Bergamo Romana (excursus storico)

La Città Alta, sul sito della Bergamo antica, formato da numerose emergenze separate da avvallamenti e da depressioni più o meno ravvicinate

DAL CENTRO PROTOURBANO GOLASECCHIANO ALLA CITTA’ ROMANA

Nel I millennio a.C., periodo corrispondente all’età del Ferro, l’Italia settentrionale è un vero e proprio mosaico di culture, e specialmente nella seconda metà del millennio, sul finire della I età del Ferro, il territorio di Bergamo, pur trovandosi in posizione marginale rispetto alle maggiori culture protostoriche, rivela una più precisa fisionomia culturale, suddiviso com’è tra la cultura dei Celti golasecchiani a ovest e la cultura cosiddetta “retica” a nord.

Il quadro etnico dell’Italia settentrionale nel V sec. a.C. Il periodo che corrisponde alla prima età del Ferro in Italia settentrionale (I millennio a.C.) vede il fiorire di differenti entità etniche, espressive di culture regionali, che nonostante la contiguità geografica sono contraddistinte da un diversissimo livello di civiltà e organizzazione socio-politica: i Veneti nell’attuale Veneto, i Liguri nel settore marittimo occidentale, popolazioni di stirpe celto-ligure nell’attuale Piemonte e Lombardia occidentale, mentre popolazioni di stirpe retica abitavano le vallate alpine fino all’alto lago di Como e genti etrusche avevano colonizzato la Pianura Padana sud-orientale

In questo periodo, nel territorio bergamasco infatti troviamo popolazioni diverse: mentre l’area valliva e alpina delle Orobie fino alla conquista romana delle vallate risulta partecipe della cultura centro-alpina cosiddetta “retica”, la fascia collinare e di pianura, più aperta agli influssi padani, rivela l’appartenenza a quel complesso di manifestazioni culturali riconducibile alla cosiddetta “cultura di Golasecca” (che trova in Como il centro di maggior rilievo), cui appartiene anche l’abitato protourbano sorto verso il VI-V sec. a.C. sul complesso collinare di Bergamo Alta, sul quale si insedierà la città romana e su cui insisterà la città medioevale e moderna, racchiusa nel perimetro delle cinquecentesche mura veneziane.

Le cinte murarie di Bergamo (da Angelini, 1974)

Bergamo rivela quindi uno sviluppo pressoché ininterrotto sin dalla alla fase protostorica, quando comincia ad affermarsi come centro economico e sociale di un vasto territorio, che ha conservato nel tempo precise connotazioni storiche e culturali.

Cartina di Bergamo alta con ubicazione degli scavi che hanno evidenziato i resti dell’abitato protourbano di Bergamo, sviluppatosi tra VI e IV secolo a.C., nella fase finale della Cultura di Golasecca, occupando un’area di oltre 24 ettari, densamente abitata: 1- Piazza Mascheroni- Giardinetto; 2- Via Vagine 10; 3- Via Vagine 2; 4- Via Salvecchio 12; 5- Via S. Salvatore/Via Arena; 6- Biblioteca Civica; 7- Vicolo Aquila Nera; 8- Piazza Vecchia; 9- Passaggio Cà Longa; 10- Cappella Colleoni; 11- Piazza Rosate; 12- Area a Sud del campanile di S. Maria maggiore; 13- Piazza Reginaldo Giuliani; 14- Via S. Lorenzo- Convento di S. Francesco; 15- Piazza Mercato Fieno; 16- Via Solata 8; 17- Via Rocca alta; 18- Via Rocca 11; 19- Via Donizetti 22; 20- Via Porta Dipinta-Casa Battagion; 21- Vie Osmano-S. Andrea; 22 – Hospitium Comunis Pergami; 23- Cattedrale di S. Alessandro (situazione aggiornata al 2011, tratta da Raffaella Poggiani Keller, Il primo abitato sul colle: il centro protourbano dei Celti golasecchiani, in: Hospitium Comunis Pergami – Scavo archeologico, restauro e valorizzazione di un edificio storico della città, 2012)

 

Il parco archeologico di Parre (Valle Seriana). Come confermato dagli scavi archeologici, durante la prima età del Ferro le valli bergamasche sono occupate da popolazioni di cultura centro-alpina e di stirpe retica, gli Euganei. Soprattutto in Val Seriana, ricca di minerali e di una serie di dossi affacciati sui fiumi, sorgono gli insediamenti più antichi nel territorio di Bergamo (abitati d’altura a Castione della Presolana, Sovere, Casnigo e Parre), che sottolineano l’importanza strategica delle valli e, in particolare, della valle Seriana e dell’area prealpina cui essa appartiene: un’area soggetta sino al VI secolo a.C. a una ricorrente penetrazione di tribù alpine. Gli scavi presso l’insediamento di Parre, identificato come quel Parra Oromobíorum oppidum citato da Plinio (Nat.Hist. III, 17, 125), configurano proprio l’etnia di questi gruppi alpini come retica: è quindi da escludere l’ipotesi pliniana di una derivazione dei Bergomates da Parra

In questo periodo, con intensificarsi in area padana di fiorenti traffici tra gli Etruschi e la cultura di Golasecca, in tutto il territorio dell’Italia settentrionale sorgono una serie di centri protourbani, che si pongono come veri e propri poli di riferimento per un vasto ambito territoriale.

E’ ciò che avviene anche per l’abitato sviluppatosi sul colle di Bergamo, divenuto nel V secolo a.C. snodo viario e commerciale lungo il percorso pedemontano di collegamento dei traffici tra l’Etruria padana e i passi alpini.

Entro la prima metà del primo millennio a.C., nella Bergamasca si consolidarono itinerari commerciali che attraversavano l’intero territorio. Mentre alcuni percorsi volgevano verso la pianura, un percorso seguiva la via pedemontana che collegava il Comasco al Bresciano, passando ai margini dei rilievi: dalla metà del VI secolo a.C. Bergamo viene a trovarsi lungo il percorso pedemontano di collegamento dei traffici tra l’Etruria padana e l’Europa centrale e proprio per questa sua natura di luogo di passaggio, sul colle si insediano i primi abitanti riferibili alla cultura di Golasecca  (immagine da V. Gastaldi Fois, ‘La rete viaria romana nel territorio del Municipium di Bergamo’ in ‘Rendiconti
dell’Istituto Lombardo’, 105, 1971)

E’ questo il momento in cui il territorio orobico accentua il suo ruolo strategico, ma non più prevalentemente nei riguardi della valle Seriana, bensi nel controllo territoriale della pianura attraversata dai traffici, il cui reticolo viario si modella sulle direzioni di Como, Milano e Brescia.

La collocazione del centro protourbano di Bergamo Alta è di tramite tra gli ambienti contigui e complementari della montagna e della pianura: la montagna ricca di boschi e con presenza di minerali metalliferi; la pianura – rivolta all’ambito padano – più idonea alla ruralità.

Al colle di Bergamo, dove oggi è adagiata Città Alta, spettava un ruolo centrale: da sempre ha costituito un naturale baluardo aperto sulla Pianura Padana e uno sbocco delle due maggiori valli delle Prealpi bergamasche. Ponendosi come tramite tra la pianura e la montagna, l’abitato protourbano golasecchiano è quindi sorto laddove si incontravano mondi economici, fungendo da collegamento soprattutto per coloro che, attratti dai giacimenti di minerali che affioravano in superficie, raggiungevano i monti percorrendo sentieri-pista. Nel VI e V secolo a.C. fu inoltre al centro degli scambi tra gli empori dell’Etruria padana e i paesi transalpini (Pianta di Bergamo e del suo territorio realizzata dopo il 1570

LA CONQUISTA GALLICA DELLA PADANIA

A partire dal IV secolo a. C. (l’invasione è convenzionalmente datata al 388 a.C.) inizia una lenta immigrazione di popolazioni galliche, che diventeranno una presenza forte e culturalmente dominante durante tutto il secolo.

Gli studi elaborati sui rinvenimenti archeologici concordano nell’evidenziare, fra il IV e il II secolo a.C., un forte spopolamento e un parziale abbandono delle aree di pianura e di collina, che fino a quel momento avevano tratto potere e ricchezza dalla loro posizione sul percorso commerciale pedemontano.

L’invasione gallica avrebbe causato il crollo dell’ organizzazione politica e insediativa che controllava il territorio, mettendo in crisi il sistema di scambi e percorsi mercantili che si erano costituiti nell’età precedente. Viene perciò ad interrompersi la corrente commerciale tra area italica e Nord delle Alpi, che aveva fatto fiorire i centri ubicati lungo la pedemontana e determinato lo sviluppo dell’abitato di Bergamo.

La cultura di Golasecca decade quindi a favore della cultura gallica o di La Tène.

Diversamente da quanto si osserva per Milano e Como, nell’abitato sul colle la sostanziale assenza di dati significativi per la II età del Ferro fa registrare una contrazione territoriale: l’abitato sembra infatti decadere o comunque ridimensionarsi fortemente: sicuramente per lo spopolamento dell’area, ma in parte forse anche anche a causa della consistente asportazione della stratigrafia preromana di Città Alta, dovuta agli interventi urbanistici di monumentalizzazione della città operati dai Romani a partire dall’età tardorepubblicana.

Per i Galli, guerrieri avvezzi a muoversi con carri da guerra e cavalli, il territorio collinare non favoriva la rapidità e l’agilità degli spostamenti: costituirono quindi i loro insediamenti in pianura (villaggi rurali di cui Ghisalba, Verdello e Treviglio risultano i poli di popolamento più importanti)  e aprirono altre strade, soprattutto a ovest verso la Gallia, direttrice che successivamente anche i romani percorreranno: accrescendo l’importanza dell’utilizzazione agricola della pianura, la presenza gallica crea così le premesse politiche ed economiche, oltre che militari, della penetrazione romana.

L’AVVIO DEL PROCESSO DI ROMANIZZAZIONE

In quel periodo Bergamo sorgeva in un ampio territorio denominato “Gallia Cisalpina” (un territorio che si estendeva dalla pianura del Po sino alle Alpi), in particolare nell’area dominata alla popolazione gallica degli Insubri, che avevano il loro perno in Milano.

Attraverso alterne vicende, i Romani conquistarono l’intera Gallia Cisalpina sconfiggendo ad una ad una tutte le tribù galliche che vi erano stanziate, sino alla vittoria definitiva di Mediolanum (194 a.C.). Allo scopo di eliminare la possibilità di nuovi grandi coalizioni antiromane, adottarono un sistema di alleanze, i foedera aequa, che permettevano ai popoli sconfitti di mantenere una certa autonomia.

Iniziò così un “processo di romanizzazione indiretta”, grazie alla libera immigrazione di Romani, Latini e Italici, che portavano con sé abitudini e modi di vita. Un processo che farà maturare una ben definita configurazione giuridico-politica del territorio bergamasco, accanto a territori vicini a loro volta chiaramente configurati.

Territori della Gallia Cisalpina (evidenziati in rosso) tra la fine del II e gli inizi del I secolo a.C.  “Gallia Cisalpina” è il nome conferito dai Romani in età repubblicana ai territori dell’Italia settentrionale compresi tra il fiume Adige a Levante, le Alpi a Ponente e a Settentrione e il Rubicone a Meridione. Il Po divideva la regione in Gallia Transpadana e Gallia Cispadana

Divenuta un distretto posto ai confini dell’impero e assunta una funzione strategico-militare, Bergamo viene rafforzata e riorganizzata come oppidum (città fortificata), in modo da tutelare una cosi vasta area di confine del territorio italico, descritto, ancora nel sec. I d.C. come extrema pars Italiae da Plinio.

Dopo i secoli di decadenza e abbandono di vaste aree, sull’antico tessuto protourbano golasecchiano, l’intervento diretto dei Romani favorisce un nuovo e definitivo fenomeno di aggregazione, che consente a questo oppidum di ricevere nell’89 a.C. il titolo di colonia latina (1) e nel 43 a.C. la cittadinanza romana, con la creazione del Municipium civium romanorum (2), sede prevalentemente politico-amministrativa, religiosa e burocratica, ascritto alla tribù Voturia (3).

Sebbene la maggior parte della popolazione viva nel contado, dove la maggior parte della produzione è destinata al commercio nella città, il centro urbano più importante risulta ovviamente Bergomum, cui vengono attribuiti ruoli di gestione e governo del territorio, confermando la funzione di città e di referente per un ampio territorio (4).

Possiamo quindi far risalire all’età cesariana la conferma e il rafforzamento del centro di gravità su Bergamo.

Nei quattro secoli di dominazione romana, architettura, urbanistica, economia, cultura, nuove concezioni e abitudini e stili di vita si fonderanno in un processo continuo di rinnovamento, di riqualificazione, di evoluzione.

I CONFINI DEL MUNICIPIUM

Il limite dell’agro bergomense correva lungo i fiumi Oglio e Adda, a Oriente e a Occidente; a Nord era costituito dall’area montana fra il Legnone e il Venerocolo, mentre risulta di più problematica definizione la linea di demarcazione meridionale: l’agro bergomense probabilmente comprendeva centri attualmente amministrati dalla Provincia di Cremona; inizialmente venne considerato parte della ‘Regio Transpadana’ (che aveva il suo limite occidentale lungo il fiume Oglio), mentre nel basso impero fu considerato parte della ‘Venetia et Istria’ ( che aveva il suo limite orientale lungo il fiume Adda).

La fissazione dell’area di pertinenza del municipium di Bergamo, sarebbe rimasta in linea di massima largamente orientativa nella successiva storia del territorio bergamasco, che in età romana per la prima volta integrava in un unico ambito politico-culturale le aree montuose, collinari e pianeggianti.

LA SUDDIVISIONE DEL MUNICIPIUM SECONDO IL CRITERIO DELLE CENTURIAZIONI

La necessità di un controllo di un territorio più ampio e l’introduzione di una politica intesa al dominio disciplinato delle popolazioni autoctone, viene attuata dalla repubblica romana mediante una serie di interventi mirati, fra i quali l’applicazione nell’agro bergomense del sistema di centuriazione (frazionamento del territorio in poderi di eguale estensione, disposti a scacchiera): operazione necessaria per ottimizzare le possibilità offerte dal suolo, per assicurare una nuova distribuzione delle terre a un sempre maggior numero di coloni nonché per fini fiscali (5): il pagamento dei tributi infatti, non consisteva in denaro, ma in prodotti freschi o disseccati della terra, soprattutto in granaglie.

Nel contempo, viene ampliata l’area coltivabile con interventi di disboscamento e bonifica di aree improduttive e paludose, realizzati argini e canali, tracciati nuovi assi viari e razionalizzati quelli esistenti, consolidati gli insediamenti preesistenti e fondati nuovi centri.

Il sistema della centuriazione trasponeva lo schema adottato per la fondazione di nuove città disponendo, in base a un reticolo ortogonale, strade, canali e appezzamenti agricoli. Il metodo era quello di inserire una maglia reticolare sopra la quale modulare la distribuzione dei campi, dei canali, delle strade e l’insediamento di abitati (che sorgevano lungo un cardo o un decumano, se non a un incrocio fra i due assi). I riferimenti per i tracciamenti venivano individuati preferenzialmente con riferimento ai grandi assi di comunicazione (ad es. la via Emilia) o seguendo le linee idrografiche del sito. Sul territorio bergamasco la centuriazione venne impostata nel quadro del contesto padano, dall’attuale Cremasco al limite delle colline. La divisione avveniva per moduli quadrati (centuriae) o, in alcuni casi, per linee (strigas et scamna) impostati su assi tendenzialmente orientati verso NO-SE (cardi) e NE-SO (decumani). La regolarità geometrica di queste maglie era la specifica caratteristica: la più usata fu quella composta da un reticolo quadrato di 20X20 actus. Secondo gli studi di P. Tozzi, in territorio bergamasco le centuriazioni vennero applicate orientando i cardini in direzione N-NO e S-SE e i decumani in senso O- SO e E-NE

L’operazione esercita notevoli effetti sul paesaggio agrario e sugli insediamenti, imprimendo al territorio un disegno regolare e un assetto funzionale che spesso è stato confermato nei secoli successivi e che tuttora è parzialmente riconoscibile in alcuni lineamenti dell’assetto della pianura (6).

Allo stesso tempo, tale strutturazione correla più strettamente il territorio piano alla città.

La costituzione del municipium e l’aggregazione allo stesso anche della popolazione delle valli congiungeranno così in unità amministrativa un territorio peraltro ben segnato anche dai contorni fisici.

Dentro le stesse valli, in particolare in quella Seriana, si fissano numerosi “vici” (piccoli insediamenti in cui si aggregava la popolazione), generalmente sul fondovalle, con modificazione evidente del modello insediativo dell’età del Ferro: si verifica così uno ‘spostamento’ piuttosto generalizzato degli abitati di altura e di collina, dall’alta quota e dalla mezza costa (preferite e più difendibili, a partire dall’età preistorica) alla fascia collinare e al fondovalle ed ai terrazzi acclivi (Alzano, Nembro..).

Le valli e le montagne vengono inoltre nuovamente valorizzate, per la ricchezza di giacimenti minerari e pietre da costruzione.

Mappa storica nella bergamasca: il fondovalle seriano

Ma ciò che è importante sottolineare è che tali interventi incidono positivamente sulla capacità produttiva del territorio incrementando gli scambi commerciali, quindi le ricchezze del municipium, che, raggiunto sotto Augusto uno status di benessere economico, vengono annessi al REGIO XI transpadano (7). Il tenore di vita delle popolazioni mostra di avere raggiunto il massimo livello nel corso del I e del II secolo.

Le regioni dell’Italia al tempo di Augusto

In area lombarda si favoriscono i collegamenti di pianura, privilegiando i percorsi da Milano verso Novara, Pavia, Piacenza, Cremona, Brescia, Como e Bergamo (da tempo posta sulla linea di transito degli scambi con i poli commerciali di Como, Milano e Brescia), dove vengono a crearsi i presupposti per insediamenti sempre più numerosi.

