Il Forte di San Marco: la “fortezza nella fortezza”, nel cuore delle mura veneziane di Bergamo

Bergamo, nella sua storia, aveva subito invasioni, assalti e distruzioni da parte di ogni esercito che passava nelle vicinanze e per questo motivo i cittadini stessi avevano invocato la Serenissima di rinforzare le sue difese, incontrando i propositi di Venezia di rendere sicuri i suoi confini di terra, verso gli ingombranti vicini Spagnoli.

Incaricato dal Senato veneto di costruire la fortezza di Bergamo, il generale Sforza Pallavicino dedicò grande attenzione a quest’opera, da cui dipendeva la sicurezza dell’intera città.

Mentre verso sud‐est, sopraelevata e dominante vi era la trecentesca Rocca, rinforzata dai Veneziani (con l’arsenale principale, un sito per la riparazione delle armi, una polveriera e la scuola dei Bombardieri), in centro ma verso nord‐ovest sorgeva la Cittadella, sede della Capitaneria con truppe ed arsenale.

Attorno a tutto il perimetro esterno delle mura, la “fossa” (oggi un gran bel circuito verde) per giri di ronda, spesso fornita di controscarpa di copertura ed eventuali postazioni e piazze di difesa avanzata.

Verso sud ed esterna alle mura, una difesa avanzata dominante la pianura a protezione del retrostante bastione di San Giacomo, denominata Fortino di San Domenico, costituito da una piattaforma dal perimetro di 376 mt, oggi completamente irriconoscibile a causa degli alti alberi circostanti.

Pur essendo considerato scarsamente difendibile, il capitano da Lezze nel 1596 giudicava che se fosse stato occupato dal nemico, questi avrebbe potuto farvi “saltare la mina” provocando una profonda voragine “come di cisterna secreta formata de sassi e coperta con un volto di muro che sarebbe la morte di quelli che vi si ritrovassero sopra”.

Nel tondo il Fortino di San Domenico, ad ovest di Porta San Giacomo e al di sopra della Galleria Conca d’Oro. La sua realizzazione comportò la demolizione del convento di Santo Stefano e San Domenico, un convento prestigioso ed ampiamente partecipe della vita cittadina, in cui si conservava la grande pala Martinengo di Lorenzo Lotto

Verso nord, ancor più sopraelevato (490 mt s.l.m. contro un’altezza media delle mura di 350 mt), il ben munito Castello di San Vigilio collegato al Forte di S. Marco, una “fortezza nella fortezza” posta nel settore nord-occidentale del circuito delle Mura, frutto di lavori grandiosi particolarmente attenti a contenere l’eventualità di un assalto proveniente dai colli, dal momento che, come la storia insegnava, mantenere il possesso del Castello era di primaria importanza per la sicurezza della città, così come il versante della collina di San Vigilio rimaneva il settore più esposto all’assalto del tiro nemico.

La parte settentrionale delle Mura cinquecentesche compresa tra la porta di Sant’Alessandro a sud e quella di San Lorenzo a nord (sicuramente la parte più bella e meno conosciuta del circuito murario), venne quindi concepita come centro dell’organizzazione difensiva di tutto l’apparato logistico-militare.

Il Forte di S. Marco, un vasto recinto innalzato lungo il settore nord-occidentale del perimetro fortificato), comprendente ben 6 baluardi dei 14 complessivi. Era collegato al Castello di S. Vigilio da una strada coperta e circondato da una fossa come una buona parte del circuito murario veneziano (dallo studio di E. Fornoni, “S. Agostino e le nuove fortificazioni in Bergamo”. Gaffuri e Gatti, 1883)

Venivano quindi completamente abbandonati gli antichi resti di fortificazioni viscontee sul Monte Bastia, ancor più di poco sovrastante la “Cappella” (20 mt), ma distante 520 mt.

Delle poderose difese del castello, o Cappella, rimane il solido impianto dei quattro torrioni cilindrici collegati dalle possenti cortine. Sul lato ora percorso dalla lunga scalinata che conduce alla sommità erano allineati gli edifici con gli alloggi dei soldati e i magazzini; c’era anche una polveriera del tutto simile alle altre due superstiti, demolita molto probabilmente in coincidenza con le notevoli trasformazioni che la “Cappella” subì nell’Ottocento per mano degli Austriaci, che la sguarnirono del tutto abbattendo pure il grandioso portale d’ingresso. La spianata delle adunate militari è oggi un parco pubblico dal quale nelle giornate terse lo sguardo spazia fino alle lontane Alpi. La fortezza sul colle poteva allora ospitare nella piazza d’armi fino a 500 soldati e 10 pezzi di artiglieria. Un pozzo e due cisterne ne assicuravano il rifornimento idrico

IL FORTE DI S. MARCO SUPERIORE: IL VERO CUORE DELL’INTERA FORTEZZA

Con il compito di proteggere il Castello da eventuali assalti esterni provenienti dal settore più vulnerabile dei colli, il Forte Superiore comprendeva una serie di strutture sotterranee articolate in modo tale da poter assicurare una pronta difesa della zona in caso di emergenza.

Il Forte di S. Marco e il Castello di San Vigilio collegati dalla strada coperta nella planimetria prospettica di Bergamo di Stefano Scolari (Venezia secolo XVII). Incisione su rame. Bergamo – Uff. Tecnico del Comune

La chiave di volta del suo apparato era la piazza S. San Marco, il quartier generale dell’organizzazione difensiva dell’intera fortezza, ben nascosta e protetta all’interno dei tre possenti baluardi, di cui, come vedremo, conosciamo l’aspetto grazie alle esplorazioni del gruppo speleologico delle Nottole, impegnato anni or sono nei rilievi dei sotterranei celati dalle mura, svolgendovi anche visite guidate.

La piazzetta S. Marco

La piazza, che dava riparo ai soldati e ai corpi di guardia e custodiva nei depositi il materiale bellico, era collegata, mediante camminamenti e strade coperte, a tutti i baluardi circostanti, costituendo il punto di partenza e di arrivo delle gallerie che correvano verso le cannoniere e le sortite, e di cui una conduceva all’esterno della fortezza tramite il varco “segreto” della Porta del Soccorso: la quinta delle porte della cinta bastionata veneziana, la più piccola, anonima e ben mimetizzata fra la boscaglia dei colli, tuttora esistente ma celata all’interno di una proprietà privata e sbarrata da un portone sempre chiuso.

La Porta del Soccorso, nel Forte di S. Marco

A differenza delle Mura, di proprietà comunale, la Porta del Soccorso, compreso tutto il Forte di S. Marco e le interessantissime strutture sotterranee, furono acquistati da privati dal 1812 – negli anni della dominazione francese – insieme al Castello, poi rientrato in possesso del Comune di Bergamo. Il passaggio a proprietà privata del Forte, lo mantiene per gran parte tuttora “altro” rispetto alla città.

La Porta del Soccorso è ben nascosta dietro la cancellata antistante un cortile posto a metà di via Sotto Mura di Sant’Alessandro, un ombroso viottolo pedonale dominato da una compatta muraglia semicoperta dalla vegetazione, raggiungibile da Colle Aperto superata la curva di via Beltrami, oppure da via Cavagnis, la cosiddetta “panoramica” che scende dal colle di San Vigilio

La Porta del Soccorso era considerata l’ultima via di fuga in caso di assedio disperato e sarebbe stata utilizzata per dare aiuto (da qui il nome di soccorso) al Castello di S. Vigilio: le truppe concentrate nella piazza del forte avrebbero fatto irruzione all’esterno utilizzando la porta celata dentro la muraglia, così da sorprendere gli assedianti.

A parte la cura dedicata ai particolari strutturali, che dovevano garantire stabilità e sicurezza, a causa dell’utilizzo prettamente militare la porta non ha le caratteristiche delle altre quattro e non presenta nessun elemento distintivo, come uno stemma od una targa: presenta solo due tagli verticali nella pietra che ospitavano le travi del ponte levatoio necessario per superare la fossa antistante che circondava la fortezza, oggi coperta, anche se esternamente è ancora parzialmente presente il terrapieno di copertura, superato nel dislivello dai curvoni che portano a San Vigilio. Era protetta dalle cannoniere poste nei fianchi dei baluardi in cui era incassata: quello di Castagneta a sud (in cui è inserito l’Orto Botanico, accessibile dalla scaletta posta a fianco di una delle due polveriere veneziane, affacciata su Via Beltrami) e il baluardo Pallavicino a nord

Il suo utilizzo era previsto anche per controllare il territorio intorno al Forte o per azioni di disturbo oltre la fossa: la sua pur modesta dimensione consentiva infatti l’uscita di un gran numero di armati e cavalleggeri con a seguito macchine da guerra.

All’importante ruolo che questo settore doveva svolgere per la difesa della città si aggiungeva un secondo corridoio, una “strada coperta” di collegamento tra la Porta del Soccorso al Castello di San Vigilio, che correva a cielo aperto lungo la costa del colle ma ben protetta dal tiro del fuoco nemico grazie ad una doppia cortina di mura e da un argine in terra.

L’impianto fortificato del Castello di S. Vigilio nel contesto orografico del colle, con la strada coperta che giunge fino al Forte di S. Marco (disegno di Cesare Malacreda, conservato presso la Biblioteca Nazionale Marciana di Venezia)

Questa strada coperta includeva lungo il percorso due piazze capaci di diversi pezzi di artiglieria fissi e mobili, una posta a metà del percorso e rivolta verso S. Gottardo, l’altra a fianco della porta del Castello e rivolta verso il Monte Corno, con postazioni cannoniere.

Il Forte di S. Marco, posto a “guardia” del Castello di San Vigilio

In questo modo il presidio sul colle avrebbe potuto ricevere aiuto ed essere rifornito di viveri e munizioni senza che il nemico potesse osservare quello che stava accadendo ed impedire il passaggio. Di questo manufatto oggi non resta traccia perché è stata demolita dai Francesi nel 1796.

NEL FORTE DI S. MARCO, FRA UN BALUARDO E L’ALTRO

Oggi interamente inaccessibile in quanto proprietà privata, l’intera area occupata dal Forte di S. Marco è ancora ben identificabile lungo il settore di nord-ovest delle mura veneziane (il più scosceso), dove si articola in un vasto recinto suddiviso in due parti: il Forte di S. Marco Superiore, che chiude la fortezza a nord-ovest rivolto verso il colle di San Vigilio, e il Forte di S. Marco Inferiore, che si sviluppa verso est, rivolto verso la Valverde e Castagneta.

Pianta del Forte di S. Marco. Il Forte di S. Marco Superiore (formato dai baluardi di San Gottardo, San Vigilio, Pallavicino) chiude la fortezza a nord-ovest, sviluppandosi dalla porta S. Alessandro alla porta del Soccorso. Il Forte di S. Marco Inferiore (formato dai baluardi di Castagneta, San Pietro e Val Verde) si sviluppa a ventaglio dalla Porta di S. Lorenzo alla porta del Soccorso

 

Il contesto naturale in cui si inserisce il Forte di S. Marco (contrassegnato dalla linea nera sovrimpressa) prima della costruzione delle Mura veneziane, nella veduta a volo d’uccello attribuita ad Alvise Cima (dettaglio). Nel riquadro blu la “Cappella”, mentre la Porta del Soccorso (nel tondo rosso) è collocata genericamente tra grumi di case. Nei tondi verde e giallo le porte rispettivamente di S. Alessandro e di S. Lorenzo, da cui si diparte la cerchia del “Forte”

Abbracciava dunque una vasta area, quasi interamente riservata agli edifici militari, intorno alla quale, esternamente e quasi interamente correva la fossa completa di controscarpa di copertura, predisposta sia per un percorso di ronda che per difese esterne.

Per rispondere alle necessità delle armi da fuoco, all’interno del forte recinto furono costruite due polveriere di forma piramidale, che avevano il compito di conservare i barili di polvere fabbricata a Bergamo mescolando lo zolfo importato da Venezia con la carbonella di produzione locale. La polveriera del Forte Inferiore (nel tondo) si trova tuttora nella valletta a monte di porta San Lorenzo. E’ scomparsa invece quella un tempo esistente nel Castello di S. Vigilio

 

La polveriera del Forte Superiore (cerchiata in rosso) è tuttora collocata in via Beltrami, all’inizio della scaletta che conduce all’Orto Botanico. Qui è rittatta nel 1875, in una veduta da Colle Aperto verso il palazzo dei conti Roncalli e la strada per Castagneta (fotografia probabilmente eseguita dal conte Antonio Roncalli e conservata nella Racc. Gaffuri presso la Biblioteca Civica A. Mai)

Entrambi i settori del Forte, quello inferiore e quello superiore, erano infatti dotati di un quartiere per l’alloggio dei soldati e di una polveriera, disposte a monte e a valle del muraglione di Colle Aperto, che digradando sul pendio dell’omonima valletta permise di allargare una strada al servizio delle parti del forte.

Il Muraglione di Colle Aperto fu costruito per rafforzare il ciglio del colle e scongiurare il pericolo di crolli o frane causati dallo smantellamento operato per l’edificazione delle mura. La faccia nord del Forte Inferiore era percorsa internamente da una strada, oggi corrispondente alla via Sforza Pallavicino (il capitano generale delle truppe venete, che organizzò e coordinò tutti i lavori di demolizione ed erezione della cinta bastionata), che da via Beltrami si dirama verso Castagneta

Mentre il Forte Inferiore costituiva la parte che meno avrebbe risentito di un possibile attacco, la porzione bastionata del Forte Superiore, formata dall’insieme dei baluardi di San Gottardo, San Vigilio e Pallavicino assumeva particolare importanza perché, secondo i costruttori, erano quelli che avrebbero dovuto sopportare il maggior peso di fuoco da parte di un assediante che si fosse appostato sul colle di San Vigilio, nel Castello oppure sui colli vicini. Per questo motivo qui il muro è alto e compatto, protendendo sul lato a monte veri e propri speroni fondati sulla pietra viva che non avrebbero dovuto offrire appigli agli attaccanti.

Posti in immediata successione i tre bastioni del Forte Superiore si configurano come la porzione più tormentata della cerchia, quasi del tutto priva delle cortine di collegamento che altrove dividono un baluardo dall’altro: una soluzione che tra l’altro risolveva, oltre alla necessità di difesa da ipotetici tiri provenienti dalla “Cappella”, anche il problema dell’adattamento alla conformazione orografica – la più scoscesa dei colli -, con dislivelli particolarmente marcati tra un baluardo e l’altro.

I baluardi del Forte di S. Marco. All’eminenza della Cappella il Forte superiore (tra la porta di S. Alessandro a ovest e la porta “del soccorso” a nord), superando arditamente lo scosceso pendio di S. Vigilio con muri di contenimento e di sostegno che reggono il degradare del terreno, oppone la compatta sequenza di una piattaforma (di S. Gottardo) e di due baluardi (di S. Vigilio e Pallavicino) proiettati verso l’alto senza cortine di collegamento e con i fianchi rientranti ridotti alle minime dimensioni. Con sviluppo più che doppio e con cambi di direzione tra i più decisi dell’intera cinta si snodano invece i tre elementi del Forte inferiore, tra la porta “del soccorso” e quella di S. Lorenzo (baluardi di Castagneta, S. Pietro e Valverde)

IL FORTE SUPERIORE: DALLA PORTA S. ALESSANDRO ALLA PORTA DEL SOCCORSO

Il Forte Superiore si sviluppa a partire dalla Porta Sant’Alessandro (custodita nel 1565 da una compagnia di “settanta fanti elettissimi”), da dove si dipartono in successione i poderosi baluardi di San Gottardo, conosciuto anche come piattaforma e fiancheggiato dal tracciato iniziale della funicolare, San Vigilio, con la funicolare che prosegue il viaggio ai suoi piedi, e Pallavicino, che, strettamente affiancati lungo gli scoscesi pendii del colle, sembrano sostenersi tra loro nel contrastare eventuali attacchi sferrati dall’alto.

I cannoni con cui la guarnigione avrebbe colpito tutto lo spazio antistante erano alloggiati dentro cannoniere e casematte, profondamente incuneate nel vivo dei terrapieni e raggiungibili solo con corridoi sotterranei.

Tutte le parti sotterranee delle mura veneziane – corridoi, strade coperte, cannoniere -, sono state esplorate, studiate e rese in parte accessibili dal lavoro prezioso del Gruppo Speleologico bergamasco “Le Nottole”. Preziosi anche i contributi dati dagli “Amici delle Mura di Bergamo” per la manutenzione e la valorizzazione di un’opera che appartiene alla nostra città e che è assolutamente unica nel suo genere.

Dopo il breve tratto di Cortina di Porta S. Alessandro, che tagliò definitivamente l’antica strada romana tra Casnida (Castagneta) e Borgo Canale (l’altro lato chiuso dà sul baluardo di Valverde), prende inizio il Baluardo S. Gottardo, che si inerpica lungo il marcato declivio del tracciato della funicolare per San Vigilio, dove le difficoltà di costruzione furono brillantemente superate grazie a notevolissimi riporti di materiale e dove le costruzioni ottocentesche hanno reso il tratto poco leggibile.

La parte esterna di Porta S. Alessandro, rivolta verso gli imbocchi di Sudorno, Borgo Canale, via degli Orti, via Tre Armi nonché la Ripa, la salita verso il colle di S. Vigilio. Ai tempi della ripresa, la funicolare ancora non esisteva

 

A pochi passi da Porta S. Alessandro, a fianco della funicolare per S. Vigilio, lo sperone del Baluardo di S. Gottardo, posto su di angolo unicamente ottuso di quasi 120°

Nel fianco sud si aprivano e si possono ancora ben leggere nella possente e regolare tessitura del muro di chiusura due cannoniere e due troniere a difesa dell’attigua porta Porta S. Alessandro.

Fianco ritirato nord e cannoniera del Baluardo di S. Gottardo

Allo sperone, posto su di angolo unicamente ottuso di quasi 120°, fa seguito la faccia ovest del baluardo, che attualmente fiancheggiata dalla funicolare è estremamente ardita, mentre in questo tratto la pur solida struttura muraria appare più minuta.

L’ardita faccia ovest del Baluardo di S. Gottardo, oggi fiancheggiata dalla funicolare per S. Vigilio, lungo il tracciato dell’antica fossa

L’orecchione nord (lo smusso tondo dell’angolo tra faccia e fianco del bastione) è molto allungato, come fosse uno sperone proteso verso il colle sovrastante.

Da San Vigilio a Città Alta in funicolare. In primo piano l’orecchione nord del Baluardo di S. Gottardo (credit Dimitri Salvi)

Il baluardo di S. Gottardo termina con il fianco ritirato nord, molto ridotto, che era munito di due cannoniere, di due troniere e di una sortita.

Il Baluardo di S. Gottardo (nel tondo, con l’orecchione nord bene in vista) e il sovrastante Baluardo di S. Vigilio, lungo la parte occidentale del Forte di S. Marco, rivolta verso Borgo Canale e il tratto iniziale di via Sudorno

Gli edifici ottocenteschi hanno molto alterato anche l’intera zona alla sommità del baluardo, dove il cavaliere doveva presentarsi a gradoni, lungo i quali avrebbero potuto piazzarsi dei pezzi d’artiglieria rivolti verso il colle sovrastante.

1880: la conca di Borgo Canale, sovrastata dal versante occidentale del Forte di S. Marco, formato dai baluardi di S. Gottardo e S. Vigilio (Foto Terzi)

Sull’orecchione nord vi sono i resti consunti di una lapide dedicata allo Sforza Pallavicino, che fortemente volle questa costruzione. Alcuni affermano che sotto questa lapide terminasse il giro di ronda (all’arrivo della quale suonava una campanella) e poiché, riportava il segno di 3 armi del generale, questo avrebbe dato il nome alla strada che inizia sotto Porta S. Alessandro: via Tre Armi appunto.

Via Tre Armi ricalca il tracciato esterno dell’antica “strada coperta”, incassata tra le Mura e i muri di protezione e perciò  nascosta agli sguardi del nemico. Il nome di via ‘Tre Armi’ testimonia quindi il suo essere stata strada militare attorno alla città fortificata

Segue il Baluardo San Vigilio, il cui progetto fu particolarmente sofferto e controverso per l’assillante timore di una presa nemica del Castello, che avrebbe dato agli assedianti la possibilità di battere con le artiglierie gran parte della fortezza.

