La vicenda dello scomparso ospedaletto di Sant’Antonio in Prato (dove oggi sorge Palazzo Frizzoni)

Come osservato qui, da Vienne, cittadina francese che conserva le spoglie di S. Antonio abate e che dal XII secolo aveva mostrato il potere taumaturgico del Santo, il culto si diffuse rapidamente in tutta Europa (ed oltre), dove fiorirono rapidamente numerose fondazioni antoniane con una serie pressoché infinita di luoghi di culto ed ospedali al Santo dedicati.

In Italia i primi ospitali sorsero lungo la via francigena che collegava Delfinato e Italia, presso la Precettoria di S. Antonio a Ranverso in Val di Susa (ante 1188), poi a Roma, Teano e presso Napoli.

Sant’Antonio Abate, il grande eremita egiziano la cui devozione era legata alla cura dell’ergotismo, causato dall’ingestione di prodotti derivati dalla segale cornuta, malattia molto diffusa fra I poveri a causa della cattiva alimentazione. Nelle immaginette ricorre l’immagine del Santo, diffusa dagli stessi antoniani, raffigurato con accanto un porcellino e con in mano  una campanella ed un bastone terminante a forma di tau

Il culto si diffuse anche nella Bergamasca ed in città vennero fondati due hospitali intitolati al Santo: nel 1208 quello di Sant’Antonio in foris, appena fuori la porta di S. Antonio e all’imbocco di borgo Palazzo e, verso la fine del XIV secolo in luogo dell’attuale Palazzo Frizzoni, l’ospedale di Sant’Antonio “in Prato” (o “di Vienne”), entrambi con annessa chiesa.

In Contrada di Prato, l’ex- chiesa di S. Antonio di Vienne e poco oltre il monastero di S. Marta. Le colonne di Prato, davanti all’attuale via Borfuro, delimitarono il confine della Fiera fino al 1882 (disegno di G. Trécourt)

La chiesa e l’annesso ospizio per malati e pellegrini si trovavano in Contrada di Prato, sulla strada che dal Prato di S. Alessandro portava alla chiesa di S. Leonardo. Ma esistendo già una chiesa con ospizio nel borgo di S. Antonio, si aggiunse la dicitura di Antonio “in Prato” o di S. Antonio di Vienne per evitare che la dedicazione scelta potesse dare adito a confusione.

Al centro dell’immagine, l’ex- chiesa di S. Antonio di Vienne (dal 1586 dedicata alle SS. Lucia e Agata), in Contrada di Prato (incisione del 1815 ca. Proprietà Conte G. Piccinelli, Milano)

I frati antoniani erano giunti a Bergamo verso la fine del Trecento e vi si erano insediati, ma è difficile oggi stabilire se essi siano stati gli effettivi promotori della sua edificazione; di certo l’ospedale fu fondato per iniziativa laica tra il 1380 e il 1382: la tradizione ne fa risalire la fondazione a Gerardo (morto tragicamente nel 1380) della nobile famiglia cittadina dei De la Sale, ma un documento conservato nel fondo pergamene dell’archivio della Mia attesta la contemporanea presenza di un certo frate Francesco, “un armigero di ignota provenienza”, che nel 1382 è citato come edificatore della chiesa e dell’Ospedale di San Antonio in Prato (non era in “habito religioso”, ma “portabat pannos lungos et signum S. Antonii scilicet unum T super pectore”) (1).

(1) Maria Mencaroni Zoppetti (a cura di), L’Ospedale nella città – Vicende storiche e architettoniche della Casa Grande di S. Marco. Collana: Storia della sanità a Bergamo – 1. Fondazione per la Storia Economica e Sociale di Bergamo.

La riunificazione degli ospedaletti medioevali nell’Ospedale Grande di S. Marco: la resistenza dei frati di S. Antonio de Vienne

Così come stava accadendo in altre città, anche a Bergamo verso la metà del Quattrocento si deliberò l’accorpamento di 11 ospedaletti sparsi tra il colle e il piano in un unico grande organismo (l’Ospedale Grande di S. Marco), al fine di ottimizzare i servizi e creare un’unica dirigenza, esercitando così un maggior controllo (2).

