Murales e graffiti nelle street photography di Giuseppe Preianò

Chi conosce lo street photoghrapher Giuseppe Preianò – definizione già di per sé riduttiva se rapportata alla sua copiosissima e diversificata produzione – sa che per lui la fotocamera non è un aggeggio da riporre la sera in una custodia e riprendere la mattina, ma è un prolungamento della sua mente, uno strumento attraverso il quale da sempre riprende costantemente il mondo che lo circonda, senza mai separarsene. Egli è praticamente nato con la fotocamera in mano, ed anzi, l’aggeggio è già presente in lui a livello di memoria  prenatale.

Come abbiamo avuto modo di osservare qui, egli riprende la realtà così com’è, con estrema obiettività, senza necessariamente “tirare” l’immagine con artifici da post-produzione, forte della sua decennale ed ormai consumata esperienza nel campo dell’analogico, probabilmente anche per scelta personale.

Ne risulta un’immagine netta e scevra da ogni virtuosismo, che restituisce il reale al reale risultando per questo, a seconda dei casi, ancor più graffiante e ironica, seria o drammatica, istrionica o irriverente. Perchè è la realtà stessa a manifestarsi e ad evidenziarsi, senza bisogno che il fotografo ne snaturi l’essenza.

Questa volta Preianò ci regala una lunga carrellata di immagini risalenti al 2000, che ho suddiviso in due tranche tematiche di cui quella qui proposta appartiene alla sfera dei graffiti e dei murales “metropolitani”, realizzati spontaneamente e quindi lungi dal poter essere considerate “opere d’arte”: è semplicemente la realtà che il nostro sguardo incontra ovunque e che il più delle volte ci limitiamo a guardare senza però mai “vedere”.

Osservati in sequenza, come in un’operazione di “quantificazione” i soggetti – magari di per sé ordinari – acquistano un che di unico e  suggestivo, invitando l’osservatore a coglierne l’insieme. E a sorridere.

Il chiostro di Santa Marta: dall’antico splendore alle suggestioni di oggi

Il cuore pulsante della città si articola in una miriade di strade, viuzze, edifici, piccoli e grandi monumenti, così familiari da consentirci di elencarne mentalmente il susseguirsi.

Ma nel suo trambusto vi è ancora uno scrigno, così raccolto e silenzioso, da sfuggire ai nostri frettolosi sguardi: è il chiostro di S. Marta, uno degli angoli più belli e suggestivi, celato nella galleria incastonata tra le mura del Centro piacentiniano e che sopravvissuto a secoli di turbolente vicende, è ancor’oggi capace di evocare un’atmosfera quasi sacrale.

Piazza Vittorio Emanuele II. A sinistra  della Torre dei Caduti e del Palazzo della ex-Banca Popolare di Bergamo si diparte la galleria aperta tra l’imbocco di via Crispi e la torre, celando al suo interno il chiostro di S. Marta

Dalla dolce armonia delle logge e delle arcate spira ancora un’aria di assorto raccoglimento, acuito dalla posizione appartata che ne fa un luogo insolito e  senza tempo, un’oasi di quiete al centro di un via vai che non conosce sosta.

Il chiostro è quanto sopravvive di un complesso trecentesco di inusitata bellezza, che un tempo era parte integrante di un’articolata struttura sacra comprendente la chiesa e il convento.

Lo sguardo si perde gradevolmente fra colonnati, arcate, capitelli, affreschi e graffiti

Come fu destino di altri monasteri, nel corso del tempo il complesso ha cambiato più volte destinazione d’uso, segnato da un destino multiforme. Basti pensare anche solo al vicino monastero di SS. Lucia e Agata, demolito nel 1825 per edificare il palazzo della famiglia Frizzoni, casata di imprenditori e manifatturieri svizzeri che tra il 1836 e il 1840 vi avevano costruito il palazzo di famiglia (attuale sede del Municipio di Bergamo).

Veduta del tratto nord della Contrada di Prato, verso S. Leonardo, con a sinistra il convento e la chiesa medioevali di S. Lucia e S. Agata e a destra il convento delle suore domenicane di S. Marta, in gran parte demolito nel 1915 per l’edificazione dell’allora Banca Mutua Popolare (incisione realizzata intorno al 1815 – Proprietà Conte G. Piccinelli, Milano)

Il suo splendore fu grande, attraversando secoli intensi e convulsi di storia, fino al Settecento, quando le truppe napoleoniche, nel quadro di una serie di soppressioni dei diritti civili e religiosi compiuti nel nome del “progresso e della libertà”, lo spogliarono della sua funzione iniziale tramutandolo in Caserma e ospedale militare.

Le piante antiche ci restituiscono l’aspetto originario del complesso monastico, che nella Pianta della città e borghi esterni di Bergamo dell‘architetto Giuseppe Manzini del 1816 è indicato come Caserma. Sono ben visibili, a sinistra del grande quadrilatero della vecchia Fiera, i due chiostri di S. Marta

Di lì, in un serrato processo di decadenza, durante il governo austriaco il convento si tramutò in deposito militare e verso la fine dell’Ottocento fu ridotto in parte nuovamente a Caserma e in parte ad albergo.

Luigi Bettinelli – L’assalto alla caserma di S. Marta nel 1848

 

Il complesso di S. Marta. Dietro il coro della chiesa, dopo la soppressione del convento era stato aperto l’albergo Cavour, che fu dismesso tra il 1886 e il  1890 per ampliare la caserma stanziata nei locali del complesso monastico (Racc. Gaffuri

 

Via Roma: l’albergo Cavour, ricavato nel coro della chiesa di S. Marta, poi occupato dal Palazzo della ex Banca Popolare di Bergamo, posto dietro la Torre dei Caduti

Negli anni della prima guerra mondiale, in cui la tanto deprecata tessera razionava il consumo dei viveri, il chiostro e gli edifici annessi ospitarono gli spacci municipali: l’Annona:

“Era grande il via vai faccendiero di chi si recava all’annona a fare provviste: si saliva un paio di bassi gradini prima di entrare sotto il porticato ad archi tondi che ne sosteneva un secondo. La superficie del cortile era a selciato e torno torno girava un basso parapetto. La calce che imbiancava le pareti lasciava scoperti punti dove l’antichità era meglio manifestata attraverso laceri affreschi, scoloriti e indecisi; e l’erba serpeggiava”.
(Domenico Magni)

Mercatino addossato all’esterno del convento di Santa Marta, ora Ubi Banca (Foto Cesare Villa)

Infine, il complesso venne sacrificato alla riqualificazione dell’area con la costruzione del Centro piacentiniano, e ciò a partire dal 1915, quando fu pietosamente abbattuta la chiesa e parzialmente demolito il monastero, ormai trasandato e deperito.

La demolizione della chiesa di S. Marta

Il chiostro, risparmiato alla furia del piccone venne  acquisito dalla  Banca Bergamasca di Depositi e Conti Correnti (poi intitolata alla Milano Assicurazioni ed infine alla Banca Popolare di Bergamo), che ne impedì il degrado attraverso il restauro compiuto nel 1926 dall’ing. Luigi Angelini, uno dei più autorevoli e fecondi professionisti bergamaschi della prima metà del XX secolo.

