La festa di S. Antonio abate e la sagra dei “biligòcc” a Bergamo: un tuffo nel passato per amare il presente

Perchè festeggiamo la ricorrenza a S. Antonio abate nella chiesa di S. Marco, che tra l’altro è popolarmente nota come chiesa di Santa Rita? Come districare la questione?

Anzitutto per il rapporto che a lungo ha legato la chiesa di S. Marco a quella di S. Antonio di Vienne, che con l’annesso ospedaletto sorgeva nell’area oggi occupata da Palazzo Frizzoni, il Municipio della città.

Nell’attuale piazza Matteotti, allora Contrada di Prato, sorgevano l’ospedale e la chiesa di S. Antonio in Prato (detta anche di S. Antonio di Vienne), costruiti sul finire del 1300. Gli edifici del complesso erano ancora riconoscibili nei primi decenni dell’Ottocento, quando vennero venduti alla famiglia Frizzoni, che vi edificò la sua  residenza cittadina poi trasformata in Municipio della città di Bergamo 

Come abbiamo osservato qui, le vicende delle due chiese sono legate dalla decisione, avvenuta a metà ‘400, di unificare undici ospedaletti sparsi per la città per creare un unico grande e più funzionale organismo a servizio della stessa: l’Ospedale Grande di S. Marco.

Fine 1898: in primo piano il grande quadrilatero della Fiera, eretta in muratura fra il 1734 e il 1740, con alle spalle l’ospedale e la chiesa di S. Marco, di cui è ben visibile il campanile

 

Dall’altro lato, gli edifici della Fiera affacciati sul Sentierone e sullo sfondo la chiesa e l’Ospedale di S. Marco

Si era così deciso di abbattere il vecchio ospedaletto di S. Antonio di Vienne per costruire al suo posto il nuovo Ospedale Grande, mantenendo però la chiesa, che avrebbe dovuto essere annessa al nuovo ospedale. Cosa che non avvenne a causa della strenua resistenza dei frati Antoniani, che ottennero di restare nella loro sede malgrado questa fosse ormai divenuta una dipendenza dell’Hospitale Grande di San Marco.

Come disposto dagli amministratori dell’Ospedale Grande, nella chiesa di S. Antonio di Vienne si celebrava la messa quotidiana, mentre in quella di S. Marco la si celebrava solo nel giorno dedicato al santo titolare (per il quale era stato eretto un apposito altare). Per il resto la chiesa di S. Marco si limitava a battezzare gli esposti adottati dall’ospedale e a seppellire i degenti che vi morivano, tanto che nel 1670 le era stato affiancato un Oratorio a suffragio dei poveri morti.

L’Ospedale Grande di S. Marco, costruito a partire dal 1479, con l’annessa chiesa, eretta nel 1572 con la dedicazione a S. Marco e alla Vergine, in omaggio a Venezia. L’antico ospedale venne demolito nel 1937 in seguito al nuovo assetto assunto dal centro della città bassa, per far posto alla Casa della Libertà. Il nuovo Ospedale Maggiore venne eretto in Largo Barozzi, nella conca di S. Lucia

La messa quotidiana cominciò ad essere celebrata nella chiesa di S. Marco solo quando la chiesa e l’ospedale di S. Antonio in Prato vennero venduti (1586) alle monache di S. Lucia Vecchia.

E’ solo da quel momento che, nonostante la sua dedicazione ufficiale, la chiesa dell’Ospedale Grande iniziò ad esser nominata “chiesa di S. Antonio”, evidentemente nell’intento di recuperare il culto della perduta chiesa di S. Antonio di Vienne in Prato.

Particolare della chiesa di S. Antonio di Vienne in Contrada di Prato. La chiesa e l’ospedaletto (un ospizio per malati e pellegrini), alla metà del Quattrocento divennero una dipendenza dell’Ospedale Grande di S. Marco e nel 1586 vennero venduti alle monache di S. Lucia Vecchia, che intitolarono la chiesa alle SS. S. Lucia e Agata. Da allora, la chiesa di S. Marco cominciò a nominarsi “Chiesa di S. Antonio”, mantenendo a lungo tale denominazione (incisione del 1815 ca. Proprietà Conte G. Piccinelli, Milano)

Un documento ci informa infatti che ancora nel 1723 la chiesa di S. Marco era nominata “chiesa di S. Antonio”.

In un disegno del 1723, la chiesa di S. Marco è indicata come “Chiesa di S.to Antonio”. A fianco, la cappelletta eretta nel Seicento a suffragio dei morti dell’ospedale (particolare del disegno di Bernardino Sarzetti nel 1923, eseguito per conto dell’amministrazione ospedaliera, che dal 1475 usufruiva degli affitti, per controllare e quantificare gli esercizi delle rivendite provvisorie della fiera)

Tant’è che ai fedeli veniva distribuita l’immaginetta del Santo, espressamente indicato come titolare della chiesa parrocchiale dell’Ospedale Maggiore di Bergamo.

L’immaginetta di S. Antonio abate, il santo eremita del deserto vissuto in Egitto tra il 251 e il 356, “titolare della Chiesa Parrocchiale dell’Hospitale Maggiore in Bergamo”

La chiesa festeggiava così, oltre alla ricorrenza del 25 aprile (S. Marco), anche quella del 17 gennaio dedicata a S. Antonio, quando nei pressi si teneva anche un mercato della durata di tre giorni il cui ricavato veniva devoluto ai nuovi corredi dell’ospedale.

E ancor’oggi, a ricordo dell’antica devozione campeggia nella chiesa l’immagine del Santo taumaturgo, noto principalmente per essere il guaritore dell’herpes zoster (“fuoco di S. Antonio”) e per essere legato al mondo dell’agricoltura e dell’allevamento.

Nella chiesa di S. Marco la statua di S. Antonio abate attesta il perdurare dell’antica devozione al Santo, in segno di continuità con il culto della scomparsa chiesa di Sant’Antonio di Vienne sita in Prato. La sua effige compare anche nella vetrata del grande oculo sovrastante l’ingresso

La devozione a Sant’Antonio abate, testimone dell’antico legame tra la chiesa di S. Marco e i frati antoniani, ha continuato ad esistere nei riti e nelle celebrazioni del 17 gennaio, quando sul sagrato della chiesa un sacerdote impartisce la benedizione agli animali domestici ed alle automobili.

La benedizione degli animali e dei mezzi a motore nello spazio antistante la chiesa di S. Marco

Nel frattempo, nei pressi della chiesa si tiene la tradizionale sagra dei biligòcc e si allestiscono, oggi come allora, le bancarelle che tanto ricordano i banchetti e i baracconi che gremivano l’antica piazza Baroni, luogo d’incontro e di svago dei nostri trisavoli.

