L’ex monastero di Sant’Agata ieri e oggi e gli affreschi ritrovati nelle sale del Circolino

Reportage fotografico di Evelina Lorenzi

Camminando lungo l’antico decumano romano ricalcato dal budello di via Colleoni, non si può non restare affascinati dalle facciate dei palazzi e dalle strutture ad arco che un tempo ospitavano le diverse arti del borgo medioevale.

Via Colleoni in prossimità di vicolo S. Agata (Alfonso Modonesi)

L’arenaria e il selciato accompagnano i turisti lungo tutta la Corsarola, fino all’ampia apertura che lascia respiro al grande abbraccio con Piazza Vecchia.

Alzando gli occhi, oltre a finestre delicatamente adorne di fiori o a piccoli archi soffocati nella pietra, si può notare un’insegna in ferro dorato sporgere lungo la via. E’ l’insegna della Cooperativa di Città Alta – meglio nota come “Circolino” – fortemente voluta dai soci e dal Consiglio di Amministrazione.

Disegnata da Andrea Mandelli – uno dei soci fondatori della Cooperativa – e forgiata in piazza Mercato del Fieno nella fucina del fabbro Scuri, maestro dell’arte sapiente del ferro, campeggia sull’angolo con il vicolo S. Agata dal 1991, a volte turbata dal vento, a volte valorizzata dai raggi del sole.

Il cartiglio ripropone la chiesa di S. Agata vista di lato, con l’abside e il campanile, alternandosi nei colori della ruggine arricchita dalla doratura in oro zecchino apportata nel novembre del 2007.

L’insegna della Cooperativa di Città Alta, eseguita dalla bottega del fabbro Scuri su disegno ed elaborazione grafica di Andrea Mandelli, rappresenta la chiesa di S. Agata vista di lato, con l’abside, il campanile e le nuvole

La composizione rimarca la funzione primaria che la Cooperativa ha voluto portare nel quartiere, quella di ristoro, un luogo dove condividere l’intimità di ogni giorno e mantenere vivo il senso civico di appartenenza.

“Il Circolino”, centro ricreativo e di ristoro che dal 1982 ha restituito una funzione a una parte del monastero, ricucendo le troppe lacerazioni di una Città Alta che poco alla volta perdeva l’identità del borgo storico e popolare. Il giardino è una finestra aperta sulle montagne, gelosamente custodita dalle pareti di una chiesa la cui storia affonda le radici nel periodo medioevale

In realtà il complesso di Sant’Agata si sviluppa lungo una zona planimetrica ben più ampia degli spazi occupati dal Circolino ed è distribuita in tre corpi di fabbrica di ampiezze assai diverse e in un corpo in muratura mista di pietre e mattoni.

L’ex monastero di S. Agata (bordato in bianco nell’immagine), a nord-est della Città Alta di Bergamo

La Cooperativa (Circolino) risiede nella parte rivolta a mezzogiorno e ricalca il piano di calpestio dell’antica chiesa di Sant’Agata, la cui origine si perde agli inizi dell’alto medioevo, essendo antecedente all’anno Mille.

Il ristoro “Circolino” occupa la ex chiesa di S. Agata (l’ala sud del complesso), uno spazio in origine a navata unica, chiuso a est da un presbiterio con abside semicircolare (oggi corrispondente alla cucina) e coperto da una volta a botte suddivisa in tre campate. L’antica navata corre parallela al bancone del locale

Una chiesa, inizialmente di poche anime (citata già nel 908 come “Sancte Agatae de terra vitata”), edificata presso l’antica cinta muraria romana e ben presto divenuta chiesa vicinale (1): presieduta dapprima dall’ordine religioso degli Umiliati, poi dai frati Militi Gaudenti, incaricati di garantire la pace fra le fazioni cittadine e, a partire dal 1357, dai Padri Carmelitani, che la ampliarono nel 1450. Insieme alla sua consacrazione nel 1489, il Vescovo Lorenzo Gabrieli ne ufficializzò l’investitura parrocchiale, considerato che la vicinia contava ormai un congruo numero di abitanti.

La facciata della vecchia chiesa di S. Agata, rivolta verso il cortile del Circolino (un tempo cimitero del convento) con il tetto a capanna. La prima memoria dell’esistenza della chiesa risale ai primi anni del X° secolo, nel luogo comunemente detto “sotto S.Agata” (subtus sancte Achate), così nominato nel secolo antecedente (2). Nella prima metà del XIV secolo altri documenti attestano l’esistenza di un cimitero, un brolo e alcune domus ecclesiae S. Agathae collocati a ridosso dell’abside (3)

Sappiamo che prima dell’arrivo in S. Agata dei Padri Teatini, la chiesa era dotata di un ampio cimitero verso sud (attuale cortile del Circolino) e che custodiva sepolture anche all’interno, come risulta da un atto del 1443.

Nel 1536 (visita pastorale del Vescovo Pietro Lippomano) la chiesa è descritta come piccola e a tre navate, fornita di un altare centrale e due laterali nonché di una cappella con tribuna. Vi ha inoltre sede la scuola del SS. Sacramento. Una trentina d’anni dopo, nel 1575 (visita di Carlo Borromeo) la chiesa è descritta come abbastanza grande ma poco ornata; è dotata di quattro altari, tra cui quello della Vergine Maria e del Corpo di Cristo.

L’arrivo dei Padri Teatini

L’Ordine dei Chierici Regolari Teatini era stato fondato a Roma nel 1524 da alcuni membri dell’Oratorio del Divino Amore; ebbe come primo superiore Gian Pietro Carafa, vescovo di Chieti – in latino Theate – futuro papa Paolo IV. Lo spirito fortemente rinnovato del nuovo ordine, dedito alla sequela di San Gaetano da Thiene (qui dipinto dal Tiepolo), mirava alla santificazione delle anime attraverso l’esempio della carità e preghiera come invito ad una stretta povertà apostolica, dopo gli strascichi lasciati dai travagliati periodi della storia della Chiesa fra Riforma e Controriforma. L’Ordine ebbe particolare diffusione durante il pontificato di Pio V e ad essi fu affidata la riforma del Breviario e del Messale, e la revisione dei libri sacri

Nel 1608 i Carmelitani vennero spodestati dai Padri Teatini (qui giunti dopo una breve permanenza iniziata nel 1598 presso la chiesa di S. Michele all’Arco), che vi restarono per quasi duecento anni sino ai tempi delle soppressioni napoleoniche.

Una volta stabiliti nella vicinia di S. Agata, nel 1608 avviarono a valle della chiesa stessa la dispendiosa fabbrica del monastero: un cantiere che durò per anni. Nell’agosto del 1609 la parrocchia fu loro definitivamente assegnata per volontà di papa Paolo V e con il consenso del Vescovo di Bergamo Giovanni Battista Milani, che nel 1590 era stato preposto generale dell’ordine.

