La Pasticceria Isacchi sul Sentierone, l’antesignana di Balzer

Prima che la famiglia Balzer approdasse sotto i portici del Sentierone, nel cuore di Bergamo bassa, il locale d’eccellenza nel settore della pasticceria era quello di proprietà dei coniugi Isacchi, che dai primi del Novecento  conducevano il rinomato Caffè Pasticceria negli edifici della vecchia Fiera, proprio in affaccio alla passeggiata.

L’ingresso dell’autostrada Milano-Bergamo nel 1928, poco dopo l’inaugurazione. A destra, il cartello pubblicitario della Pasticceria Isacchi; a sinistra quello del Moderno, albergo “di prim’ordine”

Del Caffè Pasticceria Isacchi, di cui non abbiamo immagini, ci è pervenuto un capitoletto in prosa dal gusto un po’ rétro dello scrittore bergamasco Geo Renato Crippa (Bergamo, 1900-1981), che ne ha tratteggiato con sapienti pennellate un minuzioso affresco, rievocandone un ricordo vivo, ricco di sfumature e di sonorità.

Il locale era il primo negozio della lunga fila che ornava la celebre passeggiata  dei Bergamaschi. Primo anche per pulizia, brillantezza, ordine, qualità signorile, moralità e silenzio: un fior fior di locale, un gioiellino oltremodo lindo ed ordinato e di una signorilità discreta.

Il Sentierone con i suoi famosi “caffè”, intorno al 1914: Il Nazionale (Frattini), frequentato dalla gioventù “bene”; il Bramati, frequentato dai pensionati e dagli studenti; il Centrale, frequentato dai “signorotti”; il Gambrinus, frequentato dai commercianti e dai mediatori (Raccolta Lucchetti)

Regnava un silenzio così irreale che le rarissime signore che vi sostavano per un caffè o un bicchierino di rosolio – il thé non era ancora in auge – , sussurravano a bassa voce, attente a non infrangere quella magica atmosfera.

Chi vi entrava avvertiva la sensazione di trovarsi una specie di cofanetto per gioielli. Era come aprire un carrilon e sorprendersi ad osservare il mondo in miniatura di una casa di bambole.

Sulla destra del salone vi era un lungo mobile ricco di cristalli che attirava la curiosità. Alle sue spalle, delle vetrine di mogano sui cui ripiani erano disposti con misurata accortezza splendidi vasi di barocchetto gonfi di caramelle, cioccolati, pralines d’ogni genere, qualche bottiglia dei liquori allora in voga, con l’etichetta perfettamente rivolta verso il “signor cliente”.

Lì accanto, quattro tavolini bianchi dorati in stile impero e in fondo altri tavolini diposti a mo’ di salottino nobiliare.

Nell’aria, un profumo di caffè e di dolci appena sfornati.

“In quanto ai proprietari, il signor Luigi e la cortese consorte, distinti in una loro speciale maniera, gentili al massimo di una condotta classica, sembravano usciti dalle mani abili di uno di quegli specialisti venuti dalla Toscana, da Capodimonte o da Sèvre, per foggiar statuine dipinte”.

Taciturni e laboriosi, capaci e ineccepibili, si muovevano fra una sala e l’altra con passo felpato quasi fossero in un tempio, “chiedendo, come trasognati, i desideri di quanti li interpellavano, usando, nelle risorse, grazie preziose”.

Come quel magico ambiente, sembravano usciti da una fiaba dove tutto tendeva al perfetto. Il silenzio dominava e, se necessario, gli Isacchi “sapevano astrarsi con cautelata magia”.

Anni Venti: la “Pasticceria Conca d’Oro”, all’incrocio tra via Garibaldi e via Nullo

La qualità dei suoi prodotti era perfetta e genuina e mai e poi mai nella sua pasticceria gli stessi dolci riapparivano il giorno dopo. Il vocabolo “stantio” gli era sconosciuto. Quello del signor Luigi, non era né un mestiere né un negozio qualunque: “la sua, precisava, consisteva in una professione di quasi artista”.

Le osservazioni lo ferivano. Di queste ne soffriva fin quasi ad ammalarsi e perciò difendere la bontà dei suoi pasticcini fu sempre, per il signor Luigi, un obbligo e un diritto: biscotti ad “esse”, offelle, cannoncini pieni di zabaglione, panettoni, colombe, “pan di Spagna” e “Polenta ed uccelli”, prodotti in quantità misurata, erano composti da ingredienti di primissima qualità: farina e zucchero a velo, burro speciale e ricercato.

L’interno della “Pasticceria Roma” nel viale omonimo, ora Papa Giovanni XXIII°. Sullo stesso viale esisteva anche la “Pasticceria Milanese”, gestita dal 1907 da Alessio Amadeo e dalla moglie Giuseppina. Alessio fu il creatore, nel 1910, della “polenta e osei”, rifacendosi ad uno dei piatti tradizionali della cucina bergamasca: una cupola di Pan di Spagna inzuppato di liquore all’arancia, ricoperta di pasta di mandorle gialla spolverata di zucchero, e sopra uccelletti di cioccolato o marzapane. Prodotta in vari formati, ottenne un successo tale da essere offerta, come gentile omaggio bergamasco, ai capitani delle squadre avversarie prima dello svolgimento delle partite dell’Atalanta. La consegnava al capitano avversario di turno un nipotino di Alessio, per l’occasione mascherato da Gioppino. Dopo essere stata messa un po’ in disparte, negli anni Cinquanta è stata riscoperta da Balzer

Il tutto, rigorosamente impastato a mano: niente macchine e frullatori meccanici nel suo locale, dove il forno era scaldato unicamente con pezzi – precisi e uguali – di quercia o di faggio.

In quanto alla clientela e ai frequentatori del suo “salotto”, non esistevano rivali. Andavano da lui le migliori famiglie della città e della provincia: “gente elegante, azzimata, molto, molto a modo. Arrivavano, magari, in carrozza, anche da Città Alta, dove vivevano i veri signori”.

In certe ore il “corso” prendeva ad essere frequentato da “professionisti di grido, nobili, industriali ai loro inizi, gente altolocata, perciò gli incontri sollecitavano prestigio.

Sul Sentierone nel 1911

Passar sul Sentierone non era cosa facile, occorreva vestirsi bene, camice pulite, scarpe brillanti.

La “Pasticceria Donizetti” sul Sentierone, nel 1914

D’inverno sfoggiavano le pellicce, i paletots alla “pellegrina”, le signore poi, meglio tacere.

Dame a passeggio sul Sentierone, nel 1910 (Raccolta Lucchetti)

L’estate smagliavano i “panama”, le magiostrine, i tait grigi alla Fieschi, le giacchette di alpagas sui pantaloni a quadretti, ed i gilets bianchi inamidati.

I monumentali cappelli delle dame, zeppi di fiori, uccelli, piume, foglie varie, una meraviglia. Bergamo acquistava il viso di centro movimentato”.

Negli anni Venti, poco dopo la Grande Guerra, gli habitué dell’Isacchi occupavano le serate estive ai tavolini all’aperto: erano la crème della Bergamo borghese e intellettuale, e mentre i letterati e i giornalisti prediligevano il Nazionale, all’Isacchi c’era un singolare miscuglio di musicisti, artisti, poeti e professionisti del Foro, questi ultimi spesso uniti, nella vita come nel lavoro, da vincoli di affettuosa amicizia.

Fra gli avvocati, Ubaldo Riva (poeta per passione, sempre declamava i versi di Verlaine o di Baudelaire), Eugenio Bruni, Camillo Graff (avvocato dell’Atalanta), Giacomo Pezzotta, Zilocchi, Naddeo, Alfonso Vajana, Mazza de’ Piccioli, Ranzanici, Lorenzo Suardi, quest’ultimo grande civilista e presidente della Banca Popolare di Bergamo.
Il musicista Gianandrea Gavazzeni era fra loro, insieme ai pittori – quasi tutti attualisti e avveniristi – come Gino Visentini, Dante Montanari, Contardo Barbieri, Giulio Masseroni, Pietro Servalli. Questi facevano gruppo, nel quale non mancavano Alberto Vitali, Recchi e l’architetto Pino Pizzigoni.

Il Sentierone nel 1920, con i suoi quattro famosi caffè: il Nazionale, il Bramati (dove si fecero le prime proiezioni cinematografiche per Bergamo), il Centrale e il Gambrinus (in quegli anni frequentato da giornalisti e letterati). Questo lato della vecchia Fiera fu l’ultimo ad essere abbattuto, mentre dietro già si costruiva (Raccolta Lucchetti)

Per la pasticceria, i periodi cruciali erano quattro: la Pasqua ed il Natale, la Fiera di Sant’Alessandro (26 agosto) e il Caffé delle Terme di San Pellegrino, dove gli Isacchi avevano una filiale.

In quel periodo affollato, il signor Luigi doveva fare la spola tra Bergamo e San Pellegrino, adeguando il personale alle troppe commissioni: “se a Bergamo non si sapeva dove sbattere la testa, a San Pellegrino peggio”.

Il Caffè Isacchi a San Pellegrino Terme

Durante la stagione curativa la calca aumentava, alle Terme, in modo impressionante. San Pellegrino era “centro” alla moda. Persino la regina Margherita, con il suo “corteggio”, vi avevano fatto una capatina.

Il trambusto si faceva impossibile quando di fronte al Caffè arrivava un’Orchestrina composta da sette artiste viennesi, tutte vestite di candide sete. E allora, mentre dal palco calavano i valzer di Waldteufel e degli Strauss, era tutto un via vai di camerieri con il signor Luigi che assisteva scorato, al disordine che aborriva.

Il Caffè Isacchi a San Pellegrino Terme, nel porticato della fonte (per gentille concessione di Paolo Colleoni, da San Pellegrino Terme Ricordi)

Anche nel mese in cui si teneva la Fiera, all’Isacchi si impazziva.

Molti vi accorrevano anche per la stagione dell’opera. Allora la quieta Bergamo si riempiva di forestieri e di centinaia di provinciali che si affollavano all’Isacchi richiedendo un ricordo, fosse esso “una torta od altro, da portare al ritorno ma preparato con quella esemplare cura riconosciuta dappertutto”.

Così la signora Isacchi – “un donnino a modo, vestita all’antica ma linda, parimenti ad uno zuccherino” si affannava a confezionare pacchetti e pacchettini, muovendo le sue manine con ricercatezza, specie quando si trattava di “rosei sacchetti di scelti drops o di pralines da recare in teatro. In tale compito mostrava la sua educata malia. Le clienti ne andavano fiere”.

La Strada Ferdinandea nel 1918

Era un piacere vederla scegliere le carte colorate, i nastri variopinti, le scatolette “decorate alla Liberty con fiorellini, foglie vaporose, fra le quali trovavano rifugio infanti nudi ed uccellini dalle ali screziate d’oro e d’argento”.

I baracconi per la Fiera dell’8 agosto 1908

Il pandemonio poi, infieriva per le feste di Natale e di Pasqua, per colombe e panettoni quando la fretta per i doni e le compere estenuanti, la gestione del “forno”, del laboratorio e dei fornitori, incalzava incessantemente: mantenere il garbo diventava perciò un’impresa, che obbligava gli Isacchi a custodire stoicamente la reputazione acquisita in anni ed anni di prudenza.

La chiusura a tarda sera, rappresentava una benedizione del Signore; alla fine delle festività ritornava la calma e nel locale tornava un senso di irreale.

Il laghetto dei cigni nel 1923

Il vecchio Luigi lo si vedeva spesso attraversare il Sentierone con vassoi carichi di vettovaglie, per soddisfare le richieste dei soci del Circolo dell’unione, impiegati in lunghissime partite a carte nelle sale “alte” del teatro Donizetti.

Non aver mai cercato di mutar verso per seguire nuove mode, fu sempre il pallino della celebre bottega. Ripeteva, il signor Isacchi, “ch’egli produceva per labbra e bocche sapienti nella moderata ricchezza dei sapori dosati con perizia”, e credeva “d’essere restato, forse in tutta la nazione, con le sorelle Vigoni di Pavia ed il cav. Ronzi, della Ronzi e Singer di Roma, il solo paladino della vera pasticceria d’onore”.

Tutto, in quella pasticceria, restò fermo per numero di anni indecifrabile, così come gli stessi profumi incorrotti stagnanti da sempre nell’aria. Stupiva assistere a una continuità tanto esemplare, così come lasciava attonito il brillio degli ottoni, dei rami e degli argenti posati in quell’insolito salotto.

I portici del nuovo centro e sullo sfondo gli edifici della vecchia Fiera, non ancora abbattuti

In seguito, la famiglia Balzer ne rilevò i locali, fondando nel 1936 quello che sarebbe in breve diventato uno dei più rinomati caffè e pasticceria della città, il fulcro della Bergamo chic e più alla moda, un locale intimamente legato alla vita e agli umori cittadini.

Riferimenti

Geo Renato Crippa, Il “L”Isacchi sul Sentierone” – “Bergamo così (1900 – 1903?)”.

Il Novecento a Bergamo

La curiosa beffa della tomba di Bartolomeo Colleoni

Bartolomeo Colleoni, particolare dell’affresco eseguito nel Luogo Pio Colleoni di Bergamo

Il «giallo» legato alle sorti dei resti di Bartolomeo Colleoni ebbe inizio nel 1913  in seguito alla visita a Bergamo di Vittorio Emanuele III e alla mancata risposta ad una sua semplice domanda: “Il Colleoni si trova nell’arca superiore o inferiore?”