Piazza Baroni (oggi piazza della Libertà) nel 1890 durante la festa di Sant’Antonio abate. Fra carri e padiglioni, compare un baraccone riservato alla fotografia. Sullo sfondo, la chiesa e l’Ospedale di San Marco

 

La festa di S. Antonio ritratta da Pepi Merisio

 

La festa di S. Antonio ritratta da Pepi Merisio

Resta da chiedersi da cosa derivi la dedicazione popolare della chiesa a Santa Rita, che potrebbe essersi originata dall’esistenza di un ospedaletto privato di Santa Margerita, che secondo lo studioso Franchini avrebbe dovuto essere incorporato nell’Ospedale Grande.

La Santa, la cui statua è perennemente circondata da attestazioni di grazia ricevuta, è considerata dai fedeli mediatrice di miracoli ed è perciò così venerata da aver sostituito con il suo nome la dedicazione ufficiale della chiesa.

Comunque sia, la bella chiesa di S. Marco è l’ultima vistosa vestigia dell’antico ospedale, mentre nei dintorni persistono antiche tracce, meno note e appariscenti, come il cortiletto inglobato nella Casa S. Marco, edificata sull’area dell’antico ospedale. Il cortiletto, seppur ridimensionato e sfalsato nelle misure, presenta nella collocazione originaria almeno quattro colonne del portichetto meridionale dello scomparso nosocomio.

I cortili interni dell’Ospedale di S. Marco in una ripresa del 1935

 

A lato della Casa della Libertà, Casa S. Marco, edificata intorno alla ex-chiesa dell’Ospedale Grande, lascia intravedere il cortiletto interno

Demolito il grandioso complesso ospedaliero tra il 1936 e il 1938, entro il ’39 vennero edificate la Casa S. Marco e Casa Littoria, poi “Casa della Libertà”. La Casa S. Marco accorpa l’omonima chiesa abbracciandola da entrambi i lati, richiamando su due fronti il loggiato isabelliano che dava su piazza Baroni.

Piazza Baroni: dopo le demolizioni dei casotti della Fiera, l’intero prospetto dell’Ospedale Grande e dell’annessa chiesa è interamente visibile

 

Nello spazio un tempo occupato da piazza Baroni, la Casa della Libertà (progettata da Alziro Bergonzo) con a lato Casa S. Marco (progettata da Dante Fornoni) , erette in luogo dell’antico ospedale

Il prospetto di Casa S. Marco in fregio all’omonima piazzetta, ripropone infatti il susseguirsi delle arcate dell’Isabello e presenta al piano terra alcuni elementi originari recuperati dal demolito ospedale.

Il fronte di Casa S. Marco si raccorda alla chiesa mediante due campate originali del portico dell’ospedale incorporate al pian terreno (di color arancio), nel tentativo di evocare il fronte realizzato dall’Isabello

E pensare che anche prima della costruzione dei nuovi edifici, in quest’angolo di città sopravviveva un paesaggio agreste fatto di prati, ortaglie e campagna. C’era persino un piccolo stagno pescoso sul quale il conduttore del fondo teneva una barca che gli serviva per le battute di pesca.

1912: l’Ospedale e la chiesa di S. Marco nella piazza liberata dai casotti della Fiera

Si legge nel Novecento a Bergamo che al contadino teneva compagnia una soavissima pecora di nome Biancaneve, che aveva a disposizione un prato immenso: un piccolo eden nel cuore della città. E dove oggi c’è via Zelasco, greggi di pecore pascolavano liberamente.

L’autorimessa che occupava il lato nord dell’attuale piazza della Repubblica

 

Città Alta dall’attuale piazza della Repubblica nel 1939 (foto Umberto Da Re). Recita il Novecento a Bergamo che nel basso edificio sullo sfondo aveva sede l’Autofficina gestita dalla famiglia del grande campione motociclista Carletto Ubbiali

 

La piazza attualmente “della Repubblica” in un’immagine forse di poco posteriore alla precedente

 

Appena dopo la seconda guerra mondiale, la zona tra l’attuale piazza della Repubblica e Viale Vittorio Emanuele era ancora un campo incolto. Sullo sfondo, Casa S. Marco (1938), l’allora Casa Littoria (1936) e il Palazzo delle Poste, inaugurato nel 1932

 

Nel 1939, terminato il palazzo di Bergonzo si comincerà a discutere riguardo la sistemazione della piazza e della zona verso Viale Vittorio Emanuele. A poco a poco gli ultimi scampoli di prato avrebbero lasciato definitivamente posto al cemento

Anche il lato orientale di Casa S. Marco affacciato su via Locatelli riecheggia il fronte dell’antico ospedale nelle dieci campate dell’intero prospetto; ed inoltre la porzione porticata è sostenuta da colonne e capitelli provenienti in parte dall’antico nosocomio.

Sul lato prospiciente via Locatelli, la chiesa di S. Marco è affiancata al portico di Casa S. Marco, dove il progettista ha inserito alcune colonne e relativi capitelli recuperati dal demolito ospedale

 

Particolare di due colonne del portico di Casa S. Marco

Proprio in corrispondenza del portico attuale, esisteva un piccolo oratorio eretto nel 1670 a suffragio dei morti dell’ospedale, ed era dotato di un portichetto comunicante con la chiesa.

L’Oratorio dei morti, eretto nel 1670 sul fianco orientale della chiesa di S. Marco (di cui sono visibili le statue a coronamento del prospetto principale), affacciato sull’attuale via Locatelli; in lontananza, gli edifici dell’antica Fiera. Venne demolito negli anni Trenta del Novecento insieme al vecchio nosocomio e dal 1938 è stato sostituito dalla porzione orientale di Casa S. Marco (l’immagine è del 1815 e proviene da M. Mencaroni Zoppetti, op. cit.)

Nelle immagini che precedono le demolizioni, la cappelletta risulta essere ancora presente.

L’ospedale e la chiesa di S. Marco, affiancata dal secentesco Oratorio dei morti posto in fregio a via Locatelli, E’ già stato eretto il Palazzo delle Poste, inaugurato nel 1932

Verrà demolita insieme al’ospedale per lasciar posto al fronte orientale di Casa S. Marco, eretta su progetto di Dante Fornoni per conto della Banca Diocesana.

Una fotografia di qualche decennio fa mostra il portico di Casa S. Marco, costruito in luogo dell’antico Oratorio dei morti

 

Casa S. Marco (1938) e l’edificio delle Poste (1932), lungo il rettifilo di via Locatelli, aperto negli anni che seguirono la demolizione dell’Ospedale

L’Oratorio dei morti si affacciava su un piccolo cimitero riservato a coloro che nell’ospedale esalavano l’ultimo respiro. Di questo cimitero sono emerse alcune tracce a partire dagli inizi degli anni Cinquanta, quando durante gli scavi eseguiti per realizzare il parcheggio di piazza della Repubblica, sono riemerse, a circa un metro e mezzo di profondità, diverse ossa umane.

