L’osso del Santuario di Sombreno: una nuova, affascinante ipotesi emersa alla luce delle recenti scoperte

Reportage fotografico di Maurizio Scalvini

A un anno esatto dalla rimozione dal soffitto del Santuario della Natività della Beata Vergine, l’ormai celebre osso di Sombreno ha potuto far finalmente ritorno alla sede che a lungo lo ha ospitato sul panoramico avamposto affacciato sulla piana del Brembo.

L’evento ha riguardato la serata dello scorso 7 settembre, durante la quale Marco Valle – direttore in carica del nostro Museo di Scienze Naturali – ha reso noti i risultati delle analisi svolte sul misterioso reperto, al fine di accertarne la reale natura.

La locandina posta all’esterno del santuario

Un’indagine totalmente documentata, svolta a partire dalla fatidica data del 13 settembre del 2018, quando, approfittando dell’impalcatura montata per il restauro del santuario, il personale del Museo, dietro incoraggiamento del parroco don Sergio Paganelli e con il benestare della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio, prelevava  dalla storica sede il reperto paleontologico, insieme alla catena di fattura settecentesca che lo assicurava saldamente al soffitto.

Tutto comincia il 13 Settembre 2018: il lungo riposo dell’osso del santuario sta per terminare

 

13 Settembre 2018: tra mille cautele l’osso viene rimosso dal soffitto per essere portato al Museo di Scienze Naturali  in piazza Cittadella, dove verrà trattato ed esaminato

Nel corso della storica serata che ha svelato i misteri legati al prezioso cimelio, il pubblico presente ha colto l’occasione per ammirare il santuario nella sua nuova veste, abbellito da una sapiente opera di conservazione e consolidamento che ha valorizzato la luminosità degli stucchi secenteschi e portato alla luce gli ormai noti affreschi, rinvenuti per larga parte nel corso dei lavori e legati per lo più – come del resto gran parte dell’apparato iconografico dell’edificio – al sacro tema ispiratore del sito: quello della Natività di Maria.

Don Sergio Paganelli, parroco di Sombreno, nel corso della presentazione della conferenza dedicata al ritorno dell’osso nel Santuario nel quale si trova da tempo immemorabile. Al centro dell’altare maggiore fa capolino la pala dello Zanchi intitolata alla Natività di Maria, tema che ha dato il nome al Santuario

Per oltre cinquant’anni, confidando nell’ipotesi del prof. Enrico Caffi (1866-1950), ci siamo cullati nella convinzione che l’osso appartenesse a un mammuth (elephas primigenius ossia progenitore degli odierni elefanti), vissuto nei pressi in età preistorica.

L’osso appeso a una trave del soffitto del Santuario di Sombreno, identificato nel 1934 da don Enrico Caffi come la costola sinistra di un mammuth (Archivio Wells)

Durante alcuni scavi effettuati tra il 1905 e il 1914, dai depositi argillosi della piana di Petosino di Sorisole (un’antica palude lacustre), poco distante dal Santuario, erano emersi denti, zanne e numerose ossa di mammuth, ed altre testimonianze fossili di vertebrati (poi donati dalla Società del Gres al Museo di Scienze Naturali), oggetto di un successivo articolo vergato dal Caffi  (1).

La piana di Petosino, a ridosso dello sperone collinare di Sombreno. L’ipotesi del Caffi era avvalorata dai ritrovamenti venuti alla luce nel corso degli scavi effettuati ai primi del Novecento nei depositi argillosi della piana del Gres – gli stessi sfruttati per oltre un secolo dall’attiguo stabilimento per la produzione di manufatti -, quando erano emersi alcuni resti di Mammuth ed altre testimonianze fossili di vertebrati e vegetali

Incuriosito dall’osso di Sombreno, e tenendo conto dei ritrovamenti d’inizio Novecento, l’esimio professore – primo direttore del Museo -, forte del suo indiscusso prestigio di scienziato aveva identificato l’osso nella costola sinistra del primigenio elefante, che doveva provenire dalla piana di Petosino, sebbene risalente ad un periodo anteriore rispetto ai resti di mammuth citati poc’anzi.

Elucubrando sull’osso del santuario Caffi si spinse un po’ troppo in là con la fantasia, asserendo che questi era stato ritrovato al di sotto degli strati argillosi della piana, sfruttati da tempi immemori per la produzione di ottime stoviglie. Egli immaginava che quando in qualche punto gli scavi dovettero raggiungere la zona fossilifera – non adatta per stoviglie – l’area fosse stata abbandonata e risepolta sino al’arrivo degli escavatori, che rinvenuto il fossile   e ritenendolo “un avanzo del diluvio, lo considerarono come sacro e degno di essere conservato nella Chiesa”.

Il laghetto del Gres nella piana di Petosino (Sorisole), noto deposito di argille esteso tra il torrente Quisa e la collina di Bergamo, sfruttato da tempi immemori per la fabbrica di “proverbiali” stoviglie nonché dalla nota fabbrica del gres, da tempo dismessa

La perentorietà della sua affermazione suonava come una sentenza inappellabile, scagliata contro le leggende locali e contro l’interpretazione avanzata dall’ “enclave” del santuario sulla collina, dove, per diversi motivi, l’osso in questione veniva attribuito ad un cetaceo anziché a un mammuth.

Ma la sentenza del Caffi, se poteva aver rassicurato gli uomini di scienza, non convinceva né gli animi semplici dei popolani né i voli pindarici di coloro che sicuramente egli considerava dei visionari.

Veduta verso nord-ovest dal Santuario di Sombreno

Vi era una leggenda infatti – riferiva il Caffi nel 1942 – che attribuiva la costola di Sombreno “a un mostruoso animale che insidiava la vita degli uomini saggi”: leggenda che insieme ad altre pare essere archiviata nel Santuario e che in quanto tale non deve stupire, dal momento che in Italia sono molti gli edifici sacri a conservare ossa od altri resti animali, trovando riscontro o dando vita ad antiche leggende popolari che li attribuiscono a draghi o a mostruosi serpenti.

“Le nostre chiese, monumenti di fede, furono anche i primi musei d’arte e di storia naturale”, scriveva a tal proposito il curato del santuario di Sombreno, Don Angelo Rota, nel 1963.

L’osso appeso a una trave del soffitto del Santuario di Sombreno (Ph Maurizio Scalvini)

I reperti zoologici potevano giungere da lontano attraverso chissà quali peripezie, od essere rinvenuti nei territori circostanti, come la grande costola di Balena appesa nella chiesa di San Giorgio in Lemine, ad Almenno San Salvatore e a un tiro di schioppo da Sombreno: osso che gli antichi abitanti almennesi ritenevano appartenere al drago ucciso da San Giorgio e che secondo Caffi fu ritrovato in loco durante gli scavi per la fabbrica della Chiesa e dello scomparso Castello: trovata cioè nelle argille marine depositate dall’antico mare pliocenico, insinuatosi sin verso il territorio di Almenno, Villa d’Almè e Clanezzo in Val Brembana.

La stupenda chiesa romanica di San Giorgio in Lemine ad Almenno San Salvatore, in provincia di Bergamo. Appesa a una trave dell’abside, al centro dell’immagine, una grossa costola, che secondo la leggenda apparterrebbe al drago sconfitto dal San Giorgio, la cui gesta sono raccontate nei numerosi affreschi di cui è ricca la chiesa: secondo la tradizione, il Santo sconfisse un drago – simbolo del maligno – per proteggere la principessa

 

La costola di Balena nella chiesa di San Giorgio in Lemine ad Almenno San Salvatore, in provincia di Bergamo

Reliquie che, di volta in volta, oggi attribuiamo – facendo non poca confusione – alla vicinanza del fiume Brembo piuttosto che allo scomparso e mefitico lago Gerundo (il grande acquitrino che fino al medioevo si allargava tra l’Adda e il Serio e secondo alcuni fino al Brembo e all’Oglio), dai cui fumi emergeva il drago Tarantasio (le misteriose esalazioni erano dovute in realtà alla presenza nel sottosuolo di metano e acido solfidrico). Oppure, appunto, all’antico mare Adriatico del Pliocene, che ad Almenno era un golfo nel quale la Balena di San Giorgio avrebbe lasciato i suoi resti.

E se nel nostro pliocene la costola di San Giorgio in Lemine era il primo resto di balena – scriveva il Caffi – “altrove nelle stesse argille furono raccolti numerosi avanzi”.

D’altro canto però, i religiosi arroccati sulla collina di Sombreno attribuivano il singolare osso a “un’enorme costa da cetaceo”, aggiungendo che secondo il parere di un “distinto professore di storia naturale” il reperto doveva corrispondere in lunghezza alla sesta parte dell’animale: una notizia, questa, racchiusa in un opuscolo riguardante il santuario, pubblicato nel 1923 dal sacerdote Daniele Secondi (2).

Il pannello illustra a sinistra, l’appendice dell’opuscolo pubblicato dal sacerdote Daniele Secondi nel 1923, ovvero il primo documento che riporta dati sulla costola conservata a Sombreno. L’articolo fa riferimento a “L’OSSO FAMOSO” termine che anche nei decenni successivi verrà utilizzato per indicarlo. L’autore lo definisce “un’enorme costa da cetaceo” fa inoltre riferimento alla “distinta famiglia Moroni… che aveva pur casa a Venezia” ed alla scritta AIM (A Imperitura Memoria). A destra, l’articolo apparsi su L’Eco di Bergamo del 2 aprile del 1947 del prof, E. Caffi

Nel chiedersi il perché della presenza dell’osso di Sombreno, come e quando fosse arrivato nel santuario e per mano di chi, il sacerdote riteneva che, come ipotizzato dal  parroco locale, il reperto fosse giunto in loco mediante la “distinta famiglia Moroni”, famiglia sombrenese che si era elevata al rango patrizio grazie al commercio marittimo in quel di Venezia, e che aveva concorso all’arricchimento del santuario attraverso la donazione di numerosi arredi.

Non era quindi strampalato supporre – scriveva il sacerdote – che imbattutosi in mare in un terribile scontro col cetaceo, dopo aver scampato una sciagura qualcuno di tale famiglia avesse “trasportato nella amata chiesa tale avanzo” – l’osso famoso – “a trofeo di vittoria, ed a monumento di gratitudine”.

Nell’opuscolo pubblicato dal sacerdote Daniele Secondi nel 1923, è formulata  la teoria di un mostro marino nel quale si sarebbe imbattuto un membro della famiglia Moroni, e si allude allo scampato pericolo di questi, che “a trofeo di vittoria, ed a monumento di gratitudine” avrebbe portato l’osso famoso “nella amata chiesa”

A suffragio di tale interpretazione, il Secondi poneva l’accento sulla scritta AIM che appariva sull’osso, e che non poteva che significare A Imperitura Memoria.

Particolare dell’osso di Sombreno, con la misteriosa scritta “AIM” disegnata sulla sua superficie

In merito a tale questione, dopo quasi cinque lustri e precisamente nel 1947, in un articolo de L’Eco il Caffi parlava espressamente della costola con la scritta AIM ed esternava la sua contrarietà, scrivendo che per essere la costola di una balena era tutt’altro che enorme se confrontata con quella della Basilica di San Giorgio, che aveva una lunghezza doppia.

Non v’erano dubbi: la costola (che aveva asserito essere quella di sinistra, “piatta e curva”) apparteneva a un grosso elefante, aggiungendo che “non abbiamo bisogno di ricorrere alla storiella che essa sia stata portata da uno della famiglia Moroni, che aveva casa anche a Venezia, quando ne troviamo un deposito ai piedi del Colle di Sombreno”.

E in quanto alle leggende locali, come abbiamo capito le rigettava sdegnosamente e in toto.

Dettaglio dell’articolo apparso su L’Eco di Bergamo del 2 aprile del 1947, dove E. Caffi parla espressamente della costola con la scritta AIM e riferisce della presenza della firma al Prof. Venanzio Egidio con la data 14.1.1899 allora direttore del Museo di Bergamo

Oggi, considerati i dubbi che da tempo gravano attorno all’osso del santuario, si è voluto riconsiderare la questione alla luce dell’esattezza offerta dai nuovi ritrovati tecnologici, che hanno permesso di datare lo scheletrico esemplare ed esaminare molto da vicino i particolari della sua superficie.

Il santuario illuminato per una a serata speciale dedicata all’ “Osso famoso”

 

Dopo un tramonto spettacolare, il panorama notturno sul Monte Linzone

I risultati delle ricerche e delle analisi svolte sull’osso di Sombreno sono stati resi noti in occasione dei festeggiamenti per la Natività di Maria, alla presenza di un attento pubblico composto per lo più dagli abitanti del luogo – da sempre partecipi alle vicende del “loro” santuario – e da alcuni giornalisti.

Il pubblico presente alla conferenza dedicata al ritorno dell’osso nel santuario, tenutasi in occasione della festa della Natività di Maria

 

La postazione dedicata al reperto, accanto alla porta della sagrestia

Con l’ausilio di alcuni pannelli esplicativi, Marco Valle ha illustrato passo dopo passo le procedure preliminari di pulizia e consolidamento dell’osso, da cui sono emerse le prime, interessanti notizie.

IL PRELIEVO E IL RESTAURO DELLA COSTOLA

Il 13 settembre 2018, nel corso dei lavori di restauro del santuario il personale del museo preleva il reperto e la catena che lo sospende al soffitto. Nonostante la costola presenti, soprattutto  superiormente, una superficie molto scura costituita da grasso ed alcune macchie di ruggine, la sua struttura è solida e con la dovuta cautela viene trasportata nei laboratori del museo, dove vengono valutate le modalità di intervento, a partire dalla pulizia effettuata mediante prodotti non aggressivi (che non alterano la superficie del reperto) o reversibili.

Pannello esplicativo riguardante le procedure di pulizia e consolidamento svolte nel Museo di Scienze Naturali di Bergamo

 

L’usura e la forma allungata della catena raccontano che prima dell’osso il manufatto deve aver sorretto, se sommate, tonnellate di polenta messa a cuocere nel camino

 

La vecchia catena che assicura la costola al soffitto, dopo la ripulitura

Le zone annerite e la ruggine dovuta al prolungato contatto con la catena di ferro, vengono delicatamente asportate mediante sostanze specifiche, mentre la superficie dell’osso viene consolidata grazie ad un’apposita soluzione.

Per l’asportazione della patina scura costituita da grasso sono stati effettuati impacchi con Carbogel: un gel neutro che mantiene alto tenore di umidità ed assorbe lo sporco presente in superficie senza alterare il substrato. Le macchie di ruggine sono state trattate con uno specifico prodotto anche se i risultati non sono stati completamente raggiunti. La superficie dell’osso è stata consolidata con una soluzione di Acetone e Paralold B72 al 4%

Per riportare l’osso alla condizione originale, vengono asportate le scritte dei nomi che appaiono sulla superficie liscia della costola, e che erano state eseguite nella prima metà del Novecento dalle maestranze allora impegnate in lavori di tinteggiatura del santuario.

La scritta autografa sull’osso, fotografata e poi eliminata, riportava: Bonacina Giuseppe – Ponte San Pietro 8-5-1947

Dall’osservazione del reperto emerge che l’osso non è un fossile (in ciò contraddicendo Caffi), in quanto i tubercoli che ne caratterizzano la superficie si presentano puliti e non  ingombri di materiale come argilla, terriccio o simili, come avviene solitamente nei fossili.

Dettaglio dei tubercoli che rivestono la superficie della costola

Alla domanda di una signora che chiede lumi riguardo il peso dell’osso, il relatore si accorge di non aver rilevato il dato. In ogni caso la lunghezza della costola è di 169 centimetri, ossia 11 cm in meno rispetto a quelli calcolati da Enrico Caffi.

Le reali misure dell’osso del santuario

La ripulitura dell’osso ha messo in evidenza anche il vistoso rigonfiamento nella parte distale, dovuto a una fattura malamente ricomposta.

AIM: QUALE IL SIGNIFICATO?

Ma il momento topico della serata inizia con l’osservazione delle scritte storiche che erano state  segnalate dal sac. Secondi e citate dal Caffi, e che sottoposte a illuminazione ultravioletta da Franco Valoti hanno rivelato un esito del tutto inaspettato.

E qui occorre fare un passo indietro: il sacerdote Secondi nella “guida” del 1923 asseriva che la scritta presente sulla superficie dell’osso, che interpretava come AIM, poteva essere stata eseguita da un membro della famiglia Moroni a significare “A Imperitura Memoria”, in riferimento allo scampato pericolo occorso in mare dopo l’incontro con una balena.

Particolare della scritta sull’osso di Sombreno

La luce ultravioletta ha invece evidenziato che le lettere A e M non sono inframmezzate da una “I” maiuscola – come si credeva – bensì da una croce: pertanto, alla luce della nuova scoperta l’interpretazione di quello che si credeva essere l’acronimo di “A Imperitura Memoria” non è corretta.

Quale significato cela dunque la croce interposta tra le lettere A e M? Riusciremo a dare una risposta?

La fotografia eseguita con luce ultravioletta da rivela a sorpresa che in realtà le lettere A e M sono intercalate da una croce e non da una “I” maiuscola, infittendo il mistero che avvolge l’osso famoso di Sombreno

LA DATAZIONE DELL’OSSO TRAMITE L’ANALISI AL RADIOCARBONIO

Passiamo ora alla datazione dell’osso, per la quale si è estratto un frammento di tessuto dal peso di circa 5 grammi inviato all’Università del Salento, dove è stato sottoposto all’esame del Carbonio 14.

