Giovanni Signorelli detto “il Merica”: il cantastorie di Bergamo

1920: il cantastorie Giuseppe Signorelli detto Merica nei pressi del Duomo

Con il Merica, una tipica macchietta cittadina vissuta fra fine Ottocento e la prima metà Novecento, gli autori e le cronache del tempo ebbero di che sbizzarrirsi.

Era, nel ritratto che di lui fece Umberto Zanetti, “un omino dinoccolato alto si e no un metro, che cantava con una vocetta agra, in falsetto, accompagnandosi con una chitarra più grande di lui”.

La sua “lirica”, che sgorgava dal suo genio, commentò argutamente i fatti cittadini per tutto un cinquantennio di storia bergamasca, elevandosi dall’ebbrezza lieve dei vinelli delle colline o tra i purissimi aspri vapori del più autentico “trani”.

Rivendita di vini pugliesi in piazzetta S. Pancrazio (da “Bergamo nelle vecchie fotografie” – D. Lucchetti)

Tutta Bergamo lo conosceva ma nessuno, proprio nessuno, sapeva il suo vero nome. “Merica” – spiegò una volta il “cantore” – per via di una bisavola che si chiamava Maria Degna Merita e che aveva gli tramandato il nome, storpiato “in forza di chissà quali occulte leggi di antonomasia matronimica”, scrisse Vajana.

Si sapeva che era nato in SanTomaso, in anni lontanissimi, e ch’era figlio di un poverissimo cocchiere.

Via S. Tomaso nel 1910, con la donna che ha appena attinto l’acqua dalla fontanella (da “Bergamo nelle vecchie cartoline” di D. Lucchetti)

La sua bruttezza, “quasi disdicevole”, lo anticipò sin da bambino. Tutto di lui promuoveva al riso: magro impiccato, era alto come un paracarro, aveva le gambe sproporzionatamente corte e storte, malgrado le impaludasse civettuolmente in un giacchettone sproporzionatamente lungo. La sua camminata insicura ed ondeggiante tradiva un difetto alle ginocchia, che scontrandosi si respingevano a vicenda. “Gambestorte” e “crapadrecia”, si era compiaciuto definirsi.

“Ol Merica” nel commiato di Vajana

Il busto striminzito reggeva un cranio dalla forma marcata e pressata alle tempie; un visetto da infante, dominato da uno strano naso sottile da cui si allungava una barbetta appuntita e scomposta. Due occhietti vivacissimi e pungenti, quasi da topo, rallegravano quella specie di viso mobilissimo.

Le cronache si accaniscono descrivendo una bocca, “dalle labbra turgide e di un rosso rancido”, somigliante a “una ferita da taglio inferto da uno spadone medioevale”. Povero Merica. Parlava biascicando e il suo balbettio gli lasciava delle vistose bolle bianche ai lati della bocca, che risucchiava con movimenti suoi particolari. Nonostante ciò, anche quando serrava i denti digrignando fino all’esasperazione, riusciva simpatico a tutti.

Tra una canzone e l’altra aveva trovato il tempo di portare all’altare…. – c’è chi dice quattro, c’è chi dice cinque e c’è chi dice sette – donne, e di vederle poi dipartirsi nel regno dell’eternità: curiosamente, aveva sempre pronunciato il suo ‘sì’ mentre l’altra parte era in fin di vita. Sicchè ogni rito nuziale si era trasformato in un rito funebre, al termine del quale, “ol Merica” offriva da bere agli amici.

Il passeggio in Fiera nel 1902

Le di lui descrizioni sono a dozzine, ma fra tutte, quella di Geo Renato Crippa – che ai tipi bergamaschi dedicò esilaranti e commoventi capitoli – è senz’altro la più ricca e gustosa: nessuno meglio di lui – grande conoscitore delle storie e delle “macchiette” della città – avrebbe potuto né ignorare né lasciarsi sfuggire l’occasione ghiotta di descrivere il Merica.

La madre, una brava donna, illudendosi di farne un bravo artigiano l’aveva affidato a un ciabattino di Borgo Santa Caterina non badando che nello stanzino del “padrone”, fra banchetto, forme, ferri, pece, corde e scarpe, facevan bella vista alla parete due chitarre (una abbastanza passabile, l’altra vecchia e tarlata ma di buon suono) che avevano attirato le amorose attenzioni del giovinetto.

Il ponte di Borgo Santa Caterina

Non appena il “principale” sortiva dal bugigattolo, il nostro cercava di addestrarsi alla bell’e meglio e appassionatamente, e quando udiva qualche suono azzeccato si agitava all’impazzata meravigliandosi, fino a quando, dagli e ridagli e straziando le povere corde all’infinito, finì col realizzare un sogno cullato per settimane e mesi: accordare chitarra e canto fino ad acquistare una certa abilità, che perfezionò con qualche strana maestria.