In primo piano il Baluardo di S. Vigilio con la sua garitta

Alla Faccia sud leggermente rientrante dalla visuale del Castello, segue lo sperone, che è la punta più a ovest di tutta la fortezza; su di essa svetta una torretta di guardia, l’unica garitta ancora esistente delle trentadue che un tempo si alternavano ad intervalli regolari su tutti gli speroni dislocati lungo il percorso delle mura. La torretta ha le due finestrelle di osservazione orientate verso Borgo Canale e S. Vigilio.

Nel tondo, la garitta sul Baluardo di S. Vigilio (Foto Terzi, 1880)

 

Nel tondo, lo sperone del Baluardo di S. Vigilio sovrastato dalla garitta, l’unica  ancora esistente delle trentadue che un tempo si ergevano su tutti gli speroni dislocati lungo il percorso delle mura veneziane. A sinistra, la faccia nord del baluardo

La faccia nord del Baluardo di S. Vigilio rappresentava la massima opposizione all’omonimo Castello e, forse per la fretta posta nella sua costruzione, non dispone del classico redondone; per la sua difesa avrebbe dovuto essere costruito un sovrastante cavaliere, ma si decise forse che sarebbe bastato quello sovrastante il baluardo successivo.

Tramite un orecchione la faccia nord si raccorda al ben fatto e particolarmente basso fianco ritirato nord, in cui sono annidate una sortita e due troniere (aperture praticate nelle mura per le bocche da fuoco) con un’ampia sala di manovra (atta anche al ricovero dei pezzi) collegata direttamente con la piazza di S. Marco.

Fianco ritirato e cannoniera del Baluardo di S. Vigilio

 

L’orecchione (a destra dell’immagine) raccorda la faccia nord del Baluardo di S. Vigilio al fianco ritirato nord, in cui sono annidate una sortita e due troniere nonché  un’ampia sala di manovra collegata direttamente con la piazza di S. Marco

 

Le buche cannoniere nel baluardo di San Vigilio durante i rilevamenti della struttura, nel 1974 (Archivio G.S.B. le Nottole)

Giungiamo ora al Baluardo Pallavicino, un manufatto estremamente importante perché affianca la strategica Porta del Soccorso.

Il Baluardo Pallavicino, dallo sperone ovest ricalca il tracciato della via Sotto le Mura di S. Alessandro, parallela alla strada panoramica per San Vigilio ma posta ad una quota inferiore

Quest’ultima è infatti collocata nel punto di unione fra le parti superiore e inferiore del Forte di S. Marco.

La Porta del Soccorso, posta a metà tra le porzioni superiore ed inferiore del Forte di S. Marco. Si racconta che alla vigilia dell’ingresso di Garibaldi in Bergamo, nella notte tra il 7 e l’8 giugno 1859 I patrioti Francesco Nullo e Antonio Curò, per osservare le mosse degli austriaci riuscirono a penetrare in città proprio attraverso la Porta del Soccorso, di cui la guarnigione austriaca ignorava l’esistenza.

Il baluardo prende ovviamente il nome dal generale Sforza Pallavicino, colui che curò in particolare questo tratto ma che non vide la conclusione di tutto il perimetro poiché morì nel 1585 dopo aver dato le ultime indicazioni per la zona della Fara. Proseguì il lavoro Giulio Savorgnano che aveva in precedenza molto criticato l’intero progetto.

Il nome del generale è legato al baluardo che si spinge verso l’alto (un “puntone” unico, che raccorda direttamente la faccia nord con la faccia ovest del baluardo di S. Gottardo), quasi una sfida contro ogni assalto tanto da essere privo di orecchioni come quello, altrettanto ardito, di Valverde.

Presenta una parte interna notevolmente complessa, percossa da cinque camminamenti, con tre camere di manovra.

Pianta di una parte dei sotterranei del Forte Superiore. La struttura interna è rimasta celata fino alle impegnative  campagne di rilievo che hanno finalmente restituito l’originale trama delle strade coperte che si dipartono dalla “piazza” di S. Marco, con la complessa struttura dei camini per la ventilazione dei sotterranei. Le misurazioni negli ambienti interni sono stati effettuati nel 1974/75 dal Collegio dei Geometri di Bergamo con l’ausilio del GSB le Nottole, dotati di specifica attrezzatura per raggiungerli (Tavola 48, tratta da “Rilievi e disegni delle mura venete” a cura del Collegio dei Geometri di Bergamo, Tipografia Bergamasca, Bergamo 1980)

La cannoniera posta nella faccia ovest serviva per la protezione del baluardo antecedente e cioè quello di S. Vigilio e aveva la particolarità di essere parzialmente esterna alle mura, all’interno della fossa. Lavori in epoche recenti hanno modificato la struttura di questo sotterraneo.

La cannoniera del Baluardo Pallavicino

Sempre nella faccia ovest, una sortita con casamatta per la difesa della fossa e che serviva probabilmente da uscita ed inizio della “via coperta” verso il Castello di S. Vigilio, sul suo lato nord.

La sortita del Baluardo Pallavicino

 

Cunicoli accanto alla Porta del Soccorso

Allo sperone ovest segue la faccia nord, fondata su un affioramento di roccia; il redondone non è ben conservato, ma percorrendo la via Sotto le Mura di S. Alessandro i cittadini possono oggi toccare con mano la muraglia alla base, essendo uno dei pochissimi posti non recintati o chiusi da barriere e cancellate.

Al successivo sperone est fa seguito il fianco est munito di due cannoniere con casamatta posteriore (e probabilmente due postazioni superiori), una troniera con bocca da fuoco a cielo aperto (l’unica ad essersi conservata lungo il perimetro della cinta bastionata) e una sortita a difesa della Porta del Soccorso.

La buca cannoniera a cielo aperto, nel baluardo Pallavicino, a difesa della porta del soccorso e fossa antistante (1974, Archivio G.S.B. le Nottole)

Dalla ampia sala di manovra del fianco est diparte un passaggio con camini di aereazione, presenti in tutte le cannoniere ipogee, che porta alla casamatta della faccia ovest.

La galleria di collegamento tra la cannoniera precedentemente mostrata e la casamatta a difesa della faccia nord del baluardo di San Vigilio. Si notano i camini di ventilazione (Archivio G.S.B. le Nottole)

IL FORTE INFERIORE: DALLA PORTA DEL SOCCORSO ALLA PORTA DI SAN LORENZO

Dalla Porta del Soccorso, inserita nella relativa Cortina di Porta, continuando in senso orario prende inizio la porzione inferiore del Forte di San Marco, che si sviluppa a ventaglio fino alla Porta di S. Lorenzo, composto rispettivamente dall’insieme dei baluardi Castagneta, S. Petro e Val Verde.

Il Baluardo di Castagneta impiantato sull’ultimo rialzo del contrafforte Leidi controllava il rilievo del Pianone e la strada sottostante da una parte e, dall’altra, a protezione della porta e del colle di S. Vigilio. La piazza del baluardo doveva essere divisa a settori ma la struttura è oggigiorno completamente alterata.

Scorcio sul Baluardo di Castagneta

 

Orecchione del Baluardo di Castagneta

Il baluardo presenta ad est un fianco particolarmente esteso e un angolo di spalla singolarmente ottuso. Nel fianco ritirato ovest (ben protetto dall’orecchione ovest) si trovano 2 cannoniere ed una troniera a difesa della Porta del Soccorso.

Nella faccia occidentale (in origine leggermente più bassa), la cresta della muraglia conserva traccia dell’andamento originario a dente di sega, che doveva rendere più agevole il defilamento nei confronti del nemico su questo terreno molto accidentato e particolarmente esposto. Tale profilo, unico in tutto il perimetro, fu infatti corretto in un tempo successivo; vi era la piazza per una troniera, mentre alla base un muretto rinforzato delimitava la fossa.

Lo Sperone del baluardo di Castagneta è il punto più a nord della fortificazione.

Il Baluardo di Castagneta: faccia est e ovest

Sulla faccia est era disposta la vasta piazza per una troniera che doveva avere un ampio angolo di copertura; alla sua base è infelicemente addossata un’abitazione privata con giardino e piscina.

Sul fianco est si affaccia oggi il Giardino Botanico, era munito di due cannoniere ed una sortita per sostenere la difesa del baluardo successivo, importantissimo per la presenza del passaggio dei uno dei soli due acquedotti della città.

Il raccordo con il Baluardo di S. Pietro, posto a metà del Forte Inferiore, avviene tramite la breve Cortina di Castagneta (che il da Lezze chiamava cortina di squinzo, e dove si trovavano la piazza di una troniera e una sortita). Tecnicamente definito “piattaforma” perché dotato di un solo fianco, ha la particolarità di non avere un orecchione completamente rotondo e di terminare con uno sperone.

Sia nel baluardo di S. Pietro (che si sviluppa per 150 metri coprendo un dislivello di circa 10 metri) che in quello altrettanto scosceso di Valverde, il muro, concepito essenzialmente come congiunzione di due sistemi forti, si snoda parallelamente all’andamento altimetrico del terreno e limitato alla sola scarpa per ridurre l’esposizione all’artiglieria su questo lato nord naturalmente difeso dalla forte pendenza del colle. ln realtà la piattaforma, che parrebbe una semplice interruzione della cortina, risulta invece una macchina predisposta di un ingegnoso apparato difensivo, purtroppo amputato nel 1908 con l’apertura della strada tra la città e Castagneta (attuale via Beltrami): l’unica grave lacerazione inferta al circuito significò anche la perdita di un elemento particolarmente raro, quello delle tre cannoniere affiancate nel baluardo occidentale.

Particolare del Forte di S. Marco nella planimetria prospettica di Bergamo di Stefano Scolari (Venezia secolo XVII). Incisione su rame. Bergamo – Uff. Tecnico del Comune

 

La costruzione del baluardo di S. Pietro aveva interrotto l’antica strada di passaggio che da Borgo Canale portava a Castagneta e dopo ripetute proteste degli abitanti si decise di abbattere la parte sud della Cortina di Castagneta e circa un terzo della lunghezza del baluardo di S. Pietro ed aprire un varco che permettesse il collegamento tra Castagneta e il nucleo della città antica attraverso l’attuale via Beltrami, tracciata a partire dal 1908. Per il passaggio dell’Acquedotto dei Vasi venne lasciata un’apertura nella faccia nord del baluardo

I cedimenti della muraglia hanno portato alla chiusura di quella via Roccolino, che ricalca presumibilmente l’antico tracciato collegante borgo Canale con Castagneta citato dalle fonti. Poiché il condotto dell’Acquedotto dei Vasi è contenuto nel muro che definisce la via a monte, nella suggestiva via Roccolino si sono rinvenuti tratti di acquedotto.

Il baluardo deriva il suo nome dalla chiesetta poco distante, costruita posteriormente, nel 1629; ma secondo alcuni deriverebbe da quella omonima abbattuta nei pressi di S. Giovanni.

Via Beltrami e la chiesetta di S. Pietro nel 1905

Il fianco ritirato est del baluardo di S. Pietro dispone di due cannoniere (trasformate recentemente in sala bruciatori), due troniere e una sortita, atte a servire anche la lunga faccia nord del baluardo di Valverde.

Il Forte Inferiore termina con il Baluardo di Valverde (originariamente di “Colaperto”), che si sviluppa per 221 metri lungo una complessa orografia che ne fa la parte più bassa di tutto il perimetro, con un’altezza media di circa 9 mt.

Ha una fossa con controscarpa ben conservate ma non ha sortite ed è l’unico che non presenta orecchioni ma solo facce e fianchi.

Al suo interno e, poco distante, all’esterno, furono nel tempo ricavate due cave di arenaria.

La faccia nord, rivolta verso la valle del Roccolino e Valtesse, era percorsa da una strada interna (ora Sforza Pallavicino) e disponeva di due cannoniere e di 4 troniere, anche se nel 1596, non aveva ancora il parapetto; alle sue spalle vi era una casamatta di presidio.

Faccia nord del Baluardo di Valverde, rivolta verso la valle del Roccolino e Valtesse. All’interno del baluardo e all’esterno, furono nel tempo ricavate due cave di arenaria

Dallo sperone nord si diparte la faccia est, dalla pendenza così accentuata da fare di questo lato l’unico esempio conservato di fossa terrazzata: una serie di muri disposti ortogonalmente a scarpa e controscarpa suddivide lo spazio in piazzuole successive per impedire i guasti delle acque alle opere murarie.

Dato il dislivello di circa 4 mt, posteriormente furono ricavati tredici gradoni atti a ricevere altrettanti pezzi d’artiglieria battenti la valle sottostante.

Faccia est e fossa terrazzata del Baluardo di Valverde

La faccia est del baluardo presenta alcuni pezzi marmorei ricavati da edifici presumibilmente d’epoca romana.

Superato lo Sperone est, che era munito anch’esso di garitta, si diparte il fianco sud il cui dislivello (3 metri) permise di ricavare otto gradoni con relativo spazio di manovra per piazzare altrettanti cannoni a difesa della porta.

Fianco sud del Baluardo di Valverde

Segue infine la Cortina della Porta San Lorenzo, che legata all’antica porta veneziana taglia la parte alta della Valverde, comprendendola nel Forte Inferiore.

Cortina di Porta S. Lorenzo, faccia nord e viadotto

Il Castello di San Vigilio e la sua evoluzione nella storia

Nel lungo corso della storia di Bergamo, con i suoi 496 metri di altitudine il colle su cui è sorto il Castello di S. Vigilio ha sempre costituito il luogo privilegiato di avvistamento per la difesa della città. Data l’ampiezza della visuale, dalla sua sommità era possibile controllare una vastissima porzione di territorio, dall’imbocco delle valli principali – Brembana e Seriana – all’antica Val Breno e l’intera spianata di Almenno, per arrivare alla pianura e ai centri posti all’imbocco della Val San Martino. La posizione preminente del colle, cardine del sistema orografico dei colli nel territorio cittadino, permetteva di  osservare i movimenti dei nemici decidendo le opportune contromisure, ed è quindi probabile che sin dall’occupazione romana vi sorgesse una torre di avvistamento.

Ubicato allo sbocco delle due principali valli bergamasche – Brembana e Seriana – il nucleo storico di Bergamo (nel medioevo denominato “Mons Civitatis”) è posto sullo sperone sud-orientale di un lunga dorsale collinare isolata, che alle spalle della città si prolunga verso ponente fino a Sombreno, culminando nel Monte Bastia, massima elevazione dell’intero corrugamento orografico

 

La preziosa foto aerea del 1924 mostra il rilievo su cui sorge il Castello (circa 496 m. slm), perno della dorsale maestra del sistema collinare, culminante nel vicino Monte Bastia (518 m. slm), e comprendente l’altura del Corno (472 m. slm)

 

Dal Castello si gode di una visuale a 360° sulla città, sulla pianura, sull’imbocco delle valli e sulla catena montuosa delle Prealpi Orobie

La sua posizione eminente rispetto alla città antica, ne fa il punto privilegiato da cui osservarne il lato migliore, che si offre ai nostri sguardi attraverso il tondo profilo del colle di San Giovanni.

Per la sua posizione particolarmente esposta rispetto al colle di S. Vigilio, il colle di S. Giovanni ha sempre costituito il punto più vulnerabile della città  (Racc. Gaffuri)

Avvenente protagonista delle nostre scorribande fotografiche, il colle su cui oggi sorge il Seminario era alquanto vulnerabile, essendo le sue difese particolarmente esposte ad eventuali assalti provenienti dal Castello di S. Vigilio.

La città alta con in primo piano il colle di S. Giovanni (rappresentato dalla mole del vecchio Seminario), ancora provvisto di alcune delle torri della trecentesca Cittadella viscontea, poi scomparse. A sinistra sono visibili i possenti contrafforti del Forte di S. Marco Inferiore

Se infatti la parte sud-orientale di Città Alta era ben protetta dall’altura di S. Eufemia (dal Trecento non casualmente occupata da una rocca), aprire una breccia nelle fortificazioni che cingevano il colle di S. Giovanni era più facile che altrove: come avvenne nel IX secolo, quando nel corso delle le lotte che dilaniavano l’Italia, dal “Castellum” gli assalitori capeggiati da Arnolfo di Carinzia devastarono le mura, e, conquistata la città, distrussero il fortilizio.

Bergamo dal Castello di S. Vigilio: una delle vedute più belle rappresentate della città

Fu così impartita a Bergamo una grande lezione, e cioè quella dell’importanza strategica del forte sul colle, che troppo distante per essere incluso nella cerchia delle mura urbane, verrà potenziato a più riprese nel corso dei secoli.

Gran parte della storia del Castello risulta quindi fortemente condizionata da questa circostanza, che in ogni periodo storico ne ha fatto il punto privilegiato da cui partire per assalire la città. Per questo motivo, di pari passo con le grandi trasformazioni del nucleo urbano ed ogni volta che si poneva mano alle fortificazioni della città, questa fortificazione è sempre stata oggetto di particolare scrupolo e attenzione, per quanti erano incaricati della difesa di Bergamo.

Il Castello di San Vigilio, posto sulla cima dell’omonimo colle, fuori la cerchia delle Mura veneziane di Città Alta, ha costituito nei secoli una strategica porta d’accesso verso la città. Nell’immagine, risalente al 1920, è osservato dalle pendici del monte Bastia e pertanto la didascalia posta in calce alla fotografia è errata

Il Castello, posto a capocroce della dorsale maestra, in riferimento alla direttrice nord-sud manteneva un perfetto controllo, spaziando da Sudorno (m 432 slm) al monte Casnida (Castagneta) per arrivare all’intestatura del Pianone (m 378 slm).

Il nucleo di Borgo Canale e l’imbocco di Sudorno, dominati dal Castello di S. Vigilio

Ma lo stesso non poteva dirsi per la sovrastante altura della Bastia che, seppur più alta di 22 m rispetto alla sommità di S. Vigilio ma da esso distante di appena 300 passi, poteva costituire un serio pericolo per lo stesso Castello: per questo motivo la Bastia è sempre stata oggetto di opportune attenzioni in ordine alla difesa della città.

Con i suoi 518 metri di quota il colle della Bastia, in antico denominato “Mons Milionus”, è la massima elevazione prossima al Castello di S. Vigilio. In età viscontea vi viene costruita una fortificazione per l’avvistamento e la segnalazione di movimenti sulle direttrici del teatro occidentale della città, svolgendo quindi un’efficace azione di antemurale che rafforzava il ruolo difensivo della “Cappella”

Purtroppo, nonostante l’abbondanza delle fonti, non è semplice ricostruire con certezza l’evoluzione storica del fortilizio  – primo e vero manufatto realizzato sul colle -, in quanto non esiste un’indagine approfondita che ne chiarisca le continue trasformazioni, i rinnovamenti e le vicissitudini che lo hanno visto protagonista.

Il torrione Belvedere, costruito in epoca veneta e rivolto verso Monte Bastia, l’altura che è stata oggetto di particolari attenzioni, tanto da dettare le nuove opere realizzate attorno al Castello. Per contenere un eventuale assalto proveniente dalla Bastia, si arrivò persino a prendere in considerazione l’eventualità di abbassarne la cima perché in caso di attacco il nemico avrebbe potuto piazzarvi dei cannoni con cui colpire i difensori del Castello

Alcuni documenti attestano la presenza di un “Castellum Bergomense” sul Colle di San Vigilio nel 538 d.C. ai tempi di Giustiniano; lo stesso ricordato dal Mazzi già nel 395 d.C. Il Castellum è citato anche nell’894 d.C. in un documento rilasciato dal figlio di Carlo Magno, Arnolfo di Carinzia.

Bergamo Alta con sullo sfondo il colle di S. Vigilio e il suo castello

Denominato anche ‘Cappella’ per la presenza in loco nel IX secolo di un piccolo insediamento di monaci, il Castellum viene individuato dal Comune di Bergamo a partire dal 1167, come essenziale per la difesa della città. Ampliato e completato dai Visconti nel 1336, subisce modifiche e rinforzi durante e dopo la costruzione delle Mura veneziane, quando si distingue per i suoi quattro torrioni circolari perimetrali con cortina di pietra a blocchi, costruiti verso la fine del Quattrocento nel quadro dei lavori di ristrutturazione e ampliamento della Cappella, disposti dalla Repubblica Veneta: da quel momento l’edificio costituirà un apparato difensivo sufficientemente sicuro.