Due ali di folla, con bandiere, applausi e grida “Viva il re!” al passaggio a Porta Nuova del corteo con l’auto – scortata da carabinieri in bicicletta – con Vittorio Emanuele III in visita alla città il 23 settembre 1913. In quella occasione il re presenziò anche all’inaugurazione del monumento a Cavour, alla posa della prima pietra dell’lstituto Tecnico in foro Boario e visitò l’lstituto Italiano d’Arti Grafiche (da “Fotografi pionieri a Bergamo” di Domenico Lucchetti – Foto di Giuseppe Locatelli)

Gli studi di mons. Locatelli, allora priore di S. Maria Maggiore, portarono a escludere che il condottiero fosse nel suo mausoleo e ad ipotizzare che questi fosse sepolto nell’attigua basilica di Santa Maria Maggiore dove, nel gennaio del 1950, venne scoperto un sarcofago in pietra sepolto nell’angolo sud – est della basilica.
Il sarcofago, attualmente visibile sotto gli archi della casa d’angolo fra via Arena e piazza Rosate, conteneva ossa umane delle quali ad oggi non si sa nulla.
Il “Cavaliere Misterioso”, come è stato ribattezzato, riposa ancora sotto Santa Maria Maggiore, in un’urna di ebano protetta da una cassetta di zinco.
Dov’erano sepolte dunque le spoglie del nostro Bartholomeus?

Riassaporiamone gli eventi nella divertente intervista rilasciata nel 2004 al Corriere della Sera dal compianto fotografo bergamasco Domenico Lucchetti, che fu testimone di una vicenda dal sapore rocambolesco.

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Quello che di pittoresco e popolare resta di lui: tre paia di «segni virili», come nel 1500 scriveva Spino, che nella sua biografia lo ha sempre e serenamente chiamato Bartolomeo Coglioni.

Tre paia di coglioncini come lustro e orgoglioso decoro della cancellata di ferro intorno alla magnifica cappella funeraria del gran condottiero.

Lo stemma forgiato sulla cancellata di ferro della cappella-mausoleo di Bartolomeo Colleoni, “passato alla storia per il suo nome e per il suo stemma, che sfoggiava dipinti tre “cojoni”, ovvero tre testicoli (secondo altri, tre cuori rovesciati): un potente simbolo di fertilità che fece nascere la leggenda che egli fosse particolarmente “dotato”. Se anche non lo era, forse, fisicamente, dotato lo fu di certo per traslato” (Elena Percivaldi, “Bartolomeo Colleoni – Vita di un grande Bergamasco”)

Lustri come l’oro, a furia di toccamenti e carezze, «perché dicono che porta buono» ridacchia Domenico Lucchetti, che più di tutti conosce la città e le sue storie: «e perché, dopo tanta gloria e tanto splendore, quel che del Colleoni ricorda la gente di Bergamo sono soprattutto gli aneddoti».

Ai tempi s’ era sparsa la voce che, di «segni virili», il gran condottiero ne avesse tre: sui marmorei stipiti della cappella, gli «attributi» ancora più evidenziati, essendo stati scolpiti in eloquentissima prospettiva.

Taglia corto Lucchetti: «Sul tema, sono state scritte migliaia di chiacchiere; stemma e cognome appartenevano già a suo padre e a suo nonno, originari di Malpaga, a sud di Bergamo: dove Bartolomeo Colleoni nacque, e dove morì, il 3 novembre 1475».

A parte i toccamenti ai tre lucenti cosini, è comunque fuori di dubbio che Bartolomeo Colleoni sia un tutt’ uno con Bergamo. Non fosse per la tomba maestosa, che suscitò dispute non meno accese di quelle circa il numero de «i ball», come le chiamano qui.

Oramai vecchio, ricchissimo e in forzato ritiro, il grande soldato era tornato nel castello di Malpaga pensando, finalmente, all’ anima sua: come allora si usava, dopo averne fatte di cotte e di crude.

Convocò l’ architetto Giovanni Antonio Amadeo e gli ordinò di erigere la cappella funeraria a due passi dal suo palazzo di città, di fianco alla chiesa di Santa Maria Maggiore in Città Alta.

Cappella Colleoni (Bergamo, Taramelli, 1890 ca.) Stampa all’albumina o al gelatino bromuro

Volle essere raffigurato a cavallo, armato e corrusco, e interamente dorato.

Il monumento equestre di Bartolomeo Colleoni, la grandiosa statua d’oro che sovrasta la tomba del condottiero nella cappella a lui intitolata in Bergamo Alta (da una stampa ottocentesca)

Dispose inoltre che, nella parete di fronte, fosse preparata la tomba per sua figlia Medea, morta all’ età di quindici anni, e temporaneamente sepolta nel Santuario della Basella insieme al suo canarino.
Tomba di struggente bellezza, con Medea dal lungo collo e la virginale vestina distesa come se stesse dormendo.

Bartolomeo Colleoni visita la tomba della figlia Medea che l’Amadeo ha compiuto (di Giovanni Beri, post 1867. Il dipinto è giunto alle collezioni museali dalla Civica Scuola di Pittura). Quasi sei secoli fa, sul finire dell’inverno del 1470, Medea, la figlia quattordicenne del Colleoni, si ammalò di un grave morbo polmonare. Il condottiero abbandonò i suoi incarichi per stare vicino alla sua amatissima bambina. Ma la fine giunse rapidamente e Medea morì il 6 marzo 1470. Una perdita gravissima

Liquidata la questione della cappella funebre, Bartolomeo Colleoni passò al testamento. Lasciò armi, cavalli e denaro a Venezia, che tranne qualche fuggevole infedeltà aveva servito per tutta la vita, pretendendo in compenso un grande monumento in città: anche qui a cavallo, e anche qui tutto armato.

Venezia – Campo dei Santi Giovanni e Paolo – Monumento equestre a Bartolomeo Colleoni – Verrocchio. Data della ripresa: 1900/1920

Fondò a Bergamo il «Luogo Pio Bartolomeo Colleoni» per fornire una dote alle ragazze bergamasche povere e in età da marito.

Luogo Pio della Pietà, via Colleoni, Bergamo

Nelle campagne bergamasche creò mulini e rogge utili a irrigare le terre che ancora oggi fruttano tutto ciò che serve amantenere la sua funebre cappella.

E infine morì, presenti alcune figlie (ne aveva nove, fra legittime e no), il segretario Abbondio Longhi, il magistrato Candiano Bollani, che Venezia aveva spedito perché si buttasse sui suoi beni.

E Zohane di Zuchi, «inviato» dei Visconti, che descrisse la sua «vestizione «final»: camicia di raso cremisi, «turca» di panno d’argento, berretta  «cappitanesca», bastone di comando, spada, speroni.

Trainata da due cavalli neri, la lunga salma (era alto quasi due metri ) raggiunse Bergamo, che tutta in lutto andò per tre giorni a rendergli onore nella basilica di Santa Maria Maggiore, dove era stata esposta prima della sepoltura nella vicina cappella, ancora fresca di pitture sui muri.

Interno della basilica di Santa Maria Maggiore in una stampa ottocentesca

E poi, sparì: il sacello sul quale montava a cavallo il gran condottiero, risultava vuoto. «L’ hanno cercato come pazzi», racconta divertito Lucchetti.

Nel 1954 monsignor Locatelli, priore di Santa Maria Maggiore si convinse che Colleoni fosse sepolto nella basilica. Ribaltarono il pavimento, finché non si trovarono segni evidenti di una tomba.

Il discusso ritrovamento del 12 gennaio 1950. Mons. Locatelli scopre la massiccia arca lapidea in granito, di tipo barbarico, interrato nel pavimento di Santa Maria Maggiore

Fu convocato il rabdomante Malachia, che i bambini di Città Alta credevano un mago perché ipnotizzava le galline.

Il discusso ritrovamento del 12 gennaio 1950. Il pesante sarcofago della polemica

Fu trovato uno scheletro.

Una scritta scolpita su una lastra autorizzò il priore a cantare vittoria. Finché non giunse una crudele smentita.

Il discusso ritrovamento del 12 gennaio 1950. Lo scheletro ricomposto che fu ritenuto del Colleoni. La commissione che presenziò a questa riesumazione dichiarò frettolosamente che i resti appartenevano al Colleoni senza rilevare le evidenti contraddizioni che vi si opponevano. Non si spiegava il perché dell’utilizzo di un’arca altomedievale, l’assenza di qualsiasi elemento di identificazione del feretro, la presenza di una spada di legno anziché di una vera, l’altezza dello scheletro non corrispondente alla statura tramandataci del Colleoni

 

Il discusso ritrovamento del 12 gennaio 1950. Con ironia la didascalia originale recita così: “I dolenti porgono condoglianze… ai discendenti del Condottiero”. I dubbi, mai sopiti, portarono al riesame dei reperti ad opera di una commissione, indicata dal Ministero della Pubblica Istruzione, presieduta da padre Agostino Gemelli che il 21 maggio 1956 escluse che le ossa in questione appartenessero al Colleoni: si concludeva una vicenda ma il mistero rimaneva, anzi vi si aggiungeva quello della vera appartenenza delle ossa, forse di un guerriero medievale mentre rimaneva inspiegabile la spada di legno rinvenuta insieme al misterioso scheletro

Il volonteroso prete e il mite ipnotizzatore di galline furono coperti di ridicolo.

I giornali dopo il ritrovamento contestato di Mons. Locatelli (1950)

Ma il tormentone aveva oramai invaso la città di Bergamo: «Dov’è Colleoni?».

Il fallimento di Malachia aveva aperto la caccia al fantomatico scheletro.

La ripresa delle ricerche con l’Ing. Alessandro Porro (maggio 1968). Si scavò fino a 4 m. di profondità

 

Il materiale ricavato dallo scavo eseguito nell’angolo in fondo a sinistra della Cappella

Monsignor Angelo Meli, nuovo priore di santa Maria Maggiore studiò a lungo il problema: «Il Colleoni è nella sua tomba.
Ma il suo sacello non è quello dove poggia la statua a cavallo ma quello più in basso».

Il Rotary cittadino si assunse le spese della ricerca.

Fu aperto fra le formelle di marmo un pertugio.
Fu chiesta al custode Sala un manico di scopa per tastare il fondo.
Non trovarono niente.
Offesissimo, Melli: «Io sono sicuro che Colleoni è in quello in basso; che cerchino meglio».

Infatti, chi aveva manovrato il manico della scopa aveva creduto di aver toccato il fondo; e invece era il coperchio della cassa di pero, lunga due metri e alta 45 centimetri «L’ abbiamo trovato!» andarono in trionfo al priore Melli.
E lui, imperturbabile: «Io l’ avevo sempre saputo che il Colleoni era lì».

Il disegno illustra l’ipotesi ritenuta più probabile circa l’introduzione della bara – avvenuta il 4 gennaio 1476 – nell’Arca maggiore: quello che per secoli era stato ritenuto un semplice pavimento sotto l’Arca Maggiore, sempre ritenuta vuota, viene frantumato e sotto un sigillo di calce viene alla luce una cassa di legno di pero priva di qualsiasi decorazione

 

Se i resti di Bartolomeo Colleoni riposano nell’Arca maggiore, a chi era destinata l’Arca minore? Forse il Condottiero pensava di trasferirvi le spoglie dell’adorata figlia Medea, lasciando alla Basella (dove inizialmente venne sepolta) il monumento originario dell’Amadeo

Questa volta, non c’ erano dubbi: le vesti e tutto il resto corrispondevano alla descrizione del cronista visconteo.

Una lastra in piombo ai piedi della bara riportava chiaramente la scritta

«Bartolomeo Colleoni, nobile bergamense per privilegio dello d’ Angiò, invitto condottiero generale della Illustrissima Signoria Veneta.
Visse 75 anni. Comandò per 24. Morì il 3 novembre anno 475 sopra il mille»

La targa di piombo, nitidamente incisa, rinvenuta nella cassa. Si tratta di una vera e propria “carta d’identità” del Condottiero. L’iscrizione dice: « BARTOLOMEUS COLIONUS NOBILIS BERGO. PRIVILEGIO ANDEGAVENSIS ILL.MI IMPERIJ VENETORUM IMPERATOR GENERALIS INVICTUS VIXIT ANNOS LXXX IMPERAVIT IIII ET XX OBIIT. III. NO. NOVEMBRIS CCCCLXXV SUPRA MILLE »

Erano sbagliati soltanto gli anni, che in realtà erano 81.

Domenico Lucchetti, che del Colleoni sapeva ormai tutto, si introdusse nel loculo per fotografarlo.
«La spada era sotto la schiena, perché era stato inumato da sotto, mentre la bara aveva dovuto subire una rotazione in avanti.
Il bastone del comando era in briciole, la spada arrugginita: evidentemente, l’avido inviato veneziano si era portato via i gloriosi cimeli, sostituendoli con altri di meno valore.

La prima fotografia a colori eseguita dopo la sensazionale scoperta delle spoglie di Bartolomeo Colleoni. Il coperchio della cassa viene tolto alle 14,30 del 21 novembre 1969; ai presenti appaiono le spoglie ancora intatte del Colleoni dopo 494 anni, con le vestigia del grande Capitano (nonchè una lastra di piombo con inviso il nome del condottiero). Il capo del Condottiero non è più centrato sul suo cuscino ma è scivolato nell’angolo della cassa; la berretta capitanesca è a sghimbescio, il corpo non è ben diritto. Evidentemente si è spostato all’indietro durante la collocazione della cassa nell’arca maggiore. E’ visibile il bastone di comando sul fianco destro del Capitano, e la targa di piombo cadutagli sui piedi

Ho fotografato ciò che restava di Bartolomeo Colleoni per una mattina intera. Mia madre mi aveva preparato gli ossi buchi, il mio piatto preferito. Non le dissi la verità, inventai una scusa, mangiai un pezzo di formaggio».

Il Rotary chiese in ricordo la scopa del ritrovamento, che tuttora religiosamente conserva.
Il custode Sala disse «sissignori» ma ne consegnò un’ altra.

Medea fu sepolta di fronte al padre due secoli fa. Per oscuri motivi, le autorità religiose la privarono del canarino che suo padre aveva fatto uccidere e imbalsamare perché le tenesse compagnia anche al di là della vita.

