Bergamo nelle impressioni di Hermann Hesse: dalla percezione all’anima

Al suo terzo appassionato viaggio in Italia, nel 1913 il grande scrittore svizzero-tedesco Hermann Hesse – premio Nobel per la Letteratura nel 1946 – compie un viaggio in Lombardia visitando in successione Como, Bergamo e Cremona, mete tra le meno sfruttate dai viaggiatori celebri del tempo. Com’è consuetudine, annota le impressioni e le emozioni del viaggio nel suo “Bildebuch”, lasciandoci in eredità una delle descrizioni più belle e suggestive dell’antica Bergamo.

Dopo aver visitato due grandi mete del Belpaese, Venezia e Firenze, egli desidera ardentemente andare alla scoperta di centri minori, lontani dai Grand Tour così in voga tra gli intellettuali e gli aristocratici del tempo. Desidera vagare per cittadine raccolte e un po’ assonnate, ricche di logge e porticati che offrano frescura e rifugio al viandante straniero; luoghi dal carattere remoto e dalla grazia ritrosa che si possano percorrere a piedi e abbracciare dall’alto in un solo sguardo, con strade e viottoli nei quali il tempo sembra sospeso. Luoghi simili alle amate cittadine dell’Italia centrale con quegli ‘umidi vapori di angusti vicoli’ e le ‘presaghe oscurità’.

L’autore del “Viandante” si lascia condurre per la città non dalle istruzioni contenute in una Guida ma solo dalla sua anima colta, sensibile e aperta,  soffermandosi su ciò che per lui è fonte essenziale di emozione e quindi degno di prolungato sguardo contemplativo.

Hesse, che salì in Città Alta verso notte, pieno di curiosità, addentrandosi inaspettatamente in una grande, magnifica piazza si lasciò attrarre da oscurità piene di mistero e sorprendere da nobili costruzioni balzanti su all’improvviso con genuino stupore, lasciando che i suoi sensi, complice la notte, lo trasportassero in un mondo surreale, ingigantito da ombre oscure, che si dissolsero con la luce del giorno.

Giunto al cospetto della chiesa grande di Santa Maria, si trovò subito ravvolto da una luce e da un profumo devoti e solenni, respirando l’ardore e la consapevolezza di un superbo passato e attirato da un raggio di sole ad un palazzone che sullo sfondo lasciava giungere dalle finestre spalancate le voci a coro di scolari…

Rimase lì incantato.

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In una notte di marzo del 1913 l’allora trentaseienne Hermann Hesse  approda  alla stazione di Bergamo…

s’incammina verso la funicolare e a poco a poco il profilo lucente di Città Alta si svela al suo sguardo.

Risale l’imponente arteria centrale, dove sono allineati ristoranti e negozi illuminati…

raggiunge la funicolare per Città Alta…

e dal Mercato delle Scarpe…

si dirige verso Piazza Vecchia.

“Mi ritrovai nel cuore di una buia città antica, inghiottito da un vicolo stretto e spopolato.

Proprio allora venivano chiuse le botteghe.

D’un tratto mi spaventò la vista di una torre incredibilmente alta che fuoriusciva da una forra di case e spariva in alto, nella notte; mi parve di essere tornato all’improvviso nella Toscana meridionale o in una cittadina dell’Umbria montagnosa.

Torre del Gombito, eretta nel XII secolo, appartenne anticamente alla potente famiglia de’ Zoppo. La torre, una delle poche superstiti, testimonia il potere esercitato dai clan familiari sulla città in epoca medioevale. Molte altre torri vennero abbattute da Venezia quando nel 1428 la Serenissima estese il suo dominio sino a Bergamo

 

Inaspettatamente il vicolo si allargò come spartendosi in due e sfociò in una grande piazza stupenda:

a destra un lungo portico ad arcate dove tardivi passeggiatori fumavano la pipa;

a sinistra un grande monumento moderno, probabilmente un Garibaldi; e a ridosso una scura, elegante architettura con grosse colonne ed archi eleganti.

Il “grande monumento” a Garibaldi, qualche decennio prima aveva fatto sloggiare dal centro della piazza la settecentesca fontana del Contarini, che si prese tuttavia la rivincita ritornando al suo posto nel 1922; la “scura, elegante architettura” è l’austero palazzo della Ragione, costruito nei primi anni del Duecento e più volte rimaneggiato, simbolo della sovranità comunale

Sulla piazza nessun segno di vita all’infuori dei vetri debolmente illuminati di un piccolo caffè e di una drogheria che in vetrina esibiva, a mo’ di gioielli, brillanti bottiglie di vetro verde e arancio cupo.

Il porticato scamozziano in marmo bianco di Palazzo Nuovo, oggi sede della Civica Biblioteca, ospitava allora il Regio Istituto Tecnico

Trassi un profondo respiro. Da molto tempo non entravo più di notte in un’antica cittadina italiana, adescato da oscurità presaghe, sorpreso dal repentino apparire di nobili architetture e salutato dall’umidità della pietra degli stretti vicoli.

Nella locanda mi venne assegnata una camera pavimentata in cotto rosso, grande come un palazzo, e mi fu dato del tenero arrosto di montone. Il vino era buono, e l’oste aveva una bella cognata.

Hesse prese probabilmente alloggio all’Albergo del Sole, l’unico allora collocato in Piazza Vecchia, dove inizia la Corsarola. Oggi come allora l’albergo espone la bella insegna del sole in ferro battuto, dorato e colorato vivacemente

Ciò nondimeno uscii subito.

La pioggia sgocciolava soavemente sui lastroni di pietra, su cui si cammina tanto bene.

Il Garibaldi era là, serio e un po’ abbacchiato, sul suo alto piedistallo, custodito da quattro leoni dall’aria assai truce. A tre ficcai nelle fauci urlanti di bronzo una monetina da due soldi che l’indomani ritrovai al medesimo posto.

Nel frattempo avevo aggirato il monumento ritrovandomi così davanti a un meraviglioso palazzo il cui pianoterra formava un imponente portico col soffitto voltato, pilastri a spigoli verso l’esterno e belle colonne leggere all’interno.

Lo attraversai. Sul lato sinistro vidi una maestosa scalinata bianca che portava al Duomo..

e di fronte un’altra grande chiesa dall’aspetto fantastico, cupole indistinte nel cielo notturno..

Un portale molto antico, presumibilmente gotico, con figure entro piccoli tabernacoli;

di fianco, la facciata ricca e turgida di una cappella. Il tutto immerso nella foschia crepuscolare, il tutto carico di presagi e di promesse.

Pregustai sorprese affascinanti.

Andai oltre, eccitato e pieno di aspettative per il mattino seguente, senza alcun desiderio di guastarmi l’attesa con la lettura di un Baedecker o Cicerone.

 

L’indomani la prima passeggiata mi riportò sulla piazza, che ora, nella luce del mattino, mantenne tutte le promesse della notte.

Solo il Garibaldi usciva perdente, se ne stava tapino sul suo zoccolo troppo grosso, mentre i quattro leoni feroci non solo, come allora vidi, avevano un’aria stolida, ma fortunatamente erano anche molto più piccoli.

 

Il palazzo con il portico, a volte, ospitava la famosa biblioteca di Bergamo, che conserva alcune centinaia di incunaboli; avrei anche potuto vederli se solo ne avessi avuto voglia.

Dal 1843 al 1927 il Palazzo della Ragione ospitò la Biblioteca Civica di Bergamo, già ai tempi di Hesse annoverata tra le prime dieci biblioteche italiane per ricchezza e qualità dei fondi conservati

Un’ardita scalinata lunghissima con soffitto a cassettoni sorretto da colonne costituiva l’accesso alla biblioteca.

La lasciai dov’era e, sperando in nuove sorprese, percorsi il porticato passando davanti a una briosa statua barocca raffigurante il poeta Tasso..

..e proprio lì vidi due chiese che la notte dianzi erano emerse dal buio come sagome spettrali: nel parco sole del mattino erano limpide e coraggiose.

Dall’altra parte il Duomo, pomposamente gaio e chiaro con una larga gradinata maestosa davanti alle porte;

vicino, di fronte a me, Santa Maria Maggiore e, attigua, con le sue bizzarre e sfrenate decorazioni, la Cappella del Colleoni.