In ogni caso, il processo di romanizzazione e colonizzazione nell’area padana avviene gradualmente, a volte imponendosi e a volte sovrapponendosi alla realtà indigena.

LE STRADE ROMANE E LA VIABILITA’

Con la romanizzazione si consolidarono alcuni percorsi tradizionali e si aprirono nuove vie commerciali, che permettevano di raggiungere i nuovi abitati e i villaggi romanizzati.

La centuriazione romana determinò il costituirsi di una fitta rete di assi viari che spesso si appoggiavano alla maglia della centuriazione: sentieri e viottoli acciottolati portavano dal “colle” alla campagna, mentre percorsi più importanti collegavano gli abitati di fondazione romana.

A questa armatura si sovrapponevano gli itinerari a lunga percorrenza (fra cui le vie militari), arterie lastricate in pietra che talvolta ricalcarono, e dunque consolidavano, tragitti più antichi.

Lungo le principali vie di transito era prevista la presenza di mutationes (più frequenti) e di mansiones. Le mutationes garantivano la possibilità di un punto di ristoro e fornivano ai messi o ai veicoli che viaggiavano per interessi di Stato, un cambio dei cavalli; nel territorio di Bergamo è stata ipotizzata la presenza di una mutatio a Casazza e a Pontirolo. Le mansiones, disposte a una distanza equivalente a un giornata di viaggio, offrivano la possibilità di ricovero per merci e animali, nonché di pernottamento per i viaggiatori: nel territorio di Bergamo è stata ipotizzata la presenza di una una mansio a Telgate.

Lungo le strade maggiori, a distanza regolare di un miglio, erano poste pietre miliari, che riportavano indicazioni quali la distanza percorsa/da percorrere a partire dal centro più vicino e il nome di colui che si era preso cura del restauro o della realizzazione della strada stessa.

In particolare, a partire dall’89 a.C., vennero tracciate queste importanti arterie stradali di collegamento fra i principali insediamenti romani dell’ltalia settentrionale:

  • la Bergomum-Mediolanum che attraversava il Brembo nei pressi di Marne (dove tuttora esistono i resti di un ponte a due arcate di probabile origine romana) e proseguiva per Verdello (come indica il miliario dedicato dalla Devota Venetia a Costantino), da cui dirigeva in direzione del capoluogo (e dove incrociava la via Mediolanum-Brixia);
  • la Comum-Bergomum-Brixia, che attraversava il Brembo ad Almenno sul Ponte della Regina e l’Oglio a Palazzolo, dove le pile del ponte attuale poggiano su pile più antiche di forma rotonda, o a Cividino, dove sono stati rinvenuti due miliari;
  • la Mediolanum-Brixia che attraversava l’Adda in corrispondenza del Pons Aureoli.

Le grandi strade romane nascevano all’interno di un disegno generale, teso a collegare fra loro i punti più lontani dei territori governati, con percorsi sicuri e lineari e subordinati da un’esigenza di carattere militare a discapito quindi di centri di media importanza: per questo motivo solo alcuni importanti percorsi commerciali raggiungevano direttamente Bergamo: l’importante percorso fra Mediolanum a Brixia, tratto della strada che conduceva fino ad Aquileia e poi a Emona, per esempio, trascurava la città, attraversando l’agro bergomense a Sud dell’abitato, attraversando l’Adda a Pons Aureoli (l’odierna Canonica, dove si trovava una mutatio), l’Oglio a Palazzolo o a Cividino.

Fra gli itinerari a lunga percorrenza, godettero dunque di particolari cure e attenzioni le vie militari: in alcuni casi si realizzarono imponenti strutture documentate dagli “itinerari” del IV secolo d.C. e dalla “Tavola Peutingeriana”, per assicurare agli eserciti rapidità negli spostamenti: così lungo le strade di collegamento tra Bergamo, Milano, Como e Brescia.  La strada per Milano passava l’Adda a Pons Aureoli (Canonica); quella per Como (una via pedemontana di mezza costa), superava il Brembo ad Almenno (Ponte della Regina) per dirigersi verso il ponte romano-medioevale sul torrente Tornago, conosciuto anche con il nome di “ponte del Tarchino”.

La strada per Brescia passava il Serio a Gorle e l’Oglio sotto Cividino. Non restano tracce dei ponti romani di Canonica e di Gorle, sostituiti da successivi manufatti, mentre restano tracce dei piloni dei ponti di Cividino e di Almenno del quale, ancora in funzione nel XV secolo, si conosce l’architettura originaria.

Incisione di Boromèo Gilberto (1815-1885) “Dintorni di Bergamo”: avanzi del ponte di Lemine. Il ponte della Regina (Almenno San Salvatore) venne realizzato probabilmente sotto l’imperatore Traiano, lungo l’importante via Bergomum-Comum; il manufatto, realizzato per la vi militare che portava alla Rezia, rimase in uso fino al XV secolo, fino all’alluvione del 1943. Nella ricostruzione proposta da Elia Fornoni la struttura risulta alta 25 metri e lunga 180 metri
Il ponte sul torrente Tornago. Conserva la struttura di età medioevale, su ricostruzione di un manufatto romano. Attraverso questo ponte la via Bergomum-Comum giungeva nella località attualmente denominata “agro di Almenno”, nei pressi dell’area dell’attuale chiesa di S. Tomè (sorta su un luogo di sepoltura del I sec. d.C.) (foto da Adobati, Lorenzi – a cura di -, ‘Arte romanica tra Italia, Francia e Spagna – Catalogo didattico, 2001)

Quando le sponde risultavano basse sul letto dei fiumi si lasciò che i viaggiatori e i mercanti attraversassero i corsi d’acqua a guado, soprattutto quando l’acqua, scorrendo in un fondo piuttosto largo, si divideva in rami non eccessivamente profondi: è questo il caso dei numerosi guadi del fiume Serio (anche lungo la via Mediolanum-Brixia; la situazione non cambierà in età medievale e gli stessi guadi saranno luogo di attraversamento anche per la strada Francesca, che riprende un tracciato in uso dall’età romana fra Pons Aureoli e Palazzolo).

Un importante percorso portava all’area settentrionale del Sebino e alla Valcamonica, staccandosi dalla Bergomum-Brixia in prossimità della mutatio di Tellegatae, all’altezza di Carobbio (Quadrivium) degli Angeli, dove esisteva un esteso insediamento.

All’area del Sebino settentrionale e della Valcamonica conduceva la via che attraversava la Val Cavallina, superando il vicus di Casazza, dove molto probabilmente si trovava una mutatio. All’area meridionale del Sebino conduceva invece la via che si staccava dalla Bergomum-Brixia per raggiungere Sarnico e poi Predore.

Infine la strada per Cremona passava da Ghisalba e Bolgare.

A partire dal III secolo d.C. l’area della Pianura Padana accentrò attenzioni e acquisì sempre maggiore importanza, in quanto retrovia dell’organizzazione militare stanziata oltralpe (verso la fine del secolo Milano divenne capitale); con la crisi dell’impero, tuttavia le strade vennero gradualmente abbandonate all’incuria e la mancanza di interventi capillari iniziò a compromettere la qualità e la velocità degli spostamenti, fino alla piena decadenza della rete viaria, accentuata dal crollo dell’impero romano.

La sopravvivenza di alcuni luoghi peculiari (siti, incroci, ecc.) determinatisi in epoca romana, si è successivamente materializzata a livello simbolico (ad esempio la sostituzione di un cippo con santelle, croci ed oratori).

LA CITTA’ ROMANA

Complementare all’organizzazione militare romana avvenuta con la costituzione di Bergamo a municipium (I sec. a.C.), si procede quindi alla formazione dell’impianto urbano, con la creazione di infrastrutture e strutture pubbliche in precedenza non esistenti (cinta muraria (8), sistema viario, rete idrica e fognaria, necropoli, area forense, edifici da spettacolo, monumenti pubblici, domus), con le quali si costituisce il centro politico, amministrativo, religioso e residenziale della città romana, secondo un piano architettonico ben definito che verrà perfezionato nel II-III secolo d.C. Tale fase è preceduta da diffusi e poderosi interventi di ristrutturazione urbanistica (spianamento, terrazzamento e livellamento), in vista di una progettazione razionale degli spazi.

Attraverso un excursus perdurato dal I secolo a.C. fino a tutto il IV secolo d.C., architettura, urbanistica, economia, cultura, nuove concezioni e abitudini e stili di vita, si fonderanno in un processo continuo di rinnovamento, di riqualificazione, di evoluzione (9).

ATTIVITA’ PRODUTTIVE E UN PRIMO DELINEARSI DEI BORGHI

Se tutti i dati archeologici ed epigrafici concordano nel definire la funzione urbana della città sul colle (sede prevalentemente politico-amministrativa, burocratica e religiosa), considerati anche i limiti posti dalle condizioni morfologiche e idrografiche, gli impianti produttivi e artigianali dovevano essere dislocati nella fascia suburbana (suburbium), dipendendo probabilmente dal fiume Serio, che, dotato di un regime più regolare e di un regolare raccordo morfologico con la pianura, poteva più facilmente prestarsi a eventuali opere di derivazione e canalizzazione delle acque (10).

Ed è probabilmente in questo modo che si manifestano le prime tendenze di quella zonizzazione altimetrica di funzioni che sarebbe divenuta caratteristica nei tempi successivi, con la fissazione sul piano di alcuni edifici per particolari attività e la probabile dipendenza dal Serio che si prestava per la portata, il dislivello e l’andamento del suolo a captazioni o derivazioni; dipendenza di cui però abbiamo ampie prove solo a partire dal Medioevo (11).

Il suburbio precomunale

I borghi suburbani, documentati solo a partire dai secoli VIII e IX, sono citati agli inizi del sec. XII da Mosè del Brolo nel “Pergaminus”: si tratta del Fabricianum (Fabriciano),ubicato a N, identificabile nella zona di Valverde esterna alla porta di S. Lorenzo (e comprendente il Castello di Poliacum: attuale casa Cattaneo già Medolago); del Pompilianum (Pompiliano), ad W, comprendente l’area da Borgo Canale a Broseta ed alla Benaglia; a SW della città, del Praetorium (Pretorio), nella zona alta di via S. Alessandro e del Crotacium (Credacio) nella parte bassa di via di S. Alessandro, compresa la chiesa attuale e il territorio circostante; del Palatium, a SE, nella zona di Borgo Palazzo lungo la direttrice di Seriate-Brescia e comprendente la Curtis Regia della Murgula; infine del Plaurianum (Plorzano), a E, corrispondente a Borgo S. Caterina, sulla via che conduce alla Valle Seriana (12).

I MODELLI INSEDIATIVI DEL CONTADO

In età romana, oltre a Bergamo (il centro urbano più importante, avente ruoli di gestione e governo del territorio), un altro centro che richiamava il maggior numero di abitanti fu Fornovo S. Giovanni, importante centro commerciale ed  uno dei punti nodali per la continuità di insediamento fin dall’età del Ferro lungo l’asse di collegamento tra il Po e le Alpi (su cui si colloca anche l”altro importante centro di Cologno al Serio). Fu probabilmente uno degli avamposti nel processo di penetrazione e di conquista romana e centro di rilievo anche nell’alto medioevo, epoca in cui si registra, unica in Italia, una presenza prima alamanna poi longobarda di tutto rispetto.

La maggior parte della popolazione viveva però nel contado, solitamente aggregata in piccoli insediamenti (i vici; es. quello di Fontanella, nella pianura, e quello di Casazza in area valliva).

Il territorio venne diviso in circoscrizioni rurali (distretti), i pagi, che avevano un centro di riferimento dotato di luoghi per l’amministrazione della giustizia e per la preghiera (per es. il pagus Fortunensis, nell’Isola Brembana, il cui centro amministrativo era ubicato in Terno). Spesso questi nuclei insistevano su abitati più antichi; in età medievale, furono frequentemente questi insediamenti a divenire pievi.

Un altro modello insediativo diffuso sul territorio fu la ‘villa rustica’: struttura insediativa ubicata all’esterno delle mura cittadine, era articolata in edifici per la residenza signorile dei proprietari (pars urbana), che di solito vivevano in città, e ambienti destinati ai contadini e agli schiavi (pars rustica).
Nel territorio bergamasco sono segnalati numerosi resti di ville rustiche, spesso ubicate nei pressi di un corso d’acqua (con cui venivano alimentati gli ambienti termali normalmente connessi alla pars urbana).

La maggior parte della produzione era destinata al commercio nella città, solo una parte del raccolto era finalizzata alla sopravvivenza dei lavoranti.

DALL’ETA’ IMPERIALE ALL’ALTOMEDIOEVO

Nell’età imperiale Bergomum perde parte della sua originaria specificità strategico-militare, potenziando il ruolo di centro politico-amministrativo per un vasto territorio, nel quale coesistono forme complementari di economia forestale-pastorale, tessile, mineraria, edilizia, agricolo-zootecnica. Successivamente la città non viene coinvolta in eventi di particolare rilievo, essendo menzionata solo nelle fonti geografiche e itinerarie (13).

Nell’ambito della riorganizzazione militare e amministrativa del IV secolo attuata da Diocleziano, Bergomum viene attribuita alla X Regio, la Venetia, anziché all’XI, la Transpadana, fatto che può aver consentito il permanere, a differenza di altri centri lombardi, di una vita urbana nei secoli delle invasioni barbariche.

I mutamenti del quadro socio-economico che ne conseguono fanno registrare, tra la prima età imperiale e l’età tardoantica, profonde trasformazioni, sia con ristrutturazioni e rifacimenti di edifici pubblici o privati, sia con modifiche nella ripartizione e nella destinazione d’uso di alcune zone, con nuove soluzioni nell’organizzazione complessiva dello spazio urbano: è ciò che accade non solo nell’area a Nord della Biblioteca Civica, ma anche nell’area del foro, tra via Reginaldo Giuliani (dove tra la seconda metà del III secolo d.C. e il IV secolo d.C. si modifica radicalmente l’impianto urbano), Piazza Mercato del Pesce e nell’area posta inferiormente alla Cattedrale di Sant’Alessandro, dove nel V sec. a.C. viene fondata l’ecclesia della città, una basilica di grandi proporzioni.

Nell’area bergamasca, le prime tracce del Cristianesimo (divenuto con l’editto di Teodosio religione ufficiale dell’impero romano) interessano dapprima l’ambito urbano (III secolo, mentre solo nel IV secolo abbiamo menzione dei primi vescovi della città), mentre l’inizio della conversione nelle aree rurali può essere datato fra i secoli VI e VII, con la fondazione delle prime pievi rurali e dei primi oratori presso le aree sepolcrali.

Nelle campagne infatti, estranee ai circoli culturali e raggiunte con lentezza dalle influenze esterne (e, pertanto, fortemente conservatrici), anche in seguito all’editto di Teodosio i culti pagani, spesso ereditati dalle comunità preistoriche, resistettero ancora a lungo.

Il passaggio tra romanità e Alto Medioevo è comunque difficilmente ricostruibile per scarsità di dati, ma una continuità di vita è percepibile da isolati elementi relativi alle necropoli, che persistono sia in Porta Dipinta che in Borgo Canale (poste secondo l’uso romano immediatamente all’esterno degli abitati, spesso in prossimità delle strade di collegamento più importanti).

Nel 538, durante la guerra gotica, Bergamo venne descritta da Procopio (Bell. Goth., II, 12, 40) come centro fortificato e durante il regno longobardo continuerà ad essere punto strategico (cfr. Paul. Diac., Hist. Lang., passim), apparendo essenzialmente come centro fortificato necessario per il controllo della pianura e delle vie, specie in rapporto al territorio milanese.

Note

(1) Nell’89 a.C. fu promulgata la Lex Pompeia de Transpadanis, con cui veniva concessa alla popolazione della Transpadana, e quindi anche alla popolazione di Bergamo, lo ius Latii, il diritto latino, che prevedeva il diritto di proprietà, di matrimonio, di voto, di cambiamento di residenza: non si trattava ancora di cittadinanza optimo iure, ma garantiva la parità nei diritti civili.

(2) La nascita del municipium è attestata da notazioni epigrafiche per la presenza dei quattuorviri. Il municipium romano era diviso in distretti, a loro volta suddivisi in più piccoli insediamenti, dislocati in particolare lungo le vie romane nei punti strategici e militari. Uno dei distretti amministrativi con cui i romani divisero la bergamasca fu il pagus Lemennis, avente il centro amministrativo in Almenno S. Salvatore, presumibilmente nei pressi della Madonna del Castello.

(3) Nel 58 a.C. Cesare divenne governatore della Cisalpina e, per sua intercessione nel 49 a.C. venne concessa la cittadinanza romana a tutti i Transpadani (Lex Julia). Le colonie furono trasformate in municipia e i cittadini iscritti nelle tribù: quelli di Bergamo furono iscritti nella tribù Voturia, che assume il nome dalla gens Veturia, una delle più antiche famiglie romane. A tale tribù erano ascritti i territori di Ostia, Cere, Piacenza e Bergomum. Le epigrafi militari bergomati della Voturia tribus rinvenute in Pannonia, testimoniano che la popolazione bergamasca fu prevalentemente utilizzata per l’esercito: una scelta/necessità, che resterà poi costante nella storia bergamasca. Agli abitanti di Bergomum veniva offerta la prospettiva della carriera militare e quella dell’acquisizione di magistrature cittadine; carriere prevalentemente perseguite con l’aspettativa di un miglioramento della propria condizione economica e sociale, con la possibilità di accedere alle carriere politiche in ambito locale. […] (R. Poggiani Keller, Bergamo dalle origini all’altomedioevo, Op. cit. in bibliografia).

(4) Tozzi P. L. 1972.