Per inciso, il campione è stato rimosso una porzione già micrifratturata del callo osseo presente nella parte distale della costola.

Il campione osseo (poi ricollocato) inviato all’Università del Salento per datazione al Carbonio 14. L’analisi al radiocarbonio valuta la presenza del radioisotropo del Carbonio ed è in grado di dare indicazioni sulla data nella quale la sostanza organica è stata sintetizzata (fornendo in parole povere indicazioni sulla datazione dell’osso)

Gli esiti dell’analisi al radiocarbonio fanno risalire con tutta probabilità la costola ad un periodo compreso tra il 1432 ed il 1591: ciò significa che essa non può essere quella di un Mammouth, smentendo decisamente la sentenza del Caffi.

Il risultato dell’analisi al Carbonio, con la datazione dell’osso

ELEFANTE E CETACEO A CONFRONTO

Una successiva immagine mette a confronto le costole di un elefante con quelle di un capodoglio, ossia un grosso cetaceo:  le prime appaiono come delle “strisce” sottili ed uniformi, mentre le costole di capodoglio sono a sezione rotondeggiante proprio come la costola del santuario, che è da ricondurre con sicurezza ad un  cetaceo – forse una piccola balena -, vissuto all’incirca 500 anni fa, in pieno Rinascimento.   

L’immagine comparativa tra le costole di un elefante (a sinistra) e le costole di un capodoglio (a destra)

LA SORPRESA…

A questo punto la testolina del reporter Maurizio Scalvini comincia a macinare: “quali dati abbiamo a disposizione?”.

  • Le lettere A e M disegnate sull’osso sono inframezzate da una croce;
  • la costola appartiene ad un cetaceo vissuto tra il 1432 ed il 1591.

L’intuito lo porta a dare un’occhiata all’affresco Moroni, che si trova verso l’ingresso del santuario.

Lo splendido affresco Moroni, meraviglia cinquecentesca riemersa pressoché intatta col recente restauro del Santuario; raffigura la Madonna con Bimbo, San Rocco e San Fermo o San Rustico (che appaiono solitamente accoppiati e senza tratti distinguibili)

Lo sguardo cade ai piedi delle figure, dove un cartiglio indica che l’affresco è un ex voto, recando anche il nome di Antonio Moroni da Breno, con la data di esecuzione: il 15 Maggio 1580.

Intorno a quella data dev’essere dunque accaduto un un fatto talmente importante, da indurre Antonio Moroni a compiere un voto.

Il cartiglio dell’affresco Moroni indica che l’affresco è un ex voto,  commissionato da Antoni Moroni da Breno ed eseguito il 15 maggio 1580

Riassumendo i dati disponibili:

  • Le lettere A e M disegnate sull’osso sono inframezzate da una croce;
  • l’affresco è un ex voto commissionato da Antoni Moroni da Breno nell’anno 1580 (o al massimo poco prima);
  • il cetaceo è vissuto tra il 1432 e il 1591, quindi nel 1580 era vivo e vegeto.

Le lettere A e M potrebbero corrispondere ad Antoni Moroni da Breno, la cui famiglia intratteneva affari commerciali marittimi in quel di Venezia. Accade dunque che nell’anno 1580 (o intorno ad esso), mentre è per mare Antonio s’imbatte in un mostro marino, e invocati i suoi santi scampa alla sciagura per grazia ricevuta; grazia alla quale ottempera commissionando l’affresco per il santuario, al quale dona un osso di balena su cui fa incidere la sue iniziali.

Queste le congetture di Maurizio.

Le lettere maiuscole presenti sull’osso, fotografate agli infrarossi

Tutte coincidenze? I pezzi del puzzle sembrano incastrarsi, tanto più che si sa con certezza che per le genti di mare era consuetudine regalare alle chiese una costola di balena in segno di grazia ricevuta per scampato pericolo corso in mare.

Un’ulteriore verifica attesta che a Sombreno nel Cinquecento esistevano ben due Antoni Moroni, fratelli di quel Beltrami citato nel cartiglio: tutti membri della famiglia più antica di Sombreno oltre che la più misteriosa fra tutte le famiglie Moroni sparse in Lombardia (3).

Cartiglio dell’affresco Moroni, nel Santuario di Sombreno

Resterebbe da verificare quantomeno un effettivo legame tra costoro e i viaggi in mare, per completare il cerchio di quella che don Angelo Rota, curato di Sombreno, definì “una storia avvolta nel mistero”: un mistero che, in fondo,  non fa che accrescere il fascino che da secoli avvolge il piccolo santuario arroccato sulla collina.

 

Note

(1) ENRICO CAFFI, Sul deposito di argille del Petosino (Sorisole, provincia di Bergamo), Rivista di Bergamo, vol. 6 (1934).

(2) Sac. Daniele Secondi, da: Il “santuario e l’antica parrocchiale – Umile guida – 1923 tipografia G. Carrara, Bergamo.

(3) A Sombreno i loro successori edificarono la prestigiosa villa che ora è Maccari (meglio nota come villa Moroni-Maccari) e possedevano altre case e una filanda che era annessa ad una villa sei-settecentesca: edifici che vennero acquistati dal conte Pietro Pesenti che ne fece la fattoria.

Ringraziamenti

A Maurizio Scalvini per le notizie, le fotografie e, ultima ma non ultima, la geniale intuizione.

A spasso sui Colli, sulle orme di Stendhal

A soli cinque anni di distanza dall’ingresso di Napoleone in città, il 2 maggio del 1801 il giovanissimo ufficiale Henry Beyle, più noto come Stendhal, parte da Milano verso Bergamo al seguito del generale Claude-Ignace-François Michaud – che segue di guarnigione in guarnigione e di cui diverrà aiutante di campo -, per trattenersi sino al 7 luglio dello stesso anno.

Costantino Rosa, il profilo di Bergamo dalla pianura

Reduce dalla frequentazione della società milanese e delle sue belle dame, il diciottenne Stendhal annota le sue impressioni nelle pagine di un diario, che egli chiama journal, dove sono contenute le memorie di viaggio sul paese che diverrà la sua patria di adozione.

Pietro Ronzoni, Complesso di Sant’Agostino: veduta meridionale dal Baluardo di San Michele, 1837 (Milano, Quadreria dell’800)

Ma diversamente da quanto avviene altrove, a Bergamo i suoi stati di trasporto emotivo non sono correlati tanto alle opere d’arte del territorio, quanto verso il paesaggio, probabilmente perché l’obbligo del servizio prestato nelle fila dell’esercito napoleonico lo tengono lontano da impegni di natura più leggera; ma forse anche perché in quel periodo, verso l’arte dominava l’approccio illuminista.

Via Donizetti: salendo a Palazzo Terzi (Racc. Gaffuri)

 

La salita del Gromo, in via Donizetti (Racc. Gaffuri)

In effetti, il riconoscimento delle qualità artistiche delle opere disseminate nel territorio era ancora limitato: Bergamo veniva considerata un territorio di frontiera culturale e il suo patrimonio artistico rivestiva scarsa rilevanza agli occhi del giudizio critico dell’epoca.

Piazza Vecchia con il Palazzo della Biblioteca Civica (Racc. Gaffuri)

Bisognerà attendere la fine dell’Ottocento perché la critica riconosca Bergamo come un “centro” artistico a tutti gli effetti, specialmente per le sue opere d’arte di fine Quattrocento e primo Cinquecento, incluse naturalmente quelle di influenza veneta.

Atrio di Palazzo Terzi

 

Palazzo Terzi, una delle più belle dimore della città sul colle, che da allora non è mutata mantenendo gli stessi arredi, tra cui alcuni interni tipicamente veneziani, che la rendono celebre

Stendhal racconta dunque l’emozione provata davanti agli scenari offerti dal paesaggio:

“La strada da Milano a Bergamo è magnifica e attraversa la più bella contrada del mondo. Da Canonica, villaggio sull’Adda, a venti miglia da Milano e a dieci da Bergamo, si gode una vista fra le più belle che si possano immaginare. Quella dalla città alta di Bergamo è meno dolce e assai più distesa…”.

Veduta su Bergamo Alta

Da casa Terzi, dove ha preso alloggio il generale Michaud, si distinguono chiaramente gli Appennini, a venticinque leghe di distanza.

Se ne scorgono distintamente i particolari con un cannocchiale di sei pollici di Ramsden che il generale possiede.

Palazzo Terzi nella composizione di Vincenzo Orelli (1755-1813), accanto al campanile di S. Maria Maggiore e a Porta S. Giacomo. La figura femminile simboleggiante Bergamo, presenta omaggi al Podestà Alessandro Barzizza. Ai lati i simboli dei fiumi Serio e Brembo (incisione di Domenico Cagnoni) – (Racc. Gaffuri, Biblioteca Civica)

La vista è limitata a nord-est e a sud-ovest dalle montagne alle quali è addossata Bergamo.

Scorcio sulla pianura dalla Sagesse, in via S. Giacomo

Segue lezioni di italiano, scherma, clarinetto, passeggia a cavallo ed è assiduo frequentatore delle rassegne teatrali, tanto da risolversi a tradurre in francese la commedia di Carlo Goldoni, Gli amori di Zelinda e Lindoro, che vede rappresentata per la prima volta in un teatro bergamasco.

Il bastione che sovrasta via Tre Armi (Racc. Gaffuri)

“Ci sono due teatri, uno molto bello nel Borgo, cioè nella zona in piano della città, l’altro di legno sulla piazza della città vecchia.Tutte le sere andiamo a quest’ultimo, vicinissimo alla nostra abitazione. L’altro è a mezz’ora di strada”.

Scorcio su Piazza vecchia dai portici del Palazzo della Ragione, dov’era allestito un teatro in legno (Racc. Gaffuri)

 

Veduta su Piazza Vecchia da via Aquila Nera (Racc. Gaffuri)

 

Nello stesso periodo, nei Borghi era attivo il Teatro Riccardi, oggi Donizetti, completato nel 1791 (Racc. Gaffuri)

Qualche volta Stendhal esce a cavallo per recarsi sulle colline che coronano la città e rientra estasiato per l’armonia del paesaggio, le fitte coltivazioni che coprono i pendii, le splendide vedute.

Piazza Mascheroni

 

Castagneta (Racc. Gaffuri)

E’ a lui che dobbiamo una delle prime testimonianze sulla bellezza dei colli che si distendono alle spalle di Bergamo :

“Ho fatto col generale Michaud grandi passeggiate a cavallo. Il paesaggio di Bergamo è davvero il più bello che io abbia mai visto.

Da San Vigilio (Racc. Gaffuri)

 

Castello di San Vigilio (Racc. Gaffuri)

 

Luigi Deleidi detto Il Nebbia (1774-1853). La polveriera nel Castello di San Vigilio

Amenissimi boschi coprono le colline dietro la città, quanto di più incantevole si possa immaginare. Sono quasi tutti riservati alla caccia, con le capanne per i cacciatori”.

Veduta sulla piana di Fontana dal Pascolo dei Tedeschi

Nel 1806, a distanza di diversi anni dal soggiorno a Bergamo, la città riemerge nelle sue annotazioni come un luogo della memoria e nella forma del ricordo romanzato. Lo scrittore francese rievoca la vista panoramica che si ha dalla città paragonandola al paesaggio di Montmorency , nell’Île-de-France: una “vista immensa che mi ricorda quella di Bergamo”.

L’anno successivo, in Roma, Napoli e Firenze – il testo della “Sindrome” – è presente un riferimento analogo: “Vado a passare qualche ora a Bergamo per amore della bella vista che si gode di lassù. Potete fare il giro del mondo, che non trovereste nulla di più bello”.

Lungo le mura veneziane

Della bellezza decantata da Stendhal possiamo ancora ammirarne le peculiarità, perché Bergamo ha sempre avuto cura della fascia collinare, estesa alle sue spalle per una lunghezza di circa sei chilometri.

Se Stendhal percorse a cavallo il suo itinerario alla scoperta dei colli, oggi, in alternativa a qualsiasi altro mezzo di trasporto si può partire a piedi, dalla funicolare che, al di là delle mura veneziane, conduce direttamente sul colle di San Vigilio.

Man mano si sale il paesaggio si allarga e si fa splendido…

Sguardo su Città alta

e, una una volta arrivati, si apre una deliziosa piazzetta con un bar.

Il risto-bar alla stazione superiore della funicolare

Qui, un segnale sulla destra invita a salire al castello, dal quale si godono ampi panorami.

Verso il Castello di San Vigilio

 

Veduta dal Castello

 

Il panorama verso settentrione

 

Scorcio su Monte Bastia (Ph schlenger86)

Ma non sono da meno quelli che si aprono lungo l’itinerario che vi invito a seguire proseguendo per la strada che si apre davanti a voi.

La stagione Liberty sul Colle (stampa di Patrik Serra)

Tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del secolo scorso sui due lati sorsero ville che venivano occupate soprattutto d’estate da famiglie in cerca di quiete e di frescura.

L’arrivo della funicolare, con l’impianto di collegamento rapido tra S. Vigilio e Città Alta, impose la sua discreta presenza nel paesaggio collinare

 

Sui colli nel 1909

 

Villino Neri lungo i Torni, dimora decorata in stile liberty costruita una casa preesistente, con il fronte su strada affrescato con soavi figure femminili di gusto preraffaelita e ingentilito da modanature in stile

 

Il Liberty sui colli – Dettaglio

Ora sono dimore invidiate per la bellezza del luogo e dei giardini.

Scorcio su Bergamo Alta (Ph Giorgio Bonalumi)

Più avanti la strada si biforca. Mantenendovi a destra proseguite fino ad arrivare ad uno slargo con panchine. È il belvedere di San Vigilio, così chiamato per le vedute sul caratteristico ambiente dei colli e sulla pianura.

Il “Belvedere” con le sue panchine, in una vecchia cartolina

Di fianco, sulla destra, una grandiosa villa il cui progettista ha ben sfruttato i dislivelli per realizzare uno scenografico giardino.

Villa Viviani Rumi, con lo scenografico giardino che prospetta su via S. Sebastiano. Come altri villini della zona, le due piccole dipendenze rustiche sono di aggiornato gusto déco, mentre la parte nuova, con gli apparati decorativi interni, è neobarocca

Se volete proseguire oltre vi suggerisco un percorso che Stendhal può avere seguito in una delle sue passeggiate a cavallo.

L’imbocco della gradinata per Monte Bastia

Quindi andate avanti in direzione della grande villa, passatele a fianco e proseguite a sinistra per la strada (via Monte Bastia) che sale verso l’alto.

 

Il primo tratto è un po’ in salita, ma quando si addolcisce in piano vi consentirà di ammirare nuovi angoli dei colli, al culmine dello splendore quando l’autunno incalza colorando il paesaggio di calde tonalità.

Scorcio su Monte Bastia in versione autunnale

Ed è proprio questa la stagione ideale per godere al meglio i grandiosi panorami che si aprono da lassù.

Santella lungo via Monte Bastia

 

Veduta autunnale sul colle di San Sebastiano, Madonna del Bosco e la Val San Martino con il Monte Canto

 

Zoom sulla sella di San Sebastiano

Più avanti la strada ridiscende, proseguite sino a che, dopo alcune case, si apre la gradinata che cala ripida verso il basso: imboccatela senza esitazione.

Nel luminoso ambiente di vecchie coltivazioni che scendono degradando dal colle,  vi accoglierà una veduta di alberi di pesco, di mandorlo e di cachi ricchi di frutti maturi, pronti per la raccolta.

Una volta arrivati alla fine della scalinata, prendete a sinistra per un viottolo in piano. Percorrerete uno stretto sentiero che si snoda lungo una lussureggiante valletta, dove potrete contemplare da vicino l’amenità di Monte Bastia e, là in basso, la valle di Astino, una veduta che vi allargherà il cuore!

L’incantevole veduta sulla valletta d’Astino nell’ultima luce del pomeriggio, resa ancora più preziosa dalla presenza di un antichissimo monastero – Ph Stefano Bombardieri

Giunti al termine troverete, suggestiva nel suo isolamento, una dimora quattrocentesca con un loggiato dalle snelle colonne: Cà Moroni, un tempo nota “frasca” immersa in quello che a tutt’oggi rappresenta il più meraviglioso scenario dei colli di Bergamo.

Ca’ Moroni, situata in un contesto paesaggistico meraviglioso, sicuramente fra i più belli e affascinanti dei Colli

Superata Cascina Moroni, salite lungo la stradina sterrata, seguitela sino a che non svolta a sinistra e proseguite lungo il sentiero di via del Rione, fra i terrazzamenti immersi nella quiete di un mondo dove il tempo pare essersi fermato.

Via del Rione: l’amenissimo sentiero di raccordo tra Case Moroni e via San Sebastiano

 

Panorama da via del Rione

Il viottolo, un’autentica strada di campagna che segue il tracciato di un’antica strada medievale, termina nell’asfalto di via San Sebastiano.

Là in basso, via San Sebastiano

Seguitela a sinistra e vi troverete a passare sotto il giardino della villa che avete ammirato dal Belvedere.

Ed eccovi di nuovo su via San Vigilio in direzione funicolare, a una manciata di minuti dalla città antica.

Scorcio su Bergamo Alta (Ph Giorgio Bonalumi)

(Stendhal, “Diario”, Torino, Einaudi, 1977).