Dai torrioni del Castello di S. Vigilio (denominati Castagneta, Belvedere, Ponte e S. Vigilio), di cui emerge la struttura d’epoca Veneta, si può immaginare che gli armigeri del tempo vigilassero sul territorio ed ancor’oggi restano i punti più maestosi e suggestivi dell’antico fortilizio

E sarà in epoca Veneta che l’assillante timore di un attacco proveniente dalle colline di  ponente porterà non solo a un continuo rimodellamento del Castello, ma anche a condizionare fortemente la costruzione della porzione settentrionale delle mura – sicuramente la più bella e meno conosciuta –, che da Porta San Lorenzo a Porta S. Alessandro andrà a costituire il cosiddetto “Forte di San Marco” (m 423 s.l.m.), frutto di lavori grandiosi, particolarmente attenti a contenere un eventuale assalto dal colle di San Vigilio, dalla Bastia e dall’attiguo monte Corno.

La parte occidentale del Forte di S. Marco rivolta verso Borgo Canale e l’imbocco di Sudorno. Ai piedi dei baluardi corre la funicolare per S. Vigilio

Ed è soprattutto con questo sguardo che dobbiamo osservare oggi la “Cappella”, parte integrante (seppur disgiunta) dalla cinta bastionata: la fortezza inizia qui e da qui si spiega. Non sorprende dunque che dall’inizio della costruzione delle Mura veneziane fino a tutto il Seicento, il Castello di S. Vigilio sia stato continuamente oggetto di adattamenti in rapporto a tutto l’imponente apparato difensivo posto sul fronte di ponente del Colle di Bergamo.

La piattaforma alberata del Castello, ora Parco pubblico, circondata dai quattro torrioni con la loro superficie curva appositamente studiata per attutire i colpi delle artiglierie, deviandoli al momento dell’impatto e riducendone la capacità penetrativa e distruttiva

Per la posizione privilegiata, per la ricca e documentata vicenda storica che forma una trama di forte significato, per le preesistenze e le strutture presenti, il Colle di S. Vigilio è quindi identificato, come pochi altri luoghi di frangia, quale reale perno del divenire e dell’esistenza stessa della città di Bergamo.

LE ORIGINI ALTO MEDIOEVALI DEL CASTELLO

Sappiamo che nella zona si era insediata una piccola comunità ecclesiastica, che vi aveva costruito una chiesuola intitolata a Santa Maria Maddalena, particolarmente venerata in Provenza e per tale motivo forse sorta durante l’occupazione carolingia del IX secolo. Le dimensioni del luogo sacro erano tuttavia molto ridotte, tanto che questo non veniva identificato come santuario o chiesa, ma con l’appellativo di “Capella”: uno dei nomi con cui è nota la località sin dall’altomedioevo.

L’altro nome era “Castellum”, e a conferma del ruolo strategico rivestito da questo luogo, l’appellativo si lega all’assalto alla città da parte di Arnolfo avvenuto nell’894 nel corso delle dispute tra Berengario e Guido da Spoleto per il possesso della corona d’Italia dopo la deposizione, avvenuta nell’ottobre del 887, di Carlo il Grosso, ultimo imperatore della dinastia carolingia: l’assalto di Arnolfo, figlio di Carlomanno di Baviera, è la prima notizia di una fortificazione militare sul colle di S. Vigilio.

Bergamo trecentesca Xilografia da Supplementum Chronicarum, di Jacopo Filippo Foresti, Venezia, 1486 (Bergamo, Biblioteca Civica)

In quell’anno, chiamato in suo sostegno da Berengario del Friuli, Arnolfo scese in Italia. La città di Bergamo e il suo conte Ambrogio si mantennero fedeli al marchese Guido da Spoleto, rivale di Berengario. La città ribelle fu quindi posta sotto assedio dalle truppe tedesche.

L’assalto investi dapprima proprio il “Bergomense Castello”, che fu difeso strenuamente dal chierico veronese Gotefrido, ma i difensori furono sopraffatti e questi giustiziato.

Proprio dal castello conquistato Arnolfo diresse l’assalto alla città e aperto un varco nelle mura, diroccate e sbrecciate in più parti (scrive il Mazzi: “battute in mille maniere da questo lato”, e cioè verso il colle di S. Giovanni), Bergamo fu saccheggiata, smantellata la cinta della mura e la Cittadella Alessandrina devastata con la sua Basilica.

Particolare della lapide realizzata dall’Ing. Luigi Angelini (1961), affissa sul muro retrostante la colonna di Borgo Canale. La lapide reca incisa la planimetria della Cittadella Alessandrina, devastata dalle truppe tedesche di Arnolfo di Carinzia nell’894 (“diruta et combusta remansit” – “Codex diplomaticus” di Mario Lupo). Solo dopo molti anni, quando il borgo e la vita torneranno a rifiorire, il vescovo Adalberto provvederà alla sua ricostruzione (la Cittadella verrà definitivamente distrutta nel 1561 con l’erezione delle nuove mura edificate da Venezia)

Come riportato dal Mazzi (1), dopo queste distruzioni compare la prima notizia dell’esistenza del Castello, dal quale il 1 febbraio 894 Arnolfo emise il diploma con cui donava i beni confiscati al chierico Gotefrido (che tanto ostinatamente aveva resistito) alla Cattedrale di S. Vincenzo, che si era mantenuta fedele alla corona di Berengario mentre il vescovo e i canonici di S. Alessandro avevano aderito al suo antagonista.

Il conte Ambrogio fu impiccato davanti a una porta della città (l’unica città ad opporre resistenza, fidando nella sua firmissima munitione), mentre il vescovo Adalberto fu fatto prigioniero.

Nel corso delle lotte, il Castello in cui Arnolfo si era barricato e che tanto filo da torcere aveva dato agli oppositori, venne distrutto.

Il termine “Castellum” restò comunque in uso per due secoli e mezzo come riferimento topografico (come citato in un documento del 1032), presto affiancato dalla denominazione di “Cappella” con riferimento esplicito alla cappella di S. Maria Maddalena, proprietaria delle terre su cui sorgeva il diruto Castello: in un atto del 1112 si trova infatti “in Monte ipsius Civitatis ubi diritur ad Capellam”.

Successivamente l’appellativo di “Cappella” prevalse nella documentazione e l’edificio divenne elemento iconografico dominante nella rappresentazione della città. Chiaramente visibile nel disegno quattrocentesco conservato presso la Biblioteca di Mantova.

La più antica immagine della città è – a parte il conio delle antiche monete bergamasche del sec. XIII limitata alla sola raffigurazione della Basilica Alessandrina -, un disegno, di cui non si conosce l’autore, contenuto nel codice agiografìco della Biblioteca Civica di Mantova del 1450. Le mura accerchiano una città nella quale lo spazio interno già saturo, obbliga a uno sviluppo edilizio in verticale. Nello skilyne due-trecentesco emergono le aste dei campanili e appena al di sotto i tetti delle case a più piani, rare le torri che si ergono al cielo, come rileva Mosé del Brolo nel suo Liber Pergaminus del XII secolo. La spinta ascensionale è resa efficacemente nel disegno raffigurante alcuni monaci nel Prato di S. Alessandro. La città è arroccata sul monte, “costretta” tra la Rocca e la Cittadella, protetta dalla Cappella posta sull’altura a occidente (Monica Resmini, cit. nei riferimenti)

IL CASTELLO IN EPOCA COMUNALE 

L’esperienza traumatica dell’assalto subito da parte di Arnolfo, rimase di certo ben presente ai Bergamaschi tanto che nel XII secolo, durante le contese tra la nascente Lega Lombarda e l’imperatore di Germania Federico I di Svevia detto il Barbarossa (calato in Italia con un potente esercito), ogni città coinvolta (oltre a Bergamo, Brescia, Mantova, Cremona e successivamente Milano) provvide a rinforzare le proprie difese.

Bergamo ampliò la cinta muraria ricostruendo le parti rovinate e poi, riconoscendogli un ruolo strategico nel sistema difensivo, mise mano al fortilizio sul colle.

Non è dato di sapere come fosse il Castello prima della sua distruzione, ma di certo il nuovo manufatto superava il precedente per dimensioni e dava maggiori garanzie per la difesa di Bergamo: è infatti del 1167 il rialzamento del recinto e del mastio, la torre eretta a ribadire il ruolo strategico del fortilizio, e da questo momento la Cappella diviene simbolo della libertà comunale della città. Al centro della piazza d’armi troneggiava così la riedificata “turris” coperta, circondata da un “castrum”, termine che designava il muro merlato. Si ebbe inoltre cura che la fortezza fosse vigilata da una conveniente guarnigione.

Per realizzare la nuova fortezza il Comune dovette espropriare alla chiesetta di S. Maria Maddalena quel terreno che da oltre due secoli era passato di sua proprietà, cedendole in cambio un altro appezzamento di terra all’Acqua Morta, sopra Astino.

I lavori di fortificazione alterarono lo stato dei luoghi, come testimonia nel 1160 un lascito del prevosto Lanfranco Rivola alla chiesa di S. Maria Maddalena, per l’edificazione di una nuova cisterna.

Proprio in questo periodo, la denominazione di “Castellum”, per indicare il fortilizio di S. Vigilio, iniziò ad essere sostituita da quella di “Cappella” (in un atto del 1175 il colle di S. Vigilio è denominato monte della Cappella), che rimase poi sino al termine della dominazione veneta.

DAL COMUNE AI VISCONTI 

E nel 1229 la denominazione di Cappella si era addirittura estesa al riedificato fortilizio: un atto attesta infatti la chiesa di Santa Maria della Cappella che sorgeva presso il castello della Cappella.

Dallo statuto del 1248 si evince che la città intende prestare una maggior cura alla manutenzione del fortilizio, dotandolo anche di un guardiano: nel giuramento del Podestà Giovanni Brolo, troviamo che aveva l’obbligo di fare custodire la Cappella da “buoni e leali cittadini” che avessero un patrimonio di almeno 100 lire imperiali e che la “turris cappelle” fosse tenuta in ordine in modo che i custodi vi potessero salire e starvi di guardia.

Per la difesa della città il comune prestò quindi al fortilizio un’attenzione particolare, non permettendo che andasse in rovina; ed altrettanto fecero i vari signori che dominarono di Bergamo, che lo vedevano non solo come uno strumento per atterrire i propri oppositori ma anche come un mezzo per controllare la popolazione.

Infatti, quando nel 1331, terminata l’età comunale venne conferito il potere signorile sulla città di Bergamo a Giovanni di Boemia, si stabilì la costruzione della Rocca sul colle S. Eufemia e la fornitura per la Cappella di vettovaglie e provviste per almeno sei mesi.

Passata in un lampo la meteora del re boemo, nel settembre 1332 Azzone Visconti, duca di Milano, si impadronì di Bergamo e tre anni dopo, nel 1345, il suo successore Luchino Visconti si dedicò al rafforzamento della Cappella e al restauro delle mura della città (2).

Lo stralcio di un’iscrizione (“Hos condi fecit muros”), ora dispersa, ricordava dei lavori di restauro e delle migliorie fatti eseguire nel 1345 dall’allora incaricato podestà e capitano Negro da Pirovano, che eresse muri provvisti di merli e feritoie che formavano un circuito lungo circa 186 metri.

La descrizione prosegue indicando l’ingresso al fortilizio che si affacciava verso la città, a oriente, e precisando che la chiesuola di S. Maria Maddalena rimaneva all’esterno dell’apparato murario, ma ad una quota inferiore per non ostacolare la difesa.

Nel periodo signorile la Cappella, nome con cui ormai usualmente era indicato il forte, venne sempre fornita di una guarnigione, che più che alla difesa della città era ormai espressamente dedicata al suo controllo: essa ormai non rappresentava più il propugnacolo della libertà cittadina, ma uno strumento di soggezione.

IL MONS MILIONUS DIVIENE COLLE DELLA BASTIA 

Quando nel 1373 le Valli e in particolare quella di S. Martino, si ribellarono a Barnabò Visconti, nel rinsaldare le difese bergamasche suo figlio Ambrogio edificò sul Mons Milionus una bastia, una fortificazione campale la cui fossa fu terminata il 2 maggio di quello stesso anno.

Dominando la parte occidentale, la bastia controllava anche visivamente lo sbocco delle valli ribelli, comunicando con altre postazioni viscontee – quella di Sombreno e le fortezze di Mapello e Carvico, rimaste fedeli ai Visconti – mediante segnali di fumo o luci notturne.

Da quel momento il Mons Milionus assunse il nome di “Bastia” (che ancor’oggi pronunciamo con l’accento sulla “a”) e annoverata tra le fortezze della città venne fornita di un regolare presidio, che sappiamo ancora esistente nel 1407. Quando poi, scalzando Barnabò, il nipote Giangaleazzo Visconti prese il potere, il castellano della Bastia, Antonio de Mussi di Crema, si affrettò a consegnarla al nuovo signore.

Su questo colle alla fine del Cinquecento il da Lezze vide ancora le fondamenta di una torre, nel mezzo della quale si trovava una cisterna, con un’altra lì accanto.

All’inizio del Quattrocento, sotto il caotico governo di Giovanni Maria Visconti, la Cappella, unitamente alla Rocca e alla Cittadella era difesa dal ghibellino Giovanni Suardi. Con il consenso del duca di Milano questi consegnò Bergamo nelle mani di Pandolfo Malatesta (riservandosi però il controllo della Cappella e del vicino colle della Bastia, già attrezzato di difese), il quale rimase fino al 1419 allorché il nuovo duca, Filippo Maria Visconti, affidò al Carmagnola l’incarico di riconquistare la città.

Il condottiero del duca comprese ben presto che se voleva conseguire un rapido successo militare doveva innanzi tutto conquistare la Cappella, cosa che fece rapidamente corrompendo il Guastafamiglia, che l’aveva in custodia. Fu uno dei momenti sanguinosi della contesa tra Milano e Venezia (3).

La resa di Bergamo al Carmagnola (1427), dettaglio – Opera di Antonio Vassillacchi, l’Aliense (1556-1629) – (Sala della Bussola, Palazzo Ducale, Venezia)

Già nel 1432 sotto i Veneziani, tra le fortezze cittadine in cui erano gli stipendiati la Bastia non è più nominata. Ma non per questo incute meno timore, tanto che tutte le nuove opere realizzate attorno al forte della Cappella saranno dettate dalla presenza del sovrastante colle della Bastia. Per quest’ultimo furono anche predisposti vari progetti per rendere più ardua la comunicazione tra i due colli e per farvi nuove fortificazioni. Si prese anche in considerazione la possibilità di abbassarne la cima, perché in caso di attacco il nemico avrebbe potuto piazzarvi dei cannoni con cui colpire i difensori del castello. Ma quest’opzione venne accantonata, lasciando intatto l’adiacente paesaggio collinare.

IL DOMINIO VENEZIANO

Nel 1428 Bergamo entrò a far parte della Serenissima, che pose da subito un presidio nella Cappella (nel 1429 vi era castellano Benedetto della Stoppa), individuata come cardine difensivo della città.

Alcune opere di rafforzamento verranno intraprese dalla Repubblica Veneta solo dal 1482 conferendo alla struttura un ruolo di primissimo piano nella gestione della città, ma già qualche anno prima dell’edificazione dei quattro torrioni, lo studioso veneziano Marin Sanudo, in visita a Bergamo nel 1483, afferma che “Chi à la Capella è signor di Bergamo”.

Marin Sanudo (Venezia, 1466 – 1536), Il castello della Cappella in S. Vigilio (1483). Il Sanudo, uno dei più importanti cronisti dell’epoca, scrisse nel 1483 “Itinerario per la terraferma veneziana” dove venivano descritti alcuni luoghi della città di Bergamo e dintorni. Il forte della Cappella è rappresentato da mura circolari con un’alta torre nel mezzo, in quanto la sua descrizione viene redatta precedentemente alle prime modifiche apportate al fortilizio dalla Repubblica di Venezia

Intanto, nel 1433 si diede ordine di riparare i danni che erano stati inflitti dal Carmagnola. Forse in quel tempo si provvide anche ad ampliare il recinto verso est per includervi la cappella di S. Maria Maddalena e per creare i nuovi alloggi per la guarnigione. Nonostante il forte fosse malconcio, il luogo era inespugnabile. Presentava la cappella di S. Maria Maddalena, un pozzo per le munizioni, una porta con saracinesche.

Fu però solo verso la fine del secolo che i Veneziani, ormai saldamente insediati in Bergamo, ordinarono (1482) l’adeguamento del forte della Cappella, ripartendo la spesa tra la città, il territorio e la camera fiscale. E sarà con i Veneziani che la Cappella muterà la sua denominazione in Castello di S. Vigilio.

Negli anni 1485-87 si procedette al rifacimento del torrione vecchio, alla sistemazione delle fosse e di altre parti (4) e soprattutto alla costruzione dei quattro torrioni tondi angolari (di Castagneta, Belvedere, torrione detto Ponte e torrione di S. Vigilio) che, collegati tra loro da un muraglione di cinta di forma poligonale, andarono a delimitare la fortificazione: un muraglione della lunghezza totale di 189 metri, dotato di merli e feritoie e munito di cannoniere, oltre che da un fossato di protezione. La antica torre centrale assunse quindi la funzione di mastio del castello.

I torrioni (chiamati Castagneta, Belvedere, Del Ponte e San Vigilio) presentano tutti due piani interni che costituiscono le casematte, cioè le postazioni per l’artiglieria a difesa del fortilizio. In queste, le bocche cannoniere erano rivolte a difesa dei vari tratti di muro congiungenti le torri ed hanno il foro per la bocca del cannone ed un’apertura superiore che fungeva da traguardo di mira. Ulteriori postazioni per i cannoni si trovavano sul bordo superiore delle mura del castello

 

Torrione di Castagneta: a sinistra la sortita, verso la fossa, del corpo di guardia nord e a destra la sortita, descritta dal capitano Da Lezze, che portava all’esterno delle strutture difensive del castello. Il disegno è di L. Deleidi detto Il Nebbia (1784 – 1853) – (Riproduzione fotografica conservata presso la Biblioteca Civica A. Mai, Archivio “Bergamo illustrata”)

La pregevolissima ed alta scarpa verrà invece addossata al corpo cilindrico delle torri solo circa 100 anni dopo, verso la fine del Cinquecento (quando si penserà ad un tale accorgimento anche attorno alle mura cittadine) per adattare la fortezza alle nuove tecniche di difesa imposte dall’impiego sempre più massiccio dell’artiglieria.

I lavori di ampliamento si conclusero inserendo nel lato rivolto ad est, quello che guarda la città, un solenne ingresso monumentale realizzato in forme rinascimentali, spostato, con la realizzazione del recinto basso, dalla coalizione antiliberista dopo la fine del secolo.

La porta rinascimentale del Castello, posta sul fronte verso la città e realizzata su probabile progetto del Codussi, architetto particolarmente attivo a Venezia. Fu demolita senza specifiche ragioni nel 1829

Dell’opera architettonica rimangono alcuni schizzi effettuati del pittore bergamasco Giuseppe Rudelli, che ci permettono di conoscerne la forma costruttiva. Dalla lettura dei disegni, Luigi Angelini attribuì l’opera all’architetto bergamasco Mauro Codussi che, a quel tempo, stava lavorando alla facciata di S. Zaccaria dove adottò il motivo delle lesene binate reggenti l’arco, motivo che poi ritroviamo nel frontone dell’ingresso della Cappella, unitamente all’elemento tipico dello stile codussiano di quel periodo, ossia il coronamento ad arco del portale e le due curve laterali più basse.

A sinistra è ben visibile la porta rinascimentale del Castello, attribuita al Codussi, in un dipinto riprodotto su “Bergomum”

IL FORTE AL TEMPO DELLE GUERRE D’ITALIA 

I primissimi anni del Cinquecento furono tragici sia per Bergamo che per tutta la terraferma veneta di cui ora la città faceva parte. In seguito alla formazione della lega di Cambrai contro Venezia (1508) si succedettero una serie di eventi che portarono a vedere la Lombardia invasa da truppe francesi e spagnole: il castello parteciperà alla sorte della città e verrà impiegato quale rifugio per tentare la resistenza.

