Giro ad anello fra Astino e le colline di Mozzo, fra scorci mozzafiato e tracce di storia

La facile escursione, che si svolge nella parte occidentale dei colli, ricca di valenze storico-naturalistiche, si diparte dalla piana di Astino, con al centro il  complesso benedettino vallombrosano, immerso tra campi coltivati e dolci versanti terrazzati coltivati a vite e a frutteto. Il percorso si dirige verso Mozzo – dove spicca per importanza storica l’emergenza di Castello Presati – e prosegue salendo la cima del monte Gussa sino a lambire il balcone soleggiato di Villa Bagnada, dominante sulla pianura. Raggiunta la sella di Madonna del Bosco, il nostro percorso ideale s’inoltra nel Bosco dell’Allegrezza che cela, avviluppati nella folta vegetazione, i ruderi dell’omonimo “Castello”: una delle tante fortificazioni che punteggiano la zona. L’anello si conclude presso il monastero di Astino, uno dei monumenti più affascinanti di Bergamo, che al centro di una conca verdeggiante accoglie e ritempra il viandante, fra la secolare quiete delle sue spesse mura ed un piacevole effluvio aromatico sprigionato da innumerevoli essenze: il tutto, leggendo i tanti segni lasciati dai Vallombrosani in questa valle miracolosamente sopravvissuta al trascorrere del tempo.

Via Astino, arteria dell’omonima valletta, compresa fra lo sperone della Benaglia e il bosco dell’Allegrezza. I licheni che vivono sulle cortecce degli aceri americani e dei frassini ornamentali disposti lungo il viale , indicano una qualità dell’aria decisamente superiore a quella cittadina

Il giro ad anello ha inizio dalla via Astino – che raggiungiamo anche dalle vie Sudorno, Torni e Lavanderio -, dove spicca la mole del monastero vallombrosano con la torre gotica del Beato Guala e la chiesa del S. Sepolcro, totalmente recuperati.

All’inizio dalla salita che conduce al monastero il visitatore è accolto da uno splendido esemplare di Quercus petraea (rovere), che dominava questi territori prima del dissodamento per lasciar posto ai coltivi. I parenti più stretti si trovano nella Riserva boscata di Astino e dell’Allegrezza, sui due versanti della valle

Più in là, la Cascinetta del Mulino, un tempo adibita a legnaia ed oggi reception e spazio ricreativo, ricorda con il suo nome le attività che un tempo si svolgevano nella valle, ancor’oggi caratterizzata da attività agricole ad alto rendimento, grazie alla a un microclima termofilo, alla fertilità del terreno e dell’abbondante presenza d’acqua.

La vocazione agricola della conca di Astino è oggi perseguita sui terrazzamenti coltivati e nella piana, solcata dal reticolo di antiche rogge

Siamo nell’ultimo angolo della città rimasto quasi immutato nel tempo, ricco di presenze storiche e di grande suggestione paesaggistica: qui tutto “parla” del monastero e delle grandi opere intraprese dai benedettini Vallombrosani sin dal lontano 1070, quando si insediarono in terre per gran parte feudo dei Mozzo e dei Suardi, in un latifondo oggi sopravvissuto miracolosamente alla frammentazione e agli appetiti speculativi: da quel momento, i Vallombrosani cominciarono ad intrecciare una fitta rete di relazioni con le vicende politiche e civili della città.

Il monastero di Astino, adagiato su un terrazzo prativo alle prime balze della collina. Come quello benedettino di Valmarina all’opposto versante, il complesso di Astino caratterizza fortemente il luogo in cui sorge, facendone il più ricco di valenze culturali all’interno dei Colli di Bergamo

Giunti ad Astino, i frati cominciarono a dissodare e livellare i terreni e a trasformare il luogo con sapienti lavori di irrigazione, terrazzando i declivi anche con muretti a secco di contenimento, così da poterli coltivare a fondo: era il periodo in cui i lavori intrapresi dai grandi impianti conventuali di Astino, Santa Lucia e Valmarina, emancipavano l’intero territorio comunale al ruolo di suburbio agricolo del “Comunis Pergami”.

La via Astino e il suo monastero agli inizi del Novecento. La strada campestre collegava la chiesa della Madonna del Bosco al monastero ed era percorsa da processioni, contadini, carichi agricoli

Se ci guardiamo intorno, possiamo ritrovare le tracce di quel lontano passato nelle cascine sorte intorno al monastero, inserite in un disegno minuto di vigneti ed orti, di pendii tagliati a gradoni, di viottoli e scalette, di muretti costruiti a secco sorretti da archetti.

E boschi, boschi rigogliosi come quello sopra Astino, che gli abitanti del posto chiamano familiarmente “Scabla”: un querceto secolare d’importanza comunitaria, la cui forma ricorda la pelle di un orso.

Il plurisecolare querceto del bosco di Astino (Ph Claudia Roffeni)

Osservando con attenzione, vediamo intrecciarsi strettamente le storie degli uomini e del lavoro nei campi e vedere nelle vicende attuali il futuro di questa fertile valle, da sempre vocata all’agricoltura.

Le cascine sorte con l’arrivo dei Vallombrosani avevano l’aspetto di fortezze, come si evince dalle grosse mura perimetrali o dalle torri poi inglobate in ristrutturazioni postume; solo con il tempo si trasformarono in cascine aperte, i cosiddetti “sedumi” che compaiono negli antichi cabrei.

Prese forma il minuscolo borgo del Lavanderio, e, insieme, ad una fitta rete di percorsi di terra – di cui il convento era il fulcro – e di vie d’acqua.

una delle cascine sopravvissute nella valletta di Astino negli anni ’70 (Ph Edgardo Salvi)

Fin dall’epoca del suo insediamento, il monastero si approvvigionava di acqua dalla fontana “Astina”, ovvero il Lavanderio.

L’antica fontana “Astina” detta “Lavanderio”, da cui ha tratto origine la denominazione del borgo (Ph Claudia Roffeni)

L’autorizzazione alla captazione da parte del Podestà di Bergamo risale al 1203, ma prima, nel 1156, il monastero aveva ottenuto il diritto a captare l’acqua anche dalla fontana dell’Acquamorta, che insieme alla fonte del Gavazzolo alimentava generosamente l’acquedotto di Sudorno.

Dal XII secolo la sorgente dell’Acqua Morta (documentata dal 1156), posta in via S. Sebastiano al di sotto delle Case Moroni, fornì le sue acque alla conca di Astino; ad ovest del monastero resta traccia del condotto che vi giungeva

La piana di Astino è ancor’oggi disegnata dai canali di irrigazione che documentano la sapienza delle antiche opere idrauliche intraprese dai Vallombrosani: come il Canale del Pomperduto (che deriva l’acqua dal Serio sotto il ponte di Gorle e la conduce con tre “seriole” che tagliano la città, fino alla pianura di Stezzano e Levate) e la Roggia Curna, una derivazione della Morlana, a sua volta alimentata con acque dal fiume Serio.

Ideata primariamente dai Benedettini di Astino a cavallo del 1100 d.C., fu rifatta completamente da Bartolomeo Colleoni nel 1475 per portare le acque irrigue nelle sue estese proprietà terriere ad ovest di Bergamo, quindi verso Mozzo, Curno, Treviolo e Ponte San Pietro, notoriamente in balia delle estati siccitose. La Curna è tuttora di proprietà del Luogo Pio della Pietà Istituto dallo stesso condottiero.

Oggi il reticolato idrico è stato semplificato per facilitare il movimento dei moderni mezzi agricoli e i canali sono stati approfonditi allo scopo di drenare i campi convogliando l’eccesso delle acque superficiali.

Affiancato da platani e ontani, l’antico canale disegna oggi una grande ansa tra i campi, accorpati dal secondo dopoguerra in seguito all’abbandono delle campagne. Nel tratto a valle dell’attraversamento stradale, costituisce un corridoio ecologico con canneti e ripe vegetate, offrendo rifugio a fauna e flora spontanea

Ancor’oggi la valle d’Astino ha acque proprie, sia di origine sorgentizia, sia perché solcata da canali d’impluvio (qui nasce il torrente Morletta), mentre la falda sotterranea, ricca d’acqua, alimenta il pozzo recente servendo l’attuale progetto agricolo biologico: acque preziose, da sempre tenute in grande considerazione e gestite con oculatezza, a partire dai primi contadini che vi abitavano.

Tra gli appezzamenti di maggiore estensione oggi si alternano cereali (frumenti, segale, farro) e leguminose (soia), circondati da frutteti coltivati biologicamente. La presenza di un’ampia varietà di prodotti disponibili in ogni stagione, permette di rifornire direttamente i consumatori e i banchetti dei mercatini agricoli: un esempio di produzione a km 0

I PERCORSI

Anche le strade che percorriamo ricalcano l’antica rete dei collegamenti – imperniati sulla presenza del monastero – ed in primis il tracciato che sale al Lavanderio o quello che si inoltra nel bosco dell’Allegrezza per risalire all’antica via Bagnada, scollinando alla Madonna del Bosco.

L’antico monastero era uno snodo della strada proveniente dalla bassa Valle Brembana, che dal ponte di Briolo si dirigeva al Rizzolo del Pascolo e da lì alla sella di Madonna del Bosco, discendendo per l’antica via Bagnada, l’Allegrezza e il monastero. Raggiunto il Lavanderio, si risaliva alla Botta di San Sebastiano e da li a San Vigilio, in direzione Città Alta. Oggi il collegamento più immediato con Città Alta avviene attraverso i Torni e via Sudorno (un altro successivo asse è quello costituito da via San Martino della Pigrizia che da via Longuelo o da Strada Vecchia saliva a confluire in via Borgo Canale, antico confine tra le vicinie)

Il borgo del Lavanderio, il cui nome deriva dal lavatoio ancora presente, è sorto proprio sul percorso che collegava Città Alta – e lo stesso monastero di Astino – ai ponti di attraversamento sul Brembo attraverso Rizzolo del Pascolo; un percorso la cui antichità è comprovata dalla torre difensiva  medioevale, mozzata ed inserita nella cortina edificata posta all’altezza del portico, il quale ne ha celato la vista dalla valletta.

L’erta salita che conduce al minuscolo borgo del Lavanderio (Ph Claudia Roffeni)

IL PERCORSO: TRA VILLE, BOSCHETTI E ANTICHE FORTIFICAZIONI 

In un ambiente così conservato, percorrendo il nostro itinerario possiamo ancora “leggere” i segni del sistema difensivo medioevale eretto attorno alla città, di cui vi sono ampie tracce nelle strutture isolate d’avvistamento e segnalazione presenti tra Longuelo e Mozzo, dove, sia in pianura che in collina, sorgono torri, “castelli” e cascine turrite.

La zona di Astino è proprio quella che conserva il più articolato sistema di torri e fortificazioni, che controllavano le principali vie di penetrazione proteggendo sia il suburbio che la città murata, compresi i borghi che erano sorti lungo i suoi fianchi (a loro volta protetti da addizioni, cui si accedeva attraverso porte fortificate come quella dei Sanici in Borgo Canale).

A oriente della valletta di Astino, il colle di San Matteo della Pigrizia termina con l’emergenza settecentesca di villa Benaglia sorta sul luogo di un’antica fortificazione databile intorno al XV secolo, posta in collegamento visivo le  torri circostanti

All’estremità nord-occidentale dei colli, l’antichissima roccaforte di Sombreno, posta a controllo delle valli Brembana e S. Martino, svolgeva le medesime funzioni di avvistamento, mentre al vertice di tutto il sistema di segnalazione il Castello di S. Vigilio e, dal XIV secolo, la Rocca sul versante opposto, assicuravano in caso di pericolo una puntuale difesa.

Lo stesso monastero era in contatto visivo con la trecentesca casa-torre che sorge ad ovest, in via Astino 41, proprio in angolo con via Ripa Pasqualina: un antico fortilizio inglobato in un edificio.

La torre di via Astino 41

 

La fortificazione all’angolo tra via Astino e via Ripa Pasqualina, come si presentava nel 1910

Era poi in contatto visivo con la torre della cascina Bechèla (Becchella), nella via omonima, che si innesta allo svicolo tra via Astino e via Madonna del Bosco.

La Torre trecentesca della Cascina Becchella, posta al centro di un complesso rurale che incorpora la rozza torre, valorizzata in un successivo restauro. La via prende il nome dall’antica cascina fortificata Boccaleone detta Bechèla

Proseguendo per via Madonna del Bosco ed oltrepassata la cascina-trattoria Lozza, con animali in bella mostra per la gioia dei bambini, ci dirigiamo verso l’edificio delle Suore delle Poverelle (fondato nel 1869 dal Beato don Luigi Palazzolo ed ora casa di riposo per le suore), raggiungendo in breve la Chiesa di Madonna del Bosco, costruita nel 1762 abbattendo la primitiva cappella del 1615.

La chiesa di Madonna del Bosco, sorta nel 1762 in luogo di una cappella votiva dedicata alla Madonna che era stata eretta nel 1615 dalla gente della Val d’Astino, in questa località evidentemente ricca di alberi. Dal 1925 è chiesa parrocchiale

All’inizio dei tornanti che salgono ripidi alla sella di via Madonna del Bosco (strada aperta nel secondo dopoguerra), la piccola via della Vena portava a una cava di pietra arenaria, ora abbandonata, e le cui tracce sono ben visibili sui tornanti della nuova strada.

La fontanella che si incontra all’imbocco di via Castello Presati

Ma all’altezza della chiesa il nostro itinerario piega a sinistra lungo la pianeggiante via Castello Presati, che prende il nome dal possente fortilizio dei Capitani di Mozzo e che si incontra dove la strada, restringendosi, diviene sterrata.

In via Castello Presati

Mantenendoci lungo via Castello Presati costeggiamo il muro del campo da golf, attraversato da un antico bosco di roveri, incontrando diversi edifici tra cui la Casa Carnazzi e l’attigua cappella dedicata a Sant’Anna, sorte in età barocca quando Mozzo acquisì un ruolo di villeggiatura suburbana.

Villa S. Anna, in via Castello Presati

Giungiamo quindi a Castello Presati, adagiato su un dossello coltivato a vite e alla cui base sorgono cascine dal tardo medioevo. L’edificio è identificato nelle sue strutture più antiche con il castello dei signori di Mozzo.

Cartello Presati, citato all’inizio del XII secolo da Mosè del Brolo, è posto su una collinetta  in vista delle difese di Astino ad est e del territorio a ovest

Si sostiene che la sua torre quadrata sia stata fatta abbassare in epoca Napoleonica.

La corte di Castello Presati. Verso monte si intravedono il bellissimo arco acuto dell’ingresso e gli spigoli vivi delle pietre angolari

Da via Castello Presati, lasciata a sinistra la via che scende verso Longuelo, proseguiamo per via Borghetto di Mozzo, ammirando la conca stretta tra lo sperone del castello Presati (265 m.) e quello del colle Lochis (m. 287-309 s.l.m.), la propaggine che conclude a sud-ovest il sistema collinare, caratterizzando il crinale con cipressi secolari e disegnando il pendio con la trama dei vigneti e le case a corte con rustici, aperte a meridione.

Il colle costituiva una linea fortificata avanzata a difesa della città, dominata dal “castrum” dei capitani di Mozzo, un’importante famiglia documentata nel IX secolo, che contribuì alla nascita del monastero di Astino.

Colle Lochis, in territorio di Mozzo, dominato dalla residenza sorta in luogo di un’antica fortificazione, sul crinale caratterizzato da viale di cipressi. Alla base del pendio dolce e riparato si sviluppa il nucleo del Borghetto

Fiancheggiato il centro di recupero funzionale (ex Ospedale di Mozzo), continuiamo su via Borghetto (che segue l’andamento del colle tra villette, vigneti e bosco) sino a via Castello (una via asfaltata chiusa alle auto da una catena), che seguiremo in salita piegando a destra. Più si sale e più il panorama diviene ampio ed invidiabile.