Quando le frasche sui Colli allietavano la vita (tutte le frasche, una ad una)

Ahimé, non ci sono più le frasche sui colli, non si trovano più le mescite con i cortiletti acciottolati, ingentiliti da un glicine o da una vite all’americana, le panche, i tavolini di pietra, il pergolato. Che tempi!

Diceva bene Umberto Zanetti riguardo le frasche, osterie improvvisate nei casolari dei contadini che coltivavano la vite, che qualche decennio fa, su quei declivi soleggiati sorgevano a dozzine. Se ne stavano lì, discretamente nascoste tra boschetti, coltivi ed ortaglie, racchiuse in muretti che i contadini del posto curavano con perizia e dedizione.

La Città, scrigno di notevole fascino. Meraviglioso spettacolo naturale attorniata dai colli,  piccole perle di rara bellezza, al centro di un paesaggio che esalta la loro avvenenza di una grandiosità stupenda. Nascosti tra le le loro pieghe una moltitudine di “frasche”, adagiate tra vigneti domestici ed orti, tra case e cascine, contadini e ortolani, in una composizione di meravigliosa armonia

Per l’occasione, i contadini – piccoli proprietari, mezzadri o fattori –  solevano allestirle in rustiche cascinette o nel cortile di qualche casa colonica, come nella cinquecentesca Casa Moroni, ai piedi della Bastia, affacciata sulla Val d’Astino.

Cascina Moroni, la storica frasca dei Nessi ai piedi di Monte Bastia, attorniata da coltivi (Archivio Wells)

Le stradette, tracciate con gusto come via Sudorno, i Torni e S. Sebastiano, s’insinuavano fra dozzine di cascinali, fattorie e ville padronali, talvolta quasi aeree come lo Scorlazzino, con i suoi 210 scalini, e lo Scorlazzone, con i 165 gradini ripidi e faticosi. Ma anche sentieri fortunosi come quello dei Vasi.

1958: dalla scaletta dello Scorlazzino verso Sudorno

 

Via Sudorno: l’abitato si fonde con il tessuto coltivato in pittoresca disposizione. Al civico 49 vi sorgeva la frasca “al Caminù”, oggi abitazione privata

 

I colli della Bastia e di San Sebastiano e i Torni da San Vigilio nel 1922, con le armoniche ondulazioni, a lenti declivi o balze gradinate di vigneti, piccole aree a varie tonalità di colore e, intorno, piccoli cascinali, strette e tortuose vie gradinate selciate (rissòi, acciottolati), tratti di bosco incassati nelle strette, piccole valli che recano al piano le acque piovane e sorgive

Fra tanta bellezza, agli inizi degli anni Cinquanta sui colli ne spuntavano ancora una quarantina e nei primi anni Settanta ne sorgevano in Castagneta (frasca dei Rizzi)…

tra San Vigilio e Monte Bastia (le frasche dei Nessi, dei Lazzaroni, dei Bagià, la Marchina)…

Monte Bastia

ad Astino (la frasca del Martì). Mentre alla Madonna del Bosco era ancora attiva quella della Bagnada, l’ultima dei colli a cessare l’attività.

Sulle prime balze della collina sopra Astino si trovava la frasca di Mario Carissoli, nota come “frasca del Martì”

Se ne stavano lì, beatamente appollaiate sui crinali o nascoste tra le pieghe di qualche ombrosa vallecola, sospese fra i contrafforti montani – così vicini da accarezzarli con la mano – e la pianura, così vasta da non poterla abbracciare tutta con lo sguardo.

La musicalità della Conca d’Oro in una rara cartolina da collezione: passeggiate fuori le mura. La varietà dei toni, i chiaroscuri, i ricami della terra: tutto è stato felicemente disposto dalla natura

Le più famose erano quelle comprese nel classico “Gir dèle Sèt cése”: quelle dei Casati, dei Biondi, dei Carminati, dei Bagià, dei Canali, dei Rizzi, dei Nessi.

Scorcio su Fontana da San Sebastiano

Di solito le rustiche “frasche” dei colli restavano aperte da Pasqua a settembre e comunque sino a che il vino non era terminato.

Chi aveva prodotti migliori preferiva non fare “cantina” e vendeva il proprio vino ad acquirenti della città. Benché fosse di bassa gradazione era una proficua fonte di reddito per il contadino, che si barcamenava tra lo smercio del suo prodotto e la scampagnata primaverile dei gitanti, allorché si elevava al rango di “oste” mettendo a disposizione bicchieri, piatti e posate per consumare in loco …Cosa per la quale la legge strizzava l’occhiolino: “fanno canti ossia servono vino e, se proprio hai fame, ti dànno contra legem rapido ma saporito cibo”, scriveva Veronelli negli anni ’70.

La famiglia Lazzaroni (“Lasarù”) , proprietaria dell’omonima “frasca” in via Monte Bastia 17 – depositaria del vino migliore -, oggi abitazione privata così come la frasca “del Cavato” al civico 38. La paura dello Scuàss nel ricordo di Mario Lazzaroni: “Lo Scuàss era un diavoletto dispettoso che nelle cascine seminava lo scompiglio. Al mattino molti contadini trovavano il bestiame impaurito e i cavalli con le criniere annodate, sudati come dopo una lunga corsa. A volte, in piena notte, si udivano pietre che rotolavano con grande fragore, porte che si aprivano e si chiudevano con cigolii sinistri. Favole? Scherzi di cattivo gusto? Forse. Però si chiamava subito il prete per l’esorcismo. Se lui falliva, entravano in scena alcune terribili vecchie, autentiche megere, che facevano bollire nell’acqua le chiavi di casa e della stalla recitando formule di rito. Una tortura che lo Scuàss (o era il Maligno?) non riusciva a sopportare”. “Sì, lo so che oggi nessuno ci crede. Ma a quei tempi ci credevano tutti. C’erano intere famiglie terrorizzate dallo Scuàss”

Con l’insegna si arrangiava assecondando un’antica usanza, già citata negli Statuti di Brescia nel Quattrocento, esponendo sul cancello a mo’ di richiamo alcuni rami messi alla brava – di ciliegio, gelso o edera -, ai quali veniva appeso il  fiaschetto.

Ma prima di appendere frasca e fiasco ed aprire la casa agli avventori, i contadini ricevevano il permesso comunale e facevano daziare le botti di vino  previo versamento di una tassa.

I contadini di un tempo solevano esporre una “frasca” all’entrata della propria cascina per segnalare ai possibili avventori la disponibilità in loco di cibo o di vino; tale offerta fu legata, almeno inizialmente, ai ritmi cadenzati della vita contadina: la vendemmia, il raccolto, l’uccisione del maiale

La si arrangiava all’aperto con qualche tavolo in graniglia oppure utilizzando, capovolti, i cosiddetti caalér, le vecchie tavole per l’allevamento dei bachi da seta; vi si aggiungeva una dozzina di sedie e qualche panca di legno, che venivano disposte all’ombra di un un porticato o di tigli, noci, ciliegi e deliziosi pergolati di vite americana, se non di glicine dal profumo inebriante.

Táol dé lègn, öna banchèta..  (Umberto Zanetti)

Frasca sui colli di Bergamo

Accanto a qualche rustico vasetto di fiori e a una gabbietta appesa, nient’altro c’era se non attrezzi del mestiere come falci, rastrelli, zappe e gerle di ogni foggia.

Immancabili per chi desiderava uno spuntino erano le acciughe, i sottaceti, le salsicce e i salami veraci, i formaggi e gli stracchini casalinghi, le lattughe ed in primis  le uova sode (i ciàpe de öf) accompagnate da radicchi dell’orto, esposto al sole e sempre curato con perizia.

Alla frasca “La Marchina” (o “dei Palvis”), in via Monte Bastia (da Bergamore): poetica e socialità. La struttura è attualmente abitazione privata

Il tutto, innaffiato dal leggero vinello dei colli che allora come oggi non si prestava a lunghi invecchiamenti, andando gustato nel luogo d’origine; un vino che aumentava di gradazione se mischiato con uve o vini meridionali (Tarantino, Manduria, Trani, Bisceglie), noti nel bergamasco perché prima del 1880 fungevano da toccasana contro la pellagra, che era ai tempi molto diffusa.

I vitigni di Castagneta nel 1912

Altro non poteva essere offerto se non nella stagione degli asparagi nostrani (i teneri löertis raccolti nel bosco), delle fragoline e delle ciliegie. O meglio, delle amarene e delle marasche.

Via Colle dei Roccoli con la chiesa di San Sebastiano sullo sfondo

A volte ci scappavano anche i salamini piccanti fatti in cascina con il maiale ucciso a Natale, il cotechino alla brace o, quando andava di lusso, gli spiedini di uccelletti con polenta: classica, taragna o chissöla; e pure il grappino ottenuto con l’alambicco nascosto in cantina: il tutto ancor più buono se gustato con gli amici davanti a una tavola rustica, all’aria aperta, nella pace di una bella giornata d’inizio primavera.

Capitava che alcune frasche aprissero per qualche giorno anche in inverno dopo l’uccisione del maiale: come quella dei Bagià in San Vigilio, che preparava per gli intimi la tipica torta di sangue e una succulenta trippa.

Il colle dei Roccoli nel 1975. Nella via omonima sorgevano anche: censita da Bresciani e Pagani al civico 15, la frasca-trattoria “L’Alpino” (attualmente ristorante, segnalato al civico 13 di via Colle dei Roccoli); al civico 44 la frasca “del Michelo” e al n. 46 la frasca “dei Canali”, oggi abitazioni private

L’odore acre del vino novello, ancora giovane e asprigno, saliva dalle cantine aleggiando nell’aria e sembrava ancor più buono dopo la bella camminata. Perché sui colli ci si arrivava a piedi, salendo piano piano… e giunti alla frasca quel vino pareva nettare per gli dei.

San Vigilio e i suoi giardini racchiusi da rustici muri allacciati a stradette

Sempre pronto in cucina – “bianca di calce fresca e linda da specchiarvisi il rame” -, c’era un ricco assortimento di boccali e boccaletti di maiolica dalle tipiche forme e con i motti spiritosi in bella vista: “Bevi e paga, questo nettare ti resuscita”, oppure, “Chi beve vino campa più del medico che lo proibisce”.

Come d’incanto, a primavera inoltrata, sparsi tra i brevi filari esplodeva un tripudio di colori, con ciliegi in fiore e peschi di un impareggiabile color rosa che s’innalzavano al di sopra dei morbidi prati fioriti.

Bergamo nel canto della primavera

“Brezze profumate, nella calda estate, di fieni e di quante erbe odoravano strane e distinte”: mai espressione fu più felice.

Durante le gite fuori porta, frotte di giovanotti si appartavano beatamente sui prati e stesa un’enorme coperta traevano dai borsoni le abbondanti vettovaglie: ancor più buone se gustate all’aria aperta e innaffiate dal vinello  dei colli, che insieme alle gazzose, alle birre e alla spuma veniva messo a disposizione dall’oste.

Borgo Canale: disegni diversi da un brolo all’altro

Da presso giungeva il suono di un’orchestrina arrangiata alla buona di chitarre, mandolini e fisarmonica, e si udivano i canti e le risate provenire dall’aia. Il repertorio variava dai canti di montagna alle canzoni melodiche del tempo, non disdegnando quelle napoletane. Ma si cantavano a squarciagola anche quelle un po’ “spinte”, piccanti.

Quando poi nella frasca arrivava qualche bella voce, si puntava pure su  brani lirici come “La furtiva lacrima”, o a gran richiesta “Di quella pira l’orrendo fuoco”, con l’immancabile, solenne “DO di petto” finale, come quello  – celebre – del Cuminetti, idraulico di professione e tenore mancato, che terminava con una clamorosa steccata. Un’atmosfera festosa che non lasciava spazio, malgrado l’ebbrezza, a litigi o a battibecchi: le urla erano riservate al gioco della morra.

Storica è in particolare la frasca dei Rapizza sul colle di San Sebastiano, di cui si ha notizia sin dal 1860!

La frasca dei Rapizza in via Botta di San Sebastiano al civico 1, nel 1936

Una missiva da Marsala del garibaldino Alessandro Airoldi, che non desiderava altro che tornarvi, diceva infatti: “Spero che potremo rivederci presto e andare dai Rapizza a mangiare pane e salame”.

Quando la lunga giornata volgeva al termine e dietro le torri e le cupole di Città Alta un tramonto di fuoco arrossava il cielo, i grilli canterini prendevano ad allietare l’oscurità.

Il profilo di Città Alta nel 1830

Le varie compagnie allora discendevano in ordine sparso lungo i ripidi viottoli, e spesso capitava che qualcuno rovinasse tra i rovi per le troppe libagioni!

La discesa nei “Borghi”

Quando poi arrivava settembre, “sostare alle frasche nei giorni feriali procurava un senso di timida letizia.. si godeva dell’umiltà di un fascino domestico, del tranquillo tramestio della cucina, del battere di un falcetto sulla siepe, del chiacchiericcio del pollaio…E nemmeno stordiva una voce perduta lontano…”: una sensazione decifrabile solo dai moti del cuore.

Ma quando il fiaschetto appeso al ramo spariva, significava che la stagione delle “frasche” era finita.

Vista su Bergamo Alta da San Vigilio (Racc. Gaffuri)

Il rito “di Sèt cése”

Colle Aperto ai primi del Novecento

Nelle domeniche di primavera e fino al termine dell’estate per le comitive dei bergamaschi era un’allegra consuetudine ritrovarsi alle nove in Colle Aperto per raggiungere questa o quella frasca.

Da Piazza Mascheroni, nel 1960

 

In Colle Aperto intorno agli anni Quaranta (Archivio Evi Pagani)

Si aspettavano l’un l’altro all’ombra dei rigogliosi ippocastani, nell’attesa di incamminarsi verso la meta prescelta.

In Colle Aperto ai primi del Novecento (Archivio storico-fotografico D. Lucchetti)

A frotte arrivavano dai borghi inerpicandosi per il colle e risparmiando il fiato nell’attesa di riunirsi ai compagni, pregustando il premio finale di una gustosa merenda all’aperto consumata in allegria.

Da Porta San Lorenzo

 

Da Porta San Giacomo

 

Da San Martino della Pigrizia (1905), dove, al civico 17, sorgeva la frasca “del Fino”, attualmente abitazione privata

 

Dal centro cittadino (viale Vittorio Emanuele)

Dopo aver spedito una staffetta per prenotare il tavolo, a poco a poco le varie compagnie si disperdevano, fra canti e risate, tra le cascine che esponevano una frasca.

Ed immancabilmente la camminata procurava qualcosa di nuovo, di inaspettato, di stregato.

In Sudorno

Chi saliva da Castagneta per raggiungere i Casati, i Birondi o i Carminati…

Veduta su Castagneta nel 1961: la tenerezza del paesaggio

Chi vi si dirigeva da Colle Aperto…

1875: veduta da Colle Aperto verso il palazzo dei conti Roncalli e la strada per Castagneta (fotografia probabilmente eseguita dal conte Antonio Roncalli

…e chi s’incamminava per la Ripa di San Vigilio per raggiungere le frasche che si trovavano in quella zona.

Il bivio tra via Sudorno e la Ripa in direzione San Vigilio

 

La salita della Ripa ripresa nella parte mediana. Prima del 1933 era una sorta di mulattiera, poi  venne modficata e perfezionata divenendo una bellissima strada. Lunga circa settecento metri, è larga mediamente otto metri, con il marciapiede ornato da un filare di piante imbrifere (Racc. Gaffuri)

I più anziani e le famiglie con bambini troppo piccoli, preferivano servirsi della funicolare, risparmiandosi la fatica della Ripa.

L’esterno di Porta Sant’Alessandro, con a sinistra l’ingresso della funicolare per San Vigilio

 

Dopo aver trascorso la giornata in letizia, giocando, cantando, gustando la cucina nostrana e bevendo fiumi di vino, verso le 22 si ritornava a casa; solitamente i vecchi, le donne e i bambini scendevano prima….

Il rientro domenicale nei Borghi nel 1880, passando per S. Agostino

…mentre i più giovani – i tiratardi -, rispedite a casa le famiglie cominciavano un rito che consisteva nel cosiddetto “gir di sèt cése” (letteralmente: giro delle sette chiese): una sorta di maratona godereccia durante la quale si beveva e si cantava fino a notte fonda, concludendosi naturalmente con una sonora ciucca.

Scorcio su Borgo Canale e via degli Orti

Un curioso aneddoto è contenuto nel bellissimo fascicolo di Evaristo Pagani e Luca Bresciani, pubblicato dalla Biblioteca Circoscrizionale “Gianandrea Gavazzeni”, dove un certo signor Gaetano racconta che dopo aver completato il “giro delle sette chiese”, prima di rientrare in città passava con gli amici per Borgo Canale, dove raggiunta la casa natale di Donizetti intonava un’appassionata “Furtiva lagrima”, celebre romanza dell’Elisir d’amore.

Scorcio di Borgo Canale nel 1910

I lunedì le frasche erano frequentate soprattutto dai barbieri, che nei mercoledì delle Ceneri solevano inaugurare il periodo di “astinenza e digiuno” peregrinando tra le frasche e le osterie di Borgo Canale: quale simbolico richiamo alla Quaresima tenevano infilata un’aringa affumicata nel nastro del cappello, giusto per osservare il prescritto precetto di “magro” previsto il primo giorno quaresimale.

