Casa Bottani in via Gombito: la “Casa Veneta” di Bergamo

Rilievo acquerellato di Casa Bottani (1899) in via Gombito (Bergamo Alta) eseguito dal vero dal pittore Angiolo D’Andrea

Affacciata su via Gombito al civico 26, Casa Bottani-Passetti è uno dei pochi esempi rimasti a Bergamo di case affrescate nel Cinquecento. Ma non solo: il coronamento ogivale e trilobato delle finestre superiori, di gusto tipicamente veneto tardo gotico, e l’apparato decorativo dell’intera facciata, ne fanno l’unico esempio sopravvissuto in città di edificio alla “veneziana”.

Facciata di Casa Bottani. Particolare delle finestre

L’origine del fabbricato è certamente duecentesca ma esso ha subito nel tempo diversi interventi, come si evince dall’architettura delle finestre, secondo Luigi Angelini nettamente quattrocentesca e veneziana e probabilmente precedente la decorazione pittorica della facciata.

Facciata di Casa Bottani. Le modanature delle coppie di finestre trilobate profilate in arenaria e l’apparato decorativo della facciata, ricordano Ie architetture di transizione fra il gotico e il Rinascimento che adornano in gran numero “le calli e i canali della città lagunare e delle città della terraferma veneziana, Treviso, Padova, Vicenza e Verona” (L. Angelini, Un esempio cittadino di casa veneziana, cit.)

Nel corso dell’Ottocento, dalle finestre del terzo piano fu asportato il coronamento trilobato, allorchè  l’edificio venne rialzato di un altro piano.

La facciata di casa Bottani prima del restauro del 1948, L’insignificante quarto piano (così lo definì Angelini) fu aggiunto nell’Ottocento, rovinando il coronamento trilobato delle due finestre del terzo piano, che fu reintegrato con il restauro del 1948

Tale coronamento venne reintegrato con il restauro dell’edificio nel 1948, in occasione del quale Mauro Pelliccioli provvide a consolidare le decorazioni della facciata (1)

(1) Un secondo intervento di restauro fu eseguito nella primavera del 1987 da Andrea Mandelli, con la collaborazione di Silvia Baldis e Marco Virotta.

Facciata di Casa Bottani. Particolare delle finestre

 

Facciata di Casa Bottani. Particolare delle finestre

Quest’ultima, alla fine dell’Ottocento costituiva ancora uno dei migliori esempi di pittura parietale cittadina ma nonostante i restauri eseguiti, oggi i profili dei particolari compositivi sono notevolmente deperiti.

La facciata di Casa Bottani a fine XIX secolo (BCBg, Raccolta Gaffuri, album 6, appendice n. 34)

 

La facciata di Casa Bottani qualche decennio dopo il restauro eseguito nel 1948 da Luigi Angelini per conto dell’Associazione Amici di Città Alta

Anticamente l’edificio era volgarmente chiamato “casa del Petrarca” poiché una tradizione vuole che l’orefice Enrico Capra vi abbia ospitato il poeta (2), che visitò Bergamo il 13 ottobre 1359. Ma a chi appartenne in realtà? Delle vicende patrimoniali dell’immobile sappiamo solo che nel XV secolo fu proprietà della famiglia Bottani e, tra il XIX e il XX secolo, della famiglia Passetti (3).

(2) Muzio 1900, Op. Cit.

(3) Stando a quanto si ricava dalla documentazione conservata presso la Soprintendenza per i Beni Architettonici e per il Paesaggio, sino al 1882 era nelle facoltà di Rodolfo Rodolfi, alla morte del quale passò alla moglie Giuseppina Passetti e ai suoi eredi, per poi finire intorno agli anni Quaranta ai Maffeis.

Casa Bottani

I Bottani (4), importante famiglia originaria della Valsassina dedita al commercio, grazie ai frequenti rapporti con Venezia avevano ottenuto dalla Serenissima l’ambito titolo nobiliare.

Nel palazzo, la famiglia Bottani ha lasciato il proprio stemma sia scolpito (nelle mensole sotto i davanzali delle finestre) che dipinto, e da ciò si può ritenere che essa sia stata committente, se non dell’intero edificio quattrocentesco, perlomeno della decorazione rinascimentale.

(4) Della famiglia Bottani si trovano memorie fin dalla prima metà del secolo XV. Chiamati nelle antiche carte “cittadini providi e discreti”, ebbero giudici di collegio, oratori e nel 1433 Ambrogio Bottani fu Vicario di Zogno (A. Gualandris, La città Dipinta, Op. cit.).

Lo stemma dipinto nella grande inquadratura fra le due finestre del secondo piano, raffigurante due leoni rampanti sostenenti una botte, rivela chiaramente il nome della famiglia che ha eretto l’edificio

Secondo Luigi Angelini, che ha curato il restauro dell’edificio, “la composizione decorativa affrescata è sicuramente del primo quarto del Cinquecento e pertanto del periodo in cui Bergamo, attraverso l’influsso veneziano, aveva abbondanza di artefici del pennello, ornatisti, riquadratori, affreschisti esimi di figura. Non è pertanto azzardato il pensare che a questa opera abbiano messo mano pittori di fama per il richiamo che da alcuni tratti viene al nome di Giovanni Cariani, chiamato in quegli anni ad eseguire in città opere considerevoli di pittura murale ormai perdute in edifici pubblici e privati” (5).

Sebbene la decorazione rinascimentale riveli “la mano di un artista di elegante garbo e di sicuro gusto nella nobile e fresca fattura dell’esecuzione” (6), l’ipotesi dell’attribuzione a Giovanni de’ Busi detto il Cariani (di cui si è proposta anche una data di esecuzione tra il 1517 e il 1523, che corrisponderebbe a quella di un soggiorno bergamasco dell’artista) non è stata accolta negli studi sul pittore e non viene nemmeno discussa nelle recenti monografie ad esso dedicate. D’altronde, le condizioni attuali della facciata non permettono un giudizio sereno ed equilibrato e gli elementi linguistici e stilistici che ancora si possono individuare non sono riferibili solamente al Cariani.
La presenza del fregio monocromo con teste imperiali sembra peraltro consigliare di retrodatare leggermente la decorazione, che sembra ancora esemplata su modelli della seconda metà del Quattrocento e che potrebbe quindi essere stata eseguita all’inizio del Cinquecento (7).

Della spettacolarità dell’apparato decorativo, resta una perfetta riproduzione ad acquerello realizzata nel 1899 dal pittore Angiolo D’Andrea, pubblicata nel 1900.

La decorazione era divisa in tre grandi registri separati da un fregio marcapiano a sfondo rosso con oculi, anfore e stemmi.

(5) Luigi Angelini, “Un esempio cittadino di casa veneziana”, Op. cit.

(6) Ibidem.

(7) Scheda Piano del Colore di Bergamo Alta, Op. Cit.

