Il Teatro Duse, un’epopea breve ma intensa

Il compianto teatro intitolato a Eleonora Duse nacque nel travagliato clima del Ventennio, durante il quale, nonostante la crisi generale e in un momento poco adatto a trovare denaro, Bergamo sentiva il bisogno di un nuovo teatro dove poter rappresentare opere liriche e lavori drammatici; un teatro che avesse minori pretese rispetto al massimo della città e maggiori agi rispetto al Nuovo.

Teatro Nuovo, edificato tra il 1897 ed il 1901 su progetto degli architetti Gattemayer ed Albini. Vi si tenevano spettacoli di prosa, cabaret e avanspettacolo e vi tennero discorsi personalità come Cesare Battisti, Gabriele D’Annunzio e Tommaso Marinetti. Venne chiuso nel 2005

L’idea della sua realizzazione era sorta nel 1925 da un gruppo di amici che aveva avviato una raccolta fondi per l’acquisto di un terreno “adatto alla bisogna”, che fu trovato alla Rotonda dei Mille, il quartiere più signorile ed elegante della città.

Via Garibaldi, ai tempi via Mazzini, nel 1920, prima della realizzazione della Rotonda dei Mille, il cui spazio circolare trova riscontri a partire dalle carte topografiche che seguono il 1914. Prima veniva segnalata la chiesa evangelica pressoché isolata con immensi appezzamenti di terreno di proprietà Frizzoni, attraversati dalla via Giacomo Morelli, che sboccava a sua volta nella piazzetta Morelli

Il gruppo, che nel frattempo si era allargato, aveva trovato considerevoli appoggi nel Consiglio di Amministrazione ed in particolare nel presidente avvocato Cavalieri, un esperto in tema di aziende teatrali, che coadiuvato da Giulio Consonno diede vita alla Società del teatro: un poderoso sforzo economico che aveva spinto “La Rivista di Bergamo” a invitare la cittadinanza ad associarsi affinché ne fosse curato ogni dettaglio.

La Rotonda dei Mille nel 1925: il teatro Duse non è ancora edificato

Il progetto fu affidato agli ingegneri Stefano Zanchi e Federico Rota e la costruzione al cavalier Donati, che si impegnarono a risolvere tutti i problemi di visuale, servizio, comodità ed acustica. La gestione del teatro fu quindi affidata a Giulio Consonno, impresario del Nuovo ed amante delle scene (nonché nonno paterno dell’attore Giulio Bosetti), che per anni aveva gestito il Donizetti.

Bergamo, 1926: alla Rotonda dei Mille sono posate le fondamenta del Teatro Duse

Nella primavera del ‘27, a lavori ancora in corso l’ampiezza della costruzione si profilava già nella sua mole imponente e al suo completamento, Bergamo si dotava finalmente di un teatro degno di una città in via di costante progresso, che, “per decoro e per ampiezza” poteva “essere invidiata da molte città superiori alla nostra per la disponibilità finanziaria e per popolazione”, sentenziava L’Eco.

Teatro Eleonora Duse, un pezzo di storia della città, nel 1930: forse la più antica in circolazione. Fu inaugurato il 24 dicembre 1927 e demolito nel 1968

La vita del teatro fu breve ma intensa, come la passionale e tormentata avventura fra la Divina e il Vate, Gabriele D’annunzio, che suggerì l’intitolazione a Eleonara Duse, attrice simbolo del teatro moderno.

Teatro Duse, 1931

L’INAUGURAZIONE

L’inaugurazione, sul finire del 1927, fu preceduta da un mare di polemiche: le opere da rappresentare, in serate diverse (24, 25, 26 e 27 dicembre) erano tutte di D’annunzio (La figlia di Iorio, La fiaccola sotto il moggio, Parisina e Francesca da Rimini) e tutte messe “all’indice” perché erano considerate immorali ed offendevano fortemente la coscienza dei cattolici. La scelta poi di effettuare l’inaugurazione la vigilia di Natale, rendeva il contrasto ancor più manifesto.

Fu dunque la Voce di Bergamo a descrivere la serata dell’inaugurazione, durante la quale la sala presentò un magnifico colpo d’occhio: le poltrone erano occupate da quanto di più eletto e aristocratico contava la città – il fior fiore – ed erano presenti molti critici di giornali nazionali. Alle 21 in punto l’orchestra intonò la Marcia Reale e Giovinezza, ascoltate in piedi e calorosamente applaudite dal grande pubblico della platea e delle logge. Tra un atto e l’altro il pubblico si scambiava le impressioni su nuovo teatro – tutte favorevoli -, distribuito negli ampi corridoi, nella sala per fumatori e nel buffet.

Il foyer del teatro Duse

Solo un neo, ma enorme: l’acustica. Che comunque non impedì il susseguirsi di famose stagioni liriche, concerti, operette, spettacoli musicali vari e di prosa.

La lirica debuttò subito dopo le opere dannunziane con le due opere in cartellone, l’Aida e La Bohème, opere affascinanti, degne di una vera inaugurazione tanto da gareggiare con quelle che si davano al Donizetti ed in grado di penetrare nell’animo popolare per la ricchezza del sentimento e per la “provata teatralità”. Il maestro direttore e concertatore era Mario Terni, forte di un glorioso passato in molti teatri.

“Soprattutto da non confondere con quelli fin qui offerti abitualmente, in modo improvvisato, al Nuovo”, scriveva L’Eco.

E fu un successo strepitoso.

IL TEATRO

Un teatro splendido, fra i più grandi d’Italia, ricavato in un palazzo alto 26 metri e presentato alla vigilia dell’inaugurazione come rispondente ai migliori criteri di modernità e di sfruttabilità. E ciò a partire dalla notevolissima capienza: un’ampia platea con due “barcacce” e doppio ordine di logge e galleria, per oltre 2500 posti a sedere (stimati sino a 2700) fra poltrone e sedie e circa 300 posti in piedi.

Il Duse era il secondo teatro di Bergamo, dopo il Donizetti. Imponenti le sue dimensioni: 18 metri di larghezza, 25 di profondità e 25 di altezza. La platea era ampia, capace, sobriamente decorata e illuminata con un che di riposante ed intimo, che invitava al raccoglimento. Era capace di 550 comode poltroncine numerate, mentre altre 400 stavano nella prima galleria, la maggior parte senza sovrapprezzo e libere al pubblico; la seconda galleria aveva posti numerati al centro, mentre il loggione era completamente libero

Il palcoscenico, spaziosissimo, disponeva di tutti i moderni mezzi di illuminazione, di montaggio e scarico delle scene. i camerini per gli artisti, comodi e aerati, erano muniti di impianti sanitari quali si convenivano in ogni miglior teatro. I sistemi di riscaldamento e di areazione erano attualissimi ed anche l’illuminazione rispondeva ai più moderni criteri artistici dell’epoca. “Chi visita il teatro non può non provare un senso di ammirazione ed esserne letteralmente affascinato”, scriveva ancora L’Eco.

Concorso GIL FP V – 14 ottobre 1941

SERATE DI GLORIA

Data la scatola scenica, il Duse era in grado di ospitare qualsiasi spettacolo e poté annoverare non poche serate di gloria, che alla fine del Novecento facevano ancora rimpiangere calde lacrime a Mimma Forlani – ma ovviamente non solo – per la sua distruzione: “Qui vi era una stagione lirica, qui arrivarono le vedette del varietà, qui nel 1933 danzò e cantò la mitica Josephine Baker; qui i bergamaschi ascoltarono la prima esecuzione in Italia della Rapsodia in blu di Gershwin e qui diedero l’addio al grandissimo giocoliere Enrico Rastelli.

Al teatro Duse, a pochi passi dalla villa di Enrico Rastelli, giocoliere di fama mondiale, si tenne l’ultimo spettacolo dell’artista, scomparso trentaquattrenne nella notte fra il 12 e il 13 dicembre 1931 nella sua casa di via Mazzini, ora Garibaldi, poche ore dopo lo spettacolo. Nell’immagine, il corteo funebre in partenza dalla villa di Rastelli

Giulio Consonno, impresario del teatro, si avvalse per gli spettacoli della consulenza e dell’appoggio dell’illustre Suvini Zerboni di Milano, società che deteneva i maggiori teatri della città meneghina, di Roma e Pavia, e i cui rapporti con la società degli autori erano tali da assicurare a Bergamo, al pari delle città più importanti, il migliore e più aggiornato repertorio drammatico italiano e francese, con la minor spesa.

Vi si esibirono artisti del calibro di Tito Schipa, considerato tra i maggiori tenori di grazia della storia dell’opera, la soprano e attrice Margherita Carosio, la mitica Paola Borboni e Alberto Semprini, pianista e direttore d’orchestra inglese naturalizzato italiano, mentre nel 1938 Gianandrea Gavazzeni vi diresse l’orchestra della Scala per commemorare Antonio Locatelli.

Gianandrea Gavazzeni

Memorabile la serata del 17 aprile 1934, quando il compositore bergamasco Giuseppe Carminati, “un bergamasco puro sangue, del contado”, presentò coraggiosamente in anteprima mondiale l’opera Il Corso, attesissima in città e  seguita sin dalle prove dai quotidiani cittadini, di cui il critico Pinetti ebbe a dire fosse “scritta tutta di getto: con il cuore….. col solo intento di piacere al pubblico e prima di tutto al pubblico bergamasco”.

Impegnato a concertare l’opera il maestro De Vecchi, con un ottimo complesso orchestrale di 50 elementi e con artisti di non comune rinomanza, come il tenore Vito Binetti, il soprano Delia Sanzio, il baritono Angelo Pilotto, il basso Romeo Molisani, il mezzosoprano Rina Gallo e il baritono bergamasco Igilio Caffi.

Teatro Duse, 1938

Nel 1930 andò invece in scena una delle operette più famose, Il cavallino bianco, con la compagnia di Arturo ed Emilio Schwarz e fece letteralmente impazzire Bergamo: scesero anche dalle valli e salirono dalla Bassa per godersi quello spettacolo di lusso.