Dopo il tratto di salita, la via Castello diviene pianeggiante sovrastando bellissimi vitigni; raggiunto il punto in cui la strada comincia a scendere, abbandoniamo via Castello per piegare nettamente a destra (indicazioni) imboccando il largo sentiero 805 CAI che si immette nel fitto e fresco bosco.

Poco oltre, raggiunto il primo bivio sentieristico, pieghiamo a sinistra per raggiungere in poco più di dieci minuti la modesta cima del Monte Gussa (390 m) in territorio di Mozzo (segnavia 807 CAI), dove è presente la croce metallica costruita dagli scouts nel 1950 e ricostruita dagli Alpini di Mozzo nel 1981.

La croce metallica del Monte Gussa in territorio di Mozzo: una zona attorniata da sentieri

Torniamo al precedente bivio sentieristico e pieghiamo a sinistra per raggiungere in breve la carrareccia che costeggia il lungo muro di contenimento della tenuta dell’imponente Villa Bagnada , punto panoramico in comunicazione visiva con il colle della Benaglia.

Villa Bagnada, immortalata da Claudia Roffeni. L’interno della villa è completamente affrescato

La villa, un esempio di architettura neoclassica di fine dell’Ottocento concepita come casa di villeggiatura, fu presumibilmente occupata dai capitani di Mozzo, data la sua posizione e i muri medioevali su cui è fondato il corpo centrale.

Vista frontale di Villa Bagnada, immersa nell’omonima tenuta (Ph Claudia Roffeni)

La dimora,  oggi dei fratelli Bonassi, si trova al centro di un paesaggio collinare ancora integro, dominando sola soletta la conca, al limite del bosco, e restando ben visibile dalla pianura.

Villa Bagnada: la semplicità dell’architettura è riscattata dalla bellezza della posizione e della natura. Su via della Vena, ai piedi del colle, è segnalata anche una cascina Bagnada bassa

 

L’interno dell’attigua chiesetta, costruita nel 1661 dal nobile  Giacomo Francesco Bagnati del fu Guardino, conserva una pala d’altare raffigurante una Madonna con Bambino, S. Francesco d’Assisi e S. Felice

Nonostante la modesta quota (338 m), il panorama sulla città di Bergamo e sulla pianura occidentale è davvero apprezzabile e la vicinanza ricorda la vicina frasca, ormai divenuta casa privata, cui si accedeva dalla sterrata di via Caneva (da “cantina, deposito di vino”, appunto).

Via Caneva, strada campestre posta tra via Bagnada e via Rabaiona

Lasciata alle spalle l’omonima villa, ripariamo mantenendoci su via Bagnada, che diviene in breve nuovamente asfaltata, e proseguiamo sempre dritti su via Rabaiona, toponimo derivante probabilmente dal cognome Rabaioni o Rabaglio, conservato nel nome di una cascina.

In lieve discesa raggiungiamo la sella di Madonna del Bosco (il valico che collega la conca di Astino con quella di Sombreno) per immergerci, al di là della strada, nel fitto bosco dell’Allegrezza attraverso un sentiero che ridiscende dolcemente sino al bivio sentieristico che indica verso destra la direzione per il Castello – Cascina dell’Allegrezza.

Il bosco dell’Allegrezza, in vista dell’antica fortificazione. Il toponimo sembra derivare dal termine “Grangia”, deformato in “Granza”; troviamo nel corso dei secoli: “la Granza”, “Alagranza”, “de la legranza”, “Allegraza”, “Allegrezza”. Ma potrebbe essere anche una deformazione del termine “leporizia”, un’allusione alla ricchezza di selvaggina (Ph Claudia Roffeni)

In breve raggiungiamo i ruderi del Castello dell’Allegrezza (280 m), nel medioevo presidio fortificato di proprietà della potentissima famiglia Suardi, inserito nel sistema difensivo del suburbio. Era dotato di un’alta torre di avvistamento posta in contatto visivo con il Castello Presati.

I ruderi del Castello dell’Allegrezza, presidio fortificato medioevale poi adattato a cascina (Ph Claudia Roffeni)

 

Il Castello dell’Allegrezza, proprietà fortificata della potentissima famiglia Suardi (Ph Claudia Roffeni)

Esaurita la funzione originaria, il complesso venne adattato a cascina con l’apertura di alcune finestre, la creazione di una corte e la costruzione di un porticato sul fianco est, per poi essere abbandonato alla fine degli anni 50 del secolo scorso.

I ruderi lasciano trapelare la solida geometria delle sue architetture, con le cortine murarie in massicci blocchi di pietra a vista, accuratamente squadrata (Ph Claudia Roffeni)

Il Castello è immerso in una Riserva tutelata, grazie alla presenza di un querceto misto a specie rare nella collina Bergamasca (come il cerro), lungo il sentiero che congiunge la Madonna del bosco alla valletta di Astino.

Scorcio sul bosco dell’Allegrezza con il suo “Castello” (Ph Claudia Roffeni)

Non mancano i castagni, che erano fonte di alimento e di materiale da impiegare nel vigneto e per riscaldare e, con un po’ di attenzione, si scoprono anche i vecchi terrazzamenti.

Il Castello è immerso in un’area speciale di tutela, grazie alla presenza di un querceto misto a farnia, rovere e specialmente cerro (ampiamente diffuso in Appennino e facilmente riconoscibile per la cupola della ghianda aculeata), con carpino bianco e frassino minore, un’autentica rarità nella collina Bergamasca, ove prosperano i robineti e i vecchi castagneti che tentano a fatica di ritornare querceti come in origine (Ph Claudia Roffeni)

 

Il ruderi del Castello-Cascina dell’Allegrezza (Ph Claudia Roffeni)

Ritorniamo indietro sino al precedente bivio e seguiamo ancora in discesa il sentiero che in breve si immette sulla strada asfaltata di via Allegrezza, da cui si apre una veduta di largo respiro sulla piana coltivata di Astino.

Dalla via dell’Allegrezza si può godere della vista del terrapieno del monastero, un tempo destinato alle colture difese dagli alti muri e i cui prodotti erano destinati alla cucina. Si può anche apprezzare l’eccezionale l’amenità del luogo e il profumo delle essenze (camomilla, malva, calendula, menta ed equiseto) e il colore delle bacche mature (more, lamponi, mirtilli giganti, cespugli di ribes rossi e gialli, di uva-spina e fragole), ricche di vitamine ed antociani dalle proprietà antiossidanti

Percorriamo la strada raggiungendo in breve tempo il complesso monastico, che i frati rinnovarono dagli inizi del ‘500, quando nella valletta fortificata intervennero importanti cambiamenti.

Il chiostro dell’ex monastero di Astino prima degli interventi di recupero

AGLI ALBORI DEL CINQUECENTO: IL RINNOVAMENTO AGRICOLO E LA NASCITA DELLE CASE DI VILLEGGIATURA

Con gli interventi di rinnovamento eseguiti nella chiesa e nel monastero anche  la terra divenne oggetto di un rinnovato impegno di sfruttamento agricolo: le nuove cascine sorte intorno al monastero e distribuite lungo il calibro minuto  dei tracciati medioevali, vennero adattate ad usi rurali, così come i robusti impianti fortificati circostanti quali il Castello dell’Allegrezza o la torre del Lavanderio, che da quel momento vennero a dipendere dall’abbazia: un documento del 1516 rivela che il terreno intorno al Castello dell’Allegrezza era ‘coltivato a vite, prugni, castagni da frutto e da legna, meli, peri, noci, ciliegi, fichi, salici, roveri, cerri’.

L’ambiente naturale intorno ai ruderi dell’antica Cascina-Fortezza dell’Allegrezza (Ph Claudia Roffeni)

Già nel Quattrocento, sulla collina di San Vigilio erano sorti i primi roccoli,  avviando una tradizione tipica della terra bergamasca e dei suoi abitanti. Ora considerata pratica crudele, la caccia con le reti era un tempo l’unica che consentisse a montanari e contadini di aggiungere nel piatto – dove prevaleva la polenta – la saporita carne degli uccelli stanziali e di passo; quotidianamente, dai colli giungevano alla città  lunghe sfilze di tordi.

L’inizio del Cinquecento è anche il momento in cui la plaga di Astino è già ambito e collaudato luogo di villeggiatura suburbana, con le “villulae” che punteggiano qua e là i crinali ed i pendii.

L’ingresso di un’antica dimora affacciata sulla valle di Astino, lungo la strada del Lavanderio (Ph Claudia Roffeni)

 

Prospetto della dimora affacciata sulla valle di Astino, lungo la strada del Lavanderio (Ph Claudia Roffeni)

Ville di dimensioni raccolte affiancate da rustici, in una semplicità di elementi costruttivi, di impiego di materiali e colori, felicemente fusi in un paesaggio disegnato da alberi e coltivazioni. Oggi, non sempre riconoscibili in quanto trasformate da ristrutturazioni successive.

La forcella della Botta di San Sebastiano nel 1938: è in questo importante nodo viario che si concentrano i maggiori interventi del periodo, con la chiesa di S. Sebastiano e la cortina edificata della Botta e la piccola piazza alla quale confluiscono le vie del Colle dei Roccoli,  del Rione, S. Sebastiano (quest’ultima tracciata proprio agli inizi del ‘500) e la via Botta

La tradizione vuole che Plinio il Giovane, nipote dell’altro Plinio (morto nell’eruzione del Vesuvio), avesse una villa sui colli. Nativo di Como, Bergamo doveva essergli familiare e si volle identificare in una villa sul crinale tra il Pascolo dei Tedeschi e la valle d’Astino la dimora – chiamata ancor oggi Villa Plinia, sede delI’Istituto Palazzolo-Noviziato Suore delle Poverelle – dove trascorreva le vacanze.

Com’era Il monastero nel 1972 (Ph Gianni Gelmini)

Del tardo Quattrocento riconosciamo la “Cascina Moroni”, mollemente adagiata su un terrazzo soleggiato al di sotto della Bastia: fu edificata dai monaci di Astino come tubercolosario ad uso privato (è infatti impreziosita da affreschi di soggetto religioso) e poi divenne un edificio padronale.

Al bivio tra via Case Moroni e via del Rione, la “Cascina Moroni” è conservata nel suo aspetto originario. Dal 1600 divenne proprietà dei conti Moroni e negli anni ’50 fu adibita a “frasca”, gestita dalla famiglia Nessi fino agli anni ‘80. La sua origine non rurale si riconosce nella netta distinzione tra la parte padronale e quella rustica giustapposte, la prima con portico ad archi ribassati su pilastri di arenaria e loggia sovrastante ad archi su colonne

 

Come appariva il versante dei Torni negli anni 70, quando ancora si coltivava la vite. Via alle Case Moroni attraversa il pendio fino all’omonima cascina, in quegli anni adibita a frasca

Nella fase cinquecentesca delle ville sui colli rientra anche la non lontana Villa Benaglia, che dominando il piano di Longuelo forma una delle più spiccate emergenze architettoniche e ambientali del Parco dei Colli.

Villa Benaglia, con l’arioso fronte meridionale a portico e loggiato ad archi; il raddoppio delle arcate al primo piano richiama i loggiati rustici e i chiostri conventuali del XV secolo

Dal 1600, il versante meridionale, terrazzato dagli stessi Vallombrosani, fu vitato con uva bianca moscatella, vernaccia e malvasia, regalando la sua impronta al paesaggio della Val d’Astino.

I tralci di vite erano sostenuti da pali ricavati dai castagni del bosco e maritati a olmi o aceri campestri. La terra tra i filari, distanziati tra loro di 3-4 metri, era coltivata zolla per zolla, concimata dal letame che usciva dalle stalle

I grappoli, portati al monastero lungo i sentieri campestri, venivano immersi negli enormi tini delle imponenti cantine, dove affluivano anche uve di altri territori che fecero del monastero la prima cantina sociale della Bergamasca.

Un momento della degustazione dei vini e delle birre artigianali del Birrificio Elav nella suggestiva cornice di antiche volte in pietra delle Cantine del Monastero, tra le secolari botti in legno

 

Astino negli anni ’70 (Ph Edgardo Salvi)

LA STAGIONE LIBERTY DEL COLLE

L’antico spazio rurale è radicalmente mutato, insieme ai colori e alla tessitura dei pendii; i contadini hanno da tempo lasciato le loro cascine, trasformate in residenze stabili o di villeggiatura sul finire dell’Ottocento e ancor di più nel primo Novecento, quando gli abitanti della città hanno cominciato a scoprire le splendide colline panoramiche di monte Bastia e S. Vigilio, felicemente esposte e baciate dal sole in ogni stagione.

La fioritura del Liberty sul colle di San Vigilio (stampa di Partrick Serra)

Alle poche case che punteggiavano la conca, ch’era ancora fortemente rurale, si sono sovrapposti gli edifici in stile liberty, che hanno trasformato questi luoghi sulla scia dei modelli di città-vacanza facendo loro acquisire quella singolarità paesistica e panoramica che oggi ben conosciamo:  non più solo case di villeggiatura nella vecchia casa di famiglia o per le cacce quindi, ma vere e proprie residenze che i cittadini più abbienti hanno cominciato a costruire nei luoghi più accessibili.

L’arrivo della funicolare, con l’impianto di collegamento rapido tra S. Vigilio e Città Alta, impose la sua discreta presenza nel paesaggio collinare

Sui pendii che abbracciano la conca sono fiorite ville e villini di stampo Liberty felicemente fusi nel paesaggio vario di coltivazioni e alberi: è il caso di Villa Keller, a oriente del monastero, o del Villino Neri sui Torni, costruita su una casa preesistente e delicatamente decorata in stile.

Villino Neri sui Torni, dimora decorata in stile liberty costruita una casa preesistente, con il fronte su strada affrescato con soavi figure femminili di gusto preraffaelita e ingentilito da modanature in stile

Villa Keller, di timbro romantico-eclettico, è circondata da uno splendido parco naturalmente legato al plurisecolare querceto di Astino, adagiato sul versante nord-occidentale della dorsale di Sudorno: un bosco che, insieme a quello dell’Allegrezza, ha conservato condizioni che avvicinano agli antichi equilibri.

Villa Keller immersa nel bosco di Astino (Ph Carlo Leidi)

Ai piedi di via Monte Bastia spicca l’emblema più vistoso del fenomeno che in quel periodo fa divenire la località ambito sito di villeggiatura: la monumentale Villa Viviani, nata dalla ristrutturazione e dall’ampliamento negli anni Venti di un edificio cinquecentesco corrispondente alla torretta terminale medioevaleggiante.

Villa Viviani, con lo scenografico giardino che prospetta su via S. Sebastiano. Come altri villini della zona, le due piccole dipendenze rustiche sono di aggiornato gusto déco, mentre la parte nuova, con gli apparati decorativi interni, è neobarocca

A questa singolare ed esclusiva concezione dell’abitare si è accompagnata la fioritura di giardini, che oggi mimetizzano i crinali così come lo stesso Castello di S. Vigilio.

A poco a poco, al verde tradizionale costituito anche da colture legnose come la vite e gli alberi da frutto, si è sostituito il verde dei giardini con la comparsa di nuove essenze, anche esotiche, e l’introduzione di alcune conifere.

Il Belvedere di San Vigilio

A partire dagli anni ’50 del secolo scorso, via via che le famiglie abbandonavano le attività agricole e le cascine intorno al Monastero, si è assistito al degrado degli edifici, all’estirpazione dei vigneti, all’espansione del bosco sui terrazzamenti, alla trasformazione della piana agricola in una grande monocoltura a mais.