Piazza della Repubblica e palazzo S. Marco, sovrastante il parcheggio sotterraneo in corrispondenza del quale sono emerse ossa umane

Altri ritrovamenti sono avvenuti nel luglio del 2010 durante gli scavi eseguiti in via Zelasco per la posa del teleriscaldamento, quando sono emerse tre grosse fosse di scarico contenenti rispettivamente osse umane, macerie e una discarica di ceramiche attribuite al periodo postmedioevale.

Accanto alle fosse vi erano resti di murature (una canalizzazione sotterranea e un lungo muro a secco connesso ad un pavimento in laterizi), il tutto, secondo la Soprintendenza, riferibile all’antico ospedale di S. Marco.

Ossa umane rinvenute nel 2010 durante gli scavi eseguiti  in via Zelasco per la posa del teleriscaldamento. L’area del rinvenimento doveva dunque essere piuttosto estesa (1)

Malgrado il dissolversi della civiltà contadina, nella Bergamasca la devozione a S. Antonio si mantiene ancora molto viva richiamando lunghe file di fedeli il 17 gennaio di ogni anno, “dies natalis” del Santo, giorno in cui egli muore per rinascere nel Regno Celeste.

La festa di Sant’Antonio davanti alla chiesa dell’Ospedale di S. Marco, 1920

Sul sagrato della chiesa viene impartita la tradizionale benedizione agli animali domestici e ai mezzi a motore, che con l’evoluzione della tecnologia hanno sostituito gli animali da lavoro.

Il 17 di gennaio ricorre la tradizionale benedizione delle automobili, che nel mondo moderno si sono sovrapposte alla civiltà contadina sostituendo gli animali da traino ed i trattori. Sino a qualche decennio, questi ultimi fa stazionavano numerosi davanti alla chiesa in attesa della benedizione. In fondo si vede un furgone della Casali trasporti

 

La benedizione degli animali domestici viene impartita a ricordo del bestiame che un tempo rivestiva capitale importanza nell’economia rurale, garantendo con il suo lavoro o con le sue stesse carni la sopravvivenza dell’uomo. Naturalmente sono inclusi anche il cane ed il gatto, l’uno guardiano e l’altro cacciatore dei topi depredatori di grano

Ai fedeli viene consegnata l’immaginetta di S. Antonio, raffigurato con gli animali legati al mondo contadino (il maiale in primis) e il bastone terminante a gruccia (simbolo del Tau). Bastone e maiale testimoniano il potere taumaturgico del Santo invocato nella cura del “Fuoco di S. Antonio”, che gli ospedalieri antoniani curavano con il grasso di maiale impiegato come emolliente per le piaghe.

L’immaginetta del santo circondato dagli animali della campagna campeggia sulle porte di stalle, fabbriche e officine ma viene tenuta anche nelle automobili. Sullo sfondo, la chiesa di S. Marco

E nei dintorni della chiesa, la tanto attesa sagra dei biligòcc – elemento simbolo della festa -, rallegra e riscalda come uno spicchio di luce messo lì nel bel mezzo dei rigori di gennaio.

La festa di Sant’Antonio sul sagrato della chiesa di San Marco (fotografia di Tito Terzi)

 

La festa di Sant’Antonio sul sagrato della chiesa di San Marco, con Pierina Manera alle prese con limoni e biligòcc

 

Un gustoso disegno a pastello di Alfredo Faino, con un venditore di biligòcc alle prese con due monelli scalzi durante la festa di Sant’Antonio: sullo sfondo è abbozzata la chiesa di San Marco

Le gustosissime castagne, trattate secondo un laborioso procedimento, vengono offerte sfuse secondo la tradizione Brembana oppure infilzate a mo’ di collana (tradizione Seriana) e portate in città dai valligiani che da generazioni custodiscono e si tramandano la preziosa ricetta.

Un essicatoio (“secadùr”), struttura necessaria all’asciugatura graduale e all’affumicatura delle castagne, collocate sopra il fuoco su un graticcio generalmente in legno

 

La festa di Sant’Antonio sul sagrato della chiesa di San Marco e la caldarrostaia Pierina Manera  (fotografia di Tito Terzi)

Sempre puntuali, avvolti negli scuri mantelli, i valligiani scendono da Vallalta e da Abbazia, frazioni di Albino, che da secoli rivaleggiano con la brembana Poscante nella produzione di biligòcc.

Un “biligòter” di Casale di Albino. Per la festa di S. Antonio, gli esperti castanicoltori seriani raccolgono le castagne più belle elargite dalla Valle del Lujo: la Daola, l’Ostana, la Careà, il Nigrù, la Balestrera e la Rossona (fotografia di Tito Terzi)

 

La vendita dei biligòcc (fotografia di Tito Terzi)

È l’atmosfera che si respira ogni anno, almeno dal 1586.

E visto che siamo a due passi da quello che un tempo si chiamava borgo di S. Antonio, nulla vieta di fare una capatina nelle due chiese che conservano l’effigie del Santo, raffigurato nelle due splendide pale di Lorenzo Lotto, entrambe del 1521.

La prima si trova in piazzetta Santo Spirito nella chiesa omonima e raffigura i santi legati al borgo e al convento dei Canonici Regolari Lateranensi: S. Caterina d’Alessandria, protettrice dei predicatori, S. Agostino, fondatore dell’Ordine di cui i Lateranensi seguono la regola ed infine il nostro S. Antonio Abate, patrono del borgo. Ai piedi del trono un gioioso S. Giovannino gioca con il Mistico Agnello, omaggio ai canonici legati ai confratelli romani di S. Giovanni in Laterano.

Lorenzo Lotto,“Madonna con il Bambino, S. Caterina d’Alessandria, S. Agostino, S. Sebastiano e S. Antonio Abate” (chiesa di Santo Spirito)

 

Curioso particolare della leggera guaina verde indossata da S. Antonio, visibile anche all’altezza della manica e del collo (particolare della pala del Lotto nella chiesa di S. Spirito)

La seconda, considerata uno degli esiti più alti dell’arte di ogni tempo, si trova nella chiesa di San Bernardino in via S. Giovanni, ai piedi di Pignolo alta, posta sopra l’altare nella collocazione originaria. La chiesa, citata in un documento del 1468, venne “adottata” dai nobili e dai ricchi mercanti che nel Cinquecento si erano insediati nel tratto superiore del borgo, arricchendola di dipinti e splendidi arredi.

I Santi raffigurati sono quelli verso i quali gli abitanti del borgo nutrivano particolare devozione e cioè Sant’Antonio abate dalla lunga barba, protettore del borgo, San Giovanni Battista, cui era intitolata la vicinia con l’omonimo ospedale, San Bernardino che stringe il trigramma, cui era dedicata la chiesa ed infine S. Giuseppe, il cui culto fu promosso da Bernardino.

Anche qui S. Antonio è ritratto con gli attributi ricorrenti: il bastone terminante a forma di Tau, la campanella ed infine il fuoco intuibile alle sue spalle, che allude al suo “grande Spirito di fuoco” e al suo potere taumaturgico nella cura del “fuoco di Sant’Antonio”, e che in questo caso allude probabilmente anche alla situazione di violenza che la città respirava in quegli anni.

