e Rosario (primi anni ’50)

 

La fienagione

 

Caprette al pascolo

 

Vaglieri Ernesto con il figlio Gino, 1950

 

La raccolta delle ciliege, 1955

 

Il “ravizzone”, pianta da cui si può cavare l’olio e che può essere usata anche come foraggio, 1996

 

La raccolta delle patate, 1990

 

La mietitrebbia, 1986

 

Le cave

Particolare della Carta Industriale della provincia di Bergamo, fine ‘800. Valtesse porta il segno della presenza di un polverificio

In passato nella località di Castagneta erano attive Cave di pietra mentre in Valverde si estraeva argilla per la produzione della ghisa negli altiforni. L’ultima cava di terra in Valverde, gestita dalla famiglia Rossi, ha cessato la propria attività pochi anni orsono.

Nella zona è stata soprattutto estratta la pietra di Castagneta (molto simile all’arenaria di Sarnico), impiegata abbondantemente in Città Alta sin dall’epoca romana: nei tratti di basolato  rinvenuto nelle vie Gombito e Colleoni e in alcune lapidi, così come in coperture tombali risalenti al medioevo e, in grande misura, nella fabbrica di S. Maria Maggiore, nella chiesa di S. Agostino e  nelle Mura veneziane, da S Agostino fino al Castello di S. Vigilio.

Chiesa di S. Agostino, adibita a caserma

Fra le moltitudini di tagliapietra impiegati nell’opera ciclopica delle Mura vi furono senz’altro i “picapreda” di Valtesse; un documento attesta che l’incarico di costruire la Porta di S. Agostino venne dato ai fratelli Pietro e Cristoforo dei Marchesi, che per quest’opera ricevattero 352 ducati: quella stessa porta che insieme a quella di S. Giacomo il generale conte Francesco Martinengo considerava le “due più belle e più sicure del Veneto”.

Nota
Le notizie relative al capitolo “Gli ultimi lavandai di Valverde”, sono state redatte sulla scorta di informazioni fornite da Lucia Sarzetti Rigamonti e da Giuditta Luzzana Frigeni, che hanno aiutato i genitori e i fratelli piu anziani a svolgere questa attività.

Riferimento essenziale
“Valverde e dintorni” – Centro ricreativo Valtesse per la Terza Età – A cura di Gino Pecchi.

L’Osteria dei Tre Gobbi, il rifugio amato da Gaetano Donizetti

L’Antica Trattoria Ai Tre Gobbi, un tempo “Osteria dei Tre Gobbi”, in via Broseta, nel cuore di Borgo S. Leonardo: una delle prime osterie della città, condotta da oltre 20 anni da Marco Ceruti e da sua moglie Nives Bergamelli. La fama legata allo storico locale si è rinsaldata nel 1932 in occasione del centenario della prima rappresentazione dell’Elisir d’Amore di Donizetti, momento che ha visto il moltiplicarsi delle pubblicazioni, che hanno  contribuito a recuperarne la memoria storica

Nel 1932, nell’ambito delle celebrazioni  per il Centenario della prima rappresentazione dell’Elisir d’amore – l’opera che sempre avvince il pubblico in un’atmosfera d’incanto – Sereno Locatelli Milesi scrisse per la rivista Emporium una memorabile serie ispirata all’Osteria dei Tre Gobbi, che ripropongo da un lato, perchè  rivela l’aspetto umano del concittadino Donizetti e, dall’altro, perchè mette in luce uno spaccato di vita e di quotidianità del borgo più vivace e popoloso di Bergamo.

Fu in questo locale che Donizetti  amava sostare con i più cari amici durante i suoi soggiorni nella città natale, che egli “amò di un amore fatto di passione” e che custodisce le sue spoglie e le sue memorie più care.

Monumento funebre a G. Donizetti in Santa Maria Maggiore (Bergamo, Taramelli, riproduzione datata 1890 circa)

L’osteria era condotta da Michele Bettinelli, oste squisito e cultore del bel canto, che la tenne dagli inizi dell’Ottocento sino almeno al 1860, per poi cederla ad altri, prostrato per la morte dell’amico Gaetano.

Sotto la sua conduzione, fu per decenni il punto di ritrovo dell’affiatata cerchia di amici del Donizetti: il suo maestro Johann Simon Mayr; il tenore Tiberini, che ospitò caritatevolmente il Bettinelli nei suoi ultimi anni di vita; il pittore Deleidi detto “Il Nebbia”, che in un ritratto conservato nella villa dei Tiberini immortalò il gruppo di cui fa parte lo stesso Bettinelli; l’amico Dolci, tenore di fama, così come altri intellettuali nonchè artisti di passaggio a Bergamo.

Piazza Pontida, cuore pulsante della vecchia Bergamo, anticamente detta Piazza della Legna (Raccolta Gaffuri)

La storia comincia in via Broseta, la vecchia strada che da Piazza della Legna, ora Piazza Pontida, conduceva fuori porta.

Piazza Pontida (Raccolta Gaffuri)

Presso la chiesetta di San Rocco, in una casa modestissima si apriva il grande portone da dove passavano i rotabili e – accanto ad esso – una porticina, dalla quale si entrava a malapena.

La chiesa di S. Rocco in via Broseta, accanto all’Osteria dei Tre Gobbi (Raccolta Gaffuri)

Più sotto, l’insegna in ferro, con la dicitura: “Antica Osteria dei Tre Gobbi”: e le figure di tre gobbetti, paffuti e sorridenti, mantenutasi sino ad oggi.