Scrisse Crippa che “Per non disturbare i suoi di casa – vivevano in una stanza sola in quattro – esercitarsi nel ‘cesso’, all’esterno di una loggetta, fu invenzione prelibata. Questo posto, diceva, era il suo conservatorio, la scuola primaria della sua ‘genialità’ musicale”. Vi canticchiava la notte, cercando di adattare motivi popolari a testi di sua invenzione “amorosi o romantici, scelti in racconti di quartiere o raccolti nella miseria dei rimbrotti, delle accuse, delle stravaganze e delle irriquiete denuncie d’un volto rattrappito”.

Sicchè, “spingerlo a farsi conoscere, dopo averne constatata la bravura, fu operazione infame di un gruppo di buontemponi, decisi a scortarlo nelle osterie, sullo sterrato di piazza Baroni al tempo della Fiera, davanti ai caffè dei signori e sul Sentierone”.

Città Alta domina sul Sentierone con la Fiera e l’Ospedale di S. Marco e la chiesa di S. Bartolomeo (da “Bergamo nelle vecchie cartoline” di D. Lucchetti)

Gli rimediarono così una giacca degna del suo nuovo ruolo, “magari di velluto ed un cappello verde alpino con fior di penna”.

Il lato della Fiera sull’attuale Largo Belotti (da “Bergamo nelle vecchie fotografie – D. Lucchetti)

Scortato dalla feroce compagnia, fece la sua prima apparizione pubblica nel suo borgo in due locali “di pregio”: il “Gamberone” e l’Angelo”.

Entrato nelle sale, così conciato, gli urlarono di andarsene alla svelta.

Borgo S. Caterina. Nei pressi si trovavano, poco distanziate fra loro, le trattorie delle Tre Corone, dell’Angelo, del Gambero e della Scopa (in “Bergamo nelle vecchie fotografie” di D. Lucchetti)

Ma imperterrito, con i suoi imbonitori pronti a difenderlo – “gente conosciuta (un macellaio e due salumieri)” – cominciò timidamente a cantare accompagnandosi alla chitarra scalcinata e “dati due strattoni, iniziò la sua tiritera con energia infuocata. Risa reiterate, battimani, ‘forza’, salutarono la esibizione, mentre, stordito ed in lacrime, l’artista non sapeva se accettare i bicchieri di vino che gli venivano porti da diverse parti: un successo”.

1910 circa: scoricio di Borgo S. Caterina (da “Bergamo nelle vecchie cartoline” – D. Lucchetti)

Da quella sera la fama del “cantastorie” percorse l’intera città, dai borghi a Piazza Vecchia e poi ancora giù, in Viale Roma: nei trani, nelle osterie, nei caffè di periferia, lo attendevano, passandosi parola.

Il gioco delle bocce in una trattoria di Bergamo, 1890 (da “Bergamo nelle vecchie fotografie” – D. Lucchetti)

E così il suo repertorio mutò con destrezza e dalle fiabe d’amore passò ad improvvisare i fatti cittadini, commentandoli come un Pasquino redivivo.

“Verdi” – scrisse Umberto Ronchi – lo avrebbe assunto come Rigoletto, un Rigoletto generoso, tutto lepidezza e fantasia improvvisatrice”.

L’ometto, agli applausi non ci teneva affatto; voleva soldoni lui, quelli di rame: solidi, pesanti, colla bella faccia di Vittorio Emanuele.

Ol Merica in una caricatura del “Giupì” (da L. Pelandi, Attraverso le vie di Bergamo scomparsa II – La Strada Ferdinandea, 1963)

Il castigamatti, “conquistava i suoi “affezionati” accusando prefetto, sindaco, amministratori, vigili, agenti del dazio, di non mantenere le promesse, di aumentare i prezzi delle derrate, di non pulire a dovere le strade, di impicciarsi in cose non di loro pertinenza, di permettere abusi nella applicazione delle tasse, nel non affannarsi a chiedere al governo di Roma il raddoppio della linea ferroviaria per Treviglio, di aumentare i tabacchi, il sale, i francobolli, i ‘trams’ e le cambiali.

Le giostre in tempo di Fiera (da “Bergamo nelle vecchie fotografie” – D. Lucchetti)

Bastava la pubblicazione di un manifesto con nuove ordinanze civiche o militari perchè il Merica, cantante analfabeta, chiesti ragguagli a conoscenti, schiattasse in imprecazioni e querele; uno spasso”.

1925 circa: il Sentierone (da “Bergamo nelle vecchie cartoline” – D. Lucchetti)

Quando la guerra chiamò il popolo a raccolta, imbracciò la sua chitarra come un mitra e con la sua vocetta agra intonò il suo canto di battaglia:

“Viva l’Italia

la gran nassiù

che la combàt

per la resù”.

Il rifugio antiaereo scavato in Piazza Dante

 

Porta Nuova nel 1940. Sulla fronte dei tempietti si legge: “Il passato è già dietro le nostre spalle. L’avvenire è nostro” e “Disciplina Concordia e Lavoro per la ricostruzione della Patria”

Tra gli avvenimenti accompagnati dal suo lieto e canoro commento, famosa è la nascita del nuovo centro cittadino e di tutti gli edifici che spuntavano come funghi a ridosso delle Mura.

