Le origini dell’Istituto Italiano d’Arti Grafiche e la facciata dipinta in via Masone

Per capire le origini dell’Istituto Italiano d’Arti Grafiche, sono determinanti gli anni dal 1873, anno in cui sorge la società tipografica e casa editrice “Gaffuri e Gatti”, al 1893, anno della fondazione dell’Istituto Italiano d’Arti Grafiche, sorto in via S. Lazzaro – in luogo dell’odierno “Triangolo” – e trasferito  dal 1965 nel nuovo impianto di via Zanica: un’azienda che negli anni ha saputo contraddistinguersi per una produzione di altissima qualità e di rilievo internazionale: un’avventura editoriale senza pari, costellata dalle brillanti scelte imprenditoriali di Paolo Gaffuri (1849 – 1931), figura lungimirante intorno alla quale si articola il prestigio dell’azienda.

Paolo Gaffuri in un ritratto eseguito il 25 ottobre 1896. Nato a Bergamo nel 1849 da una famiglia modesta, a dodici anni iniziò a lavorare come apprendista tipografo. Ben presto la passione per il libro e la lettura lo portarono ad acquisire una buona cultura accompagnata da una sensibilità artistica e una grande perizia nell’industria tipografica. Fu stampatore ed editore. Nel 1883 fondò l’Istituto italiano d’Arti Grafiche che, grazie alle sue capacità, giunse a conquistare fama mondiale

Prima di fondare l’omonima società, Gaffuri e Gatti avevano lavorato insieme nella tipografia Pagnoncelli, un’officina situata in via S. Alessandro, dove poi si stabilì la Libreria Greppi e dove “bazzicavano il Fachinetti, il can. Finazzi, i bibliotecari Dossi e Tiraboschi e Pasino Locatelli, Gabriele Rosa, il conte Lochis ed altri egregi studiosi del tempo. Colà stamparono i loro primi lavori Angelo Mazzi, Elia Fornoni, l’ing. Ponzetti, Elia Zerbini ed altri” (1).

Via S. Alessandro (Raccolta Gaffuri, Biblioteca Civica di Bergamo)

Era una tipografia ottocentesca che portava avanti anche una propria attività editoriale e che per tenersi in vita sviluppava anche quella del commercio librario. In questa azienda Gaffuri era impiegato come commesso, mentre Gatti, come contabile.

Gaffuri aveva lavorato da Pagnoncelli a partire dal 15 settembre 1861, da quando cioè, dodicenne, era entrato come apprendista: nel 1864 era stato promosso a commesso della libreria con l’incarico di redigerne il catalogo.

Egli aveva iniziato una vera e propria formazione da autodidatta studiando sui testi a sua disposizione, in particolare il Manuel du libraire et de l’amateur de livres di Jacques Charles Brunet e l’Enciclopedia Pomba, oltre che leggendo i testi della libreria Pagnoncelli. E proprio il periodo formativo di Paolo Gaffuri rivestità un’importanza fondamentale nella fondazione e poi nella direzione dell’“Istituto Italiano d’Arti Grafiche”.

LA FONDAZIONE DELLA “GAFFURI E GATTI”

Ma un contenzioso tra Pagnoncelli e Bolis (2), che finì per indebolire entrambi gli editori, indusse Gaffuri a guardare altrove per individuare prospettive più sicure per il proprio futuro. La concomitante crisi finanziaria della tipografia Sonzogni di Bergamo alta, divenne per il ventiquattrenne Gaffuri e il suo collega Gatti, un’occasione per mettersi in proprio, e ai primi di agosto del 1873, entrambi lasciavano la tipografia Pagnoncelli per acquistare la tipografia Sonzogni, intraprendendo un nuovo cammino, quasi avventuroso, in un momento critico per la storia italiana.

Della tipografia Sonzogni, Luigi Pelandi specifica che si trattava di una piccola tipografia, che aveva i suoi torchi in via Gombito, di fronte alla scalinata di Piazza Vecchia

Neanche un mese dopo venivano definite le trattative per la modifica della ragione sociale della “Gaffuri e Gatti”, nata come società in nome collettivo e trasformata in accomandita semplice per l’ingresso di due soci accomandanti: i Fratelli Cattaneo, stampatori, e Federico Alborghetti (1825-1887), comproprietario-direttore del giornale “La Provincia Gazzetta di Bergamo” (nel 1877 trasformata definitivamente in “Gazzetta provinciale di Bergamo”, organo quotidiano del liberalismo moderato bergamasco).

Con l’ingresso dei nuovi soci, il capitale sociale della “Gaffuri e Gatti” veniva subito raddoppiato, passando dalle 16.000 lire iniziali a 32.000 lire. Dal 1° gennaio 1874 il giornale riportava il nome della nuova stamperia (3).

La nuova azienda definì subito la propria strategia editoriale e commerciale. Dal punto di vista delle scelte editoriali, le opere stampate nei primi anni erano prevalentemente costituite da studi di impostazione erudita e di argomento letterario, archeologico e artistico, e riflettevano chiaramente la fisionomia culturale degli autori, per lo più insegnanti e giornalisti. Si trattava di intellettuali attivi nelle istituzioni culturali cittadine, legati all’esperienza risorgimentale e caratterizzati da un orientamento politico liberale moderato, quasi sempre cattolici, attenti studiosi delle specifiche tradizioni culturali locali, delle quali si facevano nel contempo custodi e interpreti nel contesto postrisorgimentale (4).

NON SOLO TIPOGRAFIA: INIZIA LA STAMPA DEI CALENDARI (E SARA’ UN SUCCESSO)

Grazie all’esperienza maturata da Pagnoncelli, Gaffuri sapeva bene che per garantire sicurezza economica del neonato stabilimento tipografico, avrebbe dovuto da subito affiancare all’attività editoriale altre attività produttive e commerciali, fra le quali egli individuò la stampa dei calendari: un settore da cui era possibile ottenere commesse sicure e nel quale c’era carenza di offerta da parte dei concorrenti. Questo aspetto si rivelò fondamentale per il futuro professionale dello stesso Gaffuri (5).

Le ragioni principali di questa scelta dipendevano da una concomitanza di fattori. La crisi (6) della tipografia Sonzogni, rilevata da Gaffuri e Gatti, era stata innescata dalla perdita. all’inizio degli anni ’70, di una delle poche commesse sicure: la stampa della modulistica per le amministrazioni locali, fatto che costituì una ghiotta occasione per la tipografia dei F.lli Cattaneo (presente a Bergamo dagli anni ’50 ed ora consociata di “Gaffuri e Gatti”), che portò avanti tale attività diventando uno dei principali fornitori per le amministrazioni locali, dalle quali avevano ottenuto, quasi a condizioni di monopolio, anche la concessione della vendita dei calendari, che acquistavano sul mercato milanese per poi rivenderli nel territorio bergamasco,

Con la nascita della sua tipografia, Gaffuri aveva ottenuto dai consociati la stampa in proprio dei calendari, avvalendosi della litografia (di cui a quei tempi, a Bergamo, era attrezzata solo la tipografia Manighetti-Mariani).

La pubblicazione dei calendari si inseriva nel più ampio contesto della produzione, sia locale che nazionale, anche di almanacchi: un genere di largo consumo e di sicuro successo commerciale, anche grazie alle potenzialità didattico-divulgative insite in questo tipo di prodotti (Pelandi ricorda che il primo campionario di almanacchi eseguiti in litografia dai Gaffuri e Gatti è del 1877).

Alla produzione di calendari ben presto si affiancò la stampa di tappezzerie in carta, stampati per ufficio (block-notes, memorandum, ecc.) e altre tipologie simili, quali diari, ricettari, blocchi a sfoglio, ecc., e in particolare, dal 1878, i libri da messa e di preghiera, tutti prodotti che richiedevano attenzione anche all’aspetto grafico e decorativo.

Ne derivò un successo commerciale assai significativo. Per questo, accanto all’attività editoriale, la produzione tipografica commerciale finì per assumere un ruolo determinante nell’economia dell’azienda, che dal 1879 ebbe il suo primo rappresentante nel vicentino Pietro Robbioni.

L’ESPANSIONE DELL’ATTIVITA’ E IL TRASFERIMENTO DA BERGAMO ALTA A VIA MASONE

L’ampio ventaglio di prodotti rappresentati nel catalogo dell’azienda (cartoni per fotografi, attestati per scuole, assortimento di colli di bottiglie di vini e liquori, etichette e rubriche per cartoleria, sottomani in carta cerata, bordure in oro, chiaroscuro, a colori, a fiori, cartelli, campioni di fatture e cambiali, ecc.) consentì alla “Gaffuri e Gatti” di affermarsi e ampliarsi, tanto da cambiare la sede e trasferirsi da Bergamo alta a via Masone in Bergamo bassa, dove esisteva un vecchio stallazzo fra le case Piccinelli, di fronte all’attuale Palazzo delle Poste.

Casa Piccinelli in via Masone (Raccolta Gaffuri)

Preso in affitto lo stabile, la ditta ottenne che fosse rimesso a nuovo e ricoperto di dipinti a tempera e graffito dal pittore Giuseppe Carnelli, con allegorie rappresentanti le Arti Grafiche. Tale decorazione doveva fare intendere – per usare le parole di Luigi Pelandi – che là dentro l’arte della stampa in colore era coltivata e curata.