“Si scendeva qualche gradino: e si entrava in una specie di antro polifemico, rischiarato da ampie finestre, aperte su orti pieni di sole e di verde:

L’Osteria dei Tre Gobbi ai tempi di Donizetti

nella prima stanza, era un ampio camino, dalla cappa maestosa: le fiamme, crepitanti perennemente, si innalzavano, lambendo pentole capaci e padelle ampie: sulle pareti fumose, risplendevano i rami delle casseruole, dei tegamini, dei timballi, delle teglie: le madie e le credenze erano molte, e tutte colme di ogni ben di Dio: sulle assi, infisse nel muro, in alto, una doppia fila di bottiglie polverose sembrava un esercito in….attesa di essere preso d’assalto: i larghi tavoli erano fiancheggiati da panche di legno e da sedie impagliate.

L’Osteria dei Tre Gobbi in attività in un disegno di Luigi Bettinelli)

Nella seconda camera, altre madie, altre credenze, altri tavoli, altri sedili: e, in un angolo, una spinetta.

Un aspetto della Trattoria dei Tre Gobbi in un disegno di Luigi Bettinelli

Nel cortile contiguo, carri e barrocci, con le stanghe alzate, simili a lunghe braccia di giganti ischeletriti ed imploranti: e carretti, e vecchie diligenze: ed un rumore di ferraglia, uno schioccare di fruste, un richiamarsi di postiglioni, un vociare di viaggiatori, uno sciamare di ragazzi: perchè entravano, in questo grande cortile, le diligenze, e da esso uscivano, pei lunghi viaggi.

Gaetano Donizetti, quando veniva da Milano, sostava con gli amici in questa osteria: e gli amici quivi lo attendevano, per essere i primi a dare il benvenuto al concittadino illustre che tornava alla città natale.

Gaetano Donizetti (Bergamo, 29 novembre 1797 – 8 aprile 1848)

L’oste era tal Bettinelli, lontano parente di un pittore dello stesso nome che ha lasciato schizzi pregevoli della famosa osteria:

Un noto dipinto di Luigi Bettinelli, lontano parente dell’oste Michele Bettinelli (“La Piazza del Duomo”.  Bergamo – propr. Eredi Bonomi)

era un ometto piccolo e rubicondo, Michele Bettinelli, dal viso aperto, spirante bonomia: ed era amico di Donizetti sin dalla più giovane età: e con Donizetti – quando erano entrambi fanciulli – avevano trionfato sulle tavole di un teatrino di dilettanti.

Michele Bettinelli (1792 – 1868), amico e fervente ammiratore di Gaetano Donizetti nonchè proprietario dell’Osteria dei Tre Gobbi

Veramente, il buon Bettinelli aveva soltanto assistito al trionfo dell’amico, perchè lui, poveretto, era balbuziente: ed un giorno, all’atto di pronunciare una battuta abbastanza complicata, aveva sentito di colpo che la lingua rifiutava di fare il dover suo, e che i denti gli si erano serrati: e si era fermato di colpo, cercando invano di pronunciare la frase: ma si era impappinto; ed aveva gridato a “Gaetanino”, con un enorme sforzo di volontà: “Vai avanti tu: io non posso!”: ed era fuggito tra le quinte, salutato dalle risate irrefrenabili del pubblico.
Amico degli artisti, il Bettinelli nutriva per il “suo Gaetano” un affetto ed una ammirazione che si potevano chiamare idolatria: giustamente ha scritto Giuliano Donati Petteni che “era una di quelle anime semplici che si accostano al genio come attirate dalla luce, riguardando ogni cosa dell’artista prediletto come propria e dedicandogli per tutta la vita una devozione umile ed assoluta”.

Gaetano Donizetti, quando era a Bergamo, frequentava sovente l’osteria del Bettinelli: insieme ad altri amici, il maestro Dolci – che Donizetti chiamava scherzosamente “Dolciumi”, Simone Mayr, il pittore Deleidi detto il Nebbia.

Luigi Deleidi detto il Nebbia, “Donizetti con gli amici”, 1830 circa. Da sinistra, l’oste Bettinelli, Gaetano Donizetti, Dolci, Simone Mayr. In piedi, il pittore Luigi Deleidi

E con piacere giocava alle bocce: narra Antonio Ghislanzoni che, essendo capitato, con alcuni amici, in un giorno del 1870, nell’Osteria dei Tre Gobbi, mentre si avviava verso il gioco delle bocce venne precipitosamente fermato dall’oste: il quale gli disse, in tono solenne che non ammetteva replica: “Se intendono giocare, passino da quest’altra parte. Questo è un viale riservato, e queste bocce non vanno toccate dai profani!”.

Il monumento al poeta Antonio Ghislanzoni, inaugurato a Caprino Bergamasco il 14 ottobre 1894. Ghislanzoni fu giornalista, scrittore, baritono, autore di oltre ottanta libretti d’opera tra cui l’Aida di Verdi, personaggio illustre della Scapigliatura milanese,

E di fronte allo stupore dei clienti sbalorditi, soggiunse: “Perchè questo viale e queste bocce sono un monumento storico…Perchè devono sapere che questa osteria di “Borgo”, così modesta e diroccata, ha avuto di quegli onori….che nessun albergo della città può vantarsi di aver mai ottenuto…Basti dire che il povero Gaetano non veniva mai a Bergamo che subito non venisse qui, a far la sua partita alle bocce!….”.
Il “povero Gaetano” era Gaetano Donizetti.

