L’Osteria dei Tre Gobbi, il rifugio amato da Gaetano Donizetti

L’Antica Trattoria Ai Tre Gobbi, un tempo “Osteria dei Tre Gobbi”, in via Broseta, nel cuore di Borgo S. Leonardo: una delle prime osterie della città, condotta da oltre 20 anni da Marco Ceruti e da sua moglie Nives Bergamelli. La fama legata allo storico locale si è rinsaldata nel 1932 in occasione del centenario della prima rappresentazione dell’Elisir d’Amore di Donizetti, momento che ha visto il moltiplicarsi delle pubblicazioni, che hanno  contribuito a recuperarne la memoria storica

Nel 1932, nell’ambito delle celebrazioni  per il Centenario della prima rappresentazione dell’Elisir d’amore – l’opera che sempre avvince il pubblico in un’atmosfera d’incanto – Sereno Locatelli Milesi scrisse per la rivista Emporium una memorabile serie ispirata all’Osteria dei Tre Gobbi, che ripropongo da un lato, perchè  rivela l’aspetto umano del concittadino Donizetti e, dall’altro, perchè mette in luce uno spaccato di vita e di quotidianità del borgo più vivace e popoloso di Bergamo.

Fu in questo locale che Donizetti  amava sostare con i più cari amici durante i suoi soggiorni nella città natale, che egli “amò di un amore fatto di passione” e che custodisce le sue spoglie e le sue memorie più care.

Monumento funebre a G. Donizetti in Santa Maria Maggiore (Bergamo, Taramelli, riproduzione datata 1890 circa)

L’osteria era condotta da Michele Bettinelli, oste squisito e cultore del bel canto, che la tenne dagli inizi dell’Ottocento sino almeno al 1860, per poi cederla ad altri, prostrato per la morte dell’amico Gaetano.

Sotto la sua conduzione, fu per decenni il punto di ritrovo dell’affiatata cerchia di amici del Donizetti: il suo maestro Johann Simon Mayr; il tenore Tiberini, che ospitò caritatevolmente il Bettinelli nei suoi ultimi anni di vita; il pittore Deleidi detto “Il Nebbia”, che in un ritratto conservato nella villa dei Tiberini immortalò il gruppo di cui fa parte lo stesso Bettinelli; l’amico Dolci, tenore di fama, così come altri intellettuali nonchè artisti di passaggio a Bergamo.

Piazza Pontida, cuore pulsante della vecchia Bergamo, anticamente detta Piazza della Legna (Raccolta Gaffuri)

La storia comincia in via Broseta, la vecchia strada che da Piazza della Legna, ora Piazza Pontida, conduceva fuori porta.

Piazza Pontida (Raccolta Gaffuri)

Presso la chiesetta di San Rocco, in una casa modestissima si apriva il grande portone da dove passavano i rotabili e – accanto ad esso – una porticina, dalla quale si entrava a malapena.

La chiesa di S. Rocco in via Broseta, accanto all’Osteria dei Tre Gobbi (Raccolta Gaffuri)

Più sotto, l’insegna in ferro, con la dicitura: “Antica Osteria dei Tre Gobbi”: e le figure di tre gobbetti, paffuti e sorridenti, mantenutasi sino ad oggi.

“Si scendeva qualche gradino: e si entrava in una specie di antro polifemico, rischiarato da ampie finestre, aperte su orti pieni di sole e di verde:

L’Osteria dei Tre Gobbi ai tempi di Donizetti

nella prima stanza, era un ampio camino, dalla cappa maestosa: le fiamme, crepitanti perennemente, si innalzavano, lambendo pentole capaci e padelle ampie: sulle pareti fumose, risplendevano i rami delle casseruole, dei tegamini, dei timballi, delle teglie: le madie e le credenze erano molte, e tutte colme di ogni ben di Dio: sulle assi, infisse nel muro, in alto, una doppia fila di bottiglie polverose sembrava un esercito in….attesa di essere preso d’assalto: i larghi tavoli erano fiancheggiati da panche di legno e da sedie impagliate.

L’Osteria dei Tre Gobbi in attività in un disegno di Luigi Bettinelli)

Nella seconda camera, altre madie, altre credenze, altri tavoli, altri sedili: e, in un angolo, una spinetta.

Un aspetto della Trattoria dei Tre Gobbi in un disegno di Luigi Bettinelli

Nel cortile contiguo, carri e barrocci, con le stanghe alzate, simili a lunghe braccia di giganti ischeletriti ed imploranti: e carretti, e vecchie diligenze: ed un rumore di ferraglia, uno schioccare di fruste, un richiamarsi di postiglioni, un vociare di viaggiatori, uno sciamare di ragazzi: perchè entravano, in questo grande cortile, le diligenze, e da esso uscivano, pei lunghi viaggi.

Gaetano Donizetti, quando veniva da Milano, sostava con gli amici in questa osteria: e gli amici quivi lo attendevano, per essere i primi a dare il benvenuto al concittadino illustre che tornava alla città natale.

Gaetano Donizetti (Bergamo, 29 novembre 1797 – 8 aprile 1848)

L’oste era tal Bettinelli, lontano parente di un pittore dello stesso nome che ha lasciato schizzi pregevoli della famosa osteria:

Un noto dipinto di Luigi Bettinelli, lontano parente dell’oste Michele Bettinelli (“La Piazza del Duomo”.  Bergamo – propr. Eredi Bonomi)

era un ometto piccolo e rubicondo, Michele Bettinelli, dal viso aperto, spirante bonomia: ed era amico di Donizetti sin dalla più giovane età: e con Donizetti – quando erano entrambi fanciulli – avevano trionfato sulle tavole di un teatrino di dilettanti.

Michele Bettinelli (1792 – 1868), amico e fervente ammiratore di Gaetano Donizetti nonchè proprietario dell’Osteria dei Tre Gobbi

Veramente, il buon Bettinelli aveva soltanto assistito al trionfo dell’amico, perchè lui, poveretto, era balbuziente: ed un giorno, all’atto di pronunciare una battuta abbastanza complicata, aveva sentito di colpo che la lingua rifiutava di fare il dover suo, e che i denti gli si erano serrati: e si era fermato di colpo, cercando invano di pronunciare la frase: ma si era impappinto; ed aveva gridato a “Gaetanino”, con un enorme sforzo di volontà: “Vai avanti tu: io non posso!”: ed era fuggito tra le quinte, salutato dalle risate irrefrenabili del pubblico.
Amico degli artisti, il Bettinelli nutriva per il “suo Gaetano” un affetto ed una ammirazione che si potevano chiamare idolatria: giustamente ha scritto Giuliano Donati Petteni che “era una di quelle anime semplici che si accostano al genio come attirate dalla luce, riguardando ogni cosa dell’artista prediletto come propria e dedicandogli per tutta la vita una devozione umile ed assoluta”.

Gaetano Donizetti, quando era a Bergamo, frequentava sovente l’osteria del Bettinelli: insieme ad altri amici, il maestro Dolci – che Donizetti chiamava scherzosamente “Dolciumi”, Simone Mayr, il pittore Deleidi detto il Nebbia.

Luigi Deleidi detto il Nebbia, “Donizetti con gli amici”, 1830 circa. Da sinistra, l’oste Bettinelli, Gaetano Donizetti, Dolci, Simone Mayr. In piedi, il pittore Luigi Deleidi

E con piacere giocava alle boccie: narra Antonio Ghislanzoni che, essendo capitato, con alcuni amici, in un giorno del 1870, nell’Osteria dei Tre Gobbi, mentre si avviava verso il gioco delle boccie venne precipitosamente fermato dall’oste: il quale gli disse, in tono solenne che non ammetteva replica: “Se intendono giocare, passino da quest’altra parte. Questo è un viale riservato, e queste boccie non vanno toccate dai profani!”.

Il monumento al poeta Antonio Ghislanzoni, inaugurato a Caprino Bergamasco il 14 ottobre 1894. Ghislanzoni fu giornalista, scrittore, baritono, autore di oltre ottanta libretti d’opera tra cui l’Aida di Verdi, personaggio illustre della Scapigliatura milanese,

E di fronte allo stupore dei clienti sbalorditi, soggiunse: “Perchè questo viale e queste boccie sono un monumento storico…Perchè devono sapere che questa osteria di “Borgo”, così modesta e diroccata, ha avuto di quegli onori….che nessun albergo della città può vantarsi di aver mai ottenuto…Basti dire che il povero Gaetano non veniva mai a Bergamo che subito non venisse qui, a far la sua partita alle boccie!….”.
Il “povero Gaetano” era Gaetano Donizetti.

1890 circa: il gioco delle bocce a Bergamo (Raccolta D. Lucchetti)

Gaetano Donizetti non era un buongustaio della tavola come Gioacchino Rossini: ma era un entusiasta del classico piatto bergamasco “polenta e uccelli”, che il buon Bettinelli sapeva preparare con un’arte e con una maestria che il Maestro definiva “sublimi”: e della lode l’ostiere andava altrettanto superbo quanto dell’amicizia di Colui che gliela tributava.

Il rito della polenta in un dipinto di Pietro Longhi

Narra il Cicconetti che “Donizetti, seduto una sera nella sua casa, in lieta riunione d’amici, ne rallegrava i ragionamenti sia con arguti motti, sia con piacevoli racconti, quando, interrotto nel meglio il discorso, si allontanò dalla camera, e soltanto dopo una mezz’ora vi fece ritorno.
“E perchè ci hai così lasciati? – gli domandò la suocera.
“Ho composto – rispose – il finale del primo atto”.
Egli stava allora componendo il Torquato Tasso, l’opera dedicata a Bergamo, Sorrento e Roma.

Ritratto di Gaetano Donizetti eseguito ad olio su tela di Francesco Coghetti, 1837 (Collezione privata)

Dovunque si trovasse, il filo che reggeva la trama dei suoi pensieri si svolgeva incessante: la sua esistenza interiore creava le sublimi finzioni dell’Arte: il vasto mondo della poesia e dell’irreale, non visto dai circostanti, appariva alla sua anima, con le creature alle quali egli doveva donare la immortalità: e ad un tratto interrompeva le normali occupazioni, per fermarne e fissarne l’attimo di vita: e si appartava, ad un tratto, come spinto da un bisogno irresistibile: e si racchiudeva in sé medesimo: e l’onda della melodia, che gli sgorgava dal cuore, fissava con rapidi segni schematici su uno qualunque dei pezzi di carta che sempre portava con sé.

Chi scrive possiede una di queste pagine, su cui sono state scritte, con rapida e nervosa grafia, delle note: quasi indecifrabili, che nulla dicono a chi tenta di leggerle, ma che dovevano essere, per chi le ha scritte, come un richiamo nitido e chiaro a chissà quali armonie…
Forse, anche durante la partita alle boccie giocata con gli amici nel cortile vasto della modesta osteria, il Maestro si sarà qualche volta, ad un tratto, appartato, per fissare, sovra un pezzo di carta, un ritmo, un’idea, una ispirazione….

Schizzo autografo del Diluvio Universale (Bergamo, Fondazione Donizetti)

Angelina Ortolani, giovinetta, era stata accompagnata a Bergamo, da Almenno S. Bartolomeo, “per farsi sentire la voce di Donizetti”.
Chi l’aveva accompagnata era tale Santi, lontano parente del maestro e che abitava ad Almenno S. Salvatore, e precisamente alla Madonna del Castello: non avendolo trovato in casa, erano stati indirizzati all’”Osteria dei Tre Gobbi” dove Gaetano Donizetti accolse la ragazza con “buone parole, e prendendola per il ganascino”: la invitò a cantare, senza timore: perchè, tanto, avrebbe dovuto poi superare ben altri timori dinnanzi al pubblico!

“Era una giornata di settembre:” diceva la celebre cantante: “ed io avevo una grande paura, ed un grande appetito: vinsi subito la paura, per l’affabilità del Maestro: ma non potei vincere l’appetito neppure la sera, perchè quel giorno non mi sentii di mangiare…”.

Il grande soprano Angelina Ortolani, nata ad Almenno nel 1834, debuttò nel 1853 al Teatro Sociale di Bergamo, nella Parisina di Donizetti. Era dotata di una voce definita “angelica”. Nel 1857 avviò una carriera internazionale, esibendosi a Madrid e Londra; nel 1859 era a Barcellona. A partire dal ’59 si esibì quasi sempre con il marito, il tenore Mario Tiberini, sposato l’anno precedente; furono al Teatro alla Scala di Milano, al Regio di Torino, al San Carlo di Napoli, al Covent Garden di Londra, alla Wiener Staatsoper. Nell’atrio del teatro Donizetti di Bergamo è collocato un busto di Angelina Ortolani, opera dello scultore Gianni Remuzzi, in occasione del centenario della nascita del soprano

Il Maestro si accompagnava sovente al Bettinelli, in lunghe passeggiate sulle Mura, in Castagneta e sui Torni; perchè, come l’amico, era buon camminatore, tanto da definirsi “il musicista ambulante”: infatti, egli passava dall’una all’altra capitale come un trionfatore…

Un giorno, passeggiava col Bettinelli in Piazza Vecchia, ove da qualche anno la fontana del Contarini canta – come allora – la sua canzone argentina.

