La festa di S. Antonio abate e la sagra dei “biligòcc” a Bergamo: un tuffo nel passato per amare il presente

Perchè festeggiamo la ricorrenza a S. Antonio abate nella chiesa di S. Marco, che tra l’altro è popolarmente nota come chiesa di Santa Rita? Come districare la questione?

Anzitutto per il rapporto che a lungo ha legato la chiesa di S. Marco a quella di S. Antonio di Vienne, che con l’annesso ospedaletto sorgeva nell’area oggi occupata da Palazzo Frizzoni, il Municipio della città.

Nell’attuale piazza Matteotti, allora Contrada di Prato, sorgevano l’ospedale e la chiesa di S. Antonio in Prato (detta anche di S. Antonio di Vienne), costruiti sul finire del 1300. Gli edifici del complesso erano ancora riconoscibili nei primi decenni dell’Ottocento, quando vennero venduti alla famiglia Frizzoni, che vi edificò la sua  residenza cittadina poi trasformata in Municipio della città di Bergamo 

Come abbiamo osservato qui, le vicende delle due chiese sono legate dalla decisione, avvenuta a metà ‘400, di unificare undici ospedaletti sparsi per la città per creare un unico grande e più funzionale organismo a servizio della stessa: l’Ospedale Grande di S. Marco.

Fine 1898: in primo piano il grande quadrilatero della Fiera, eretta in muratura fra il 1734 e il 1740, con alle spalle l’ospedale e la chiesa di S. Marco, di cui è ben visibile il campanile

 

Dall’altro lato, gli edifici della Fiera affacciati sul Sentierone e sullo sfondo la chiesa e l’Ospedale di S. Marco

Si era così deciso di abbattere il vecchio ospedaletto di S. Antonio di Vienne per costruire al suo posto il nuovo Ospedale Grande, mantenendo però la chiesa, che avrebbe dovuto essere annessa al nuovo ospedale. Cosa che non avvenne a causa della strenua resistenza dei frati Antoniani, che ottennero di restare nella loro sede malgrado questa fosse ormai divenuta una dipendenza dell’Hospitale Grande di San Marco.

Come disposto dagli amministratori dell’Ospedale Grande, nella chiesa di S. Antonio di Vienne si celebrava la messa quotidiana, mentre in quella di S. Marco la si celebrava solo nel giorno dedicato al santo titolare (per il quale era stato eretto un apposito altare). Per il resto la chiesa di S. Marco si limitava a battezzare gli esposti adottati dall’ospedale e a seppellire i degenti che vi morivano, tanto che nel 1670 le era stato affiancato un Oratorio a suffragio dei poveri morti.

L’Ospedale Grande di S. Marco, costruito a partire dal 1479, con l’annessa chiesa, eretta nel 1572 con la dedicazione a S. Marco e alla Vergine, in omaggio a Venezia. L’antico ospedale venne demolito nel 1937 in seguito al nuovo assetto assunto dal centro della città bassa, per far posto alla Casa della Libertà. Il nuovo Ospedale Maggiore venne eretto in Largo Barozzi, nella conca di S. Lucia

La messa quotidiana cominciò ad essere celebrata nella chiesa di S. Marco solo quando la chiesa e l’ospedale di S. Antonio in Prato vennero venduti (1586) alle monache di S. Lucia Vecchia.

E’ solo da quel momento che, nonostante la sua dedicazione ufficiale, la chiesa dell’Ospedale Grande iniziò ad esser nominata “chiesa di S. Antonio”, evidentemente nell’intento di recuperare il culto della perduta chiesa di S. Antonio di Vienne in Prato.

Particolare della chiesa di S. Antonio di Vienne in Contrada di Prato. La chiesa e l’ospedaletto (un ospizio per malati e pellegrini), alla metà del Quattrocento divennero una dipendenza dell’Ospedale Grande di S. Marco e nel 1586 vennero venduti alle monache di S. Lucia Vecchia, che intitolarono la chiesa alle SS. S. Lucia e Agata. Da allora, la chiesa di S. Marco cominciò a nominarsi “Chiesa di S. Antonio”, mantenendo a lungo tale denominazione (incisione del 1815 ca. Proprietà Conte G. Piccinelli, Milano)

Un documento ci informa infatti che ancora nel 1723 la chiesa di S. Marco era nominata “chiesa di S. Antonio”.

In un disegno del 1723, la chiesa di S. Marco è indicata come “Chiesa di S.to Antonio”. A fianco, la cappelletta eretta nel Seicento a suffragio dei morti dell’ospedale (particolare del disegno di Bernardino Sarzetti nel 1923, eseguito per conto dell’amministrazione ospedaliera, che dal 1475 usufruiva degli affitti, per controllare e quantificare gli esercizi delle rivendite provvisorie della fiera)

Tant’è che ai fedeli veniva distribuita l’immaginetta del Santo, espressamente indicato come titolare della chiesa parrocchiale dell’Ospedale Maggiore di Bergamo.

L’immaginetta di S. Antonio abate, il santo eremita del deserto vissuto in Egitto tra il 251 e il 356, “titolare della Chiesa Parrocchiale dell’Hospitale Maggiore in Bergamo”

La chiesa festeggiava così, oltre alla ricorrenza del 25 aprile (S. Marco), anche quella del 17 gennaio dedicata a S. Antonio, quando nei pressi si teneva anche un mercato della durata di tre giorni il cui ricavato veniva devoluto ai nuovi corredi dell’ospedale.

E ancor’oggi, a ricordo dell’antica devozione campeggia nella chiesa l’immagine del Santo taumaturgo, noto principalmente per essere il guaritore dell’herpes zoster (“fuoco di S. Antonio”) e per essere legato al mondo dell’agricoltura e dell’allevamento.

Nella chiesa di S. Marco la statua di S. Antonio abate attesta il perdurare dell’antica devozione al Santo, in segno di continuità con il culto della scomparsa chiesa di Sant’Antonio di Vienne sita in Prato. La sua effige compare anche nella vetrata del grande oculo sovrastante l’ingresso

La devozione a Sant’Antonio abate, testimone dell’antico legame tra la chiesa di S. Marco e i frati antoniani, ha continuato ad esistere nei riti e nelle celebrazioni del 17 gennaio, quando sul sagrato della chiesa un sacerdote impartisce la benedizione agli animali domestici ed alle automobili.

La benedizione degli animali e dei mezzi a motore nello spazio antistante la chiesa di S. Marco

Nel frattempo, nei pressi della chiesa si tiene la tradizionale sagra dei biligòcc e si allestiscono, oggi come allora, le bancarelle che tanto ricordano i banchetti e i baracconi che gremivano l’antica piazza Baroni, luogo d’incontro e di svago dei nostri trisavoli.

Piazza Baroni (oggi piazza della Libertà) nel 1890 durante la festa di Sant’Antonio abate. Fra carri e padiglioni, compare un baraccone riservato alla fotografia. Sullo sfondo, la chiesa e l’Ospedale di San Marco

 

La festa di S. Antonio ritratta da Pepi Merisio

 

La festa di S. Antonio ritratta da Pepi Merisio

Resta da chiedersi da cosa derivi la dedicazione popolare della chiesa a Santa Rita, che potrebbe essersi originata dall’esistenza di un ospedaletto privato di Santa Margerita, che secondo lo studioso Franchini avrebbe dovuto essere incorporato nell’Ospedale Grande.

La Santa, la cui statua è perennemente circondata da attestazioni di grazia ricevuta, è considerata dai fedeli mediatrice di miracoli ed è perciò così venerata da aver sostituito con il suo nome la dedicazione ufficiale della chiesa.

Comunque sia, la bella chiesa di S. Marco è l’ultima vistosa vestigia dell’antico ospedale, mentre nei dintorni persistono antiche tracce, meno note e appariscenti, come il cortiletto inglobato nella Casa S. Marco, edificata sull’area dell’antico ospedale. Il cortiletto, seppur ridimensionato e sfalsato nelle misure, presenta nella collocazione originaria almeno quattro colonne del portichetto meridionale dello scomparso nosocomio.

I cortili interni dell’Ospedale di S. Marco in una ripresa del 1935

 

A lato della Casa della Libertà, Casa S. Marco, edificata intorno alla ex-chiesa dell’Ospedale Grande, lascia intravedere il cortiletto interno

Demolito il grandioso complesso ospedaliero tra il 1936 e il 1938, entro il ’39 vennero edificate la Casa S. Marco e Casa Littoria, poi “Casa della Libertà”. La Casa S. Marco accorpa l’omonima chiesa abbracciandola da entrambi i lati, richiamando su due fronti il loggiato isabelliano che dava su piazza Baroni.

Piazza Baroni: dopo le demolizioni dei casotti della Fiera, l’intero prospetto dell’Ospedale Grande e dell’annessa chiesa è interamente visibile

 

Nello spazio un tempo occupato da piazza Baroni, la Casa della Libertà (progettata da Alziro Bergonzo) con a lato Casa S. Marco (progettata da Dante Fornoni) , erette in luogo dell’antico ospedale

Il prospetto di Casa S. Marco in fregio all’omonima piazzetta, ripropone infatti il susseguirsi delle arcate dell’Isabello e presenta al piano terra alcuni elementi originari recuperati dal demolito ospedale.