Uccellino imbalsamato nella cappella Colleoni: apparteneva a Medea, figlia del Colleoni. A poca distanza dalla camera della ragazza vi era una gabbietta con un passerotto, suo compagno di giochi. Anche l’uccellino pare avesse avvertito l’agonia della padroncina e infatti morì lo stesso giorno. Bartolomeo ordinò dunque di farlo imbalsamare e di riporlo nella bara di Medea. Seppellita nella chiesa di Santa Maria della Basella, a Urgnano, nel 1842 la bara con le spoglie di Medea e il passero venne trasportati nella Cappella Colleoni. Ed è appunto da quel sarcofago che l’uccellino venne successivamente tolto per essere conservato sotto la cupola di vetro

Lo spennato cimelio, adagiato su un cuscinetto giallo e chiuso in una campanella di vetro, è custodito dalla signora Angela, che vende ricordi in un chioschetto all’ interno della cappella.

E per non smentire la concretezza bergamasca, Lucchetti informa: «Noi lo chiamiamo come la nostra torta più celebre, polenta e osei».

 

Fonti
– Corriere della Sera (21 novembre 2004):  Il Colleoni, gran condottiero e benefattore Gloria di un mondo pittoresco e popolare.
– Le fotografie in b/n e alcune notizie storiche sono tratte da Mario Bonavia, “Storia di una ricerca – La scoperta delle spoglie di Bartolomeo Colleoni”, edito nel 1970 a cura del Rotary Club Est Bergamo Clusone. L’ing. Bonavia è stato l’artefice della scoperta delle spoglie del Colleoni.

La Basilica alessandrina e quel che ne resta

Fronte della distrutta Basilica alessandrina (domus Sancti Alexandri) in una stampa cinquecentesca raffigurante le due statue di Adamo ed Eva poste ai lati del portale maggiore, con nell’arcata superiore la statua di Sant’Alessandro a cavallo. Si tratta del più antico e venerato edificio sacro di Bergamo, innalzato nel IV secolo d.C. sul luogo in cui fu sepolto Sant’Alessandro, La basilica è stata sin dalle origini oggetto di grande devozione popolare nonchè simbolo stesso della città, tanto da venir impressa su una faccia del “pergaminus”, la moneta coniata dalla zecca di Bergamo nel XIII secolo (come ipotizzato dal Belotti). L’edificio fu raso al suolo per ordine del governo veneto nel 1561, perchè sorgeva sul tracciato su cui dovevano essere erette le nuove fortificazioni di protezione della città

Siamo nell’età dioclezianea, prossimi ormai al quarto secolo. L’editto milanese dell’anno 313 permette libertà di culto ai cristiani; nel 380 quello di Tessalonica, sotto il regno di Teodosio, proclama la nuova religione, unico culto dello stato.
A duecentocinquant’anni dalla prima persecuzione neroniana in Roma, Bergamo dà il primo segno d’essere stata toccata dalla nuova parola con Alessandro, miles della Legio Tebana di stanza a Milano, martirizzato  sotto la persecuzione di Massimiano (286-305 d.C.) o di Diocleziano (303-304 d.C.).
Narra la tradizione che nei giorni seguenti il martirio di Alessandro, la nobile Grata, figlia di Lupo, trovò il suo corpo, lo raccolse e con la compagna Esteria ed i suoi servi, volle dare sepoltura al martire in un suo podere posto sull’alto dei colli, fuori le mura della città. Giunti al podere disteso tra le vigne, all’inizio di Borgo Canale, Grata dette sepoltura al corpo del Santo, là dove successivamente fu eretta la basilica a lui intitolata.

Le figure dei primi cristiani presenti nella nostra città sono tratteggiate da leggende e tradizioni tramandate oralmente: “Alessandro, il martire legionario venuto dall’oriente; Fermo e Rustico, i primi giovani bergamaschi capaci di offrire la vita a testimonianza della loro fede; Grata, la gentile, che tra i gigli solleva la testa mozza del martire; Narno, Viatore e Dominatore, i pastori del primo gregge cristiano; Proiettizio, Giacomo e Giovanni, ombre erranti con le torce accese nella basilica, e Esteria la velata.
Nel territorio bergamasco, dove prevale la presenza contadina e ancora permane fortemente radicata la fede pagana – l’antica religione dei padri – sono questi personaggi i primi protagonisti di una storia in parte vera e in parte intrisa di emozionanti leggende e di figure levate a volo dall’eccitata fantasia di credenti visionari.
[…] Sulle terre dei morti, sulle aree sepolcrali fuori delle porte cittadine, con ogni probabilità inizia soltanto allora a nascere Bergamo cristiana […]. Nasce la basilica alessandrina sull’area cimiteriale fuori della porta occidentale; nasce Sant’Andrea, l’antica, sul sepolcreto fuori di porta orientale e San Lorenzo a settentrione” (Alberto Fumagalli, “Le dieci Bergamo”, Op. cit.).

Ed è proprio dalla metà del IV secolo che comincia probabilmente a organizzarsi a Bergamo – divenuta centro episcopale – una comunità cristiana (così come solitamente avveniva nei municipia romani) ed iniziano a profilarsi i primi edifici della topografia cristiana: la Basilica alessandrina, prima chiesa paleocristiana della città, sorta ad occidente nel IV secolo d.C. appena fuori le mura; la Basilica di San Vincenzo, sorta nel V secolo d.C. nel centro della città (l’area del foro); ad occidente, in via Porta Dipinta, la basilica cimiteriale di San Andrea (menzionata in documenti del 785), sorta al pari della Basilica alessandrina su un’area sepolcrale sviluppatasi a partire dal VI secolo (e sulla quale verrà costruita la nuova chiesa ottocentesca) (1).
Ed è sul sepolcreto di Borgo Canale, là dove Grata depose il corpo mozzato di Alessandro, che nel IV secolo d.C. viene innalzata la Basilica alessandrina, che sappiamo essersi trovata all’esterno delle mura nell’altomedioevo (2).

E’ probabile che la necropoli occidentale di via Borgo Canale, attestata in continuità d’uso con l’età romana, avesse inizio in corrispondenza dell’attuale bastione a sud della porta S. Alessandro, e che si sviluppasse lungo i lati della via extraurbana proprio laddove oggi sorge una colonna, fatta erigere nel 1621 dal Vescovo Emo a ricordo della distrutta basilica.

La planimetria dell’area, incisa sulla lapide realizzata da L. Angelini su disegno di E. Fornoni, riporta – insieme alla posizione della Basilica alessandrina e degli edifici adiacenti -, l’ubicazione della colonna, eretta proprio laddove sorgeva la necropoli di Borgo Canale, innalzata poco più a monte del sito effettivo in cui si trovava la Basilica alessandrina.

(1) E come non menzionare almeno la chiesa di S. Salvatore (cui risale un’antichissima tradizione legata al “divo Lupo”, il padre di S. Grata), la ragguardevole (sebbene di molto posteriore, VIII sec.) chiesa di San Lorenzo (anch’essa abbattuta nel 1561 per la realizzazione della fortificazione veneziana), così come la chiesa di S. Grata inter vites (documentata nel 774), “sorta sui terreni di proprietà della famiglia di Grata, di cui conserverà le spoglie fino al 1027, quando verranno traslate nella chiesa di S. Maria Vecchia in via Arena, successivamente intitolata alla santa (attuale monastero di S. Grata). Per non creare confusione nell’identificazione dei due edifici, alla titolazione della chiesa venne aggiunta la specifica di inter vites (tra le viti), motivata dalla sua posizione fuori le mura del borgo sul colle.” (Tosca Rossi, Op. cit.).
(2) Come indicato dai ritrovamenti (molte epigrafi funerarie romane, originariamente reimpiegate nelle strutture dell’edificio e una cisterna d’epoca romana ai piedi del bastione, adiacente alla basilica).

Particolare della lapide realizzata (1961) dall’Ing. Luigi Angelini (su disegno di E. Fornoni eseguito nel 1885) apposta sul muro retrostante la “colonna di Borgo Canale, recante la posizione della Basilica Alessandrina resecata e distrutta dal tracciato delle mura venete del 1561. La colonna è contrassegnata in rosso

L’esistenza della Basilica è documentata dal 774 dal testamento del gasindio regio Taido (che cita: “Basilica beatissimi Christi martyris Sancti Alexandri…ubi eius sanctum corpus requiescit”), ma la sua titolazione la fa risalire a secoli prima, in quanto custode dei resti del martire Alessandro, morto a cavallo tra il III e il IV secolo d. C., “ed eletto compatrono di S. Vincenzo per Bergamo e il suo territorio nel 1561, fino a divenire l’unico titolare della città nell’anno 1689 con atto ufficiale del 4 novembre ad opera del Vescovo Daniele Giustiniani”.
(Tosca Rossi, Op. cit.).
Se è vero, come afferma Fabio Scirea (Op. cit.) che “le cattedrali paleocristiane sorsero senza eccezioni entro le mura cittadine, pur in rapporto con i santuari cimiteriali del suburbio”, è plausibile che, in quanto molto antica e custode dei resti del santo, la Basilica alessandrina rivestisse, almeno inizialmente, lo status di unica cattedrale: “Il tempio era per antichità insigne, celeberrimo per frequenza e devozione di popolo (…) Distinto per la dignità prepositurale e per Capitolo di diciotto canonici”, riporta Lorenzo Dentella.

I continui contrasti (a volte anche armati) che per secoli opposero le due canoniche di Sant’Alessandro e di S. Vincenzo, diretta espressione dei rispettivi schieramenti cittadini, non tradivano altro che la loro “valenza politicoeconomica, legata al governo della città, al controllo del contado e delle decime” (Fabio Scirea, Op. cit.).

Di fatto, dal momento che le due canoniche erano entrambe ai vertici della chiesa bergamasca, sino a quando non vennero unificate in un unico Capitolo (1689), quello di S. Alessandro continuò ad avanzare pretese istituzionali e patrimoniali di tipo episcopale.

La basilica alessandrina sorgeva fuori dalla cinta muraria cittadina; fu forse per questo che i cristiani provvidero a costruire una chiesa dentro le mura – la chiesa di S. Vincenzo, edificata nell’area del foro (nel medioevo “platea parva Sancti Vincentii”); quella stessa chiesa sui cui resti verrà innalzato, nei secoli successivi, l’attuale Duomo (nell’immagine, la ritrovata basilica di S. Vincenzo nei sotterranei del Duomo)

Le fonti indicano che nel 975 i canonici di S. Alessandro erano diciotto, numero che oscillò nel tempo. Essi restarono nella Cittadella alessandrina sino al momento della distruzione del complesso basilicale avvenuta nel 1561 per edificazione delle mura venete.
Da quel momento il capitolo di Sant’Alessandro (composto dal collegio dei canonici istituito presso la distrutta chiesa di Sant’Alessandro) si era trovato a convivere con quello di San Vincenzo.
La coabitazione era risultata difficile e tormentata almeno fino al 1614, quando si stabiliva un accordo tramite gli Atti dell’Unione e Concordia dei Capitoli e Cattedrali di S. Vincenzo e S. Alessandro.
La concordia tra i due capitoli si ruppe già nel 1615. Le tensioni erano legate alla nuova fabbrica del Duomo e alla sua intitolazione (l’accordo provvisorio del 1614 prevedeva che la nuova Cattedrale sarebbe stata dedicata al solo Sant’Alessandro e che le due congregazioni si sarebbero fuse nel capitolo di Sant’Alessandro Maggiore). L’annosa querelle si risolse definitivamente solo nel 1689, con la fusione nell’unico Capitolo di S. Alessandro Maggiore.

INTRA O EXTRA MOENIA?

Porzione del dipinto esaminato da Tosca Rossi in “A volo d’uccello Bergamo nelle vedute di Alvise Cima Analisi della rappresentazione della città tra XVI e XVIII secolo” (Op. cit.), relativamente all’area che circoscrive il borgo di Canale con la Cittadella alessandrina, un recinto che racchiudeva un complesso sistema di edifici: la chiesa di S. Pietro (documentata nel 774, ampliata verso la fine del Quattrocento e demolita nel 1529), la residenza del Vescovo, la casa del Prevosto, la canonica, lo xenodochio e una torre

Si è a lungo discusso riguardo l’ubicazione della basilica alessandrina, chiedendosi se essa si trovasse dentro o fuori le mura cittadine. Ma è opinione comune che originariamente la basilica si trovasse fuori dalla cinta muraria (extra moenia), sebbene in certi documenti fosse indicata come interna e non più esterna alle mura: un’incongruenza derivante forse dal fatto che la fortificazione che proteggeva la cittadella alessandrina, sorgendo a ridosso del settore nordovest delle mura romane (poi altomedioevali, medioevali e successivamente anche sul tracciato delle fortificazioni venete), venisse talora considerata come parte integrante delle stesse.

Raccogliamo qualche informazione in più grazie alla lettura del sito compiuta da Tosca Rossi mediante il raffronto delle tele prese in esame nel suo “A volo d’uccello Bergamo nelle vedute di Alvise Cima Analisi della rappresentazione della città tra XVI e XVIII secolo” (Op. cit.), in parte consultabile nel Geoportale del Comune di Bergamo.

Bergamo Alta, Basilica S. Alessandro e Canonica (demoliti). La basilica appare in tutto il suo volume, all’incrocio di quattro direttrici (borgo Canale – via Sudorno poi via S. Vigilio/via Cavagnis – Colle Aperto – via Arena), tra cui la stradina che a sud, affiancata da una siepe, superava la portatorre medioevale di S. Alessandro (GG), entrava nella Cittadella viscontea (X-viale delle Mura) e si connetteva alla via Arena fino a giungere nel cuore del borgo storico. La sua posizione a valle, rispetto al punto in cui sono state collocate nel Seicento la colonna e le lapidi in sua memoria, indicano anche di come fosse posta proprio all’imbocco del borgo Canale, che dopo la chiesa di S. Grata inter vites (10) piegava in discesa fino all’attuale quartiere di Loreto. Anche il vasto prato alle sue spalle è molto interessante (camposanto), mentre non è leggibile alcuna traccia degli altri edifici che completavano le sue pertinenze (esclusa la chiesa di S. Pietro già demolita nel 1529); la sua posizione a cavallo del futuro tracciato murario rese inevitabile la sua demolizione, con l’ulteriore conseguenza di rendere extra megna tutto il vicino borgo, che peraltro già soffriva di una condizione marginale dovuta dai tempi della costruzione della Cittadella trecentesca (X). La colonna eretta in sua memoria non compare, come nel caso della chiesa di S. Lorenzo (15) e della chiesa di S. Alessandro in Colonna (32) (Tosca Rossi, “A volo d’uccello Bergamo nelle vedute di Alvise Cima Analisi della rappresentazione della città tra XVI e XVIII secolo”, Op. cit.).