La Fiera in demolizione (1922-’24) e la nascita del centro piacentiniano

 

La Fiera in demolizione (1922-’24)

Del rinnovamento sontuoso della sua Bergamo egli ne fu entusiasta, ma la sua gioia fu mortificata dalla tristezza che attribuì alle sue vecchie amiche Mura:

“Che’ diràl chèl curnisù

Quando l’vé la primaera?

Vederàl piö i farfale

a vulà sota la féra?”

Panorama di Bergamo, 1938

Per far posto all’allora palazzo della Banca Bergamasca, sorta in prossimità del chiostro di Santa Marta, venne schiantato un ippocastano che per quasi un secolo aveva assistito a tutte le vicende bergamasche. Si trattava del “piantù” nel Boschetto di Santa Marta, uno stupendo gigante alla cui ombra ristoratrice si erano ritemprati vecchi pensionati e ai cui romantici effluvi si erano confortati dalle sartine ai soldatini.

1920 circa: il centro direzionale della ‘Nuova Fiera’ (Da “Bergamo nelle vecchie cartoline” di D. Lucchetti)

Quando lo vide crollare con schianto formidabile, compose un brano memorabile:

“Nel bosch de Santa Marta

a gh’era ü vècc piantù

per mèt sö öna strassa d’banca

I l’à mandat a reboldù”

La “strassa d’ banca” era la Banca Bergamasca, fallita e poi occupata dal Banco Ambrosiano, sorta in luogo del complesso monastico di S. Marta.

Il Sentierone e i suoi rigogliosi giardini negli anni ’30

Le due statue poste ai lati dell’appena inaugurato Palazzo di Giustizia, Il “Diritto” e la “Legge”, furono invece così nominate:

“Gh’è dò bèle statue

sura ü pedestalì

la siura l’è padruna

chèl biòt l’è l’inquilì”

Il Palazzo di Giustizia in Piazza Dante, da poco edificato

Che le sue argomentazioni fossero in prosa o in rima nessuno se ne accorgeva: per le folle egli era la bocca della verità, il fustigatore, il difensore della poveraglia, l’inquisitore”,

“Bravo, bravo”, gli urlavano, soprattutto se avvinazzate.

La sua acredine degenerava in lamentela disperata verso gli amministratori dei luoghi pii – ospedali, manicomio,“Clementina” – verso i quali gridava come un ossesso a difesa di sordomuti e poveri ciechi, del brefotrofio e relativa “ruota” e di ragazze-madri. Non c’era modo di trattenerlo.

Il fronte della fabbrica cinquecentesca (demolita nel 1937) dell’Ospedale vecchio di S. Marco: oggi, del grande complesso un tempo parte del quadrilatero della vecchia Fiera, è rimasta solo la chiesa che porta lo stesso nome

 

Il Manicomio Provinciale entrò in servizio dopo che fu chiuso, nel 1892, il manicomio di Astino. La ripresa fotografica è anteriore al 1905 (da “Bergamo nelle vecchie cartoline” – D. Lucchetti)

 

Marzo 1915: il trasloco della Pia Casa di Ricovero delle “Grazie” (ex convento degli Zoccolanti ed ora Credito Bergamasco) al nuovo edificio della Clementina. Nelle “Grazie” subentrò l’ospedale militare della CRI (da “Bergamo nelle vecchie cartoline” – D. Lucchetti)

 

Il Piazzale Porta Nuova con l’ex convento degli “Zoccolanti”: Casa di ricovero “di Grassie” sino al 1915, poi ospedale militare della CRI. Annullo postale del 14 – 7 – 1919 (da “Bergamo nelle vecchie cartoline” – D. Lucchetti)

Lo ammansivano assicurando che si sbagliava e con gran fatica lo invitavano a consolarsi: ringraziava e una volta placato soggiungeva, quasi ilare: ‘Vi canterò la storia della Girometta, quella che, per amore, di chiappe ne vendette una fetta’.

Un gorgoglìo, in fondo alla gola, lo quietava prima di sgusciarsela recriminando”.

La Fiera settecentesca e il Sentierone. serie, riservata al mercato francese, fu stampata in tricromia dall’Istituto Italiano d’Arti Grafiche nel 1905 ca. (da “Bergamo nelle vecchie cartoline” di D. Lucchetti)

Con la fede e con i santi era però impossibile tendergli un agguato, e lo seppe, una sera, una certa Paola, famosa passeggiatrice, che tentandolo a sproposito ricevette in cambio una sberla ben assestata.

Sempre avvolto in un pastrano raccattato che gli arrivava alle ginocchia, continuò a cantare finché la voce non divenne fioca e scheggiata fino a ridursi in miseria: “dopo il giro col piattello in mano, notava i pochi centesimi raccolti, borbottava sostenendo che egli non meritava di esser schiavo o sottomesso ad alcuno, ma degno di rispetto nel suo intenso lavorìo di giudice delle malefatte altrui, che egli rivelava da cittadino cosciente ed ardito. Non scherzava lui e non mentiva, o buffoni”.