Il fronte di Casa S. Marco si raccorda alla chiesa mediante due campate originali del portico dell’ospedale incorporate al pian terreno (di color arancio), nel tentativo di evocare il fronte realizzato dall’Isabello

E pensare che anche prima della costruzione dei nuovi edifici, in quest’angolo di città sopravviveva un paesaggio agreste fatto di prati, ortaglie e campagna. C’era persino un piccolo stagno pescoso sul quale il conduttore del fondo teneva una barca che gli serviva per le battute di pesca.

1912: l’Ospedale e la chiesa di S. Marco nella piazza liberata dai casotti della Fiera

Si legge nel Novecento a Bergamo che al contadino teneva compagnia una soavissima pecora di nome Biancaneve, che aveva a disposizione un prato immenso: un piccolo eden nel cuore della città. E dove oggi c’è via Zelasco, greggi di pecore pascolavano liberamente.

L’autorimessa che occupava il lato nord dell’attuale piazza della Repubblica

 

Città Alta dall’attuale piazza della Repubblica nel 1939 (foto Umberto Da Re). Recita il Novecento a Bergamo che nel basso edificio sullo sfondo aveva sede l’Autofficina gestita dalla famiglia del grande campione motociclista Carletto Ubbiali

 

La piazza attualmente “della Repubblica” in un’immagine forse di poco posteriore alla precedente

 

Appena dopo la seconda guerra mondiale, la zona tra l’attuale piazza della Repubblica e Viale Vittorio Emanuele era ancora un campo incolto. Sullo sfondo, Casa S. Marco (1938), l’allora Casa Littoria (1936) e il Palazzo delle Poste, inaugurato nel 1932

 

Nel 1939, terminato il palazzo di Bergonzo si comincerà a discutere riguardo la sistemazione della piazza e della zona verso Viale Vittorio Emanuele. A poco a poco gli ultimi scampoli di prato avrebbero lasciato definitivamente posto al cemento

Anche il lato orientale di Casa S. Marco affacciato su via Locatelli riecheggia il fronte dell’antico ospedale nelle dieci campate dell’intero prospetto; ed inoltre la porzione porticata è sostenuta da colonne e capitelli provenienti in parte dall’antico nosocomio.

Sul lato prospiciente via Locatelli, la chiesa di S. Marco è affiancata al portico di Casa S. Marco, dove il progettista ha inserito alcune colonne e relativi capitelli recuperati dal demolito ospedale

 

Particolare di due colonne del portico di Casa S. Marco

Proprio in corrispondenza del portico attuale, esisteva un piccolo oratorio eretto nel 1670 a suffragio dei morti dell’ospedale, ed era dotato di un portichetto comunicante con la chiesa.

L’Oratorio dei morti, eretto nel 1670 sul fianco orientale della chiesa di S. Marco (di cui sono visibili le statue a coronamento del prospetto principale), affacciato sull’attuale via Locatelli; in lontananza, gli edifici dell’antica Fiera. Venne demolito negli anni Trenta del Novecento insieme al vecchio nosocomio e dal 1938 è stato sostituito dalla porzione orientale di Casa S. Marco (l’immagine è del 1815 e proviene da M. Mencaroni Zoppetti, op. cit.)

Nelle immagini che precedono le demolizioni, la cappelletta risulta essere ancora presente.

L’ospedale e la chiesa di S. Marco, affiancata dal secentesco Oratorio dei morti posto in fregio a via Locatelli, E’ già stato eretto il Palazzo delle Poste, inaugurato nel 1932

Verrà demolita insieme al’ospedale per lasciar posto al fronte orientale di Casa S. Marco, eretta su progetto di Dante Fornoni per conto della Banca Diocesana.

Una fotografia di qualche decennio fa mostra il portico di Casa S. Marco, costruito in luogo dell’antico Oratorio dei morti

 

Casa S. Marco (1938) e l’edificio delle Poste (1932), lungo il rettifilo di via Locatelli, aperto negli anni che seguirono la demolizione dell’Ospedale

L’Oratorio dei morti si affacciava su un piccolo cimitero riservato a coloro che nell’ospedale esalavano l’ultimo respiro. Di questo cimitero sono emerse alcune tracce a partire dagli inizi degli anni Cinquanta, quando durante gli scavi eseguiti per realizzare il parcheggio di piazza della Repubblica, sono riemerse, a circa un metro e mezzo di profondità, diverse ossa umane.

Piazza della Repubblica e palazzo S. Marco, sovrastante il parcheggio sotterraneo in corrispondenza del quale sono emerse ossa umane

Altri ritrovamenti sono avvenuti nel luglio del 2010 durante gli scavi eseguiti in via Zelasco per la posa del teleriscaldamento, quando sono emerse tre grosse fosse di scarico contenenti rispettivamente osse umane, macerie e una discarica di ceramiche attribuite al periodo postmedioevale.

Accanto alle fosse vi erano resti di murature (una canalizzazione sotterranea e un lungo muro a secco connesso ad un pavimento in laterizi), il tutto, secondo la Soprintendenza, riferibile all’antico ospedale di S. Marco.

Ossa umane rinvenute nel 2010 durante gli scavi eseguiti  in via Zelasco per la posa del teleriscaldamento. L’area del rinvenimento doveva dunque essere piuttosto estesa (1)

Malgrado il dissolversi della civiltà contadina, nella Bergamasca la devozione a S. Antonio si mantiene ancora molto viva richiamando lunghe file di fedeli il 17 gennaio di ogni anno, “dies natalis” del Santo, giorno in cui egli muore per rinascere nel Regno Celeste.

La festa di Sant’Antonio davanti alla chiesa dell’Ospedale di S. Marco, 1920

Sul sagrato della chiesa viene impartita la tradizionale benedizione agli animali domestici e ai mezzi a motore, che con l’evoluzione della tecnologia hanno sostituito gli animali da lavoro.

Il 17 di gennaio ricorre la tradizionale benedizione delle automobili, che nel mondo moderno si sono sovrapposte alla civiltà contadina sostituendo gli animali da traino ed i trattori. Sino a qualche decennio, questi ultimi fa stazionavano numerosi davanti alla chiesa in attesa della benedizione. In fondo si vede un furgone della Casali trasporti

 

La benedizione degli animali domestici viene impartita a ricordo del bestiame che un tempo rivestiva capitale importanza nell’economia rurale, garantendo con il suo lavoro o con le sue stesse carni la sopravvivenza dell’uomo. Naturalmente sono inclusi anche il cane ed il gatto, l’uno guardiano e l’altro cacciatore dei topi depredatori di grano

Ai fedeli viene consegnata l’immaginetta di S. Antonio, raffigurato con gli animali legati al mondo contadino (il maiale in primis) e il bastone terminante a gruccia (simbolo del Tau). Bastone e maiale testimoniano il potere taumaturgico del Santo invocato nella cura del “Fuoco di S. Antonio”, che gli ospedalieri antoniani curavano con il grasso di maiale impiegato come emolliente per le piaghe.

L’immaginetta del santo circondato dagli animali della campagna campeggia sulle porte di stalle, fabbriche e officine ma viene tenuta anche nelle automobili. Sullo sfondo, la chiesa di S. Marco

E nei dintorni della chiesa, la tanto attesa sagra dei biligòcc – elemento simbolo della festa -, rallegra e riscalda come uno spicchio di luce messo lì nel bel mezzo dei rigori di gennaio.

La festa di Sant’Antonio sul sagrato della chiesa di San Marco (fotografia di Tito Terzi)

 

La festa di Sant’Antonio sul sagrato della chiesa di San Marco, con Pierina Manera alle prese con limoni e biligòcc

 

Un gustoso disegno a pastello di Alfredo Faino, con un venditore di biligòcc alle prese con due monelli scalzi durante la festa di Sant’Antonio: sullo sfondo è abbozzata la chiesa di San Marco

Le gustosissime castagne, trattate secondo un laborioso procedimento, vengono offerte sfuse secondo la tradizione Brembana oppure infilzate a mo’ di collana (tradizione Seriana) e portate in città dai valligiani che da generazioni custodiscono e si tramandano la preziosa ricetta.

Un essicatoio (“secadùr”), struttura necessaria all’asciugatura graduale e all’affumicatura delle castagne, collocate sopra il fuoco su un graticcio generalmente in legno

 

La festa di Sant’Antonio sul sagrato della chiesa di San Marco e la caldarrostaia Pierina Manera  (fotografia di Tito Terzi)

Sempre puntuali, avvolti negli scuri mantelli, i valligiani scendono da Vallalta e da Abbazia, frazioni di Albino, che da secoli rivaleggiano con la brembana Poscante nella produzione di biligòcc.

Un “biligòter” di Casale di Albino. Per la festa di S. Antonio, gli esperti castanicoltori seriani raccolgono le castagne più belle elargite dalla Valle del Lujo: la Daola, l’Ostana, la Careà, il Nigrù, la Balestrera e la Rossona (fotografia di Tito Terzi)

 

La vendita dei biligòcc (fotografia di Tito Terzi)

È l’atmosfera che si respira ogni anno, almeno dal 1586.

E visto che siamo a due passi da quello che un tempo si chiamava borgo di S. Antonio, nulla vieta di fare una capatina nelle due chiese che conservano l’effigie del Santo, raffigurato nelle due splendide pale di Lorenzo Lotto, entrambe del 1521.