Il pregevole rilievo acquerellato di Casa Bottani (1899) eseguito dal vero dal pittore Angiolo D’Andrea, pubblicato dal locale Istituto di Arti Grafiche nella “Rivista Arte Decorativa e Industriale” e riprodotto a colori nella puntata del giugno 1900 (anche in BCBg, Bergamo illustrata, falcl. 74, n. 1)

Il primo registro a partire dal basso, delimitato da lesene decorate con anfore e girali monocromi, presenta negli spazi tra le finestre due scene.

Le due vedute dipinte al primo piano, completato da lesene rinascimentali con ornamenti vari; superiormente, tra il primo ed il secondo piano, corre un fregio rosso decorato con centauri, anfore e tre medaglioni

La scena di sinistra è ambientata in Piazza San Marco, come testimoniano lo scorcio di Palazzo Ducale e le colonne con il leone di San Marco e san Teodoro, la laguna e figure in primo piano.

La scena di sinistra riproduce, con due persone in primo piano, la piazzetta veneziana di S. Marco con le due tipiche colonne e lo sfondo della laguna

La scena di destra, con in primo piano figure maschili (letterati o poeti) fra cui Dante Alighieri, è una veduta della vecchia Venezia nel sestiere di Dorsoduro.

Nella scena di destra, la veduta della vecchia Venezia nel sestiere di Dorsoduro

Il secondo registro accoglie una decorazione di tipo architettonico geometrico.
Delimitato da due colonne corinzie, è dominato da due finestre trilobate sormontate da medaglioni sorretti da una coppia di sirene. Ai lati due finte finestre decorate.

Il secondo registro  della decorazione della facciata. Alle estremità laterali si notano, circoscritti in tondi, visi maschili e femminili

In questo registro (secondo piano), in un tondo sotto le balaustre troviamo anche due volti, uno femminile ed uno maschile,

Testa inscritta in uno degli spazi sotto le finestre

 

Testa inscritta in uno degli spazi sotto le finestre

e al centro, come osservato in precedenza, una complessa composizione con due leoni rampanti che sostengono una botte al di sopra della quale vi è seduto un uomo dalla testa leonina.

La figurazione araldica al centro del secondo registro, rappresentante un leone con bastone seduto sopra un elmo e sotto uno stemma con due leone rampanti reggenti una botte

Una fascia decorativa a fondo rosso con cavalli marini cavalcati da ragazze, intercalati da medaglioni di personaggi laureati e coronati, separa il secondo dal terzo piano.

Nel terzo ed ultimo registro l’impostazione decorativa è  molto simile a quella precedente: al centro tre figure intere al primo piano sotto la volta di un arco e alle estremità due lesene; a sinistra vasi con motivi floreali, a destra una composizione con putti (8).

(8) A. Gualandris, La città Dipinta, Op. cit.

L’insieme del terzo registro della decorazione della facciata

 

La scena centrale del terzo – ed ultimo – registro

 

Testa inscritta in uno degli spazi sotto le finestre, con a lato lesenette rappresentanti piccoli putti

 

Testa inscritta in uno degli spazi sotto le finestre, con a lato lesenette rappresentanti piccoli putti

 

Riferimenti

– Luigi Angelini: Un esempio cittadino di casa veneziana, in: “Cose belle di casa nostra: Testimonianze d’arte e di storia in Bergamo”, Stamperia Conti, Bergamo, 1955, pp. da 125 a 126.
– Casa Bottani, Scheda Piano del Colore di Bergamo Città Alta.
–  Academiaedu, Università degli studi di Bergamo, Facoltà di Lettere e Filosofia, Corso di Laurea Triennale in Lettere, A.A 2012-2013, Marco Bombardieri, I cicli pittorici profani nella Bergamo del Cinquecento.

– Arnaldo Gualandris, La città Dipinta – Affreschi, Dipinti murali, Insegne di Bergamo Alta.  U.C.A.I., 2008.

Bibliografia

– Angelini L., 1951, Il volto di Bergamo nei secoli, Bergamo, tav. XLI.

– Angelini L., 1955, Cose belle di casa nostra. Testimonianze d ‘arte e di storia in Bergamo, Bergamo, pp. 125-126.
– Capellini P., 1987, Si tenta di salvare gli affreschi della casa veneziana in via Gombito, in ”L’Eco di Bergamo”, 9 agosto, p. 6.
– Gualandris A., 2008, La citta dipinta. Affreschi, dipinti murali, insegne di Bergamo alta, Bergamo, p. 55.
– Mazzoleni A., 1909, Guida di Bergamo storico artistica, Bergamo, p. 57.
– Muzio V., 1900, Vecchie case con facciate dipinte a Bergamo, in “Arte italiana decorativa e industriale”, n. 9, settembre, pp. 69-.70, tavv.. 49-50.
– Torri T., 1983, Policromie di affreschi nella Bergamo rinascimentale, in “Atti dell’Ateneo di Scienze Lettere ed Arti, vol. XLII, a.a. 1980-1981/1981-1982, pp. 919-938.
– Rossi T., 2009, Bergamo. Urbs Picta. Le facciate dipinte di Bergamo tra XV e XVII secolo. Censimento e schedatura di tutti i dipinti murali degli edifici di Bergamo Alta, bassa e dei colli esistenti o citati dalle fonti, Bergamo, pp. 118-123 n. 26.
– Zanella V., 1971, Bergamo Città, Bergamo, p. 65.

La vicenda costruttiva della Biblioteca Civica, quel che c’era prima e una curiosità

Giungendo dalla Corsarola, lo scorcio sulla facciata di Palazzo Nuovo appare come una quinta luminosa messa lì a chiudere il suggestivo rettangolo di Piazza Vecchia.

Il portico corposo, dal tono ancora cinquecentesco e ingentilito dalle semicolonne toscane, dona a questo lato della piazza – il meglio illuminato – un forte accento chiaroscurale.

Una splendida veduta su Palazzo Nuovo dal portico del Palazzo della Ragione (Raccolta Gaffuri)

Dentro la piazza lo sguardo può spaziare sino a lambire i fronti variopinti della Cappella Colleoni e della Basilica di Santa Maria Maggiore e da lì fissarsi sul candore di Palazzo Nuovo, inserito armoniosamente in un ambiente che nei secoli si era arricchito di una straordinaria policromia.

Un’animata Piazza Vecchia ossevata da Vicolo Aquila Nera- Raccolta Gaffuri

Concepito come nuovo palazzo comunale, da fine Seicento e per oltre due secoli fu sede del Municipio; tra Ottocento e Novecento divenne sede del Regio Istituto Tecnico Vittorio Emanuele II nonché del Museo di Scienze Naturali.  È solo nel 1668 che i rappresentanti della Città presero definitivamente sede nel Palazzo Nuovo (restandovi fino al 1873), mentre l’inaugurazione ufficiale sarebbe avvenuta nel 1697.

Palazzo Nuovo, eretto nel corso del Seicento, fu completato nella fronte negli anni 1926-27. Lo scatto è antecedente al 1873, ai tempi in cui il palazzo era sede del Municipio (Foto Conte Antonio Roncalli, da: Raccolta Domenico Lucchetti)

 

Una delle sale dell’Istituto Tecnico di Palazzo Nuovo

 

Una delle sale dell’Istituto Tecnico di Palazzo Nuovo

Sul finire dell’800, nella torretta fu sistemata una specola (osservatorio) per le esercitazioni degli studenti dell’Istituto Tecnico.

