Da Fontana a Sombreno, una perla incastonata tra i colli e il Brembo

Superato il cocuzzolo di San Sebastiano e discesi nella conca di Fontana, ci si ritrova di colpo in un’oasi agreste: la piana di Val Brembo, un unicum paesaggistico di grande importanza compreso tra l’ombra della  Piègna – propaggine che separa la conca di Astino da quella di Fontana – e l’estremo  sperone occidentale dei Colli di Bergamo che digrada dolcemente sino a Sombreno.

La sella di S. Sebastiano osservata dal Castello di S. Vigilio

Inoltriamoci lentamente nella valle distesa tra i campi ed il pendio che conclude a nord-ovest il piccolo sistema della dorsale dei Colli, adagiandosi sul terrazzo fluviale solcato dalla tenue orlatura del torrente Quisa.

Veduta da S. Rocco sulla piana di Fontana, con in primo piano Cascina Rebetta. La conca di Fontana rappresenta l’estremo lembo rurale legato all’ambiente dei Colli e di Città Alta

Se i versanti sono ricoperti da fitti boschi, soprattutto verso la parte sommitale (querceti, carpineti, robineti e castagneti), i pendii dell’ampia conca di Fontana, ricca di acque sorgive, lasciano spazio alla trama dei numerosi terrazzamenti coltivati e punteggiati qua e là da  piccoli nuclei abitativi e da case padronali o rurali.

La discesa da San Sebastiano verso la conca di Fontana

Al centro della conca spicca  l’antica cascina Rebetta con la sua torre, e  la  cinquecentesca chiesa di S. Rocco, un tempo legata alla chiesa matrice di S. Grata inter vites.

La cascina Rebetta è riprodotta in una Carta topografica  con le località di Breno, Fontana, S. Sebastiano, realizzata nel 1667 dall’agrimensore Giovanni Battista Selvino (conservata in Archivio Storico Diocesano di Bergamo, fondo della famiglia Grumelli-Pedrocca). Vi sono indicate le molte sorgenti e “lavanderii” per chiarire la proprietà delle acque e delle loro derivazioni e da ciò si evince la straordinaria eloquenza del toponimo di “Fontana” (documentato dall’XI secolo). In altro vi compare la chiesa di S. Rocco con il portico cinquecentesco sul lato meridionale che fu conservato nella ristrutturazione settecentesca; compaiono poi alcuni “sedumi” turriti, di origine medioevale, il più articolato dei quali (allora Alborghetti) dovrebbe corrispondere alla cascina Rebetta tuttora emergenza al centro della conca (Graziella Colmuto Zanella, I giardini sulla carta, in: Maria Mencaroni Zoppetti -a cura di – “D’erbe e piante adorno. Per una storia dei giardini a Bergamo, percorsi tra paesaggi e territorio”. Ateneo di Bergamo e Fondazione per la Storia Economica e Sociale di Bergamo)

 

La Cascina Rebetta con la sua torre e in alto a destra la chiesa di S. Rocco

Nella larga maglia dei campi agricoli possiamo ancora leggere il reticolo degli antichi tracciati: quello preromano della transumanza, da Mozzo ad Almè, che conduceva ai pascoli brembani (un asse che, proseguendo verso sud, sarebbe poi divenuto in epoca romana il cardo massimo della prima centuriazione del territorio bergamasco), e quello definitosi nel Medioevo, esattamente ortogonale alla via della transumanza, che collegava la forcella di S. Sebastiano (importante nodo del sistema collinare) al  ponte di Briolo sul Brembo (tra Ponte San Pietro e Valbrembo) e alla Val S. Martino.

Si tratta del Rizzolo del Pascolo, un tracciato perfettamente rettilineo di cui oggi si conserva solo il suggestivo tratto acciottolato che da Valbrembo sale ripida nel bosco all’ultimo tornante di via Pascolo dei Tedeschi e da qui alla chiesa di S. Sebastiano (la “forcella” poc’anzi nominata).

Via del Rizzolo del Pascolo (“Rizzolum Canzelere”, percorso lungo 470 metri che il Comune fece lastricare tra il 1267 e il 1271). Un tempo, prima dell’apertura della panoramica dei Torni, per raggiungere Città Alta il percorso doveva mantenersi alto sui crinali passando da S. Sebastiano a San Vigilio (Photocredit Valbrembanaweb)

 

Panorama dal Pascolo dei Tedeschi, denominazione che prende il nome dall’uso dei mercanti di bestiame d’Oltralpe, qui pervenuti attraverso il lago di Lecco, di sostare in questa località prima di entrare in città per la fiera di Sant’Alessandro. Il nome potrebbe anche  provenire dall’accampamento di reparti a cavallo dell’esercito austroungarico

Prevalgono nei boschi rigogliosi castagneti, impiantati dall’uomo per la produzione dei pali necessari al sostegno della vite coltivata sui versanti esposti al sole. Da questi alti e generosi fusti prende il nome la minuscola località a ridosso di Sombreno: Madonna della Castagna, snodo di sentieri e di strade che s’incontra percorrendo il lungo rettifilo di Fontana, divenuto importante punto d’aggregazione per chi d’estate frequenta l’area boschiva alle sue spalle, attrezzata con strutture per il pic-nic e campi per il gioco delle bocce.