La prima si trova in piazzetta Santo Spirito nella chiesa omonima e raffigura i santi legati al borgo e al convento dei Canonici Regolari Lateranensi: S. Caterina d’Alessandria, protettrice dei predicatori, S. Agostino, fondatore dell’Ordine di cui i Lateranensi seguono la regola ed infine il nostro S. Antonio Abate, patrono del borgo. Ai piedi del trono un gioioso S. Giovannino gioca con il Mistico Agnello, omaggio ai canonici legati ai confratelli romani di S. Giovanni in Laterano.

Lorenzo Lotto,“Madonna con il Bambino, S. Caterina d’Alessandria, S. Agostino, S. Sebastiano e S. Antonio Abate” (chiesa di Santo Spirito)

 

Curioso particolare della leggera guaina verde indossata da S. Antonio, visibile anche all’altezza della manica e del collo (particolare della pala del Lotto nella chiesa di S. Spirito)

La seconda, considerata uno degli esiti più alti dell’arte di ogni tempo, si trova nella chiesa di San Bernardino in via S. Giovanni, ai piedi di Pignolo alta, posta sopra l’altare nella collocazione originaria. La chiesa, citata in un documento del 1468, venne “adottata” dai nobili e dai ricchi mercanti che nel Cinquecento si erano insediati nel tratto superiore del borgo, arricchendola di dipinti e splendidi arredi.

I Santi raffigurati sono quelli verso i quali gli abitanti del borgo nutrivano particolare devozione e cioè Sant’Antonio abate dalla lunga barba, protettore del borgo, San Giovanni Battista, cui era intitolata la vicinia con l’omonimo ospedale, San Bernardino che stringe il trigramma, cui era dedicata la chiesa ed infine S. Giuseppe, il cui culto fu promosso da Bernardino.

Anche qui S. Antonio è ritratto con gli attributi ricorrenti: il bastone terminante a forma di Tau, la campanella ed infine il fuoco intuibile alle sue spalle, che allude al suo “grande Spirito di fuoco” e al suo potere taumaturgico nella cura del “fuoco di Sant’Antonio”, e che in questo caso allude probabilmente anche alla situazione di violenza che la città respirava in quegli anni.

Lorenzo Lotto, “Madonna in trono con il Bambino, i Santi Giuseppe, Bernardino, Giovanni Battista, Antonio Abate e angeli” (chiesa di S. Bernardino)

In questo meraviglioso dipinto, il tema della mediazione di Maria, comune a tante altre pale d’altare, non è mai stato descritto in modo così semplice ed efficace; la naturalezza e la sensazione di provvisorietà che si respira non rappresenta altro che l’irruzione improvvisa del divino nel mondo umano, nella vita di tutti i giorni.

Da visitare assolutamente, lasciandosi totalmente trasportare da tanta Bellezza.

 

Note

(1)  M. Fortunati, A. Ghiroldi, Bergamo, Via Zelasco, Assistenza lavori posa teleriscaldamento. Strutture di età rinascimentale e moderna, “NSAL”, 2010-2011. pp. 45-46.

Due foto attuali appartengono a L’Eco di Bergamo, che ringrazio.

Riferimenti essenziali

L’Ospedale nella città. Vicende storiche e architettoniche della Casa Grande di S. Marco, a cura di Mencaroni Zoppetti M., Per la storia dell’Ospedale di S. Marco in Bergamo. Documenti e immagini, Bergamo 2002.

“San Bernardino”, Borgo Pignolo in Bergamo: Arte e storia nelle sue chiese, Andreina Franco-Loiri Locatelli.

Cosa resta dell’ospedale di San Marco. Andreina Franco Loiri Locatelli.

Gli antichi cimiteri fuori le Muraine e lo scomparso cimitero ottagonale di Valtesse, dove plebe e nobiltà si davano la mano

E’ all’Editto di Saint-Cloud, emanato in Francia nel 1804, che si deve la nascita dei moderni cimiteri, imposti da Napoleone per motivi d’igiene e di salute pubblica.

Secondo le nuove disposizioni, che recidevano di colpo la tradizione secolare di seppellire i defunti all’interno delle chiese, nelle loro adiacenze e nei sagrati (“Coemeterium Plebis”), il seppellimento doveva ora avvenire in appositi recinti da collocarsi fuori dalle mura cittadine: nascevano così i cimiteri civici,  che ancora chiamiamo “campisanti” a ricordo del loro antico uso.

Il Foppone agli inizi del Novecento. All’uso secolare di seppellire i defunti all’interno o nei pressi delle chiese, si contrapposero eccezioni dovute a gravi pestilenze, come la peste del 1630, quando i morti vennero sepolti nei cosiddetti “fopponi”, grandi fosse poste generalmente fuori dall’abitato. Il Foppone di S. Agostino, all’esterno delle mura medievali ma dal XVI secolo compreso nelle mura veneziane, era comunque abbastanza decentrato rispetto alla parte più popolosa del centro storico. Venne colmato solo agli inizi del Novecento con detriti, forse derivanti dall’abbattimento del tratto di via Beltrami

In seguito alle nuove disposizioni, attuate dal 1 maggio, nel 1810 a Bergamo sorsero ben tre cimiteri, tutti fuori dalle Muraine: quelli di Santa Lucia, San Maurizio e Valderde.

Il piccolo cimitero pentagonale di Santa Lucia si trovava nell’attuale via Nullo, tra le vie Broseta e Lapacano nell’area a lungo occupata dalla sede dell’Enel ed oggi da un lussuoso complesso residenziale. Ma nel 1813, ritenuta inadatta la sua localizzazione, il cimitero venne dismesso e sostituito dal nuovo camposanto di S. Giorgio, costruito alla Malpensata.

La cortina delle Muraine del Lapacano nel 1884, in una incredibile e rara fotografia. Il Lapacano, cortina muraria che collegava Porta Broseta con la torre tonda del Cavettone (uno dei pochi luoghi in cui le Muraine medioevali sono ancora visibili, inglobate in un condominio) rappresentava in epoca medioevale un punto importante del circuito difensivo delle Muraine. Proprio in corrispondenza dell’attuale Lapacano si incrociavano due corsi d’acqua (utilizzata a scopo difensivo e per muovere macine e telai): la roggia Serio si univa alla roggia Curna, che proseguiva verso l’ospedale per mezzo di un canale che correva parallelo alle mura, in luogo dell’attuale via Nullo (fotografia eseguita da Cesare Bizioli – Patrimonio Lucchetti-Museo delle Storie di Bergamo – rielaborata da Gianni Gelmini nel suo ultimo e prezioso lavoro dedicato alle Muraine)

Il cimitero di San Giorgio si trovava tra la chiesa e il grande parcheggio della Malpensata, dove si tiene il mercato del lunedì. Venne dismesso circa un secolo dopo (qualcuno afferma nel 1904, quando entrò in funzione il Monumentale di viale Pirovano, ed altri nel 1909) ma restò presente fino agli anni ’40, e “pare che, nell’interludio fra la dismissione e la traslazione, diverse tombe siano state profanate” (1).

In ogni caso, il cimitero “ebbe qualche monumento artisticamente pregevole con cappelle di enti e associazioni religiose e civili: fra le tombe private ricorrevano i nomi più noti di commercianti e industriali facoltosi. Vi erano pure lapidi commemorative di associazioni patriottiche che, come la tomba Ortolani, opera di Luigi Pagani, vennero trasferite al Cimitero Unico” (Tancredi Torri, in “Archivio Storico Lombardo, 1960).

Il cimitero di San Giorgio, alla Malpensata. Quando entrò in funzione il grande Cimitero Unico della città, i carri funebri vi portavano le spoglie esumate percorrendo la strada del Conventino. Dopo la dismissione del cimitero l’area  si trasformò nel nuovo mercato del bestiame, trasferitosi dal Foro Boario (Piazzale degli Alpini) verso il 1915, non più agibile per la costruzione di nuovi edifici. Inoltre, nel piazzale della Malpensata stazionarono periodicamente dapprima il circo equestre e successivamente i baracconi della Fiera di Sant’Alessandro, qui trasferiti dal prato tra viale Vittorio Emanuele e Piazza della Libertà per la costruzione dei palazzi dell’INPS e della Camera di Commercio

Il cimitero nella piana di San Maurizio, dalla forma tondeggiante, sorse in un luogo dove esisteva una antica chiesa cimiteriale, che in seguito venne ceduta alle monache benedettine del vicino convento di San Fermo, di cui ancor’oggi possiamo ammirare la piccola chiesa.

Un’irriconoscibile via San Fermo con la sua chiesetta documentata dal 1154

 

Il cimitero monumentale di Bergamo in costruzione

 

Il Cimitero Unico nella prima metà del Novecento. A sinistra dell’immagine si riconosce ancora chiaramente la forma rotonda dell’antico cimitero di San Maurizio, unico sopravvissuto dei tre piccoli cimiteri costruiti a Bergamo agli inizi dell’Ottocento perchè inglobato nel  nuovo impianto del Cimitero Monumentale di Bergamo e destinato da allora alle sepolture dei bambini

 

Il “Cimitero dei bambini” nel 1963, cresciuto sull’area dell’antico cimitero di San Maurizio

 

La rotondità dell’area cimiteriale riservata ai bambini è ancora perfettamente leggibile lungo il perimetro del campo (foto dell’autrice, datata 02/11/2018)

Il cimitero ottagonale di Valtesse, sulla strada per la Valle Brembana, fu costruito in luogo dell’attuale Campo Utili, in via Baioni, e doveva servire, oltre a Valtesse, Città Alta e le sue adiacenze (Borgo Canale, Castagneta e Fontana).  E’ già riportato, nella sua forma ottagonale, nella mappa del Comune di Valtesse del 1810.