Lorenzo Lotto, “Madonna in trono con il Bambino, i Santi Giuseppe, Bernardino, Giovanni Battista, Antonio Abate e angeli” (chiesa di S. Bernardino)

In questo meraviglioso dipinto, il tema della mediazione di Maria, comune a tante altre pale d’altare, non è mai stato descritto in modo così semplice ed efficace; la naturalezza e la sensazione di provvisorietà che si respira non rappresenta altro che l’irruzione improvvisa del divino nel mondo umano, nella vita di tutti i giorni.

Da visitare assolutamente, lasciandosi totalmente trasportare da tanta Bellezza.

 

Note

(1)  M. Fortunati, A. Ghiroldi, Bergamo, Via Zelasco, Assistenza lavori posa teleriscaldamento. Strutture di età rinascimentale e moderna, “NSAL”, 2010-2011. pp. 45-46.

Due foto attuali appartengono a L’Eco di Bergamo, che ringrazio.

Riferimenti essenziali

L’Ospedale nella città. Vicende storiche e architettoniche della Casa Grande di S. Marco, a cura di Mencaroni Zoppetti M., Per la storia dell’Ospedale di S. Marco in Bergamo. Documenti e immagini, Bergamo 2002.

“San Bernardino”, Borgo Pignolo in Bergamo: Arte e storia nelle sue chiese, Andreina Franco-Loiri Locatelli.

Cosa resta dell’ospedale di San Marco. Andreina Franco Loiri Locatelli.

Sant’Antonio abate, i suoi simboli e le origini degli ospedali Antoniani

Antonio abate, uno dei più illustri eremiti della storia della Chiesa, nasce a Coma, nel cuore dell’Egitto, intorno al 250 ca. e muore ultracentenario a Tebaide (Alto Egitto) il 17 gennaio 356. Condusse una vita anacoretica per oltre 80 anni.

Sant’Antonio raffigurato come eremita del deserto, con il bastone terminante a forma di gruccia, le Sacre Scritture in una mano ed  illuminato da un fascio di luce entro cui campeggia il simbolo del “tau”

La sua vita è nota soprattutto attraverso la Vita Antonii, scritta dal suo amico e discepolo Atanasio, vescovo di Alessandria (295-373). L’opera, pubblicata nel 357 ca. e tradotta in varie lingue, divenne popolare tanto in Oriente quanto in Occidente e diede un contributo importante all’affermazione degli ideali della vita monastica.

Antonio fu senz’altro l’esempio più stimolante e noto di coloro che instaurarono una vita eremitica e ascetica ed è considerato il caposcuola del Monachesimo, il grande movimento spirituale che vide un nuovo stuolo di cristiani desiderosi di appartenere solo a Dio e di vivere soli nella contemplazione dei misteri divini, attraverso l’eremitaggio o la vita comunitaria, espandendosi dall’Oriente all’Occidente. A due secoli dalla sua dipartita, la strada del lavoro e della preghiera avrebbe costituito la base della regola benedettina «Ora et labora» e del Monachesimo Occidentale. Del lavoro, perchè i frutti del piccolo orto coltivato nel deserto della Tebaide servirono anche al sostentamento di quanti, discepoli e visitatori, si recavano da lui per aiuto e ricerca di perfezione.

L’agiografia racconta le lotte furibonde durante le quali il santo fu più volte aggredito e percosso dal demonio, che lo tentò molto a lungo. E a lungo nel deserto lottò contro l’opportunità di una vita così solitaria, contro le visioni e tutte le tentazioni cui il demonio lo sottoponeva e che superò perseverando, seguendo l’esempio di Gesù che guidato dallo Spirito si era ritirato nel deserto “per essere tentato dal diavolo”. Era infatti comune convinzione che unicamente la solitudine permettesse all’uomo di purificarsi da tutte le cattive tendenze, personificate nella figura biblica del demonio, e diventare così una nuova creatura.

Trittico delle Tentazioni di sant’Antonio, di Hieronymus Bosch, databile al 1501 circa e conservato nel Museu Nacional de Arte Antiga di Lisbona

Per due volte lasciò il suo romitaggio per servire la comunità cristiana, sostenendo i confessori della fede durante la persecuzione dell’imperatore Diocleziano ed appoggiando sant’Atanasio nella lotta contro gli ariani. Venne poi il tempo in cui Antonio uscì e cominciò a consolare gli afflitti, ottenendo dal Signore guarigioni, liberando gli ossessi e istruendo i nuovi discepoli.
Così fra quei monti sorsero monasteri; il deserto si popolò di monaci, che sotto la guida di un padre spirituale, abbà, si consacrarono al servizio di Dio (per questo motivo Antonio è considerato il primo degli abati): essi furono i primi di quella moltitudine di uomini consacrati che in Oriente e in Occidente portarono avanti quel cammino da lui iniziato, ampliandolo e adattandolo alle esigenze dei tempi.

Il culto delle reliquie e la nascita della comunità ospedaliera degli Antoniani

La storia della traslazione delle reliquie di sant’Antonio in Occidente si basa principalmente sulla ricostruzione elaborata nel XVI secolo da Aymar Falco, storico ufficiale dell’Ordine dei Canonici Antoniani.

Dopo il ritrovamento del luogo di sepoltura nel deserto egiziano, le reliquie sarebbero state prima traslate nella città di Alessandria, nella metà del VI secolo – così come espresso da numerosi martirologi medievali che datano la traslazione al tempo di Giustiniano (527-565) –, poi, a seguito dell’occupazione araba dell’Egitto, sarebbero state portate a Costantinopoli attorno al 670.

Successivamente, verso la fine dell’XI secolo, il nobile francese Jaucelin (1), signore di Chateau Neuf d’Albon, nella diocesi di Vienne, le ottenne in dono dall’imperatore di Costantinopoli e le portò in Francia nel Delfinato.

(1) Le testimonianze più antiche identificano Jocelino come nipote di Guglielmo, colui che, parente di Carlomagno, dopo essere stato al suo fianco in diverse battaglie, si era ritirato a vita monastica e aveva fondato il monastero di Gellone (oggi Saint-Guilhelm-le-Désert).

Ambito piemontese, Traslazione delle spoglie di sant’Antonio abate (XVI secolo), affresco; Buttigliera Alta, Abbazia di Sant’Antonio Abate di Ranverso

Qui nel 1070 un suo discendente, il nobile Guigues de Didier, fece costruire nel villaggio di La Motte aux Bois (in seguito Saint-Antoine l’Abbaye), nei pressi di Vienne, una chiesa che accolse le reliquie che divennero oggetto di devozione popolare e di pellegrinaggio, soprattutto per la guarigione dal fuoco di sant’Antonio. Inizia da qui a svilupparsi il culto taumaturgico riferito al Santo.