Foto Taramelli, 1880. La torretta di destra, non è ancora stata costruita

 

Foto Taramelli, 1880. Un’altra immagine, datata e firmata come la precedente, che riprende l’edificio ancora privo della torretta di destra. La statua di Garibaldi sostituirà la fontana del Contarini nel 1885

 

Palazzo già civico, ora dell’Istituto Tecnico, con  la torretta in alto a destra (Raccolta Lucchetti)

E’ solo dal 1928, anno del completamento della facciata, che il palazzo è divenuto sede della Bibioteca Civica A. Mai, fondata nella metà del ‘700 e qui definitivamente traslocata dopo aver itinerato a lungo per diverse sedi della città.

Nell’area prescelta per la sua costruzione esisteva già una loggia comunale, la Lodia Nuova (Loggia Nuova), edificata nel 1435 proprio dove oggi sorge il portico di accesso alla biblioteca civica e voluta dai veneziani per ospitare uffici e cariche pubbliche in quanto, già all’inizio del XV secolo, i locali di Palazzo della Ragione non erano più sufficienti per contenerli (1).

Tarsia in legno eseguita fra il 1505 e il 1526 da Fra’ Damiano Zambelli (1480-1549), raffigurante Piazza Vecchia Bergamo, Coro della chiesa di S. Bartolomeo)

La loggia, un porticato coperto ad un piano e rialzato di due gradini, aveva due sale che ospitavano gli uffici della Cancelleria e del Commissario alle provvigioni.

Da quando Bergamo era divenuta Terra di San Marco, il 6 maggio 1428, vi era stato via via uno spostamento delle funzioni pubbliche, dalla Platea Sancti Vincentii (l’attuale Piazza Duomo) alla nuova piazza che si stava delineando fra il Palazzo della Ragione e la via principale (l’attuale Corsarola), che assunse il nome di Piazza Vecchia essendo chiamata Piazza Nuova quella ricavata a ridosso della Cittadella (l’attuale Piazza Lorenzo Mascheroni), nella quale si concentravano i traffici e i commerci.

Veduta di piazza Mascheroni a Bergamo, Costantino Rosa (cerchia) (1803-1878). Dipinto datato 1830 ca. (Pinacoteca dell’Accademia Carrara)

 

La loggia mercantile rinascimentale di Piazza Mascheroni

La delibera della magnifica comunità di edificare la Loggia Nuova dirimpetto al vecchio palazzo comunale, concludeva così a oriente il perimetro del nuovo centro pubblico e istituzionale della città dominata dai Venezia.

Piazza Vecchia, 1873

Ma in seguito a un rovinoso incendio divampato nel 1453, la struttura venne ricostruita nel 1456 ampliando la pianta originaria nel Regio Nuovo (2), un portico con scala eretto sul lato della chiesa di San Michele all’arco (3), che fungeva da palco per i proclami pubblici e dove venivano affissi anche i nomi dei condannati.

Di tutto ciò non resta alcuna documentazione iconografica ma abbiamo la descrizione del 1516 del veneziano Marcantonio Michiel:

“Un pubblico porticato, una stanza de’ scrivani e ragionati sopra la quale havvi la sala de Conciglio da cui s’esce in sul verrone donde si pubblicano al popolo i nomi dei Magistrati e dei condannati”.

Chiudiamo gli occhi e cerchiamo di immaginare la bellezza del ricco apparato pittorico della Loggia Nuova, con il leone di San Marco e le cinque scene di episodi legati alla storia bergamasca che ne ornavano le volte: “l’imperatore Probo che dà il comando di Bergamo a Crotaccio, le nozze di Santa Grata, l’episodio tragico di Antonio Bonga, l’incontro tra il vescovo Adalberto e l’imperatore Berengario, le battaglie del condottiero Bartolomeo Colleoni e figure di illustri bergamaschi tra cui quella di Alberico da Rosciate …e gli stemmi veneziani dei Rettori Antonio Erizzo e Lorenzo Venier tra il 1483 e 1485 dipinti da Giacomo Scanardi” ed altre varie oltre a decorazioni (4).

“Piazza Garibaldi”, 1916

Le stesse funzioni della loggia porticata saranno poi assorbite dal nuovo palazzo posto dirimpetto al vecchio Palatium Comunis (il Palazzo della Ragione), edificato proprio in seguito alla demolizione della quattrocentesca Loggia Nuova.

Un edificio che nel corso del tempo è stato oggetto di svariate destinazioni fino a divenire dal 1928 la sede all’attuale della Bibioteca Civica, qui traslocata dal Palazzo della Ragione.

Il Palazzo della Ragione, “Biblioteca della Città”. Dentro le cornici sono ancora visibili gli stemmi degli antichi Rettori, ora quasi scomparsi. Il palazzo ha perso quasi tutte le sue decorazioni: la fragilissima arenaria, dopo aver resistito per secoli, non ha retto all’azione disgregante dell’umidità e dell’inquinamento (Raccolta Gaffuri)

 

Il Palazzo della Ragione, sede della biblioteca della città dal 1843 al 1928

 

UNA TRAVAGLIATA VICENDA COSTRUTTIVA

La decisione di costruire un nuovo e più grande edificio che ospitasse tutti gli uffici e le cariche pubbliche, diede avvio ad un travaglio progettuale e costruttivo della durata di ben 350 anni, nel corso dei quali esso venne completato a più riprese: dai disegni dell’arch. Vannone realizzati nel 1593, alla posa della prima pietra nel 1604, al completato nella monumentale facciata in marmo bianco di Zandobbio nel 1927 sino alla posa delle sei statue collocate sulle trabeazioni a metà Novecento.

Dettaglio del portico del Palazzo municipale (Fotografia dell’Emilia – Bo – 1890 ca.)

Un lungo periodo, emblematico della dimensione culturale che si respirava in città, riconducibile alle velleità estetiche della committenza (il Comune), che intraprese una vera e propria battaglia nella scelta dei professionisti cui affidare la progettazione dell’opera.

La processione del Corpus Domini nel 1920. Prima del completamento della facciata (1927) la parte superiore, ancora allo stato rustico, rifletteva nella struttura ben quattro  diverse fasi di costruzione

Ce ne volle di tempo per giungere alla nomina dell’architetto Vincenzo Scamozzi (5), e questa vitalità la si riscontra anche nella progettualità emersa in quegli anni nonché nella scelta dei materiali.

Persino la mancanza dei fondi necessari per l’avanzamento dei lavori, rifletteva il fermento della Bergamo di allora.

Inizi XX secolo. La festa delle rose davanti alla sede dell’Istituto Tecnico

Per la prima porzione del nuovo edificio comunale nell’aprile del 1593 fu chiamato a Bergamo Andrea Ceresola detto il Vannone, un autentico guru (profumatamente pagato) che al Palazzo Ducale di Genova stava realizzando uno dei primi esempi delle tipiche costruzioni a loggiati. In quell’anno egli progettò l’arioso portico d’accesso di Palazzo Nuovo, i cui disegni sono andati perduti.  Nel 1599 vennero messe le fondamenta.