All’interno della rigogliosa area boschiva, ricca di sentieri, vallecole e testimonianze storiche,  la pista ciclopedonale del Parco dei Colli (Sentiero di Ilaria) raccorda i Santuari della Madonna della Castagna e di Sombreno a via Ramera, ricollegandosi alla Greenway del Morla in Valmarina (la cartina è tratta dalla guida Alle porte di Città Alta)

Da Madonna della Castagna si può camminare sino a S. Vigilio attraverso il lungo percorso dei Roccoli, ma è ancor più facile scollinare sul versante settentrionale,  nel regno dell’arenaria di Sarnico: lo “zoccolo” che dà forma alla base settentrionale dei Colli (da S. Agostino,  S. Lorenzo e Castagneta fino alla Madonna della Castagna e al Santuario di Sombreno) e che insieme alle calcareniti del Flysch di Bergamo, dal caldo color nocciola, ha fornito per secoli materiale in abbondanza per la costruzione dell’antica città e dei borghi storici.

In località Madonna della Castagna, lungo il sentiero (712) diretto al Colle Roccolone (340 m), si possono ammirare alcune sculture dell’artista locale Cesare Benaglia, ricavate dai  potenti banchi di arenaria  di Sarnico, presente in abbondanza nel settore nord dei Colli. Per la sua compattezza, la roccia dall’inconfondibile colorazione grigio-azzurra si presta ad essere intagliata

La secolare vocazione agricola del sito si spinge alla base del versante di Sombreno e sino alla piana coltivata si estendono vigneti, frutteti, orti domestici, colture di mais, giardini ed aree attrezzate per attività vivaistiche: un prezioso esempio di riuscito connubio tra natura e cultura, capace di generare grandi espressioni estetiche e naturalistiche.

In una foto d’altri tempi, una distesa di mais a Valbrembo e in lontananza il colle di Sombreno con il suo Santuario

Tra il ‘600 e la prima metà del ‘900 il nucleo di Breno  godette di un certo benessere dovuto alla viticoltura ma soprattutto al redditizio allevamento dei bachi da seta.

Veduta della piana di Sombreno, Sandro Pinetti (1904-1987). Dipinto del 1955. Bergamo, Accademia Carrara. Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea (GAMeC)

La bachicoltura diede un impulso molto importante all’economia dell’area e la ricchezza di alcune famiglie, sapientemente amministrata, concorse a produrre una notevole sensibilità artistica, ben testimoniata dai numerosi monumenti storici tuttora presenti a Sombreno.

Territorio di Bergamo di Pietro Redolfi 1718 ca. Particolare della zona collinare della città con rappresentato il Santuario (“La ‘Mad.a’ sopra l’abitato di Breno”).  Le carte del territorio di Bergamo, che riportano questa dicitura, testimoniano l’importanza che aveva raggiunto il Santuario della Madonna di Sombreno. Essa è riportata anche nella carta del Santini del 1776 e ancora con maggior evidenza nella carta del Formaleoni del 1777

Ancora nel 1820, Maironi da Ponte nel “Dizionario Odeporico della provincia” rilevava che il terreno di Breno era fertile di gelsi, di biade, di vini sulla collina e che gli abitanti, circa duecento, erano quasi tutti agricoltori, “con diciotto possidenti estimati”.

La Val Breno in un dipinto databile al 1690 ca. Il dipinto è un documento molto significativo della parcellizzazione sul finire del ‘600 delle coltivazioni agricole della val Breno, un territorio già allora intensamente coltivato

Con la costruzione della settecentesca Villa Pesenti-Agliardi, ristrutturazione in stile neoclassico di un edificio preesistente, una parte cospicua dei terreni coltivati viene destinata dal suo proprietario, il conte Pietro Pesenti (uno dei più accesi sostenitori del nuovo corso rivoluzionario) al nuovo ruolo di giardino. Pesenti, d’origine montanara così come molti abitanti della Val Breno, compì tale scelta con cautela ponendo attenzione al rapporto con la campagna circostante.

L’alta e fitta massa arborea del parco di Villa Agliardi, proiettata ai piedi del poggio su cui sorge il Santuario, si offre al visitatore come una verde quinta d’ingresso all’abitato (Ph Agliardi)

Ed è proprio dalla gelosa cura dedicata per secoli a questa terra, che deriva quel binomio “agricoltura / ospitalità” che ha ispirato il Pollak  (o Pollach) e il suo committente nella progettazione del parco (purtroppo non completamente realizzata), che ha trovato lo stimolo culturale non solo nello spirito bucolico del tempo ma anche in un concetto di utilità e di rispetto per la campagna, in una visione nuova, neoclassica, che riscatta questo ‘spreco’ di terreno agricolo.