Piazza Vecchia (Raccolta Lucchetti)

Ad un tratto, da un caffè si diffuse la voce di un violino che suonava la chiara melodia dello spirto gentil, accompagnata dalle note gravi di un violoncello.
“Senti!” disse il Bettinelli “E’ l’Orbo, quel tale che suona soltanto musica tua…”.
“Poveretto! Vieni: gli facciamo una sorpresa!”.
Entrarono: Donizetti fece ai presenti un segno di silenzio: e, tolto il violoncello all’accompagnatore, cominciò a sonare.
Il cieco, accortosi del cambio, esclamò: “Alto là! Meno ghirigori, con quell’archetto, perchè io non voglio fare da secondo!”.
Al che, Donizetti: “Hai ragione: mantieni il tuo diritto, e fatti rispettare!”.
Il cieco, riconosciuta la voce, tentò di baciare la mano del Maestro: e dalla mano del Maestro cadde, nella tasca del poveretto, una moneta d’oro.

Caffè e bottiglieria del Tasso in Piazza Vecchia (Raccolta Lucchetti)

Ricorda il Ghislanzoni – e assicura l’averlo udito dallo stesso Bettinelli – che quando la Lucrezia Borgia naufragò a Milano, l’oste fedelissimo aspettò il Maestro alla porta del teatro, ed abbracciandolo stretto gli gridò a piena voce: “Tu sei il più grande musicista dell’epoca, e la tua Lucrezia vivrà immortale!”.
Da quella sera, però, Il Bettinelli giurò odio immortale contro i milanesi: e guai se uno di essi capitava nella sua osteria! Il vino peggiore, gli intingoli più scipiti erano per l’incauto “baggiano”, colpevole di appartenere a quella “genia” che aveva osato fischiare il capolavoro del “suo Gaetano”.

Ma allorquando, auspice il limpido canto della Frezzolini, la Lucrezia risorse alla Scala, e trionfò, il buon Bettinelli perdonò ai “baggiani” ridiventati “milanesi”: e non ci fu da allora Meneghino che non trovasse nell’”Osteria dei Tre Gobbi” l’ospitalità più cordiale, i cibi più appetitosi, il vino più prelibato.

Donizetti tornò a Bergamo il 6 ottobre del 1847: ma non potè godere della gioia che è concessa all’emigrato quando rivede i cari luoghi che lo hanno veduto nascere, i famigliari, gli amici.
Era troppo tardi ormai: egli non era più che il fantasma di se stesso!
In una di quelle tappe obbligatorie che riunivano i passeggeri di opposte destinazioni, Alfredo Piatti lo aveva intravisto, in una carrozza da viaggio, avvolto in un mantello, col capo reclinato sul petto, come un vinto: e non aveva osato abbracciare l’amico del padre suo, l’artista sommo che amava come il padre suo egli fosse…

Palazzo del Barone Scotti, in via Donizetti, nel quale spirò l’8 aprile 1848 il compositore bergamasco

Scrive Giuliano Donati Petteni nella biografia di Donizetti: “Non diversamente intravidero il musicista i bergamaschi che lo accolsero nel pomeriggio del 6 ottobre, quando la carrozza giunse alle porte della città. Il convoglio passò in mezzo a due ali di popolo silenzioso e riverente.
“E’ Donizetti” si sussurrava.
E tutti pensavano alla sua gloria, alle sue opere, al giorno in cui l’avevano accompagnato a casa in trionfo, alla miseria del suo stato presente.
“I cavalli, facendo tintinnare le sonagliere e battendo sul selcialto gli zoccoli ferrati, salivano sbuffando, avvolti in una nube di sudore, la ripida strada dell’alta città, il cui profilo, come quello d’una immensa fortezza, si stagliava sul fondo grigio delle montagne.
“Nel crepuscolo, le torri, i campanili, le mura scomparivano a poco a poco in un ombra violacea.
Un suono di campane largo ed armonioso si diffondeva da Santa Maria Maggiore. Le finestre, lungo la linea delle mura, si punteggiavano di lumi. Come sentirono il rumore dei cavalli, i servi del Palazzo Basoni accesero sotto l’atrio le lanterne. La carrozza sostò, e la signora Rosina, con la figlia Giovanna, il conte Lochis, e gli amici Dolci e Bonesi, si fecero avanti per ricevere il grande infelice.

Via Donizetti (Raccolta Gaffuri)

“Ma quando questi apparve, incapace di reggersi, muto e attonito, senza dare alcun segno di riconoscere le persone e le cose circostanti, le donne proruppero in un pianto dirotto”.
Certo, fra coloro che erano andati ad incontrare l’infelice Maestro era anche il buon Bettinelli che, come Alfredo Piatti, non aveva osato avvicinarsi al “suo idolo”…Si sarà tenuto nascosto, il poveretto, fra la folla: ed una “furtiva lagrima” sarà scesa a solcargli il viso rubicondo, diventato pallido ad un tratto….

Gaetano Donizetti morì il giorno 8 aprile dell’anno successivo. L’agonia era durata sei lunghi mesi!

Gaetano Donizetti, già gravemente malato, ed il nipote Andrea, in uno splendido dagherrotipo eseguito a Parigi nell’appartamento (affittato da Andrea per lo zio) in Avenue Chateaubriand n. 6, nell’agosto del 1847. L’autore del immagine fu probabilmente lo stesso Louis Jaques Mandé Daguerre (1779 – 1851). Furono eseguite tre pose (i dagherrotipi non si potevano duplicare): una fu inviata alla benefica Rosa Rota Basoni; una al fraterno amico Antonio Dolci; dell’ultima non si conosce la destinazione: esiste comunque una vecchia riproduzione eseguita verso la fine dell’800, quando divenne possibile la riproduzione su carta dei dagherrotipi. I due originali e la riproduzione sono ora conservati nel Museo Donizettiano (Foto e didascalia Domenico Lucchetti)

E durante questi mesi lunghissimi, il povero Bettinelli era salito ogni giorno in città alta, a visitare l’infermo, nel palazzo che lo ospitava, il grande palazzo che domina, dall’alto, l’ampia distesa della pianura lombarda: e forse lui solo, il povero ostiere della modesta osteria, seppe far tornare sulle labbra del Genio che si spegneva la luce di un cosciente sorriso, ripetendo la frase che gli aveva detto, fanciullo, nel teatrino di città alta: “Vai avanti tu: io non posso!”.

Donizetti sollevò gli occhi, corrugò la fronte, fissò a lungo, intensamente, l’amico della adolescenza: ed improvvisamente la luce di un sorriso apparve sul viso disfatto….

Gli ultimi momenti di vita di Gaetano Donizetti, qui ritratto da Ponziano Loverini (Bergamo, Casa Caprotti)

La fine del Donizetti segnò la fine dell’”Osteria dei Tre Gobbi”: o quasi: e segnò la fine della serenità e della gioia per il povero Bettinelli.
L’osteria perdette la sua chiara rinomanza: perchè il povero ostiere più non si curò di rinnovare, nella cantina, il “buon vino”, chiaro e frizzante, che era tanto piaciuto “al suo Gaetano”.
L’osteria venne ceduta ad altri.

L’osteria com’era ancora nel 1900 quando era esercita dal signor Francesco Algisi

E la casa del tenore Tiberini – che avea sposato Angelina Ortolani – accolse, generosa, il povero vecchio: e lo ospitò sino alla morte.
E scomparve anche la vecchia insegna dei Tre Gobbi…

L’interno dell’Osteria dei Tre Gobbi verso la fine del Novecento

Essa è però rinata, ora.

Il Ducato di Piazza Pontida – che è la “Famiglia Gioppinoria”, e che vanta fra le proprie benemerenze quella di aver conservato a Bergamo i manoscritti della Parisina e dell’Elisir – con una celebrazione quasi famigliare, che ha voluto essere l’espressione del culto dei concittadini per Gaetano Donizetti, ha ridonato alla gloriosa osteria l’antico nome: ed ha inaugurato la lapide, che – auspice il Comune di Bergamo – ha fatto murare nella prima stanza dell’antica taverna.
La lapide suona così:

IN QUESTA ANTICA “OSTERIA DEI TRE GOBBI”
COI PIU’ CELEBRATI ARTISTI DEL SUO TEMPO
GAETANO DONIZETTI
VENIVA A RITEMPRARE LO SPIRITO AFFATICATO
NELLA FRATERNA AMICIZIA DI MICHELE BETTINELLI
UMILE TAVERNIERE – ANIMA DI ARTISTA

In occasione del Centenario dell’Elisir, nel 1932, il Ducato di Piazza Pontida ha apposto nel locale una targa commemorativa alla presenza dei più bei nomi dell’epoca, tra cui il tenore Beniamino Gigli e la soprano Mercedes Capsir, alla quale spettò l’onore di scoprire la lapide ancora oggi visibile. Con grande corso di popolo si riattivò l’Osteria, già molto mutata rispetto alla tipologia ottocentesca illustrata nelle immagini dell’epoca. Il pianoforte e il busto di Donizetti fanno bella mostra nel locale

Il ricordo è stato inaugurato con una  celebrazione modesta, che ha però interpretato lo spirito del Sommo, il quale – pur avendo raggiunto le più alte vette della gloria – si compiacque coltivare amicizie anche umili e conservare modeste abitudini”.

 

Sereno Locatelli Milesi, Cronache bergamasche. L’osteria dei tre gobbi e Gaetano Donizetti, Emporium n. 453 – anno 1932.

Nota

Le fotografie attuali de dell’Antica Trattoria Ai Tre Gobbi e i due disegni che riproducono i tre gobbi, appartengono a Osteria dei Tre Gobbi

Giovanni Signorelli detto “il Merica”: il cantastorie di Bergamo

1920: il cantastorie Giuseppe Signorelli detto Merica nei pressi del Duomo

Con il Merica, una tipica macchietta cittadina vissuta fra fine Ottocento e la prima metà Novecento, gli autori e le cronache del tempo ebbero di che sbizzarrirsi.

Era, nel ritratto che di lui fece Umberto Zanetti, “un omino dinoccolato alto si e no un metro, che cantava con una vocetta agra, in falsetto, accompagnandosi con una chitarra più grande di lui”.

La sua “lirica”, che sgorgava dal suo genio, commentò argutamente i fatti cittadini per tutto un cinquantennio di storia bergamasca, elevandosi dall’ebbrezza lieve dei vinelli delle colline o tra i purissimi aspri vapori del più autentico “trani”.

Rivendita di vini pugliesi in piazzetta S. Pancrazio (da “Bergamo nelle vecchie fotografie” – D. Lucchetti)

Tutta Bergamo lo conosceva ma nessuno, proprio nessuno, sapeva il suo vero nome. “Merica” – spiegò una volta il “cantore” – per via di una bisavola che si chiamava Maria Degna Merita e che aveva gli tramandato il nome, storpiato “in forza di chissà quali occulte leggi di antonomasia matronimica”, scrisse Vajana.

Si sapeva che era nato in SanTomaso, in anni lontanissimi, e ch’era figlio di un poverissimo cocchiere.

Via S. Tomaso nel 1910, con la donna che ha appena attinto l’acqua dalla fontanella (da “Bergamo nelle vecchie cartoline” di D. Lucchetti)

La sua bruttezza, “quasi disdicevole”, lo anticipò sin da bambino. Tutto di lui promuoveva al riso: magro impiccato, era alto come un paracarro, aveva le gambe sproporzionatamente corte e storte, malgrado le impaludasse civettuolmente in un giacchettone sproporzionatamente lungo. La sua camminata insicura ed ondeggiante tradiva un difetto alle ginocchia, che scontrandosi si respingevano a vicenda. “Gambestorte” e “crapadrecia”, si era compiaciuto definirsi.

“Ol Merica” nel commiato di Vajana

Il busto striminzito reggeva un cranio dalla forma marcata e pressata alle tempie; un visetto da infante, dominato da uno strano naso sottile da cui si allungava una barbetta appuntita e scomposta. Due occhietti vivacissimi e pungenti, quasi da topo, rallegravano quella specie di viso mobilissimo.

Le cronache si accaniscono descrivendo una bocca, “dalle labbra turgide e di un rosso rancido”, somigliante a “una ferita da taglio inferto da uno spadone medioevale”. Povero Merica. Parlava biascicando e il suo balbettio gli lasciava delle vistose bolle bianche ai lati della bocca, che risucchiava con movimenti suoi particolari. Nonostante ciò, anche quando serrava i denti digrignando fino all’esasperazione, riusciva simpatico a tutti.

Tra una canzone e l’altra aveva trovato il tempo di portare all’altare…. – c’è chi dice quattro, c’è chi dice cinque e c’è chi dice sette – donne, e di vederle poi dipartirsi nel regno dell’eternità: curiosamente, aveva sempre pronunciato il suo ‘sì’ mentre l’altra parte era in fin di vita. Sicchè ogni rito nuziale si era trasformato in un rito funebre, al termine del quale, “ol Merica” offriva da bere agli amici.

Il passeggio in Fiera nel 1902

Le di lui descrizioni sono a dozzine, ma fra tutte, quella di Geo Renato Crippa – che ai tipi bergamaschi dedicò esilaranti e commoventi capitoli – è senz’altro la più ricca e gustosa: nessuno meglio di lui – grande conoscitore delle storie e delle “macchiette” della città – avrebbe potuto né ignorare né lasciarsi sfuggire l’occasione ghiotta di descrivere il Merica.

La madre, una brava donna, illudendosi di farne un bravo artigiano l’aveva affidato a un ciabattino di Borgo Santa Caterina non badando che nello stanzino del “padrone”, fra banchetto, forme, ferri, pece, corde e scarpe, facevan bella vista alla parete due chitarre (una abbastanza passabile, l’altra vecchia e tarlata ma di buon suono) che avevano attirato le amorose attenzioni del giovinetto.