Facciata dello stabilimento “Gaffuri e Gatti” in via Masone, con le decorazioni  eseguite nel 1881 dal pittore Giuseppe Carnelli (Raccolta Gaffuri, Biblioteca Civica di Bergamo)

 

Versione in b/n della facciata dello stabilimento “Gaffuri e Gatti” in via Masone (Raccolta Gaffuri, Biblioteca Civica di Bergamo)

 

Particolare della facciata dello stabilimento “Gaffuri e Gatti” in via Masone, dipinta da Giuseppe Carnelli (Raccolta Gaffuri, Biblioteca Civica di Bergamo)

 

Particolare della facciata dello stabilimento “Gaffuri e Gatti” in via Masone, dipinta da Giuseppe Carnelli (Raccolta Gaffuri, Biblioteca Civica di Bergamo)

 

Particolare della facciata dello stabilimento “Gaffuri e Gatti” in via Masone, dipinta da Giuseppe Carnelli (Raccolta Gaffuri, Biblioteca Civica di Bergamo)

L’autore dei dipinti, il pittore Giuseppe Carnelli (1838-1909), era definito da Luigi Pelandi “artista di natura e d’istinto, maestro di ogni tecnica pittorica, tanto che per lui non esisteva alcun segreto né per la tempera, né per l’affresco o per la pittura a olio”. Per almeno sette anni Carnelli eseguì cartelloni, disegni, litografie, coi quali contribuì a fare la fortuna dello Stabilimento. Il pittore risiedette a lungo in via Broseta al numero 27 e pressoché di fronte abitava nei suoi anni giovanili Paolo Gaffuri, amicissimo di Carnelli.

Carnelli Giuseppe autoritratto

Come afferma il Pelandi, agli inizi degli anni ‘60 del Novecento tali decorazioni erano già sparite e stavano sparendo anche quelle della casa vicina, già dei nobili Piccinelli, rappresentanti dei bambini che danzavano o giocavano, eseguiti dal pittore Alberto Maironi. La casa di via Masone, già adibita a tipo-litografia Gaffuri, divenne più tardi la Scuola Tecnica Principe Amedeo Di Savoia (7).

Casa Piccinelli in via Masone (Raccolta Gaffuri, Biblioteca Civica di Bergamo)

Nella nuova sede la “Gaffuri e Gatti” poté finalmente aggiornare i propri impianti: dal 1880 si sviluppò quindi anche il settore cromolitografico.

Oltre alla vasta gamma proposta, a Gaffuri interessava affermarsi attraverso la qualità dei prodotti, sia commerciali che editoriali, che dovevano contemplare anche un fine estetico-educativo.

A questo scopo, accanto a incisori e stampatori tedeschi, egli chiamò a collaborare artisti e illustratori italiani di notevole rilievo, come Gabriele Chiattone e Cesare Tallone (all’epoca direttore dell’Accademia Carrara di Bergamo), o come i pittori bergamaschi Alberto Maironi e Giuseppe Carnelli, l’autore dei dipinti murali della sede di via Masone.

La “Gaffuri e Gatti” diventò così un’azienda all’avanguardia in Italia per la stampa cromolitografica e per il materiale illustrato in genere.

Sono suoi, infatti, i primi cartelloni murali per pubblicità italiani: quelli che pubblicizzano i pianoforti Ricordi e Finzi, i panettoni Bai e le Assicurazioni generali di Venezia. Sono della “Gaffuri e Gatti” anche le cromolitografie per il “Giornale per i bambini” uscito a Roma dal 1881 e diretto da Ferdinando Martini.

Manifesto pubblicitario dei pianoforti Ricordi e Finzi, disegnato da Aleardo Terzi (cromolitografia)

La qualità dell’illustrazione, dunque, divenne un aspetto centrale dell’azienda, tanto da suggerire già nel 1880 a Gaffuri, l’idea di realizzare una rivista illustrata di arte e letteratura, intitolata “La Cartella”, aperta a collaborazioni non legate all’ambito locale: un progetto non realizzato con la “Gaffuri e Gatti”, ma che anticipava idealmente la successiva esperienza di “Emporium”.

Nonostante i successi commerciali, le potenzialità dell’azienda dovettero però scontrarsi con le difficoltà di gestione e la sproporzione tra gli obiettivi che si volevano raggiungere e i mezzi finanziari a disposizione. Il successo commerciale degli inizi aveva infatti portato la “Gaffuri e Gatti” ad ampliare il capitale immobilizzato negli impianti, assumendosi con ciò un notevole impegno debitorio, non coperto dal capitale sociale, tanto che l’eccessiva esposizione finanziaria nel 1882 determinò la crisi dell’azienda.

A dieci anni di distanza dalla fondazione della “Gaffuri e Gatti e cioè nel 1883, i consociati F.lli Cattaneo rilevarono la società, ma, significativamente, mantennero il marchio e il nome dei predecessori come segno di continuità per un’azienda che si era fatta apprezzare sul mercato editoriale e tipografico.

Nacque così la “Fratelli Cattaneo successi Gaffuri e Gatti”, di cui Gaffuri, perduto il ruolo del socio, ne divenne il direttore, mentre – come ricorda Pelandi – Raffaele Gatti ritornò per pochi anni in Fiera, ove aprì una piccola tipografia ed un negozio di libri sulla fronte verso il Sentierone.

In tal modo Gaffuri si svincolava dalle questioni amministrative per potersi concentrare su ciò che più gli stava a cuore già dai tempi di Pagnoncelli: realizzare un vero e proprio progetto editoriale.

Litografi e stampatori dello stabilimento Gaffuri e Gatti con i prodotti del loro lavoro (20 aprile 1890)

Nonostante i fratelli Cattaneo intendessero passare in un futuro la nuova azienda ai nove figli, Gaffuri continuava a perseguire un obiettivo molto ambizioso: quello di svincolare la casa editrice dalla conduzione familiare dei F.lli Cattaneo per fondare una società per azioni anonima, dove i capitali di finanziatori esterni avrebbero consentito progetti di ben più ampio respiro. A tal fine, nel maggio del 1887 Gaffuri, attraverso una lettera-circolare rivolse un appello ai potenziali finanziatori, che conteneva già le premesse progettuali per l’istituzione di quello che, di lì a pochi anni, divenne l’IIAG. L’appello proponeva la costituzione di una società per azioni che, su base finanziaria solida, potesse rilevare l’azienda dei F.lli Cattaneo, dar luogo ad un potenziamento dell’attività tipo-litografica e, contemporaneamente, realizzare un più pieno e razionale uso degli impianti anche attraverso una rinnovata e solida produzione editoriale.

Giardino interno dell’Istituto Italiano d’Arti Grafiche, in via S. Lazzaro (Raccolta Gaffuri, Biblioteca Civica di Bergamo)

 

Giardino interno dell’Istituto Italiano d’Arti Grafiche, in via S. Lazzaro (Raccolta Gaffuri, Biblioteca Civica di Bergamo)

 

Giardino interno dell’Istituto Italiano d’Arti Grafiche, in via S. Lazzaro (Raccolta Gaffuri, Biblioteca Civica di Bergamo)

I F.lli Cattaneo, galvanizzati dal successo commerciale raggiunto e spinti dalla necessità di reggere la concorrenza, continuarono a ingrandire lo stabilimento, investendo una quantità di capitale superiore alle loro reali disponibilità, senza attuare un piano amministrativo che permettesse loro di tener sotto controllo la situazione economica, ma vivendo piuttosto alla giornata. Gaffuri vedeva chiaramente che tale politica societaria era destinata ad entrare in crisi non appena fosse diminuita la disponibilità del capitale finanziario. In pratica, l’azienda si trovava nella stessa situazione che, nel 1882, aveva determinato il passaggio dalla “Gaffuri e Gatti” alla società dei F.lli Cattaneo.

Veduta dalla terrazza dell’Istituto Italiano d’Arti Grafiche, in via S. Lazzaro (Raccolta Gaffuri, Biblioteca Civica di Bergamo)

A favorire la trasformazione della “F.lli Cattaneo successi Gaffuri e Gatti” in Istituto Italiano d’Arti Grafiche fu anche la questione della sede. I F.lli Cattaneo avevano una loro propria sede, e non avevano mai voluto accorpare in un unico stabilimento la loro azienda originaria con la ditta che avevano ereditato dalla “Gaffuri e Gatti”, la cui sede era nel centro di Bergamo.

Via S. Lazzaro, nei pressi dell’Istituto Italiano d’Arti Grafiche (Raccolta Gaffuri, Biblioteca Civica di Bergamo)

Così, quando la “F.lli Cattaneo successi Gaffuri e Gatti”, in fase di espansione, si era trovata nella necessità di trovare una sede più adeguata alle proprie necessità, i Fratelli Cattaneo si erano impegnati finanziariamente per acquistare nuovi locali dove trasportare gli impianti.

La storica sede di via S. Lazzaro dell’Istituto Italiano di Arti Grafiche (Raccolta Gaffuri, Biblioteca Civica di Bergamo)

L’amministratore della F.lli Cattaneo, Augusto Coffetti, era riuscito a trovare uno stabile in via S. Lazzaro, occupato da un setificio bergamasco poi fallito. La nuova sede era spaziosa e conteneva macchine ed attrezzi per le officine di tipografia, litografia, legatoria, verniciatura, con officine di falegnameria e meccanica. Il personale, tra operai, impiegati e “artisti”, comprendeva 350 persone.