Una parte del lato nord dell’ex monastero su via del Vàgine (Racc. Gaffuri). La volta a botte di base trapezoidale posta alla base dello spigolo nord-ovest della facciata (seppure esterno al perimetro dell’ex carcere), è riconducibile nelle sue caratteristiche alle vicine strutture della Fontana del Vagine

 

L’ex monastero di S. Agata sorge in un’area caratterizzata da numerose vestigia di epoca romana e altomedievale, tra le quali gli avanzi delle mura su via del Vàgine, impostate su avanzi d’età romana, in prossimità delle quali prese il via il nucleo originario del monastero (Racc. Gaffuri)

 

Un suggestivo scorcio su via del Vàgine (Alfonso Modonesi)

Nel 1676 Donato Calvi, nella sua Effemeride, riporta che il monastero comprende 24 celle più una sala, una stanza per la portineria, una per il vestiario, una per la nutrita libreria, una per il refettorio, una per la cantina e una per la cucina, con poco giardino. Con ogni probabilità in quegli anni il monastero aveva già assunto la sua conformazione finale e non avrebbe più subito significative modificazioni fino alla conversione in “casa di forza”.

Il cortile dell’ex monastero di S. Agata ai giorni nostri, braccio nord. Le grandi arcate al piano terra (oggi tamponate) ospitavano un laboratorio dove alcune decine di detenuti realizzavano materiale elettrico, offrendo riparo durante l’ora d’aria in caso di maltempo. Il secondo piano era dotato di una cappella voltata e affrescata con le figure di S. Leonardo (patrono dei carcerati) e S. Gaetano (patrono dei Teatini)

Venne affidato loro il compito della cura d’anime della parrocchia (fino ad allora retta da padre Lanfredo Maffeis) nonchè quello di confessori dei conventi femminili della città, fatto che non risparmiò ai Teatini l’invidia da parte di altri enti religiosi cittadini.

I Padri presero così ad ampliare ed arricchire la chiesa preesistente, della quale sembra non essere rimasta testimonianza evidente in quanto venne abbattuta nel primo decennio del Settecento dagli stessi Teatini, per poi essere ricostruita nelle forme odierne.

Particolare del disegno firmato Alvise cima, 1693. E’ visibile la chiesa con il suo campanile, in fondo al vicolo di S. Agata, con il chiostro appena abbozzato

 

Sul Campanile della ex chiesa di S. Agata, sul lato sud-est, a ridosso dell’ingresso del carcere, svetta una cella campanaria in mattoni pieni a vista con modanature in arenaria

Il rifacimento della chiesa

Nel 1630 la chiesa di S. Agata viene ristrutturata come ex voto per la fine della peste. Nonostante ciò, ben presto la chiesa così “degnamente posseduta” (4) dai Padri Teatini, non più sufficiente a soddisfare le esigenze della vita religiosa della parrocchia viene demolita nel primo decennio del Settecento in favore di una nuova, che verrà costantemente trasformata ed abbellita dall’Ordine nel corso del secolo e che, escluse le superfetazioni e le modifiche dell’Otto e Novecento, è ancor’oggi riconoscibile nella sua quasi totalità.

Vengono demolite le tre navate per ridurle ad una sola; la chiesa ha un’abside semicircolare ed è coperta con una volta a botte che vede l’intervento dall’architetto bergamasco Giovanni Battista Caniana; vi sono poi cinque cappelle laterali, tre a nord e due a sud, laddove in luogo di una cappella si apriva il portale in asse col vicolo d’accesso.

Riguardo i cinque altari, la visita pastorale del Vescovo Redetti del 1740 precisa, oltre all’Altare Maggiore, quello della Beata Vergine del Buon Successo (con la statua portata in fino in piazza Nuova presso le case dei Benaglia), quello di S. Gaetano (fondatore dell’Ordine, festeggiato nel giorno della sua ricorrenza), quello di S. Agata e quello di Sant’Andrea Avelino.

Le fonti dell’epoca la descrivono ben tenuta, molto bella e decorata, con  arredi sacri, suppellettili, reliquie nonchè opere pittoriche di Cignaroli, Salmeggia, Lattanzio, Gambara, Bianchi, Quaglio.

Scrive il Pasta che già prima del 1775 la volta della chiesa reca riquadri a fresco raffiguranti la vita e le opere di S. Gaetano da Thiene eseguite dal milanese Salvatore Bianchi. Come pure “alcuni stucchi che ritroviamo nei sott’archi quale quello tra la navata e il presbiterio con l’emblema dl SS. Sacramento, culto che l’ordine teatino promosse con particolare impegno” e di cui era attiva una Scuola, oltre a quella della dottrina cristiana maschile (quella femminile si teneva al Carmine).

La soppressione del monastero e la conversione in “casa di forza”

Alla fine del Settecento però gli echi della Rivoluzione francese e soprattutto l’avvento dell’età napoleonica segnarono il destino della Parrocchia annessa al monastero di S. Agata, soppressa nel novembre nel 1797. Con questo atto si chiuse il lungo arco temporale che aveva visto il complesso monastico occupato dalla sua destinazione originaria.

Nel 1799, a due anni dal suo smembramento la Parrocchia di S. Agata, pressoché interamente distrutta, per esplicita richiesta degli abitanti della contrada venne trasferita nella vicina chiesa di Santa Maria Annunciata del Carmine (passata nel 1450 ai Carmelitani), che perse la sua originaria titolazione per assumere il nuovo nome di S. Agata nel Carmine (unita poi a quella della Cattedrale dal 1966)

Strano destino, quello del monastero dedicato alla martire di Catania, che si ritrovò vittima di se stessa, con una condanna da scontare in carcere.

Nel 1799, fra i numerosi edifici sottratti agli ordini regolari, il Direttorio esecutivo della Cisalpina stabilì, per via della notevole estensione del fabbricato, di destinare a carcere l’ex monastero, per collocarvi gli imputati in attesa di giudizio in ottemperanza alla legge 5 fruttidoro anno VI (22 agosto 1798). Legge che, con l’intenzione di porre fine all’indistinta carcerazione dei prigionieri ritenne opportuno distinguere le case di semplice custodia ed arresto degli inquisiti dalle case di detenzione dei condannati (5).

Bergamo, ex Carcere di S. Agata (Ph Evelina Lorenzi)

 

Bergamo, ex Carcere di S. Agata (Ph Evelina Lorenzi)

 

Bergamo, ex Carcere di S. Agata (Ph Evelina Lorenzi)

 

Bergamo, ex Carcere di S. Agata (Ph Evelina Lorenzi)

L’ambizioso progetto (presentato nel 1802) di concentrare nell’ex monastero tutte le carceri della citta’, venne affidato all’architetto austriaco Leopoldo Pollack (1751-1806), allievo del Piermarini e autore a Bergamo di altre importanti realizzazioni come il Teatro Sociale (1803-1806) e Villa Agliardi a Sombreno, nonchè, appunto, autore del primo progetto organico per la conversione del complesso monastico in casa di forza, nel quale si cimentò in una delle sue ultime elaborazioni sperimentali.