Villa Agliardi con lo splendiclo parco (Ph Agliardi)

IL NUCLEO STORICO DI BRENO

Il piccolo nucleo storico di Breno (276 m slm) (1), crebbe ai piedi del castello sul colle sino a diventare Comune (come risulta da un atto di vendita del 1169) e ancor’oggi il suo compatto impianto urbano, le cui caratteristiche risalgono al XIII secolo, mantiene una particolare integrità negli antichi tracciati e nei caratteri architettonici dei suoi edifici, anche grazie alla particolare situazione orografica a ridosso del colle.

Mappa catastale di Sombreno, del 1812 (Ph Agliardi)

 

Veduta aerea di Sombreno, 1965. Nel Seicento, intorno alle corti dei contadini si realizzarono nuovi edifici a loggiato e portico, al servizio degli stessi proprietari dei fondi agricoli che scelsero di dimorare in loco (Ph Agliardi)

Gli edifici, con impianto a corte, comunicano con il tracciato stradale interno, dalla forma arcuata e sotteso sulla direttrice Astino-Almè.

Via Bolis, il percorso strutturante il nucleo storico (Ph Maurizio Scalvini)

 

L’uso dei “borlanti” raccolti sulle sponde del Brembo, posati a “lisca di pesce” (Ph Maurizio Scalvini)

 

Via Bolis, la spina centrale, in direzione Castello (Ph Maurizio Scalvini)

 

Il portico d’accesso in arenaria grigia di un’antica casa a corte (Ph Maurizio Scalvini) 

Quando nel 1473 i Pesenti si insediarono a Breno probabilmente acquistarono  due torri, trasformandole, dopo opportuni ampliamenti, in abitazioni. Le due torri facevano parte del sistema di fortificazione del castello situato in cima alla collina (e trasformato tra il 1492 e i primi anni del Cinquecento nell’attuale Santuario): la torre medioevale che costituisce il nucleo più antico di Villa Agliardi e una seconda torre che si trovava in quella che è oggi la piazza, anch’essa inglobata in un edificio di più vaste dimensioni.

Dunque l’edificio, di chiara impronta medioevale, posto all’incrocio tra i brevi percorsi viari del centro storico, ingloba una torre a pianta quadra alquanto rimaneggiata e mozzata in altezza. La struttura muraria, con spigoli squadrati in arenaria grigia, ne sottolinea spiccatamente l’impianto.

Per la sua importanza, l’edificio, chiamato dai Sombrenesi “il Vaticano”, fu la sede del Comune di Sombreno fino al 1928, anno dell’unificazione con Paladina.

L’ex palazzo comunale in piazza Locatelli. L’edificio, di vigoroso impianto medioevale con importante corte chiusa di forma trapezoidale, è il risultato di una ristrutturazione probabilmente cinquecentesca e presenta ampliamenti interni successivi (Ph Maurizio Scalvini)

 

L’ex palazzo comunale in piazza Locatelli, all’imbocco della spina principale di Sombreno (Ph Maurizio Scalvini)

Chi erano le famiglie nobili o comunque importanti della zona? Un rilievo eseguito dall’agrimensore Gio Batta Paganelli e ridisegnata dal notaio agrimensore Antonio Gasparini di Bruntino ci rivela i loro nomi: i Moroni, i Pesenti (che a Sombreno  possedevano da tempo molti terreni oltre alla villa ristrutturata nel ‘700), i Lupi, i Morandi e i Nervi.

Le prime notizie dei Moroni di Sombreno si riferiscono ai fratelli Beltramo, Gio. Antonio, Fermo Antonio e Stefano, attestati nel Cinquecento; sono i Moroni più antichi attestati a Sombreno, citati dal curato don Rota nel suo manoscritto degli anni ’50. Egli dice che tale famiglia era in Sombreno sin dal XV secolo ed aveva terre e massari.

Ritroviamo i loro nomi nel cartiglio del cosiddetto affresco Moroni, rinvenuto nel corso dei recenti (2018) restauri del Santuario, e in cui compaiono i nomi dei committenti –  Beltrami e Antoni De Moroni da Breno -, accompagnati dalla data del 15 Maggio 1580.

A seguito delle rivelazioni emerse dalle recente analisi del famosa costola appesa al soffitto del Santuario, costoro potrebbero giustificare la presenza dell’osso nel sacro edificio.

Affresco Moroni nel Santuario di Sombreno. Il cartiglio indica due nomi: Beltrami e Antoni Moroni da Breno, nonché una data: 15 maggio 1580

Di tutti i Moroni sono anche i più misteriosi, insieme a quelli di Ponte S. Pietro: gli antenati di entrambi potrebbero essere due Moroni attestati nel 1288: un Bergamus filius quondam Guillelmi Moronum de Sorisole, e poi Ioannes Moronum de Sedrina, come risulta dalla Enciclopedia delle Famiglie Lombarde.