Il ponte di Borgo Santa Caterina

Non appena il “principale” sortiva dal bugigattolo, il nostro cercava di addestrarsi alla bell’e meglio e appassionatamente, e quando udiva qualche suono azzeccato si agitava all’impazzata meravigliandosi, fino a quando, dagli e ridagli e straziando le povere corde all’infinito, finì col realizzare un sogno cullato per settimane e mesi: accordare chitarra e canto fino ad acquistare una certa abilità, che perfezionò con qualche strana maestria.

Scrisse Crippa che “Per non disturbare i suoi di casa – vivevano in una stanza sola in quattro – esercitarsi nel ‘cesso’, all’esterno di una loggetta, fu invenzione prelibata. Questo posto, diceva, era il suo conservatorio, la scuola primaria della sua ‘genialità’ musicale”. Vi canticchiava la notte, cercando di adattare motivi popolari a testi di sua invenzione “amorosi o romantici, scelti in racconti di quartiere o raccolti nella miseria dei rimbrotti, delle accuse, delle stravaganze e delle irriquiete denuncie d’un volto rattrappito”.

Sicchè, “spingerlo a farsi conoscere, dopo averne constatata la bravura, fu operazione infame di un gruppo di buontemponi, decisi a scortarlo nelle osterie, sullo sterrato di piazza Baroni al tempo della Fiera, davanti ai caffè dei signori e sul Sentierone”.

Città Alta domina sul Sentierone con la Fiera e l’Ospedale di S. Marco e la chiesa di S. Bartolomeo (da “Bergamo nelle vecchie cartoline” di D. Lucchetti)

Gli rimediarono così una giacca degna del suo nuovo ruolo, “magari di velluto ed un cappello verde alpino con fior di penna”.

Il lato della Fiera sull’attuale Largo Belotti (da “Bergamo nelle vecchie fotografie – D. Lucchetti)

Scortato dalla feroce compagnia, fece la sua prima apparizione pubblica nel suo borgo in due locali “di pregio”: il “Gamberone” e l’Angelo”.

Entrato nelle sale, così conciato, gli urlarono di andarsene alla svelta.

Borgo S. Caterina. Nei pressi si trovavano, poco distanziate fra loro, le trattorie delle Tre Corone, dell’Angelo, del Gambero e della Scopa (in “Bergamo nelle vecchie fotografie” di D. Lucchetti)

Ma imperterrito, con i suoi imbonitori pronti a difenderlo – “gente conosciuta (un macellaio e due salumieri)” – cominciò timidamente a cantare accompagnandosi alla chitarra scalcinata e “dati due strattoni, iniziò la sua tiritera con energia infuocata. Risa reiterate, battimani, ‘forza’, salutarono la esibizione, mentre, stordito ed in lacrime, l’artista non sapeva se accettare i bicchieri di vino che gli venivano porti da diverse parti: un successo”.

1910 circa: scoricio di Borgo S. Caterina (da “Bergamo nelle vecchie cartoline” – D. Lucchetti)

Da quella sera la fama del “cantastorie” percorse l’intera città, dai borghi a Piazza Vecchia e poi ancora giù, in Viale Roma: nei trani, nelle osterie, nei caffè di periferia, lo attendevano, passandosi parola.

Il gioco delle bocce in una trattoria di Bergamo, 1890 (da “Bergamo nelle vecchie fotografie” – D. Lucchetti)

E così il suo repertorio mutò con destrezza e dalle fiabe d’amore passò ad improvvisare i fatti cittadini, commentandoli come un Pasquino redivivo.

“Verdi” – scrisse Umberto Ronchi – lo avrebbe assunto come Rigoletto, un Rigoletto generoso, tutto lepidezza e fantasia improvvisatrice”.

L’ometto, agli applausi non ci teneva affatto; voleva soldoni lui, quelli di rame: solidi, pesanti, colla bella faccia di Vittorio Emanuele.

Ol Merica in una caricatura del “Giupì” (da L. Pelandi, Attraverso le vie di Bergamo scomparsa II – La Strada Ferdinandea, 1963)

Il castigamatti, “conquistava i suoi “affezionati” accusando prefetto, sindaco, amministratori, vigili, agenti del dazio, di non mantenere le promesse, di aumentare i prezzi delle derrate, di non pulire a dovere le strade, di impicciarsi in cose non di loro pertinenza, di permettere abusi nella applicazione delle tasse, nel non affannarsi a chiedere al governo di Roma il raddoppio della linea ferroviaria per Treviglio, di aumentare i tabacchi, il sale, i francobolli, i ‘trams’ e le cambiali.

Le giostre in tempo di Fiera (da “Bergamo nelle vecchie fotografie” – D. Lucchetti)

Bastava la pubblicazione di un manifesto con nuove ordinanze civiche o militari perchè il Merica, cantante analfabeta, chiesti ragguagli a conoscenti, schiattasse in imprecazioni e querele; uno spasso”.

1925 circa: il Sentierone (da “Bergamo nelle vecchie cartoline” – D. Lucchetti)

Quando la guerra chiamò il popolo a raccolta, imbracciò la sua chitarra come un mitra e con la sua vocetta agra intonò il suo canto di battaglia:

“Viva l’Italia

la gran nassiù

che la combàt

per la resù”.

Il rifugio antiaereo scavato in Piazza Dante

 

Porta Nuova nel 1940. Sulla fronte dei tempietti si legge: “Il passato è già dietro le nostre spalle. L’avvenire è nostro” e “Disciplina Concordia e Lavoro per la ricostruzione della Patria”

Tra gli avvenimenti accompagnati dal suo lieto e canoro commento, famosa è la nascita del nuovo centro cittadino e di tutti gli edifici che spuntavano come funghi a ridosso delle Mura.

La Fiera in demolizione (1922-’24) e la nascita del centro piacentiniano

 

La Fiera in demolizione (1922-’24)

Del rinnovamento sontuoso della sua Bergamo egli ne fu entusiasta, ma la sua gioia fu mortificata dalla tristezza che attribuì alle sue vecchie amiche Mura:

“Che’ diràl chèl curnisù

Quando l’vé la primaera?

Vederàl piö i farfale

a vulà sota la féra?”

Panorama di Bergamo, 1938

Per far posto all’allora palazzo della Banca Bergamasca, sorta in prossimità del chiostro di Santa Marta, venne schiantato un ippocastano che per quasi un secolo aveva assistito a tutte le vicende bergamasche. Si trattava del “piantù” nel Boschetto di Santa Marta, uno stupendo gigante alla cui ombra ristoratrice si erano ritemprati vecchi pensionati e ai cui romantici effluvi si erano confortati dalle sartine ai soldatini.

1920 circa: il centro direzionale della ‘Nuova Fiera’ (Da “Bergamo nelle vecchie cartoline” di D. Lucchetti)

Quando lo vide crollare con schianto formidabile, compose un brano memorabile:

“Nel bosch de Santa Marta

a gh’era ü vècc piantù

per mèt sö öna strassa d’banca

I l’à mandat a reboldù”

La “strassa d’ banca” era la Banca Bergamasca, fallita e poi occupata dal Banco Ambrosiano, sorta in luogo del complesso monastico di S. Marta.

Il Sentierone e i suoi rigogliosi giardini negli anni ’30

Le due statue poste ai lati dell’appena inaugurato Palazzo di Giustizia, Il “Diritto” e la “Legge”, furono invece così nominate:

“Gh’è dò bèle statue

sura ü pedestalì

la siura l’è padruna

chèl biòt l’è l’inquilì”

Il Palazzo di Giustizia in Piazza Dante, da poco edificato

Che le sue argomentazioni fossero in prosa o in rima nessuno se ne accorgeva: per le folle egli era la bocca della verità, il fustigatore, il difensore della poveraglia, l’inquisitore”,

“Bravo, bravo”, gli urlavano, soprattutto se avvinazzate.

La sua acredine degenerava in lamentela disperata verso gli amministratori dei luoghi pii – ospedali, manicomio,“Clementina” – verso i quali gridava come un ossesso a difesa di sordomuti e poveri ciechi, del brefotrofio e relativa “ruota” e di ragazze-madri. Non c’era modo di trattenerlo.

Il fronte della fabbrica cinquecentesca (demolita nel 1937) dell’Ospedale vecchio di S. Marco: oggi, del grande complesso un tempo parte del quadrilatero della vecchia Fiera, è rimasta solo la chiesa che porta lo stesso nome

 

Il Manicomio Provinciale entrò in servizio dopo che fu chiuso, nel 1892, il manicomio di Astino. La ripresa fotografica è anteriore al 1905 (da “Bergamo nelle vecchie cartoline” – D. Lucchetti)

 

Marzo 1915: il trasloco della Pia Casa di Ricovero delle “Grazie” (ex convento degli Zoccolanti ed ora Credito Bergamasco) al nuovo edificio della Clementina. Nelle “Grazie” subentrò l’ospedale militare della CRI (da “Bergamo nelle vecchie cartoline” – D. Lucchetti)

 

Il Piazzale Porta Nuova con l’ex convento degli “Zoccolanti”: Casa di ricovero “di Grassie” sino al 1915, poi ospedale militare della CRI. Annullo postale del 14 – 7 – 1919 (da “Bergamo nelle vecchie cartoline” – D. Lucchetti)

Lo ammansivano assicurando che si sbagliava e con gran fatica lo invitavano a consolarsi: ringraziava e una volta placato soggiungeva, quasi ilare: ‘Vi canterò la storia della Girometta, quella che, per amore, di chiappe ne vendette una fetta’.

Un gorgoglìo, in fondo alla gola, lo quietava prima di sgusciarsela recriminando”.

La Fiera settecentesca e il Sentierone. serie, riservata al mercato francese, fu stampata in tricromia dall’Istituto Italiano d’Arti Grafiche nel 1905 ca. (da “Bergamo nelle vecchie cartoline” di D. Lucchetti)

Con la fede e con i santi era però impossibile tendergli un agguato, e lo seppe, una sera, una certa Paola, famosa passeggiatrice, che tentandolo a sproposito ricevette in cambio una sberla ben assestata.

Sempre avvolto in un pastrano raccattato che gli arrivava alle ginocchia, continuò a cantare finché la voce non divenne fioca e scheggiata fino a ridursi in miseria: “dopo il giro col piattello in mano, notava i pochi centesimi raccolti, borbottava sostenendo che egli non meritava di esser schiavo o sottomesso ad alcuno, ma degno di rispetto nel suo intenso lavorìo di giudice delle malefatte altrui, che egli rivelava da cittadino cosciente ed ardito. Non scherzava lui e non mentiva, o buffoni”.

Persa quasi totalmente la vista, si aggirava per le vie della città accompagnato da una povera fanciulla, anch’essa mezza cieca, perpetrando tristemente “i racconti di giorni perduti, di sindaci morti da anni, del dazio sparito, di denari senza valore e di inutili bazzecole”.

Ebbe però un lampo di poesia alla morte di Antonio Locatelli, scomparso in un agguato in Africa mentre era in missione a Lekemti compiendo voli di ricognizione per far sì che le truppe italiane non cadessero nelle imboscate delle milizie dei Ras finanziati dagli inglesi.

1920 ca. Questa cartolina, con Antonio Locatelli ed il suo inseparabile S.V.A., non è una vera e propria cartolina commerciale, ma è interessante poichè sul retro porta il visto della “censura fotografica” militare. La più grossa impresa sportiva di Locatelli fu la “prima trasvolata delle Ande”. Compì l’impresa di andata e ritorno tra il 31 luglio ed il 5 agosto 1919, effettuando anche il primo servizio di posta aerea tra l’Argentina e il Cile” (da “Bergamo nelle vecchie cartoline” di D. Lucchetti)

Atterrato in una radura, fu ucciso a tradimento con tutto il suo seguito e del suo corpo non si seppe più nulla “e per ciò, come degli antichi eroi, ben si può dire che il suo corpo, forse arso, trapassò nei leggendari empirei del simbolo”. Ebbe a dire Bortolo Belotti.

Era il 1936 e per Bergamo fu un terribile trauma; anche il Merica, ormai vecchio e misero, lo pianse con dolore sincero.

“Il cuore, consunto, gli dettò una geremiade, mezzo angosciosa, mezzo gloriosa. Forse fu la sola e garbata elegìa sfociata in devoto dolore; la balbettava piangendo, sicuramente affranto:

Me pianze, me pianze,
l’è mort, l’è mort, ol poèr Tunì.
I la brüsat i nigher,
selvaggi de nu dì.
L’era grand e bu, mei del pà bianc.
Bel, bel coma un angelì.
Me pianze, me pianze, ol me poer Tunì”

Morì con un rammarico, quello di non saper comporre musica (“Potevo diventare un Donizetti”…). La morte lo colse all’inizio del 1943 dopo una breve malattia e fu annunciata da un necrologio dell’”Eco”: una colonna e mezza che l’avvocato Alfonso Vajana volle dedicare al povero cantastorie di San Tomaso.

Il Merica l’aveva invitato a comunicare la sua dipartita ai suoi ignari cittadini, nel momento in cui avrebbe per sempre posato la sua chitarra stanca: “Io lo compresi e lo feci con tenerezza. Del resto se l’era meritata…..: aveva servito, a modo suo, parecchie generazioni di bergamaschi, prodigando molto canto, attimi di serenità ed un po’ di sorriso”.

Contenendo a stento la tristezza, nell’angusta prigione del suo corpo breve e storto.