Bergamo, ex Carcere di S. Agata (Ph Evelina Lorenzi)

 

Bergamo, ex Carcere di S. Agata (Ph Evelina Lorenzi)

 

Bergamo, ex Carcere di S. Agata (Ph Evelina Lorenzi)

 

Bergamo, ex Carcere di S. Agata (Ph Evelina Lorenzi)

 

Bergamo, ex Carcere di S. Agata (Ph Evelina Lorenzi)

Il progetto prevedeva la costruzione di una parte nuova e un consistente adattamento e restauro della vecchia fabbrica, cui aggiungere un’infermeria e luoghi annessi (i muri colorati in nero sono quelli esistenti mentre i muri in rosso riguardano le parti da costruire ex-novo). Pollack disegnò un edificio che si sviluppava su tre piani principali, rappresentando un modello carcerario ideale in un cui lo spazio a disposizione veniva sfruttato con geometrica razionalità. Erano infatti previsti quartieri separati all’interno del fabbricato, con celle comuni per i condannati, alcune delle quali destinate alle donne di primo arresto, e celle segrete, di cui dodici da costruire ex novo al pianterreno, affacciate sul cortile e destinate agli imputati in attesa di giudizio. Inoltre, durante le ore notturne i condannati sarebbero stati separati per gradi di colpa, essendo stato progettato un dormitorio per i colpevoli di minori infrazioni nonché uno per i condannati a pene di lunga durata o a vita. Apposite guardine avrebbero permesso a custodi e a secondini di sorvegliare accuratamente tutti i prigionieri. La sicurezza dei locali sarebbe stata garantita da muri più solidi, inferriate sulle finestre, doppi serramenti e serrande sulle porte. Nell’intenzione poi di conciliare le finalità deterrenti dell’arresto e della pena con il rispetto umanitario della personalità dei rei, vennero progettati interventi atti a garantire la salubrità e l’igiene dei locali, come la riparazione di latrine, la costruzione di pozzi, cisterne e camini, la creazione di “corsie di disimpegno” cioè di corridoi sufficientemente larghi e ventilati. Inoltre, al fine di garantire l’assistenza sanitaria ai prigionieri malati, il Pollack ideò una tripartizione verticale dell’ex chiesa dei Teatini (mediante l’inserimento di una struttura ad archi e volte a vela) pensando di adibire ad infermeria per gli uomini il piano più elevato e di edificare due ampie celle comuni nei piani inferiori. Anche per le donne sarebbe stata creata un’apposita infermeria (6).

Così come si presentava sulla carta il progetto era ben congegnato nella struttura e funzionalità dei suoi elementi costitutivi. Tuttavia, una volta approvato venne realizzato solo in parte a causa della scarsità dei fondi delle casse dipartimentali. Così nel corso dell’età napoleonica la sua realizzazione poté procedere solo a piccoli lotti, intralciata da difficoltà burocratiche e finanziarie.

Nel periodo della dominazione veneta a Bergamo, durato oltre tre secoli e mezzo, le prigioni della città, di proprietà comunale, erano situate in Piazza Vecchia al pianterreno di un fabbricato esistente nei pressi della Torre Civica, vicino al Palazzo della Ragione. In queste prigioni si rinchiudevano tutti i colpevoli di reati comuni, senza alcuna distinzione tra condannati e imputati in attesa di giudizio. I prigionieri politici, invece, venivano condotti nella cappella di Santa Maria Maddalena, nel forte di San Vigilio, e i contravventori agli ordini fiscali si mandavano nella torre di Cittadella. Solo i colpevoli di alto tradimento o di gravi misfatti venivano trasportati direttamente alle carceri di Venezia. Questa semplice articolazione del sistema carcerario venne messa in
discussione dalle vicende belliche della fine del XVIII secolo, che portarono all’instaurarsi dei governi rivoluzionari e napoleonici. Un periodo in cui il numero degli arresti crebbe notevolmente, al punto che la capienza delle carceri cittadine divenne presto insufficiente

Nel frattempo la sovrabbondante popolazione carceraria continuò ad essere sistemata alla meglio nei tre separati edifici di Sant’Agata, di San Francesco e di Piazza Vecchia, che mantennero la loro distinta funzione di casa di custodia, casa d’arresto (e carcere militare) e casa di pena.

L’ex Convento di S. Francesco da un cortile interno di via Tassis, un tempo casa d’arresto (Racc. Gaffuri)

Vennero poi eseguiti solo quei piccoli lavori di riattamento ritenuti indispensabili a garantire le minime esigenze di igiene, sicurezza e solidità dei fabbricati, assecondando la logica della maggior convenienza, spesso a discapito del materiale edilizio esistente.

Il complesso è formato da tre corpi di diversa ampiezza articolati attorno ad un cortile a formare una “C” aperta verso ovest (verso il cortile del “Circolino”), chiuso da un muro contro terra. I corpi di fabbrica hanno altezze diverse a causa del dislivello di circa 14 metri fra il vicolo delle Carceri (braccio sud, sviluppato due piani fuori terra aderendo alla navata della ex chiesa oggi “Circolino”) e via del Vàgine (braccio nord, sviluppato quattro piani fuori terra)

Per adibire gli spazi a penitenziario, a partire dal 1802 nel monastero si susseguirono una serie di modifiche, che interessarono dapprima la sacrestia, poi la chiesa ed infine gli altri locali, dove vennero murate porte e finestre, forgiate e montate pesanti grate in ferro battuto e realizzati muri divisori. Gli ambienti interni, seppure frazionati in seguito alla realizzazione delle celle, conservano gli orizzontamenti originari, costituiti da un ricco campionario di strutture voltate, a botte, a crociera, lunettate.

Il fronte interno del braccio nord presenta un’elegante composizione di matrice classica a ordini sovrapposti: al piano terra pilastri tuscanici sostengono un architrave completo di fregio e cornice, al di sopra del quale si stagliano lesene ioniche a doppia altezza. I pilastri del piano terra sono uniti da archi a tutto sesto con chiave di volta in forma di voluta, oggi tamponati, che fino alla fine del Settecento costituivano un portico aperto, come documentato dai disegni del Pollack. Ai piani superiori, le aperture rettangolari  sono parzialmente tamponate e chiuse da grate di ferro, mentre sul Iato est sono presenti tracce di decorazioni pittoriche intorno alle finestre

 

La parete corrispondente al braccio nord, vista da via Vàgine. Verso destra si intravede il braccio sud affacciato su vicolo delle Carceri, con la chiesa e il campanile. L’austerità dei prospetti esterni è data dalle finestre parzialmente tamponate delle celle di detenzione e dalla muratura in pietra a vista, in cui sono anche inseriti alcuni conci di pietra di Zandobbio, indizio del riuso di materiali di epoca romana

 

 

Gli interventi di adeguamento ottocenteschi hanno snaturato gli elementi architettonici originari del convento attraverso tamponamenti totali o parziali di porte, portali e finestre, con l’aggiunta di oculi e doppie inferriate e con nuove murature e sopralzi

Quando nel 1814 Bergamo passò alla dominazione Austriaca, l’opera di gestione e manutenzione delle carceri venne affidata all’ufficio del Genio Civile di Bergamo, che vi eseguì interventi edilizi fino circa al 1870.