Tra il ‘700 e l‘800 i Moroni di Sombreno dovettero avere una notevole fortuna come setaioli e come costruttori, ingegneri e architetti, realizzando nel ‘700 un’opera di notevole interesse architettonico: Villa Moroni ora Maccari, che con la sua pianta a U s’inserisce con discrezione nella cortina edilizia della stretta e tortuosa via Bolis – l’asse interno che struttura il nucleo storico -, edificata sull’area di una vecchia cascina.

Oltre alla villa essi possedevano in Sombreno case e una filanda che era annessa alla villa sei-settecentesca, poi acquistata insieme alle case dal conte Pietro Pesenti che ne fece la fattoria che sorge accanto a  Villa Pesenti-Agliardi.

Villa Moroni-Maccari. Il vasto parco con il vialetto in asse alla villa conduce a un piccolo padiglione neoclassico (un tempietto del 1805) che appare l’immediata eco dello straordinario complesso progettato nel 1798 dall’architetto austriaco Leopoldo Pollak per Villa Pesenti-Agliardi, emergenza monumentale e paesaggistica d’eccezione al margine opposto del nucleo storico (Proprietà dell’immagine: Comune di Paladina)

LA VIA GRADINATA

Alle spalle di Villa Agliardi si diparte una via gradinata acciottolata che si insinua dolcemente lungo il versante meridionale del colle.

La via acciotolata che collega il centro storico di Sombreno al Santuario (Ph Maurizio Scalvini)

 

Veduta su Villa Pesenti-Agliardi e sul parco (Ph Maurizio Scalvini)

Lungo il percorso s’incontra a mezza costa la torre del Lazzaretto, facente parte del sistema difensivo del castello ed utilizzata nel periodo della peste del 1630.

La torre-lazzaretto e, a destra, una cappelletta votiva (Ph Maurizio Scalvini)

Dal suo “Chronicus” Don Angelo Rota ci fa sapere che nonostante la peste nella Val Breno abbia seminato “molta strage”, la terra di Breno venne in gran parte risparmiata “per la buona vigilanza e perchè Girolamo Pesenti” (padre di P.M. Pesenti, fra i delegati sanitari per il Comune di Breno) “come tesoriere della Ven. Misericordia di Bergamo, vi faceva capitare assai provviste di sale e di farina da dispensarsi ai poveri. Così rimasero la maggior parte degli abitanti e i terreni furono ancora lavorati”.

La cappelletta della torre-lazzaretto (Ph Maurizio Scalvini)

 

La cappelletta nella torre del Lazzaretto (Ph Maurizio Scalvini)

 

Particolare dello stemma affisso sulla parete

La stradetta è punteggiata da santelle dedicate ai Dolori della Vergine, risalenti al 1920 ed affrescate nel 1989 di Maribea Bonzani, Angelo Capelli, Calisto Gritti, Mino Marra, Simon Morelli, Franco Normanni, Alessandro Verdi.

Lungo la salita, le cappellette si alternano a intervalli regolari sino al grande piazzale antistante il Santuario, posto all’ombra di querce secolari.

Di fronte alla torre del Lazzaretto, una delle cappellette votive che scandiscono il percorso gradinato (Ph Maurizio Scalvini)

 

Il pianoro che precede il Santuario, con l’ultima delle sette cappelle devozionali (Ph Maurizio Scalvini)

Un ultima, breve tratto conduce al portone d’accesso del Santuario, ricco di opere d’arte commissionate dalle ricche famiglie del luogo, i Carminati e i Pesenti in particolare.

Il Santuario mariano di Sombreno (Ph Maurizio Scalvini)

Al termine del percorso acciottolato, il portone d’accesso sormontato da una lunetta con il Padre Eterno benedicente, dà il benvenuto al visitatore, introducendolo al pianoro affacciato sul vasto panorama su cui sorge il Santuario, che è composto dall’accostamento di due edifici sacri, nell’insieme quasi millenari: il piccolo Santuario dell’Addolorata (già Chiesa Santa Maria), che anticipa la Chiesa della Natività di Santa Maria Santissima.

Il portone d’accesso al Santuario, sormontato da una lunetta con il Padre Eterno benedicente (Ph Maurizio Scalvini)

DA CASTELLO A SANTUARIO

Il Santuario fu edificato sul sedime di una fortezza medioevale posta sul colle che domina Breno, citata per la prima volta nel X secolo quale proprietà dei Conti Calusco e Carvico, passata entro la fine del XII  agli Albertoni legati alla famiglia Vertova e dal 1267 alla Chiesa di Bergamo.

Le sue remote origini riportano però a una leggenda, quella di Brenno, mitico condottiero dei Celti Senoni, nemici di Roma, la cui storia fu narrata nel XII secolo da Mosè del Brolo nel suo Pergaminus. Si narra che Brenno avrebbe fatto erigere un castelliere nella zona di Breno, proprio laddove nel medioevo sarebbe stato edificato il castello sulle cui rovine è sorto il Santuario.