La Banca Bergamasca, oggi sede dell’Ubi Banca

Questi, dopo l’abbattimento di casa Caffi per l’apertura della radiale S. Marta-Rotonda dei Mille, con una trovata urbanistica geniale propose la sistemazione di un nuovo passaggio, creando la galleria che collega l’imbocco di via Crispi (lato Sentierone) con piazza Vittorio Veneto.

Casa Caffi, abbattuta nel 1922 per l’apertura della radiale S. Marta-Rotonda dei Mille, attuale via Crispi

Fu così risparmiato l’isolamento del luogo, schiudendo alla città il chiostro con la sequenza armoniosa delle arcate che si susseguono fra le logge quattrocentesche, ponendo fine alle molte polemiche legate a quella di facciata che era stata proposta da Piacentini.

Il chiostro di S. Marta e  la sede della Ubi Banca sullo sfondo. La disposizione di porticati a loggia sovrapposti, ricalca la semplicità delle sue prime proprietarie, che preferirono uno stile sobrio, semplice e lineare. L’inevitabile usura del tempo e degli agenti atmosferici ha richiesto un secondo intervento di restauro, terminato nel 1991, affidato all’architetto Sandro Angelini, figlio dell’ideatore del progetto della galleria

Con la sua bellezza e la raccolta intimità, il chiostro si fonde armoniosamente agli effetti di luce, ai chiaroscuri, alle simmetrie equilibrate create dalle piazze, dai porticati e dai passaggi circostanti, accrescendo il valore estetico e lo spessore storico nello spazio del centro progettato da Piacentini.

 

UN TUFFO NEL PASSATO

“Nel silenzio S. Marta è nata, nel silenzio, senza clamori,

sembrava essersi appassita per lunghi secoli,

nel silenzio, ancora, esprime oggi la sua dolce elegia,

con una delicatezza che potremmo definire congenita,

quasi a non voler turbare i nostri passi:

l’importante è sapere che c’è,

che le sue pietre respirano ancora,

come un magico cuore nel cuore della città…”.

(F. Carpinteri, Il chiostro oltre la grata)

Il complesso domenicano di S. Marta aveva visto la luce dopo l’avvento della Signoria viscontea, in un periodo in bilico tra le lotte intestine delle grandi casate dei ghibellini e dei guelfi che avevano cristallizzato lo sviluppo del centro direzionale (città alta, dove nei quartieri nobili si moltiplicavano torri e case fortificate) e il diffondersi della ricchezza in Italia, con lo sviluppo dei commerci, che a Bergamo vedeva fiorire l’attività mercantile e  prevalere il ceto borghese.

Nonostante i gravi conflitti che opprimevano la vita cittadina, la città bassa esprimeva una forte vitalità ed un progresso costante e la Fiera diveniva sempre più vivace e redditizia.

Su di una parete del chiostro di S. Marta compare affrescato Il Disegno dell’Insigne Fabrica della Fiera di Bergamo (1732- 1739), ricavato da un’incisione all’acquaforte di Gaetano Le Poer conservato presso la Biblioteca A. Mai di Bergamo, nella Raccolta Gaffuri

In questo clima, angustiato dalle lotte di fazione e segnato da una cruda e serrata competizione economica, molte persone trovavano nella quiete del chiostro una risposta all’angoscia della loro esistenza.

“Facciata della Chiesa e quartiere di S.ta Marta – dopo la riduzione del presente anno. Colta dal vero da N. Mangili il 24 novembre 1886 per….” (disegno a matita)

Lungo il corso del Trecento la città si costellava così di nuove sedi conventuali, che si affiancavano al discreto numero dei preesistenti conventi benedettini: gli Umiliati, già stanziati alla Magione (Masone) e a S. Bartolomeo, si insediarono a S. Tommaso; i Francescani, già stanziati al monastero di S. Francesco presso la Rocca, si insediarono alle Grazie, alla Rocchetta e a Rosate; i Domenicani, da tempo stanziati a S. Stefano al Fortino, si insediarono anche al Matris Domini, a Santa Marta e a Santa Lucia; gli Eremitani a Sant’Agostino; iDisciplini Bianchi alla Maddalena; i Celestini a Santo Spirito e in borgo Santa Caterina (1).

Fu in questo clima che nacquero la chiesa e il convento che le Suore Domenicane vollero dedicare a S. Marta, da sempre, con il fratello Lazzaro, la santa “ospedaliera” per eccellenza, per aver sperimentato la malattia suprema (la morte) e la guarigione (la resurrezione di Lazzaro), per via della loro opera di assistenza ai malati. E benchè non vi siano notizie certe, sembra che in epoca protocristiana la zona scelta fosse adibita ad ospedale (2).

Il monastero di S. Marta è dunque il terzo dell’Ordine domenicano a Bergamo, dopo quello maschile di S. Stefano del 1226 e quello femminile di S. Maria Matris Domini del 1273.

Possiamo osservarlo nella veduta prospettica di Alvise Cima, che fedelmente ci restituisce l’immagine della Bergamo medioevale, dove il convento sembra essere il perno attorno a cui ruotano tutte le vie che si diramano per raggiungere il cuore del borgo S. Leonardo.

Porzione della veduta prospettica di Alvise Cima, da Borgo S. Leonardo a S. Marta, compresi nella cerchia medioevale delle Muraine

Il monastero, fondato attorno al 1340, fu ampliato nel Quattrocento per poter ospitare fino a cinquanta consacrate domenicane, mentre la chiesa fu consacrata nel 1357.

Particolare della Contrada di Prato (attuale Piazza Matteotti) intorno al 1815 (Racc, Conte G, Piccinelli), con il Convento delle Suore Domenicane di S. Marta

Secondo le fonti, era composto da due grandi chiostri dai lunghi colonnati, di cui quello quadrato grande corrisponde a quello che vediamo oggi, reso rettangolare  dai restauri e dalle integrazioni compiute da Luigi Angelini negli anni Venti del Novecento.

Le trasformazioni subite dal complesso monastico sono illustrate in un affresco presente sulle pareti del chiostro.

“Come era il Convento di S. Marta in Bergamo”. Pianta e prospetto del complesso di S. Marta, con le trasformazioni avvenute nel tempo. L’affresco compare su una parete del chiostro

Vi era inoltre una vastissima ortaglia estesa dalle mura fino a all’ospedale di S. Antonio nel prato di Sant’Alessandro, con viti, alberi da frutto e varie altre coltivazioni, solcata da una seriola “che permetteva la presenza nei pressi di filatoi, tintorie e mulini” (3).

Particolare nella veduta di Alvise Cima, conservata presso il Museo Storico di Bergamo sito in Piazza Vecchia. Il complesso monastico di S. Marta è orientato ad est come qualsiasi sito di culto in Medioevo. Sono raffigurati i due chiostri, mentre la chiesa risulta priva del portichetto antistante l’ingresso, documentato nel 1720. La vasta ortaglia di pertinenza è attraversata da una seriola

La chiesa, che assunse la sua forma definitiva nel 1637, raccoglieva diverse reliquie provenienti anche dal complesso domenicano maschile di S. Stefano, (demolito per la costruzione delle mura veneziane), ed era ricca di paramenti e decori anche grazie alle facoltose famiglie delle religiose che provvedevano a sostenerne le spese o a fare ingenti donazioni (4).