(5) Si tratta delle suddivisioni agrarie ed amministrative delle due successive centuriazioni, la prima, limitata alla fascia dell’alta pianura, è riferibile all’epoca dell’ammissione (89 a.C.). Applicata in un’area di circa 300 chilometri quadrati, presenta una declinazione di 7/8° rispetto ai punti astronomici. Secondo le indicazioni di Tozzi venne orientata secondo l’asse Spirano-Stezzano. In seguito Cantarelli ipotizzò come Cardo massimo, il tracciato di riferimento per la prima centuriazione, l’antica via Bergamo-Crema – anticamente usata per la transumanza – passante per Verdello e identificata dal Tozzi come cardo XX. A distanza di pochi decenni (e comunque entro la fine del I secolo a.C., in una situazione meglio definita militarmente), per permettere la bonifica di tutto il territorio a sud della linea delle risorgive (fino a comprendere anche parte dell’attuale Cremasco), si procedette ad una seconda centuriazione, caratterizzata rispetto alla precedente da un’inclinazione degli assi più marcata (maggiore di 4 gradi, in relazione al Nord astronomico), più efficace in rapporto alle necessità di controllo e scolo delle acque di superficie.

(6) Tozzi P. L., Storia, padana antica, il territorio fra Adda e Mincio, pubbl. Fac. Lettere e Filosofia Univ. Pavia, Milano 1972, pp. 75-97. Sulla persistenza delle tracce della centuriazione nel paesaggio in generale cfr. Sereni E., Storia del paesaggio agrario italiano, Roma-Bari 1974, pp. 50-52.

(7) Durante il principato di Augusto, intorno al 7 d.C., nell’ambito delle 11 regioni con le quali venne organizzata la divisione amministrativa dell’Italia, l’ex Gallia Cisalpina venne divisa in quattro Regiones; il territorio corrispondente all’attuale Lombardia entrò a far parte dell’Impero romano con il nome di Traspadana, l’XI Regio, l’ultima a costituirsi sul suolo italico.

(8) “La sistemazione delle mura, legata allo sviluppo edilizio di Bergamo romana, deve essere avvenuta almeno nella seconda metà del I o nel II sec. d.C., superato il primo periodo di assestamento del municipio, (M. V., in Bergamo dalle origini all’altomedioevo, Op. cit. in bibliografia.

(9) M. Fortunati, L’età del Ferro. Dall’oppidum degli Orobi alla formazione della città sul colle (Op. cit. in bibliografia).

(10) Sergio Chiesa, “Il Sito – Aspetti geologici e geomorfologici del colle di Bergamo”, paragrafo “Pedologia e idrogeologia”, p. 19, in R. Poggiani Keller, Bergamo dalle origini all’altomedioevo, Op. cit. in bibliografia.

(11) Goltara 1960. Lelio Pagani, “Appunti sulla posizione e sul sito di Bergamo antica”, pagg. 20-32, in R. Poggiani Keller, Bergamo dalle origini all’altomedioevo, Op. cit. in bibliografia.

(12) L. Angelini, Il volto di Bergamo nei secoli. Ed. Bolis, 2003 e R. Poggiani Keller, Bergamo dalle origini all’altomedioevo, Op. cit. in bibliografia.

(13) Dall’esame dei materiali sia architettonici sia fittili risulta infine una predominanza di elementi riferibili ai primi secoli dell’impero. In età imperiale si manifestano, accanto ad un’arte colta (ascrivibile ai frammenti di architrave, alle due mensole a protome taurina, ai blocchi di cornice, alla base di colonna e ai capitelli corinzi (esaminati in Aa.Vv. 1986), forme di carattere artigianale spesso dettate da un gusto locale (ad es. le antefisse da piazza Mercato Fieno per le quali cfr. Aa.Vv. 1986, p. 112-113) e italico 48 (ad es., la tipologia tipicamente “italica” del bucranio presente sul fregio della Chiesa di S. Fermo, sulla base proveniente dal Monastero di S. Grata, nonché sulle due aree di S. Michele dell’Arco per i quali cfr. Aa.Vv. 1986, p. 151-152; 117-118; 139-142).

Riferimenti/bibliografia

Bergamo dalle origini all’altomedioevo – Documenti per un’archeologia urbana. A cura di Raffaella Poggiani Keller. Ediz. Panini, Modena, 1986, con particolare riferimento a Lelio Pagani, “Appunti sulla posizione e sul sito di Bergamo antica”, pagg. 20-32 e F. Cantarelli, M. Fortunati Zuccala, L. Pagani, R. Poggiani Keller, “Considerazioni per un profilo storico-archeologico di Bergamo romana”, pagg. 181-183.

Carta Archeologica della Lombardia – II La Provincia di Bergamo – I Il territorio dalle origini all’altomedioevo. A cura di Raffaella Poggiani Keller. Ed. Panini, Modena, 1992.

L’oppidum degli Orobi a Parre (Bg), a cura di Raffaella Poggiani Keller, Edizioni ET, 2006.

L’età del Ferro. Dall’oppidum degli Orobi alla formazione della città sul colle. Raffaella Poggiani Keller. Ed. Fondazione per la storia economica e sociale di Bergamo. Con particolare riferimento a Maria Fortunati, Bergamo romana: appunti per una rilettura dell’assetto urbano alla luce delle nuove scoperte.

Provincia di Bergamo, Piano di settore della rete ecologica provinciale , Documento preliminare di piano – Ottobre 2008. A cura dell’Università degli Studi di Bergamo – Centro Studi sul Territorio.

La storica drogheria Mologni ben presto sarà solo un ricordo (divagando tra piazza Sant’Anna e dintorni)

E’ di questi giorni la notizia dell’imminente chiusura della storica drogheria “Fratelli Mologni” in piazza Sant’Anna, l’antica “istituzione” cittadina gestita dal ’53 da Norberto Mologni – classe 1933 – ma vecchia di quasi un secolo perché è in piazza dal 1921, fondata da papà Calisto e zio Carlo.

All’angolo fra via Ghislandi e via Borgo Palazzo, affacciata su piazza Sant’Anna, la storica Drogheria F.lli Mologni: un pezzo di storia della città

Una notizia che lascia increduli e sgomenti i bergamaschi, da sempre abituati a vederla lì, all’angolo fra la piazza e via Ghislandi, rassicurante coi suoi giusti rimedi per qualsiasi problema casalingo, come se conoscesse a menadito e da generazioni, tutti gli abitanti del Borgo.

 

Il signor Norberto Mologni negli ultimi giorni di apertura, dopo una vita dietro al bancone della storica drogheria, fondata dal padre nel 1921. Nella conduzione dell’azienda sè stato affiancato dalla nuova generazione dei Mologni, con Mauro, Ombretta e Umberto, mentre il fratello, Valerio, è scomparso nel 2010 all’età di 72 anni, investito da uno scooter in piazza Sant’Anna mentre attraversava la strada per tornare al negozio (Fotografia di Giuseppe Preianò)

Bergamo perde non solo la più antica drogheria della città – e chiamarla “drogheria” è un eufemismo – ma anche il sorriso del titolare e il sapere dell’insostituibile signor Carlo, dipendente della ditta da oltre trent’anni, durante i quali ha dispensato con saggezza consigli e rimedi d’ogni sorta da dietro il bancone ottocentesco in noce, attorniato da spezie e caramelle sfuse in quantità, tutte raccolte in deliziosi barattoli in vetro trasparente.

Al banco il signor Carlo, dipendente della ditta Mologni da oltre trent’anni con gli immancabili occhiali dalla sottile montatura e il grembiule verde

La storica insegna che campeggia sulla piazza ne ha molte da raccontare, a partire dal cartello “Coloniali” voluto da papà Calisto per indicare non certo boccette di miscele profumate evocanti speziati profumi esotici, bensì le antiche Colonie europee in Oriente, da cui giungevano le famose spezie di Mologni.

 

Norberto Mologni durante gli ultimi giorni di attività nello storico negozio di piazza Sant’Anna (Fotografia di Giuseppe Preianò)

 

In vetrina

La ditta era nata infatti come “spezieria” – l’unica della città a quei tempi -, rifornita di ogni genere di spezie: dalla curcuma in polvere allo zenzero, dal pepe al cardamomo, all’ormai introvabile radice di liquirizia.

 

 

Il signor Carlo, dipendente della ditta Mologni, durante gli ultimi giorni di attività nello storico negozio di piazza Sant’Anna (Fotografia di Giuseppe Preianò)

E approfittando di tutto questo “ben di Dio”, il titolare aveva creato la celeberrima “miscela Mologni”, un misto di ben dodici spezie per insaporire la carne, composta tra gli altri da coriandolo, cardamomo, pepe, zenzero, noce moscata e cannella, aumentando la quale, si creava la miscela perfetta per i deliziosi biscotti di Panpepato a forma di omino.

Per un tempo che sembra indefinito gli arredi hanno custodito rimedi infallibili per qualsiasi problema casalingo, rappresentando un vero e proprio servizio per la comunità.

 

Il che richiedeva la presenza costante non di commessi qualsiasi, ma di personale esperto che avesse parecchia familiarità con i rimedi le composizioni chimiche dei prodotti.

 

Il signor Carlo, dipendente della ditta Mologni, durante gli ultimi giorni di attività nello storico negozio di piazza Sant’Anna (Fotografia di Giuseppe Preianò)

Qui, tra gli altissimi scaffali lignei laccati color panna risalenti al primo Novecento, le antiche credenze screpolate dai vetri sottili e un caleidoscopio di vasi, barattoli, boccette e profumini d’ogni sorta, il tempo ha passeggiato con calma tra mille mercanzie: dai detersivi più comuni per la pulizia della casa ad improbabili specialità medicinali (e un tempo il chinino, per curare la malaria) ai prodotti chimici o ai detersivi per l’industria (dalla soda caustica agli acidi solforico e nitrico e polveri di ogni tipo), candele, cera d’api, vernici naturali, ma anche specialità dolciarie o meravigliosi oli essenziali purissimi, vari tipi di te in foglia, capperi, caffè, caramello, vini e persino Champagne!

 

E le immancabili spezie, come nei migliori bazar, ma in versione orobica.

E ancora, liquori in gran quantità, acque imbottigliate di ogni marca e persino acqua sulfurea proveniente direttamente dall’Ungheria; rimedi per smacchiare, lucidare ogni tipo di pavimento, eliminare le tarme dagli abiti o dal mobilio: sperimentato personalmente ed infallibile grazie ai consigli sagaci del signor Carlo.

Il signor Carlo, dipendente della ditta Mologni, durante gli ultimi giorni di attività nello storico negozio di piazza Sant’Anna (Fotografia di Giuseppe Preianò)

 

Per non parlare dell’incredibile assortimento di saponette e di barattoli per la pulizia personale: una delizia in cui perdersi.

Tutto doveva passare dal suo magazzino di via Ambrogio da Calepio, che fungeva anche da ingrosso e che ora inizia ad essere desolatamente sgombro di merci e scatoloni.

Norberto Mologni durante gli ultimi giorni di attività nello storico negozio di piazza Sant’Anna (Fotografia di Giuseppe Preianò)

 

E caramelle sfuse, tante caramelle che oltre ai classici gusti comprendevano gli introvabili e antichi zucchero matricale (un bonbon zuccherino con genziana e rabarbaro), il confetto al chinotto, la caramella con nocciola e ciocco fondente Moretto Nougatine e la goccia menta, quella con il cuore morbido che ti si scioglie in bocca.

 

Il tutto, tra caramelle e profumi di Colonia, le fondenti Perugina e l’odore morbido del sapone di Marsiglia, i rimedi della nonna e quelli d’ogni sorta esposti in vetrina e corredati da simpatiche istruzioni scritte a mano e scolorite dagli anni.

E se il prodotto non era sullo scaffale, bastava chiedere e Mologni era in grado di procurarlo, sempre ben disposto a soddisfare ogni richiesta della clientela, lavorando con la serietà e la competenza ereditata da papà Calisto.

Norberto Mologni, titolare della drogheria di Piazza Sant’Anna

Un’atmosfera tale, quella del negozio, da meritarsi un reportage fotografico contenuto nel libro “Certi silenzi” di Nicoletta Prandi – un libro in cerca di emozioni catturate in città -, e relativa mostra all’ex ateneo in Città Alta, dove il titolare, Norberto Mologni, è immortalato insieme ad immagini fortemente evocative ed accenni a personaggi che han fatto la storia di Bergamo come il conte Giacomo Carrara, Gaetano Donizetti, il grande giocoliere Enrico Rastelli, affiancati, nell’oggi, al burattinaio Vittorio Moioli detto “ol Bachetì”: fra personaggi monumenti e persone di passaggio, chiese e distributori di caramelle, la squadra dell’Atalanta e la tradizione di Santa Lucia c’era anche lui, conosciuto ed amato da tutta la città.

Certo negli ultimi anni Mologni lamentava una diminuzione del forte via vai di allora e anche il fatto che specialmente la sera la piazza fosse mal frequentata.

Scorcio di piazza Sant’Anna oggi

Ma in fondo il borgo nella sua semplicità sa ancora rivelare la sua antica identità, con il lungo serpentone, affiancato da strettoie, che dalla porta di Sant’Antonio andava verso i corpi santi,  i laghi, Brescia e Venezia e che oggi si snoda lungo un susseguirsi ininterrotto di botteghe dal sapore artigianale e case, quelle del popolo e della borghesia, curate e dignitose, accatastate le une sulle altre in una cornice confidente e familiare, confortata dall’atmosfera ottocentesca dei suoi palazzi gentilizi e dall’eco delle antiche osterie con alloggio e stallo, di cui restano ancora i segni sui pilastri delle corti.

Un rione, in fin dei conti, ancora molto intenso ed animato, dove non mancano iniziative come il tradizionale appuntamento con la festa del Borgo con la sua gente semplice e cordiale, sempre pronta a difendere e riscoprire le origini e le tradizioni antiche di quel Borgo Palazzo che prende il nome dal palatium imperiale creduto eretto da Carlo Magno.

Un Borgo ricco: di chiese, come quella antichissima e ormai irriconoscibile di Sant’Antonio in Foris, di conventi, chiostri e ameni giardini, di palazzi e di acque generose: la Morla, che ha dato il nome all’antica  Curtis Murgula dove sorgeva l’antico palazzo, e, più a monte, la Roggia Serio, cui si aggiunge la Morlana presso i Cappuccini in un fitto intrecciarsi di corsi d’acqua, un tempo utilizzati per muovere mulini e far funzionare magli, seghe per legname, per la macina della calcite, per filatoi.

Via Ghislandi nel 1916, ancora abbracciata dagli orti e con la chiesa di S. Anna sullo sfondo

Così anche in piazza Sant’Anna, importante crocevia di transito e commerci di cui si avverte ancora l’eco, anche se bisogna lavorare un po’ di fantasia.

La drogheria Mologni nel 1954 (Archivio Wells)

Non c’erano alberi (introdotti nel ‘78), ma una spianata, con un benzinaio e la pesa per i veicoli che trasportavano merci, piantonata dai vigili pronti a multare i mezzi sovraccarichi, traditi da un’evidente flessione delle balestre. Al tempo esisteva già un’edicola per giornali ma molto più piccola rispetto a quella odierna.

Piazza Sant’Anna verso l’incrocio tra via Angelo Maj e via Borgo Palazzo, nel 1954

 

Piazza Sant’Anna nel 1954, con il benzinaio, la pesa per i veicoli che trasportavano merci e a sinistra l’edicola

 

Piazza Sant’Anna (data non precisata), ancora con il benzinaio e priva di arredo. Il gabbiotto al centro sembrerebbe un vespasiano. In primo piano a destra manca la scalinata per i bagni pubblici sotterranei e  la “corrierina ” A.T.B. è forse quella della linea automobilistica Gorle- Scanzo – Negrone

Gli interventi di ammodernamento della piazza erano iniziati verso gli anni ‘60; la fontana neoclassica posta al centro venne donata dal parroco Don Antonio Ruggeri proveniente dalla casa parrocchiale.

Piazza Sant’Anna presumibilmente alla fine degli anni anni ’50 con le aiuole di nuova realizzazione e la fontana al centro; a destra l’ingresso per i bagni pubblici sotterranei, poi tolti per questioni di sicurezza. Non c’è ancora il passaggio a fianco del campanile. Il filobus è il n° 4, Cimitero- via San Bernardino

 

Piazza Sant’Anna negli anni ’50. Di fronte, il Piccolo Credito Bergamasco

 

Piazza Sant’Anna alla fine degli anni ’50, con il chiosco di benzina e  la bellissima 1100/103 TV del ’53 con terzo faro centrale inserito nella mascherina. L’auto partecipò alla Mille Miglia dal ’54 al ’57

 

Piazza Sant’Anna dal campanile (Archivio Wells)

 

Piazza Sant’Anna verso la fine degli anni ’60/inizi ’70. Sono stati eliminati i servizi igenici pubblici sotterranei (Archivio Wells)

 

Il personale del ristorante-pizzeria-Arlecchino negli anni ’60

Oggi come ieri, un groviglio di negozi, alcuni ammiccanti e raffinati ed altri démodé come quello di Mologni, ricavato nei locali del bell’edificio liberty che lo sovrasta.

Il servizio di bike sharing in piazza Sant’Anna

Poco distante, la rinomata pizzeria Arlecchino e di lato gli ormai storici panificio e fruttivendolo, con la farmacia omeopatica, la banca, l’edicola, la pasticceria, la chiesa – tra le più belle di Bergamo -, legata allo storico oratorio maschile del “Sacro Cuore”, dove nel 1945 venne fondata la società sportiva U.S. Olimpia, per promuovere la pratica dello sport tra la gioventù del Borgo e della città.

Il ristorante-pizzeria Arlecchino

 

C’è tutto nella piazza: una città nella città, persino il cinema e, a pochi passi, un tempo c’era anche uno splendido teatrino nella breve via Anghinelli.