Scorcio su Palazzo Nuovo e la fontana, eretta in Piazza Vecchia dal Podestà Alvise Contarini nel 1781. Acquaforte di Romeo Bonomelli (1871-1943), eseguita tra il 1911 (anno in cui fu fondata la Società degli Acquafortisti in Bergamo presso il Circolo Artistico nel Palazzo ex Grataroli di via Pignolo 72) e il 1936

Poco dopo l’avvio dei lavori, il progetto del Vannone venne messo in discussione dalla committenza, probabilmente per motivi stilistici.

Cartolina acquarellata, 1920. La statua di Garibaldi occupò la piazza tra il 1885 e il 1922, ribattezzandola in Piazza Garibaldi. La statua venne poi trasferita a Bergamo bassa nella sede attuale

Nel 1604 fu posta la prima pietra e iniziata la costruzione del portico (partendo dall’angolo verso via Gombito), concepito probabilmente secondo i disegni dell’architetto e cartografo Pietro Ragnolo di Vall’Alta di Albino, che controllava lo stato di avanzamento dei lavori avendo  già al suo attivo importanti realizzazioni come la Chiesa delle Benedettine di Santa Grata in via Arena.

Giuseppe Rudelli, Veduta su Piazza Vecchia dal vicolo Aquila nera. Penna e acquarello su carta. Rudelli (1790-1850 ca.) svolse la sua attività dal 1815 al 1830 (Raccolta Ing. Angelini)

L’insigne edificio cittadino venne ridisegnato nel 1611 dall’architetto Vincenzo Scamozzi – allievo del Palladio -, che propose un edificio imponente.

Pianta della Biblioteca Civica A. Mai di Bergamo. Litografia, 1850 ca. Francesco Valsecchi (Milano, Civiche Raccolte Grafiche e Fotografiche. Civica Raccolta delle Stampe Achille Bertarelli)

I disegni dello Scamozzi (Vicenza 1552-Venezia 1616), conservati nella biblioteca, immaginavano un edificio con un fronte a due ordini più un ammezzato e due ali interne più basse, attorno a un cortile rettangolare con portico su quattro lati; nella pianta del piano terra, rigorosamente simmetrica, erano previste due scale ai lati dell’atrio passante e due scale ai lati del cortile; nel fronte sopra il portico il motivo dominante era costituito da tre serliane centrali.

Pianta ed alzato del Palazzo Civico (da Biblioteca Civica A. Mai, Bergamo)

 

Copia del disegno scamozziano eseguita da A. Baglioni nel 1815 (Raccolta Gaffuri). Da Luigi Angelini, “Il volto di Bergamo nei secoli”

Del progetto scamozziano venne realizzato solo per il corpo principale, ma con notevoli modifiche specialmente riguardo allo sviluppo delle scale e a causa dell’innesto settecentesco della chiesa di S. Michele ricostruita (6).

Veduta di S. Michele dell’Arco, Luigi Bettinelli – 1851, Bergamo (Raccolta Gaffuri)

Dunque, si costruì la parte centrale dell’edificio, ma la facciata rimase incompleta.

Il 20 giugno 1614, alla prima porzione del Palazzo Nuovo fu messo il tetto, un primo blocco che comprendeva le tre arcate con i locali affrescati, la sala del Consiglio Minore, l’ufficio e l’abitazione riservati al cancelliere.

Alla fine del 1600, terminato al rustico tutto il fronte, fu iniziato un rivestimento marmoreo partendo dallo spigolo ovest (quello rivolto verso via Colleoni) con due ordini sormontati da una balaustra con statue.

Giuseppe Rudelli,  Veduta su Piazza Vecchia dal vicolo Aquila nera. Penna e acquarello su carta. Rudelli (1790-1850 ca.) svolse la sua attività dal 1815 al 1830 (Raccolta Ing. Angelini)

 

Una Piazza Vecchia molto animata ed assolutamente inedita, ritratta ai tempi in cui Palazzo Nuovo era sede dell’Istituto Tecnico. Lo scatto, risalente agli anni  1878/1880, fu eseguito da un fotografo francese in viaggio in Italia

 

Palazzo dell’Istituto Tecnico. Il rivestimento a sinistra è il risultato dell’ intervento in stile barocco eseguito sul finire del ‘600, demolito per il completamento stilistico ultimato nel 1927

Nel 1954 Nestorio Sacchi scriveva che “Fino a ventisei anni fa la parte superiore della facciata era ancora allo stato rustico, e tale ce la ricordiamo quando fanciulli rincorrevano i piccioni attorno alla fontana del Contarini, mentre sedute sui gradini del portico del Palazzo, allora adibito a sede dell’Istituto Tecnico, le macchiette caratteristiche di Città Alta si godevano il tepore del sole scambiandosi lazzi e osservando con compunzione l’andirivieni affacendato di Corsarola” (7).

Palazzo Nuovo nel 1901, ancora sede dell’Istituto Tecnico

 

Nel 1914 il Palazzo della Ragione è ancora sede della biblioteca civica. L’illuminazione della piazza era assicurata dai lampioni a gas

 

Dettaglio dell’insegna affissa sul Palazzo della Ragione

L’incarico di studiare il completamento della facciata fu affidato nel 1919 a Ernesto Pirovano (Milano 1866-1934), il progettista il Cimitero Monumentale di Bergamo. In quegli anni, sotto l’impulso dell’assessore alla Cultura Caversazzi venivano compiuti in città numerosi interventi di restauro.

Dei cinque progetti del Pirovano fu scelto quello che più si avvicinava al disegno scamozziano, con variazioni dovute al mutamento già avvenuto nelle dimensioni interne.

Restauro del Palazzo Nuovo, dedotto dal disegno originale dello Scamozzi (Disegno dell’Arch. Ernesto Pirovano; progetto Pirovano-Caversazzi). Allo stato attuale, il fronte termina in alto con una balaustra che non esiste nel disegno scamozziano e resta piuttosto un’eredità del rivestimento barocco demolito per il completamento stilistico ultimato nel 1927 (Da: Emporium, Vol. LXXI, n. 421, p. 015, anno 1930)

Nel 1927 Pirovano completava finalmente il rivestimento della monumentale facciata in marmo bianco di Zandobbio. La fabbrica di Palazzo Nuovo attendeva ora di poter chiudere definitivamente il lungo ed estenuante capitolo iniziato tre secoli addietro.

Facciata del Palazzo Nuovo restituita secondo il progetto Pirovano-Caversazzi, ma ancora priva delle quattordici statue che dovranno decorarne l’attico e tre finestre (Foto Ogliari) – (Da: Emporium, Vol. LXXI, n. 421, p. 015, anno 1930)

Con il completamento della facciata nel 1927, vennero rimosse anche le tre statue  collocate a fine Seicento sulla parte terminale del fabbricato, eliminando la vistosa traccia dell’intervento barocco.