L’interno della bella chiesa di S. Marta nell’Ottocento, nel periodo in cui era stata trasformata in caserma (per l’immagine: M. Mencaroni Zoppetti, cit. in bibliografia)

 

L’interno della chiesa di S. Marta nell’Ottocento, nel periodo in cui era stata trasformata in caserma (per l’immagine: M. Mencaroni Zoppetti, cit. in bibliografia)

Il porticato in fronte la facciata della chiesa le venne aggiunto nel 1672. Lo ritroviamo ancora in alcune fotografie risalente ai primi del Novecento, accanto al Boschetto di Santa Marta.

Primi del Novecento. Parte del complesso di S. Marta visto da piazza Cavour, con il portichetto antistante la chiesa. A destra, il boschetto di S. Marta (Bergamo nelle vecchie cartoline, D. Lucchetti)

Nel 1915, al momento della demolizione dell’ex monastero la Banca Bergamasca  provvide a recuperare e catalogare gli antichi affreschi della chiesa. Oggi, tre strappi sono esposti lungo le pareti dal Salone delle Capriate, nel Palazzo della Ragione in Piazza Vecchia, mentre i rimanenti sono conservati negli uffici e nel chiostro dell’Ubi Banca in Viale Roma.

Uno strappo di decorazione muraria di fine ‘300 presente sulle pareti del chiostro di S. Marta

 

PASSEGGIANDO FINO AL CHIOSTRO

La breve passeggiata che separa i portici di Piazza Vittorio Emanuele II dalla galleria è un’esperienza sensoriale che val la pena di essere vissuta. La piazza,  un’estensione naturale del Sentierone, riecheggia con la lunga sequenza dei suoi porticati le archeggiature settecentesche della demolita Fiera, affacciata su quello che un tempo era chiamato Prato di Sant’Alessandro.

Accanto all’imbocco della galleria noterete l’ingresso della Banca Popolare, ora Ubi Banca, che invita ad ammirare i vasti interni illuminati da ampie vetrate decorate. Ad oggi resta una tra le più rappresentative, ospitando pregevoli opere di artisti bergamaschi dell’800 e del ‘900, oltre a significativi lavori di artisti moderni contemporanei.

Il nuovo salone della ex Banca Popolare di Bergamo, ampliato ad opera dell’ingegnere ed architetto Luigi Angelini, fu aperto nel dicembre del 1923. All’interno della Sede si può ammirare un particolare spazio dedicato, una sorta di museo itinerante dove vengono sapientemente collocati a rotazione alcuni fra i più importanti capolavori artistici di proprietà della Banca

Le emozioni che vi attendono, sono anticipate da un caleidoscopio di impressioni suscitate dall’ariosa ed elegante galleria, impreziosita da marmi lucenti e da ampi lucernari, che sprigionano una luce calda gradevole e avvolgente.

La galleria di Santa Marta

 

Un lucernario nella galleria

A poco a poco vi si svelerà l’ingresso appartato del chiostro, che vi trasmetterà la sensazione di trovarvi in un luogo dove il tempo si è fermato; la Banca Popolare lo rende accessibile gratuitamente ogni prima domenica del mese, mettendo a disposizione anche una guida per una visita della durata di 15 minuti.

Uno dei tanti allestimenti artistici temporanei ospitati nel chiostro di S. Marta

E’ un’occasione per ammirare le antiche testimonianze storiche, artistiche e culturali custodite sulle pareti, così come le installazioni permanenti che dall’incontro con questo luogo risultano pienamente valorizzate: il “Grande Cardinale seduto” (1984) di Giacomo Manzù  (tema sviluppato dallo scultore in oltre 300 rappresentazioni), “Le Suore che comunicano” (1971) di Elia Ajolfi (gia’ docente di scultura alla Carrara), e il curioso monolite di granito nero “Untitled” o “Parabola” (2004) dell’artista anglo-indiano Anish Kapoor, dove il contemporaneo rispecchia e fa rilucere l’antico.

Le installazioni permanenti realizzate per il chiostro da Giacomo Manzù, Elia Ajolfi e Anish Kapoor. Con l’essenzialità della sua forma, il monolite (“Parabola”), grande conca specchiante, si inserisce armoniosamente nel sobrio spazio quattrocentesco riflettendo i colonnati e restituendone al visitatore, affascinato dai bagliori che produce, l’immagine capovolta

 

Il gruppo de “Le suore che comunicano”, rievoca un momento della antica vita quotidiana delle monache nel Convento. Sullo sfondo, l’opera di Manzù

Qualsiasi momento della giornata val bene una sosta, in questo piccolo angolo segreto che sembra voler invitare a non dimenticare il proprio passato: anche la sera, quando è totalmente immerso nel silenzio e nell’atmosfera irreale delle sue luci soffuse.

Note

(1) A. Fumagalli, Op. Cit.

(2) F. Carpinteri, Op. Cit.

(3) T. Rossi, Op. Cit.

(4) T. Rossi, Op. Cit.

Fonti

Alberto Fumagalli, “Bergamo. Origini e vicende storiche del centro antico”. Rusconi, 1981, Milano.

Tosca Rossi, “A volo d’uccello – Bergamo nelle vedute di Alvise Cima – Analisi della rappresentazione della città trà XVI e XVIII secolo”, Litostampa, Bergamo, 2012.

Francesco Carpinteri, “Il chiostro oltre la grata”. Qui a Bergamo: mensile della città, Anno 1, n. 6.

Maria Mencaroni Zoppetti (a cura di), L’Ospedale nella città – Vicende storiche e architettoniche della Casa Grande di S. Marco. Collana: Storia della sanità a Bergamo – 1. Fondazione per la Storia Economica e Sociale di Bergamo.

Nebbia in Città Alta

Fotografie di Giuseppe Preianò

 

La pioggia, stanca di osservare un mondo sempre uguale, disse un giorno al Cielo: 
“Io posso dipingere il mondo di un solo grigio colore. 
La Tempesta, mia sorella, sprigiona grandi arcobaleni; il Temporale, mio fratello, trafigge  con l’impeto violaceo della folgore”
“Tu puoi essere tante cose invece!“, rispose il Cielo. 
“Puoi essere pioggia, pioggerella, acquerugiola, acquetta e persino acquazzone di primavera.
Il mondo si riflette nei tuoi mille specchi e fluendo leggera regali alla Terra succosi frutti”
“Ciò non mi basta!” ribattè lei stizzita.
“Anch’io vorrei stupire e creare meraviglie!”