Certo che “Una parte poteva essere salvata e il bastione, ora detto di sant’Alessandro, avrebbe potuto essere deviato nel suo tracciato senza grave danno ai concetti direttivi sulla tecnica dell’architettura militare del tempo. Ma era norma che il nuovo tracciato difensivo dovesse avere delle aree sgombre, come le artiglierie esigevano” (L. Angelini). Un motivo in più per rimpiangerla.

Planimetria del colle di San Giovanni nel periodo alto medioevale. Disegno di A. Mazzi

LA CITTADELLA ALESSANDRINA

Particolare della lapide realizzata dall’Ing. Luigi Angelini (1961), affissa sul muro retrostante la “colonna di Borgo Canale”. La lapide reca incisa la planimetria generale della zona ricavata dalla pubblicazione (1885) di Elia Fornoni, “La Basilica Alessandrina e i suoi dintorni”. L’asse principale della basilica risulta orientato in direzione est-ovest, con l’abside dove ora è il bastione di S. Alessandro, mentre la facciata era rivolta verso la salita di via Borgo Canale

Come attestano antichi documenti, vicina alla porta detta di Sant’Alessandro v’era l’omonima Corte, il già citato sistema di edifici racchiusi in un recinto fortificato denominato “Cittadella alessandrina”, comprendente una seconda chiesa di minori dimensioni, connessa alla Basilica: la chiesa di S. Pietro (anch’essa documentata nel 774, ampliata verso la fine del Quattrocento e demolita nel 1529), adibita al rito battesimale.
V’erano  poi, oltre ad una grande piazza, edifici con funzione di residenza, assistenza e ospitalità: uno xenodochio (ricovero per pellegrini ed infermi), la casa del Prevosto, la residenza del Vescovo (o palazzo vescovile) e la canonica, dove si svolgeva la vita comunitaria e una torre campanaria e difensiva.
I terreni circostanti, di proprietà vescovile, erano denominati “Vigna di Sant’Alessandro”.

LA GRANDE TORRE

La grande torre campanaria e difensiva della Cittadella alessandrina. Fu la prima ad essere abbattuta dai veneziani

Al centro della cittadella alessandrina, “a dieci passi dalla chiesa” spiccava la costruzione più imponente del complesso: una grande torre campanaria e difensiva a pianta quadrangolare, descritta come molto larga alla base e con una struttura muraria a grandi massi di pietra che la rendeva inespugnabile; essa “Garantiva le possibilità difensive estreme e costituiva ultimo rifugio in caso di assalto nemico” e “poteva agevolmente ospitare per molti giorni la corte ecclesiastica al completo con gli arredi più preziosi” (Bruno Cassinelli, “Il contesto urbano della corte ecclesiastica alessandrina”, in Bergamo e S. Alessandro, p. 131-138. Anno 1997).

La torre, che raggiungeva gli oltre 35 metri in altezza, spiccava su tutta la città rivaleggiando col Campanone affinchè il suono delle sue campane (in numero di sei nel XI secolo) potesse chiamare a raccolta il popolo nelle “grandi cerimonie che avevano luogo nell’insigne Basilica”.

Anche la chiesa di San Vincenzo era dotata di un’analoga torre campanaria e difensiva (attestata dal 1135 e demolita nel 1688 per far posto all’attuale abside), che fu più volte “ruinata” e riparata nel corso delle lotte intestine fra opposte fazioni.

L’ASPETTO DELLA BASILICA ALESSANDRINA

Fronte della Basilica alessandrina (da una stampa cinquecentesca). L’interno doveva essere splendido. Lorenzo Dentella lo descrive decorato di colonne di marmo antichissime (qualcuno scrisse “variopinte”), ornato di altari, statue e pitture, alcune delle quali rappresentavano, probabilmente in affresco, scene della vita e della Passione di S. Alessandro

L’immagine pittorica più antica della chiesa è giunta sino a noi grazie a un dipinto del 1529 di Jacopino Scipioni, che doveva trovarsi all’interno della Basilica alessandrina, esposto nella chiesa di San Pancrazio dietro l’altare maggiore.

Dietro l’altare della chiesa di S. Pancrazio, nella pala di Jacopino Scipioni (1529), Madonna col bambino, i santi Proiettizio, Giovanni Vescovo, Esteria e Giacomo con angeli musicanti, è raffigurata l’immagine pittorica più antica della Basilica alessandrina (prima pala a destra)

 

La pala di Jacopino Scipioni (Madonna col bambino, i santi Proiettizio, Giovanni Vescovo, Esteria e Giacomo con angeli musicanti) ripresa dal transetto. La figura maschile a destra regge il modello della Basilica alessandrina. Vi è raffigurato un portico slanciato a tripla arcata sovrastato da un loggiato e il fastigio con una piccola apertura che illumina la parte interna e, sul lato a nord, la torre campanaria

Un’altra immagine della Basilica alessandrina fu riprodotta da Fabio Ronzelli nel dipinto Traslazione del corpo di Sant’Alessandro (1623), collocato presso la sacrestia del Duomo di Bergamo.

Particolare della Traslazione del corpo di Sant’Alessandro di Fabio Ronzelli. Oltre l’arcata, al di sotto del castello spicca luminosa la Basilica alessandrina

In un altro dipinto, la Tumulazione di Sant’Alessandro (1623) di Fabio Ronzelli, è raffigurato un uomo che tiene fra le mani il modello dell’insigne Basilica (3).

(3) Il dipinto è conservato presso la chiesa di S. Alessandro della Croce o presso le sacrestie del Duomo di Bergamo.

Sezione e pianta della basilica primitiva (da E. Fornoni, L’antica Basilica alessandrina, Bergamo, 1885)

La Basilica alessandrina, pur non presentando le vaste dimensioni delle grandi costruzioni romane da cui trae il modello, era comunque un edificio maestoso e lo si può ben desumere dai disegni del rilievo eseguiti (ad perpetuam rei memoriam) su ordine del vescovo Federico Cornaro dal canonico Giovanni Antonio Guarneri, che dovette redigere una relazione sulla demolizione dell’antica chiesa (le cui dimensioni furono riportate in cubiti) e sul trasporto delle reliquie di S. Alessandro nella chiesa di S. Vincenzo.

La chiesa, a pianta longitudinale divisa in tre navate, aveva una lunghezza di quaranta metri e quindici di larghezza e rispettivamente ventisette metri per sei e mezzo misura la sua navata principale. Conteneva quindi comodamente cinquecento fedeli nello spazio centrale; più di mille, sommando a quello le navi minori.
Un muro, verosimilmente somigliante all’iconostasi della cattedrale di San Vincenzo  separava le navate laterali dalla zona presbiteriale, alla quale si accedeva dalla navata centrale tramite quattro gradini.

La cattedra del vescovo era posta dietro l’altare maggiore, circondata dai seggi dei canonici.

Attraverso due scale di quindici gradini si accedeva ad una cripta che conteneva, come riporta la tradizione, i tre altari di Sant’Alessandro, San Narno e San Viatore (i primi due vescovi di Bergamo), presumibilmente posti sopra le rispettive arche e, sempre secondo la tradizione, i resti di alcuni altri santi bergamaschi.

Iscrizione dell’epoca Paleocristiana con inciso il nome del primo vescovo bergamasco, San Narno (Bergamo, Museo Archeologico di Cittadella)

LA BASILICA ALESSANDRINA NELLE SUGGESTIONI DI ALBERTO FUMAGALLI

L’architettura basilicale cristiana sorge in continuità con la tradizione civile romana “e anch’essa è un vasto spazio coperto, dispone di colonnati e di una grande nicchia nel fondo. Ma a differenza della prima chiude con alti muri tutti i suoi lati esterni e lascia appena piccole porte d’accesso: si distacca dalla libera e mutevole luce della realtà esterna e immerge i suoi ospiti in una penombra calma e meditativa.
Solo verso l’abside, eco non spenta dell’antica sede di una giustizia regale, accende infinite piccole luci votive e apre sopra di quelle la grande nicchia di un re onnipotente nascosto agli occhi dell’uomo. A lui dedica l’arco trionfale che si apre all’ingresso del transetto e il baldacchino prezioso del ciborio. Così la vasta aula raccoglie la proiezione spirituale di tutta la somma delle attività umane esercitate nell’antico foro pagano: l’arco di trionfo, la sede della giustizia operante dove incessantemente vien richiamata la legge, dove regna il silenzio che precede ogni imminente giudizio; dove si assolve e si condanna.
Come nelle banche del foro qui si accumulano anche le pietre preziose, i cristalli, le sete intessute d’oro, e ancora gli ori e gli argenti, ma per farne raggio agli ostensori, teca alle reliquie dei santi: deposito certo di un bene salvato per l’eternità. Qui si chiede la sepoltura per poter riposare accanto ai santi per risorgere con loro, protetti da quella vicinanza, come figli amati e difesi dalla implorazione di quei mediatori celesti nel giorno della verità o all’atto della paventata catastrofe siderale.
Sul catino dell’abside, in alto, si distende il velo sottile del mosaico; quasi una volta cosmica, celeste, suggerita dagli infiniti mobili bagliori riflessi dalla sua frammentata superficie. La accendono i lumi votivi brulicanti ai lati dell’altare; legami incorporei innalzati dagli oranti tra una terra invola in un processo di continua trasformazione e l’immobile incombente volta del “Ciel d’auro”, dalla gloria incorrotta, dalla vita inconsumabile.
Il suo incavo luminoso è luogo di convergenza di tutte le linee architettoniche della grande aula di preghiera; per i presenti è centro naturale di attenzione: domina la stessa cripta, il luogo oscuro della morte; e questo rapporto spaziale di sudditanza sottolinea con forza il senso dell”attesa resurrezione e la presenza di un seme disfatto, capace di generare il grande albero ricco di vita, di nidi e di canti.
Così la navata ne rappresenta il tronco steso sulla terra; disposti a croce, i suoi rami s’allargano nel transetto; l’appoggio del capo è l’abside irraggiante luce; l’appoggio del cuore è la cripta misteriosa, come i moti che scuotono dal fondo ogni essere umano. Gli eredi del seme dei martiri han fatto nido in quell’albero e i loro canti si innalzano dal coro che si apre davanti all’altare” (Alberto Fumagalli, op. cit.).

L’ASSEDIO DEL 894 E LE MODIFICHE DI ADALBERTO

Nell’anno 894 le truppe tedesche per mano di Arnolfo di Carinzia (figlio di Carlo Magno e futuro re d’Italia), assalgono la città, saldamente fortificata, distruggendone una parte: penetrate dal colle di San Vigilio, distruggono il Castellum e la Cittadella Alessandrina con la sua Basilica, “diruta et combusta remansit” (“Codex diplomaticus” di Mario Lupi).

Solo dopo molti anni, quando il borgo e la vita torneranno a rifiorire, il vescovo Adalberto provvederà alla sua ricostruzione.

Sezione e pianta della basilica verso il 1561: addizione del presbiterio sotto il vescovato di Adalberto prima del 1000 (da E. Fornoni, L’antica Basilica alessandrina, Bergamo, 1885)

LA FINE DELL’AUGUSTO TEMPIO

L’abbattimento della Basilica alessandrina fu un episodio molto doloroso per la città, raccontato da numerose cronache, “..tristissimo avvenimento da addossarsi a totale carico di chi nel 1561 guiderà la costruzione delle nuove mura: atto di inciviltà e di soldatesca prepotenza favorito dalla disanimata e mercantile piaggeria dei reggitori veneti di quel tempo, posti di fronte ai vocianti e sgangherati aut aut di personaggi dal mercenario mestiere; impietosi e quindi sordi ad ogni voce dei sentimenti di una gente pacifica e proprio per questa ragione spregiata e tenuta in nessuna considerazione”.
(A. Fumagalli, Op. cit.).

L’inizio di questa rovina si può far risalire ad una relazione tecnica fatta al Senato veneto nel 1526 da Francesco Maria della Rovere, nella quale si faceva presente la necessità di fortificare Bergamo in quanto Venezia, entrata nella lega di Cognac a fianco della Francia contro la Spagna, temeva per la sicurezza  della città, posta al confine con il Ducato di Milano controllato dagli Spagnoli.

Constatato che le mura medioevali erano in parte diroccate e cadenti, il Senato veneto decise di fortificare la città con nuove e potenti mura.
Il 7 luglio 1560 il capitano della città, Pietro Pizzamano, inviò al Senato un rapporto negativo sull’opportunità di ulteriori fortificazioni in Bergamo, consigliando invece di cingere con mura alcuni paesi della pianura; nello stesso rapporto il Capitano faceva presente che la trasformazione di Bergamo in città fortezza avrebbe arrecato danni assai gravi al suo patrimonio.

Nonostante ciò, l’anno successivo il generale Sforza Pallavicino, giunto a Bergamo con il compito di dirigere i lavori di fortificazione della città (che iniziarono il 1° agosto 1561 e terminarono definitivamente nel 1595), non mise neppure in conto di modificare il tracciato della fortificazione e si limitò a comunicare la sua decisione al vescovo, dando al tempo stesso disposizioni perché fosse minata la gran torre che apparteneva alle antiche difese cittadine e trasformata poi in campanile.
Il vescovo, il veneziano Federico Cornaro, entrato nella sua diocesi solo l’11 luglio, fu impotente di fronte alla repentina distruzione di case, chiese e conventi, di muri, orti e vigne, ma anche della Basilica alessandrina che per più di mille e duecento anni era stata il decoro e la gloria della città.
Neppure i cittadini ebbero il tempo di opporsi, né di tentare accordi di modifica alle opere proposte.