Bergamo, ex Carcere di S. Agata (Ph Evelina Lorenzi)

 

Bergamo, ex Carcere di S. Agata (Ph Evelina Lorenzi)

 

Bergamo, ex Carcere di S. Agata (Ph Evelina Lorenzi)

 

Bergamo, ex Carcere di S. Agata (Ph Evelina Lorenzi)

Tra le varie opere di adeguamento, spicca, nel luglio del 1844, la costruzione di un porticato con loggia superiore al lato di levante del cortile, che testimonia l’occupazione dell’ala centrale dell’ex convento da parte del carcere, e che ancora oggi si può individuare sopra al termine delle paraste che corrono lungo il prospetto a est della corte.

Ex carcere di S. Agata, braccio est (Ph. L. Klobas)

Vennero presi provvedimenti per impedire che i detenuti potessero fuggire (come la soffittatura della gronda posta nell’ala di ponente del cortile, soffittata da assi in larice) e a metà Ottocento venne pure costruita la raggiera panottica per il passeggio isolato dei reclusi nella corte.

Carcere di S. Agata a Bergamo, pianta Piano terreno, s.a., [XIX sec.], Genio Civile XIX secolo
La struttura sarà demolita pochi anni più tardi e il cortile diviso in due con un muro sormontato da una torretta di controllo per i detenuti.

A cavallo tra il 1870 e il 1871, a seguito della demolizione di casa Secco Suardi, dove ora trova posto il giardino che affaccia sulla Fondazione Colleoni e sull’omonima via, per impedire la fuga dei detenuti attraverso la terrazza del carcere e il tetto del passaggio “dei luoghi pii”, venne realizzato il muro sovrastante la portineria, e acquistato il fabbricato dei luoghi pii realizzando gli interventi necessari.

Il Luogo Pio Colleoni, in prossimità dell’ex carcere di S. Agata

Di qui fino allo smantellamento del carcere non furono apportate variazioni significative all’impianto edilizio dell’ex monastero, salvo opere di manutenzione ordinaria realizzate nei primi decenni del Novecento.

Bergamo, ex Carcere di S. Agata (Ph Evelina Lorenzi)

E ciò sino a che non cominciò a farsi evidente l’inadeguatezza degli spazi e delle strutture di detenzione, tanto che nel 1977 l’istituto penitenziario venne trasferito alla casa circondariale di via Gleno, costruita nel rispetto delle moderne e migliori normative di natura edilizia.

L’ingresso del penitenziario da vicolo delle Carceri

La situazione dopo la chiusura del carcere

Con il trasferimento del carcere l’edificio perse la funzione che l’aveva interessato per più di un secolo e mezzo.

Gli oltre 5000 metri quadri del vecchio monastero tacquero per circa quattro anni, lasciati all’incuria dell’oblio e del tempo, popolati solo da qualche bestiola in cerca di riparo, protetti dal verde manto di un’edera selvatica.

L’imbocco di via Vàgine da via Tassis (Racc. Gaffuri)

Questo silenzio irreale veniva a volte turbato solo dal colpo secco di qualche boccia degli avventori del Dopo Lavoro di mussoliniana memoria, sviluppato nell’area esterna adiacente.

Scorcio sulle carceri da via Vàgine (Michi Cascio)

Poi, nel 1981, i rumori divennero più frequenti, più assordanti, accompagnati dal vernacolo degli operai. Il piano di calpestio del vicolo S.Agata venne occupato dal Comune, che in quella che fu la sala capitolare dei monaci insediò la Terza Circoscrizione del Comune, l’ufficio per I vigili urbani e il centro socio-sanitario.

Le sale si rianimarono, cambiarono volto, abbandonarono le vecchie funzioni. Era il 1982 e con i lavori intrapresi dall’amministrazione comunale per rivalutare gli spazi in base alle nuove esigenze del quartiere, sul calpestio dell’antica chiesa dedicata alla martire di Catania, la sede della Cooperativa Città Alta (Circolino) riportava in vita una porzione del complesso, mentre il padiglione esposto a nord, oltre il cortile dell’ora d’aria, restavano in disuso, frequentati solo dalla polvere del tempo.

Con gli anni e con i ribaltamenti dell’amministrazione pubblica, ad uno ad uno i locali dell’ambulatorio, dei vigili urbani e della Circoscrizione vennero nuovamente svuotati. Restava a presidiare l’antico complesso solo il Circolino, con il brusio degli avventori fra i tavoli e le voci concitate delle partite a carte, finchè nel 2008 la cooperativa ottenne i permessi da Palafrizzoni, previo parere positivo del proprietario (l’Agenzia del Demanio) di ampliare i locali, recuperando gli spazi che un tempo erano adibiti ad ambulatorio (paralleli alle sale del ristorante) per ricavarne un angolo pizzeria e un ampio salone.

La Cooperativa poté utilizzare l’area esterna prospiciente grazie al generoso interessamento del signor Demetrio Amaddeo – per tutti Mimmo – proprietario del ristorante Da Mimmo in Corsarola, una realtà radicata da lungo tempo sul territorio. Egli interruppe prematuramente il suo contratto con Palafrizzoni, per sveltire l’usufrutto dell’area verde per Il Circolino (Ph Sergio Agazzi)

Proprio durante i lavori di ristrutturazione il vecchio monastero volle far sentire la sua voce, riportando alla luce un meraviglioso affresco realizzato sulla volta della sala principale al tempo in cui ad abitar Sant’Agata furono i Padri Teatini, la congregazione dalla dottrina virtuosa, che conduceva una vita austera.

Consunto dal tempo e dall’usura ma ancora vivido e ben delineato, facevano capolino fra i calcinacci del controsoffitto il volto di un uomo canuto, angeli, elementi naturali, lembi di cielo, come se dopo tanti anni di abbandono l’affresco volesse ancora godere dell’ammirazione altrui.

L’affresco di Giulio Quaglio rinvenuto nel 2008 nella “sala grande” del Circolino, l’antica sacrestia della ex chiesa di S. Agata. L’episodio affrescato, contenuto in un medaglione, raffigura la vicenda del profeta Elia (“Elia sotto il ginepro confortato dagli angeli”), realizzato nel periodo tra il 1709 e il 1714

Ora nel grande salone ristrutturato, grazie all’impegno della cooperativa campeggia una preziosa scena biblica restituita alla bellezza originaria, impreziosita da una delicata cornice d’intonaci, dove al centro campeggia un uomo canuto che osserva rapito un cielo ricco di nuvole, con le immagini di Dio e dei suoi Angeli.