Davanti al portale della chiesa, un piccolo avancorpo molto alto: sei modesti gradini di pietra, un largo arco romanico a tutto tondo poggiante su due colonne sorrette da leoni, e concluso da una sopraelevazione gotica, una specie di piccolo vano grazioso a tre nicchie e in ciascuna una antica scultura, quella mediana a cavallo. Al di sopra uno stretto baldacchino cuspidale, un piccolo ambiente con due lucide colonnine leggiadre e con tre figure di santi. Il tutto di una grazia contegnosa e di una innocenza selvatica che emanava quel fascino proprio dell’anonimato; perché questo genere di forme artistiche, simile peraltro all’arte dei popoli primitivi, non sembra scaturito da una sola mente, ma piuttosto dal pensiero e dal sentimento di un’intera generazione e di un’intera comunità”.

Un’intera comunità che ha fatto del protiro, luogo simbolo di accesso alla principale chiesa cittadina, un’espressione viva e scultorea della propria identità mitica e religiosa.

Il protiro di Santa Maria Maggiore, opera di Giovanni da Campione e della sua bottega. Le figure dei santi che lo sovrastano sono i protettori di Bergamo: Alessandro, Vincenzo, Barnaba. Più in alto, sotto lo stretto baldacchino cuspidale, sono collocate Maria Vergine, Grata e Adleida: statue di cui si ignora la provenienza, e che gli studiosi non sanno attribuire né a un artista né a un periodo certi

“Stavo per entrare nella cattedrale, ma il mio sguardo fu catturato dalla dovizia decorativa della facciata della Cappella Colleoni.

La Cappella Colleoni, eretta da Giovan Antonio Amedeo nel 1472 per volontà del condottiero Bartolomeo Colleoni, che aveva raggiunto ricchezza e celebrità al servizio di Venezia

Il suo disegno originario doveva essere molto bello e lineare, una ripetizione elegante dello schema classico: portale e due finestre laterali, sopra l’ingresso un grande rosone e, a conclusione, una leggera e nitida galleria di gentili colonnine.

Ora però i conti, non si sa perché, non tornano. L’insieme non è armonico, non è né pulito né perfetto; tra la facciata e la cupola c’è uno spazio vuoto e non risolto (…). Ah, talvolta mi sento davvero allargare il cuore quando mi capita di cogliere in fallo gli italiani che, di certo, sono spesso spavaldamente virtuosi e magari superficiali, ma che in architettura e nella decorazione sono tuttavia incorsi raramente in quelle funeste disavventure che da noi sono invece pressoché la regola.

Nemmeno quel tatuaggio mi mise in fuga, sicchè entrai all’interno della cappella dove il generale veneziano Colleoni è sepolto insieme alla figlia e dove ancor oggi si officiano messe in suffragio della sua anima, in virtù di un lascito di milioni donato dallo stesso pio condottiero. Al di sopra del suo sacello, in un’ombrosa nicchia nella parete, il generale dorato cavalca un destriero pure dorato, affascinante nella sua grandezza e dignità, magari un po’ rigida.

Sulla parete di fianco la sua giovane figliola, delicata e minuta, riposa scolpita nella pietra su un cuscino pure di pietra e, resa immortale dall’ignoto artista, dorme ignara incontro alla stessa eternità e fama del suo grande padre.

Pieno di curiosità, mi affrettai a raggiungere la grande chiesa superando i due leoni rossastri che sorreggono le colonne dello stretto protiro.

Particolare del protiro della basilica di S. Maria Maggiore

Entrai. Subito mi sentii avvolgere da una luce e da un profumo religiosi e insieme solenni.

 

Una penombra dorata filtrava sui dipinti della pala dell’altare e sui pallidi affreschi. Nelle nicchie e lungo i muri ovunque opere scultoree e d’intaglio di ogni sorta; molto splendore e molta ricchezza profusi in ogni dove.

Quella chiesa la si attraversa: si respira l’ardore e la consapevolezza di un passato orgoglioso, si saluta al rapido passaggio un volto noto scolpito nella pietra, si ammira un arazzo. Si va avanti e, procedendo, si dimentica già ciò che si è appena visto. Solo un suono rimane: l’armonia di una magnificenza satura e di una penombra venerabile.

Una cosa però non si dimentica più: i seggi del coro di questa chiesa singolare. Tutti i i dorsali di questi seggi (sono parecchie dozzine), sono gli stalli del coro di questa stupefacente chiesa. Gli schienali, e sono parecchie decine, sono intarsi in legno, quadro dopo quadro, su disegno di Lorenzo Lotto e altri, realizzati da artisti bergamaschi in un paziente lavoro di intaglio e commettitura. A queste formelle hanno lavorato nonni, figli e nipoti per oltre centocinquant’anni.

Una delle preziose tarsie custodite in S. Maria Maggiore, realizzate da Giovan Francesco Capoferri su disegni di Lorenzo Lotto.  Le quattro grandi tavole intarsiate sul fronte esterno dell’iconostasi erano accessibili ai fedeli solo in occasione delle cerimonie solenni

E non si rimpiange né il tempo né la fatica che questo lavoro è costato. Difficile vedere opere che comunichino tanta gioia come quest’arte fedele, raffinata e inconsueta: legni bruni, gialli, verdi bianchi, mielati, tutti della medesima vaporosità e con la medesima patina del tempo, sommessamente brillanti in tonalità calde e piene, un benefico, tiepido bagno per la vista (…).

Tarsia realizzata da Giovan Francesco Capoferri su disegni di Lorenzo Lotto

 

Tarsia realizzata da Giovan Francesco Capoferri su disegni di Lorenzo Lotto

Diedi un’occhiata all’interno del Duomo: bianco e oro e uno splendore straordinariamente sposato alla sobrietà.

 

Uscito, seguii l’invito di un raggio di sole su una piccola piazza sghemba in leggera salita, dove sull’acciottolato spuntavano fili d’erba appuntiti di un verde luminoso..

..e dalle finestre aperte di un grande palazzo uscivano le voci un po’ monotone di alcuni scolaretti.

Arrivai, più oltre, in un silenzioso angolino chiamato pomposamente Piazza Terzi.

Un lato di questa piazzetta era formato dall’alto muraglione di un giardino pensile. Il muro, pesante e grezzo, era però deliziosamente interrotto da un nicchione che ospitava una bella figura femminile armoniosa nelle fattezze, forse una Cerere, e che si concludeva con una galleria compresa fra due putti con cornucopia e spighe.

Mi fermai estasiato: uno degli angoli più belli d’Italia, una delle tante piccole sorprese e gioie per le quali vale la pena di viaggiare.

E appena mi girai, dirimpetto alla statua notai il portone aperto di un palazzo. Sotto un’alta volta nitida si vedeva una corte con piante e lampioni appesi al soffitto, magicamente conclusa da un’elegante balaustra. Due grandi statue dal puro contorno si libravano quasi nell’aria, evocando, lì in quell’angolo racchiuso dalle murature, il senso presago dell’infinito e della vastità dello spazio aereo al di sopra della pianura del Po”.

Nel cinquecentesco palazzo Terzi aveva soggiornato ai primi dell’Ottocento il celebre scrittore francese Stendhal, del quale aveva scritto : “Il paesaggio di Bergamo è davvero il più bello che io abbia mai visto”

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Hesse si reca poi nella città bassa e dopo aver visitato l’Accademia Carrara si concede una pausa per bere due caffè, meravigliandosi  “di come gli italiani riuscissero, nonostante le loro elevatissime tasse doganali, a fare per pochi soldi un caffè che da noi non si trova nemmeno nei locali eleganti”…

Dopo essersi “abbastanza annoiato nella città moderna”, s’incammina verso l’alta città gironzolando senza meta e senza fretta per stradine.

“L’importante non è la meta, bensì il viaggio”, affermava  Siddartha in una riflessione scaturita dal suo autore.

Superato Colle Aperto e giunto alla porta di Sant’Alessandro, dato uno sguardo a case dipinte di rosa o di verde, inondate dalla luce del tramonto…

…si ritrova nella piccola sala d’aspetto della funicolare che conduce a San Vigilio, inaugurata un anno prima, nell’agosto del 1912.

“Era quello che mi ci voleva”.