Bergamo, 1916 – Giuseppe Manzini. Cimitero ottagonale di Valtesse (in alto verso sinistra, parallelo al riquadro del Lazzaretto, quest’ultimo evidenziato in nero)

Dismesso il cimitero di Santa Lucia, gli altri tre restarono in funzione fino agli inizi del Novecento, ossia fino a che non entrò in funzione il grande Cimitero nella spianata di S. Maurizio, nell’attuale viale Pirovano.

Mappa di Bergamo nel 1869. Si possono notare due dei quattro cimiteri ottocenteschi di Bergamo: a Santa Lucia (ovest) e Valtesse (nord)

La soppressione dei piccoli cimiteri si era resa necessaria oltre che per l’espansione della città, anche per motivi di igiene pubblica.

Già nel 1887 la relazione sanitaria, lamentando la gravissima condizione dei cimiteri di San Giorgio e di Valtesse, invitava a risolvere la situazione prima che si verificassero pericolose conseguenze. Il cimitero di San Giorgio aveva esaurito il terreno utile per le tumulazioni, mentre in quello di Valtesse la condizione del sottosuolo costituiva una perenne e grave minaccia alla salute: nei periodi di pioggia eccessiva, le casse galleggiavano “nell’acqua che si scarica nella Morla prima che questa attraversi due popolose borgate”.

La Morla in piena a Valverde. Ancora nel 1936, in un tardo pomeriggio di primavera, dopo una giornata afosa vi fu un temporale proveniente da est veramente impressionante. Venne fortemente colpita la zona Borgo S. Caterina, tanto che oltre alle case e alle cantine allagate affiorarono sul terreno le ossa del vecchio cimitero di Valtesse, Il grave episodio fu causato dallo straripamento dei torrenti Tremana e Gardellone, confluenti della Morla (fotografia di Carlo Scarpanti)

Il problema di un nuovo cimitero, insieme a quello della realizzazione dell’acquedotto e della rete fognaria, erano ormai improrogabili per la tutela della salute dei cittadini.

Il Cimitero monumentale di Bergamo intorno al 1910 (Raccolta Lucchetti)

La decisione (8 giugno 1896) della municipalità di costruire un nuovo grande cimitero in grado di accorpare tutti gli altri pose fine ad ogni questione: il piccolo cimitero di San Maurizio venne da subito incorporato nel grande Cimitero Unico (e se ne rintracciano le antiche memorie nelle colonne d’ingresso al cimitero dei bambini e sulle lapidi di  illustri pittori apposte sulle pareti dietro la Chiesa di Ognissanti), quello di San Giorgio alla Malpensata vi confluì nel 1904 (o nel 1909 secondo taluni, comunque ancora presente negli anni ’40), mentre quello di Valtesse fu l’ultimo ad essere dismesso, lasciando nella memoria collettiva una flebile traccia.

Negli anni ’40 del Novecento, il barbone Gattinoni detto “Gatinù”, si era accasato in una cappella del cimitero di San Giorgio, alla Malpensata, appartenente alla Famiglia Piazzoni: “una sontuosa cappella gentilizia tutta marmo, colonnine e fregi. In un loculo aveva sistemato il suo cucinino; in un altro la sua branda”. L’uomo, che portava uno stravagante cilindro spelacchiato con penna di fagiano, a causa della sua ostinazione a lasciare il suo personale “dormitorio”, fece ritardare la demolizione del cimitero:  la nobile famiglia proprietaria della Cappella, venuta a conoscenza del fatto “era intervenuta in comune e aveva ottenuto di lasciare il pover’uomo in pace…Effettivamente il barbone non morì nella cappella gentilizia e così il Cimitero potè essere completamente demolito.” (il virgolettato proviene da “Il Novecento a Bergamo”)

 

IL CIMITERO DI VALTESSE

La data di nascita del cimitero di Valtesse è solo deduttiva, ma di fatto dal 1812 i registri della parrocchiale di Valtesse portano l’indicazione “novo cemeterio” e certamente nel 1816 la sua forma definitiva era compiuta.

Un emozionante ricordo Cimitero di Valtesse, dalla forma ottagonale, sorto lungo la provinciale per la Valle Brembana, soppresso negli Anni ’20 (Foto Domenico Lucchetti)

Si trattava di un cimitero “consorziale” di cui per oltre un secolo gli abitanti di Valtesse dovettero condividere promiscuamente l’uso con quelli di Città Alta e adiacenze (Borgo Canale, Castagneta e Fontana).

Nel lungo corso di questa forzata convivenza, la ripartizione delle spese di manutenzione, suddivise in base al carico della popolazione delle due parti, fu motivo di contrasti continui tra Bergamo e Valtesse: proteste, querimonie e ricorsi di uno o dell’altro degli interessati.

Bergamo, 1891. Mappa Wagner & Debes. In alto a sinistra, a margine, è visibile l’ottagono del Cimitero di Valtesse

I contrasti si inasprirono al punto che nel 1852-’53 Valtesse arrivò a scegliere un terreno “di prima classe” di fronte all’entrata del camposanto consorziale e a far redigere un progetto per un proprio cimitero. Iniziativa che non ebbe seguito.

La diatriba si trascinò per decenni (durante i quali si pensò anche di cedere cimitero al Comune di Bergamo) e si chiuse solo nel 1904-’05 con la costruzione del grande Cimitero Unico, quando cioè vi confluirono Città Alta e le zone “satellite”, permettendo alla popolazione di Valtesse di mantenere l’uso esclusivo del cimitero ottagonale fino al 1925, anno in cui il Comune di Valtesse insieme a Redona e Colognola venne accorpato a quello di Bergamo (2).

1920 – Bergamo, Via Maggiore del Comune di Valtesse (oggi via Giovanni Maironi da Ponte). L’edificio a sinistra è il Municipio di Valtesse, come indicato dalla targa affissa sulla cancellata. La zona è posta all’incrocio con l’attuale via Bruno Buozzi

 

1920 – Bergamo, Via Maggiore del Comune di Valtesse, guardando verso Città Alta

Trascorso il periodo legale e rimosse le salme,  il primo gennaio del 1942 si diede avvio alla demolizione e nel volgere di pochi anni nulla restò della graziosa cinta ottagonale con le cappelle in stile ottocentesco, del portale, degli stessi monumenti che lo ornavano.

Il Cimitero di Valtesse da via del Roccolino nel 1930. La cappella visibile sulla destra era riservata alle monache di Santa Grata. Figura in primo piano la signora. Angela Bensoni, di Valverde, classe 1919, vissuta sicuramente sino a pochi anni or sono

Nell’interludio tra la chiusura e la demolizione, il poeta Vittorio Polli e l’amico Sandro Angelini, “curiosi e accesi per la novità del sito”, si recano a Valtesse:

“stupiti dall’atmosfera ritornammo a guardare le croci e a leggere le lapidi, sostammo timorosi davanti a un cancello aperto, prendemmo paura per le grosse lucertole che si muovevano sotto i cespugli”.

Bergamo, 1910 ca., panorama su Valverde e Valtesse ripresi da Porta Garibaldi già S. Lorenzo

Ne è scaturita la splendida e suggestiva evocazione del cimitero “fatto d’un perfetto ottagono col muro di cinta coperto di coppi; adornato di cappelle gentilizie, rotonde, quadre, esagone, con lunette e timpani di chiaro stile neoclassico.  Intorno le colline della città, una parte di Bergamo di intatto fascino e una campagna verdissima e serena.”

In quanto alla nuova destinazione delle povere salme, sappiamo quel poco che don Enrico Mangili, parroco di Petosino, rilasciò in un libro dedicato alla storia e le origini di Valtesse, pubblicato a puntate da L’Eco di Bergamo, dal 20 febbraio al 12 marzo del 1942:  “Le salme per le quali i parenti fecero richiesta vennero esumate e trasportate altrove. Furono pure levate le salme dei soldati caduti in guerra e trasportate nella Cappella” (3).

“Portarono via qualcuno, ceneri e ossa; infine restò abbandonato. Un giorno se ne andò la donna custode con il suo tavolino. Furono lasciati aperti i cancelli delle cripte e il cancello d’ingresso. Ferro ruggine, pietre spezzate, sfaccendati che giravano, innamorati impudici di notte dietro il muro. Città alta guardava, indifferente a tanta rovina.” (Particolare del Cimitero di Valtesse nell’acquaforte di Sandro Angelini e testo di Vittorio Polli)

Smarriti nell’oblio i nomi e la memoria dei tanti che vi trovarono eterna pace, a poco a poco se ne perdeva il ricordo mentre restava un grande prato che più tardi sarebbe stato destinato a campo di Marte.