(2) Le prime notizie di un sistema ospedaliero compiuto di Bergamo risalgono al 5 novembre del 1457, quando il Vescovo Giovanni Barozzi (1449-1465) approva i Capitula hospitalis novi et magni structi in civitate Bergami. Insieme ai Rettori della città aveva infatti ottenuto l’autorizzazione di fondare un Ospedale Grande che riunisse in sé tutte le strutture di assistenza al malato e tutti i luoghi pii dediti alla cura sanitaria e all’assistenza paramedica. I  beni degli ospedaletti avrebbero costituito il fondo economico necessario alla realizzazione del progetto.

La veduta prospettica di Alvise Cima, nella tela conservata presso la Biblioteca Civica Mai. Dall’azione congiunta del Vescovo Barozzi e della municipalità, nel 1457 viene deciso di riunire sotto un’unica direzione gli ospedali di Sant’Erasmo fuori dalla porta di Borgo Canale, di Santa Grata inter vites in Borgo Canale, di San Lorenzo dell’omonimo borgo, di San Bernardo presso il ponte della Morla sulla strada di Valtesse, di San Tommaso della Gallinazza dentro porta di Santa Caterina, di Santa Caterina fuori le mura, legato alla parrocchiale, di Sant’Antonio in foris,  fuori porta S. Antonio, del monastero di Santo Spirito, situato nei pressi del monastero dei Celestini, di San Lazzaro in Borgo San Leonardo, di San Vincenzo in contrada di San Cassiano, di Santa Maria Maggiore in Contrada Ante Scolis

Il documento firmato nel 1458, delibera “che il nuovo ospedale dovrà essere costruito nel luogo dell’ospedale di S. Antonio o altrove, qualora lì non fosse possibile”, avviando un’annosa disputa che vede da una parte la resistenza degli antoniani, decisi a difendere strenuamente privilegi e concessioni acquisiti nel tempo (dopo essere stata per un certo periodo in mano alla MIA, nel 1453 i frati di Vienne avevano ottenuto da Papa Nicolò la chiesa e l’ospedale) e, dall’altra, la cittadinanza, che non solo li considera abusivi all’interno della struttura “sorta a vantaggio dei poveri e su iniziativa di una famiglia bergamasca”, ma li rimprovera anche di elemosinare per sostenere la loro comunità e la precettoria d’appartenenza (quella già osservata di Ranverso, in Piemonte), trascurando del tutto l’ospedale e la chiesa.

La diatriba verrà risolta alla fine del Cinquecento, quando il vescovo Barozzi decide di accorpare l’ospedaletto di S. Antonio in Prato all’Ospedale Grande di S. Marco (di cui diviene una dipendenza), permettendo ai frati di restare nella loro sede, dove continuarono a esercitare attività di accoglienza per malati e pellegrini e a celebrare nella loro chiesa, che con l’unione decretata nel 1457 era divenuta parte dell’Ospedale Maggiore.

E poichè la chiesa di S. Marco, costruita (1572) nel perimetro dell’Ospedale Grande era solo chiesa cimiteriale per i degenti del nosocomio ed aveva un battistero per il battesimo degli esposti, per volontà degli amministratori dell’Ospedale Grande nella chiesa di S. Antonio di Vienne veniva celebrata ogni giorno una messa (3).

La chiesa di S. Antonio nel frattempo si era ampliata: “.. era ampia e non disadorna. Aveva quattro altari; la scuola dei Disciplini, che si riunivano in sagrestia; la scuola del Divino Amore, che si riuniva sopra la porta maggiore dove c’era una grande volta in forma di pulpito” (tribuna) (4).

(3) Nella chiesa di S. Marco, costruita 1572 nel perimetro dell’Ospedale Grande, venivano sepolti coloro che nell’ospedale morivano; c’era inoltre un fonte battesimale per il battesimo dei bambini esposti (come da atti della visita pastorale di S. Carlo Borromeo del 1575). C’erano poi due altari, il maggiore e quello di S. Marco, e c’era il SS. Sacramento, ma si celebravano messe solo nel giorno dedicato a S. Marco, poichè, secondo gli accordi presi dal momento dell’unione degli ospedali, una messa quotidiana veniva celebrata nella chiesa di S. Antonio di Vienne in Prato (M. Mencaroni Zoppetti, op. cit.).