L’insegna del Teatro Augusteo in via Anghinelli, costruito nel 1923 e rimasto attivo fino alla Seconda guerra mondiale; dopo un abbandono durato oltre 40 anni, nel 2007 è stato demolito per ricavarne abitazioni di lusso.

Accanto a Mologni, c’è la stretta lavanderia della signora Giò, dagli occhi verdi e il viso magro, i riccioli scomposti e gli orecchini dorati e, tra questa e la drogheria, un piccolo bar con parquet ed uno stretto bancone in legno scuro dove Mario, il titolare, riempie l’aria con la sua risata, frizzante, come bollicine dello Champagne di cui è cultore.

Veduta aerea di piazza Sant’Anna (Archivio Wells). La maestosa chiesa parrocchiale di S. Anna fu costruita in circa 15 anni, su progetto dell’insigne architetto Giuseppe Berlendis. E’ una magnifica costruzione ispirata ai canoni del più puro stile neoclassico. Fu inaugurata il 25 luglio 1856 dal Vescovo Mons. Pier Luigi Speranza, che nel 1859 fondò la Parrocchia di S. Anna, sul territorio che prima era della parrocchia di S. Alessandro della Croce, in Pignolo. Letizia Roncalli, archivista parrocchiale, racconta che prima c’era una chiesa del 1600

Tra qualche settimana molto a malincuore il signor Norberto chiuderà per sempre i battenti: Carlo, lo storico dipendente, tra poco se ne andrà in pensione e nessuno – né Mauro, il figlio del titolare e né i nipoti, occupati altrove – potrà portare avanti l’ormai secolare attività.

Qualche metro più in là, sulle vetrine che si affacciano su piazza Sant’Anna campeggia la scritta “cessione attività” accompagnata da uno sconto sugli ultimi prodotti in vendita. La gente non manca di passare per gli ultimi acquisti e salutare la storica insegna, dove lascia un pezzo di cuore: è la vecchia Bergamo che un pezzo alla volta se ne va.

Fotografia di Giuseppe Preianò

Con Mologni Bergamo perde una certezza, l’ultimo depositario di un sapere che sa di antico e familiare, che per decenni ha accolto i bergamaschi dispensando rimedi e rassicurandoli con preziosi consigli.

Un’insegna che ha attraversato indenne la crisi degli ultimi anni e la tassazione insostenibile che ha costretto diversi negozi alla chiusura.

Che è sopravvissuta alla nascita dei primi minimarket nonché a quella ben più insidiosa dei centri commerciali e delle grandi catene di Acqua & Sapone, grazie alla competenza e alla disponibilità del personale in grado di stabilire un legame che è andato ben oltre il piccolo tessuto del borgo per allargarsi alla città e riverberarsi alla provincia.

Norberto Mologni, un signore cordiale e simpaticissimo

Non sarà facile passarle accanto e fermare lo sguardo sulle serrande chiuse, ed accettare l’idea che in nessun posto troveremo quel miscuglio variopinto di merci, profumi e sorrisi: quelli del titolare e del signor Carlo, che non possiamo che contraccambiare con tanta riconoscenza e non poca malinconia.

La Fontana del Delfino nell’antico bosco di Pignolo

All’incontro di quattro strade, due in salita – Pignolo e Pelabrocco – e due in discesa – San Tomaso e Masone-, il cuore di borgo Pignolo accoglie il visitatore con la varietà e la bellezza della sua forma irregolare, in un luogo ricco di straordinarie stratificazioni architettoniche.

Via Pignolo e Fontana del Delfino in una fotografia degli anni Trenta (Bergamo – Curia Vescovile – Raccolta Fornoni)

Accanto alle case borghesi ottocentesche ed ai negozi, la nobile fronte cinquecentesca di Palazzo Lupi fa da contrappunto alla pittoresca, inconsueta casetta con il piano superiore aggettante, posta all’angolo delle vie Pignolo e S. Tomaso. Come si evince dalle vecchie immagini, in passato la casa non era a graticcio, ma presentava le pareti lisce e nude.

Il microcosmo marino della Fontana del Delfino sembra quasi richiamare il curioso edificio nordico con il piano superiore a sbalzo (quattro/cinquecentesco?), dalla forma evocante la poppa di una nave

Luigi Angelini ricorda che la forma particolare e le suggestioni sprigionate da questo luogo ispirarono numerosi artisti, compreso quel “geniale pittore russo Leon Bakst” che realizzò una scenografia per uno dei balletti di Diaghilew che dominarono in quel tempo i teatri d’Europa.

L’edificio – scriveva Luigi Angelini – richiama le piccole case nordiche quali la Glöcklein di Norimberga prossima alla casa natale di Dürer o le casette antiche di Rouen o di Malines, o alcune modeste costruzioni della vecchia Bologna o del quartiere veneziano di S. Lio

Ma ritroviamo la stessa ambientazione nella baracca burattinesca di Bigio Milesi, il celebre burattinaio/pasticcere di San Pellegrino Terme, nato a Bergamo nel 1905, famoso anche per i suoi biscotti.

La scena, che rappresenta la piazzetta del Delfino, veniva usata anche per farvi comparire il padre di Gioppino e di Pantalone prima della partenza di Gioppino (dalla commedia “Per Milano in cerca di moglie”). Raccolta Bigio Milesi, S. Pellegrino Terme

Nel centro della piazzetta è la fontana, che il popolo definisce da sempre “fontana del delfino”; è scolpita nel marmo di Zandobbio, con una stele centrale che regge un delfino a lunga coda, “cavalcato” da un tritone a due code di pesce e dal sorriso ambiguo.

La fontana era alimentata, in un primo tempo, dall’acquedotto di Prato Baglioni e, dopo la sua scoperta, anche da quello della Pioda. Come la fontana di Sant’Agostino, anche quella del Delfino restava spesso in “secca” per lunghi periodi, e numerose furono le suppliche degli abitanti di Pignolo perché fosse definitivamente sistemata (l’ultima e forse più significativa richiesta è quella del 18 maggio 1735): nel 1895 la fontana venne collegata alla nuova rete idrica, fatta costruire dalla municipalità in sostituzione della vecchia ormai obsoleta; e da ciò dipese probabilmente anche la sua salvezza.

La fontana del Delfino è stata costruita contemporaneamente all’intenso urbanizzarsi della via Pignolo, sull’incrocio che collegava le vecchie plaghe Pelabrocco e del Cornasello, che conducevano attraverso via Osmano, all’altura di sant’Agostino

Ma ancor prima della sua realizzazione, funzionava in loco una sorgente-fontana pubblica, fatta costruire dal podestà Gualtiero Rufino d’Asti nel 1208 e chiamata Fonx Lux Morum.

È citata negli statuti del 1248, dove veniva ordinato che le singole vicinie provvedessero alla cura e alla regolamentazione delle acque nel loro territorio. Oggi rimane solo la lapide e un debole ricordo perché, cessata la sua utilità, fu abbandonata ed inglobata negli edifici che le sorsero accanto.

Il venir meno di questa sorgente spinse alla costruzione in loco della fontana del Delfino. Si trova esattamente sulla prima casa di via Masone scendendo dalla piazzetta di Pignolo.

Fonx Lux Morum, antica sorgente-fontana in via Pignolo. Fu abbellita nel 1500 con un arco fiancheggiato da due colonne e pare che la sua cisterna avesse una capacità di 500 brente di acqua (circa 28.000 litri). Padre Donato Calvi menziona questa fonte nelle sue “Effemeridi” e dice che nel 1600 era già in secca

Il gruppo scultoreo della Fontana del Delfino è contornato da un bacino d’acqua chiuso da un parapetto a pianta ovale appoggiato su un gradino, recinto perifericamente da paracarri, pure marmorei.

Giovanni Da Lezze, nel 1596, la descrive così:“…una fontana nel mezzo fatta a vaso di prede roane che spande et rende mirabile vista…”.

Sui fianchi del basamento, due maschere di divinità marine emettono due alti getti d’acqua nel bacino.

Ma un dettaglio importante ci riporta ad un antico significato: sul frontone è scolpita in rilievo una grossa pigna, simbolo dell’antica contrada di Pignolo: infatti, ancor prima dell’erezione delle mura veneziane, il versante che conduceva al dosso di S. Agostino abbracciando le vie Pelabrocco e Cornasello, doveva essere boschivo ed ammantato di conifere, che, a ben guardare, conferivano a questa zona un aspetto più montano che “marino”.

Ricordando l’antico paesaggio di questa zona, il dettaglio della pigna ricorda perciò l’origine del nome di questo borgo.

L’opera è di considerevole eleganza di proporzioni e di nobile fattura plastica: la movenza del tritone sul delfino, nella difficile commistione di tre code, è resa dai vari punti di veduta con la sicura abilità di ottimo artista cinquecentesco, il cui nome però è a noi totalmente ignoto, come indicato da una lapide posta sul basamento.

Si conosce la data dell’opera: 1526, sorta perciò in quel quarto di secolo di fioritura d’arte architettonica e decorativa in cui nel borgo si innalzano i bei palazzi Martinengo ora Bonomi, Grataroli ora De Beni, Casotti-Mazzoleni ora Bassi-Rathgeb, Tasso ora Lanfranchi, Morandi Lupi poi Comando militare (1).

E forse la fontana fu il dono di una di quelle insigni famiglie patrizie.

 

Nota

(1) Alcuni fanno risalire la sua costruzione attorno all’anno 1530. Calvi, nelle sue “Effemeridi”, afferma che la fontana fu inaugurata il 9 agosto 1572.

Riferimento principale

Luigi Angelini, “La fontana del delfino”, Antiche fontane e portali di Bergamo, Stamperia Conti, Bergamo, 1964, pagg. da 20 a 22.

Bergamo nel passato, fra rogge, torrenti e canali

Insieme al torrente Morla la città di Bergamo è interamente attraversata da una fitta geografia sotterranea di antichi canali, oggi in gran parte interrati, la cui presenza ha intrecciato per secoli un rapporto strettissimo con la vita, le attività e le abitudini dei Bergamaschi, svolgendo un’importante funzione nell’assetto topografico e nell’evoluzione economica della città prima del loro degrado e della conseguente, parziale copertura.

Con un pizzico d’immaginazione, di quel passato non poi così lontano possiamo sentire ancora l’eco: nei luoghi più appartati dei vecchi rioni è ancora possibile imbattersi nei vecchi canali oppure sentire, attraverso grate e chiusini, l’umidore del fiume imprigionato sotto la città e quasi dimenticato.

I MODULI DI PLORZANO E LA ROGGIA SERIO NEL QUARTIERE DI BORGO S. CATERINA

Tornando ai miei ricordi di bambina, si affacciano alla memoria alcuni scorci del mio quartiere di nascita, dove amavo seguire con lo sguardo lo scorrere pigro e poderoso della roggia Serio Grande – giustamente considerato il “fiume per Bergamo”, che scorre in via Barzizza a lato di Borgo S. Caterina ed è lo stesso che si scorge anche in via S. Lazzaro.

Via Borgo Santa Caterina

Ad un tratto l’acqua verdastra scompariva inghiottita nel nulla, lasciandomi assorta a fantasticare, fra apprensione e curiosità, su quel misterioso mondo sotterraneo, che immaginavo di esplorare, rabbrividendo.

I moduli di Plorzano, partitori della roggia Serio Grande, in via Barzizza nel 1910. Derivato dal fiume principale poco a valle del ponte di Albino, il canale – Fossatum communis Pergami – era stato scavato in età comunale a scopi irrigui e artigianali e poi sfuttato ad usi industriali. Lungo il canale e le sue derivazioni (“seriole”) sorsero officine, magli, mulini, laboratori tessili. L’edificio di fronte fu la sede di un filatoio che, situato all’inizio del borgo, sull’angolo con via Barzizza, sfruttava la forza della roggia Serio (Raccolta D. Lucchetti)

Un tempo, qui era tutto un altro mondo: sull’altro lato della stradicciola sorgeva un’officina poi abbattuta per consentire il transito del tram. Nei pressi venne realizzato il primo impianto per la produzione dell’energia elettrica – pure mosso dall’acqua della roggia -, con cui furono alimentate la funicolare e la rete tranviaria. Vi sorgevano anche un filatoio e la trattoria “Il Giardinetto”, con i tavoli all’aperto sotto i grandi tigli e le stalle da un lato.

Le massaie lavavano i panni presso il rudimentale lavatoio formato da un unico blocco di pietra, levigata dal continuo lavorìo.

Un’altra versione della fotografia precedente. Dalla roggia Serio Grande deriva la roggia Nuova – che si diparte a destra dell’immagine -, ricevendo da quella principale una quantità d’acqua sufficiente grazie allo sbarramento dei moduli di Plorzano. La roggia Nuova scorre alle spalle del borgo – entra nel Parco Suardi – e attraversa tuttora il centro cittadino, passando anche davanti alla chiesa di S. Bartolomeo

Non posso fare a meno, ora, di sorridere pensando che quel mondo creato dalla mia fantasia era lo stesso che popolava l’universo mentale di ogni bambino: le stesse domande, i medesimi turbamenti e fantasticherie.

LA ROGGIA SERIO GRANDE E LA ZOGNA, UN TOPONIMO DIMENTICATO

Un altro pezzo della Bergamo scomparsa si trovava nell’attuale via Suardi, dove attualmente sorge l’ex Caserma Scotti, che dal 1884 ha inglobato  parzialmente la “Zogna” – una bella villa suburbana d’inizi cinquecento – per edificare l’Infermeria Militare.

L’ingresso della Caserma Scotti, in via Suardi (anni ’70)

La villa, che a monte si  affacciava sulle sponde della roggia Serio, era posta ai margini dell’allora “Campo di Marte”, nome popolare con cui si designava  quella che sulle mappe era indicata sulle come “Piazza d’Armi”.

A destra, il gruppo edificato della “Zogna”, tra le attuali vie Cairoli, Ghislandi, Giovanni da Campione e Suardi, quest’ultima ben tracciata a sinistra dell’immagine, benchè non ancora terminata. Verso destra la “Piazza d’Armi” (la foto risale al 1924)

Come indicato nelle mappe sottostanti, il vicino quartiere di via Fratelli Cairoli, risalente al 1912, ha mutuato la titolazione di “Zognina” proprio dalla cinquecentesca villa “Zogna”: un toponimo di cui abbiamo perso la memoria.

La “Zogna”, villa suburbana fra la Roggia Serio e l’ex Piazza d’Armi, nel 1884 fu  parzialmente inglobata nella Caserma Scotti. L’edificio presentava richiami architettonici a Pietro Isabello e affreschi interni di Andrea Previtali (1510-12), in seguito strappati e conservati nel Palazzo del conte Guido Suardi (litografia – Bergamo – racc. Gaffuri)

 

 

Se ci spostiamo all’altezza di via degli Albani, pare di immaginare la bella dimora affacciata sull’antico canale, sulle acque che scorrono limpide e gaie in una chiara giornata di sole.

Da Villa “Zogna” a Caserma Scotti. L’edificio, affacciato da un lato sull’attuale via Suardi e dall’altro sulla roggia Serio Grande, è ripreso dalle chiuse di via degli Albani

“IL MORLA” O “LA MORLA”?

Il ponte sul rio Morla in Borgo Palazzo (1885 circa). Il torrente fu immortalato nei diplomi regii ed imperiali poiché diede il nome ad una Corte regia: “la corte Morgola… presso al fiume che fino ad oggidì porta lo stesso nome, in quel luogo che ora è detto Borgo Palazzo” (Lupi, 1780) – ( Raccolta D. Lucchetti)

Appunto: “Il Morla” o “la Morla”? Un quesito a proposito del quale l’indole bergamasca non nutre alcun dubbio, e che indusse Gino Cortesi a vergare con piglio poetico :

“Mi auguro che non mi capiti più di sentir dire, o di leggere, il Morla. Per i bergamaschi l’antica Murgula, più che un torrente (maschile), è una leggiadra ninfa che scende nottetempo dal Canto Alto, attraversa sinuosa e ancheggiante la città e va ad adagiarsi mollemente nei verdissimi prati della Bassa.
Non facciamole barba e baffi, per carità!” (1).

Veduta di Città Alta da via Torretta. Autore ignoto (Propr. Museo Storico di Bergamo)

Ricordiamo che anche il compianto studioso bergamasco Lelio Pagani la chiamava al femminile, rivelando con ciò un legame davvero forte e viscerale con la sua amata città.

IL GALGARIO, UN INCROCIO DI CORSI D’ACQUA

Due corsi d’acqua a cielo aperto, oggi interrati, cingono l’ex monastero del Galgario: la Morla, che da via Muraine va ad intersecare le attuali vie Suardi e Galgario, e la roggia Serio Grande, che corre parallela a via Suardi facendo di quest’angolo un punto nodale della città, legato alla presenza dei due principali corsi d’acqua cittadini.

L’ex monastero del Galgario e la torre del Galgario nella ell’aerofotografia del 1924. La via Suardi in questo tratto non è ancora tracciata, mentre via Pitentino (attuale via Frizzoni) è lambita dalla Roggia Serio Grande, che prosegue verso il centro della città. A destra dell’ex monastero corre la Morla

E fu proprio nella verdeggiante ansa, oggi completamente trasfigurata, che gli Umiliati fondarono il convento (occupato dalla seconda metà del XVII secolo dai frati Paolotti), compreso tra i due corsi d’acqua particolarmente ricchi di calcare (calcherium=Galgario): elemento prezioso per un Ordine dedito alla lavorazione e alla follatura della lana (2).