Più tardi, nel 1083, le reliquie vennero poste sotto la tutela del priorato benedettino che faceva capo all’abbazia di Montmajour, vicino ad Arles. Soprattutto le reliquie divennero il riferimento per la fondazione del primo nucleo di quello che poi divenne un ordine ospedaliero (Ordine di Canonici Regolari sotto la regola di Sant’Agostino, ufficialmente riconosciuto da Bonifacio VIII nel 1297), la cui vocazione originaria era quella dell’accoglienza dei malati di herpes zoster (fuoco di sant’Antonio) e di ogni forma di ergotismo, in memoria delle prodigiose guarigioni operate dal Santo.

Canonico Regolare di S. Antonio de Vienne

Nel 1070, un nobile locale, Gaston de Valloire, grazie a un voto espresso per la guarigione del figlio dal fuoco di Sant’Antonio, si unì ad otto compagni e fondò una Confraternita riferita a Sant’Antonio abate e dedita presso un hospitium all’assistenza dei malati che accorrevano in pellegrinaggio. I monaci davano ospizio ai viandanti ma soprattutto assistenza ai malati e in specie crearono un centro di cura per coloro che erano affetti dal “fuoco sacro”, causata dall’ingestione della segale cornuta.

Bruegel, The beggars

Si legge nel Dizionario degli Istituti di perfezione (2) che gli ospedalieri, laici e senza chiesa, dipendevano dai benedettini dell’abbazia di Montmajour, e professavano norme di vita religiosa primitiva, governati da un gran maestro. Provenivano dalla nobiltà (solo in seguito furono accolti borghesi), si dedicavano ai poveri aiutati da donati o conversi, tra cui alcune donne.

(2) Dizionario degli Istituti di perfezione, ed. Paoline, vol. II, 1995, pp. 134-142 “Canonici regolari di Sant’Agostino di Sant’Antonio di Vienne”.

Facciata della chiesa abbaziale di Saint-Antoine-l’Abbaye, nei pressi di Vienne

Nel XIV e nel XV secolo le fondazioni antoniane si diffusero in tutta Europa, ed oltre, con una serie pressoché infinita di ospedali (370 nel XV secolo) e luoghi di culto dedicati a sant’Antonio abate.

In Italia i primi ospitali sorsero lungo la via francigena che collegava Delfinato e Italia, presso la Precettoria di S. Antonio a Ranverso in Val di Susa (ante 1188), poi a Roma, Teano e presso Napoli.

Ospedale (a sin.) e Precettoria (sullo sfondo) di Sant’Antonio a Ranverso in Valle di Susa (Piemonte)

 

Dalla Precettoria di Ranverso in Valle di Susa (Piemonte)

La popolarità e il culto per l’anacoreta egiziano si diffusero anche nella Bergamasca e in città vennero fondati dapprima, nel 1208, l’ospedale di Sant’Antonio in foris, appena fuori la porta di S. Antonio imboccato borgo Palazzo, e, verso la fine del XIV secolo, quello di Sant’Antonio “in Prato” o “di Vienne”, in luogo dell’attuale Palazzo Frizzoni: entrambi dedicati al grande abate ed entrambi con annessa chiesa.

Ex chiesa di Sant’Antonio in foris, nello slargo posto all’imbocco di via Borgo Palazzo

Il piccolo ospizio di S. Antonio in foris, eretto nel 1208 da Giovanni Gatussi di Parre, rivestirà una certa importanza sino al 1458 e cioè fino a quando, insieme ad altri dieci ospedaletti cittadini, verrà assorbito dal nuovo Ospedale Grande di S. Marco per essere poi demolito e trasformato a metà del Settecento in edificio civile; mentre la chiesa verrà utilizzata solo per celebrare la messa quotidiana dai Padri Zoccolanti del vicino convento delle Grazie, remunerati dall’Ospedale Grande di San Marco. Sarà sconsacrata nell’Ottocento ed  adibita ad uso civile.

“S. Antonio abate, titolare della Chiesa Parrocchiale dell’Hospitale Maggiore in Bergamo”. Sant’Antonio Maggiore, il grande eremita egiziano la cui devozione era legata alla cura dell’ergotismo, causato dall’ingestione di prodotti derivati dalla segale cornuta, malattia molto diffusa fra I poveri a causa della cattiva alimentazione. Anche in questa immaginetta ricorre l’immagine del Santo, diffusa dagli antoniani stessi, presentato con gli attributi di un porcellino e con un bastone terminante a forma di tau

I monaci antoniani erano facilmente identificabili dall’abito: alla sinistra del petto era appuntato un distintivo di panno celeste a forma di tau, la gruccia o furcilla alaria, detto la potenza di Sant’Antonio.

Il “Tau” appariva sull’abito dei Canonici Regolari di Sant’Antonio di Vienne, detti anche Antoniani, in un distintivo cucito in panno celeste. Probabilmente venne scelto questo simbolo perché, oltre a ricordare la croce, rappresentava la stampella usata dagli ammalati e alludeva alla parola “thauma”, che in greco antico significa “prodigio”. Secondo altre fonti, essendo la lettera tau l’ultima dell’alfabeto ebraico, essa indicava le cose ultime a cui il grande santo taumaturgo Antonio sempre pensava

Questi religiosi vivevano di elemosine e lasciti, spesso causa di abusi e scontri con gli altri ordini.

Altro simbolo dell’Ordine era la campanella, utilizzata dagli antoniani per annunciare il loro arrivo durante gli spostamenti e le questue ma anche elemento di riconoscimento per i maiali allevati dagli antoniani, che ne utilizzavano il grasso come emolliente per le piaghe provocate dal fuoco di Sant’Antonio, lasciando circolare liberamente i maiali per le strade

La ragion d’essere degli antoniani, sempre più divisi da dispute e conflittualità interne, venne meno a partire dal XVII secolo, non solo perchè da tempo si era affermato il fenomeno dell’accorpamento degli ospedali gestiti dai vari ordini, ma anche per il miglioramento delle condizioni igieniche in Europa.

Così nel 1774, due anni prima della soppressione dell’Ordine, venne decisa dal Capitolo generale degli antoniani l’unione con l’Ordine di Malta, anch’esso votato all’assistenza e alla cura dei pellegrini. Il 17 dicembre 1776 l’ordine antoniano veniva definitivamente abolito da papa Pio VI e i beni dell’ordine passarono in gran parte all’Ordine di Malta e, nel Regno di Napoli, all’Ordine Costantiniano.

I simboli di Sant’Antonio e il loro legame con i culti pre-cristiani

La malattia che l’Ordine antoniano curava in modo specifico era molto diffusa tra i poveri a causa della cattiva alimentazione: l’ergotismo, provocato dall’ingestione di segale cornuta contaminata da un fungo che sviluppava un alcaloide tossico. Sotto questa malattia ricadeva anche il meno pernicioso herpes zoster, detto anche fuoco di Sant’Antonio, che in alcuni sintomi coincideva con gli effetti dell’intossicazione.