Le viti sono così scomparse dalla valle, con qualche rara eccezione, come in prossimità della cascina La Schésa, adagiata sul lato sud-est della conca, databile nelle sue strutture più antiche tra il ‘400 e il ‘500.

Oggi, il nuovo vigneto appena sotto il Monastero rappresenta quindi un grande ritorno.

Oggi il vigneto di Astino produce le prime uve bio della Bergamasca di chardonnay, le uve bianche destinate alla produzione di ‘bollicine’ con metodo classico, 24 mesi sui lieviti. Il terreno interfilare è gestito a prato, in luogo di una precedente monocoltura a mais. Sull’altro lato del viale è previsto un altro impianto con un mix tra due cloni di Pinot bianco e Riesling renano. Inoltre, la coltivazione di luppolo, la prima della Bergamasca, è destinata a diventare componente di una birra biologica aromatizzata con more e lamponi coltivati in loco, insieme a una vasta gamma di frutti di bosco

Anche il “colore” e la tessitura dei pendii, ora disegnati da una più minuta architettura vegetale, è cambiato, ed oggi non possiamo che ammirarne supefatti la bellezza struggente e variegata, fatta di terrazzamenti rigogliosi, campiture di colore e giardini grandi e piccoli, che donano alla valletta uno strepitoso pregio paesaggistico.

Soprattutto, la piana e le prime balze della collina mantengono le caratteristiche di un’oasi agricola, dove permane la  consuetudine della passeggiata domenicale, della colazione sull’erba o in qualche radura del bosco, con frotte di persone che percorrono viuzze, boschi, sentieri e scalette.

La scaletta della Ripa Pasqualina – toponimo derivante dalla famiglia Pasqualini, un tempo proprietaria di alcuni appezzamenti di terreno ai margini della scaletta – attraversa il bosco di Sudorno fino alla splendida balconata affacciata sulla Conca d’Oro, consentendo un percorso ad anello che riconduce alla piana di Astino

Ed infine, ben esposto sulle terrazze secolari che un tempo accoglievano viti e coltivi, è tornato l’olivo, ove un tempo vi era un podere denominato Monte Oliveto, in linea con la lunga tradizione sui colli di Bergamo.

La valle di Astino, un ambiente rurale oggi “rivisitato”, tanto da potersi fregiare dell’ambito titolo di “valle della Biodiversità”, la sezione dell’Orto botanico di Bergamo che avvicina il pubblico al Regno delle Piante utili e contribuisce a dare nuova vita al compendio agricolo e forestale di Astino

Nella piana racchiusa tra i boschi la vita scorre lenta all’ombra del monastero, dove grazie al lavoro dell’uomo la natura elargisce frutti a piene mani.

Dove la sera, il volo delle cornacchie lascia spazio al suono dei rapaci e al gracidìo di raganelle, che zittiscono al sorgere del sole quando un cinguettio indistinto prende a scandire il tempo insieme al canto del Cucù.

Nella Valle che profuma di Storia, dove il tempo sembra essersi fermato.

 

Riferimenti essenziali
“Il Parco dei Colli di Bergamo – Introduzione alla conoscenza del territorio”: “Caratteri urbanistici e presenze architettoniche”, Graziella Colmuto Zanella. “Spunti per una lettura del paesaggio del Parco dei Colli”, Lelio Pagani.
“Alle porte di Città Alta”, V. Bailo, R. Cremaschi, P. Serra – Associazione per Città Alta e i Colli di Bergamo – Spaggiari edizioni Srl, 20.

A cura del Parco dei Colli, “Progetto Il Colle di Bergamo”.  Lubrina, 1989.

Villa Benaglia e la chiesetta di San Matteo

Nel corso del medioevo, i colli che si stendono a occidente della città murata videro sorgere casolari sparsi,  piccoli monasteri, torri ed edifici fortificati, mentre a partire dal Cinquecento – e ancor di più nel Settecento – nacquero  case di villeggiatura talvolta concepite come centri di conduzione agricola.

Il colle della Benaglia visto dallo Scorlazzino

La dimora di maggior emergenza ambientale, Villa Benaglia, deve la particolare denominazione al nome dei Conti Benaglio, i cui discendenti ne detengono tuttoggi la proprietà.

Adagiata su un poggio esposto lungo il versante meridionale , la villa sorse come opera fortificata dominante il sito di Longuelo e la pianura.

Appare infatti evidente l’origine fortificata della costruzione, sia per la particolare posizione e sia per la presenza, poco a valle, di una porta di guardia duecentesca con struttura a doppio arco in pietra: la Stongarda di Longuelo o  portone di San Matteo, così chiamata per la vicinanza dell’omonima chiesa, ristrutturata alla metà dell’Ottocento e di patronato dei Conti Benaglio.

La Stongarda di Longuelo, imponente costruzione medioevale con funzione di difesa, punto di partenza per una suggestiva passeggiata lungo le propaggini meridionali attraverso il declivio di San Matteo alla Benaglia

In seguito, la villa ha subito profondi cambiamenti fino ad assumere l’attuale aspetto di dimora gentilizia; la trasformazione in residenza per villeggiatura si deve far risalire alla prima metà del Settecento, come testimonia l’iscrizione apposta sul portone d’ingresso: “nobis deus haec otia fecit a.d. 1726”.

Il colle di San Mattero alla Benaglia, al cui termine sorge l’omonima villa, 1950

Un successivo completamento della villa è stato attuato al principio del 1800, quando la trasformazione e l’ampliamento di un’antica parte rustica ha dato luogo all’attuale corpo di fabbrica a leva.

Uno scenografico viale di cipressi conduce all’ingresso principale che si apre su una corte delimitata a sud dal corpo centrale della villa.

Il viale di cipressi che introduce all’ingresso di Villa Benaglia

L’altro affaccio è verso valle, con portico, loggia e giardino pensile, cui si innesta un corpo di fabbrica aggiunto probabilmente all’inizio dell’Ottocento.

Il grande giardino, anch’esso sottoposto a vincolo, presenta, insieme agli imponenti cipressi del viale d’ingresso una notevole ricchezza di essenze arboree, alcune delle quali tipiche dei climi più miti: la palma, il nespolo, il platano e il pino marittimo, oltre che faggi, abeti, cedri del Libano e uno splendido esemplare di Bagolaro (1); vi è inoltre un interessante roccolo in rovina.

 

 

 

Il viale d’accesso giunge ad un prato antistante la villa, delimitata a monte da due case rustiche, segnate da pilastri bugnati già aventi funzione di scuderie, rimesse a servizi.

Una corte a prato ha come quinta meridionale il corpo centrale della dimora signorile, cui si accede attraverso un portale settecentesco ad arco che immette all’androne d’accesso, nel punto di collegamento tra le due parti nettamente distinte costituite dall’antico corpo principale e dall’ala aggiunta nel primo Ottocento. Da qui, la villa presenta una semplice fronte alta due piani più l’ammezzato.

A valle si apre invece l’ala più antica, con un elegante portico ad archi a tutto sesto sostenuto da snelle colonne che sostengono un sovrastante, aereo loggiato; il tutto è rivolto verso un giardino pensile con vista sulla pianura, formando una delle presenze architettoniche meglio individuate dei dintorni di Bergamo.

Le aperture nella parete interna del portico,  voltato a crociera, non sono in posizione regolare rispetto alle arcate, comprovando con ciò le integrazioni successive; il portico stesso si prolunga fino all’androne d’ingresso, che è laterale rispetto al corpo principale ed ha il portale settecentesco ad arco in asse con il viale d’accesso.

All’interno dell’edificio cinquecentesco, al piano del cortile (cui corrisponde a sud il giardino pensile con balaustra in pietra), vi sono sale con soffitto di legno decorato e pareti affrescate nella fascia superiore.

La sala più notevole, quella all’angolo nord-est, è coperta da una bellissima volta decorata a stucchi con affreschi di fine XVI secolo raffiguranti le otto “Beatitudini” di G. P. Cavagna; nella stessa sala è situato un camino con sovrastante specchio a stucchi con lo stemma della famiglia Benaglio.

Uno scalone, che si svolge entro un alto vano a soffitto piano affrescato, conduce al piano superiore, dove le stanze hanno soffitti con travi di legno decorate.
Al piano terra dell’ala ottocentesca, che è normale alla precedente, vi è un ampio salone decorato con gusto neoclassico, con fregi attribuiti al Bonomini e con un bellissimo soffitto a cassettone.

Sullo sfondo, la chiesa di San Matteo alla Benaglia

Lungo il declivio posto a sud  della villa, ai confini del suo grande giardino sorge la chiesa di San Matteo con la Casa del Cappellano.

L’antico nucleo è andato formatosi ed assumendo l’attuale configurazione a partire dal Cinquecento e si offre quanto mai suggestivo nella sua nobiltà formale al visitatore che procede lungo la vecchia stradina campestre di Longuelo ed attraversa la Porta della Stongarda.

La cappella di S. Rocco, al bivio tra via Strada Vecchia e via San Matteo

La chiesa, intitolata all’apostolo di Cristo, fu realizzata nel XVI secolo ed esiste testimonianza di una visita di San Carlo Borromeo del 1575, allorché auspicava la sistemazione di tetto ed intonaci.

Dal 1810 la storia della costruzione si lega a quella della potente famiglia dei Conti Benaglio allorché Gaetano, vescovo di Lodi, l’acquistò dal Demanio e la riaprì al culto con apposito Dispaccio Prefettizio, a seguito della soppressione in epoca napoleonica.

La chiesa presenta una sobria facciata caratterizzata da portale in pietra di Sarnico e due aperture a monofora nella parte alta, coronate da timpano. Al di sotto degli intonaci più recenti affiorano laceri delle malte originali e tracce d’affresco di notevole interesse documentario.

L’interno, a navata unica con volta a botte, mostra un pregevole apparato decorativo di gusto classico, costituito da stucchi finemente modellati che in un contesto oggi provato da un lungo stato d’abbandono ed incuria, testimoniano l’antico fasto, quando incorniciavano importanti quadri oggi altrove.

Al sui interno, la volta è affrescata con putti di gusto barocco ed è presente un antico organo Serassi.

Il nucleo architettonico sul quale svetta l’elegante torre campanaria comprende la Casa del Cappellano, costituendo un pregevole unicum per la soluzione formale dei prospetti improntati alla massima chiarezza compositiva e all’uso omogeneo dei materiali presenti, quali l’arenaria di Sarnico.

Sul fianco sinistro della chiesa di San Matteo vi è anche una chiesetta intitolata alla Madonna di Lourdes, realizzata nel 1911 con facciata in pietra artificiale policroma di stile neogotico, oggi storicizzata nel contesto di appartenenza e ben amalgamata con l’austera eleganza della vicina costruzione rinascimentale.

L’insieme comprende infine il piccolo sagrato e il giardino caratterizzato dalla presenza di alberi da frutto fra cui si nota un’imponente pianta di noce.

 

Note
(1) Il Bagolaro (Celtis australis L.), chiamato anche spaccasassi, romiglia o lodogno, è un grande albero spontaneo. Il suo legno si presenta chiaro, duro, flessibile, tenace ed elastico e di grande durata, è ricercato per mobili, manici, attrezzi agricoli e lavori al tornio. È inoltre un ottimo combustibile. Questa pianta è conosciuta anche con il nome spaccasassi, dovuto al suo forte apparato radicale che lo rende in grado di sopravvivere e radicare anche in terreni carsici e sassosi.

Riferimenti

Relazioni allegate al decreto di vincolo

Carlo Perogalli, Maria Grazia Sandri, Vanni Zanella, “Bergamo: Villa Benaglia”, Ville della provincia di Bergamo, Rusconi immagini, Milano, 1983, pagg. da 205 a 207.

Alberto Castoldi, Bergamo e il suo territorio, Dizionario Enciclopedico, Bergamo, Bolis Editore, 2004, pp. 219-220:

 

Tra un roccolo e l’altro, sui colli di Bergamo, seguendo il canto degli abitanti del cielo

Grazie alla loro collocazione allo sbocco dei due più importanti solchi vallivi, i colli che adornano la Bergamo antica sono il luogo ideale per accogliere splendide specie di passo, stanziali e svernanti, che rispecchiano fedelmente la realtà naturale di Bergamo. Perciò i crinali e le selle sono punteggiati dai tanti roccoli che ricordano l’antica  usanza del cacciare con le reti.

Assiolo

Tra le catture più singolari o tipiche: l’Assiolo, il Gufo di palude, il Frosone, il Crociere, la Nocciolaia, il Picchio rosso maggiore, il Canapino maggiore….

Gufo di palude (Milko Marchetti)

Si tratta di una tradizione secolare, tramandata di padre in figlio, che sembra aver avuto origine nella Bergamasca ai tempi in cui  l’uccellagione era una fonte essenziale di sussistenza per le famiglie e che talvolta era  persino occasione di svago e divertimento per nobili e proprietari terrieri.

Gufo di palude

Non è un caso dunque se sui nostri colli il vocabolo “roccolo” sia così diffuso: basti pensare a Colle del Roccolo, Colle dei Roccoli, Colle Roccolone e a via del Roccolino o via Colle dei Roccoli; lo ritroviamo persino in alcuni antichi fondi agricoli come Alli Roccoli o Alli Prati dell’Usellande.

Canapino maggiore

Ma come avvenivano la caccia e la cattura da posizione fissa? Avvenivano attraverso un sistema piuttosto complesso che sfruttava le linee naturali di passaggio dei volatili intercettando le cosiddette “passate”, ossia le diverse rotte migratorie e quelle degli spostamenti interni.

Picchio rosso maggiore

Per questo motivo il roccolo non era mai isolato, ma faceva parte di un sistema che “colonizzava” strategicamente il crinale ed i versanti.

Nella Bergamasca il sistema dei Roccoli era ancora attivo fino a una trentina d’anni fa e ancora nel 1950, dei 1072 roccoli funzionanti in Lombardia ben 340 erano diffusi nella sola provincia di Bergamo, specialmente in media valle. Oggi i roccoli ancora funzionanti nella nostra provincia sono circa una trentina (Roccolo di Ganda – ph bergamasca.net)

Intrecciate perlopiù con legni di rovere e carpino, che adeguatamente disciplinati e potati disegnano sequenze di archi, esedre verdi e  corridoi, queste architetture verdi arricchiscono ancor di più i già pregevoli caratteri del nostro paesaggio collinare.

E allora, in alternativa alle classiche passeggiate sui i Colli o alla “vasca” in Corsarola, cosa aspettate a visitare il più bel roccolo del Parco dei Colli?

Stormo di passaggio per Colle Aperto

A una mezz’ora da Colle Aperto, stagliato tra il bosco ed i coltivi vi attende un formidabile roccolo tradizionale da cui osservare bellissimi esemplari di avifauna. Bastano solo un paio di scarpe comode e la voglia di lasciarsi incantare da un angolo intatto e suggestivo: il roccolo Casati, o della “Tavernella”, un esempio di architettura vegetale mirabilmente modellata dalle mani dell’uomo, che domina l’abitato di Castagneta e la  valletta sottostante, sospesa tra natura e storia.

Per vederlo, possiamo inoltrarci in via Tavernelle e imboccare un sorprendente sentiero boschivo che nel volgere di poco condurrà alla panoramica per San Vigilio.

Oppure si può percorrere l’incredibile scaletta che da Colle Aperto si inerpica su, per l’Orto Botanico, da dove godere di una magnifica vista che comprende anche il belvedere del ristorante Pianone.

Ma vi si può arrivare – e sarebbe la soluzione migliore – attraverso una “direttissima” di circa un chilometro che si diparte da Colle Aperto.

Lasciata alle spalle l’Orto Botanico e superata la curva di via Beltrami, si imbocca a sinistra la via Sotto Mura di Sant’Alessandro, una stradetta a fondo chiuso che s’inoltra nel bosco dove diviene un suggestivo sentiero.