Giuseppe Rudelli (1790-1850). La chiesa e la torre del Galgario. Al Galgario, nella primitiva chiesa del SS. Salvatore trovarono sede  dall’inizio del XIII secolo gli Umiliati, che vi restarono sino al 1570, anno della soppressione dell’Ordine  

Adibirono alcuni stabili a mulino e a calchera (forno per la fabbricazione della calce) mentre la forza motrice della Morla azionava i macchinari per la produzione della polvere da sparo. Polvere che ancora nel Seicento veniva fabbricata presso la “polverista” (“edificio da polvere”) del Galgario, a costi inferiori e in quantità maggiori rispetto alle vetuste macine della Rocca.

Giuseppe Berlendis, La Morla dal Galgario (Bergamo, Biblioteca Civica)

Se in precedenza era soprattutto Venezia – alla quale Bergamo inviava il salnitro – a rifornire la nostra città di polvere da sparo,  nell’ex-convento la produzione avrebbe dovuto bastare per il fabbisogno non solo della fortezza ma anche per le fortezze vicine.

La torre del Galgario fungeva così da deposito, in tutto simile alle polveriere dell’alta città, comunque ancora in uso almeno sino alla metà del Settecento.

La piazza del Galgario, con la torre e l’ingresso al monastero nell’Ottocento, in un disegno di Giuseppe Rudelli (1790-1850). Il Galgario fu sede della prima fabbrica della polvere a Bergamo. In tempi più recenti è stato sede della Questura, sino a che negli anni Ottanta  non è stata edificata quella nuova (Propr. Sandro Angelini)

Ma essendo la collocazione nel Galgario troppo pericolosa per le vicine abitazioni (presso l’ex-convento si erano verificati alcuni incendi), la fabbrica per la polvere venne trasferita in una nuova e più sicura costruzione nei pressi della cappella del Sant’Jesus, dietro il monastero di Santa Maria delle Grazie, tra le vie Taramelli e Casalino, dove passavano due canali.

La cappella del Santo Jesus, tra le vie Taramelli e Casalino, demolita nel 1889. Accanto sorgeva la nuova fabbrica della polvere da sparo

Una nuova fabbrica venne poi costruita nell’edificio dell’ex convento di Santa Maria di Sotto, l’attuale “Conventino”, lambito dalla roggia oggi coperta.

Via Gavazzeni ieri e oggi. Nell’immagine più antica, la roggia è ancora scoperta 

I Paolotti vi giunsero nel 1668 dopo aver sostenuto a proprie spese anche i pregevoli interventi decorativi riemersi durante gli ultimi lavori di restauro in una porzione del convento, oggi destinato ad ospitare il dormitorio per i poveri.  Fra questi, spiccano le opere di Frà Galgario (al secolo Vittore Ghislandi, il più importante ritrattista lombardo della prima metà del XVIII secolo) e del figlio di Domenico, il più importante quadraturista locale del XVII secolo di cui ricordiamo, fra gli altri, gli interventi a Palazzo Terzi e Palazzo Moroni.

A Vittore in particolare, spetta il merito di aver devoluto al convento i proventi di molte sue opere, che servirono per edificare anche il ponte sul torrente Morla.

Pietro Ronzoni (1781 – 1862). Il ponte sopra la Morla al Galgario nella prima metà dell’Ottocento (proveniente dall’eredità di Daniele Farina da Bonate Sotto, nipote del Ronzoni)

Poi anche qui tutto è cambiato. La roggia Serio è stata per gran parte interrata.

Raffronto fra….Oggi & Ieri, 1916: la Roggia Serio nell’attuale via Frizzoni (allora via Pitentino), alla curva presso la torre del Galgario, lungo la Strada di Circonvallazione. La roggia scorreva esterna e parallela alla trecentesca cerchia delle Muraine che circondava i borghi, ponendosi a spartiacque fra la città e la campagna e scoraggiando anche eventuali incursioni  nemiche. Le Muraine vennero atterrate nel 1901

 

Via Tiraboschi ancora lambita dalla roggia Serio Grande (sulla destra)

 

Via Tiraboschi Ieri & Oggi

Oggi nei pressi di via Suardi la roggia Serio sottopassa il torrente Morla con un sifone.

Ponte di via Suardi: la griglia a protezione del sifone e sulla sinistra il canale di scarico al torrente Morla utilizzato per “alleggerire” il centro cittadino dalle piene

Intorno agli anni Ottanta si decise di coprire il torrente Morla per costruire la nuova sede della Questura, all’angolo tra via Noli e via Suardi: dell’area resta però qualche foto-ricordo.

Il ponte di via Suardi osservato da via Noli, prima della copertura del torrente Morla e della costruzione della nuova Questura

 

In lontananza, il ponte del Galgario osservato da sotto il ponte di via Suardi

 

Il ponte di via Suardi dall’alto con a destra la via Noli, nell’area attualmente occupata dalla sede della Questura

 

Tra via Noli e via Suardi Ieri & Oggi

I TANTI REGNI DELLE LAVANDAIE

Quando rogge e canali scorrevano per lunghi tratti a cielo aperto, le nostre nonne e bisnonne vi si recavano a lavare i panni in ogni stagione. Vi arrivavano la mattina presto, sospingendo le carriole cigolanti e cariche di biancheria o curve sotto un bastone assicurato al collo dal quale pendevano, in equilibrio, due grandi secchi.

Il dipinto di Costantino Rosa – “La Morla al mulino del Galgario” – ritrae in una visione idealizzata e romantica una donna con accanto una cesta ricolma di panni (Bergamo – Proprietà arch. M. Frizzoni)

L’abbondanza di corsi d’acqua permetteva a molte famiglie di ricavare sostentamento grazie all’attività di lavandai, che si svolgeva sulle rive della Morla (e l’abbiamo visto qui), della Tremana e sui canali delle rogge Serio, Nuova, Morlana, Guidana: sui tanti piccoli e grandi corsi d’acqua che disegnano la complessa geografia del sottosuolo della città.

La “Ca dei sòi”, nella valletta di Valverde, attorniata da lunghe fila di LENZUOLA stese ad asciagare, segno evidente della presenza nella cascina dell’attività di lavandai (Raccolta D. Lucchetti)

 

Uno scorcio dell’attuale centro cittadino ripreso intorno al 1895 con la chiesa di S. Maria delle Grazie la roggia Morlana (risalente almeno al secolo XII), derivata dal Serio all’altezza di Nembro e ancora visibile in via Madonna della Neve. Al partitore del Casalino essa si divide nelle rogge Colleonesca e Coda Morlana, dirette ad irrigare i territori di Stezzano, Levate e Pognano: venne infatti ampliata da Bartolomeo Colleoni per poterne poi derivare altre rogge

 

La roggia a Campagnola, nel 1910

 

Colognola nel 1952: la roggia Guidana, realizzata prima del 1453

 

La roggia alla Malpensata

 

La filanda sulla roggia, in via Daste e Spalenga

LA “PICCOLA VENEZIA” SUL CANALE

Dall’Ottocento il Comune volle dotare diversi rioni di lavatoi, alcuni dei quali sorsero anche lungo il complicato reticolo dei canali della roggia Serio. Uno di questi si trovava lungo la via San Rocco: un angolo pittoresco del borgo di San Leonardo – scomparso nella prima metà del Novecento sotto una gettata di cemento -, che restò a lungo uno dei soggetti preferiti dai pittori.

Il canale Serio nella zona di via S. Lazzaro (Racc. Gaffuri)

 

Il canale Serio in via S. Lazzaro (Racc. Gaffuri)

 

Il canale Serio tra via Broseta e via San Lazzaro (Racc. Gaffuri)

E ci fu chi lo chiamò “piccola Venezia”.

La Seriola nuova in via San Rocco, prima della copertura.  Ospitava il regno delle lavandaie, che vi giungevano attraversando le passerelle affacciate sulla roggia: quella a fianco della chiesa di San Rocco è utilizzata ancor oggi (Raccolta D. Lucchetti)

Vi sorgeva la “trattoria La Morala”, la cui insegna campeggia nella foto e cui si accedeva dal ponticello da via San Rocco o da via Broseta, da cui proveniva la maggior parte delle massaie. Poco distante c’era  la trattoria dei Tre Gobbi, preferita da Gaetano Donizetti.

In via Manzù nei pressi dell’attuale Triangolo rimane un tratto che scorre in superficie, testimonianza dell’antico rapporto del centro urbano con il millenario fossato. Era attraversato da un ponte con alzata che portava alla chiesa di San Rocco. Lo stesso ponte con portichetto è ricordato in un’immagine ottocentesca ed esiste tuttora anche se dalla parte di vicolo San Rocco non ha più le sembianze di un ponte poiché il canale è stato interrato. Uno stretto passaggio sotto il portichetto lo collega ancor oggi all’entrata della chiesa in via Broseta

La tettoia lungo il canale consentiva di lavare i panni stando al riparo dalla pioggia. Era l’unica comodità concessa alle massaie, che nella seriola trovavano acqua in abbondanza rispetto ai pochi secchi forniti dai pozzi nei cortili.

Il lavatoio di via S. Lazzaro (vecchie cartoline della Raccolta D. Lucchetti)

 

La signora Fiorella, in una foto-ricordo davanti al lavatoio di via San Lazzaro (per gentile concessione di un amico)

Di questo minuscolo regno delle lavandaie si avverte ancora l’eco: delle voci, dei canti e delle risate, del fragore dei panni strusciati e battuti sulla pietra, dove le donne davano libero sfogo alle gioie ed ai dolori, che non trattenuti scorrevano via, insieme alla corrente.

Via S. Lazzaro Ieri & Oggi

QUANDO SI PESCAVA NELLA MORLA

Come molti di noi hanno appreso dai racconti dei rispettivi padri e nonni, nelle rogge cittadine, ricche di pesci e gamberi, pescare era la norma.

Città Alta dal rio Morla dalla zona di via Suardi. E’ riconoscibile, a sinistra, il campanile della chiesa di S. Alessandro della Croce, in via Pignolo alta (Raccolta D. Lucchetti)

Tutti sanno che quand’essi erano ragazzi la Morla era assai pescosa; un abitante di Valtesse ricorda la pesca col martello: si tramortiva il pesce sferrando un colpo secco su di una pietra che affiorava dall’acqua affinché questi venisse a galla per poi  essere agevolmente catturato.

Giuseppe Rudelli – Veduta di Città Alta dal torrente Morla presso il Galgario (Bergamo – proprietà ing. L. Angelini)

Un altro metodo consisteva nel pescare con un tubo in vimini a forma d’imbuto, rivolto controcorrente per far sì che il pesce vi restasse intrappolato.

Ma una scoperta fantastica è la seguente: il nome di via Pescaria deriva dal fatto che questa era una zona di acquitrini dove ancora ai primi del Novecento si veniva a pescare pesciolini e gamberetti.

I BAGNI E I TUFFI NELLA MORLA

E ovviamente, nelle limpide acque della Morla – “il Tevere bergamasco” secondo la definizione di Carlo Traini – si facevano anche i bagni.

Nella zona di Valtesse il torrente offriva ai nostri nonni diversi punti favorevoli a belle nuotate, bagni ed anche tuffi: si andava al gor di Tajocchi, in fondo alla strada della Morla, al gor di Vanai, poco dopo i Mortini e a quello di Cornago, un po’ più a valle.

E poi, al gor del cimitero o del piantù, ritenuto il più grande e il più interessante anche per la presenza di un grosso gelso che fungeva da piattaforma di lancio per i tanti ragazzi che, tuffandosi, battevano talvolta la zucca sul fondo poiché… l’acqua non era poi così profonda.

1925: due bimbi della famiglia Corti, della parte alta di via Valverde fanno il bagno nella Morla all’altezza dell’attuale via Serena

Si andava anche al gor di Capù, nella zona di via Baioni sotto le mura di S. Agostino, frequentato anche dai ragazzi di Città Alta e nelle belle estati degli anni Cinquanta si amava nuotare alla Mezza della Morla, dove poco prima dello Stadio una piega del torrente formava una graziosa insenatura con tanto di spiaggetta.

Ieri & Oggi: Palazzina Scanzi in piazzale Oberdan

QUESTIONI DI DECENZA

Luigi Deleidi detto Il Nebbia – Il Ponte di Borgo Palazzo. Penna e acquarello su carta (dall’album Vimercati Sozzi, Bergamo – Biblioteca Civica)

Come in tutti gli specchi d’acqua della città, anche sulle rive della Morla vigeva per questioni di decenza una tacita regola che richiedeva di adottare costumi da bagno non troppo ridotti; regola che peraltro sovente non veniva rispettata, come del resto evidenziato in una lettera recapitata all’Eco di Bergamo:

“Richiamo ancora una volta l’attenzione delle Autorità di pubblica sicurezza su alcuni bagnanti che, senza alcun riguardo, senza alcuna decenza, si tuffano in acqua nella Morla, in Borgo Palazzo, proprio nel momento in cui dallo stabilimento Oeticker escono le operaie. Si tratta di cosa indecentissima e non si capisce perché l’Autorità, più volte sollecitata, continui a fare orecchie da mercante”.

Una irriconoscibile via Borgo Palazzo. Piazza S. Anna ancora non esiste e la via A. Maj non è stata tracciata

LA TRAGEDIA ALLA CHIUSA DI VIA COGHETTI 

Va annotato purtroppo anche un tragico fatto accaduto nel 1946 alla chiusa di via Coghetti, quando la roggia fu fatale per un povero ragazzino che, per non essere da meno con gli amici, si cimentò – solo e al riparo dagli sguardi beffardi dei coetanei – in una pericolosissima prova di coraggio che in quel periodo  veniva messa quotidianamente in atto dai monelli del posto.

Via Coghetti con il campo di grano, prima della costruzione del quartiere San Paolo

Una prova che gli costò la vita perché rimase intrappolato nel meccanismo della chiusa e venne semi-tranciato dalle lamiere.

All’angolo tra via Palma il Vecchio e via Coghetti

INSEGUENDO LA TREMANA

Come la Morla, anche le acque della Tremana erano linde e trasparenti e prima della sua copertura i bambini si divertivano a percorrerla a piedi scalzi sino alle pendici della Maresana, laddove il torrentello veniva inghiottito dalla roccia.

La Tremana nasce sotto la chiesetta della Maresana e scende formando una valletta incantevole fino a Monterosso, dove – ahinoi – viene ingoiata in una galleria di cemento.

Il colle della Maresana dalla Montagnetta, sopra Valverde. Il torrente Morla nasce alle pendici del Canto Alto e all’altezza di viale Giulio Cesare riceve il contributo del torrente Tremana, il cui bacino interessa proprio il versante della Maresana (Racc. Gaffuri)

Il corso d’acqua costeggiava tutta la via, che negli anni ’40/’50 era solo un sentiero in terra battuta. Si gonfiava solo in certi periodi dell’anno e l’acqua era così limpida da consentire il bagno e la pesca.

Via Tremana negli anni ’40, ancora percorsa dal torrente, con il Lazzaretto, lo Stadio comunale e le piscine annesse; a metà via è visibile il “Ponte di pietra” che  attraversava il torrente Tremana

Il suo alveo fu coperto con la costruzione dei condomini del quartiere di Monterosso e il ponte venne demolito

LA ROGGIA SERIO: “IL MARE DI BERGAMO” AL GALGARIO

Ci fu poi un tempo in cui presso la torre del Galgario sorgeva una sorta di piscina, costituita dal corso del Serio Grande: l’antesignana della pubblica piscina cittadina realizzata dapprima presso lo Stadio comunale e molto più tardi presso l’attuale “Italcementi” nella Conca d’Oro.

Nell’Aerofotografia del 1924,  si individuano i primi bagni pubblici di Bergamo, nel groviglio di strade ed edifici (scala 1:2000 – Società Anonima Airone)

La piscina – un vero e proprio stabilimento balneare – si trovava all’altezza dell’ex monastero del Galgario, dove più tardi sorse il comando ormai in disuso di Polizia Stradale, ed è proprio qui che faceva bella mostra l’insegna “Bagni pubblici”.

L’attuale via Frizzoni ai primi del Novecento, con la roggia ancora scoperta e, sullo sfondo l’edificio dei “Bagni pubblici”

Erano stati aperti il 2 giugno del 1886 in seguito a un’ordinanza del sindaco per consentire alla cittadinanza, al costo di qualche centesimo, il bagno e il nuoto pubblico. Lo stabilimento balneare era aperto ogni giorno, da giugno a settembre, dalle ore 5 alle 14 e dalle 16 alle 21.

Quando i nostri avi scavarono il canale Serio, mai e poi mai avrebbero potuto immaginare che i loro lontani successori vi avrebbero realizzato una piscina colmata dalle acque correnti della roggia!..

L’alveo della roggia Serio presso la torre del Galgario (Racc. Gaffuri) E’ sicuramente antecedente al 1910 in quanto venne pubblicata in quella data sul libro“Bergamo” di Pietro Pesenti, per la collana Italia Artistica. Dietro la torre, l’ingresso ai “Bagni pubblici”

 

La Caserma Colleoni presso il Galgario con relativa torre e la roggia Serio ancora scoperta, che correva parallela alle demolite Muraine

Luigi Pelandi assicura che ancora negli anni Sessanta era visibile il portone che dava accesso al “misero stabilimento dei bagni pubblici popolari”.

L’attuale via Frizzoni da Borgo Palazzo verso la torre del Galgario: è visibile in fondo a destra l’edificio che fu sede dei “Bagni pubblici”

Nella piscina dello stabilimento – che tutti chiamavano “I bói” ad indicare i bollini che certificavano il pagamento dell’ingresso -, la metà più a monte era riservata ai nuotatori più esperti e la parte a sud ai principianti.  C’erano anche dei camerini – alcuni dei quali in uso dei facoltosi – che con l’annesso servizio di biancheria costavano solo due soldi.

Il medesimo tratto negli anni successivi, con la roggia ormai interrata

La sorveglianza naturalmente assicurava che venissero osservate le predette  regole di decenza affinché i costumi non fossero troppo ridotti.