Preso da compassione 
il Cielo le permise di calare sul mondo come Nebbia 
 e fondersi con esso 
fluttuando coi colori più cangianti 

Vagando leggiadra in ogni dove 

quella massa densa  e azzurrognola

avvolgeva di bruma ogni cosa 

sino a celarla alla sua stessa vista 

Poi lentamente cominciò a intravedere

 insieme alle altissime torri 

le cupole e i campanili

che bucando il suo soffice mantello 

 si svelavano lucenti sotto la sua spessa coltre

Il mondo da lassù pareva assai diverso ora

ed anche gli uomini laggiù rallentarono il passo

ammutoliti da quella meraviglia

Come per magia 

emergevano altissime guglie celesti 

che animate da trame invisibili 

 scomparivano ed apparivano fluttuando leggere

Ma stanca di quel gioco

 la capricciosa Nebbia chiese aiuto al Vento

che gonfiandosi il petto

con alito potente squarciò uno spicchio di Cielo

 mostrando l’ombra di un castello

Più in alto

le guglie brillavano ardite con tale bellezza

che anch’egli commosso sparse all’intorno 

un velo di polvere turchina

Nell’ora del silenzio

la quiete accompagnava le prime luci della sera

e una musica dolce

colmava i cuori di un canto struggente

Da Fontana a Sombreno, una perla incastonata tra i colli e il Brembo

Superato il cocuzzolo di San Sebastiano e discesi nella conca di Fontana, ci si ritrova di colpo in un’oasi agreste: la piana di Val Brembo, un unicum paesaggistico di grande importanza compreso tra l’ombra della  Piègna – propaggine che separa la conca di Astino da quella di Fontana – e l’estremo  sperone occidentale dei Colli di Bergamo che digrada dolcemente sino a Sombreno.

La sella di S. Sebastiano osservata dal Castello di S. Vigilio

Inoltriamoci lentamente nella valle distesa tra i campi ed il pendio che conclude a nord-ovest il piccolo sistema della dorsale dei Colli, adagiandosi sul terrazzo fluviale solcato dalla tenue orlatura del torrente Quisa.

Veduta da S. Rocco sulla piana di Fontana, con in primo piano Cascina Rebetta. La conca di Fontana rappresenta l’estremo lembo rurale legato all’ambiente dei Colli e di Città Alta

Se i versanti sono ricoperti da fitti boschi, soprattutto verso la parte sommitale (querceti, carpineti, robineti e castagneti), i pendii dell’ampia conca di Fontana, ricca di acque sorgive, lasciano spazio alla trama dei numerosi terrazzamenti coltivati e punteggiati qua e là da  piccoli nuclei abitativi e da case padronali o rurali.

La discesa da San Sebastiano verso la conca di Fontana

Al centro della conca spicca  l’antica cascina Rebetta con la sua torre, e  la  cinquecentesca chiesa di S. Rocco, un tempo legata alla chiesa matrice di S. Grata inter vites.

La cascina Rebetta è riprodotta in una Carta topografica  con le località di Breno, Fontana, S. Sebastiano, realizzata nel 1667 dall’agrimensore Giovanni Battista Selvino (conservata in Archivio Storico Diocesano di Bergamo, fondo della famiglia Grumelli-Pedrocca). Vi sono indicate le molte sorgenti e “lavanderii” per chiarire la proprietà delle acque e delle loro derivazioni e da ciò si evince la straordinaria eloquenza del toponimo di “Fontana” (documentato dall’XI secolo). In altro vi compare la chiesa di S. Rocco con il portico cinquecentesco sul lato meridionale che fu conservato nella ristrutturazione settecentesca; compaiono poi alcuni “sedumi” turriti, di origine medioevale, il più articolato dei quali (allora Alborghetti) dovrebbe corrispondere alla cascina Rebetta tuttora emergenza al centro della conca (Graziella Colmuto Zanella, I giardini sulla carta, in: Maria Mencaroni Zoppetti -a cura di – “D’erbe e piante adorno. Per una storia dei giardini a Bergamo, percorsi tra paesaggi e territorio”. Ateneo di Bergamo e Fondazione per la Storia Economica e Sociale di Bergamo)

 

La Cascina Rebetta con la sua torre e in alto a destra la chiesa di S. Rocco

Nella larga maglia dei campi agricoli possiamo ancora leggere il reticolo degli antichi tracciati: quello preromano della transumanza, da Mozzo ad Almè, che conduceva ai pascoli brembani (un asse che, proseguendo verso sud, sarebbe poi divenuto in epoca romana il cardo massimo della prima centuriazione del territorio bergamasco), e quello definitosi nel Medioevo, esattamente ortogonale alla via della transumanza, che collegava la forcella di S. Sebastiano (importante nodo del sistema collinare) al  ponte di Briolo sul Brembo (tra Ponte San Pietro e Valbrembo) e alla Val S. Martino.

Si tratta del Rizzolo del Pascolo, un tracciato perfettamente rettilineo di cui oggi si conserva solo il suggestivo tratto acciottolato che da Valbrembo sale ripida nel bosco all’ultimo tornante di via Pascolo dei Tedeschi e da qui alla chiesa di S. Sebastiano (la “forcella” poc’anzi nominata).

Via del Rizzolo del Pascolo (“Rizzolum Canzelere”, percorso lungo 470 metri che il Comune fece lastricare tra il 1267 e il 1271). Un tempo, prima dell’apertura della panoramica dei Torni, per raggiungere Città Alta il percorso doveva mantenersi alto sui crinali passando da S. Sebastiano a San Vigilio (Photocredit Valbrembanaweb)

 

Panorama dal Pascolo dei Tedeschi, denominazione che prende il nome dall’uso dei mercanti di bestiame d’Oltralpe, qui pervenuti attraverso il lago di Lecco, di sostare in questa località prima di entrare in città per la fiera di Sant’Alessandro. Il nome potrebbe anche  provenire dall’accampamento di reparti a cavallo dell’esercito austroungarico

Prevalgono nei boschi rigogliosi castagneti, impiantati dall’uomo per la produzione dei pali necessari al sostegno della vite coltivata sui versanti esposti al sole. Da questi alti e generosi fusti prende il nome la minuscola località a ridosso di Sombreno: Madonna della Castagna, snodo di sentieri e di strade che s’incontra percorrendo il lungo rettifilo di Fontana, divenuto importante punto d’aggregazione per chi d’estate frequenta l’area boschiva alle sue spalle, attrezzata con strutture per il pic-nic e campi per il gioco delle bocce.

All’interno della rigogliosa area boschiva, ricca di sentieri, vallecole e testimonianze storiche,  la pista ciclopedonale del Parco dei Colli (Sentiero di Ilaria) raccorda i Santuari della Madonna della Castagna e di Sombreno a via Ramera, ricollegandosi alla Greenway del Morla in Valmarina (la cartina è tratta dalla guida Alle porte di Città Alta)

Da Madonna della Castagna si può camminare sino a S. Vigilio attraverso il lungo percorso dei Roccoli, ma è ancor più facile scollinare sul versante settentrionale,  nel regno dell’arenaria di Sarnico: lo “zoccolo” che dà forma alla base settentrionale dei Colli (da S. Agostino,  S. Lorenzo e Castagneta fino alla Madonna della Castagna e al Santuario di Sombreno) e che insieme alle calcareniti del Flysch di Bergamo, dal caldo color nocciola, ha fornito per secoli materiale in abbondanza per la costruzione dell’antica città e dei borghi storici.