L’affresco del primo Settecento eseguito da Giulio Quaglio, “Elia sotto il ginepro confortato dagli angeli”), sul soffitto della sala principale del Circolino (antica sacrestia della chiesa). L’autore (6) è stato identificato da Tosca Rossi mediante l’ausilio di una nutrita bibliografia locale (Tassi, Batoli e Pasta) e in particolare grazie al raffronto con un’opera dello stesso artista presente nella cattedrale slovena di Lubjana. Il quinquennio considerato (1709-1714) d’altro canto vede la continuativa presenza dell’artista in terra bergamasca, sia per assolvere alla prestigiosa decorazione della chiesa di San Paolo d’Argon e sia nelle chiese di Sant’Alessandro in Colonna, San Carlo dei Mendicanti ed altri edifici religiosi

L’uomo in estasi allunga una mano in cerca di risposte e l’Arcangelo Raffaele gli offre a dell’acqua e una pagnotta per ristorarsi. Spiccano i toni caldi dell’oro, il rosso acceso dei mantelli celesti e il verde intenso della vegetazione.

Particolare dell’affresco di Giulio Quaglio, “Elia sotto il ginepro confortato dagli angeli”)

Altre sorprese arrivarono più tardi, quando riapparve, miracolosamente quasi integra, l’imponente decorazione delle quattro campate dell’antica volta della chiesa, oggi corrispondente al secondo piano dell’edificio. Dobbiamo il suo ritrovamento al provvidenziale crollo della controsoffittatura che la occultava totalmente.

Salvatore Bianchi, angeli musicanti sulla volta della ex chiesa di S. Agata

Di essa si ha menzione tanto nel Pasta che nel Bartoli, ma la fonte più circostanziata ed attendibile è senza dubbio Francesco Maria Tassi che la riferisce al “Cavalier Salvatore Bianchi di Varese”: uno dei numerosi artisti itineranti che giunsero a Bergamo all’inizio del Settecento forse, come dice il Lanzi, a causa della “penuria di pittori propri di rilievo dediti alla pittura aulica (8).

Salvatore Bianchi, angeli musicanti (particolare)

 

Salvatore Bianchi, angioletti (particolare)

 

Salvatore Bianchi, canestro di frutta (particolare)

L’artista ha ingiustamente goduto di scarsa fortuna critica nella nostra città, tanto da non guadagnarsi neppure una breve monografia nella quasi onnisciente collana sui Pittori Bergamaschi.

Salvatore Bianchi, musicanti e cori angelici (particolare)

 

Salvatore Bianchi, deliziosi puttini (particolare)

 

Salvatore Bianchi, la cornucopia (particolare)

Ne sono responsabili il numero limitato delle opere lasciate nella città ma anche la diffusione del cognome e, paradossalmente, il titolo nobiliare, che il Bianchi ha condiviso con pittori omonimi approssimativamente coevi operosi nel Settentrione d’Italia, dai quali è stato distinto con difficoltà dalle fonti locali.

Salvatore Bianchi, la Vergine Maria e il bambinello (particolare)

 

Salvatore Bianchi, puttini festanti (particolare)

 

Salvatore Bianchi, S. Gaetano e i cori angelici (volta affrescata)

Al pittore, rivalutato per il discreto spessore artistico, è stato attribuita con assoluta certezza la paternità degli affreschi, databili nel secondo decennio del Settecento e comunque non anteriori al 1706 (anno in cui i monaci Teatini che ne erano proprietari, chiedono un prestito per l’ampliamento dell’edificio), né posteriori al 1727 (anno della morte di Salvatore Bianchi).

Salvatore Bianchi, S. Gaetano da Thiene (particolare)

 

Salvatore Bianchi, S. Agata (particolare)

E’ il periodo in cui la pittura del maestro giunge a piena maturità e a cui risalgono le sue imprese più prestigiose e riuscite. Ed è anche il periodo in cui comincia la sua collaborazione con il figlio Francesco Maria, di cui sembra di poter cogliere qualche traccia nelle soluzioni più lievi e briosamente rococò del ciclo di Sant’Agata (9).

Gli affreschi ritrovati, sicuramente non sono né i primi né gli ultimi dei tesori nascosti che il complesso racchiude. Sicuramente una rara ricchezza che conserva silenziosamente i segreti della storia e che ci tiene ancora e per fortuna legati ad essa. Sicuramente una delle fortunate possibilità in cui conciliare la gola con lo spirito: non capita tutti i giorni di pranzare sotto un affresco settecentesco.

Note

(1) A Bergamo l’organizzazione della città in vicinie è documentata dagli statuti cittadini che ne riferiscono i nomi e ne tracciano i confini a partire dal 1251. In quell’anno la città era divisa in diciassette vicinie e la vicinia di S. Agata comprendeva anche quella di Arena, che sarebbe diventata autonoma prima del 1263 mantenendo “intatti i diritti sulla chiesa di S.Agata e sul suo cimitero” (FORNONI 1905, p.70).

(2) Secondo Angelo Mazzi si ha la prima memoria dell’esistenza di questa chiesa nel 908, in una carta di permuta ove abbiamo questa espressione: “in un pezzo di terra a vite posto entro la stessa città nel luogo detto sotto S.Agata (subtus sancte Achate). La seconda menzione cade nel 924. In un’altra carta di permuta abbiamo pure: “una casa con corte di proprietà della chiesa di S.Alessandro posta entro la città di Bergamo, vicino a S.Agata” (MAZZI 1870). E’ inoltre documentata in altre due pergamene conservate presso l’Archivio Capitolare di Bergamo, relative agli anni 1004 e 1066. Elia Fornoni ne conferma l’esistenza nell’anno 1176 precisando che “i canonici di S. Vincenzo andavano a celebrarvi i vespri (FORNONI (?), Bergomensis vinea, vol. IV, pp. 197-199. ACVB).

(3) Come da statuti cittadini del 1331 e del 1491.

(4) CALVI 1676, p.#.

(5) B. Carissoni, cit. In bibliografia.

(6) Ibidem.

(7) Giulio Quaglio nasce nel 1668 circa a Laino, località della comasca valle d’Intelvi da un famiglia dedita all’arte per molte generazioni. Abile frescante, il pittore si forma in ambiente emiliano ed arricchisce la propria arte con influssi veneziani e barocchi, facilmente rintracciabili nella sua produzione. Sulla base di queste esperienze il Quaglio elabora una pittura di estrema piacevolezza decorativa anche se, a causa della tendenza a frammentare le volte in molteplici medaglioni incorniciati da stucchi, essa non risulta aggiornata sulle ultime tendenze, che prevedevano un’unica ampia decorazione che sfondasse illusoriamente il soffitto nel cielo. Tenuto in ampia considerazione dai contemporanei e a capo di una bottega assai vasta ed articolata, che avrà un peso sempre maggiore con il passare degli anni, l’artista può assolvere ad un numero veramente elevato di commissioni, non solo in Lombardia, ma anche in Friuli, in Slovenia ed in Austria. Muore a Laino nel 1751.