(4)  A.G. Roncalli, Gli Atti della visita pastorale di S. Carlo Borromeo (1575), Firenze 1937, Vol. I, La Città, parte II, p. 140.

L’ingresso laterale della chiesa di S. Antonio di Vienne, davanti alla quale si faceva mercato, in un disegno ottocentesco (elaborazione tratta da M. Mencaroni Zoppetti, op. cit.)

I frati di S. Antonio di Vienne vi rimasero fino al 1586, anno in cui il complesso, che era adiacente al convento femminile di Sant’Agata, fu acquisito dalle monache domenicane provenienti dalla Valle di Santa Lucia Vecchia, che lo ridedicarono alle Sante Lucia e Agata (5).

Dopo le soppressioni napoleoniche attuate alla fine del 1798, tutto il complesso venne acquistato nel primo Novecento dalla famiglia Frizzoni, e demolito per far posto alla loro residenza cittadina poi divenuta Municipio della città di Bergamo.

(5) D. Calvi, Effemeridi sagro profane di quanto di memorabile sia successo in Bergamo sua diocese et territorio, vol. III, p. 398, 11 dicembre 1586 “Le monache di S. Lucia fuori delle mura di Bergamo, havendo fin l’anno passato comprate le habitationi e Chiesa dell’Ospitale di S. Antonio in Prato contiguo a S. Agata, vennero in questo giorno ad habitarvi formandosi delle due chiese di S. Antonio e di S. Agata una Chiesa sola con titolo di S. Lucia e Agata”.

Palazzo Frizzoni, edificato tra il 1836 e il 1840 dall’architetto bresciano Rodolfo Vantini ed attualmente sede del Municipio di Bergamo. L’edificio è sorto sull’area occupata dall’antica chiesa e annesso ospedale di S. Antonio di Vienne

Data l’impossibilità di utilizzare l’ospedale di S. Antonio, su cui erigere l’Hospital Grande di San Marco, nelle sedute comunali si avanzarono le ipotesi più varie finchè, nel 1474, si scelse un’area poco lontana, ai margini dello stesso Prato di S. Alessandro: si trattava di un terreno di proprietà dell’ospedale stesso, sul prato Bertellio (prato di S. Bartolomeo?), in una zona pianeggiante, chiusa a sud dalle Muraine, a monte del luogo dove sin dall’alto Medioevo si svolgeva la grande Fiera annuale dedicata al patrono della città: un punto a cui era possibile convergere da ogni parte dell’abitato e in posizione equidistante rispetto ai borghi di S. Alessandro a ovest e di S. Antonio a est, come indicato nella veduta prospettica di Alvise Cima,  dove il complesso ospedaliero e la chiesa annessa sono indicati come PEPITALE S. ANTONIO.

La supposta Bergamo quattrocentesca un un particolare della veduta di Alvise Cima, conservata presso la Biblioteca Civica Mai. In verde, la zona in cui si trova l’ospedale di Sant’Antonio (oggi Palazzo Frizzoni), posto accanto al convento di S. Marta. In azzurro, l’Ospedale di San Marco, al centro dell’antica Bergamo, ai margini del Prato di S. Alessandro, risulta formato da tre corpi di edifici collegati da un loggiato. A destra la chiesa (costruita nel 1572), priva di campanile e con il fronte al rustico, si affianca al corpo occidentale  (PEPITALE) connesso al chiostro, affiancato dal brolo (orto officinale). Verso est un edificio più basso si congiunge con quella che dovrebbe essere la Cappella dell’Ospedale.  La vasta area verde restituisce l’idea della salubrità del luogo antistante il  prato che si estende sino alle Muraine, solcato dalla Seriola Nuova che lambisce il convento di S. Bartolomeo e raggiunge la Porta del Raso

 