Persa quasi totalmente la vista, si aggirava per le vie della città accompagnato da una povera fanciulla, anch’essa mezza cieca, perpetrando tristemente “i racconti di giorni perduti, di sindaci morti da anni, del dazio sparito, di denari senza valore e di inutili bazzecole”.

Ebbe però un lampo di poesia alla morte di Antonio Locatelli, scomparso in un agguato in Africa mentre era in missione a Lekemti compiendo voli di ricognizione per far sì che le truppe italiane non cadessero nelle imboscate delle milizie dei Ras finanziati dagli inglesi.

1920 ca. Questa cartolina, con Antonio Locatelli ed il suo inseparabile S.V.A., non è una vera e propria cartolina commerciale, ma è interessante poichè sul retro porta il visto della “censura fotografica” militare. La più grossa impresa sportiva di Locatelli fu la “prima trasvolata delle Ande”. Compì l’impresa di andata e ritorno tra il 31 luglio ed il 5 agosto 1919, effettuando anche il primo servizio di posta aerea tra l’Argentina e il Cile” (da “Bergamo nelle vecchie cartoline” di D. Lucchetti)

Atterrato in una radura, fu ucciso a tradimento con tutto il suo seguito e del suo corpo non si seppe più nulla “e per ciò, come degli antichi eroi, ben si può dire che il suo corpo, forse arso, trapassò nei leggendari empirei del simbolo”. Ebbe a dire Bortolo Belotti.

Era il 1936 e per Bergamo fu un terribile trauma; anche il Merica, ormai vecchio e misero, lo pianse con dolore sincero.

“Il cuore, consunto, gli dettò una geremiade, mezzo angosciosa, mezzo gloriosa. Forse fu la sola e garbata elegìa sfociata in devoto dolore; la balbettava piangendo, sicuramente affranto:

Me pianze, me pianze,
l’è mort, l’è mort, ol poèr Tunì.
I la brüsat i nigher,
selvaggi de nu dì.
L’era grand e bu, mei del pà bianc.
Bel, bel coma un angelì.
Me pianze, me pianze, ol me poer Tunì”

Morì con un rammarico, quello di non saper comporre musica (“Potevo diventare un Donizetti”…). La morte lo colse all’inizio del 1943 dopo una breve malattia e fu annunciata da un necrologio dell’”Eco”: una colonna e mezza che l’avvocato Alfonso Vajana volle dedicare al povero cantastorie di San Tomaso.

Il Merica l’aveva invitato a comunicare la sua dipartita ai suoi ignari cittadini, nel momento in cui avrebbe per sempre posato la sua chitarra stanca: “Io lo compresi e lo feci con tenerezza. Del resto se l’era meritata…..: aveva servito, a modo suo, parecchie generazioni di bergamaschi, prodigando molto canto, attimi di serenità ed un po’ di sorriso”.

Contenendo a stento la tristezza, nell’angusta prigione del suo corpo breve e storto.

 

RIFERIMENTI

Geo Renato Crippa, Il “Merica, in “Bergamo così (1900 – 1903?)”.

Alfonso Vajana, “Uomini di Bergamo”, Vol II. Edizioni Orobiche, Bergamo.

Il busto a Lorenzo Mascheroni

Signori

In nome del Comitato per un ricordo a Lorenzo Mascheroni, ho l’onore di consegnare al sindaco di Bergamo questo busto opera di scalpello valente. I sottoscrittori, col porre questo ricordo, credettero non solo di compiere un atto doveroso, ma pensavano che se nulla si fosse fatto a Bergamo avrebbe potuto essere giustamente accusata di ingiustificabile, colpevole obblio verso uno dei suoi figli più illustri.

Primi del Novecento. Piazza Cavour con il monumento a Lorenzo Mascheroni (1750-1800), inaugurato nel 1897. Illustre illuminista, fu professore di matematica all’università di Pavia. Accanto al monumento, il complesso di Santa Marta, parzialmente demolito nel 1915, e l’omonimo “Boschetto”

Con queste parole di Gianforte Suardi, presidente del comitato per l’erezione del monumento, iniziò la cerimonia per la consegna del busto alla Municipalità.

Parole che a prima vista sembrerebbero di lode alla città perché inaugurava un monumento al Mascheroni, ma che in realtà erano un rimprovero.

Piazza Cavour, con il monumento a Mascheroni, e il Sentierone

Se non ci fosse stato quel comitato promotore, il nome del letterato sarebbe stato dimenticato, tanto é vero che sebbene il comitato si fosse costituito nel lontano 1892, patrocinato dal Casino degli Artisti, Operai e Professionisti, in cinque anni riuscì a raccogliere solo 1533,80 lire, più 112,95 d’interessi, e di conseguenza non poté che ordinare allo scultore Ernesto Bazzarro, milanese, un monumento, anzi, se vogliamo essere precisi un busto, del valore di milleseicento lire.

Il busto è bello, anche se è stato adoperato marmo di Candoglia con venature rossigne; d’altra parte l’artista era valente, faceva infatti parte della terna emersa dal concorso per il monumento al Donizetti.