Quando nel 1509 le truppe coalizzate di Francia, Impero e Papato sconfissero nel cremonese ad Agnadello l’esercito Veneziano, questo fu costretto ad arretrare fin quasi alla laguna: per l’unica volta nella sua storia Venezia si preparò ad un assedio. Bergamo venne occupata da Carlo d’Amboise e solo la Cappella, in cui si era ritirato il provveditore veneto, resistette per un giorno al tiro delle artiglierie per poi arrendersi, tradita per denaro da un connestabile bresciano.

Il Castello in una veduta di Bergamo prima della costruzione delle mura veneziane (in nero), attribuito a Alvise Cima (1643-1710) 1693 (?).  Risulta definito da quattro torrioni angolari a pianta circolare e da una porta torre d’ingresso

Dopo tre anni di occupazione da parte dei Francesi (e cioè dal 1509 al 1512),  Venezia tentò la riconquista della città assediando la Cappella, dove i Francesi, insieme ad alcuni ostaggi bergamaschi, si erano rifugiati capeggiati da un guascone, tale Odet de Caucens.

Dapprima il de Caucens si limitava a tirare qualche colpo di bombarda sulla città, radendo anche al suolo la chiesa di S. Vigilio i cui resti furono poi spianati per la posa della prima pietra della nuova chiesa, avvenuta il 10 maggio 1517.

La chiesa dedicata a San Vigilio, Vescovo trentino che pare abbia dimorato nei dintorni  nell’anno 727, due anni prima della sua elezione, sorgeva vicina al “Castello Bergomense”, dando il nome al colle sovrastante la città.  A fianco si diparte l’imbocco della scaletta dello Scorlazzone, termine forse derivante da “scorlass”, contrazione di “castellaceum”, da cui “castellazzo”

Ma l’assedio si protrasse e gli assediati iniziarono a fare delle sortite, sino a che il monte S. Vigilio non risultò tutto bruciato e devastato. Il de Caucens infatti sotto gli occhi dei provveditori veneti e delle loro compagnie, aveva ardito uscire dal forte e distruggere le case limitrofe, facendo bottino e forzando gli abitanti a portare legnami presso il forte, dove edificò un bastione in terra di fronte al dominante colle della Bastia e addirittura procedendo a realizzare delle riparazioni urgenti di cui il forte necessitava.

Fu forse durante questo assedio che i difensori, e cioè gli Spagnoli, realizzarono, partendo probabilmente dal lato est, fra Città Alta e la Cappella, lo scavo di un cunicolo di contromina (e cioè destinato a contrastare gli attacchi “di mina”), per giungere sotto le mura del forte e demolirle con l’uso di esplosivo.

La galleria, scavata completamente in roccia ed accessibile, tramite un profondo pozzetto, dal torrione di Castagneta (da cui si dirama verso nord ovest e sud est), è stata ritrovata durante le esplorazioni del G.S.B. le Nottole negli anni ’70 partendo da una leggenda che voleva il fortilizio collegato tramite un passaggio segreto sotterraneo a Città Alta, da utilizzare per portare aiuti al castello o, per contro, permettere una fuga sicura ai militari in caso di assedio. Si può invece ipotizzare che il collegamento sotterraneo fra castello e Città Alta non sia mai esistito e sia sempre stato confuso con la strada coperta, opera di collegamento ma a cielo aperto.

Quindi dopo quattro mesi d’assedio il 28 ottobre del 1512 il de Caucens si arrese a onorevoli patti.

Venezia tenne Bergamo per poco, infatti nel giugno del 1513 vi giunsero nuovamente le truppe spagnole, che in quell’occasione incendiano il Palazzo della Ragione. Il provveditore veneto Bartolomeo Mosto e il castellano Carlo Miani con cento fanti si rinchiusero a loro volta nella Cappella, ma gli Spagnoli, dopo un blando assedio iniziale in settembre, avendo ricevuto rinforzi (2000 uomini ed artiglierie) iniziarono dei seri lavori d’assedio battendo il forte con le artiglierie e scavando gallerie di mina, obbligando quindi l’8 ottobre i veneziani alla resa, fatta salva la vita.

A sorpresa, nel 1515 gli Spagnoli abbandonarono Bergamo lasciando solo un presidio formato da 40 fanti, con cinque pezzi d’artiglieria.

A nulla valsero le trattative di resa da parte dei Veneziani, che al comando del provveditore Giorgio Vallaresso, avevano ricevuto l’ordine di riprendere il forte e spianarlo al suolo. Furono quindi posti cento schioppettieri ad impedire l’accesso di viveri e munizioni e fu tentato un colpo di mano che tuttavia fallì. Data la circostanza, i Veneziani si trovarono a dover ingaggiare per la riuscita dell’impresa proprio colui che anni prima era stato protagonista di una simile vicenda, ossia il francese Odet de Caucens.

Il 7 gennaio 1516 da Milano giunse un corpo di Guasconi a dare man forte agli assedianti, e alla testa di 400 guasconi e sette cannoni tornò in Bergamo Odet de Caucens, che da assediato divenne assediante.

Questi, che aveva tenuto in scacco i nemici per oltre quattro mesi dalle cortine della Cappella, ben ne conosceva i punti deboli, e disposta l’artiglieria prese ad asserragliarla col fuoco dei cannoni posti sul monte Corno, procurando una grande breccia nelle cortine del forte che dopo quattro mesi di assedio, il 21 gennaio 1516 convinse gli Spagnoli ad arrendersi.

IL FORTE DELLA CAPPELLA TRA XVI E XVIII SECOLO

Col tempo, anche se i danni prodotti dalle artiglierie del de Caucens furono in qualche modo riparati, cominciarono a giungere da più parti proposte di radere al suolo la malridotta Cappella, quasi dimenticata e ritenuta pericolosa per la città (5).

I drammatici avvenimenti costituirono comunque le premesse che alla metà del secolo portarono il governo veneziano ad elaborare un piano di fortificazione dell’intero territorio del dominio ed in particolare di Bergamo, dove nel 1561 si diede avvio alla costruzione delle Mura che racchiudono  ancor’oggi Città Alta.

Tuttavia, nonostante le preoccupazioni espresse in alcune relazioni di capitani e podestà succedutisi in città, non furono proposte soluzioni utili al potenziamento del Castello, che, sebbene costituisse il punto debole delle costruende Mura, almeno inizialmente non venne considerato all’interno di una più ampia visione (6).

La questione fu dibattuta a lungo tra coloro che erano favorevoli ad un suo rafforzamento e coloro che, ritenendolo inutile se non pericoloso, ne consigliavano l’abbattimento insieme al dirupamento del terreno circostante. Il nodo controverso divideva i tecnici in due fazioni:

  • da un lato i sostenitori del rafforzamento del Forte di S. Marco di cui era portavoce il Governatore Generale Sforza Pallavicino, che incaricato a sovrintendere la costruzione delle Mura considerava la Cappella ininfluente nella difesa della cinta bastionata che stava prendendo corpo sul terreno (7).
  • Dall’altro, vi erano coloro che spingevano affinché la Cappella non andasse nuovamente perduta in quanto rappresentava il punto debole verso la nuova opera difensiva in costruzione, che potrebbe “eser battuta et offesa da due monti….” (8): la Bastia e il monte Corno.
 Il Forte di S. Marco (evidenziato in verde) completava il perimetro nord-occidentale delle Mura, dalla porta di Sant’Alessandro alla porta di San Lorenzo: una “fortezza nella fortezza” posta in relazione alla Cappella per difendere la città in direzione dei colli. Il suo rimodellamento era stato progettato dallo Sforza Pallavicino avvalendosi dell’abilità tecnica del Savorgnano, che alla morte dello Sforza (1583) ne portò avanti l’opera. Il disegno, eseguito nel 1664 da Cesare Malacreda, è conservato presso la Biblioteca Nazionale Marciana di Venezia

Per la Cappella lo Sforza pensava semplicemente al rafforzamento del fronte verso la Bastia e all’ammodernamento del Castello con un baluardo. Intenzione irrealizzabile, perché la ristrettezza della piazza (140 passi) mal s’adattava ad un presidio efficiente e soprattutto a un’ordinata azione di uomini e pezzi in caso di operazione. Osserva G.M. Labaa che forse la determinazione di non trasformare in corpo reale la piazza del Castello poteva sottendere il disegno tattico di evitare, in caso di perdita, che la fortificazione potesse accogliere sufficiente artiglieria da sfondare il fronte della lunga muraglia del Forte di S. Marco.

Tavola dimostrativa dei possibili tiri contro il forte San Marco di Città Alta, conservata presso la Biblioteca nazionale Marciana di Venezia

Tuttavia la straordinaria posizione che la identificava come impareggiabile cavaliere con visualità di azione a 360°, pur nella difficoltà obiettiva di assicurarne la difesa rendeva restii a sacrificarla (9).

Che questo fosse un problema vitale e aperto risulta dal fatto che già nel 1565 si provvide a studiare il rimodellamento di tutto il territorio tra la Fortezza ed il Castello al fine di togliere di mezzo ogni possibile pianoro che potesse accogliere l’artiglieria di un ipotetico assediante (10).

A questo scopo si stanziarono 12 mila ducati e si fece in modo che in andamento rimanesse solo una stretta strada di soccorso e d’approvvigionamento del Castello, che a questa data era presidiato da soli 40 fanti (11).

La mancanza di fianchi adeguati sminuiva indubbiamente la validità della Cappella: le cannoniere erano infatti ricavate nei vetusti torrioni cilndrici del Castello medioevale con evidenti difficoltà di brandeggio e di operatività complessiva di fuoco e di fiancheggiamento. Quanto si sarebbe potuto fare in barbetta era poi limitato dall’esiguità della piazza.

Da qui le ragioni che fecero orientare non verso interventi sul nucleo ma verso l’approntamento di opere esterne ed avanzate, che però vennero realizzate solo tra la fine del Cinquecento e il secondo decennio del Seicento.

Le preoccupazioni maggiori venivano sempre dai colli vicini, Corno e Bastia, dai quali il fortilizio, facilmente raggiungibile tramite il dolce declivio del terreno, poteva essere battuto; i terreni verso la Cappella non erano sufficientemente scoscesi per contrastare l’avvicinamento del nemico.

Progetto per la sistemazione del Castello firmato dai provveditori (1585)

LA RISTRUTTURAZIONE DEL CASTELLO NEGLI ANNI 1585-1595

Intanto, verso l’ultimo decennio del Cinquecento il Senato Veneziano deliberava per l’inizio dei lavori di ammodernamento del fortilizio, che entro il 1595 era completamente ristrutturato sotto la direzione del capitano Nicolò Michiel e dell’ing. Bonomi (12).

Del Bonomi il lavoro più pregevole fu sicuramente la costruzione della scarpa addossata al corpo cilindrico delle torri, accorgimento difensivo poco prima attuato sulle mura cittadine, per difenderle dagli attacchi portati con le mine.

Sono infatti notevoli le differenze tra il paramento murario della scarpa e la cortina dei torrioni, dovute alla differente funzione delle due parti murarie: la scarpa doveva reggere l’urto e le principali offese degli assedianti, doveva sostenere il maggior onere dei carichi dei terrapieni e poteva, per la sua posizione, essere facilmente sbrecciata dalle mine; il muro verticale doveva sopportare carichi di gran lunga inferiori servendo solo di sostegno per la merlatura sulla quale solitamente si appoggiavano le travi della copertura.

Il paramento, interamente realizzato con pietra d’arenaria, appare caratterizzato da un’altissima scarpa realizzata con grossi blocchi squadrati e bugnati con estrema cura, disposti in corsi regolari e perfettamente connessi. Il completo redendone nella parte terminale sottolinea lo stacco tra la scarpa e la cortina sovrastante, dove i conci appaiono di piccole dimensioni, tagliati con poca precisione e collocati irregolarmente (fotografia del 1922)

 

Redendone che delimita la scarpa inclinata dal muro verticale

Nel corso dei lavori, vennero demoliti alcune casupole e il residuo dell’antica torre centrale (il maschio medioevale che era già stata fatta abbassare dal Pallavicino per renderla meno esposta ai tiri di artiglieria), per ottenere uno spazio di manovra maggiore sulla piazza superiore del Castello, ora ampliata (40×70 metri ca.) e capace di ospitare fino a 500 soldati e 10 pezzi di artiglieria.

Per ampliare il fortilizio verso est, la cortina rivolta verso la città fu demolita nel tratto compreso tra i due torrioni e sostituita da due cortine perpendicolari a quella abbattuta (e cioè edificate sul lato settentrionale e meridionale),  collegate fra di loro da una cortina a “coda di rondine”, al centro della quale venne costruito il nuovo ingresso al castello. Da questa parte i muri erano di esiguo spessore, ben diversi da quelli assai più robusti e massicci rivolti verso le alture circostanti.

Lo spigolo nord della cortina “a coda di rondine” che si protende verso Città Alta. A destra il torrione di Castagneta

Da tali lavori si ricavò una nuova piazza chiamata “inferiore” per distinguerla da quella sopraelevata, di dimensioni assai maggiori – con la quale era collegata tramite una scala in pietra di 4 passi veneziani (1 passo = m 1,738) -, entro la quale furono costruite una polveriera e una chiesetta (forse per sostituire quella dedicata a S. Maria Maddalena, demolita nel 1567 e i cui resti potrebbero essere stati inglobati nella Casa del Custode con i lavori di ampliamento?); sulla sinistra, il deposito delle munizioni, degli archibugi, degli attrezzi e, dietro, gli alloggiamenti per i soldati disposti in doppia fila.

Negli alloggi dimorava il contingente militare che variava a seconda dei periodi storici e delle crisi politiche. Una piccola comunità il cui compito principale era l’esercitazione oltre al rondamento diurno e notturno, nella fossa intorno al Castello e a controllo del territorio.

La polveriera del castello di San Vigilio nell’Ottocento, documentata da un disegno di Luigi Deleidi, detto il Nebbia, nell’album di vedute di Bergamo trafugato alcuni anni or sono dalla Biblioteca Civica “Angelo Mai”. Il progetto di quest’opera grandiosa, di cui non è rimasta traccia, secondo Luigi Angelini può essere attribuito al Codussi, autore anche del portale monumentale. Da Lezze precisa che la torretta (piramide) “per conserva della polvere” era coperta di piombo. Fu demolita molto probabilmente in coincidenza con le notevoli trasformazioni che la “Cappella” subì nell’Ottocento per mano degli Austriaci, che la sguarnirono del tutto abbattendo pure il portale d’ingresso; i disegni eseguiti da Giuseppe Rudelli nel momento della demolizione ne documentano la grandiosità

Venne inoltre edificata la Casa del Castellano (costruita solo nel 1593 ed oggi sede l’associazione Castrum Capelle, a sinistra della scalinata principale) e la Casa del Capitano, chiamata del Pittore (ubicata sulla destra).

 

Vista del fronte Sud del Castello con la Casa del Castellano

 

Stato della cappella verso la fine del XVI Secolo, dopo la ristrutturazione interna. Risale a questo periodo  la principale conformazione che il Castello possiede oggi, con la cosiddetta “Piazza di Sotto” collegata con la “Piazza di Sopra” da scalette in pietra (disegno conservato presso l’Archivio storico di Venezia, Ter. 110)

In mezzo alla piazza superiore venne eretta un’antenna su cui nei giorni festivi veniva issata l’insegna di San Marco. Sotto questa antenna venne realizzata una vasta cisterna per assicurare il rifornimento idrico, alimentata da una sorgente e dalla raccolta delle acque piovane.  

Un’altra cisterna fu realizzata di fronte alla Casa del Castellano.

La cisterna costruita di fronte alla casa del castellano è  un vano ipogeo con volta a botte alta poco più di otto metri e pianta con dimensioni medie di 7 metri per 11, posizionato sotto la balconata antistante la casa stessa (ex Trattoria del castello). Nell’immagine, la fontana della cisterna a servizio delle abitazioni dei militari come si presenta oggi. La relazione del proto Bernardo Berlendis del 1600 indicava la cisterna, che ancora doveva essere completata, posizionata all’interno della fossa vecchia del castello: è stato quindi utilizzato parte dello spazio che si è reso disponibile con l’espansione del fortilizio verso est. Fu completata nel 1606

 

La stessa fontana  in un disegno di L. Deleidi detto Il Nebbia (1784 – 1853) (Riproduzione fotografica conservata presso la Biblioteca Civica A. Mai, Archivio “Bergamo illustrata”)

Tutt’ intorno venne scavata una fossa profonda quattro passi, controllata da due corpi di guardia sul lato nord e sud e dotata di una controscarpa che, erosa e continuamente dalle piogge, richiederà continui interventi. I lavori eseguiti erano costati sino a quel momento 34.000 ducati.

La cortina verso il torrione Belvedere, la passerella lungo un fossato mai esistito e, a destra, il muro di controscarpa

Altri lavori di rafforzamento del forte furono realizzati all’inizio del Seicento seguendo le proposte di Francesco Berlendis e di Marco Antonio Negrisoli.

Pianta del Castello di San Vigilio dove sono indicati: in verde, la cortina congiungente le torri di San Vigilio e di Castagneta come da costruzione veneta della fine del XV secolo; in rosso, l’espansione della piazza del castello con i lavori della fine del XVI secolo; in blu, i corpi di guardia nord e sud (Proprietà GSB  Nottole).

LA PROSECUZIONE DEI LAVORI: LE STRUTTURE ESTERNE ED AVANZATE PER LA DIFESA VERSO IL MONTE BASTIA

Riguardo le perplessità relative all’effettiva inespugnabilità del Castello dovuta alla presenza dei colli vicini (Corno e Bastia), tra i progetti presentati nel 1585 il Bonomi aveva proposto quattro bassi baluardi attorno al vecchio Castello, uno dei quali era un puntone che si protendeva fra la Bastia e il Corno, soluzione onerosissima (80 mila ducati) e di scarsa fattibilità; il Malverda si era limitato ad un puntone verso il monte Corno utilizzando le vecchie torri del Castello per il fiancheggiamento, oltre a potenziare al massimo il collegamento con la città, soluzione meno onerosa (25 mila ducati) ma di scarsa efficacia; Paolo Emilio Scotto aveva proposto una soluzione costituita da una tenaglia che dal vecchio Castello si rivolgeva verso la Bastia e il Corno e la realizzazione di una strada coperta che occupasse tutto il dosso che s’interpone fra la fortezza e il Castello. Tale strada non avrebbe dovuto essere un semplice percorso protetto, ma consistere in cortine terrapienate e forte scarpamento dei pendii esterni. L’ipotesi della tenaglia venne quantificata in 35 mila scudi. La soluzione fu avvertita come la migliore e più o meno secondo quest’ultima ipotesi ci si mosse.

Stampa secentesca dei Remondini di Bassano. I lavori intrapresi all’inizio del XVII secolo diedero alla fortezza la configurazione definitiva a forma di stella

La costruzione della strada coperta tra la città e la Cappella iniziò nel 1607 ma solo tra il 1613 e il 1616 i lavori, diretti dall’ing. Marcello Alessandri, si poterono considerare conclusi. La strada, una sorta di trincea con argini in terra (rivestiti da parapetti in pietra nel nel 1623), che dal muro di controscarpa che affiancava la fossa correva lungo la costa del colle, costituiva un collegamento sicuro tra il Forte di S. Marco e la Cappella, utile a portare rifornimenti e aiuti in caso di necessità.

La freccia rossa indica la strada coperta tra la Cappella e il Forte di S. Marco, con il quale si doveva collegare tramite una sortita nel Baluardo Pallavicino

 

Planimetria del 1617 presente nella relazione di Buonaiuto Lorini (conservata presso la Biblioteca Civica A. Mai, Bergamo)

La strada coperta era protetta, a metà del percorso, da una piccola piazza per posizionare i cannoni sul lato sud (verso S. Gottardo) e da un’altra piazza sul lato nord, verso il Monte Corno.

L’intero passaggio, che aveva una larghezza di 18 passi ed era costato la considerevole cifra di 41.000 ducati, verrà smantellato e completamente cancellato da Napoleone Buonaparte.

