Quel che c’è di bergamasco in Arlecchino (antropologia di una maschera)

Le maschere di Arlecchino e di Brighella, nate da Zanni e dalla Commedia dell’Arte

Le maschere storiche che occupano un posto d’onore nella tradizione bergamasca sono Arlecchino, Brighella e Gioppino. Ma mentre le prime due nascono nel Cinquecento con la Commedia dell’Arte (1) ed emigrano a Venezia, quella del trigozzuto Gioppino, nato nell’Ottocento, è interamente bergamasca; sono tutti  personaggi che non nascono all’improvviso, ma sono piuttosto il frutto di una lunghissima elaborazione, che va al di là della rappresentazione scenica per intrecciarsi con una moltitudine di vicende, umane e storiche.

Le maschere della Commedia dell’Arte. Per gentile concessione di Laura Ceruti

Le maschere di Arlecchino e Brighella si originano, per così dire, dallo sdoppiamento della figura dello “zanni”, tipo fisso da cui nasceranno alcune delle maschere più importanti della Commedia dell’Arte.

Chi è Zanni

Il termine “zanni”, un diminutivo di Giovanni (strorpiato in Gianni, Zani) indicava nel Rinascimento gli uomini di fatica, che nella Commedia dell’Arte  impersonavano i servi buffoni: personaggi rozzi, sguaiati e istintivi, rappresentativi di un’umanità animalesca alla quale si richiedeva in continuazione la trovata comica, il lazzo.

Gli Zanni Beppe Nappa e Frittellino. L’abito dello zanni riprende quello dei facchini, degli operai del porto o dei campi, con larghi pantaloni e camicioni bianchi o grigi, di tela grezza, spesso luridi e sgualciti e legati in vita da corde sfilacciate. Il viso è nascosto da maschere animalesche, talvolta incorniciate da ispide barbe. Le gambe possenti, la postura incurvata, l’ampio movimento delle braccia, la bocca sempre aperta a causa di una fame insaziabile (riproduzione a olio di un disegno dei “Balli di Sfessania” di Callot. Anonimo, scuola bolognese, fine Seicento)

Per essere distinti dagli altri personaggi di ceto più elevato, gli zanni usavano normalmente la lingua incomprensibile e gutturale dei montanari bergamaschi, che insieme alle azioni balorde colpiva la fantasia degli spettatori, sia colti che popolani.  Ed è probabile che la parlata “rozza” dei montanari bergamaschi, portasse a considerarli appartenenti a classi sociali inferiori.

Capitano Spezzamonti e Zanni Bagattino (riproduzione a olio di un disegno dei “Balli di Sfessania” di Callot. Anonimo, scuola bolognese, fine Seicento)

Fu soprattutto Venezia la città in cui gli zanni vennero portati sulla scena, come una sorta di parodia dei tanti servi bergamaschi che popolavano la città lagunare, nella quale formavano una vera e propria comunità legata alle proprie radici e alla propria identità.

Gli Zanni impenitenti (incisione del XVI secolo, Raccolta Fossard)

Dallo zanni della Commedia scaturiranno due varianti: il primo zanni, e cioè il servo astuto (come Frittellino, Beltrame e Brighella), e il secondo Zanni, il servo sciocco (come Arlecchino, Pulcinella, Mezzettino e Truffaldino).

“Carlo Goldoni con Arlecchino e Brighella” Affresco sec. XVIII di Marco Gozzi (1759-1839) già nel cortile della Casa di Lavoro della Congregazione di Carità, in via Vagine, 2 a Bergamo (Città Alta). Non si sa se l’affresco sia stato commissionato per rievocare il soggiorno bergamasco di Goldoni e neppure se sia stato il pittore ad attribuirgli questo titolo, in quanto il soggetto, prima dello strappo, era inserito in una campitura più ampia con altre maschere. E’ una coincidenza, il fatto che Marco Gozzi (professore di paesaggio all’Accademia di Brera e pittore emerito delle collezioni asburgiche) sia nato e cresciuto a S. Giovanni Bianco nella contrada Sentino, che si trova poco oltre la “Casa di Arlecchino”? Questo compiacente ritratto del Goldoni è un velato tentativo di pacificare antiche beghe familiari? Secondo Eliseo Locatelli (Op. cit.) gli ascendenti di Marco Gozzi non dovevano poi essere troppo forestieri rispetto a quelli del commediografo Carlo Gozzi, il principale antagonista della riforma goldoniana e pungente avversario in amore di quel tale Pierantonio Gratarol, che pure aveva origini brembane

Come vengono rappresentati a Venezia?

Il primo ad essersi inurbato e che rapidamente fa il suo ingresso in laguna è Brighella, la maschera più importante derivante dal Primo zanni della Commedia.

Nato a Bergamo Alta (come egli stesso tiene a precisare), il suo nome deriva dal verbo “brigare”: infatti impersona il servo tuttofare, intrigante, scaltro e opportunista, campione nell’ordire intrighi, insolente con i sottoposti e pronto a beffare il padrone, con il quale è insopportabilmente ossequioso senza preoccuparsi di danneggiare persino i suoi stessi amici.

Tenta di accoppiarsi con le donne (o meglio le servette), senza tanti preamboli. E’ agile, aggressivo e con la parlantina sciolta, facile all’ira e a menar le mani.

Arlecchino (derivante dal Secondo zanni) è il protagonista della seconda urbanizzazione, e al suo arrivo si pone alla ricerca di un proprio connazionale (con il quale possa parlare la lingua natale o il dialetto), che possa ospitarlo, trovargli un lavoro o suggerirgli un modo veloce per riempirsi la pancia o sbarcare il lunario: sulla scena questo amico è Brighella.

Figurina Liebig, edita nel 1890. L’abito di Arlecchino con losanghe disposte ordinatamente in un caleidoscopio di colori accesi. L’abito contrasta con la mascherina nera dal naso camuso, le profonde occhiaie e le piccole orbite. Al cappellaccio sformato di feltro si aggiunge una piuma ciondolante in segno di beffa. Nella cintura vi è la “scarsela” (dove tiene il pane, i soldi e la lettera del padrone da recapitare) e vi è infilato un corto manganello (“batocio”), che Arlecchino brandisce nelle scene finali in cui immancabilmente mena e incassa botte a non finire: questo l’Arlecchino giunto a noi

Già il vestito rappresenta una prima antitesi caratteriale: mentre Arlecchino è colorato, simbolo di libertà, Brighella è vestito con la livrea di colore bianco e con strisce verdi, metafora di appartenenza al padrone: costume che si vanta di indossare e col quale esercita il suo potere sui servitori semplici.

Brighella

Arlecchino è bastonato dal padrone ed è l’ultimo dei servi. Brighella è invece il capo e con il padrone è servile.
Arlecchino è agile fisicamente (per evitare le bastonate). L’agilità di Brighella è nel pensare.

Panorama di Bergamo ai tempi del Goldoni (incisione di F.B. Werner, 1740). Tra le annotazioni, in latino e in tedesco, si fa espresso riferimento alla vivace coloritura del dialetto

Rimane però nel loro cuore la nostalgia di Bergamo, e spesso la ricordano anche nelle commedie di Goldoni.

Grazie alla bravura degli attori che li rappresentano nella Commedia dell’Arte, a divenire più famosi e graditi al pubblico sono i secondi Zanni come Arlecchino, una maschera controversa e ovunque contesa, per l’altissimo lignaggio che si allarga a comprendere vaste aree europee.

Eh sì, perchè una parte di lui è veracemente bergamasca, mentre l’altra è ancor più remota ed affonda le radici in un mito che appartiene all’Europa intera.

La paternità di Arlecchino: Zan Ganassa o Martinelli?