1890 circa: il gioco delle bocce a Bergamo (Raccolta D. Lucchetti)

Gaetano Donizetti non era un buongustaio della tavola come Gioacchino Rossini: ma era un entusiasta del classico piatto bergamasco “polenta e uccelli”, che il buon Bettinelli sapeva preparare con un’arte e con una maestria che il Maestro definiva “sublimi”: e della lode l’ostiere andava altrettanto superbo quanto dell’amicizia di Colui che gliela tributava.

Il rito della polenta in un dipinto di Pietro Longhi

Narra il Cicconetti che “Donizetti, seduto una sera nella sua casa, in lieta riunione d’amici, ne rallegrava i ragionamenti sia con arguti motti, sia con piacevoli racconti, quando, interrotto nel meglio il discorso, si allontanò dalla camera, e soltanto dopo una mezz’ora vi fece ritorno.
“E perchè ci hai così lasciati? – gli domandò la suocera.
“Ho composto – rispose – il finale del primo atto”.
Egli stava allora componendo il Torquato Tasso, l’opera dedicata a Bergamo, Sorrento e Roma.

Ritratto di Gaetano Donizetti eseguito ad olio su tela di Francesco Coghetti, 1837 (Collezione privata)

Dovunque si trovasse, il filo che reggeva la trama dei suoi pensieri si svolgeva incessante: la sua esistenza interiore creava le sublimi finzioni dell’Arte: il vasto mondo della poesia e dell’irreale, non visto dai circostanti, appariva alla sua anima, con le creature alle quali egli doveva donare la immortalità: e ad un tratto interrompeva le normali occupazioni, per fermarne e fissarne l’attimo di vita: e si appartava, ad un tratto, come spinto da un bisogno irresistibile: e si racchiudeva in sé medesimo: e l’onda della melodia, che gli sgorgava dal cuore, fissava con rapidi segni schematici su uno qualunque dei pezzi di carta che sempre portava con sé.

Chi scrive possiede una di queste pagine, su cui sono state scritte, con rapida e nervosa grafia, delle note: quasi indecifrabili, che nulla dicono a chi tenta di leggerle, ma che dovevano essere, per chi le ha scritte, come un richiamo nitido e chiaro a chissà quali armonie…
Forse, anche durante la partita alle bocce giocata con gli amici nel cortile vasto della modesta osteria, il Maestro si sarà qualche volta, ad un tratto, appartato, per fissare, sovra un pezzo di carta, un ritmo, un’idea, una ispirazione….

Schizzo autografo del Diluvio Universale (Bergamo, Fondazione Donizetti)

Angelina Ortolani, giovinetta, era stata accompagnata a Bergamo, da Almenno S. Bartolomeo, “per farsi sentire la voce di Donizetti”.
Chi l’aveva accompagnata era tale Santi, lontano parente del maestro e che abitava ad Almenno S. Salvatore, e precisamente alla Madonna del Castello: non avendolo trovato in casa, erano stati indirizzati all’ ”Osteria dei Tre Gobbi” dove Gaetano Donizetti accolse la ragazza con “buone parole, e prendendola per il ganascino”: la invitò a cantare, senza timore: perchè, tanto, avrebbe dovuto poi superare ben altri timori dinnanzi al pubblico!

“Era una giornata di settembre:” diceva la celebre cantante: “ed io avevo una grande paura, ed un grande appetito: vinsi subito la paura, per l’affabilità del Maestro: ma non potei vincere l’appetito neppure la sera, perchè quel giorno non mi sentii di mangiare…”.

Il grande soprano Angelina Ortolani, nata ad Almenno nel 1834, debuttò nel 1853 al Teatro Sociale di Bergamo, nella Parisina di Donizetti. Era dotata di una voce definita “angelica”. Nel 1857 avviò una carriera internazionale, esibendosi a Madrid e Londra; nel 1859 era a Barcellona. A partire dal ’59 si esibì quasi sempre con il marito, il tenore Mario Tiberini, sposato l’anno precedente; furono al Teatro alla Scala di Milano, al Regio di Torino, al San Carlo di Napoli, al Covent Garden di Londra, alla Wiener Staatsoper. Nell’atrio del teatro Donizetti di Bergamo è collocato un busto di Angelina Ortolani, opera dello scultore Gianni Remuzzi, in occasione del centenario della nascita del soprano

Il Maestro si accompagnava sovente al Bettinelli, in lunghe passeggiate sulle Mura, in Castagneta e sui Torni; perchè, come l’amico, era buon camminatore, tanto da definirsi “il musicista ambulante”: infatti, egli passava dall’una all’altra capitale come un trionfatore…

Un giorno, passeggiava col Bettinelli in Piazza Vecchia, ove da qualche anno la fontana del Contarini canta – come allora – la sua canzone argentina.

Piazza Vecchia (Raccolta Lucchetti)

Ad un tratto, da un caffè si diffuse la voce di un violino che suonava la chiara melodia dello spirto gentil, accompagnata dalle note gravi di un violoncello.
“Senti!” disse il Bettinelli “E’ l’Orbo, quel tale che suona soltanto musica tua…”.
“Poveretto! Vieni: gli facciamo una sorpresa!”.
Entrarono: Donizetti fece ai presenti un segno di silenzio: e, tolto il violoncello all’accompagnatore, cominciò a sonare.
Il cieco, accortosi del cambio, esclamò: “Alto là! Meno ghirigori, con quell’archetto, perchè io non voglio fare da secondo!”.
Al che, Donizetti: “Hai ragione: mantieni il tuo diritto, e fatti rispettare!”.
Il cieco, riconosciuta la voce, tentò di baciare la mano del Maestro: e dalla mano del Maestro cadde, nella tasca del poveretto, una moneta d’oro.