In località Madonna della Castagna, lungo il sentiero (712) diretto al Colle Roccolone (340 m), si possono ammirare alcune sculture dell’artista locale Cesare Benaglia, ricavate dai  potenti banchi di arenaria  di Sarnico, presente in abbondanza nel settore nord dei Colli. Per la sua compattezza, la roccia dall’inconfondibile colorazione grigio-azzurra si presta ad essere intagliata

La secolare vocazione agricola del sito si spinge alla base del versante di Sombreno e sino alla piana coltivata si estendono vigneti, frutteti, orti domestici, colture di mais, giardini ed aree attrezzate per attività vivaistiche: un prezioso esempio di riuscito connubio tra natura e cultura, capace di generare grandi espressioni estetiche e naturalistiche.

In una foto d’altri tempi, una distesa di mais a Valbrembo e in lontananza il colle di Sombreno con il suo Santuario

Tra il ‘600 e la prima metà del ‘900 il nucleo di Breno  godette di un certo benessere dovuto alla viticoltura ma soprattutto al redditizio allevamento dei bachi da seta.

Veduta della piana di Sombreno, Sandro Pinetti (1904-1987). Dipinto del 1955. Bergamo, Accademia Carrara. Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea (GAMeC)

La bachicoltura diede un impulso molto importante all’economia dell’area e la ricchezza di alcune famiglie, sapientemente amministrata, concorse a produrre una notevole sensibilità artistica, ben testimoniata dai numerosi monumenti storici tuttora presenti a Sombreno.

Territorio di Bergamo di Pietro Redolfi 1718 ca. Particolare della zona collinare della città con rappresentato il Santuario (“La ‘Mad.a’ sopra l’abitato di Breno”).  Le carte del territorio di Bergamo, che riportano questa dicitura, testimoniano l’importanza che aveva raggiunto il Santuario della Madonna di Sombreno. Essa è riportata anche nella carta del Santini del 1776 e ancora con maggior evidenza nella carta del Formaleoni del 1777

Ancora nel 1820, Maironi da Ponte nel “Dizionario Odeporico della provincia” rilevava che il terreno di Breno era fertile di gelsi, di biade, di vini sulla collina e che gli abitanti, circa duecento, erano quasi tutti agricoltori, “con diciotto possidenti estimati”.

La Val Breno in un dipinto databile al 1690 ca. Il dipinto è un documento molto significativo della parcellizzazione sul finire del ‘600 delle coltivazioni agricole della val Breno, un territorio già allora intensamente coltivato

Con la costruzione della settecentesca Villa Pesenti-Agliardi, ristrutturazione in stile neoclassico di un edificio preesistente, una parte cospicua dei terreni coltivati viene destinata dal suo proprietario, il conte Pietro Pesenti (uno dei più accesi sostenitori del nuovo corso rivoluzionario) al nuovo ruolo di giardino. Pesenti, d’origine montanara così come molti abitanti della Val Breno, compì tale scelta con cautela ponendo attenzione al rapporto con la campagna circostante.

L’alta e fitta massa arborea del parco di Villa Agliardi, proiettata ai piedi del poggio su cui sorge il Santuario, si offre al visitatore come una verde quinta d’ingresso all’abitato (Ph Agliardi)

Ed è proprio dalla gelosa cura dedicata per secoli a questa terra, che deriva quel binomio “agricoltura / ospitalità” che ha ispirato il Pollak  (o Pollach) e il suo committente nella progettazione del parco (purtroppo non completamente realizzata), che ha trovato lo stimolo culturale non solo nello spirito bucolico del tempo ma anche in un concetto di utilità e di rispetto per la campagna, in una visione nuova, neoclassica, che riscatta questo ‘spreco’ di terreno agricolo.

Villa Agliardi con lo splendiclo parco (Ph Agliardi)

IL NUCLEO STORICO DI BRENO

Il piccolo nucleo storico di Breno (276 m slm) (1), crebbe ai piedi del castello sul colle sino a diventare Comune (come risulta da un atto di vendita del 1169) e ancor’oggi il suo compatto impianto urbano, le cui caratteristiche risalgono al XIII secolo, mantiene una particolare integrità negli antichi tracciati e nei caratteri architettonici dei suoi edifici, anche grazie alla particolare situazione orografica a ridosso del colle.

Mappa catastale di Sombreno, del 1812 (Ph Agliardi)

 

Veduta aerea di Sombreno, 1965. Nel Seicento, intorno alle corti dei contadini si realizzarono nuovi edifici a loggiato e portico, al servizio degli stessi proprietari dei fondi agricoli che scelsero di dimorare in loco (Ph Agliardi)

Gli edifici, con impianto a corte, comunicano con il tracciato stradale interno, dalla forma arcuata e sotteso sulla direttrice Astino-Almè.

Via Bolis, il percorso strutturante il nucleo storico (Ph Maurizio Scalvini)

 

L’uso dei “borlanti” raccolti sulle sponde del Brembo, posati a “lisca di pesce” (Ph Maurizio Scalvini)

 

Via Bolis, la spina centrale, in direzione Castello (Ph Maurizio Scalvini)

 

Il portico d’accesso in arenaria grigia di un’antica casa a corte (Ph Maurizio Scalvini) 

Quando nel 1473 i Pesenti si insediarono a Breno probabilmente acquistarono  due torri, trasformandole, dopo opportuni ampliamenti, in abitazioni. Le due torri facevano parte del sistema di fortificazione del castello situato in cima alla collina (e trasformato tra il 1492 e i primi anni del Cinquecento nell’attuale Santuario): la torre medioevale che costituisce il nucleo più antico di Villa Agliardi e una seconda torre che si trovava in quella che è oggi la piazza, anch’essa inglobata in un edificio di più vaste dimensioni.

Dunque l’edificio, di chiara impronta medioevale, posto all’incrocio tra i brevi percorsi viari del centro storico, ingloba una torre a pianta quadra alquanto rimaneggiata e mozzata in altezza. La struttura muraria, con spigoli squadrati in arenaria grigia, ne sottolinea spiccatamente l’impianto.

Per la sua importanza, l’edificio, chiamato dai Sombrenesi “il Vaticano”, fu la sede del Comune di Sombreno fino al 1928, anno dell’unificazione con Paladina.

L’ex palazzo comunale in piazza Locatelli. L’edificio, di vigoroso impianto medioevale con importante corte chiusa di forma trapezoidale, è il risultato di una ristrutturazione probabilmente cinquecentesca e presenta ampliamenti interni successivi (Ph Maurizio Scalvini)

 

L’ex palazzo comunale in piazza Locatelli, all’imbocco della spina principale di Sombreno (Ph Maurizio Scalvini)

Chi erano le famiglie nobili o comunque importanti della zona? Un rilievo eseguito dall’agrimensore Gio Batta Paganelli e ridisegnata dal notaio agrimensore Antonio Gasparini di Bruntino ci rivela i loro nomi: i Moroni, i Pesenti (che a Sombreno  possedevano da tempo molti terreni oltre alla villa ristrutturata nel ‘700), i Lupi, i Morandi e i Nervi.