Scorcio di Palazzo Nuovo con la parte di rivestimento barocco e le tre statue sulla balaustra. La ripresa fotografica è anteriore al 1926 (Raccolta D. Lucchetti)

 

Particolare della facciata di Palazzo Nuovo, con le tre statue rimosse dalla balaustra nel 1927

 

La nuova facciata marmorea nel 1930, ancora priva delle delle sei statue che dovranno decorare le finestre

E il secolare cantiere si chiuse. Si chiuse finalmente nel 1958, con la posa sopra le finestre del piano nobile delle sei statue previste dallo Scamozzi a completamento della facciata.

Particolare della facciata di Palazzo Nuovo. Le poderose statue simboliche furono scolpite da Tobia Vescovi (Zandobbio, Bergamo, 1893-1978) raffiguranti, da sinistra: L’Artigianato, L’Industria, Il Fiume Brembo, Il Fiume Serio, L’Agricoltura, Il Lavoro

Sulla base dei pilastri angolari della facciata vi erano incise le date salienti della costruzione del Palazzo con i nomi dei relativi podestà e dei capitani veneti che reggevano Bergamo e il suo territorio. Le scritte vennero abrase dai Cisalpini nel 1797 ma furono fatte nuovamente incidere nel 1930 dall’allora direttore della Biblioteca, monsignor Giuseppe Locatelli.

La biblioteca in una immagine risalente agli anni ’70 del Novecento. Sopra il tetto si intravede sulla sinistra il lucernario della scala principale e sulla destra la torre, poi deposito di libri, dove nell’ultimo Ottocento era stata sistemata la specola per l’Istituto Tecnico

In realtà il progetto scamozziano prevedeva la realizzazione di altre statue da collocarsi sulla facciata e a questo proposito Nestorio Sacchi scrisse che alcune di esse, “già da anni eseguite, giacciono malinconicamente in un cortiletto retrostante il Palazzo, in un mare di muschio e di solitudine, ed attendono il giorno in cui potranno, sulle finestre della facciata, godersi il sole di Piazza Vecchia ed i voli dei colombi”.

Tali aggiunte non vennero mai realizzate ma si vocifera da tempo che una delle statue realizzate per Palazzo Nuovo venne recuperata dai magazzini comunali e reimpiegata per comporre la fontana che si trova attualmente accanto all’ingresso della Sala Viscontea, nel passaggio tra Colle Aperto e la Cittadella.

Si tratta della statua seicentesca di Ercole con il leone di Nemea, sistemata nel 1932 a ridosso del muro che univa la torre Adalberto ad una cabina elettrica.

La statua di Ercole con il leone di Nemea nel periodo in cui venne collocata in Colle Aperto. Allora come oggi, la statua è sorretta da un piedistallo sormontato da una valva di conchiglia, il tutto racchiuso in una nicchia di pietra arenaria. A lato è visibile il ristorante La Marianna

Con il restauro della Cittadella intorno agli anni Sessanta, quel muro fu abbattuto per opera dell’architetto Sandro Angelini, che fece trasferire la statua di Ercole nel passaggio Torre di Adalberto (ricavato tra Colle Aperto e la Cittadella) dove risiede a tutt’oggi in continuità con le memorie storiche ed architettoniche fra le più significative di questa parte della città.

Il gruppo scultoreo di Ercole e il leone di Nemea, nel passaggio Torre di Adalberto

 

NOTE 

(1) La loggia edificata nel 1435 era “destinata alle attività della Bina, il consiglio minore. Il consiglio maggiore continuò ad esercitare le sue funzioni nel Palazzo della Ragione sul cui fronte fu collocata nel 1464 la targa raffigurante il doge Foscari inginocchiato davanti al leone dorato su sfondo azzurro”. (Andreina Franco Loiri, ….).

(2) In sostituzione del regio vecchio posto su Piazza Duomo. Le stesse denominazioni di Loggia Nuova e di Regio Nuovo sostituiscono infatti due edifici di egual funzione esistenti tra la Basilica di Santa Maria e il Palazzo della Ragione.

(3) “Questa modifica alla pianta originaria portò ad occupare parte delle pertinenze della chiesa di San Michele all’arco (1436, 1453 e 1498) e le vicine case private dei Licini che, con l’osteria ‘La Corona’, erano già stati acquistati dal Comune nel 1579 per ospitarvi il Monte della Pietà ed i magazzini del Monte dell’Abbondanza” (…) “creati rispettivamente nel 1557 e nel 1539 erano stati fino ad allora attivi in altri locali, in cui si versava un canone d’affitto” (Tosca Rossi, Bergamo urbs picta. le facciate dipinte di Bergamo tra XV e XVII secolo. Ikonos srl Treviolo, 2009).

(4) Tosca Rossi, ibidem.

(5) “Dopo Vannone, la committenza interpellò, a più riprese, altri architetti, da Lellio Buzzi, architetto della Fabbrica del Duomo e prescelto dal cardinale Federico Borromeo per il progetto del palazzo della Biblioteca Ambrosiana, ad Antonio Maria Caneva di Porlezza, artefice del progetto della Chiesa di San Bartolomeo a Bergamo per finire a Pietro Maria Bagnadore di Orzinuovi, architetto, pittore e scultore molto attivo a Brescia. Fino alla nomina che spiazzò tutti, quella dell’architetto vicentino Vincenzo Scamozzi, affermato allievo del Palladio” (Dentro la Biblioteca A. Mai quattro secoli di cultura, cit).

(6) Vanni Zanella, Bergamo Città, 2ª edizione, Azienda Autonoma di Turismo, Bergamo, 1977, pagg. da 76 a 78.

(7) Nestorio Sacchi, Vecchi Palazzi di Bergamo – Palazzo della Civica Biblioteca (da un numero de “La Rivista di Bergamo” del 1954).

FONTI ESSENZIALI

Vanni Zanella, Bergamo Città, 2ª edizione, Azienda Autonoma di Turismo, Bergamo, 1977, pagg. da 76 a 78.
Nestorio Sacchi, Vecchi Palazzi di Bergamo – Palazzo della Civica Biblioteca (da un numero de “La Rivista di Bergamo” del 1954).
Tosca Rossi, Bergamo urbs picta. le facciate dipinte di Bergamo tra XV e XVII secolo. Ikonos srl Treviolo, 2009.

BIBLIOGRAFIA

Sulla secolare vicenda costruttiva del palazzo si vedano S. Angelini, Bergamo: città alta. Una vicenda urbana, con scritti di L. Angelini, W. Barbero, P. Capellini, V. Landolfi, Bergamo, 1989, pp. 20-21 e M.L. Scalvini, G.P. Calza, P. Finardi, Le città nella storia d’Italia. Bergamo, Bari, 1987, pp. 58, 69, 74, 85-87.