 

“ERAVAMO UN COMUNE AUTONOMO E AVEVAMO IL NOSTRO CIMITERO. POI IL CAMPOSANTO DIVENNE UN CAMPO DI GRANO E SFAMO’ UNA FAMIGLIA”

Primi anni ’50: chiesa di Valverde con alle spalle l’area dell’ex cimitero di Valtesse e lo stabilimento Sace. Sull’area dell’ex cimitero non è ancora stato realizzato il campo sportivo: è questo il periodo in cui il campo venne coltivato a grano

“Ancora negli Anni Cinquanta noi di Valtesse ci consideravamo un paese a parte e non un quartiere di Bergamo. In fondo eravamo stati comune autonomo fino a una ventina di anni prima… Il nostro territorio comprendeva un’area vasta: Monterosso, Conca Fiorita, San Colombano…

Eravamo un comune agricolo, collinare. E avevamo il nostro cimitero, in quella che per noi era la nostra periferia, verso Bergamo, in via Ruggeri da Stabello, quello che poi è diventato il campo sportivo militare Utili e quindi adesso centro sportivo credo comunale.

Panoramica dell’area di Valtesse, San Colombano e Monterosso (edificato nel 1960). A sinistra, prospiciente la Sace, il Campo Militare Utili, appena realizzato sull’area dell’ex Cimitero (la ripresa è del 1958)

Era un cimitero in piena regola che accoglieva i defunti del Comune di Valtesse e, per lungo tempo, anche quelli di Città Alta. Finchè un certo giorno, era il 1929, venne decretato che non si poteva più seppellire i morti nel nostro cimitero, ma che bisognava confluire nel cimitero di Bergamo, il monumentale. Le sepolture esistenti restavano per gli anni decisi nei diversi contratti, dopo di che bisognava riesumare le salme. Di fatto il nostro cimitero – che aveva ospitato anche i resti illustri di Gaetano Donizetti e Simone Mayr, per esempio – venne chiuso definitivamente nel 1941 e le salme riesumate portate al Cimitero di via Borgo Palazzo. A quel punto, riesumate le salme, il cimitero divenne un nuovo pezzetto di campagna e venne dato da coltivare proprio alla mia famiglia, prima di diventare successivamente un campo sportivo. Il campo dei morti, seminato a frumento, diede alla nostra numerosa famiglia modo di vivere” (4).

Valtesse, area ex-cimitero: operai al lavoro per la bonifica del campo

 

Via Baioni e lo stabilimento Sace nel 1947

 

Il campo sportivo Utili e la Sace intorno al 1960. I pendii  della Maresana, ancora verdissimi, sono pressochè disabitati

 

I MORTI ILLUSTRI

Il cimitero di Valtesse si distingueva per i molti nobili che risiedevano nell’Alta Città e dunque non c’è da stupirsi se questi ultimi, ormai privati insieme alle famiglie di maggior censo di arche più o meno monumentali all’interno delle chiese, venissero seppelliti accanto ai plebei.

E così nel piccolo e modesto cimitero i nomi illustri si univano a quelli dei  compagni della vita e a molte coppie di sposi – “finiti quasi insieme, per armonia di sentire” – nonchè agli artisti. Giacquero qui anche le monache di Santa Grata, che avevano una propria dignitosa cappella e i loro nomi erano indicati al mondo così:

“Signora Idelfonsa… Morta di 50 anni.”

Giuseppe Daldossi, il cui padre, dipendente comunale, si occupò della demolizione del cimitero, raccontò che quando si demolì la grande cappella delle suore del monastero di Santa Grata, “la Madre Badessa volle che nell’esumazione dei corpi (traslati poi al Cimitero Unico) si procedesse nei dovuti modi: a tal fine chiamò a collaborare il portinaio-sacrista del monastero, che a tempo perso faceva l’armaiolo in un piccolo laboratorio annesso alla sua abitazione.

Nel procedere all’apertura dei loculi, si poté constatare con grande meraviglia che la consistenza delle bare, tutte costruite con legno massiccio e ti tale spessore che, a detta dell’esperto portinaio-sacrista, potevano ancora essere utilizzate – pur a distanza di tanti anni, in alcuni casi più di un secolo – per fare calci di fucile. Le bare all’interno erano state tra l’altro rivestite da una specie di catrame, per cui i corpi delle suore apparivano mummificati”.

Giacquero anche, nel cimitero di Valtesse, Simone Mayr e il suo allievo Gaetano Donizetti, poi traslati sotto le volte di Santa Maria Maggiore.

L’ 11 aprile del 1848 la salma di Gaetano Donizetti veniva deposta nella Cappella della nobile famiglia Pezzoli, dove rimase fino al 26 aprile 1875. A quella data, esumati i resti del grande musicista e quelli del suo maestro  Simone Mayr, vennero rese ai due illustri musicisti solenni onoranze che si conclusero con la deposizione delle loro ossa in S. Maria Maggiore.

Monumento funebre a G. Donizetti in Santa Maria Maggiore (Bergamo, Taramelli, riproduzione datata 1890 circa)

 

La solenne cerimonia della traslazione di Donizetti e del maestro Mayr nella basilica di S. Maria Maggiore – 1875

 

La solenne cerimonia della traslazione di Donizetti e del maestro Mayr nella basilica di S. Maria Maggiore – 1875

Nel cimitero di Valtesse ebbero ancora sepoltura i maestri Antonio Cagnoni ed Alessandro Nini; le loro ceneri  il 27 ottobre 1925 furono trasferite al Famedio cittadino.

Miniatura del poeta Pietro Ruggeri da Stabello eseguita da Faustino Boatti nel 1831 ). Il poeta, padre della poesia vernacola bergamasca, venne sepolto nel cimitero di Valtesse nel gennaio 1868. “Poveretto! Lui, un amante delle liete brigate, lui che tanto aveva riso e fatto ridere, negli ultimi anni della sua vita, si vide un po’ alla volta abbandonato da tutti gli amici e gli ammiratori dei tempi più lieti. Ma non perdette per questo il suo buon umore che conservò fino negli ultimi istanti. Morto in una stanzetta di una casa situata in Via Mura in Borgo S. Caterina. Un ristrettissimo corteo di amici lo accompagnò all’ultima dimora in una fredda scialba giornata del gennaio 1858: e la sua salma andò confusa con tutte le altre nella fossa comune. E lì giacque nel più assoluto oblio per dodici anni finché qualcuno pensò a ricordarne la memoria con un modesto ricordo” (5)

 

Cimitero Monumentale di Bergamo. Le lapidi di tre illustri pittori bergamaschi, un tempo sepolti al piccolo cimitero di Valtesse, i cui resti sono andati dispersi: Marco Gozzi, Vincenzo Bonomini e Pietro Ronzoni. Le tre lapidi sono apposte sul muro di cinta posto dietro la Chiesa di Ognissanti e confinante con via Serassi. Probabilmente furono portate al Monumentale poco prima che il cimitero di Valtesse venisse demolito. Notate la tavolozza in pietra sopra la lapide centrale  (foto dell’autrice, datata 02/11/2018)

“Dispersi andarono invece i resti degli storici Giovanni Finazzi e Agostino Salvioni, dei pittori Marco Gozzi, Vincenzo Bonomini  e Pietro Ronzoni, dello scultore Luigi Carrara, del melodico poeta romantico Samuele Biava de’ Salvioni la cui lapide tombale lo ricordava come “non ultimo dei pensatori che auspicarono il Risorgimento italiano”, del naturalista Giovanni Maironi da Ponte (del quale non fu possibile l’identificazione della salma), dei giureconsulti Gaspare Carcano e Luigi Tiraboschi, di Gaetano Alberigo da Rosciate “che ebbe sotto diversi governi cariche di rilievo” e di Giovanni da Rosciate con il quale si è spenta questa famiglia bergamasca celebre per il suo Alberico, del prof. Elia Zerzi che “raccolse e illustrò la flora bresciana”, del prof. Giuseppe Venanzio matematico, fisico, filosofo; del prof. Pietro Luigi Dahm insegnante di tedesco al liceo e dell’ing. Cesare Noris pure insegnante di discipline matematiche, del medico Federico Maironi da Ponte”… E l’elenco dei sepolti in oltre un secolo di storia potrebbe continuare per pagine e pagine.. (6).

Autoritratto ironico del pittore Vincenzo Bonomini (Bergamo 1757 – 1839), autore dei famosi sei pannelli Macabri realizzati prima del 1816 e  conservati attorno all’abside dell’altare principale della Parrocchia natia: quella di Santa Grata inter vites in Borgo Canale. Con questa sarcastica rielaborazione del memento mori, Bonomini ci ammonisce ricordandoci che al di là della condizione sociale, dell’età, dell’intelligenza e del credo di ognuno, la nostra mortalità ci accompagna in ogni istante della nostra vita

A proposito di Bonomini, Roberto Bassi-Rathgeb negli anni Cinquanta scriveva che “in uno di quei vagabondaggi fuori porta che talvolta ci si concede volentieri per evadere alcuni momenti dal rumore della città, mi accadde di passare nelle vicinanze del piccolo cimitero abbandonato di Valtesse; uno squallido camposanto ingoiato oggi dalla vicina Bergamo in continua espansione, che apriva malinconicamente la sua cinta in rovina al visitatore curioso e desideroso di un intimo senso di pace. Fra quelle tombe appena segnate tra le erbe cresciute da tempo senz’ordine, presi a camminare quietamente senza provare l’oppressione della solitudine, giacchè i nomi sui cippi e sulle lapidi facevano dell’ex camposanto una piccola città silenziosamente abitata da individui affiancati in perenne armonia. Orbene, mentre mi aggiravo presso il lato meridionale del muro di cinta, a pochi passi dal punto dove fu il primo tumulo di Gaetano Donizetti, vidi i frammenti d’una lastra funeraria che giaceva al suolo, abbandonata ormai da ogni pietà umana. La curiosità mi fece chinare. E lessi l’epitaffio: ‘A Vincenzo Bonomini, valente pittore morto il 17 aprile 1839 all’età di ottantatre anni, e all’unica sua figlia Maria Luigia, morta il 14 ottobre 1850 nell’età di diciotto anni, Maria Annunciata Bonomini nata Colombi – moglie e madre desolata – ha posto implorando il riposo dei giusti.