Il busto di Lorenzo Mascheroni, in marmo di Candoglia, è posto su una base di stile composito, anch’essa in marmo, ed è opera dello scultore milanese Ernesto Bazzaro, che fece parte della “Scapigliatura” milanese 

Il Mascheroni scolpito è molto somigliante, somiglianza però, se vogliamo credere ai giornalisti dell’epoca, fortuita in quanto all’inizio lo scultore aveva modellato un naso che trasformava completamente il viso del letterato.

Caso volle che mentre si stava sistemando il monumento in luogo, si ruppe la gru, il busto cadde e si scheggiò il naso; lo scultore, presente, provvide alla riparazione e da essa sortì questo naso camuso che rese i lineamenti più somiglianti.

Particolare del busto a Lorenzo Mascheroni, opera di Ernesto Bazzaro

Ma per tornare al rimprovero di Gianforte Suardi alla cittadinanza, possiamo intravederlo anche nello svolgimento della cerimonia di inaugurazione, fatta alla chetichella senza nessun apparato speciale; mancava la solita sfilata di associazioni, di personalità e di autorità, anzi quest’ultime rimasero sino quasi all’ultimo in municipio per poi rifugiarsi all’ombra del boschetto di santa Marta in attesa dell’inizio della cerimonia.

Il monumento a Lorenzo Mascheroni e il Boschetto di Santa Marta

Il 5 settembre del 1897 era una giornata calda e lo scoprimento del busto, discorsi e musica, non durarono che mezz’ora. Due bande suonavano per l’inaugurazione e nello stesso tempo fungevano anche da calamita per i cittadini che, in quella giornata di festa passeggiavano numerosi per il Sentierone.

Inaugurazione del monumento a Lorenzo Mascheroni, 5 settembre 1897

Non stupisce quindi il fatto che allo scoprimento del busto ci fosse un solo battimano e che Gianforte Suardi si soffermasse nel suo discorso di consegna del monumento soprattutto sulla vita di Lorenzo Mascheroni forse nel timore, per non dire convinzione, che molti dei presenti non la conoscessero e che qui riportiamo: Lorenzo Mascheroni, nato nel 1750 nella tranquilla e romita ma casa di Castagneta, a vent’anni – vestito già l’abito sacerdotale – è professore di retorica e, poco appresso, di eloquenza, di fisica, di filosofia nel collegio mariano: è già valente, gentile poeta.

Lorenzo Mascheroni, primo di quattro figli, nacque nella località di Castagneta, – propaggine collinare a oriente del centro storico di Bergamo -, il 13 maggio 1750 da Maria Ceribelli e Giovanni Paolo. Il padre, discendente da una modesta famiglia originaria della Val Brembana, si era costruito una discreta fortuna nel commercio, cui dovette la nomina a quaderniere della Camera fiscale di Bergamo

Datosi con tutta la forza del poderoso suo ingegno allo studio delle matematiche, nel 1785 pubblicava l’opera sua magistrale “Nuove ricerche sull’equilibrio delle volte” che lo pone a paro de’ matematici più illustri e inviandone una copia a Paolina Suardo Grismondi, la decantata Lesbia Cidonia, la accompagna con versi squisiti, che lo pongono a paro dei poeti più rinomati.

Ritratto di Lesbia Cidonia (Paolina Secco Suardo Grismondi), nata a Bergamo nel 1746 e morta nel 1801. Bella e colta, fu onorata da molti uomini illustri; ricevette fama dal poemetto di L. Mascheroni. L’indimenticabile invito a Lesbia è del 1793

Rivelatosi con quest’opera, al mondo scientifico, Pavia lo vuole professore di matematica nel suo ateneo. L’amore della gloria e la guerra sorda e continua che alcuni colleghi gli muovono in patria lo determinano ad allontanarsi dalla madre vecchia dal fratello pazzo, dai suoi cari luoghi.

Nella nuova residenza il poeta scrive l’indimenticabile invito a Lesbia, che gli ottiene le lodi del Parini, lo scienziato le note al calcolo integrale di Eulero, alcune opere minori e la geometria del compasso, che gli attira l’ammirazione del Bonaparte, gli procura i famigliari colloqui col generale nella tranquillità della villa di Mombello, donde è balzato nella vita politica. Siamo nel 1797: orfà precisamente un secolo.

Nominato membro del corpo legislativo a lui si deve, in gran parte, il nuovo piano di pubblica istruzione della Cisalpina; è inviato a Parigi a partecipare ai lavori della Commissione, nominata dai vari stati per l’unificazione dei pesi e delle misure. Caduta la Cisalpina, perduta la cattedra, ridotto perciò in strettezze, il Mascheroni deve cercare nell’insegnamento di che campare la vita. I disagi, le fatiche del nuovo stato nel rigido inverno parigino, i dolori per le sventure della patria lo fanno cadere ammalato e lo trascinano alla tomba. Il vincitore di Marengo, dopo la strepitosa vittoria, restituisce al Mascheroni la cattedra di Pavia: e il nostro grande concittadino, dal letto di morte detta, con effusione di cuore, la lettera di ringraziamento, ma la sua mano non ha più la forza di apporvi la firma. Si spegne nel luglio del 1800.