Caffè e bottiglieria del Tasso in Piazza Vecchia (Raccolta Lucchetti)

Ricorda il Ghislanzoni – e assicura l’averlo udito dallo stesso Bettinelli – che quando la Lucrezia Borgia naufragò a Milano, l’oste fedelissimo aspettò il Maestro alla porta del teatro, ed abbracciandolo stretto gli gridò a piena voce: “Tu sei il più grande musicista dell’epoca, e la tua Lucrezia vivrà immortale!”.
Da quella sera, però, Il Bettinelli giurò odio immortale contro i milanesi: e guai se uno di essi capitava nella sua osteria! Il vino peggiore, gli intingoli più scipiti erano per l’incauto “baggiano”, colpevole di appartenere a quella “genia” che aveva osato fischiare il capolavoro del “suo Gaetano”.

Ma allorquando, auspice il limpido canto della Frezzolini, la Lucrezia risorse alla Scala, e trionfò, il buon Bettinelli perdonò ai “baggiani” ridiventati “milanesi”: e non ci fu da allora Meneghino che non trovasse nell’”Osteria dei Tre Gobbi” l’ospitalità più cordiale, i cibi più appetitosi, il vino più prelibato.

Donizetti tornò a Bergamo il 6 ottobre del 1847: ma non potè godere della gioia che è concessa all’emigrato quando rivede i cari luoghi che lo hanno veduto nascere, i famigliari, gli amici.
Era troppo tardi ormai: egli non era più che il fantasma di se stesso!
In una di quelle tappe obbligatorie che riunivano i passeggeri di opposte destinazioni, Alfredo Piatti lo aveva intravisto, in una carrozza da viaggio, avvolto in un mantello, col capo reclinato sul petto, come un vinto: e non aveva osato abbracciare l’amico del padre suo, l’artista sommo che amava come il padre suo egli fosse…

Palazzo del Barone Scotti, in via Donizetti, nel quale spirò l’8 aprile 1848 il compositore bergamasco

Scrive Giuliano Donati Petteni nella biografia di Donizetti: “Non diversamente intravidero il musicista i bergamaschi che lo accolsero nel pomeriggio del 6 ottobre, quando la carrozza giunse alle porte della città. Il convoglio passò in mezzo a due ali di popolo silenzioso e riverente.
“E’ Donizetti” si sussurrava.
E tutti pensavano alla sua gloria, alle sue opere, al giorno in cui l’avevano accompagnato a casa in trionfo, alla miseria del suo stato presente.
“I cavalli, facendo tintinnare le sonagliere e battendo sul selcialto gli zoccoli ferrati, salivano sbuffando, avvolti in una nube di sudore, la ripida strada dell’alta città, il cui profilo, come quello d’una immensa fortezza, si stagliava sul fondo grigio delle montagne.
“Nel crepuscolo, le torri, i campanili, le mura scomparivano a poco a poco in un ombra violacea.
Un suono di campane largo ed armonioso si diffondeva da Santa Maria Maggiore. Le finestre, lungo la linea delle mura, si punteggiavano di lumi. Come sentirono il rumore dei cavalli, i servi del Palazzo Basoni accesero sotto l’atrio le lanterne. La carrozza sostò, e la signora Rosina, con la figlia Giovanna, il conte Lochis, e gli amici Dolci e Bonesi, si fecero avanti per ricevere il grande infelice.

Via Donizetti (Raccolta Gaffuri)

“Ma quando questi apparve, incapace di reggersi, muto e attonito, senza dare alcun segno di riconoscere le persone e le cose circostanti, le donne proruppero in un pianto dirotto”.
Certo, fra coloro che erano andati ad incontrare l’infelice Maestro era anche il buon Bettinelli che, come Alfredo Piatti, non aveva osato avvicinarsi al “suo idolo”…Si sarà tenuto nascosto, il poveretto, fra la folla: ed una “furtiva lagrima” sarà scesa a solcargli il viso rubicondo, diventato pallido ad un tratto….

Gaetano Donizetti morì il giorno 8 aprile dell’anno successivo. L’agonia era durata sei lunghi mesi!

Gaetano Donizetti, già gravemente malato, ed il nipote Andrea, in uno splendido dagherrotipo eseguito a Parigi nell’appartamento (affittato da Andrea per lo zio) in Avenue Chateaubriand n. 6, nell’agosto del 1847. L’autore del immagine fu probabilmente lo stesso Louis Jaques Mandé Daguerre (1779 – 1851). Furono eseguite tre pose (i dagherrotipi non si potevano duplicare): una fu inviata alla benefica Rosa Rota Basoni; una al fraterno amico Antonio Dolci; dell’ultima non si conosce la destinazione: esiste comunque una vecchia riproduzione eseguita verso la fine dell’800, quando divenne possibile la riproduzione su carta dei dagherrotipi. I due originali e la riproduzione sono ora conservati nel Museo Donizettiano (Foto e didascalia Domenico Lucchetti)

E durante questi mesi lunghissimi, il povero Bettinelli era salito ogni giorno in città alta, a visitare l’infermo, nel palazzo che lo ospitava, il grande palazzo che domina, dall’alto, l’ampia distesa della pianura lombarda: e forse lui solo, il povero ostiere della modesta osteria, seppe far tornare sulle labbra del Genio che si spegneva la luce di un cosciente sorriso, ripetendo la frase che gli aveva detto, fanciullo, nel teatrino di città alta: “Vai avanti tu: io non posso!”.