E’ certo comunque che nel medioevo la fortificazione funse da avamposto del sistema difensivo organizzato sui rilievi del territorio, dai centri della Val Brembana fino alla Bastia e a S. Vigilio, con torri di avvistamento poste in collegamento sia visivo che viario, attraverso un percorso di collegamento che correva lungo il crinale del sistema collinare esteso a ovest della città, da S. Vigilio al castello di Breno.

Il tratto iniziale, fino a S. Vigilio, venne sconvolto dalla costruzione del Forte di S. Marco, mentre il tratto successivo è puntualmente documentato nella cartografia veneziana, da quella di Giulio Sorte ai rilievi realizzati dagli ingegneri della Repubblica tra Cinquecento e Seicento per gli studi di ristrutturazione e di rafforzamento della Cappella e della rimodellazione del territorio circostante fino alla Bastia per scopi difensivi.

Questo percorso doveva ricalcare un tracciato di origine romana che dalla “civitas” conduceva al ponte di attraversamento del Brembo ad Almenno, lungo strada militare romana per il Comasco e la Rezia.

Al castello di Breno era annesso, secondo le antiche consuetudini, anche un edificio religioso: la cappella battesimale di Santa Maria di Breno, (corrispondente all’attuale Santuario della Madonna Addolorata), menzionata per la prima volta in un atto del 1093 e rimaneggiata nei secoli, essendo divenuta, sino alla metà del XVI secolo, parrocchiale di Breno, Paladina e Ossanesga.

Dal XV secolo, alla piccola cappella di origine medioevale (il Santuario dell’Addolorata, che cela sotto di sé esigue parti dell’antica fortificazione) fu accostata la Chiesa della Natività di Santa Maria Santissima.

La cappella dedicata all’Addolorata, menzionata in un atto del 1093 come antica cappella battesimale di Santa Maria di Breno (Ph Maurizio Scalvini)

Quest’ultima fu edificata tra il 1493 e il 1570 in accoglimento alla supplica degli abitanti di Breno ai Rettori Veneti della Città di Bergamo, considerata ormai inadeguata l’antica cappella del castello per accoglere il popolo che vi confluiva.

La chiesa della Natività di Maria Santissima, accostata, dal 1493, all’antica cappella. Il complesso del Santuario (m. 338 s.l.m.) è eretto su un terrapieno in pietra squadrata adagiato sul poggio dominante la Val Breno (Ph Maurizio Scalvini)

Ma che ne fu dell’antica fortificazione? Con l’avvento della Serenissima (1428), non più utile alla difesa della città (il confine territoriale si era spostato lungo la sponda dell’Adda) essa aveva cominciato ad essere smantellata e sappiamo che le demolizioni erano ancora in atto nel 1621 (2).

DALLA PARROCCHIALE ALLA “FATTORIA”

Ai margini meridionali del nucleo di Sombreno si trova la chiesa parrocchiale  dei Santi  Fermo e Rustico, costruita nel 1739 (forse su progetto del Caniana) sui resti di una chiesa cinquecentesca, della quale rimangono ancora tracce di affreschi datati 1482.

La chiesa dedicata ai Santi Fermo e Rustico (consacrata nel XVI secolo) conserva all’interno una pala centrale con la Madonna, S. Giovanni Evangelista, i Santi Fermo e Rustico e l’offerente Canonico Pesenti, attribuita a Giovanni Raggi o a Francesco Polazzo, di cui il Pesenti era committente. Ai lati dell’ancona centrale, due grandi tele del tardo Settecento di Gaetano Peverada. Inoltre, un “Eterno benedicente”, elemento superstite di un polittico forse di Palma il Vecchio e una “Madonna con Bambino e Santi” opera di Cristoforo Tasca (1697) – (Ph Maurizio Scalvini)

Alle spalle della parrocchiale si trova invece Casa Agliardi, una antica e misteriosa dimora chiamata “Casa e brolo alla Chiesa di Breno” in un vecchio cabreo del 28 marzo 1814. Venne acquistata dal conte Pietro Pesenti nel 1813 ad un’asta dei beni di tal Pietro Giacomo Moroni e fu ristrutturata negli anni ’60 dall’arch. Ajardo Agliardi, che la riportò al suo antico armonioso aspetto, per divenire l’abitazione del fratello Gian Paolo.

Sombreno, “Casa e brolo alla chiesa di Breno” in via Bergamo 12 – 1965-66 ca. (In “Enciclopedia delle Famiglie Lombarde“). La villa sorge su una struttura di base tre-quattrocentesca che aveva avuto una radicale trasformazione nel 1626, quando probabilmente all’antico corpo di fabbrica venne aggiunto il corpo a sud costituito dal porticato, di tipica impostazione bergamasca nel Seicento, e le soprastanti logge la cui tipologia richiama quella Vertovese del follo. Gran parte degli intonaci della facciata sud sono quelli originali del 600 ed anche gli stipiti in pietra che incorniciano porte e finestre sono da ascriversi all’intervento seicentesco

La villa è arredata con mobili d’epoca e vi sono parecchi quadri del ‘600: Evaristo Baschenis, Salvator Rosa, Barbello, Cifrondi e quattro tele rustiche d’un anonimo fiammingo che ritraggono scene cortesi ambientate pare in Olanda. Vi è poi una tela, di pittore ignoto, che documenta il paesaggio dei dintorni di Sombreno nel tardo Seicento. A ciò si aggiungono opere di Maratta, del Piccio e di Costantino Rosa.