 

RIFERIMENTI

Geo Renato Crippa, Il “Merica, in “Bergamo così (1900 – 1903?)”.

Alfonso Vajana, “Uomini di Bergamo”, Vol II. Edizioni Orobiche, Bergamo.

Le vicende della colonna e il capitello ritrovato, conservato presso il Museo Archeologico: potrebbe appartenere alla Colonna di S. Alessandro ©

La colonna in via S. Alessandro (Bergamo) ricostruita arbitrariamente nel 1618 davanti alla Chiesa di S. Alessandro in Colonna. E’ composta da una base, un capitello e cinque rocchi, di cui solamente i tre superiori sono inquadrabili in età romana (Racc. Gaffuri)

La colonna da secoli venerata sul sagrato della basilica che dalla colonna prende il nome, ricorda il martirio subito nel III secolo d. C. da Alessandro, vessillifero romano della leggendaria Legione Tebea, divenuto patrono della città di Bergamo.

La colonna rappresentata nel  “Martirio di S. Alessandro” (particolare). Giampaolo Cavagna (1560-1627). Olio su tela. Milano – Banca Popolare di Bergamo

Così come la vediamo oggi, è frutto di una rocambolesca ricostruzione risalente al 1618, quando fu di nuovo rizzata sul sagrato assemblando alcune parti della colonna originaria unite a parti realizzate ex-novo: della colonna originaria d’età romana vediamo infatti solo i tre blocchi superiori, scanalati in marmo bianco.

Chiesa di S. Alessandro in Colonna (Bergamo) – Claudio Facheris. 55° Mostra-Concorso Pittura-Scultura-Acquerello “Don Angelo Foppa”, Bergamo, 15-30 Novembre 2003 (Collezione personale)

Cosa sappiamo riguardo le sue origini?

Secondo la documentazione, tutta esaminata da Mons. Mario Lumina, la colonna si trovava in quel luogo almeno dal 1133, data in cui la Chiesa di S. Alessandro è indicata dal Lupi come “Ecclesia S. Alexandri quae dicitur in columna (1).

E grazie ai decreti della visita compiuta dal Cardinale di Milano Carlo Borromeo, sappiamo che la colonna doveva essere ancora visibile sul sagrato della chiesa nel 1575,  ancora oggetto di venerazione (2).

E’ dunque inevitabile chiedersi quali traversie possa aver subito tra il 1575 – anno della visita di S. Carlo – e il 1618 – anno della sua ricomposizione sul sagrato della chiesa –, e dove possano essere finiti i  pezzi  dispersi della colonna davanti alla quale è stato decollato il capo di Alessandro.

I tre rocchi superiori  che vediamo oggi, appartengono dunque  alla colonna originaria, quella cioè che, come vuole la tradizione,  fu innalzata in onore di Crotacio, mitico personaggio romano (3).

La chiesa di S. Alessandro in colonna ancora priva del campanile (iniziato nel 1842 e terminato nel 1904) in un disegno della Raccolta Gaffuri. La cupola e la facciata principale vennero realizzate nel 1780. Il residuo di boschetto può vagamente evocare l’antica naturalità del luogo, dove – narrano le fonti – Crotacio aveva una sontuosa villa circondata da un giardino oppure la sua sepoltura. Nel giardino di Crotacio vi era una colonna posta in sua memoria e dunque detta “del Crotacio”

Ma chi era Crotacio?

Per saperlo dobbiamo attingere alle narrazioni antiche, le quali dovettero rifarsi – se non del tutto, almeno in parte – alla leggenda che lo descrive come un cittadino importante (forse un condottiero, poi eletto duca della città: “principe e signore di Bergamo”), padre di Lupo e nonno di S. Grata (4).

Effige della santa che raccolse dopo il martirio il capo di S. Alessandro

Il suo prestigio era tale che alla sua morte sarebbe stato divinizzato come si usava con gli imperatori, e dopo grandiose onoranze funebri il figlio Lupo gli avrebbe eretto una colonna,  che ne reggeva un’altra a sua volta sormontata da un idolo. Entrambe in marmo e in stile corinzio, con scanalature verticali e con il capitello a foglie d’acanto.

Predica di Sant’Alessandro, di Enea Salmeggia. Al centro del dipinto la Colonna di Crotacio sovrastata dall’idolo, citata da Mosé del Brolo, dal Lupi e da Celestino Colleoni. Quest’ultimo descrive la colonna con una parte inferiore, che doveva essere più grande, che ne reggeva un’altra, più piccola, a sua volta sormontata da un idolo pagano (secondo alcuni la statua dello stesso Crotacio) che reggeva un’ara per i sacrifici (Brescia, Pinacoteca Tosio Martinengo)

Secondo la tradizione, la colonna sarebbe stata eretta nel giardino di Crotacio, nella località che prese il nome di “Vico Crotacio” e che cominciò a chiamarsi “Vico S. Alessandro” solo dopo il Mille (Mario Lumina, cit. in bibl.).

Scorcio di via S. Alessandro con la colonna ricostruita nel 1618 recuperando alcuni pezzi originari romani (a.p. 18-12-1905. Album di antiche cartoline bergamasche, Domenico Lucchetti. Grafica Gutemberg)

Quando in quel lontano 1618 venne nuovamente rizzata sul sagrato, i dirigenti del Consorzio di S. Alessandro fecero incidere sui quattro lati del basamento un’iscrizione:

CROTCII BERGOMI DUCIS IDOLO SUPERSTITIOSE, HIC PRIUS ERECTAM, S. ALEXANDRI LEGIONIS THEBEAE SIGNIFERI, CHRISTUM PRAEDICANTIS MIRACULO EVERSAM, EIDEM TUTELARI DIVO ALEXANDRO MART. HIC PALMAM, ADEPTO RELIGIOSE REPONENDAM, EX PIORUM STIPE CONSORTII PRAESIDES C.C., IOANNE EMO EPIS. AN. SAL. MDCXIIX

In essa si affermava che la colonna era senza alcun dubbio quella di Crotacio, che con la sua presenza indicava il luogo dove il Santo patrono era stato decapitato e che essa era finita miracolosamente in pezzi mentre il Santo predicava.

Un immaginario Vico Pretorio ai tempi di Alessandro; borgo che, secondo Mosè del Brolo, occupava la zona alta di via S. Alessandro

Affermazioni fantasiose, di certo concepite per mistificare lo scempio compiuto rimuovendo la colonna e lasciando che i pezzi venissero dispersi, e smentite sia dal documento del 1133 e sia dai decreti della visita pastorale di S. Carlo: testimonianze che, nel complesso, attestano la presenza in loco della colonna originaria almeno sino al 1575 (5).

“Borgo S. Alessandro e la città alta” (1617). Fregio del frontespizio della Historia quadripartita del Padre Celestino Colleoni

Ma c’è di più: la testimonianza dello storico Celestino Colleoni, che nella la sua Historia Quadripartita nel 1618 (in un momento di poco antecedente la ricomposizione della colonna sul sagrato), dice che le colonne erano due: una grande e, sopra, una più piccola, “E questa colonna piccola vedesi anco hoggidì, sopra il muro della Chiesa di S. Alessandro in Colonna: ed invece dell’idolo tiene in cima una croce di ferro; della più grossa qui pur trovansi due pezzi grandi; il capitello dicesi essere quello che è nel prato che di S. Alessandro s’appella; il resto non so dove“.

Particolare della colonna di Crotacio sovrastata dall’idolo citato dalle fonti antiche, nella “Predica di Sant’Alessandro”, di Enea Salmeggia

Perchè la colonna era stata smembrata?

Quando S. Carlo nel 1575 venne in visita a Bergamo, ordinò che il luogo circostante la colonna venisse “recinto con inferriata, alquanto distante dalla colonna stessa“, e ciò per proteggere, evidentemente, la sacralità dell’area.

Particolare di Borgo San Leonardo nella “Planimetria prospettica di Bergamo”, eseguita nel 1680 da Stefano Scolari. In alto, al centro, spicca la colonna posta sul sagrato della chiesa di S. Alessandro in Colonna (Bergamo – Ufficio Tecnico del Comune)

Ma i dirigenti del Consorzio decisero, anzichè innalzare l’inferriata, di rimuovere addirittura la colonna: lo deduciamo – spiega Lumina – da una delibera del 1615, dove essi, pentiti di aver fatto scempio di una colonna cosi prestigiosa, proclamano l’intenzione di ricomporre “per honorevolezza della chiesa di S. Alessandro in Col. [(…)] la colonna del Crotacio, sopra la quale fu decapitato S. Alessandro“, colonna della quale “alcuni pezzi sono presso la chiesa et un pezzo si ritruova nel sedume di [(…)] Bressano, a S. Lazzaro, qual gli serve per pondero per suo torchio”.

In pratica, cos’avevano combinato i maldestri dirigenti del Consorzio di S. Alessandro?

Anzichè recingere la colonna con un’inferriata, probabilmente per evitare di ingombrare il sagrato (che allora era di sei metri più stretto rispetto all’attuale), avevano preferito rimuoverla sistemando la parte superiore (quella che in origine reggeva l’idolo) sulla parete della chiesa, dov’era stata effettivamente vista dal Celestino e poi da un altro personaggio, il parroco Manganoni (6).

La Chiesa di S. Alessandro in Colonna nella Raccolta Gaffuri. La facciata principale è stata completata nel 1780, data in cui della colonna piccola non c’è ormai più traccia

Ne avevano poi deposto la parte inferiore nel vicino prato, dove il Celestino disse di aver visto i due pezzi, mentre un altro pezzo se l’era preso un certo Bressano riutilizzandolo come peso per il suo torchio, che si trovava in Borgo San Lazzaro.

Per riparare il misfatto, “pentiti di aver fatto scempio di una colonna cosi prestigiosa“, avevano quindi deciso di recuperare i due blocchi grandi nel prato presso la chiesa e il blocco presso il Bressano, e di integrarli a pezzi nuovi così da poter nuovamente ricomporre un’imponente colonna commemorativa da rizzare sul sagrato della chiesa.

In quel 1618, i tre blocchi recuperati della “colonna grande” vennero quindi ricomposti nell’attuale parte superiore, mentre la base, i primi due rocchi e il capitello vennero realizzati ex-novo: la base e i primi due rocchi da comuni “picapietra”, mentre il capitello fu commissionato ad un artigiano più abile e rinomato, tal Domenico Fantone.

I tre rocchi che oggi rimangono della colonna originale d’epoca  romana, sono dunque gli stessi che in origine componevano la parte inferiore della colonna.

Stampa posteriore al 1859

E la storia potrebbe concludersi qui, così come è stata ricostruita da Mons. Lumina, se non fosse che Celestino, nella sua Historia Quadripartita ci ha tramandato un indizio di capitale importanza, che sembrerebbe sfuggito (o forse dimenticato) alle cronache attuali.

Per capire di quale indizio si tratti, dobbiamo rileggere il passo di Celestino, il quale dice che le colonne erano due: una grande e, sopra, una più piccola, “E questa colonna piccola vedesi anco hoggidì, sopra il muro della Chiesa di S. Alessandro in Colonna: ed invece dell’idolo tiene in cima una croce di ferro; della più grossa qui pur trovansi due pezzi grandi“.

E fin qui nulla da eccepire, la colonna piccola è ormai perduta mentre i due pezzi della colonna inferiore furono recuperati.

Celestino aggiunge poi di non sapere dove sia il resto ma che “il capitello dicesi essere quello che è nel prato che di S. Alessandro s’appella“, cioè in quello che viene chiamato “Prato di S. Alessandro”, zona che si estendeva nell’area dell’attuale centro cittadino, tra il Sentierone e piazza Vittorio Veneto.

E scopriamo che la testimonianza di Celestino è corroborata da quella dello storico Rota, il quale riferisce che il capitello stava “‘nel prato di S. Alessandro non molto lungi dal Portello’ [del dazio]“.

Apprendiamo questa notizia da Raffaella Poggiani Keller – autorevole voce della Soprintendenza ai Beni archeologici della Lombardia -, nel suo testo divenuto da tempo una pietra miliare dell’archeologia bergamasca.

Secondo la soprintendente il capitello potrebbe pertanto riconnettersi con i rocchi di colonna in marmo che anche il Rota – oltre a Celestino – vide nel prato vicino alla Chiesa di S. Alessandro, quegli stessi che componevano la colonna del Crotacio, di cui si conservano tre esemplari nella colonna eretta davanti alla chiesa (7).

Capitello corinzio di colonna in pietra calcarea bianca, cosiddetta  Maiolica, proveniente dalla zona chiamata “Prato S. Alessandro”, conservato all’ingresso del Civico Museo Archeologico di Bergamo. Le fonti storiche e l’epoca di appartenenza del manufatto, inquadrato nel II sec. d.C., giustificherebbero una connessione con i tre rocchi d’epoca romana conservati nella colonna eretta davanti alla chiesa di S. Alessandro in Colonna

 

Capitello corinzio di colonna, proveniente dal cosiddetto “Prato S. Alessandro” (ingresso del Civico Museo Archeologico di Bergamo) : “Il capitello presenta due ordini di foglie, l’inferiore molto basso (circa un quarto del capitello) ed il superiore che raggiunge in altezza la metà dell’intero pezzo. L’acanto è costituito da foglie ampie, dai contorni molto consunti e con nervature rese a linee verticali parallele. Tra le foglie della seconda corona, si drizza un lungo caule, sormontato da un orlo liscio; da esso nascono, entro un calice fogliaceo, volute ed elíci spiraliformi. Fori del trapano indicano le zone d’ombra tra i lobi. Il capitello è in pietra calcarea bianca, c.d. Maiolica. Lavorato su due lati, presenta la superficie estremamente consunta; al centro dell’abaco vi sono quattro fori. H m 0.83; lato max abaco m 0.90; Ø base m 0.60. Per i caratteri tipologici ancora leggibili, il capitello si inquadra nel II sec. d.C. (in particolare per la foglia di acanto della seconda corona trova confronto in SCRINARI 1952, p. 34 n. 29; Cfr. anche PENSABENE 1973, pp. 68-77 e più specificatamente p. 69 n. 271, p. 77 n. 314)”. (Maria Fortunati Zuccala, Bergamo dalle origini all’altomedioevo, cit. in bibliografia).