Se il bergamasco Alberto Naselli in arte Zan Ganassa, è stato a lungo creduto l’ideatore della maschera di Arlecchino, studi recenti confermano che la paternità della celeberrima maschera è frutto dell’intuizione geniale di un attore mantovano, Tristano Martinelli (1557-1630), protagonista di prim’ordine della Commedia dell’Arte.

Ad attestarne la paternità può bastare la figura di Arlecchino proposta da Dario Fo nel 1985 nello spettacolo Hellequin Harlekin Arlekin Arlecchino, elaborata grazie ad una ricca ricerca documentale e drammaturgica, condotta in collaborazione con studiosi specialisti di Commedia dell’Arte con l’intento di offrire al pubblico un personaggio più vicino all’Arlecchino delle origini.

Un Arlecchino che non nasce dalla penna di un autore, ma che viene direttamente portato sulle scene, nella Parigi del 1584, da Tristano Martinelli, il quale ne farà il proprio personaggio lungo tutto il corso di una carriera che si dipana tra Cinque e Seicento, portandolo trionfalmente in giro per le principali corti, sui palcoscenici e nelle piazze d’Europa – dalle Fiandre a Londra, da Parigi a Madrid, da Venezia a Firenze – diventando perciò ricco e famoso.

In seguito, dopo che altri l’hanno interpretato nei teatri europei, si è cancellata la memoria di colui che per primo lo aveva portato sulle scene.

Lapide marmorea del mulino acquistato da Tristano Martinelli a Bigarello, 1618

La monografia di Siro Ferrone, “Vita e avventure di Tristano Martinelli attore”, uscita nel 2006, si propone di colmare la vistosa lacuna critica legata al creatore di Arlecchino, facendo chiarezza riguardo una maschera dal cammino teatrale luminoso, ma dalla genesi storica oscura. E lo fa attraverso una ricca ricerca documentaria (documenti d’archivio scovati anche nelle biblioteche di mezza Europa, lacerti epistolari e tracce letterarie), interrogando dipinti cinquecenteschi e disegni dell’epoca.

Tristano Martinelli, in fuga dalla peste che nel 1576 travagliava Mantova, non ancora ventenne si reca in tournée in Francia con la sua compagnia (tra cui suo fratello maggiore Drusiano con la moglie Angelica Alberghini), passando per Anversa, una specie di “Venezia del nord” che in quegli anni doveva apparire una sorta di paese della cuccagna “agli attori girovaghi, ai ciarlatani, ai montimpanca, agli acrobati, agli intrattenitori di ogni specie che vi si dirigevano emulando, affascinati, i traffici di merci e di denari” (2).

Nel suo studio Siro Ferrone mostra uno stretto legame tra un documento (un atto di polizia stilato ad Anversa nel settembre 1576, dove Tristiano e il fratello sono costretti a giustificare la loro presenza nelle Fiandre in un periodo particolarmente turbolento per le guerre di religione) e un dipinto fiammingo conservato presso il Museo Baron Gérard di Bayeux, in cui compare un giovanissimo attore dalle fattezze molto somiglianti a quelle di un Tristano Martinelli verosimilmente “non ancora integrato in nessuno dei ruoli fissi della compagnia”.

Il giovane, che nel dipinto “si stringe nelle spalle”, ha già lasciato cadere l’abito cupo che connotava socialmente il facchino, conservando però l’anonima camiciona a falde dello zanni, pezzata di pallidi colori: questo lascia supporre che in quel periodo Tristano avesse già iniziato ad elaborare l’abbigliamento della maschera che lo renderà celebre nel mondo (3).

Pittore fiammingo, Commedia dell’Arte à la cour de Charles IX (particolare.), olio sutela, Bayeux (Francia), Musée Baron Gérard

La compagnia, dopo essere stata a Lione e in Inghilterra giunge a Parigi, dove Tristano partorisce il personaggio di Arlecchino, presentandolo al carnevale del 1584 in un’esibizione nel sobborgo di Saint-Germain alla Foire: un avvenimento annuale divenuto alla moda, sempre più ricco ed affollato, frequentato dal popolino, aristocratici e persino regnanti, che lì si recano per acquisti sfiziosi.

Ed è proprio qui, alla Foire di Parigi che il ventisettenne Tristano esibisce il personaggio da lui creato, attingendo al contesto storico-spettacolare della terra che lo sta ospitando.

Per distinguersi dai tanti zanni in circolazione, Tristano riprende la maschera del povero zanni – che ben conosce per averla chissà quante volte interpretata – e la adegua al gusto dei francesi ma arricchendola di tratti unici ed inediti e caricandola di nuove attrattive, anche grazie alla sua prestanza fisica.

Il clistere  (incisione del XVI secolo, Raccolta Recueil Fossard). A far stampare a Parigi la serie delle quattordici incisioni popolaresche dedicate ad Arlecchino, sono probabilmente I fratelli Martinelli (Drusiano, capo della troupe, e Tristano, già attrazione comica principale). Databili intorno al 1585, vengono realizzate probabilmente come programmi di sala o avvisi pubblicitari, allo scopo di mettere in mostra tutti i membri della compagnia con cui i Martinell lavorano

Il suo Arlecchino infatti, se da un lato si ispira molto strettamente alla tradizione degli zanni, dall’altro trova ispirazione nelle maschere della tradizione medievale francese, che rappresentano quell’Hellequin – il diavolo-buffone delle mascherate medioevali -, con cui deve aver familiarizzato nel corso della sua tournée in Francia.

Hellequin conduce la masnada selvaggia

Elabora così una maschera di successo, che s’imporrà nelle corti di tutta Europa.

Riguardo l’origine del nome di Arlecchino, questo si ispira al folclore nordico evocando quello di Hellequin de Boulogne, il cavaliere franco della caccia selvaggia (4), la cui tradizione si sarebbe innestata su quella ancor più antica dell’infernale Herla King, mitico condottiero bretone a capo “di una masnada vagante di spiriti dannati preceduta da una feroce muta di cagnacci latranti” (5).

Una figura diabolica, che le leggende “pongono a capo di masnade composte da torme di fantasmi, spettri, demoni, anch’essi mascherati, osceni, rumorosi, vestiti con colori squillanti, apparizioni notturne e invernali, provenienti dai boschi e dalle profondità della terra, da un altrove indefinito” (6), e che ritroviamo anche nella mitologia scandinava (con Härlenkönig) e nell’Inferno di Dante, dove il diavolo Alichino appare come capo di una schiatta diabolica incaricata di ghermire i dannati.

Zuffa tra Alichino e Calcabrina, illustrazione di Gustave Doré relativa al XXII canto della Divina Commedia. Hellequin è il precursore dell’Alichino dantesco e dell’Arlecchino creato da Martinelli, uno dei tanti nomi con cui si indica una figura di origine diabolica presente nelle leggende di quasi tutti gli Stati europei

Diventata un tutt’uno col “re dei diavoli”, la maschera diviene così più “paurosa” ma anche più prestante, grazie alle tante abilità del Martinelli.

“Nell’andatura saltellante e ondeggiante Arlecchino ripeterebbe i ritmi di una danza macabra, le movenze scomposte delle sbracate e scurrili charivaries, i passi vivacissimi e sfrenati delle diableries degli antichi carnevali francesi” (7): un’immagine dello chiarivari (mascherata) tratta da Gervais du Bus, Roman de Fauvel, France (Paris), 1320 circa

Se i principi italiani e stranieri si deliziavano della volgarità animalesca con cui si esprimevano gli zanni dalla parlata bergamasca, Tristano si distingue adottando il suo idioma natale, il mantovano (una lingua aperta a sfumature venete, emiliane, lombarde), prendendo magari a prestito nuove parole straniere acquisite strada facendo, e dando vita a strampalate cacofonie, allitterazioni, onomatopee di sicuro effetto comico.