Da allora e per diversi anni l’operetta è stata di casa al Duse; in particolare con gli spettacoli della compagnia formata da Nora De Rios (ballerina, attrice e cantante) e da Nino Gandusio (capocomico brillante e pirotecnico vissuto nei suoi ultimi anni a Bergamo): una coppia dal vastissimo repertorio, ideale per questo genere teatrale.

Al piano terra, lungo via Crispi, c’era il bar del teatro, con annesso distributore di benzina, di quelli con la pompa a mano

Le storie del teatro ricordano poi che il Duse ha ospitato spesso manifestazioni di un’arte, quella oratoria, divenuta poi appannaggio dei talk show televisivi. In particolare sul suo palcoscenico sono passati tutti i maggiori uomini politici della primissima Repubblica, da Giuseppe Saragat a Giovanni Malagodi, Palmiro Togliatti, Pietro Nenni, Ugo La Malfa, Arturo Michelini…. ma non solo.

Riunione fascista al teatro Duse, nel 1941

Ma nel 1928, poco dopo la sua inaugurazione, al Duse era stato portato persino il circo, a Bergamo sempre gradito e tanto atteso. Era il Circo Equestre Fratelli Cristiani, che segnò l’inizio della rappresentazione con capriole, salti mortali, schiaffi, pedate, lazzi e grida di clown e nani; poi apparvero il grande giocoliere inglese Kremberser, le originali danzatrici auree che saltavano su un filo, una briosa cavallerizza spagnola, gli acrobati, tre bravissimi fratelli somiglianti “come gocce di rugiada”, i cani ammaestrati e le belve.

Era previsto che nel maggio del 1950 Duke Ellington si esibisse con la sua orchestra al teatro Duse, ma resta ancora da chiarire se si trattasse del Duse di Bergamo o del Duse di Bologna. In ogni caso a Bergamo il concerto non ebbe luogo. Ma a ricordo è rimasta la locandina

Un cenno particolare, secondo le cronache merita anche un cantante di secondo piano, Antenore Reali, perché fu abile a ridurre al minimo l’inquietudine del pubblico in platea e nelle gallerie in occasione del terremoto che la sera del 15 maggio 1951, con due forti scosse, sgomentò la città.

Bergamo – Rotonda dei Mille e Teatro Duse, 1935. Alla Rotonda dei Mille convergono vari raggi stradali dai nomi garibaldini: la via Vittore Tasca, che parte da viale Vittorio Emanuele, tratteggiata nel piano regolatore e indicata nella carta del 1912 dall’ingegner Fuzier; la via Francesco Crispi, che parte da Piazza Matteotti; la via Daniele Piccinini da via Borfuro; la via Garibaldi e la via Francesco Cucchi, che parte da via S. Benedetto.

GLI INCONTRI DI PUGILATO AL DUSE

A lungo furono di casa, al Duse anche gli incontri di boxe, e ciò a partire dal novembre del 1928: una tradizione ereditata dal teatro Nuovo, dove il primo incontro risaliva al 1913. Incontri di pugilato si tenevano anche presso la “sala Vittoria” in piazza S. Spirito, nella palestra dell’Atalanta in via Verdi, al Teatro Sociale, al cinema varietà Augusteo in via Anghinelli (Borgo Palazzo) e al Teatro Minerva del dopolavoro Ferrovieri.

L’insegna dello scomparso teatro Augusteo in via Borgo Palazzo. Il teatro si trovava in via Anghinelli 

Tra l’altro, nei sotterranei del Duse c’era una palestra di pugilato, a spese della Bergamo Boxe, una società fatta nascere da Anselmo Ravanelli – delegato provinciale della federazione di pugilato – con il determinante appoggio finanziario di Giulio Balzer. A carico della società e grazie al sostegno di ditte bergamasche vi era anche la voce “spese varie” per aiutare economicamente i giovani pugili, bravi ragazzi per lo più di umile famiglia, che la Società contribuiva a mantenere “sulla retta via”, in quel momento storico particolare.

Una rara immagine del Teatro Minerva del dopolavoro Ferrovieri, presso la Stazione di Bergamo, datata 14 ottobre 1938. Nel locale, noto come Piper negli anni ’60, quand’era assai frequentato come balera, si tennero in precedenza incontri di pugilato. Fra i componenti dell’orchestra jazz ritratti in fotografia, alla tromba il signor Luigi Nessi, che al “Minerva” aveva suonato anche per l’orchestra di Gorni Kramer (per gentile concessione della figlia, Laura Nessi)

Negli anni Trenta sul ring del Duse debuttò il sedicenne Aldo Minelli, fratello del più famoso Livio, e una schiera di sostenitori di Boccaleone fece un tifo assordante; il pugile è ricordato anche in una serata dove il teatro fece sold out con un gran tifo dal loggione, tanto che alle due di notte c’era ancora gente che commentava l’incontro all’esterno del teatro.

Il fratello, Livio Minelli, vi aveva debuttato da professionista nel 1940, portando a Bergamo il titolo Europeo ed Italiano dei pesi Welter il 4 marzo del ‘49 per poi partire per una tournée negli Stati Uniti.

Il pugile Livio Minelli

GLI INQUILINI DEL PALAZZO (E UN GIORNO SPUNTO’ TOTO’)

L’attore Giulio Bosetti, nipote del cavalier Giulio Consonno, era nato proprio in un appartamento del palazzo che ospitava il teatro, il 26 dicembre del 1930, a tre anni esatti dall’inaugurazione. Da bambino seguiva tutte le compagnie che suo nonno portava a Bergamo: da Ruggero Ruggeri a Elsa Merlini, da Renato Cialente a Dina Galli e alla Wandissima della rivista: ovvio che avesse il teatro nel DNA, mentre il fratello, avendo scelto la carriera di medico, nei primi anni Cinquanta andò in Corea come volontario.

Accanto all’appartamento dei Bosetti, al primo piano, c’era quello del nonno, Giulio Consonno.

Giulio Bosetti, scomparso il 24 Dicembre 2009. L’attore, nipote dell’impresario teatrale  del Duse, Giulio Consonno,  era nato in un appartamento del teatro il 26 dicembre del 1930

Alla fine del Novecento ingegnere in pensione, da bambino anche Mario Casirati ha abitato nel palazzo del Duse, al terzo piano: dal 1939 alla demolizione dell’edificio, con una parentesi nel ‘43, quando dovette sfollare con la famiglia perché l’appartamento era stato requisito dai tedeschi.

Il suo primo lavoro di ingegnere lo fece calcolando i cementi armati della doppia rampa del parcheggio aereo del nuovo edificio che prese il posto del Duse.

Alcune finestre davano su via Crispi, la sala aveva un balcone che si affacciava sul parco di palazzo Frizzoni, con le scuderie non ancora abbattute, mentre sull’allora via Mazzini, oggi Garibaldi, v’era uno splendido colpo d’occhio su Città Alta.

Veduta verso la fiera e il parco di palazzo Frizzoni, con a margine la chiesa evangelica

Proprio la finestra della cucina dava sul monumento a Garibaldi. “Nata in Piazza Vecchia con il monumento a Garibaldi sotto casa, mia mamma se lo ritrovò di nuovo sotto casa quando nel 1939 si trasferì nel palazzo del Duse”.

Il monumento a Giuseppe Garibaldi venne trasportato da Città Alta alla Rotonda dei Mille, il 20 settembre del 1922, tolto da Piazza Vecchia, dove era stato posto il 15 settembre 1885

Sempre al terzo piano abitavano il dottor Giraldi, presidente del tribunale, e i proprietari del bar.

Isaia Bramani con la moglie, Pierina Locatelli, in sella al suo sidecar Frera, davanti al Bar Duse da lui gestito negli anni Trenta 

Al piano di sotto c’erano la famiglia del dottor Elio Leni e due sorelle sarde, le signorine Batzella: Maria era un’apprezzata e temuta insegnante dell’Esperia. Parenti di Saragat, il 26 dicembre del ‘64 avevano festeggiato l’onorevole, eletto presidente della Repubblica.

L’ingresso agli appartamenti era in via Crispi; alle scale si accedeva attraverso una porta che si apriva nel lungo “corridoio” che metteva in comunicazione con il palcoscenico per lo scarico e il carico del materiale di scena.

Nel corridoio, dai ragazzini chiamato pomposamente “cortile”, si giocava a pallone: a Mario Casirati, unico maschio della cricca, si aggiungevano le due figlie del portiere, la figlia del Cavalier Consonno, le tre figlie del dottor Leni e le tre figlie – un po’ più grandicelle – del proprietario del bar, cui si aggregavano spesso le tre figlie del dottor Ciabò, che abitavano all’angolo di via Tasca con via Cucchi: tutte costrette a giocare a pallone dal Casirati, che nel frattempo era diventato abilissimo nel lavorare a maglia (!).

Un giorno…

“…stavamo al solito giocando al pallone quando nel “corridoio” passò Totò per raggiungere il palcoscenico. Si fermò e scambiò con noi un paio di calci al pallone, che in realtà era una palla di gomma. A un certo punto Totò ‘inventò’ una rovesciata volante e spedì la palla nelle scuderie di palazzo Frizzoni. Toccò poi a me andare a recuperarla affrontando gli arcigni e temutissimi vigili urbani di guardia alla sede municipale”.

Negli anni Trenta, in un appartamento del palazzo risiedeva anche l’ingegner Arturo Scanzi, direttore o gestore del teatro Duse, con la moglie Maria Paganoni e i figli Marialuisa (nata nel 1920) e Claudio.

La famiglia Scanzi al completo, con l’ing. Arturo Scanzi, la moglie Maria Paganoni e i figli Marialuisa e Claudio. L’ingegner Scanzi gestì o diresse il teatro Duse negli anni Trenta, finché non si trasferì con la famiglia nella vicina via Cucchi. Uomo poliedrico ed estremamente attivo, fu anche anche costruttore e dopo la guerra aprì una libreria (Foto A. Taramelli. Per gentile concessione di Antonella Ripamonti)

L’ing Scanzi, sin dalla sua apertura nel 1922 deteneva anche la proprietà del Cinema Diana, le cui locandine per un certo periodo rivestirono interamente la facciata del palazzo che ospitava il Duse.