La lapide a Lorenzo Mascheroni, all’Università di Pavia (1808) – Foto Giovanni Dall’Orto

Bonaparte fa ritardare i funerali dal mezzogiorno alle sei per potervi intervenire, e ne è solo impedito dalle sue gravi occupazioni. L’istituto di Francia si fa rappresentare da La Place, De-Lambre, Prony e Le Gendre, che sorreggono i quattro angoli del drappo mortuario. Vincenzo Monti, piangendo, getta le ultime manate di terra sulla fossa del poeta, suo collega ed amico. L’Italia perde prematuramente un letterato, un poeta, uno scienziato, un politico, un uomo dalle più elette virtù, un patriota”.

 

Nota

Autore del testo: Arnaldo Gualandris, Busto a Lorenzo Mascheroni, in “Monumenti e colonne di Bergamo”, a cura del Circolo Culturale G. Greppi. Bergamo, 1976 (con introduzione di Alberto Fumagalli).

Gli antichi cimiteri fuori le Muraine e lo scomparso cimitero ottagonale di Valtesse, dove plebe e nobiltà si davano la mano

E’ all’Editto di Saint-Cloud, emanato in Francia nel 1804, che si deve la nascita dei moderni cimiteri, imposti da Napoleone per motivi d’igiene e di salute pubblica.

Secondo le nuove disposizioni, che recidevano di colpo la tradizione secolare di seppellire i defunti all’interno delle chiese, nelle loro adiacenze e nei sagrati (“Coemeterium Plebis”), il seppellimento doveva ora avvenire in appositi recinti da collocarsi fuori dalle mura cittadine: nascevano così i cimiteri civici,  che ancora chiamiamo “campisanti” a ricordo del loro antico uso.

Il Foppone agli inizi del Novecento. All’uso secolare di seppellire i defunti all’interno o nei pressi delle chiese, si contrapposero eccezioni dovute a gravi pestilenze, come la peste del 1630, quando i morti vennero sepolti nei cosiddetti “fopponi”, grandi fosse poste generalmente fuori dall’abitato. Il Foppone di S. Agostino, all’esterno delle mura medievali ma dal XVI secolo compreso nelle mura veneziane, era comunque abbastanza decentrato rispetto alla parte più popolosa del centro storico. Venne colmato solo agli inizi del Novecento con detriti, forse derivanti dall’abbattimento del tratto di via Beltrami

In seguito alle nuove disposizioni, attuate dal 1 maggio, nel 1810 a Bergamo sorsero ben tre cimiteri, tutti fuori dalle Muraine: quelli di Santa Lucia, San Maurizio e Valderde.

Il piccolo cimitero pentagonale di Santa Lucia si trovava nell’attuale via Nullo, tra le vie Broseta e Lapacano nell’area a lungo occupata dalla sede dell’Enel ed oggi da un lussuoso complesso residenziale. Ma nel 1813, ritenuta inadatta la sua localizzazione, il cimitero venne dismesso e sostituito dal nuovo camposanto di S. Giorgio, costruito alla Malpensata.

La cortina delle Muraine del Lapacano nel 1884, in una incredibile e rara fotografia. Il Lapacano, cortina muraria che collegava Porta Broseta con la torre tonda del Cavettone (uno dei pochi luoghi in cui le Muraine medioevali sono ancora visibili, inglobate in un condominio) rappresentava in epoca medioevale un punto importante del circuito difensivo delle Muraine. Proprio in corrispondenza dell’attuale Lapacano si incrociavano due corsi d’acqua (utilizzata a scopo difensivo e per muovere macine e telai): la roggia Serio si univa alla roggia Curna, che proseguiva verso l’ospedale per mezzo di un canale che correva parallelo alle mura, in luogo dell’attuale via Nullo (fotografia eseguita da Cesare Bizioli – Patrimonio Lucchetti-Museo delle Storie di Bergamo – rielaborata da Gianni Gelmini nel suo ultimo e prezioso lavoro dedicato alle Muraine)

Il cimitero di San Giorgio si trovava tra la chiesa e il grande parcheggio della Malpensata, dove si tiene il mercato del lunedì. Venne dismesso circa un secolo dopo (qualcuno afferma nel 1904, quando entrò in funzione il Monumentale di viale Pirovano, ed altri nel 1909) ma restò presente fino agli anni ’40, e “pare che, nell’interludio fra la dismissione e la traslazione, diverse tombe siano state profanate” (1).

In ogni caso, il cimitero “ebbe qualche monumento artisticamente pregevole con cappelle di enti e associazioni religiose e civili: fra le tombe private ricorrevano i nomi più noti di commercianti e industriali facoltosi. Vi erano pure lapidi commemorative di associazioni patriottiche che, come la tomba Ortolani, opera di Luigi Pagani, vennero trasferite al Cimitero Unico” (Tancredi Torri, in “Archivio Storico Lombardo, 1960).