Anche nell’immagine della città secentesca formulata da Macherio e poi da Stefano Scolari, la facciata della chiesa di S. Marco appare in una modesta forma a capanna, probabilmente in arenaria. Sono visibili due cortili, il loggiato di fronte al prato, l’edificio della Dogana veneta e il tezzone del salnitro, che serviva per la fabbricazione della polvere pirica e dove, terminato l’evento, venivano ricoverate le baracche di legno della fiera. Il tezzone è abbattuto nel 1820 e trasformato in mercato del grano

 

La fabbrica dell’Ospedale Grande di San Marco si avvia dal 1478 e termina nella prima metà del Cinquecento; è ampliata all’inizio del Settecento e quasi interamente demolita nel 1937, per il nuovo assetto assunto dal centro della città bassa. La sua conduzione venne affidata ai frati del vicino convento delle Grazie

Del grandioso edificio rinascimentale dell’Hospital Grande di San Marco, demolito negli anni Trenta del secolo scorso, il ricordo più vistoso e bello è la chiesa dedicata a San Marco che, costruita nel 1572 nel perimetro dell’ospedale, ha assunto fogge barocche nel corso del Settecento.

L’interno della chiesa (qui ritratta nel primo Novecento) a una navata, è d’impianto quattrocentesco ma viene riformato all’inizio del Settecento, pochi anni dopo la costruzione del quarto braccio della crociera dell’ospedale. Fra il 1726 e il 1728 il prospetto, sino ad allora in semplice arenaria, viene rinnovato con il rivestimento marmoreo dalle eleganti forme barocche da Giovanni Ruggeri e impreziosito dal portale e dalle statue di coronamento dello scultore Giovanni Sanz. Nel 1747 le pareti e il soffitto vengono affrescati dal comasco Carlo Innocenzo Carloni che affrescò sulla volta l’Eucarestia, sui pennacchi della cupola i quattro evangelisti, nella cappella di destra la Vergine Assunta, e in quella di sinistra San Camillo De Lellis, fondatore dell’Ordine dei chierici regolari ministri degli infermi, sicuramente quegli stessi chierici che operarono nella struttura (Mencaroni Zoppetti, cit.)

Dopo l’ingresso (1586) delle domenicane di S. Lucia Vecchia nel convento di S. Antonio, la messa verrà celebrata nella chiesa di S. Marco (6), che da allora comincerà ad esser nominata “chiesa di S. Antonio” nonostante la sua dedicazione a S. Marco ed alla Vergine, in omaggio alla Serenissima.

(6) E a tal fine verranno mantenuti dall’ospedale un priore e un cappellano (A.G. Roncalli, Gli Atti della visita pastorale… Cit., pp. 158-159).

In un particolare del cabreo della Fiera di Bergamo, disegnato dall’agrimensore Bernardino Sarzetti nel 1723, la chiesa dell’Ospedale Grande, intitolata ai SS. Marco e alla Vergine, è indicata come Chiesa di S.to Antonio. Si noti, sul lato destro,  la cappella dei morti con il portico

La chiesa e l’ospedale di S. Antonio di Vienne, come detto verranno acquistati nel primo Novecento dalla famiglia Frizzoni e demoliti per far posto al palazzo di famiglia, oggi  Municipio della città di Bergamo, cancellando qualsiasi testimonianza dell’antico complesso.

Bibliografia

Maria Mencaroni Zoppetti (a cura di), L’Ospedale nella città – Vicende storiche e architettoniche della Casa Grande di S. Marco. Collana: Storia della sanità a Bergamo – 1. Fondazione per la Storia Economica e Sociale di Bergamo.

Le viuzze medioevali di Città Alta e le porte del morto

Oggi vi prendo per mano per condurvi nel dedalo di Città Alta alla ricerca delle sole viuzze medievali che ancora mantengono il loro carattere originario e che nel XII e XIII secolo intersecavano il groviglio delle abitazioni addensate in disposizione casuale, senza  tracciati definiti.