Dalla funicolare Hesse ammira il graduale svelarsi dell’antica città, dei tetti, dei campanili e delle torri; poi si lascia avvolgere dalla quiete dei luoghi godendosi il tepore della giornata che declina verso il tramonto.

“Presi la prima telecabina in partenza e dopo pochi istanti mi si dischiuse un panorama stupendo e del tutto diverso: sospeso al di sopra della città sulla piattaforma della funicolare, vidi profilarsi, tra me e la verde pianura che la lontananza sfumava, la sulhouette compatta e altezzosa di Bergamo vecchia, con le sue torri e le sue cupole, le sue mura e i suoi tetti. Un pallido sole serale sfiorava le cupole…

Di fronte alla stazione c’era una bassa costruzione che ospitava una locanda.

L’edificio era poco profondo e un’occhiata attraverso la porta a vetri mi fece immaginare sul lato opposto una vista incantevole, cosicchè decisi di entrare.

La celebre “Antica Trattoria Isola Bella”, sul colle di San Vigilio, dove sostò Hermann  Hesse

Prima però mi avventurai per un tratto sulla stradicciola che si snoda lungo il crinale della collina”.

Da San Vigilio Hesse si avvia verso la scaletta dello Scorlazzone, la ripida via gradinata che si diparte dalla chiesa e calando ripida verso i Torni si insinua tra gli orti ben coltivati.

I fianchi delle colline alla cui estremità sorge la Bergamo antica erano profusi di orti, terrazzamenti con vigne, filari di piante da frutta, ciliegi e mandorli, galline in libertà, cascinali che nel volgere di qualche decennio vennero trasformati in residenze di pregio, le cosiddette “ville di delizia”.

La trama minuta delle scalette, dei sentieri e dei viottoli, era percorsa da un continuo andirivieni di contadini, popolani, viandanti, muli, cavalli, asini…

 

Mentre cercava i vasti panorami, le ”azzurre lontananze” della pianura che si svelavano man mano, al suono delle note incerte di un pianoforte rallentò il passo senza andare oltre.

“Davanti a una linda villetta mi fermai ad ascoltare il suono esitante di un pianoforte. C’è sempre uno strano fascino nell’ascoltare la musica che proviene da una casa sconosciuta in una città sconosciuta; è una sensazione che evoca nostalgiche visioni di una felicità e di un’intimità cui siamo estranei.

Sostai a lungo cercando di immaginare chi stesse suonando. Certamente una fanciulla, forse di quindici o di sedici anni, che andava a scuola giù, nella città nuova, e che da poco aveva il permesso di esibirsi al pianoforte in occasione di ricorrenze familiari.

Inaspettatamente il portone si aprì e ne uscì un signore molto cortese che mi chiese che cosa desiderassi. Io gli dissi che avevo semplicemente ascoltato il pianoforte, ma, dal momento che aveva aperto, gli sarei stato grato se mi avesse lasciato dare un’occhiata al suo giardino. Il signore sorrise e si presentò: era un professore…”.

ll padrone di casa era il prof. Giuseppe Alberti, insegnante all’istituto tecnico. Gli presentò l’autrice della melodia, la figlia di dodici anni, e incominciarono a parlare: ”D’inverno, mi raccontarono, se ne stavano spesso seduti lassù, al sole, mentre la pianura tutt’attorno era inghiottita da un mare di nubi”.

La lieve foschia di quella giornata non gli impedì di scorgere la pianura, ai cui margini si elevano “montagne di un azzurro cupo, ispirando un profondo senso di spazio e lontananza”.

Ad un tratto, un raggio di sole svelò una “piccola forma bianca, infinitamente lontana e irreale”, un ”puntino gaio e luminoso” perduto nell’infinito della pianura.

Era il Duomo di Milano.

“Solo ora vedevo in tutta la sua estensione e maestosa dignità l‘immensa pianura dell’Italia settentrionale. Imponente e sconfinata come un mare, era verde e luminosa nelle vicinanze, mentre in lontananza assumeva mille diverse tonalità, dal grigio, al turchino, all’azzurro sempre più intenso punteggiato da una bianca miriade di cittadine, villaggi, monasteri, casali, fattorie, campanili, ville, fino a sfumare all’orizzonte in una distesa di blu senza fine”.

 

 

 

Note

Nel “Bildebuch” (“libro di immagini”, uscito nel 1926) sono contenute le annotazioni di viaggio di oltre un ventennio di Hermann Hesse. Il testo originale tedesco è pubblicato in H. Hesse, Gesammelte Schriften, Frankfurt am Main, Suhrkam, 1968, vol. III, pp. 780-785. La traduzione italiana della descrizione di Bergamo, qui riportata sino al soggiorno in Bergamo Alta, è apparsa in H. Hesse, L’azzurre lontananze, traduzione di Luisa Coeta, Milano, Lugarlo 1980.

La Bergamo degli anni Cinquanta e il reportage di Guido Piovene: un viaggio nel viaggio

Tra il 1870 e il 1960 Bergamo conosce gli anni del suo profondo cambiamento; la nuova immagine della città è suggellata dalla costruzione del centro piacentiniano (progettato prima della grande guerra e terminato nel periodo posto tra i due conflitti mondiali), con il quale il centro cittadino accoglie i principali istituti di credito, caricandosi sempre più anche di significati politici: la Torre dei Caduti diventa il baricentro di tutte le manifestazioni sia durante il fascismo sia nel periodo seguente; la costruzione del Palazzo delle Poste è invece terminata nel 1932, gli uffici governativi di Largo Belotti nel 1937, mentre è del 1940 la Casa del Littorio, con la sua piazza imperiale. Il Teatro Donizetti, ripulito dalle costruzioni adiacenti ormai fatiscenti, acquisisce una centralità spaziale e culturale inedita e sempre più distinta dai nuovi teatri adibiti all’avanspettacolo. Viene nel contempo ridisegnata la passeggiata sul Sentierone, luogo di svago, con i due principali bar della città: Balzer e Nazionale

Nel maggio del 1953 Guido Piovene (1907-1974), scrittore di rango e corrispondente dall’estero, intraprende un viaggio in Italia che lo terrà impegnato per tre anni buoni.

Notturno in via XX Settembre alla fine degli anni Cinquanta. Si noti l’automobilina  in primo piano, “Iso Isetta, strana vetturetta a tre ruote (versione iniziale) che ebbe un discreto successo negli anni 50. Dapprima prodotta in Italia dalla ISO di Bresso (fino al 1955) fu poi costruita dalla BMW fino al 1962. La ISO, fu fondata a Bolzaneto (GE) nel 1939, ma nel 1942 si trasferì a Bresso (MI). E’ stata l’automobile con motore monocilindrico più venduta di tutti i tempi (161 728 unità vendute). Non riesco a capire dalla foto se l’auto inquadrata è quella Italiana o della BMW. Nel secondo caso le ruote in effetti sono 4, con le posteriori ravvicinatissime” (Adriano Rosa – Archivio Storylab)

Animato da uno spirito che ricorda i grandi viaggiatori dell’Ottocento e deciso a scandagliarla palmo a palmo, parte da Bolzano fino a raggiungere anche le lande  più dimenticate,   andando piano e fermandosi spesso, intenzionato a conoscere a fondo ogni luogo, respirandone l’aria e parlando con la gente.

Un vigile poco indaffarato in una via Frizzoni estiva e semideserta

 

All’incrocio tra via Camozzi e via Borgo Palazzo, negli anni Cinquanta

Con questo spirito “passeggiò per le piazze fisiche e metafisiche, sostò nei caffè, scrutò nelle sagrestie, curiosò nei palazzi del potere, entrò nelle case e scoprì l’Italia”, come  in una precedente inchiesta aveva scoperto l’America.

Anni Cinquanta: tra via Suardi e via Codussi, nell’area precedentemente occupata dal Campo di Marte, sorge un nuovo ed elegante quartiere residenziale

 

Angolo tra via Palma il Vecchio e via Coghetti

Da questa impresa senza precedenti scaturisce un grande ed inedito affresco che ben lungi dal cadere in ogni accomodante semplificazione da cartolina ci restituisce un documento “scrupoloso come un censimento, fedele come una fotografia e circostanziato come un atto d’accusa”; un reportage nel quale è descritta, con garbo e disicanto, l’Italia degli anni Cinquanta: un Paese appena uscito dalla guerra, che vede l’alba del miracolo economico e la cui identità si stempera in una miriade “ibridazioni culturali”, tanto da indurlo ad annotare che, dopo ogni tappa, “la situazione mi cambia alle spalle”.