Pubblicità di film programmati al Cinema Diana sulle pareti del Teatro Duse alla Rotonda dei Mille, nel 1949

In seguito la direzione del Diana passò al marito di Marialuisa, Gianfranco Ripamonti, poi divenuto direttore del Cinema Centrale, chiuso negli anni ‘70.

Il Cinema Diana, in via Borfuro, nel 1969. La gestione del Diana dalla fine degli anni Sessanta passò all’ECI (Esercizi Cinematografici Italiani), sino alla definitiva chiusura nel 1977. La consorte dell’ingegner Scanzi, Maria Paganoni, essendo fervente cattolica e molto vicina ai Padri Domenicani non voleva che il Cinema Diana funzionasse il venerdì Santo e fece in modo che per quel giorno restasse sempre chiuso per permettere anche al personale di seguire le funzioni religiose (da una conversazione con Antonella Ripamonti)

La figlia di Marialuisa, Antonella Ripamonti, racconta che dall’appartamento si accedeva al teatro ed era possibile vedere il palcoscenico, ma che i genitori facevano in modo che la porta restasse sempre chiusa per evitare che la ragazzina potesse assistere a peccaminosi spettacoli di varietà. La ragazza però, con alcune compagne di scuola aveva trovato un modo per guardare di nascosto attraverso un buco nella porta, e quando la tresca fu scoperta venne punita adeguatamente dai genitori.

FRA DECLINO E MOMENTI DI GLORIA

Dopo aver ospitato a lungo opere liriche e spettacoli di prosa, cominciò un lento declino, ma ancora con bagliori violenti, tanto che l’anno di grazia arrivò nel 1963, quando la chiusura del Donizetti per lavori di ristrutturazione portò al Duse i migliori spettacoli lirici.

Formidabili colpi di coda fra le migliori rappresentazioni di prosa, incontri di pugilato e avanspettacoli con cinema e varietà, chiaro sintomo di decadenza, che contrassegnò gli ultimi giorni di vita del teatro, ormai additato con la la pessima reputazione di “tempio del peccato”.

Il Teatro Duse in una immagine del 1955 (per gentile concessione di Antonella Ripamonti). Nel 1958, dieci anni prima della demolizione, sul palcoscenico del Duse Primo Carnera, il leggendario campione del mondo dei massimi negli anni Trenta, concluse la carriera di lottatore alla quale si era dedicato dopo aver abbandonato la boxe

Soprattutto famoso il Duse, negli anni ‘50/’60, per le riviste con Carlo Dapporto, Walter Chiari, Totò, Renato Rascel, Macario, la Wandissima e tante altre vedettes, ai tempi in cui le soubrettine venivano chiamate “donne di spolvero” per l’eleganza e la presenza scenica.

Il Duse è stato il teatro dei grandi spettacoli di rivista all’epoca di Walter Chiari, il protagonista del “Sarchiapone”, affiancato dalla sua storica ”spalla” Stella Maris (al secolo Ilvea Benatti), che ancora ricorda la platea bergamasca come la più calorosa, e amante delle riviste

Nell’ultimo periodo, all’uscita degli “artisti” non era infrequente che si appostasse il gruppo dei vitelloni, allora assai noto in città, per attendere le girls del balletto; otto ragazze (alcune anche donne mature) che senza il cerone sul viso, senza le lunghe ciglia finte, senza il rossetto marcatissimo, senza l’ombretto attorno agli occhi, senza – a volte – la parrucca bionda e senza la luce dei riflettori, erano per lo più una delusione.

Ad accompagnarne il declino, le proiezioni cinematografiche ricordate da Giorgio Bocca, quando il sabato sera e la domenica i valligiani calavano al cine-teatro, “dove i programmi variavano su un unico tema: ‘Baraonde di donne capovolte in trasparenza’. ‘Atomicamente nude’. ‘Nudevolissimevolmente’. ‘Grazia Yunko nei sexy peccati capitali’. E altre follie” (1).

Per un certo periodo I film venivano proiettati poco prima che si alzasse il sipario per una Lucia di Lammermoor.

VERSO LA FINE

Fra un lento declino e formidabili colpi di coda, il Duse abdicò ufficalmente con la rappresentazione serale della domenica che precedette il 4 marzo del 1968, La signora è da buttare, con Franca Rame e Dario Fo.

Con un titolo a caratteri cubitali “L’Eco” ne annunciava la scomparsa aggiungendo: “E’ l’ultima volta che vediamo la facciata del Duse, di questo vecchio edificio che la rapida trasformazione della città ha da tempo condannato”: una facciata che sul finire del Novecento Luciano Andreucci descriveva con toni nostalgici (“di colore grigio, austera, sobria, elegante, ornata con decorazioni in bassorilievo, per un palazzo di notevole pregio artistico e architettonico”), ma che altrove era considerata un esempio piuttosto scolastico di struttura neoclassica, dall’aspetto di insieme triste e dimesso, più che severo e importante, come forse era nell’intento dei suoi progettisti.

In quei giorni si stavano innalzando le impalcature che presto avrebbero coperto la vista del teatro, sulla cui area sorse quell’edificio avveniristico dalle ampie superfici vetrate, sorto due anni dopo prendendo il nome dal vecchio teatro e fra mille polemiche, in quanto per molti non armonizzava con l’aspetto degli altri edifici.

Il teatro Duse venne demolito nel 1968, per essere sostituito dall’attuale edificio di architettura “Brutalista”, con parcheggio aereo e un cinema sotterraneo, opera degli architetti Giorgio Zenoni, Giuseppe Gambirasio e Walter Barbero. Il monumento di Garibaldi continuava a fare bella mostra di sé nel bel mezzo della rotonda alla fine del Novecento, benché qualcuno già pensasse fosse ora che cambiasse aria, assediato com’era dalle auto e declassato a spartitraffico: una fine davvero ingloriosa per uno dei grandi protagonisti del Risorgimento, come lamentavano alcuni

Agli inizi di marzo vennero rimosse quasi tutte le strutture del palcoscenico e buona parte delle poltrone della platea. In seguito si diede il via alla vera e propria demolizione. Senza pietà.

Il Duse chiudeva così definitivamente i battenti dopo oltre quarant’anni di onorata attività; una decisione presa da tempo. La sua abdicazione lasciava la bocca amara a coloro che fino a pochi anni prima avevano vissuto i suoi momenti gloriosi e che ricordavano il suo ruolo importante nella storia della musica e della prosa bergamasca, il tempo il cui il teatro ospitava i più rinomati circhi equestri e le personalità più famose del mondo dello spettacolo, dello sport, della politica.

Scriveva indignato e perplesso un lettore del Giornale di Bergamo al direttore prima della demolizione: “Ma proprio nessuno difende ‘sto teatro? E non c’è forse una legge che tutela i teatri nelle città? Nessuno però se ne interessa, in testa sindaco, assessori e consiglieri comunali”.

Il teatro Duse alla Rotonda dei Mille. Quando ne fu decisa la sua demolizione, per far posto a un supermoderno caseggiato, mezza città insorse. Inutilmente. Negli ultimi suoi tempi era diventato il regno dell’avanspettacolo (Archivio fotografico – Fondazione Bergamo nella Storia)

Contro la demolizione protestò anche un collaboratore de L’Eco, Guerrino Masserini, che chiedeva “perché mai tocca al bel palazzo del teatro d’essere abbattuto quando ci sono, anche vicinissime (come nelle vie Sant’Orsola e Borfuro ndr), tante case a un piano cadenti e in cattive condizioni. E poi finiamola di definire ‘vecchio’ questo teatro! Ha da poco superato i quarant’anni, non già i cento! Ma è ora di dare del ‘vecchio’ a tutto ciò che si avvicina al mezzo secolo”.

Alcune delle costruzioni che gli erano sorte attorno nello stesso periodo vennero demolite nel quadro di un piano di riordino urbano facente capo al neoclassico Palazzo Frizzoni (oggi sede municipale), ideato per portare a compimento l’isolato a cavallo tra via Garibaldi e il Sentierone.

Guardate che meravigliosa palazzina c’era alla Rotonda dei Mille: demolita (!) per innalzare un anonimo palazzo condominiale con bar e negozio di parrucchiere sulla strada

Ma furono in molti a rimpiangere la sua perdita e ancor’oggi il suo ricordo è evocato con tanta nostalgia.

 

Note

(1) Giorgio Bocca, Fratelli Coltelli. 1934-2010. L’Italia che ho conosciuto. Feltrinelli.

Riferimento principale

“Il Novecento a Bergamo – Cronache di un secolo”. Di Pilade Frattini e Renato Ravanelli. A cura di Ornella Bramani – Vol. II. UTET. Anno 2013.

Gaetano Donizetti (la vita, le opere) e la sua ultima dimora: palazzo Basoni Scotti

Gaetano Donizetti, Carte de visite, 1848. Il bergamasco in assoluto più celebre, si è distinto per l’ispirazione ricca, che gli ha permesso di scrivere alcune tra le pagine più belle del repertorio lirico di ogni tempo. La sua musica si colloca nel clima del grande romanticismo europeo

La prima e più certa notizia che si ha sulla famiglia di Gaetano Donizetti appare nello Status Animarum della parrocchia di S. Grata inter vites di Borgo Canale, dov’egli viene battezzato il 3 dicembre.

Borgo Canale, luogo natale di Gaetano Donizetti, appena fuori le mura veneziane (Racc. Gaffuri)

Da questo documento risulta che Ambrogio Donizetti, nonno di Gaetano, negli anni compresi tra il 1779 e il 1785 abita in ædibus Milesi, in prossimità della parrocchia. Non è chiaro nè l’anno nè il luogo della sua nascita, ma Ciro Caversazzi, che compone la tavola genealogica della famiglia Donizetti – esposta al Museo Donizettiano – afferma che sarebbe nato nel 1732.