Il cimitero di San Giorgio, alla Malpensata. Quando entrò in funzione il grande Cimitero Unico della città, i carri funebri vi portavano le spoglie esumate percorrendo la strada del Conventino. Dopo la dismissione del cimitero l’area  si trasformò nel nuovo mercato del bestiame, trasferitosi dal Foro Boario (Piazzale degli Alpini) verso il 1915, non più agibile per la costruzione di nuovi edifici. Inoltre, nel piazzale della Malpensata stazionarono periodicamente dapprima il circo equestre e successivamente i baracconi della Fiera di Sant’Alessandro, qui trasferiti dal prato tra viale Vittorio Emanuele e Piazza della Libertà per la costruzione dei palazzi dell’INPS e della Camera di Commercio

Il cimitero nella piana di San Maurizio, dalla forma tondeggiante, sorse in un luogo dove esisteva una antica chiesa cimiteriale, che in seguito venne ceduta alle monache benedettine del vicino convento di San Fermo, di cui ancor’oggi possiamo ammirare la piccola chiesa.

Un’irriconoscibile via San Fermo con la sua chiesetta documentata dal 1154

 

Il cimitero monumentale di Bergamo in costruzione

 

Il Cimitero Unico nella prima metà del Novecento. A sinistra dell’immagine si riconosce ancora chiaramente la forma rotonda dell’antico cimitero di San Maurizio, unico sopravvissuto dei tre piccoli cimiteri costruiti a Bergamo agli inizi dell’Ottocento perchè inglobato nel  nuovo impianto del Cimitero Monumentale di Bergamo e destinato da allora alle sepolture dei bambini

 

Il “Cimitero dei bambini” nel 1963, cresciuto sull’area dell’antico cimitero di San Maurizio

 

La rotondità dell’area cimiteriale riservata ai bambini è ancora perfettamente leggibile lungo il perimetro del campo (foto dell’autrice, datata 02/11/2018)

Il cimitero ottagonale di Valtesse, sulla strada per la Valle Brembana, fu costruito in luogo dell’attuale Campo Utili, in via Baioni, e doveva servire, oltre a Valtesse, Città Alta e le sue adiacenze (Borgo Canale, Castagneta e Fontana).  E’ già riportato, nella sua forma ottagonale, nella mappa del Comune di Valtesse del 1810.

Bergamo, 1916 – Giuseppe Manzini. Cimitero ottagonale di Valtesse (in alto verso sinistra, parallelo al riquadro del Lazzaretto, quest’ultimo evidenziato in nero)

Dismesso il cimitero di Santa Lucia, gli altri tre restarono in funzione fino agli inizi del Novecento, ossia fino a che non entrò in funzione il grande Cimitero nella spianata di S. Maurizio, nell’attuale viale Pirovano.

Mappa di Bergamo nel 1869. Si possono notare due dei quattro cimiteri ottocenteschi di Bergamo: a Santa Lucia (ovest) e Valtesse (nord)

La soppressione dei piccoli cimiteri si era resa necessaria oltre che per l’espansione della città, anche per motivi di igiene pubblica.

Già nel 1887 la relazione sanitaria, lamentando la gravissima condizione dei cimiteri di San Giorgio e di Valtesse, invitava a risolvere la situazione prima che si verificassero pericolose conseguenze. Il cimitero di San Giorgio aveva esaurito il terreno utile per le tumulazioni, mentre in quello di Valtesse la condizione del sottosuolo costituiva una perenne e grave minaccia alla salute: nei periodi di pioggia eccessiva, le casse galleggiavano “nell’acqua che si scarica nella Morla prima che questa attraversi due popolose borgate”.

La Morla in piena a Valverde. Ancora nel 1936, in un tardo pomeriggio di primavera, dopo una giornata afosa vi fu un temporale proveniente da est veramente impressionante. Venne fortemente colpita la zona Borgo S. Caterina, tanto che oltre alle case e alle cantine allagate affiorarono sul terreno le ossa del vecchio cimitero di Valtesse, Il grave episodio fu causato dallo straripamento dei torrenti Tremana e Gardellone, confluenti della Morla (fotografia di Carlo Scarpanti)

Il problema di un nuovo cimitero, insieme a quello della realizzazione dell’acquedotto e della rete fognaria, erano ormai improrogabili per la tutela della salute dei cittadini.

Il Cimitero monumentale di Bergamo intorno al 1910 (Raccolta Lucchetti)

La decisione (8 giugno 1896) della municipalità di costruire un nuovo grande cimitero in grado di accorpare tutti gli altri pose fine ad ogni questione: il piccolo cimitero di San Maurizio venne da subito incorporato nel grande Cimitero Unico (e se ne rintracciano le antiche memorie nelle colonne d’ingresso al cimitero dei bambini e sulle lapidi di  illustri pittori apposte sulle pareti dietro la Chiesa di Ognissanti), quello di San Giorgio alla Malpensata vi confluì nel 1904 (o nel 1909 secondo taluni, comunque ancora presente negli anni ’40), mentre quello di Valtesse fu l’ultimo ad essere dismesso, lasciando nella memoria collettiva una flebile traccia.