Borgo Canale con via degli Orti

Alle frasche era poi consuetudine festeggiare anniversari, Prime Comunioni ed ogni altra occasione un po’ speciale, persino matrimoni.

1950. Il pranzo di matrimonio di Elia Parietti e Maria Bonacina (suoceri di Dario Gamba, proprietario dell’immagine), alla frasca del “Gnuc”, nei pressi del Roccolino sopra Porta Garibaldi. Le vivande furono interamente portate alla frasca dai genitori degli sposi

 

1950. Foto-ricordo del pranzo di matrimonio di Elia Parietti e Maria Bonacina alla frasca del “Gnuc”, nei pressi del Roccolino

 

1950. Foto-ricordo del pranzo di matrimonio di Elia Parietti e Maria Bonacina alla frasca del “Gnuc”, nei pressi del Roccolino

Ma era soprattutto a Pasquetta che i bergamaschi raggiungevano la frasca preferita per il tradizionale pranzo a base di salame e insalatina fresca, accompagnando il tutto con il vinello dei colli e riservando ai bambini l’immancabile bottiglietta di gazzosa tappata con la caratteristica biglia di vetro.

La frasca dei Rapizza sul colle di S. Sebastiano nel 1959. Il grande edificio sulla destra era il convento delle suore che ospitavano in collegio i figli dei carcerati. Sul crinale la storica cantina “Rapesa”. In via Torni, all’altezza del cipresso, si nota il viottolo che scende alle case del Lavanderio (Archivio Wells)

Dopo il pranzo c’era tempo per una partita alle bocce sui precari campi improvvisati che confinavano con gli orti, e mentre i bambini giocavano, gli adulti si concedevano una passeggiata lungo i Torni godendosi fino all’ultimo il tepore del sole che baciava i colli e la città murata, al canto degli uccelli, merli, usignoli.

Da San Vigilio ai primi del Novecento

In lontananza, l’Ave Maria delle campane di Fontana era un rintocco quasi malinconico e struggente.

La piana di Fontana dal Pascolo dei Tedeschi

La più antica: la frasca-trattoria dei Rapizza, in via Botta di San Sebastiano

La frasca più antica di cui si ha memoria è quella dei Rapizza sul colle di San Sebastiano: nel  1860 esisteva già.

Lo splendido balcone della frasca dei Rapizza in via Botta di San Sebastiano al civico 1 (il recto della cartolina indica tuttavia via S. Sebastiano al civico 22). Il locale si fregiava del titolo di “Trattoria” ed attualmente è abitazione privata

La tradizione vuole che ancora prima Gaetano Donizetti approdasse talora a questa oasi di pace dove, più di un secolo più tardi, negli anni quaranta del Novecento, in certe sere il tenore Alessandro Dolci sedeva al pianoforte e cantava; con lui spronava esibirsi alcuni provetti dilettanti del bel canto. La frasca allora si riempiva di avventori e il repertorio di arie e romanze durava fino a tarda ora.

Il tenore Alessandro Dolci (Bergamo 1890 – 1954), fu il più grande cantante lirico del primo novecento bergamasco, la sua voce venne definita: potente e morbida, dal timbro d’acciaio eppure carezzevole come il tocco del velluto e la dizione nitida ed autorevolissima. Mascagni gli fece interpretare per 18 volte la sua “Parisina” (di cui esiste una registrazione fonografica). Cantò nei più importanti teatri del mondo

Altre frasche sorsero fra i primi del Novecento e gli anni ’20.

La frasca – osteria del Pinì, in via Castagneta, n. 17

Castagneta tra otto e Novecento (Racc. Gaffuri)

La frasca-osteria venne aperta nei primi anni del Novecento da Giuseppe Donizetti, con il supporto della moglie e dei figli che lo sostituivamo quand’egli  si recava nelle stalle ad accudire i suoi cinque cavalli, o quando col suo carretto curava, per conto del Monopolio, la distribuzione del sale e dei tabacchi.

Uno degli ultimi carretti del Monopolio di Stato a circolare in città. Il carretto circolava ancora alla metà degli anni ’80. Trasportava sale e tabacchi e raggiungeva anche Città Alta

Diversamente dalle classiche “frasche”, il locale restava aperto tutto l’anno. Nei momenti di grande afflusso, il proprietario si serviva di qualche “sbandato” della zona, retribuendolo con un buon pasto caldo, un calice di vino e l’alloggio per la notte. Tra questi c’era un tal Rosaspina, una “macchietta”, da cui probabilmente deriva il nome della frasca, che accoglieva tra gli altri anche il Mèrica – famoso cantastorie – e il Mènech, suonatore di fisarmonica.

Il signor Giuseppe lasciò al figlio la conduzione dell’osteria nel 1928 per condurre  la gestione del “Pianone”, dagli inizi del ‘900 adibita a “frasca fuori porta” e poi  a “taverna con alloggio”.

Fra le frasche di Castagneta è ricordata, dagli inizi del ‘900, anche quella presso l’attuale ristorante Pianone, poi  adibita a “taverna con alloggio”, scomparsa alla fine del secolo allorchè lo stabile è stato completamente ristrutturato e la vite rimossa. Immerso nel verde di Castagneta, con la stupenda terrazza panoramica affacciata sulla città e le sue valli, l’edificio fu Casa padronale di una vasta tenuta, sorta nella seconda metà del ‘600 sui ruderi di una fortificazione medievale (estrema propaggine del Castello di San Vigilio) prende il nome dal colle su cui sorge, spianato dai Visconti per motivi di avvistamento militare. La cantina è infatti la “santabarbara” del primitivo fortilizio e il salone con il grande camino è voltato. Nel 1740 la bergamasca famiglia Mascheroni tornò dopo circa 50 anni da Venezia e acquistò la proprietà sul colle del Pianone: il 13 Maggio 1750 qui nacque, da Maria Ceribelli e Giovanni Paolo, Lorenzo Mascheroni, primo di quattro figli. Nel 1962 Enrico Panattoni con geniale intuizione ne rilevò la gestione e, in vari e successivi interventi, trasformà l’originale avamposto nel suggestivo ristorante

 

Veduta dal Pianone – Acquaforte di Sandro Angelini

La frasca del Vecchio Roccolino o“l’ostarèa di précc”, nell’omonima via

La frasca-osteria del “Vecchio Roccolino”, al civico 30, era gestita nel 1930 da Fulvio Cerea.

Via Roccolino è un vicoletto pavimentato a ciottoli che collega via Costantino Beltrami, in Città Alta, con la zona di Valverde

Era detta “l’ostarèa di précc” perché un gruppetto di giovani preti soleva trascorrervi il giovedì pomeriggio, non disdegnando qualche partitella a carte.

Si godeva di una quiete straordinaria e di una cucina genuina dove degustare il buon vino prodotto dal vigneto del proprietario. Sul bel caminetto posto nel cucinotto la moglie preparava i tipici piatti bergamaschi – polenta, casoncelli, costine.. –  mentre i figli servivano ai tavoli.

Vista su Valverde e Valtesse dalla Fara

I clienti durante la bella stagione si disponevano sotto il pergolato posto nel cortile della casa, accolti da un intenso profumo di glicine ed estasiati da una bella veduta panoramica su Città Alta. La frasca era poi provvista di un campo di bocce, dove si giocavano interminabili partite a carte sui tavoli in graniglia.

Anche qui si notavano spesso le “macchiette” dell’epoca, che con le loro storielle e canzoni divertivano gli avventori: il Mèrica, il Pipelét, lo Svìsser, il Bignòca, abile suonatore di fisarmonica.

Nelle frasche capitava spesso d’imbattersi in una delle tante “macchiette” della città, personaggi stravaganti peri loro particolarissimi atteggiamenti. Tra queste, un posto di preminenza spetta senza dubbio al “Mèrica”(al secolo Signorelli Giovanni), figura piccola con gambe ad arco, che abbandonò la sua professione di calzolaio per fare il cantastorie. Cantava canzoni sue che commentavano argutamente i fatti cittadini. Qui è ritratto nel 1920 nei pressi del Duomo

 

“Ol Pipelet”, un abitante di Città Alta teneramente descritto qui, nel ricordo di Anna Rosa Galbiati

L’osteria doveva chiudere tassativamente verso le 22, ora in cui gli ultimi clienti, a volte un po’ alticci, venivano prelevati e messi alla porta.

La chiusura della frasca avvenne nel 1936 ma ancora verso gli anni ’90 la cascina non aveva subito cambiamenti esterni, mantenendo intatta la sua rusticità.

La frasca di Burì o del Castèl, in via Castello Presati (Mozzo)

La frasca, immersa in un’area ricca di vigneti e coltivazioni ortofrutticole, venne adibita nel 1910 nel suggestivo cortile interno del Castèl, all’ombra dell’antica torre, un tempo più elevata.

Castel Presati, identificato nelle sue strutture più antiche con il Castello dei Signori di Mozzo – già ricordato all’inizio del Xll secolo da Mosè del Brolo – prima dei restauri degli anni Venti. La vecchia frasca è attualmente abitazione privata

I principali clienti della frasca – gestita dal signor Burini – provenivano da Curno, Mozzo e zone limitrofe, apprezzando il vino ritenuto fra i migliori prodotti sui colli, grazie alla favorevole posizione dei vigneti.

Castel Presati

La capienza del cortile e la vicinanza dei prati circostanti assicuravano agli avventori ampi spazi per i loro divertimenti e la domenica la frasca registrava il tutto esaurito: vi si trovava immancabilmente un certo Carminati – che con baracca e burattini intratteneva i clienti raccontando le avventure di Gioppino -, e tra i tavolacci di legno si aggirava un certo Previtali con il suo cestino di vimini ricolmo di òss de mórcc, galète e biligòcc.

A portare allegria con canti, barzellette e strumenti musicali un po’ scordati c’erano anche il Milani, il Nervi e i fratelli Fumagalli , che inscenavano recite degne del miglior teatro dialettale.

Sotto il porticato si svolgevano di sotterfugio interminabili partite a morra – gioco d’azzardo e perciò proibito, ma qualche grattacapo fu arrecato al gestore dalle camicie nere, che più volte banchettarono nella sua frasca senza pagare il conto.

Il portico di Castel Presati

A Pasquetta si mangiava con grande devozione un pezzetto dell’uovo prodotto dalle sue galline il Venerdì Santo. Ogni bambino bolliva e colorava alcune uova e poi si aggirava per la frasca alla ricerca di contendenti per la sfida al pichèt, battendo l’uno contro l’altro la punta del proprio uovo: chi riusciva a mantenerlo integro s’impossessava dell’uovo del contendente (i più furbi sapevano che le più resistenti erano le uova a punta).

La frasca dovette chiudere i battenti nel 1936 a causa del chiasso che infastidiva i proprietari del castello e del terreno circostante, cui il gestore era vincolato da un contratto a mezzadria; i sui figli continuarono tuttavia con passione ad occuparsi del vigneto: “…noi siamo come il vitigno, arriva un momento in cui questo non produce più e lo sostituiamo con un altro, buttando quello vecchio nel camino…”.

La frasca dei Bagià, in via Scalvini (S. Vigilio)

Tante belle compagnie e che bevute!

La “frasca” si trovava in via Scalvini 11, al termine della panoramica per San Vigilio, ed era gestita dal sig. Burlezzaghi, coadiuvato dalla moglie e dai figli.

L’attività ebbe inizio nel 1920, quando i Bagià (appellativo dato ai contadini brianzoli, come lo erano appunto i nonni del gestore) ottennero il permesso dai proprietari della tenuta.

La zona era molto bella, ricca di alberi da frutta con un esteso vigneto di uva Isabella, disposto a terrazze.

Il cuore della frasca era il cortiletto posto all’uscita del rustico cucinotto, allestita con qualche tavolo in legno e in pietra per la sosta dei numerosi avventori (che l’oste preferiva chiamare “amici”), provenienti soprattutto da Città Alta.

Alla frasca della Bepina nel 1960, in via Scalvini, per gentile concessione di Dario Gamba. In primo piano, i genitori e la sorella di Dario

 

Alla frasca dei Bagià (San Vigilio) nel 1960 per gentile concessione di Dario Gamba. In primo piano, la mamma di Dario con in mano la mitica caraffa. La cascina, parzialmente ristrutturata, è adibita attualmente ad abitazione privata

Anche se il vino non era dei migliori, l’oste conservava in cantina una botticella di vino speciale da riservare alla sua famiglia o agli amici più intimi, per i quali la frasca veniva aperta, in occasioni speciali, anche nelle lunghe sere invernali dei fine settimana. Allora si gustava una succulenta trippa preparata con maestria  dalla moglie del gestore, depositaria delle antiche ricette di cucina locale: quando si uccideva il maiale preparava una torta di sangue immancabilmente accompagnata ad un solido vin brulè.

Tutte le mattine di primavera a San Vele arrivava da via Pignolo un tizio accompagnato da una ventina di capre, che mungeva su richiesta. Vi giungeva anche la polaröla col suo cestino di uova, galline ruspanti e qualche galletto novello, alcuni già pronte per la casseruola, altri ancora vivi, “da tirarci il collo”. Anche il castragài si aggirava per le cascine dei colli, senza volere un compenso: ripassava quando i galletti castrati, erano ormai… capponi.

Dei suoi avventori il gestore ricordò la presenza dei fratelli Pagani – veri e propri intrattenitori ed abili cantanti – ai quali offriva il vino gratuitamente purché non lo “tradissero” con qualche altro concorrente.

Ma un ricordo indimenticabile è legato ad un gruppo di cantanti e di coristi lirici che saliti alla frasca al termine di una serata al Donizetti,“dopo aver mangiato e bevuto nel cucinotto intonarono un malinconico “Va, pensiero”. Beh, ancora adesso quel coro mi risuona nelle orecchie e mi fa venire la pelle d’oca”.

cartolina di San Vele del 1920

Nel 1971 il gestore dovette suo malgrado cessare l’attività perché la moglie si era ammalata e l’età cominciava a farsi sentire: “Se avessi qualche anno in meno sarei ancora là in mezzo ai miei vigneti e ai miei amici di Città Alta”, affermò commosso. Intorno agli anni ’80 lasciò la sua amata San Vele per stabilirsi a Ponteranica.

Sempre in via Scalvini sorgevano la frasca “del Barba” (di cui non si conosce l’esatta collocazione) e quella “della Matèla”, attualmente abitazione privata.

La frasca dei Montagnér, in via Castagneta

La frasca della famiglia Carminati, proveniente da Gerosa e dunque detta dei Montagnér, si trovava in via Castagneta al n. 35. Oggi la cascina sopravvive come abitazione privata, dopo essere stata adeguatamente ristrutturata nel rispetto delle caratteristiche originarie.

Castagneta (Archivio Wells)

I Carminati avevano avviato l’attività nel 1925 con l’aiuto di tutta la famiglia (quattro maschi e quattro femmine), producendo vino in proprio così come la stragrande maggioranza dei gestori.

Dal momento che ogni botte doveva essere rigorosamente dissigillata dall’impiegato del dazio – previo versamento di una congrua tassa -, il contadino eludeva i controlli spostando abilmente il cerchio e praticando un piccolo foro nella botte, da cui versava il vino mancante: e tra un controllo e l’altro trascorreva parecchio tempo!

La frasca chiuse nel 1953 ma ancora nel maggio dell’87 il signor Carlo  continuava a coltivare la vite, selezionando i vitigni.

La frasca dei Bepo Casati, in via Costantino Beltrami

Al civico 42 di via Costantino Beltrami, la  frasca dei Casati aveva aperto i battenti nel 1927 nel bel cascinale a due piani con una terrazza in legname, già ristrutturato nell’86 presentando solo in parte la rusticità di un tempo. Nell’ampio cortile i cinque tavolacci in legno erano ricavati da tavole utilizzate per la lavorazione del baco da seta, dette caalér.

Via Beltrami nel 1905 in direzione Castagneta, con il Palazzo dei Conti Roncalli e la chiesetta di S. Pietro sullo sfondo

Gli avventori provenivano per lo più dall’alta città ma anche dai borghi; negli anni ’50 vi giungevano gruppi di famiglie milanesi con le “1100” e le “Topolino”.

Grazie anche alla felice posizione del vigneto esposto al sole e protetto dai venti freddi, si gustava un ottimo vinello, bianco e rosso, considerato “…uno dei migliori che si potevano bere sui nostri colli”.

Campi coltivati, da via Beltrami

La vendita stagionale iniziava nei primi giorni di primavera e solitamente coincideva con il 25 aprile – festa di San Marco -, terminando nel mese di giugno. Ma se avanzava del vino si poteva richiedere alle autorità competenti un proroga della licenza stagionale, prolungando l’attività di mese in mese.

Il signor Bepo ricordava che il più importante fra i suoi clienti fu lo scultore Manzù – ai tempi non ancora affermato -, che amava trascorrere il pomeriggio alla sua frasca, spesso animata da qualche burattinaio che montava la sua baracca improvvisando uno spettacolo.

Esilarante il ricordo di un cliente che preso dai fumi dell’alcool finì a gambe all’aria dentro una botte ancora mezza piena dove – diceva – avrebbe voluto passare il resto dei suoi giorni: dovettero estrarlo con la forza.

Nel 1957, pur con molti rimpianti i Casati decisero di cessare l’attività; gli introiti erano scarsi e il frastuono della frasca avrebbe arrecato troppo disturbo alle nuove abitazioni che stavano per sorgere in zona. Continuarono tuttavia a lavorare la vite ottenendo risultati soddisfacenti.