In scena il linguaggio del corpo si avvantaggia della discreta statura e della guizzante muscolatura che rende Tristano flessuoso e capace di acrobazie di grande effetto (è anche un bravissimo funambolo). Dello zanni conserva perciò le leggere scarpette senza tacco, che gli permettono di compiere le acrobazie tipiche del personaggio.

Acrobazie degli Zanni. Immagini di attori italiani dalla  Raccolta Recueil Fossard, XVI secolo. Le incisioni fanno percepire la rilevanza di Arlecchino come “unico vero protagonista della storia rappresentata, anche se apparentemente perdente nelle vesti del maldestro guerriero, stonato cantante, amante tradito, marito cornuto, osceno ruffiano, ecc.” (Rosanna Brusegan, cit.)

Sempre in quel carnevale parigino del 1584, abbandona l’anonima camiciona a falde dello zanni – pezzata di pallidi colori – a favore di una sorta di tuta aderente che gli disegna la corporatura ed enfatizza al contempo la sua bravura tecnica. Accentua i colori dei suoi stracci, che moltiplica in omaggio all’abito dei giullari della tradizione francese.

Arlecchino cornuto (incisione del XVI secolo, Raccolta Fossard). Acrobata e funambolo, Martinelli simulava in scena viaggi all’Inferno e ritorno, scatenava il riso giocando con il sesso e gli escrementi, improvvisava monologhi demenziali. Circondato da un alone di magia, era amato dai Valois, dai Savoia, dai Medici e dai Gonzaga, che videro in lui l’amuleto capace persino di rendere fertili dinastie minacciate dalla sterilità (Leningrado, Ermitage)

Dello zanni conserva anche la maschera animalesca con i due fori rotondi, la barbetta selvatica, la scarsella e il bastone attaccato alla cintura (il “batòcio”), che utilizza per minacciare ed aggredire i suoi rivali e per accaparrarsi il cibo. Ne risulta una maschera dallo spirito villanesco, che imprime al personaggio una natura quasi bestiale, mossa più da passioni e bisogni elementari che filtrata dalla ragione.

Domenico Fetti. Ritratto di Tristano Martinelli (Arlecchino), a lungo erroneamente conosciuto come il ritratto di Francesco Andreini. Dopo la fama internazionale, la consacrazione in patria per i Martinelli arriva prima con l’ingaggio nella compagnia stabile del duca Vincenzo Gonzaga, poi con la nomina di Tristano, il 29 aprile 1599, a sovrintendente de comici e ciarlatani per i territori del ducato di Mantova, incluso il Monferrato. Vertice di una carriera folgorante rimane l’invito di Enrico iv, re di Francia, per le nozze epocali con Maria de’ Medici, celebrate il 17 dicembre 1600

Così la bautta nera che gli ricopre il volto può celare un ghigno satanico, il bitorzolo rosso in fronte è il residuo di un corno satiresco e la barbetta selvatica ricorda le raffigurazioni medievali in tema demoniaco.

Trattato Buffonesco dell’Arlecchino Tristano Martinelli, stampato a Parigi nel 1601 (Compositions de Rhetorique). L’Arlecchino delle origini aveva le sembianze di un essere maligno, scimmiesco ed irsuto, nascosto dietro una una mezza maschera nera. La veste di Arlecchino-Tristano è bianca o beige maculata di macchie

L’Arlecchino di Tristano Martinelli è è ora costruito “e la sua ascesa al trono di re ‘dei diavoli, dei pazzi o degli spettri che dir si voglia’ è garantita (8).

Trattato Buffonesco dell’Arlecchino Tristano Martinelli, stampato a Parigi nel 1601 (Compositions de Rhetorique)

L’evoluzione di Arlecchino

La maschera subirà nel tempo un graduale adattamento alla recitazione e ai costumi della tradizione francese, andando via via arricchendosi, nelle diverse esperienze di viaggio, di nuove sfumature, E ciò a seconda delle diverse qualità degli interpreti che più gli han dato voce, corpo, sentimento e a seconda del gusto del pubblico che di applauso in applauso ne ha forgiato l’archetipo popolare.

Dopo Martinelli e dal 1661, Domenico Biancolelli, un italiano naturalizzato francese, ingentilisce il personaggio cambiandogli completamente carattere. L’antico vestito dalle mille toppe viene sostituito da un costume che ricorda le squame di un serpente e che verso il Settecento acquisterà una sempre maggior definizione, permettendo anche una più ampia libertà di movimento. Ma dovremo arrivare a Goldoni per vedere le vere losanghe del costume di Arlecchino (9), che hanno trasformato in ricamo l’antico rattoppo.

Il personaggio di Martinelli è un Arlecchino primordiale, destinato ad evolversi e a spaccarsi nella duplice identità franco-spagnola e in quella, diametralmente opposta, veneziana.

Perchè se nelle raffinate corti di Francia e di Spagna Arlecchino diventa più aggraziato nei modi e nell’aspetto, diventando simbolo di simpatia, scaltrezza e gioiosità, a contatto con la nobiltà veneziana andrà a incarnare l’indole dei Brembani di allora.

“Arlecchino pensoso”, 1901, Pablo Picasso. Arlecchino resta la più popolare e durevole delle maschere, ispiratrice, dopo la grande fioritura della Commedia dell’Arte, di scrittori come Goldoni (Arlecchino servitore di due padroni…) e Marivaux; di romanzieri e poeti romantici come Baudelaire, Flaubert, e Georges Sand; pittori come Watteau, Daumier, Manet, Degas, De Nittis, Cézanne, Seurat, Ensor e dopo di loro Picasso e Severini; ispirando intellettuali ed artisti di teatro, di strada, circensi, insieme al mondo della musica e del balletto. 

Arlecchino in laguna

In laguna Arlecchino acquisisce la semplicità, la rozzezza e la furberia animalesca del mondo contadino bergamasco, di cui porta anche la naturalezza.

Nelle due stampe che celebrano la Rivoluzione bergamasca del 1797, evento innescato dalla presenza delle truppe napoleoniche, la maschera di Arlecchino compare in Piazza Vecchia contrapposta a quella di Pantalone, rappresentando lo scontro tra la tirannide e la libertà, tra l’Antico Regime e la rivoluzione: “L’è pur vegnuda l’ora: va via Galioto!”: Arlecchino, nonostante parli ormai il dialetto veneziano è ancora protagonista della scena bergamasca. Arlecchino si improvvisa venditore ambulante di tutto il vecchiume veneziano. “Ordini e straordini”, ossia medaglie e insegne, cariche e decorazioni sotto l’insegna di San Marco che non avevano ormai più nessun valore. Arlecchino ne organizza la vendita davanti al vecchio Pantalone che stenta a credere a quanto avviene, tanto d’essere costretto a ricorrere agli occhiali per metterne a fuoco l’incredibile scena

Le sue peripezie teatrali, mimiche ed acrobatiche hanno il sentore di quella fame e di quelle privazioni dei suoi conterranei Brembani, che nel Cinquecento lasciavano le valli bergamasche per trovare di che sfamarsi a Venezia, dove svolgevano lavori umili e faticosi e dove venivano scherniti per i modi grossolani e il linguaggio “ridicoloso” e incomprensibile (sarà poi Goldoni, a metà Settecento, ad esaltare l’utilizzo del dialetto e fissare i caratteri delle maschere principali, inducendo Arlecchino e Brighella ad adottare definitivamente la lingua ufficiale della capitale della Repubblica: il dialetto veneziano).

Ancora più esplicita la seconda stampa. Siamo in Piazza Vecchia ed è il 12 marzo del 1797, giorno che segna la fine del dominio di Venezia a Bergamo. Arlecchino, simboleggiando il popolo bergamasco che scaccia Venezia, prende a calci il vecchio Pantalone, che si allontana piegato in due

Nella Commedia dell’Arte egli impersona dunque il montanaro orobico giunto a Venezia coi facchini in cerca di lavoro: dimentica il suo dialetto e assume quello lagunare per farsi accettare dai suoi padroni, servendoli e campando la vita (“galantuomo bergamasco” egli si proclama in una nota commedia goldoniana).