IL BAGNO DI CAPODANNO NELLA ROGGIA SERIO 

Ne “Il Novecento a Bergamo”, Emilio Zenoni assicura che nello “stabilimento balneare” per un periodo vi era stato una specie di fuori programma, il bagno – o per meglio dire la Gara – di Capodanno. Nell’occasione, “I bòi” venivano riaperti in via del tutto eccezionale e i nuotatori esentati dal prezzo del bollino.

La prima competizione si era tenuta il 14 gennaio del 1906; la gloriosa stagione “Cimento invernale” si chiuse con la gara del 14 gennaio 1920.

La temeraria impresa – un centinaio di metri in totale – partiva dalla torre del Galgario per raggiungere la Porta di Sant’Antonio, all’imbocco di via Pignolo  bassa.

Porta S. Antonio con a lato la roggia Serio Grande

 

1916: la roggia Serio Grande all’altezza della torre del Galgario nell’allora via  Pitentino (oggi Frizzoni), da cui partivano le dispute del “Cimento invernale”

Memorabile la gara del primo gennaio del 1915 quando alle 14.30 quattro nuotatori della Società Bergamasca di Ginnastica e Scherma fecero una bella  nuotata nelle acque della roggia Serio, lungo l’ormai consueto percorso. L’acqua era gelida e la temperatura dell’aria misurava meno quattro gradi!

Il “teatro” del “Cimento invernale”: il tratto di via Frizzoni da Borgo Palazzo alla torre del Galgario

L’Eco di Bergamo annotava: “Ieri largo concorso pubblico assiepato lungo gli argini del canale. Malvezzi, ha coperto l’andata ed il ritorno risalendo la corrente, raccoglie insistiti applausi. Gli organizzatori offrono una medaglietta ricordo e un provvidenziale vin brulé. I Rarinantes benestanti, a loro spese, bevono un grappino al bar della piazzetta di Santo Spirito”.

LE DRAMMATICHE PIENE DELLA MORLA

Il ponte di Borgo S. Caterina nel 1910. Luogo di rogge e fiumane che si incontrano ed accelerano, precipitando dagli scivoli dell’alveo sotto il manto stradale

Nonostante la sua modesta portata, nel corso del tempo la Morla ha causato non pochi guai, ricordati persino da Mosè del Brolo: paurosi straripamenti, inondazioni e vittime, ricordate in una una lapide apposta sulla facciata di un’ex chiesetta costruita sul suo argine in località “Scuress”, a Ponteranica.

Presso il Ponte di Santa Caterina, un muro massiccio serviva per proteggere le abitazioni dalle piene del torrente, causa frequente di notevoli danni.

Il Ponte di Borgo S. Caterina tra la fine degli anni Venti e l’inizio degli anni Trenta, quando il cancello daziario e gli edifici annessi sono già scomparsi insieme al ponte di vecchie pietre sulla Morla, ora scavalcata da un ponte un cemento sul quale sta transitando il tram (sotto il ponte, sono tuttavia ancora ben visibili gli archi del ponte originario)

La Morla infatti è un torrente dal corso tortuoso con il fondo lastricato di rocce cenericce e sfaldabili chiamate Sass de la Luna: quando è in secca non ci si accorge della sua esistenza ma in occasione di piogge abbondanti si sveglia e può diventare pericolosa, gonfiandosi anche grazie all’apporto della Tremana, che intercetta in viale Giulio Cesare, e del Gardellone, di cui dal 1950 riceve soltanto le acque di sfioro.

Tra le non poche calamità naturali causate in passato dal torrente in particolare nei borghi di Santa Caterina e Palazzo, memorabile è quella del 3 maggio 1936 quando, in una bella giornata di sole seguita a molti giorni di maltempo, senza alcun preavviso un vero e proprio diluvio si abbatté sulla città: i torrenti Tremana e Gardellone furono presto in piena e riversarono tonnellate d’acqua nella Morla, il cui straripamento era già stato causa di danni nel 1932.

Il ponte sulla Morla in Borgo Palazzo (Racc. Gaffuri)

La parte bassa a oriente della città era in stato d’allarme. Nonostante verso le 20 si cominciassero ad udire le sirene dei pompieri (che ricevettero la bellezza di 106 chiamate in meno di un’ora!), non v’era l’impressione che in diversi punti della città stesse avvenendo qualcosa di grave. Invece in Borgo Santa Caterina e in Borgo Palazzo le acque erano ormai straripate e scorrevano nelle strade come nel letto di un fiume.

Si videro delle ossa galleggiare, dovevano essere quelle dell’antico cimitero di Valtesse. La violenza dell’acqua fu tale da sfondare numerose saracinesche di negozi ed anche quelle della Banca Mutua Popolare, che venne piantonata dai carabinieri. I pompieri compirono diversi atti “eroici” di salvataggio, mettendo in salvo soprattutto donne anziane che stavano per essere travolte dalla corrente.

La piena della Morla a Valverde. Fotografia di Carlo Scarpanti

Lungo l’elenco dei danni: particolarmente ingenti quelli arrecati alla ditta Seguini, la cui vasta e fornitissima cantina era stata devastata, data la rottura di numerose botti, di ben dodicimila fiaschi di vino e di bottiglie di liquori, che si mischiarono all’acqua che scorreva per strada.

A Valverde e a Valtesse la furia delle acque abbatté diversi muri e sradicò non pochi alberi, mentre sue violentissime scariche elettriche causarono la rottura dei vetri di numerose abitazioni. Annegarono molti animali da cortile.
Il rumore della corrente era pauroso e impressionante.

La piena della Morla a Valverde. Fotografia di Carlo Scarpanti

All’ospizio della Bonomelli, dove l’acqua aveva superato i due metri, fra i ricoverati si contarono 11 feriti e due vittime per annegamento.
In tutta la città fu interrotta l’energia elettrica ma fortunatamente il telefono continuava a funzionare. Intervennero anche i soldati e il podestà, anch’egli gettandosi in acqua per salvare qualcuno.

Anche alla Malpensata la furia della corrente abbattè dei muri, bloccando la gente al cavalcavia, mentre in Borgo Palazzo il tram per Seriate era semi-sommerso e a Torre Boldone  le acque divelsero i binari del tram di Albino.

Anche la furia del Gardellone fece una vittima, il ventenne Giuseppina Bonomi.
L’allarme cessò soltanto alle 2 di notte e quando le acque si ritirarono, lasciarono al suolo una coltre di fango spessa 20 centimetri.

La piena aveva lasciato i suoi segni funesti su tantissime case (3).

E POI TUTTO (O QUASI) VENNE COPERTO

Accanto a quella tragica del 1936, la storia della Morla registrò altre drammatiche piene (di cui memorabili furono quelle del 1896, 1932, ’37, ’40, ’46, ’49 e ’76), che accesero discussioni e rafforzarono il convincimento di coprire le rogge cittadine.

La piena della Morla presso il piazzale della stazione, 1937

Al carattere insidioso del regime torrentizio della Morla, che alternava lunghe secche a potenti e rovinose piene, si era aggiunto il progressivo degrado del torrente causato dall’aumento delle acque di scarico civili: con l’incremento edilizio gli antichi pozzi neri erano stati abbandonati e gli scarichi delle fognature finivano nel torrente, dove peraltro la popolazione trovava più comodo e sbrigativo gettare rifiuti.

Nella foto sopra, la Morla nel 1960 tra via Cesare Battisti e via Pitentino, ripresa dal Palazzetto dello Sport; si intravede l’edificio detto “Nave”, in primo piano nella seconda fotografia: Il torrente venne coperto nel 1962 e la via venne dedicata all’Ingegnere Idraulico Alberto Pitentino, gran maestro di chiuse e canali, vissuto nell’ultimo scorcio del XII secolo

 

Ieri & Oggi: il ponte di Borgo Santa Caterina, dove un tempo la Morla scorreva a cielo aperto (piazzale Oberdan)

 

L’arcata del vecchio Ponte di Borgo S. Caterina ripresa nel gennaio del 2013 in occasione del rifacimento della copertura stradale

Tutto ciò contribuì in breve tempo a fare della Morla una discarica a cielo aperto: era spaventosa a vedersi e fu per molto il regno dei topi, delle zanzare, di insetti di ogni sorta, che trovavano nel “pittoresco” un ambiente quantomai favorevole, portando alla decisione di coprire il torrente nel 1962.

Giustamente o ingiustamente, la stessa sorte toccò gran parte delle rogge cittadine, che vennero in gran parte obliterate dal cemento per ragioni igieniche, di vivibilità  e per allargare strade o realizzare parcheggi.

La zona di Borgo Santa Caterina vide scomparire totalmente il corso d’acqua che ne aveva caratterizzato la storia, posto sotto il manto di nuove strade e piazzali, su cui venne costruito anche il nuovo palazzetto dello sport della città

Le poche sopravvissute in città sono oggi ridotte a rivi maleodoranti. La pittoresca Bergamo dei canali e delle rogge è quasi del tutto scomparsa.

 

Note

(1) Gino Cortesi, “L’Eco di bergamo del 14/07/’97.

(2) Tosca Rossi, “A volo d’uccello – Bergamo nelle vedute di Alvise Cima – Analisi della rappresentazione della città trà XVI e XVIII secolo”, Litostampa, Bergamo, 2012.

(3) “Il Novecento a Bergamo – Cronache di un secolo”. Di Pilade Frattini e Renato Ravanelli. A cura di Ornella Bramani – Vol. II. UTET. Anno 2013.

Riferimenti essenziali
– “Valverde e dintorni” – Centro ricreativo Valtesse per la Terza Età – A cura di Gino Pecchi.
– “Il Novecento a Bergamo – Cronache di un secolo”, Pilade Frattini e Renato Ravanelli – UTET.
– Per il “Cimento invernale: L’Eco di Bergamo – 28 dicembre 2013.

Scorci di vita bergamasca ai tempi delle Muraine: un viaggio fra le porte daziarie all’alba del Novecento

Quando nel 1428 la Serenissima s’impossessò di Bergamo, i borghi che si erano allungati fino al piano erano già protetti da una cinta muraria, che  Venezia provvide a rafforzare e completare tra il 1430 e il 1435.

Tommaso Frizzoni, Bergamo vista da occidente, 1795. In primo piano, la muraglia che cingeva i Borghi, lambita esternamente dalla Roggia Serio (in origine Fossatum Communis Pergami), oggi in gran parte interrata

Erano le Muraine, una cortina fortificata con merlatura guelfa, scandita da pusterle e portelli dotati di ponti levatoi, torresini e fossato esterno, forse troppo fragile per garantire una sicura difesa ma certamente più che sufficiente per definire una cinta daziaria attraverso la quale Venezia impose un pesante balzello: su ogni merce, sui servizi, sui titoli di proprietà e sulle attività esercitate dentro quel fragile recinto.

Caselli daziari ovunque

Anche in tutto il territorio il Senato Veneto aveva disposto un sistema di riscossione collocando caselli presso tutti i ponti: sui fiumi Brembo, Serio, Oglio, Cherio e loro derivazioni, dove ogni persona che veniva nel distretto bergamasco doveva pagare in base alla provenienza, se a piedi o a cavallo, naturalmente eccetto coloro che avevano il lasciapassare del Papa, dei Cardinali, delI’Imperatore, dei Duchi, dei Baroni e di altri Principi, di quanti erano “privilegiati dal Serenissimo Dominio” e di chi portava “Biava sopra il mercato”.

Casa Bottagisi a Redivo (Valle Brembana): l’edificio è stato a lungo ritenuto sede della Dogana Veneta. C’era il “dacio della semination del Guado” (pianta erbacea), il “dacio della Gratarola” (compravendita di animali), il “dacio del Pizzamantello” (legumi), il “dacio de’ banditi” (banditi dal territorio)… (Ph A. Fumagalli)

Le colonne di Prato in città

In città, nel 1620, per tassare i partecipanti all’annuale “Fiera di S. Alessandro” i limiti di franchigia erano stati fissati ponendo due colonne marmoree (le “colonne di Prato”) all’imbocco della strada per S. Leonardo, dove rimasero fino alla notte fra il 3 e il 4 giugno del 1882, quando, ormai vecchie e malridotte, vennero rimosse alla chetichella.

La spesa per il loro restauro era stata preventivata in trecento lire del tempo, ma i reggitori della cosa pubblica, per insensibilità o per spilorceria, non ritennero che fosse il caso di aprire la borsa e in gran segreto le cedettero gratuitamente a un capomastro, il quale le smontò e se le portò via nottetempo, essendo stato consigliato di non procedere alla demolizione di giorno per non incontrare le resistenze dei cittadini.

All’indomani del misfatto, l’Eco di Bergamo commentava: “Quel buttarle giù di notte e portarle via alla chetichella ha del misterioso. Si direbbe che chi le abbatteva avesse coscienza di commettere una brutta azione e cercasse il velo delle tenebre. Perché una guerra così esiziale alle innocentissime colonne di Prato?”.

Il campo di Marte nel 1880 in una foto di Andrea Taramelli. Sullo sfondo, all’imbocco di via XX Settembre (di fronte all’attuale via Borfuro), le due colonne di “Prato”, che funsero da limite daziario fino al 1882, indicando il limite della zona franca della Fiera 

Un bel mattino, durante il carnevale del 1898 le due colonne ricomparvero al loro posto. I primi cittadini accorsi attoniti ed increduli non tardarono ad avvedersi che le colonne erano di cartapesta. Alla beffa corrispose il giorno stesso la diffusione di un foglietto stampato, recante una poesia dialettale anonima, scritta per la circostanza da Luigi Citerio, il quale ammoniva le autorità comunali al rispetto delle antichità:

Töt chèl ch’è  vècc me rispetàl!  e ‘ndo ‘l se tròa l’è méi lassàl. Oe del Cümü, per carità la ròba nosta lasséla stà!…” 

Le colonne di “Prato” all’imbocco dell’omonima contrada (oggi via XX Settembre). Costituivano un punto di riferimento per i cittadini ma”Furono demolite con grettezza inqualificabile, come scrisse Davide Cugini (Racc. Gaffuri)

Arrivano i Francesi: dalle porte ai cancelli, ma tutto è ancora tassato

Fatto sta che alla fine del Settecento arrivarono i Francesi e nel frattempo la Città Bassa era cresciuta. Per facilitare il transito dei carri nei punti di maggior passaggio, le anguste porte fortificate medioevali vennero sostituite da cancelli, sempre affiancati dai caselli del dazio: la vecchia muraglia difensiva era quindi rimasta in piedi come cinta daziaria, che ben conosciamo grazie al generoso bagaglio grafico e fotografico dell’epoca.

La porta daziaria di Santa Caterina e il ponte sul torrente Morla nella tempera del pittore Giuseppe Gaudenzi (serie di angoli e tipici edifici cittadini dipinti verso il 1895-1900)

Bergamo si trascinava con riluttanza nel retaggio degli antichi balzelli, che costringevano chiunque volesse valicare la barriera – dal cittadino comune al benestante – a sborsare denaro per tutto ciò che si portava con sé.

Tra Porta Broseta e Porta Osio (Racc. Gaffuri)

Nessuno poteva superarla senza dover sottostare al controllo dei dazieri, che stazionavano lungo i cancelli proprio laddove un tempo erano state le porte medioevali frugando ovunque: dal carico del carro alla sporta della massaia e con tanti saluti alla ‘privacy’. Pagava il dazio l’operaio per il salamino scovato nel fagotto sul braccio, la massaia per il cesto di verdura, il contadino per il sacco di patate.

Tra via Broseta e via S. Lazzaro (Racc. Gaffuri)

“Gente che con poca creanza e meno riguardi metteva le mani addosso a tutti e a tutte, ficcandole col loro ispido mostaccio nelle ceste, nelle gerle, nei bauli, nei cassetti del landò signorile, come in quelli dei calessi o sotto il sedile dei barocci, dentro le diligenze e sopra i carretti di legna o di vettovaglie”.

Via S. Lazzaro (Racc. Gaffuri)

“Con una verga di ferro sforacchiavano involti di biancheria, sacchi e ceste di ortaggi e balle di fieno o fascine di legna da ardere. Dispute, litigi, ingiurie, parolacce, frizzi, moccoli davano empito drammatico a quest’azione farsesca di fastidiosi controlli”.

Costoro (i Finanzini), riconoscibili per una speciale divisa, alloggiavano in un apposito corpo di guardia a lato delle porte, con il compito – tra l’altro – di chiudere i cancelli la sera (d’estate verso le 21 e d’inverno alle 18) e di riaprirli il mattino seguente dopo le otto.

La porta daziaria di Sant’Antonio verso Borgo Palazzo, nella tempera del pittore G. Gaudenzi

Nei pressi delle porte esistevano diverse locande con stalli, proprio per ospitare gli inevitabili “ritardatari”: curiosando nei vecchi cortili di Borgo Palazzo o appena fuori Borgo San Leonardo, si possono ancora rintracciare gli antichi stalli, con tanto di anelli d’ancoraggio fissati alle pareti per assicurare i cavalli alla cavezza.

Prima metà dell’Ottocento: arrivano gli Austriaci e Bergamo è in odore di modernità

Nel 1837, con notevole lungimiranza e volendo creare un ingresso monumentale e nobile alla città degli affari, gli austriaci avevano aperto la barriera di Porta Nuova, assegnando ai propilei la funzione di caselli del dazio, con indubbio vantaggio economico, viabilistico e di decoro.

Nell’anno successivo si era tracciata la Strada Ferdinandea, la moderna arteria che da Porta Nuova si collegava a Città Alta attraverso la porta di Sant’Agostino: un viale di imponenti proporzioni (venti metri di larghezza più cinque pedonali con alberature di alto fusto), così nominato in onore dell’imperatore Ferdinando I d’Austria in visita a Bergamo nei giorni 18-20 settembre 1838, divenendo viale Vittorio Emanuele dopo l’Unità d’Italia.