La storica sede di via S. Lazzaro dell’Istituto Italiano di Arti Grafiche, in una delle fotografie custodite nell’archivio della società

 

Panorama dall’Istituto Italiano di Arti Grafiche in via S. Lazzaro (Raccolta Gaffuri, Biblioteca Civica di Bergamo)

 

Istituto Italiano d’Arti Grafiche, via S. Lazzaro, 1907. Laboratorio all’aperto in piena luce per i Chimigrafi

 

terrazza fotografica e fotomeccanica dell’Istituto Italiano d’Arti Grafiche. Mancando l’illuminazione elettrica, per molte operazioni si utilizzava la luce del giorno (foto e testo Raccolta Lucchetti)

E così, all’inizio del 1892, “trovato l’edificio, preparato il piano per una metodica suddivisione delle officine, degli ateliers, dei reparti, occorrevano i capitali sufficienti per dar vita al nuovo organismo, all’Istituto Italiano d’Arti Grafiche”. Tuttavia, proprio l’ampliamento aveva determinato ulteriori esposizioni finanziarie da parte dei Cattaneo, che non erano più in grado di sostenere i debiti contratti con le banche.

Il salone macchine tipografiche dell’Istituto (1890-1915)

 

Il reparto di Fotoincisione presso l’Istituto Italiano d’Arti Grafiche

 

Fotoincisori dell’Istituto Italiano d’Arti Grafiche (6 giugno 1913)

Per Gaffuri era giunto il momento per realizzare quel passaggio da azienda familiare a società per azioni già ipotizzato nel 1887. Il primo passo in questa direzione furono i contatti intrattenuti da Gaffuri con Lorenzo Limonta, presidente della Banca popolare di Bergamo, che, dal canto suo, sondò accuratamente le reali possibilità di sviluppo della casa editrice.

L’Istituto Italiano d’Arti Grafiche, via S. Lazzaro

 

Padiglione Arti Grafiche nel 1894 al castello sforzesco durante esposizioni Riunite

Primo tangibile risultato dell’incontro tra i due fu il fatto che venne subito sospesa la domanda di copertura dei crediti precedentemente avanzata dalla Banca popolare ai F.lli Cattaneo e, anzi, fu concessa una cospicua somma per portare a compimento la produzione di calendari e almanacchi, dal momento che la produzione era ormai giunta al milione di copie annue, considerate anche le esportazioni in America Latina.

Interno della legatoria dell’Istituto Italiano d’Arti Grafiche; la preparazione di una strenna per “La Patria degli italiani”, pubblicato a Buenos Aires per più di cinquant’anni (1890-1915) – (Raccolta D. Lucchetti)

Da parte loro, i Cattaneo avrebbero dovuto cedere l’azienda alla futura società qualora l’esercizio commerciale fosse risultato in attivo, come Gaffuri sosteneva. I Cattaneo tentarono in tutti i modi, nei mesi successivi, di evitare di dover cedere l’azienda, ma alla fine dovettero desistere.

Richard Vogel, il “primo stampatore litografo” dell’Istituto Italiano d’Arti Grafiche, festeggiato per il 25° anno d’impiego (giugno 1902)

 

Lo zurighese Paolo Kohberg nella sala di cromatura (22 agosto 1909)

 

Il bavarese Augusto Fentsch, capo della sezione fotomeccanica

 

Gino Amati e Cesare Villa: due maestri di fotografia e di fotocromia, dipendenti dell’Istituto Italiano d’Arti Grafiche (Raccolta Lucchetti)

La costituzione della nuova società, denominata “Istituto italiano d’Arti Grafiche”, divenne ufficiale dal 24 giugno 1893, data del rogito notarile. Tra i fondatori figuravano undici nomi, provenienti dal mondo delle professioni di Bergamo e provincia, anche se i soci effettivamente sottoscrittori del capitale sociale iniziale furono solo cinque; tra i nomi figuravano naturalmente anche quelli di Limonta e Gaffuri, il quale ultimo venne nominato direttore generale. Luigi Caldirola ricoprì la carica di direttore tecnico e Giovanni Cottinelli quella di direttore amministrativo oltre ad esser nominato, poco tempo dopo, anche vicepresidente. Il primo presidente del consiglio d’amministrazione fu lo stesso Limonta, in carica fino alla morte, avvenuta il 15 novembre 1911.

Reparto disegnatori dell’Istituto Italiano d’Arti Grafiche. Come si evince dal nome stesso dell’istituto, intitolato alle Arti grafiche, la principale peculiarità dello stabilimento editoriale fondato a Bergamo nel 1893 fu la poligrafia artistica, nella quale l’IIAG riuscì ad acquisire una posizione d’eccellenza nelle tecniche della riproduzione a stampa (litografia, cromolitografia, fotolitografia, ecc.), potenziando e valorizzando il ruolo dell’illustrazione nelle sue produzioni editoriali, distinguendosi anche per l’attenta e spesso raffinata cura editoriale con cui venivano realizzati libri e riviste (Raccolta D. Lucchetti)

 

Don Clienze Bortolotti, direttore de “L’Eco di Bergamo” dal 1903 al 1925, in visita all’Istituto

Da questo momento iniziava una nuova vicenda per l’istituto editoriale, i cui sviluppi editoriali si intrecciano con l’esperienza della rivista illustrata “Emporium”, stampata a partire dal 1895, che si rivelerà, nel lungo termine, uno strumento efficace di propaganda dell’attività editoriale dell’Istituto. Una prova ulteriore, in tal senso, è costituita dal fatto che, nel 1892, cioè appena un anno prima della fondazione dell’IIAG, l’azienda diretta da Gaffuri aveva assunto la stampa della rivista illustrata “Arte italiana decorativa e industriale” diretta da Camillo Boito.

A partire dal 1895, con Arcangelo Ghisleri Gaffuri ideò e pubblicò presso l’Istituto, la rivista “Emporium”, che riscosse un notevole successo internazionale per la novità dei contenuti, la qualità della veste grafica, l’importanza data alle immagini, la vastità di orizzonti, implicita nel sottotitolo “Rivista mensile illustrata d’arte letteratura scienze e varietà”. La rivista uscì fino al 1964. Negli anni Venti divennero frequenti le copertine d’autore, firmate dal disegnatore; sempre diverse fino ai primi anni Trenta, rifletterono gli stili dell’epoca. Dal 1932 le copertine divennero solo grafico-pittoriche; dal 1937 riportarono fotografie di opere d’arte e dal 1942 non vennero più illustrate ma solo colorate per annata. Parteciparono alla realizzazione delle copertine i più importanti grafici e illustratori italiani: Giovanni Guerrini, Publio Morbiducci, Leonella Nasi, Giulio Cisari, Erberto Carboni, Diego Santambrogio, Giulio Rosso, e soprattutto Ugo Nebbia (sue le copertine di soggetto bellico) e Fortunato Depero

 

Il salone macchine tipografiche dell’Istituto (1890-1915)

 

Uno scatto leggermente diverso, eseguito negli stessi istanti

Del resto, l’attenzione all’aspetto artistico era non solo già stata posta pubblicamente con la qualità grafica di moltissimi prodotti della “Gaffuri e Gatti” prima e della “F.lli Cattaneo successi Gaffuri e Gatti” poi, ma reso evidente anche in termini visivi sulla facciata della vecchia sede di via Masone, decorata appositamente per mettere in evidenza proprio le “Arti grafiche”. Ricorda Luigi Pelandi che al nuovo, complesso organismo, quando dovette assumere l’aspetto commerciale di un’azienda “anonima”, fu dato il nome di “Istituto”, perché le istituzione delle “Arti Grafiche” vi dovevano trovare costante asilo, inserendo il beneficio commerciale e industriale su di un costante progresso tecnico di tutti i rami coltivati. Quello che altrove sarebbe stato superfluo, qui fu sentito indispensabile.

Istituto Italiano d’Arti Grafiche

Gaffuri diresse l’istituto fino al 1910. Raccolse una collezione, dispersa tra l’Accademia di Brera, la sede milanese del Touring Club Italiano e la Biblioteca Angelo Mai, che “deve essere considerata come una fonte importante, e in larga parte inesplorata, di informazioni sull’editoria popolare” (8).

La regina Margherita in visita all’Istituto Italiano d’Arti Grafiche nel 1906 (Raccolta Gaffuri, Biblioteca Civica di Bergamo)

 

1913: visita del re Vittorio Emanuele III all’Istituto Italiano d’Arti Grafiche. Questa fotografia, probabilmente eseguita da Cesare Villa, fu consegnata al re prima che lasciasse l’Istituto. Data l’epoca – scrive Lucchetti – il fatto è da ritenersi eccezionale (Raccolta di cartoline  D. Lucchetti)

 

Il re Vittorio Emanuele III in visita all’Istituto Italiano d’Arti Grafiche (1913)

 

Due ali di folla, con bandiere, applausi e grida di “Viva il re”, al passaggio a Porta Nuova del corteo con l’auto – scortata dai carabinieri in bicicletta – con Vittorio Emanuele III in visita alla città  il 23 settembre 1913. In quell’occasione, il re presenziò anche all’inaugurazione del monumento a Cavour; alla posa della prima pietra dell’lstituto Tecnico in foro Boario e alla Cappella Colleoni, quando egli domandò: “in quale sarcofago è il corpo del condottiero? Nessuno gli seppe rispondere e nacque cosi il dilemma del cadavere scomparso, avallato da una sommaria ispezione (da “Fotografi pionieri a Bergamo” di Domenico Lucchetti. Foto di Don Giuseppe Locatelli  

Nonostante i brillanti successi in termini culturali e in seguito a rilevanti cambiamenti nella gestione della società, nel 1915 Gaffuri venne licenziato dalla società da lui stesso creata, sostituito da Ezio Sangiovanni. Grande fu il suo rammarico: “Sortirò dall’azienda che ho creata, povero, cacciato con le forme più odiose […] espulso come un ingombro, perseguitato […] poi sarà quel che sarà per me e per l’Istituto”, scriveva con amarezza il 25 febbraio di quello stesso anno ad Arcangelo Ghisleri.