Le prime notizie dei Moroni di Sombreno si riferiscono ai fratelli Beltramo, Gio. Antonio, Fermo Antonio e Stefano, attestati nel Cinquecento; sono i Moroni più antichi attestati a Sombreno, citati dal curato don Rota nel suo manoscritto degli anni ’50. Egli dice che tale famiglia era in Sombreno sin dal XV secolo ed aveva terre e massari.

Ritroviamo i loro nomi nel cartiglio del cosiddetto affresco Moroni, rinvenuto nel corso dei recenti (2018) restauri del Santuario, e in cui compaiono i nomi dei committenti –  Beltrami e Antoni De Moroni da Breno -, accompagnati dalla data del 15 Maggio 1580.

A seguito delle rivelazioni emerse dalle recente analisi del famosa costola appesa al soffitto del Santuario, costoro potrebbero giustificare la presenza dell’osso nel sacro edificio.

Affresco Moroni nel Santuario di Sombreno. Il cartiglio indica due nomi: Beltrami e Antoni Moroni da Breno, nonché una data: 15 maggio 1580

Di tutti i Moroni sono anche i più misteriosi, insieme a quelli di Ponte S. Pietro: gli antenati di entrambi potrebbero essere due Moroni attestati nel 1288: un Bergamus filius quondam Guillelmi Moronum de Sorisole, e poi Ioannes Moronum de Sedrina, come risulta dalla Enciclopedia delle Famiglie Lombarde.

Tra il ‘700 e l‘800 i Moroni di Sombreno dovettero avere una notevole fortuna come setaioli e come costruttori, ingegneri e architetti, realizzando nel ‘700 un’opera di notevole interesse architettonico: Villa Moroni ora Maccari, che con la sua pianta a U s’inserisce con discrezione nella cortina edilizia della stretta e tortuosa via Bolis – l’asse interno che struttura il nucleo storico -, edificata sull’area di una vecchia cascina.

Oltre alla villa essi possedevano in Sombreno case e una filanda che era annessa alla villa sei-settecentesca, poi acquistata insieme alle case dal conte Pietro Pesenti che ne fece la fattoria che sorge accanto a  Villa Pesenti-Agliardi.

Villa Moroni-Maccari. Il vasto parco con il vialetto in asse alla villa conduce a un piccolo padiglione neoclassico (un tempietto del 1805) che appare l’immediata eco dello straordinario complesso progettato nel 1798 dall’architetto austriaco Leopoldo Pollak per Villa Pesenti-Agliardi, emergenza monumentale e paesaggistica d’eccezione al margine opposto del nucleo storico (Proprietà dell’immagine: Comune di Paladina)

LA VIA GRADINATA

Alle spalle di Villa Agliardi si diparte una via gradinata acciottolata che si insinua dolcemente lungo il versante meridionale del colle.

La via acciotolata che collega il centro storico di Sombreno al Santuario (Ph Maurizio Scalvini)

 

Veduta su Villa Pesenti-Agliardi e sul parco (Ph Maurizio Scalvini)

Lungo il percorso s’incontra a mezza costa la torre del Lazzaretto, facente parte del sistema difensivo del castello ed utilizzata nel periodo della peste del 1630.

La torre-lazzaretto e, a destra, una cappelletta votiva (Ph Maurizio Scalvini)

Dal suo “Chronicus” Don Angelo Rota ci fa sapere che nonostante la peste nella Val Breno abbia seminato “molta strage”, la terra di Breno venne in gran parte risparmiata “per la buona vigilanza e perchè Girolamo Pesenti” (padre di P.M. Pesenti, fra i delegati sanitari per il Comune di Breno) “come tesoriere della Ven. Misericordia di Bergamo, vi faceva capitare assai provviste di sale e di farina da dispensarsi ai poveri. Così rimasero la maggior parte degli abitanti e i terreni furono ancora lavorati”.

La cappelletta della torre-lazzaretto (Ph Maurizio Scalvini)

 

La cappelletta nella torre del Lazzaretto (Ph Maurizio Scalvini)

 

Particolare dello stemma affisso sulla parete

La stradetta è punteggiata da santelle dedicate ai Dolori della Vergine, risalenti al 1920 ed affrescate nel 1989 di Maribea Bonzani, Angelo Capelli, Calisto Gritti, Mino Marra, Simon Morelli, Franco Normanni, Alessandro Verdi.

Lungo la salita, le cappellette si alternano a intervalli regolari sino al grande piazzale antistante il Santuario, posto all’ombra di querce secolari.

Di fronte alla torre del Lazzaretto, una delle cappellette votive che scandiscono il percorso gradinato (Ph Maurizio Scalvini)

 

Il pianoro che precede il Santuario, con l’ultima delle sette cappelle devozionali (Ph Maurizio Scalvini)

Un ultima, breve tratto conduce al portone d’accesso del Santuario, ricco di opere d’arte commissionate dalle ricche famiglie del luogo, i Carminati e i Pesenti in particolare.

Il Santuario mariano di Sombreno (Ph Maurizio Scalvini)

Al termine del percorso acciottolato, il portone d’accesso sormontato da una lunetta con il Padre Eterno benedicente, dà il benvenuto al visitatore, introducendolo al pianoro affacciato sul vasto panorama su cui sorge il Santuario, che è composto dall’accostamento di due edifici sacri, nell’insieme quasi millenari: il piccolo Santuario dell’Addolorata (già Chiesa Santa Maria), che anticipa la Chiesa della Natività di Santa Maria Santissima.

Il portone d’accesso al Santuario, sormontato da una lunetta con il Padre Eterno benedicente (Ph Maurizio Scalvini)

DA CASTELLO A SANTUARIO

Il Santuario fu edificato sul sedime di una fortezza medioevale posta sul colle che domina Breno, citata per la prima volta nel X secolo quale proprietà dei Conti Calusco e Carvico, passata entro la fine del XII  agli Albertoni legati alla famiglia Vertova e dal 1267 alla Chiesa di Bergamo.

Le sue remote origini riportano però a una leggenda, quella di Brenno, mitico condottiero dei Celti Senoni, nemici di Roma, la cui storia fu narrata nel XII secolo da Mosè del Brolo nel suo Pergaminus. Si narra che Brenno avrebbe fatto erigere un castelliere nella zona di Breno, proprio laddove nel medioevo sarebbe stato edificato il castello sulle cui rovine è sorto il Santuario.

E’ certo comunque che nel medioevo la fortificazione funse da avamposto del sistema difensivo organizzato sui rilievi del territorio, dai centri della Val Brembana fino alla Bastia e a S. Vigilio, con torri di avvistamento poste in collegamento sia visivo che viario, attraverso un percorso di collegamento che correva lungo il crinale del sistema collinare esteso a ovest della città, da S. Vigilio al castello di Breno.

Il tratto iniziale, fino a S. Vigilio, venne sconvolto dalla costruzione del Forte di S. Marco, mentre il tratto successivo è puntualmente documentato nella cartografia veneziana, da quella di Giulio Sorte ai rilievi realizzati dagli ingegneri della Repubblica tra Cinquecento e Seicento per gli studi di ristrutturazione e di rafforzamento della Cappella e della rimodellazione del territorio circostante fino alla Bastia per scopi difensivi.