Il tratto iniziale di via Alla Rocca, salendo da piazza Mercato delle Scarpe

Di queste viuzze sono sopravvissuti solo due tratti, il primo dei quali s’incontra inizialmente sul lato destro di via Rocca ed è contiguo alla chiesa di S. Rocco, ad essa accomunato per il suo essere “luogo nascosto”, ammantato da un’aura vagamente lugubre e misteriosa.

Si tratta di una schiera ininterrotta di case, la quale, accanto a normali aperture presenta un’insolita serie di porticine murate che invitano a interrogarsi sulla loro origine e sul loro significato.

La schiera di case sul lato destro di via Rocca, il cui fronte presenta una serie di porte murate risalenti al periodo medioevale (Foto Alfonso Modonesi)

L’altro tratto riguarda via Mario Lupo, tratto che è sopravvissuto alle alterazioni sopravvenute dal Quattrocento all’Ottocento e si trova proprio di fronte ai vani delle botteghe sottostanti la sacrestia della Cattedrale, erette dai canonici nel XII secolo.

Il lato sinistro di via Mario Lupo, uno dei due tratti originari di Città Alta che ha mantenuto il carattere delle stradette della Bergamo del XII e XIII secolo. La via, già denominata via delle Beccherie, era in quel tempo zona di traffici e commerci in quanto collegava il crocicchio del Gombito con la Piazza Maggiore di S. Vincenzo (attuale piazza dell’Ateneo), nel secolo XII destinata a mercato cittadino, prima degli animali ed in seguito dei cereali e delle biade

 

Lato sinistro di via Mario Lupo, particolare

 

Via Mario Lupo, ingresso alle abitazioni posto di fronte alle ex botteghe dei canonici della Cattedrale

Le botteghe  si trovano invece dopo il portale della Canonica detta “dei Cuochi”, che porta nella serraglia l’immagine di S. Vincenzo.

I fondachi (botteghe) di via M. Lupo ripresi negli anni Sessanta

 

Lapide affissa all’ingresso del portale della Canonica detta dei Cuochi: “Portone di S. Vincenzo del 1150 di accesso al chiostro e alla canonica eretti dal Vescovo Adalberto nell’897”

 

Il passaggio della Canonica “dei Cuochi”, che ricongiunge via M. Lupo a Piazza Vecchia (Raccolta Gaffuri)

 

Particolare del passaggio della Canonica “dei Cuochi” (Raccolta Gaffuri)

 

L’immagine di S. Vincenzo nella serraglia del portale della Canonica “dei Cuochi”, ingenua opera scultorea di gusto e forma bizantineggiante

Era il tempo in cui il Comune bergamasco, sorto dal decadimento della vita feudale, andava affermando la sua autonomia in un’atmosfera di libertà. Un’epoca in cui un considerevole sviluppo edilizio vedeva il sorgere di nuove case, torri ed edifici destinati a durare per secoli.

Porzione dell’area occupata dal castrum dei La Crotta inglobato dalla Cittadella (Foto Lino Galliani)

 

Accanto al Palazzo della Ragione, il Palatium Comunis Pergami (attuale Palazzo del Podestà), eretto tra il 1182 e il 1198, in una tarsia di Fra Damiano Zambelli nel coro di S.Bartolomeo a Bergamo (da “Bergamo d’altri tempi”, S. Angelini)

Solo all’interno della cerchia murata vi erano più di trenta torri, appartenenti al ceto dominante. E’ il caso dei De Zoppis al Gombito, dei La Crotta di fronte al Carmine, dei ghibellini Suardi presso il Palatium Comunis (l’attuale Campanone) , dei Rivola (la più eminente casata di parte guelfa) e di altre case minori, erette con facciate di pietra a vista e con l’impiego di massicci blocchi di arenaria e più spesso di duro calcare, mentre i contorni di finestre e porte erano comunemente di muratura o di legno.