La casa natale di Gaetano Donizetti, oggi adibita a Museo, in via Borgo Canale; dal lato opposto l’edificio è rivolto su via degli Orti, in affaccio alla pianura (immagine datata 1910)

È certo invece che Ambrogio Donizetti convola a nozze due volte, dapprima con Rosalinda Cereda e, dopo la morte di questa, con Maria Gregis. Dalla prima ha quattro figli, tra i quali è compreso Andrea, futuro padre di Gaetano; dalla seconda, nove. Andrea, quarto figlio di Ambrogio nato il 20 dicembre 1765, si unisce in matrimonio il 1° febbraio 1786, a 21 anni non ancora compiuti, con Domenica Nava, sua coetanea e concittadina. Dalla loro unione nascono sei figli: Giuseppe (1) (1788-1856), anch’egli musicista, Maria Rosalinda (1790-1811), Francesco (1792-1848), Maria Antonia (1795-1823), Domenico Gaetano Maria (1797-1848) e Maria Rachele (21 marzo- 5 aprile 1800).
Gaetano è dunque il quinto figlio di Andrea e Domenica.

(1) Corista in S. Maria Maggiore e nei teatri cittadini, nel 1815 entrò nell’esercito del Regno di Sardegna come capomusica. Assunto come «Istruttore generale delle Musiche Imperiali Ottomane», rimase a Costantinopoli fino alla morte (1856) essendo stato nominato pascià, colonnello onorario della Guardia Imperiale Ottomana, e generale di brigata dal successore di Mahmud II, il sultano Abdul Medjid.

Borgo Canale da via degli Orti

All’epoca della nascita di Gaetano, da non molti mesi Bergamo non apparteneva più alla Repubblica veneta di S. Marco. Dopo un dominio durato ininterrottamente per quasi tre secoli, con la prima campagna napoleonica d’Italia la città era entrata a far parte della Repubblica Cisalpina. Gaetano nacque dunque cittadino di questo recentissimo stato, poi divenuto Repubblica Italiana (1802-1805), e infine Regno d’Italia (1805-1814), sempre con a capo Napoleone.

Via degli Orti nel Borgo di Canale

 

Via degli Orti. La camera dove nacque il Maestro è al piano terra, sotto l’arco di sinistra

Verso la fine del ‘700 risiedono in Borgo Canale numerose famiglie di tessitori; anche Andrea – il padre di Gaetano – è operaio nel settore.

Nel 1808 Andrea, assunto in qualità di custode e portinaio del Monte di Pietà di Bergamo, sito in Piazza Nova (l’odierna piazza Mascheroni), si trasferisce con la famiglia in un nuovo alloggio nelle vicinanze del luogo di lavoro, lasciando quindi la vecchia casa di Borgo Canale.

La torre d’accesso alla Cittadella viscontea, in Piazza Nova, oggi Mascheroni, già Mercato del Lino (Racc. Gaffuri)

Anche la moglie Domenica collabora nel sostentamento della numerosa famiglia: nel 1816 figura nei protocolli della Congregazione di Carità come cucitrice, lavoro svolto insieme alle due figlie sopravvissute.

Piazza Nova, oggi Mascheroni, già Mercato del Lino. Nel 1808 le condizioni di vita della famiglia cominciano a migliorare: i Donizetti si trasferiscono al numero 35 di piazza Nova, oggi Piazza Mascheroni. Il civico dovrebbe corrispondere all’odierno 8, attualmente occupato dall’hotel Relais San Lorenzo, unico a cinque stelle di Bergamo

Per i tre maschi papà Andrea nutre qualche ambizione; per Gaetano aspira addirittura agli studi di giurisprudenza, se dobbiamo prestar fede a una lettera spedita dal compositore all’impresario Alessandro Lanari il 6 agosto 1833: “… sappi che io […] doveva far l’avvocato e per quella via m’incamminarono li miei genitori….”.
In un primo tempo, infatti, Andrea si oppone alla decisione del figlio di intraprendere la carriera teatrale, ma successivamente se ne convince, regalando al figlio, in segno di riconciliazione, il raschietto d’osso oggi esposto in una vetrina del museo.
I due genitori muoiono a poche settimane di distanza l’uno dall’altro: il padre il 9 dicembre 1835, per affezione tubercolare, mentre la madre il 10 febbraio 1836, per insulto apoplettico.

Gaetano fanciullo

Donizetti, impossibilitato a seguire personalmente le esequie, incarica l’amico Antonio Dolci di tutte le cure e spese necessarie che valgano a dimostrare la gratitudine di un figlio.

 

FORMAZIONE E APPRENDISTATO (1806-1821)

Giovanni Simone Mayr Compositore bavarese (1763-1845), è maestro di cappella della basilica di Santa Maria Maggiore di Bergamo (1802) e fondatore delle Lezioni caritatevoli di musica (1806) e dell’Unione Filarmonica (1823). Maestro di Donizetti dal 1806 al 1815, è tra i primi in Italia a studiare a fondo le opere di Haydn, Mozart e Beethoven e a promuoverne appassionatamente le esecuzioni. Notevole importanza riveste la sua produzione di musica sacra (Messe, Vespri, Oratori…)

Dobbiamo in massima parte a  Johann Simon Mayr (Mendorf, Baviera, 1763 – Bergamo, 1845), compositore e didatta di fama europea, se il genio di Donizetti si è potuto esprimere al meglio.
Le Lezioni Caritatevoli di Musica, da lui fondate nel 1806 (2), sono una scuola professionale con scopi benefici, germinate dallo spirito riformatore ed egualitario dell’illuminismo e della massoneria (eretta dunque nel quadro delle attività assistenziali promosse dal governo dopo la caduta degli antichi regimi e la nazionalizzazione dei beni ecclesiastici) di ispirazione romantico-risorgimentale (Mayr, dalla documentazione di polizia, ne risulta iscritto).
Le Lezioni Caritatevoli di Musica sono di fatto il primo conservatorio di musica dell’allora Regno d’Italia (3).
Con questi principi Mayr intende, oltre che dare un’istruzione e quindi un futuro ai figli delle classi meno abbienti, fornire di validi cantori professionisti la cappella musicale della Basilica di S. Maria Maggiore, da lui stesso diretta.

(2) A questo impiego stabile, Mayr affiancò quello parallelo di operista, che lo portò a Venezia, Milano (1800-1814) e in altre città del Regno d’Italia, nonché a Trieste (1801), Vienna (1802-1803), Roma (1808), e soprattutto a Napoli (1813-1815 e 1817). Nel 1807 ebbe da Napoleone la proposta di diventare «maestro e direttore del teatro e de’ concerti» della corte imperiale. Fino all’avvento di Rossini, Mayr senza dubbio fu il più stimato operista attivo in Italia.
(3) L’eccellenza dei risultati raggiunti dalla scuola di Bergamo poté essere constatata nel 1811 anche ad altissimo livello politico: dopo aver assistito in forma ufficiale ai suoi saggi finali, i ministri dell’Interno e della Pubblica Istruzione del Regno d’Italia ne trassero la convinzione che i metodi didattici mayriani dovessero venire adottati in tutto lo stato.

Basilica di S. Maria Maggiore (Racc. Gaffuri). Donizetti frequenta per nove anni (1806-1815) le Lezioni Caritatevoli di Musica, volute da Giovanni Simone Mayr per fornire di validi cantori professionisti la cappella musicale di S. Maria Maggiore. La basilica custodisce le loro spoglie

Il regolamento della scuola prescriveva infatti, quale ineluttabile condizione, il possedere una “bella voce” adatta al coro di voci bianche per le funzioni religiose che avevano luogo in basilica. Donizetti fanciullo, quando nell’aprile 1806, accompagnato dal padre, chiede di esservi ammesso, non possiede una gran bella voce, se la commissione esaminatrice così lo giudica: “Ha buon orecchio, la voce non è particolare e sarebbe admissibile per la prova de’ tre mesi” (4).
Nel primo rapporto sull’andamento scolastico, datato 13 settembre 1806, Mayr, pur riconoscendo diligenza, buona disposizione e progressi nella lettura musicale, conferma che la voce è difettosa di gola. Passati i tre mesi di prova, il maestro bavarese, che già intuisce il talento del ragazzo, fa ogni sforzo per trattenerlo in scuola, anche se in contrasto col regolamento da lui stesso dettato: permette così al promettente allievo di rimanere alle Lezioni Caritatevoli per ben nove anni, sino all’ottobre 1815. Questo è infatti l’anno che segna il primo distacco del giovane Donizetti dalla città natale.

(4) Gaetano Donizetti si preparava ad affrontare la professione musicale in qualità di cantante, esibendosi nelle cerimonie religiose che si svolgevano in S. Maria Maggiore, nei saggi pubblici di fine anno scolastico (iniziati nell’agosto 1808 con La creazione di Haydn, e poi proseguiti anche con piccole opere vere e proprie), in qualche concerto straordinario.

Carlo Alfredo Piatti (1822-1901) nasce in una casa di via Borgo Canale, a Bergamo. Violoncellista di fama europea (a Monaco di Baviera duetta con Liszt) nonchè innovatore nella tecnica dello strumento, esercita grande influenza anche come insegnante di Donizetti

Ben presto però Mayr si rese conto che questa carriera non faceva per lui. Piuttosto, il ragazzo dimostrava attitudini per la composizione (5):
“Dotato di propensione, talento e genio per la composizione…”: sono queste le parole utilizzate da Mayr in una supplica alla Congregazione di Carità per descrivere il talento del suo allievo, nell’intento di ottenere per lui una borsa di studio che gli permetterà il completamento degli studi a Bologna (dove rimase dall’ottobre 1815 al dicembre 1817 a studiare contrappunto e fuga) sotto la guida del celebre Padre Mattei, la più solida e perfetta, che vanta al giorno d’oggi l’Italia.
Padre Stanislao Mattei (1750-1825), frate minore, prima allievo e poi successore del più famoso Padre Giovan Battista Martini alla direzione del Liceo Filarmonico di Bologna, fu il più grande teorico e didatta nell’Italia del suo tempo. Oltre a Donizetti fra i suoi allievi d’eccezione figurano Giovanni Battista Velluti, Giovanni Pacini, Francesco Morlacchi, Giovanni Tadolini e, grande fra i grandi, Gioachino Rossini.
Sui metodi didattici di Mattei si ha qualche notizia proprio da quest’ultimo, suo allievo tra il 1806 e il 1810: Padre Mattei con la penna in mano aveva pochi uguali in abilità, ma d’altra parte era terribilmente taciturno; gli si doveva strappare dalla bocca per forza ogni spiegazione verbale. Quando chiedevo delle spiegazioni, mi rispondeva sempre: è uso di scrivere così.