La frasca di Bíròncc, in via Roccolino 

Quella dei Biròncc (Birondi), in via Roccolino 34, era la prima frasca che s’incontrava fuori le mura veneziane negli anni Trenta del Novecento.

Veduta dal Roccolino

Nel cortiletto pavimentato del piccolo ma accogliente cascinale, i tavolacci lignei stavano all’ombra di un pergolato sin dal 1934.

L’apertura della stagione avveniva il 27 aprile in coincidenza con la festa di San Pellegrino, venerato in Borgo Canale nella parrocchiale di Santa Grata Inter Vites, dove per l’occasione affluiva una gran folla che dopo le funzioni prendeva d’assalto le bancarelle per poi rifocillarsi nelle frasche o nelle osterie  della zona, alcune delle quali, come vedremo, furono descritte da Luigi Pelandi. Gli avventori si disponevano allora nel campo dei Bíròncc, e, come un esercito in marcia finiva immancabilmente col calpestare o rovinare giovani pianticelle da frutto e i germogli di verdura.

Il culto verso S. Pellegrino Laziosi si festeggia nella chiesa di S. Grata Inter Vites, in Borgo Canale. Sin dalla vigilia processioni di balie e di mamme provenienti dai borghi e dal vicino contado si recavano presso la statua del santo mettendovi a contatto gli indumenti dei loro piccoli.  Venivano benedetti i panetti che andavano messi nel pancotto o nel “pantrito” quando i bambini erano malati

Vi perveniva una compagnia molto affiatata, che dopo essersi rifocillata provava delle scenette di stampo dialettale, “dirette” dai signori Cortinovis e Lusetti.

Il signor Birondi ricorda inoltre che il lunedì, la frasca diventava luogo di ritrovo di non pochi calzolai della città che vi trascorrevano la loro giornata di riposo.

Data la scarsa produzione di vino, il periodo stagionale di apertura era molto breve (un paio di mesi al massimo), cosi come è stata breve la storia di questa frasca, che cessò di esistere dopo soli otto anni di attività in quanto poco redditizia.

Al maggio del 1987, l’ex cascina era adibita ad abitazione privata e vi risiedeva ancora la famiglia Birondi. L’ambiente non aveva subito alcun restauro, mantenendo integre le stesse caratteristiche di allora.

LE FRASCHE-OSTERIE DI BORGO CANALE NEL RICORDO DI LUIGI PELANDI

La frasca-osteria del Nicola, in via Borgo Canale

Il borgo di Canale e San Vigilio alla sommità. In quella che fu la frasca-osteria del Nicola si svolge attualmente un’altra attività commerciale

C’era un’osteria, quasi di fonte alla parrocchiale di Santa Grata inter vites, che gli abitanti del borgo chiamavano “trani”. Una mescita di vino, condotto da un certo signor Rana, un barese di nome Nicola; e per lui l’osteria andò perdendo il nome generico di “trani” per quello di “Nicola”.

Questo pugliese era un buon uomo, sempre indaffarato e pieno di iniziative per il bene della clientela, pittoresco nella sua parlata italiana infarcita di vocaboli e di espressioni dialettali nostre.

Il suo locale, alla sera e durante i giorni festivi, era sempre affollato sia per la modestia dei prezzi e sia per la robustezza del suo vino, apprezzato in particolare dagli ortolani di San Martino e dei Torni.

Il budello di Borgo Canale con la chiesa di Sant’Erasmo

Le famiglie del borgo e delle vicinie prendevano lì il bottiglione di vino da portare a casa per la domenica; e le donne si facevano riempire la bottiglia di quell’olio denso che Nicola faceva arrivare dal suo paese. Un portento per la cura dei sofferenti e deboli di stomaco, una medicina preventiva contro le gastriti e le ulcere.

La frasca-osteria I bèi tep, in via Borgo Canale n. 52

Il borgo di Canale e San Vigilio alla sommità. L’antica frasca-osteria de “I bèi tep” è attualmente abitazione privata. Nella medesima via sorgevano: la frasca-osteria “La Scaletta” (attigua alla scaletta che scende dai Torni), la frasca “di Arcangei” al civico 72 e quella “del Bonaita” al civico 88 (attualmente tutte abitazioni private)

Il locale era la meta preferita da chi, abitando in città, desiderava passare una mezza giornata in campagna e far merenda all’aria aperta.

Poiché quando sorse era ben fuori dal centro e si raggiungeva con una passeggiata in campagna, non dev’essere errato pensare che incominciasse la sua attività esponendo la frasca per smerciare il prodotto delle vigne nella conca di Fontanabrolo.

La Conca d’Oro nel 1932

“[…] Dalla casa al “Paesetto” dove abitavo da ragazzo, vedevo la folla festosa ai tavoli del locale e ne udivo i canti fino a tarda ora della domenica; anzi, fin da allora, nelle giornate di sole, si udiva una fisarmonica e si travedeva la gente che faceva quattro salti sotto il portico.

Quando incominciai a frequentarlo, con gli amici, era ancora un locale che sapeva di campagna e di rustico; travi ai soffitti, muri grossi, pavimento di cemento.

Fuori un pergolato di uva isabella, con sotto i tavoli di graniglia e il gioco delle bocce.

La Conca d’Oro nel ’77

Ebbe diversi gestori e varia fama. Trattoria, ritrovo per passatempo e giochi innocenti, ma anche teatro di qualche scontro. Vi scoppiarono rise e pestaggi. Ricordo due uomini che si affrontarono brandendo ciascuno un tavolo, un altro che venne legato con le cinghie dei pantaloni di alcuni presenti fin che gli svanì la sbornia e la voglia di picchiare.

Tra i gestori de “I bei tep” ci fu un gran giocatore di morra: un uomo basso, tarchiato, dal faccione di luna piena e dal carattere d’oro.

Altra figura i rilievo fu un pezzo di Marcantonio volontario di tutte le guerre. La sua mole giovanile scoraggiava qualsiasi intemperanza; bastava uno sguardo neanche troppo significativo sull’importuno per smorzare ogni velleità. E ce n’era bisogno in quel periodo immediatamente dopo la guerra che aveva scatenato tutte le passioni!”.

La frasca dei Rizzi, in Castagneta

Famosa in Castagneta è stata a lungo la frasca dei Rizzi, aperta nel 1936 e con vitigni di proprietà. Si trovava a metà di una delle scalette poste in fondo alla via del Pianone, dove un sentierino collega Castagneta con Valverde.

Vista sui colli da Castagneta

C’erano tavoli in pietra disposti nell’aia della casa, qualche tavolino in legno all’interno del cucinotto, un caminetto per cucinare un piatto di polenta, una stanzetta fresca dove si appendevano a stagionare i salami. C’era spesso gente allegra, con chitarra e mandolino, che cantava e ballava.

Castagneta con via Pianone indicata dalla freccia nella parte superiore dell’immagine

Ogni tanto vi capitava una macchietta che intratteneva i clienti con un lungo repertorio di barzellette o con racconti particolarmente comici.

La costruzione è stata infine demolita. Sempre in via Castagneta, al civico 14 sorgeva la frasca “dei Colombì”, poi adibita ad abitazione privata.

La frasca dei Bisù, in via Pianone

I Gotti iniziarono a “fare cantina” nel 1936, in via Pianone n. 9. producendo parecchio vino. Nel cucinotto posto al piano terra, lavoravano la moglie del signor Leone, gestore della frasca, e i figli (tre fratelli e due sorelle).

Numerose le persone provenienti da tutti i quartieri della città, dove potevano assistere, a domeniche alterne, a spettacoli di burattini condotti da Carlo Sarzetti – un personaggio dell’alta città -, ripagato con un buon litro di vino accompagnato da “pà e salam”.

Il burattinaio Carlo Sarzetti nella sua abitazione di via Tassis, a Bergamo Alta (Museo storico di Bergamo)

Sui tavolacci di legno si svolgevano interminabili partite di marianna e di scopa, ma soprattutto si giocava al cöc (il cucco), ed era divertentissimo guardare i giocatori che di soppiatto si facevano numerosi “segni”: “al cöc si segnava puntando la carta sul tavolo (l’immagine di un gufo su un ramo), mentre la brèssa (il leone con sole e stemma a colori rosso e giallo, simbolo di Bergamo) “si segnava con un pugno sul tavolo, tenendo la carta che si giocava“. La posta ordinaria era costituita dal “mezzino” o dallo “scodelletto”; pagava ovviamente la coppia perdente.

Nel 1955 la famiglia Gotti cessò l’attività: nella zona nascevano nuove abitazioni che non avrebbero consentito gli schiamazzi provenienti dalla frasca.

Verso la fine degli anni ottanta divenne abitazione privata; il caseggiato ha subito interventi di restauro consistenti che hanno ne hanno modificato le caratteristiche rurali; è invece rimasta intatta la preziosa cantina dove venivano stipati vino e salami da stagionare.

LE ULTIME RESISTENZE

La frasca del Martì, in via Astino

La conca di Astino

La frasca del Martì (Martino), al civico 9 di via Astino, sorgeva in uno dei paesaggi più genuinamente agresti che i colli possano ancora offrire, la Val de Sti (Valle di Astino), culla dell’ex monastero, circondata da alberi di castagno, carpini e robinie.

La frasca di Mario Carissoli si trovava appena sopra il monastero di Astino, e mesceva “vino di fresca beva, adatto a scorribande festaiole”, secondo l’espressione di  Veronelli. Verso gli anni ’90, nonostante la frasca avesse chiuso i battenti da una decina d’anni la zona presentava ancora, oltre a coltivazioni di frumento, qualche vitigno ben coltivato

Era stata aperta nella primavera del 1944, esponendo nel porticato della cascina il tradizionale “ram de murù”.

Si beveva dell’ottimo vino rosso prodotto con uve miste, ottenendo una produzione consistente. Il primo gestore della frasca – il signor Burini – raccontava che “durante la vendemmia l’uva veniva portata nei tini del monastero, dove veniva pigiata; il vino veniva messo nelle botti e collocato nelle secolari cantine dello stesso. Ogni contadino della zona aveva la sua botte personale, sigillata dagli ufficiali daziari che all’occorrenza venivano chiamati a togliere il sigillo; quindi si tracimava il tino nelle damigiane per portarlo successivamente alla frasca”.

Le cantine dell’ex monastero di Astino prima del restauro

Molte gli avventori provenienti dai borghi della città. Tra questi un certo Belù, un facchino famelico che alla domenica mangiava 12 uova e mezzo salame: “una volta aveva vinto al lotto, celebrò l’avvenimento divorando dodici razioni di trippa con altrettanti pani e tracannando sette litri di vino”.

Poi c’era ol Pöles, un cliente “talmente sporco che la sua puzza si sentiva a venti metri, ma lui diceva che così si conservava!”.

Nel 1960 la famiglia Burini cessò l’attività; i figli abbandonarono la campagna mentre e i genitori, ormai vecchi, non avevano più le forze per continuare.

Qualche anno più tardi la famiglia Carissoli riaprì la cascina – che era ormai in grave stato di degrado – e con grande impegno riuscì a ricostruire un ambiente decoroso ed accogliente: divenne la frasca di sic sorèle: delle cinque sorelle, che la gestivano con i genitori.

La conca di Astino negli anni ’60

Verso la fine degli anni ’70 la zona stava notevolmente cambiando; la gente vi arrivava non più a piedi ma in automobile e i cascinali vicini, radicalmente ristrutturati, divennero ambite abitazioni di facoltosi bergamaschi e milanesi. Così anche la cascina subì lo stesso destino: fu venduta nel 1980 e completamente ristrutturata per essere adibita ad abitazione privata.

In via Astino non potevano mancare altre frasche: quella “del Regì” al civico 27 e la frasca “dei Sana” al civico 1, entrambe attualmente abitazioni private.

La frasca dei Nessi, in via Alle Case Moroni (Monte Bastia)

Unico nel suo genere nel panorama dei colli di Bergamo, l’edificio noto come Cascina Moroni (via Alle Case Moroni, n. 20) si adagia sulle pendici soleggiate  poste fra la Bastia e San Vigilio con ai suoi piedi l’incantevole Riserva Naturale di Astino e dell’Allegrezza, dove lo sguardo si allarga sulla pianura occidentale.

Sulle pendici soleggiate del monte Bastia sorge Casa Moroni (ritratta nel 1910), adibita a frasca dalla famiglia Nessi dal 1950 all’85. All’esterno, nell’ampio cortile alcuni tavoli in legno si alternavano a solidi tavoli in graniglia

L’edificio era stato edificato nel Quattrocento dai monaci di Astino come tubercolosario ad uso privato, il che giustifica la presenza sulle pareti di affreschi di soggetto religioso; dal 1600 divenne proprietà dei conti Moroni e nel 1950 fu adibita a “frasca” dalla famiglia Nessi.

Nella cascina, il pregevole impianto tardo-quattrocentesco lascia trasparire la sua origine non rurale, con la parte padronale al pian terreno protetta da un grande porticato avente volte a crociera che, come il loggiato superiore, sono sorrette da colonne in arenaria locale (pietra di Sarnico). Il cortile presenta ancora una vera da pozzo risalente al Cinquecento

La famiglia Nessi ne ottenne la licenza dopo diverse difficoltà, dovute soprattutto alla collocazione di Ca’ Moroni, raggiungibile attraverso la stretta mulattiera che si snoda fra terrazzamenti distanziati l’uno dall’altro da un salto di ben tre metri: un serio pericolo per i frequentatori che dopo aver “alzato il gomito” rischiavano di ruzzolare con molta facilità (cosa che qualche volta si verificò, anche se fortunatamente senza grossi danni).

Il sentiero di via Alle Case Moroni e i terrazzamenti coltivati a vite in una foto d’antan

Tutt’attorno v’erano terrazze coltivate a vigna – oggi ahinoi incolte -, con bellissimi alberi da frutta ed ortaglie con ogni ben di dio.

Il cucinotto, posto al piano terra, era il regno incontrastato della signora Nessi, che curava personalmente anche la “contabilità” per far quadrare il bilancio familiare.

L’apertura stagionale aveva inizio il 17 marzo, ma anche poco prima se la primavera anticipava i suoi tepori. Quattro mesi più tardi, quando il vino era terminato si toglieva dall’ingresso il ramo appeso col caratteristico fiaschetto e la famiglia Nessi tornava alle normali attività agricole.

Il vino aveva un sapore gradevole e, come spesso accadeva fra i contadini dei colli, venivano “mischiate” diverse qualità di uve; i Nessi producevano anche un ottimo moscato, un vero e proprio rosolio dalla preparazione lunga e laboriosa, “nervoso e sostenuto, certo meglio del taglialingua”, a detta di Luigi Veronelli.

Il giorno di Pasquetta era una gran festa, gli avventori giungevano a frotte e chitarre e fisarmoniche davano luogo a canti, balli e giochi sino a tarda sera. Scorreva vino in grande quantità ad innaffiare uova sode, “radici” e salame nostrano in abbondanza. Poi il ritorno in città, tutti gratificati da una giornata trascorsa all’aria buona e in allegria.

Foto-ricordo alla frasca dei Nessi (Ca’ Moroni) nel 1958 (per gentile concessione di Dario Gamba)

Giorni di festa, ma anche giorni tristi, come raccontava il signor Nessi: “Quando la tempesta ci rovinava il raccolto, ed allora il duro lavoro dei campi non ti veniva ripagato, restare senza vino era un grosso problema. Fortunatamente qualche produttore di altre zone, ne vendeva del proprio, così riuscivamo a tirare avanti”.

Cessata l’attività nel 1985, la frasca di Ca’ Moroni fu fra le ultime a chiudere i battenti, seguita da quella gestita dalla famiglia Pezzotta alla Bagnada.

“I tempi erano cambiati, avevamo avuto qualche problema con i proprietari della cascina, con i residenti delle ville vicine, anche gli avventori erano cambiati, purtroppo taluni non si accontentavano più del vino, ma raggiungevano i nostri colli per appartarsi in qualche sentiero nascosto dove si iniettavano la droga: non poche volte io e mia moglie abbiamo trovato giovani in condizioni disperate e prontamente li abbiamo soccorsi”.

A lungo la famiglia Nessí continuò con grande passione e sacrificio l’attività agricola, prevalentemente ortiva, che trovava nel mercato di Bergamo un immediato canale di raccolta. Il vigneto fu parzialmente ridotto ma qualitativamente migliorato. Cascina Moroni è ormai destinata a trasformarsi in un complesso agrituristico. Di una delle più belle frasche dei colli è rimasto ormai solo un nostalgico ricordo.

La frasca della Bagnada, in via Rabaiona (Madonna del Bosco): la fine di un’epoca

Nella magnifica tranquillità di Madonna del Bosco, imboccata una stradina che conduce all’ottocentesca Villa Bagnada, fra distese prative e ricchi vigneti sorgeva una perla di cascinetta dove, sino agli anni ’80 si potevano ancora trovare “uova e radici” e salame nostrano.

Un brindisi alla frasca “La Bagnata” presso la Madonna del Bosco. Poco distante, nella via Madonna del Bosco sorgeva anche la frasca “dei Lozza” al civico 12 (attualmente ristorante) e quella “della Gianna” al civico 11 (attualmente abitazione privata) – (Ph di Luigi Rota)

Gestita dalla famiglia Pezzotta, fu l’ultima frasca dei colli a cessare l’attività dopo quella dei Nessi.