E al di là dell’origine fiammingo-piccarda del suo nome, “rimane bergamasco nelle sue origini di zanni della vallata, accoppiato a Brighella, cittadino e smaliziato. Lo attesta tutta la tradizione”, compresa quella dello zanni Alberto Ganassa… (10).

Quella di Arlecchino diventa così una maschera naturalizzata bergamasca, a dispetto del retroterra demoniaco del suo nome e della metamorfosi europea della maschera.

Bergamo Alta, Carnevale 1974

 

Bergamo Alta, Carnevale con i costumi del fabbro Scuri

 

Bergamo Alta, Carnevale con i costumi del fabbro Scuri

E malgrado ogni passata controversia (11) Bergamo festeggia ancora il Carnevale rievocando e rivivendo le peripezie del “suo” Arlecchino: quel misto di balordaggine e arguzia del contado bergamasco, sposato alla colorita parlata della città lagunare: un veneziano, in fin dei conti, molto  “internazionale”.

Via Borgo Palazzo e la-Gioielleria Rosaspina in uno scatto del 1959

 

Note

(1) La nascita della Commedia dell’Arte, coincidente con quella dell’attore professionista, è “stabilita convenzionalmente dalla data di stipula del primo contratto di costituzione di una compagnia di comici. A Padova il 25 febbraio 1545 Ser Maphio, detto Zanini da Padova, e alcuni suo compagni si riuniscono in “fraternal” sodalizio sino alla Quaresima dell’anno successivo, concordando un regolamento per dividere spese e guadagni della loro attività spettacolare” (A cura di Rosanna Brusegan, Premessa di Dario Fo, in “La scienza del teatro – Omaggio a Dario Fo e Franca Rame” – Atti della Giornata di Studi (Università di Verona, 16 maggio 2011). Bulzoni Editore, 2013).

(2) Laura Diafani, L’Arlecchino del Grand siècle, in: Caffè Michelangiolo – Rivista di discussione. Fondatore e direttore Mario Graziano Parri, Pagliai Polistampa. Quadrimestrale – Anno XI – n. 1 – Gennaio-Aprile 2006. Accademia degli Incamminati. Modigliana.

(3)  Rosanna Brusegan, Ibidem. 

(4) In una commedia, composta ad Arras nel 1276, Le Jeu de la Feuillée di Adam de a Halle, irrompe sulla scena per la prima volta la caccia infernale di Hellequin, “il cavaliere franco della caccia selvaggia, condannato con il suo lugubre seguito di armigeri spettrali ad inseguire eternamente la selvaggina senza mai raggiungerla” U. Zanetti, cit.).

(5) Umberto Zanetti – per il Museo della Valle di Zogno. Il mito dell’uomo selvatico nella montagna bergamasca.

(6) Laura Diafani, Ibidem.

(7) Umberto Zanetti, Ibidem.

(8) Laura Diafani, Ibidem.

(9) Rosanna Brusegan, Ibidem. 

(10) Umberto Zanetti,  Bergamo d’una volta. Ed. Il Conventino, Bergamo, 1983.

(11) Nel 1904 I Bergamaschi insorsero con tanto di petizioni e manifestazioni di piazza contro le tesi di uno studioso tedesco, Otto Driesen, che voleva Arlecchino originario del Nord Europa e vi fu anche un recente tentaativo, peraltro non riuscito, di “mantovanizzare” la maschera: una maschera della quale Goldoni, ne “Il teatro comico” precisava: “le Brighella et Arlequin ont toujours été Bergamasques”.

Riferimenti essenziali

L’Arlecchino del Grand siècle, di Laura Diafani, in: Caffè Michelangiolo – Rivista di discussione. Fondatore e direttore Mario Graziano Parri, Pagliai Polistampa. Quadrimestrale – Anno XI – n. 1 – Gennaio-Aprile 2006. Accademia degli Incamminati. Modigliana.

A cura di Rosanna Brusegan, Premessa di Dario Fo, in “La scienza del teatro – Omaggio a Dario Fo e Franca Rame” – Atti della Giornata di Studi (Università di Verona, 16 maggio 2011). Bulzoni Editore, 2013.

Lingua e dialetto come espressione dell’altro nella commedia del Cinquecento, Manuela Caniato, K.U.Leuven.

Umberto Zanetti – per il Museo della Valle di Zogno. Il mito dell’uomo selvatico
nella montagna bergamasca.

Eliseo Locatelli, Arlecchino che parla bergamasco. Ed. Corponove, 2016.

La storica funicolare di San Pellegrino e il rilancio di Vetta, piccolo paradiso della Valle Brembana

E’ di questi giorni la notizia del riavvio della storica funicolare San Pellegrino-Vetta, previsto per la primavera-estate 2019 a trent’anni esatti dalla chiusura avvenuta nel marzo del 1989, per la riduzione del traffico passeggeri.

La prima funicolare, progettata dall’ingegnere monzese Giovanni Villoresi, fu attiva fin dall’origine nella sola stagione termale, fra giugno e settembre. In fase di rimozione proprio in questi giorni, è stata ritratta in uno strepitoso HDR da Pio Rota

Un primo passo verso la riabilitazione della funicolare si era già compiuto  in vista del programma di rilancio di San Pellegrino previsto per l’Expo 2015, quando cioè l’impianto e l’edificio annesso vennero sottoposti ad un totale rinnovamento. Si sta provvedendo ora alla rimozione della vecchia carrozza, che verrà sostituita da nuovi vagoni realizzati dalla Leitner di Bolzano.

Il cantiere dell’impianto della funicolare e dell’edificio annesso, aperto in vista del programma di rilancio di San Pellegrino previsto per l’Expo 2015 (Ph Angelo Galani)

 

Il termine dei lavori di ripristino dell’impianto della funicolare e dell’edificio annesso (adibito a sede espositiva), ancora con la vecchia funicolare  (Ph Angelo Galani, ottobre 2011)

La riabilitazione della funicolare rimetterà in comunicazione San Pellegrino con l’amena località Vetta, sede di attrezzature turistiche, in via di recupero, che un tempo ne costituivano il fiore all’occhiello.

La graziosa località Vetta è posta sul pizzo del Sole ed è chiamata anche San Pellegrino Kulm. Vi sorgono numerose ville e un Hotel di stampo liberty. Ma non solo…

 

L’interno di una villa liberty in località Vetta

La sistemazione del parco della Vetta potrà offrire, oltre alle visite alle Grotte del Sogno, interessanti percorsi escursionistici, fra i quali merita una menzione particolare quello che conduce alla vicina sorgente Boione, ricchissima di cascate e cascatelle d’ogni sorta.

Il caratteristico ingresso delle Grotte del Sogno, riaperte nel 2011, ritratte da Maurizio Scalvini per www.Pieroweb.com

Lo sviluppo edilizio di Vetta fu intimamente legato a quello turistico-termale di San Pellegrino, dove al culmine della Belle Epoque vennero realizzati alcuni complessi di pregio architettonico tipici delle “villes d’eau” mitteleuropee, quali il Grand Hotel, il Casinò, lo Stabilimento Termale e alcune ville storiche sorte ai primi del Novecento.

Gita in barca sul Brembo nel cuore della Belle Epoque!

 

Il Casino, il Palazzo della Fonte e la funicolare con San Pellegrino Vetta

 

Nel 1906 la stazione climatica di San Pellegrino era stata raggiunta dalla ferrovia della Valle Brembana, incrementando notevolmente l’afflusso turistico dell’area.