La leggenda di S. Giuliano ospitaliero negli affreschi della Casa Pesenti

Casa Pesenti vista dalle Mura di S. Giacomo (Foto L. Amati)

“Fiorite da un innato sentimento estetico, il Cinquecento vide sorgere in Bergamo numerose abitazioni, nella costruzione delle quali i nostri padri profusero tesori, affinchè i nipoti fossero maggiormente radicati al suolo di nascita per virtù e in forza della bella casa, della avita amatissima casa, entro cui le generazioni dovevano succedersi a cuocere il loro pane e a riscaldarsi il loro cuore.
Una di queste – da circa vent’anni di proprietà della famiglia Pesenti di Alzano – completamente negletta per un lungo periodo di tempo ed ora, in seguito ad un lavoro paziente e giudizioso di ricostruzione e di adattamento, diretto dall’ing. Corrado Rossi di Milano, convenientemente ripristinata dall’attuale proprietario comm. Antonio Pesenti – richiama la nostra particolare attenzione per quell’affetto onde fra noi si circonda e si consacra tutto quanto ricorda tradizioni storiche ed artistiche bergamasche”.
E’ quanto scrive Angelo Pinetti nell’introduzione di un articolo apparso nel 1923 sulla Rivista di Bergamo, dedicato al ciclo d’affreschi rappresentanti episodi della vita di S. Giuliano ospitaliero, appartenente alla decorazione primitiva del palazzo posto al civico numero 7 di via Porta Dipinta, attribuito ad un artista ignoto, “che fiorì in Bergamo sulla prima metà del sec. XVI, alla cui formazione contribuì evidentemente in modo notevole la scuola del Lotto”.
Gli affreschi erano, in origine, collocati in un salone al primo piano, dove furono successivamente intramezzati da tavolati che, procurarandone il parziale deterioramento, indussero il nuovo proprietario al loro distacco e ad una nuova collocazione sotto il portico d’ingresso, dove poterono rivivere quasi nel loro primitivo splendore.

L’incuria e il lavorìo del tempo hanno purtroppo danneggiato irreparabilmente l’episodio più importante della narrazione – quella relativa alla tragica uccisione del padre e della madre – andata interamente perduta.

§§§

L’ingresso del palazzo accoglie il visitatore con le colonne d’un portico “tutto leggiadrìa e snellezza, dai capitelli lavorati con la minuta diligentissima cura con cui un orafo fregia un suo oggetto di oreficeria”.

Casa Pesenti: il portico d’ingresso (Foto L. Amati)

“Lungo la parete a destra corrono episodi affrescati che illustrano vecchie leggende; nel cortile alle antiche eleganze più squisite si disposano in una bifora marmorea e in un portale istoriato di rilievi ornamentali altre grazie cinquecentesche d’imitazione recente. E penetrando nelle sale, affacciandosi verso le mura di S. Giacomo, dalla magnifica trifora veneziana bellamente ripristinata liberandola dalla cortina di muratura che del tutto la occultava, scendendo nel piano sotterraneo, motivi architettonici rari e composti avvivano tutte le parti della costruzione con una varietà felice che il restauro odierno ha saputo fondere sapientemente, risolvendo problemi statici e problemi di luce, per creare un insieme elegante e sereno, tutto compreso di facile snellezza, senza sforzo di concepire, dove nulla è scenografico e tutto appare armonico e profondamente intimo.

Casa Pesenti: Portale nel cortile d’ingresso (Foto L. Amati)

 

Casa Pesenti: Portale nel cortile d’ingresso (particolare) – (Foto L. Amati)

Dopo le manomissioni e le illogiche trasformazioni con cui il palazzo soggiacque attraverso parecchi secoli, alcune parti consunte e cadenti ed altre deformate, storpiate e confuse nella loro struttura originaria dovettero necessariamente esser rifatte; e più non conservano perciò le antiche decorazioni, né la purezza onde avevale originariamente improntate il costruttore.
Ma le linee primitive si rivelano dovunque; come pure da elementi sparsi e da resti di pitture murali hanno potuto trarre profitto gli artisti Fasciotti e Taragni per intonare il rinnovamento pittorico dell’edificio al suo carattere iniziale.

La costruzione del palazzo si deve all’architetto Morgando, artista evidentemente attratto dalla classica compostezza veneziano-bramantesca, il quale solo da più fortunate ricerche d’archivio potrà in avvenire esser tolto da un immeritato oblìo.

Egli lo eresse nel 1529 per incarico del nobile giureconsulto Giampietro Da Ponte, come ce ne rende sicura testimonianza una lapide murata nel pilastro centrale sotterraneo, sorreggente l’impluvio superiore e impostato sopra avanzi dell’antica cerchia cittadina delle mura romane.
L’epigrafe che ivi si legge attesta che:

CURA.   ET.   AERE
IO.   PETRI.  PONTANI.  JURIS.  CONS.
MORGANDUS
OPERA.  PERPETUA
STRUXIT.   AN.  MDXXVIIII.

Avanzi di Mura Romane su cui è impostato il sotterraneo di Casa Pesenti (Foto L. Amati)

Il nome del committente non è nuovo nei documenti bergamaschi. Giampietro Da Ponte vi appare più volte come membro della Bina degli Anziani e del Consiglio Maggiore della città; come ministro del Consorzio della Misericordia e come incaricato di uffici diversi (1).
Imparentato con famiglie ragguardevolissime aveva preso in moglie, il 5 luglio del 1523, Alba figlia del conte Davide Brembati; e in seguito diede in isposa (giugno, 1539) la propria figlia Paola al Magnifico d. Bartolomeo Martinengo-Colleoni (2) appartenente al ramo bresciano dela gloriosa discendenza di Bartolomeo Colleoni.
Da quel matrimonio nacque nel 1548 Francesco Martinengo-Colleoni che fu la maggiore illustrazione di questa famiglia e uno fra i più eminenti personaggi del suo tempo.

Fra i beni dell’eredità del nobile Giampietro Da Ponte pervenuti ai figli del conte Bartolomeo Martinengo-Colleoni e di Paola da Ponte, la casa di via Porta Dipinta toccò a Francesco.

Una delle sale di Casa Pesenti (Foto L. Amati)

Questi – salito rapidamente ai più alti gradi della gerarchia militare, successivamente cavaliere dell’Annunziata, colonnello di Emanuele Filiberto, generale di Carlo Emanuele I di Savoia, governatore del Piemonte, ambasciatore a Roma e quindi al servizio della Repubblica veneta – è una salda figura che emerge in primo piano sui fortunosi avvenimenti della seconda metà del secolo XVI.
Dopo aver goduto la fiducia dei Principi più illustri, ed aver partecipato alle imprese guerresche ed alle negoziazioni politiche più difficili delle maggiori potenze d’Europa, alternò la sua dimora fra il Castello di Cavernago, da lui innalzato, ex-novo, e questa casa di via Porta Dipinta, dove moriva nell’età di sessantaquattro anni il 3 febbraio 1621 (3).

Non conosciamo a quali vicende di trapassi fu soggetta la proprietà di questo stabile fino al 1803, anno in cui l’allora proprietario nob. Filippo Marenzi la cedette con atto 12 settembre al conte G. B. Pesenti, cui appartiene sino al 7 giugno 1845, quando la contessa Marianna Pesenti moglie del conte Paolo Agliardi l’ebbe a vendere per 51.000 lire milanesi al nob. Antonio Pezzoli.
Fu infine dei signori Ronzoni, ultimi proprietari prima dell’attuale.