Borgo Palazzo, 1954

 

Piazza Sant”Anna (Borgo Palazzo), 1954

Come ogni grande intellettuale Piovene registra, con grande anticipo, le correnti che nel presente si agitano sotto la superficie e ci restituisce un resoconto, meraviglioso e incredibilmente attuale, che a distanza di oltre sessant’anni resta un fondamentale documento antropologico, capace di far emergere il carattere immutabile del Paese – “quello che resiste alle mode e ai rovesci della storia” -,  lasciando intuire dove porterà la sua proiezione nel futuro.

Via Previtali

 

Via Paleocapa, 1953

E nutre il suo racconto di descrizioni talmente raffinate e suggestive che gli enti del turismo di mezza penisola ne faranno man bassa.

Via San Bernardino

 

Via San Tomaso de’ Calvi, 1959

Registra ed annota il decadere delle virtù e, tra queste, “una certa gentilezza di poveri…della quale è difficile ritrovare traccia”; sottolinea il problema di crescita, un problema ancora attuale, “come se questo paese continuasse a dibattersi tra le spire dell’età ingrata, di una perenne adolescenza”.

Via Quarenghi, 1954

 

Via San Lazzaro, 1954

Le nuove riflessioni scaturite da Piovene sono tali da spingere Montanelli a proporre il testo fra i classici da rendere “obbligatori nelle scuole”.

Tra le vie di Bergamo nel 1954

 

Largo Rezzara, 1954

Il brano esordisce con i lavori compiuti per il piano di risanamento di Città Alta,  per poi concludersi con una intervista a Carlo Pesenti, presidente dell’Italcementi.

Largo Porta Nuova negli anni Cinquanta. Gli spazi fisici sono mutati, diversi sono gli abbigliamenti, le automobili hanno ormai sostituito i carretti; i filobus, con i cavi a mezz’aria, e poco dopo  gli autobus bicolori, soppiantano i tram;  in mezzo alla piazza un vigile urbano regola il traffico dal suo podio. Si notino le facciate degli edifici non ancora restaurate (l’immagine è tratta dall’Archivio Storylab) 

 

“Un giro per Bergamo alta con l’architetto Luigi Angelini, che lavora alla sua conservazione con l’opera e con gli scritti.

Veduta aerea di Bergamo Alta… l’espansione “moderna” della città bassa.

Molte di queste vecchie case, dichiarate oggi inabitabili, devono essere demolite. «Bisogna risanare», mi dice l’architetto, «la città alta con pazienza, astenendosi dai grossolani piani d’insieme. Proprio un lavoro di cesello, casa per casa, svuotando e rifacendo all’interno quelle che possono salvarsi, sostituendo le abbattute non già con nuove case, ma con piazzette, e portando perciò gli sfollati in Bergamo bassa».

Come appariva nel 1930 l’area dell’attuale piazza Angelini, qui vista da via Mario Lupo, prima delle demolizioni previste dal piano di Risanamento redatto su progetto di Luigi Angelini e divenuto attuativo nel 1937.  Il piano, redatto allo scopo di rivitalizzare Città alta e riportare il centro storico alle pregevoli condizioni dei secoli precedenti, viene ripreso nel 1946 e, secondo criteri di massima, portato a termine nei primi anni Sessanta

 

La nuova loggia del mercato ripresa da piazza Pendezza (poi Piazza Angelini), realizzata nel 1942 per creare un’area di raccordo in seguito alle massicce demolizioni che obliteravano la zona

Sono parole simili a quelle che ho udito a Venezia; si ripete qui in piccolo, e per fortuna in maniera meno drammatica, la medesima situazione.
La soluzione giusta, che è indicata dall’architetto, incontra ostacoli minori, anche perché qui a Bergamo vita moderna e vecchie case non sono abbarbicate insieme.

Largo Belotti (Foto Wells). Le “due città” a confronto

La vita moderna, grandi negozi, uffici, poteri pubblici, è discesa a Bergamo bassa;

Largo Belotti: l’edificio della Cariplo in costruzione, 1957

 

Largo Belotti: l’edificio della Cariplo ormai ultimato, tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta

quella alta ospita negozi più piccoli, botteghe d’artigiani, popolino, turisti, famiglie aristocratiche nei loro palazzi, e il vescovo sulla cima.

Dalla loggia della sede vescovile (Raccolta Lucchetti)

 

Il fruttivendolo Cassotti, in Piazza Mercato delle Scarpe

 

Il Sig. Fracassetti nel suo negozio di via Gombito

 

Mimmo

 

Borgo Canale nel 1959

Deturparne il carattere sarebbe dunque senza scusa.

Al Congresso Internazionale di Architettura Moderna (CIAM) tenutosi a Bergamo nel 1949, riferendosi a Città alta Le Corbusier pronunciò una frase profetica: “Qui niente macchine. Qui la splendida città senza ruote. Quando entro da un amico lascio il mio ombrello alla porta; I visitatori della vecchia Bergamo possono benissimo lasciare le loro ruote alla porta. (Rettifica: non ho più un ombrello da più di quarant’anni)”

Purtroppo lottiamo in Italia non solamente contro alcune necessità, vere e presunte; ma contro il modernismo rozzo, il gusto della distruzione, la volgarità presuntuosa e volontaria.

Uno scorcio di Piazza Vecchia negli anni Cinquanta

Vi è chi distrugge il bello per sentirsi meglio e per mettere il mondo in armonia con se medesimo; ognuno ritrova la pace della coscienza come può.

Anni `50 del XX secolo. Bergamo, la Rotonda dei Mille con il Teatro Duse (proprietà Museo Storico di Bergamo). Il teatro venne demolito nel 1968, per essere sostituito dall’attuale edificio di architettura “Brutalista”, opera tra gli altri dell’architetto Zenoni

Certo la discesa di gente sfollata da Bergamo alta è un grattacapo di più per l’amministrazione del Comune.

La Città di Bergamo all’inizio del XX secolo – Carta dell’Ing. Roberto Fuzier. Mentre Città alta ha perso da tempo tutte le proprie funzioni pubbliche ed è divenuta un quartiere popolare sospeso tra la magia dell’arte e il degrado, Città bassa è divenuta il nuovo centro cittadino. Abolita la cinta daziaria, si sviluppano nuove strade: il viale Ferdinandeo (1838-1840) che da Porta Nuova sale ad allacciarsi alla Porta di S. Agostino e l’ampio rettilineo che da Porta Nuova si dirige a sud-est al Piazzale della Stazione Ferroviaria eretta col primo tronco (1853-1857) del tratto Bergamo-Coccaglio in allacciamento alla Milano – Brescia. Si scorge anche il tracciato della ferrovia secondaria di Valle Seriana costruita nel 1884-85. Nuove strade si delineano nell’urbanistica cittadina; la via Angelo Mai con le prime case popolari, via Gallicciolli, via Palma il Vecchio, via Guglielmo d’Alzano, via Noli, i tracciati di via Paleocapa e di via Martinengo Colleoni. Sorge il nuovo Manicomio Provinciale verso il 1890: si innalzano i gruppi edilizi di via Torquato Tasso, di via Pitentino e i nuclei abitati di zone fuori delle Porte di Cologno, Osio, Broseta, S. Bernardino eretti dal 1860 al 1900. Il Comune abbraccia nel suburbia solo le frazioni di Castagneta, Longuelo, Campagnola, Boccaleone ed i colli di S. Vigilio e della Bastia fino a S. Sebastiano e Fontana

Ingrandisce la massa di una popolazione sovrabbondante rispetto agli alloggi.

Bambini al Parco Suardi (proprietà Museo Storico di Bergamo)

 

I bambini di Boccaleone, in via Rosa, a metà degli anni Cinquanta: (Archivio Storylab)

La provincia di Bergamo è prolifica; la sua popolazione si è più che raddoppiata negli ultimi cinquant’anni per la natalità e non per l’immigrazione.