Via Sotto le Mura di Sant’Alessandro

Il percorso è delimitato a sinistra da un tratto di mura veneziane coperte dalla vegetazione, che celano una porta apparentemente insignificante: si tratta della “Porta del Soccorso”, la quinta della fortificazione di Bergamo Alta, la più piccola e nascosta: siamo nella pancia del Forte di S. Marco

Una volta usciti, ci troveremo su via Cavagnis. Svoltiamo a sinistra e percorriamola fino a quando si aprirà un panorama eccezionale: il roccolo con vista sull’abitato di Castagneta, il campanile e le vecchie cascine recuperate.

Il roccolo della Tavernella, uno dei più belli e meglio tenuti fra i roccoli dei colli, frutto di anni di assiduo e sapiente lavoro da parte della famiglia Casati, a tutt’oggi curato dall’ottantaquattrenne Pietro, ultimo roccolatore dei Colli di Bergamo

Giunti nello splendido contesto attorniato da castagneti e vigneti, il Roccolo Tavernella si eleva in posizione strategica lungo la rotta di migrazione dell’avifauna, ricordando un passato in cui la cattura di richiami vivi era utilizzata per la caccia da appostamento fisso.

Il roccolo della Tavernella, in località Castagneta. I roccoli erano strutture nate per la cattura degli uccelli con le reti: dalla torre dell’uccellatore si lanciava lo spauracchio, che simulava il volo di un rapace e spingeva gli uccelli in sosta nel roccolo a cercare una via di fuga verso il basso, tra il doppio filare di carpini, dove erano poste le reti

L’impianto arboreo è definito da un doppio filare concentrico per lo più in carpini neri e bianchi, appositamente sagomati, che un tempo mascherava le reti a maglia fine per la caccia.

Come tutti i roccoli presenti in ambito collinare e montano, presenta una pianta a ferro di cavallo (con al centro alberi da frutto, bacche e uccelli da richiamo in gabbiette), aperta a monte verso il tipico casello di osservazione, da cui l’uccellatore poteva controllare l’intero impianto grazie alle feritoie.

Il roccolo della Tavernella, in località Castagneta (Renato Ferlinghetti, Rinverdiamo la città: Parchi, orti e giardini)

Dal 1986 al ’98 è stato osservatorio ornitologico della regione Lombardia, fornendo un valevole contributo all’inanellamento di quasi 67.000 uccelli migratori, che sono poi stati nuovamente catturati a migliaia di chilometri di distanza ( in tutta Europa e nel Nord Africa), come attestato dalle schede conservate dal proprietario.

Adagiato su un colle immerso tra castagneti e vigneti, il Roccolo Casati sopra l’abitato di Castagneta, in località Tavernella è uno dei più storici e classici caselli bergamaschi,  a lungo sfruttato per la cattura degli uccelli. Oggi  continua ad essere luogo di passaggio di molti volatili, nell’ambito delle rotte migratorie (da Orobie).

Per chi invece vuole cimentarsi in un vero e proprio percorso ornitologico, l’esperto Marco Mastrorilli ne suggerisce uno che parte da Colle Aperto sino a  raggiungere il Santuario della Madonna della Castagna, nella parte occidentale dei colli: un percorso alla portata di tutti, da intraprendere preferibilmente da ottobre ad aprile.

La valletta di Colle Aperto in Bergamo Alta

Andando alla scoperta delle tante specie di passo che popolano il magnifico anfiteatro delle colline di Bergamo, percorrerete strade e viuzze lastricate che attraversano boschi, prati e splendidi giardini, in un contesto contornato anche da bellezze artistiche.

L’alternanza di boschi, prati, orti, giardini e vigneti lungo un tracciato percorribile in circa 4 ore – ma suddivisibile anche in due o più parti -, consente di comprendere l’importanza della posizione di Bergamo per le specie di passo e quelle legate alle migrazioni verticali durante la stagione invernale.

Mappa del percorso ornitologico: un giro ad anello da Colle Aperto a Madonna della Castagna nel cuore del Parco dei Colli di Bergamo

Lasciata alle spalle Colle Aperto e imboccata via Costantino Beltrami, al bivio per Castagneta si imbocca la panoramica per San Vigilio (via Cavagnis) in direzione via Vetta, attraverso tortuose ed irte strade, sino al panoramico Monte Bastia (470 m s.l.m.).

Il colle sopra l’abitato di Castagneta, dalla panoramica per San Vigilio

 

Il versante della Vetta dal colle Ciaregotto

Gli studi degli anni ’60 (M. Guerra) ci hanno tramandato una memoria storica sulla preziosa ornitofauna urbana della città, con segnalazioni singolari come l’insolita nidificazione di Civetta capogrosso sul Monte Bastia.

Civetta capogrosso

Il canto di Paridi, del Picchio muratore, del Codirosso e persino del Codirosso spazzacamino costituiscono contatti comuni, ma uno tra i fenomeni più interessanti osservabili sul Monte Bastia…

…ed anche sul Colle di S. Vigilio….

Il colle di San Vigilio dalla Torre Civica (Campanone)

è il regolare svernamento di una colonia di Rondini montane, osservabili anche nei mesi di dicembre e gennaio.

Rondine montana

Il Dr. Guerra, ex direttore del Museo di Storia Naturale di Bergamo, seguì per numerosissimi anni questo fenomeno che puntualmente ogni inverno si ripete ed è attribuibile ad una felice esposizione e soleggiamento di questi colli termofili, soleggiati anche nei periodi in cui nebbia e freddo intorpidiscono la pianura e isolano la parte alta della città di Bergamo, cullata dal sole.

Le primule di Gennaio, nel bosco di Colle dei Roccoli

 

L’Upupa e il Torcicollo – quest’ultimo altamente mimetico – sono altre specie frequenti che si odono cantare e si osservano nei giardini e persino nei prati e negli orti, vera miniera ornitologica per coloro che amano i colli di Bergamo.

Upupa

 

La sella di San Sebastiano dalla Bastia

Una rigogliosa pianta di cachi, dal colle della Bastia, paradiso dei volatili

 

Torcicollo

Proseguendo per via S. Orsarola, si prosegue per ombreggiati tornanti sino al colle Ciaregotto per poi giungere al Colle dei Roccoli, uno degli angoli più belli del Parco dei Colli di Bergamo, dove si apre da uno splendido scorcio sulla Val S. Martino.

Dal Colle dei Roccoli si può godere di una splendida vista verso la conca di Fontana e la pianura bergamasca occidentale. Nelle giornate con cielo terso si scorge lo skyline di Milano e l’arco alpino dal monte Rosa al Monviso

 

Un vecchio impianto di roccolo a semicerchio, sul Colle dei Roccoli. Vi si arriva superando la casa-museo in cui è ospitata anche la trattoria degli alpini (443 m), imboccando il sentiero boschivo 910 in direzione di Valmarina.  Poco dopo si supera a sinistra un affioramento del Conglomerato di Sirone (da cui un tempo si cavava pietra da macina) e quando il sentiero si fa ripido, nei pressi di una ceppaia di castagno da cui si innalzano due vigorosi tronchi a forma di forcella, si stacca una traccia, poco evidente, che conduce ad alcuni roccoli, ora sommersi dal bosco. Una monumentale scalinata, ricoperta ora da edera, raccorda l’antico roccolo con la sottostante via Ramera (Ph Pieroweb)

 

Il roccolo posto a un incrocio di sentieri (Ph Pieroweb), immerso in un bosco di carpini, roveri, castagni e robinie

Lungo le lastricate vie di Bergamo, è possibile inoltre rilevare e osservare, in inverno, altre specie alpine.

Tra i Turdidi, sempre molto diffusi, rinveniamo il Tordo sassello, il Bottaccio, la Cesena e il Pettirosso.

Pettirosso

Tuttavia la presenza di conifere nei giardini favorisce anche concentrazioni di diversa entità di Crocieri, Frosoni, Lucarini, Peppole, Fringuelli, Fanelli e nei prati lungo i crinali non mancheranno i Prispoloni, assai comune durante il passo autunnale.

Fringuello

 

Prispolone

 

Nel bosco verso la Madonna della Castagna, nel regno dell’arenaria di Sarnico

Il raggiungimento del Santuario della Madonna della Castagna permette di unire interessi storici e naturalistici.

Santuario della Madonna della Castagna, a ovest del sistema collinare di Bergamo

Ma se prestiamo attenzione alle aree più aperte intorno al santuario, si può scoprire nelle serate estive la presenza del Succiacapre, specie ben distribuita nel Parco dei Colli.

Al crepuscolo (Ph Marco Caccia)

 

Succiacapre

Dovendo far ritorno a Colle Aperto, la rete viaria e di sentieri pedonali all’interno del parco è talmente ricca di soluzioni che è possibile scegliere sul declivio dei colli almeno 3 o 4 differenti strade parallele che portano comunque in Bergamo Alta, ma è auspicabile imboccare via Fontana che c’introdurrà nella Riserva della Valle d’Astino.

Qui ci aspetta l’ex monastero di Astino, opera dei frati Benedettini, uno dei monumenti di Bergamo più affascinanti, adagiato com’è in un terrazzo prativo circondato da boschi di latifoglie, con prevalenza di castagno.

La verdeggiante valletta di Astino

I pendii più impervi ospitano il Saltimpalo e l’Averla piccola, ma la particolare disposizione dei colli permette di udire il tambureggiamento del Picchio rosso maggiore che nidifica nel vicino bosco….

Presenti anche il Canapino, il Beccafico, lo Zigolo muciatto e nei tratti più soleggiati, in primavera inoltrata, è stato osservato l’Occhiocotto.

Canapino

Trovandoci nell’area comunale con la maggior concentrazioni di rapaci notturni, troviamo tre coppie territoriali di Allocco, due coppie di Civetta, una di Barbagianni ed una di Assiolo.

Emozioni garantite per coloro che volessero provare un contatto con il metodo del play back.

Civetta

Sulla via del ritorno, imboccando la via Lavanderio, si sale tra paesaggi incantati sino alla via dei Torni, che ci condurrà alla chiusura del nostro anello.

La ripida salita del Lavanderio, percorso di collegamento tra la valletta di Astino e Sudorno

Qui è stata segnalata la presenza – o nidificazione – del Tordo Golarossa, osservato a dicembre nella conca d’Astino, della Sterpazzolina, che sfruttando il clima mite di alcuni pendii, è stata osservata in periodo riproduttivo nel vicino Pascolo dei Tedeschi e dello Zigolo nero in pieno periodo riproduttivo in località Fontana.

Pispola golarossa

 

Sterpazzolina

 

Zigolo nero

Al termine di una giornata così emozionante e remunerativa, non resta che far ritorno, soddisfatti, in Colle Aperto.

 

Riferimenti essenziali

Marco Mastrorilli. Quaderni di Birdwatching: Birdwatching nella pianura bergamasca.

Orobie.

Bergamo nelle impressioni di Hermann Hesse: dalla percezione all’anima

Al suo terzo appassionato viaggio in Italia, nel 1913 il grande scrittore svizzero-tedesco Hermann Hesse – premio Nobel per la Letteratura nel 1946 – compie un viaggio in Lombardia visitando in successione Como, Bergamo e Cremona, mete tra le meno sfruttate dai viaggiatori celebri del tempo. Com’è consuetudine, annota le impressioni e le emozioni del viaggio nel suo “Bildebuch”, lasciandoci in eredità una delle descrizioni più belle e suggestive dell’antica Bergamo.

Dopo aver visitato due grandi mete del Belpaese, Venezia e Firenze, egli desidera ardentemente andare alla scoperta di centri minori, lontani dai Grand Tour così in voga tra gli intellettuali e gli aristocratici del tempo. Desidera vagare per cittadine raccolte e un po’ assonnate, ricche di logge e porticati che offrano frescura e rifugio al viandante straniero; luoghi dal carattere remoto e dalla grazia ritrosa che si possano percorrere a piedi e abbracciare dall’alto in un solo sguardo, con strade e viottoli nei quali il tempo sembra sospeso. Luoghi simili alle amate cittadine dell’Italia centrale con quegli ‘umidi vapori di angusti vicoli’ e le ‘presaghe oscurità’.

L’autore del “Viandante” si lascia condurre per la città non dalle istruzioni contenute in una Guida ma solo dalla sua anima colta, sensibile e aperta,  soffermandosi su ciò che per lui è fonte essenziale di emozione e quindi degno di prolungato sguardo contemplativo.

Hesse, che salì in Città Alta verso notte, pieno di curiosità, addentrandosi inaspettatamente in una grande, magnifica piazza si lasciò attrarre da oscurità piene di mistero e sorprendere da nobili costruzioni balzanti su all’improvviso con genuino stupore, lasciando che i suoi sensi, complice la notte, lo trasportassero in un mondo surreale, ingigantito da ombre oscure, che si dissolsero con la luce del giorno.

Giunto al cospetto della chiesa grande di Santa Maria, si trovò subito ravvolto da una luce e da un profumo devoti e solenni, respirando l’ardore e la consapevolezza di un superbo passato e attirato da un raggio di sole ad un palazzone che sullo sfondo lasciava giungere dalle finestre spalancate le voci a coro di scolari…

Rimase lì incantato.

§§§

In una notte di marzo del 1913 l’allora trentaseienne Hermann Hesse  approda  alla stazione di Bergamo…

s’incammina verso la funicolare e a poco a poco il profilo lucente di Città Alta si svela al suo sguardo.

Risale l’imponente arteria centrale, dove sono allineati ristoranti e negozi illuminati…

raggiunge la funicolare per Città Alta…

e dal Mercato delle Scarpe…

si dirige verso Piazza Vecchia.

“Mi ritrovai nel cuore di una buia città antica, inghiottito da un vicolo stretto e spopolato.

Proprio allora venivano chiuse le botteghe.

D’un tratto mi spaventò la vista di una torre incredibilmente alta che fuoriusciva da una forra di case e spariva in alto, nella notte; mi parve di essere tornato all’improvviso nella Toscana meridionale o in una cittadina dell’Umbria montagnosa.

Torre del Gombito, eretta nel XII secolo, appartenne anticamente alla potente famiglia de’ Zoppo. La torre, una delle poche superstiti, testimonia il potere esercitato dai clan familiari sulla città in epoca medioevale. Molte altre torri vennero abbattute da Venezia quando nel 1428 la Serenissima estese il suo dominio sino a Bergamo

 

Inaspettatamente il vicolo si allargò come spartendosi in due e sfociò in una grande piazza stupenda:

a destra un lungo portico ad arcate dove tardivi passeggiatori fumavano la pipa;

a sinistra un grande monumento moderno, probabilmente un Garibaldi; e a ridosso una scura, elegante architettura con grosse colonne ed archi eleganti.

Il “grande monumento” a Garibaldi, qualche decennio prima aveva fatto sloggiare dal centro della piazza la settecentesca fontana del Contarini, che si prese tuttavia la rivincita ritornando al suo posto nel 1922; la “scura, elegante architettura” è l’austero palazzo della Ragione, costruito nei primi anni del Duecento e più volte rimaneggiato, simbolo della sovranità comunale

Sulla piazza nessun segno di vita all’infuori dei vetri debolmente illuminati di un piccolo caffè e di una drogheria che in vetrina esibiva, a mo’ di gioielli, brillanti bottiglie di vetro verde e arancio cupo.

Il porticato scamozziano in marmo bianco di Palazzo Nuovo, oggi sede della Civica Biblioteca, ospitava allora il Regio Istituto Tecnico

Trassi un profondo respiro. Da molto tempo non entravo più di notte in un’antica cittadina italiana, adescato da oscurità presaghe, sorpreso dal repentino apparire di nobili architetture e salutato dall’umidità della pietra degli stretti vicoli.