Nel giro di un mese vennero abbattuti 213 edifici che sorgevano sul tracciato della nuova fortificazione e nella zona di Borgo Canale, insieme ad 80 case, il 14 agosto 1561 fu distrutta la grande torre campanaria che rovinò sulla Basilica, la canonica e tutte le adiacenti costruzioni.
Tra gli edifici sacri venne atterrata anche le chiesa di San Lorenzo assieme alla chiesa parrocchiale di S. Giacomo, che sorgeva in prossimità della porta nella cerchia delle mura medievali. Vennero altresì demoliti il convento domenicano, la torre e la chiesa di Santo Stefano sul colle che sorgeva isolato dalla città, detto Fortino, compreso tra la via Sant’Alessandro alta e la scaletta della funicolare: anche in questo caso lo Sforza Pallavicino fece ricorso alle mine. Vennero scavato delle gallerie sotto il monastero e collocati barili pieni di polvere che nella notte dell’11 novembre del 1561 furono fatti esplodere e del grande complesso non rimasero che mucchi di rovine.

Commovente la scena dell’ultima messa solenne cantata nell’agonizzante Basilica. Era la domenica nona dopo la Pentecoste, il Pallavicino aveva provveduto 1800 fanti e cinquanta soldati a cavallo per mantenere l’ordine; il popolo stipava il tempio. Quando il diacono al Vangelo cantò et ut appropinquavit Iesus videns civitatem flevit super illiam, quasi fossero parole espressamente ispirate per la indeprecabile fatalità dell’ora, la folla compresa da terrore si abbandonò al pianto.

Il Cornaro, mentre i soldati si erano accampati nella chiesa, dopo aver fatto redigere l’inventario di tutti i beni tra il 4 e il 7 agosto, fece aprire l’arca che conteneva i resti del Santo alla presenza di sacerdoti e canonici; contemporaneamente i guastatori, eseguendo gli ordini di Sforza Pallavicino, Governatore Generale al servizio di Venezia, abbattevano la casa del Prevosto.

Il 10 agosto venne celebrata l’ultima messa con la gente mischiata ai soldati in armi. Sorsero problemi tra i canonici del Capitolo di S. Alessandro e quelli di S. Vincenzo sulla destinazione finale delle reliquie; il Vescovo intervenne con decisione e, dopo aver esposto alla devozione dei fedeli i resti santi (secondo la tradizione dall’alba alle quindici per gli uomini, dalle quindici fino al tramonto per le donne) e dopo aver constatato che le reliquie non erano mai state profanate, il 13 agosto decise di farle trasportare, con una mesta solenne processione notturna nel Duomo, insieme alle reliquie dei Santi Narno (primo vescovo di Bergamo) e Viatore (la tradizione riporta che si fece ricorso a due casse, divise con tanti tramezzi in ciascuno dei quali furono deposte anche le reliquie dei Santi Giacomo, Proiettizio, Giovanni ed Esteria).

S. Alessandro a cavallo e i santi Narno e Viatore – i primi due vescovi di Bergamo – in un affresco dipinto nella Curia vescovile di Bergamo

Tra un’immensa folla lacrimevole composta da tutto il popolo bergamasco, vi erano anche i rettori veneti.

Dopo la traslazione, il 14 agosto la torre campanaria, che era stata messa in sicurezza con sostegni di legno impregnati di pece alla base, fu abbattuta dando fuoco ai legni. La torre rovinò sulla Basilica trascinando con sé tutto quello che ancora restava dell’antica costruzione.

“In questo giorno scoppiò la mina, precipitò la torre, e cadendo al basso sopra la cattedrale… ogni cosa distrusse (…) “L’insigne Canonica, Santa Basilica e antica Cattedrale di sant’Alessandro, che per 1200 e più anni era stata il decoro e la gloria della nostra patria, in quel funesto giorno cominciò, fra le rovine a deplorare la caduta dei propri privilegi, datosi principio a mandarla per terra con doglie e pianto per tutta la città” (padre Donato Calvi, Effemeridi, 14 agosto 1561).

COSA RIMANE DELLA BASILICA ALESSANDRINA

Con il crollo della torre, poco si salvò della basilica, anche se si dice che alcuni dei suoi altari furono reimpiegati; per lo più i materiali vennero abbandonati o riutilizzati per costruzione di fabbricati; sicuramente molti di essi furono reimpiegati per la costruzione delle mura ed è singolare la vicenda che riguarda le due grandi statue, raffiguranti Adamo ed Eva, situate ai lati dell’ingresso della Basilica Alessandrina.
Secondo l’abate Calvi, nel crollo dell’edificio andarono a pezzi ma ne vennero recuperate le teste e parte del busto per essere poi utilizzate nella costruzione delle mura e collocate di fronte al luogo dove si trovava la basilica e “ove pur sono di presente”, aggiunge sotto la data del 16 agosto.

Una fonte indica che i pulpiti attuali del Duomo furono ricavati dai marmi giacenti presso i depositi della M.I.A. – Pia Opera di Misericordia – e aggiunge che forse siano quasi tutti derivati dalla demolizione della Basilica.

E’ accertato invece che uno dei due pulpiti del Duomo di Bergamo (il cui rivestimento fu disegnato da Filippo Alessandri), sia completato da una colonna di marmo verde antico, dono della Misericordia Maggiore nel 1746

Le dodici colonne che ornavano la Basilica alessandrina presero diverse direzioni: due vennero donate al Santuario di Caravaggio nel 1584, quattro furono adoperate per il portale del Duomo e da qui levate quando l’architetto Bonicello realizzò l’attuale facciata; altre vennero utilizzate per l’altare della basilica di Santa Maria Maggiore.

Una di queste, si dice sia quella fatta innalzare nel 1621 dal Capitolo della Cattedrale sul luogo dove sorgeva l’antica basilica: la colonna cui accennato in precedenza, che ancora si vede in prossimità delI’imbocco di Borgo Canale, alla quale fu data “più degna sistemazione” nel 1961, in occasione del quarto centenario della demolizione della Basilica.

La colonna risulta essere di granito di Numidia, lo stesso granito usato nella costruzione delle basiliche costantiniane di Roma. Una coincidenza che fa pensare ad un contributo imperiale per l’antico tempio paleocristiano.

La colonna ubicata all’imbocco di via Borgo Canale, eretta nel 1621 dal Vescovo Emo a ricordo della distrutta chiesa primitiva cittadina demolita nel 1561

Nel presbiterio della chiesa d iSant’Alessandro della Croce in Borgo Pignolo, a sostegno della mensa liturgica trova collocazione un’antichissima arca di pietra utilizzata, secondo l’iscrizione secentesca leggibile sulla parete esterna, come sepolcro per il corpo di Sant’Alessandro (e successivamente per quello di Santa Grata).

L’arca, monolitica e sobriamente decorata di semplicissime figure di pilastri, archi e colonne, proviene dalla distrutta basilica di S. Alessandro.

Collocata originariamente nella Basilica Alessandrina, poi nel monastero di Santa Grata, pervenne alla Parrocchia nei primi anni dell’Ottocento in seguito agli spostamenti causati dalle soppressioni napoleoniche. La sua attuale funzione rievoca in modo suggestivo consuetudini della Chiesa delle origini, che usava celebrare i riti liturgici sulle tombe dei martiri.

Marina Vavassori, archeologa epigrafista, afferma che il sarcofago di Sant’Alessandro fu in origine destinato a un bergamasco ignoto, abbastanza in vista, nella seconda metà del terzo secolo (250-300).

Il riutilizzo di antichi sarcofagi era una pratica diffusa ovunque, spesso utilizzata per accogliere i corpi dei martiri e dal momento che la basilica di Sant’Alessandro sorgeva nell’area dell’antica necropoli romana, non fu difficile trovare un sarcofago da reimpiegare.

Erasa l’iscrizione antica, perchè sparisse ogni traccia di paganità, l’arca era pronta per accogliere l’eroe della cristianità.

L’altare liturgico nel presbiterio della chiesa di S. Alessandro della Croce sarebbe, secondo la tradizione, l’arca di pietra proveniente dalla distrutta basilica di S. Alessandro, utilizzata come SEPOLCRO per il corpo di S. Alessandro e, successivamente, di Santa Grata. Molto sorprendente il confronto con l’arca sepolcrale raffigurata da Fabio Ronzelli (Bergamo, documentato dal 1621 al 1630) nella già citata Traslazione del corpo di Sant’Alessandro

L’arca sepolcrale dipinta da Fabio Ronzelli nella Traslazione del corpo di Sant’Alessandro, (dipinto custodito presso la cattedrale di Bergamo), presenta una somiglianza impressionante con l’arca sepolcrale posta a sostegno della mensa liturgica nella chiesa di S. Alessandro della Croce.

Si noti la somiglianza tra l’arca sepolcrale raffigurata nel dipinto di Fabio Ronzelli – Traslazione del corpo di Sant’Alessandro – e l’arca sepolcrale posta a sostegno della mensa liturgica nella chiesa di S. Alessandro della Croce (il dipinto è parte integrante del ciclo delle Storie di Sant’Alessandro dipinte da Enea Salmeggia)

E’ nuovamente Marina Vavassori ad informarci che in una Memoria conservata all’Archivio Diocesano di Bergamo, relativa alle spese fatte fra il 1688 e il 1714, si legge che nello scurolo del Duomo (chiesa ipogea) si trovavano “li marmi” dell’antica Cattedrale di Sant’Alessandro distrutta nel 1561, probabilmente lì trasferiti quando lo scurolo non era più attivo.
Ma già prima della demolizione della basilica alessandrina, “molte lapidi si erano disperse e spesso venivano riutilizzate” e se alcuni marmi erano epigrafati, spesso venivano utilizzati dall’altra parte.

Ricordiamo infine che alla Basilica alessandrina fu dedicato il nome della porta medioevale che dal versante occidentale dei colli dà accesso al centro storico (il Mazzi ritiene giustamente che le porte dovettero esistere nello stesso numero già nella cerchia romana). Denominazione riconfermata con la nuova porta cinquecentesca edificata dai Veneziani.

Porta S. Alessandro poco prima del 1912 (anno di costruzione della funicolare di S. Vigilio) – (da D. Lucchetti, “Bergamo nelle vecchie fotografie). Nel medioevo, tutte le quattro porte portavano il nome dei santi patroni delle chiese che sorgevano nelle vicinanze (S. Stefano, S. Andrea, S. Lorenzo, e S. Alessandro). Di queste chiese, tre furono demolite insieme a centinaia di case, per l’ampliamento della cerchia, mentre la quarta, la chiesa di S. Agostino, fu risparmiata dalla demolizione ed è ancora, come sappiamo, esistente

LA CROCE DI UGHETTO: IL SIMBOLO DELL’UNIFICAZIONE DEI DUE CAPITOLI

La croce di Ughetto, la grande croce processionale proveniente dalla distrutta Basilica alessandrina, si cela nei sotterranei del Duomo di Bergamo, dove una lunga e importante campagna di scavi ha recentemente portato alla luce la basilica paleocristiana di S. Vincenzo.

Si tratta dell’opera forse più rappresentativa del Tesoro della cattedrale, in origine arricchita da 34 reliquie miracolose, sigillate sotto la sua preziosa oreficeria.

La croce prende il nome dal suo principale esecutore, Ughetto Lorenzoni da Vertova, il quale l’ha realizzata nel 1386 per conto dei Canonici del Capitolo di Sant’Alessandro.

E’ questo il motivo per cui il Santo appare vistosamente abbigliato come un cavaliere medievale in sella al suo destriero, mentre sullo sfondo si staglia il profilo ideale della città di Bergamo, conquistata alla fede cristiana.

Particolare di S. Alessandro nella croce di Ughetto, realizzata nel 1386 per conto dei Canonici del Capitolo di Sant’Alessandro, motivo che giustifica la presenza molto evidenziata della figura del Santo

Nell’imminenza dell’abbattimento della Basilica alessandrina (1561), la croce di Ughetto venne portata in solenne processione nella chiesa di S. Vincenzo insieme – oltre ai paramenti sacri, organi, campane e corredo liturgico -, alle sacre reliquie: il Capitolo di S. Alessandro perdeva definitivamente la propria sede e da quel momento i due Capitoli di S. Vincenzo e di S. Alessandro (ognuno composto da un collegio di canonici) si trovarono a convivere fino alla definitiva fusione sotto le insegne di S. Alessandro (avvenuta nel 1689, anno della posa della prima pietra della nuova cattedrale).

La croce fu rinnovata nel 1614, anno in cui fu sancita la provvisoria riunificazione dei due Capitoli di S. Vincenzo e di S. Alessandro: il restauro della croce è quindi la concreta manifestazione di questo tentativo di unità, tanto che la fisionomia originale della croce è stata stravolta e piegata a questo scopo.

In origine il recto esibiva il Cristo crocifisso tra la Vergine e S. Giovanni, in alto un Angelo e ai piedi S. Alessandro a cavallo.

Il verso esibiva il Cristo glorioso tra i quattro evangelisti e ai piedi Santa Grata.

Nell’operazione di restauro (oltre alle vere e proprie aggiunte seicentesche) il Cristo crocifisso medievale è stato sostituito con un altro più recente, recuperato da una croce del Capitolo di San Vincenzo.

Croce di Ughetto (1386). Sul recto, domina al centro Cristo Crocifisso con aureola e corona di spine, titulus e angeli tra nubi alle estremità. Nel braccio sinistro un angelo; in quello di destra la Vergine Addolorata; in alto Santa Grata; San Giovanni Evangelista in basso. Nel verso: al centro Sant’Alessandro a cavallo con la città di Bergamo sullo sfondo; alle estremità 4 teste di angeli. Sui bracci Santi Rustico, Procolo e Carlo. Sulla canna in prossimità del nodo è incisa la data 1616, riferita molto probabilmente al rinnovo per mano di Carlo dè Giuli di Milano. Egli nel variare la sistemazione delle medaglie e la loro connotazione, inserisce sulla lamina i Santi Rustico, Procolo e Carlo. Il Cristo medievale viene sostituito da una croce appartenente al capitolo di San Vincenzo

Inoltre, i materiali del paliotto d’altare fisso (la cui realizzazione risale al 1908) conservato presso il Duomo di Bergamo, provengono con tutta probabilità dall’antica Basilica alessandrina. Si tratta di una ferriatina e di piccole sculture ornamentali, a lungo utilizzati per decorare l’altare di sinistra della Cattedrale di San Vincenzo. Così come oggi si presenta la composizione prevede: nella parte centrale in basso Sant’Alessandro vessillifero; ai lati della ferriatina San Narno e San Viatore; alle estremità del lato a sinistra San Propettizio e San Giovanni Vescovo; a destra San Giacomo e S. Esteria. Tra i racemi emergono gli stemmi di San Pio X e del Vescovo Tedeschi.