 

Capitello corinzio di colonna, proveniente dal cosiddetto “Prato S. Alessandro” (ingresso del Civico Museo Archeologico di Bergamo)

Tale connessione sembrerebbe ulteriormente suffragata dall’epoca di appartenenza del capitello nonchè dallo stile (corinzio) che lo accomuna ai tre rocchi romani della colonna eretta sul sagrato: motivi più che sufficienti per accorrere al Museo Archeologico ed ammirare quella che sembrerebbe essere la parte mancante, più bella e significativa, del monumento più amato dai Bergamaschi: la colonna-simbolo della nostra città.

Note

(1) Codex Diplomaticus, II, co. 975.

(2) Dal libro di Mario Lumina (cit. in bibliografia) ricaviamo informazioni riguardo la colonna originaria, che nel 1575 doveva essere ancora visibile sul sagrato della chiesa, com’è deducibile dalla relazione redatta in occasione della visita compiuta in quell’anno dal Cardinale di Milano Carlo Borromeo: “Nei decreti della visita di S. Carlo, si legge: “Il luogo fuori della Chiesa, dove c’è la colonna sulla quale, come si crede con certezza (‘ut certo creditur’) a S. Alessandro titolare di questa Chiesa fu mozzato il capo…“.

(3) In merito ai tre rocchi superiori della colonna attuale, essi fanno “probabilmente parte della colonna originaria innalzata in onore di Credacio, mitico personaggio romano” (Maria Fortunati Zuccala, Bergamo dalle origini all’altomedioevo, cit. in bibliografia).

(4) Giovanni Maironi da Ponte, a proposito di Crotacio, figura ammantata da un’aura leggendaria, così si esprime: “I primi secoli del’Era Cristiana quanto alla storia nostra politica sono ancora più d’ogni altro antecedente avvolti nella incertezza, e in una invincibile oscurità. In que’ tempi alcuni nostri scrittori assegnarono alla patria un governo di duchi, de’ quali Crotacio il primo, investito dall’imperator probo, e s. Lupo l’ultimo, che fu padre della beatissima Grata curatrice del corpo di S. Alessandro. Ma sulla erroneità di siffatta opinione, e sulla incompetenza di un tal titolo ai governanti in quell’epoca convien leggere il precitato Codice del canonico Lupo capo IV. e § V., e altrove” (Dizionario odeporico: o sia, storico-politico-naturale della provincia bergamasca (Giovanni Maironi da Ponte). Inoltre, secondo la tradizione Crotacio fu il padre di Lupo e il nonno di S. Grata, la fanciulla che aveva raccolto il capo mozzato del martire e ne aveva seppellito il corpo laddove più tardi sorse la basilica alessandrina, poi distrutta per l’erezione delle mura veneziane; una storia bella e malinconica che ho descritto qui.

(5) Riguardo la colonna composta arbitrariamente sul sagrato nel 1618, si legge che anche “il Belotti nella sua Storia di Bergamo, così si esprime: “Intorno ad essa (colonna) si intrecciano leggende circa la gloriosa morte di Alessandro, tantoché nel 1618, i presidenti del Consorzio di S. Alessandro, riunendo vari pezzi… composero la colonna attualmente esistente avanti la Chiesa anzidetta, vi aggiunsero un piedestallo con iscrizioni ed affermarono senz’altro di aver rimesso in piedi la colonna del Crotacio” (M. Lumina, cit. in bibliografia).

(6) E’ sempre Lumina a raccontarci che “il Manganoni, eletto parroco di S. Alessandro in Colonna nel 1713, nelle sue Memorie sulla Chiesa Prepositurale di S. Alessandro in Colonna, scrive: ‘Fu poi la Chiesa nominata S. Alessandro in Colonna, perché in questo luogo ove è piantata la Chiesa vi era una colonna di marmo, drizzata in onore di Crotacio padre di Lupo, ed avolo di S. Grata, principe e signore di Bergamo. La qual colonna medesima (od altra in sua memoria) fu issata anticamente nel muro di detta Chiesa dalla parte sinistra della porta grande; ed un’altra fu posta sulla sommità del muro verso tramontana, e questa l’ho veduta ancor io; che fu levata, saranno circa vent’anni, nella riedificazione della Chiesa. Sta anche di presente davanti alla Chiesa medesima da un lato piantata una gran colonna di marmo che rammenta la famosa intrepidezza del glorioso nostro tutelare Alessandro” (M. Lumina, cit. in bibliografia).

(7) Raffaella Poggiani Keller scrive che la provenienza del capitello “è desumibile dal Rota il quale riferisce che il capitello stava ‘nel prato di S. Alessandro non molto lungi dal Portello’ [del dazio]. Non è dato sapere se fosse isolato“(Rota 1804, p. 127 nota 4. In: Bergamo dalle origini all’altomedioevo, cit.). Il capitello rinvenuto “è forse da riconnettersi con i rocchi di colonna in marmo che il Rota vide vicino alla Chiesa di S. Alessandro e di cui si conservano tre esemplari nella colonna eretta davanti alla chiesa” (Bergamo dalle origini all’altomedioevo, cit.).

Riferimenti
– Mario Lumina, La chiesa di S. Alessandro in Colonna, S. Alessandro in Colonna, Greppi, Bergamo, 1977, pp. 6-8.
– Raffaella Poggiani Keller (a cura di), “BG – Via S. Alessandro, Chiesa di S. Alessandro in colonna”, Bergamo dalle origini all’altomedioevo: Documenti per un’archeologia urbana, Panini, Modena, 1986, pagg. da 121 a 123.

Nota di servizio: il presente articolo costituisce l’elaborazione di un post precedente che pubblicai in data 05/04/2012 nel mio blog personale, Creative Family, non più online ma tuttora esistente. La notizia riguardante il capitello è invece inedita.

Le origini della festa dell’Apparizione in Borgo Santa Caterina

La scenografia più spettacolare – un arco trionfale – allestita all’inizio di Borgo Santa Caterina nell’agosto del 1903, in occasione dell’incoronazione della Madonna Addolorata (Archivio fotografico – Fondazione Bergamo nella Storia)

La festa dell’Apparizione in Borgo Santa Caterina, una delle feste religiose più sentite a Bergamo, risale ad oltre 400 anni fa ed è legata a uno straordinario evento, quello dell’apparizione di una stella che illuminò l’affresco della Madonna Addolorata posto sulla facciata di un’abitazione. Quello stesso che da oltre quattro secoli è venerato nell’altare maggiore del santuario.

Ancor’oggi i festeggiamenti dell’Apparizione continuano ad essere sinonimo di grande devozione da parte di migliaia di fedeli, gente di ogni età e condizione, che in occasione della festa ritrova la gioia di stare insieme.

Sotto la luce carezzevole delle Litanie Lauretane esposte nel borgo, all’intento squisitamente religioso si associa anche quello umano: si ammirano le opere d’arte che arricchiscono il Santuario, si ascolta musica e si rivedono amici, in una salutare rimpatriata nel borgo dove si respira quella dolce e familiare “aria dè paìs” che tanto lo caratterizza.
E attraverso canti, suppliche, acqua santa, processioni, reliquie, incenso, luci, statue, ori, fuochi e banda, i sensi entrano nel gioco virtuoso della devozione, dando corpo alla fede.

Come apprendiamo dalle Effemeridi del Calvi, il 18 agosto del 1602 una stella apparsa nel cielo di mezzogiorno illuminò con tre raggi l’affresco della Madonna Addolorata, dipinto il 27 luglio 1597 dal pittore locale Gian Giacomo Anselmi (1) sul muro di una casa presso l’antico ponte della Stongarda.

Si narra che quei raggi riportarono l’affresco – gìà guasto in alcune parti – alla bellezza originaria, sotto gli occhi di una folla numerosa.

Giuseppe Riva, “L’Apparizione del 18 agosto 1602” nel Santuario di Borgo S. Caterina

Nel giorno del prodigio si verificarono grazie miracolose, seguite da frequenti e prodigiose guarigioni, e dopo un anno il Vescovo concesse agli abitanti del borgo di edificare un Santuario: l’11 luglio 1603 il vescovo di Bergamo Giov. Battista Milani benediceva la prima pietra (come ricorda la lapide affissa a fianco dell’ingresso sul lato ovest) ed entro il gennaio del 1605 la fabbrica veniva portata a termine ed aperta al culto, con il trasporto sull’altare maggiore del muro affrescato.

L’aspetto del Santuario di Borgo S. Caterina, prima della ristrutturazione del 1886 (da “Cenni storici intorno al Santuario di Maria SS. Addolorata di Borgo Santa Caterina in Bergamo”, cit. in bibliografia). Secondo il Sistema Informativo “Inventario dei Beni Culturali e Ambientali”, la pianta originaria era quadrata, con ingresso a ovest e loggia esterna su tre lati nord-ovest-sud, di cinque archi per lato (non confermato nella presente immagine)

 

L’immagine miracolosa della B. V. Addolorata, opera di G. Giacomo Anselmi, collocata sull’altare maggiore. Venerata da oltre quattro secoli, l’effige venne solennemente incoronata il 17 agosto del 1903 dal Beato Card. Andrea Carlo Ferrari

 

Particolare della Beata Vergine Addolorata, opera di G. Giacomo Anselmi

L’anno successivo (1606) venne realizzato, sul modello del dipinto miracoloso, il gruppo ligneo dell’Addolorata, che viene portato ogni anno in processione per le strade del borgo il giorno che rievoca il miracoloso evento.

Il gruppo ligneo della Beata Vergine, offerto dalla famiglia Galina e realizzato pochi anni dopo il fatto prodigioso. Il simulacro è portato ogni anno in processione per le strade del borgo, nel giorno che rievoca il miracoloso evento (Ph Giampiero Fumagalli)

E la colonna del Santuario?

Andrea Paiocchi ci illumina al riguardo:

“Nel bel mezzo della via principale venne posta una grande croce in legno, all’altezza del luogo su cui sorgeva il santuario. Nel 1613, temendo che la croce potesse recare danno ai passanti, si pensò di sostituirla con una colonna votiva sormontata dal pregevole gruppo scultoreo della Beata Vergine Addolorata, colonna che anche in seguito verrà chiamata ‘crocetta’. Ottenuta il 27 settembre 1614 la licenza dai “giudeci delle strade”, Marco Antonio Mutio e Gio Battista Advinatri, su istanza del deputato della chiesa Giacomo Bagis, si procedette alla costruzione”, affidandone l’esecuzione, come attestano i documenti dell’archivio parrocchiale, ad Antonio Abbati (2). Il 24 dicembre 1614 il vescovo Giovanni Emo poteva quindi benedire la colonna (3).

Originariamente la colonna si trovava dunque al centro della contrada di Borgo S. Caterina, come appare nei due bei quadri votivi dipinti da Marco Gozzi (1759-1839) e datati rispettivamente al 1705 e al 1799, posti nella cappella di  destra.

Le due opere, oltre a documentare fatti sicuramente straordinari, sono una bella testimonianza della vita e dell’aspetto del borgo all’inizio ed alla fine del secolo XVIII.

Degli avvenimenti descritti nel dipinto del 1799, l’autore fu probabilmente testimone diretto, mentre per il dipinto del 1707 dovette affidarsi alla memoria storica e alla fantasia. Tuttavia anche in quest’ultimo vi è molta vivacità, sicura padronanza della prospettiva ed abilità descrittiva.

Ex-voto di Marco Gozzi rappresentante un evento miracoloso datato 1705: il passaggio di truppe francesi ed alemanne in Borgo Santa Caterina (durante la guerra di successione spagnola), avvenuto senza arrecare danni. Nel dipinto, la Madonna Addolorata venerata nel Santuario proteggere dall’alto i suoi devoti. Il borgo è osservato dal ponte della Morla e in prospettiva è visibile la colonna posta al centro della via

 

L’altro quadro votivo, rappresenta l’ingresso nel borgo di S. Caterina, in data 14 aprile 1799, di un distaccamento austro-russo che insegue  truppe francesi. I soldati vi pernottarono “ma niuno vi soffrì un minimo disturbo”, come recita la didascalia dipinta sulla tela. “Il fatto che gruppi di soldati abbiano attraversato il borgo senza arrecarvi danni di violenze, ruberie e saccheggi”, fu considerato miracoloso ed attribuito all’intervento della Madonna Addolorata che si venera nel Santuario, dipinta in alto tra nuvole ed angeli. “Il dipinto è vivissimo nel rappresentare la colonna famosa, il santuario col suo campanile, case con balconi e finestre dalle quali affacciano figure incuriosite ma non spaventate, mentre in primo piano soldati e cavalleggeri sostano e si intrattengono con alcuni borghigiani” (Bergamo – Parrocchia Santa Caterina. Personaggi, cit in Bibliografia). La colonna è  in mezzo alla via, all’altezza del sagrato del santuario

Fu solo alla fine dell’Ottocento che la colonna venne collocata nella sede attuale (per la posa dei binari del tram?), e lì rimase dove ancor’oggi tutti possiamo ammirarla: nel punto di convergenza ottico del piazzale antistante il santuario.