Questo percorso doveva ricalcare un tracciato di origine romana che dalla “civitas” conduceva al ponte di attraversamento del Brembo ad Almenno, lungo strada militare romana per il Comasco e la Rezia.

Al castello di Breno era annesso, secondo le antiche consuetudini, anche un edificio religioso: la cappella battesimale di Santa Maria di Breno, (corrispondente all’attuale Santuario della Madonna Addolorata), menzionata per la prima volta in un atto del 1093 e rimaneggiata nei secoli, essendo divenuta, sino alla metà del XVI secolo, parrocchiale di Breno, Paladina e Ossanesga.

Dal XV secolo, alla piccola cappella di origine medioevale (il Santuario dell’Addolorata, che cela sotto di sé esigue parti dell’antica fortificazione) fu accostata la Chiesa della Natività di Santa Maria Santissima.

La cappella dedicata all’Addolorata, menzionata in un atto del 1093 come antica cappella battesimale di Santa Maria di Breno (Ph Maurizio Scalvini)

Quest’ultima fu edificata tra il 1493 e il 1570 in accoglimento alla supplica degli abitanti di Breno ai Rettori Veneti della Città di Bergamo, considerata ormai inadeguata l’antica cappella del castello per accoglere il popolo che vi confluiva.

La chiesa della Natività di Maria Santissima, accostata, dal 1493, all’antica cappella. Il complesso del Santuario (m. 338 s.l.m.) è eretto su un terrapieno in pietra squadrata adagiato sul poggio dominante la Val Breno (Ph Maurizio Scalvini)

Ma che ne fu dell’antica fortificazione? Con l’avvento della Serenissima (1428), non più utile alla difesa della città (il confine territoriale si era spostato lungo la sponda dell’Adda) essa aveva cominciato ad essere smantellata e sappiamo che le demolizioni erano ancora in atto nel 1621 (2).

DALLA PARROCCHIALE ALLA “FATTORIA”

Ai margini meridionali del nucleo di Sombreno si trova la chiesa parrocchiale  dei Santi  Fermo e Rustico, costruita nel 1739 (forse su progetto del Caniana) sui resti di una chiesa cinquecentesca, della quale rimangono ancora tracce di affreschi datati 1482.

La chiesa dedicata ai Santi Fermo e Rustico (consacrata nel XVI secolo) conserva all’interno una pala centrale con la Madonna, S. Giovanni Evangelista, i Santi Fermo e Rustico e l’offerente Canonico Pesenti, attribuita a Giovanni Raggi o a Francesco Polazzo, di cui il Pesenti era committente. Ai lati dell’ancona centrale, due grandi tele del tardo Settecento di Gaetano Peverada. Inoltre, un “Eterno benedicente”, elemento superstite di un polittico forse di Palma il Vecchio e una “Madonna con Bambino e Santi” opera di Cristoforo Tasca (1697) – (Ph Maurizio Scalvini)

Alle spalle della parrocchiale si trova invece Casa Agliardi, una antica e misteriosa dimora chiamata “Casa e brolo alla Chiesa di Breno” in un vecchio cabreo del 28 marzo 1814. Venne acquistata dal conte Pietro Pesenti nel 1813 ad un’asta dei beni di tal Pietro Giacomo Moroni e fu ristrutturata negli anni ’60 dall’arch. Ajardo Agliardi, che la riportò al suo antico armonioso aspetto, per divenire l’abitazione del fratello Gian Paolo.

Sombreno, “Casa e brolo alla chiesa di Breno” in via Bergamo 12 – 1965-66 ca. (In “Enciclopedia delle Famiglie Lombarde“). La villa sorge su una struttura di base tre-quattrocentesca che aveva avuto una radicale trasformazione nel 1626, quando probabilmente all’antico corpo di fabbrica venne aggiunto il corpo a sud costituito dal porticato, di tipica impostazione bergamasca nel Seicento, e le soprastanti logge la cui tipologia richiama quella Vertovese del follo. Gran parte degli intonaci della facciata sud sono quelli originali del 600 ed anche gli stipiti in pietra che incorniciano porte e finestre sono da ascriversi all’intervento seicentesco

La villa è arredata con mobili d’epoca e vi sono parecchi quadri del ‘600: Evaristo Baschenis, Salvator Rosa, Barbello, Cifrondi e quattro tele rustiche d’un anonimo fiammingo che ritraggono scene cortesi ambientate pare in Olanda. Vi è poi una tela, di pittore ignoto, che documenta il paesaggio dei dintorni di Sombreno nel tardo Seicento. A ciò si aggiungono opere di Maratta, del Piccio e di Costantino Rosa.

Sombreno, “Casa e brolo alla chiesa di Breno” in via Bergamo 12 – 1965-66 ca. (In “Enciclopedia delle Famiglie Lombarde“). Il loggiato, rivolto verso la parrocchiale

 

Sombreno, “Casa e brolo alla chiesa di Breno” in via Bergamo 12 – 1965-66 ca. (In “Enciclopedia delle Famiglie Lombarde“).  Le volte della sala e della cucina furono costruite nel ‘600 su muri preesistenti. Non è dato di sapere a quale famiglia fosse appartenuto il misterioso stemma affrescato sul camino

Il piccolo giardino è costituito da essenze tipiche dell’epoca e del luogo: carpini, querce, tassi e arbusti da fiore e bacche ed è ispirato ai roccoli, un tempo numerosi sulle colline circostanti, ma nel contempo riprende i motivi ad archi della villa.

Il giardino sotto la neve (gennaio 2015) – (In “Enciclopedia delle Famiglie Lombarde“)

Infine è significativo l’edificio denominato “Fattoria” che si trova in via Agliardi, via d’accesso all’omonima Villa che prende le mosse dalla piazzetta centrale del paese.

Via Agliardi si diparte dalla piazzetta di Sombreno e conduce alla Fattoria, a Villa Pesenti-Agliardi, alla via gradinata verso il Santuario, oppure al percorsi boschivi collegati al Sentiero d’Ilaria (pista ciclo-pedonale) o alla Madonna della Castagna (Ph Maurizio Scalvini)

 

L’ingresso di Azienza Agliardi (Ph Maurizio Scalvini)

 

L’insegna affissa sul portone d’ingresso alla fattoria (Ph Maurizio Scalvini)

L’edificio, un bellissimo esempio di dimora padronale del ‘600 costruito dalla famiglia Moroni, proprietaria dell’adiacente Filanda, era stato acquistato da Pietro Pesenti ed adibito a casa del fattore. Tale uso è rimasto sino agli anni Novanta quando è cessata l’attività agricola a Sombreno.

Scorcio dell’Azienda Agliardi ripresa dalla via gradinata che percorre il colle di Sombreno (Ph Maurizio Scalvini)

 

Scorcio dell’Azienda Agliardi ripresa dalla via gradinata che percorre il colle di Sombreno (Ph Maurizio Scalvini)

Torneremo a breve in questi luoghi, alla scoperta del Santuario e di Villa Pesenti-Agliardi, nella tenue luce di una sera ottobrina.