Nella locanda mi venne assegnata una camera pavimentata in cotto rosso, grande come un palazzo, e mi fu dato del tenero arrosto di montone. Il vino era buono, e l’oste aveva una bella cognata.

Hesse prese probabilmente alloggio all’Albergo del Sole, l’unico allora collocato in Piazza Vecchia, dove inizia la Corsarola. Oggi come allora l’albergo espone la bella insegna del sole in ferro battuto, dorato e colorato vivacemente

Ciò nondimeno uscii subito.

La pioggia sgocciolava soavemente sui lastroni di pietra, su cui si cammina tanto bene.

Il Garibaldi era là, serio e un po’ abbacchiato, sul suo alto piedistallo, custodito da quattro leoni dall’aria assai truce. A tre ficcai nelle fauci urlanti di bronzo una monetina da due soldi che l’indomani ritrovai al medesimo posto.

Nel frattempo avevo aggirato il monumento ritrovandomi così davanti a un meraviglioso palazzo il cui pianoterra formava un imponente portico col soffitto voltato, pilastri a spigoli verso l’esterno e belle colonne leggere all’interno.

Lo attraversai. Sul lato sinistro vidi una maestosa scalinata bianca che portava al Duomo..

e di fronte un’altra grande chiesa dall’aspetto fantastico, cupole indistinte nel cielo notturno..

Un portale molto antico, presumibilmente gotico, con figure entro piccoli tabernacoli;

di fianco, la facciata ricca e turgida di una cappella. Il tutto immerso nella foschia crepuscolare, il tutto carico di presagi e di promesse.

Pregustai sorprese affascinanti.

Andai oltre, eccitato e pieno di aspettative per il mattino seguente, senza alcun desiderio di guastarmi l’attesa con la lettura di un Baedecker o Cicerone.

 

L’indomani la prima passeggiata mi riportò sulla piazza, che ora, nella luce del mattino, mantenne tutte le promesse della notte.

Solo il Garibaldi usciva perdente, se ne stava tapino sul suo zoccolo troppo grosso, mentre i quattro leoni feroci non solo, come allora vidi, avevano un’aria stolida, ma fortunatamente erano anche molto più piccoli.

 

Il palazzo con il portico, a volte, ospitava la famosa biblioteca di Bergamo, che conserva alcune centinaia di incunaboli; avrei anche potuto vederli se solo ne avessi avuto voglia.

Dal 1843 al 1927 il Palazzo della Ragione ospitò la Biblioteca Civica di Bergamo, già ai tempi di Hesse annoverata tra le prime dieci biblioteche italiane per ricchezza e qualità dei fondi conservati

Un’ardita scalinata lunghissima con soffitto a cassettoni sorretto da colonne costituiva l’accesso alla biblioteca.

La lasciai dov’era e, sperando in nuove sorprese, percorsi il porticato passando davanti a una briosa statua barocca raffigurante il poeta Tasso..

..e proprio lì vidi due chiese che la notte dianzi erano emerse dal buio come sagome spettrali: nel parco sole del mattino erano limpide e coraggiose.

Dall’altra parte il Duomo, pomposamente gaio e chiaro con una larga gradinata maestosa davanti alle porte;

vicino, di fronte a me, Santa Maria Maggiore e, attigua, con le sue bizzarre e sfrenate decorazioni, la Cappella del Colleoni.

Davanti al portale della chiesa, un piccolo avancorpo molto alto: sei modesti gradini di pietra, un largo arco romanico a tutto tondo poggiante su due colonne sorrette da leoni, e concluso da una sopraelevazione gotica, una specie di piccolo vano grazioso a tre nicchie e in ciascuna una antica scultura, quella mediana a cavallo. Al di sopra uno stretto baldacchino cuspidale, un piccolo ambiente con due lucide colonnine leggiadre e con tre figure di santi. Il tutto di una grazia contegnosa e di una innocenza selvatica che emanava quel fascino proprio dell’anonimato; perché questo genere di forme artistiche, simile peraltro all’arte dei popoli primitivi, non sembra scaturito da una sola mente, ma piuttosto dal pensiero e dal sentimento di un’intera generazione e di un’intera comunità”.

Un’intera comunità che ha fatto del protiro, luogo simbolo di accesso alla principale chiesa cittadina, un’espressione viva e scultorea della propria identità mitica e religiosa.

Il protiro di Santa Maria Maggiore, opera di Giovanni da Campione e della sua bottega. Le figure dei santi che lo sovrastano sono i protettori di Bergamo: Alessandro, Vincenzo, Barnaba. Più in alto, sotto lo stretto baldacchino cuspidale, sono collocate Maria Vergine, Grata e Adleida: statue di cui si ignora la provenienza, e che gli studiosi non sanno attribuire né a un artista né a un periodo certi

“Stavo per entrare nella cattedrale, ma il mio sguardo fu catturato dalla dovizia decorativa della facciata della Cappella Colleoni.

La Cappella Colleoni, eretta da Giovan Antonio Amedeo nel 1472 per volontà del condottiero Bartolomeo Colleoni, che aveva raggiunto ricchezza e celebrità al servizio di Venezia

Il suo disegno originario doveva essere molto bello e lineare, una ripetizione elegante dello schema classico: portale e due finestre laterali, sopra l’ingresso un grande rosone e, a conclusione, una leggera e nitida galleria di gentili colonnine.

Ora però i conti, non si sa perché, non tornano. L’insieme non è armonico, non è né pulito né perfetto; tra la facciata e la cupola c’è uno spazio vuoto e non risolto (…). Ah, talvolta mi sento davvero allargare il cuore quando mi capita di cogliere in fallo gli italiani che, di certo, sono spesso spavaldamente virtuosi e magari superficiali, ma che in architettura e nella decorazione sono tuttavia incorsi raramente in quelle funeste disavventure che da noi sono invece pressoché la regola.

Nemmeno quel tatuaggio mi mise in fuga, sicchè entrai all’interno della cappella dove il generale veneziano Colleoni è sepolto insieme alla figlia e dove ancor oggi si officiano messe in suffragio della sua anima, in virtù di un lascito di milioni donato dallo stesso pio condottiero. Al di sopra del suo sacello, in un’ombrosa nicchia nella parete, il generale dorato cavalca un destriero pure dorato, affascinante nella sua grandezza e dignità, magari un po’ rigida.

Sulla parete di fianco la sua giovane figliola, delicata e minuta, riposa scolpita nella pietra su un cuscino pure di pietra e, resa immortale dall’ignoto artista, dorme ignara incontro alla stessa eternità e fama del suo grande padre.

Pieno di curiosità, mi affrettai a raggiungere la grande chiesa superando i due leoni rossastri che sorreggono le colonne dello stretto protiro.

Particolare del protiro della basilica di S. Maria Maggiore

Entrai. Subito mi sentii avvolgere da una luce e da un profumo religiosi e insieme solenni.

 

Una penombra dorata filtrava sui dipinti della pala dell’altare e sui pallidi affreschi. Nelle nicchie e lungo i muri ovunque opere scultoree e d’intaglio di ogni sorta; molto splendore e molta ricchezza profusi in ogni dove.

Quella chiesa la si attraversa: si respira l’ardore e la consapevolezza di un passato orgoglioso, si saluta al rapido passaggio un volto noto scolpito nella pietra, si ammira un arazzo. Si va avanti e, procedendo, si dimentica già ciò che si è appena visto. Solo un suono rimane: l’armonia di una magnificenza satura e di una penombra venerabile.

Una cosa però non si dimentica più: i seggi del coro di questa chiesa singolare. Tutti i i dorsali di questi seggi (sono parecchie dozzine), sono gli stalli del coro di questa stupefacente chiesa. Gli schienali, e sono parecchie decine, sono intarsi in legno, quadro dopo quadro, su disegno di Lorenzo Lotto e altri, realizzati da artisti bergamaschi in un paziente lavoro di intaglio e commettitura. A queste formelle hanno lavorato nonni, figli e nipoti per oltre centocinquant’anni.

Una delle preziose tarsie custodite in S. Maria Maggiore, realizzate da Giovan Francesco Capoferri su disegni di Lorenzo Lotto.  Le quattro grandi tavole intarsiate sul fronte esterno dell’iconostasi erano accessibili ai fedeli solo in occasione delle cerimonie solenni

E non si rimpiange né il tempo né la fatica che questo lavoro è costato. Difficile vedere opere che comunichino tanta gioia come quest’arte fedele, raffinata e inconsueta: legni bruni, gialli, verdi bianchi, mielati, tutti della medesima vaporosità e con la medesima patina del tempo, sommessamente brillanti in tonalità calde e piene, un benefico, tiepido bagno per la vista (…).

Tarsia realizzata da Giovan Francesco Capoferri su disegni di Lorenzo Lotto

 

Tarsia realizzata da Giovan Francesco Capoferri su disegni di Lorenzo Lotto

Diedi un’occhiata all’interno del Duomo: bianco e oro e uno splendore straordinariamente sposato alla sobrietà.

 

Uscito, seguii l’invito di un raggio di sole su una piccola piazza sghemba in leggera salita, dove sull’acciottolato spuntavano fili d’erba appuntiti di un verde luminoso..

..e dalle finestre aperte di un grande palazzo uscivano le voci un po’ monotone di alcuni scolaretti.

Arrivai, più oltre, in un silenzioso angolino chiamato pomposamente Piazza Terzi.

Un lato di questa piazzetta era formato dall’alto muraglione di un giardino pensile. Il muro, pesante e grezzo, era però deliziosamente interrotto da un nicchione che ospitava una bella figura femminile armoniosa nelle fattezze, forse una Cerere, e che si concludeva con una galleria compresa fra due putti con cornucopia e spighe.

Mi fermai estasiato: uno degli angoli più belli d’Italia, una delle tante piccole sorprese e gioie per le quali vale la pena di viaggiare.

E appena mi girai, dirimpetto alla statua notai il portone aperto di un palazzo. Sotto un’alta volta nitida si vedeva una corte con piante e lampioni appesi al soffitto, magicamente conclusa da un’elegante balaustra. Due grandi statue dal puro contorno si libravano quasi nell’aria, evocando, lì in quell’angolo racchiuso dalle murature, il senso presago dell’infinito e della vastità dello spazio aereo al di sopra della pianura del Po”.

Nel cinquecentesco palazzo Terzi aveva soggiornato ai primi dell’Ottocento il celebre scrittore francese Stendhal, del quale aveva scritto : “Il paesaggio di Bergamo è davvero il più bello che io abbia mai visto”

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Hesse si reca poi nella città bassa e dopo aver visitato l’Accademia Carrara si concede una pausa per bere due caffè, meravigliandosi  “di come gli italiani riuscissero, nonostante le loro elevatissime tasse doganali, a fare per pochi soldi un caffè che da noi non si trova nemmeno nei locali eleganti”…

Dopo essersi “abbastanza annoiato nella città moderna”, s’incammina verso l’alta città gironzolando senza meta e senza fretta per stradine.

“L’importante non è la meta, bensì il viaggio”, affermava  Siddartha in una riflessione scaturita dal suo autore.

Superato Colle Aperto e giunto alla porta di Sant’Alessandro, dato uno sguardo a case dipinte di rosa o di verde, inondate dalla luce del tramonto…

…si ritrova nella piccola sala d’aspetto della funicolare che conduce a San Vigilio, inaugurata un anno prima, nell’agosto del 1912.

“Era quello che mi ci voleva”.

Dalla funicolare Hesse ammira il graduale svelarsi dell’antica città, dei tetti, dei campanili e delle torri; poi si lascia avvolgere dalla quiete dei luoghi godendosi il tepore della giornata che declina verso il tramonto.

“Presi la prima telecabina in partenza e dopo pochi istanti mi si dischiuse un panorama stupendo e del tutto diverso: sospeso al di sopra della città sulla piattaforma della funicolare, vidi profilarsi, tra me e la verde pianura che la lontananza sfumava, la sulhouette compatta e altezzosa di Bergamo vecchia, con le sue torri e le sue cupole, le sue mura e i suoi tetti. Un pallido sole serale sfiorava le cupole…

Di fronte alla stazione c’era una bassa costruzione che ospitava una locanda.

L’edificio era poco profondo e un’occhiata attraverso la porta a vetri mi fece immaginare sul lato opposto una vista incantevole, cosicchè decisi di entrare.

La celebre “Antica Trattoria Isola Bella”, sul colle di San Vigilio, dove sostò Hermann  Hesse

Prima però mi avventurai per un tratto sulla stradicciola che si snoda lungo il crinale della collina”.

Da San Vigilio Hesse si avvia verso la scaletta dello Scorlazzone, la ripida via gradinata che si diparte dalla chiesa e calando ripida verso i Torni si insinua tra gli orti ben coltivati.

I fianchi delle colline alla cui estremità sorge la Bergamo antica erano profusi di orti, terrazzamenti con vigne, filari di piante da frutta, ciliegi e mandorli, galline in libertà, cascinali che nel volgere di qualche decennio vennero trasformati in residenze di pregio, le cosiddette “ville di delizia”.

La trama minuta delle scalette, dei sentieri e dei viottoli, era percorsa da un continuo andirivieni di contadini, popolani, viandanti, muli, cavalli, asini…

 

Mentre cercava i vasti panorami, le ”azzurre lontananze” della pianura che si svelavano man mano, al suono delle note incerte di un pianoforte rallentò il passo senza andare oltre.

“Davanti a una linda villetta mi fermai ad ascoltare il suono esitante di un pianoforte. C’è sempre uno strano fascino nell’ascoltare la musica che proviene da una casa sconosciuta in una città sconosciuta; è una sensazione che evoca nostalgiche visioni di una felicità e di un’intimità cui siamo estranei.

Sostai a lungo cercando di immaginare chi stesse suonando. Certamente una fanciulla, forse di quindici o di sedici anni, che andava a scuola giù, nella città nuova, e che da poco aveva il permesso di esibirsi al pianoforte in occasione di ricorrenze familiari.

Inaspettatamente il portone si aprì e ne uscì un signore molto cortese che mi chiese che cosa desiderassi. Io gli dissi che avevo semplicemente ascoltato il pianoforte, ma, dal momento che aveva aperto, gli sarei stato grato se mi avesse lasciato dare un’occhiata al suo giardino. Il signore sorrise e si presentò: era un professore…”.

ll padrone di casa era il prof. Giuseppe Alberti, insegnante all’istituto tecnico. Gli presentò l’autrice della melodia, la figlia di dodici anni, e incominciarono a parlare: ”D’inverno, mi raccontarono, se ne stavano spesso seduti lassù, al sole, mentre la pianura tutt’attorno era inghiottita da un mare di nubi”.

La lieve foschia di quella giornata non gli impedì di scorgere la pianura, ai cui margini si elevano “montagne di un azzurro cupo, ispirando un profondo senso di spazio e lontananza”.

Ad un tratto, un raggio di sole svelò una “piccola forma bianca, infinitamente lontana e irreale”, un ”puntino gaio e luminoso” perduto nell’infinito della pianura.

Era il Duomo di Milano.

“Solo ora vedevo in tutta la sua estensione e maestosa dignità l‘immensa pianura dell’Italia settentrionale. Imponente e sconfinata come un mare, era verde e luminosa nelle vicinanze, mentre in lontananza assumeva mille diverse tonalità, dal grigio, al turchino, all’azzurro sempre più intenso punteggiato da una bianca miriade di cittadine, villaggi, monasteri, casali, fattorie, campanili, ville, fino a sfumare all’orizzonte in una distesa di blu senza fine”.

 

 

 

Note

Nel “Bildebuch” (“libro di immagini”, uscito nel 1926) sono contenute le annotazioni di viaggio di oltre un ventennio di Hermann Hesse. Il testo originale tedesco è pubblicato in H. Hesse, Gesammelte Schriften, Frankfurt am Main, Suhrkam, 1968, vol. III, pp. 780-785. La traduzione italiana della descrizione di Bergamo, qui riportata sino al soggiorno in Bergamo Alta, è apparsa in H. Hesse, L’azzurre lontananze, traduzione di Luisa Coeta, Milano, Lugarlo 1980.