La liscia colonna sormontata dal gruppo scultoreo della Pietà, realizzati in marmo bianco di Zandobbio. La  base della colonna è attica e capitello è di tipo tuscanico. Sul basamento si legge la seguente iscrizione: IOANNIS EMUS EPISCOPUS BENEDIXIT – IX KALEND JANUARII 1614 (anno di costruzione). I due gradini alla base vennero eseguiti nel primo Novecento

 

Simulacro dell’Addolorata posto sopra la colonna. Il gruppo scultoreo, richiamante l’iconografia della Pietà, riproduce il dipinto conservato nel Santuario. La scultura è protetta da un baldacchino semisferico in rame

 

La statua dell’Addolorata, posta sopra la colonna, è in tutto simile al simulacro che si espone il 18 agosto di ogni anno e che si porta in processione. Sotto il gruppo marmoreo sono incise le parole: “Vulneratus cuspide amoris”, (Gesù) ferito dalla lancia dell’amore (Ph Giampiero Fumagalli)

Il Santuario si arricchì con il tempo di opere d’arte, dello Zucco, del Salmeggia, del Gozzi, del Fantoni ed altri.

La grande pala di Francesco Zucco, nell’altare dedicato alla Madonna di Loreto, nel transetto sinistro, fatto erigere nel 1615 dagli abitanti di Pedrengo in adempimento a un voto. Attorno all’effigie della Madonna di Loreto compaiono i santi patroni della Parrocchia di Borgo S. Caterina (Caterina d’Alessandria e Maddalena) e di quella di Pedrengo (Evasio papa e Silvestro). Santa Caterina è alla sinistra, inginocchiata. Porta sul capo la corona regale. Vicino a lei, alla sua sinistra, sono la palma e la ruota.

 

L’aspetto del Santuario di Borgo S. Caterina, prima della ristrutturazione del 1886 (Raccolta Lucchetti)

Nell’agosto del 1886 iniziò la ristrutturazione del Santuario su disegno di Antonio Piccinelli, mentre la cupola (1894) e la facciata (1897) vennero eseguite su disegno di Elia Fornoni.

Bergamo. Santuario di Borgo Santa Caterina, Anonimo. Posteriore al 1898 (stampa). Collocazione: Civiche Raccolte Grafiche e Fotografiche. Civica Raccolta delle Stampe Achille Bertarelli

Il campanile assunse la forma attuale nel 1906 su disegno del Pandini.

Il Santuario oggi (Ph Giampiero Fumagalli)

All’interno, ricco di stucchi e affreschi, vi operarono gli artisti Ponziano Loverini, Giovanni Pezzotta, Giuseppe Riva, Antonio Rota (che eseguì dodici statue raffiguranti santi), Nino Nespoli, Luigi Angelini, Attilio Nani.

Gli interni (Ph Giampiero Fumagalli)

 

NOTE
(1) Altre opere di Gian Giacomo Anselmi presenti nella bergamasca: un dipinto della Vergine col Bambino tra San Giuseppe e San Carlo (firmato e datato Jacobus de Anselmis –1597), collocato nell’altare a sinistra del Tempio dei Caduti di Sudorno, dove fu posto quando il tempio sostituì la vecchia chiesetta dedicata alla Madonna; nella Chiesa di Sant’Andrea; nella sagrestia di Redona; Pala d’altare della Chiesa Parrocchiale di Pedrengo.

(2) “…che risulta già morto quando il 25 luglio 1615 i sindaci e reggenti del santuario si riunirono per saldare con gli eredi il debito contratto”. Da: Andrea Paiocchi (a cura di), Il Santuario dell’Addolorata in Borgo Santa Caterina, Edizioni Grafital, Bergamo, 2002, pag. 43.

(3) Si ha ancora notizia in merito alla colonna che nel 1629 fu deliberata la costruzione di un’inferriata intorno al monumento, ma non si sa quando essa venne posta e successivamene tolta.

BIBLIOGRAFIA

Per la colonna

Elia Fornoni, St. Di Berg., XVI.

Luigi Pelandi, 1962, IV.

Arnaldo Gualandris, “Monumenti e colonne di Bergamo”, a cura del Circolo Culturale G. Greppi. Bergamo, 1976.

Vecchio inventario dei Beni Culturali e ambientali – Geo-Portale del Comune di Bergamo.

Per il Santuario

Elia Fornoni, St. Di Berg., Ms. XVII, 53-67.

Luigi Angelini, 1960, 12.

Luigi Pelandi, 1962.

Sandro Angelini, 1966.

Ezio Bolis e Efrem Bresciani, Il Santuario dell’Addolorata in Borgo Santa Caterina, Chiesa di santa Caterina, 2002.

“Cenni storici intorno al Santuario di Maria SS. Addolorata di Borgo Santa Caterina in Bergamo”. Pubblicato in occasione della “Solenne incoronazione – Feste Centenarie dell’apparizione della Beata Vergine di Borgo Santa Caterina”. Bergamo, Legrenzi).

Bergamo – Parrocchia Santa Caterina. Personaggi, a cura del Prof. Luigi Tironi.

La strana storia della “Fiascona” tra fugaci ricordi e molti interrogativi: una vicenda ancora tutta da chiarire

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Dall’esiguo Largo Niccolò Rezzara, davanti alla chiesa di San Leonardo (di cui è ancora visibile il portico), la fontana del Fiascone, così denominata per la sua caratteristica mole a forma di fiasco, è stata per un certo periodo testimone del brulichìo dell’antico Borgo di San Leonardo (Raccolta Gaffuri)

Il ricordo della celebre fontana che per un certo periodo accompagnò la quotidianeità del popoloso borgo di San Leonardo, è ancor’oggi ben presente nella memoria collettiva quale simbolo del cuore pulsante della Bergamo di un tempo, nonostante oggi spunti al suo posto una fontana “minimale”, estranea al fascino e dell’atmosfera degli antichi borghi, di cui qui si avverte ancora sommessamente l’eco.

Piazza della Legna nella Raccolta Gaffuri

Basta osservare la piazza irregolare, con i suoi caratteristici portici e il groviglio multiforme delle sue case colorate, o passeggiare tra le viuzze che ancora ricordano le attività di un tempo ed inoltrarsi nei vicoli stretti e bui, come è quello che da via Broseta porta in vicolo S. Rocco, tutto voltato a mattoni rossi e, per certi versi, un po’ inquietante.

La chiesa di San Rocco, in via Broseta (Raccolta Gaffuri)

Dai lati irregolari di questo spazio, che andò articolandosi  spontaneamente nel corso dei secoli,  si dipartivano radialmente, allora come oggi,  le contrade di S. Lazzaro (che si ricongiungeva alla Porta Broseta  con la via omonima), di Osio (al tempo della Repubblica Cisalpina chiamata Strada Napoleonica, ora via G. B. Moroni), di Colognola (attuale via S. Bernardino), di Cologno (via Quarenghi dopo il Novecento), di San Defendente (poi via Nova, ora via Zambonate), oltre a quella di  di S. Alessandro e la contrada di Prato (oggi via XX Settembre). Nella piazza confluvano così, oltre alle strade che vi affluivano dall’alta città, anche quelle dai paesi della vasta pianura bergamasca.

Piazza Pontida (Raccolta Gaffuri), cuore pulsante della vecchia Bergamo, anticamente detta Piazza della Legna

Il borgo,  popolare e borghese, affollato centro di incontri e di traffici,  godette per secoli del primato commerciale e artigianale rispetto al resto della città, così da costituire un vero e proprio emporio di merci e somigliare a una città dentro la città.

L’inconfondibile mole della Fiascona in uno schizzo conservato nella Raccolta Gaffuri

Qui, più che altrove, “era cospicuo il numero di negozi, botteghe, laboratori, officine, studi. Qui stavano notai, medici fisici, ciroici, barbitonsori, aromatari, preti, magistri di scuola, dipintori, marengoni, calzolai, maestri murari, pellettieri, sarti, confettieri, pristinari, grassinari, osti, locandieri” (1).

(1) Giulio Orazio Bravi.

Particolare di una litografia colorata di Piazza della Legna, oggi Piazza Pontida, datata 1830 (Raccolta Gaffuri). L’immagine lascia percepire l’atmosfera vivace, indaffarata e rumorosa del borgo, che, almeno sino all’Ottocento, mostrava il volto popolare, artigianale e mercantile, distinguendosi dall’alta e turrità città, aristocratica e governativa. Sulla destra si scorge la “Fiascona”, panciuta spettatrice della vivacità di Borgo San Leonardo

Al centro della piazza “Fontana di S. Leonardo” – oggi Largo Rezzara -, accanto alla chiesa da cui il borgo prese il nome, la Fiascona simboleggiava il cuore mercantile della città ed era il fulcro dell’incessante brulichìo del popoloso borgo che la ospitava.

Dipinto di P. Rota – Raccolta cav. Marco Tiraboschi – Foto Wells. La piazza “già detta Fontana di S. Leonardo, davanti alla chiesa omonima”nello slargo esistente all’inizio della contrada di Prato (via XX Settembre), ora Largo Nicolò Rezzara. La piazza “Era così chiamata perchè qui esisteva una fontana, detta la ”fiascona”, di fronte a S. Leonardo. Il titolo era stato dato dal popolino perchè assomigliava ad una damigiana” (Pelandi, cit.). 

Tutt’attorno – descrive Pelandi –  vi prosperavano locande ed osterie: quelle, ormai scomparse, del Bacco, del Borlazò, del Fondech, dell’Ofelì, dell’Asperti, della Zagna, delle Due Ganasse, che era dirimpetto alla stretta degli Asini (l’attuale vicolo delle Macellerie), punto dal quale nell’Ottocento partiva la diligenza per Milano; della Micheletta, quest’ultima luogo di ritrovo del primo direttore de L’Eco di Bergamo, prof. G. Battista Caironi e del professore Nicolò Rezzara.

Il ristorante del Moro e il Caffè degli Amici con i tavoli sotto i portici dei gentiluomini, nel 1904 (Foto A. Terzi). Pelandi racconta che in un basso locale del Caffè degli Amici, si riunivano i Morali, i Bontempelli, gli Zenoni, l’avvocato Luigi Tiraboschi, e che le pareti erano “coperte di buone pitture illustranti scene bergamasche”, oggi conservate presso la Biblioteca Civica, nella Raccolta Gaffuri. Ai tempi giovanili di Pelandi, di fronte al Caffè erano disposte le bancarelle delle cosiddette “storte ortolane”, tre sorelle di cui la natura era loro stata matrigna, ma che in compenso avevano una lingua ben affilata tanto da essere chiamate “redazione delle forbici”…

 

Gli affreschi cinquecenteschi che ornavano la facciata dello scomparso Albergo delle Due Ganasse (o Ganasce, da un’Arma sopra la Porta), che sorgeva in Contrada di Prato (l’attuale via XX Settembre), passato il ponte della Roggia presso il Portello di Zambonate, poco prima della recente via aperta a fianco della Madonna dello Spasimo. La facciata, che era rimasta in pubblica vista fin verso il 1890, era stata dipinta da Giovanni Battista Baschenis d’Averara. Prima dell’abbattimento dell’edificio, avvenuto a fine Ottocento, dalla facciata furono staccati una scena e uno stemma, che entrarono in possesso del Comune  (Raccolta Lucchetti)

Di tutte le vecchie osterie del borgo, l’unica sopravvissuta ai giorni nostri è la storica Osteria dei Tre Gobbi,  l’ultima vera osteria della Città, che nell’Ottocento era frequentata da artisti, poeti vernacolari, cantanti e musicisti, come il Masi, il Coghetti il Benzoni, il Rubini e il grande Gaetano Donizetti, che amava sostarvi con gli amici più cari durante i suoi soggiorni nella città natale.

L’interno dell’Osteria dei Tre Gobbi in via Broseta verso la fine dell’Ottocento (Raccolta Lucchetti)

In piazza della Legna si tramò contro la Serenissima, innalzando il simbolico Albero della Libertà e “sacrificando i rivoltosi che non volevano abbracciare il nuovo verbo francese” (2).

(2) Luigi Pelandi, Passeggiando per le vie di Bergamo scomparsa – Il Borgo di S. Leonardo. Collana di Studi Bergamaschi – A cura della Banca Popolare di Bergamo. Bergamo, Poligrafiche Bolis, 1962.

Albero della Libertà” (1861). Autore: Ratti. L’albero della Libertà, un lungo palo ricavato da un grande albero, adottato come simbolo di libertà durante la Rivoluzione francese come segno di rinascita, vita nuova e felicità. L’albero aveva alla sommità un berretto Frigio, derivante da una regione storica dell’Anatolia centrale, in Asia Minore. Il berretto, a cono floscio e con la punta ricadente in avanti, era utilizzato dagli schiavi liberati dai Romani

Il 3 agosto del 1848, da questa stessa piazza, auspicando l’avvenire di un’Italia unita e repubblicana,  “Giuseppe Mazzini, sapendo di comunicare al cuore grande dei bergamaschi, rivolse loro parole infiammate per la lotta contro l’Austria” (3). Durante l’insurrezione antiaustriaca  la Fiascona catalizzò gli umori più accesi della città facendo da portavoce al malcontento popolare, un po’ come le famose “pasquinate” di romana memoria:  spesso al mattino era facile trovarvi appesi cartelli con satire e sberleffi, o incitazioni di vario genere contro i dominatori asburgici, “come quel Romeo Rosa che nel 1848 pose in cima alla Fiascona il berretto frigio, un copricapo rosso, icona rivoluzionaria, che fece irritare gli austriaci” (4). 