Donizetti sollevò gli occhi, corrugò la fronte, fissò a lungo, intensamente, l’amico della adolescenza: ed improvvisamente la luce di un sorriso apparve sul viso disfatto….

Gli ultimi momenti di vita di Gaetano Donizetti, qui ritratto da Ponziano Loverini (Bergamo, Casa Caprotti)

La fine del Donizetti segnò la fine dell’”Osteria dei Tre Gobbi”: o quasi: e segnò la fine della serenità e della gioia per il povero Bettinelli.
L’osteria perdette la sua chiara rinomanza: perchè il povero ostiere più non si curò di rinnovare, nella cantina, il “buon vino”, chiaro e frizzante, che era tanto piaciuto “al suo Gaetano”.
L’osteria venne ceduta ad altri.

L’osteria com’era ancora nel 1900 quando era esercita dal signor Francesco Algisi

E la casa del tenore Tiberini – che avea sposato Angelina Ortolani – accolse, generosa, il povero vecchio: e lo ospitò sino alla morte.
E scomparve anche la vecchia insegna dei Tre Gobbi…

L’interno dell’Osteria dei Tre Gobbi verso la fine del Novecento

Essa è però rinata, ora.

Il Ducato di Piazza Pontida – che è la “Famiglia Gioppinoria”, e che vanta fra le proprie benemerenze quella di aver conservato a Bergamo i manoscritti della Parisina e dell’Elisir – con una celebrazione quasi famigliare, che ha voluto essere l’espressione del culto dei concittadini per Gaetano Donizetti, ha ridonato alla gloriosa osteria l’antico nome: ed ha inaugurato la lapide, che – auspice il Comune di Bergamo – ha fatto murare nella prima stanza dell’antica taverna.
La lapide suona così:

IN QUESTA ANTICA “OSTERIA DEI TRE GOBBI”
COI PIU’ CELEBRATI ARTISTI DEL SUO TEMPO
GAETANO DONIZETTI
VENIVA A RITEMPRARE LO SPIRITO AFFATICATO
NELLA FRATERNA AMICIZIA DI MICHELE BETTINELLI
UMILE TAVERNIERE – ANIMA DI ARTISTA

In occasione del Centenario dell’Elisir, nel 1932, il Ducato di Piazza Pontida ha apposto nel locale una targa commemorativa alla presenza dei più bei nomi dell’epoca, tra cui il tenore Beniamino Gigli e la soprano Mercedes Capsir, alla quale spettò l’onore di scoprire la lapide ancora oggi visibile. Con grande corso di popolo si riattivò l’Osteria, già molto mutata rispetto alla tipologia ottocentesca illustrata nelle immagini dell’epoca. Il pianoforte e il busto di Donizetti fanno bella mostra nel locale

Il ricordo è stato inaugurato con una  celebrazione modesta, che ha però interpretato lo spirito del Sommo, il quale – pur avendo raggiunto le più alte vette della gloria – si compiacque coltivare amicizie anche umili e conservare modeste abitudini”.

 

Sereno Locatelli Milesi, Cronache bergamasche. L’osteria dei tre gobbi e Gaetano Donizetti, Emporium n. 453 – anno 1932.

Nota

Le fotografie attuali de dell’Antica Trattoria Ai Tre Gobbi e i due disegni che riproducono i tre gobbi, appartengono a Osteria dei Tre Gobbi

Giovanni Signorelli detto “il Merica”: il cantastorie di Bergamo

1920: il cantastorie Giuseppe Signorelli detto Merica nei pressi del Duomo

Con il Merica, una tipica macchietta cittadina vissuta fra fine Ottocento e la prima metà Novecento, gli autori e le cronache del tempo ebbero di che sbizzarrirsi.

Era, nel ritratto che di lui fece Umberto Zanetti, “un omino dinoccolato alto si e no un metro, che cantava con una vocetta agra, in falsetto, accompagnandosi con una chitarra più grande di lui”.

La sua “lirica”, che sgorgava dal suo genio, commentò argutamente i fatti cittadini per tutto un cinquantennio di storia bergamasca, elevandosi dall’ebbrezza lieve dei vinelli delle colline o tra i purissimi aspri vapori del più autentico “trani”.

Rivendita di vini pugliesi in piazzetta S. Pancrazio (da “Bergamo nelle vecchie fotografie” – D. Lucchetti)

Tutta Bergamo lo conosceva ma nessuno, proprio nessuno, sapeva il suo vero nome. “Merica” – spiegò una volta il “cantore” – per via di una bisavola che si chiamava Maria Degna Merita e che aveva gli tramandato il nome, storpiato “in forza di chissà quali occulte leggi di antonomasia matronimica”, scrisse Vajana.

Si sapeva che era nato in SanTomaso, in anni lontanissimi, e ch’era figlio di un poverissimo cocchiere.

Via S. Tomaso nel 1910, con la donna che ha appena attinto l’acqua dalla fontanella (da “Bergamo nelle vecchie cartoline” di D. Lucchetti)

La sua bruttezza, “quasi disdicevole”, lo anticipò sin da bambino. Tutto di lui promuoveva al riso: magro impiccato, era alto come un paracarro, aveva le gambe sproporzionatamente corte e storte, malgrado le impaludasse civettuolmente in un giacchettone sproporzionatamente lungo. La sua camminata insicura ed ondeggiante tradiva un difetto alle ginocchia, che scontrandosi si respingevano a vicenda. “Gambestorte” e “crapadrecia”, si era compiaciuto definirsi.