Sombreno, “Casa e brolo alla chiesa di Breno” in via Bergamo 12 – 1965-66 ca. (In “Enciclopedia delle Famiglie Lombarde“). Il loggiato, rivolto verso la parrocchiale

 

Sombreno, “Casa e brolo alla chiesa di Breno” in via Bergamo 12 – 1965-66 ca. (In “Enciclopedia delle Famiglie Lombarde“).  Le volte della sala e della cucina furono costruite nel ‘600 su muri preesistenti. Non è dato di sapere a quale famiglia fosse appartenuto il misterioso stemma affrescato sul camino

Il piccolo giardino è costituito da essenze tipiche dell’epoca e del luogo: carpini, querce, tassi e arbusti da fiore e bacche ed è ispirato ai roccoli, un tempo numerosi sulle colline circostanti, ma nel contempo riprende i motivi ad archi della villa.

Il giardino sotto la neve (gennaio 2015) – (In “Enciclopedia delle Famiglie Lombarde“)

Infine è significativo l’edificio denominato “Fattoria” che si trova in via Agliardi, via d’accesso all’omonima Villa che prende le mosse dalla piazzetta centrale del paese.

Via Agliardi si diparte dalla piazzetta di Sombreno e conduce alla Fattoria, a Villa Pesenti-Agliardi, alla via gradinata verso il Santuario, oppure al percorsi boschivi collegati al Sentiero d’Ilaria (pista ciclo-pedonale) o alla Madonna della Castagna (Ph Maurizio Scalvini)

 

L’ingresso di Azienza Agliardi (Ph Maurizio Scalvini)

 

L’insegna affissa sul portone d’ingresso alla fattoria (Ph Maurizio Scalvini)

L’edificio, un bellissimo esempio di dimora padronale del ‘600 costruito dalla famiglia Moroni, proprietaria dell’adiacente Filanda, era stato acquistato da Pietro Pesenti ed adibito a casa del fattore. Tale uso è rimasto sino agli anni Novanta quando è cessata l’attività agricola a Sombreno.

Scorcio dell’Azienda Agliardi ripresa dalla via gradinata che percorre il colle di Sombreno (Ph Maurizio Scalvini)

 

Scorcio dell’Azienda Agliardi ripresa dalla via gradinata che percorre il colle di Sombreno (Ph Maurizio Scalvini)

Torneremo a breve in questi luoghi, alla scoperta del Santuario e di Villa Pesenti-Agliardi, nella tenue luce di una sera ottobrina.

 

Note

(1) “Sombreno, con la denominazione di Brene (e in seguito Breno), fu comune autonomo nel XIV secolo, e tale rimase sino al 1798, anno della prima aggregazione a Paladina. Fu nuovamente autonomo tra il 1805 e il 1809, quindi venne aggregato a Bergamo sino al 1816. In seguito rimase autonomo sino al 1929, anno della definitiva aggregazione a Paladina. L’attuale denominazione di Sombreno venne adottata nel 1864” (Alberto Castoldi, Bergamo e il suo territorio, Dizionario Enciclopedico, Bergamo, Bolis Editore, 2004, pp. 735-736).

(2) Nel 1621 viene concesso a un abitante di Breno di costruire un muro di cinta tra i beni della chiesa situati in cima al monte e il ronco di sua proprietà, servendosi dei sassi ricavati dall’abbattimento “di quella mura vecchia chiamata il Torrazzo esistente nel detto pezzo di terra di ragione del beneficio”.

Riferimenti principali
– Il Parco dei Colli di Bergamo – Introduzione alla conoscenza del territorio, capitolo “Caratteri urbanistici e presenze architettoniche”, Graziella Colmuto Zanella.

– A cura di Andrea, Luigia e Pietro Gritti, “Almè, l’antico nucleo e il territorio”, 1997.