(3) Fermo Luigi Pelandi, cit.

(4) L’Eco di Bergamo,  Lunedì 04 Novembre 2013, “Demolita o venduta? È un giallo. Ma la Fiascona non zampilla più”. Di Emanuele Roncalli.

La Fiascona nella Raccolta Gaffuri

Eppure, a dispetto di quella sagoma panciuta quasi evocante le antiche osterie del borgo, le origini della Fiascona sono legate all’Ospedale Grande di San Marco e più precisamente alla ristrutturazione eseguita nel 1536 da Pietro Isabello,  progettista del “bell’edificio rinascimentale dotato di cortile, di una  fontana (la Fiascona)…”  citati dalle fonti  (5).

(5)  ..”le fonti parlano di un bell’edificio rinascimentale dotato di cortile, di una  fontana (la Fiascona)…”. Tosca Rossi, A volo d’uccello – Bergamo nelle vedute di Alvise Cima – Analisi della rappresentazione della città tra XVI e XVIII secolo, Litostampa, Bergamo, 1012, p. 210.

L’Ospedale Grande di S. Marco, posto ai margini del prato di Sant’Alessandro, a metà strada tra i borghi di S. Antonio e di S. Leonardo dove dall’alto medioevo si teneva una fiera annuale in concomitanza con la festività dedicata al santo patrono. Un documento datato 2 luglio 1479 attesta per quella data l’esistenza di “un progetto, in base al quale si era iniziata la costruzione e si era data forma al nuovo complesso ospedaliero” (Maria Mencaroni Zoppetti, cit.). A distanza di oltre 50 anni , nel 1536, la fabbrica dell’ospedale  venne ristrutturata secondo il disegno di Pietro Isabello, ampliata all’inizio del Settecento e internamente modificata nel 1858 da Carlo Donegani. Venne poi quasi interamente demolita nel 1937 in conseguenza del nuovo assetto assunto dal centro della citta al piano. L’immagine, che rappresenta l’edificio dell’ospedale prima della demolizione del 1937, mostra i porticati ormai tamponati, ed occupati dagli esercizi commerciali, privi del muretto di appoggio a sostegno delle colonne del porticato, visibili in alcune vecchie stampe dell’ospedale che riproducono con maggior fedeltà la il prospetto della facciata rinascimentale

 

Particolare dell’Ospedale Grande di S. Marco nella planimetria prospettica seicentesca di Giovanni Macherio. Rivolta verso il prato della fiera, l’elegante facciata della loggia realizzata da Pietro Isabello (una parte della quale costituisce oggi l’unico elemento superstite di tutta la costruzione). Al centro del chiostro più grande vi era, secondo le fonti, una grande fontana: la Fiascona

Dal prezioso libro “L’Ospedale nella città – Vicende storiche e architettoniche della Casa Grande di S. Marco”, a cura di Maria Mencaroni Zoppetti (6), apprendiamo che la Fiascona compare in un disegno ottocentesco conservato presso l’Archivio dell’ospedale maggiore (7). Il disegno, eseguito prima delle modifiche apportate al chiostro nel 1858 dall’ing. Carlo Donegani, ci restituisce l’aspetto del cortile dell’Ospedale Grande di San Marco nella risistemazione del 1536 eseguita da Pietro Isabello; sullo sfondo è ormai visibile il torresino della Fiera in muratura, edificata tra il 1734 e il 1740.

Eppure, fatto strano, la Fiascona è ancora al centro del cortile.

(6) Maria Mencaroni Zoppetti (a cura di), L’Ospedale nella città – Vicende storiche e architettoniche della Casa Grande di S. Marco. Collana: Storia della sanità a Bergamo – 1. Fondazione per la Storia Economica e Sociale di Bergamo.

(7) AOMBg, Copia di un disegno con timbro Ernesto Suardo, 1926; cfr. G. INVERNIZZI, Storia e vicende dell’ospedale di S. Marco in Bergamo, “La Rivista di Bergamo”, marzo-aprile 1927, p. 7. Dei disegni delle strutture rinascimentali di Isabello, solo quello del cortile cinquecentesco è conservato presso l’Archivio dell’ospedale maggiore (Maria Mencaroni Zoppetti, cit.). 

Stampa eliografica che riproduce un disegno del XIX secolo. E’ visibile la galleria che conduce alla porta verso la Dogana e, sullo sfondo, il torresino della Fiera in muratura, edificata tra il 1734 e il 1740. “Al centro del cortile la grande fontana a forma di fiasco” (M. Mencaroni Zoppetti, cit.)

 

Particolare della fontana “Fiascona” nel cortile rinascimentale dell’Isabello, in una stampa eliografica riproducente un disegno del XIX secolo

E’ opinione comune, e ormai da tempo, che la Fiascona abbia fatto la sua comparsa nella piazza “già detta Fontana di S. Leonardo, davanti alla chiesa omonima” (8) nel 1548, come chiaramente tramandatoci da Luigi Pelandi (Bergamo 1877 – 1969) (9). Così nella rubrica “Bergamo scomparsa”, curata dalla studiosa Andreina Franco Loiri Locatelli, dove si legge che “Al decoro della grande piazza del borgo contribuiva nel 1548 l’edificazione di una fontana chiamata popolarmente la ‘Fiascona’ a causa della forma inusitata. Sostituiva l’antica fontana vicinale” (10).

Pelandi – e lo ribadisce più volte – racconta che quando, nel 1575, il cardinale S. Carlo Borromeo pervenne nella piazza di Borgo S. Leonardo, “già da qualche anno (1548), era stata posta la fontana […] (la cosiddetta Fiascona)” […]. Aggiunge poi – ma è solo una curiosità – che “presso la fontana che è segnata sulla carta topografica del XVII secolo” compare una colonna, innalzata a ricordo di “una porta trionfale eretta sull’entrata della piazza” in occasione della Visita Apostolica di S. Carlo Borromeo nel 1575. “Ora tutto è scomparso” (11).

Colonna e fontana sono incise a bulino anche nella”Planimetria prospettica di Bergamo”, eseguita da Stefano Scolari nel 1680, eseguita su disegno di Giovanni Macheri (o Macherio), datato 1660.

(8) “Piazza Fontana”, “nome popolare” dato alla piazza, abolito nel 1910 allorchè  quella parte di Borgo S. Leonardo assume il nome di Piazza Pontida (Bergamo e provincia guida 1910  Soc. Editoriale Commerciale). L’indicazione della piazza come “Largo Rezzara” (personaggio eminente del contesto sociale, economico e cattolico tra fine Ottocento e Novecento) risale all’inizio degli anni Cinquanta del Novecento (Guida 1953).

(9) Luigi Pelandi, Passeggiando per le vie di Bergamo scomparsa – Il Borgo di S. Leonardo, cit.

 (10) Bergamo scomparsa: la nascita di Piazza Pontida. Andreina Franco Loiri Locatelli per Bergamosera.

(11) L. Pelandi, cit.

Particolare di Borgo San Leonardo  nella “Planimetria prospettica di Bergamo”, eseguita a bulino da Stefano Scolari nel 1680 su disegno di Macheri (Bergamo – Ufficio Tecnico del Comune). Si noti, al centro della piazza, la fontana che Pelandi (ma non solo) attribuisce alla Fiascona, con accanto la colonna dedicata nel 1619 alla visita del Cardinale Carlo Borromeo

In tutta questa vicenda dunque, l’unico punto fermo sembra riguardare l’originaria presenza della Fiascona nel cortile dell’Ospedale Grande di S. Marco, fatto riportato anche in un più recente articolo apparso sul quotidiano “L’Eco di Bergamo”, che in riferimento al già citato ampliamento cinquecentesco dell’ospedale Grande di San Marco, scrive che è “Proprio qui, in mezzo al grande cortile, che si trovava la Fiascona”.

..salvo poi aggiungere che “Con l’abbattimento del vecchio Ospedale, la fontana dovette traslocare in piazza Fontana (o della Fontana), l’attuale largo Rezzara, in fondo a via XX Settembre”[…] “È stata lì per più di tre secoli – ha scritto Renato Ravanelli –, quasi simbolo ideale di un borgo, come il San Leonardo […] e “Lì resistette sino alla fine dell’Ottocento (1887), quando dovette lasciare spazio ai binari dei primi tram a cavalli” (12).

(12) Dal momento che la Fiascona “È stata lì per più di tre secoli” è lecito pensare che tale riferimento riguardi non la demolizione definitiva del 1937, bensì la ristrutturazione operata dall’Isabello, datata 1536. L’Eco di Bergamo,  Lunedì 04 Novembre 2013, “Demolita o venduta? È un giallo. Ma la Fiascona non zampilla più”. Di Emanuele Roncalli.

La Fiascona nel Borgo di San Leonardo, nella Raccolta Gaffuri

Eppure, ancora nel 1723, e dunque a distanza di circa due secoli dalla realizzazione del chiostro dell’Isabello, la Fiascona risulta essere ancora nel cortile dell’Ospedale di San Marco: ce lo attesta un cabreo eseguito in quella data da Bernardino Sarzetti (“descritto con precisione nelle sue dimensioni, nel suo andamento, nelle sue specializzazioni, nella sua posizione nella città”), nel quale viene riprodotta la fontana a forma di fiasco che si trovava nel cortile isabelliano e di cui – è il caso di sottolinearlo – “non resta più traccia” in una fotografia ottocentesca eseguita da G. Leidi, che ci restituisce l’aspetto del nuovo chiostro progettato da Donegani (13).

(13) M. Mencaroni Zoppetti, cit.

Il cabreo della Fiera di Bergamo (“descritto con precisione  tracciato dall’agrimensore Bernardino Sarzetti nel 1723 e fatto eseguire dall’amministrazione ospedaliera “al fine di controllare e quantificare gli esercizi delle rivendite”. Secondo il documento, a quella data la Fiascona risulta essere ancora nel cortile dell’Ospedale Grande di S. Marco (AOMBg, Dissegno della Fiera di Bergamo dell’anno 1723, fatto da Bernardino Sarzetti agrimensore e notaio al servizio dell’ospedale. In M. Mencaroni Zoppetti, cit.)

 

Particolare del cabreo della Fiera di Bergamo di Bernardino Sarzetti, eseguito nel 1723. “E’ visibile il cortile cinquecentesco con la grande fontana, la piazza su cui erano piantati i gelsi, e la scala che conduceva all’ingresso della chiesa” (M. Mencaroni Zoppetti”, cit.)

Dopo quanto osservato e comparando l’immagine delle due fontane – quella al centro del cortile dell’Ospedale Grande di S. Marco e quella in piazza Fontana nel Borgo di S. Leonardo – dobbiamo forse ipotizzare l’esistenza di “due Fiascone”, molto simili ma non  identiche, collocate per un dato periodo in due diversi luoghi della città e nominate allo stesso modo?

Fotocomposizione delle “due Fiascone” messe a confronto © A sinistra, quella collocata nell’Ospedale Grande di S. Marco; a destra, quella posta nell’allora piazza Fontana, attuale Largo Rezzara. Dalla comparazione emerge una discreta similitudine, sia tra le due sagome e sia, almeno intuitivamente, tra le due vasche entro le quali è la fontana è collocata. Tuttavia il profilo delle due fontane, pur richiamando in entrambi i casi la forma di un fiasco, non è identico ed anzi denota sostanziali  differenze nel disegno. La “Fiascona” disegnata nella stampa ottocentesca riproducente il chiostro dell’Ospedale Grande, è forse il frutto di una idealizzazione stilistica voluta dall’autore, oppure denota l’esistenza di due diverse fontane, molto simili ma non identiche, nominate allo stesso modo?

Comparando invece la Fiascona di Borgo S. Leonardo e quella riprodotta nel cabreo del Sarzetti,  si riscontra una  vistosa similitudine:  nella vasca, nel profilo della fontana vera e propria e persino nella sua parte terminale, verosimilmente una struttura in ferro, terminante a cuspide.

© Confronto tra la fontana riprodotta da Sarzetti nel 1723 e quella collocata in piazza Fontana (Borgo S. Leonardo). Emerge una palese (e a questo punto sconcertante) somiglianza tra le due fontane

Il chiostro cinquecentesco dell’Isabello subirà trasformazioni  solo nel 1858, allorchè l’ing. Carlo Donegani procederà ad una modifica interna del complesso ospedaliero: è solo a quella data che, nel chiostro, “al posto di quella a forma di fiasco è posta una fontana con vasca ottagonale e putti” (14).

(14) M. Mencaroni Zoppetti, cit.

“Bergamo – Fontana e nuovo cortile dell’Ospitale civ. maggiore” (Fotografia di G. Leidi). La fotografia, databile al secondo Ottocento, mostra il nuovo cortile dell’Ospedale dopo la risistemazione eseguita nel 1858 da Carlo Donegani. Nella foto, unica testimonianza delle modifiche apportate all’interno dell’ospedale, “sono scomparsi o nascosti le colonne e i capitelli cinquecenteschi, gli archi e le balaustre dei loggiati sono ornati da decorazioni in cotto. Al centro del cortile, al posto di quella a forma di fiasco è posta una piccola fontana con vasca ottagonale e putti”. Dopodichè “non si hanno più notizie di quella dalla forma a fiasco che si trovava nel cortile isabelliano, riprodotta anche nel cabreo di Bernardino Sarzetti del 1723” (per immagine e didascalia: M. Mencaroni Zoppetti, cit.)