Come emolliente per le piaghe provocate dal fuoco di Sant’Antonio gli antoniani usavano soprattutto il grasso di maiale, perciò nei loro possedimenti allevavano spesso i maiali (simbolicamente raffigurati anche nelle chiese dell’Ordine), che potevano circolare liberamente fra cortili e strade con una campanella di riconoscimento.

Abbazia di Sant’Antonio Abate di Ranverso, in Piemonte. Stadera per la pesa dei maiali

Per questo motivo, nella religiosità popolare il maiale cominciò ad essere associato al grande eremita egiziano, divenuto il patrono di tutti gli animali domestici probabilmente anche in virtù del legame sotterraneo con le feste per Cerere della  Roma pre-cristiana, quando i buoi (il “motore” dei lavori nei campi), lasciati a riposo venivano onorati e addobbati di fiori.

Dalle feste celebrate a metà gennaio nella Roma antica, Sant’Antonio ha quindi ereditato anche il bue, estendendo la sua protezione a tutti gli animali domestici, che garantiscono con il lavoro o con le loro stesse carni la sopravvivenza dell’uomo.

La tipica raffigurazione di S. Antonio circondato dagli animali della campagna, che spesso campeggia sulle porte di stalle, fabbriche ed officine, oppure viene tenuta in auto, sostitutiva degli animali da traino

Ancor’oggi il 17 gennaio si benedicano le stalle, dove sempre campeggia l’immagine del Santo e dove si ospitano tutti animali “utili”, inclusi il cane ed il gatto che caccia i topi depredatori di grano. La Chiesa li accoglie quindi per la tradizionale benedizione, e per un giorno – com’era nell’era pre-cristiana – gli animali tornano ad essere creature del Padreterno esattamente come l’uomo.

Lo stesso discorso vale per il fuoco, altro elemento  ricorrente nell’iconografia antoniana in virtù del potere taumaturgico del Santo nella cura del “fuoco di Sant’Antonio” e di quel “grande Spirito di fuoco” ricevuto dal  Santo, e sempre presente nelle molteplici forme delle narrazioni popolari scaturite  dall’immaginario collettivo.

Tra le mani di S. Antonio è spesso raffigurata una fiamma: nella Lettera 8, Sant’Antonio scrisse ai suoi: «Chiedete con cuore sincero quel grande Spirito di fuoco che io stesso ho ricevuto, ed esso vi sarà dato»

Nell’elemento fuoco si ravvisa un sottile legame con gli antichi riti propiziatori di metà inverno legati al trionfo del Sole e all’auspicio in un nuovo raccolto e volti a purificare uomini, animali e campi per favorire il rinnovamento del Cosmo in funzione della fecondazione della Terra.

Tutti elementi che rimandano alle festività pagane di metà inverno che, addomesticate e cristianizzate, sono confluite sul giorno della festa di Sant’Antonio.

In occasione della festa di S. Antonio a Novoli, in provincia di Lecce, si accende la focara, un falò enorme, il più grande del bacino del Mediterraneo, costituito da una gigantesca pira alta 25 metri e larga 20, realizzata da 70 mila fasci di vite, cui viene dato fuoco secondo precisi rituali e tradizioni. Uno spettacolo da vedere almeno una volta nella vita: l’accensione è prevista la sera del 16 gennaio, accompagnata da un grande spettacolo pirotecnico

Santa Lucia, la festa della luce, tra passato e magia

E finalmente Dicembre con la sua magia.

Il periodo dell’anno in cui ci si stringe l’uno accanto all’altro nella convivialità delle feste tanto attese e desiderate, in un tripudio di regali, luci, abbondanza e….calorie.

Da che mondo è mondo, questo è il nostro modo per celebrare il solstizio d’inverno, quel momento in cui, tra il 21 e il 22 dicembre, dopo aver toccato il punto più basso dell’orizzonte il sole ricomincia a salire, regalandoci di giorno in giorno minuti di luce che prepareranno la natura al risveglio.

Il Solstizio d’Inverno non cade sempre lo stesso giorno, ma oscilla fra il 21 e il 22 Dicembre; questo perchè noi utilizziamo un calendario chiamato gregoriano che suddivide l’anno in 365 giorni. Ma dal momento che alla Terra occorrono 365 giorni e 6 ore (circa) per completare la sua orbita attorno al sole, il disavanzo si riassesta grazie all’anno bisestile che, con l’aggiunta di un giorno in più, incorpora e integra le 6 ore lasciate indietro degli anni precedenti. Nel 2018 la data del Solstizio d’Inverno sarà dunque venerdì 21 dicembre, alle ore 22:22

Con la fine della caduta del sole, il solstizio invernale segna perciò l’inizio di una stagione che già nasconde in sé il seme della primavera.

Ed è appunto in questo periodo che attraverso i simboli legati alla alla luce celebriamo la speranza e il desiderio del risveglio: con l’albero di Natale illuminato, la stella cometa che guida i Re Magi, il ceppo che rimane acceso nella notte di Natale o con i grandi falò accesi nella festa di Sant’Antonio: tutte ricorrenze che affondano le radici nelle celebrazioni pagane legate al culto del Sole.

Verona: un maestoso falò per S. Antonio, festeggiato il 17 gennaio. L’antica usanza contadina è legata al delicato e importante momento di passaggio dal buio alla luce, dal letargo della natura al suo risveglio e alla vita 

Tra le feste situate a ridosso del solstizio d’inverno e legate alla luce,  quella di Santa Lucia è la festa per eccellenza e vedremo il perchè.

 

CHI ERA SANTA LUCIA

La futura Santa siracusana, poco più che una ragazzina, apparteneva a una famiglia benestante. Orfana di padre, era stata promessa a un concittadino pagano. Quando la mamma Eutichia si ammalò gravemente, Lucia si recò in pellegrinaggio a Catania, sul sepolcro di Sant’Agata, per invocarne l’intervento. Durante la preghiera Lucia si assopì e vide in sogno Agata dirle: Lucia, perché chiedi a me ciò che puoi ottenere tu per tua madre? Nella visione Agata le preannunciava anche il martirio e il suo patronato sulla città. Ritornata a Siracusa e constatata la guarigione della madre, Lucia le comunicò la ferma decisione di consacrarsi a Cristo e di donare tutti i suoi averi ai poveri. Il pretendente, insospettito e preoccupato nel vedere la desiderata sposa donare tutto il suo patrimonio, verificato il rifiuto di Lucia, la denunciò alle autorità romane come cristiana. Erano gli anni delle persecuzioni di Diocleziano, e questa accusa equivaleva a una sicura sentenza di morte.