“Ol Merica” nel commiato di Vajana

Il busto striminzito reggeva un cranio dalla forma marcata e pressata alle tempie; un visetto da infante, dominato da uno strano naso sottile da cui si allungava una barbetta appuntita e scomposta. Due occhietti vivacissimi e pungenti, quasi da topo, rallegravano quella specie di viso mobilissimo.

Le cronache si accaniscono descrivendo una bocca, “dalle labbra turgide e di un rosso rancido”, somigliante a “una ferita da taglio inferto da uno spadone medioevale”. Povero Merica. Parlava biascicando e il suo balbettio gli lasciava delle vistose bolle bianche ai lati della bocca, che risucchiava con movimenti suoi particolari. Nonostante ciò, anche quando serrava i denti digrignando fino all’esasperazione, riusciva simpatico a tutti.

Tra una canzone e l’altra aveva trovato il tempo di portare all’altare…. – c’è chi dice quattro, c’è chi dice cinque e c’è chi dice sette – donne, e di vederle poi dipartirsi nel regno dell’eternità: curiosamente, aveva sempre pronunciato il suo ‘sì’ mentre l’altra parte era in fin di vita. Sicchè ogni rito nuziale si era trasformato in un rito funebre, al termine del quale, “ol Merica” offriva da bere agli amici.

Il passeggio in Fiera nel 1902

Le di lui descrizioni sono a dozzine, ma fra tutte, quella di Geo Renato Crippa – che ai tipi bergamaschi dedicò esilaranti e commoventi capitoli – è senz’altro la più ricca e gustosa: nessuno meglio di lui – grande conoscitore delle storie e delle “macchiette” della città – avrebbe potuto né ignorare né lasciarsi sfuggire l’occasione ghiotta di descrivere il Merica.

La madre, una brava donna, illudendosi di farne un bravo artigiano l’aveva affidato a un ciabattino di Borgo Santa Caterina non badando che nello stanzino del “padrone”, fra banchetto, forme, ferri, pece, corde e scarpe, facevan bella vista alla parete due chitarre (una abbastanza passabile, l’altra vecchia e tarlata ma di buon suono) che avevano attirato le amorose attenzioni del giovinetto.

Il ponte di Borgo Santa Caterina

Non appena il “principale” sortiva dal bugigattolo, il nostro cercava di addestrarsi alla bell’e meglio e appassionatamente, e quando udiva qualche suono azzeccato si agitava all’impazzata meravigliandosi, fino a quando, dagli e ridagli e straziando le povere corde all’infinito, finì col realizzare un sogno cullato per settimane e mesi: accordare chitarra e canto fino ad acquistare una certa abilità, che perfezionò con qualche strana maestria.

Scrisse Crippa che “Per non disturbare i suoi di casa – vivevano in una stanza sola in quattro – esercitarsi nel ‘cesso’, all’esterno di una loggetta, fu invenzione prelibata. Questo posto, diceva, era il suo conservatorio, la scuola primaria della sua ‘genialità’ musicale”. Vi canticchiava la notte, cercando di adattare motivi popolari a testi di sua invenzione “amorosi o romantici, scelti in racconti di quartiere o raccolti nella miseria dei rimbrotti, delle accuse, delle stravaganze e delle irriquiete denuncie d’un volto rattrappito”.

Sicchè, “spingerlo a farsi conoscere, dopo averne constatata la bravura, fu operazione infame di un gruppo di buontemponi, decisi a scortarlo nelle osterie, sullo sterrato di piazza Baroni al tempo della Fiera, davanti ai caffè dei signori e sul Sentierone”.

Città Alta domina sul Sentierone con la Fiera e l’Ospedale di S. Marco e la chiesa di S. Bartolomeo (da “Bergamo nelle vecchie cartoline” di D. Lucchetti)

Gli rimediarono così una giacca degna del suo nuovo ruolo, “magari di velluto ed un cappello verde alpino con fior di penna”.

Il lato della Fiera sull’attuale Largo Belotti (da “Bergamo nelle vecchie fotografie – D. Lucchetti)

Scortato dalla feroce compagnia, fece la sua prima apparizione pubblica nel suo borgo in due locali “di pregio”: il “Gamberone” e l’Angelo”.

Entrato nelle sale, così conciato, gli urlarono di andarsene alla svelta.

Borgo S. Caterina. Nei pressi si trovavano, poco distanziate fra loro, le trattorie delle Tre Corone, dell’Angelo, del Gambero e della Scopa (in “Bergamo nelle vecchie fotografie” di D. Lucchetti)

Ma imperterrito, con i suoi imbonitori pronti a difenderlo – “gente conosciuta (un macellaio e due salumieri)” – cominciò timidamente a cantare accompagnandosi alla chitarra scalcinata e “dati due strattoni, iniziò la sua tiritera con energia infuocata. Risa reiterate, battimani, ‘forza’, salutarono la esibizione, mentre, stordito ed in lacrime, l’artista non sapeva se accettare i bicchieri di vino che gli venivano porti da diverse parti: un successo”.