I titolari della Società Anonima Fonte Bracca concepirono così l’idea di una funicolare che raggiungesse Vetta, dove realizzare, secondo la moda dell’epoca, un ristorante con terrazza panoramica che rappresentasse il fiore all’occhiello del luogo.

L’hotel Vetta, accanto alla stazione superiore della funicolare

 

La stupenda terrazza dellHotel Vetta, rigorsamente in stile liberty

E la funicolare divenne a tutti gli effetti un mezzo assai utilizzato in alternativa all’erta e scomoda strada comunale.

Oltre all’originaria fermata intermedia, presso il punto d’incrocio in località La Botta, nel tempo furono aggiunte le ulteriori fermate di Paradiso e Falecchio, di cui è allo studio una proposta di ripristino.

Da San Pellegrino l’impianto progettato nel 1907 dall’ing. monzese Giovanni Villoresi, già progettista della funicolare Como-Brunate, conduce alla frazione Vetta. La realizzazione dell’impianto fu affidata alla Ceretti e Tanfani (l’immagine risale al 1915)

Vetta divenne quindi un raffinato quartiere residenziale estivo di stampo liberty, ad uso e consumo dei molti frequentatori abituali della stazione climatica.

Alle Terme di San Pellegrino, inizi Novecento

 

La funicolare venne inaugurata il 25 luglio del 1909 insieme al grande “Albergo Fonte Bracca”, in Val Serina, entrambi progettati dall’ing. Villoresi, che solo due anni prima aveva fatto costruire il primo stabilimento d’imbottigliamento dell’acqua Bracca.

Nel 1907, accanto alle sorgenti sorse l’Albergo Fonte Bracca, nella località omonima in Val Serina

 

Fonte Bracca, 1912

 

Gitanti milanesi a Bracca, nel 1908

Dopo una lunga e complicata serie di passaggi (le cui vicende sono illustrate qui), la gestione della funicolare venne affidata alla Società Gestione Fonti Minerali controllata dalla Sanpellegrino, la Società che aveva avviato lo sfruttamento economico della nota acqua minerale, e che provvedette alla revisione e alla manutenzione della funicolare fra il 1978 e l’83.

La funicolare per Vetta in una cartolina del 1983, all’epoca in cui venne gestita alla Società Gestione Fonti Minerali controllata dalla Sanpellegrino

Ma a causa della riduzione del traffico passeggeri, la funicolare venne chiusa il 6 marzo 1989 ed in seguito l’edificio annesso venne utilizzato come civile abitazione.

Un primo tentativo per il ripristino della funicolare fu condotto nel 1990 grazie a un finanziamento regionale. Un successivo stanziamento di 5 milioni di euro permise di avviare l’iter per la ricostruzione dell’impianto la cui riapertura, connessa con la ristrutturazione dello storico Grand Hotel e al generale rilancio turistico di San Pellegrino, era prevista per il 2017.

Il Comune di San Pellegrino aveva infatti da tempo effettuato il recupero della stazione  e dell’attiguo edificio, trasformandolo in fabbricato atto ad ospitare allestimenti artistici.

L’edificio originario annesso alla funicolare

 

All’edificio originario (con pianta a croce e tre locali per piano dislocati su tre livelli e con un piccolo interrato) si erano aggiunti nel tempo alcune superfetazioni che ne avevano parzialmente modificata la struttura. E’ stato quindi necessario modificare la distribuzione funzionale dei locali interni al fine di ottenere un percorso espositivo continuo (Ph Angelo Galani)

 

Stazione ed edificio annesso alla funicolare, ottobre 2011 (Ph Angelo Galani)

In precedenza, dalla piazzetta, attraverso un ampio accesso ad arco si raggiungeva la sala d’attesa e da qui i due piccoli locali riservati all’addetto al funzionamento della funicolare. Per accedere all’alloggio era invece necessario uscire nel giardino privato ed aggirare l’edificio fino a raggiungere l’accesso del vano scala che distribuiva i due livelli abitabili ed il sottotetto.
In funzione della nuova destinazione d’uso, è stato quindi realizzato un unico accesso ben posizionato.

Stazione ed edificio annesso alla funicolare, ottobre 2011 (Ph Angelo Galani)

 

Stazione ed edificio annesso alla funicolare, ottobre 2011 (Ph Angelo Galani)

Per il rilancio di Vetta, insieme al ripristino della funicolare è nell’aria un progetto di riapertura dell’ex Hotel Vetta (destinato anche ad ospitare le terme curative), nonchè una serie di proposte contenute in uno studio realizzato da un gruppo di studenti del Politecnico di Milano,  come la realizzazione di luoghi di sosta per la valorizzazione dell’acqua, con fontane o cisterne, e un albergo diffuso in località Paradiso (un’ex area ricettiva).

Per l’ex pista del Sole, un tempo prestigiosa pista da sci estivo, si è pensato invece ad una riconversione in campeggio, valorizzando l’aspetto naturalistico e sportivo, rivolto ad un turismo più sostenibile.

Negli anni Settanta la famiglia Cima, facoltosa famiglia brembana proprietaria della cartiera di S. Giovanni Bianco, realizzò un’innovativa pista da sci in plastica a monte di San Pellegrino, la Pista del Sole, una delle prime di questo genere in ambito montano. Inaugurata nel ’75 divenne un vero e proprio polo sportivo, con una pista di discesa ed una di fondo (vi gareggiarono Thoeni e Jean Claude Killy), una palestra per il gioco del tennis e un’area di tiro con l’arco. Nell’immagine, l’annesso bar-ristorante, ritrovo elegante ed escusivo dell’epoca, da tempo in disuso

Per uno studio del territorio di Almè in epoca romana

Reportage fotografico di Maurizio Scalvini, che ringrazio  per le utilissime indicazioni raccolte sul campo e per la preziosa collaborazione.

Almè, via Ponte Regina: l’antico tracciato che conduce a ciò che rimane dell’omonimo, grandioso ponte romano che si estendeva fra le opposte sponde di Almenno e Almè
Collocato all’imbocco della Valle Brembana sulla sponda sinistra del fiume Brembo, a circa otto chilometri dal capoluogo orobico, il comune di Almè sorge nei pressi di un’area di notevole rilevanza naturale, il “Piano del Petosino”, bacino lacustre singlaciale e interglaciale sede di fossili paleontologici e di ritrovamenti archeologici.
Tracce di popolamento protostorico sono state rilevate in tutta l’area all’imbocco delle valli Brembana e Imagna, nel territorio di Lemine, un vasto comprensorio territoriale racchiuso tra la sponda occidentale del Brembo e quella orientale dell’Adda, che per secoli mantenne una posizione di preminenza su tutto il circondario, e il cui nome si lega essenzialmente all’istituzione della pieve ed alla curtis regia longobarda.
L’origine del toponimo Lemine (1) sembra, secondo gli storici, giustificare una presenza celtica in Almè .
Poco distante, il Dunum di Clanezzo, fortificazione di matrice celtica della I età del Ferro erroneamente attribuita ai Galli (2), posta alla confluenza tra il torrente Imagna e il fiume Brembo,  presenta la struttura tipica di un oppidum,  riconducibile alla cultura Golasecchiana e alla stirpe degli Orobi.
Si tratta di un insediamento posto  a controllo della via pedemontana, il cui tracciato costituiva un’importante direttrice di traffico che, in direzione Est-Ovest, metteva in comunicazione Como (nel V secolo punto di mercato in cui si incontravano gli itinerari commerciali fra i popoli transalpini e quelli dell’Etruria centro Italica) con Brescia via Bergamo, passando per Almenno (3).
Un percorso  riconfermato in epoca romana, quando diviene tracciato militare (la celebre “Strada della Regina”) congiungendo Aquileia (Friuli) con la Rezia (Svizzera)  attraverso Verona, Brescia, Bergamo e Como, ripercorrendo così l’antica direttrice Bergamo-Como di matrice protostorica (4) e divenendo asse  della centuriazione relativa al territorio di Almenno.