Casa De Zoppis e Torre di Gombito (inizio XII secolo), all’incrocio principale della città, là dove si incontravano il cardo e il decumano romani. Originariamente l’unico accesso alla Torre di Gombito, ora murato, era posto sul lato est, ad otto metri dal suolo, attraverso il quale comunicava con la casa adiacente, con cui formava un complesso unitario. Le altre aperture erano solo le feritoie e le monofore poste alla sua sommità

 

Nel XVI secolo, nella Torre di Gombito viene inserita una bottega al piano terra, con un ingresso e una finestra. Successivamente viene inserito un porticato o forse un’altra bottega di cui restano tracce, sul lato verso via M. Lupo, di mensoloni in pietra nera che sporgono a circa sei metri dal suolo

 

Particolare di uno dei mensoloni posto a circa 6 metri dal suolo, residuo di un preesistente porticato o bottega successiva al XVI secolo

Le case dei ghibellini De Zoppis al Gombito (Casa-torre e Passaggio fortificato fra la casa e la torre) furono erette, come recita la lapide posta sopra il passaggio, dalla famiglia De Zoppis intorno al 1100.

Casa De Zoppis e Torre di Gombito – lato ovest

 

Le case della famiglia De Zoppis al Gombito (Foto Raccolta Lucchetti). Nel XVI secolo la casa adiacente la torre di Gombito era già stata completamente ricostruita con un voltone archiacuto

 

La lapide affissa sopra il passaggio, testimonia che le case dei ghibellini De Zoppis al Gombito furono erette da tale famiglia intorno al 1100

 

Il passaggio fortificato tra la casa De Zoppis e la Torre. Nel XIV secolo Lo spazio era chiuso all’esterno da una semplice porta fortificata che non doveva essere molto dissimile da quella posta nel passaggio, dove un arco a sesto acuto dà accesso al sottoportico leggermente voltato (Foto Raccolta Lucchetti)

 

Il cortile interno a lato della torre del Gombito nella Raccolta Gaffuri

Anche se col trascorrere del tempo le pietre delle facciate furono frequentemente intonacate perdendo così il tipico aspetto delle case di Toscana e dell’Umbria, i contorni delle porte che si susseguono quasi a contatto fra loro mantengono e mostrano, oggi come allora, il loro aspetto primitivo.

Particolare delle porte del morto in via Rocca, in uno dei palazzi più antichi di Bergamo Alta. “Le spalle e gli archivolti, tagliati con masselli ed armille con esatta precisione di squadratura e di giunzione ed eseguite con accuratezza di fattura nel duro calcare, conservano dopo quasi otto secoli la loro forma genuina senza alterazione alcuna e come tali dureranno per lungo tempo ancora, rievocando nel loro aspetto quella lontana vita” (L. Angelini, op. cit.)

La caratteristica dei blocchi che compongono spalle ed archi è costante come per le aperture di finestre e di porte dei fortilizi antichi: la fascetta intorno alla luce dell’apertura lavorata a scalpello fine e la bozza soprastante lavorata grezza in lieve curvatura formante uno sporto ad unghia: lavorazione questa che durò dal secolo XI fino al Quattrocento.

In via Rocca, la cortina di edifici sulla destra presenta caratteristiche architettoniche di case medioevali con archi, spalle alle finestre e alle porte con paramento in pietra squadrata. In questo gruppo di case dalle cinque aperture contigue (che si può attribuire al secolo XIII) si aggiunge nella casa più bassa segnata al n. 3 un’altra porta pure medioevale ma ad arco acuto sorta più tardi nel secolo XIV e pertanto posteriore di circa un secolo

 

A partire dal 1301 e fino al 1449, le porticine di via Rocca permettevano l’ingresso nei depositi dell’Opera di Misericordia Maggiore (la più importante confraternita laica cittadina istituita a favore di poveri, malati, religiosi e bisognosi), di cui rimane traccia nella lapide affissa in una delle pareti cieche di via Rocca. Probabilmente in questo edificio si svolgevano anche attività artigianali e di commercio

Fra queste luci di porta sono presenti nel tratto di strada di via Rocca le piccole porticine intermedie che da tempo, in richiamo di consimili esempi umbri, vengono chiamate “porte del morto” perché, secondo la tradizione, ognuna di esse veniva usata solo per il passaggio di un feretro nell’uscire dalla casa.