La famiglia Pezzotta svolgeva l’attività dalla metà degli anni ’50 (dapprima a S. Paolo d’Argon), passando dalla mezzadria a un contratto d’affitto. I coniugi erano aiutati dai cinque figli, ma solo Leonida, la maggiore, mostrava la passione che animava i suoi genitori.

Ancora verso la fine degli anni ’80 il tempo pareva essersi fermato. Sembrava incredibile ritrovare sui colli le stesse cose di allora: i tavoli in pietra, le tazze in terracotta, le caratteristiche bottiglie del litro, del mezzo e del quartino; galline e pulcini pigolanti lasciati in libertà, lo starnazzare delle oche e il caratteristico goglottìo del tacchino.

La “frasca” apriva i battenti coi primi tepori di primavera proseguendo l’attività sino al termine del vino, prodotto in loco ed ottenuto con un misto d’uve la cui gradazione ottimale si aggirava sugli 11 gradi.

Gli avventori erano soprattutto interi nuclei familiari che trascorrevano i pomeriggi a giocare a carte e cantare al suono di chitarre e fisarmoniche; ma  verso la fine degli anni ’80 le compagnie erano meno numerose, solitamente ragazzotti che disturbavano la quiete con rumorosissime radio ed enormi altoparlanti, spaventando le bestie.

E così anche i gusti erano ormai cambiati, si chiedeva meno vino, preferendo birra, aranciata, o peggio, Coca Cola. La cascina che un tempo allietava i pomeriggi degli amanti dei colli è fu poi adibita ad abitazione privata.

§ § §

Tutto perduto. Nel giro di due generazioni, agli inizi degli anni ottanta le poche frasche rimaste iniziarono a sparire ad una ad una. Chiusero per ultime quelle dei Rizzi in Castagneta, dei Carissoli ad Astino, dei Nessi a San Vigilio ed infine dei Pezzotta alla Madonna del Bosco, stanchi delle continue lamentele provenienti dagli abitanti delle ville circostanti e stretti nella morsa di una legislazione troppo rigida e impossibile da rispettare senza dover stravolgere i vecchi edifici; a ciò si aggiunse la scomparsa dei vecchi gestori e la mancanza di motivazione per i figli nel continuare la tradizione.

I tempi erano ormai cambiati e con essi gli avventori, che non si contentavano più di quel vinello un tempo tanto amato. Le cascine di allora si sono trasformate in residenze private, dislocate lungo i più ameni itinerari collinari oggi tanto ambiti quanto frequentati.

Con la chiusura dell’ultima frasca si è conclusa un’epoca e nessun complesso agrituristico potrà mai rimpiazzare la poesia, la rusticità e la bellezza delle vecchie “frasche”, perché così come i colli di Bergamo, con tutto ciò che racchiudevano e significavano, erano di tutti e per tutti: un mondo che non tornerà mai più e che possiamo solo ricordare con infinita nostalgia.

Riferimenti
Evaristo Pagani, Luca Bresciani: Le “frasche” sui colli di Bergamo. Circoscrizione n. 3 – Città alta e colli, 1999.

Da Geo Renato Crippa, “Le frasche sui colli”, in: Bergamo così (1900-193??).  Banco di Bergamo – Editore. Bergamo, 1980.

Luigi Pelandi, “Attraverso le vie di Bergamo scomparsa – Borgo Canale”, vol. VI, Bolis, 1967.

Da Valmarina al sentiero dei Vasi, fra natura, storia e trekking

A coronamento del centro storico di Bergamo, esiste un vasto territorio collinare fatto di campi, prati e boschi, costellato di antiche vestigia e innervato da una fitta rete di bucolici percorsi, sentieri, viottoli e scalette.
Il percorso qui proposto, compreso fra le località di Valmarina e Castagneta lungo il versante orientale della collina, conduce alla riscoperta di una delle porzioni più suggestive di questo meraviglioso patrimonio paesaggistico di natura e cultura.
Si tratta di un itinerario che oltre a costituire una variante al classico tour ciclopedonale Green Way del Morla – Sentiero di Ilaria (ciclovia dei torrenti Morla e Quisa), consente di muoversi in un ambiente che conserva, all’interno di un considerevole patrimonio faunistico e floristico, la presenza di edifici rurali e manufatti storici di pregio quali l’ex monastero benedettino in Valmarina e i manufatti dell’acquedotto dei Vasi, l’impianto che per secoli ha costituito parte integrante della primitiva rete di distribuzione delle acque della città di Bergamo. L’acquedotto, di cui le prese d’acqua sono già documentate e rilevate in alcuni manoscritti del Settecento, raccoglie lungo il suo tragitto le acque sorgive dislocate tra gli avvallamenti boscosi posti dalle pendici del Monte Bastia ai fianchi del crinale, spingendosi sin verso Valmarina, da cui risale per Gallina e Castagneta.
Il nostro itinerario, attraversando pressoché interamente un’area boschiva consente di praticare agevolmente attività sportive anche nella stagione più torrida.

Il percorso ideale qui proposto si diparte dal tratto della Green Way del Morla che si innesta da via Maironi da Ponte nella località di Valverde, giungendo a Valmarina all’ombra delle pendici boscose di Castagneta ed assecondando le pieghe del torrente tra ponti e divertenti passerelle lignee.

Lungo la Green Way del Morla, in vista di Valmarina

La vista si apre all’improvviso sul grandioso anfiteatro di Valmarina, accarezzando le morbide pendenze su cui poggia l’antico monastero, magicamente sospeso fra prati, boschi rigogliosi e terrazze tenute a vite.

L’ex monastero di Santa Maria in Valmarina, tra boschi e vigneti

Non troppo distante dalla viabilità principale, ma lontano quanto basta da costituire un’oasi a parte, l’antico monastero campeggia placido nella radura, splendidamente fuso con il tessuto che lo circonda in verde abbraccio.

L’ex monastero di Santa Maria in Valmarina, al confine tra la città e la località Ramera, in territorio di Ponteranica, è posto alle pendici del versante nord-orientale del Colle ed è oggi sede del Parco dei Colli di Bergamo

Fra scorci di rara bellezza, il suo caldo color nocciola – ancor più vivo quando il sole lo accarezza – è come un bagno tiepido e benefico per gli occhi, invitandoci alla sosta.

Fondato nel XII secolo da una piccola comunità di monache benedettine è oggi sede del centro direzionale del Parco dei Colli, al centro di un ambiente ideale dove natura, cultura e attività sportive si coniugano in perfetta armonia.

Cascina Valmarina

In questa splendida conca suburbana – irrinunciabile polmone verde cittadino – l’antico monastero esibisce i due momenti salienti della sua storia secolare, mostrando i locali “canonici” della vita benedettina e cioè la chiesa, il refettorio e la sala del capitolo – il lato interamente affacciato sulla strada per la Val Brembana -, con le aggiunte realizzate dalla fine del Settecento per adattare il complesso ad aia rustica.

Dalla fine del Quattrocento, da quando le monache si trasferirono dentro le muraine, il monastero ormai abbandonato fu riadattato a cascina, subendo interventi che ne snaturarono soprattutto la parte interna.

Il nucleo originario romanico è quello esteso lungo il lato orientale, affacciato sulla strada provinciale, formato dal lungo braccio che si unisce alla chiesa (da tempo privata delle decorazioni ad affresco medioevali), valorizzato dal recente restauro

Dalla fine del Settecento dunque, l’aggiunta progressiva di nuove volumetrie ha finito col raddoppiare le dimensioni dell’antico recinto fino a formare la grande corte chiusa che vediamo oggi: una tipologia inconsueta in una  zona collinare – qual è quella di Valmarina -, dove le cascine hanno generalmente i corpi di fabbrica giustapposti, disposti a L, oppure contrapposti.

Comunque sia, specialmente nel  lato est il complesso conserva ancora un notevole fascino, con ciò che resta della primitiva chiesetta romanica incorporata nello spigolo settentrionale del complesso.

L’ex chiesa di Santa Maria in Valmarina

La parete piena e compatta della chiesa è alleggerita da due elegantissime monofore, dallo slancio quasi gotico, separate da una lesena sottile entro la quale alcune porzioni di calda arenaria richiamano la parte superiore delle monofore.

Al di sopra di queste, due piccoli oculi catturano la luce dall’esterno e allo stesso tempo ammiccano verso valle, quasi a richiamare l’attenzione verso il bel monastero, intriso di storia secolare.

Il porticato, addossato al nucleo originario, trova precisa corrispondenza in complessi rustici che ritroviamo in diversi punti del territorio, dalle pendici della Maresana al castello della Moretta, in quel di Sorisole.

All’interno, fra un anfratto e l’altro sono conservati gli antichi arnesi impiegati nelle attività rurali e la loro semplicità riporta piacevolmente alla memoria quei frangenti di vita contadina vissuti in questo luogo sino a pochi decenni or sono.

 

 

 

 

 

Dall’osservazione dei particolari, emerge con chiarezza la filosofia che ha accompagnato ogni fase del magistrale restauro, che ha saputo calibrare perfettamente la conservazione di ogni singola parte con i nuovi adattamenti,  mantenendo intatto il fascino e le suggestioni del manufatto antico.

 

 

Lasciata alle spalle questa piccola valle della Biodiversità – consorella della valletta di Astino – dove è preservato anche il più minuscolo gambero di fiume,  imbocchiamo in salita la vera via dei Vasi, un viottolo a tornanti da non confondere con l’omonimo sentiero che frequentiamo abitualmente nei fine settimana, e che raccorda Valmarina alla località Cascina Costa, situata nella parte mediana di via Ramera.

“Questa” via dei Vasi, è così nominata perché il suo tracciato cela un condotto dell’antico acquedotto che da Valmarina, proprio al di sopra dell’antico monastero, si dirige sino all’uschiolo della valle dei Romanelli (di cui oggi si sono perse le tracce), concludendosi  in località Gallina.

Via dei Vasi costituisce il tratto di raccordo tra la Valmarina e la parte mediana di via Ramera (località Cascina Costa). Il condotto di Valmarina, di poco al di sopra del monastero lungo via dei Vasi, presenta un uschiolo di ispezione e una  cisterna per la raccolta delle acque. Da qui risale sino alla località Gallina per poi percorrere via Castagneta ed infilarsi nella cisterna interrata nel baluardo di S. Alessandro

Dopo aver percorso la piccola serie di tornanti che si snodano fra la boscaglia, si raggiunge località Cascina Costa con il breve slargo posto a crocevia fra la ciclopedonale della Quisa e la via Ramera.

Pieghiamo decisamente verso la parte alta di via Ramera, che si impenna impietosamente lasciando brevi attimi di respiro ma ripagandoci, almeno inizialmente, con una vista impagabile su Valmarina.

Percorriamo l’ertissima salita sino alle pendici del Monte Bastia, e cioè sino a che non incontriamo la “cisterna del fontanino”: una fonte oggi ridotta a un rivolo, alimentata dalle sorgenti della Noce e dallo Scudo. Qui un pannello illustrativo indica l’inizio del sentiero 912, che procedendo in leggera pendenza lungo la valle della Costa ricalca il percorso dell’acquedotto lungo il Sentiero dei Vasi, percorso interamente boschivo che si raccorda alla località Gallina, in quel di Castagneta.

I pannello illustrativo ubicato lungo il bordo settentrionale di via Ramera, da cui prende avvio il sentiero 912, ricalca il tracciato dell’antica “via dei Vasi” – i Vatia” -, già citati in un documento del 1013 ed utilizzati in età viscontea per alimentare la grandiosa cisterna del Fontanone (ex Ateneo). Dalla sorgente di origine (Sorgente della Noce, 435 m s.l.m.) sino a porta S. Alessandro (365 m s.l.m.) l’acquedotto copriva un dislivello di 70 metri

Il tracciato del sentiero 912, un percorso ombreggiato e pianeggiante, ideale per attività sportive svolte en plein air, coincide con l’antica  “via del Canale”, secondo la denominazione riportata nelle mappe catastali del 1853.

Lungo il sentiero dei Vasi

 

Lungo il sentiero dei Vasi

VASO è un termine antico per indicare un canale adibito al trasporto dell’acqua: entrambe le denominazioni indicano appunto con evidenza la presenza in loco di un acquedotto, il cui tracciato, benché testimoniato già in epoca medievale, ricalca probabilmente il percorso di un precedente manufatto di epoca romana.

Lungo il “Sentiero dei Vasi”, un percorso ombreggiato in falsopiano, ricalcante il tracciato dell’omonimo acquedotto che riforniva la città

Lungo il sentiero è possibile osservare alcune parti dell’antico manufatto, che nonostante la condizione di attuale abbandono ancora denota la cura che nei secoli passati si riservava ad opere decisive come quelle idriche: il vaso maestro (la condotta principale), cisterne di raccolta e decantazione, uschioli d’ispezione, tombini, lastricati nonché un interessante sistema di condutture minori, in parte sopravvissute, che raccoglievano le acque delle sorgenti convogliandole dalle vallette nel “Vaso” principale.

Il primo uschiolo d’ispezione, con l’accesso al canale ed alla vasca di decantazione s’incontra al termine della gradinata da cui prende avvio il sentiero dei Vasi. Il secondo uschiolo è quello, già osservato, ubicato in Valmarina

 

I canali (realizzati in blocchi squadrati di pietra legati con malta di calce e cocciopesto) presentano mediamente di 25 x 40 cm; ogni canale era inserito in un cunicolo ispezionabile di 90 cm d’altezza e 70 cm di larghezza controllato periodicamente dai “fontanari”, gli addetti alla manutenzione di acquedotti e fontane, che ancora sul finire dell’800 ivi svolgevano lavori di manutenzione e restauro.

Le relazioni dei fontanari incaricati dei lavori, a noi pervenute, sono fonti preziose per lo studio del percorso, delle modalità e delle tecniche usate per la pulitura e le riparazioni

Lo apprendiamo grazie ad alcune date incise nei cunicoli che tuttora si snodano, in eccezionale stato di conservazione, negli orti delle case “Colombà” lungo la via Castagneta.

 

Un tratto della condotta principale (Vaso maestro) esistente lungo il sentiero dei Vasi, in cui confluiscono, tramite condotte minori, le acque delle sorgenti. Lungo il pavimento v’è come un invaso di modeste dimensioni utilizzato per convogliare l’acqua

Una lapide inserita nel muro medioevale, in prossimità della località Gallina, ricorda che nel 1329 il podestà Beccaro Beccaris provvide a far effettuare la pulitura dell’acquedotto di Castagneta.

Lapide in località Gallina di Castagneta

Presso una casa, sempre in località Gallina è stata rinvenuta una traccia della scritta AQ che dal 1728 costituiva, talvolta accompagnata da una croce, la sigla identificativa di tutti gli acquedotti facenti capo alla città di Bergamo.

L’iscrizione “AQ” denota la presenza del manufatto lungo il percorso dell’acquedotto dei Vasi

Lungo il sentiero, il bosco, ricchissimo di Castagni e funghi, attira sovente nella mite e variopinta stagione autunnale, intere comitive intente alla raccolta.

Raggiunta l’estremità meridionale del sentiero dei Vasi in località Gallina all’altezza del segnavia 912, il condotto, ricongiungendosi con il canale proveniente dalla sezione inferiore di via Castagneta, si dirige verso la cisterna del baluardo di S. Alessandro percorrendo il nucleo di Castagneta.

L’imbocco del Sentiero dei Vasi in località Gallina di Castagneta

 

Il segnavia che raccorda la località Gallina a via Ramera

Entrambi gli insediamenti, allungati lungo la strada percorsa attraverso i secoli dall’acquedotto dei Vasi, presentano i caratteri tipici della zona collinare di Bergamo.

Castagneta, località Gallina

 

Castagneta, località Gallina

Dalla località Gallina, l’acquedotto inizia, tra tratti incerti e non, a seguire il percorso di via Castagneta sino a via Beltrami, che percorre per un breve tratto, prima di infilarsi nelle Mura, attraversandole nello spalto di S. Pietro.

Fuoriesce poi nella seguente via Sforza Pallavicino, dov’è rimasta un’antica fontana.

Da qui riattraversa la via Beltrami, passa davanti alla polveriera superiore, attraversa il vicolo Colle, e attraversando il baluardo di S. Gottardo raggiunge la porta di S. Alessandro; la percorre lungo la parte superiore prima d’entrare nell’omonimo baluardo e raggiungere la cisterna in cui avviene il congiungimento delle sue acque con quelle portatevi dall’altro acquedotto, quello di Sudorno.

Anticamente, proprio qui, in prossimità dell’antica porta di S. Alessandro queste acque si univano nella fontana-serbatoio del “Saliente”, andata distrutta in occasione della costruzione delle Mura veneziane. Nonostante la sua distruzione, il nome di “Saliente” rimase per un certo periodo ad indicare l’intero acquedotto.
Dopo la costruzione delle Mura, il punto di confluenza venne spostato all’altezza del baluardo di Sant’Alessandro ma nel 1892 si procedette ad una nuova canalizzazione, resasi necessaria per ridurre l’inquinamento delle acque dovuto al passaggio della condotta all’interno delle case e sotto la sede stradale.