Da V. Gastaldi Fois, ‘La rete viaria romana nel territorio del Municipium di Bergamo’ in ‘Rendiconti dell’Istituto Lombardo’, 105, 1971

In quanto crocevia militare e commerciale verso l’Europa, la Strada della Regina percorreva un territorio immerso in un’area militarmente turbolenta, occupato da diversi presidi militari.

Via Ponte Regina si diparte dalla vecchia stazione ferroviaria di Paladina da dove, per un lungo tratto, scorre tra anonime abitazioni ed edifici industriali. Solo a partire dall’incrocio con via Riviera (nell’immagine) si scorgono, a lato della stretta sede stradale, gli alti muri di ciotoli per la protezione di frutteti, orti, giardini, che fanno rimpiangere l’integrità di strade unitariamente fiancheggiate da case coloniche dai caratteristici loggiati in legno

Percorsi un centinaio di metri, quando la via si restringe in prossimità di una curva, le montagne si profilano in lontananza, insieme alla familiare sagoma del campanile della “Madonna del Castello” di Almenno

Ecco le case di via Ponte Regina osservate dal loro lato più agreste, che sfugge ai tanti automobilisti che percorrono questa viuzza per sfuggire alle code della Statale, probabilmente ignorando che stanno viaggiando su un’importantissima, secolare, via di comunicazione

Non a caso ad Almenno la postazione romana fortificata sulla colline di Duno (il Dunum di Canezzo ormai incluso nel sistema difensivo romano) e di Castra (5), in una posizione dominante gli accessi alle valli Imagna e Brembana, svolse la funzione di proteggere la Strada della Regina –  lungo la quale erano sorti accampamenti – dalle incursioni provenienti dalle valli; incursioni dovute alla resistenza indigena che continuò anche dopo la latinizzazione dell’ager bergomense.

All’altezza di un antico edificio in borlanti, via Ponte Regina compie una decisa curva a gomito per infilarsi lungo una lieve discesa lunga un centinaio di metri. Interessante è lo spigolo dell’edificio, rimarcato da grosse pietre squadrate

Al termine della discesa vi è il salto verticale della rupe che si affaccia sul fiume Brembo. Dalla sponda di Almè, il Ponte della Regina sorgeva proprio laddove ora si scorge un muretto
Nel I sec. a. C. le vittorie sui Galli (6) estesero la presenza romana nelle nostre zone portando una sorta di stabilità: nell’89 a.C. fu esteso il diritto romano alle città indigene transpadane, nel 49 a.C., quando Bergomum divenne municipium (7), la Bergamasca venne divisa in distretti (a loro volta suddivisi in più piccoli insediamenti), dislocati in particolare lungo le vie romane nei punti strategici e militari.

Uno dei distretti con cui i romani divisero la bergamasca fu appunto il pagus Lemennis.
Avente il centro amministrativo in Almenno S. Salvatore, presumibilmente nei pressi della Madonna del Castello, il pagus comprendeva diversi vici, fra cui quello di Almè (Lemene).

Le valli orobiche furono liberate dai rischi delle intemperanze degli avversari più irriducibili solo nel 43 a.C.; fu solo quindi in seguito a questa data che cominciò una lenta penetrazione dei coloni, insieme alla romanizzazione della popolazione locale e allo sfruttamento delle terre conquistate.

Questa colonizzazione si concretizzava con la formazione di nuovi insediamenti, nuclei o edifici sparsi di carattere rurale, o con l’integrazione di quelli esistenti, in particolare in quelli situati nei punti strategici e militari.
Tali insediamenti dovevano essere costituiti da edifici realizzati con materiali poveri o ricavati dalle risorse locali (legno, pietre di fiume).

A sorpresa sotto il malandato asfalto emerge il vecchio selciato, una preesistenza probabilmente medioevale, ma che induce inevitabilmente a domandarsi cosa possa celare lungo tale percorso
Si può ipotizzare che il territorio della futura Almè sia uscito da un certo isolamento solo dopo la conquista romana della Valle Padana, e più precisamente in occasione dei lavori per la costruzione della via militare per la Rezia (la Strada della Regina), che proprio in quest’area richiese opere di notevole impegno.
Ai confini dell’attuale territorio di Almè pare infatti siano stati eseguiti i lavori per il taglio del passo fra Almè e Bruntino al colle Cavergnano (un nome chiaramente di origine romana) e poi quelli per la costruzione del grande ponte sul Brembo, il celebre Ponte della Regina, il cui intervento, in particolare, richiedendo una prolungata presenza di tecnici, operai e soldati nella zona, fa supporre che essa abbia dato luogo all’impianto di insediamenti stabili che trovarono nel fertile pianoro riparato dai monti un luogo ideale, destinato ad attrarre anche parte della popolazione locale (in prossimità del punto di innesto del grande ponte sulla riva del Brembo sopravvive ancora il toponimo Fornaci, attestato già nel 1220, che sembra derivare proprio dalla presenza di un’officina, impiantata in età romana, per approntare i materiali necessari alla costruzione del ponte).

Il sito su cui sorgeva il Ponte della Regina, con in primo piano il punto d’innesto del pilone poggiante sulla sponda di Almè. Si nota un notevole salto verticale: rispetto al greto del fiume la struttura si elevava di circa 27 metri!

Il rettangolo rosso evidenzia i ruderi del pilastro di Almè; il rettangolo giallo indica i resti sommersi sulla sponda di Almenno; il rettangolo azzurro indica il grande pilone di Almenno. La linea color ciclamino è perfettamente in asse ai due pilastri su cui sorgeva il ponte ed anche Maurizio, scattando dalla sua postazione, si sente “perfettamente in asse” con questa emozione! (Elaborazione di Maurizio Scalvini)

Ed infine, visualizzata dalla sponda di Almenno, la rupe da cui si dipartivano i piloni dell’imponente Ponte della Regina, con in primo piano i resti del pilastro di Almè. Contrassegnato in rosso, il punto esatto in cui termina la via Ponte Regina, da cui si dipartiva il piano del ponte che fu a lungo percorso dagli eserciti romani e dove attualmente sorge il muretto da cui sono state scattate queste belle immagini

Certamente quindi, la presenza di una infrastruttura di rilievo quale è il Ponte della Regina favorì la formazione di insediamenti romani nella zona.

Ricostruzione del ponte di Lemine di Elia Fornoni, 1894. Il monumentale ponte di Lemine, o ponte della Regina, edificato per l’attraversamento del Brembo all’altezza di Almenno S. Salvatore, sorse (II sec d.C.) lungo la Strada della Regina, che ricalcava un antichissimo itinerario commerciale già ripercorso dai celti lungo il territorio di Lemine

Proprio il nucleo di Almè potrebbe essere sorto e sviluppatosi come caposaldo attestato in prossimità del ponte romano: la testimonianza documentaria di due torri medievali nel luogo detto corobiolo (dal latino quadrivium), ad est della Torre d’oro, potrebbero giustificare la presenza più antica del presidio.

Un documento del 867 d.C. cita un fundo et vico Larno oggetto della permuta tra Garibaldo, vescovo di Bergamo, e un certo Pietro di Presionico. La definizione contemporanea di vico e fundo è ritenuta associabile ad un insediamento attorniato da terre coltivabili (l’uso del termine vico e fundo in epoca altomedievale può autorevolmente giustificare un’antica presenza romana).