Il Santuario di Sombreno e i nuovi affreschi tornati alla luce

Collocato in posizione dominante sull’estremo sperone occidentale dei colli di Bergamo, il Santuario di Sombreno (m. 329 s.l.m.) costituisce una presenza emblematica non solo dal punto di vista religioso, storico e culturale ma anche paesaggistico, con l’altissimo campanile che funge da essenziale perno visivo nel Parco dei Colli e rende il profilo del Santuario facilmente riconoscibile da lontano.

Il Santuario di Sombreno nel 1922. Il campanile e il Santuario sono stati evidenziati nel rilievo del territorio di Bergamo eseguito nel 1569 dal cartografo veronese Cristoforo Sorte per incarico della Magnifica Comunità di Bergamo

 

Reportage fotografico di Maurizio Scalvini

 

L’ “OSSO” DEL SANTUARIO

Il Santuario riporta subito alla memoria un reperto paleontologico molto particolare, da tempo conservato al suo interno:  un osso lungo circa 1 metro e 80, rinvenuto a Petosino nella piana del Gres e appeso in bella mostra al soffitto della chiesa. Si tratta della costola sinistra di un mammuth (elephas primigenius), testimone dell’antica fauna che popolava i pressi del bacino lacustre, un tempo esistente ai piedi della collina (1).

L’osso di mammuth rinvenuto nella piana del Gres, appeso al soffitto del Santuario (Ph Maurizio Scalvini)

All’osso di mammuth si legherebbero alcune leggende, raccolte e archiviate nel Santuario, narranti di un pericoloso drago che sorgeva ogni notte dalle acque dello scomparso lago Gerundo, lago le cui tracce stratigrafiche sono state  effettivamente individuate dai geologi e che costituisce un retaggio dell’antico mare che occupava il catino padano.

Ma questa è un’altra storia.

Ciò che interessa qui è sapere cosa effettivamente si celasse nei pressi della collina di Sombreno. Ai tempi della formazione del nostro territorio, ai piedi del versante nord-orientale dei Colli l’erosione aveva scavato una grande fossa, nella quale il ciottolame che giungeva a valle dopo ogni glaciazione, aveva creato degli sbarramenti formando  il Bacino lacustre di Petosino, tra il torrente Quisa e i Colli: un lago che nella parte centrale aveva la profondità di  circa 22 metri.

La piana di Petosino, a ridosso dello sperone collinare di Sombreno

Nel corso del tempo il bacino si era colmato di grandi quantità di argille  dilavate del colle e si era trasformato in una vera e propria palude estesa ininterrottamente da Petosino ad Almè.

Una palude che si è colmata nel periodo post-glaciale, quando le continue alluvioni hanno portato a valle enormi quantità di ciottolame, formando così i pianori che vediamo oggi.

Dunque, la piana di Petosino-Almè è un’antica palude di origine lacustre,  formata da argille alternate a sabbie e ghiaie portate dal Brembo nel corso delle alluvioni che si sono succedute dopo il lungo periodo post-glaciale.

La piana di Petosino con vista verso le prime propaggini brembane

Gli spessi depositi argillosi della piana di Petosino sono stati sfruttati sin dai tempi più antichi (forse anche dai romani) per la produzione di laterizi e, come noto, anche per la recente produzione di mattoni e tubi dello stabilimento del Gres, che ha sfruttato le cave di argilla per oltre un secolo proprio dove oggi si trovano i due piccoli laghetti.

Laghetto del Gres nella piana di Petosino

E fu proprio in una di queste cave di argilla, che durante alcuni scavi effettuati tra il 1905 ed il 1914 furono portati alla luce i resti del mammuth. In quell’occasione furono recuperate anche diverse testimonianze fossili di vertebrati e vegetali, donati dalla Società del Gres al Museo Civico di Scienze Naturali di Bergamo.

Laghetto del Gres nella piana di Petosino

Ma non solo. Nel 1937, durante la coltivazione di una cava d’argilla nella località Castellazzo di Petosino, sulle rive del torrente Quisa è venuta alla luce una stazione palafìtticola fluviale che doveva trovarsi in un ambiente paludoso. In quella circostanza fu ritrovata anche un’ascia in bronzo del XIII sec. a. C. (Bronzo Recente), che oggi possiamo ammirare presso il Museo Archeologico in piazza della Cittadella.

 

COME RAGGIUNGERE IL SANTUARIO

Il collegamento veicolare verso il Santuario avviene mediante una carrozzabile (via Castellina, realizzata grazie all’intervento del Genio Zappatori nel 1936), che dal paese si avvia con stretti tornanti verso un ampio piazzale in terra battuta, posto all’ombra di maestose querce.

Ma vi è un percorso ideale e dal sapore agreste, immerso nella quiete della gradinata alle spalle di Villa Agliardi, che conduce dolcemente al Santuario.

La pendice meridionale del colle di Sombreno, con vista sulla torretta seicentesca. Il versante è completamente ripulito dalle sterpaglie che lo soffocavano

La bellezza di questo antico e soleggiato percorso rappresenta la miglior prospettiva per gustare i più mirabili scorci sulla Val Breno e su Villa Pesenti-Agliardi, che con l’annesso parco costituisce una delle mete privilegiate di questi luoghi.

Dalle pendici del colle, Villa Agliardi immersa nelle prime coloriture autunnali

L’ascesa invita alla contemplazione e alla meditazione, scandita dalle sette cappellette devozionali dei misteri dolorosi di Maria presenti dal 1920 e più recentemente affrescate da artisti locali.

La sinuosa e comoda via gradinata acciottolata, un invito alla contemplazione e al raccoglimento

 

La torre seicentesca del Lazzaretto

 

Alle spalle della cappelletta devozionali, il paesaggio sulla Val Breno sino alle propaggini collinari di Mozzo ed oltre

Al termine della salita, solo un ultimo breve tratto separa il visitatore dal portale d’accesso, sormontato da una lunetta in stucco raffigurante il Padre Eterno benedicente.

Il portale  d’accesso al Santuario, sormontato da una lunetta con il Padre Eterno benedicente (Ph Maurizio Scalvini)

Dal Santuario, eretto su un terrapieno in pietra squadrata adagiato sul poggio dominante la Val Breno, la vista gode di un vasto panorama che spazia dal Canto Alto e dall’dall’Ubione alle cime della Roncola, del Linzone e dell’Albenza e della Val San Martino.

La veduta verso oriente, dal porticato antistante la cappella dell’Addolorata

Non appena varcato l’accesso, si incontra dapprima la chiesetta dedicata alla Madonna Addolorata – la struttura da cui ha avuto origine il complesso del  Santuario -, che sul quattro e Cinquecento venne affiancata ad una chiesa più grande, quella della Natività di Maria Santissima, in grado di contenere un maggior numero di fedeli.

Ad ovest del complesso sorge la chiesa dedicata alla Natività di Maria Santissima, accostata dal 1493 alla cappella dell’Addolorata. Le due costruzioni sono legate armonicamente tra loro da un portico ad archi ribassati sostenuto da colonne binate in arenaria, realizzato agli inizi del Settecento, mentre il portico antistante la chiesetta, più recente, risale al 1832 (Ph Maurizio Scalvini)

La chiesetta dell’Addolorata era in origine l’antica cappella del castello di Breno (che, come accennato qui, fungeva da avamposto del sistema difensivo organizzato sul crinale del colle fino a San Vigilio (2)) e, secondo il Fornoni, fu  la prima ad ottenere il battistero divenendo parrocchia anche per le vicinie di Paladina e Ossanesga (3).

La troviamo nominata per la prima volta in un atto del 1093 come antica cappella battesimale di Santa Maria di Breno, benchè si pensi che le sue origini siano assai più antiche.

La cappella dell’Addolorata (Ph Maurizio Scalvini)

La chiesa si può considerare ancora abbastanza primitiva, anche se è piuttosto difficile stabilire quanto conservi, o ricalchi nei suoi andamenti, della preesistente fortificazione.

Cronologia costruttiva della cappella dell’Addolorata e della chiesa della Natività di Maria Santissima. In corrispondenza della cappella si nota la presenza di murature risalenti al XII secolo, un residuo dell’antica struttura (P. GRITTI, 1989)

L’impianto attuale è trecentesco, con massicci interventi effettuati agli inizi del Settecento. Gli intonaci mostrano tracce di primitivi affreschi.

A destra, uno dei primitivi affreschi (Ph Maurizio Scalvini)

 

Particolare di un affresco (Ph Maurizio Scalvini)

 

LA CHIESA MAGGIORE

La chiesa maggiore è stata edificata negli anni tra il 1493 e il 1570 ma l’interno è stato profondamente rinnovato a partire dal 1613 in seguito alla visita pastorale del vescovo Emo.

L’edificio è sorto in seguito ad una supplica inviata dagli uomini e dai vicini di Breno ai Rettori della città di Bergamo, considerata ormai inadeguata l’antica cappella del castello per accogliere il popolo che vi confluiva.

Gettate le fondazioni e i pilastri della “tribuna” con materiale ottenuto dalle demolizioni di quanto rimaneva del vecchio castello (4), si attese il benestare dei Rettori (il Podestà di Bergamo Francesco Mocenigo e il Capitano Matteo Lauredano), che il 14 agosto del 1493 concessero l’autorizzazione a procedere, secondo dettagliate indicazioni ed invitando  ad osservare la massima economia possibile (la chiesa fu infatti costruita con l’oblazione e le elemosine di tutta la diocesi bergamasca).

Paliotto in cuoio dell’altare maggiore raffigurante la Natività di Maria (GRITTI, 1990)

La costruzione della chiesa prende avvio nel 1494 sotto la guida del Presbitero Gasparino de Nervis (che resse la parrocchia negli anni 1494-1533) (5), con il quale si procede ad affrescare le pareti con immagini di tipo votivo (che vedremo in un secondo momento). Ma a causa della grande povertà che affligge la maggioranza della popolazione, la chiesa (e con essa il campanile) verrà terminata soltanto verso il 1570 sotto la guida del parroco Jo. Battista de Solario, che la governa dal 1534 al 1586 ossia per ben 53 anni. Altre opere di completamento e di sistemazione del Santuario inizieranno nel 1710, protraendosi sino ai primi decenni del Novecento.

La chiesa dedicata alla Natività di Maria Santissima, edificata dal 1493 al 1570 (Ph Maurizio Scalvini)

 

Il campanile fu innalzato fra il 1561 e il 1569, quando vi venne posta la campana acquistata con l’offerta dei devoti di Sombreno. Esso fu posto fra le due chiese per economia e comodità. Infatti unita alla chiesetta vi era la casa del Parroco, divenuta dal Quattrocento abitazione dei Romiti, che potevano facilmente raggiungere il campanile e controllare simultaneamente le due chiese. Al 1878- 1879 risale il rifacimento della cuspide  nonché l’installazione della statua in rame dell’Immacolata. L’orologio vi fu collocato nel 1925 (Ph Maurizio Scalvini)

La forma, le dimensioni, la struttura portante e il tipo di copertura dell’attuale “chiesa grande”, rispecchiano le indicazioni allegate all’autorizzazione del 1493: una sola navata con due archi ogivali trasversali che la dividono in tre campate, sulle quali sono posti travetti in legno e piastrelle in cotto.

Inoltre, l’altare maggiore, posto in asse centrale e a base quadrata, e due altari posti sui fronti laterali del presbiterio: l’Altare di S. Rocco e quello di S. Caterina.

Ai tempi della visita pastorale del vescovo S. Carlo Borromeo (1575), la chiesa risulta ampia (lunga passi 32 e larga 13) e con quattro altari: il maggiore, S. Rocco, S. Caterina e quello, costruito recentemente dal parroco Solario, della Madonna di Loreto.

Dagli atti della visita di S. Carlo emerge la sensazione di un certo abbandono delle due chiese sul monte, forse dovuto al fatto che, con l’avvento del Solario, nonostante la chiesa di S. Maria non avesse cessato di essere la parrocchiale, la cura d’anime cominciava a esercitarsi nella chiesa dei SS. Fermo e Rustico, dove si conservava il SS. Sacramento, si trovavano gli olii Santi e le solite funzioni parrocchiali, e dove fu trasferito anche il fonte battesimale (Rota).

Borromeo ordina quindi la modifica dell’altare maggiore nella forma richiesta dalle nuove disposizioni, l’eliminazione dell’altare di S. Maria di Loreto, e la modifica degli altari e delle cappelle.

Veduta attuale del presbiterio e degli altari laterali della Chiesa Nuova, con gli stucchi e i quadri seicenteschi. Il presbiterio è stato alzato agli inizi del Seicento, quando la volta a botte ha sostituito l’originaria volta a crociera e si è aperta la finestra ad arco di tipo palladiano (Ph Maurizio Scalvini)

La chiesetta di S. Maria Vecchia,  piccola e con un unico altare, necessitava invece della riparazione delle volte e della modifica dell’altare secondo le nuove disposizioni.

Dopo il 1575 l’altare della chiesa dell’Addolorata viene modificato secondo le disposizioni di S. Carlo Borromeo, con ai lati pilastri in pietra arenaria di finissima fattura. La copertura era lignea. La volta attuale così come l’altare in marmo nero risalgono al 1710, quando vi vennero collocati i quadri dei dolori di Maria. Le decorazioni interne sono ottocentesche e l’affresco della Madonna dei Servi di Maria è del 1853, anno cui si fa risalire l’acquisizione dei due quadri di Francesco Vigna esposti alle pareti

Nel frattempo, intorno al 1563, Solario aveva fatto realizzare il gruppo ligneo della Madonna con Cristo morto, l’opera più importante conservata all’interno della chiesetta.

Il gruppo scultoreo dell’Addolorata (Anonimo, sec. XVI), la più importante opera artistica conservata nella chiesetta (Ph Maurizio Scalvini)

La statua veniva coperta con un drappo sul quale è raffigurata la Madonna con il Cristo Morto, pregevole opera di pittore anonimo del XVI secolo.

Velario dell’altare della Madonna dell’Addolorata (Anonimo, XVI secolo) –  (GRITTI, 1990)

Nel suo testamento (1591) il Solario lascia alla Chiesa di S. Maria posta sopra il monte di Breno, beni immobili e denari per l’ampliamento della sagrestia e concorda di essere sepolto in detta chiesa. Il sepolcro, in lastre di marmo di Zandobbio, è posto nel pavimento, in centro, subito dopo i gradini del presbiterio.

Le opere di ampliamento della sagrestia si realizzano alla fine del Cinquecento, periodo in cui si posa anche il lavabo in marmo (1599), tuttora esistente.

La fontana di marmo della sagrestia e lo stemma con strumento musicale di offerente ignoto (GRITTI, 1990)

La Confraternita del SS. Nome di Gesù ottiene, il 4 aprile 1604, dal Papa Clemente VIII e su richiesta del “diletto Maffeo Pesenti”, la concessione di indulgenze alla chiesa della Madonna e alla sua Confraternita.

Come detto, in seguito alla visita pastorale compiuta il 27 aprile 1613 dal vescovo di Bergamo Giovanni Emo, il Santuario della Natività verrà sottoposto ad un profondo rinnovamento strutturale (tra cui figura l’erezione della cappella intitolata alla Madonna del Rosario).

GLI AFFRESCHI DELLA CHIESA NUOVA 

Costruita la nuova chiesa, per intercedere grazie e protezioni o per ringraziamento i devoti fanno affrescare le pareti con immagini di tipo votivo che ripetono la figura della Madonna cui la chiesa è dedicata. Nel  corso del Seicento tali affreschi verranno ricoperti  dagli stucchi e dai quadri visibili attualmente.