(5) L’attitudine per la composizione è testimoniata da alcune sue acerbe prove: qualche pagina destinata al consumo domestico (una delle quali addirittura pubblicata a Milano da Ricordi, e certo grazie all’interessamento di Mayr), pezzi sacri da chiesa. Informato delle scelte del fratello minore, all’inizio dell’estate 1815 dall’isola d’Elba (dove si trovava al seguito di Napoleone in esilio) Giuseppe Donizetti così scriveva al padre, approvando la decisione: «Direte a Gaetano che mi fa piacere che diventi matto per la musica».

Gaetano Donizetti

A Bologna Donizetti si specializzò negli studi superiori di composizione (per i quali ottenne premi scolastici) e sempre più familiarizzò con la composizione teatrale, facendosi apprezzare dall’ambiente musicale bolognese, nel quale ebbe modo di introdursi grazie alle lettere di presentazione del suo maestro Mayr.

Sfumata a fine 1817 la prospettiva di un primo impiego lavorativo ad Ancona, Donizetti lascia Bologna nel novembre dello stesso anno, facendo ritorno a Bergamo dove rimane sino alla fine del 1821: ad attenderlo è un’attività di compositore d’occasione, alla continua ricerca di scritture teatrali; collabora intanto con Mayr in veste di compositore di musica sacra e scrive, nel contempo, una gran quantità di musica strumentale da camera (quartetti, musica per pianoforte solo e a quattro mani, ecc.), eseguita nei migliori salotti cittadini dove è introdotto dal suo maestro.

Allo stesso tempo offre un saggio – per la prima volta – nel campo teatrale a livello professionistico.

Il bagaglio tecnico che Donizetti acquisisce grazie a tanti anni di alacre studio con Mayr e con Padre Mattei è sufficiente per permettergli di cimentarsi nel genere musicale più ambito e redditizio per un musicista della sua epoca: il melodramma. Tale propensione era comunque già emersa durante gli anni di studio a Bologna: risale infatti al settembre 1816 la composizione della sua prima opera, Il Pigmalione, atto unico per tenore e soprano su libretto di ignoto, rimasta non rappresentata sino al 1960.

Gaetano Donizetti – Autoritratto

Nel carnevale 1818 al teatro bergamasco della Società la compagnia dell’impresario Paolo Zancla (nella quale spiccavano la primadonna Giuseppina Ronzi De Begnis e suo marito, il basso Giuseppe De Begnis) rappresentava Agnese di Paer e La Cenerentola di Rossini. Certo per interessamento di Mayr, a Donizetti fu data la possibilità di scrivere alcuni pezzi per le cosiddette ‘beneficiate’: cioè le serate all’interno della stagione, stabilite per contratto, nelle quali i cantanti principali presentavano il meglio del loro repertorio col diritto di trattenere per sé l’utile del botteghino.
I brani del giovane compositore dovettero accontentare sia i De Begnis, sia il pubblico, se Donizetti fu sollecitato a seguire la compagnia a Verona, con la speranza di poter scrivere qualcosa di più impegnativo. Anche se ciò non avvenne, Gaetano si procurò un significativo ingaggio per la successiva stagione autunnale, in cui avvenne il suo debutto.
Zancla gestiva infatti a quell’epoca anche un teatro minore di Venezia, il S. Luca, per il quale Donizetti fu posto sotto contratto per la composizione di un’«opera semiseria spettacolosa». La stesura del libretto (Enrico di Borgogna) venne affidata ad un altro bergamasco e allievo di Mayr, Bartolomeo Merelli (1794-1879), più tardi famoso impresario, già in contatto con Donizetti almeno fin dall’autunno precedente.
Dopo il debutto (6) (14 novembre 1818) ed alcune repliche dell’opera, Merelli e Donizetti presentarono al pubblico anche la farsa Una follia, andata in scena con più successo.
L’esordio teatrale di Donizetti avvenne dunque sotto gli espliciti auspici di Mayr.

(6) Pur trattandosi del lavoro di un giovane esordiente, l’esito della serata è soddisfacente: un articolo apparso sopra un giornale dell’epoca giudica l’opera regolare, ragionata, ed opportunamente vivace e briosa (Nuovo Osservatore Veneziano, 17 novembre 1818).

Gaetano Donizetti, carte de visite, 1848

Nelle stagioni successive, la carriera di Donizetti proseguì in teatri di secondo piano, e nei generi d’opera ugualmente meno importanti, cioè il semiserio e il buffo: con Le nozze in villa probabilmente a Mantova nel carnevale 1819 (o forse a Treviso, teatro Dolfin, nella primavera 1820), e al teatro S. Samuele di Venezia nel carnevale 1820 – dal 26 dicembre 1819 – con Pietro il Grande, kzar delle Russie. Su libretto del marchese Gherardo Bevilacqua Aldobrandini, scenografo e occasionalmente poeta teatrale, l’opera era tratta da una commedia francese di Alexandre Duval ben nota in Italia col titolo di Il falegname di Livonia. La stampa veneziana registrò con simpatia la conferma di quel giovane compositore, che in quell’opera dimostrava la sua piena e a tratti perfino originale assimilazione dei grandi modelli rossiniani.

Appena avviata, la carriera di Donizetti minacciava però d’interrompersi bruscamente a causa del servizio militare. Il governatore austriaco di Milano aveva fatto richiamare le classi 1795-1800, e dunque Gaetano ricadeva in pieno nel provvedimento. Nel dicembre 1820 sia lui, sia l’amico Dolci riuscirono ad evitare l’arruolamento grazie ad una possibilità prevista dalla legge: sborsando una congrua somma, si poteva essere stabilmente rimpiazzati da un sostituto.
A entrambi, che non lo avevano di certo, il denaro necessario fu fornito da Marianna Pezzoli Grattaroli, la quale mecenatescamente ritenne che non si dovessero sprecare quelle due giovani promesse musicali.

 

L’ASCESA: ROMA, MILANO, NAPOLI (1822-1838)

Intanto da parte di Mayr continuava l’attiva promozione dell’allievo: per Donizetti il 1821 è l’ultimo anno di permanenza nella città natale; risalgono infatti a giugno le prime trattative per la definizione del contratto con l’impresario Giovanni Paterni, riguardo un’opera seria da rappresentarsi al Teatro Argentina di Roma. Si rivelerà questo un contratto fortunato: Zoraide di Granata, andata in scena il 28 gennaio 1822, piace sempre più al pubblico romano, tanto da portare addirittura in trionfo l’incredulo compositore la sera della terza rappresentazione.

Questo primo soggiorno a Roma serve a Donizetti, oltre che a farsi conoscere professionalmente al di fuori del Lombardo-Veneto, anche a stringere rapporti con persone che avranno un’influenza sulla sua vita futura: il letterato Jacopo Ferretti, suo futuro librettista, la famiglia Carnevali e la famiglia Vasselli.
Il primogenito di quest’ultima, Antonio (confidenzialmente, Toto), sarà da allora suo intimo amico, e la sorella più giovane, Virginia (tredicenne nel 1821), nel 1828 diventerà addirittura sua moglie.

Virginia Vasselli. (1808-1837) Figlia di Luigi, noto e facoltoso avvocato romano conosciuto da Donizetti in casa del librettista Jacopo Ferretti, convola a nozze il 1/06/1828. Non è un matrimonio lungo né felice: dura circa dieci anni ed è segnato dalla morte dei due figlioletti e della stessa Virginia avvenuta nel 1837 a causa di complicazioni dovute al terzo parto

Il successo di questo esordio romano, la cui notizia si sparge velocemente per tutta la penisola, frutta a Donizetti nuovi contratti. Da Napoli il celebre impresario Domenico Barbaja gli propone la scrittura di due nuovi lavori, tra cui La zingara, tenuta a battesimo entusiasticamente il 12 maggio 1822 al teatro Nuovo.

Seguiranno le commissioni di una farsa per il teatro reale del Fondo (dedicato al repertorio comico e semiserio), La lettera anonima (29 giugno 1822), di un’opera semiseria per La Scala di Milano (Chiara e Serafina: 26 ottobre 1822), ed infine di una grande opera seria per il maggior teatro reale napoletano, il San Carlo (Alfredo il Grande: 2 luglio 1823).

Tuttavia, le incomprensioni e le difficoltà incontrate nella professione teatrale gli fanno scrivere in una lettera del 1825 a Simone Mayr: “Guardan la gente di teatro come infami e perciò nessuno di noi si cura […] Già il mestiere del povero scrittore d’opere l’ho capito infelicissimo sin dal principio, ed il bisogno solo mi ci tiene avvinto”.
In effetti, a prescindere dal valore musicale, la riuscita di un’opera in quegli anni è legata ad un’infinità di frangenti, quasi sempre non controllabili dal compositore: il cast di cantanti, il valore del libretto, la professionalità dell’orchestra, l’effetto delle scene, il periodo scelto per la rappresentazione. Donizetti nel 1827 mette in berlina il particolarissimo mondo teatrale scrivendo l’opera buffa Le convenienze e inconvenienze teatrali.

A questo punto, la sua carriera di operista è ormai definitivamente avviata: un primo, brillante traguardo di qualità lo conseguirà con l’opera comica L’aio nell’imbarazzo (Roma, teatro Valle, 4 febbraio 1824), notevole anche come riuscita ricerca di nuove strade rispetto ai dominanti modelli rossiniani, che s’impongono per circa un ventennio (7).

(7) Gli anni che vanno dal 1822 al 1830 coincidono con un periodo di estenuante lavoro per Donizetti: dopo aver pagato con le prime opere un tributo al “rossinismo” dilagante, emerge nel compositore bergamasco lo sforzo della ricerca di un linguaggio sempre più personale. Pur nella loro discontinuità, opere come Emilia di Liverpool (1824), Gabriella di Vergy (1826), L’Esule di Roma (1827), Il Paria (1828), Il diluvio universale (1829-’30), Imelda de’ Lambertazzi (1830) contengono elementi notevoli che aprono spiragli evolutivi nella drammaturgia musicale donizettiana.