1910 circa: scoricio di Borgo S. Caterina (da “Bergamo nelle vecchie cartoline” – D. Lucchetti)

Da quella sera la fama del “cantastorie” percorse l’intera città, dai borghi a Piazza Vecchia e poi ancora giù, in Viale Roma: nei trani, nelle osterie, nei caffè di periferia, lo attendevano, passandosi parola.

Il gioco delle bocce in una trattoria di Bergamo, 1890 (da “Bergamo nelle vecchie fotografie” – D. Lucchetti)

E così il suo repertorio mutò con destrezza e dalle fiabe d’amore passò ad improvvisare i fatti cittadini, commentandoli come un Pasquino redivivo.

“Verdi” – scrisse Umberto Ronchi – lo avrebbe assunto come Rigoletto, un Rigoletto generoso, tutto lepidezza e fantasia improvvisatrice”.

L’ometto, agli applausi non ci teneva affatto; voleva soldoni lui, quelli di rame: solidi, pesanti, colla bella faccia di Vittorio Emanuele.

Ol Merica in una caricatura del “Giupì” (da L. Pelandi, Attraverso le vie di Bergamo scomparsa II – La Strada Ferdinandea, 1963)

Il castigamatti, “conquistava i suoi “affezionati” accusando prefetto, sindaco, amministratori, vigili, agenti del dazio, di non mantenere le promesse, di aumentare i prezzi delle derrate, di non pulire a dovere le strade, di impicciarsi in cose non di loro pertinenza, di permettere abusi nella applicazione delle tasse, nel non affannarsi a chiedere al governo di Roma il raddoppio della linea ferroviaria per Treviglio, di aumentare i tabacchi, il sale, i francobolli, i ‘trams’ e le cambiali.

Le giostre in tempo di Fiera (da “Bergamo nelle vecchie fotografie” – D. Lucchetti)

Bastava la pubblicazione di un manifesto con nuove ordinanze civiche o militari perchè il Merica, cantante analfabeta, chiesti ragguagli a conoscenti, schiattasse in imprecazioni e querele; uno spasso”.

1925 circa: il Sentierone (da “Bergamo nelle vecchie cartoline” – D. Lucchetti)

Quando la guerra chiamò il popolo a raccolta, imbracciò la sua chitarra come un mitra e con la sua vocetta agra intonò il suo canto di battaglia:

“Viva l’Italia

la gran nassiù

che la combàt

per la resù”.

Il rifugio antiaereo scavato in Piazza Dante

 

Porta Nuova nel 1940. Sulla fronte dei tempietti si legge: “Il passato è già dietro le nostre spalle. L’avvenire è nostro” e “Disciplina Concordia e Lavoro per la ricostruzione della Patria”

Tra gli avvenimenti accompagnati dal suo lieto e canoro commento, famosa è la nascita del nuovo centro cittadino e di tutti gli edifici che spuntavano come funghi a ridosso delle Mura.

La Fiera in demolizione (1922-’24) e la nascita del centro piacentiniano

 

La Fiera in demolizione (1922-’24)

Del rinnovamento sontuoso della sua Bergamo egli ne fu entusiasta, ma la sua gioia fu mortificata dalla tristezza che attribuì alle sue vecchie amiche Mura:

“Che’ diràl chèl curnisù

Quando l’vé la primaera?

Vederàl piö i farfale

a vulà sota la féra?”

Panorama di Bergamo, 1938

Per far posto all’allora palazzo della Banca Bergamasca, sorta in prossimità del chiostro di Santa Marta, venne schiantato un ippocastano che per quasi un secolo aveva assistito a tutte le vicende bergamasche. Si trattava del “piantù” nel Boschetto di Santa Marta, uno stupendo gigante alla cui ombra ristoratrice si erano ritemprati vecchi pensionati e ai cui romantici effluvi si erano confortati dalle sartine ai soldatini.

1920 circa: il centro direzionale della ‘Nuova Fiera’ (Da “Bergamo nelle vecchie cartoline” di D. Lucchetti)

Quando lo vide crollare con schianto formidabile, compose un brano memorabile:

“Nel bosch de Santa Marta

a gh’era ü vècc piantù

per mèt sö öna strassa d’banca

I l’à mandat a reboldù”

La “strassa d’ banca” era la Banca Bergamasca, fallita e poi occupata dal Banco Ambrosiano, sorta in luogo del complesso monastico di S. Marta.

Il Sentierone e i suoi rigogliosi giardini negli anni ’30

Le due statue poste ai lati dell’appena inaugurato Palazzo di Giustizia, Il “Diritto” e la “Legge”, furono invece così nominate:

“Gh’è dò bèle statue

sura ü pedestalì

la siura l’è padruna

chèl biòt l’è l’inquilì”

Il Palazzo di Giustizia in Piazza Dante, da poco edificato

Che le sue argomentazioni fossero in prosa o in rima nessuno se ne accorgeva: per le folle egli era la bocca della verità, il fustigatore, il difensore della poveraglia, l’inquisitore”,

“Bravo, bravo”, gli urlavano, soprattutto se avvinazzate.

La sua acredine degenerava in lamentela disperata verso gli amministratori dei luoghi pii – ospedali, manicomio,“Clementina” – verso i quali gridava come un ossesso a difesa di sordomuti e poveri ciechi, del brefotrofio e relativa “ruota” e di ragazze-madri. Non c’era modo di trattenerlo.