Foto ricordo degli impiegati a Paolo Gaffuri (26 giugno 1915)

 

L’uscita dei lavoratori per la pausa pranzo

Bergamo, a riconoscenza delle sue grandi capacità imprenditoriali e editoriali che portarono la cittadina al centro dell’editoria lombarda, gli intitolò una via nel quartiere di Loreto. La morte lo colse nel 1931 e la casa natale lo ricorda in un’epigrafe.

NOTE

(1) Luigi Pelandi, “Attraverso le vie di Bergamo scomparsa. III. Il Borgo S. Leonardo”. Banca Popolare di Bergamo. Co-Editore: Edizioni Bolis. Bergamo, 1965 (Collana di studi bergamaschi).

(2) Come spesso accadeva a quei tempi, accanto all’attività tipografica e ad una propria attività editoriale, per tenere in vita l’azienda, soggetta alla dura concorrenza del mercato locale, la Pagnoncelli sviluppava anche quella del commercio librario. Ma tra il 1868 e il 1871, gli editori Pagnoncelli e Bolis si contesero la stampa dei quotidiani locali e la relativa concessione degli Atti giudiziari. Contenzioso che finì per indebolire entrambi gli editori e indusse Gaffuri a cercare prospettive più sicure per il proprio futuro (Anna Martinucci. Università degli studi di Milano, “Le origini dell’Istituto italiano d’arti grafiche: per un’illustrazione di qualità”).

(3) Luigi Pelandi scrive che dopo l’acquisizione della tipografia Sonzogni, “La società Gaffuri e Gatti prese in affitto otto botteghe in Fiera dal signor Marco Spinelli. Esse vennero subito adattate ad uso officina ed ivi collocati i banchi di tipografia, il materiale ed i torchi già Sonzogni. In altra tresenda, e precisamente di faccia all’Intendenza di Finanza, era venuta ad installarsi una piccola tipografia per la stampa della “Provincia Gazzetta di Bergamo”, amministrata da Licurgo Spinelli, un buon patriota, ma catttivo amministratore. Il dottor Felice Alborghetti, direttore e comproprietario del giornale, propose ed ottenne dalla nuova società la gestione e la stampa del periodico; infatti il 1° gennaio del 1874 il giornale porta il nome della Stamperia Gaffuri e Gatti” (Luigi Pelandi, “Attraverso le vie di Bergamo scomparsa. II. La strada Ferdinandea”. Banca Popolare di Bergamo. Co-Editore: Edizioni Bolis. Bergamo, 1963. Collana di studi bergamaschi).

(4) Tra i titoli di questi primi anni si possono ricordare: Pasino Locatelli, I casi di Bernardo Strozzi: pittore genovese, 1875, appartenente alla collana “Nuova collezione di novellieri contemporanei”; Antonio Tiraboschi, Usi pasquali nel Bergamasco, 1878; Emile Zola, Il Capitano Burle, prima traduzione italiana di Augusto Barattani, 1881; Elia Zerbini, Angelo Mai e Giacomo Leopardi, 1882. Tra i testi stampati nel catalogo “Gaffuri e Gatti” figurano anche pubblicazioni d’occasione, come il volume del 1875 dedicato a Gaetano Donizetti e Johann Simon Mayr, tipiche glorie culturali locali da valorizzare nel contesto nazionale (Anna Martinucci. Università degli studi di Milano, “Le origini dell’Istituto italiano d’arti grafiche: per un’illustrazione di qualità”).

(5) Pelandi ricorda che “ad incisore litografico della nuova sociatà era stato assunto un recluso delle carceri di S. Francesco, certo Dolfin, condannato per fabbricazione di biglietti falsi. Abilissimo disegnatore, il recluso fece scuola al primo gruppo di incisori bergamaschi, i quali ben presto diedero prove di buon gusto e di padronanza del nuovo sistema di riproduzione, tanto che dai calendari a semplici ornamenti si passò ben presto a quelli a figura ed a composizione” (Luigi Pelandi, Attraverso le vie di Bergamo scomparsa. II. La strada Ferdinandea”. Op. Cit.).

(6) La vita precaria delle tipografie locali era caratterizzata da un’alternanza di passaggi, scanditi da cessione ad altri tipografi o da successioni ereditarie. Prima di diventare “Gaffuri e Gatti”, la tipografia Sonzogni aveva attraversato varie fasi: nata nel 1804 come tipografia di Ignazio Duci, questi l’aveva ceduta a Luigi Sonzogni, al quale era succeduta la figlia Angela sposata Salvi. Per il sostanziale disinteresse del marito di quest’ultima (Domenico Salvi detto “Fidelì”, specifica Luigi Pelandi) e per incapacità organizzativa, la tipografia Sonzogni aveva perso, all’inizio degli anni ’70, una delle poche commesse sicure: la stampa della modulistica per le amministrazioni locali, attività svolta già durante la dominazione austriaca. La stampa della modulistica venne immediatamente colta come occasione di lavoro dalla tipografia di Pietro Cattaneo, presente a Bergamo dagli anni ’50, che pubblicava un giornale locale per conto di Pagnoncelli (Anna Martinucci. Università degli studi di Milano, “Le origini dell’Istituto italiano d’arti grafiche: per un’illustrazione di qualità”).

(7) Luigi Pelandi, “Attraverso le vie di Bergamo scomparsa. II. La strada Ferdinandea”. Op. Cit.).

(8) Edoardo Barbieri, Francesco Novati e l’editoria popolare, in Produzione e circolazione del libro a Brescia tra Quattro e Cinquecento. Atti della seconda Giornata di studi: ” Libri e lettori a Brescia tra Medioevo ed età moderna”, Brescia, Università Cattolica del Sacro Cuore, 4 marzo 2004, a cura di Valentina Grohovaz, Milano, Vita e Pensiero, 2006, p. 146.

Da: Anna Martinucci. Università degli studi di Milano, Le origini dell’Istituto italiano d’arti grafiche: per un’illustrazione di qualità.

L’amore scritto sui muri (di Bergamo), negli scatti di Giuseppe Preianò

Chi conosce lo street photoghrapher Giuseppe Preianò – definizione già di per sé riduttiva se rapportata alla sua copiosissima e diversificata produzione – sa che per lui la fotocamera non è un aggeggio da riporre la sera in una custodia e riprendere la mattina, ma è un prolungamento della sua mente, uno strumento attraverso il quale – da sempre -, riprende costantemente il mondo che lo circonda e senza mai separarsene. Egli è praticamente nato con la fotocamera in mano, ed anzi, l’aggeggio era già presente in lui a livello di memoria  prenatale.

Come abbiamo avuto modo di osservare qui, egli riprende la realtà così com’è, con estrema obiettività, senza necessariamente “tirare” l’immagine con artifici da post-produzione, forte della sua decennale ed ormai consumata esperienza nel campo dell’analogico, e probabilmente anche per scelta personale.

Ne risulta un’immagine netta e scevra da ogni orpello od ostentato virtuosismo, che restituisce il reale al reale, risultando per questo, a seconda dei casi, ancor più graffiante ed ironica, seria o drammatica, istrionica o irriverente. Perché è la realtà stessa a manifestarsi e ad evidenziarsi, senza bisogno che il fotografo ne snaturi l’essenza.

Questa volta Preianò ci regala una lunga carrellata di immagini risalenti al 2000, che ho suddiviso in due tranche tematiche di cui quella qui proposta appartiene alla sfera dei graffiti “metropolitani”, questa volta dedicati all’amore: è la realtà che il nostro sguardo incontra ovunque e che il più delle volte ci limitiamo a guardare senza però mai “vedere”.

Osservate in sequenza, come in un’operazione di “quantificazione”, le immagini acquistano un che di unico e  suggestivo, invitando l’osservatore a coglierne l’insieme (e qualche volta, a sorridere).

Del resto, è San Valentino.

Tra Valverde e la Conca d’Oro, nei verzicanti Colli, fra distese di orti e coltivi e bontà locali

Le ortaglie nascoste fra i giardini di Monte Bastia

fotografie di Claudia Roffeni

Nella rigogliosa macchia verde che dalle spalle di Città Alta si allunga fino a toccare il colle di Sombreno, trionfa una minuta orditura vegetale, per lo più addomesticata, che nei secoli ha cesellato i pendii ridisegnandone le forme, in un mirabile equilibrio sospeso tra natura ed artificio.

La trama degli orti e dei coltivi nell’anfiteatro della Conca d’Oro

 

Coltivi lungo la Scaletta delle More

Se verso nord il versante è più boscoso, selvaggio e in prevalenza ombroso, in quello esposto a mezzogiorno, più luminoso e soleggiato, l’uomo ha coltivato per secoli variegate ortaglie, alberi da frutto, olivi, vigneti ed anche gelsi, mentre più in basso biondeggiavano piccoli o grandi appezzamenti di frumento e di granoturco, curati dai mezzadri o da piccoli proprietari che nella bella stagione improvvisavano una “frasca”.

La sella di San Sebastiano, un tempo occupata dalla storica frasca dei Rapizza, circondata da vigneti

Qui gli avventori consumavano quel tanto che la natura elargiva sul posto, accompagnando le saporite pietanze con l’aspro vinello dei colli.

Vigneto sui Colli di Bergamo

 

La vigna ad Astino

 

Vigneto ai piedi dei Torni

Se questi ambienti agresti di lontana memoria sono completamente scomparsi, o nel migliore dei casi rimpiazzati dagli “agriturismi”, fra Città Alta e Colli dominano ancora gli spazi aperti dei giardini, delle ortaglie e dei coltivi, in un meraviglioso intreccio di balze, terrazze e salite innervate da scalette, che si inerpicano in alto, lungo i versanti immersi in un bucolico scenario.