Cimitero Monumentale di Bergamo. La lapide di Vincenzo Bonomini qui trasportata dal Cimitero di Valtesse (foto dell’autrice, datata 02/11/2018)

I nomi di altri artisti, come il Ronzoni e il Gozzi, che poco prima avevo letto sulle loro sepolture, non mi avevano suscitato un particolare interesse; una strana emozione invece mi colse nel trovarmi d’improvviso di fronte a Vincenzo Bonomini proprio in un luogo che per un certo perido della sua vita era stato l’ambiente dei suoi pensieri, fino a disegnare gli uomini, nelle manifestazioni della vita quotidiana, sotto forma di scheletri, quasi fosse la cosa più naturale di questo mondo! E tutto ciò senza lo spirito cupo e sarcastico di molti artisti stranieri, ma con un fare del tutto bonariamente ironico”.

 

IL “POER NADALI” E LA “COMAR DE ALTESS”

Il parroco di Valtesse scrisse che fuori del recinto cimiteriale, specialmente ai lati del viale d’accesso, dal 1848 al 1851 venivano sepolti i patrioti che l’Austria abbatteva col piombo nelle fosse del Castello di San Vigilio o sugli spalti di S. Agostino, o che più ignominiosamente impiccava sulla spianata della Fara per delitti comuni: supplizio che avrebbe dovuto essere riservato soltanto ai peggiori delinquenti, ma che l’Austria applicava anche ai disertori, ai renitenti della leva oppure a coloro che avevano contravvenuto alla legge marziale del 1848 per detenzione e occultamento di armi: tutti per maggior parte provenienti dal contado.

Tra costoro si trovavano anche delinquenti comuni. Apparteneva a questi ultimi il “pòer Nadalì”, che condannato dal tribunale austriaco al capestro per gravi reati, prima di subire il supplizio fece ammenda delle proprie colpe ricordando la sua disgraziata giovinezza di trovatello e invocando ed ammonendo i genitori a vigilare sui propri figli.

Il pentimento o l’innocenza si questo bandito commosse il popolino, che a lungo invocò indulgenza nelle preghiere, recando fiori e accendendo ceri sulla sua tomba anonima, posta all’entrata del cimitero di Valtesse.

Sereno Locatelli Milesi ne raccontò la rocambolesca storia:

“Ecco, lontano, quasi ai piedi del colle, la Chiesa Prepositurale di Valtesse… che si profila fra il verde. Vedi il vecchio Cimitero? Vuoi sentire la storia del “Povero Nadali?“

Ascolta:

Il Nadali è stato un famoso – tanto famoso che di lui neppure si ricorda il cognome — delinquente dei primi dell’800, reo convinto di numerose grassazioni e di parecchi omicidi, e come tale condannato alla pena del capestro.

Impiccato sovra uno spalto della Fara, prima di passare il collo nel laccio fatale, aveva ottenuto di concionare gli intervenuti allo… spettacolo: e rivolgendosi specialmente alle madri di famiglia aveva raccomandato ad esse di vigilare l’educazione dei figlioli: perchè lui, povero Nadali, non si sarebbe trovato in quelle belle condizioni se la madre sua non lo avesse abbandonato a se stesso, ai pericoli della strada, alle insidie delle cattive compagnie.

Sotterrato in questo Cimitero, fuori del sacro recinto — come era costume del tempo — la sua fossa è stata per molto tempo meta costante del popolino, che recava tributo di fiori, di ceri e di preci, ritenendo per fermo che il Nadali fosse diventato poco meno di un santo.

Molti anni dopo, quando, per allargare il Cimitero, si dovette abbattere la cinta e provvedere al nuovo scavo, non si trovo più traccia della salma: il popolino gridò al miracolo: il Nadali, dopo aver ottenuto la grazia di entrare in Paradiso, aveva ottenuto anche quella di entrare nel Cimitero…”.  (7).

Pure in terra non sacra – aggiunge il parroco – venne sepolta certa Bongiani, meglio nota come la ‘comàr de Altess’, famigeratamente celebre al tempo dei nostri nonni.

Questa donna esercitava la professione di levatrice nel comune di Valtesse e godeva di molta stima e considerazione, finchè, per caso, venne scoperto che essa capeggiava una banda di rapinatori che di notte, sulla strada che corre poco lontano dal cimitero e allora del tutto isolata, aggrediva e derubava i carrettieri o altri passanti. Arrestata, subì il capestro nel 1851.

“Confortava i condannati nelle estreme ore, una caratteristica figura di sacerdote, Don Fantino Premerlani (Don Fantì), spirito altamente patriottico, originale e arguto tipo bergamasco, negli ultimi anni della sua vita bibliotecario alla Civica. Anch’egli – nel 1890 – ebbe estremo riposo nel cimitero di Valtesse.

Quanta pietà, quante dolorose vicende, quante lagrime, quanti ricordi, quante leggende intorno a questo triste luogo, avvolto ormai nell’oblio, nell’inesorabile oblio dei vivi” (8).

Oggi l’impronta dei nostri passi scivola distrattamente su quelle antiche memorie, posate a mo’ di selciato sulla breve gradinata che dal Mercato delle Scarpe conduce in piazza Angelini.

La scalinata di raccordo tra Piazza Mercato delle Scarpe e Piazza Angelini (allora piazza Pendezza), selciata da porzioni di lapidi provenienti dal demolito cimitero di Valtesse

 

Porzioni di lapidi provenienti dal demolito cimitero di Valtesse, posate sul selciato della gradinata tra piazza Mercato delle Scarpe e piazza Angelini.

Chissà quante volte, senza nemmeno saperlo, abbiamo calpestato i nomi di coloro che senza distinzione dì età e di ceto sociale si sono tenuti per mano nel mesto cimitero adagiato all’ombra della città antica.

 

NOTE

(1) Marco Cimmino, Il mistero di via Lapacano, dove le Muraine dividevano città e campagna

(2) “Al principio del regno d’Italia Valtesse contava 1008 abitanti. La sua guardia nazionale era formata da una compagnia con 110 militi attivi: aveva 71 elettori ammínistrativi e 19 politici inscritti al collegio di Bergamo. La sua Congregazíone di carità disponeva di un capitale di circa venti mila lire. A quel tempo esso formava ancora comune a sè: ma colla legge del 1935 sulla unificazione dei comuni esso è stato di nuovo riaggregato a Bergamo e non ne rimase distinto che nel campo ecclesiastico” (don Enrico Mangili, “La storia e l’origine di Valtesse”, cit. In bibliografia).

(3) P. Tosino, “La storia e l’origine di Valtesse” – Pubblicata a puntate da L’Eco di Bergamo, dal 20 febbraio al 12 marzo 1942.

(4) “Il grano del cimitero”, in: (A cura di) Paolo Aresi, “Bigio Long e gli altri – Storia e storie della gente di Valtesse,Valverde, Monterosso e Conca Fiorita”. Comune di Bergamo, Circoscrizione 4.

(5) P. Tosino, “La storia e l’origine di Valtesse”, cit.

(6) “Non sappiamo se alcuno si ricordò del patriota e scrittore Pasino Locatelli, e quale sorte toccò alla sua lapide tombale che portava l’epigrafe da lui dettata (…)”. Fra i sacerdoti:  “il primo che vi ebbe sepoltura fu il parroco di Valtesse, Valsecchi Gio Battista da Rossino, defunto il marzo 1820. Abbiamo poi tra i tanti, il sac. Antonio Cefis vice bibliotecario della Civica Biblioteca, il sac. Prof. Vincenzo Bonicelli insegnante per trentotto anni fisica al seminario, il sac. Paolo Fumio valentissimo nell’arte oratoria, Don Benedetto Mazzoleni pro cancelliere episcopale, ecc.”. “Nel periodo della dominazione austriaca vi ebbero sepoltura notabilità di quell’amministrazione; così, nel 1831, un Ernest Richeler von Binnenthal e l’anno dopo il command. K. Und K. Cav. Di Maria Teresa e S. Anna di Russia di II classe, Ludwig Freihew von Schonnermarck”. Vi ebbe sepoltura anche il poeta Rovetta (“La storia e l’origine di Valtesse”, P. Tosino, cit.).

(7) Sereno Locatelli Milesi, “La Bergamasca”, Edizioni Orobiche, Bergamo.

(8) P. Tosino, “La storia e l’origine di Valtesse”, cit.