Sono noti quelli collocati sopra gli altari posti a lato del fronte del presbiterio (altare di S. Rocco e altare di S. Caterina), poi ricoperti dalle pale del Genovesino. Mentre è solo dal 1962 che in occasione di restauri si è venuti a conoscenza di alcuni affreschi di fine Quattrocento nell’area del presbiterio, proprio laddove oggi sono emerse nuove scoperte che stanno riscrivendo importanti capitoli della storia artistica e comunitaria del Santuario sul monte.

Al centro dell’altare maggiore (d) vi era inoltre un polittico cinquecentesco, poi disperso e sostituito pala dello Zanchi.

Disegno del presbiterio della Chiesa Nuova nel XVI secolo. Sulla parete dell’altare di S. Rocco (a) vi è un affresco del  XV secolo, sovrapposto da un altro della metà del XVI secolo. La parete dell’altare di S. Caterina (b) presenta invece l’affresco della “Madonna allattante” di Andrea Previtali. Ai lati e al centro del presbiterio, sulle pareti, tracce di affreschi della fine del XV sec. e XVI sec. Al centro, il polittico del Galizzi, poi disperso e sostituito dalla pala dello Zanchi (GRITTI, 1990)

 

L’altare maggiore e i due altari laterali prima dei recenti lavori di restauro. L’Altare di S. Rocco (a sinistra) e l’Altare di S. Caterina (a destra). Al centro dell’altare maggiore, la pala dello Zanchi (Ph Maurizio Scalvini)

L’affresco della “Madonna allattante” (1524 ca.) presente sul lato destro del fronte del presbiterio, in corrispondenza dell’altare di S. Caterina, è stato attribuito ad Andrea Previtali, che l’ha eseguito nel periodo in cui risentì maggiormente l’influenza di Lorenzo Lotto (6).

L’affresco della “Madonna allattante“attribuito ad Andrea Previtali, mutilo delle teste della Madonna e di S. Lucia (asportati con uno strappo). La posizione del Bambino con le gambe accavallate è simile al quadro della “Madonna del latte” dell’Accademia Carrara; il ritratto del frate offerente è, per semplicità umana e rappresentazione realistica, paragonabile ai migliori ritratti presenti nelle opere del Previtali; l’occhio che si apre nel palmo della mano di S. Lucia è un elemento surrealistico, il cui esempio si ritrova nel simbolo della “Creazione” nelle tarsie del Lotto in Santa Maria Maggiore. Gli altri elementi tipici del Previtali sono la compostezza della composizione, l’eleganza e il fine accostamento dei colori dei vestiti (GRITTI, 1990)

Sulla parete che sovrasta l’Altare di S. Rocco, la tela del Genovesino nasconde  l’affresco della Madonna in trono con Angeli (sovrapposto ad affreschi più antichi), attribuibile ad un anonimo seguace del Lotto. L’esecuzione si può far risalire a poco prima della metà del XVI secolo. Nella rappresentazione vi sono elementi (l’atteggiamento della Madonna con la mano tesa in avanti – forse verso S. Rocco – il Bambino con la mano benedicente alzata e il panneggio verde con fondo di cielo sorretto dagli angeli) ripresi nelle opere del Lotto, dalle Madonne in trono della Chiesa di S. Bernardino e S. Spirito in Bergamo.

Altare di S. Rocco, sovrapposto a due antichi affreschi (anonimi, fine XV e metà XVI sec.), un affresco (Anonimo) eseguito poco prima della metà del ‘500. Si intravede parzialmente il volto della Madonna in trono, la mano del Bambino, che è stato asportato, e il panneggio verde del fondo sorretto da due angeli (GRITTI, 1990)

La realizzazione di un nuovo affresco sopra quelli eseguiti pochi decenni prima si giustifica con la necessità di creare un maggiore equilibrio degli altari sul fronte del presbiterio e di rivaleggiare con un’opera di influenza lottesca con quello “che oggi ci giunge come il più godibile affresco del Previtali”.

IL (DISPERSO) POLITTICO AL CENTRO DELL’ALTARE MAGGIORE, IN VIA DI PARZIALE RICOMPOSIZIONE?

Al centro dell’altare maggiore, al posto della attuale pala della Natività di Antonio Zanchi (eseguita nel 1671) vi era un polittico, poi disperso, formato da nove comparti, di cui tre (Madonna col Bambino e i Santi Fermo e Rustico) firmati Giovanni De Vecchi detto Galizzi nel 1543 ed un altro (la cimasa con il Padre Eterno benedicente) non firmato ma attribuita al medesimo pittore. Dagli atti della visita pastorale del Vescovo Ruzzini dell’8 luglio 1701, risulta che  tre quadri del Galizzi si trovavano nel coro della chiesa dei SS. Fermo e Rustico (GRITTI, 1990).

Tavole del polittico esistente sull’altare maggiore nella chiesa di S. Maria prima della pala dello Zanchi; le tre tavole centrali sono firmate “ID.XXXXIII/IOANES DE GALIZIS BGMESIS” (1543). Sono raffigurati, al centro, la Madonna col Bambino e ai lati i Santi Fermo e Rustico. La cimasa con il Padre Eterno benedicente è stata comunque attribuita allo stesso pittore (GRITTI, 1990)

Secondo notizie emerse, si è ventilata l’intenzione di recuperare almeno quattro delle tavole originali del polittico, per poterlo parzialmente ricomporre e posizionare sulla parete di sinistra: delle quattro tavole, sicuramente una si trova nella chiesa dei SS. Fermo e Rustico a Sombreno, una è in possesso dei Conti Agliardi ed una dell’Accademia Carrara.

 

I NUOVI AFFRESCHI VENUTI ALLA LUCE

In occasione dell’apertura straordinaria del Santuario, tenutasi il 10 novembre scorso, il reporter Maurizio Scalvini ci offre un’anteprima degli affreschi e delle strutture emerse grazie ai lavori di ricognizione e di restauro intrapresi di recente.

Mentre si era a conoscenza dell’esistenza degli affreschi della Madonna del Cardellino e della Madonna della Pera, si ignorava totalmente l’esistenza dell’affresco Moroni, posto sulla parete destra accanto all’ingresso, e di quello della Crocifissione, collocato al centro dell’altare maggiore sotto la pala dello Zanchi:  una sorpresa assoluta.

Pannello illustrativo degli interventi di restauro, disegnato dell’Architetto Guido Roche (direttore dei lavori) ed elaborato da Maurizio Scalvini. Lo schema è riferito al lato destro del Santuario e al presbiterio (posto a sinistra del disegno). Da destra a sinistra: appena superato l’ingresso, nell’area del confessionale è posto l’affresco Moroni. Gli ovali indicano rispettivamente la posizione della Madonna del Cardellino, della Madonna Della Pera ed infine della colonna sulla quale è affrescata un’altra Madonna

 

Schema del presbiterio della Chiesa Nuova. L’affresco della Crocefissione emerso al centro dell’altare maggiore, sotto la pala dello Zanchi (Elaborazione di Maurizio Scalvini da GRITTI, 1990) 

All’ingresso del Santuario, sulla parete destra è emerso l’affresco Moroni, l’affresco meglio conservato rispetto a tutti quelli scoperti durante i lavori: deve ancora essere sottoposto a restauro.

A destra della Madonna si individua con certezza San Rocco, mentre il santo a sinistra non è ancora stato identificato (la Soprintendenza e gli esperti della Carrara non si sono ancora pronunciati in merito); le vesti riprendono quelle di un santo del citato polittico, quindi San Fermo o San Rustico , solitamente accoppiati e senza tratti distinguibili.

Affresco Moroni

 

Affresco Moroni

Un cartiglio reca il nome del committente e la data d’esecuzione (15 Maggio 1580), riportati in calce a piè dell’affresco.

Affresco Moroni (Particolare). Il bellissimo volto sorridente della Madonna

Proseguendo sulla parete di destra, accanto alla porta che immette nella sagrestia è stato portato alla luce l’affresco della “Madonna col Cardellino“,  tenuto in mano dal Bambinello. L’affresco dovrebbe essere conservato.

Madonna del Cardellino

Immediatamente a lato, nell’angolo con l’altare di Santa Caterina è stata riportata in luce la “Madonna della Pera“; ora completamente svelata, la Madonna tiene nella mano destra il frutto.

Madonna della Pera

Nel presbiterio, di fianco all’Adorazione dei Magi è venuta alla luce una colonna decorata, dove sono presenti una Madonna con Bambino molto rovinati. Si è così scoperto che in corrispondenza dell’Adorazione dei Magi, sotto un muro posticcio vi è una nicchia entro la quale proseguono le decorazioni presenti sulla colonna.

Emerge una colonna nel presbiterio, con affrescata una Madonna

 

In altro nell’immagine, il ritrovamento di una porzione del capitello quattrocentesco che sovrasta la colonna affrescata

 

I lavori avanzano ed emerge in tutto il suo splendore la Madonna con il Bambino affrescati sulla colonna del presbiterio (Ph Maurizio Scalvini)

 

I volti della Madonna con Bambino affrescati sulla colonna del presbiterio (Ph Maurizio Scalvini)

E, sorpresa, al centro dell’altare maggiore, dietro la pala dello Zanchi è venuta alla luce una Crocefissione di straordinaria bellezza e dalle dimensioni considerevoli!

Affresco della Crocefissione, al centro dell’altare maggiore

Nonostante l’antichità dell’affresco, ancora in attesa di restauro, sorprendentemente i colori hanno mantenuto la loro vivacità.

Affresco della Crocefissione, al centro dell’altare maggiore

 

Affresco della Crocefissione, al centro dell’altare maggiore

 

Particolare dell’Angelo, nell’affresco della Crocefissione

Per svariati motivi, non tutti i nuovi affreschi resteranno visibili, ma l’idea è quella di poter scostare agevolmente le tele sovrastanti (magari incernierandole), almeno per quanto concerne gli affreschi nascosti da una pala dietro gli altari di Santa Caterina e di San Rocco e soprattutto per quanto riguarda la Crocefissione.

Le Madonne sono tutte databili intorno alla fine del ‘400 e rimarranno a vista.

 

IL PROFONDO RINNOVAMENTO STRUTTURALE DEL SEICENTO: DAGLI AFFRESCHI ALLE GRANDI TELE  

In seguito alla visita pastorale compiuta il 27 aprile 1613 dal vescovo di Bergamo Giovanni Emo, il Santuario della Natività viene sottoposto ad un profondo rinnovamento strutturale, dettato da una serie di decreti improntati al rispetto del rigore della riforma tridentina.

Tra questi, per evitare scandalo al popolo o sconvenienza per luogo sacro, veniva ripresa la prescrizione di chiedere licenza scritta al Vescovo per collocare immagini sacre nelle chiese.

Nell’ultimo scorcio del Cinquecento infatti, aveva avuto inizio quel fervore di attività per arricchire di stucchi e decorazioni gli spazi nudi o affrescati delle nostre chiese. L’esempio più importante partiva dalla Basilica di Santa Maria Maggiore dove la MIA incaricava l’ing. milanese Martino Bassi di redigere un progetto di rinnovamento dello spazio interno con inizio dalla Cappella votiva della città.
Altre chiese si adeguano a questo nuovo modo di trattare le superfici interne, come la Matris Domini e la chiesa della Madonna dei Campi a Stezzano e lo stesso gusto viene seguito nella sistemazione dei palazzi privati.

 La visita del vescovo di Bergamo ci tramanda interessanti notizie sull’aspetto del luogo di culto al principio del Seicento:

«Alla Madonna di Sombreno vedendo noi lì tante pitture vi si sono fatte et fanno della Gloriosa Vergine, rappresentando però il medesimo Misterio, che non servono a devozione né a ornamento, intendendo noi di volerle levare a suo tempo ed occasione di qualche più durevole ornamento à mag. divvozione di nostra Signora della chiesa dedicata a Lei, fratanto commando che all’avenire non si faccia pittura alcuna senza noi si esprima licenzia ottenuta in scritto».

Veduta del presbiterio e dei tre altari originari, coperti dagli stucchi e dai quadri nel Seicento, rispecchianti il nuovo modo di trattare le superfici interne, improntato al rispetto e al rigore della Riforma tridentina (Ph Maurizio Scalvini)

Anche la chiesa nuova di Sombreno nella sua opera di rinnovamento si conforma ai modelli citati affidando gli stucchi ai fratelli Gerolamo e Gio B. Porta (già esecutori con il padre delle decorazioni di S. Maria Maggiore) e il ciclo di affreschi delle Storie della Vergine (1620) a Pietro Baschenis.
Essi si firmano nel primo gradino della presentazione al tempio “PETR. BASCHENES PINXIT IERONIMO BATTISTA PORTA STUAVIT”.

In questo periodo si presume sia stato alzato il presbiterio con la formazione della volta a botte, in sostituzione della crociera, e aperta la finestra ad arco di tipo palladiano.

La fotografia lascia intravvedere, sopra l’altare maggiore, la volta del presbiterio con le decorazioni a stucco, di ottima fattura, e gli affreschi eseguiti nel 1623. Sul fronte del presbiterio le tele del Genovesino hanno sostituito gli affreschi votivi. Come affermato recentemente dai restauratori, gli stucchi che ornano tutto il perimetro della chiesa raggiungono il livello di quelli presenti in Santa Maria Maggiore; lo sfondo è di una colorazione verde particolarmente bella, pregiata e costosa: il verde malachite o verde smeraldo (Ph Maurizio Scalvini)

 

Volta del presbiterio con le decorazioni a stucco e gli affreschi eseguiti nel 1623. A destra Affresco dell’Annunciazione, a sinistra quello della Visitazione, di Pietro Baschenis (GRITTI, 1990)

Francesca Cortesi Bosco nella descrizione degli affreschi di Pietro Baschenis (Storie della Vergine), mette in evidenza le ripetizioni di modelli espressi nella pittura di Enea Salmeggia e spunti presi dal Cavagna.

Pietro Baschenis, un affresco della volta del presbiterio, raffigurante la Visitazione (GRITTI, 1990)

Sono da attribuire ai fratelli Porta anche la figura del Padre Eterno con le decorazioni a stucco sopra il portale d’ingresso al Santuario.

Il Padre Eterno benedicente sul portale d’accesso al Santuario (G. Porta)

Come anticipato, nelle cornici a stucco degli altari sul fronte del presbiterio furono collocati nel 1626 i quadri di Bartolomeo Roverio detto il Genovesino: a destra la tela di S. Lucia e S. Caterina a conferma della titolare dell’altare; all’altare di sinistra invece in luogo di S. Rocco, compaiono S. Francesco e S. Bonaventura con il Salvatore.

Il Salvatore tra S. Bonaventura e S. Francesco nell’altare di N.S. Gesù (ex S. Rocco), S. Lucia e S. Caterina nell’altare dedicato a S. Caterina (Genovesino) (GRITTI, 1990)

La famiglia Pesenti dona i quadri posti sopra il cornicione a nord rappresentanti la circoncisione di Gesù e la presentazione al tempio con in basso lo stemma Pesenti e la scritta ex-voto Petro Mariae, aequitis de Pesentibus anno MDCXXXIV e si fa promotrice, a partire dal 1620, della costruzione del nuovo altare del Rosario, aperto nella parete sud, nel corpo centrale.

Stemma della famiglia Pesenti. Con il lascito di 600 scudi da parte di Santino Pesenti dopo la morte della figlia Caterina, il finanziamento per la costruzione dell’altare del Rosario proseguì con Ippolita Corna Pesenti, nel 1630 (che, ammalata di peste lasciò la sua dote alla chiesa) e si concretizzò con il fratello e fabbricere della chiesa Pietro Corna che affidò l’incarico a Carlo Ceresa di eseguire le pitture (GRITTI, 1990)

Nelle chiese di culto mariano nel Seicento si espresse e si diffuse in molte parrocchie sotto l’episcopato del Barbarigo la devozione della Madonna del Rosario e dei Santi domenicani che l’avevano promossa. La formazione della Confraternita della Madonna del Rosario di Sombreno avvenne nel 1631 e secondo il parroco Quarenghi è da considerarsi la più antica della zona.