Nel cinquantennio dal 1900 al 1950 la città si estende progressivamente mentre il territorio comunale si espande con l’aggregazione (1934) dei comuni limitrofi di Redona, Valtesse, Colognola e le frazioni di Orio, di Campagnola, di Longuelo. La popolazione aumenta da 46.865 abitanti nel 1901 a 104.368 nel 1951; all’infuori dei periodi delle due guerre, lo sviluppo urbanistico è costante e ininterrotto. Si costruiscono nuovi palazzi pubblici, si tracciano decine di strade interne e periferiche, si realizza il nuovo centro, vengono eretti tre nuovi teatri, il grandioso Ospedale e il Cimitero monumentale; si dà vasto impulso a fabbriche cittadine di edifici civili, banche, ville, case popolari, chiese, sedi di assistenza, istituti, scuole, collegi, campi sportivi. Sorgono in gran numero stabilimenti industriali e opifici, centri commerciali e magazzini e mercati realizzandosi un completo sviluppo di opere pubbliche (lavori di edilizia e di fognatura, riforme stradali, pavimentazioni, reti tranviarie). Lo sviluppo interno della città e la previsione di una sua ulteriore espansione rende necessaria la predisposizione di un vasto piano regolatore urbanistico, volto a frenare e regolarizzare frequenti e inopportune iniziative private

 

Negli anni Cinquanta tutte le linee tramviarie vennero sostituite da filobus e da autobus, e alla metà degli anni ’50 il parco veicoli dell’AMFTE è ormai costituito da mezzi su gomma (44 autobus e 24 filobus, oltre alle due funicolari). Le linee, urbane ed extraurbane, sono 18, per una lunghezza di oltre 80 chilometri. Il motore sta prevalendo anche in provincia, dove i trasporti vengono assunti da società private in continua espansione. Con gli anni ’60 assisteremo al boom della motorizzazione e l’espansione dell’automobile finirà col modificare abitudini e stili di vita degli italiani, sia in città che nelle campagne. Il numero dei mezzi privati in circolazione in tutta la provincia di Bergamo passa dai 13.914 veicoli nel 1950 ai 100.668 nel 1962

 

Il nuovo quartiere di Valtesse negli anni Cinquanta. Profondo è il ruolo che i mezzi di trasporto hanno avuto nella città: distanze, anche culturali, che si abbreviano, intere aree della città che si popolano e prendono vita grazie ai collegamenti tramviari

 

La battitura dei cubetti di Porfido in via Tiraboschi, 1932

 

La posa del selciato in via Garibaldi, 1949

L’amministrazione di Bergamo (eccellente amministrazione) ha fatto costruire nel dopoguerra alloggi per 13.000 stanze. Ma anche la nuova, necessaria ondata edilizia, limitata a Bergamo bassa, nasconde le sue minacce all’estetica.

La città di Bergamo nel 1958

Non tanto per Bergamo bassa, quasi grande città d’affari, dovizioso, cossue, non priva di bellezze ma nell’insieme già guastata dai vanitosi colonnati e palazzi del periodo fascista.

Scorcio del centro piacentiniano

 

Il palazzo delle Poste nel 1950

Il pericolo è che gli edifici nuovi, elevandosi a paravento, sciupino la visione della città alta dal basso.

Piazza della Libertà in costruzione

 

L’espansione urbana negli anni ’50/’60 a ridosso delle Mura Venete. Al centro, il Palazzo della Libertà

Mi dilungo sull’argomento perché Bergamo alta è una delle più belle città d’Italia, ed il talento artistico dei bergamaschi è riuscito finora a preservarla quasi intatta.
Ricordo la mia emozione quando mi arrampicai per la prima volta per quelle vie strette, tortuose, culminanti della grande piazza, nella Cappella Colleoni, in Santa Maria Maggiore, fino a quei portali romanici che servono di sfondo a drammi sacri recitati all’aperto, non lontano dai piccoli ristoranti famosi per la polenta e uccelli.

La scomparsa trattoria “Giardinetto” da via Boccola

E dedalo delle vie si apre di tanto in tanto in terrazzi erbosi, contemplanti da un lato la pianura lombarda,

dall’altro una valle fra le colline.

Uno scrittore di romanzi direbbe questa una fusione perfetta tra racconto e paesaggio.

La prima volta mi commosse soprattutto vedere, in una terra lombarda che sogna il Veneto, una specie di soffio colorato del Veneto distendersi come una patina sul fondo che potremmo chiamare grezzo, se è grezza una bella ceramica di fronte ad una porcellana.

La Bastia e la valletta di Astino dal Colle di San Vigilio negli anni Cinquanta (proprietà Lino Proietti)

La valle sotto la città potrebbe essere veneta, e tuttavia l’espressione è mutata. È meno languida, meno molle, più seria.
L’oriente veneto si mescola alla severità meditativa del paesaggio lombardo; la maschera del Veneto qui perde un po’ della sua grazia, si rituffa nella parlata ruvida e nei lazzi delle montagne, e riprende vigore.

Vi è una specie di oscillazione tra l’estro e la praticità, tra il realismo ed il sogno, tra la follia geniale e la prosa metodica. Bergamo non è folle come Verona, né chiusa come Brescia.

Partita a bocce in via Torquato Tasso

 

Roncobello. Trattoria Alpina al Campo Valle con tavoli all’aperto. Fotografia di Eugenio Goglio (Lombardia Beni Culturali)

È giusto che un pittore come Lorenzo Lotto abbia trovato più consensi a Bergamo che a Venezia. Anch’egli era realistico (il fondo del bresciano, del bergamasco), e chimerico insieme, osservatore e sognatore; era congegnale, direi, con la speciale doppiezza di questa città, quale si legge nel passaggio. L’Accademia Carrara conserva un ritratto fatto da lui, una signora di provincia di mezza età certamente prosaica; ma nel fondo ha uno spicchio quasi esoterico di luna.

Lorenzo Lotto, Ritratto di Lucina Brembati (1518 ca.), olio su tavola. Accademia Carrara, Bergamo

Il gusto artistico (nel senso della conservazione di un certo colore di vita popolare dei vecchi tempi), mi sembra più vivace a Bergamo che in qualsiasi altra zona dell’Italia del nord, eccettuate forse Verona e Udine.

Rendez-vous presso la frasca dei Nessi in S. Vigilio: era il 1958 (proprietà Dario Gamba). Negli stessi anni, la borghesia cittadina inaugura le gite fuoriporta

La provincia di Bergamo non odia il proprio pittoresco, come oggi quasi tutte le province italiane, in cui si direbbe che il popolo scorga nella sua distruzione un segno di ascesa sociale.

Zambla

 

Averara, 1959

 

Branzi, 1955

Ho nominato le ceramiche; continuamente a Bergamo e nei suoi dintorni ripenso alle vecchie ceramiche, ai piatti per esempio rappresentanti le fatiche dei contadini durante tutti i dodici mesi dell’anno.

Vita contadina in alta valle, 1920

Sono i venditori ambulanti; i roccoli, la polenta, i cacciatori, le osterie, nelle quali si troveranno appesi ai muri i motti tradizionali di spirito sul pagare a credito, oltre alla scena del «delirio della Lucia».

I disegni eseguiti da Luigi Angelini illustrano vecchie insegne d’osterie bergamasche, ormai scomparse. Già dal 1385 un decreto di G.G. Visconti prescriveva che gli osti della città di Bergamo avessero pubblicamente esposto l’insegna del loro esercizio se in questo davano alloggio, mentre più tardi, forse, la prescrizione riguardò anche i locali di spaccio di vino. Alcune insegne risalivano al Seicento, sebbene la maggior parte appartengano alla fine dell’Ottocento. Si tratta di libere interpretazioni dei nostri fabbri o composizione di modesti pittori. Sovente alla particolarità delle insegne si accompagnavano o parole o bizzarri versi dipinti anche sull’esterno dell’osteria, solitamente rivolti a ricordare al cliente il dovere di pagare. Oggi non si fa credenza, domani si (rimandava di giorno in giorno la cortesia del trattore). Quando questo gallo canterà, credenza si farà (con gallo dipinto). Entra pure amico mio, Mangi bevi e godi, Ma non piantare chiodi. Vino di buon sapore, A chi denar non ha, Basta l’odore. Entrate cantando, Uscite pagando. (Vecchie Insegne d’Osteria Bergamasche)

Bergamo è la patria di Donizetti e ha la passione popolare del melodramma; sebbene, dirò tra parentesi, questa passione popolare si veni di aristocrazia.