Direttore del teatro Carolino di Palermo con un contratto annuale a partire dal marzo 1825, Donizetti si trasferì nella città siciliana curando l’allestimento di opere proprie e altrui, e tenendovi a battesimo il titolo serio Alahor in Granata (7 gennaio 1826).
Tornato a Napoli, nel 1827 si legò contrattualmente all’impresario dei Teatri Reali partenopei Domenico Barbaia, assumendo la direzione del teatro Nuovo.
Iniziò allora la lunga stagione napoletana di Donizetti, destinata a protrarsi fino all’ottobre 1838. Vi si situano avvenimenti famigliari centrali come il citato matrimonio con Virginia Vasselli (1828), e lutti non meno fondamentali quali la scomparsa via via di tre figli neonati, e infine (30 luglio 1837) della stessa moglie, durante un’epidemia di colera.

L’Osteria dei Tre Gobbi, il locale che Donizetti  amava sostare con i più cari amici durante i suoi soggiorni nella città natale, una città che egli “amò di un amore fatto di passione”. A Milano ritornò con Anna Bolena nel 1830. nel 1831 era a Bergamo e nel ’32 si affermò con l’Elisir d’amore: in seguito ottenne una serie di numerosi successi

Professionalmente, questi sono gli anni in cui verrà chiamato alla cattedra di composizione nel Real Collegio di Musica, e durante i quali coltiverà una vivace e curiosa apertura nei confronti di nuove direzioni drammatiche: il mélo romanzesco (Otto mesi in due ore, teatro Nuovo, 13 maggio 1827), il teatro nel teatro (Le convenienze ed inconvenienze teatrali, Nuovo, 21 novembre 1827), la sperimentazione morfologica su larga scala (L’esule di Roma, Il paria, Fausta: teatro S. Carlo, rispettivamente 1 gennaio 1828, 12 gennaio 1829, 12 gennaio 1832), l’opéra-comique (Gianni da Calais, teatro del Fondo, 2 agosto 1828; Gianni di Parigi, 1831), la sensibilità romantica (Elisabetta al castello di Kenilworth, S. Carlo, 6 luglio 1829), il sublime biblico (Il diluvio universale, S. Carlo, 28 febbraio 1830).

Schizzo autografo del Diluvio Universale, Bergamo – Fondazione Donizetti

Intanto, due grandi successi milanesi (entrambi su libretti di Felice Romani) posero Donizetti nel novero dei più importanti compositori europei d’opera italiana. Il primo di essi è Anna Bolena, andato in scena al teatro Carcano di Milano il 26 dicembre 1830 e considerata la vera svolta nella produzione donizettiana; l’altro, L’elisir d’amore (grande capolavoro del genere buffo), presentato a Milano, alla Canobbiana il 12 maggio 1832.

Lo straordinario successo di Anna Bolena, primo melodramma veramente “romantico”, fu di importanza capitale per l’avvenire di Donizetti, facendolo entrare di colpo nel novero dei più importanti operisti della sua epoca.

La vicenda dell’infelice moglie di Enrico VIII permise a Romani e Donizetti d’innestare i profili psicologici dei protagonisti su di uno sfondo storico in grado di dare verità e concreto spessore alle vicende rappresentate: nella Milano in cui era da poco uscito il romanzo a base storica I promessi sposi (1827), Anna Bolena dovette parere un suo analogo melodrammatico quanto a tinta, scontri tra i personaggi, conflitti interiori (ma solo in parte quanto all’ipoteca religiosa).

Giuditta Pasta. Acclamata prima interprete di Anna Bolena (1797-1865) si guadagna il titolo di maggiore cantante drammatica del tempo con le interpretazioni di Romeo e Giulietta di Zingarelli e Medea in Corinto di Mayr. Dotata inizialmente di una voce di mezzosoprano contraltino, sottoponendosi a un duro studio diventa soprano drammatico specializzandosi nei ruoli di Sonnambula, Norma, Beatrice di Tenda di Bellini

Il delizioso idillio campestre dell’Elisir d’amore metteva a frutto le frequentazioni dell’opéra-comique transalpino, incrociandolo con la tradizione comica goldoniana. Donizetti se ne avvantaggiò reinventando formulazioni melodiche e strutture, ma al momento buono dando saggio anche di un’infallibile intensità patetica che, collocata in nodi cruciali della vicenda, sa diventare anche grande leva drammatica.

Partitura dell’Elisir d’amore

Se questi capolavori incoronarono Donizetti drammaturgo musicale, inaugurarono anche una stagione ricchissima di titoli che costituiscono altrettante pietre miliari del teatro romantico italiano. Già le fonti letterarie di alcuni di essi sono eloquenti: Byron per Parisina (Firenze, La Pergola, 17 marzo 1833) e Marino Faliero (Parigi, Théâtre Italien, 12 marzo 1835); Victor Hugo per Lucrezia Borgia (Milano, La Scala, 26 dicembre 1833); Schiller per Maria Stuarda (1834); Walter Scott per Lucia di Lammermoor (Napoli, S. Carlo, 26 settembre 1835). Ad essi possiamo aggiungere Gemma di Vergy (Milano, La Scala, 26 dicembre 1834), Belisario (Venezia, La Fenice, 4 febbraio 1836), Roberto Devereux (Napoli, S. Carlo, 29 ottobre 1837), Maria de Rudenz (Venezia, La Fenice, 30 gennaio 1838), Poliuto (1838).

Poliuto

Si tratta perlopiù di drammi storici a tinte forti, foschi e grondanti sangue, con ambientazioni frequentemente notturne, cupe, spesso gotiche. I loro protagonisti sono preda di passioni violente, dilaniati da esplosioni di furore, spesso visionari. Le figure femminili offrono una galleria superba della voce e del personaggio di soprano: il tenore romantico vi trova i suoi prototipi in Ugo (Parisina) ed Edgardo (Lucia di Lammermoor). Baritoni e bassi si pongono spesso come antagonisti di contese senza vincitori, tragicamente disastrose per tutti. In questo panorama di rovine senza speranza fa eccezione Poliuto, dalla conclusione non meno funesta ma che, nella prospettiva religiosa della fede santificata dal martirio, attinge il suo riscatto se non altro ultraterreno.

La grande soprano Angelina Ortolani, nata ad Almenno (BG) nel 1834, debuttò nel 1853 al Teatro Sociale di Bergamo, nella Parisina di Donizetti. Era dotata di una voce definita “angelica”. Nel 1857 avviò una carriera internazionale, esibendosi a Madrid e Londra; nel 1859 era a Barcellona. A partire dal ’59 si esibì quasi sempre con il marito, il tenore Mario Tiberini, sposato l’anno precedente; furono al Teatro alla Scala di Milano, al Regio di Torino, al San Carlo di Napoli, al Covent Garden di Londra, alla Wiener Staatsoper. Nell’atrio del teatro Donizetti di Bergamo è collocato un busto di Angelina Ortolani, opera dello scultore Gianni Remuzzi, posto in occasione del centenario della nascita del soprano

Oltre a trovare i colori adatti, le delineazioni psicologiche giuste, il ritmo teatrale e i colpi di scena più efficaci, Donizetti piegò i propri mezzi tecnici e il suo stile per assecondare ed esaltare la natura drammatica di quei testi, sperimentando soluzioni nuove ed ardite. In qualche caso saggiò anche orientamenti di gusto fondati sulla mescolanza romantica degli stili e dei livelli espressivi: come mostrano Il furioso all’isola di San Domingo e Torquato Tasso (Roma, teatro Valle, 2 gennaio e 9 settembre 1833), e soprattutto Lucrezia Borgia. Altrove diede ulteriori prove di avvicinamento allo stile francese non solo in repertori minori e in campo comico (Il campanello e Betly: Napoli, teatro Nuovo, 6 giugno e 24 agosto 1836), ma anche nel gran genere serio (L’assedio di Calais: Napoli, S. Carlo 19 novembre 1836).

 

L’APOGEO: PARIGI E VIENNA (1838-1844)

Donizetti fu chiamato insieme con Bellini nella capitale francese, su indicazione di Rossini, che vi condirigeva il teatro che presentava opera italiana (il Théâtre Italien).
Mentre Bellini vi tenne a battesimo I Puritani, Donizetti compose Marino Faliero, dramma storico di forte spessore politico (molto ammirato tra gli altri da Giuseppe Mazzini, che vi vide un esempio di nuovo teatro musicale impegnato sul versante civile).

Rientrato a Napoli, Donizetti vi realizzò alcune delle vette massime della sua produzione seria: Lucia di Lammermoor, che ottiene un memorabile trionfo al Teatro San Carlo la sera del 26 settembre 1835), Roberto Devereux (1837), Poliuto (1838).

Giunto nuovamente a Parigi – 21 ottobre 1838 – Donizetti inizia un periodo di attività intensissima: le prove di Roberto Devereux (27 dicembre) e di Elisir d’amore (17 gennaio 1839) al Thêatre des Italiens, la rielaborazione di Lucia di Lammermoor, data al Thêatre de la Renaissance il 6 agosto 1839, la trasformazione dello sfortunato Poliuto in Le martyrs all’Opéra (10 aprile 1840), la composizione di Lange de Nisida  (trasformata poi in La favorite), l’elaborazione di Le duc d’Albe, la creazione ex-novo dell’opéra-comique La fille du régiment (11 febbraio 1840), La favorite (Opéra, 2 dicembre 1840), Rita.

Ma questo fu anche un periodo di avversità, sventure e disagi psicologici. La scomparsa della moglie Virginia (30 luglio 1837) è causa di un periodo di profonda crisi; il divieto, da parte della censura, di rappresentare Poliuto, in quanto soggetto religioso e con un martire cristiano come protagonista. A questo incidente con la bigotta amministrazione borbonica si aggiunse l’insoddisfazione professionale per la mancata nomina a direttore del Real Collegio di Musica (Conservatorio di Napoli) dopo la morte del vecchio e venerato maestro Zingarelli, a cui succede Saverio Mercandante. Tutto ciò convinse Donizetti, nell’autunno 1838, a lasciare Napoli per Parigi, accettando le proposte che da tempo gli venivano dalla capitale francese.