 

Note

(1) “Sombreno, con la denominazione di Brene (e in seguito Breno), fu comune autonomo nel XIV secolo, e tale rimase sino al 1798, anno della prima aggregazione a Paladina. Fu nuovamente autonomo tra il 1805 e il 1809, quindi venne aggregato a Bergamo sino al 1816. In seguito rimase autonomo sino al 1929, anno della definitiva aggregazione a Paladina. L’attuale denominazione di Sombreno venne adottata nel 1864” (Alberto Castoldi, Bergamo e il suo territorio, Dizionario Enciclopedico, Bergamo, Bolis Editore, 2004, pp. 735-736).

(2) Nel 1621 viene concesso a un abitante di Breno di costruire un muro di cinta tra i beni della chiesa situati in cima al monte e il ronco di sua proprietà, servendosi dei sassi ricavati dall’abbattimento “di quella mura vecchia chiamata il Torrazzo esistente nel detto pezzo di terra di ragione del beneficio”.

Riferimenti principali
– Il Parco dei Colli di Bergamo – Introduzione alla conoscenza del territorio, capitolo “Caratteri urbanistici e presenze architettoniche”, Graziella Colmuto Zanella.

– A cura di Andrea, Luigia e Pietro Gritti, “Almè, l’antico nucleo e il territorio”, 1997.

Società Storica Lombarda

Documenti
Lombardia Beni Culturali. Comune di Sombreno.
Lombardia feudale: studi sull’aristocrazia padana nei secoli X-XIII (Di François Menant)
Le istituzioni storiche del territorio lombardo – Le istituzioni ecclesiastiche XIII-XX secolo (Progetto Civita)

Toponomastica
La frazione di Sombreno: qualche esempio dal repertorio toponomastico

Le “street photography” di Giuseppe Preianò nella Bergamo fra i ’70 e gli ’80

Si potrebbe dire che la macchina fotografica sia la naturale estensione di Giuseppe Preianò, eccelso precursore della “street photography” a Bergamo

La “street photography”, fotografia di strada, è nata e si è evoluta con la progressiva affermazione delle macchine fotografiche portatili, dalla fine dell’Ottocento fino alla fine degli anni Settanta, fornendo un’ampia e dettagliata testimonianza  della cultura di strada.

Al botteghino del Lotto in via Torquato Tasso (1980)

L’avvento del digitale e la crescita esponenziale della condivisione attraverso Internet,  ne ha ampliato la consapevolezza. Le street  vengono generalmente scattate con obiettivi “normali” e senza l’ausilio del colore, proprio per dare massima evidenza e naturalità all’attimo catturato.

Presso l’edicola di S. Bartolomeo (1980 ca.)

Il genere realizza istantanee della realtà colta in tutte le sue sfaccettature, documentando ciò che tutti i giorni ci circonda e ci avvolge, luoghi e persone.

Ai tavolini del Nazionale

La scena è colta in un “momento decisivo”, un particolare momento che le parole non potrebbero esprimere in modo migliore e  che generalmente passa inosservato, ma che la sensibilità del fotografo sa enfatizzare o valorizzare cogliendo all’istante sfumature nascoste agli occhi degli altri.

Sotto i portici del Sentierone

Gli scatti eseguiti da Giuseppe Preianò riguardano un lasso  temporale posto a cavallo fra gli anni ’70 ed ’80 del Novecento e costituiscono parte integrante di un cospicuo corpus che documenta luoghi e volti della città, ripresi nel rapido scorrere del vissuto quotidiano ed osservati con l’occhio – talvolta neutrale e talvolta ironico ma non irriverente – di chi ne sa cogliere il carattere e la sostanza.

All’ingresso del Cinema Odeon in via S. Orsola

 

All’ingresso del Cinema Odeon in via S. Orsola

Le street photography di Preianò, frammenti colti non negli spazi iperaffollati della metropoli ma nella dimensione più contenuta di Bergamo, compongono una rapida carrellata di luoghi, volti e gesti , che ci restituisce l’essenza – unica, palpitante e irripetibile – dell’interazione profonda tra l’uomo e la città in quegli anni, con le sue  attività e i suoi abitanti, tra palazzi, strade e vicoli e tra negozi e luci.

All’imbocco della galleria dell’Upim

 

Il suonatore ambulante accanto alla scomparsa fontana di S. Agata

In ogni street che si rispetti, l’autore è un protagonista silenzioso della scena; si mescola e si intrufola nei luoghi per riprenderli dall’interno ed ottenere un punto di vista assolutamente inedito da cui riprendere il mondo che lo circonda.

Il fiorista ambulante di via XX Settembre (1980 ca.)

Al centro di tutto sono le persone, con le emozioni e le relazioni che esse esprimono e tessono nella vita di ogni giorno. La loro presenza si fa sentire forte e insostituibile anche quando queste non sono presenti nell’immagine.

In via San Salvatore

Il soggetto ripreso, ignaro dell’esistenza del fotografo pronto allo scatto, si muove spontaneo in un ambiente aperto, mentre compie una qualsiasi attività quotidiana che può essere un lavoro o un semplice gesto spontaneo e non costruito.

Incroci di strade e persone alle Cinque Vie (1979 ca,)

 

Il fruttivendolo in Mercato delle Scarpe

 

Il barbiere di via Colleoni (1978)

Come ogni vero fotografo di strada Preianò svuota la mente da qualsiasi pensiero e si concentra sulla città e su chi la abita cercando semplicemente, con grande tempismo, di cogliere l’attimo.

Gonfiando un palloncino alla (scomparsa) fontana di S. Agata (un bambino che conosco molto bene!)

 

Alla bancarella dei libri usati davanti al teatro Donizetti

Egli non scatta casualmente, ma lo fa sapendo cosa vuole ritrarre e cosa vuole ottenere: un’immagine, o una serie di immagini, che raccontino una storia.

Il formaggiaio Albino sotto la loggia di via Gombito

 

Al Banco del Lotto in Mercato delle Scarpe (1979)

La “street” diventa così un viaggio alla scoperta di un mondo che si trasforma in continuazione e dove ogni immagine ferma per sempre un’irripetibile istantanea della città e della società che la vive.

All’atelier del pittore Vitali in Corsarola (1979)

 

Il fabbro in Corsarola (1979)

E la realtà, che è imprevedibile, tradotta in immagini può avere infinite chiavi di lettura ed offrire ogni volta emozioni diverse.

All’edicola all’angolo di Piazza Vecchia (1979)

 

Al circuito delle Mura (anni ’80 ca.)

Per lo street photographer non conta tanto, o soprattutto, la perfetta inquadratura o la migliore esposizione, ma conta la sostanza. Anzi, la ricerca ossessiva della tecnica migliore può talvolta ostacolare la trasmissione delle emozioni.

Alla Marianna (1980 ca.)

Il fotografo trova lo scatto giusto quando è capace di catturare completamente l’attenzione dell’osservatore grazie alla forza espressiva dell’immagine.

Il gelataio alla galleria dell’Upim

E non è semplice come sembra.