Il tenore Alessandro Dolci (Bergamo 1890 – 1954), fu il più grande cantante lirico del primo novecento bergamasco, la sua voce venne definita: potente e morbida, dal timbro d’acciaio eppure carezzevole come il tocco del velluto e la dizione nitida ed autorevolissima. Mascagni gli fece interpretare per 18 volte la sua “Parisina” (di cui esiste una registrazione fonografica). Cantò nei più importanti teatri del mondo

Il Teatro delle Novità forse è l’istituzione più importante d’Italia per il teatro lirico sperimentale.

Perfino durante il fascismo il Premio Bergamo ospitò la nostra pittura di punta, scomunicata altrove come degenerata, erigendo un benefico contraltare all’idiozia retorica del Premio Cremona.

Nel 1941, Guttuso inizia a dipingere la Crocifissione; l’opera venne presentata l’anno successivo al Premio Bergamo e a causa dei contenuti suscitò la reazione scandalizzata da parte del regime e della Chiesa: la tela di Guttuso è una chiara denuncia contro la violenza subita dal popolo e lui stesso annotò su un diario alcuni pensieri: “Questo è tempo di guerra e di massacri: gas, forche, decapitazioni, voglio dipingere questo supplizio del Cristo come una scena di oggi. Non certo nel senso che Cristo muore ogni giorno sulla croce per i nostri peccati ma come simbolo di tutti coloro che subiscono oltraggio, carcere, supplizio per le loro idee”. Un paesaggio drammatico: un cielo cupo, sul fondo un paese; in primo piano, non in posizione frontale ma di sbieco, ci sono le tre croci; i corpi dei due ladroni ai lati, al centro il Cristo, ai suoi piedi la Madonna completamente nuda, figura che ovviamente suscitò indignazione nel pubblico. Il contrasto dei colori, dal rosso intenso al bianco, mette in risalto il groviglio dei corpi. Il cavallo al centro del dipinto ricorda la Città che sale di Boccioni e ancor di più Guernica di Pablo Picasso. Anche se il lavoro di Picasso sembra apparentemente lontano da quello di Guttuso, il carattere politico e di denuncia delle due opere citate mette in risalto un’aggressività e una crudezza molto simili

Dicevo le osterie; poi la poesia vernacola, i canti alpini; le vallate del Bergamasco non sono silenziose come la Valtellina. La caccia è sentita poeticamente. Un cacciatore, il cui mestiere non è certo di fare versi, divenne quasi lirico narrandomi il silenzio dell’alba rotto dai richiami del merlo, la sagoma del gallo cedrone di montagna che si disegna, quasi per un miracolo, contro il sole nascente.

Olmo al Brembo. Ritratto di Alessandro Goglio in tenuta da cacciatore con fucile. Sullo sfondo staccionata da cui occhieggia un fanciullo e parete dipinta. Goglio, Eugenio (Lombardia Beni Culturali)

Per aggiungere un altro tocco al ritratto di Bergamo, diremo che essa conserva un grosso nucleo di famiglie della vecchia aristocrazia, ancora nei loro palazzi, a differenza di città come Pavia, Corno, Varese, dove l’aristocrazia si scioglie nel ceto borghese.

Il lato est di palazzo Medolago Albani (Raccolta Lucchetti): un’immagine senza tempo

Soltanto una città di tradizioni aristocratiche può ospitare un museo come l’Accademia Carrara, di cui non ricordo l’eguale nella nostra provincia. A parte il Lotto e il Moroni, gente di casa, si hanno opere del Pisanello, del Beato Angelico, di Giovanni Bellini, del Mantegna, di Cosmè Tura, vagliate, si direbbe, da un acutissimo spirito selettivo. L’Accademia Carrara mi ha incantato nell’anteguerra, quando era, più che un museo, una quadreria, con quadri mal presentati, stipati, ed i capolavori confusi ad opere mediocri. La si sta ora riordinando.

Ritratto di giovane – Lorenzo Lotto. Accademia Carrara, Sala 14

La persistenza del costume e del pittoresco antico, o meglio la relativa lentezza della sua sparizione, sono proprie delle città di stampo clericale.

Anni `50 del XX secolo. Bergamo, ‘Pellegrina’ (Raccolta Domenico Lucchetti – proprietà Museo Storico di Bergamo)

Bergamo è democristiana, e con Vicenza e Trento una roccaforte del clero. Non si tratta però del clero innovatore e di tendenze riformiste che abbiamo incontrato a Brescia; la sua azione sociale, imperniata sulle cooperative, è regolata piuttosto su quella di Trento.

La processione del Corpus Domini, Bergamo alta

La poesia dell’azione religiosa oggi nasce di preferenza dagli ambienti impoetici; si direbbe che essa rifugga come disturbanti gli stimoli estetici ricchi, il colore devoto. A Brescia ho visitato padre Bevilacqua, teologo che ha deciso d’essere parroco dei poveri; a Bergamo non potevo visitare che il vescovo, nel suo vescovado che è come il cocuzzolo della città. Ed ho trovato un vescovo di quarantasette anni, così giovane e bruno, con lo zucchetto rosso sui capelli neri, da sembrare un prelato del Cinquecento, o uno di noi travestito. Pure, com’era vescovile questo giovane sacerdote! Parlava prudente, paterno, encomiastico, ornato, allargando le mani; quale diversità con il linguaggio crudo che avevo ascoltato a Brescia! Al suo posto qui risuonavano le belle frasi della letteratura edificante: «monsignor x, col suo bell’ottimismo»; «gli andammo incontro, aprendogli le braccia e il cuore».

Giochi sotto i portici del Palazzo della Ragione (Raccolta Lucchetti)

Sono arrivato troppo tardi per assistere alla grande disputa che si sfrenò a Bergamo interessando popolo, borghesi e curia. Fa il paio con un’altra che ho già narrato, sui cavalli del ponte di Verona, accusati d’inverecondia.
Narro quella di Bergamo come fu narrata a me, e chiedo scusa se incorro in inesattezza.

Da piazza Mercato del Fieno a S. Maria Maggiore

L’urna del gran Bartolomeo Colleoni è nella cappella che porta il suo nome. Vittorio Emanuele III (un uomo, come tutti sanno, preciso) volle che fosse aperta dopo la sua visita a Bergamo avvenuta anni fa; l’urna fu ritrovata vuota.

Molti anni più tardi, un monsignore bergamasco ravvisò il Colleoni in uno scheletro ritrovato da lui non già nella cappella, ma in Santa Maria Maggiore; sepolto con lo scheletro era il bastone del comando. Colleoni davvero? I più pensarono di sì, e spiegarono anche perché era stato sepolto fuori dell’urna. I fisiologi ritrovarono nello scheletro le caratteristiche fisiche del condottiero: alta statura (un metro e ottanta), gambe lunghe che denotavano l’abitudine del cavallo, braccia corte, niente ferite.

La prima fotografia a colori eseguita dopo la sensazionale scoperta delle spoglie di Bartolomeo Colleoni. Il capo del Condottiero non è più centrato sul suo cuscino ma è scivolato nell’angolo della cassa; la berretta capitanesca è a sghimbescio, il corpo non è ben diritto. Evidentemente si è spostato all’indietro durante la collocazione della cassa nell’arca maggiore. E’ visibile il bastone di comando sul fianco destro del Capitano, e la targa di piombo cadutagli sui piedi

Altri argomentarono invece contro l’identificazione. Affiorarono prima tutte le gelosie erudite e curiali, e poi, allargandosi la lite, tutte le inimicizie cittadine latenti; la città fu divisa in due partiti.

Coloro che credevano nel Colleoni accusano i suoi nemici di avere ucciso il Monsignore (che morì infatti poco dopo), non già col volgare omicidio, ma facendogli scoppiare il cuore con la violenza degli attacchi.
Penso quale pittore avrebbe potuto dipingere una zuffa di chierici e laici intorno ad uno scheletro: probabilmente, meglio di tutti, il Magnasco.

Via Arena nel 1954

I difetti e le infermità, per fortuna oggi quasi interamente scomparsi, delle vallate bergamasche, furono oggetto di dileggi, di lazzi e di caricature non soltanto nelle altre province della Lombardia, ma tra i bergamaschi stessi: il gozzo, la voce grossa, il dialetto aspro e incomprensibile.