Una delle camere di Casa Pesenti (Foto L. Amati)

Il palazzo non era stato subito finito del tutto all’epoca della sua costruzione; la facciata che non è coeva all’interno di esso, ma posteriore di almeno mezzo secolo, presenta un’impronta non priva di eleganza che la fa assegnare alla fine del Cinquecento o al principio del secolo seguente.
Ma alla decorazione primitiva appartiene di certo il ciclo d’affreschi, rappresentanti fatti della vita di S. Giuliano ospitaliero, che trovavansi in un salone al primo piano, successivamente intramezzato da tavolati che procurarono la rovina di alcuni di essi.

Stampa popolare senese (1544) della Leggenda di S. Giuliano

Pur troppo il tempo non eccessivamente crudele per cinque di quelle storie, non ha rispettato la più importante della narrazione – quella della tragica uccisione del padre e della madre – andata interamente perduta quando il nuovo proprietario provvide, per salvarle, al loro distacco e a collocarle sotto il portico d’ingresso, dove oggi rivivono quasi nel loro primiero splendore.
Queste pitture si rivelano al primo esame come il frutto d’un artista, che fiorì in Bergamo sulla prima metà del sec. XVI, alla cui formazione contribuì evidentemente in modo notevole la scuola del Lotto.

Sarebbe vana fatica il perderci ad indagare il nome del pittore, cui dobbiamo questo complesso notevole di affreschi; ma, lasciando da parte l’arduo problema dell’identificazione del loro autore, con più piacevole curiosità siamo riusciti a risolvere quello dell’identificazione del loro soggetto.

§§§

Per ben comprendere queste storie dipinte dall’ignoto artista cinquecentesco è prima necessario di stabilire nelle sue linee fondamentali l’argomento leggendario del racconto che nel medioevo, attraverso le varie trasformazioni subite secondo i gusti e i capricci eruditi di vari scrittori, venne via via arricchendosi di particolari e sviluppandosi nelle diverse parti, senza che per altro fosse intaccato o snaturato il fondo della leggenda; precisamente come lo smilzo torrentello va ingrossando a mano a mano che si dilunga dalla sua sorgente e accoglie in sé nuove acque e nuova possanza fino a diventare nell’ampiezza del suo alveo un grande e maestoso fiume.
Narra dunque la leggenda, la quale sembra che rievochi a distanza di secoli tutta la tragica terribilità dell’ineluttabile fato Edipodeo, come Giuliano, nobile cavaliere e cacciatore, si sentì ripetere giovinetto la tremenda profezia – secondo una tradizione da un saggio astrologo, secondo un’altra da una cerva inseguita in caccia e rivoltasi d’improvviso a rivelargli il suo triste destino – che egli sarebbe stato uccisore del padre e della madre.

Per isfuggire al fato che incombeva su di lui, Giuliano partitosi segretamente dalla patria e da’ suoi se n’andò in lontane regioni al seguito d’un principe che lo rimeritò de’ servigi fedelmente prestati sia in guerra, sia in corte, col dargli in feudo un castello, e una vedova castellana in isposa.

Frattanto i genitori di lui, gravemente addolorati della partenza del figlio, l’andavano ansiosamente ricercando in ogni luogo, errabondi per le più opposte parti della terra.

Capitati un giorno pellegrini al Castello di Giuliano mentre questi trovavasi fuori a caccia, e confidatisi colla moglie di lui, esponendole i casi occorsi a loro e al loro figliolo, essa, che pure dal marito più volte aveva appreso un simile racconto, ne riconobbe nei due ospiti i genitori che accolse benignamente e pose a dormire nel letto matrimoniale, intanto che andava alla chiesa a pregare Iddio.

Giuliano, tornatosene a casa nottetempo e trovato il talamo, com’ei sospettoso credette, malamente occupato, compiè ignaro orrenda strage de’ suoi genitori.

Sopraggiunta poco dopo la sua donna a farlo persuaso del duplice delitto commesso, Giuliano vedendo oramai in sé avverato il luttuoso vaticinio gravante su di lui dalla prima giovinezza e al quale invano aveva cercato di sottrarsi, si ritirò con la moglie in un’isola d’un gran fiume, dove molti viaggiatori erano stati travolti dalle onde ed avevano corso pericolo di vita, e vi eresse un grande ospitale per albergo e rifugio di tutti i poveri che là capitassero.
Dopo molto tempo Dio in visione gli manifestò chiaramente come avesse accettato la sua penitenza e Giuliano pieno di bone opere si riposò nel Signore.

§§§

La letteratura di questa leggenda, che ebbe larga diffusione del medio evo, risale tutta, come a prima e principal fonte, alla Legenda Aureadi Jacopo da Varagio, o de Voragine, morto arcivescovo di Genova nel 1298, all’età di 96 anni, che in quella sua vasta opera raccolse le innumerevoli leggende religiose del tempo.

Di là attinsero Vincenzo Bellovacense, Pietro de Natal, S. Antonino e il Bollando per le loro vite de’ santi; e di là trassero ispirazione i poeti popolari e i pittori che divulgarono coi versi e coi dipinti le scene della vita di S. Giuliano.

Ne fece una versione in volgare Nicolao Manerbi che, stampata per la prima volta a Venezia nel 1475 da Nicolò Jenson, ebbe tra il cadere del quattrocento ed il principio del secolo XVI l’onore di oltre 20 diverse e magnifiche edizioni, alcune delle quali – come ad esempio il Legendario, impresso per le stampe in Venezia nel 1505 e nel 1518 dai fratelli Nicola e Domenico del Gesù, così chiamati dall’insegna della loro bottega – sono accompagnate ed illustrate da numerose xilografie, belle manifestazioni artistiche di quel largo soffio di vita che animava nel Rinascimento anche la più umile produzone popolare (4).

Una così svariata leggenda piena di emotività doveva naturalmente diventare popolarissima fra i pittori, sicchè troviamo che assai presto ed efficacemente eccitò la loro fantasia.

Fra gli affreschi trecenteschi che in antico attenuarono la cupa severità delle volte e delle pareti di pietra nel duomo di Trento di fianco all’altar maggiore, l’unico che si possa ancora godere è costituito da una lunga fascia con la romantica leggenda di S. Giuliano, la quale anziché esser riassunta, come per lo più usavasi, nella sola scena della catastrofe, si svolge con bella minuzia di racconto.

Trento: Cattedrale – Storie di S. Giuliano (Affresco del XIV secolo). Il Santo abbandona la madre – Entra col diavolo nella città – Sposa la principessa (Foto Alinari)

 

Trento: Cattedrale – Storie di S. Giuliano (Affresco del XIV secolo).Il diavolo insinua la gelosia al Santo – L’arrivo dei pellegrini, e il doppio parricidio (Foto Alinari)

A Castiglione Fiorentino in una predella che Bartolomeo della Gatta dipinse nel 1486 per una pala della vecchia Pieve, rappresentante la Madonna e i SS. Giuliano e Michele, si osservano quattro strorie della vita di S. Giuliano (L’oroscopo di un saggio astrologo sul destino del Santo – L’uccisione del padre e della madre – La moglie che sopraggiunta constata il doppio parricidio commesso dal marito – S. Giuliano che accoglie sulla soglia del suo ospizio i pellegrini) animate di semplice naturalezza e di vivacissimo brio.