Il Castello e il forte di S. Marco nel contesto orografico dei colli, con la strada coperta

Di pari passo con le modifiche relative al Forte di San Marco, la difesa esterna del Castello venne definitivamente completata tra il 1621 e il 1623 su progetto degli ingegneri Tensini ed Alessandri, mediante la costruzione, oltre la controscarpa della fossa, della tenaglietta di nord-ovest (due grandi speroni , rivolti verso il monte Corno ed il monte Bastia, posti a protezione del torrione più occidentale) e dei due baluardetti di sud-ovest e di sud- est, realizzati per migliorare la difesa dei due sottoposti torrioni: il primo, denominato baluardo Moncenigo, è un puntone verso la chiesa di S. Vigilio, il secondo è posto a protezione del primo torrione, detto di S. Vigilio.

Pianta del Castello di S. Vigilio, con descritta ogni singola parte (arch. G.M. Labaa)

Infine, i terreni circostanti vennero dirupati per rendere meno agevole l’avvicinamento del nemico.

 

Con il 1623 si concludevano le operazioni di fortificazione della città di Bergamo da parte di Venezia. Ma servivano altre risorse economiche e per averle si ribadiva nuovamente che in questo luogo si giocava per Venezia “Ia conservazione di questa Città e di tutta Bergamasca”:  in particolare, bisognava rendere ancor più aspro il declivio davanti alla “fòrvese” attraverso un ennesimo intervento di modellamento della sella fra il Castello e l‘altura del Colle, che restava facilmente accessibile al nemico (14):  un appassionante e “classico” problema tattico-strategico (tale da entrar nella trattatistica), per la cui soluzione vennero chiamati i migliori ingegni nell’arte del fortificare d‘Italia.

L’impianto fortificato della “Cappella” nel contesto orografico del colle di S. Vigilio, con la strada coperta che giunge fino al Forte (disegno di Cesare Malacreda, conservato presso la Biblioteca Nazionale Marciana di Venezia)

 

Il Castello e la cinta bastionata unite dalla strada coperta, nella planimetria di Pierre Mortier (1660)

Affinché niente fosse anteposto al superiore bisogno di sicurezza, le plurimillenarie forme della natura vennero modificate ancor più radicalmente, artificializzando e caricando di nuovi valori una parte importante del Colle di Bergamo, esaltandone il senso di dominanza: si scavarono fosse, si tolsero boschi, vigne ed alberi isolati e si asportarono persino i muretti dei terrazzamenti, rimodellando tutt’attorno al Castello il profilo delle alture, delle selle e dei crinali, lasciando percepire da lontano persino il corridoio che correva lungo la strada coperta.

Il Castello alla fine dell’Ottocento

Il luogo tutt’intorno al Castello mutava ma la sommità del colle non perdeva i suoi valori semantici di spartiacque fra le vigne e le aree boscate che si succedono a ponente e l’artificialità del costruito a levante, con la città serrata nella smagliante cinta bastionata.

“NelI’ordinaria percezione da sud, dal piano, si godeva la stereometrica astrattezza dei piani in terra e delle pareti in pietra, che connotano rampati, Ia tenaglia e le bastionature minori, ai corridore della strada coperta e alle rotondità delle torri del soprastante vetero impianto” (G.M. Labaa, “Progetto – Il colle, cit.)

  

L’emergenza del Castello, circondato da un cerchio di folti tigli, letta dalla collina di Madonna del bosco

Sino alla fine della presenza Veneta a Bergamo, il forte non subì l’assalto di alcun avversario.

Giovanni Antonio Urbani, Planimetria acquerellata del Castello di San Vigilio e degli spalti interni ed esterni, 22 aprile 1766 (conservata presso la Biblioteca Civica di Bergamo)

 

Giovanni Antonio Urbani, disegno del 1776 raffigurante gli interni del Castello di San Vigilio (conservato presso la Biblioteca Civica di Bergamo)

DOPO VENEZIA

Il 25 dicembre 1796 i francesi di Napoleone I entrano in Bergamo ed è la fine della dominazione veneta. I francesi si fanno consegnare dal capitano veneto Ottolini il Castello, temendo un tentativo di controffensiva di Venezia proprio da quella postazione; ed è forse per questo motivo che, l’anno successivo, viene distrutta la strada coperta costruita circa duecento anni prima, decretando per il Castello la perdita definitiva dell’importanza strategica che lo aveva contraddistinto fino ad allora.

Incisione settecentesca di Bergamo Alta, vista da Santa Maria del Giglio, presso Porta S. Giacomo, posta di fronte al Fortino. In alto a ponente svetta la Cappella imbandierata. La prima versione, in bianco e nero, era stata eseguita Giorgio Fossati (1704-85)

Il fortilizio perde importanza per le ormai mutate strategie militari e dal 1803 il Ministero della Guerra indice alcune aste per la vendita o affitto a privati dei terreni facenti parte della ex fortezza (15), che in questo periodo viene anche utilizzata come magazzino militare.

Bergamo Alta vista da Porta S. Giacomo, dominata dall’alto dal Castello di S. Vigilio (incisione veneta settecentesca). E’ una prima prova della stampa di Giorgio Fossati (1704-1785) integrata poi con figure nella stampa della sopracoperta e dei risguardi (Racc. Conte G. Piccinelli)

Le campagne napoleoniche richiedevano ingenti finanziamenti e, venute meno le ragioni militari, furono vendute numerose parti della fortezza cittadina. Tra queste, oltre al Castello, il Forte di San Marco che da allora è di proprietà privata, compresa la Porta del Soccorso e le interessantissime strutture sotterranee.

Occupata Bergamo nel 1815, gli Austriaci intrapresero una politica di smantellamento delle principali strutture militari presenti in città; nel 1829 furono infatti demolite alcune parti del castello, tra cui la polveriera e la  monumentale porta d’ ingresso entrambe attribuite al Codussi.

In precedenza, nel gennaio del 1825 avevano messo all’asta gli spazi dell’intero perimetro delle mura. Per buona fortuna l’operazione fu bloccata dal podestà di Bergamo Rocco Cedrelli il quale riuscì ad aggiudicarsi (la somma sborsata fu di 6.050 lire) tutte le aree, divenute poi la splendida passeggiata che è uno degli aspetti più affascinanti dell’antica città.

Il rilievo, risalente al 1828, mostra i nuovi manufatti all’interno delle mura di cinta, successivamente demoliti (conservato presso  l’Archivio Comunale di Cittadella)

Alla fine dell’Ottocento, con la cessata strategia difensiva, si assiste al progressivo inurbamento del Colle con la costruzione di residenze e case di villeggiatura sul suo versante più soleggiato.
Questo a seguito della crescente attrazione delle zone collinari a luogo di villeggiatura e ristoro.

A partire dai primi anni del Novecento, e nell’arco di tutto il secolo, si assiste sempre più alla riconversione dei cascinali meglio esposti al sole in ville e villette in stile liberty e la progressiva sostituzione del verde rurale in giardini, anche con essenze estranee all’areale tipico e/o con essenze esotiche.

Veduta di S. Vigilio nel 1900 (da Patrik Serra, Antiche stampe di Bergamo – XIX secolo. Grafica & Arte Bergamo)

Del 1912 è la costruzione della funicolare di collegamento tra Città Alta e S. Vigilio, che copre una distanza di 621 metri con un dislivello pari a 91 metri.

 

L’imbocco della strada che dalla stazione superiore della funicolare conduce al Castello

 

Cartolina di Via Sudorno con il Colle di San Vigilio sull’altura

Le mappe catastali rilevate negli anni successivi non riportano trasformazioni evidenti e gli edifici si manterranno pressoché inalterati fino ad oggi, tranne l’edificio settentrionale soggetto ad una demolizione parziale.

Nel 1934 buona parete del sedime dell’antico forte fu ceduto alla famiglia Soregaroli, che trasformò la Casa del Castellano in un caffé-ristorante; i camerieri servivano clienti ai tavolini allineati all’ombra del tigli sulla sommità. Il proprietario, Pierino Soregaroli vi profuse molte energie fisiche ed economiche per riadattare la scalinata e sistemare i camminamenti del malconcio castello. Nel corso degli anni ’80, a causa del progressivo stato di degrado dell’edificio il ristorante ha cessato la sua attività.

Nel 1957 il Comune di Bergamo ritorna in possesso del castello e dei terreni a nord dello stesso, acquistandoli da privati ed a partire dal 1960 vengono avviati i lavori di restauro del fortilizio, su progetto dell’architetto Pippo Pinetti.

Il Castello prima della ripulitura

I lavori si conclusero alla fine di agosto del 1961, quando la piazza superiore venne riaperta al pubblico (16).

Due fotografie che ritraggono il castello prima e durante i restauri condotti fra il 1960 ed il 1961: oltre alla rimozione della vegetazione che aveva invaso la piazza superiore i lavori si sono concentrati sulla ricostruzione di parte delle cortine andate distrutte nel corso degli anni. (Fotografie inserite nelle relazioni di sopralluogo ai lavori, archivio del Comune di Bergamo)

Anche la funicolare di San Vigilio, che funzionò fino al 1976, venne ripristinata nel 1991, quando si conclusero i lavori di restauro.  Un’ulteriore restauro è stato approntato in tempi recenti ed è stato completato nel 2004.

Il recupero ha dato la possibilità di far riemergere dal colle le parti superstiti di questa struttura, restituendo alla luce agli antichi torrioni, disboscando la vegetazione spontanea e trasformando le cortine nelle terrazze panoramiche di un giardino pubblico.

Planimetria del Castello con la nuova sistemazione del verde dell’arch. Bellocchio (conservata negli atti  del Comune di Bergamo)

 

Vista dell’ ingresso alla Cannoniera del Torrione Ponte

Per concludere con le parole di G.M. Labaa, oggi possiamo identificare il Castello di San Vigilio come un “segno formale di grande significato e strumento interpretativo di sedimentazione storica e di tecnica difensiva”. Lo si evince “dalle strutture murarie e dagli spazi ricchi di portato castellologico riferibili sia all’impianto visconteo che a quello veneziano, per arrivare cronologicamente fin oltre la soglia del secolo XIX, all’epoca del definitivo disarmo strutturale dell’impianto voluto da Napoleone” (17).

Ed oggi come allora, il Castello continua a costituire uno dei più precisi riferimenti — e non solo visuale — di quel contesto variegato che è Bergamo.

 

NOTE

(1) Angelo Mazzi, Il Castello e la Bastia di Bergamo, 1913.

(2) Secondo il Mazzi (Il Castello e la Bastia di Bergamo, cit.) ai tempi del rafforzamento della Cappella sotto il governo di Luchino Visconti (1345) non si provvide solo ad un semplice restauro ma i lavori dovettero essere ben più sostanziali, comprendendo la costruzione dei quattro torrioni circolari posti agli angoli delle cortine coronate dalla merlatura. Questi, secondo Luigi Angelini, per la loro forma e struttura, sarebbero invece stati edificati dai veneziani verso la fine del XV secolo nel quadro dei lavori di potenziamento della fortezza.

(3) Nel 1419 il duca Filippo Maria Visconti, intenzionato a riannettere Bergamo al Ducato di Milano affidò al Carmagnola il compito di cacciare il Malatesta da Bergamo. Carmagnola, compreso da subito l’importanza strategica del fortilizio della Cappella, il 24 luglio ne acquisì il controllo, corrompendo con denaro il castellano, Antonio Guastafamiglia. Non appena occupata la Cappella, le truppe del Carmagnola da lì iniziarono ad attaccare incessantemente la città, che fu presto ridotta alla resa ed obbligata a tornare sotto il dominio visconteo.

(4) Questi lavori sono documentati dalle ducali venete sino al 1490. Per il rifacimento e la sistemazione del torrione vecchio, delle fosse ed altre parti, furono spesi 1000 ducati della camera fiscale. Nel 1487 sono documentate opere realizzate sotto la direzione dell’ingegnere militare Venturino Moroni.

(5) Nella Relazione del podestà Costantino Priuli, 8 novembre 1553: “… Vi è la Capela qual è parte ruinata, et per mia opinion se doveria ruinar del tuto, in tuto quela è fuora di la Cità poco spacio.”

(6) Al sopralluogo alle fortificazioni, eseguito a cavallo fra gli anni venti e trenta del Cinquecento dal comandante delle truppe Francesco Maria della Rovere, duca di Urbino, segue un progetto per il loro rafforzamento con alcuni bastioni, ma non v’è accenno alcuno al castello di S. Vigilio (Cfr. G. Colmuto Zanella, “La fortificazione di Bergamo promossa da Francesco Maria della Rovere” in “1588 – 1988 le mura di Bergamo”, nota 52 pag. 295). Nella Relazione del podestà Costantino Priuli, 8 novembre 1553: “… Vi è la Capela qual è parte ruinata, et per mia opinion se doveria ruinar del tuto, in tuto quela è fuora di la Cità poco spacio”.

(7) Cfr. E. Fornoni, “Le fortificazioni di Bergamo sotto la Repubblica Veneta” alle pagg. 108 e 109.

(8) Dalla Relazione inviata al Senato dal podestà Francesco Venier nel novembre 1561, tre mesi dopo l’inizio dei lavori della Fortezza.

(9) G.M. Labaa, Il Castello, in: “Progetto – Il Colle di Bergamo”. Pierluigi Lubrina Editore (anno non indicato).

(10) Nel 1565 il capitano Donato relaziona sui lavori di modifica ai terreni compresi fra la Cappella ed il Forte di San Marco per la rimozione di alcune piazze che potevano diventare utili al nemico per collocare l’artiglieria e, secondo lo stesso capitano, era questo il punto di maggior pericolo per la fortezza in costruzione (Cfr. relazione 17 del capitano Lorenzo Donato, 31 dicembre 1565, in “Relazioni dei rettori veneti ….”). Dopo i lavori doveva rimanere solo una strada stretta per raggiungere il castello.

(11) Cronicamente modesta rimarrà sempre, invece, la guarnigione: il 18 settembre 1585 il capitano Michele Foscarini lamenta che a custodia della Cappella vi siano solo 35 fanti, parte dei quali devono fare anche servizio di ronda in città e ravvisa in ciò un grandissimo pericolo in ordine alla sicurezza generale della Piazza (G. M. Labaa, cit.): “La milizia stipendiata posta alla custodia della fortezza di Bergamo è di trecentodieci soldati, sotto la caricha del governatore et de sei capitanij….. Il quinto [capitano] è posto alla custodia della rocchetta detta la Capella con 35 fanti, parte de quali convengono a servire a rondare et fare le sentinelle dentro alla Città, per esser il numero de soldati così ristretto, che non può suplire ai necesari bisogni, di maniera che la Capella resta con soli 25 huomini, parte de quali alle volte anco si trovano inutili per esservi degl’ammalati, et inclusovi il tamburo, ragazzo et bombardieri et perciò viene ad essere pocco sicuramente guardata, il che a me pare di nottabilissimo disordine per gl’accidenti che potessero occorrere.” In “Relazioni dei rettori veneti in terraferma – Podestaria e capitanato di Bergamo”. Nella relazione sono riportati anche i quattro diversi progetti di modifica per il rafforzamento della Cappella, fatti pervenire alle istituzioni Venete.

(12) La data della fine dei lavori è documentata con la relazione del capitano Giovanni Guerini.

(13) Da Archivio Comune di Bergamo 1900, faldone 883, Biblioteca Civica A. Mai.

(14) Anche la tenaglia verso il Corno, non essendo sufficientemente incamiciata franava continuamente per le piogge, mentre la strada coperta, ancora nel 1702 (Cfr. relazione del capitano Andrea Badoer del 1702 in “Relazioni dei rettori veneti in terraferma – Podestaria e capitanato di Bergamo”), non aveva più i parapetti, dei quali rimanevano “le vestigia”, ed era ormai così stretta da non permettere il passaggio di un cannone.

(15) Da Archivio del Dipartimento del Serio, faldone 1071 (piazzeforti Bergamo), Archivio di Stato di Bergamo.

(16) Da archivio del Comune di Bergamo: atto di compravendita del 6 giugno 1957. Progetto di restauro a cura dell’arch. Pinetti.

(17) G.M. Labaa, Il Castello, cit.

Alcuni riferimenti 

G.M. Labaa, Il Castello, in: “Progetto – Il Colle di Bergamo”. Pierluigi Lubrina Editore (anno non indicato).

Mario Locatelli, “Il castello di S. Vigilio (La Cappella)”, Castelli della Bergamasca 2, Il Conventino, Bergamo.

Emanuela Gregis, “Complesso museale presso il Castello di San Vigilio a Bergamo”. Politecnico di Milano, Facoltà di Architettura e Società. Corso di Laurea in Architettura. A.A. 2009-2010.

Castrum Capelle onlus

Tosca Rossi, A volo d’uccello Bergamo nelle vedute di Alvise Cima Analisi della rappresentazione della città tra XVI e XVIII secolo, Litostampa istituto grafico, Bergamo, 2012, cm 21×28, pp. 244.

Monica Resmini, Le Mura: immagini e realtà. In “Le mura. Da antica fortezza a icona urbana”, di Renato Ferlinghetti, Gian Maria Labaa, Monica Resmini. Bolis Editore, 2016.

“I sotterranei del Castello di San Vigilio – Bergamo”, a cura del Gruppo Speleologico Bergamasco Le Nottole.

Angelo Mazzi, Il Castello e la Bastia di Bergamo, 1913.

Quando nelle Mura c’era un’osteria… e il caveau di una banca

L’OSTERIA NELLE MURA

Un paio di secoli fa, quando il “chilometro zero” era ancora di là da venire, dove oggi sorge LOrto sociale di via Tre Armi, sotto la Porta San Giacomo, si andava quasi direttamente dal produttore al consumatore.

LOrto sociale, spazio agricolo gestito dalla cooperativa L’Impronta, si trova in via Tre Armi, ai piedi delle Mura, tra il baluardo di San Giacomo e la rampa che sale verso Porta San Giacomo

 

Lo stesso luogo (il “Paesetto”) verso la fine dell’Ottocento con la porta daziaria (Raccolta Gaffuri)

Lo stesso contadino che coltivava i vigneti di via Tre Armi aveva avuto l’idea di aprire un’osteria in uno dei sotterranei delle Mura, dove vendeva il vino di sua produzione.

Via Tre Armi verso fine Ottocento, con il muro che delimita gli orti e i vigneti distesi lungo il pendio. Gli ortaggi venivano portati nei Borghi lungo le scalette del Paradiso e di Santa Lucia, ma nelle notti di luna, chiusi i pesanti portoni daziari del Paesetto, dalle mura di via Tre Armi venivano calate delle lunghe corde per issare cesti ricolmi di cibo che  giungevano a destinazione “de sfross” – di frodo – gabbando con gran soddisfazione le ignare, sonnacchiose guardie del dazio (Raccolta Gaffuri)

E come LOrto fornisce oggi i suoi prodotti ai chiringuito estivi sugli spalti delle Mura, l’impresa del contadino si dimostrò un successo. Gli avventori affollavano il vano dove il vino veniva spillato in gran quantità direttamente dalle botti.

Tutto si svolgeva al riparo dallo sguardo vigile delle guardie che stazionavano più in là, presso la porta daziaria del Paesetto, nulla potendo contro lo strano via vai che si svolgeva al di là della porta.

Fine Ottocento: la porta daziaria di via Tre Armi al Paesetto, dove si innesca la salita che conduce a Porta San Giacomo. A sinistra gli agenti del dazio e l’ufficiale, con il lungo cappotto; a destra la casa dell’ufficiale del dazio (fotocomposizione da Raccolta Gaffuri)

Tra solenni bevute, ubriaconi, personaggi d’ogni risma e donne di malaffare, il locale stava creando problemi d’ordine pubblico e la gendarmeria austriaca, che sull’argomento era molto intransigente, decise di chiudere l’improvvisata vineria.

La notizia, scovata in qualche polveroso archivio, fu riportata in auge da Pino Capellini in un articolo dell’ “Eco”, riverberandosi altrove per poi essere dimenticata.

Dove fosse esattamente questa singolare cantina non era dato di sapere, dal momento che nell’Ottocento per costruire il viale e consentire l’utilizzo degli spalti, gli accessi, ch’erano posti a varie altezze della muraglia veneziana, erano stati ostruiti o distrutti e dei sotterranei si era persa la memoria.

Nel frattempo anche i terreni alla base delle mura erano stati modificati.