Riferimenti principali
– Tosca Rossi,A volo d’uccello Bergamo nelle vedute di Alvise Cima Analisi della rappresentazione della città tra XVI e XVIII secolo, Litostampa istituto grafico, Bergamo, 2012, cm 21×28, pp. 244.
– Academia.edu – Fabio Scirea Il complesso cattedrale di Bergamo.
– Bergamosera – La Basilica alessandrina – Andreina Franco Loiri Locatelli.
– Alberto Fumagalli, Le dieci Bergamo. Ed. Lorenzelli.
– Bruno Cassinelli, “Il contesto urbano della corte ecclesiastica alessandrina”, in Bergamo e S. Alessandro, p. 131-138. Anno 1997.

L’Osteria dei Tre Gobbi, il rifugio amato da Gaetano Donizetti

L’Antica Trattoria Ai Tre Gobbi, un tempo “Osteria dei Tre Gobbi”, in via Broseta, nel cuore di Borgo S. Leonardo: una delle prime osterie della città, condotta da oltre 20 anni da Marco Ceruti e da sua moglie Nives Bergamelli. La fama legata allo storico locale si è rinsaldata nel 1932 in occasione del centenario della prima rappresentazione dell’Elisir d’Amore di Donizetti, momento che ha visto il moltiplicarsi delle pubblicazioni, che hanno  contribuito a recuperarne la memoria storica

Nel 1932, nell’ambito delle celebrazioni  per il Centenario della prima rappresentazione dell’Elisir d’amore – l’opera che sempre avvince il pubblico in un’atmosfera d’incanto – Sereno Locatelli Milesi scrisse per la rivista Emporium una memorabile serie ispirata all’Osteria dei Tre Gobbi, che ripropongo da un lato, perchè  rivela l’aspetto umano del concittadino Donizetti e, dall’altro, perchè mette in luce uno spaccato di vita e di quotidianità del borgo più vivace e popoloso di Bergamo.

Fu in questo locale che Donizetti  amava sostare con i più cari amici durante i suoi soggiorni nella città natale, che egli “amò di un amore fatto di passione” e che custodisce le sue spoglie e le sue memorie più care.

Monumento funebre a G. Donizetti in Santa Maria Maggiore (Bergamo, Taramelli, riproduzione datata 1890 circa)

L’osteria era condotta da Michele Bettinelli, oste squisito e cultore del bel canto, che la tenne dagli inizi dell’Ottocento sino almeno al 1860, per poi cederla ad altri, prostrato per la morte dell’amico Gaetano.

Sotto la sua conduzione, fu per decenni il punto di ritrovo dell’affiatata cerchia di amici del Donizetti: il suo maestro Johann Simon Mayr; il tenore Tiberini, che ospitò caritatevolmente il Bettinelli nei suoi ultimi anni di vita; il pittore Deleidi detto “Il Nebbia”, che in un ritratto conservato nella villa dei Tiberini immortalò il gruppo di cui fa parte lo stesso Bettinelli; l’amico Dolci, tenore di fama, così come altri intellettuali nonchè artisti di passaggio a Bergamo.

Piazza Pontida, cuore pulsante della vecchia Bergamo, anticamente detta Piazza della Legna (Raccolta Gaffuri)

La storia comincia in via Broseta, la vecchia strada che da Piazza della Legna, ora Piazza Pontida, conduceva fuori porta.

Piazza Pontida (Raccolta Gaffuri)

Presso la chiesetta di San Rocco, in una casa modestissima si apriva il grande portone da dove passavano i rotabili e – accanto ad esso – una porticina, dalla quale si entrava a malapena.

La chiesa di S. Rocco in via Broseta, accanto all’Osteria dei Tre Gobbi (Raccolta Gaffuri)

Più sotto, l’insegna in ferro, con la dicitura: “Antica Osteria dei Tre Gobbi”: e le figure di tre gobbetti, paffuti e sorridenti, mantenutasi sino ad oggi.

“Si scendeva qualche gradino: e si entrava in una specie di antro polifemico, rischiarato da ampie finestre, aperte su orti pieni di sole e di verde:

L’Osteria dei Tre Gobbi ai tempi di Donizetti

nella prima stanza, era un ampio camino, dalla cappa maestosa: le fiamme, crepitanti perennemente, si innalzavano, lambendo pentole capaci e padelle ampie: sulle pareti fumose, risplendevano i rami delle casseruole, dei tegamini, dei timballi, delle teglie: le madie e le credenze erano molte, e tutte colme di ogni ben di Dio: sulle assi, infisse nel muro, in alto, una doppia fila di bottiglie polverose sembrava un esercito in….attesa di essere preso d’assalto: i larghi tavoli erano fiancheggiati da panche di legno e da sedie impagliate.

L’Osteria dei Tre Gobbi in attività in un disegno di Luigi Bettinelli)

Nella seconda camera, altre madie, altre credenze, altri tavoli, altri sedili: e, in un angolo, una spinetta.

Un aspetto della Trattoria dei Tre Gobbi in un disegno di Luigi Bettinelli

Nel cortile contiguo, carri e barrocci, con le stanghe alzate, simili a lunghe braccia di giganti ischeletriti ed imploranti: e carretti, e vecchie diligenze: ed un rumore di ferraglia, uno schioccare di fruste, un richiamarsi di postiglioni, un vociare di viaggiatori, uno sciamare di ragazzi: perchè entravano, in questo grande cortile, le diligenze, e da esso uscivano, pei lunghi viaggi.

Gaetano Donizetti, quando veniva da Milano, sostava con gli amici in questa osteria: e gli amici quivi lo attendevano, per essere i primi a dare il benvenuto al concittadino illustre che tornava alla città natale.

Gaetano Donizetti (Bergamo, 29 novembre 1797 – 8 aprile 1848)

L’oste era tal Bettinelli, lontano parente di un pittore dello stesso nome che ha lasciato schizzi pregevoli della famosa osteria:

Un noto dipinto di Luigi Bettinelli, lontano parente dell’oste Michele Bettinelli (“La Piazza del Duomo”.  Bergamo – propr. Eredi Bonomi)

era un ometto piccolo e rubicondo, Michele Bettinelli, dal viso aperto, spirante bonomia: ed era amico di Donizetti sin dalla più giovane età: e con Donizetti – quando erano entrambi fanciulli – avevano trionfato sulle tavole di un teatrino di dilettanti.

Michele Bettinelli (1792 – 1868), amico e fervente ammiratore di Gaetano Donizetti nonchè proprietario dell’Osteria dei Tre Gobbi

Veramente, il buon Bettinelli aveva soltanto assistito al trionfo dell’amico, perchè lui, poveretto, era balbuziente: ed un giorno, all’atto di pronunciare una battuta abbastanza complicata, aveva sentito di colpo che la lingua rifiutava di fare il dover suo, e che i denti gli si erano serrati: e si era fermato di colpo, cercando invano di pronunciare la frase: ma si era impappinto; ed aveva gridato a “Gaetanino”, con un enorme sforzo di volontà: “Vai avanti tu: io non posso!”: ed era fuggito tra le quinte, salutato dalle risate irrefrenabili del pubblico.
Amico degli artisti, il Bettinelli nutriva per il “suo Gaetano” un affetto ed una ammirazione che si potevano chiamare idolatria: giustamente ha scritto Giuliano Donati Petteni che “era una di quelle anime semplici che si accostano al genio come attirate dalla luce, riguardando ogni cosa dell’artista prediletto come propria e dedicandogli per tutta la vita una devozione umile ed assoluta”.

Gaetano Donizetti, quando era a Bergamo, frequentava sovente l’osteria del Bettinelli: insieme ad altri amici, il maestro Dolci – che Donizetti chiamava scherzosamente “Dolciumi”, Simone Mayr, il pittore Deleidi detto il Nebbia.

Luigi Deleidi detto il Nebbia, “Donizetti con gli amici”, 1830 circa. Da sinistra, l’oste Bettinelli, Gaetano Donizetti, Dolci, Simone Mayr. In piedi, il pittore Luigi Deleidi

E con piacere giocava alle boccie: narra Antonio Ghislanzoni che, essendo capitato, con alcuni amici, in un giorno del 1870, nell’Osteria dei Tre Gobbi, mentre si avviava verso il gioco delle boccie venne precipitosamente fermato dall’oste: il quale gli disse, in tono solenne che non ammetteva replica: “Se intendono giocare, passino da quest’altra parte. Questo è un viale riservato, e queste boccie non vanno toccate dai profani!”.

Il monumento al poeta Antonio Ghislanzoni, inaugurato a Caprino Bergamasco il 14 ottobre 1894. Ghislanzoni fu giornalista, scrittore, baritono, autore di oltre ottanta libretti d’opera tra cui l’Aida di Verdi, personaggio illustre della Scapigliatura milanese,

E di fronte allo stupore dei clienti sbalorditi, soggiunse: “Perchè questo viale e queste boccie sono un monumento storico…Perchè devono sapere che questa osteria di “Borgo”, così modesta e diroccata, ha avuto di quegli onori….che nessun albergo della città può vantarsi di aver mai ottenuto…Basti dire che il povero Gaetano non veniva mai a Bergamo che subito non venisse qui, a far la sua partita alle boccie!….”.
Il “povero Gaetano” era Gaetano Donizetti.

1890 circa: il gioco delle bocce a Bergamo (Raccolta D. Lucchetti)

Gaetano Donizetti non era un buongustaio della tavola come Gioacchino Rossini: ma era un entusiasta del classico piatto bergamasco “polenta e uccelli”, che il buon Bettinelli sapeva preparare con un’arte e con una maestria che il Maestro definiva “sublimi”: e della lode l’ostiere andava altrettanto superbo quanto dell’amicizia di Colui che gliela tributava.

Il rito della polenta in un dipinto di Pietro Longhi

Narra il Cicconetti che “Donizetti, seduto una sera nella sua casa, in lieta riunione d’amici, ne rallegrava i ragionamenti sia con arguti motti, sia con piacevoli racconti, quando, interrotto nel meglio il discorso, si allontanò dalla camera, e soltanto dopo una mezz’ora vi fece ritorno.
“E perchè ci hai così lasciati? – gli domandò la suocera.
“Ho composto – rispose – il finale del primo atto”.
Egli stava allora componendo il Torquato Tasso, l’opera dedicata a Bergamo, Sorrento e Roma.

Ritratto di Gaetano Donizetti eseguito ad olio su tela di Francesco Coghetti, 1837 (Collezione privata)

Dovunque si trovasse, il filo che reggeva la trama dei suoi pensieri si svolgeva incessante: la sua esistenza interiore creava le sublimi finzioni dell’Arte: il vasto mondo della poesia e dell’irreale, non visto dai circostanti, appariva alla sua anima, con le creature alle quali egli doveva donare la immortalità: e ad un tratto interrompeva le normali occupazioni, per fermarne e fissarne l’attimo di vita: e si appartava, ad un tratto, come spinto da un bisogno irresistibile: e si racchiudeva in sé medesimo: e l’onda della melodia, che gli sgorgava dal cuore, fissava con rapidi segni schematici su uno qualunque dei pezzi di carta che sempre portava con sé.

Chi scrive possiede una di queste pagine, su cui sono state scritte, con rapida e nervosa grafia, delle note: quasi indecifrabili, che nulla dicono a chi tenta di leggerle, ma che dovevano essere, per chi le ha scritte, come un richiamo nitido e chiaro a chissà quali armonie…
Forse, anche durante la partita alle boccie giocata con gli amici nel cortile vasto della modesta osteria, il Maestro si sarà qualche volta, ad un tratto, appartato, per fissare, sovra un pezzo di carta, un ritmo, un’idea, una ispirazione….

Schizzo autografo del Diluvio Universale (Bergamo, Fondazione Donizetti)

Angelina Ortolani, giovinetta, era stata accompagnata a Bergamo, da Almenno S. Bartolomeo, “per farsi sentire la voce di Donizetti”.
Chi l’aveva accompagnata era tale Santi, lontano parente del maestro e che abitava ad Almenno S. Salvatore, e precisamente alla Madonna del Castello: non avendolo trovato in casa, erano stati indirizzati all’”Osteria dei Tre Gobbi” dove Gaetano Donizetti accolse la ragazza con “buone parole, e prendendola per il ganascino”: la invitò a cantare, senza timore: perchè, tanto, avrebbe dovuto poi superare ben altri timori dinnanzi al pubblico!

“Era una giornata di settembre:” diceva la celebre cantante: “ed io avevo una grande paura, ed un grande appetito: vinsi subito la paura, per l’affabilità del Maestro: ma non potei vincere l’appetito neppure la sera, perchè quel giorno non mi sentii di mangiare…”.