Santa Lucia davanti al giudice, particolare della pala di Santa Lucia, Lotto, 1532 – Pinacoteca civica di Jesi. Secondo la Legenda Aurea la santa si era rifiutata di adorare gli idoli pagani, per questo viene portata davanti al giudice, il console romano Pascasio. La sua posa verticale inflessibile simboleggia la sua fede incrollabile

Subì un processo in cui il Tribunale non riuscì a farla abiurare in alcun modo, e resistette anche di fronte alle minacce di essere esposta tra le meretrici.  Venne decapitata o, secondo alcune fonti, uccisa con una pugnalata alla giugulare, dopo le torture atroci inflittale dal console romano Pascasio, che non voleva piegarsi ai segni straordinari che attraverso di lei Dio stava mostrando.

Il culto di Lucia quale santa patrona degli occhi e della vista, si afferma a partire dal XIV secolo, quando nell’iconografia appare l’emblema degli occhi che la Santa tiene in mano (o su un piatto, o su una coppa) e che sarebbe da ricollegarsi con l’etimologia del nome Lucia (da Lux, luce)

Le sue spoglie riposano a Venezia dal 1203, qui giunte dopo una serie di vicissitudini storiche. Dopo aver peregrinato a lungo per le chiese di Venezia, dal 1863 sono state accolte in una cappella della Chiesa di San Geremia, da quel momento intitolata anche a Santa Lucia.

Le spoglie di S. Lucia sono conservate gelosamente a Venezia da oltre sette secoli, dopo essere state cedute a Costantinopoli (1040) ed essere state riportate in Italia nel corso della quarta Crociata guidata dal Doge veneto Enrico Dandolo.  L’urna contenente le sue spoglie è stata costruita col materiale della chiesa palladiana di Santa Lucia, abbattuta nel 1861 per dar spazio alla stazione ferroviaria di Venezia, che ne conserva tuttora il nome

 

Nel 1955 l’allora Patriarca di Venezia Angelo Roncalli, futuro papa Giovanni XXIII, fece porre una maschera d’argento sul volto, per proteggerlo dalla polvere

 

SANTA LUCIA A BERGAMO 

La devozione alla Santa si diffuse rapidamente e giunse nella Bergamasca probabilmente introdotta dagli eremitani agostiniani,  che nei secoli passati officiavano nella chiesa di San Nicola da Tolentino a San Pellegrino, adiacente al loro monastero, poi soppresso (1), mentre in città la prima chiesa dedicata Santa si trovava nella Valle di Santa Lucia Vecchia accanto all’attuale Tempio Votivo, dove oggi si trova la chiesa del Santo Nome di Gesù. 

La Valle di S. Lucia Vecchia in una ripresa del 1884

In questo luogo, esterno alle muraine, sorgeva dal 1337 il convento delle Domenicane con l’annessa chiesa titolata alla santa siracusana.

L’antica chiesa di Santa Lucia nella valle di Santa Lucia Vecchia (da Diego Gimondi e Salvatore Greco, “Santa Lucia – Tradizioni brembane e siracusane“. Ferrari Editrice)

Ma a causa della posizione isolata del sito, nel 1586 le monache decisero il loro trasferimento nel monastero di S. Agata, in Contrada di Prato (attuale Piazza Matteotti), occupato fino a quel momento dalle Umiliate di S. Agata de Rasolo.

Nei pressi del monastero di S. Agata in Contrada di Prato, corrispondente all’attuale via XX Settembre

Con l’arrivo delle Domenicane, il monastero di S. Agata assunse così la doppia titolazione di Santa Lucia e Sant’Agata.

Il monastero di S. Lucia e S. Agata in Contrada di Prato, al centro dell’immagine (incisione del 1815 ca. Proprietà Conte G. Piccinelli, Milano)

 

SANTA LUCIA, LA NOTTE PIU’ LUNGA CHE CI SIA

La festa di Santa Lucia rientra a pieno titolo tra le feste situate nel contesto invernale legate alla luce, essendosi letteralmente sovrapposta alle antiche feste pagane legate al culto del Sole, celebrate il giorno del solstizio d’inverno.

Fino a cinque secoli fa infatti, prima della riforma del calendario giuliano ad opera di Papa Gregorio XIII, il solstizio d’inverno cadeva proprio il 13 dicembre, nel giorno legato alla celebrazione liturgica di Santa Lucia. La Chiesa Cattolica l’aveva posta proprio al 13 dicembre per sostituirla alle celebrazioni pagane legate al solstizio, facendo della Santa la portatrice cristiana della luce, colei che attraverso il martirio ha testimoniato il cammino della sua fede.

Nel 1582, per rimediare a certi errori di calcolo astronomico commessi secoli prima da Giulio Cesare (il “redattore” del calendario giuliano), Papa Gregorio XIII aveva dato una “sforbiciata” al calendario di una decina di giorni (2) facendo slittare in avanti il solstizio d’inverno, che dal 13 passava al 21-22 dicembre. Ma mantenendo per il 13 la festa di S. Lucia, si mantenne anche il detto popolare, che recita:

E’ così che Santa Lucia, “portatrice di luce” ha anche il grato compito di portare i doni ai bambini in molte zone d’Italia – a Bergamo, come nel bresciano, nel Trentino e nelle province di Udine, Cremona, Lodi, Mantova, Piacenza, Parma, Reggio Emilia e Verona – come dell’Austria, in Boemia e in Svezia, dove la festa della Santa, “regina di luce”, rappresenta un momento di allegria prenatalizia nel momento più buio dell’inverno nordico.

In Svezia, la Santa vestita di bianco porta una corona di candele e offre delle focaccine allo zafferano dal nome curioso: lussekatter (il gatto di Lucia)

 

LE ORIGINI DELLA FESTA

Secondo un’usanza ormai consolidata, nei giorni che precedono la festa i bambini consegnano le letterine nella chiesa della Madonna dello Spasimo in via XX Settembre – chiamata ormai da tempo “di S. Lucia” -, mentre il Sentierone si anima di bancarelle rinnovando l’antica festa che un tempo si celebrava intorno alla chiesa dedicata alla Santa.

Il rito della consegna delle letterine nella chiesa della Madonna dello Spasimo in via XX Settembre

La si incontrava in Contrada di Prato, verso la strada che conduceva al popoloso borgo di S. Leonardo, poco oltre le colonne marmoree chiamate “di Prato”.

Le colonne di Prato, poste all’altezza dell’imbocco dell’attuale via Borfuro, delimitarono il condine della Fiera dal 1620 al 1882 (disegno di G. Trécourt)

 

In Contrada di Prato, la chiesa di S. Lucia e S. Agata. Accanto, ai limiti del Boschetto di S. Marta sorgeva l’omonimo monastero, di cui è sopravvissuto solo un chiostro e, in fondo, la chiesa di S. Bartolomeo

Sul fianco della chiesa si apriva un grande portone che introduceva all’interno, sovrastato da una grande volta.