(8) Salvatore Bianchi nasce nel 1653 in prossimità del Sacro Monte di Varese, in quel tempo proficuo crogiuolo di artisti di varia provenienza ed orientamento artistico. Inizia ben presto a lavorare per Arona, Milano e Torino, specializzandosi nella pittura a fresco e acquisendo il titolo di Pittore di Sua Altezza Reale per aver lavorato nella reggia sabauda di Torino. È probabilmente proprio la frequentazione della corte torinese che lo induce ad approfondire la conoscenza della pittura genovese, forse anche tramite la mediazione del Legnanino. In particolare sembra orientarsi verso Gregorio de Ferrari, da cui desume il senso scenografico dell’impianto compositivo, l’ostentata esuberanza decorativa, il dinamismo della stesura pittorica e soprattutto il cromatismo vivido e brillante. Tale orientamento rimane il sostrato imprescindibile della pittura del Bianchi, che ad esso sovrapporrà influssi barocchi romani, mitigati da una vena di classicismo marattesco o di matrice emiliana. Cultura complessa e poliedrica quindi quella del maestro, che forse proprio grazie a questo suo eclettismo riesce ad aprirsi precocemente verso le tendenze rococò, che si stavano facendo strada nei primi anni del Settecento. Un orientamento che va precisandosi fra il primo e il secondo decennio del secolo, allorché il maestro lavora nei cicli del Cusio, di Busto Arsizio e, probabilmente, di Bergamo. L’artista muore nel paese natale nel 1727.

(9) Sant’Agata, immagini dal passato – Cooperativa Città Alta in collaborazione con il Liceo Artistico Statale “Giacomo e Pio Manzù” di Bergamo.

Bibliografia essenziale

SPINELLI G., Gli ordini religiosi dalla dominazione veneta alle soppressioni napoleoniche (1428-1810), in Storia religiosa della Lombardia. Diocesi di Bergamo, a cura di A. Caprioli, A. Rimoldi, L. Vaccaro, Brescia, La Scuola, 1988, pp. 213-234.

BENI Francesca, 1981-2011 Cooperativa Città Alta Un sogno divenuto realtà. L’azzurro srl. Ottobre 2011.

CARISSONI Barbara, Il sistema carcerario a Bergamo in età napoleonica. In Archivio Storico Bergamasco. Ed. Junior, 1995.

OGGIONNI Davide, RANGHETTI Matteo, REGAZZONI Paolo, Recupero del monastero di S. Agata in Bergamo.Tesi di laurea. A.A. 2009-2010.

Il chiostro di Santa Marta: dall’antico splendore alle suggestioni di oggi

Il cuore pulsante della città si articola in una miriade di strade, viuzze, edifici, piccoli e grandi monumenti, così familiari da consentirci di elencarne mentalmente il susseguirsi.

Ma nel suo trambusto vi è ancora uno scrigno, così raccolto e silenzioso, da sfuggire ai nostri frettolosi sguardi: è il chiostro di S. Marta, uno degli angoli più belli e suggestivi, celato nella galleria incastonata tra le mura del Centro piacentiniano e che sopravvissuto a secoli di turbolente vicende, è ancor’oggi capace di evocare un’atmosfera quasi sacrale.

Piazza Vittorio Emanuele II. A sinistra  della Torre dei Caduti e del Palazzo della ex-Banca Popolare di Bergamo si diparte la galleria aperta tra l’imbocco di via Crispi e la torre, celando al suo interno il chiostro di S. Marta

Dalla dolce armonia delle logge e delle arcate spira ancora un’aria di assorto raccoglimento, acuito dalla posizione appartata che ne fa un luogo insolito e  senza tempo, un’oasi di quiete al centro di un via vai che non conosce sosta.

Il chiostro è quanto sopravvive di un complesso trecentesco di inusitata bellezza, che un tempo era parte integrante di un’articolata struttura sacra comprendente la chiesa e il convento.

Lo sguardo si perde gradevolmente fra colonnati, arcate, capitelli, affreschi e graffiti

Come fu destino di altri monasteri, nel corso del tempo il complesso ha cambiato più volte destinazione d’uso, segnato da un destino multiforme. Basti pensare anche solo al vicino monastero di SS. Lucia e Agata, demolito nel 1825 per edificare il palazzo della famiglia Frizzoni, casata di imprenditori e manifatturieri svizzeri che tra il 1836 e il 1840 vi avevano costruito il palazzo di famiglia (attuale sede del Municipio di Bergamo).

Veduta del tratto nord della Contrada di Prato, verso S. Leonardo, con a sinistra il convento e la chiesa medioevali di S. Lucia e S. Agata e a destra il convento delle suore domenicane di S. Marta, in gran parte demolito nel 1915 per l’edificazione dell’allora Banca Mutua Popolare (incisione realizzata intorno al 1815 – Proprietà Conte G. Piccinelli, Milano)

Il suo splendore fu grande, attraversando secoli intensi e convulsi di storia, fino al Settecento, quando le truppe napoleoniche, nel quadro di una serie di soppressioni dei diritti civili e religiosi compiuti nel nome del “progresso e della libertà”, lo spogliarono della sua funzione iniziale tramutandolo in Caserma e ospedale militare.

Le piante antiche ci restituiscono l’aspetto originario del complesso monastico, che nella Pianta della città e borghi esterni di Bergamo dell‘architetto Giuseppe Manzini del 1816 è indicato come Caserma. Sono ben visibili, a sinistra del grande quadrilatero della vecchia Fiera, i due chiostri di S. Marta

Di lì, in un serrato processo di decadenza, durante il governo austriaco il convento si tramutò in deposito militare e verso la fine dell’Ottocento fu ridotto in parte nuovamente a Caserma e in parte ad albergo.

Luigi Bettinelli – L’assalto alla caserma di S. Marta nel 1848

 

Il complesso di S. Marta. Dietro il coro della chiesa, dopo la soppressione del convento era stato aperto l’albergo Cavour, che fu dismesso tra il 1886 e il  1890 per ampliare la caserma stanziata nei locali del complesso monastico (Racc. Gaffuri

 

Via Roma: l’albergo Cavour, ricavato nel coro della chiesa di S. Marta, poi occupato dal Palazzo della ex Banca Popolare di Bergamo, posto dietro la Torre dei Caduti

Negli anni della prima guerra mondiale, in cui la tanto deprecata tessera razionava il consumo dei viveri, il chiostro e gli edifici annessi ospitarono gli spacci municipali: l’Annona:

“Era grande il via vai faccendiero di chi si recava all’annona a fare provviste: si saliva un paio di bassi gradini prima di entrare sotto il porticato ad archi tondi che ne sosteneva un secondo. La superficie del cortile era a selciato e torno torno girava un basso parapetto. La calce che imbiancava le pareti lasciava scoperti punti dove l’antichità era meglio manifestata attraverso laceri affreschi, scoloriti e indecisi; e l’erba serpeggiava”.
(Domenico Magni)

Mercatino addossato all’esterno del convento di Santa Marta, ora Ubi Banca (Foto Cesare Villa)

Infine, il complesso venne sacrificato alla riqualificazione dell’area con la costruzione del Centro piacentiniano, e ciò a partire dal 1915, quando fu pietosamente abbattuta la chiesa e parzialmente demolito il monastero, ormai trasandato e deperito.