A Bergamo, la sua città natale, Donizetti era stato trionfalmente accolto al Teatro Riccardi nell’agosto 1840 con l’Esule

Il ventaglio di proposte era ampio – dall’opera comica e seria italiane, all’opéracomique e al grand-opéra -, distribuito nelle maggiori sale teatrali parigine.
La concorrenza del nuovo arrivato era temibile: non si limitava infatti a presentarsi come campione del genere italiano nella sala teatrale tradizionalmente deputata a questo repertorio (il Théâtre Italien), ma entrava a competere coi musicisti locali sul loro stesso terreno, dando prova di pronta e felicissima assimilazione dello stile francese sia sul versante leggero, sia su quello del grande dramma storico.

Ciò non mancò di disturbare i settori più ‘nazionalisti’ della capitale, cui diede voce ad esempio il compositore (e giornalista) Hector Berlioz, che mise causticamente in rilievo tale frenetica attività con un articolo pubblicato nel Journal des débats nel 16 febbraio 1840: “Pensate un po’: due grandi partiture per l’Opéra, Les Martyrs e Le duc d’Albe; altre due per la Renaissance, Lucie de Lammermoor e L’ange de Nisida, due per l’Opéra-Comique, La fille de régiment e un’altra di cui non si conosce il titolo; e poi un’altra ancora per il Théâtre-Italien: queste sono le opere che nel giro di un anno saranno scritte o rielaborate dallo stesso autore! Il signor Donizetti ha l’aria di volerci trattare da paese conquistato, la sua è una vera e propria guerra d’invasione. Non potremo più parlare dei teatri lirici di Parigi, ma dei teatri di Donizetti”.

Il compositore bergamasco Gaetano Donizetti

Donizetti replica a questa accusa prima con una dignitosa lettera apparsa su Le moniteur universel, poi si sfoga scrivendo il 20 aprile 1840 all’amico Innocenzo Giampieri di Firenze con un tono sottilmente ironico: “Leggesti il Debats? Berlioz? Pover uomo… ha fatto un’opera, fu fischiata, fa delle sinfonie e si fischia, fa degli articoli… si ride… e tutti ridono, e tutti fischiano, io solo lo compiango…ha ragione… deve vendicarsi…”.
Per Donizetti, come per ogni altro compositore dell’epoca, l’invito a comporre per il Thêatre de L’Opéra di Parigi rappresenta il culmine della carriera. Tuttavia, una volta esauriti i contratti in corso, Donizetti spera di ritirarsi ancora all’acme della carriera, prima di iniziare l’inevitabile declino.
Il protrarsi del suo soggiorno a Parigi – dovuto a vari motivi, tra i quali l’elaborazione di Les Martyrs che si trascina per un anno e mezzo – e la conseguente accettazione di nuovo lavoro, finisce per scatenare un’ondata di panico fra i suoi concorrenti francesi, abituati a ritmi di lavoro ben più tranquilli.

Di Donizetti Mazzini affermava che era “ingegno altamente progressivo e rivelatore di tendenze rigeneratrici”, a cominciare dalla scelta del genere musicale. Antonio Gramsci afferma che la ragione per cui il romanzo storico romantico non ebbe da noi lo stesso ruolo che ebbe negli altri paesi europei era da ricercare nella presenza del melodramma, con la sua capacità di coinvolgimento emotivo del pubblico di qualsiasi estrazione sociale, fenomeno sociologico e insieme psicologico rilevante della nostra cultura ottocentesca. Il melodramma ispirerà più tardi i giovani patrioti risorgimentali

Due impegni coi teatri di Milano (Scala) e Vienna (Porta Carinzia) fecero allontanare temporaneamente Donizetti da Parigi.
Nel primo, il 26 dicembre 1841 debuttava Maria Padilla, scabrosa tragedia che dovette essere edulcorata per ragioni di opportunità.
A Vienna, altra capitale della musica e della cultura europea, Donizetti ottiene la soddisfazione di avere finalmente una sua opera in prima assoluta; l’occasione gli viene fornita da Bartolomeo Merelli, un tempo suo primo librettista, ora potente impresario alla Scala di Milano e al Kärntnerthortheater di Vienna. L’opera in questione, dedicata all’imperatrice Maria Anna Carolina, è Linda di Chamounix (opera semiseria essa pure di argomento ai limiti del decoro, caricata di forte polemica morale e sociale, e dai toni talora manzoniani): rappresentata il 12 maggio 1842 con enorme successo, frutterà al compositore, anche la nomina a Kammerkapellmeister und Hofkompositeur (maestro di cappella e di camera, e compositore di corte) presso la corte imperiale di Vienna.

Causa questo nuovo incarico, il maestro prese a dividersi tra Vienna, coi suoi impegni a corte e nei teatri cittadini, e Parigi.

Dopo aver riscosso un altro grandioso successo presentando il 3 gennaio 1843 al Théâtre Italien di Parigi l’opera buffa Don Pasquale (perfetta commedia da camera in cui Donizetti raggiungeva il culmine della sua abilità di finissimo drammaturgo comico-sentimentale, sapiente e vivacissimo inventore di soluzioni musicali, evocatore di atmosfere e tocchi psicologici), il 5 giugno a Vienna commuove il pubblico del Kärntnerthortheater (teatro viennese di Porta Carinzia) con Maria di Rohan (moderna tragedia in costume e dal taglio scenico inusuale, con personaggi che incarnano in pieno tipi vocali e teatrali che saranno alla base del melodramma verdiano), serata a cui è presente l’intera famiglia imperiale giunta appositamente dalla residenza estiva di Schönbrunn.

Significativa l’osservazione del critico della Allgemeine Wiener Zeitung: “…crediamo che Donizetti abbia voluto dare ad un’opera che egli ha scritto per tedeschi quell’aura di serietà e dignità che sono così vicine al carattere tedesco”.

Anche se un poco altezzosa, l’osservazione del critico è fondamentalmente giusta: grazie alla grande capacità di adattamento e assorbimento di diversi stili che lo contraddistingue, nella maturità Donizetti sa assimilare e fare proprio il gusto del pubblico straniero al quale di volta in volta si rivolge, fornendo quasi sempre “prodotti” che assecondano le aspettative.

Ma il vero testamento artistico di Donizetti si può considerare il monumentale grand-opéra in cinque atti Dom Sébastien, eseguito a Parigi (Opéra) il 13 novembre 1843. Opera di vasta concezione (monumentale affresco storico dalle tinte strumentali raffinate, con profili melodici ricercati e spesso sorprendente nel taglio scenico-compositivo) non ottiene però il consenso che Donizetti aveva sperato: un grandioso successo lo ha invece nell’allestimento di Vienna del 6 febbraio 1845, in una nuova versione tradotta in tedesco.

 

LA MALATTIA E LA MORTE (1844-1848)

Anche se di forte fibra, sin dalla fine degli anni Venti Donizetti a più riprese ha le prime avvisaglie della terribile malattia – un’infezione luetica (sifilide) – che anzitempo l’avrebbe portato alla tomba; ma è durante l’inverno 1843-’44 che la salute del compositore ha un improvviso tracollo.
Tutto il 1844 e parte del 1845 saranno caratterizzati da una decadenza fisica sempre più rapida, che avrà il culmine con la crisi dell’agosto 1845: il compositore è preso a Parigi da un improvviso svenimento, da cui ha grosse difficoltà nel riprendersi.

Gaetano Donizetti, già gravemente malato, ed il nipote Andrea, in uno splendido dagherrotipo eseguito a Parigi nell’appartamento (affittato da Andrea per lo zio) in Avenue Chateaubriand n. 6, nell’agosto del 1847. L’autore dell’immagine fu probabilmente lo stesso Louis Jaques Mandé Daguerre (1779 – 1851). Furono eseguite tre pose (i dagherrotipi non si potevano duplicare): una fu inviata alla benefica Rosa Rota Basoni; una al fraterno amico Antonio Dolci; dell’ultima non si conosce la destinazione: esiste comunque una vecchia riproduzione eseguita verso la fine dell’800, quando divenne possibile la riproduzione su carta dei dagherrotipi. I due originali e la riproduzione sono ora conservati nel Museo Donizettiano (Foto e didascalia Domenico Lucchetti)

Purtroppo le scelte mediche successive, autorizzate dal nipote Andrea (frattanto mandato dal fratello Giuseppe da Costantinopoli a Parigi), non faranno che rendere irreparabile la situazione.
Un consulto di tre medici si tiene il giorno 11 agosto. Fra i tre è presente il dottor Philippe Ricord, noto per i suoi studi sulla sifilide.
Il 28 gennaio 1846 i dottori Juste-Louis Calmeil, il già citato Ricord e Jean Mitivié tengono un consulto finale che ha come risultato l’esortazione di un pronto ricovero del paziente in una clinica per alienati mentali, dal momento che Mr. Donizetti n’est plus capable de calculer sainement la portée de ses déterminations et de ses actes, come risulta dal referto.
È così che Donizetti viene ricoverato per oltre sedici mesi, contro la sua volontà, nella clinica per alienati mentali del dottor Mitivié a Ivry, poco distante da Parigi, dove le sue condizioni mentali, anzichè migliorare, peggiorano sempre più velocemente.
Solo dopo molte pressioni di amici ed estimatori si ottenne di sottrarlo a condizioni di vita così penose e di ricoverarlo in un appartamento meno squallido, sempre a Parigi.
Dopo un lungo e travagliato iter burocratico curato da Andrea, nipote del musicista giunto appositamente da Costantinopoli, Donizetti può infine essere rimpatriato.

Via Donizetti, in Bergamo alta, con il palazzo Basoni Scotti sullo sfondo (Raccolta Gaffuri)

Accompagnato in treno fino a Colonia via Bruxelles, e in battello da lì a Basilea risalendo il Reno, compie il tratto alpino in carrozza, proseguendo poi per Bergamo, dove giunge la sera del 6 ottobre 1847, accolto nella casa della baronessa Rosa Rota-Basoni, sua amica e ammiratrice da oltre dieci anni e da lei già più volte ospitato.