L’incanto dello Scorlazzino con i suoi coltivi

 

Dalla Scaletta di via del Rione

 

Tra la città murata e la Conca del Paradiso l’olivo cresce rigoglioso, felicemente riproposto anche nei terreni sottostanti le Mura

Così è nell’ampia conca che si apre grandiosa sotto le mura, fra la città alta e la Conca d’Oro, e così è nella conca di Astino e ovunque la dolcezza del clima lascia prosperare esemplari tipici dell’ambiente mediterraneo come il fico, il corbezzolo, l’olivo e la vite, coltivata da secoli non solo a mezzogiorno ma anche lungo i terrazzamenti più felicemente esposti del versante settentrionale, come in Valmarina, Valverde e Castagneta.

Il Corbezzolo lungo la scaletta di Colle Aperto in direzione Orto Botanico

 

La maestosità del Corbezzolo lungo la scaletta di Colle Aperto

 

I frutti del Corbezzolo lungo la scaletta di Colle Aperto

Anche i muri e i muretti dei Colli protetti dai venti freddi invernali riservano gradite sorprese, ospitando fra gli anfratti numerose specie spontanee o naturalizzate che dischiudono un mondo meraviglioso: talvolta sconosciuto ma meritevole di cure e di attenzioni.

Una pianta di Cappero in via Sudorno verso i Torni, accanto alla salita gradinata dello Scorlazzone

E non stupisce che sui muri di via degli Orti in Borgo Canale – la conca “contadina” per eccellenza – oppure nella vicina via Sudorno, si trovino grandi esemplari di Cappero, riconoscibilissimo dagli splendidi festoni che si dischiudono nella maturità dell’estate.

Un primo piano sul Cappero di via degli Orti

 

Foglie di Cappero, in via degli Orti

 

Via degli Orti: pianta di Cappero

Proprio sui muretti che sostengono i terrazzamenti sparsi qua e là lungo il reticolo dei colli, trovano ospitalità molte specie di tipo mediterraneo, come le borraccine e la cedracca, una felce dalle fronde carnose coperte sulla pagina inferiore da squame argentee.

Un arbusto di lavanda sul muretto della Scaletta di via del Rione

 

Fioriture spontanee lungo la Scaletta di via del Rione

Nella parte bassa dei muretti possiamo facilmente incontrare il finocchio selvatico, dalle foglie aromatiche e capillari, la rucola, la campanula siberiana, la pervinca maggiore ed anche numerosi tipi di aglio, che si accompagnano alle vistose fioriture del geranio sanguineo, alla salvia dei prati e al verde dorato di numerose graminacee, indicatrici di habitat macrotermici.

Flora spontanea lungo il sentiero di via del Rione, presso le Case Moroni

 

Sui Colli di Bergamo non è infrequente incontrare alberi da frutta, anche spontanei, che in primavera regalano delicate fioriture

 

Rosmarino

Se percorrete il sentiero della Madonna del Bosco nella tarda primavera, ai piedi del muro di cinta del giardino di Villa Bagnada potrete notare ciuffi di profumata melissa e generose macchie di erba cipollina, mentre fra i rovi del lato opposto fanno capolino grovigli di teneri loertis, germogli di luppolo creduti “asparagi selvatici”: quelli veri, da guardare e non toccare, se ne stanno nei paraggi, ben nascosti al centro di cespugli di pungitopo, il sempreverde dalle bacche rosse la cui raccolta è vietatissima.

Villa Bagnada, sul versante meridionale della Madonna del Bosco, costeggiata da un sentiero boschivo

L’olivo prospera soprattutto verso ovest, ben esposto anche sulle larghe terrazze secolari di Astino, dove rappresenta un vero e proprio ritorno dal momento che qui esisteva il podere Monte Oliveto, in linea con la lunga tradizione sui colli di Bergamo.

L’impianto attuale dell’oliveto di Astino, disteso sui terrazzamenti, è formato da circa 130 piante, di cui le più vecchie hanno 15 anni e discendono da un progetto LIFE del Parco dei Colli. L’oliveto è affidato all’Associazione Interprovinciale Olivicoltori Lombardi ed è condotta dall’Azienda Agricola Il Castelletto

 

Nella Conca di Astino esisteva il podere Monte Oliveto, in linea con la lunga tradizione sui colli di Bergamo

Con tutte le varietà coltivate – in prevalenza Leccino, Sbresa e Frantoio, cui si aggiungono esemplari di Pendula del Sebino, Pendulino, Maurino e Muraiolo – si produce l’olio D.O.P. Laghi Lombardi, un olio naturalmente biologico, fruttato e leggero, che profuma di erba fresca lasciando un retrogusto sia di mandorla verde che degli aromi che vi crescono intorno.

Veduta sulle coltivazioni della Conca di Astino, con al centro il monastero vallombrosano

LA CONCA D’ORO

Passeggiare nel tripudio degli orti distesi lungo le terrazze della Conca d’Oro è un’esperienza unica. L’ampio anfiteatro che si apre a occidente della città, tra il crinale di Sant’Alessandro e la selvosa punta di San Matteo – che s’intravede da lontano coi suoi cipressi francescani -, regala all’avventore emozioni uniche.

La Conca d’Oro, distesa tra i contrafforti di Borgo Canale e il Colle della Benaglia, è sorvegliata amorevolmente dal colle di San Vigilio e dalla Bastia

Le sue verzicanti pendici sono coltivate da tempo immemore riportando alla mente le ceste ricolme di ortaggi portate dai contadini lungo le scalette che innervano la conca: Santa Lucia Vecchia, Paradiso, Fontanabrolo e scaletta delle More, sovrastate lungo il versante che sale a Sudorno e a San Vigilio rispettivamente dallo Scorlazzino e dallo Scorlazzone: ben sei – non c’è che dire -, cui andrebbero aggiunte la Ripa Pasqualina – che raccorda Astino a Sudorno – e la brevissima scaletta Bellavista!

Orti nella Conca d’Oro

Lungo queste splendide architetture gradinate dal tipico selciato dei colli, andavano su e giù i contadini trasportando il raccolto gelosamente coltivato fra i muriccioli a secco, a volte con l’aiuto di animali da soma; il rudimentale ma efficace sistema di raccolta delle acque garantiva l’apporto necessario per le coltivazioni.

Lungo la Scaletta delle More – Conca d’Oro

Sono davvero poche le zone della Lombardia che oggi possono reggere il confronto con tali bellezze e con il numero pressoché infinito delle mete tanto sospirate da bergamaschi e da turisti, che nella loro quiete e frescura trovano il meritato riposo e refrigerio alla canicola dei periodi estivi, godendo ad ogni piè sospinto di scorci mozzafiato.

Ortaglie e coltivi nella Conca d’Oro, ai piedi di Borgo Canale

 

Le serre al di sotto di via degli Orti

Volendo salire sul cocuzzolo di San Vigilio in un tardo pomeriggio spazzato dal vento, si può godere di quei tramonti rosseggianti e lasciarci il cuore. Da lì, sembra quasi di toccare con la mano la punta del Monviso e il profilo del Monte Rosa, che si staglia maestoso sulla linea dell’orizzonte: quegli stessi tramonti che ammaliarono Hermann Hesse quando, agli inizi del Novecento, venne in visita a Bergamo. E, naturalmente, con le cupole e le torri di Città Alta.

E fu proprio qui, nella conca protetta dal “tramontano” – il più vivo, rigido e molesto dei venti a Bergamo – che fu scelto di costruire negli anni Trenta il grande Nosocomio affacciato sulla splendida teoria dei palazzi severi, dalle chiese maestose e dai campanili solenni che profilano il paesaggio collinare.

L’Ospedale Maggiore, ai piedi della Conca d’Oro

Prima d’allora, la Conca d’Oro era una distesa agricola ricca di cascine ed orti, con biondi campi di grano, gialli spazi di ravizzone, giallo oro di gelsi in autunno, rogge correnti d’acqua e fonti: una valle caratterizzata dalla mitezza del clima per la fortunata esposizione; uno dei territori più ameni e fecondi che alla fine dell’Ottocento circondavano la città.

Una distesa di grano nella Conca d’Oro. Le colture dei grani erano frequenti sui ripiani delle balze e negli appezzamenti dello zoccolo posto alla base dei Colli (Racc. Gaffuri)

Soprattutto a ponente, grazie al particolare microclima di questo versante baciato dal sole, permangono numerosi appezzamenti che ammiriamo dai Torni e dalle stesse Mura, con le splendide geometrie di colture radenti il suolo, con le pezzature cromatiche di grande effetto e gli olivi ormai decennali, dediti alla produzione di olio EVO di ottima qualità.

Alberi d’Olivo dalla Scaletta delle More

 

Oliveto all’imbocco della Scaletta di Fontanabrolo

 

Oliveto all’imbocco della Scaletta di Fontanabrolo

Sono, questi, i pendii che verdeggiano anche a dicembre, colpiti dal sole basso sull’orizzonte che aiuta le colture nelle ampie ortaglie storiche lungo via San Martino della Pigrizia e Borgo Canale e che danno ancora reddito alle ultime famiglie depositarie di uno dei pochi prodotti tipici locali: la Scarola dei Colli, una particolare insalata che si raccoglie d’inverno sui pendii soleggiati di San Martino alla Pigrizia.

La Scarola dei Colli di Bergamo (a destra dell’immagine), è coltivata a pochi passi dalle mura della Città Alta, in una conca che ancora mantiene un’impronta rurale

Ad esse si alternano coltivazioni floreali che trovano immediato smercio presso i fioristi in città o al mercato ortofrutticolo presso la Celadina, anche se è incessante l’approvvigionamento dalla riviera ligure delle plantule più comuni da crescere: geranei, violette, begonie o roselline perfette per un bouquet da sposa.