Società Storica Lombarda

Documenti
Lombardia Beni Culturali. Comune di Sombreno.
Lombardia feudale: studi sull’aristocrazia padana nei secoli X-XIII (Di François Menant)
Le istituzioni storiche del territorio lombardo – Le istituzioni ecclesiastiche XIII-XX secolo (Progetto Civita)

Toponomastica
La frazione di Sombreno: qualche esempio dal repertorio toponomastico

Le frasche sui Colli di Bergamo: interludio di Primavera

La “Bergamo così” di Geo Renato Crippa è uno scrigno di testimonianze che ci restituiscono, mirabilmente, il ritratto di una Bergamo “minore” – in contrapposizione alla Bergamo “potente” – ormai scomparsa. insieme ai più caratteristici personaggi, vengono descritti i luoghi, le consuetudini, il carattere, il sentire di un mondo perduto, semplice e proprio per questo ricco di suggestioni. Non poteva mancare una pagina dedicata alle “frasche”: quelle bucoliche cascinette che punteggiavano qua e là i dolci pendii dei Colli facendo capolino in angoli felici, sempre pronte ad allietare i giorni di festa o i più tranquilli pomeriggi. Ne sento ancora i profumi, la quiete; ne rivedo gli scorci, i colori, insieme ai volti a me più cari e alle combriccole di un tempo. Ricordo i ritornelli cantati a squarciagola, il profumo di quel “mazzolin di fiori” legato da uno stelo; le verdi distese dove lo sguardo vagava trasognato e lo spirito si ritemprava. E ancora, il sapore fragrante del pane o del latte appena munto, del cibo semplice e genuino, ancor più buono dopo una lunga passeggiata. La bellezza che sa rigenerare, la magia dell’infanzia e della scoperta e l’unicità di un mondo che oggi possiamo almeno in parte ritrovare, miracolosamente, solo laddove la mano e l’avidità dell’uomo non sono giunte ad intaccarne la primitiva purezza.

Delle “frasche”, specie d’osterie stagionali, disperse nelle campagne collinari bergamasche dove sorride il vigneto, ne esistevano e ne esistono a diecine. Di esse la notizia si perde nei secoli.

Chi le abbia inventate impossibile stabilirlo, forse non si erra dicendole “specialità” di mezzadri avvertiti, di piccoli proprietari preoccupati di vendere vino di loro produzione, fattori avveduti consigliati da mediatori e sensali intraprendenti.

Valmarina

Nell’intenzione di tutta questa gente, la gestione primaria consisteva nel godimento fuori dagli occhi dei curiosi o magari, la sollecitazione di togliersi dai rumori e dai travagli, in luoghetti solatii, all’aria buona e profumata al massimo, negati a cautele e pregiudizi di sorta. In verità qualche cosa di magico subbugliava intorno a realizzazioni di tanta attraenza e di sicura comodità.

Bastava innalzare, ai bordi di una stradetta o d’un viottolo, un ramo tagliato lungo, da un albero qualunque, e la “frasca” era fatta.

Da Valverde

Di solito la scelta cadeva su una di quelle “cascinette” nascoste nei coltivi. La si arrangiava alla buona con tre o quattro rozzi tavoli, una diecina di sedie, dapprincipio quasi sempre all’aperto dove, sotto una o due piante di noce, l’ombra non disturbasse i probabili avventori.

Nessun apparato convenzionale ma quel raro senso del rustico discreto e pulito che certe volte richiama e soddisfa.

Nel disporre, al meglio ed in modo adeguato, il “posticino”, serviva quella malizia contadina insuperabile nell’escogitare comodità attraenti se pure di una semplicità dosata e linda.

Da Castagneta

In quanto ad ornamenti nemmen pensarlo. Qualche gabbia, con i soliti merli o tordi, appesa accanto alla porta, dei vasi di fiori comuni, nient”altro se non attrezzi: falci, rastrelli, zappe, insomma ferri del mestiere.

Dalla Ripa Pasqualina

Ciò che si assicurava, al di sopra di ogni pregiudizio, era sulla sincerità del vino, proprio del luoghetto, e per chi desiderava uno spuntino, la sicurezza di un salame verace, di uova fresche, di formaggi e stracchini casalinghi, soprattutto di insalate, lattughe e radicchi, dell’orto sistemato al solivo e curato oltre ogni dire.

Altro non poteva essere offerto se non al tempo degli asparagi nostrani, delle fragole pregiate, di qualche ciliegia e di, ormai, rarassime pesche, sempre che la annata fosse favorevole.

Lo Scorlazzino

Chi desiderava portarsi, da casa, “roba” per una merenda, nulla da eccepire; alla “frasca” avrebbero dato il vino, le gazzose, un bel bicchierone di latte appena munto, una fetta di polenta, dei peperoni sott’aceto puro, specialità controllabile.

Nessuna preoccupazione, dunque; la accoglienza sarebbe stata buona, alla mano.

Chi desiderasse una tovaglia o dei tovaglioli chiedesse pure, andava ugualmente bene.

Lo Scorlazzino

I colli di Bergamo sono veramente una bellezza rara.

L’ampio paesaggio che li circonda aggiunge alla loro avvenenza una grandiosità stupenda. I declivi dolci educano ortaglie, dove l’architettura trama i pregi di linee e piani di una ambientazione miracolosa.

Dalla Scaletta delle More

La poesia, mai dominatrice, vi è dunque, quasi in umiltà, presente e savia.