Giro ad anello fra Astino e le colline di Mozzo, fra scorci mozzafiato e tracce di storia

La facile escursione, che si svolge nella parte occidentale dei colli, ricca di valenze storico-naturalistiche, si diparte dalla piana di Astino, con al centro il  complesso benedettino vallombrosano, immerso tra campi coltivati e dolci versanti terrazzati coltivati a vite e a frutteto. Il percorso si dirige verso Mozzo – dove spicca per importanza storica l’emergenza di Castello Presati – e prosegue salendo la cima del monte Gussa sino a lambire il balcone soleggiato di Villa Bagnada, dominante sulla pianura. Raggiunta la sella di Madonna del Bosco, il nostro percorso ideale s’inoltra nel Bosco dell’Allegrezza che cela, avviluppati nella folta vegetazione, i ruderi dell’omonimo “Castello”: una delle tante fortificazioni che punteggiano la zona. L’anello si conclude presso il monastero di Astino, uno dei monumenti più affascinanti di Bergamo, che al centro di una conca verdeggiante accoglie e ritempra il viandante, fra la secolare quiete delle sue spesse mura ed un piacevole effluvio aromatico sprigionato da innumerevoli essenze: il tutto, leggendo i tanti segni lasciati dai Vallombrosani in questa valle miracolosamente sopravvissuta al trascorrere del tempo.

Via Astino, arteria dell’omonima valletta compresa fra lo sperone della Benaglia e il bosco dell’Allegrezza. I licheni che vivono sulle cortecce degli aceri americani e dei frassini ornamentali disposti lungo il viale , indicano una qualità dell’aria decisamente superiore a quella cittadina

Il giro ad anello ha inizio dalla via Astino – che raggiungiamo anche dalle vie Sudorno, Torni e Lavanderio -, dove spicca la mole del monastero vallombrosano con la torre gotica del Beato Guala e la chiesa del S. Sepolcro, totalmente recuperati.

All’inizio dalla salita che conduce al monastero, adagiato su un terrazzo prativo alle prime balze della collina, il visitatore è accolto da uno splendido esemplare di Quercus petraea (rovere), che dominava questi territori prima del dissodamento per lasciar posto ai coltivi. I parenti più stretti si trovano nella Riserva boscata di Astino e dell’Allegrezza, sui due versanti della valle

Più in là, la Cascinetta del Mulino, un tempo adibita a legnaia ed oggi reception e spazio ricreativo, ricorda con il suo nome le attività che un tempo si svolgevano nella valle, ancor’oggi caratterizzata da attività agricole ad alto rendimento, grazie alla a un microclima termofilo, alla fertilità del terreno e dell’abbondante presenza d’acqua.

La vocazione agricola della conca di Astino è oggi perseguita sui terrazzamenti coltivati e nella piana, solcata dal reticolo di antiche rogge

Siamo nell’ultimo angolo della città rimasto quasi immutato nel tempo, ricco di presenze storiche e di grande suggestione paesaggistica: qui tutto “parla” del monastero e delle grandi opere intraprese dai benedettini Vallombrosani sin dal lontano 1070, quando si insediarono in terre per gran parte feudo dei Mozzo e dei Suardi, in un latifondo oggi sopravvissuto miracolosamente alla frammentazione e agli appetiti speculativi: da quel momento, i Vallombrosani cominciarono ad intrecciare una fitta rete di relazioni con le vicende politiche e civili della città.

Come quello benedettino di Valmarina all’opposto versante, l’ex monastero di Astino caratterizza fortemente il luogo in cui sorge, facendone il più ricco di valenze culturali all’interno dei Colli di Bergamo

Giunti ad Astino, i frati cominciarono a dissodare e livellare i terreni e a trasformare il luogo con sapienti lavori di irrigazione, terrazzando i declivi anche con muretti a secco di contenimento, così da poterli coltivare a fondo: era il periodo in cui i lavori intrapresi dai grandi impianti conventuali di Astino, Santa Lucia e Valmarina, emancipavano l’intero territorio comunale al ruolo di suburbio agricolo del “Comunis Pergami”.

La via Astino e il suo monastero agli inizi del Novecento. La strada campestre collegava la chiesa della Madonna del Bosco al monastero ed era percorsa da processioni, contadini, carichi agricoli

Se ci guardiamo intorno, possiamo ritrovare le tracce di quel lontano passato nelle cascine sorte intorno al monastero, inserite in un disegno minuto di vigneti ed orti, di pendii tagliati a gradoni, di viottoli e scalette, di muretti costruiti a secco sorretti da archetti.

E boschi, boschi rigogliosi come quello sopra Astino, che gli abitanti del posto chiamano familiarmente “Scabla”: un querceto secolare d’importanza comunitaria, la cui forma ricorda la pelle di un orso.

Il plurisecolare querceto del bosco di Astino (Ph Claudia Roffeni)

Osservando con attenzione, vediamo intrecciarsi strettamente le storie degli uomini e del lavoro nei campi e vedere nelle vicende attuali il futuro di questa fertile valle, da sempre vocata all’agricoltura.

Le cascine sorte con l’arrivo dei Vallombrosani avevano l’aspetto di fortezze, come si evince dalle grosse mura perimetrali o dalle torri poi inglobate in ristrutturazioni postume; solo con il tempo si trasformarono in cascine aperte, i cosiddetti “sedumi” che compaiono negli antichi cabrei.

Prese forma il minuscolo borgo del Lavanderio, e, insieme, ad una fitta rete di percorsi di terra – di cui il convento era il fulcro – e di vie d’acqua.

una delle cascine sopravvissute nella valletta di Astino negli anni ’70 (Ph Edgardo Salvi)

Fin dall’epoca del suo insediamento, il monastero si approvvigionava di acqua dalla fontana “Astina”, ovvero il Lavanderio.

L’antica fontana “Astina” detta “Lavanderio”, da cui ha tratto origine la denominazione del borgo (Ph Claudia Roffeni)

L’autorizzazione alla captazione da parte del Podestà di Bergamo risale al 1203, ma prima, nel 1156, il monastero aveva ottenuto il diritto a captare l’acqua anche dalla fontana dell’Acquamorta, che insieme alla fonte del Gavazzolo alimentava generosamente l’acquedotto di Sudorno.

Dal XII secolo la sorgente dell’Acqua Morta (documentata dal 1156), posta in via S. Sebastiano al di sotto delle Case Moroni, fornì le sue acque alla conca di Astino; ad ovest del monastero resta traccia del condotto che vi giungeva

La piana di Astino è ancor’oggi disegnata dai canali di irrigazione che documentano la sapienza delle antiche opere idrauliche intraprese dai Vallombrosani: come il Canale del Pomperduto (che deriva l’acqua dal Serio sotto il ponte di Gorle e la conduce con tre “seriole” che tagliano la città, fino alla pianura di Stezzano e Levate) e la Roggia Curna, una derivazione della Morlana, a sua volta alimentata con acque dal fiume Serio.

Ideata primariamente dai Benedettini di Astino a cavallo del 1100 d.C., fu rifatta completamente da Bartolomeo Colleoni nel 1475 per portare le acque irrigue nelle sue estese proprietà terriere ad ovest di Bergamo, quindi verso Mozzo, Curno, Treviolo e Ponte San Pietro, notoriamente in balia delle estati siccitose. La Curna è tuttora di proprietà del Luogo Pio della Pietà Istituto dallo stesso condottiero.

Oggi il reticolato idrico è stato semplificato per facilitare il movimento dei moderni mezzi agricoli e i canali sono stati approfonditi allo scopo di drenare i campi convogliando l’eccesso delle acque superficiali.

Affiancato da platani e ontani, l’antico canale disegna oggi una grande ansa tra i campi, accorpati dal secondo dopoguerra in seguito all’abbandono delle campagne. Nel tratto a valle dell’attraversamento stradale, costituisce un corridoio ecologico con canneti e ripe vegetate, offrendo rifugio a fauna e flora spontanea

Ancor’oggi la valle d’Astino ha acque proprie, sia di origine sorgentizia, sia perché solcata da canali d’impluvio (qui nasce il torrente Morletta), mentre la falda sotterranea, ricca d’acqua, alimenta il pozzo recente servendo l’attuale progetto agricolo biologico: acque preziose, da sempre tenute in grande considerazione e gestite con oculatezza, a partire dai primi contadini che vi abitavano.

Tra gli appezzamenti di maggiore estensione oggi si alternano cereali (frumenti, segale, farro) e leguminose (soia), circondati da frutteti coltivati biologicamente. La presenza di un’ampia varietà di prodotti disponibili in ogni stagione, permette di rifornire direttamente i consumatori e i banchetti dei mercatini agricoli: un esempio di produzione a km 0

I PERCORSI

Anche le strade che percorriamo ricalcano l’antica rete dei collegamenti – imperniati sulla presenza del monastero – ed in primis il tracciato che sale al Lavanderio o quello che si inoltra nel bosco dell’Allegrezza per risalire all’antica via Bagnada, scollinando alla Madonna del Bosco.

L’antico monastero era uno snodo della strada proveniente dalla bassa Valle Brembana, che dal ponte di Briolo si dirigeva al Rizzolo del Pascolo e da lì alla sella di Madonna del Bosco, discendendo per l’antica via Bagnada, l’Allegrezza e il monastero. Raggiunto il Lavanderio, si risaliva alla Botta di San Sebastiano e da li a San Vigilio, in direzione Città Alta. Oggi il collegamento più immediato con Città Alta avviene attraverso i Torni e via Sudorno (un altro successivo asse è quello costituito da via San Martino della Pigrizia che da via Longuelo o da Strada Vecchia saliva a confluire in via Borgo Canale, antico confine tra le vicinie)

Il borgo del Lavanderio, il cui nome deriva dal lavatoio ancora presente, è sorto proprio sul percorso che collegava Città Alta – e lo stesso monastero di Astino – ai ponti di attraversamento sul Brembo attraverso Rizzolo del Pascolo; un percorso la cui antichità è comprovata dalla torre difensiva  medioevale, mozzata ed inserita nella cortina edificata posta all’altezza del portico, il quale ne ha celato la vista dalla valletta.

L’erta salita che conduce al minuscolo borgo del Lavanderio (Ph Claudia Roffeni)

IL PERCORSO: TRA VILLE, BOSCHETTI E ANTICHE FORTIFICAZIONI 

In un ambiente così conservato, percorrendo il nostro itinerario possiamo ancora “leggere” i segni del sistema difensivo medioevale eretto attorno alla città, di cui vi sono ampie tracce nelle strutture isolate d’avvistamento e segnalazione presenti tra Longuelo e Mozzo, dove, sia in pianura che in collina, sorgono torri, “castelli” e cascine turrite.

La zona di Astino è proprio quella che conserva il più articolato sistema di torri e fortificazioni, che controllavano le principali vie di penetrazione proteggendo sia il suburbio che la città murata, compresi i borghi che erano sorti lungo i suoi fianchi (a loro volta protetti da addizioni, cui si accedeva attraverso porte fortificate come quella dei Sanici in Borgo Canale).

A oriente della valletta di Astino, il colle di San Matteo della Pigrizia termina con l’emergenza settecentesca di villa Benaglia sorta sul luogo di un’antica fortificazione databile intorno al XV secolo, posta in collegamento visivo le  torri circostanti

All’estremità nord-occidentale dei colli, l’antichissima roccaforte di Sombreno, posta a controllo delle valli Brembana e S. Martino, svolgeva le medesime funzioni di avvistamento, mentre al vertice di tutto il sistema di segnalazione il Castello di S. Vigilio e, dal XIV secolo, la Rocca sul versante opposto, assicuravano in caso di pericolo una puntuale difesa.

Lo stesso monastero era in contatto visivo con la trecentesca casa-torre che sorge ad ovest, in via Astino 41, proprio in angolo con via Ripa Pasqualina: un antico fortilizio inglobato in un edificio.

La torre di via Astino 41

 

La fortificazione all’angolo tra via Astino e via Ripa Pasqualina, come si presentava nel 1910

Era poi in contatto visivo con la torre della cascina Bechèla (Becchella), nella via omonima, che si innesta allo svicolo tra via Astino e via Madonna del Bosco.

La Torre trecentesca della Cascina Becchella, posta al centro di un complesso rurale che incorpora la rozza torre, valorizzata in un successivo restauro. La via prende il nome dall’antica cascina fortificata Boccaleone detta Bechèla

Proseguendo per via Madonna del Bosco ed oltrepassata la cascina-trattoria Lozza, con animali in bella mostra per la gioia dei bambini, ci dirigiamo verso l’edificio delle Suore delle Poverelle (fondato nel 1869 dal Beato don Luigi Palazzolo ed ora casa di riposo per le suore), raggiungendo in breve la Chiesa di Madonna del Bosco, costruita nel 1762 abbattendo la primitiva cappella del 1615.

La chiesa di Madonna del Bosco, sorta nel 1762 in luogo di una cappella votiva dedicata alla Madonna che era stata eretta nel 1615 dalla gente della Val d’Astino, in questa località evidentemente ricca di alberi. Dal 1925 è chiesa parrocchiale

All’inizio dei tornanti che salgono ripidi alla sella di via Madonna del Bosco (strada aperta nel secondo dopoguerra), la piccola via della Vena portava a una cava di pietra arenaria, ora abbandonata, e le cui tracce sono ben visibili sui tornanti della nuova strada.

La fontanella che si incontra all’imbocco di via Castello Presati

Ma all’altezza della chiesa il nostro itinerario piega a sinistra lungo la pianeggiante via Castello Presati, che prende il nome dal possente fortilizio dei Capitani di Mozzo e che si incontra dove la strada, restringendosi, diviene sterrata.

In via Castello Presati

Mantenendoci lungo via Castello Presati costeggiamo il muro del campo da golf, attraversato da un antico bosco di roveri, incontrando diversi edifici tra cui la Casa Carnazzi e l’attigua cappella dedicata a Sant’Anna, sorte in età barocca quando Mozzo acquisì un ruolo di villeggiatura suburbana.

Villa S. Anna, in via Castello Presati

Giungiamo quindi a Castello Presati, adagiato su un dossello coltivato a vite e alla cui base sorgono cascine dal tardo medioevo. L’edificio è identificato nelle sue strutture più antiche con il castello dei signori di Mozzo.

Cartello Presati, citato all’inizio del XII secolo da Mosè del Brolo, è posto su una collinetta  in vista delle difese di Astino ad est e del territorio a ovest

Si sostiene che la sua torre quadrata sia stata fatta abbassare in epoca Napoleonica.

La corte di Castello Presati. Verso monte si intravedono il bellissimo arco acuto dell’ingresso e gli spigoli vivi delle pietre angolari

Da via Castello Presati, lasciata a sinistra la via che scende verso Longuelo, proseguiamo per via Borghetto di Mozzo, ammirando la conca stretta tra lo sperone del castello Presati (265 m.) e quello del colle Lochis (m. 287-309 s.l.m.), la propaggine che conclude a sud-ovest il sistema collinare, caratterizzando il crinale con cipressi secolari e disegnando il pendio con la trama dei vigneti e le case a corte con rustici, aperte a meridione.

Il colle costituiva una linea fortificata avanzata a difesa della città, dominata dal “castrum” dei capitani di Mozzo, un’importante famiglia documentata nel IX secolo, che contribuì alla nascita del monastero di Astino.

Colle Lochis, in territorio di Mozzo, dominato dalla residenza sorta in luogo di un’antica fortificazione, sul crinale caratterizzato da viale di cipressi. Alla base del pendio dolce e riparato si sviluppa il nucleo del Borghetto

Fiancheggiato il centro di recupero funzionale (ex Ospedale di Mozzo), continuiamo su via Borghetto (che segue l’andamento del colle tra villette, vigneti e bosco) sino a via Castello (una via asfaltata chiusa alle auto da una catena), che seguiremo in salita piegando a destra. Più si sale e più il panorama diviene ampio ed invidiabile.

Dopo il tratto di salita, la via Castello diviene pianeggiante sovrastando bellissimi vitigni; raggiunto il punto in cui la strada comincia a scendere, abbandoniamo via Castello per piegare nettamente a destra (indicazioni) imboccando il largo sentiero 805 CAI che si immette nel fitto e fresco bosco.

Poco oltre, raggiunto il primo bivio sentieristico, pieghiamo a sinistra per raggiungere in poco più di dieci minuti la modesta cima del Monte Gussa (390 m) in territorio di Mozzo (segnavia 807 CAI), dove è presente la croce metallica costruita dagli scouts nel 1950 e ricostruita dagli Alpini di Mozzo nel 1981.

La croce metallica del Monte Gussa in territorio di Mozzo: una zona attorniata da sentieri

Torniamo al precedente bivio sentieristico e pieghiamo a sinistra per raggiungere in breve la carrareccia che costeggia il lungo muro di contenimento della tenuta dell’imponente Villa Bagnada , punto panoramico in comunicazione visiva con il colle della Benaglia.

Villa Bagnada, immortalata da Claudia Roffeni. L’interno della villa è completamente affrescato

La villa, un esempio di architettura neoclassica di fine dell’Ottocento concepita come casa di villeggiatura, fu presumibilmente occupata dai capitani di Mozzo, data la sua posizione e i muri medioevali su cui è fondato il corpo centrale.

Vista frontale di Villa Bagnada, immersa nell’omonima tenuta (Ph Claudia Roffeni)

La dimora,  oggi dei fratelli Bonassi, si trova al centro di un paesaggio collinare ancora integro, dominando sola soletta la conca, al limite del bosco, e restando ben visibile dalla pianura.