Contrada di Prato, verso S. Leonardo. La chiesa di S. Lucia e S. Agata (ex S. Antonio di Vienne) era ampia e non disadorna; era divisa in tre grandi navate con quattro pilastri centrali, aveva quattro altari e un grande coro. Le fonti parlano di pregevoli pitture di Daniele Crespi e di Cristoforo Baschenis; di pale del Cariani del Cavagna e di un quadro raffigurante S. Lucia di Giacomo Cotta (incisione del 1815 ca. Proprietà Conte G. Piccinelli, Milano)

Allora come oggi, a S. Lucia si facevano tre giorni di festa con grande concorso di folla e nei dintorni della chiesa si allestiva un mercato affollato di banchetti e bancarelle, mentre le monache distribuivano ai bambini i deliziosi biscottini da loro preparati.

L’ingresso laterale della chiesa di S. Lucia e S. Agata in un disegno ottocentesco. Da sempre in questo spazio si faceva mercato

Dietro il versamento di un obolo alle monache, i mercanti esponevano nei loro banchetti merce di ogni sorta: panni, cappelli e berrette, stoffa, merletti, guanti, tela, refe, stringhe, zoccoli, corde, fusi e rocchetti, coperte, carta per bachi da seta, manichini in pelle, calze di lana di bambagia e di stame, masserizie in legno e in ferro e, naturalmente, non mancavano sacchi di castagne.

Le contadine, racconta il Reverendo Angelini, non sono sciocche e prima di comprare esaminano a fondo e con perizia, minuziosamente, l’articolo che vogliono acquistare.

La Contrada di Prato, davanti al monastero delle SS. Lucia e Agata

Con l’arrivo dei Francesi, a fine Settecento la chiesa ed il convento vennero soppressi per poi essere acquisiti dalla famiglia Frizzoni, che li demolirono nel 1825 per costruirvi la loro residenza di città, poi divenuta sede del Municipio di Bergamo.

Piazza Cavour, Palazzo Frizzoni, attuale sede del Municipio di Bergamo, edificato tra il 1825 e il 1840 sull’area un tempo occupata dal convento di S. Lucia e S. Agata da Rodolfo Vantini

Dopo il periodo delle soppressioni, la festa venne reintrodotta nella vicina chiesa della Madonna dello Spasimo, che dopo la soppressione del 1797 era stata adibita per due anni a sala per il Circolo Costituzionale, per essere riaperta al culto grazie agli Austriaci nel 1799.

Da allora, in questa chiesa adottata come chiesa “ufficiale” di S. Lucia, si è rinnovata la straordinaria devozione alla martire, il cui simulacro è stato collocato in una cappelletta laterale che è poi l’indirizzo terrestre al quale i bambini portano le letterine nei giorni che precedono la festa.

In prospettiva, a sinistra della cortina edilizia è visibile il campanile della chiesa intitolata alla Madonna dello Spasimo, eretta nel 1592 e riedificata a più riprese sino al 1768, a spese degli abitanti di borgo San Leonardo

La leggenda popolare ha da sempre ammantato di magia quella che per i bambini è una notte speciale che li vede trepidanti nell’attesa dell’evento.

La festa di Santa Lucia in Città Alta nel 1969

 

I doni per la festa di Santa Lucia in Città Alta, nel 1968

 

La festa di Santa Lucia al Seminarino di Città Alta, metà anni Sessanta

Un tempo c’era chi preparava le scarpe pulite, sperando di rivederle ricolme di dolci l’indomani; chi andava in cerca di paglia per nutrire l’asinello; chi per ingolosirlo appendeva alle finestre dei mazzetti di carote oppure esponeva alla finestra uno zoccolo colmo di crusca per l’asinello e un bicchier d’acqua per Santa Lucia.

Accanto a tutto ciò veniva posto un lumino acceso alla finestra, ad indicare la presenza di bambini.

Ancor’oggi, i bambini pongono in tavola un po’ di cibo per l’asinello e una tazza di latte per la Santa (che l’indomani troveranno semivuota e magari con una leggera impronta di rossetto..), rinnovando a loro insaputa il rito pagano del “pegno”.

Naturalmente dovranno coricarsi presto e tenere gli occhi ben chiusi, perchè ai bambini ancora svegli Santa Lucia getterà la cenere negli occhi senza lasciare alcun regalo!

Nell’attesa tenderanno ansiosi l’orecchio per udire i campanellini che ne annunciano l’arrivo, finchè il sonno non avrà finalmente la meglio.

Ancora un secolo fa – scriveva Antonio Tiraboschi – alla vigilia della festa i bambini venivano portati a vedere “quelle due lunghe grandi fila di banchette ricoperte di dolci, di mille maniere, e fra sacchi ricolmi di noci e di castagne affumicate… Mi reco a passeggiare tra quei banchetti che, coi loro vari paramenti e con i loro tendoni illuminati di sotto producono un bellissimo effetto: mi fermo davanti a quei sacchi di noci e dì castagne, in mezzo ai quali è conficcata una candela, e mi diverto a sentire i vari inviti che dai venditori si indirizzano ai presenti: ‘I e ché i bei biligòcc de la Alota'” (3).

E cosa trovavano l’indomani i nostri nonni, fuori dalla finestra? …Beh, ben poco per la verità:

pastefrolle, caldarroste, carrube, castagne bollite, noci, nocciole, arachidi, cachi, mandarini, fichi secchi e croccanti fatti in casa con nocciole, acqua e zucchero, sandaletti, scarpe, oppure maglioni e calze pesanti di lana necessarie per l’inverno.

I regali per le bambine di solito erano bambole di legno o di pezza fatte dalla nonna, mentre i bambini trovavano giocattoli di legno come cavallini, carriole, trenini e fucili, oppure biglie e fionde.

Mentre oggi?

Beh, oggi è tutta un’altra storia.

Note

(1) Diego Gimondi e Salvatore Greco, “Santa Lucia – Tradizioni brembane e siracusane“. Ferrari Editrice.

(2) Perchè questa sfasatura? Il conquistatore delle Gallie, quando volle mettere ordine nel computo dei giorni e degli anni ad uso dei romani e dei loro sudditi, si rivolse all’astronomo egiziano Sosigene. Questi fissò l’anno di 365 giorni e sei ore. In realtà, dicono gli esperti, doveva essere di 365 giorni, cinque ore, quarantotto minuti primi e 46 secondi. Quell’errore di una dozzina di minuti fu tale da portare scompiglio nel calendario per i secoli futuri. Fu un astronomo gesuita tedesco che propose di sopprimere dieci giorni in ottobre. Perché proprio in quel mese? Perché, spiegò il gesuita, ottobre è il mese che conta meno feste religiose e anche perché gli uomini d’affari lavorano poco in quel periodo”.

(3) Antonio Tiraboschi, Manoscritto, Festività Bergamasche.

Bibliografia
P. Donato Calvi, Effemeridi Sacro Profane. 1676.
Martino Compagnoni, Folclore Bergamasco. Editrice Cesare Ferrari.
Diego Gimondi, Santa Lucia. Tradizioni brembane e siracusane, Centro Studi Francesco Cleri di Sedrina.
AntonioTiraboschi, Manoscritto. Festività Bergamasche, Biblioteca Mai.