Altare della Madonna del Rosario con i quadri di Carlo Ceresa fatti eseguire dalla famiglia Pesenti tra il 1620 e il 1649 (GRITTI, 1990)

Nel 1645, appena eseguiti gli stucchi, si collocano i quindici misteri del Rosario eseguiti da Carlo Ceresa  (su incarico del fabbricere Pietro Corna) e nel 1646 i due quadri laterali rappresentanti l’uno i Santi Nicola da Tolentino e Antonio da Padova, l’altro i Santi Rocco e Sebastiano (che ripropongono i Santi rappresentati negli antichi affreschi dell’altare omonimo).

Solo nel 1649 viene collocata la pala dell’altare della Madonna del Rosario raffigurante la Madonna con il Bambino in gloria con S. Pietro e S. Caterina d’Alessandria (a ricordo di Pietro Corna mentre la figura della Santa è forse il ritratto di Caterina Pesenti) e S. Domenico.

Pala della Madonna del Rosario con S. Caterina, S. Pietro e S. Domenico (C. Ceresa) (GRITTI, 1990)

Scrive Luisa Vertova “che nella tela di Sombreno la Vergine ha la fiorente robustezza delle Madonne delle pale di Bergamo e di Nese e il Ceresa tenta di Conciliarvi la monumentalità della pala di altare con la intimità della Sacra Conversazione, anzi del gruppo di famiglia”.

Particolare del volto della Vergine nella pala del Ceresa (GRITTI, 1990)

La famiglia Pesenti, offerente, fa apporre lo stemma dell’aquila con sormontata la stadera, alle tele dell’Annunciazione eseguite da Carlo Ceresa, poste ai lati dell’arcone del presbiterio (tele già menzionate e descritte da Angelo Pinetti nel 1931).

La “Vergine annunciata“, una delle due grandi tele della “Annunciazione” eseguite da Carlo Ceresa, collocate sopra l’altare entro riquadrature di stucco poste ai lati dell’arco di accesso al presbiterio. Secondo lo storico Gabriele Medolago, Pietro Maria Pesenti  avrebbe commissionato l’Annunciazione forse a seguito di una grazie ricevuta. La somiglianza della “Vergine annunciata” con l'”Angelo annunciante” appare piuttosto marcata: potrebbe trattarsi della moglie Caterina – le cui fattezze ricorsero talvolta nelle Vergini del Ceresa – e, nel caso dell’Angelo, di uno dei figlioli morti in tenera età, il cui ricordo si trasferì sovente nei suoi angioletti (Ph Maurizio Scalvini)

 

L’ “Angelo annunciante” e la “Vergine annunciata” esposti al pubblico (giugno 2010) in occasione del restauro, nella navata del Santuario della Natività di S. Maria a Sombreno.  L’Angelo, dai caratteristici tratti ceresiani, è ricoperto da un candido abito bianco che dà vita a quella che Giovanni Testori definiva una «poesia concreta, familiare, alpigiana, polentesca, cascinesca, catechistica, rosariante, castagnosa, lattea, formaggesca» (Ph Maurizio Scalvini)

 

Particolare dello stemma araldico della famiglia Pesenti sulla tela dell’Angelo annunciante, con l’iscrizione indicante la commissione dei dipinti

Nel 1672, Francesco Carminati (7) versa una cospicua somma per l’acquisto della nuova pala dell’altare maggiore eseguita dal pittore veneziano Antonio Zanchi e per la realizzazione della nuova ancona a stucco affidata allo scultore luganese Giovanni Angelo Sala, artisti che già avevano lavorato per la MIA in S. Maria Maggiore.

Pala dell’altare maggiore rappresentante la Natività di Antonio Zanchi eseguita nel 1671 (GRITTI, 1990)

Pietro Zampetti a proposito della pala di Sombreno scrive: …”E’ opera dello Zanchi tutta giustapposizioni e bilanciamenti, ricchi piegamenti di panni e solidi colori a rilievo. Alla base della sapiente piramide costruttiva, le splendide figure delle due giovani fantesche…sono un richiamo alle importazioni caravaggesche raccolte dal gruppo dei riformati…”.

Lo stemma della famiglia Carminati (carro), offerente dell’altare dei Morti e della pala dello Zanchi (GRITTI, 1990)

Sulla parete di fronte all’altare del Rosario la famiglia Carminati nel 1682 fa costruire la Cappella dei Morti, un altare in forma simmetrica con la dedica alla passione di Cristo in suffragio delle anime del purgatorio, culto che aveva preso impulso dopo la peste del 1630 e che nelle chiese della bergamasca tendeva ad occupare gli altari laterali più importanti. I figli di Francesco, Pietro e Don Carlo Carminati, acquistano la pala con Gesù crocefisso e Santi (1675) di Johann Carl Loth, pittore nato a Monaco di Baviera e vissuto a Venezia dalla metà del secolo e la collocano, nel 1683, nel centro dell’altare, insieme ai due quadri laterali attribuiti da Mariolina Olivari a Gregorio Lazzarini, raffiguranti la Resurrezione di Lazzaro e la Resurrezione del figlio della vedova di Naim.

Alla base delle colonne laterali della cappella sono posti gli stemmi in marmo di Carrara della famiglia Carminati con aquila bicipite sopra un carro e lo stesso stemma lo troviamo sulla parete ell’ingresso in alto con la dicitura: FRATRES FILII Q. FRANCISCI / DE CARMINATIS PATRITII VENETI EX DEVOTIONE / ANNO MDCLXXXVIII”. Il titolo nobiliare era stato conferito a Venezia nell’anno 1687 per l’attività di banchieri.

Altare delle Anime Purganti, ora detto dei Morti (famiglia Carminati offerente), con la pala di J.C. Loth e iquadri laterali del Lazzarini. Gli intagli del pulpito e dei confessionali in noce (1689) sono di Carlo Mariani (Ph Maurizio Scalvini)

 

Pala con Gesù crocefisso e Santi (1675) di Johann Carl Loth, sull’altare detto dei Morti (GRITTI, 1990)

Nel 1708 il rettore don Francesco Gavazzeni, su ordine della Curia episcopale di Bergamo redige l’inventario dei Beni della Chiesa di S. Maria che consistevano in case e terreni posti in Breno, in Paladina, in Almè e ad Ossanesga.

Le opere di completamento e sistemazione del Santuario iniziarono nel 1710,  protraendosi sino ai primi decenni del Novecento.

Nel 1710 venne innalzata la volta della chiesetta dell’Addolorata sostituendo la copertura lignea e vennero aperte due nuove finestre in alto.

Volta del presbiterio della cappella dedll’Addolorata, innalzata nel 1710 (Ph Maurizio Scalvini)

Nel presbiterio venne collocato un nuovo altare in marmo nero con al centro il paliotto in marmo bianco dell’Addolorata, ai lati furono posti i quadri dei dolori di Maria.

Il nuovo altare in marmo nero con al centro il paliotto in marmo bianco dell’Addolorata e ai lati i quadri dei dolori di Maria (Ph Maurizio Scalvini)

 

Paliotto centrale dell’altare dell’Addolorata in marmo bianco di Carrara (GRITTI, 1990)

Sotto la direzione del capomastro Gianni Moroni di Ponte S. Pietro si ampliò la casa del romito e si formò il portico con le colonne binate in pietra arenaria.

Il porticato antistante il Santuario,  con le colonne binate in pietra arenaria (inizio settecento) (Ph Maurizio Scalvini)

 

Il Santuario della Natività di Maria Santissima e il porticato con le colonne binate in arenaria

Per la chiesa nuova si procedette all’ampliamento della sacrestia e ad adornare la stessa con mobili eseguiti dal romito intagliatore fra Giacomo Micheletti (tre poltrone e due sgabelli finemente intagliati). Nel 1736 si eseguì la cantoria in legno con decorazioni ad intaglio e dipinte e si installò l’organo fornito dalla ditta Serassi.

Schizzo a penna allegato alla nota del 1725 sull’ampliamento della Sagrestia (GRITTI, 1990)

Il sagrato del Santuario che presentava cedimenti è stato sistemato nel 1832. L’opera di ampliamento dello spalto del piazzale con la formazione dei fornici in muratura si può far risalire alla fine del XVII secolo. Originariamente il muro di sostegno del terrapieno era più arretrato ed è ancora visibile nelle murature di pietra squadrata che si scorgono nei fondali delle volte.

Santuario di Sombreno e muro di sostegno del terrapieno (Ph Maurizio Scalvini)

Nell’Ottocento si rifanno le decorazioni interne della chiesa piccola, l’affresco della Madonna dei Servi di Maria del 1853 è opera di Luigi e Carlo Rota.
Il 12 febbraio dello stesso anno era stata eretta la Congregazione dei Servi di Maria dal Priore Generale di Roma. A questa occasione si può far risalire l’acquisizione dei due quadri di Francesco Vigna esposti alle pareti.

L’affresco della Madonna dei Servi di Maria (1853), di Luigi e Carlo Rota, nella chiesa dell’Addolorata  (Ph Maurizio Scalvini)

La cuspide del campanile e la statua dell’Immacolata sono opere di Antonio Preda e dei F.lli Rusconi che le eseguono nel 1879.

Veduta complessiva del Santuario mariano di Sombreno

Al 1902 risale la ricostruzione con solaio in cemento del terrazzo e del porticato di fronte alla chiesa dell’Addolorata; al 1905 la formazione di quattro stanze sopra la sagrestia nuova; al 1925 la collocazione dell’orologio sul campanile.

 

NOTE

(1) ENRICO CAFFI, Sul deposito di argille del Petosino (Sorisole, provincia di Bergamo), Rivista di Bergamo, vol. 6 (1934).

(2) Il sistema difensivo di Breno comprendeva anche due torri, una inglobata nell’ala occidentale di villa Pesenti-Agliardi ed una seconda torre collocata in quella che è oggi la piazza, inglobata in un edificio di più vaste dimensioni. Le due torri furono probabilmente acquistate dai Pesenti, allorquando nel 1473 si insediarono a Breno, ampliandole e trasformandole in abitazioni.

(3) La cappella del castello fu, secondo il Fornoni, la prima chiesa ad ottenere il battistero divenendo parrocchia anche per le vicinie di Paladina e Ossanesga (Gritti 1997). Ossanesga si staccherà nel 1538 e Paladina nel 1568.

(4) Nel 1621 viene cioè concesso a un abitante di Breno di costruire un muro di cinta tra i beni della chiesa situati in cima al monte e il ronco di sua proprietà, servendosi dei sassi ricavati dall’abbattimento “di quella mura vecchia chiamata il Torrazzo esistente nel detto pezzo di terra di ragione del beneficio” (Pietro e Luigia Gritti, “Il Santuario della Madonna di Sombreno”, cit.)

(5) Il Presbitero Gasparino de Nervis fu il principale artefice delle opere eseguite alla chiesa di S. Maria al monte. Egli si occupò anche della chiesa dei SS. Fermo e Rustico, che per comodità del popolo fu sistemata nei primi decenni del ‘500.Durante la visita pastorale del 1520 il Vescovo Pietro Lippomano raccoglie buone informazioni sul comportamento del Presbitero Gasparino de Nervis dai testi Joannino de Pesenti e da Antonio Moroni. Per il completamento della costruzione della chiesa di S. MariaSerzanus f.q. Ioanini dicti Cappelle de Moronibus habitator de Brene nella sua cucina, alla presenza di Gasparino de Nervis, fa redigere nel 1506 il testamento in cui lascia “10 lire imperiali da spendersi per la stessa fabbrica e due ducati da spendersi per una pianeta per la stessa chiesa”. Al Presbitero, oltre ai benefici e alla proprietà dei beni della chiesa di S. Maria, era stato assegnato nel 1527, in un arbitrato fatto nel palazzo vescovile: al “rettore e beneficiato Gasparino de Nervis” il godimento delle piante del bosco di Sombreno: “tenga, goda e fruisca degli alberi di moroni e castagne esistenti al presente e in futuro sul monte si S. Maria di Sombreno, fino al monte di Breno…”.
Nel suo testamento del 1536 Gasparino de Nervis lascia i suoi beni alle Suore di S. Grata in Colunnellis di Bergamo, di cui era cappellano e confessore compresa la casa di via S. Lorenzino acquistata dalla MIA, che l’aveva avuta in eredità da Battista Cucchi cerusico (Pietro e Luigia Gritti, “Il Santuario della Madonna di Sombreno”, cit.).

(6) Francesca Cortesi Bosco concordando sull’attribuzione ad Andrea Previtali, indica nel 1524 la data presumibile di esecuzione. I motivi della datazione riguardano l’influsso avuto sul Previtali dal ciclo degli affreschi nell’oratorio Suardi di Lotto, chiaramente riscontrabili nella maggiore attenzione al vero, nella freschezza e luminosità del colore nella realizzazione del Bambino rispetto al quadro dell’Accademia Carrara; nell’abito di Santa Lucia con il laccio della manica appena sotto la spalla, presente anche nella Sibilla Chimicha del Lotto, tanto più che dello stesso anno è il cartone che il Lotto presenta al Consorzio della Misericordia per il coperto della tarsia detta “la Creazione” nel quale il simbolico occhio divino si modella congiuntamente alla carne delle braccia. “Il ritratto del committente in abito monastico è di grande vigore ed efficacia; sotto questo aspetto accostabile al ritratto di Paolo Cassotti nella tavola della Carrara. Per l’identificazione del committente, probabile appartenente ad una famiglia della zona, può essere utile il fatto che lo stesso doveva soffrire di disturbi alla vista, in quanto S. Lucia è in atto di proteggerlo e raccomandarlo alla Vergine.

(7) Il nobile Alessandro Morone f.q. Fermo, abitante in Porta Romana della parrocchia S. Tecla di Milano, originario di Breno, lascia nel suo testamento del 1650 trenta scudi di moneta di Bergamo sia per la chiesa di S. Maria di Breno e sia per la chiesa di S. Fermo e Rustico, e deposita nel Banco di S. Ambrosio lire otto mille cinquecento imperiali, i cui utili dovranno servire “per far celebrare una messa quotidiana nel detto loco di Brenno territorio di Bergamo e nelle chiese di detto loco…e siano d’aiuto ai suoi eredi che intendono seguire la carriera ecclesiastica” (…) A quindici figliole di Breno e dieci dei luoghi vicini (…) si diano 100 lire di moneta di Bergamo per ciascuna al tempo che si mariteranno o spiritualmente o temporalmente”…con preferenza ai parenti delle famiglie Moroni e Carminati. Nomina il cognato Francesco Carminati, abitante in Bergamo, tutore dei figli avuti dalla moglie Caterina Carminati e lascia erede universale il figlio Carlo Fermo Morone. Francesco Carminati, trasferitosi a Venezia dove svolge l’attività di mercante, non dimentica il suo luogo di origine e si prodiga per l’abbellimento della sua parrocchia sul Monte di Breno (Pietro e Luigia Gritti, “Il Santuario della Madonna di Sombreno”, cit.).

Bibliografia essenziale

– Pietro e Luigia Gritti, “Il Santuario della Madonna di Sombreno” – Consorzio per il Parco dei Colli di Bergamo. Grafica e Arte Bergamo, 1990.
– Il Parco dei Colli di Bergamo – Introduzione alla conoscenza del territorio, capitolo “Caratteri urbanistici e presenze architettoniche”, Graziella Colmuto Zanella.