La demolizione della chiesa di S. Marta

Il chiostro, risparmiato alla furia del piccone venne  acquisito dalla  Banca Bergamasca di Depositi e Conti Correnti (poi intitolata alla Milano Assicurazioni ed infine alla Banca Popolare di Bergamo), che ne impedì il degrado attraverso il restauro compiuto nel 1926 dall’ing. Luigi Angelini, uno dei più autorevoli e fecondi professionisti bergamaschi della prima metà del XX secolo.

La Banca Bergamasca, oggi sede dell’Ubi Banca

Questi, dopo l’abbattimento di casa Caffi per l’apertura della radiale S. Marta-Rotonda dei Mille, con una trovata urbanistica geniale propose la sistemazione di un nuovo passaggio, creando la galleria che collega l’imbocco di via Crispi (lato Sentierone) con piazza Vittorio Veneto.

Casa Caffi, abbattuta nel 1922 per l’apertura della radiale S. Marta-Rotonda dei Mille, attuale via Crispi

Fu così risparmiato l’isolamento del luogo, schiudendo alla città il chiostro con la sequenza armoniosa delle arcate che si susseguono fra le logge quattrocentesche, ponendo fine alle molte polemiche legate a quella di facciata che era stata proposta da Piacentini.

Il chiostro di S. Marta e  la sede della Ubi Banca sullo sfondo. La disposizione di porticati a loggia sovrapposti, ricalca la semplicità delle sue prime proprietarie, che preferirono uno stile sobrio, semplice e lineare. L’inevitabile usura del tempo e degli agenti atmosferici ha richiesto un secondo intervento di restauro, terminato nel 1991, affidato all’architetto Sandro Angelini, figlio dell’ideatore del progetto della galleria

Con la sua bellezza e la raccolta intimità, il chiostro si fonde armoniosamente agli effetti di luce, ai chiaroscuri, alle simmetrie equilibrate create dalle piazze, dai porticati e dai passaggi circostanti, accrescendo il valore estetico e lo spessore storico nello spazio del centro progettato da Piacentini.

 

UN TUFFO NEL PASSATO

“Nel silenzio S. Marta è nata, nel silenzio, senza clamori,

sembrava essersi appassita per lunghi secoli,

nel silenzio, ancora, esprime oggi la sua dolce elegia,

con una delicatezza che potremmo definire congenita,

quasi a non voler turbare i nostri passi:

l’importante è sapere che c’è,

che le sue pietre respirano ancora,

come un magico cuore nel cuore della città…”.

(F. Carpinteri, Il chiostro oltre la grata)

Il complesso domenicano di S. Marta aveva visto la luce dopo l’avvento della Signoria viscontea, in un periodo in bilico tra le lotte intestine delle grandi casate dei ghibellini e dei guelfi che avevano cristallizzato lo sviluppo del centro direzionale (città alta, dove nei quartieri nobili si moltiplicavano torri e case fortificate) e il diffondersi della ricchezza in Italia, con lo sviluppo dei commerci, che a Bergamo vedeva fiorire l’attività mercantile e  prevalere il ceto borghese.

Nonostante i gravi conflitti che opprimevano la vita cittadina, la città bassa esprimeva una forte vitalità ed un progresso costante e la Fiera diveniva sempre più vivace e redditizia.

Su di una parete del chiostro di S. Marta compare affrescato Il Disegno dell’Insigne Fabrica della Fiera di Bergamo (1732- 1739), ricavato da un’incisione all’acquaforte di Gaetano Le Poer conservato presso la Biblioteca A. Mai di Bergamo, nella Raccolta Gaffuri

In questo clima, angustiato dalle lotte di fazione e segnato da una cruda e serrata competizione economica, molte persone trovavano nella quiete del chiostro una risposta all’angoscia della loro esistenza.

“Facciata della Chiesa e quartiere di S.ta Marta – dopo la riduzione del presente anno. Colta dal vero da N. Mangili il 24 novembre 1886 per….” (disegno a matita)

Lungo il corso del Trecento la città si costellava così di nuove sedi conventuali, che si affiancavano al discreto numero dei preesistenti conventi benedettini: gli Umiliati, già stanziati alla Magione (Masone) e a S. Bartolomeo, si insediarono a S. Tommaso; i Francescani, già stanziati al monastero di S. Francesco presso la Rocca, si insediarono alle Grazie, alla Rocchetta e a Rosate; i Domenicani, da tempo stanziati a S. Stefano al Fortino, si insediarono anche al Matris Domini, a Santa Marta e a Santa Lucia; gli Eremitani a Sant’Agostino; iDisciplini Bianchi alla Maddalena; i Celestini a Santo Spirito e in borgo Santa Caterina (1).

Fu in questo clima che nacquero la chiesa e il convento che le Suore Domenicane vollero dedicare a S. Marta, da sempre, con il fratello Lazzaro, la santa “ospedaliera” per eccellenza, per aver sperimentato la malattia suprema (la morte) e la guarigione (la resurrezione di Lazzaro), per via della loro opera di assistenza ai malati. E benchè non vi siano notizie certe, sembra che in epoca protocristiana la zona scelta fosse adibita ad ospedale (2).

Il monastero di S. Marta è dunque il terzo dell’Ordine domenicano a Bergamo, dopo quello maschile di S. Stefano del 1226 e quello femminile di S. Maria Matris Domini del 1273.

Possiamo osservarlo nella veduta prospettica di Alvise Cima, che fedelmente ci restituisce l’immagine della Bergamo medioevale, dove il convento sembra essere il perno attorno a cui ruotano tutte le vie che si diramano per raggiungere il cuore del borgo S. Leonardo.

Porzione della veduta prospettica di Alvise Cima, da Borgo S. Leonardo a S. Marta, compresi nella cerchia medioevale delle Muraine

Il monastero, fondato attorno al 1340, fu ampliato nel Quattrocento per poter ospitare fino a cinquanta consacrate domenicane, mentre la chiesa fu consacrata nel 1357.

Particolare della Contrada di Prato (attuale Piazza Matteotti) intorno al 1815 (Racc, Conte G, Piccinelli), con il Convento delle Suore Domenicane di S. Marta

Secondo le fonti, era composto da due grandi chiostri dai lunghi colonnati, di cui quello quadrato grande corrisponde a quello che vediamo oggi, reso rettangolare  dai restauri e dalle integrazioni compiute da Luigi Angelini negli anni Venti del Novecento.

Le trasformazioni subite dal complesso monastico sono illustrate in un affresco presente sulle pareti del chiostro.