La “lunetta” di via Tre Armi, perfettamente conservatasi sino a pochi anni fa, era una parte importante della fortificazione. A lato si nota un piccolo vigneto, che un tempo doveva essere molto più esteso

Ma oltre quarant’anni anni fa, nel corso dei primi sopralluoghi compiuti dalle Nottole in quel misterioso mondo sotterraneo, le lampade svelarono a poco a poco un mondo straordinario: grandiosi vani, lunghi corridoi, cannoniere, sortite.

E fu proprio nel corridoio di una sortita dal lato di via Tre Armi che le lampade illuminarono vecchie damigiane e una tinozza a pezzi: era quello il posto dell’improvvisata rivendita?

Via Tre Armi dalle Mura veneziane (Raccolta Gaffuri)

Tutto lascia pensare che quegli oggetti fossero stati frettolosamente abbandonati dopo il veto degli Austriaci e che, data la loro collocazione, la singolare enoteca si trovasse nei paraggi.

Dove esattamente?

L’osteria si trovava nella Cannoniera posta nel fianco meridionale della piattaforma di Santa Grata e certamente nei pressi c’era una vigna, nella fossa della Cortina di San Giacomo, in corrispondenza della controscarpa che era stata costruita per proteggere la strada di ronda.

Le Mura Veneziane di Bergamo nel 1588 (Disegno di Luca dell’Olio). Ubicazione della Cannoniera, nel fianco meridionale della piattaforma di Santa Grata

E se è per questo, vigneti sulla collina ce n’erano da sempre, e sovente ritratti  nei dipinti antichi.

Porta San Giacomo (inedito). Ex voto – Anonimo – 1727. E’ visibile un vigneto sotto la porta

Le acque per l’irrigazione non mancavano di certo, dal momento che quelle che defluivano dalle sorgenti a monte, arrivavano alle vigne e alle ortaglie attraverso via San Giacomo e le Mura. Acque talmente abbondanti da richiedere la costruzione di una cisterna sotterranea dietro il lato est della Cortina di Porta S. Giacomo.

Ed è probabile che l’esistenza dell’osteria fosse celata in qualche detto popolare, come quel “’nda a dörmi a la cà di balòarcc” (andare a dormire alla casa dei baluardi), quando i cunicoli e gli anfratti venivano utilizzati per ripararsi dalla pioggia e dalla neve o da qualche sbandato come riparo notturno.

Anfratti nelle Mura

Per molto tempo le parti sotterranee delle Mura erano state – forse volutamente – dimenticate e usate come discariche o locali privati, se non addirittura distrutte. Nell’Ottocento una cannoniera celata dietro il fianco nord della Cortina di Santa Grata era stata affittata a un falegname, mentre dal 1789 una sortita del fianco ovest del Baluardo di San Giacomo era affittata agli ortolani sottostanti come deposito.

Uomini lavorano ai piedi delle Mura veneziane (raccolta Gaffuri)

Fino alla visita degli speleologi il ventre delle mura era dunque un mondo pressoché sconosciuto, dove si avventuravano solo gli addetti alle fognature e agli impianti dell’acquedotto e del metano, che ne avevano utilizzato alcuni cunicoli.

I lavori per la realizzazione dell’acquedotto (Raccolta Gaffuri)

Quando le Nottole (che prima d’allora si erano dedicate solo alle grotte) si infilarono nei chiusini lungo il viale delle Mura calandosi dall’alto per raggiungere le aperture nella muraglia, non si conoscevano né mappe né documenti che potessero fornire indicazioni. E fu proprio grazie a loro che gli esperti e gli studiosi della fortezza poterono ricevere materiale di grande interesse, poi utilizzato per un volume interamente dedicato alle Mura, dato alle stampe nel 1977: basti pensare ai bellissima serie dei disegni di Luca Dell’Olio (68 Tavole), eseguiti fino all’89, composta da accurati rilievi dei sotterranei.

Si constatò così che quasi tutte le strutture ideate dagli architetti di Venezia nella costruzione della cerchia delle mura c’erano ancora, ed era anche possibile visitarne alcune poiché le Nottole si erano assunte l’impegno di accompagnare le scolaresche e le comitive nella Cannoniera di San Michele, allo spalto dell’Acquedotto.

UN CAVEAU NELLE MURA

Prima del loro abbandono, gli ambienti sotterranei delle Mura erano stati oggetto d’interesse nel periodo della guerra, quando si progettavano i rifugi antiaerei della città.

Cunicoli all’interno della cinta bastionata veneziana (Raccolta Gaffuri)

Proprio allora, non molto distante da da LOrto Sociale e da quella che circa un secolo prima era stata un’osteria, negli ambienti della Cannoniera di San Giacomo era stato ricavato un vero e proprio “caveau”, nascosto dietro a una sortita posta ai piedi della monumentale porta di marmo, oggi camuffata da un’anonima porticina metallica grigia.

Le Mura Veneziane di Bergamo nel 1588 (Disegno di Luca dell’Olio). Cerchiata in rosso, la Cannoniera di San Giacomo, posta nel fianco est del’omonimo Baluardo

 

L’ingresso (o sortita) della Cannoniera di San Giacomo

Secondo alcune notizie scovate in rete, l’ingresso della sortita era stato rinforzato alla fine degli Anni Trenta “con lastre di cemento armato e panelli antischegge per custodire i ‘tesori’ della Banca d’Italia”; tali notizie aggiungono che la struttura non venne mai utilizzata, cioè non racchiuse mai alcun tesoro.

La Cannoniera di San Giacomo, una vasta, profonda e labirintica struttura incastonata nel monumentale complesso delle Mura Veneziane, si articola in un sistema di vani sotterranei e passaggi militari che si articola proprio sotto l’omonima Porta in marmo della città che taglia le mura. Un gioiello architettonico quasi del tutto sconosciuto al grande pubblico, perché chiuso da sempre e visitabile solo in occasione delle aperture straordinarie organizzate dal gruppo speleologico bergamasco (Photo © Maria Zanchi)

In realtà la cannoniera venne utilizzata, ma non dalla Banca d’Italia (il cui caveau si presume concepito con ogni “garanzia”), bensì dalla Banca Mutua Popolare di Bergamo.

Quest’ultima, il 4 dicembre del 1942 aveva ricevuto dal Municipio (previo benestare della Regia Soprintendenza ai Monumenti) il permesso per poter utilizzare TEMPORANEAMENTE la Cannoniera di San Giacomo come rifugio antiaereo per i valori della banca stessa, per la durata della guerra e per un periodo massimo di quattro anni dalla fine del conflitto.

Esterno della Cannoniera di San Giacomo. La Cannoniera di San Giacomo si trova nel fianco est del’omonimo Baluardo, un tempo posta a difesa della cortina fra i baluardi di S. Giacomo e la piattaforma di S. Andrea e della porta. Il 4 dicembre del 1942 la Banca Mutua Popolare di Bergamo ottenne il permesso dalla municipalità di poter utilizzare i suoi ambienti come deposito di titoli, valori e opere (Photo © Maria Zanchi)

Pertanto, a partire dal 1942 vennero effettuati tutti i lavori necessari per rendere l’ambiente adatto a ricevere e custodire i beni della banca; lavori che logicamente snaturarono l’originalità della struttura.

La bocca della cannoniera che immette alla galleria di accesso dei sotterranei, sul lato interno delle mura, venne chiusa con uno spesso muro di cemento armato, ricavando un’apertura più stretta (sbarrata poi con una porta metallica) per poter accedere al ricovero;

Cannoniera di San Giacomo  (Photo © Maria Zanchi)

nella sala di manovra fu creata un’intercapedine in muratura per limitare l’umidità e vennero realizzati l’impianto elettrico e quello di ventilazione forzata.

Cannoniera di San Giacomo (Photo © Maria Zanchi)

Non ci credete? Questa fotografia ne è la prova.

Deposito Valori Della Banca Mutua Popolare di Bergamo, all’interno della Cannoniera Di San Giacomo (1943)

 

Riferimenti 

Pino Capellini, L’Eco di Bergamo, domenica 2 agosto 2012.

GSB Le Nottole

L’Eco di Bergamo,  29 Gennaio 2018. Sapevate che nelle Mura c’è un caveau? È proprio sotto porta San Giacomo.

Le polveriere veneziane di Bergamo e la fabbrica della polvere da sparo: un mondo sconosciuto

Una splendida e rara immagine della polveriera superiore, in via Beltrami (Raccolta Gaffuri)

LA ROCCA, IL PRIMO DEPOSITO E FABBRICA DELLA POLVERE NERA

Agli inizi del Cinquecento la Bergamasca aveva avuto varie occasioni per far conoscenza con la forza distruttrice della polvere da sparo e delle armi da fuoco. Come nel 1509, quando le forze della Lega di Cambrai – nata  allo scopo di annichilire per sempre l’espansionismo di Venezia – avevano invaso, conquistato e devastato un paese dopo l’altro.

Nel 1514 fu però la volta della città, quando le truppe spagnole assalirono da  Sant’Agostino la Rocca, presidiata dai Veneziani, costringendo i difensori alla resa.

Nel corso degli eventi bellici il Castello di San Vigilio vide confermata la sua rilevante posizione strategica e fu al centro di aspri scontri, mentre la Rocca, che soprattutto dopo la costruzione delle nuove mura andò perdendo importanza nella difesa della città , finì con l’essere relegata a funzioni di magazzino e di arsenale della fortezza, attrezzandosi per la riparazione dei mezzi di trasporto e dei pezzi di artiglieria.

La Rocca, ampio recinto fortificato rettangolare con quattro torri quadrate di rinforzo agli angoli, costruito nel 1331 da Giovanni di Boemia, completato entro il 1336 dai Visconti ed ulteriormente definito sotto il dominio veneziano

Con i Veneziani, la grande torre d’ingresso della Rocca era stata convertita a polveriera.

Il torrione della Rocca, all’ingresso della fortificazione, venne trasformato dai Veneziani in forma cilindrica nel 1455/58 e utilizzato come deposito della polvere nel ‘500, quando venne danneggiato da uno scoppio provocato dal fulmine: un episodio ricordato da un graffitto eseguito da un fedele sulla veste di quella S. Caterina raffigurata nella Teoria dei Santi, all’interno del vano ipogeo di San Vincenzo (attuale duomo)

Nonostante il pericolo derivante dall’essere a diretto contatto con le abitazioni, vi si fabbricava la polvere per i cannoni e per gli archibugi, ma in misura molto modesta in quanto le macine per tritare e ridurre in polvere salnitro, zolfo e carbone, necessari per la miscela esplosiva, erano azionate con i cavalli o a mano.

Planimetria della Rocca di Bergamo con indicala la “masena da polvere” (dalla relazione di Giovanni Da Lezze, anno 1596)

A ridosso della cortina orientale del mastio interno i Veneziani avevano costruito gli alloggiamenti (poi ridotti in altezza e trasformati nel 1975 in museo) e istituito la scuola dei bombardieri , per il cui addestramento funzionò con fasi alterne un tiro al bersaglio grazie al quale, peraltro, venivano consumate ingenti quantità delle già scarse scorte della fortezza.

La Rocca dall’alto. La regolare milizia dei “bombardieri”, addetti all’artiglieria ed addestrati per la difesa di Bergamo, da noi si limitava al “falconetto” o all’archibugio da cavalletto. Nel Seicento contava 4.700 unità distribuite in diciannove città della terraferma. Non era solo di un centro di addestramento ma una corporazione avente anche funzioni religiose e di assistenza (Archivio Wells)

 

Le riunioni degli scolari bombardieri si tenevano nella chiesa di Santa Eufemia in Rocca

 

La scuola dei bombardieri era dedicata a Santa Barbara, venerata dagli stessi in un altare della Chiesa del Carmine. A Santa Barbara ciascun aspirante allievo bombardiere doveva fare l’offerta di mezzo scudo nel momento in cui chiedeva di potersi iscrivere e a ciascuno di loro, al momento della morte, la Scuola assicurava un funerale con l’accompagnamento di tutti gli scolari bombardieri

Anche quando vennero costruiti appositi edifici (le ben note polveriere) per conservare la polvere in tutta sicurezza, il deposito della Rocca non venne rimosso, esponendo la stessa Rocca e una a parte della città alle conseguenze di uno scoppio, che avrebbe potuto essere provocato in qualsiasi momento da un fulmine – data l’eminenza della sua posizione – o da qualche azione criminosa: erano gli anni di notevole tensione con gli Spagnoli e con Milano, fatto che porterà alla decisione di erigere una monumentale fortezza bastionata a protezione della città alta.

Proprio la caduta di un fulmine sul torrione tondo della Rocca ci fornisce la prima testimonianza dell’esistenza in città di un deposito di polvere nera, datata 17 giugno 1511 e riportata nelle “Effemeridi” dall’abate Donato Calvi riprendendo la notizia dall’ “Historia Quadripartita” di Celestino Colleoni: la saetta rovinò quasi del tutto il torrione, danneggiando gravemente il circondario. Quello stesso torrione esplose anche nel 1512.

Come sempre, la munizione era scarsa è vetusta; soprattutto, c’era pochissima polvere e mancava il piombo. Si raccomandava pertanto che, come in altre fortezze, in concomitanza all’erezione delle mura si costruisse lontano dall’abitato un “edifitio da polvere”, che il nemico non avrebbe mai potuto colpire direttamente con il cannone: si tratta delle due polveriere nel forte di S. Marco, che, come vedremo, verranno costruite qualche decennio dopo.

Parte della cinta muraria veneziana nel Forte di S. Marco superiore, in corrispondenza dell’attuale strada panoramica che conduce a San Vigilio (Racc. Gaffuri)

I TEZZONI DEL SALNITRO

L’unico esplosivo disponibile fino alla seconda metà dell’Ottocento fu la polvere da sparo, per fabbricare la quale occorrevano tre ingredienti: lo zolfo, il carbone e il salnitro. Ma mentre i primi due erano facili da procurare, la produzione del salnitro – principale ingrediente della miscela esplosiva, di cui costituiva quasi il 75% – richiedeva un processo lungo e laborioso dal momento che abbondava soprattutto nei luoghi saturati da escrementi animali, ovunque fosse possibile l’azione di speciali batteri nitrificanti. I sali di nitro venivano estratti dal terreno imbevuto di orina e feci mediante una lavatura con acqua; il liquido così ottenuto conteneva il salnitro disciolto che veniva recuperato mediante evaporazione (1).

La parte maggiore della produzione del salnitro avveniva perciò attraverso i cosiddetti “tezzoni”, ampi recinti con il fondo costituito da terra opportunamente scelta e riparati da tettoie, sotto le quali venivano fatte ricoverare le pecore (per ogni tezzone era previsto un gregge di duecento pecore).

A Bergamo il tezzone del salnitro si trovava nel Prato di Sant’Alessandro a fianco della Fiera e a non molta distanza dall’Ospedale Grande di San Marco, ed era stato costruito per ordine di Venezia tra il 1573 e il 1588, istituendo la figura del salnitraio (2), attraverso il quale la Dominante gestiva in regime di monopolio la raccolta del salnitro e la sua raffinazione in nitrato di potassio.

Altre “tezze” in muratura furono istituite in provincia ed entro il 1623 nella Bergamasca se ne potevano contare sino ad otto. La loro attività proseguì per tutto il Settecento, benché, almeno per un certo periodo, una parte venisse importata (3).

Nell’immagine della città secentesca formulata da Macherio e poi da Stefano Scolari, a sinistra del loggiato dell’Ospedale Grande di S. Marco è visibile l’edificio della Dogana veneta e il tezzone del salnitro (con i locali annessi), dove, terminato l’evento, venivano ricoverate le baracche di legno della fiera. Venne abbattuto nel 1820 per far posto al mercato del grano

 

Il “tezzone” del salnitro al Prato di Sant’Alessandro. Rielaborazione di Luigi Angelini dal disegno di Bernardino Sarzetti del 1723, fatto eseguire dall’amministrazione ospedaliera al fine di controllare e quantificare gli esercizi delle rivendite. Il tezzone si trovava nell’area oggi compresa tra la Banca Popolare di Bergamo e l’incrocio tra il viale Vittorio Emanuele e via Tasca (disegno di Luigi Angelini, “II volto di Bergamo nei secoli”)

Come riferisce Donato Calvi nelle “Effemeridi”, sopra l’ingresso, dominato dal Ieone di San Marco, spiccavano gli stemmi del Doge, del Provveditore alle Artiglierie Giovanni Bondumiero e del capitano Michele Bono, oltre a quelli dei rettori Paolo Contarini e Paolo Loredano.

 

Nella pianta del Manzini del 1816 è indicato il tezzone del salnitro, funzionante dal 1573/’88 sino al 1820, anno del suo abbattimento

 

Planimentri di inizio Ottocento nell’area della Fiera. Non è ancora stato abbattuto il tezzotto del salnitro (demolito nel 1820) – (da: Maria Mencaroni Zoppetti, “L’Ospedale nella città – Vicende storiche e architettoniche della Casa Grande di S. Marco”. Collana: Storia della sanità a Bergamo – 1. Fondazione per la Storia Economica e Sociale di Bergamo)

Il tezzone al Prato di Sant’Alessandro venne abbattuto nel 1820 per far posto al mercato delle granaglie, costruito entro l’anno successivo (4) ed affacciato su piazza Baroni, nell’area adiacente alla Fiera.

G. Berlendis, Piazza Baroni in tempo di Fiera. A sinistra il mercato delle granaglie nei pressi della Fiera costruito nel 1821 al posto del “tezzone” del salnitro. Con l’abbattimento del mercato del grano, nel 1838 poté iniziare la costruzione della strada Ferdinandea (poi Viale Vittorio Emanuele), cui seguiranno importanti trasformazioni nell’area del centro urbano come si evince dal confronto tra la pianta di Bergamo del 1816 e quella del 1896 (mencaroni zoppetti).

Ritroviamo una Fabbrica di Sanitro nella mappa del Catasto storico lombardo-veneto del 1853, appena fuori le muraine, accanto al portello e al convento delle Grazie.

Nella mappa del Catasto storico lombardo-veneto del 1853, accanto al portello e al convento delle Grazie, fuori le Muraine, è invece indicata una Fabbrica di Salnitro (f.10 Archivio di Stato di Bergamo)

Se in un primo momento la conservazione del salnitro avveniva in Cittadella in un magazzino in disuso, nel 1598 la quantità prodotta era così notevole da far pensare alla costruzione di un deposito affinché la polvere venisse fabbricata localmente anziché mandare il salnitro a Venezia. Ciò avrebbe permesso di fronteggiare le crescenti richieste della fortezza, dove le scorte erano solo la metà del necessario.

LE POLVERIERE VENETE DI COLLE APERTO

Tra il 1580/’81 e il 1582 si provvide dunque a costruire le due polveriere venete all’interno del Forte di S. Marco, al di fuori del tiro dei cannoni e lontane dall’abitato (5).

Il Forte di San Marco con le due polveriere: la prima a sinistra della chiesetta dì San Pietro, l’altra un po’ più in basso a destra. Particolare dalla planimetria di Stefano Scolari, 1680 circa

Una, di proprietà comunale, è adagiata lungo il baluardo di Castagneta, nella parte superiore, chiave della difesa cittadina del Forte. Si trova in via Costantino Beltrami, ai piedi della scaletta che conduce all’Orto Botanico Lorenzo Rota.

Di notevole interesse storico e turistico e in posizione facilmente accessibile,  ha sofferto per la modifica della zona dovuta alla presenza della scuola media  “T. Tasso.

La polveriera superiore dopo i restauri in un ambiente che non ne valorizza le caratteristiche, essendo sovrastata a nord e ad ovest da un alto muro che ne guasta la visione frontale

 

1875: veduta da Colle Aperto verso il palazzo dei conti Roncalli e la strada per Castagneta. Cerchiata in rosso la polveriera veneziana (fotografia probabilmente eseguita dal conte Antonio Roncalli (Racc. Gaffuri)

L’altra, oggi di proprietà della famiglia dei conti Roncalli, fu costruita più in basso, nella valletta tra Colle Aperto e Porta San Lorenzo.

Cerchiata in rosso, la polveriera inferiore nel 1899. In primo piano, Porta Garibaldi, già San Lorenzo (Racc. Gaffuri)

 

La polveriera inferiore con in primo piano il baluardo di San Lorenzo

E’ delimitata alle spalle dal poderoso muro del forte superiore, dominando  con le sue forme insolite un inconsueto ambiente agreste.