Alberto Faino – Incontro di Gioppino e Meneghino (Da: “Buonumore bergamasco, Ed. Il Conventino, Bergamo)

«Scemo della Val Brembana», era un’espressione corrente fino ai tempi della mia infanzia, specialmente a Milano, che guardava quei montanari con una specie di alterigia metropolitana.

«Scemo» indicava un misto di tonto e di furbo, di gabbatore elementare e di gonzo, di buffoneria e di rozzezza; e la frequenza degli idioti, comune nel resto di quasi tutte le vallate alpine.

Ma il popolo bergamasco, artisticamente geniale, è portato ad umorizzarsi nelle sue stesse disgrazie e deformità. Il gozzo fu motivo di poesia vernacola ed ornamento d’una maschera bergamasca, Gioppino.

Gioppino in una preziosa cartolina dei primi del Novecento

 

La locandina del Sarzetti in Corsarola

Bergamo è una delle grandi patrie delle maschere popolari.
Il gusto per le maschere purtroppo si va estinguendo dovunque, ma esso persiste a Bergamo più vivo e più naturale che altrove, certamente più che nel Veneto. È mancato nel Veneto quell’ingrediente di rozzezza, di popolaresco vero, che è necessario a sostenerlo, e che rimane invece a Bergamo (o nell’Emilia).

Manifesto pubblicitario del 1890

La maschera nel Veneto, quasi sempre d’importazione, si è raffinata, ornata, è divenuta cosmopolita, è passata nel regno della letteratura, e di qui alla morte.
Certi spettacoli di maschere, che ricordo dalla mia infanzia, provenivano dalla cultura, anche se recitati in un teatrino simile a una legnaia che aveva per insegna un lumino ad olio.
Niente di strano dunque che siano spariti. A Bergamo non è così. Possiamo disputare se ad Arlecchino abbia collaborato più Bergamo, o più Venezia. Non voglio certo impelagarmi nella questione dell’origine di questa celebre maschera cosmopolita.

Pantalone e Arlecchino in Piazza Vecchia, da una stampa satirica del 1797

La mia impressione è che, nella forma attuale, essa nacque nel Bergamasco; Venezia si comportò come Milano, quando adottò il motto «scemo della Val Brembana».

Arlecchino tra Brighella e Goldoni, Affresco sec. XVIII di Marco Gozzi, già sulla Casa d’Industria in Città alta

Arlecchino probabilmente (e questa tesi è sostenuta anche a Bergamo) è il facchino del Bergamasco emigrato a Venezia, veduto con gli occhi di quella metropoli cosmopolita, colpita specialmente dal linguaggio ermetico del montanaro rozzo‐furbo.
Ad ogni modo Bergamo gli ha dato i natali, e due paesi di montagna, San Giovanni Bianco e Zogno, pretendono tutti e due di averlo visto nella culla. Onori che toccano solo alle maschere, o a poeti come Omero.

La maschera veramente locale è però Gioppino, con il manganello e tre gozzi, e i bergamaschi l’amano perciò di più. Gioppino non è servile; grossolano ma veritiero, plebeo ma difensore della giustizia, a differenza di Arlecchino, egli interviene ancora con il suo bastone nelle questioni che interessano il popolo.
Certo è una maschera più lombarda che veneta.

Una certa tendenza alla buffoneria sopravvive del resto nelle vallate bergamasche, tra i contadini in carne ed ossa.

Gioppino in una cartolina del 1901

Lasciando da parte le maschere vive, quelle di legno appaiono ancora abitualmente nei luoghi di ritrovo della provincia. Io stesso, entrato un giorno in un caffè di San Pellegrino Terme, vidi spuntare d’un tratto da un paravento un Gioppino gozzuto, accompagnato da sua moglie pure gozzuta, che diede il benvenuto alla compagnia.

La pasticceria di Luigi Milesi (Bigio), aperta nel 1934 sotto i portici Colleoni di San Pellegrino, dove il gestore diede alla luce i suoi celebri biscotti a mezzaluna e nel frattempo intraprense l’arte del burattinaio, arte che insegnerà anche al figlio Giuseppe (Bepi). Nell’immagine Bigio è ripreso in tivù con i suoi famosissimi burattini

La distinzione fra le maschere vive e quelle fissate nel legno non è poi ancora netta. Accade che un burattinaio geniale, per esempio Manzoni, ricavi maschere nuove da persone vere.

Enrico Manzoni, “principe dei burattini”, con uno dei tanti burattini usciti dal suo laboratorio

Ho visitato a Bergamo la sua bottega. Essa contiene un piccolo teatro, ora chiuso; Manzoni continua però a recitare nelle osterie dei dintorni. Vedevo, appese o ammucchiate su grandi tavole, le maschere tradizionali, Pantalone, Arlecchino, Brighella, Tartaglia, il Mago, la Strega; ma in mezzo ad esse altre che non riconoscevo. Si trattava di persone vere e divenute maschere in tempi recenti.

Brighella, Arlecchino e Gioppino, tre dei tanti burattini usciti dal laboratorio di Enrico Manzoni detto Rissolì, abilissimo e fantasioso intagliatore di teste

Per esempio: era tornato nella sua patria, Bergamo, certo cavalier Magri, arricchitosi con la seta in Persia. Passava il giorno nei caffè, in velenose maldicenze ed insinuazioni segrete; ma, tradito dalla grossa voce, era udito da tutti. Manzoni ritrattò la sua faccia in un burattino; con il nome di cavalier Grassi, il cavalier Magri entrò ancora vivo nel repertorio dei teatrini e delle osterie.

La baracca di Carlo Sarzetti sul colle della Maresana, davanti a un’osteria. L’autore dello scatto, effettuato subito dopo la Seconda guerra mondiale, è Diego Lucchetti, padre del noto fotografo e collezionista bergamasco Domenico. La baracca dei burattini fu per i bambini una vera e propria televisione (Archivio storico fotografico Domenico Lucchetti, Museo storico di Bergamo)

Pure vivente a Bergamo era il modello di un altro burattino, accoppiato al cavalier Grassi: un siciliano immigrato, un «terrone» che pretendeva d’essere bergamasco, e per provarlo parlava un dialetto spurio. Essere trasformati in maschere e burattini qui può accadere a tutti. Questo presuppone genio inventivo, umorismo, e insieme un fondo grosso, realistico; le mangiate, le bastonate, le parolacce, i lazzi, la caricatura pesante. E tale è appunto la mistura del Bergamasco, provincia artistica ma montanara, in cui l’influenza veneta è sempre tagliata di prosa, di praticità lombarde.

Bergamo,1960, baracca del Sarzetti. Fotografia realizzata presso la bottega del fabbro Raffaele Scuri (proprietà Museo Storico di Bergamo)

Perché Bergamo è Lombardia. Il suo sindaco è uno dei migliori d’Italia; ma solo un sindaco lombardo potrebbe presentare com’egli ha fatto con me un suo collaboratore così: «L’ingegnere x, che conduce valentemente la locomotiva del progresso stradale…».
Questo in Lombardia è lo stile dei buoni amministratori. Favorito com’è dalla situazione politica e dai costumi della gente, l’attivismo lombardo è qui abbastanza libero di farsi strada con i metodi amministrativi che gli sono più consanguinei.

L’apparecchio che unisce: famiglia Bergamasca riunita….davanti alla tivù. Dovrebbe trattarsi di un Philips, in vendita verso la metà degli anni Cinquanta (Archivio Storylab)

Bergamo nel dopoguerra non presentava certo difficoltà economiche e sociali minori di altre città ben più agitate. Poverissima la montagna; la pianura sotto la media delle altre plaghe di pianura lombarde, per scarsezza di irrigazione.

La forza di Bergamo è dunque soprattutto industriale, ed il suo contadino è quasi sempre anche operaio. Ma: in decadenza le già celebri industrie della seta e della lana; quella del cotone, in progresso, colta dalla nota crisi; in crisi l’Ilva a Lovere, come l’industria dei bottoni; in difficoltà le industrie meccaniche ed il commercio; trentamila disoccupati, le abitazioni insufficienti, l’emigrazione stagionale, già inadeguata in tempi di normalità economica, tanto più inadeguata in un periodo d’eccezione.