Strutture difensive medievali presso il Ponte della Regina (Gritti, 1997)

L’analisi della toponomastica locale ricavata da documenti medievali ci permette di ipotizzare una frequentazione del territorio di Almè suddivisa in diverse aree. Si individua quindi un’area detta dell’Arme – che ricorda l’antica dizione – entro la quale, racchiuso tra i torrenti Rino e Quisa, vicino alla via di Sombreno, poteva sorgere un insediamento ora scomparso: una trama catastale di particolare interesse proprio in questo sito potrebbe far pensare ad una derivazione dell’antico frazionamento.
Lo stesso dicasi per il toponimo Caprinium (Cavergnano), nome antichissimo di una località che si ricollega alla romana gens Caprinia.
S’individua poi la località 10 Pertiche situato tra Almè e Larno lungo l’asse diretto a Sud, a Agro collocato tra Villa d’Almè e Almè.

Particolare della carta dei dei luoghi dei ritrovamenti, delle famiglie del culto di Santi romani in Lemene e Val Breno, su un’ipotesi di maglia di centuriazione (elaborazione: Studio Gritti). In evidenza la toponomastica locale relativamente alle località dell’Arme, Caprinium e 10 Pertiche

Proseguendo verso sud lungo la medesima direttrice si incontrano altri nuclei, vici, quali Palatina, Scanum e Motium, dei quali sono stati scoperti pochi reperti pressochè tutti riferibili al I-II sec. d.C., e quindi in coincidenza di un effettivo progresso della società bergamasca.

Particolare della carta dei dei luoghi dei ritrovamenti, delle famiglie del culto di Santi romani in Lemene e Val Breno, su un’ipotesi di maglia di centuriazione (elaborazione: Studio Gritti). In evidenza la toponomastica locale per quanto concerne le località Palatina, Scanum e Motium, in cui sono riaffiorati reperti databili I-II sec. d.C.

Di grande suggestione è anche l’osservazione del culto dei Santi locali: vi si ritrovano dediche tutte ipoteticamente riconducibili al periodo tardo romano: tra queste S. Faustino e Giovita (Villa d’Almè), a S. Maria e S. Giovanni Battista (Almè, Mozzo), a S. Maria, S. Alessandro e SS. Fermo e Rustico (Sombreno e Paladina), a S. Vito (Ossanesga), a SS. Cosma e Damiano (Scano).

Inoltre, grazie al ritrovamento di alcune lapidi nei vici lungo la Valbreno, a Mozzo e a Ponte S. Pietro si conoscono il nome di alcune famiglie in parte di origine celtica (che testimomierebbero di una base sociale indigena) e in parte in relazione con l’area di Piacenza, d’altra parte legata a Bergamo come facente parte della tribù Voturia. Tra i personaggi di rilievo Marco Maesio Massimo, e la famiglia Calidii.

Carta dei dei luoghi dei ritrovamenti, delle famiglie del culto di Santi romani in Lemene e Val Breno, su un’ipotesi di maglia di centuriazione (elaborazione: Studio Gritti). Nella colonna a destra s’individua il culto dei Santi Romani riferito ad ogni singola località. Nella colonna a sinistra sono elencati i nomi di alcune famiglie locali, individuati mediante il ritrovamento di lapidi dislocate lungo il territorio
L’unica testimonianza archeologica rilevante nel territorio di Almè è il ritrovamento di un’ara dedicata al dio Silvano in località Cavergnano, che fu successivamente depositata nel campanile di Almè. L’ara, riferibile al II secolo, venne dedicata alla divinità da Marziale Reburro, probabilmente di derivazione celtica, figlio di Publio e di Igia (8).

La presenza di diversi insediamenti è testimoniata dal ritrovamento di numerose testimonianze archeologiche, la più importante delle quali è un’Il ritrovamento dell’ ara votiva al dio Silvano (II sec.), trovata proprio nell’area circostante il ponte, in loc. Cavergnano

Per quanto riguarda le direttrici viarie, sono stati individuati due tracciati che dal Ponte della Regina raggiungevano Bergamo, passando per Almè.

Strutture difensive nel comparto nord-ovest di Bergamo (elaborazione Studio Gritti)

Un tratto, inizialmente rettilineo, percorreva un tracciato che, passando per Almè, si dirigeva verso Brughiera, Petosino, Ramera, Ponte Secco, Valverde, fino alla porta di S. Lorenzo.

Si ipotizza poi che vi fosse un altro tratto – quello ritenuto più sicuro – che, passando per Almè, percorreva la spina dorsale che da Sombreno, salendo da Fontana, raggiungeva le pendici del colle di Bergamo accedendo alla città attraverso porta S. Alessandro, la porta occidentale (9).

Altre direttrici oltre a quelle sopracitate ebbero nuovo impulso a partire dalla fondazione della colonia di Piacenza (218 a.C.).

Da un punto di vista archeologico-topografico, l’originaria scelta insediativa del nucleo di Almè, potrebbe riallacciarsi ad un ipotetica direttrice proveniente da Sud: ovvero al percorso storico della transumanza (l’antica via Bergamo-Crema), l’antico tracciato di origine preromana che dalla pianura conduceva ai pascoli brembani disegnando l’asse Mozzo-Scano-Ossanesga-Sombreno-Paladina-Almè, lo stesso che proseguendo verso sud sarebbe poi divenuto in epoca romana, un asse di riferimento per la centuriazione, forse riferibile al cardo n. XX indicato dal Tozzi, ovvero il cardo massimo della prima centuriazione del territorio bergamasco (10). E ciò in relazione a quanto supposto in recenti studi.

Se così fosse, anche la via per Sombreno, prolungamento naturale del cardo, risalterebbe nella regolarizzazione centuriata delle terre adiacenti.
Alcuni ritrovamenti d’epoca romana e l’aiuto della toponomastica locale, ovvero l’indicazione circa la presenza di famiglie riconducibili all’area di Piacenza, sembrerebbero avvalorare questa ipotesi, testimoniando quindi l’esistenza di insediamenti romani presumibilmente impostati sulla centuriazione.

E’ lecito dunque chiedersi se esisteva una centuriazione nella piana di Almè. Le tracce rilevabili all’oggi sono piuttosto esili ma, osservando i catasti ottocenteschi si intravede una suddivisione dei terreni perpendicolare alla direttrice sopracitata, seguita dai luoghi ritenuti presenti in epoca romana:
Motium, Scanum, Ossanisga e Palatina.

Dal catasto ottocentesco. In generale i sistemi di misurazione e valutazione dei possedimenti risultano essere molto spesso tra gli elementi portanti su cui si basa una ricostruzione storica. Questo vale in particolare nel caso di Almè, sia per la questione della omonimia con Almenno (la già citata definizione Lemene), sia per la carenza di memorie storiche locali

 

Almè, mappa catastale del periodo Lombardo-Veneto, primo rilievo (Archivio di Stato di Milano)

Si potrebbe quindi scorgere una divisione particellare che suscita particolare attenzione individuando due diversi orientamenti.

Particolare della carta dei dei luoghi dei ritrovamenti, delle famiglie del culto di Santi romani in Lemene e Val Breno, su un’ipotesi di maglia di centuriazione (elaborazione: Studio Gritti)

Il primo, continuativo a quello presente nella piana sottostante, sarebbe individuabile sia in una griglia particellare nell’area presumibilmente occupata dall’antico vico Larno, sia lungo l’asse che da Sud conduce alla strada della Regina nel sito anticamente detto 10 Pertiche.

Il secondo, comprendente l’abitato di Lemene ed i terreni e SE, sarebbe invece impostato secondo la direttrice della Strada della Regina.
Verso Nord, la presenza dei toponimi corobiolo e agro nonchè del centro di Villa Lemene ci potrebbero indicare un prolungamento della centuriazione fino alla base collinare.