La polveriera inferiore, immersa in un ambiente agreste, nel verde della valletta che scende da Colle Aperto. Di proprietà privata, è stata a lungo adibita a ricovero degli animali dell’attigua cascina

Le pietre furono cavate probabilmente da qualche vena nelle vicinanze, come si usava ai tempi, dal momento che i blocchi di pietra di arenaria della copertura furono con certezza estratti dalla cava posta nelle immediate adiacenze di Porta di San Lorenzo.

Le polveriere, identiche nella forma, sono formate dalla sovrapposizione di una piramide ad un parallelepipedo; in entrambe, il blocco di base è formato da grandi masselli di pietra accuratamente tagliati e ben disposti. Il locale interno è voltato in mattoni e sopra la volta, un conglomerato di calce e pietrame prepara la forma della piramide, rivestita da blocchi di arenaria, più consistenti all’incontro degli spigoli e verso la cuspide; il rivestimento sui quattro lati è invece in lastre più sottili

Il blocco di base, formato da masselli di pietra di nobile fattura e accurata disposizione, è un elemento non trascurabile nel complesso di architettura bellica e aggiunge preziosità alla costruzione:

“Queste costruzioni sono tra i volumi più belli, inusitati e curiosi dell’opera fortificata. La perfetta loro geometria è evidenziata dal nitore dei semplici volumi e testimonia molto bene quel rigore che nell’architettura militare mai vien meno, neppure in piccoli edifici sussidiari dove sarebbe stato possibile concedersi divagazioni ornamentali” (Gianmaria Labaa, “Le Mura di Bergamo”).

La messa a nudo delle piramidi attuata durante i recenti lavori di restauro (6), ha rivelato lo stato rovinoso della copertura lapidea ed anche l’azione delle acque meteoriche, che avevano sfaldato gran parte dello strato superficiale di copertura.

Mentre la piramide della polveriera inferiore è oggi l’unica a presentarsi ancora completa, in quella della polveriera superiore (la più malconcia e più a lungo trascurata) le infiltrazioni d’acqua hanno invaso la volta con minuscole stalattiti, aggiungendo una nota di romantica decorazione al complesso.

La piramide della polveriera inferiore durante i restauri

 

La vegetazione spontanea incombeva sulla piramide superiore e invadeva tutto attorno il blocco di base; la piramide manca pertanto di tutto il rivestimento del lato settentrionale, dove è a vista il sottostante conglomerato; il rivestimento del lato ovest, ricoperto per circa un terzo da terriccio di riporto è stato rifatto in epoca recente utilizzando lastre d’arenaria provenienti dal rifacimento di strade o di marciapiedi. Lo si riconosce dalle caratteristiche scanalature sulla pietra

 

Tolti cespugli ed erbacce finalmente torna ad essere visibile la struttura della polveriera superiore

L’aereazione è attivata da fori o finestrelle alte, mentre la luce e l’aria penetrano attraverso due finestre a baionetta di profondo sviluppo, consentito anche dal notevole spessore del muro che alla base è di circa due metri.

L’inconfondibile mole della polveriera nella valletto dì Colle Aperto mentre erano in corso i restauri

 

La polveriera inferiore al termine dell’intervento di restauro. Proprio perché stabilmente occupate dalle rispettive proprietà per usi pratici, all’interno le operazioni di intervento si sono limitate alla sola pulizia, mantenendo il pavimento realizzato in terra battuta, come all’uso nelle polveriere

 

Nella polveriera inferiore, la porta è sormontata da una stretta feritoia, presente sui lati est ed ovest. Le aperture sono del tipo a baionetta, con un angolo spezzato che impedisce l’accesso diretto al deposito, trattenendo in questo modo eventuali proiettili o materiale incendiario lanciato da fuori. Per maggior sicurezza all’interno delle finestre era stato innalzato in origine un muro, demolito nel 1685 dal capitano Giorgio Cocco perché sottraeva molto spazio al deposito

Sopra gli ingressi sopravvive ciò che resta dei due stemmi scolpiti in un grosso blocco di arenaria grigia, quasi totalmente disgregati. Essi presentano la data di esecuzione dell’opera e i nomi dei capitani e dei soprintendenti veneti.

Lo stemma della polveriera di via Beltrami è ridotto ad una massa informe, dove si può solo intuire la presenza in origine di due insegne affiancate

 

Nella polveriera inferiore la perdita di materiale è ancora maggiore perché, essendo stata usata pietra con un taglio a strati, il distacco degli stemmi è avvenuto in modo netto ma il profilo è tuttora leggibile. Sopravvive un po’ del fregio sottostante, la cui conservazione lascia spazio alla fantasia per la ricostruzione della data relativa alla costruzione (MD…XXX…) e di alcune lettere di dedicazione

§ § §

Nel frattempo si riorganizzava l’intera struttura militare. Per alloggiare le truppe si costruivano quartieri sul versante settentrionale, vicino alle porte (le cosiddette “casermette”, a sud del chiostro maggiore del convento di S. Agostino) o all’interno del forte di San Marco (dove gli alloggiamenti sono ancora individuabili in una parte degli edifici all’inizio di via Beltrami), garantendo ovunque l’immediatezza di un eventuale intervento e un forte presidio nelle località strategicamente più importanti e al contempo sgravando la città dall’onere dell’alloggio.

Le “Casermette” di SAnt’Agostino

 

L’imbocco di via Costantino Beltrami nel 1905 con la chiesupola di S. Pietro, le case del conte Roncalli sulla destra ed altri edifici lungo la strada

Il Castello di S. Vigilio veniva ulteriormente rafforzato entro il 1626, ricavando dalle demolizioni una vasta piazza capace di ospitare anche deposito per le polveri, per le munizioni e per gli archibugi nonché gli alloggiamenti per i soldati.

Sopra la controscarpa che circondava il castello correva la strada coperta in cui erano ricavate alcune piazzuole per le cannoniere.

LA TERZA POLVERIERA

Una terza polveriera, di cui non è rimasta traccia, venne costruita all’interno del Castello di San Vigilio, documentata da un disegno di Luigi Deleidi, detto il Nebbia, nell’album di vedute di Bergamo trafugato alcuni anni or sono dalla Biblioteca Civica “Angelo Mai”. Un’opera grandiosa, il cui progetto secondo l’ingegnere Luigi Angelini può essere attribuito al Codussi.

La polveriera del castello di San Vigilio nell’Ottocento. Disegno di Luigi Deleidi detto il Nebbia. Di questo deposito s’è persa traccia

Il deposito si trovava a destra nella piazza bassa del castello prospettante sulla città, dove si innalzava anche una chiesetta; a sinistra c’erano invece il magazzeno delle armi e gli alloggiamenti dei soldati.

Da Lezze precisa che la torretta (piramide) “per conserva della polvere” era coperta di piombo. Il suo impiego doveva essere limitato alle esigenze del presidio militare sul colle, ma nel 1666 il capitano di turno, nel riferire la situazione dei depositi della polvere, fa presente che essa era suddivisa in tre torrette (ossia piramidi), due in città e la terza nella “Cappella” (Castello di S. Vigilio).

Fu demolita molto probabilmente in coincidenza con le notevoli trasformazioni che la “Cappella” subì nell’Ottocento per mano degli Austriaci, che la sguarnirono del tutto abbattendo pure il portale d’ingresso; i disegni eseguiti da Giuseppe Rudelli nel momento della demolizione ne documentano la grandiosità.

I CRONICI RALLENTAMENTI: SI CONTINUA A USARE LA POLVERISTA DELLA ROCCA

Finita la costruzione nel 1582, le due polveriere non furono utilizzate con la dovuta tempestività, probabilmente per il rallentamento del modesto apparato amministrativo-burocratico dell’epoca, dovuto all’alternanza dei rettori inviati da Venezia a Bergamo, lontana dal potere centrale.

La sigla lasciata da uno scalpellino su una delle pietre della piramide della polveriera superiore

Ancora nel 1598, a ben 16 anni dalla fine dei lavori funzionava a malapena una polveriera (completata tre anni prima), dove il capitano Giovanni Querini aveva fatto collocare tutta la polvere che era stata spedita a Bergamo all’inizio del suo mandato, mentre nella seconda mancava ancora la copertura in piombo.

La piramide era rivestita con piombo che doveva garantire l’impermeabilità. Le lastre di piombo venivano fissate nell’arenaria con degli incavi (nella foto), maggiormente riscontrabili verso la base della piramide

La prima, non era comunque messa meglio, visto che la pioggia filtrava nuovamente a causa della sottile copertura del piombo e il capitano Girolamo Alberti aveva dovuto rimuovere la polvere “bagnata, e in parte ridotta come fango”, facendola asciugare e riportandola in Rocca nonostante il pericolo.

Ancora nel 1599 la polvere (82.126 libre di grossa e 9.226 libre di fine) veniva dunque conservata dentro due torri della Rocca e per la custodia vi erano solo quattro bombardieri, per giunta poveri (quindi corruttibili) e perciò esposti a tramare “ogni scelerità”. Nel 1601 la polvere era ancora in Rocca, ancora esposta al pericolo dei fulmini o a quello di essere presa con un facile colpo di mano, come evidenziato nelle relazioni dei capitani Venier e Trevisan tra la fine del Cinque e l’inizio del Seicento, invitando a portare la polvere in luogo più sicuro.

La Rocca di Bergamo (particolare) – Racc. Gaffuri

Si provvedeva pertanto a sistemare la polverista (deposito della polvere) della Rocca insieme alla casa del salnitraio. Si allungava il bersaglio e fuori città (Osio Sotto e Spirano) si costruivano due “tezze” (tettoie) per la conservazione delle terre necessarie alla formazione del salnitro.

LE ESPLOSIONI ALLA ROCCA

La lunga consuetudine fece trascurare le più elementari norme di sicurezza, per cui si finì col dimenticare dentro la Rocca una scorta di esplosivo, che a causa di un fulmine scoppiò: era il 22 settembre 1663 e ne dobbiamo la vivace descrizione a Donato Calvi, testimone oculare dell’evento.

A giudicare dai danni alle abitazioni anche di Borgo San Lorenzo, sul versante opposto del colle, c’è da ritenere che l’esplosivo anziché nella torre rotonda fosse collocato in una torre in posizione più avanzata verso la città. Questa venne diroccata insieme a molte case vicine e si contarono due vittime fra i civili.

La Rocca di Bergamo (Racc. Gaffuri)

Delle antiche esplosioni avvenute in Rocca restano comunque i segni nel torrione – evidenziati da recenti restauri – nei corsi irregolari delle murature, dove si notano i vari tipi di materiali usati. Alle pietre ben squadrate della base si sovrappone nella parte superiore materiale di taglio e di varia composizione, come se si fosse reso necessario chiudere una breccia.

LE DUE POLVERIERE FINALMENTE ATTIVE MA NON DEL TUTTO EFFICACI

Ed ecco finalmente che con il capitano Andrea Paruta nel 1606 la Rocca è sgomberata e tutta la polvere è conservata in una polveriera.

Il problema non è però del tutto risolto: lo spazio disponibile è poco, mentre è indubbiamente molto pericoloso tenere tutto l’esplosivo in un solo luogo. Il capitano ha fatto sistemare anche la seconda polveriera e sei anni più tardi (1612) il capitano Marco Dandolo può annunciare che tutta la polvere (per 2272 barili) è al sicuro nei due depositi; ma si ripresenta il problema della conservazione, sia per l’insufficiente copertura e sia perché i muri non sono del tutto impermeabili, obbligando a far asciugare la polvere al sole.

Per sicurezza, ma forse anche per ridurre l’umidità proveniente dal terreno circostante, il capitano Dandolo fa circondare i due edifici con un alto muro, di modo che nessuno si può più avvicinare, evitando “ogni pericoloso incontro”.

Le polveriere erano circondate da un alto muro, che le proteggeva e le isolava; se ne nota ancora una traccia nello spazio circostante, soprattutto per quanto riguarda la polveriera inferiore. La cuspide, come appare da alcuni disegni, era sormontata da una sfera di pietra, ora scomparsa

Pur con tutti i difetti, quasi due secoli dopo la costruzione le due polveriere sono ancora utilizzate. Nel 1759 il capitano Francesco Rota fa sapere di aver speso 4025 lire per il loro restauro: ad entrambe le costruzioni vengono tolte le coperture di piombo per rinnovarle, ma sembra che poi non se ne faccia niente.

LA POLVERISTA E I DEPOSITI DELLA POLVERE NEI BORGHI

Mentre, finalmente, dal 1612 pur con qualche problema le due polveriere nel forte di S. Marco potevano contenere tutta la polvere da sparo, per tutto il Cinquecento e parte del Seicento, quando il fabbisogno cresceva di pari passo con lo sviluppo delle armi da fuoco, la produzione rimase concentrata nella “masena da polvere” della Rocca dove, come s’è visto, si fabbricava la polvere per i cannoni e per gli archibugi: in misura modesta, in quanto le macine per tritare e ridurre in polvere componenti necessari erano azionate con i cavalli o a mano.

Nonostante la sua presenza fosse una costante minaccia per la città e nonostante i numerosi solleciti inviati a Venezia a partire dal 1572 (7), la cessazione di questa attività e il suo trasferimento in luogo più isolato, andò incredibilmente per le lunghe.

Le scorte di polvere nella fortezza erano insufficienti e se ne consumava per l’addestramento degli “scolari bombardieri”. Nonostante la scomodità di inviare il salnitro a Venezia e di far venire la polvere da questa città e nonostante salnitro e carbone (componenti essenziali per ottenere la miscela esplosiva, insieme allo zolfo) a Bergamo non mancassero, il progetto di costruire un “edificio da polvere” al piano andò in porto solo nel 1614.

Una fabbrica della polvere ne avrebbe incrementato la produzione – rendendola sufficiente anche per le fortezze vicine -, a costi inferiori rispetto alle vetuste macine della Rocca potendo utilizzare la forza motrice dell’acqua dei canali.

Nel 1623 comunque, la fabbrica presso l’ex convento del Galgario, già degli Umiliati, era già in tutto o in parte funzionante. Qui era possibile sfruttuare come forza motrice le acque del torrente Morla.

L’ex convento del Galgario nel secolo scorso in un disegno di Giuseppe Rudelli (1790-1850). Il Galgario fu sede della prima fabbrica della polvere a Bergamo. (Propr. Sandro Angelini)

La conservazione della polvere avveniva nella vicina torre, quella del Galgario, oggi unica scampata all’abbattimento delle Muraine.

Pietro Ronzoni, Il Galgario (Bergamo, propr. rag. A. Farina)

Ma la presenza della polvere non poteva non suscitare allarme tra gli abitanti del borgo, anche in considerazione degli incendi che si erano sviluppati nel 1623 e dieci anni più tardi.

Così, nel 1682, essendo l’edificio ormai malconcio il doge Alvise Contarini dispose la costruzione di un nuovo edificio per la polvere in un sito lontano dell’abitato, “con abondanza di acqua, et capace di lavorare con trenta copie di pestoni”, in modo da aumentare il più possibile la produzione.

Il luogo scelto fu quello nei pressi della cappella del Sant’Jesus, situata dietro il monastero di Santa Maria delle Grazie (su un’area oggi compresa tra le vie Taramelli e Casalino), dove passavano due canali.

La cappella del Sant’Jesus, nei pressi della fabbrica della polvere, costruita su un’area oggi compresa tra le vie Taramelli e Casalino. Già attiva intorno al 1685,  la fabbrica continuò a funzionare per tutto il Settecento tra sistemazioni e rifacimenti vari (agosto 1888, Racc. Gaffuri)

Il deposito, in tutto simile alle polveriere dell’alta città, dovette essere costruito con una certa celerità e tre anni più tardi il capitano Giorgio Cocco non risparmiava elogi alla nuova costruzione (“la più bella e ben disposta pianta che in questo genere l’arte havesse potuto inventare”), apportandovi delle migliorie, ampliando l’edificio e collocando il “rafinadore”, in un settore dove non c’era pericolo di incendio.

Planimetria della “polverista”, ing. Urbani. (Bib. Mai)

Sappiamo però dell’incendio del 1702 e dei conseguenti lavori di sistemazione nell’edificio, che fu adibito a fabbrica della polvere per tutto il Settecento tra sistemazioni e rifacimenti vari.

Significativi sono, a questo proposito, i due bei disegni in pianta e in alzato dell’ing. Gio. Antonio Urbani, eseguiti dopo un sopralluogo compiuto nel 1778 per rendersi conto delle condizioni del “pubblico edificio della polveri” che risultava essere piuttosto malandato.

Nel disegno a volo d’uccello è visibile, annesso alla fabbrica, il deposito della polvere, copia delle due polveriere piramidali costruite nel 1582.

Veduta a volo uccello dell’edificio della “polverista”, ing. Urbani. (Bib. Mai)

Anche se le cento bocche da fuoco dislocate lungo il perimetro delle Mura non spararono mai un solo colpo e con l’arrivo delle truppe francesi in città (1797) l’apparato militare era già quasi del tutto in disuso, la fabbrica della polvere continuò la sua attività anche nel corso dell’Ottocento, come è possibile rilevare dalle planimetrie del   1816 e del 1836 dove è indicato ancora il complesso della “polverista”.

La caserma del Galgario nel 1880 (Foto Antonio Roncalli). Con le soppressioni e gli espropri avvenuti tra la fine del Settecento e gli inizi dell’Ottocento, in seguito al decreto napoleonico, molti istituti religiosi vennero convertiti ad usi civili (caserme, prigioni, ospedali, alloggi militari…)

Il caratteristico toponimo di “polverista” sopravviverà anche all’abbattimento dell’edificio, tanto che i più anziani lo ricordano ancora applicato all’area dove sorgeva lo stabilimento Reich, dove verso la fine degli anni 50 e negli anni 60 è sorto il quartiere residenziale compreso tra via Casalino e la via Martiri di Cefalonia.

II trasferimento nei borghi della produzione della polvere ridusse gradualmente l’importanza delle due polveriere di Città Alta, che, verosimilmente a metà Settecento finirono con l’essere abbandonate e, senza più sorveglianza, esposte ai ladri che asportavano pezzi della malconcia copertura in piombo. Nella foto, la polveriera inferiore (cerchiata in rosso), nella valletta di Colle Aperto, aggredita dalla vegetazione (Racc. Gaffuri) 

Anche per i religiosi del monastero di Santa Maria delle Grazie, non lontani dalla fabbrica della polvere e dall’annessa polveriera, tale presenza continuava a suscitare motivato allarme.

Nel 1769, dopo un disastroso scoppio con molte vittime a Brescia causato dalla caduta di un fulmine (e probabilmente anche dopo un disastroso incidente citato da Ferdinando Caccia nel “Trattato scientifico di fortificazione” del 1748), venne deciso di trasferire il pericoloso materiale in una località più isolata.

La scelta cadde sull’ex convento di Santa Maria di Sotto, l’attuale “Conventino”, dove le polveri furono trasportate nonostante la presenza nell’edificio di un centinaio di ragazze ospiti.

L’edificio del “Conventino”

In un sopralluogo del 1781 effettuato per ragioni di sicurezza l’ing. Urbani rilevava che oltre ai rischi ai quali erano esposte le ragazze, nella zona esistevano anche diversi cascinali e, non molto lontano, la contrada della Malpensata.

Quattro anni più tardi, per allontanare il pericolo dalle ospiti del Conventino l’Urbani ricevette l’incarico di costruire un deposito della polvere in località isolata e realizzò un progetto che ricalca nelle linee tradizionali le polveriere cinquecentesche: non sappiamo però se l’edificio venne realizzato.

Progetto dell’ing. Giovan Antonio Urbani per la polveriera da costruire nei pressi dell’ex convento di Santa Maria di Sotto. Anno 1785

L’ultima traccia di un deposito della polvere in città ce la fornisce la pianta delineata nel 1896 dall’ingegnere Roberto Fuzier. Si tratta di una vera e propria polveriera militare in prossimità del cimitero di San Maurizio, poi inglobato nell’attuale cimitero civico. La polveriera del San Maurizio doveva già esistere un cinquantennio prima ai tempi dei moti del 1848, quando, presidiata dagli Austriaci, venne assaltata dai patrioti bergamaschi. Forse non a caso,  nella mappa del Catasto storico lombardo-veneto del 1853, è ancora indicata  una Fabbrica di Salnitro, accanto al portello e al convento delle Grazie.