LA SCAROLA GIGANTE DEI COLLI DI BERGAMO: CHIARA, DOLCE E CROCCANTE

Appena fuori le mura veneziane si produce ancora la Scarola Gigante bergamasca, che ha trovato fortuna nella Conca d’Oro, dove in inverno riluce sui larghi fazzoletti di terra.

Per vederli, si oltrepassa la cinquecentesca porta Sant’Alessandro percorrendo via Borgo Canale fino a via San Martino della Pigrizia al civico 2, dove si prende una stradetta acciottolata da Giuseppe Bonacina in persona, da tutti conosciuto come Bepi: uno dei pochi produttori rimasti, insieme al figlio Michele, che da 75 anni porta avanti l’attività con i cugini Martino, Franco e Angelo Viscardi.

Le coltivazioni di Scarola in via San Martino della Pigrizia, a fianco della Scaletta delle More

E’ grazie a loro se possiamo ancora ammirare lo spettacolo dei verdi campi di indivia scarola, un ortaggio a rischio di estinzione, oggi tutelato da un disciplinare nel quale l’aggiuntiva “dei Colli” è permessa solo per il prodotto coltivato all’aperto sui colli della città.

Le coltivazioni di Scarola in via San Martino della Pigrizia, a fianco della Scaletta delle More

 

La scarola dei Colli di Bergamo si distingue dalle altre varietà in commercio per il particolare processo di imbiancatura delle foglie interne

A rendere unica questa prelibatezza che trova le sue origini intorno a Bordeaux, in Francia, il sapere antico dei contadini locali e un mix di fattori ambientali, e cioè l’esposizione ottimale che la protegge dai freddi venti invernali tenendola al sole dalle otto alle cinque della sera; il terreno non argilloso ma ricco di sassolini che le permettono di stare per quattro lunghi mesi in campo aperto, senza ghiacciare.

Per poter crescere e prosperare infatti, la Scarola Gigante dei Colli di Bergamo ha bisogno di tanto freddo, per questo la si pianta, a seconda del clima, tra fine agosto ed inizi ottobre e la si lascia nel terreno per almeno quattro mesi. Il suo segreto è quindi restare al freddo il più possibile, tanto che la scarola di gennaio o di febbraio è sempre la più buona.

E’ proprio questa lunga permanenza all’aperto, insolita per un’insatata, a permetterle di iniziare ad acquisire il tipico sapore profondo.

Ma ciò che la rende speciale è la messa al buio per 7-12 giorni dopo la raccolta: o disponendola sotto terra coperta da teli oppure, come fa Giuseppe, riposta sotto “materassi” di fieno all’interno di una serra o di una cantina, dove subirà quel singolare processo di imbianchimento che renderà il suo cuore candido più fragrante e croccante e il sapore delicato: una scoperta avvenuta casualmente nel Dopoguerra e di cui oggi ringraziamo Giuseppe Bonacina (coadiuvato dalla paziente moglie Maria) nonché gli zii, pionieri di questa antica tecnica di produzione a mano, imitata da tutti gli ortolani che in gran numero lavoravano ed abitavano qui, in collina.

Dopo la raccolta, viene lavata e venduta all’ingrosso fin quasi a primavera, a circa 3 euro al kg.

Il modo migliore per apprezzarne il sapore è consumarla fresca, solo con olio, sale e aceto, magari accompagnata da un buon formaggio locale. Altrimenti si può gustare anche cotta, quando rilascia quel suo gusto così deciso: dalle torte salate, alle minestre, ripiena, sulla pizza, o servendola con polenta e maiale o con formaggio Branzi, prodotto d’eccellenza tipico della Val Brembana

Ma grazie al favorevole microclima, su questi terrazzamenti prosperano anche zucchine, fagiolini, cetrioli bianchi e teneri cornetti gialli: una delizia per il palato.

L’OLIO DELLE MURA VENEZIANE A VALVERDE: POCO MA PREZIOSO

La cascina Cerea a Valverde

Anche se l’olivo trova maggior fortuna a sud, agli esemplari citati sotto le mura o ad Astino vanno aggiunti quelli piantati più recentemente dall’azienda agricola della famiglia Cerea a Valverde, che si affiancano alla tradizionale coltivazione della vite.

Il pendio di Valverde in un’immagine di repertorio

A Valverde la tradizione resiste a dispetto dei cambiamenti che hanno portato al graduale abbandono delle famiglie contadine dal dopoguerra in avanti: qui, in questo paradiso verdeggiante che ha per sfondo la Città Alta dominata dall’altissima Torre del Gombito, sono ormai cinque generazioni che la famiglia Cerea, titolare dell’omonima azienda, continua a lavorare la fertile terra che si estende all’ombra delle mura veneziane, dove i fratelli Giuseppe (65 anni), Arcangelo (69), Giancarlo e Lucia ricavano del buon vino rosso, olio extravergine d’oliva di qualità ed anche un po’ di frutta.

Coltivi tradizionali a Valverde, ai piedi delle mura veneziane e attorno alla porta di San Lorenzo

Un tempo, era il padre degli attuali titolari ad occuparsi di tutto: della terra, delle mucche e dei maiali. Oltre alla vigna, sulle balze che arrivano sin quasi a toccare Porta San Lorenzo prosperavano il grano, il granoturco e tantissimi gelsi per i bachi da seta; gelsi con frutti bianchi leggermente aciduli e frutti neri, di cui non è rimasta nemmeno l’ombra.

Oggi, sono soprattutto i fratelli Arcangelo e Giuseppe ad occuparsi dell’azienda, coadiuvati da parenti e amici nei periodi di maggior lavoro.

Un’incredibile distesa di gelsi nella valletta di Valverde (Racc. Gaffuri)

L’ettaro scarso dello storico vigneto terrazzato all’ombra di San Lorenzo è coltivato dai Cerea dal lontano 1871, da quando la famiglia è proprietaria della “Cà de Sass”, la vecchia cascina costruita per lo più con sassi e pietre ed oggi abitata da uno dei quattro fratelli.

La cascina Cerea a Valverde, in via Maironi da Ponte 2, era in origine più piccola e apparteneva ai conti Roncalli, che detenevano le case di Colle Aperto. L’edificio è noto anche come Ca’ del Sòi, per essere stato in passato sede di una storica lavanderia grazie alla presenza di un rio che lambisce le vicinanze

Nel 1998 l’azienda ha reimpiantato solo filari di uve rosse, ricavando annualmente circa 25 quintali di uva, pari a 3 mila bottiglie.

L’oliveto e il vigneto di Valverde

Tre le tipologie di vino prodotte: Merlot in purezza, Cabernet Sauvignon in purezza e l’etichetta derivante dalla vecchia cascina: il Cà de Sass, un taglio bordolese dei due vini, la cui formula è quella del Valcalepio Rosso.

Lo storico vigneto della famiglia Cerea

Parte della produzione viene consumata in famiglia o da amici mentre il resto, etichettato a mano, è venduto a conoscenti.

Alcune immagini della vendemmia a Valverde nel 1990, all’ombra di Porta San Lorenzo, dove la famiglia Cerea conduce l’attività agricola da cinque generazioni

Dal 2000, a far compagnia al vigneto e agli alberi da frutto posti ai piedi della “Montagnetta” vi sono 150 piante di olivo, poste amorevolmente in una zona che, a detta degli esperti, si presta a tale coltivazione. Le piante messe a dimora sono di diverso tipo: Leccino, Pendolino, Frantoio, Leccio del corno, Grignano e la Sbresa, una varietà autoctona bergamasca messa a dimora in epoca più recente.

L’oliveto di Valverde, ai piedi del baluardo di San Pietro, parte del Forte di San Marco Inferiore

Per poter cogliere le olive da frangere occorrono 6-7 anni da quando l’olivo viene piantato: il tempo necessario per provare a produrre un olio tutto targato Bergamo, com’è nelle intenzioni dell’azienda oggi tutelata dal Consorzio del Parco dei Colli.

L’oliveto di Valverde

Per ora, dalle preziose olive, tutte raccolte a mano e frante a poche ore dalla raccolta, si ottiene poco olio di alta qualità, che viene imbottigliato con l’etichetta “Mura Venete”.

L’etichetta dell’olio Extra vergine d’oliva prodotto dall’azienda agricola Cerea, di Valverde, facente parte della cooperativa olivicoltori bergamaschi. Le olive vengono portate al frantoio Il Castelletto di Scanzorosciate, l’unico nella provincia di Bergamo. Dopo la frangitura l’olio viene conservato in contenitori di vetro o d’acciaio a una temperatura tra gli 8 e i 16 gradi; dopo circa un mese viene filtrato ed è pronto al consumo per dicembre. Per mantenere le sue migliori caratteristiche, andrebbe consumato entro 18 mesi dalla frangitura

Una “chicca” tutta targata Bergamo.

Murales e graffiti nelle street photography di Giuseppe Preianò

Chi conosce lo street photoghrapher Giuseppe Preianò – definizione già di per sé riduttiva se rapportata alla sua copiosissima e diversificata produzione – sa che per lui la fotocamera non è un aggeggio da riporre la sera in una custodia e riprendere la mattina, ma è un prolungamento della sua mente, uno strumento attraverso il quale da sempre riprende costantemente il mondo che lo circonda, senza mai separarsene. Egli è praticamente nato con la fotocamera in mano, ed anzi, l’aggeggio è già presente in lui a livello di memoria  prenatale.

Come abbiamo avuto modo di osservare qui, egli riprende la realtà così com’è, con estrema obiettività, senza necessariamente “tirare” l’immagine con artifici da post-produzione, forte della sua decennale ed ormai consumata esperienza nel campo dell’analogico, probabilmente anche per scelta personale.