Il fronte della fabbrica cinquecentesca (demolita nel 1937) dell’Ospedale vecchio di S. Marco: oggi, del grande complesso un tempo parte del quadrilatero della vecchia Fiera, è rimasta solo la chiesa che porta lo stesso nome

 

Il Manicomio Provinciale entrò in servizio dopo che fu chiuso, nel 1892, il manicomio di Astino. La ripresa fotografica è anteriore al 1905 (da “Bergamo nelle vecchie cartoline” – D. Lucchetti)

 

Marzo 1915: il trasloco della Pia Casa di Ricovero delle “Grazie” (ex convento degli Zoccolanti ed ora Credito Bergamasco) al nuovo edificio della Clementina. Nelle “Grazie” subentrò l’ospedale militare della CRI (da “Bergamo nelle vecchie cartoline” – D. Lucchetti)

 

Il Piazzale Porta Nuova con l’ex convento degli “Zoccolanti”: Casa di ricovero “di Grassie” sino al 1915, poi ospedale militare della CRI. Annullo postale del 14 – 7 – 1919 (da “Bergamo nelle vecchie cartoline” – D. Lucchetti)

Lo ammansivano assicurando che si sbagliava e con gran fatica lo invitavano a consolarsi: ringraziava e una volta placato soggiungeva, quasi ilare: ‘Vi canterò la storia della Girometta, quella che, per amore, di chiappe ne vendette una fetta’.

Un gorgoglìo, in fondo alla gola, lo quietava prima di sgusciarsela recriminando”.

La Fiera settecentesca e il Sentierone. serie, riservata al mercato francese, fu stampata in tricromia dall’Istituto Italiano d’Arti Grafiche nel 1905 ca. (da “Bergamo nelle vecchie cartoline” di D. Lucchetti)

Con la fede e con i santi era però impossibile tendergli un agguato, e lo seppe, una sera, una certa Paola, famosa passeggiatrice, che tentandolo a sproposito ricevette in cambio una sberla ben assestata.

Sempre avvolto in un pastrano raccattato che gli arrivava alle ginocchia, continuò a cantare finché la voce non divenne fioca e scheggiata fino a ridursi in miseria: “dopo il giro col piattello in mano, notava i pochi centesimi raccolti, borbottava sostenendo che egli non meritava di esser schiavo o sottomesso ad alcuno, ma degno di rispetto nel suo intenso lavorìo di giudice delle malefatte altrui, che egli rivelava da cittadino cosciente ed ardito. Non scherzava lui e non mentiva, o buffoni”.

Persa quasi totalmente la vista, si aggirava per le vie della città accompagnato da una povera fanciulla, anch’essa mezza cieca, perpetrando tristemente “i racconti di giorni perduti, di sindaci morti da anni, del dazio sparito, di denari senza valore e di inutili bazzecole”.

Ebbe però un lampo di poesia alla morte di Antonio Locatelli, scomparso in un agguato in Africa mentre era in missione a Lekemti compiendo voli di ricognizione per far sì che le truppe italiane non cadessero nelle imboscate delle milizie dei Ras finanziati dagli inglesi.

1920 ca. Questa cartolina, con Antonio Locatelli ed il suo inseparabile S.V.A., non è una vera e propria cartolina commerciale, ma è interessante poichè sul retro porta il visto della “censura fotografica” militare. La più grossa impresa sportiva di Locatelli fu la “prima trasvolata delle Ande”. Compì l’impresa di andata e ritorno tra il 31 luglio ed il 5 agosto 1919, effettuando anche il primo servizio di posta aerea tra l’Argentina e il Cile” (da “Bergamo nelle vecchie cartoline” di D. Lucchetti)

Atterrato in una radura, fu ucciso a tradimento con tutto il suo seguito e del suo corpo non si seppe più nulla “e per ciò, come degli antichi eroi, ben si può dire che il suo corpo, forse arso, trapassò nei leggendari empirei del simbolo”. Ebbe a dire Bortolo Belotti.

Era il 1936 e per Bergamo fu un terribile trauma; anche il Merica, ormai vecchio e misero, lo pianse con dolore sincero.

“Il cuore, consunto, gli dettò una geremiade, mezzo angosciosa, mezzo gloriosa. Forse fu la sola e garbata elegìa sfociata in devoto dolore; la balbettava piangendo, sicuramente affranto:

Me pianze, me pianze,
l’è mort, l’è mort, ol poèr Tunì.
I la brüsat i nigher,
selvaggi de nu dì.
L’era grand e bu, mei del pà bianc.
Bel, bel coma un angelì.
Me pianze, me pianze, ol me poer Tunì”

Morì con un rammarico, quello di non saper comporre musica (“Potevo diventare un Donizetti”…). La morte lo colse all’inizio del 1943 dopo una breve malattia e fu annunciata da un necrologio dell’”Eco”: una colonna e mezza che l’avvocato Alfonso Vajana volle dedicare al povero cantastorie di San Tomaso.

Il Merica l’aveva invitato a comunicare la sua dipartita ai suoi ignari cittadini, nel momento in cui avrebbe per sempre posato la sua chitarra stanca: “Io lo compresi e lo feci con tenerezza. Del resto se l’era meritata…..: aveva servito, a modo suo, parecchie generazioni di bergamaschi, prodigando molto canto, attimi di serenità ed un po’ di sorriso”.

Contenendo a stento la tristezza, nell’angusta prigione del suo corpo breve e storto.

 

RIFERIMENTI

Geo Renato Crippa, Il “Merica, in “Bergamo così (1900 – 1903?)”.

Alfonso Vajana, “Uomini di Bergamo”, Vol II. Edizioni Orobiche, Bergamo.