La porticina murata rappresenta una delle “porte del morto” di via Rocca. La porta era ubicata accanto all’ingresso principale dell’abitazione e si distingueva oltre che per la sua forma piccola e stretta anche per la sua collocazione rialzata rispetto al piano stradale.Ve ne sarebbe un altro esempio in via Solata, accanto alla torre della chiesa di S. Pancrazio

Si tratta di una caratteristica struttura delle case medievali presente in Umbria, particolarmente a Gubbio, a Nocera Umbra, a Spello, ad Assisi, mentre contrariamente a quanto altri affermano, L. Angelini non accenna ad esempi simili in Toscana.

“Per strano caso, difficilmente spiegabile, si ritrova tale motivo anche in un punto della Provenza francese nella cittadina abbandonata dei Baux presso le Alpilles, già sede medioevale di feudo, punto di afflusso del turismo e che lascia nel suo strano aspetto un indelebile ricordo: anche qui fra quelle pittoresche rovine le porticine alte e strette risultano contigue a porte di maggior misura” (L. Angelini, cit.).

Ma vediamo il motivo di questa insolita struttura architettonica.
La “porta del morto” deve il suo nome all’usanza medievale di fare uscire la bara non dall’ingresso principale, ma dalla porta più stretta, affinché lo spirito del morto restasse dentro la casa.

Le porte del morto nella Raccolta Gaffuri

La porta quindi si apriva soltanto per far passare la bara di chi usciva, piedi in avanti, dalla casa, per non farvi più ritorno.
Per scongiurare un cattivo auspicio, subito dopo il passaggio della bara la porta veniva murata affinché nessun vivo, nemmeno per errore, vi passasse attraverso. Ed anzi, chi la oltrepassava anche solo per errore veniva considerato già morto per i familiari; si racconta che S. Chiara e S. Francesco lasciarono la casa paterna varcando proprio quella soglia, forse a simboleggiare l’addio alle cose terrene.

A giustificare l’esistenza di una simile stranezza vi sarebbe però un altro motivo, non legato alle credenze popolari ed ispirato a ragioni prevalentemente pratiche.
Le abitazioni medievali, infatti, normalmente avevano al pianterreno le stalle, le botteghe artigiane o commerciali e subito dopo l’ingresso partiva, per privilegiare questi spazi, una ripida scalinata tanto stretta che la bara non vi poteva girare e pertanto in questa occasione necessitava di tale apertura.

Il gruppo di case di via Rocca, attribuibili al secolo XIII, formante cinque aperture contigue, alcune delle quali murate (incisione all’ acquaforte del 1966, di Carlo Scarpanti)

La tradizione che ha dato il nome a questi stretti passaggi, da taluni si interpretano ora o come porte di sussidio e quasi di servizio con scaletta a parte, o come elemento difensivo, essendo non aperte fino a terra ma con un livello della soglia tenuto a notevole altezza sul piano stradale.

Una più semplice interpretazione si appoggia sul fatto che essendo nel medioevo intollerabile una coabitazione con ingresso comune, ogni porta accedeva direttamente ai locali interni con singole scale separate fra le quali spesso trovavano posto, come nel nostro caso, fondaci o botteghe intermedie.

La stretta di Via Rocca in direzione Mercato delle Scarpe

Certo è che nelle tombe etrusche esisteva una porta simbolica, spesso disegnata, ad indicare il passaggio delle anime dei defunti, il che fa supporre ad alcuni studiosi l’origine etrusca delle porte del morto.
In epoca romana invece il passaggio delle anime veniva presentato come il limes dell’uscio di casa, varcato dal defunto una sola volta, mentre nel Medioevo la porta veniva murata per impedire il ritorno della morte in quella casa.
Anche le tombe delle prime dinastie faraoniche, successivamente destinate a dignitari di corte, presentano la riproduzione di una finta porta, con il nome e il titolo del defunto, a simboleggiare il passaggio tra il mondo dei vivi e quello dei morti.

Riferimento principale

Luigi Angelini, “Un tratto di Bergamo medioevale”, Cose belle di casa nostra: Testimonianze d’arte e di storia in Bergamo, Stamperia Conti, Bergamo, 1955, pagg. da 111 a 113.