Il grande soprano Angelina Ortolani, nata ad Almenno nel 1834, debuttò nel 1853 al Teatro Sociale di Bergamo, nella Parisina di Donizetti. Era dotata di una voce definita “angelica”. Nel 1857 avviò una carriera internazionale, esibendosi a Madrid e Londra; nel 1859 era a Barcellona. A partire dal ’59 si esibì quasi sempre con il marito, il tenore Mario Tiberini, sposato l’anno precedente; furono al Teatro alla Scala di Milano, al Regio di Torino, al San Carlo di Napoli, al Covent Garden di Londra, alla Wiener Staatsoper. Nell’atrio del teatro Donizetti di Bergamo è collocato un busto di Angelina Ortolani, opera dello scultore Gianni Remuzzi, in occasione del centenario della nascita del soprano

Il Maestro si accompagnava sovente al Bettinelli, in lunghe passeggiate sulle Mura, in Castagneta e sui Torni; perchè, come l’amico, era buon camminatore, tanto da definirsi “il musicista ambulante”: infatti, egli passava dall’una all’altra capitale come un trionfatore…

Un giorno, passeggiava col Bettinelli in Piazza Vecchia, ove da qualche anno la fontana del Contarini canta – come allora – la sua canzone argentina.

Piazza Vecchia (Raccolta Lucchetti)

Ad un tratto, da un caffè si diffuse la voce di un violino che suonava la chiara melodia dello spirto gentil, accompagnata dalle note gravi di un violoncello.
“Senti!” disse il Bettinelli “E’ l’Orbo, quel tale che suona soltanto musica tua…”.
“Poveretto! Vieni: gli facciamo una sorpresa!”.
Entrarono: Donizetti fece ai presenti un segno di silenzio: e, tolto il violoncello all’accompagnatore, cominciò a sonare.
Il cieco, accortosi del cambio, esclamò: “Alto là! Meno ghirigori, con quell’archetto, perchè io non voglio fare da secondo!”.
Al che, Donizetti: “Hai ragione: mantieni il tuo diritto, e fatti rispettare!”.
Il cieco, riconosciuta la voce, tentò di baciare la mano del Maestro: e dalla mano del Maestro cadde, nella tasca del poveretto, una moneta d’oro.

Caffè e bottiglieria del Tasso in Piazza Vecchia (Raccolta Lucchetti)

Ricorda il Ghislanzoni – e assicura l’averlo udito dallo stesso Bettinelli – che quando la Lucrezia Borgia naufragò a Milano, l’oste fedelissimo aspettò il Maestro alla porta del teatro, ed abbracciandolo stretto gli gridò a piena voce: “Tu sei il più grande musicista dell’epoca, e la tua Lucrezia vivrà immortale!”.
Da quella sera, però, Il Bettinelli giurò odio immortale contro i milanesi: e guai se uno di essi capitava nella sua osteria! Il vino peggiore, gli intingoli più scipiti erano per l’incauto “baggiano”, colpevole di appartenere a quella “genia” che aveva osato fischiare il capolavoro del “suo Gaetano”.

Ma allorquando, auspice il limpido canto della Frezzolini, la Lucrezia risorse alla Scala, e trionfò, il buon Bettinelli perdonò ai “baggiani” ridiventati “milanesi”: e non ci fu da allora Meneghino che non trovasse nell’”Osteria dei Tre Gobbi” l’ospitalità più cordiale, i cibi più appetitosi, il vino più prelibato.

Donizetti tornò a Bergamo il 6 ottobre del 1847: ma non potè godere della gioia che è concessa all’emigrato quando rivede i cari luoghi che lo hanno veduto nascere, i famigliari, gli amici.
Era troppo tardi ormai: egli non era più che il fantasma di se stesso!
In una di quelle tappe obbligatorie che riunivano i passeggeri di opposte destinazioni, Alfredo Piatti lo aveva intravisto, in una carrozza da viaggio, avvolto in un mantello, col capo reclinato sul petto, come un vinto: e non aveva osato abbracciare l’amico del padre suo, l’artista sommo che amava come il padre suo egli fosse…

Palazzo del Barone Scotti, in via Donizetti, nel quale spirò l’8 aprile 1848 il compositore bergamasco

Scrive Giuliano Donati Petteni nella biografia di Donizetti: “Non diversamente intravidero il musicista i bergamaschi che lo accolsero nel pomeriggio del 6 ottobre, quando la carrozza giunse alle porte della città. Il convoglio passò in mezzo a due ali di popolo silenzioso e riverente.
“E’ Donizetti” si sussurrava.
E tutti pensavano alla sua gloria, alle sue opere, al giorno in cui l’avevano accompagnato a casa in trionfo, alla miseria del suo stato presente.
“I cavalli, facendo tintinnare le sonagliere e battendo sul selcialto gli zoccoli ferrati, salivano sbuffando, avvolti in una nube di sudore, la ripida strada dell’alta città, il cui profilo, come quello d’una immensa fortezza, si stagliava sul fondo grigio delle montagne.
“Nel crepuscolo, le torri, i campanili, le mura scomparivano a poco a poco in un ombra violacea.
Un suono di campane largo ed armonioso si diffondeva da Santa Maria Maggiore. Le finestre, lungo la linea delle mura, si punteggiavano di lumi. Come sentirono il rumore dei cavalli, i servi del Palazzo Basoni accesero sotto l’atrio le lanterne. La carrozza sostò, e la signora Rosina, con la figlia Giovanna, il conte Lochis, e gli amici Dolci e Bonesi, si fecero avanti per ricevere il grande infelice.

Via Donizetti (Raccolta Gaffuri)

“Ma quando questi apparve, incapace di reggersi, muto e attonito, senza dare alcun segno di riconoscere le persone e le cose circostanti, le donne proruppero in un pianto dirotto”.
Certo, fra coloro che erano andati ad incontrare l’infelice Maestro era anche il buon Bettinelli che, come Alfredo Piatti, non aveva osato avvicinarsi al “suo idolo”…Si sarà tenuto nascosto, il poveretto, fra la folla: ed una “furtiva lagrima” sarà scesa a solcargli il viso rubicondo, diventato pallido ad un tratto….

Gaetano Donizetti morì il giorno 8 aprile dell’anno successivo. L’agonia era durata sei lunghi mesi!

Gaetano Donizetti, già gravemente malato, ed il nipote Andrea, in uno splendido dagherrotipo eseguito a Parigi nell’appartamento (affittato da Andrea per lo zio) in Avenue Chateaubriand n. 6, nell’agosto del 1847. L’autore del immagine fu probabilmente lo stesso Louis Jaques Mandé Daguerre (1779 – 1851). Furono eseguite tre pose (i dagherrotipi non si potevano duplicare): una fu inviata alla benefica Rosa Rota Basoni; una al fraterno amico Antonio Dolci; dell’ultima non si conosce la destinazione: esiste comunque una vecchia riproduzione eseguita verso la fine dell’800, quando divenne possibile la riproduzione su carta dei dagherrotipi. I due originali e la riproduzione sono ora conservati nel Museo Donizettiano (Foto e didascalia Domenico Lucchetti)

E durante questi mesi lunghissimi, il povero Bettinelli era salito ogni giorno in città alta, a visitare l’infermo, nel palazzo che lo ospitava, il grande palazzo che domina, dall’alto, l’ampia distesa della pianura lombarda: e forse lui solo, il povero ostiere della modesta osteria, seppe far tornare sulle labbra del Genio che si spegneva la luce di un cosciente sorriso, ripetendo la frase che gli aveva detto, fanciullo, nel teatrino di città alta: “Vai avanti tu: io non posso!”.

Donizetti sollevò gli occhi, corrugò la fronte, fissò a lungo, intensamente, l’amico della adolescenza: ed improvvisamente la luce di un sorriso apparve sul viso disfatto….

Gli ultimi momenti di vita di Gaetano Donizetti, qui ritratto da Ponziano Loverini (Bergamo, Casa Caprotti)

La fine del Donizetti segnò la fine dell’”Osteria dei Tre Gobbi”: o quasi: e segnò la fine della serenità e della gioia per il povero Bettinelli.
L’osteria perdette la sua chiara rinomanza: perchè il povero ostiere più non si curò di rinnovare, nella cantina, il “buon vino”, chiaro e frizzante, che era tanto piaciuto “al suo Gaetano”.
L’osteria venne ceduta ad altri.

L’osteria com’era ancora nel 1900 quando era esercita dal signor Francesco Algisi

E la casa del tenore Tiberini – che avea sposato Angelina Ortolani – accolse, generosa, il povero vecchio: e lo ospitò sino alla morte.
E scomparve anche la vecchia insegna dei Tre Gobbi…

L’interno dell’Osteria dei Tre Gobbi verso la fine del Novecento

Essa è però rinata, ora.

Il Ducato di Piazza Pontida – che è la “Famiglia Gioppinoria”, e che vanta fra le proprie benemerenze quella di aver conservato a Bergamo i manoscritti della Parisina e dell’Elisir – con una celebrazione quasi famigliare, che ha voluto essere l’espressione del culto dei concittadini per Gaetano Donizetti, ha ridonato alla gloriosa osteria l’antico nome: ed ha inaugurato la lapide, che – auspice il Comune di Bergamo – ha fatto murare nella prima stanza dell’antica taverna.
La lapide suona così:

IN QUESTA ANTICA “OSTERIA DEI TRE GOBBI”
COI PIU’ CELEBRATI ARTISTI DEL SUO TEMPO
GAETANO DONIZETTI
VENIVA A RITEMPRARE LO SPIRITO AFFATICATO
NELLA FRATERNA AMICIZIA DI MICHELE BETTINELLI
UMILE TAVERNIERE – ANIMA DI ARTISTA

In occasione del Centenario dell’Elisir, nel 1932, il Ducato di Piazza Pontida ha apposto nel locale una targa commemorativa alla presenza dei più bei nomi dell’epoca, tra cui il tenore Beniamino Gigli e la soprano Mercedes Capsir, alla quale spettò l’onore di scoprire la lapide ancora oggi visibile. Con grande corso di popolo si riattivò l’Osteria, già molto mutata rispetto alla tipologia ottocentesca illustrata nelle immagini dell’epoca. Il pianoforte e il busto di Donizetti fanno bella mostra nel locale

Il ricordo è stato inaugurato con una  celebrazione modesta, che ha però interpretato lo spirito del Sommo, il quale – pur avendo raggiunto le più alte vette della gloria – si compiacque coltivare amicizie anche umili e conservare modeste abitudini”.

 

Sereno Locatelli Milesi, Cronache bergamasche. L’osteria dei tre gobbi e Gaetano Donizetti, Emporium n. 453 – anno 1932.

Nota

Le fotografie attuali de dell’Antica Trattoria Ai Tre Gobbi e i due disegni che riproducono i tre gobbi, appartengono a Osteria dei Tre Gobbi

Giovanni Signorelli detto “il Merica”: il cantastorie di Bergamo

1920: il cantastorie Giuseppe Signorelli detto Merica nei pressi del Duomo

Con il Merica, una tipica macchietta cittadina vissuta fra fine Ottocento e la prima metà Novecento, gli autori e le cronache del tempo ebbero di che sbizzarrirsi.

Era, nel ritratto che di lui fece Umberto Zanetti, “un omino dinoccolato alto si e no un metro, che cantava con una vocetta agra, in falsetto, accompagnandosi con una chitarra più grande di lui”.

La sua “lirica”, che sgorgava dal suo genio, commentò argutamente i fatti cittadini per tutto un cinquantennio di storia bergamasca, elevandosi dall’ebbrezza lieve dei vinelli delle colline o tra i purissimi aspri vapori del più autentico “trani”.

Rivendita di vini pugliesi in piazzetta S. Pancrazio (da “Bergamo nelle vecchie fotografie” – D. Lucchetti)

Tutta Bergamo lo conosceva ma nessuno, proprio nessuno, sapeva il suo vero nome. “Merica” – spiegò una volta il “cantore” – per via di una bisavola che si chiamava Maria Degna Merita e che aveva gli tramandato il nome, storpiato “in forza di chissà quali occulte leggi di antonomasia matronimica”, scrisse Vajana.

Si sapeva che era nato in SanTomaso, in anni lontanissimi, e ch’era figlio di un poverissimo cocchiere.

Via S. Tomaso nel 1910, con la donna che ha appena attinto l’acqua dalla fontanella (da “Bergamo nelle vecchie cartoline” di D. Lucchetti)

La sua bruttezza, “quasi disdicevole”, lo anticipò sin da bambino. Tutto di lui promuoveva al riso: magro impiccato, era alto come un paracarro, aveva le gambe sproporzionatamente corte e storte, malgrado le impaludasse civettuolmente in un giacchettone sproporzionatamente lungo. La sua camminata insicura ed ondeggiante tradiva un difetto alle ginocchia, che scontrandosi si respingevano a vicenda. “Gambestorte” e “crapadrecia”, si era compiaciuto definirsi.

“Ol Merica” nel commiato di Vajana

Il busto striminzito reggeva un cranio dalla forma marcata e pressata alle tempie; un visetto da infante, dominato da uno strano naso sottile da cui si allungava una barbetta appuntita e scomposta. Due occhietti vivacissimi e pungenti, quasi da topo, rallegravano quella specie di viso mobilissimo.

Le cronache si accaniscono descrivendo una bocca, “dalle labbra turgide e di un rosso rancido”, somigliante a “una ferita da taglio inferto da uno spadone medioevale”. Povero Merica. Parlava biascicando e il suo balbettio gli lasciava delle vistose bolle bianche ai lati della bocca, che risucchiava con movimenti suoi particolari. Nonostante ciò, anche quando serrava i denti digrignando fino all’esasperazione, riusciva simpatico a tutti.

Tra una canzone e l’altra aveva trovato il tempo di portare all’altare…. – c’è chi dice quattro, c’è chi dice cinque e c’è chi dice sette – donne, e di vederle poi dipartirsi nel regno dell’eternità: curiosamente, aveva sempre pronunciato il suo ‘sì’ mentre l’altra parte era in fin di vita. Sicchè ogni rito nuziale si era trasformato in un rito funebre, al termine del quale, “ol Merica” offriva da bere agli amici.

Il passeggio in Fiera nel 1902

Le di lui descrizioni sono a dozzine, ma fra tutte, quella di Geo Renato Crippa – che ai tipi bergamaschi dedicò esilaranti e commoventi capitoli – è senz’altro la più ricca e gustosa: nessuno meglio di lui – grande conoscitore delle storie e delle “macchiette” della città – avrebbe potuto né ignorare né lasciarsi sfuggire l’occasione ghiotta di descrivere il Merica.