Nella planimetria dell’ing. Roberto Fuzier del 1896 il deposito della polvere è situato nei pressi del cimitero di S.Maurizio

 

Il Cimitero Unico nella prima metà del Novecento. A sinistra dell’immagine si riconosce ancora chiaramente la forma rotonda dell’antico cimitero di San Maurizio, unico sopravvissuto dei tre piccoli cimiteri costruiti a Bergamo agli inizi dell’Ottocento perché inglobato nel nuovo impianto del Cimitero Monumentale di Bergamo e destinato da allora alle sepolture dei bambini. La polveriera si trovava a nord del piccolo cimitero

Poco distante alla polveriera del San Maurizio sorgeva fra l’altro la Piazza d’Armi (già presente nella pianta di Bergamo del 1874), posta tra le vie Suardi solcata dalla roggia Serio, Giovanni da Campione, Codussi e Noli affiancata in quel tratto dalla Morla. Era sorto verosimilmente dopo che la Piazza d’Armi presso la stazione ferrioviaria era stata dismessa insieme al “Bersaglio” per far posto al Mercato del Bestiame nel 1865 (8). In particolare, fino al 1920 fu tutta cintata da un alto muro e riservata esclusivamente alle esercitazioni militari’.

Fu proprio in quel periodo che, in previsione della nascita di un nuovo quartiere di duemilacinquecento abitanti, si cominciò a pensare a una piazza d’Armi da realizzare altrove in città.

1924: il “Campo di Marte” (Piazza d’Armi), prospiciente il quartiere della Zognina

Ma questa è un’altra storia.

 

Note

(1) Il salnitro compariva sotto forma di efflorescenze o di aggregati di minutissimi aghi sulle pareti delle stalle, delle cantine e degli ambienti umidi (grotte per esempio); lo si poteva trovare anche nel terreno di varie zone dell’Europa (in particolare Francia e Lombardia), ma abbondava soprattutto nei luoghi saturati da orina e da feci,

(2) La raccolta del salnitro avveniva ad opera del salnitraio e dei suoi lavoranti. L’attività dei “tezzoni” era disciplinata insieme a quella dei salnitrai e dei pastori, ai quali I primi affittavano i pascoli loro assegnati. Per ogni tezzone era previsto un gregge di duecento pecore (ed è curioso sapere che dopo il 1810 nell’ex Mercato dei bovini  posto tra le attuali Piazza Cavour e via T. Tasso, si commerciava solo il bestiame fessipede). Il salnitraio e i suoi lavoranti potevano in un qualsiasi momento scavare nelle stalle e nelle cantine per prelevare il terreno ricco di nitrati, ed era fatto divieto non solo di ostacolarli ma anche di intervenire sulla raccolta, spazzolando ad esempio, i muri.

(3) In provincia a partire dal 1576 erano state istituite altre “tezze” in muratura che consentivano una più abbondante produzione di salnitro in sostituzione della raccolta occasionale nelle stalle e nelle cantine: una ad Osio Sotto e l’altra a Spirano, alle quali vent’anni dopo (relazione del capitano Giovanni Da Lezze) si erano aggiunte quelle di Martinengo, Mornico e Terno d’Isola e, pare, una settima per Sarnico. Nella Bergamasca si giunse ad avere fino ad otto “tezzoni”, citati nel 1623, epoca in cui erano tutti piuttosto malconci. Nel 1601 essendo i salnitrai venuti meno all’obbligo di fornire i quantitativi, la ricerca di salnitro avvenne al di fuori dei confini dello Stato (a Trento, nel Genovese, a Chiavenna e a Zurigo nei Grigioni). Dopo aver intrattenuto rapporti con Nova Genovese, il capitano di turno finì con lo stringere un accordo con un mercante d’oltralpe, importando salnitro di ottima qualità, che probabilmente venne fatto arrivare attraverso la Strada Priula.

(4) In poche note trovate nel n. 5 del “Giornale di indizi giudiziari” del 1° febbraio 1821, si informa che in piazza Baroni la fabbrica dei nitri, detto il “Salmister”, veniva trasformata in “pubblica vendita di granaglie al coperto”: “L’impresa di questo lavoro è diggià incominciata, e compiuta che sia noi avremo un’area ancor più vasta adiacente a questo ampio porticato, con casini laterali per uso degli inservienti, e chiuso da tre rastelli di ferro”.

(5) Il via al cantiere venne dato verosimilmente con il podestà Francesco Pesare e portato a termine, ma in modo incompleto con il capitano Vincenzo Nani. In un documento dell’Archivio Albani, custodito alla Biblioteca “A. Mai” vi sono risolutive indicazioni sulla data di inizio. Per la prima polveriera l’appalto dei lavori fu assegnato ad Antonio da Piacenza, per la seconda a Paolo dei Bizioli di Desenzano. Entrambe costarono 2668 ducati.

(6) Il restauro conservativo completo è stato portato a termine sotto la supervisione della Soprintendenza per i Beni Ambientali e Architettonici e del Comune, grazie al prezioso interessamento del Lions Club Bergamo Host (1981) nonchè della Banca Popolare di Bergamo e del Credito Bergamasco (1986).

(7) Uno dei primi a sollecitare il Senato Veneto perché a Bergamo venisse costruita una fabbrica della polvere – come esisteva nelle altre fortezze – fu, nel 1572, il capitano Bartolomeo Vitturi.

 (8) La Piazza d’armi nell’area dell’attuale piazzale degli Alpini, luogo di esercitazione militare popolarmente denominato “Campo di Marte”, compare nella mappa Catasto Storico Lombardo Veneto del 1866. In funzione al sito militare, viene costruita la struttura del “Bersaglio” (in corrispondenza dell’attuale via Foro Boario) con il suo lungo corridoio di tiro (che verrà dismesso insieme alla Piazza d’Armi per far posto al Mercato del Bestiame nel 1865 (anche se sulla pianta di Bergamo del 1874 la “Nuova Piazza d’Armi” risulta ancora presente). In precedenza, luogo di esercitazione militare era il Comando di Piazza, costituito da piazza e capannoni, dove nel 1852-54 era nato il Palazzo della Pretura ora Palazzo degli Uffici Comunali).

Riferimento principale

A cura del Lions Club Bergamo Host, Pino Capellini, “Le polveriere venete”. Editrice Cesare Ferrari di Clusone. Tipolitografia Cesare Ferrari. Giugno, 1987.

Da Valmarina al sentiero dei Vasi, fra natura, storia e trekking

A coronamento del centro storico di Bergamo, esiste un vasto territorio collinare fatto di campi, prati e boschi, costellato di antiche vestigia e innervato da una fitta rete di bucolici percorsi, sentieri, viottoli e scalette.
Il percorso qui proposto, compreso fra le località di Valmarina e Castagneta lungo il versante orientale della collina, conduce alla riscoperta di una delle porzioni più suggestive di questo meraviglioso patrimonio paesaggistico di natura e cultura.
Si tratta di un itinerario che oltre a costituire una variante al classico tour ciclopedonale Green Way del Morla – Sentiero di Ilaria (ciclovia dei torrenti Morla e Quisa), consente di muoversi in un ambiente che conserva, all’interno di un considerevole patrimonio faunistico e floristico, la presenza di edifici rurali e manufatti storici di pregio quali l’ex monastero benedettino in Valmarina e i manufatti dell’acquedotto dei Vasi, l’impianto che per secoli ha costituito parte integrante della primitiva rete di distribuzione delle acque della città di Bergamo. L’acquedotto, di cui le prese d’acqua sono già documentate e rilevate in alcuni manoscritti del Settecento, raccoglie lungo il suo tragitto le acque sorgive dislocate tra gli avvallamenti boscosi posti dalle pendici del Monte Bastia ai fianchi del crinale, spingendosi sin verso Valmarina, da cui risale per Gallina e Castagneta.
Il nostro itinerario, attraversando pressoché interamente un’area boschiva consente di praticare agevolmente attività sportive anche nella stagione più torrida.

Il percorso ideale qui proposto si diparte dal tratto della Green Way del Morla che si innesta da via Maironi da Ponte nella località di Valverde, giungendo a Valmarina all’ombra delle pendici boscose di Castagneta ed assecondando le pieghe del torrente tra ponti e divertenti passerelle lignee.

Lungo la Green Way del Morla, in vista di Valmarina

La vista si apre all’improvviso sul grandioso anfiteatro di Valmarina, accarezzando le morbide pendenze su cui poggia l’antico monastero, magicamente sospeso fra prati, boschi rigogliosi e terrazze tenute a vite.

L’ex monastero di Santa Maria in Valmarina, tra boschi e vigneti

Non troppo distante dalla viabilità principale, ma lontano quanto basta da costituire un’oasi a parte, l’antico monastero campeggia placido nella radura, splendidamente fuso con il tessuto che lo circonda in verde abbraccio.

L’ex monastero di Santa Maria in Valmarina, al confine tra la città e la località Ramera, in territorio di Ponteranica, è posto alle pendici del versante nord-orientale del Colle ed è oggi sede del Parco dei Colli di Bergamo

Fra scorci di rara bellezza, il suo caldo color nocciola – ancor più vivo quando il sole lo accarezza – è come un bagno tiepido e benefico per gli occhi, invitandoci alla sosta.

Fondato nel XII secolo da una piccola comunità di monache benedettine è oggi sede del centro direzionale del Parco dei Colli, al centro di un ambiente ideale dove natura, cultura e attività sportive si coniugano in perfetta armonia.

Cascina Valmarina

In questa splendida conca suburbana – irrinunciabile polmone verde cittadino – l’antico monastero esibisce i due momenti salienti della sua storia secolare, mostrando i locali “canonici” della vita benedettina e cioè la chiesa, il refettorio e la sala del capitolo – il lato interamente affacciato sulla strada per la Val Brembana -, con le aggiunte realizzate dalla fine del Settecento per adattare il complesso ad aia rustica.

Dalla fine del Quattrocento, da quando le monache si trasferirono dentro le muraine, il monastero ormai abbandonato fu riadattato a cascina, subendo interventi che ne snaturarono soprattutto la parte interna.

Il nucleo originario romanico è quello esteso lungo il lato orientale, affacciato sulla strada provinciale, formato dal lungo braccio che si unisce alla chiesa (da tempo privata delle decorazioni ad affresco medioevali), valorizzato dal recente restauro

Dalla fine del Settecento dunque, l’aggiunta progressiva di nuove volumetrie ha finito col raddoppiare le dimensioni dell’antico recinto fino a formare la grande corte chiusa che vediamo oggi: una tipologia inconsueta in una  zona collinare – qual è quella di Valmarina -, dove le cascine hanno generalmente i corpi di fabbrica giustapposti, disposti a L, oppure contrapposti.

Comunque sia, specialmente nel  lato est il complesso conserva ancora un notevole fascino, con ciò che resta della primitiva chiesetta romanica incorporata nello spigolo settentrionale del complesso.

L’ex chiesa di Santa Maria in Valmarina

La parete piena e compatta della chiesa è alleggerita da due elegantissime monofore, dallo slancio quasi gotico, separate da una lesena sottile entro la quale alcune porzioni di calda arenaria richiamano la parte superiore delle monofore.

Al di sopra di queste, due piccoli oculi catturano la luce dall’esterno e allo stesso tempo ammiccano verso valle, quasi a richiamare l’attenzione verso il bel monastero, intriso di storia secolare.

Il porticato, addossato al nucleo originario, trova precisa corrispondenza in complessi rustici che ritroviamo in diversi punti del territorio, dalle pendici della Maresana al castello della Moretta, in quel di Sorisole.

All’interno, fra un anfratto e l’altro sono conservati gli antichi arnesi impiegati nelle attività rurali e la loro semplicità riporta piacevolmente alla memoria quei frangenti di vita contadina vissuti in questo luogo sino a pochi decenni or sono.

 

 

 

 

 

Dall’osservazione dei particolari, emerge con chiarezza la filosofia che ha accompagnato ogni fase del magistrale restauro, che ha saputo calibrare perfettamente la conservazione di ogni singola parte con i nuovi adattamenti,  mantenendo intatto il fascino e le suggestioni del manufatto antico.

 

 

Lasciata alle spalle questa piccola valle della Biodiversità – consorella della valletta di Astino – dove è preservato anche il più minuscolo gambero di fiume,  imbocchiamo in salita la vera via dei Vasi, un viottolo a tornanti da non confondere con l’omonimo sentiero che frequentiamo abitualmente nei fine settimana, e che raccorda Valmarina alla località Cascina Costa, situata nella parte mediana di via Ramera.

“Questa” via dei Vasi, è così nominata perché il suo tracciato cela un condotto dell’antico acquedotto che da Valmarina, proprio al di sopra dell’antico monastero, si dirige sino all’uschiolo della valle dei Romanelli (di cui oggi si sono perse le tracce), concludendosi  in località Gallina.

Via dei Vasi costituisce il tratto di raccordo tra la Valmarina e la parte mediana di via Ramera (località Cascina Costa). Il condotto di Valmarina, di poco al di sopra del monastero lungo via dei Vasi, presenta un uschiolo di ispezione e una  cisterna per la raccolta delle acque. Da qui risale sino alla località Gallina per poi percorrere via Castagneta ed infilarsi nella cisterna interrata nel baluardo di S. Alessandro

Dopo aver percorso la piccola serie di tornanti che si snodano fra la boscaglia, si raggiunge località Cascina Costa con il breve slargo posto a crocevia fra la ciclopedonale della Quisa e la via Ramera.

Pieghiamo decisamente verso la parte alta di via Ramera, che si impenna impietosamente lasciando brevi attimi di respiro ma ripagandoci, almeno inizialmente, con una vista impagabile su Valmarina.

Percorriamo l’ertissima salita sino alle pendici del Monte Bastia, e cioè sino a che non incontriamo la “cisterna del fontanino”: una fonte oggi ridotta a un rivolo, alimentata dalle sorgenti della Noce e dallo Scudo. Qui un pannello illustrativo indica l’inizio del sentiero 912, che procedendo in leggera pendenza lungo la valle della Costa ricalca il percorso dell’acquedotto lungo il Sentiero dei Vasi, percorso interamente boschivo che si raccorda alla località Gallina, in quel di Castagneta.

I pannello illustrativo ubicato lungo il bordo settentrionale di via Ramera, da cui prende avvio il sentiero 912, ricalca il tracciato dell’antica “via dei Vasi” – i Vatia” -, già citati in un documento del 1013 ed utilizzati in età viscontea per alimentare la grandiosa cisterna del Fontanone (ex Ateneo). Dalla sorgente di origine (Sorgente della Noce, 435 m s.l.m.) sino a porta S. Alessandro (365 m s.l.m.) l’acquedotto copriva un dislivello di 70 metri

Il tracciato del sentiero 912, un percorso ombreggiato e pianeggiante, ideale per attività sportive svolte en plein air, coincide con l’antica  “via del Canale”, secondo la denominazione riportata nelle mappe catastali del 1853.

Lungo il sentiero dei Vasi

 

Lungo il sentiero dei Vasi

VASO è un termine antico per indicare un canale adibito al trasporto dell’acqua: entrambe le denominazioni indicano appunto con evidenza la presenza in loco di un acquedotto, il cui tracciato, benché testimoniato già in epoca medievale, ricalca probabilmente il percorso di un precedente manufatto di epoca romana.

Lungo il “Sentiero dei Vasi”, un percorso ombreggiato in falsopiano, ricalcante il tracciato dell’omonimo acquedotto che riforniva la città

Lungo il sentiero è possibile osservare alcune parti dell’antico manufatto, che nonostante la condizione di attuale abbandono ancora denota la cura che nei secoli passati si riservava ad opere decisive come quelle idriche: il vaso maestro (la condotta principale), cisterne di raccolta e decantazione, uschioli d’ispezione, tombini, lastricati nonché un interessante sistema di condutture minori, in parte sopravvissute, che raccoglievano le acque delle sorgenti convogliandole dalle vallette nel “Vaso” principale.

Il primo uschiolo d’ispezione, con l’accesso al canale ed alla vasca di decantazione s’incontra al termine della gradinata da cui prende avvio il sentiero dei Vasi. Il secondo uschiolo è quello, già osservato, ubicato in Valmarina

 

I canali (realizzati in blocchi squadrati di pietra legati con malta di calce e cocciopesto) presentano mediamente di 25 x 40 cm; ogni canale era inserito in un cunicolo ispezionabile di 90 cm d’altezza e 70 cm di larghezza controllato periodicamente dai “fontanari”, gli addetti alla manutenzione di acquedotti e fontane, che ancora sul finire dell’800 ivi svolgevano lavori di manutenzione e restauro.

Le relazioni dei fontanari incaricati dei lavori, a noi pervenute, sono fonti preziose per lo studio del percorso, delle modalità e delle tecniche usate per la pulitura e le riparazioni

Lo apprendiamo grazie ad alcune date incise nei cunicoli che tuttora si snodano, in eccezionale stato di conservazione, negli orti delle case “Colombà” lungo la via Castagneta.

 

Un tratto della condotta principale (Vaso maestro) esistente lungo il sentiero dei Vasi, in cui confluiscono, tramite condotte minori, le acque delle sorgenti. Lungo il pavimento v’è come un invaso di modeste dimensioni utilizzato per convogliare l’acqua

Una lapide inserita nel muro medioevale, in prossimità della località Gallina, ricorda che nel 1329 il podestà Beccaro Beccaris provvide a far effettuare la pulitura dell’acquedotto di Castagneta.

Lapide in località Gallina di Castagneta

Presso una casa, sempre in località Gallina è stata rinvenuta una traccia della scritta AQ che dal 1728 costituiva, talvolta accompagnata da una croce, la sigla identificativa di tutti gli acquedotti facenti capo alla città di Bergamo.

L’iscrizione “AQ” denota la presenza del manufatto lungo il percorso dell’acquedotto dei Vasi

Lungo il sentiero, il bosco, ricchissimo di Castagni e funghi, attira sovente nella mite e variopinta stagione autunnale, intere comitive intente alla raccolta.

Raggiunta l’estremità meridionale del sentiero dei Vasi in località Gallina all’altezza del segnavia 912, il condotto, ricongiungendosi con il canale proveniente dalla sezione inferiore di via Castagneta, si dirige verso la cisterna del baluardo di S. Alessandro percorrendo il nucleo di Castagneta.

L’imbocco del Sentiero dei Vasi in località Gallina di Castagneta

 

Il segnavia che raccorda la località Gallina a via Ramera

Entrambi gli insediamenti, allungati lungo la strada percorsa attraverso i secoli dall’acquedotto dei Vasi, presentano i caratteri tipici della zona collinare di Bergamo.

Castagneta, località Gallina

 

Castagneta, località Gallina

Dalla località Gallina, l’acquedotto inizia, tra tratti incerti e non, a seguire il percorso di via Castagneta sino a via Beltrami, che percorre per un breve tratto, prima di infilarsi nelle Mura, attraversandole nello spalto di S. Pietro.

Fuoriesce poi nella seguente via Sforza Pallavicino, dov’è rimasta un’antica fontana.

Da qui riattraversa la via Beltrami, passa davanti alla polveriera superiore, attraversa il vicolo Colle, e attraversando il baluardo di S. Gottardo raggiunge la porta di S. Alessandro; la percorre lungo la parte superiore prima d’entrare nell’omonimo baluardo e raggiungere la cisterna in cui avviene il congiungimento delle sue acque con quelle portatevi dall’altro acquedotto, quello di Sudorno.

Anticamente, proprio qui, in prossimità dell’antica porta di S. Alessandro queste acque si univano nella fontana-serbatoio del “Saliente”, andata distrutta in occasione della costruzione delle Mura veneziane. Nonostante la sua distruzione, il nome di “Saliente” rimase per un certo periodo ad indicare l’intero acquedotto.
Dopo la costruzione delle Mura, il punto di confluenza venne spostato all’altezza del baluardo di Sant’Alessandro ma nel 1892 si procedette ad una nuova canalizzazione, resasi necessaria per ridurre l’inquinamento delle acque dovuto al passaggio della condotta all’interno delle case e sotto la sede stradale.