 

Disegno a matita e penna, eseguito dall’ing. Carlo Donegani, di una parte dei loggiati del cortile cinquecentesco dell’ospedale. Il disegno, eseguito poco prima delle trasformazioni  apportate da Donegani nel 1858, lascia supporre, o comunque non esclude, che nel periodo intercorso tra l’intervento isabelliano del 1536 e quello di Donegani del 1858, il chiostro non abbia subito modifiche (M. Mencaroni Zoppetti, cit.)

In mancanza di prove tutto è possibile, ma possiamo affermare con certezza che,  almeno fino al 1723 – come  eloquentemente attestato dal cabreo dell’agrimensore  Sarzetti – la Fiascona si trova ancora in mezzo al cortile dell’Ospedale Grande di S. Marco.

Dovremo attendere il 1810 per vederla allegramente zampillare nella chiassosa “piazza di fronte a S. Leonardo”, riprodotta in una mappa topografica della Roggia Serio,  conservata nella Biblioteca Civica A. Mai, e ritrovata in un testo pubblicato nel 2001 a cura dell’Ateneo di Scienze, Lettere ed Arti di Bergamo (15), corredata dalla seguente didascalia: “Dalla contrada di Prato si arrivava alla piazza di fronte a S. Leonardo dove era situata la Fiascona, fontana che veniva rifornita dall’acqua della Roggia Serio”.

La Roggia Serio, allora tutta scoperta, esisteva sin dal XIII secolo, quando fu scavato l’alveo con presa d’acqua ad Albino; lambiva la cinta muraria costruita a metà Quattrocento, chiamata “Muraine”, ed entrava nel Borgo, per il quale era la principale fonte di energia e di lavoro.  Ancora sino a metà Ottocento azionava mulini, filatoi, fucine, serviva per l’irrigazione degli orti, per i lavatoi pubblici e privati.

(15) Ateneo di Scienze, Lettere ed Arti di Bergamo, “Evoluzione di un luogo urbano – Dal Convento delle Grazie al Credito Bergamasco”. Bergamo – Edizioni dell’Ateneo, 2001.

Giovanni Battista Capitanio, 1810. Disegni planimetrici dell’andamento della Roggia Serio di ragione della città principiando dalle bocche di Albino sino alla coda di Serio, Tavola XXI, particolare. Biblioteca Civica A. May Bg – Cartella C21. “Dalla contrada di Prato si arrivava alla piazza di fronte a S. Leonardo dove era situata la Fiascona, fontana che veniva rifornita dall’acqua della Roggia Serio (in: Ateneo di Scienze, Lettere ed Arti di Bergamo, “Evoluzione di un luogo urbano – Dal Convento delle Grazie al Credito Bergamasco”, cit.)

Nel già citato articolo dell’Eco di Bergamo (16) si legge invece che la Fiascona “Distribuiva l’acqua agli abitanti di Borgo San Leonardo ed era alimentata dalla sorgente di Sant’Erasmo, poi, causa siccità, venne alimentata da una derivazione della roggia Curna” (roggia che interessa il lato meridionale del prato di S. Alessandro, la contrada di Prato e il borgo S. Alessandro).

E’ lecito chiedersi il perchè di tale discordanza, ed apprendiamo ad una prima indagine che “In Borgo Canale esisteva la fontana di S. Erasmo, dotata di ampia cisterna, non solo provvedeva ai bisogni degli abitanti ma alimentava un canale che, attraverso i prati, portava l’acqua alla fontana del ‘Paesetto’, a lato del monastero di s. Stefano, quindi alla fontana di s. Benedetto e infine alla fontana di borgo s. Leonardo, in piazza Fontana. Interrotta e non più riparata la conduttura, la fontana del Paesetto continuò a ricevere acqua attraverso una condotta che scendeva dalla fontana di s. Giacomo. Tracce dell’antico canale lungo la via s. Alessandro (o contrade del Mattume) furono trovate nel 1889 in occasione di scavi e giudicate in parte romane e in parte medievali. Si accertò, tra l’altro, che l’acqua veniva fatta scorrere in una canaletta formata da coppi accostati e sovrapposti” (17).

(16) L’Eco di Bergamo, Lunedì 04 Novembre 2013, “Demolita o venduta? È un giallo. Ma la Fiascona non zampilla più”. Di Emanuele Roncalli.

(17) Pino Capellini, “Acqua e acquedotti nela storia di Bergamo”. Ferruccio Arnoldi Editore, Bergamo (manca anno di edizione), p. 143, 148.

Luigi De Leidi detto Il Nebbia, “Fonte e Oratorio di S. Erasmo”, penna e acquarello su carta. Da l’Album Vimercati Sozzi. Bergamo – Biblioteca Civica. La fontana di S. Erasmo in Borgo Canale, fontana medioevale posta davanti alla chiesetta omonima, era alimentata da una sorgente. “La fontana serviva per i bisogni di tutti gli abitanti del borgo, salvo di quelli della parte alta che utilizzavano l’acqua dell’acquedotto di Sudorno. Dalla fontana partiva un condotto che scendeva fino al ‘Paesetto’, in via S. Alessandro alta, alimentando la fontana qui esistente. Con l’arrivo dell’acqua potabile la fontana di S. Erasmo venne sostituita da un lavatoio

La Fiascona continuò la sua permanenza in piazza Fontana sin verso la fine dell’Ottocento, come del resto attestato da un ricco corredo iconografico, benchè possa esserci qualche dubbio riguardo la data esatta della sua rimozione (18).

(18) Riporto a beneficio d’inventario un dato rinvenuto in un catalogo della Biblioteca Civica, dove, in riferimento al periodico “La Rivista di Bergamo”, si legge: “Piazzetta con la fontana detta la Fiascona posta nell’anno 1548 e tolta nel 1890” (Biblioteca Civica di Bergamo, La Rivista di Bergamo, anno 37, vol. 10, data ott. 1936, Autore: Gritti Pietro, Titolo: Piazza Pontida. Declino di un luogo protagonista. Pagina 9).

La Fiascona in un’acquaforte di Romeo Bonomelli. Le acqueforti di Bonomelli sono datate tra il 1911 e il 1936 (da L. Angelini, “Il volto di Bergamo nei secoli”)

In quanto alle motivazioni, è ancora L’Eco ad avanzare ipotesi: “Lì resistette sino alla fine dell’Ottocento (1887), quando dovette lasciare spazio ai binari dei primi tram a cavalli. In sostanza la Fiascona era d’intralcio alle vetture trainate dai cavalli che transitavano lungo la contrada di Prato (via XX Settembre). In realtà fu dapprima chiusa agli inizi del 1882 perché, da analisi effettuate dall’Ufficio di sanità nel 1881, risultò che l’acqua era inquinata e, poi, con decreto del 26 settembre 1883 fu rimossa dal Comune. Molti ritennero invece che il vero motivo fosse da ricercare nel passaggio della linea tranviaria” (19).

Il servizio di trasporto pubblico venne inaugurato nella città di Bergamo nel 1887,  gestito su concessione del Comune dalla società dell’ing. Ferretti, istituita nel 1887. il progetto di Ferretti “includeva, oltre la funicolare, una modesta rete di tram a cavalli allacciata alla funicolare”, che percorreva il tratto da Piazza Pontida (Cinque Vie) a Borgo Santa Caterina, transitando per le Vie Tasso e Pignolo. Dopo aver posato, a partire dal luglio del 1887, le guide sul viale della Stazione (dove il 30 settembre dell’88 il Brembo e il Serio – le prime due macchine a vapore – percorrevano il viale Vittorio Emanuele), nell’ottobre dello stesso anno “si posero le guide di ferro in Piazza Pontida per il tram a cavalli dei Borghi”. (20).

Bisognerà attendere il 1904 perchè la linea “a cavalli”  tra piazza Pontida e la parrocchia di Borgo S. Caterina, venga elettrificata.

“Sulla soglia del 1900 Bergamo era afflitta dalla febbre di grandezza. Si pensi che in quel tempo (1899) si facevano adunanze su adunanze per l’attuazione della ferrovia della Valle Brembana, per lo studio della tramvia Bergamo-Sarnico, si studiava d’estendere la trazione elettrica a tutti i tram cittadini, che fino allora erano trainati da cavalli. Vi ricordate, egregi miei coetanei, del gobbo che accompagnava il terzo cavallo, per assicurare la salita di via Pignolo?” (21).

(19)  L’Eco di Bergamo, Lunedì 04 Novembre 2013, “Demolita o venduta? È un giallo. Ma la Fiascona non zampilla più”. Di Emanuele Roncalli.

(20) Luigi Pelandi, Attraverso le vie di Bergamo scomparsa II – La Strada Ferdinandea. Collana di Studi Bergamaschi, a cura della Banca Popolare di Bergamo. Poligrafiche Bolis, Dicembre 1963.

(21) L. Pelandi, cit.

La chiesa di San Leonardo, all’imbocco di via XX Settembre, da una tempera del pittore bergamasco Giuseppe Gaudenzi (1863-1941), con la neonata linea tranviaria a trazione animale transitante lungo la contrada di Prato (via XX Settembre). Gaudenzi illustrò, verso il 1895-1900, parecchi “angoli e tipici edifici cittadini ora scomparsi o radicalmente mutati” (da L. Angelini, “Il volto di Bergamo nei secoli”).

 

Piazza Fontana, oggi Largo Rezzara: sotto i portici le bancarelle con le derrate e il tram a trazione elettrificata, mentre il portico della chiesa è ancora visibile (Archivio Wells)

 

Da cartoline Lucchetti. La ripresa fotografica è antecedente al 1905

Non resta che chiedersi che fine abbia fatto “La tozza fontana a forma di fiasco, contornata da un’ampia vasca ottagonale” che “finì per essere d’intralcio. Bella non era ma caratteristica sì, con gli spruzzi sottili che gemicavano dai fianchi pietrosi dell’olla pancuta. La sua scomparsa seguì di poco tempo quella delle colonne del Prato, poste fra l’omonima contrada e il campo della Fiera” (22).

(22) Umberto Zanetti, “Bergamo d’una volta”, Artigrafiche Mariani & Monti. Ponteranica – Bergamo, 1983.

Una volta rimossa, dove finì? Lasciamo il finale alle cronache cittadine.

“Fu sicuramente smontata e portata nei magazzini comunali, ma durante la rimozione venne rotta nella parte centrale. Non fu in ogni caso fatta a pezzi, ma da quel magazzino un ben giorno sparì. Dove è finita dunque? Una risposta la diede il compianto assessore Aldo Ghisleni che nell’aprile del 1998 durante una seduta della seconda Commissione consiliare affermò: «La fontana appartiene a un privato, che l’ha regolarmente acquistata dal Comune. D’intesa col sindaco, sto cercando di riacquistarla». Il tentativo fallì. E il fatto che per molti la fontana sia finita ad abbellire il bel parco di una villa (Longuelo? Colli?) non pare più una leggenda metropolitana. Anche Palafrizzoni potrebbe dunque tornare sulle tracce della fontana. O forse anche il legittimo proprietario potrebbe farsi avanti. La Fiascona è sua. Nessuno gliela porta via. Ma almeno ce la mostri. Perché questo pezzo di storia bergamasca non può rimanere nascosta fra aceri e platani” (23).

 (23) L’Eco di Bergamo, cit.

 

Fonti

Giulio Orazio Bravi.

Luigi Pelandi, Passeggiando per le vie di Bergamo scomparsa – Il Borgo di S. Leonardo. Collana di Studi Bergamaschi – A cura della Banca Popolare di Bergamo. Bergamo, Poligrafiche Bolis, 1962.

L’Eco di Bergamo,  Lunedì 04 Novembre 2013, “Demolita o venduta? È un giallo. Ma la Fiascona non zampilla più”. Di Emanuele Roncalli.

Tosca Rossi, A volo d’uccello – Bergamo nelle vedute di Alvise Cima – Analisi della rappresentazione della città tra XVI e XVIII secolo, Litostampa, Bergamo, 1012, p. 210.

Maria Mencaroni Zoppetti (a cura di), L’Ospedale nella città – Vicende storiche e architettoniche della Casa Grande di S. Marco. Collana: Storia della sanità a Bergamo – 1. Fondazione per la Storia Economica e Sociale di Bergamo.

Bergamo scomparsa: la nascita di Piazza Pontida. Andreina Franco Loiri Locatelli per Bergamosera.

Ateneo di Scienze, Lettere ed Arti di Bergamo, “Evoluzione di un luogo urbano – Dal Convento delle Grazie al Credito Bergamasco”. Bergamo – Edizioni dell’Ateneo, 2001.

Pino Capellini, “Acqua e acquedotti nela storia di Bergamo”. Ferruccio Arnoldi Editore, Bergamo, p. 143,148.

Luigi Pelandi, Attraverso le vie di Bergamo scomparsa II – La Strada Ferdinandea. Collana di Studi Bergamaschi, a cura della Banca Popolare di Bergamo. Poligrafiche Bolis, Dicembre 1963.

Umberto Zanetti, “Bergamo d’una volta”, Artigrafiche Mariani & Monti. Ponteranica – Bergamo, 1983.

Luigi Angelini, Il volto di Bergamo nei secoli. Poligrafiche Bolis, Bergamo, 1952.