Giulio Zavaritt con la moglie Marta Guttinger e i figli: una delle famiglie di commercianti-imprenditori di origine grigionese che dopo la seconda metà del Settecento si stabiliscono definitivamente a Bergamo impiantano filande, attratte dalle nuove possibilità offerte dalla manifattura serica orobica e dal potenziale commerciale veneto e lombardo (a partire dalla seconda metà dell’Ottocento altri intraprendenti sviz­zeri arriveranno a Bergamo e vi impianteranno fiorenti industrie cotoniere)
Stabilimento bacologico G. Ambiveri – Seriate (Raccolta privata L. Angelini)

 

Il Cotonificio Bergamasco di Ponte Nossa nel 1901 (Raccolta privata L. Angelini)

 

Interno dell’Ilva di Lovere nel 1924

Due industrie poderose, la Dalmine e l’Italcementi; tuttavia la seconda, se ha qui la direzione e la sede legale e quattro stabilimenti modello, ha gli altri disseminati in Italia.

La Dalmine e la piscina comunale

 

Alzano Lombardo – Facciata laterale dell’Italcementi

Noi ospiti però riceviamo da Bergamo un’impressione di potenza, e perfino di floridezza. Il produttivismo lombardo svolge gradatamente i suoi piani a lunga scadenza.
Ha quasi distrutto le malattie tradizionali, tifo, pellagra, gozzo; combattuto la tubercolosi e le malattie mentali.

Abbiamo già accennato alle 13.000 nuove stanze d’alloggio. Ben amministrato, il turismo trae cinque miliardi all’anno da turisti per ora quasi tutti italiani (e dirò, di sfuggita, che il corso montano dell’Adda, tortuoso, scavato fra baratri, probabilmente ha suggerito a Leonardo da Vinci i suoi paesaggi meteorici).

Il ponte di Paderno sul fiume Adda (Raccolta privata L. Angelini)

Fra i diversi progetti che saranno eseguiti: un canale d’irrigazione tra l’Adda e l’Oglio, che feconderà la pianura; la strada, oggi mancante, che unirà il Bergamasco alla Valtellina, e sbloccherà il traffico delle valli.

Dintorni di Zogno. Si notino i quattro livelli: il fiume, la ferrovia, la ex statale in terra battuta, sopra il muro la strada veneta Priula

 

La strada provinciale della Valle Brembana in un’immagine più recente

Collegamenti più facili con Milano, a cui Bergamo è legata ben più di Brescia, soprattutto allargando l’autostrada; ed in generale il rinnovo di una rete stradale deficiente.

Il cantiere dell’autostrada di Bergamo negli anni Cinquanta

L’amministrazione fruisce della quiete politica. Il dominio democristiano è sicuro, perfino nel centro industriale di Dalmine alle porte della città. «Le nostre maestranze», mi ha detto un dirigente della Dalmine, «non vivono concentrate, ma sparse in 215 Comuni diversi, dove ritornano la sera. Perciò sono diluite in un ambiente moderato, e conservano le modeste usanze dei Comuni rurali».
È la regola del Bergamasco, provincia dove mancano le grandi concentrazioni operaie, industriale ma con mentalità contadina.

Aggiungo che le donne vi sono influenti. La donna con carattere ed occupazioni virili è tipica nel Bergamasco, più ancora che a Verona e a Brescia; è gestito da donne ben più di un terzo dei commerci.

Operaie dello stabilimento Honegger. Cartolina primi anni del ‘900. Un ruolo consolidato, quello delle donne bergamasche, nel mondo del lavoro

Il caso della Dalmine si cita spesso come prova che la demagogia non serve né il paese né quelli stessi che vorrebbe proteggere. Nel 1945 la Dalmine si «ridimensionò», per dirla col gergo di moda; ridusse a 5200 operai i 5900 di prima, licenziandone 700. Adesso la Dalmine è una delle nostre industrie più sane, esporta in 35 nazioni, sta all’avanguardia nella riduzione dei prezzi.
Senza entrare in particolari, dirò che i tubi non saldati e di grosso spessore prodotti dalla Dalmine arrivano a diametri che nessuno raggiunge, e nemmeno gli Stati Uniti.  I dipendenti sono sui 10.000.
Assicurano i dirigenti che l’industria avrebbe subito una crisi forse mortale, e perciò non avrebbe potuto impiegare tante persone, se le fosse stato impedito di alleggerirsi nel momento di magra. Dalmine fornisce argomenti in sostegno della nota tesi lombarda sui criteri economici (non demagogici) a cui si dovrebbe ricorrere nei periodi di crisi.

La fabbrica della Dalmine (Archivio Fondazione Dalmine)

In quanto alla Italcementi, con 21 stabilimenti (tra poco 23) sparsi in tutta l’Italia, produce circa metà del cemento italiano, ed è fondamentale per lo sviluppo del paese; il metano dovrebbe aumentare la produzione e farne abbassare i costi, esentandola dalla servitù al combustibile straniero.

In essa l’opinione pubblica ravvisa uno dei nostri grandi potentati industriali con riflessi politici. Ho chiesto perciò d’incontrare Carlo Pesenti, il presidente. Pesenti è uno dei bersagli favoriti della polemica. Si vede in lui uno dei più duri esponenti di quella che è chiamata, con una definizione abbastanza confusa, «confindustria di destra»; lo si accusa di stabilire, con altri cementerie meno importanti, il monopolio del cemento in Italia, di regolare i prezzi a suo piacimento, di gestire la sua società nel segreto e senza pubblico controllo, di fare violenza allo Stato, oppure di manovrare sott’acqua la burocrazia compiacente; di rappresentare insomma quel «sovversivismo di destra» che andrebbe contro gli interessi della nazione.

Certo chi voglia il sinistrismo, o rosso o liberale, non lo cerchi da queste parti.

Pesenti definisce un’assurdità giornalistica l’accusa che la Italcementi detenga il monopolio della produzione; attribuisce invece molti inconvenienti agli errori di Governi leggeri di fronte alle leggi economiche; quando il Governo, per esempio, paralizzò l’esportazione, e addirittura vietò l’esportazione del cemento, molto bene avviata, argomentando che il prodotto era necessario da noi. Fidarsi unicamente del mercato interno, secondo Pesenti, è avventato.

Colgo un paio d’idee dalla sua conversazione, una sui cementi e l’altra su questioni più generali, che mi sembrano importanti o tipiche.
L’industria cementiera, a suo parere, è legata da noi piuttosto alla costruzione di strade (e di ponti, argini, dighe), che non alla costruzione di case. L’edilizia rimane secondaria, anche perché un suo enorme ampliamento non si avrà per mancanza di operai specializzati; sostenere e scrivere altro, come fanno altri di sinistra e di destra, gli sembra demagogico.

Autostrada del Sole – Apertura al traffico della transappenninica, 3/12/1960 (Archivio fotografico Autostrade per l’Italia). L’autostrada fu completata nel 1964

I sindacati paralizzano l’economia con una bardatura troppo pesante. Essi hanno creato una casta di privilegiati al lavoro, che sbarrano la strada agli altri, provocando ristagno, malessere, disoccupazione. Impediscono inoltre lo spostamento d’uomini nella penisola in conformità al bisogno. L’indice degli spostamento, che in America è del 51 per cento, in Italia è del 2 per cento; la bardatura sindacale fa sì che ciascuno, temendo di non ritrovare lavoro, rimanga aggrappato al suo posto.
Questa circolazione difficoltosa è un’altra causa di ristagno, disoccupazione.

Parole nette, idee taglienti: l’urto di mentalità e di scopi tra alcuni gruppi industriali e i Governi del dopoguerra (che tende sempre più a configurarsi in una vera e propria lotta per il potere) è quasi illustrato fisicamente da quest’uomo giovane, bruno, con la testa rotonda e la calvizie nitida che spesso segnano in Italia gli uomini volitivi.

Con lui chiudo la serie dei brevi ritratti, raccolti in questo viaggio, di capi d’industria lombardi e delle loro idee, e insieme mi congedo dalla Lombardia per passare in Piemonte”.

Il brano:

Guido Piovene (1907‐1974). Da “Viaggio in Italia”, edito da Baldini e Castoldi.

Nota

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