La madre, una brava donna, illudendosi di farne un bravo artigiano l’aveva affidato a un ciabattino di Borgo Santa Caterina non badando che nello stanzino del “padrone”, fra banchetto, forme, ferri, pece, corde e scarpe, facevan bella vista alla parete due chitarre (una abbastanza passabile, l’altra vecchia e tarlata ma di buon suono) che avevano attirato le amorose attenzioni del giovinetto.

Il ponte di Borgo Santa Caterina

Non appena il “principale” sortiva dal bugigattolo, il nostro cercava di addestrarsi alla bell’e meglio e appassionatamente, e quando udiva qualche suono azzeccato si agitava all’impazzata meravigliandosi, fino a quando, dagli e ridagli e straziando le povere corde all’infinito, finì col realizzare un sogno cullato per settimane e mesi: accordare chitarra e canto fino ad acquistare una certa abilità, che perfezionò con qualche strana maestria.

Scrisse Crippa che “Per non disturbare i suoi di casa – vivevano in una stanza sola in quattro – esercitarsi nel ‘cesso’, all’esterno di una loggetta, fu invenzione prelibata. Questo posto, diceva, era il suo conservatorio, la scuola primaria della sua ‘genialità’ musicale”. Vi canticchiava la notte, cercando di adattare motivi popolari a testi di sua invenzione “amorosi o romantici, scelti in racconti di quartiere o raccolti nella miseria dei rimbrotti, delle accuse, delle stravaganze e delle irriquiete denuncie d’un volto rattrappito”.

Sicchè, “spingerlo a farsi conoscere, dopo averne constatata la bravura, fu operazione infame di un gruppo di buontemponi, decisi a scortarlo nelle osterie, sullo sterrato di piazza Baroni al tempo della Fiera, davanti ai caffè dei signori e sul Sentierone”.

Città Alta domina sul Sentierone con la Fiera e l’Ospedale di S. Marco e la chiesa di S. Bartolomeo (da “Bergamo nelle vecchie cartoline” di D. Lucchetti)

Gli rimediarono così una giacca degna del suo nuovo ruolo, “magari di velluto ed un cappello verde alpino con fior di penna”.

Il lato della Fiera sull’attuale Largo Belotti (da “Bergamo nelle vecchie fotografie – D. Lucchetti)

Scortato dalla feroce compagnia, fece la sua prima apparizione pubblica nel suo borgo in due locali “di pregio”: il “Gamberone” e l’Angelo”.

Entrato nelle sale, così conciato, gli urlarono di andarsene alla svelta.

Borgo S. Caterina. Nei pressi si trovavano, poco distanziate fra loro, le trattorie delle Tre Corone, dell’Angelo, del Gambero e della Scopa (in “Bergamo nelle vecchie fotografie” di D. Lucchetti)

Ma imperterrito, con i suoi imbonitori pronti a difenderlo – “gente conosciuta (un macellaio e due salumieri)” – cominciò timidamente a cantare accompagnandosi alla chitarra scalcinata e “dati due strattoni, iniziò la sua tiritera con energia infuocata. Risa reiterate, battimani, ‘forza’, salutarono la esibizione, mentre, stordito ed in lacrime, l’artista non sapeva se accettare i bicchieri di vino che gli venivano porti da diverse parti: un successo”.

1910 circa: scoricio di Borgo S. Caterina (da “Bergamo nelle vecchie cartoline” – D. Lucchetti)

Da quella sera la fama del “cantastorie” percorse l’intera città, dai borghi a Piazza Vecchia e poi ancora giù, in Viale Roma: nei trani, nelle osterie, nei caffè di periferia, lo attendevano, passandosi parola.

Il gioco delle bocce in una trattoria di Bergamo, 1890 (da “Bergamo nelle vecchie fotografie” – D. Lucchetti)

E così il suo repertorio mutò con destrezza e dalle fiabe d’amore passò ad improvvisare i fatti cittadini, commentandoli come un Pasquino redivivo.

“Verdi” – scrisse Umberto Ronchi – lo avrebbe assunto come Rigoletto, un Rigoletto generoso, tutto lepidezza e fantasia improvvisatrice”.

L’ometto, agli applausi non ci teneva affatto; voleva soldoni lui, quelli di rame: solidi, pesanti, colla bella faccia di Vittorio Emanuele.

Ol Merica in una caricatura del “Giupì” (da L. Pelandi, Attraverso le vie di Bergamo scomparsa II – La Strada Ferdinandea, 1963)

Il castigamatti, “conquistava i suoi “affezionati” accusando prefetto, sindaco, amministratori, vigili, agenti del dazio, di non mantenere le promesse, di aumentare i prezzi delle derrate, di non pulire a dovere le strade, di impicciarsi in cose non di loro pertinenza, di permettere abusi nella applicazione delle tasse, nel non affannarsi a chiedere al governo di Roma il raddoppio della linea ferroviaria per Treviglio, di aumentare i tabacchi, il sale, i francobolli, i ‘trams’ e le cambiali.

Le giostre in tempo di Fiera (da “Bergamo nelle vecchie fotografie” – D. Lucchetti)

Bastava la pubblicazione di un manifesto con nuove ordinanze civiche o militari perchè il Merica, cantante analfabeta, chiesti ragguagli a conoscenti, schiattasse in imprecazioni e querele; uno spasso”.

1925 circa: il Sentierone (da “Bergamo nelle vecchie cartoline” – D. Lucchetti)

Quando la guerra chiamò il popolo a raccolta, imbracciò la sua chitarra come un mitra e con la sua vocetta agra intonò il suo canto di battaglia:

“Viva l’Italia

la gran nassiù

che la combàt

per la resù”.

Il rifugio antiaereo scavato in Piazza Dante

 

Porta Nuova nel 1940. Sulla fronte dei tempietti si legge: “Il passato è già dietro le nostre spalle. L’avvenire è nostro” e “Disciplina Concordia e Lavoro per la ricostruzione della Patria”

Tra gli avvenimenti accompagnati dal suo lieto e canoro commento, famosa è la nascita del nuovo centro cittadino e di tutti gli edifici che spuntavano come funghi a ridosso delle Mura.

La Fiera in demolizione (1922-’24) e la nascita del centro piacentiniano

 

La Fiera in demolizione (1922-’24)

Del rinnovamento sontuoso della sua Bergamo egli ne fu entusiasta, ma la sua gioia fu mortificata dalla tristezza che attribuì alle sue vecchie amiche Mura:

“Che’ diràl chèl curnisù

Quando l’vé la primaera?

Vederàl piö i farfale

a vulà sota la féra?”

Panorama di Bergamo, 1938

Per far posto all’allora palazzo della Banca Bergamasca, sorta in prossimità del chiostro di Santa Marta, venne schiantato un ippocastano che per quasi un secolo aveva assistito a tutte le vicende bergamasche. Si trattava del “piantù” nel Boschetto di Santa Marta, uno stupendo gigante alla cui ombra ristoratrice si erano ritemprati vecchi pensionati e ai cui romantici effluvi si erano confortati dalle sartine ai soldatini.

1920 circa: il centro direzionale della ‘Nuova Fiera’ (Da “Bergamo nelle vecchie cartoline” di D. Lucchetti)

Quando lo vide crollare con schianto formidabile, compose un brano memorabile:

“Nel bosch de Santa Marta

a gh’era ü vècc piantù

per mèt sö öna strassa d’banca

I l’à mandat a reboldù”

La “strassa d’ banca” era la Banca Bergamasca, fallita e poi occupata dal Banco Ambrosiano, sorta in luogo del complesso monastico di S. Marta.

Il Sentierone e i suoi rigogliosi giardini negli anni ’30

Le due statue poste ai lati dell’appena inaugurato Palazzo di Giustizia, Il “Diritto” e la “Legge”, furono invece così nominate:

“Gh’è dò bèle statue

sura ü pedestalì

la siura l’è padruna

chèl biòt l’è l’inquilì”

Il Palazzo di Giustizia in Piazza Dante, da poco edificato

Che le sue argomentazioni fossero in prosa o in rima nessuno se ne accorgeva: per le folle egli era la bocca della verità, il fustigatore, il difensore della poveraglia, l’inquisitore”,

“Bravo, bravo”, gli urlavano, soprattutto se avvinazzate.

La sua acredine degenerava in lamentela disperata verso gli amministratori dei luoghi pii – ospedali, manicomio,“Clementina” – verso i quali gridava come un ossesso a difesa di sordomuti e poveri ciechi, del brefotrofio e relativa “ruota” e di ragazze-madri. Non c’era modo di trattenerlo.

Il fronte della fabbrica cinquecentesca (demolita nel 1937) dell’Ospedale vecchio di S. Marco: oggi, del grande complesso un tempo parte del quadrilatero della vecchia Fiera, è rimasta solo la chiesa che porta lo stesso nome

 

Il Manicomio Provinciale entrò in servizio dopo che fu chiuso, nel 1892, il manicomio di Astino. La ripresa fotografica è anteriore al 1905 (da “Bergamo nelle vecchie cartoline” – D. Lucchetti)

 

Marzo 1915: il trasloco della Pia Casa di Ricovero delle “Grazie” (ex convento degli Zoccolanti ed ora Credito Bergamasco) al nuovo edificio della Clementina. Nelle “Grazie” subentrò l’ospedale militare della CRI (da “Bergamo nelle vecchie cartoline” – D. Lucchetti)

 

Il Piazzale Porta Nuova con l’ex convento degli “Zoccolanti”: Casa di ricovero “di Grassie” sino al 1915, poi ospedale militare della CRI. Annullo postale del 14 – 7 – 1919 (da “Bergamo nelle vecchie cartoline” – D. Lucchetti)

Lo ammansivano assicurando che si sbagliava e con gran fatica lo invitavano a consolarsi: ringraziava e una volta placato soggiungeva, quasi ilare: ‘Vi canterò la storia della Girometta, quella che, per amore, di chiappe ne vendette una fetta’.

Un gorgoglìo, in fondo alla gola, lo quietava prima di sgusciarsela recriminando”.

La Fiera settecentesca e il Sentierone. serie, riservata al mercato francese, fu stampata in tricromia dall’Istituto Italiano d’Arti Grafiche nel 1905 ca. (da “Bergamo nelle vecchie cartoline” di D. Lucchetti)

Con la fede e con i santi era però impossibile tendergli un agguato, e lo seppe, una sera, una certa Paola, famosa passeggiatrice, che tentandolo a sproposito ricevette in cambio una sberla ben assestata.

Sempre avvolto in un pastrano raccattato che gli arrivava alle ginocchia, continuò a cantare finché la voce non divenne fioca e scheggiata fino a ridursi in miseria: “dopo il giro col piattello in mano, notava i pochi centesimi raccolti, borbottava sostenendo che egli non meritava di esser schiavo o sottomesso ad alcuno, ma degno di rispetto nel suo intenso lavorìo di giudice delle malefatte altrui, che egli rivelava da cittadino cosciente ed ardito. Non scherzava lui e non mentiva, o buffoni”.

Persa quasi totalmente la vista, si aggirava per le vie della città accompagnato da una povera fanciulla, anch’essa mezza cieca, perpetrando tristemente “i racconti di giorni perduti, di sindaci morti da anni, del dazio sparito, di denari senza valore e di inutili bazzecole”.

Ebbe però un lampo di poesia alla morte di Antonio Locatelli, scomparso in un agguato in Africa mentre era in missione a Lekemti compiendo voli di ricognizione per far sì che le truppe italiane non cadessero nelle imboscate delle milizie dei Ras finanziati dagli inglesi.

1920 ca. Questa cartolina, con Antonio Locatelli ed il suo inseparabile S.V.A., non è una vera e propria cartolina commerciale, ma è interessante poichè sul retro porta il visto della “censura fotografica” militare. La più grossa impresa sportiva di Locatelli fu la “prima trasvolata delle Ande”. Compì l’impresa di andata e ritorno tra il 31 luglio ed il 5 agosto 1919, effettuando anche il primo servizio di posta aerea tra l’Argentina e il Cile” (da “Bergamo nelle vecchie cartoline” di D. Lucchetti)

Atterrato in una radura, fu ucciso a tradimento con tutto il suo seguito e del suo corpo non si seppe più nulla “e per ciò, come degli antichi eroi, ben si può dire che il suo corpo, forse arso, trapassò nei leggendari empirei del simbolo”. Ebbe a dire Bortolo Belotti.

Era il 1936 e per Bergamo fu un terribile trauma; anche il Merica, ormai vecchio e misero, lo pianse con dolore sincero.

“Il cuore, consunto, gli dettò una geremiade, mezzo angosciosa, mezzo gloriosa. Forse fu la sola e garbata elegìa sfociata in devoto dolore; la balbettava piangendo, sicuramente affranto:

Me pianze, me pianze,
l’è mort, l’è mort, ol poèr Tunì.
I la brüsat i nigher,
selvaggi de nu dì.
L’era grand e bu, mei del pà bianc.
Bel, bel coma un angelì.
Me pianze, me pianze, ol me poer Tunì”

Morì con un rammarico, quello di non saper comporre musica (“Potevo diventare un Donizetti”…). La morte lo colse all’inizio del 1943 dopo una breve malattia e fu annunciata da un necrologio dell’”Eco”: una colonna e mezza che l’avvocato Alfonso Vajana volle dedicare al povero cantastorie di San Tomaso.

Il Merica l’aveva invitato a comunicare la sua dipartita ai suoi ignari cittadini, nel momento in cui avrebbe per sempre posato la sua chitarra stanca: “Io lo compresi e lo feci con tenerezza. Del resto se l’era meritata…..: aveva servito, a modo suo, parecchie generazioni di bergamaschi, prodigando molto canto, attimi di serenità ed un po’ di sorriso”.

Contenendo a stento la tristezza, nell’angusta prigione del suo corpo breve e storto.

 

RIFERIMENTI

Geo Renato Crippa, Il “Merica, in “Bergamo così (1900 – 1903?)”.

Alfonso Vajana, “Uomini di Bergamo”, Vol II. Edizioni Orobiche, Bergamo.