Villa Bagnada: la semplicità dell’architettura è riscattata dalla bellezza della posizione e della natura. Su via della Vena, ai piedi del colle, è segnalata anche una cascina Bagnada bassa

 

L’interno dell’attigua chiesetta, costruita nel 1661 dal nobile  Giacomo Francesco Bagnati del fu Guardino, conserva una pala d’altare raffigurante una Madonna con Bambino, S. Francesco d’Assisi e S. Felice

Nonostante la modesta quota (338 m), il panorama sulla città di Bergamo e sulla pianura occidentale è davvero apprezzabile e la vicinanza ricorda la vicina frasca, ormai divenuta casa privata, cui si accedeva dalla sterrata di via Caneva (da “cantina, deposito di vino”, appunto).

Via Caneva, strada campestre posta tra via Bagnada e via Rabaiona

Lasciata alle spalle l’omonima villa, ripariamo mantenendoci su via Bagnada, che diviene in breve nuovamente asfaltata, e proseguiamo sempre dritti su via Rabaiona, toponimo derivante probabilmente dal cognome Rabaioni o Rabaglio, conservato nel nome di una cascina.

In lieve discesa raggiungiamo la sella di Madonna del Bosco (il valico che collega la conca di Astino con quella di Sombreno) per immergerci, al di là della strada, nel fitto bosco dell’Allegrezza attraverso un sentiero che ridiscende dolcemente sino al bivio sentieristico che indica verso destra la direzione per il Castello – Cascina dell’Allegrezza.

Il bosco dell’Allegrezza, in vista dell’antica fortificazione. Il toponimo sembra derivare dal termine “Grangia”, deformato in “Granza”; troviamo nel corso dei secoli: “la Granza”, “Alagranza”, “de la legranza”, “Allegraza”, “Allegrezza”. Ma potrebbe essere anche una deformazione del termine “leporizia”, un’allusione alla ricchezza di selvaggina (Ph Claudia Roffeni)

In breve raggiungiamo i ruderi del Castello dell’Allegrezza (280 m), nel medioevo presidio fortificato di proprietà della potentissima famiglia Suardi, inserito nel sistema difensivo del suburbio. Era dotato di un’alta torre di avvistamento posta in contatto visivo con il Castello Presati.

I ruderi del Castello dell’Allegrezza, presidio fortificato medioevale poi adattato a cascina (Ph Claudia Roffeni)

 

Il Castello dell’Allegrezza, proprietà fortificata della potentissima famiglia Suardi (Ph Claudia Roffeni)

Esaurita la funzione originaria, il complesso venne adattato a cascina con l’apertura di alcune finestre, la creazione di una corte e la costruzione di un porticato sul fianco est, per poi essere abbandonato alla fine degli anni 50 del secolo scorso.

I ruderi lasciano trapelare la solida geometria delle sue architetture, con le cortine murarie in massicci blocchi di pietra a vista, accuratamente squadrata (Ph Claudia Roffeni)

Il Castello è immerso in una Riserva tutelata, grazie alla presenza di un querceto misto a specie rare nella collina Bergamasca (come il cerro), lungo il sentiero che congiunge la Madonna del bosco alla valletta di Astino.

Scorcio sul bosco dell’Allegrezza con il suo “Castello” (Ph Claudia Roffeni)

Non mancano i castagni, che erano fonte di alimento e di materiale da impiegare nel vigneto e per riscaldare e, con un po’ di attenzione, si scoprono anche i vecchi terrazzamenti.

Il Castello è immerso in un’area speciale di tutela, grazie alla presenza di un querceto misto a farnia, rovere e specialmente cerro (ampiamente diffuso in Appennino e facilmente riconoscibile per la cupola della ghianda aculeata), con carpino bianco e frassino minore, un’autentica rarità nella collina Bergamasca, ove prosperano i robineti e i vecchi castagneti che tentano a fatica di ritornare querceti come in origine (Ph Claudia Roffeni)

 

Il ruderi del Castello-Cascina dell’Allegrezza (Ph Claudia Roffeni)

Ritorniamo indietro sino al precedente bivio e seguiamo ancora in discesa il sentiero che in breve si immette sulla strada asfaltata di via Allegrezza, da cui si apre una veduta di largo respiro sulla piana coltivata di Astino.

Dalla via dell’Allegrezza si può godere della vista del terrapieno del monastero, un tempo destinato alle colture difese dagli alti muri e i cui prodotti erano destinati alla cucina. Si può anche apprezzare l’eccezionale l’amenità del luogo e il profumo delle essenze (camomilla, malva, calendula, menta ed equiseto) e il colore delle bacche mature (more, lamponi, mirtilli giganti, cespugli di ribes rossi e gialli, di uva-spina e fragole), ricche di vitamine ed antociani dalle proprietà antiossidanti

Percorriamo la strada raggiungendo in breve tempo il complesso monastico, che i frati rinnovarono dagli inizi del ‘500, quando nella valletta fortificata intervennero importanti cambiamenti.

Il chiostro dell’ex monastero di Astino prima degli interventi di recupero

AGLI ALBORI DEL CINQUECENTO: IL RINNOVAMENTO AGRICOLO E LA NASCITA DELLE CASE DI VILLEGGIATURA

Con gli interventi di rinnovamento eseguiti nella chiesa e nel monastero anche  la terra divenne oggetto di un rinnovato impegno di sfruttamento agricolo: le nuove cascine sorte intorno al monastero e distribuite lungo il calibro minuto  dei tracciati medioevali, vennero adattate ad usi rurali, così come i robusti impianti fortificati circostanti quali il Castello dell’Allegrezza o la torre del Lavanderio, che da quel momento vennero a dipendere dall’abbazia: un documento del 1516 rivela che il terreno intorno al Castello dell’Allegrezza era ‘coltivato a vite, prugni, castagni da frutto e da legna, meli, peri, noci, ciliegi, fichi, salici, roveri, cerri’.

L’ambiente naturale intorno ai ruderi dell’antica Cascina-Fortezza dell’Allegrezza (Ph Claudia Roffeni)

Già nel Quattrocento, sulla collina di San Vigilio erano sorti i primi roccoli,  avviando una tradizione tipica della terra bergamasca e dei suoi abitanti. Ora considerata pratica crudele, la caccia con le reti era un tempo l’unica che consentisse a montanari e contadini di aggiungere nel piatto – dove prevaleva la polenta – la saporita carne degli uccelli stanziali e di passo; quotidianamente, dai colli giungevano alla città  lunghe sfilze di tordi.

L’inizio del Cinquecento è anche il momento in cui la plaga di Astino è già ambito e collaudato luogo di villeggiatura suburbana, con le “villulae” che punteggiano qua e là i crinali ed i pendii.

L’ingresso di un’antica dimora affacciata sulla valle di Astino, lungo la strada del Lavanderio (Ph Claudia Roffeni)

 

Prospetto della dimora affacciata sulla valle di Astino, lungo la strada del Lavanderio (Ph Claudia Roffeni)

Ville di dimensioni raccolte affiancate da rustici, in una semplicità di elementi costruttivi, di impiego di materiali e colori, felicemente fusi in un paesaggio disegnato da alberi e coltivazioni. Oggi, non sempre riconoscibili in quanto trasformate da ristrutturazioni successive.

La forcella della Botta di San Sebastiano nel 1938: è in questo importante nodo viario che si concentrano i maggiori interventi del periodo, con la chiesa di S. Sebastiano e la cortina edificata della Botta e la piccola piazza alla quale confluiscono le vie del Colle dei Roccoli,  del Rione, S. Sebastiano (quest’ultima tracciata proprio agli inizi del ‘500) e la via Botta

La tradizione vuole che Plinio il Giovane, nipote dell’altro Plinio (morto nell’eruzione del Vesuvio), avesse una villa sui colli. Nativo di Como, Bergamo doveva essergli familiare e si volle identificare in una villa sul crinale tra il Pascolo dei Tedeschi e la valle d’Astino la dimora – chiamata ancor oggi Villa Plinia, sede delI’Istituto Palazzolo-Noviziato Suore delle Poverelle – dove trascorreva le vacanze.

Com’era Il monastero nel 1972 (Ph Gianni Gelmini)

Del tardo Quattrocento riconosciamo la “Cascina Moroni”, mollemente adagiata su un terrazzo soleggiato al di sotto della Bastia: fu edificata dai monaci di Astino come tubercolosario ad uso privato (è infatti impreziosita da affreschi di soggetto religioso) e poi divenne un edificio padronale.

Al bivio tra via Case Moroni e via del Rione, la “Cascina Moroni” è conservata nel suo aspetto originario. Dal 1600 divenne proprietà dei conti Moroni e negli anni ’50 fu adibita a “frasca”, gestita dalla famiglia Nessi fino agli anni ‘80. La sua origine non rurale si riconosce nella netta distinzione tra la parte padronale e quella rustica giustapposte, la prima con portico ad archi ribassati su pilastri di arenaria e loggia sovrastante ad archi su colonne

 

Come appariva il versante dei Torni negli anni 70, quando ancora si coltivava la vite. Via alle Case Moroni attraversa il pendio fino all’omonima cascina, in quegli anni adibita a frasca

Nella fase cinquecentesca delle ville sui colli rientra anche la non lontana Villa Benaglia, che dominando il piano di Longuelo forma una delle più spiccate emergenze architettoniche e ambientali del Parco dei Colli.

Villa Benaglia, con l’arioso fronte meridionale a portico e loggiato ad archi; il raddoppio delle arcate al primo piano richiama i loggiati rustici e i chiostri conventuali del XV secolo

Dal 1600, il versante meridionale, terrazzato dagli stessi Vallombrosani, fu vitato con uva bianca moscatella, vernaccia e malvasia, regalando la sua impronta al paesaggio della Val d’Astino.

I tralci di vite erano sostenuti da pali ricavati dai castagni del bosco e maritati a olmi o aceri campestri. La terra tra i filari, distanziati tra loro di 3-4 metri, era coltivata zolla per zolla, concimata dal letame che usciva dalle stalle

I grappoli, portati al monastero lungo i sentieri campestri, venivano immersi negli enormi tini delle imponenti cantine, dove affluivano anche uve di altri territori che fecero del monastero la prima cantina sociale della Bergamasca.

Un momento della degustazione dei vini e delle birre artigianali del Birrificio Elav nella suggestiva cornice di antiche volte in pietra delle Cantine del Monastero, tra le secolari botti in legno

 

Astino negli anni ’70 (Ph Edgardo Salvi)

LA STAGIONE LIBERTY DEL COLLE

L’antico spazio rurale è radicalmente mutato, insieme ai colori e alla tessitura dei pendii; i contadini hanno da tempo lasciato le loro cascine, trasformate in residenze stabili o di villeggiatura sul finire dell’Ottocento e ancor di più nel primo Novecento, quando gli abitanti della città hanno cominciato a scoprire le splendide colline panoramiche di monte Bastia e S. Vigilio, felicemente esposte e baciate dal sole in ogni stagione.

La fioritura del Liberty sul colle di San Vigilio (stampa di Partrick Serra)

Alle poche case che punteggiavano la conca, ch’era ancora fortemente rurale, si sono sovrapposti gli edifici in stile liberty, che hanno trasformato questi luoghi sulla scia dei modelli di città-vacanza facendo loro acquisire quella singolarità paesistica e panoramica che oggi ben conosciamo:  non più solo case di villeggiatura nella vecchia casa di famiglia o per le cacce quindi, ma vere e proprie residenze che i cittadini più abbienti hanno cominciato a costruire nei luoghi più accessibili.

L’arrivo della funicolare, con l’impianto di collegamento rapido tra S. Vigilio e Città Alta, impose la sua discreta presenza nel paesaggio collinare

Sui pendii che abbracciano la conca sono fiorite ville e villini di stampo Liberty felicemente fusi nel paesaggio vario di coltivazioni e alberi: è il caso di Villa Keller, a oriente del monastero, o del Villino Neri sui Torni, costruita su una casa preesistente e delicatamente decorata in stile.

Villino Neri sui Torni, dimora decorata in stile liberty costruita una casa preesistente, con il fronte su strada affrescato con soavi figure femminili di gusto preraffaelita e ingentilito da modanature in stile

Villa Keller, di timbro romantico-eclettico, è circondata da uno splendido parco naturalmente legato al plurisecolare querceto di Astino, adagiato sul versante nord-occidentale della dorsale di Sudorno: un bosco che, insieme a quello dell’Allegrezza, ha conservato condizioni che avvicinano agli antichi equilibri.

Villa Keller immersa nel bosco di Astino (Ph Carlo Leidi)

Ai piedi di via Monte Bastia spicca l’emblema più vistoso del fenomeno che in quel periodo fa divenire la località ambito sito di villeggiatura: la monumentale Villa Viviani, nata dalla ristrutturazione e dall’ampliamento negli anni Venti di un edificio cinquecentesco corrispondente alla torretta terminale medioevaleggiante.

Villa Viviani, con lo scenografico giardino che prospetta su via S. Sebastiano. Come altri villini della zona, le due piccole dipendenze rustiche sono di aggiornato gusto déco, mentre la parte nuova, con gli apparati decorativi interni, è neobarocca

A questa singolare ed esclusiva concezione dell’abitare si è accompagnata la fioritura di giardini, che oggi mimetizzano i crinali così come lo stesso Castello di S. Vigilio.

A poco a poco, al verde tradizionale costituito anche da colture legnose come la vite e gli alberi da frutto, si è sostituito il verde dei giardini con la comparsa di nuove essenze, anche esotiche, e l’introduzione di alcune conifere.

Il Belvedere di San Vigilio

A partire dagli anni ’50 del secolo scorso, via via che le famiglie abbandonavano le attività agricole e le cascine intorno al Monastero, si è assistito al degrado degli edifici, all’estirpazione dei vigneti, all’espansione del bosco sui terrazzamenti, alla trasformazione della piana agricola in una grande monocoltura a mais.

Le viti sono così scomparse dalla valle, con qualche rara eccezione, come in prossimità della cascina La Schésa, adagiata sul lato sud-est della conca, databile nelle sue strutture più antiche tra il ‘400 e il ‘500.

Oggi, il nuovo vigneto appena sotto il Monastero rappresenta quindi un grande ritorno.

Oggi il vigneto di Astino produce le prime uve bio della Bergamasca di chardonnay, le uve bianche destinate alla produzione di ‘bollicine’ con metodo classico, 24 mesi sui lieviti. Il terreno interfilare è gestito a prato, in luogo di una precedente monocoltura a mais. Sull’altro lato del viale è previsto un altro impianto con un mix tra due cloni di Pinot bianco e Riesling renano. Inoltre, la coltivazione di luppolo, la prima della Bergamasca, è destinata a diventare componente di una birra biologica aromatizzata con more e lamponi coltivati in loco, insieme a una vasta gamma di frutti di bosco

Anche il “colore” e la tessitura dei pendii, ora disegnati da una più minuta architettura vegetale, è cambiato, ed oggi non possiamo che ammirarne supefatti la bellezza struggente e variegata, fatta di terrazzamenti rigogliosi, campiture di colore e giardini grandi e piccoli, che donano alla valletta uno strepitoso pregio paesaggistico.

Soprattutto, la piana e le prime balze della collina mantengono le caratteristiche di un’oasi agricola, dove permane la  consuetudine della passeggiata domenicale, della colazione sull’erba o in qualche radura del bosco, con frotte di persone che percorrono viuzze, boschi, sentieri e scalette.

La scaletta della Ripa Pasqualina – toponimo derivante dalla famiglia Pasqualini, un tempo proprietaria di alcuni appezzamenti di terreno ai margini della scaletta – attraversa il bosco di Sudorno fino alla splendida balconata affacciata sulla Conca d’Oro, consentendo un percorso ad anello che riconduce alla piana di Astino

Ed infine, ben esposto sulle terrazze secolari che un tempo accoglievano viti e coltivi, è tornato l’olivo, ove un tempo vi era un podere denominato Monte Oliveto, in linea con la lunga tradizione sui colli di Bergamo.

La valle di Astino, un ambiente rurale oggi “rivisitato”, tanto da potersi fregiare dell’ambito titolo di “valle della Biodiversità”, la sezione dell’Orto botanico di Bergamo che avvicina il pubblico al Regno delle Piante utili e contribuisce a dare nuova vita al compendio agricolo e forestale di Astino

Nella piana racchiusa tra i boschi la vita scorre lenta all’ombra del monastero, dove grazie al lavoro dell’uomo la natura elargisce frutti a piene mani.

Dove la sera, il volo delle cornacchie lascia spazio al suono dei rapaci e al gracidìo di raganelle, che zittiscono al sorgere del sole quando un cinguettio indistinto prende a scandire il tempo insieme al canto del Cucù.

Nella Valle che profuma di Storia, dove il tempo sembra essersi fermato.

 

Riferimenti essenziali
“Il Parco dei Colli di Bergamo – Introduzione alla conoscenza del territorio”: “Caratteri urbanistici e presenze architettoniche”, Graziella Colmuto Zanella. “Spunti per una lettura del paesaggio del Parco dei Colli”, Lelio Pagani.
“Alle porte di Città Alta”, V. Bailo, R. Cremaschi, P. Serra – Associazione per Città Alta e i Colli di Bergamo – Spaggiari edizioni Srl, 20.

A cura del Parco dei Colli, “Progetto Il Colle di Bergamo”.  Lubrina, 1989.