Negli ambienti del piano nobile di questo edificio (primo piano), allora abitato dai Rota-Basoni, si consumò l’ultimo atto della vita terrena di Gaetano Donizetti. Benchè l’origine di alcune strutture sia medioevale, l’assetto attuale del palazzo risale alla seconda metà del Settecento. I locali un tempo adibiti al ricovero delle carrozze si trovavano ai lati del locale d’accesso. I plafondi del piano nobile sono decorati in stucco dai modellatori ticinesi Eugenio e Muzio Camuzio, mentre fra gli esecutori delle decorazioni pittoriche vi fu anche Vincenzo Bonomini. Al secondo piano si trovano plafoni completamente affrescati con dipinti di scene per lo più di carattere mitologico che sono da attribuire all’estro ed all’abilità di Carlo Carloni. Le stanze sono purtroppo precluse alla vista dei più, essendo il palazzo tutt’oggi proprietà degli eredi dei Baroni Scotti

Viste le condizioni generali del malato, appare subito evidente che tutto quello che si può ormai fare è mantenere attive le funzioni biologiche; non si rinuncia, comunque, a cercare di stimolare la memoria del musicista.

Gli ultimi momenti di vita di Gaetano Donizetti, nel ritratto da Ponziano Loverini (Bergamo, Casa Caprotti)

Giovannina Basoni, figlia della baronessa, passa ore e ore al pianoforte, lo stesso che Donizetti aveva personalmente scelto e fatto spedire per lei da Vienna nel 1844 – ed oggi esposto presso il museo donizettiano -, attenta ad ogni più piccola reazione del maestro all’ascolto della sua musica. Su quel pianoforte è appoggiato il dipinto eseguito da Giuseppe Rillosi quando il male, ormai nella sua fase più acuta, aveva prodotto conseguenze devastanti, e che oggi campeggia nel salone principale del palazzo, a ricordo degli ultimi giorni vissuti a Bergamo dal Maestro.

Giovanni Battista Rubini. Il celebre tenore (1794-1854) esordisce a Pavia nel 1814 in Lacrime di una vedova di Generali. Interprete acclamato di Rossini e soprattutto di Bellini e Donizetti, calca tutti i maggiori palcoscenici d’Europa (tournée con Franz Liszt nel 1841), dando vita per primo, attraverso una voce chiara e soave, alla malinconia e agli slanci passionali del nuovo melodramma romantico

Si reca da lui anche il tenore Giovanni Battista Rubini – da tempo ritiratosi nella sua villa a Romano di Lombardia per cantare in duo con Giovannina -, ma apparentemente Donizetti non manifesta alcuna reazione. Rare volte riesce a pronunciare qualche parola spezzata, impossibile da comprendere.
Pochi giorni prima della morte del compositore, la baronessa chiamava in casa il pittore Giuseppe Rillosi affinchè eseguisse un ritratto all’illustre ammalato.

Anche se Palazzo Scotti si trova nella parte più alta di via Donizetti, le sue fondamenta, formate da ampi locali con volte a vela, arrivano quasi all’altezza di Porta San Giacomo, sorgendo, come molti edifici di Città Alta, sui robusti avanzi di antiche abitazioni che si intersecano lungo le curve di livello del versante meridionale, allora libero dai bastioni veneziani: dalla pianura si dipartivano strade o sentieri diretti verso le abitazioni. Fra i numerosi personaggi illustri ospitati nell’edificio, di cui l’album con le firme autentiche ne testimonia la presenza, spicca quella di Papa Giovanni XXIII che, sia come Nunzio Apostolico a Parigi, che successivamente come cardinale Patriarca di Venezia, ha più volte soggiornato nel palazzo

Ai primi di aprile le condizioni del musicista hanno un pauroso tracollo. È Giovannina Basoni a raccontarne la fine in una lettera all’amica Margherita Tizzoni delle Sedie: “… Durante la sera del 5 la febbre ridivenne più forte. Nella mattinata del 6 si incominciò a praticargli l’alimentazione indiretta fortificata da rossi d’uovo. Il 7 e l’8 il signor Donizetti andò sempre più declinando in uno stato d’agonia. Il giorno 8 aprile 1848, alle 5 del pomeriggio, l’illustre ammalato rese l’estremo respiro, assistito dal sacerdote, attorniato da mia madre, da me, dal suo intimo amico Dolci e dal suo affezionatissimo domestico”.

Gli ultimi momenti di vita di Gaetano Donizetti, nel ritratto da Ponziano Loverini (Bergamo, Casa Caprotti)

I solenni funerali hanno luogo l’11 aprile 1848: la salma di Donizetti viene tumulata nella cripta della cappella della nobile famiglia Pezzoli presso il cimitero di Valtesse, sobborgo di Bergamo.

Il Cimitero di Valtesse, soppresso negli Anni ’20. L’ 11 aprile del 1848 la salma di Gaetano Donizetti veniva deposta nella Cappella della nobile famiglia Pezzoli, dove rimase fino al 26 aprile 1875 (Foto Domenico Lucchetti)

Qui vi rimane fino al 1875, quando, in occasione della prima commemorazione ufficiale del Maestro, le sue spoglie vengono traslate nella Basilica di S. Maria Maggiore, insieme a quelle di Simone Mayr.

La solenne cerimonia della traslazione di Donizetti e del maestro Mayr nella basilica di S. Maria Maggiore – 1875

 

La solenne cerimonia della traslazione di Donizetti e del maestro Mayr nella basilica di S. Maria Maggiore – 1875

In basilica gli viene dedicato un monumento, opera di Vincenzo Vela, mentre la città dedicherà al suo nome il Teatro Riccardi e l’Istituto musicale.

Il Monumento Funebre al compositore bergamasco Gaetano Donizetti, nella Basilica di Santa Maria Maggiore a Bergamo  (Bergamo, Taramelli, riproduzione datata 1890 circa)

A memoria del compositore, oltre al nome della via (un tempo via Gromo), nei pressi dell’ingresso di palazzo Scotti furono collocati un medaglione con la sua effige e una targa commemorativa.

Medaglione e targa commemorativa presso l’ingresso di palazzo Scotti, in via Donizetti

Il pianoforte, diversi elementi di arredo e i documenti, oggi si trovano all’interno del Museo Donizettiano.

Mostra donizettiana a Bergamo, 1897

Nel palazzo resta solo il ritratto di un maestro già sofferente a causa dello stadio avanzato della malattia, dipinto da Giuseppe Rillosi.

Il “mito” Donizetti è cominciato e ben presto la sua città natale gli tributerà il suo principale teatro.

Teatro Donizetti, 1905

 

LE OPERE PRINCIPALI 

Anna Bolena
Opera seria in due atti su libretto di Felice Romani, composta nel 1830. Esposti il libretto originale della prima rappresentazione al Teatro Carcano di Milano (26/12/1830), un bozzetto originale di scenografia (1830), l’avviso teatrale per la prima rappresentazione all’Imperiale Teatro di Corte di Porta Corinzia in Vienna (26/02/1833) e la riproduzione di una pagina della partitura autografa (1892)

Elisir d’amore
Opera buffa in due atti su libretto di Felice Romani, composta nel 1832. Esposti il libretto originale della prima rappresentazione al Teatro della Canobbiana di Milano (12/05/1832), tre bozzetti originali di scenografia (1832) e la riproduzione della partitura d’orchestra autografa

Marin(o) Faliero
Opera seria in tre atti su libretto di Giovanni Emanuele Bidera (con alcune modifiche di Agostino Ruffini), composta tra il 1834 e il 1835. Esposto il libretto per una rappresentazione al Teatro Comunale di Ferrara, primavera 1839

Linda di Chamounix
Opera semiseria in tre atti su libretto di Gaetano Rossi, composta tra il 1841 e il 1842. Esposti la riproduzione di una pagina della partitura autografa (1892) e una riduzione per canto e pianoforte

Lucia di Lammermoor
Opera seria in tre atti su libretto di Salvatore Cammarano, composta nel 1835. Esposti la riproduzione della partitura d’orchestra autografa (1941), il libretto per una rappresentazione al Teatro Riccardi di Bergamo nell’estate del 1838 e il frontespizio della prima edizione francese dello spartito in riduzione per canto e pianoforte

Il Pigmalione
Opera in un atto, su libretto di autore ignoto, composta nel 1816. E’ la prima opera teatrale di Gaetano Donizetti, rappresentata postuma nel 1960 a Bergamo

Enrico di Borgogna
Opera semiseria in due atti, su libretto di Bartolomeo Merelli, composta nel 1818. Segna l’esordio di Gaetano Donizetti come operista

Zoraide di Granata
Opera seria in due atti, su libretto di Bartolomeo Morelli (prima versione); rimaneggiato poi da Jacopo Ferretti (seconda versione), composta tra il 1821 e il 1822. Rappresenta il primo notevole successo del giovane Gaetano Donizetti

L’ajo nell’imbarazzo
Opera buffa in due atti, su libretto di Jacopo Ferretti, composta nel 1824. E’ nota anche col titolo Don Gregorio, versione napoletana successiva trasformata in farsa.

Ugo, conte di Parigi
Opera seria in due atti, su libretto di Felice Romani, composta tra il 1831 e il 1832.

Belisario
Opera seria in tre atti, su libretto di Salvatore Cammarano, composta tra il 1835 e il 1836

Poliuto
Opera seria in tre atti, su libretto di Salvatore Cammarano, composta nel 1838. La proibizione da parte della censura napoletana induce Donizetti a trasformarla in Les Martyrs e a metterla in scena a Parigi, Opéra, 1840.

La fille du régiment
Opéra-comique in due atti, su libretto di Jules-Henry Vernoy de Saint-Georges e Jean-François-Alfred Bayard, composta nel 1839. E’ la prima opera data in lingua francese; la versione ritmica italiana del libretto fu curata da Calisto Bassi.

Dom Sébastien, roi de Portugal
Grand-opéra in cinque atti, su libretto di Eugène Scribe, composta nel 1843. Successivamente rielaborata in lingua tedesca insieme al librettista Leo Herz.

Rielaborato da (riferimenti essenziali)
Fondazione Bergamo nella Storia
Profilo biografico a cura di Paolo Fabbri  (per la Fondazione Donizetti)