La barriera di Porta Nuova.  La ripresa è stata effettuata tra il 1890 e il 1901: è posteriore al 1890 perché sono visibili i binari del tram ed è giunta l’energia elettrica a sostituire i lampioni a gas. Non va oltre il 1901 poiché esistono ancora i cancelli daziari (Raccolta D. Lucchetti)

A questa felice scelta era seguita la costruzione della stazione ferroviaria (1857), in perfetto asse con la Ferdinandea, verso la quale venne prolungato il nuovo viale.

I propilei di Porta Nuova e la chiesa delle Grazie, allo “start” della Strada Ferdinandea

Lungo l’arteria che rappresentava il prorompere della modernità e ormai proiettata nel nuovo secolo, Bergamo aveva così realizzato il cardine fondamentale su cui avrebbe impostato la città futura. Ma, a tale scopo, c’era ancora qualche ostacolo da superare.

Porta Nuova ai tempi del dazio in una ripresa anteriore al 1887 (datazione dedotta dalla presenza dei lampioni a gas e la mancanza dei binari del tram) (Raccolta D. Lucchetti)

Le Muraine sul finire dell’Ottocento: un ostacolo allo sviluppo della città

Dopo l’unità d’Italia, superate le inevitabili difficoltà del passaggio tra l’amministrazione austro-ungarica e quella del nuovo stato, Bergamo stava registrando una notevole crescita economica, con le sedi delle istituzioni pubbliche ormai scivolate dalla città sul colle al piano, al quale i bergamaschi guardavano per il futuro della città.

Città Alta prima della realizzazione della funicolare. L’isolamento del vecchio nucleo sul colle non si è arrestato nemmeno dopo la sua costruzione; le cattive condizioni igienico-sanitarie degli edifici indussero a provvedere attraverso un piano di risanamento, affrontato a più riprese (Racc. Gaffuri)

In quell’ultimo scorcio dell’Ottocento, cresceva vertiginosamente una diffusa voglia di modernità: Bergamo doveva crescere e lo spazio ideale era giù in basso, dove i primi urbanisti cominciavano a studiare strade e nuovi quartieri per mettere ordine tra i borghi.

La porta daziaria di via Cologno, ora G. Quarenghi, nella tempera del pittore G. Gaudenzi

Restavano tuttavia due grosse questioni da risolvere: quella del complesso semi-abbandonato della Fiera, di cui ancora non si sapeva cosa fare (e la felice soluzione arriverà più tardi, utilizzandone lo spazio per il nuovo centro), e quella delle Muraine, una specie di camicia di forza che rinserrava i borghi e ostacolava i commerci.

Gli storici edifici della vecchia Fiera

 

Una fase della demolizione degli edifici dell'antica Fiera - poco dopo la Grande Guerra - per far spazio al nuovo centro di Città Bassa progettato dall'architetto romano Marcello Piacentini. Nel lungo periodo della demolizione, non mancavano mai i curiosi
Una fase della demolizione della Fiera nel 1920 per far spazio al nuovo centro di Città Bassa progettato dall’architetto romano Marcello Piacentini. Nel lungo periodo della demolizione, non mancavano mai i curiosi

Immaginatevi la città stretta entro una cinta che non andava oltre Porta Nuova e che finiva da un lato all’inizio di Borgo Santa Caterina e dall’altro all’incrocio di via Broseta con via Palma il Vecchio. Un perimetro angusto, segnato materialmente da un vecchio muro lungo il quale le aperture dei cancelli erano poco più di una dozzina, costringendo chi la valicava a pagare anche solo per la sporta del pane.

E si capisce come Bergamo, città tipicamente mercantile, si sentisse stretta dentro l’antica cerchia.

Le case della ricca borghesia mercantile sorte tra Otto e Novecento lungo via Torquato Tasso

Lungo il recinto i cancelli sbarravano tutti gli sbocchi verso l’esterno: via Broseta, via Osio, Cologno, S. Bernardino, Porta S. Antonio, Borgo S. Tomaso, via Tre Armi, perfino il lungo e solitario budello del vicolo Lapacano.

Anche Porta Nuova era sbarrata da lunghi e grossolani cancelli, sebbene gli austriaci avessero già fatto demolire l’angusto portello pedonale delle Grazie, facilitando con ciò il transito dei carri e, di conseguenza, gli scambi.

G. Rudelli, il Portello delle Grazie al Convento di S. Maria delle Grazie (demolito nel 1829) con la torretta di sorveglianza e il ponte sulla Roggia Serio, osservati dal Prato di S. Alessandro

Fuori la cerchia delle Muraine i carri con le merci seguivano una sorta di circonvallazione lungo un percorso, consolidatosi col tempo, che ricalcava fedelmente il perimetro dell’antico muro: via Palma il Vecchio – via Previtali – via don Palazzolo – via Tiraboschi – via Camozzi – via Frizzoni – via Cesare Battisti: in fin dei conti seguito ancora oggi.

Ma il transito dei carri verso l’interno della città era perennemente ostacolato dalle anguste strade dei borghi e dall’esiguo numero dei caselli che ostruivano, impacciavano e infastidivano la circolazione, irretivano tutta la città quasi fosse un grande reclusorio di delinquenti pericolosi:

“Chi non li ha visti, quei cancelli, non può farsi un’idea della loro arcigna fisionomia ostile. Anche a esservi abituati, incutevano timore e fastidio” (1).

La porta daziaria di via San Bernardino, nella tempera del pittore G. Gaudenzi

E mentre i tram contribuivano a togliere dall’isolamento le periferie e sul colle di San Vigilio stava per nascere un quartiere-giardino, già si intravedevano i vantaggi edilizi che l’abbattimento delle Muraine avrebbe comportato nella città bassa, dove i nuovi ricchi pregustavano le eleganti villette proposte da un’immobiliare nel quartiere di S. Lucia .

Via al Paradiso, oggi S. Lucia, nel nuovo, omonimo quartiere (inizi Novecento)

C’era una gran fame di spazio, di nuove aree per costruire e per tracciare strade e quasi ci si esaltava per la fine del vecchio.

Il quartiere di S. Lucia con i nuovi villini all’inizio del Novecento

Giù le Muraine!

Fu dunque a furor di popolo che Bergamo decretò l’abbattimento della secolare cerchia di mura attorno ai borghi, sacrificata, quasi simbolicamente, al passaggio tra l’Otto e il Novecento.

Alle voci isolate – “Aboliamo la cinta daziaria. Demoliamo le Muraine. Abbasso il Medioevo!” – nell’ultimo decennio dell’Ottocento era subentrato un vero e proprio coro. I primi a tuonare contro dazio e vecchie mura erano stati i commercianti, estenuati dai continui controlli e dai balzelli, e con voto unanime dell’intera amministrazione allo scoccar del 1900 venne finalmente ABOLITO IL DAZIO per la Città di Bergamo.

Era allora sindaco il conte Gianforte Suardi, che, come deputato votò le indennità parlamentari per non impedire la partecipazione al governo delle classi popolari; e votò pure per il suffragio universale, vantandosene in un pubblico comizio. E se a Bergamo e in Bergamasca la pellagra fu finalmente debellata, fu merito anche suo come presidente per vent’anni della Commissione antipellagrologica. E fu lui, oltrettutto, ad avere la prima idea del nuovo centro di Bergamo (2).

I nostri predecessori salutarono con comprensibile gioia ed entusiasmo l’apertura dei cancelli delle porte, e con essa la riconquistata libertà di movimento dentro e fuori i Borghi. Bergamo poteva finalmente proclamarsi “città aperta” e quasi non sembrò vero ai cittadini di poter superare i propilei di Porta Nuova senza dover sottostare a nessun controllo.

L’abbattimento delle Muraine fu ufficialmente festeggiato nella notte fra il 31 dicembre 1900 e il 1° gennaio 1901, salutando il nuovo secolo con molte iniziative che coinvolsero tutta la città, dove botti di bottiglie stappate non si contavano.

Le cronache raccontano che sul Sentierone, dalle 23 a mezzanotte vi fu un concerto della banda Donizetti e poi un corteo sonoro lungo via XX Settembre fino a Piazza Pontida dove si tenne un concerto della banda San Giuseppe, seguito da un corteo sonoro fino ai vecchi caselli.
In Piazza Vecchia e per le vie di Città Alta vi fu un concerto della banda di Stezzano e dopo l’una, un po’ ovunque l’esibizione della Fanfara Garibaldi. Ma non solo: nei giardini pubblici, a mezzanotte vi furono fuochi d’artificio.

Come fu deciso di abolire la barriera daziaria, sembrò che Bergamo volesse cancellare ogni traccia dell’antico muro che ricordava il medioevo; così i nostri avi, travolti dall’entusiasmo, in quella fatidica notte di Capodanno del 1901 presero a demolire cancelli e portelli.
Per un certo periodo i cancelli rimasero spalancati, poi anch’essi vennero rimossi.

La città che si rinnova: demolizione di vecchie case in via Cologno (Racc. Gaffuri)

 

La città che si rinnova: demolizione di vecchie case in via Cologno (Racc. Gaffuri)

In seguito vennero coperte tutte le rogge che scorrevano davanti alle Muraine: nel 1930 circa, la roggia del fiume Serio, tra la torre del Galgario e la Porta S. Antonio. E le due vie (dentro e fuori le Muraine) formarono una sola carreggiata. Infine nel 1963 fu coperto anche il torrente Morla, da S. Caterina al largo del Galgario.

1916: la Roggia Serio nell’attuale via Frizzoni (allora via Pitentino), alla curva presso la torre del Galgario, lungo la Strada di Circonvallazione. Proprio a quest’altezza, il torrente Morla dava il cambio alla Roggia Serio, il canale che ricalcava il confine segnato in età comunale con il “Fossatum communis Pergami”, segnando a lungo il limite estremo della difesa sul margine esterno della cinta muraria e sulle vie principali che conducevano  al di fuori

Sparirono così, sotto i colpi di mazze e picconi, chilometri di muro, e con esso le piccole torri che scandivano a intervalli regolari il suo lungo perimetro.

La cappelletta dedicata ai morti della peste in Via Palma il Vecchio, al momento della demolizione delle Muraine

Per celebrare la fine della barriera daziaria venne anche data alle stampe una cartolina con la città vista da Porta Nuova e rappresentata tra una simbolica catena spezzata. Una cartolina “disegnata” senza problemi; problemi che invece dovettero affrontare gli editori di cartoline fotografiche”…

Quasi certamente questa cartolina fu spedita il giorno stesso della sua emissione (annullo postale del 2-1-1901). Chiaramente simbolica la catena spezzata; come se l’eliminazione dei cancelli avesse abolito il dazio…” (Domenico Lucchetti “Bergamo nelle vecchie cartoline)

“.. Per commemorare il lieto evento si voleva promuovere anche una cartolina fotografica con Bergamo priva dei cancelli daziari rimasti al loro posto ancora per un po’. Che fare? Risolse il problema, con uno stratagemma fotografico, l’editore milanese Fotocromo, mostrando il consueto acume commerciale dei ‘cartolinisti’. Si prese una precedente cartolina (sempre con Bergamo vista da Porta Nuova) della casa editrice bergamasca Libreria Tacchi (non sappiamo se compiacente o meno) e si eliminarono i cancelli con un ritocco abbastanza abile; e la cartolina ebbe successo, tanto che circolò per parecchi anni” (3).

“(annullo postale del 20-12-1899). Fototipia. Questa bella veduta di Porta Nuova fu liberamente usata da diversi editori. Uno di questi, Daniele Legrenzi, giunse persino a farne un’edizione senza cancelli daziari (previo abile ritocco) quando questi furono eliminati il 31-12-1900” (D. Lucchetti – “Bergamo nelle vecchie cartoline”)

Altre cartoline documentarono il procedere delle demolizioni, di cui era stata incaricata la Cooperativa lavoranti muratori.

Il rimpianto per quanto non c’è più

Della cinta murata medievale delle Muraine non restano oggi che pochi tratti, come in via Camozzi e in via Lapacano, mentre altri furono inglobati edifici e ogni tanto, quando ci sono dei lavori, se ne trovano le tracce.

Un tratto di Muraine in via Tiraboschi (cerchiato in nero), lambite dalla roggia Serio; vennero atterrate nel corso degli anni ’60 quando la roggia fu interrata. Nella mappa del 1816 del Manzini il tratto in questione si nota chiaramente

 

Scorcio di via Tiraboschi, affiancata dalla Roggia Serio (Raccolta D. Lucchetti, Museo delle Storie di Bergamo)

E’ dunque difficile immaginare come poteva essere la Bergamo Bassa murata e turrita poco più di un secolo fa, e ancor di più immaginare l’insieme delle due città – alta e bassa – protette da un antico perimetro murario.

La municipalità decise invece di risparmiare una delle due torri rotonde del circuito, quella del Galgario, che si distingueva dalle altre torrette anche per la sua mole: è ancora lì, con il gran traffico che le passa accanto.

Il ricordo più vistoso che resta delle Muraine è la torre del Galgario, l’unica delle due torri  tonde sopravvissuta allo scempio dell’abbattimento. A fianco della torre, usata per sostenere un curioso traliccio per i cavi dell’energia elettrica, un pezzo dell’antico muro sta sparendo sotto il piccone

Ancora a distanza di mezzo secolo l’ingegner Luigi Angelini deplorava l’abbattimento totale delle Muraine definendolo un “misfatto”, così come Umberto Zanetti definì quella demolizione “improvvida e vandalica”: “Non sempre i patres conscripti hanno amato i monumenti della loro terra, non sempre sono stati consci della responsabilità che potevano assumere innanzi alla storia della loro città. Vandalismo inutile quello dell’abbattimento delle Muraine”.

Nel boschetto alle spalle del monumento a Gaetano Donizetti è sopravvissuta una porzione delle antiche Muraine

Ma è quanto avvenne anche nelle altre città lombarde: a Milano, a Brescia, a Como, a Cremona, anche se fu Bergamo la prima in assoluto ad abbattere pressoché completamente la frontiera tra extra muros e la città (l’ultimo tratto delle Muraine fu demolito solo nella seconda metà del febbraio del 1901 e al Lapacano i lavori erano ancora in corso sul finire dell’anno).

I portici dell’antica Piazza della Legna

Il Comune, con il senso di parsimonia tipico del tempo, deliberò di fare buon uso delle pietre squadrate che si allineavano a mucchi lungo il tracciato delle Muraine, destinandole alla costruzione del muro di cinta del nuovo Cimitero monumentale.

Borgo Santa Caterina nel 1920. Qui si trovavano le trattorie delle Tre Corone, dell’Angelo, del Gambero e della Scopa. Luigi Angelini (nato in questo Borgo) ricordò che una sera, rientrando con i genitori da uno spettacolo circense di Piazza Baroni, avendo trovato chiusi i cancelli daziari dovette passare eccezionalmente dalla casa dei dazieri

Abbattute le secolari mura che dividevano materialmente, economicamente e moralmente la città, si era presentata come un’assoluta necessità studiare un coordinamento generale dell’espansione cittadina. Fu perciò definito un sistema stradale concentrico (anello di via Verdi, via Camozzi, via Mai), che alla fine del Novecento era ancora sostanzialmente immutato.

IL CIRCUITO DELLE MURAINE

La cinta daziaria correva lungo il perimetro delle Muraine che circondavano i Borghi. La bassa muraglia si raccordava alle mura di Città Alta (dapprima a quelle medievali ed in seguito a quelle veneziane) nei pressi  di Porta Sant’Agostino da un lato e di Porta San Giacomo dall’altro.

Pietro Ronzoni, Complesso di Sant’Agostino: veduta meridionale dal Baluardo di San Michele, 1837 (Milano, Quadreria dell’800): le Muraine si innestavano all’altezza dell’attuale Parco di S. Agostino correndo parallele alla Noca e piegando al termine di via S. Tomaso

Partendo dal Parco di S. Agostino la muraglia scendeva in direzione dell’Accademia Carrara racchiudendo Borgo San Tomaso fin verso il ponte di Borgo Santa Caterina, che ne rimaneva escluso, diviso dalle acque della Morla.

Da lì, seguendo il corso del torrente giungeva alla torre del Galgario, dove la Morla dava il cambio alla roggia Serio fiancheggiando la muraglia per tutto il rettilineo che, oltrepassato il portello del Raso lungo l’attuale via Camozzi, Porta Nuova e via Tiraboschi, piegava per via Palazzolo profilando il limite meridionale del borgo di San Leonardo, a sud delle vie Quarenghi, San Bernardino, Moroni e Broseta.

La cinta daziaria delle Muraine raffigurata in in una mappa del 1901, costeggiate da una Strada cosiddetta di Circonvallazione, e lambite esternamente dalla roggia

Da via Broseta la cinta risaliva fino al vicolo Lapacano – di cui seguiva il tracciato -,  salendo gradualmente per ricongiungersi con le mura sotto San Giacomo al Paesetto, al termine di via Tre Armi.

La cortina delle Muraine del Lapacano nel 1884, in una incredibile e rara testimonianza lasciataci dal fotografo Cesare Bizioli. La cortina muraria del Lapacano collegava Porta Broseta alla torre tonda del Cavettone, dove  la roggia Serio si univa alla roggia Curna che proseguiva verso l’ospedale per mezzo di un canale, parallelo alle mura, in luogo dell’attuale via Nullo (Patrimonio Lucchetti-Museo delle Storie di Bergamo – Ph rielaborata da Gianni Gelmini nel suo prezioso lavoro dedicato alle Muraine)

 

Antica via Lapacano sul colle, dove il toponimo è scomparso. Nella piana è ancora visibile un tratto superstite delle mura del Lapacano dove, nonostante le ferite inferte anche in epoca recente, quattro merlature ricostruite campeggiano uno accanto all’altra, mentre lo spessore delle mura è evidente grazie alle feritorie da balestra che si affacciano sulla strada

IN VIAGGIO FRA LE PORTE DAZIARIE

Borgo Santa Caterina: il borgo resta fuori 

Attraverso la porta di Santa Caterina si accedeva direttamente al borgo, escluso dalle Muraine, che seguivano in questo tratto il corso del torrente Morla.