Ne risulta un’immagine netta e scevra da ogni virtuosismo, che restituisce il reale al reale risultando per questo, a seconda dei casi, ancor più graffiante e ironica, seria o drammatica, istrionica o irriverente. Perchè è la realtà stessa a manifestarsi e ad evidenziarsi, senza bisogno che il fotografo ne snaturi l’essenza.

Questa volta Preianò ci regala una lunga carrellata di immagini risalenti al 2000, che ho suddiviso in due tranche tematiche di cui quella qui proposta appartiene alla sfera dei graffiti e dei murales “metropolitani”, realizzati spontaneamente e quindi lungi dal poter essere considerate “opere d’arte”: è semplicemente la realtà che il nostro sguardo incontra ovunque e che il più delle volte ci limitiamo a guardare senza però mai “vedere”.

Osservati in sequenza, come in un’operazione di “quantificazione” i soggetti – magari di per sé ordinari – acquistano un che di unico e  suggestivo, invitando l’osservatore a coglierne l’insieme. E a sorridere.

Il chiostro di Santa Marta: dall’antico splendore alle suggestioni di oggi

Il cuore pulsante della città si articola in una miriade di strade, viuzze, edifici, piccoli e grandi monumenti, così familiari da consentirci di elencarne mentalmente il susseguirsi.

Ma nel suo trambusto vi è ancora uno scrigno, così raccolto e silenzioso, da sfuggire ai nostri frettolosi sguardi: è il chiostro di S. Marta, uno degli angoli più belli e suggestivi, celato nella galleria incastonata tra le mura del Centro piacentiniano e che sopravvissuto a secoli di turbolente vicende, è ancor’oggi capace di evocare un’atmosfera quasi sacrale.

Piazza Vittorio Emanuele II. A sinistra  della Torre dei Caduti e del Palazzo della ex-Banca Popolare di Bergamo si diparte la galleria aperta tra l’imbocco di via Crispi e la torre, celando al suo interno il chiostro di S. Marta

Dalla dolce armonia delle logge e delle arcate spira ancora un’aria di assorto raccoglimento, acuito dalla posizione appartata che ne fa un luogo insolito e  senza tempo, un’oasi di quiete al centro di un via vai che non conosce sosta.

Il chiostro è quanto sopravvive di un complesso trecentesco di inusitata bellezza, che un tempo era parte integrante di un’articolata struttura sacra comprendente la chiesa e il convento.

Lo sguardo si perde gradevolmente fra colonnati, arcate, capitelli, affreschi e graffiti

Come fu destino di altri monasteri, nel corso del tempo il complesso ha cambiato più volte destinazione d’uso, segnato da un destino multiforme. Basti pensare anche solo al vicino monastero di SS. Lucia e Agata, demolito nel 1825 per edificare il palazzo della famiglia Frizzoni, casata di imprenditori e manifatturieri svizzeri che tra il 1836 e il 1840 vi avevano costruito il palazzo di famiglia (attuale sede del Municipio di Bergamo).

Veduta del tratto nord della Contrada di Prato, verso S. Leonardo, con a sinistra il convento e la chiesa medioevali di S. Lucia e S. Agata e a destra il convento delle suore domenicane di S. Marta, in gran parte demolito nel 1915 per l’edificazione dell’allora Banca Mutua Popolare (incisione realizzata intorno al 1815 – Proprietà Conte G. Piccinelli, Milano)

Il suo splendore fu grande, attraversando secoli intensi e convulsi di storia, fino al Settecento, quando le truppe napoleoniche, nel quadro di una serie di soppressioni dei diritti civili e religiosi compiuti nel nome del “progresso e della libertà”, lo spogliarono della sua funzione iniziale tramutandolo in Caserma e ospedale militare.

Le piante antiche ci restituiscono l’aspetto originario del complesso monastico, che nella Pianta della città e borghi esterni di Bergamo dell‘architetto Giuseppe Manzini del 1816 è indicato come Caserma. Sono ben visibili, a sinistra del grande quadrilatero della vecchia Fiera, i due chiostri di S. Marta

Di lì, in un serrato processo di decadenza, durante il governo austriaco il convento si tramutò in deposito militare e verso la fine dell’Ottocento fu ridotto in parte nuovamente a Caserma e in parte ad albergo.

Luigi Bettinelli – L’assalto alla caserma di S. Marta nel 1848

 

Il complesso di S. Marta. Dietro il coro della chiesa, dopo la soppressione del convento era stato aperto l’albergo Cavour, che fu dismesso tra il 1886 e il  1890 per ampliare la caserma stanziata nei locali del complesso monastico (Racc. Gaffuri

 

Via Roma: l’albergo Cavour, ricavato nel coro della chiesa di S. Marta, poi occupato dal Palazzo della ex Banca Popolare di Bergamo, posto dietro la Torre dei Caduti

Negli anni della prima guerra mondiale, in cui la tanto deprecata tessera razionava il consumo dei viveri, il chiostro e gli edifici annessi ospitarono gli spacci municipali: l’Annona:

“Era grande il via vai faccendiero di chi si recava all’annona a fare provviste: si saliva un paio di bassi gradini prima di entrare sotto il porticato ad archi tondi che ne sosteneva un secondo. La superficie del cortile era a selciato e torno torno girava un basso parapetto. La calce che imbiancava le pareti lasciava scoperti punti dove l’antichità era meglio manifestata attraverso laceri affreschi, scoloriti e indecisi; e l’erba serpeggiava”.
(Domenico Magni)

Mercatino addossato all’esterno del convento di Santa Marta, ora Ubi Banca (Foto Cesare Villa)

Infine, il complesso venne sacrificato alla riqualificazione dell’area con la costruzione del Centro piacentiniano, e ciò a partire dal 1915, quando fu pietosamente abbattuta la chiesa e parzialmente demolito il monastero, ormai trasandato e deperito.

La demolizione della chiesa di S. Marta

Il chiostro, risparmiato alla furia del piccone venne  acquisito dalla  Banca Bergamasca di Depositi e Conti Correnti (poi intitolata alla Milano Assicurazioni ed infine alla Banca Popolare di Bergamo), che ne impedì il degrado attraverso il restauro compiuto nel 1926 dall’ing. Luigi Angelini, uno dei più autorevoli e fecondi professionisti bergamaschi della prima metà del XX secolo.

La Banca Bergamasca, oggi sede dell’Ubi Banca

Questi, dopo l’abbattimento di casa Caffi per l’apertura della radiale S. Marta-Rotonda dei Mille, con una trovata urbanistica geniale propose la sistemazione di un nuovo passaggio, creando la galleria che collega l’imbocco di via Crispi (lato Sentierone) con piazza Vittorio Veneto.

Casa Caffi, abbattuta nel 1922 per l’apertura della radiale S. Marta-Rotonda dei Mille, attuale via Crispi

Fu così risparmiato l’isolamento del luogo, schiudendo alla città il chiostro con la sequenza armoniosa delle arcate che si susseguono fra le logge quattrocentesche, ponendo fine alle molte polemiche legate a quella di facciata che era stata proposta da Piacentini.

Il chiostro di S. Marta e  la sede della Ubi Banca sullo sfondo. La disposizione di porticati a loggia sovrapposti, ricalca la semplicità delle sue prime proprietarie, che preferirono uno stile sobrio, semplice e lineare. L’inevitabile usura del tempo e degli agenti atmosferici ha richiesto un secondo intervento di restauro, terminato nel 1991, affidato all’architetto Sandro Angelini, figlio dell’ideatore del progetto della galleria

Con la sua bellezza e la raccolta intimità, il chiostro si fonde armoniosamente agli effetti di luce, ai chiaroscuri, alle simmetrie equilibrate create dalle piazze, dai porticati e dai passaggi circostanti, accrescendo il valore estetico e lo spessore storico nello spazio del centro progettato da Piacentini.

 

UN TUFFO NEL PASSATO

“Nel silenzio S. Marta è nata, nel silenzio, senza clamori,

sembrava essersi appassita per lunghi secoli,

nel silenzio, ancora, esprime oggi la sua dolce elegia,

con una delicatezza che potremmo definire congenita,

quasi a non voler turbare i nostri passi:

l’importante è sapere che c’è,

che le sue pietre respirano ancora,

come un magico cuore nel cuore della città…”.

(F. Carpinteri, Il chiostro oltre la grata)

Il complesso domenicano di S. Marta aveva visto la luce dopo l’avvento della Signoria viscontea, in un periodo in bilico tra le lotte intestine delle grandi casate dei ghibellini e dei guelfi che avevano cristallizzato lo sviluppo del centro direzionale (città alta, dove nei quartieri nobili si moltiplicavano torri e case fortificate) e il diffondersi della ricchezza in Italia, con lo sviluppo dei commerci, che a Bergamo vedeva fiorire l’attività mercantile e  prevalere il ceto borghese.

Nonostante i gravi conflitti che opprimevano la vita cittadina, la città bassa esprimeva una forte vitalità ed un progresso costante e la Fiera diveniva sempre più vivace e redditizia.

Su di una parete del chiostro di S. Marta compare affrescato Il Disegno dell’Insigne Fabrica della Fiera di Bergamo (1732- 1739), ricavato da un’incisione all’acquaforte di Gaetano Le Poer conservato presso la Biblioteca A. Mai di Bergamo, nella Raccolta Gaffuri

In questo clima, angustiato dalle lotte di fazione e segnato da una cruda e serrata competizione economica, molte persone trovavano nella quiete del chiostro una risposta all’angoscia della loro esistenza.