FONTI

Luigi Volpi, “Memoria del Cimitero di Valtesse” – In memoria di Luigi Agliardi Presidente dell’Ateneo di Scienze Lettere ed Arti di Bergamo (Comunicazione fatta all’Ateneo di Scienze Lettere ed Arti di Bergamo nella seduta del 6 dicembre 1952). Il libro è stato stampato nel novembre 1952, in 371 copie numerate, dalla Stamperia Conti di Bergamo, via XX Settembre. 21 esemplari contrassegnati con lettere dall’A alla Z e 350 esemplari numerati dal N. 1 al N. 350. Esemplare 92.

Fondazione per la storia economica e sociale di Bergamo – Istituto di Studi e Ricerche, “Storia Economica e Sociale di Bergamo – Fra Ottocento e Novecento – Lo sviluppo dei servizi”.

Sereno Locatelli Milesi, “La Bergamasca”, Edizioni Orobiche, Bergamo.

(A cura di) Paolo Aresi, “Bigio Long e gli altri – Storia e storie della gente di Valtesse,Valverde, Monterosso e Conca Fiorita”. Comune di Bergamo, Circoscrizione 4.

P. Tosino (pseudonimo di don Enrico Mangili, parroco di Petosino), “La storia e l’origine di Valtesse” – Pubblicata a puntate da L’Eco di Bergamo, dal 20 febbraio al 12 marzo 1942.

Memoria del Cimitero di Valtesse, di Vittorio Polli

Il Cimitero di Valtesse in un’acquaforte di Sandro Angelini

Il ricordo che Vittorio Polli ci ha lasciato attraverso questa testimonianza legata al piccolo Cimitero ottocentesco di Valtesse, oltre a costituire di per sè un frammento assai prezioso di storia cittadina, rappresenta – seppur con il tono mesto ed elegiaco della narrazione – un minuscolo spaccato della sensibilità collettiva nei confronti della morte nel periodo romantico, così ben analizzata dallo storico e filosofo francese Philippe Ariès nel suo I luoghi della morte in Occidente. Dal medioevo ai giorni nostri (1).
L’Ottocento è caratterizzato infatti da una sensibilità nuova, che non tollera più l’indifferenza tradizionale nei confronti dei morti ma che vede piuttosto l’insorgere del sentimento della pietà verso i defunti (da cui poi scaturirà la venerazione della tomba, con relativi flussi migratori verso i cimiteri), che possiamo ampiamente rintracciare nel presente racconto.

Particolare del Cimitero di Valtesse in un’acquaforte di Sandro Angelini

“Scompaiono anche i cimiteri: i morti, le lapidi, i cespugli sempreverdi; e dove un giorno eran le tombe si ritrova un terreno arato.
Da quando nel cimitero non si sotterra più nessuno, incomincia la vera morte. L’erba devasta; corrono ramarri e lucertole, signoreggiano cespi di verde sulla terra grassa; le arenarie si sfaldano, le parole gemono colore sul marmo bianco, il muschio si abbarbica alle pietre, i ferri diventano rossi di ruggine, l’oro delle corone volge al vecchio.
Croci sbilenche, ferri storti, cancelli aperti, muri scrostati: resiste il silenzio, non c’è segno di passo umano. L’uomo è tenuto lontano dalla paura e dai fuochi fatui.
La distruzione la compiono il vento, l’acqua, la ruggine, gli animali che vivono coi morti marciti sotterra.
Non c’è ancora chi ruba a questo punto dell’agonia del cimitero; la paura e i fuochi fatui tengono lontana la mano sacrilega del malfattore.

Particolare del Cimitero di Valtesse in un’acquaforte di Sandro Angelini

Dopo, i ricordi posti dai vivi non saranno più ricordi, ma solo nere lacrime sulle lapidi, lacrime di pioggia, cose destinate a perire.
Gli angeli tagliati nella lamiera, battuti nel ferro per le sepolture dei fanciulli lasceranno cadere di mano il violino, le lunghe trombe e così sarà spenta la musica loro dedicata e la tenerezza delle madri per i figli perduti.
Le evocazioni dei trapassati, scolpite nella pietra, svaniranno per sempre ai nostri occhi, che riconoscevano in queste cose atteggiamenti di anime e dolori.
Le parole incise nella pietra per i morti sono le stesse che vorremmo per noi, rimpianto e ricordo, quando saremo passati di là. Chi non ha immaginato attraverso la lettura degli epitaffi il morto disteso nella bara? C’è scritta l’età, il nome, il cognome, la famiglia, la sua vita e la sua serenità di morto. In posizione supina, gli occhi chiusi, le mani tenute sul petto dal nero rosario. Gli occhi chiusi e il volto sereno di chi muore nel proprio letto.
A Valtesse è tutta gente morta così, di autentica crudele malattia. Repentina, improvvisa, prematura; forse lunga, sopportata con rassegnazione. Ma non c’è il morto della strada, della guerra e della folgore; non c’è l’ucciso dalla barbara mano di altro uomo.
La grande parte di questa gente appartiene a un mondo tramontato, a un’epoca in cui si moriva nella casa dei padri, confortati dal pianto del medico e dei familiari. E allora si poteva dormire il sonno eterno.
Non ci sono i giustiziati della politica; la politica a quel tempo non usava la morte come mezzo d’affermazione nei pubblici poteri. Sono questi i morti dell’Ottocento, tutti con croce e rimpianto e la pace di Dio implorata per loro dai vivi, che avevan tempo e animo per pregare ogni sera.

Curiosi e accesi per la novità del sito, venimmo a Valtesse; stupiti dall’atmosfera ritornammo a guardare le croci e a leggere le lapidi, sostammo timorosi davanti a un cancello aperto, prendemmo paura per le grosse lucertole che si muovevano sotto i cespugli.
Non veniva in mente quell’altro cimitero dove riposano i nostri cari; altra cosa, nulla a che fare con Valtesse. Questi non sono più Giovanni, Luigi, Giuseppe, Ottaviano, non sono persone: è tutta un’epoca morta a Valtesse.
E così c’è rimasto per anni il desiderio che l’immagine di questo luogo non andasse perduta, che le riflessioni tratte nelle sere di Valtesse o nei pomeriggi assolati venisse comunicata a qualcuno, per un rimpianto o un ricordo.

Particolare del Cimitero di Valtesse in un’acquaforte di Sandro Angelini

Conoscemmo Valtesse dapprima alla superficie: sta morendo il cimitero, tra poco sarà un prato, non esisterà più.
Era una cosa quasi romantica che sopravviveva con le sue espressioni a un momento di barbaro gusto.
I vivi mostravano qui di voler bene ai morti; un bene semplice, costernato, rassegnato, dolente, secondo le età, i casi e il morbo. Angeli e trombe per i fanciulli, musica che immaginavamo suonata dalle stesse notti tranquille per questi adolescenti. Rugiada e fiori, erbe e cespugli, piccoli monumenti.

Il bene dei vivi e la soddisfazione dei morti era l’impronta di un’epoca. Senza tragedie, senza misteri; non dicevano i loro segreti e le probabili turpitudini commesse in vita e tutto era dunque lasciato alla fantasia, convogliata dalle parole delle lapidi, affettuose e tranquille.
C’erano le illusioni sull’uomo di scienza, sull’uomo di lettere, il vir praeclarus. C’erano chiari concetti di vita intemerata, di virtù elette, di operoso lavoro.
Integer vitae scelerisque purus.
Si vedevano pochi ritratti sulle tombe di Valtesse.
E allora il volto d’una giovane donna rapita a trent’anni, nel fiore della vita, dava l’emozione intensa che solo la morte sa provocare nei viventi. E la sposa che lasciò i diletti figli e l’inconsolabile sposo? Dove ritroveremo famiglie così dolcemente legate di affetto, e i sogni che facemmo su di loro? Sogni forse suscitati per noi stessi, quasi soltanto per noi e per la fine del nostro cammino su questa terra.

Quando il vento e la pioggia avranno tutto devastato, quando croci e cancelli saranno caduti, come sognare tanto commoventi storie? Piangendo qualche cosa che non c’è più, che non abbiamo più, sentiamo maggiormente il peso e l’orrore della nostra vita attuale con le sue svariatissime e nuove modalità per morire.
I morti dei nostri giorni, quelli che sono rimasti una notte per la strada infangati e abbandonati ci spaventano d’un tratto come se questa sorte toccasse proprio a noi l’indomani.
Qui ci stanno davanti lapidi con i medesimi nomi, che rappresentano varie generazioni di una stessa famiglia. Si richiamano negli uomini e nelle donne. Giuseppe di Pietro, Pietro nipote e Giuseppe pronipote, che “posero” e “lacrimarono”. Non macchia, non infamia, non delitto, in queste esposizioni: la morte era ancora quella dello scheletro con la falce, che colpiva l’imperatore e il contadino; era la naturale compagna del vecchio, l’eccezionale ventura del giovane.

Naturalezza nel morire; poi son venute sterminose guerre, odî di parte, sovrapposti agli orrori delle guerre, cosicchè ci meravigliamo di queste vite spente, di queste luci oscurate sulla terra e trasmigrate a vivere in cielo col buio della notte.
La pietà cristiana è palese e i morti hanno l’aria di buonanime consolate; i guerrieri caduti per l’indipendenza della patria si chiamano eroi e si trovano tutti in paradiso.
“In paradisum deducant te angeli…”
I morti delle guerre perdute, trovandosi con questi, si sentiranno meschini e umiliati, come chi ha gettato male la propria vita, la propria vita buttata via per nulla.