Il Ponte di Borgo S. Caterina nell’Ottocento con l’omonima porta e il casello daziario, di notevoli dimensioni data l’importanza della porta. L’immagine riprende gli edifici di via San Tomaso, con in testa l’alloggio del comandante delle guardie daziarie. Sulla parete di destra un manifesto  annuncia uno spettacolo di burattini con Gioppino, da tenersi in via Pignolo

La cinta daziaria, questione di tasse a parte, era causa di non pochi inconvenienti per i cittadini. Borgo Santa Caterina, per quanto molto popoloso, non era mai stato compreso entro la cerchia delle Muraine.
In epoca medievale alcune torri ne difendevano gli accessi dalla campagna (al Maglio del Rame c’era una stongarda), ma non godeva della sicurezza rappresentata dalle mura.

La barriera daziaria di Porta Santa Caterina (già borgo di Plorzano). Il luogo è angusto ma vi passava il tram a cavalli (non c’è ancora la linea aerea di quello elettrico) che, dopo una stretta curva si dirigeva verso Borgo Santa Caterina (foto Rodolfo Masperi) – (Raccolta Lucchetti)

All’epoca del dazio ciò aveva i suoi vantaggi perché il borgo poteva commerciare con le valli senza tante limitazioni, ma la prospettiva cambiava quando calava la notte e gli agenti daziari, non effettuando più nessun controllo, sbarravano i pochi varchi. Bastava un’urgenza, la richiesta di un medico o un incendio: non si poteva passare dalla città al borgo se non dopo aver rintracciato l’agente del dazio per fargli aprire il cancello.

Il vecchio ponte di S. Caterina e l’imbocco di via San Tomaso (Racc. Gaffuri)

Nell’immagine seguente, le Muraine sono state abbattute e via Baioni ha guadagnato in spazio, ricavando notevoli vantaggi per il traffico con la Valle Brembana.

Se l’edificio d’angolo tra via C. Battisti e San Tomaso non è mutato, quello sull’altro lato è stato rimodernato. Al di là del ponte, la Morla è ancora scoperta, segno che non è iniziata la realizzazione di viale Giulio Cesare (in origine dedicato alla regina Margherita), che conduce allo stadio.

Il Ponte di Borgo S. Caterina a fine anni ’20, inizio anni ’30: il cancello daziario e gli edifici annessi sono già stati demoliti ed è anche scomparso il ponte di vecchie pietre sopra la Morla, ora scavalcata da un ponte in cemento (ma sono visibili gli archi del vecchio ponte), sul quale sta transitando il tram. Nel 1963 fu coperta anche la Morla, da S. Caterina al largo del Galgario

Il tracciato delle Muraine seguiva l’andamento del muro che delimitava l’alveo del torrente dal lato di via Cesare Battisti.

Il nuovo ponte di S. Caterina sovrasta le arcate del ponte antico

Il massiccio muro verso la Morla serviva per proteggere le abitazioni dalle piene del torrente, causa frequente di notevoli danni.

La torre del Galgario: la torretta evitò il piccone

La torre del Galgario, l’unica sopravvissuta delle due torri rotonde delle Muraine (l’altra era quella del Cavettone, a nord del Lapacano), rischiò l’abbattimento ben due volte: la seconda negli anni Quaranta, perché si sosteneva che la sua mole ostacolasse il traffico.

Davanti alla torre scorre la roggia Serio, alimentata dalle acque del fiume Serio con una presa situata ad Albino. Le Muraine sono già state demolite. A destra, l’antica muraglia proseguiva verso la porta di borgo S. Caterina, seguendo in questo tratto il corso del torrente Morla

Il 28 febbraio 1949, dalle colonne del “Giornale del Popolo”, l’architetto Pino Pizzigoni ammoniva a non commettere l’ennesimo delitto urbanistico. Sottolineava in particolare che la torre è l’unico ricordo storico della prima cinta esterna medioevale della città, più vecchia quindi delle Mura veneziane, e che fosse di per sé un elemento di decoro cittadino. Fortunatamente l’appello fu accolto.

Porta S. Antonio: e Borgo Palazzo resta fuori

Porta S. Antonio, situata all’altezza dell’imbocco dell’attuale via Pignolo bassa (Raccolta Lucchetti)

Alla porta di S. Caterina seguiva la porta di Sant’Antonio, chiamata anche Porta del Mercato. Fu innalzata dove iniziava il borgo che più tardi prese il nome di Pignolo, a pochi passi dall’antica chiesetta di Sant’Antonio in Foris, posta all’inizio di Borgo Palazzo:  un borgo, quest’ultimo, esterno alle Muraine, ma importante luogo di transito e via di comunicazione con la città, lungo la via per Seriate diretta a Brescia e a Venezia.

Porta S. Antonio, all’imbocco dell’attuale via Pignolo bassa

Ai tempi della Serenissima, l’ingresso in città del nuovo Podestà avveniva proprio lungo questa arteria; il Capitano di Bergamo stava ad aspettarlo sul ponte della Morla in Borgo Palazzo, tutto imbandierato, adorno di drappi e festoni come le case di tutto il borgo. I due personaggi e il loro seguito, compresi i due trombettieri, sfilavano in abiti sgargianti tra le quinte di colori vivaci e i saluti della folla, avviandosi verso Città Alta che era il cuore politico e amministrativo di tutto il territorio.

Ancora Porta S. Antonio in versione colorata

Nel budello di Borgo Palazzo, nascosti nei grandi spazi interni ci sono ancora i cortili e i magazzini che  erano serviti per gli stalli, per gli alloggi, per depositare la merce destinata alla città o che da Bergamo doveva essere trasportata a Venezia. All’epoca della dominazione di quest’ultima, la dogana era ubicata addirittura nel Borgo di S. Antonio. Tutte le merci prodotte in Valle Brembana e Seriana e dirette verso Venezia, vi facevano capo: nella parte del Borgo più prossima alla città, esercitavano l’attività “diversi mercadanti di panni”; la parte più esterna, ossia “Borgo Palazo”, era abitata invece “da conduttori, cavallanti, ed da altre sì fatte zente”, scriveva il Capitano Pizzamanno nel 1560.

Porta S. Antonio. A lato si vede la roggia

Il commercio era situato dentro all’abitato; chi esercitava il trasporto si collocava invece più all’esterno, dove poteva tenere le stalle, le tettoie per i carri, le fucine per riparare i veicoli, i maniscalchi. L’andirivieni di viaggiatori, di commercianti, di “conduttori e cavallanti”, non poteva non concentrare nel borgo osterie e trattorie con alloggio e stallo.

Com’era invece la zona intorno agli anni ’50: tra il 1919 e il 1955 l’edificio sulla destra era stato adibito a Dormitorio pubblico e in seguito impiegato come “Asilo degli Ebbri”, cioè ricovero per gli amanti di Bacco, i quali, dopo essere stati raccolti per le vie della città dalle forze dell’ordine, venivano messi a letto dopo una doccia gelata. I nuovi edifici di quest’area, tra cui il supermercato PAM, sorsero dopo il 1967

Largo di Porta Nuova: via anche l’ultima traccia

I cancelli di Porta Nuova (Raccolta Lucchetti)

La scomparsa dell’antico muro fu determinante per le sorti dell’attuale via Camozzi. Quando venne scattata la fotografia che segue, si chiamava ancora via di Circonvallazione insieme alle vie Tiraboschi e Frizzoni, e ai tempi delle Muraine assorbiva il traffico di carri che si snodava al di fuori della barriera daziaria.

Poi quest’ultima fu abolita e la città cominciò ad impossessarsi degli spazi che si rendevano liberi. E così la via Camozzi, da strada periferica assunse a poco a poco le caratteristiche di una via cittadina, svolgendo un ruolo sempre più importante per lo sviluppo urbanistico del futuro centro.

La svolta decisiva avvenne con la copertura della roggia, che cancellò anche le ultime tracce della presenza delle mura: è evidente che i lavori siano stati portati a termine da poco, tanto che non si è ancora realizzato il nuovo fondo stradale.
I pali di legno della linea elettrica, collocati un tempo lungo la sponda della roggia, segnano il percorso del canale, ormai invisibile.

Il traffico lungo la via Camozzi, carretti a parte, è inesistente. Ma tra non molto vi transiteranno i tram per Borgo Palazzo, il cimitero e Seriate. Nel 1933 vi saranno collocati i binari tolti dal percorso via XX Settembre-via Tasso.

Si lavora alla sistemazione del largo di Porta Nuova. Si sta anche togliendo il traliccio di ferro

Nello stesso punto della fotografia, non molti anni dopo sarà collocata la fontana progettata dall’arch. Bergonzo (la “Zuccheriera”), poi spostata verso la sede del Credito Bergamasco.

Largo Porta Nuova con la “Zuccheriera” progettata da Bergonzo. In Via Tiraboschi si nota sulla destra una porzione dell’antica muraglia demolita entro il 1950

Il portello di via Zambonate: la città ci stava stretta

Il portello di via Zambonate – non una vera e propria porta bensì una stretta apertura – venne aperto nel corso dell’Ottocento per desiderio degli abitanti che avevano bisogno di rendere meno complicato e tortuoso il transito tra una località e l’altra dentro e fuori della cinta muraria. Era all’inizio della strada dal lato verso la via Tiraboschi (tra ‘800 e primi ‘900 via Circonvallazione), oggi quasi all’altezza dei grandi magazzini Coin.

I due piccoli edifici ai lati del cancello servivano alle guardie daziarie per ripararsi dalla pioggia durante la notte.

Il portello di Zambonate. Nel cancello, spalancato solo per il transito dei carri è aperto un passaggio per i pedoni, che venivano controllati dagli agenti del dazio

Dal portello di Zambonate le Muraine si allungavano a comprendere la grande appendice di Borgo S. Leonardo, con al centro il crocicchio di Piazza Pontida –  le “Cinque Vie” – che si diramano rispettivamente per via Quarenghi (verso la porta Cologno e quindi verso Crema e Cremona); la via S. Bernardino (verso la porta Colognola e quindi verso Treviglio); via Moroni (verso la porta Osio e quindi Milano); via Broseta (verso la porta Broseta e quindi Lecco e Como).

Un tratto delle “Cinque Vie” in borgo S. Leonardo, il “cuore pulsante” della città, in direzione, a sinistra, di porta S. Bernardino e, a destra, di porta Osio (attuale via Moroni)

E, dunque, da Porta Cologno (a sud di via Quarenghi alta)….

Porta Cologno, all’incrocio tra via Quarenghi e via Palazzolo, sulla strada per Crema e Cremona (Raccolta Lucchetti)

…le Muraine si dirigevano verso Porta S. Bernardino

Porta S Bernardino, all’incrocio tra via San Bernardino e via Previtali, sulla strada per Treviglio (Raccolta Lucchetti)

 

Porta S Bernardino

…per approdare a Porta Osio, dove Napoleone non arrivò:

Osserviamola: il casello di sinistra di porta Osio è stato sottoposto a restauro; le sue dimensioni sono immutate ed è oggi è ancora riconoscibile anche se è stato sopraelevato e trasformato in una abitazione con più appartamenti.

Porta Osio (sulla strada per Milano), all’incrocio tra via Moroni e via Palma il Vecchio

Al centro del varco, in linea con l’asta centrale del cancello, un daziere posa con il folto gruppo dei presenti, tra i quali si notano anche alcuni ciclisti.

A Porta Osio si sta costruendo un telaio da coprire con teli e festoni, forse per qualche festività (Raccolta Lucchetti)

La città si stava preparando per ricevere Napoleone. Dopo l’arrivo delle sue truppe il 25 dicembre del 1796, la cacciata dei veneziani pochi mesi più tardi e la fine dell’antico regime di San Marco con l’insediamento della nuova municipalità, Bergamo aspettava il condottiero, che se ne stava nel capoluogo lombardo e di cui era stato annunciato il viaggio attraverso la Bergamasca.
Sarebbe dovuto arrivare per la strada di Milano: l’augusto ospite e la sua scorta sarebbero stati attesi all’ingresso della città, allora rappresentato da porta Osio (all’incrocio tra via Moroni e via Palma il Vecchio).

“La diligenza per Milano a Porta Osio”, ovvero Il casello daziario di Porta Osio in un dipinto (1830) di Costantino Rosa. In età napoleonica le porte furono sostituite da cancelli affiancati dai caselli del dazio

In vista dell’arrivo di Napoleone fu dato incarico all’insigne architetto Giacomo Quarenghi di realizzare un arco di trionfo e si pensò anche di trasformare la porta.

Il progetto (affidato all’architetto Giacomo Quarenghi, dell’arco di trionfo da erigersi in porta Osio, la cui costruzione era prevista per l’arrivo imminente a Bergamo di Napoleone Bonaparte. Progetto che non fu  realizzato

Napoleone poi rinunciò a venire: dell’arco furono gettate solo le fondamenta, in quanto alla porta, l’idea non ebbe seguito.

Gli edifici attigui a Porta Osio con il fabbricato semicircolare ancora esistente

Porta Broseta: la seggiola del daziere

Tale porta chiudeva a nord la muraglia del Lapacano, via (allora) di Santa Lucia Vecchia, e a sud via Palma il Vecchio, a quel tempo Strada di Circonvallazione Osio-Broseta.

All’altezza dell’incrocio con le vie Nullo e Palma il Vecchio, Porta Broseta nell’Ottocento, sulla strada per Lecco e Como (Raccolta Lucchetti)

Le due costruzioni dei caselli del dazio sono scomparse da tempo. Sul lato destro di via Broseta (per chi guarda) recentemente è stato abbattuto un edificio, sostituito da uno dal disegno molto moderno e che vuole forse, richiamare l’antica barriera.

Dovevano essere personaggi discreti gli agenti del dazio di guardia alle porte cittadine. Nelle fotografie che si conoscono, compaiono ben di rado.
E pensare che sono immediatamente riconoscibili: giubba con bottoni dorati, berretto con visiera, cappottone fino ai piedi per gli ufficiali (ma pantaloni regolarmente stazzonati).

Porta Broseta

Ci piace però immaginare che la seggiola che appare accanto al pilastro del cancello di Porta Broseta sia quella del gabelliere, usata per un po’ di riposo nei noiosi turni di servizio.
Lui, dopo il voto del consiglio comunale che ha detto “basta con le gabelle”, se ne è andato. La sedia è rimasta.

Fuori porta Broseta compare, come per la barriera di Porta Nuova, il banco di un ambulante. Ma la foto è confusa e non consente di capire che cosa vende: sono sacchi di castagne?

La porta di via Tre Armi: fin sotto le mura venete

Da Porta Broseta, la muraglia si dirigeva verso il vicolo Lapacano e da lì risaliva verso l’alta città, andando a ricongiungersi alle mura del Paesetto sotto Porta San Giacomo, dove si conclude il nostro viaggio.

Al Paesetto, tra via Tre Armi e la salita dell’attuale via Sant’Alessandro

Ed eccoli gli agenti del dazio, distinguibili per la giubba con i bottoni dorati, berretto con visiera e, per gli ufficiali, il lungo cappotto che arrivava ai piedi.

La foto (1895) mostra l’ultimo varco nella muraglia: la porta daziaria di via Tre Armi al Paesetto presso porta S. Giacomo (Raccolta Lucchetti)

 

Accanto alla porta daziaria di via Tre Armi al Paesetto, s’innesca la rampa che conduce a Porta S. Giacomo (Raccolta Lucchetti)

L’assemblaggio delle due immagini precedenti dà l’idea dell’esatta ubicazione della Porta di via Tre Armi: il piccolo edificio all’inizio della rampa di porta San Giacomo era la casa del capo delle guardie daziarie; abbandonato da tempo, è stato recentemente trasformato in una caratteristica abitazione.

La Porta daziaria di via Tre Armi, affiancata dalla casa del capo delle guardie daziarie (Raccolta Lucchetti)

Da via Tre Armi passavano gli ortolani che portavano in città gli ortaggi coltivati negli orti attorno a Borgo Canale e sotto le mura, lungo le scalette del Paradiso e di Santa Lucia. Ma alle nove di sera, quando si chiudevano i pesanti portoni e i finanzieri montavano la guardia, anche in via Tre Armi così come in via Noca, con la complicità delle notti buie senza luna dalle mura fronteggianti venivano calate lunghe corde per issare sacchi e cesti ricolmi di commestibili, che grazie al cielo giungevano a destinazione “de sfross” – di frodo – gabbando con gran soddisfazione le ignare. sonnacchiose guardie del dazio.

Le“Mura del Lapacano” a margine delle case di S. Alessandro, ritraggono le case del “Paesetto”, ai piedi di Porta S. Giacomo (foto Cesare Bizioli 1885 – Raccolta Lucchetti)

 

Note

(1) Carlo Traini, “Pagine al vento”, dattiloscritto conservato presso la Civica Biblioteca di Bergamo.

(2) Alfonso Vajana, Uomini di Bergamo, in “Il Novecento a Bergamo – Cronache di un secolo”, 2013, Utet.

(3) Domenico Lucchetti, “Bergamo nelle vecchie cartoline”.

Riferimenti

Bergamo e la bergamasca nelle immagini tra Ottocento e Novecento. Supplemento a L’Eco di Bergamo corredato da 24 fascicoli. A cura di Pino Capellini (anno non indicato).

Pilade Frattini e Renato Ravanelli, “Il Novecento a Bergamo”, 2013, Utet.
Domenico Lucchetti, “Le porte daziarie”, in “Bergamo nelle vecchie fotografie”.

Pino Capellini, La ‘barriera doganale’ del ‘400 bloccava lo sviluppo della città di Bergamo” – L’Eco di Bergamo, 12-1-2004.