“Facciata della Chiesa e quartiere di S.ta Marta – dopo la riduzione del presente anno. Colta dal vero da N. Mangili il 24 novembre 1886 per….” (disegno a matita)

Lungo il corso del Trecento la città si costellava così di nuove sedi conventuali, che si affiancavano al discreto numero dei preesistenti conventi benedettini: gli Umiliati, già stanziati alla Magione (Masone) e a S. Bartolomeo, si insediarono a S. Tommaso; i Francescani, già stanziati al monastero di S. Francesco presso la Rocca, si insediarono alle Grazie, alla Rocchetta e a Rosate; i Domenicani, da tempo stanziati a S. Stefano al Fortino, si insediarono anche al Matris Domini, a Santa Marta e a Santa Lucia; gli Eremitani a Sant’Agostino; iDisciplini Bianchi alla Maddalena; i Celestini a Santo Spirito e in borgo Santa Caterina (1).

Fu in questo clima che nacquero la chiesa e il convento che le Suore Domenicane vollero dedicare a S. Marta, da sempre, con il fratello Lazzaro, la santa “ospedaliera” per eccellenza, per aver sperimentato la malattia suprema (la morte) e la guarigione (la resurrezione di Lazzaro), per via della loro opera di assistenza ai malati. E benchè non vi siano notizie certe, sembra che in epoca protocristiana la zona scelta fosse adibita ad ospedale (2).

Il monastero di S. Marta è dunque il terzo dell’Ordine domenicano a Bergamo, dopo quello maschile di S. Stefano del 1226 e quello femminile di S. Maria Matris Domini del 1273.

Possiamo osservarlo nella veduta prospettica di Alvise Cima, che fedelmente ci restituisce l’immagine della Bergamo medioevale, dove il convento sembra essere il perno attorno a cui ruotano tutte le vie che si diramano per raggiungere il cuore del borgo S. Leonardo.

Porzione della veduta prospettica di Alvise Cima, da Borgo S. Leonardo a S. Marta, compresi nella cerchia medioevale delle Muraine

Il monastero, fondato attorno al 1340, fu ampliato nel Quattrocento per poter ospitare fino a cinquanta consacrate domenicane, mentre la chiesa fu consacrata nel 1357.

Particolare della Contrada di Prato (attuale Piazza Matteotti) intorno al 1815 (Racc, Conte G, Piccinelli), con il Convento delle Suore Domenicane di S. Marta

Secondo le fonti, era composto da due grandi chiostri dai lunghi colonnati, di cui quello quadrato grande corrisponde a quello che vediamo oggi, reso rettangolare  dai restauri e dalle integrazioni compiute da Luigi Angelini negli anni Venti del Novecento.

Le trasformazioni subite dal complesso monastico sono illustrate in un affresco presente sulle pareti del chiostro.

“Come era il Convento di S. Marta in Bergamo”. Pianta e prospetto del complesso di S. Marta, con le trasformazioni avvenute nel tempo. L’affresco compare su una parete del chiostro

Vi era inoltre una vastissima ortaglia estesa dalle mura fino a all’ospedale di S. Antonio nel prato di Sant’Alessandro, con viti, alberi da frutto e varie altre coltivazioni, solcata da una seriola “che permetteva la presenza nei pressi di filatoi, tintorie e mulini” (3).

Particolare nella veduta di Alvise Cima, conservata presso il Museo Storico di Bergamo sito in Piazza Vecchia. Il complesso monastico di S. Marta è orientato ad est come qualsiasi sito di culto in Medioevo. Sono raffigurati i due chiostri, mentre la chiesa risulta priva del portichetto antistante l’ingresso, documentato nel 1720. La vasta ortaglia di pertinenza è attraversata da una seriola

La chiesa, che assunse la sua forma definitiva nel 1637, raccoglieva diverse reliquie provenienti anche dal complesso domenicano maschile di S. Stefano, (demolito per la costruzione delle mura veneziane), ed era ricca di paramenti e decori anche grazie alle facoltose famiglie delle religiose che provvedevano a sostenerne le spese o a fare ingenti donazioni (4).

L’interno della bella chiesa di S. Marta nell’Ottocento, nel periodo in cui era stata trasformata in caserma (per l’immagine: M. Mencaroni Zoppetti, cit. in bibliografia)

 

L’interno della chiesa di S. Marta nell’Ottocento, nel periodo in cui era stata trasformata in caserma (per l’immagine: M. Mencaroni Zoppetti, cit. in bibliografia)

Il porticato in fronte la facciata della chiesa le venne aggiunto nel 1672. Lo ritroviamo ancora in alcune fotografie risalente ai primi del Novecento, accanto al Boschetto di Santa Marta.

Primi del Novecento. Parte del complesso di S. Marta visto da piazza Cavour, con il portichetto antistante la chiesa. A destra, il boschetto di S. Marta (Bergamo nelle vecchie cartoline, D. Lucchetti)

Nel 1915, al momento della demolizione dell’ex monastero la Banca Bergamasca  provvide a recuperare e catalogare gli antichi affreschi della chiesa. Oggi, tre strappi sono esposti lungo le pareti dal Salone delle Capriate, nel Palazzo della Ragione in Piazza Vecchia, mentre i rimanenti sono conservati negli uffici e nel chiostro dell’Ubi Banca in Viale Roma.

Uno strappo di decorazione muraria di fine ‘300 presente sulle pareti del chiostro di S. Marta

 

PASSEGGIANDO FINO AL CHIOSTRO

La breve passeggiata che separa i portici di Piazza Vittorio Emanuele II dalla galleria è un’esperienza sensoriale che val la pena di essere vissuta. La piazza,  un’estensione naturale del Sentierone, riecheggia con la lunga sequenza dei suoi porticati le archeggiature settecentesche della demolita Fiera, affacciata su quello che un tempo era chiamato Prato di Sant’Alessandro.

Accanto all’imbocco della galleria noterete l’ingresso della Banca Popolare, ora Ubi Banca, che invita ad ammirare i vasti interni illuminati da ampie vetrate decorate. Ad oggi resta una tra le più rappresentative, ospitando pregevoli opere di artisti bergamaschi dell’800 e del ‘900, oltre a significativi lavori di artisti moderni contemporanei.

Il nuovo salone della ex Banca Popolare di Bergamo, ampliato ad opera dell’ingegnere ed architetto Luigi Angelini, fu aperto nel dicembre del 1923. All’interno della Sede si può ammirare un particolare spazio dedicato, una sorta di museo itinerante dove vengono sapientemente collocati a rotazione alcuni fra i più importanti capolavori artistici di proprietà della Banca

Le emozioni che vi attendono, sono anticipate da un caleidoscopio di impressioni suscitate dall’ariosa ed elegante galleria, impreziosita da marmi lucenti e da ampi lucernari, che sprigionano una luce calda gradevole e avvolgente.

La galleria di Santa Marta

 

Un lucernario nella galleria

A poco a poco vi si svelerà l’ingresso appartato del chiostro, che vi trasmetterà la sensazione di trovarvi in un luogo dove il tempo si è fermato; la Banca Popolare lo rende accessibile gratuitamente ogni prima domenica del mese, mettendo a disposizione anche una guida per una visita della durata di 15 minuti.

Uno dei tanti allestimenti artistici temporanei ospitati nel chiostro di S. Marta

E’ un’occasione per ammirare le antiche testimonianze storiche, artistiche e culturali custodite sulle pareti, così come le installazioni permanenti che dall’incontro con questo luogo risultano pienamente valorizzate: il “Grande Cardinale seduto” (1984) di Giacomo Manzù  (tema sviluppato dallo scultore in oltre 300 rappresentazioni), “Le Suore che comunicano” (1971) di Elia Ajolfi (gia’ docente di scultura alla Carrara), e il curioso monolite di granito nero “Untitled” o “Parabola” (2004) dell’artista anglo-indiano Anish Kapoor, dove il contemporaneo rispecchia e fa rilucere l’antico.

Le installazioni permanenti realizzate per il chiostro da Giacomo Manzù, Elia Ajolfi e Anish Kapoor. Con l’essenzialità della sua forma, il monolite (“Parabola”), grande conca specchiante, si inserisce armoniosamente nel sobrio spazio quattrocentesco riflettendo i colonnati e restituendone al visitatore, affascinato dai bagliori che produce, l’immagine capovolta

 

Il gruppo de “Le suore che comunicano”, rievoca un momento della antica vita quotidiana delle monache nel Convento. Sullo sfondo, l’opera di Manzù

Qualsiasi momento della giornata val bene una sosta, in questo piccolo angolo segreto che sembra voler invitare a non dimenticare il proprio passato: anche la sera, quando è totalmente immerso nel silenzio e nell’atmosfera irreale delle sue luci soffuse.

Note

(1) A. Fumagalli, Op. Cit.

(2) F. Carpinteri, Op. Cit.

(3) T. Rossi, Op. Cit.

(4) T. Rossi, Op. Cit.

Fonti

Alberto Fumagalli, “Bergamo. Origini e vicende storiche del centro antico”. Rusconi, 1981, Milano.

Tosca Rossi, “A volo d’uccello – Bergamo nelle vedute di Alvise Cima – Analisi della rappresentazione della città trà XVI e XVIII secolo”, Litostampa, Bergamo, 2012.

Francesco Carpinteri, “Il chiostro oltre la grata”. Qui a Bergamo: mensile della città, Anno 1, n. 6.

Maria Mencaroni Zoppetti (a cura di), L’Ospedale nella città – Vicende storiche e architettoniche della Casa Grande di S. Marco. Collana: Storia della sanità a Bergamo – 1. Fondazione per la Storia Economica e Sociale di Bergamo.