“Come era il Convento di S. Marta in Bergamo”. Pianta e prospetto del complesso di S. Marta, con le trasformazioni avvenute nel tempo. L’affresco compare su una parete del chiostro

Vi era inoltre una vastissima ortaglia estesa dalle mura fino a all’ospedale di S. Antonio nel prato di Sant’Alessandro, con viti, alberi da frutto e varie altre coltivazioni, solcata da una seriola “che permetteva la presenza nei pressi di filatoi, tintorie e mulini” (3).

Particolare nella veduta di Alvise Cima, conservata presso il Museo Storico di Bergamo sito in Piazza Vecchia. Il complesso monastico di S. Marta è orientato ad est come qualsiasi sito di culto in Medioevo. Sono raffigurati i due chiostri, mentre la chiesa risulta priva del portichetto antistante l’ingresso, documentato nel 1720. La vasta ortaglia di pertinenza è attraversata da una seriola

La chiesa, che assunse la sua forma definitiva nel 1637, raccoglieva diverse reliquie provenienti anche dal complesso domenicano maschile di S. Stefano, (demolito per la costruzione delle mura veneziane), ed era ricca di paramenti e decori anche grazie alle facoltose famiglie delle religiose che provvedevano a sostenerne le spese o a fare ingenti donazioni (4).

L’interno della bella chiesa di S. Marta nell’Ottocento, nel periodo in cui era stata trasformata in caserma (per l’immagine: M. Mencaroni Zoppetti, cit. in bibliografia)

 

L’interno della chiesa di S. Marta nell’Ottocento, nel periodo in cui era stata trasformata in caserma (per l’immagine: M. Mencaroni Zoppetti, cit. in bibliografia)

Il porticato in fronte la facciata della chiesa le venne aggiunto nel 1672. Lo ritroviamo ancora in alcune fotografie risalente ai primi del Novecento, accanto al Boschetto di Santa Marta.

Primi del Novecento. Parte del complesso di S. Marta visto da piazza Cavour, con il portichetto antistante la chiesa. A destra, il boschetto di S. Marta (Bergamo nelle vecchie cartoline, D. Lucchetti)

Nel 1915, al momento della demolizione dell’ex monastero la Banca Bergamasca  provvide a recuperare e catalogare gli antichi affreschi della chiesa. Oggi, tre strappi sono esposti lungo le pareti dal Salone delle Capriate, nel Palazzo della Ragione in Piazza Vecchia, mentre i rimanenti sono conservati negli uffici e nel chiostro dell’Ubi Banca in Viale Roma.

Uno strappo di decorazione muraria di fine ‘300 presente sulle pareti del chiostro di S. Marta

 

PASSEGGIANDO FINO AL CHIOSTRO

La breve passeggiata che separa i portici di Piazza Vittorio Emanuele II dalla galleria è un’esperienza sensoriale che val la pena di essere vissuta. La piazza,  un’estensione naturale del Sentierone, riecheggia con la lunga sequenza dei suoi porticati le archeggiature settecentesche della demolita Fiera, affacciata su quello che un tempo era chiamato Prato di Sant’Alessandro.

Accanto all’imbocco della galleria noterete l’ingresso della Banca Popolare, ora Ubi Banca, che invita ad ammirare i vasti interni illuminati da ampie vetrate decorate. Ad oggi resta una tra le più rappresentative, ospitando pregevoli opere di artisti bergamaschi dell’800 e del ‘900, oltre a significativi lavori di artisti moderni contemporanei.

Il nuovo salone della ex Banca Popolare di Bergamo, ampliato ad opera dell’ingegnere ed architetto Luigi Angelini, fu aperto nel dicembre del 1923. All’interno della Sede si può ammirare un particolare spazio dedicato, una sorta di museo itinerante dove vengono sapientemente collocati a rotazione alcuni fra i più importanti capolavori artistici di proprietà della Banca

Le emozioni che vi attendono, sono anticipate da un caleidoscopio di impressioni suscitate dall’ariosa ed elegante galleria, impreziosita da marmi lucenti e da ampi lucernari, che sprigionano una luce calda gradevole e avvolgente.

La galleria di Santa Marta

 

Un lucernario nella galleria

A poco a poco vi si svelerà l’ingresso appartato del chiostro, che vi trasmetterà la sensazione di trovarvi in un luogo dove il tempo si è fermato; la Banca Popolare lo rende accessibile gratuitamente ogni prima domenica del mese, mettendo a disposizione anche una guida per una visita della durata di 15 minuti.

Uno dei tanti allestimenti artistici temporanei ospitati nel chiostro di S. Marta

E’ un’occasione per ammirare le antiche testimonianze storiche, artistiche e culturali custodite sulle pareti, così come le installazioni permanenti che dall’incontro con questo luogo risultano pienamente valorizzate: il “Grande Cardinale seduto” (1984) di Giacomo Manzù  (tema sviluppato dallo scultore in oltre 300 rappresentazioni), “Le Suore che comunicano” (1971) di Elia Ajolfi (gia’ docente di scultura alla Carrara), e il curioso monolite di granito nero “Untitled” o “Parabola” (2004) dell’artista anglo-indiano Anish Kapoor, dove il contemporaneo rispecchia e fa rilucere l’antico.

Le installazioni permanenti realizzate per il chiostro da Giacomo Manzù, Elia Ajolfi e Anish Kapoor. Con l’essenzialità della sua forma, il monolite (“Parabola”), grande conca specchiante, si inserisce armoniosamente nel sobrio spazio quattrocentesco riflettendo i colonnati e restituendone al visitatore, affascinato dai bagliori che produce, l’immagine capovolta

 

Il gruppo de “Le suore che comunicano”, rievoca un momento della antica vita quotidiana delle monache nel Convento. Sullo sfondo, l’opera di Manzù

Qualsiasi momento della giornata val bene una sosta, in questo piccolo angolo segreto che sembra voler invitare a non dimenticare il proprio passato: anche la sera, quando è totalmente immerso nel silenzio e nell’atmosfera irreale delle sue luci soffuse.

Note

(1) A. Fumagalli, Op. Cit.

(2) F. Carpinteri, Op. Cit.

(3) T. Rossi, Op. Cit.

(4) T. Rossi, Op. Cit.

Fonti

Alberto Fumagalli, “Bergamo. Origini e vicende storiche del centro antico”. Rusconi, 1981, Milano.

Tosca Rossi, “A volo d’uccello – Bergamo nelle vedute di Alvise Cima – Analisi della rappresentazione della città trà XVI e XVIII secolo”, Litostampa, Bergamo, 2012.

Francesco Carpinteri, “Il chiostro oltre la grata”. Qui a Bergamo: mensile della città, Anno 1, n. 6.

Maria Mencaroni Zoppetti (a cura di), L’Ospedale nella città – Vicende storiche e architettoniche della Casa Grande di S. Marco. Collana: Storia della sanità a Bergamo – 1. Fondazione per la Storia Economica e Sociale di Bergamo.