Centinaia di cascinali, di brevi fattorie, di ville padronali non azzardate di lussi, rendono l’ambiente favorevole alla vista e allo spirito.

Niente sui colli di Bergamo ed intorno ad essi è confusione. Le varietà delineano una natura parlante ed umana.

Strade, tracciate con gusto, li percorrono insinuanti e certune, quasi aeree, dalle quali si dipartono scalette e sentieri fortunosi.

Verdi beati, feriti da boschetti ed infiorate, rallegrano l’atmosfera mai sazia di stupire.

Se raggiungere queste serene alture fu beneficio di passeggiate interminabili, la “trovata” delle “frasche” rese completezza alle previsioni ed alle speranze di trascorrere giornate allettanti.

Sopita l’idea di caricarsi di cento pacchi di provviste, la decisione a salire fuori porta divenne non impresa ma pensiero sufficientemente valido.

Gruppi, gruppetti, intere famiglie, associazioni con o senza vessilli, studiarono come studiano i fine settimana, o le domeniche, dove trascorrere in fantasia ed in “furia”.

Altri opponevano all’incontro di uno sterrato, di un praticello gradito agli spassi della ragazzaglia. I ragionamenti duravano giorni e giorni fra indecisioni e clamori.

Le preferenze decidevano per i giorni festivi, le occasioni, gli anniversari, le prime comunioni, realtà anche dell’oggi non accetto a facili turbamenti.

Partenze al mattino, calcolando esatta l”ora per arrivare un po’ avanti al mezzogiorno. Spedire una staffetta al fine di fissare un tavolo risultava perfetto.

Le donne non mancavano di preveggenza. Giungere accaldate e rosse di sudore avrebbe roso i primitivi entusiasmi.

Mai imbastita alla leggera la camminata, pur riuscendo qulche volta tormentata, procurava, sempre, un qualchecosa di nuovo, di insospettato, di stregato.

Occorreva disciplina, badare a starsene raccolti, a non perdersi in quisquilie, in reclami, indulgendo in soste ripetute.

Lungo i Torni

Sessanta, settanta, cent’anni fa andare allo sbaraglio non condizionava rischio o pretesa, anzi il non sapere affatto dove stare procurava curiosità e stordimento.

Chi consigliava a destra chi, sapiente, decideva verso un “posticino” di sua conoscenza, nelle vicinanze del quale sprizzava una fontanina d’acqua gelida e salutare.

Al panorama si sarebbe pensato appresso, dopo d’essere ben rifocillati e riposato scalzi alle brezze profumate, nella calda estate, di fieni e di quante erbe, odoravano strane e distinte.

Dal Sentiero dei Vasi

Rumorose tavolate invadevano le “frasche”. Impossibile chetarle. La bella giornata picchiava nei cervelli.

I richiami stordivano le padrone e i padroni impauriti ad oltranza. Chi desiderava una cosa, chi un’altra, un terzo, mai sazio, reclamava, dalla moglie e dalle figlie, dell’altro affettato, poi del pane, un ultimo sbraitava con i ragazzi inquieti e vocianti; in fondo all’aia si ampliavano canti e rampogne mentre un cane non finiva d’abbaiare al coro.

Le libagioni documentavano arsure festaiole, il vino correva a pinte, servito in boccali di maiolica decorati da scritte umoristiche; se c’erano l”anguria o il melone la gazzarra aumentava al minimo scatto ed il baillame inferociva soprattutto in quanti, presi nella farragine delle grida e dei berci, perdevano il gusto a librarsi a gioie familiari in piena libertà.

Fioriture verso Castagneta

Di notte, mentre all’orizzonte balzavano leggeri chiarori, i “trattori”, istupiditi dalla stanchezza, imploravano ristoro e silenzio.

Dal Santuario di Sombreno

Eppure sostare alle “frasche”, nei giorni feriali, del chiaro settembre, alla maniera di un cacciatore o d’un sognatore sereno, procurava, inutile precisarlo, momenti, anche se romantici, di timida letizia.

La realtà perdeva il suo carattere lasciando scorrere nelle vene estri inconsueti.

I migliori avventori, quelli d’intelligenza generosa, godevano nell’umiltà di un fascino domestico, il giogo di certa solitudine riverente.

Da Castagneta

Non stordiva il tramestio della cucina appena discosta, il battere d’un falcetto sulla siepe, il chiacchierio del pollaio, e nemmeno una voce perduta lontano.

Era tutto un mondo diventato, in quegli istanti, di una naturalezza monda di stramberie, di dissensi e di contestazioni vane.

Solo l’accostamento ad interessi virgiliani, al fremere della terra, alla tessitura, mai aspra, delle opere feconde, mobilitava vieppiù quell’ambiente mai stanco di sollevarsi nella giocondità impercettibile ma decifrabile solo ai moti del cuore.

 

Da Geo Renato Crippa, “Le frasche sui colli”, in: Bergamo così (1900-193??).  Banco di Bergamo – Editore. Bergamo, 1980.

Fotografie di Roberto Bezzi