NOTE
(1) La comunità di Almè ed il suo territorio, fino a quasi tutto il XVI secolo, sono sempre stati indicati nei documenti con il nome LEMINE o LEMENE, esattamente come la vicina comunità di Almenno, stabilita sull’opposta riva del fiume. Per questo, l’analisi di ogni documento relativo alle due comunità presuppone un laborioso accertamento che possa stabilire con sicurezza a quale di esse si riferisca il documento in questione.
(2) Secondo il Rota (Origine di Bergamo, lib. III) “dun” è un’espressione che nel linguaggio gallico significa “colle o monte”; nella Gallia oltremontana si hanno infatti numerosi esempi di città situate in luoghi elevati i cui nomi finivano in “dun”, che poi i latini modificarono in “dunum”.
(3) La cultura di Golasecca, civiltà sviluppatasi nella regione dei laghi lombardi, tra il Po e l’arco alpino, si trovava in posizione di rilievo nei rapporti economici tra la civiltà etrusca e, oltralpe, quella celtica. Tale situazione, oltre al naturale sviluppo di una rete viaria locale, favorì il formarsi di direttrici di traffico comprese in lunghe rotte commerciali, sulle quali si attestarono anche centri urbani quali Como (nel V secolo punto di mercato in cui si incontravano gli itinerari commerciali fra i popoli transalpini e quelli dell’Etruria centro Italica), Bergamo e Brescia. Tra queste, vi erano quelle definite come la Transalpina e la Pedemontana. La Transalpina, in direzione NO-SE, congiungeva la valle del Reno con Felsina e l’area del Mincio seguendo il tracciato passo di S. Bernardino – Bellinzona – Canton Ticino – Como – Brembate – Fiume Mincio e Mantova. La Pedemontana, in direzione E-O, metteva in comunicazione Como, centro nodale per l’accesso a Nord, con Brescia via Bergamo (De Marinis annota che da Bergamo il tracciato forse si divideva in due direttrici: “a nord attraverso la valle S. Martino si perveniva a Chiuso e quindi a Lecco….a sud seguendo il corso del Brembo si poteva passare l’Adda all’altezza di Brembate e di Trezzo” e quindi proseguire per Como – cfr. R.C. De Marinis, 1995, p.4 -).
Altre vie ipotizzate erano quelle che seguivani i corsi dei principali fiumi quali l’Adda, il Serio, l’Oglio, nonchè le valli Seriana e Cavallina e, infine, un tracciato tradizionalmente usato per la transumanza attraversante Crema – Mozzanica – Bariano – Morengo – Cologno – Urgnano – Zanica. Da qui si ipotizza una biforcazione conducente ai pascoli subalpini, verso Est, in valle Seriana e, verso Ovest, in valle Brembana.
(4) Fra il III e il II sec. a.C. si assiste a una decisa penetrazione romana verso Nord. La necessità di un controllo di un territorio più ampio e l’introduzione di una politica intesa al dominio disciplinato delle popolazioni autoctone viene attuata dalla repubblica romana mediante l’imposizione di nuovi tracciati, la razionalizzazione di quelli esistenti, e l’applicazione del sistema di centuriazione. In area lombarda si favorirono i collegamenti di pianura. Questi privilegiavano i percorsi da Milano verso Novara, Pavia, Piacenza, Cremona, Brescia, Bergamo e Como.
(5) Alle pendici della collina di Castra, sono venuti alla luce i resti di di un acquedotto di epoca romana, il cui impianto idrico consisteva in un condotto in calcestruzzo con sezione ad “U”, privo di copertura, della lunghezza di circa 2 km, che prelevava l’acqua da una cascata portandola fino alla forcella di Castra.
(6) Man mano i Romani avanzavano verso il nord Italia, la reazione tenace dei Celti fu domata dopo 5 anni di aspra guerra; le ultime due resistenze, specie nelle valli, furono fiaccate dal console Valerio nel 196 a. C.. Cosicché Roma portò oltre il Po la sua potenza ed il nostro territorio fu certamente latinizzato (in sequenza le vittorie furono: 222 a.C. sull’Oglio, 199 a.C. sul Mincio, 198 a.C. a Como, 196 a.C. a Milano (Cfr. P.Manzoni, Lemine dalle origini al XVI secolo, Bergamo 1988, p. 19).
(7) Nel Bergamasco i confini non dovevano inizialmente oltrepassare le cime dell’Albenza, del Resegone e del Canto Alto.
Nel I sec. a. C. le vittorie sui Galli (in sequenza le vittorie furono: 222 a.C. sull’Oglio, 199 a.C. sul Mincio, 198 a.C. a Como, 196 a.C. a Milano (Cfr. P.Manzoni, Lemine dalle origini al XVI secolo, Bergamo 1988, p. 19) estesero la presenza romana nelle nostre zone portando una sorta di stabilità: nell’89 a.C. fu esteso il diritto romano alle città indigene transpadane, nel 49 a.C. Bergomum divenne municipium (Il “municipio” romano era diviso in distretti, a loro volta suddivisi in più piccoli insediamenti, dislocati in particolare lungo le vie romane nei punti strategici e militari.
Fu solo nel 43 a.C. quando le valli orobiche vennero assoggettate al dominio romano liberando tutta la fascia collinare dai rischi delle intemperanze degli avversari più irriducibili, che cominciò una lenta penetrazione dei coloni, insieme alla romanizzazione della popolazione locale e allo sfruttamento delle terre conquistate. Questa colonizzazione si concretizzava con la formazione di nuovi insediamenti, nuclei o edifici sparsi di carattere rurale, o con l’integrazione di quelli esistenti, in particolare in quelli situati nei punti strategici e militari.

(8) Silvano, dio romano forse assimilabile ad una divinità agreste celtica Cfr. M. Vavassori (a cura di), Le antiche lapidi di Bergamo e del suo territorio. Materiali, iscrizioni, iconografia, in “Notizie archeologiche bergomensi”, n. 1, 1993, pp. 145-146.

(9) E’ importante, a tale proposito, precisare che le direzioni delle vie principali che si dipartono (e convergono) dalle antiche porte della città, furono fissate già dai tempi antichi, almeno dal periodo romano, quando le probabili porte della cinta romana, erano, così come oggi, orientate secondo quattro punti principali (in qualche modo riconducibili ai quattro punti cardinali) che si aprivano verso Milano, Brescia, Como e la Valle Seriana, corrispondenze che furono poi confermate dalle aperture principali di quella medievale e poi fissate in quelle della fortezza veneta: Porta S. Alessandro – verso Ovest -, Porta S. Giacomo – verso Sud -, Porta S. Agostino – verso Est -, Porta S. Lorenzo – verso nord.
(10) “Conseguentemente all’ammissione dello ius Latii (89 a.C.), iniziò la centuriazione del territorio bergamasco. Studi precedenti hanno individuato due fasi distinte: la prima, interamente compresa nell’area pianeggiante del territorio, riferibile all’epoca dell’ammissione, la seconda, in parte sovrapposta alla precedente, realizzata in epoca augustea in una situazione meglio definita militarmente. Seguendo le indicazioni del Tozzi la prima centuriazione venne orientata secondo l’asse Spirano-Stezzano. In seguito la Cantarelli ha ipotizzato come Cardo massimo, il tracciato di riferimento per la prima centuriazione, l’antica via Bergamo-Crema – anticamente usata per la transumanza – passante per Verdello e identificata dal Tozzi come cardo XX: Se così fosse, anche la via per Sombreno, prolungamento naturale del cardo, risalterebbe nella regolarizzazione centuriata delle terre adiacenti” (Gritti, op cit.)

Riferimento principale
A cura di Andrea, Luigia e Pietro Gritti, “Almè, l’antico nucleo e il territorio”, 1997.

Un ringraziamento alla gentilissima signora che ha aperto a Maurizio i cancelli del suo cortile, postazione ideale per gli scatti fotografici presenti nel post.

L’articolo è pubblicato anche in Due passi nel mistero