Castiglione Fiorentino: Sagrestia della Collegiata – Bart. Della Gatta: Predella della Tavola di S. Giuliano. (L’oroscopo d’un saggio astrologo sul destino del Santo) – (Foto I. I. D’Arti Grafiche)

 

Castiglione Fiorentino: Sagrestia della Collegiata – Bart. Della Gatta: Predella della Tavola di S. Giuliano. (S. Giuliano accoglie sulla soglia del suo ospizio i pellegrini) – (Foto I. I. D’Arti Grafiche)

Se ambedue queste illustrazioni pittoriche sembrano attingere nel complesso al racconto di Jacopo da Voragine, sebbene la diversa rivelazione fatta al giovane della cruda sorte che l’attende lasci intravvedere anche altre fonti agiografiche, gli affreschi di casa Pesenti invece derivano senza dubbio dall’unica fonte della Legenda Aurea.
Ma in essi l’ignoto artista cinquecentesco ha insieme la forza di avvivare il vecchio e arido racconto tradizionale con elementi narrativi nuovi in cui si sente il soffio della Rinascita, il gusto pittorico e l’istinto dell’arte e del lusso propri di quell’età.
Facciamone un esame un po’ minuto.

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La prima storia – contenuta come tutte le altre entro riquadri a marmore ficto – ci conduce all’aria aperta, ad una di quelle grandi scene di cacce che furono il sontuoso passatempo delle Corti principesche della Rinascenza, loro preferito e dilettevole trattenimento ed insieme esercizio, scuola e simulacro di guerra.
Assistiamo allo svolgimento su sfondo collinoso di una partita di caccia, cui partecipa passionatamente il nobile giovinetto Giuliano.
A suon di trombette e di corni, i montieri (cacciatori di montagna) scovano dai boschi le fiere che si vedono fuggire inseguite da mastini, levrieri, molossi, bracchi e segugi.

A sinistra due uomini procedono carichi della gran preda fatta, mentre a destra una cerva dalle corna ramose, spinta al largo è assalita da un esercito di cani che la trattengono fino all’arrivo dei cacciatori.

Prima Storia della Vita di S. Giuliano: LA CACCIA (Bergamo, Palazzo Comm. Pesenti) – (Foto L. Amati)

Prosegue la caccia anche nel secondo scompartimento.

Giuliano pieno d’ardore insegue colle sue saette la. bianca cerva che, in conformità della versione di Jacopo da Voragine, rivoltandosi improvvisamente verso di lui, gli annunzia che egli avrebbe ucciso il padre e la madre.

La scena si svolge fra alberi fronzuti; in lonananza spicca sul margine d’una riviera una città turrita.

Seconda Storia della Vita di S. Giuliano: IL VATICINIO (Bergamo, Palazzo Comm. Pesenti) – (Foto L. Amati)

Il terzo riquadro ci rappresenta la partenza di Giuliano dal castello avito per sottrrsi al fatale destino che grava sopra di lui.

Sulle acque dello specchio marino che stendesi attorno alla città si cullano diversi grandi vascelli, sopra uno dei quali sta per imbarcarsi il giovane, portato da spirito avventuroso, cui si accompagna un moisterioso personaggio, forse il diavolo che lo sta spingendo verso la sua rovina.

Lo sfondo con porticati ed edifici di bella architettura fa rivivere sotto i nostri occhi meravigliosamente dipinto un paesaggio veneziano del cinquecento.

Terza Storia della Vita di S. Giuliano: LA PARTENZA DALLA CITTA’ NATIVA (Bergamo, Palazzo Comm. Pesenti) – (Foto L. Amati)

Il quarto affresco ci riconduce all’aria aperta fra boschi e colline, teatro delle cacce a cui Giuliano si dedica interamente, anche dopo che è divenuto sposo della vedova castellana datagli in moglie dal suo Principe.

Egli sta riposando all’ombra d’un albero, circondato dai fedeli cani e dalla abbondante selvaggina di cui ha fatto strage.

Ma il demonio, sotto le spoglie d’un compagno di caccia, mentre s’intrattiene con alcune donne capitate ad una fontana, gli insinua nel cuore una fatale gelosia verso la sposa, la quale frattanto accoglie ed ospita nel castello e pone a dormire nel letto matrimoniale i genitori di Giuliano, capitati colà per ricercare il figlio.

Quarta Storia della Vita di S. Giuliano: L’INSINUAZIONE DELLA GELOSIA (Bergamo, Palazzo Comm. Pesenti) – (Foto L. Amati)

La scena culminante di questo ciclo pittorico – quella della catastrofe, della tragica uccisione dei propri genitori fatta da Giuliano quando tornato nottetempo sospettoso al tetto coniugale crede di trovare il talamo malamente occupato – come già dissi, è andata perduta. Un muro divisorio del salone originario in cui erano stati dipinti gli affreschi, la rovinò talmente che non fu possibile conservarla nel distacco.

Nell’ultima storia campeggia l’isola solitaria e deserta, circondata dai gorghi pericolosi dove sono periti tanti viandanti.

Là Giuliano, ritiratosi a penitenza, accoglie nel suo ospizio i naufraghi che aiuta a scampare dai flutti infidi, sinchè giunge il giorno in cui gli appare a confortarlo una visione con l’annunzio del prossimo gaudio che in cielo l’attende.

Sesta Scena della Vita di S. Giuliano: L’OSPIZIO NELL’ISOLA SOLITARIA (Bergamo, Palazzo Comm. Pesenti) – (Foto L. Amati)

Così con libertà di svolgimento e di esecuzione l’ignoto pittore cinquecentesco ha abbellito della sua facile, piacevole e colorita vena narrativa il soggetto leggendario che artisti a lui anteriori avevano riprodotto entro più ristretti limiti tradiziopnali di composizione.

Interessano l’osservatore la giocondità pittoresca delle scene, l’accento vivace degli episodi, l’ampiezza dei paesaggi in cui pare rivivano i tempi e i luoghi dell’artista”.

Note

(1) Cfr. in Civ. Biblioteca: ms Azioni del M. Consiglio, e Terminazioni del Consorzio della Misericordia, passim agli anni 1520-40.
(2) Cfr. Cronaca di MARCO BERETTA: ms. in Civ. Bibl.
(3) G. M. BONOMI: Il Castello di Cavernago, pag. 303.
(4) Tutte le edizioni del Legendario di Jacopo da Voragine illustrate da xilografie sono minutamente registrate e descritte nell’opera del PRINCE D’ESSLING: Les livres a figures vénetiens etc. Florence-Paris, 1908. Tom. II, Part. I, pag. 124 e segg. Uno spendido esemplare dell’edzione del 1505 di Nicola e Domenico del Gesù conservasi nella nostra Civica Biblioteca.

Fonte

Il testo è estratto dalla “Rivista di Bergamo” – Anno II – Num. 16 – Aprile 1923.