Particolare del Cimitero di Valtesse in un’acquaforte di Sandro Angelini

Se tocchi il ferro ruggine d’una corona o d’una croce, vibra. L’angelo custode del ragazzetto perito danza e muove le ali, gioca con l’anima candida di Carletto Rubis. Il canonico delle Grazie conversa con quello di Santa Maria; gli occhi d’un vecchio contadino contemplano la sua collina poco distante, la sua terra, conservata per gli anni della vita, sulla quale camminò, vide la primavera e faticò un suo sereno mestiere.
Una colonna sta perdendo il capitello; così mossa dalla sua posizione ordinata sembra scherzare coi pipistrelli della notte. L’aria fa cigolare un cancello, poi il rumore di qualche insetto, un rumore di essere vivo, ti fa voltare di scatto.
Nessuno più si cura del verde, dei fiori, dei sempreverdi; sono gli ultimi compagni di questi morti di un secolo e rifioriscono ogni anno e faranno così finchè non verrà qualcuno a strappare le più intime radici, profonde radici andate sotterra.

Particolare del Cimitero di Valtesse in un’acquaforte di Sandro Angelini

Sembrava un’elegia questa immagine visiva di Valtesse; poi vennero altri pensieri. Come fa la morte a scegliere i suoi soggetti? E’ proprio Dio che fa morire gli uomini? Il demonio ha forse tirato per i capelli qualcuno di questi che dorme “il sonno del giusto”.
Bisognerebbe vedere qualche segno. E le lacrime ci saranno anche per noi? Soavi lacrime di sposa innamorata, verrete a confortarci?
Guardiamo a questa gente di un’epoca piena e umana, perchè non sappiamo dove riposerà la nostra morte.
Il mondo di Valtesse è finito, non può più tornare. Ha reso felice qualche generazione, mentre oggi neppure i filosofi pensano più a che cosa sia la felicità.
C’è un modo per rendersi conto degli eventi, ed è il contrasto che esiste tra una epoca e l’altra e gli effetti sulla vita dell’uomo. Venimmo qui a cercare le spiegazioni perchè vedevamo un mondo tranquillo, addormentato per sempre, che permetteva di riflettere.

I morti di Valtesse sono quelli che hanno inventato la luce elettrica, la locomotiva, quelli di “Delagrange volerà”. Noi guardiamo queste conquiste, senza badare a quello che significano per noi. Che cosa faremo noi per i nostri pronipoti, come potremo incantarli con qualche cosa del genere quando verranno a vedere il cimitero di….. che cade in rovina?
Restiamo confusi, oscuramente presaghi di tristezze; il morto della strada ci rimprovera. Conta poco ormai la vita dell’uomo.
Questa gente ci ha lasciato una eredità libera e armoniosa di pensiero e di sentimenti; il sapere, l’invenzione aiutavano il benessere dell’uomo; la scienza serviva all’uomo per la sua vita materiale. Noi non abbiamo continuato in questa direzione.
Dopo di loro con le nostre lotte incivili e tutti i nostri eccessi, scienza e poesia balbettano sovente confuse incomprensibili parole; anche comode parole, crisi di civiltà.

In qualche parte del recinto si leggono queste parole; “Natura non facit saltus”: il pellegrino uomo ha camminato sulla strada del progresso lentamente col suo fardello; è arrivato quasi fino a noi, poi s’è fermato distratto da parole che non intendeva a pieno.
Noi ci sentiamo pungolare violentemente, non possiamo camminare più: preferiamo deporre il fardello e il bastone; siamo spinti a correre, a superarci e non sostiamo mai nelle dolci sere del nostro spirito.
E così il naturale sviluppo, non esiste; non ci insegnano nulla i paragoni del creato, i nove mesi per nascere, le foglie, le stagioni, il giro del sole, lo splendore lento e ordinato delle notti lunari. Ansanti siamo, bollenti, timorosi di restare indietro; desiderosi di rovesciare tutto con un colpo rivoluzionario e di trovarci d’un tratto in un immeritato paradiso.
Forse qui ci siamo disillusi di ciò che ci sta attorno in arte, in politica e costume, mentre sotto le zolle di Valtesse i morti borbottano un rosario:

“La nostra compagnia non sia discara
Stando coi morti a vivere s’impara.”

Particolare del Cimitero di Valtesse in un’acquaforte di Sandro Angelini

Il cimitero era fatto d’un perfetto ottagono col muro di cinta coperto di coppi; adornato di cappelle gentilizie, rotonde, quadre, esagone, con lunette e timpani di chiaro stile neoclassico.
Intorno le colline della città, una parte di Bergamo di intatto fascino e una campagna verdissima e serena.
I morti erano bene collocati, in questo piano dietro l’abitato. Agonizzavano pochi salici piangenti; non cipressi, piante d’altri climi, ma salici come un richiamo alla malinconia.
Chi erano questi morti? Giacquero qui i compagni della vita, i maestri e gli allievi come Simone Mayer e Donizetti, poi traslati sotto le volte di Santa Maria Maggiore. Giacquero molte coppie di sposi, finiti quasi insieme, per armonia di sentire.
C’erano i pittori Ronzoni, quel De Leidi che fu detto il Nebbia, il poeta Rovetta. Le monache di Santa Grata avevano una propria dignitosa cappella e i loro nomi erano indicati al mondo così:

 “Signora Idelfonsa… Morta di 50 anni.”

Valtesse non fu mai ingrandito, ampliato, rimodernato; nacque una forma geometrica, si riempì di croci, di angeli custodi, di cappelle, di marmi; quando fu completo non raccolse più nessuno; vegetò dimenticato coi suoi morti e anche loro furono dimenticati. Ingrassò una flora lussureggiante e molte lucertole; poi cominciò a sfaldarsi, divenne un gran disordine di vita vegetale.
Portarono via qualcuno, ceneri e ossa; infine restò abbandonato. Un giorno se ne andò la donna custode con il suo tavolino. Furono lasciati aperti i cancelli delle cripte e il cancello d’ingresso. Ferro ruggine, pietre spezzate, sfaccendati che giravano, innamorati impudici di notte dietro il muro.
Città alta guardava, indifferente a tanta rovina.
Non lumi, i morti non eran più visitati. Forse dimenticanza di parenti, forse tutti perduti anche loro, e triste oblio di nipoti e pronipoti. Non avevano più senso neppure le lapidi, non era più vivo l’affetto e tutto il cimitero di Valtesse andava perdendo il suo tono vero, il suo ordinato sapore neoclassico che rappresentava un’epoca.

C’era un cippo storto che faceva un riassunto con queste precise parole:

“Porgete la mano a noi, poveri morti”.

Ma loro continuavano a dormire il sonno del giusto: tutta gente da paradiso.
Erano veramente discesi nella terra nera in comunione intima primordiale. Intorno al loro volto fiorivano radici, con tenuissime barbe candide, forse più delicate dei fiori.
Un odore di terra fresca deliziava le ossa che restavano bianche e intatte vicine alla purificazione. Non era un mistero, ma la vera vita dei morti ritornati a Dio creatore per le strade profonde della terra.

Le nostre visite eran furtive, camminavamo ovunque quasi senza rispetto; dapprima le lapidi ci sembrarono battute di spirito; poi venne una affettuosa riverenza, una curiosità ammirata e forse non inutili pensieri e riflessioni. Avevamo imparato a vivere coi morti. Così Sandro incise la sua acquaforte; e son già dieci anni.
E speriamo che questa memoria sia cosa opportuna; perchè se qualcuno ci chiedesse d’accompagnarlo a Valtesse, potremmo mostrargli soltanto un tratto d’erba più rigogliosa sul luogo del campo santo”.

Particolare del Cimitero di Valtesse in un’acquaforte di Sandro Angelini

 

Di Vittorio Polli.

Da: “Memoria del Cimitero di Valtesse”. In memoria di Luigi Agliardi Presidente dell’Ateneo di Scienze Lettere ed Arti di Bergamo (Comunicazione fatta all’Ateneo di Scienze Lettere ed Arti di Bergamo nella seduta del 6 dicembre 1952).

NOTE

(1) Ariès, con un metodo che potremmo definire induttivo, cerca attraverso fonti eterogenee (letterarie, religiose, giuridiche) di mettere in luce come nelle epoche precedenti ci si rapportasse alla morte al fine di comprendere i fenomeni collettivi, dinanzi alla fine della vita, che l’autore vede in prima persona nell’epoca a lui contemporanea.
Da questa ricerca uscirà come ogni periodo storico, inerente alla cristianità occidentale, sia stato caratterizzato da un suo specifico atteggiamento di fronte alla fine della vita che si basa su un preciso modo di concepire, vivere e sentire la morte.

Notizie relative alla fonte storica
La Tavola di Sandro Angelini è stata eseguita dalle Poligrafiche Bolis di Bergamo.

Il libro è stato stampato nel novembre 1952, in 371 copie numerate, dalla Stamperia Conti di Bergamo, via XX Settembre.
21 esemplari contrassegnati con lettere dall’A alla Z e 350 esemplari numerati dal N. 1 al N. 350. Esemplare 92.

La storica libreria Conti, Bergamo, via XX Settembre – 1930 ca. La libreria ha chiuso definitivamente i battenti nel 1970