Negli anni ’40 del Novecento, il barbone Gattinoni detto “Gatinù”, si era accasato in una cappella del cimitero di San Giorgio, alla Malpensata, appartenente alla Famiglia Piazzoni: “una sontuosa cappella gentilizia tutta marmo, colonnine e fregi. In un loculo aveva sistemato il suo cucinino; in un altro la sua branda”. L’uomo, che portava uno stravagante cilindro spelacchiato con penna di fagiano, a causa della sua ostinazione a lasciare il suo personale “dormitorio”, fece ritardare la demolizione del cimitero:  la nobile famiglia proprietaria della Cappella, venuta a conoscenza del fatto “era intervenuta in comune e aveva ottenuto di lasciare il pover’uomo in pace…Effettivamente il barbone non morì nella cappella gentilizia e così il Cimitero potè essere completamente demolito.” (il virgolettato proviene da “Il Novecento a Bergamo”)

 

IL CIMITERO DI VALTESSE

La data di nascita del cimitero di Valtesse è solo deduttiva, ma di fatto dal 1812 i registri della parrocchiale di Valtesse portano l’indicazione “novo cemeterio” e certamente nel 1816 la sua forma definitiva era compiuta.

Un emozionante ricordo Cimitero di Valtesse, dalla forma ottagonale, sorto lungo la provinciale per la Valle Brembana, soppresso negli Anni ’20 (Foto Domenico Lucchetti)

Si trattava di un cimitero “consorziale” di cui per oltre un secolo gli abitanti di Valtesse dovettero condividere promiscuamente l’uso con quelli di Città Alta e adiacenze (Borgo Canale, Castagneta e Fontana).

Nel lungo corso di questa forzata convivenza, la ripartizione delle spese di manutenzione, suddivise in base al carico della popolazione delle due parti, fu motivo di contrasti continui tra Bergamo e Valtesse: proteste, querimonie e ricorsi di uno o dell’altro degli interessati.

Bergamo, 1891. Mappa Wagner & Debes. In alto a sinistra, a margine, è visibile l’ottagono del Cimitero di Valtesse

I contrasti si inasprirono al punto che nel 1852-’53 Valtesse arrivò a scegliere un terreno “di prima classe” di fronte all’entrata del camposanto consorziale e a far redigere un progetto per un proprio cimitero. Iniziativa che non ebbe seguito.

La diatriba si trascinò per decenni (durante i quali si pensò anche di cedere cimitero al Comune di Bergamo) e si chiuse solo nel 1904-’05 con la costruzione del grande Cimitero Unico, quando cioè vi confluirono Città Alta e le zone “satellite”, permettendo alla popolazione di Valtesse di mantenere l’uso esclusivo del cimitero ottagonale fino al 1925, anno in cui il Comune di Valtesse insieme a Redona e Colognola venne accorpato a quello di Bergamo (2).

1920 – Bergamo, Via Maggiore del Comune di Valtesse (oggi via Giovanni Maironi da Ponte). L’edificio a sinistra è il Municipio di Valtesse, come indicato dalla targa affissa sulla cancellata. La zona è posta all’incrocio con l’attuale via Bruno Buozzi

 

1920 – Bergamo, Via Maggiore del Comune di Valtesse, guardando verso Città Alta

Trascorso il periodo legale e rimosse le salme,  il primo gennaio del 1942 si diede avvio alla demolizione e nel volgere di pochi anni nulla restò della graziosa cinta ottagonale con le cappelle in stile ottocentesco, del portale, degli stessi monumenti che lo ornavano.

Il Cimitero di Valtesse da via del Roccolino nel 1930. La cappella visibile sulla destra era riservata alle monache di Santa Grata. Figura in primo piano la signora. Angela Bensoni, di Valverde, classe 1919, vissuta sicuramente sino a pochi anni or sono

Nell’interludio tra la chiusura e la demolizione, il poeta Vittorio Polli e l’amico Sandro Angelini, “curiosi e accesi per la novità del sito”, si recano a Valtesse:

“stupiti dall’atmosfera ritornammo a guardare le croci e a leggere le lapidi, sostammo timorosi davanti a un cancello aperto, prendemmo paura per le grosse lucertole che si muovevano sotto i cespugli”.

Bergamo, 1910 ca., panorama su Valverde e Valtesse ripresi da Porta Garibaldi già S. Lorenzo

Ne è scaturita la splendida e suggestiva evocazione del cimitero “fatto d’un perfetto ottagono col muro di cinta coperto di coppi; adornato di cappelle gentilizie, rotonde, quadre, esagone, con lunette e timpani di chiaro stile neoclassico.  Intorno le colline della città, una parte di Bergamo di intatto fascino e una campagna verdissima e serena.”

In quanto alla nuova destinazione delle povere salme, sappiamo quel poco che don Enrico Mangili, parroco di Petosino, rilasciò in un libro dedicato alla storia e le origini di Valtesse, pubblicato a puntate da L’Eco di Bergamo, dal 20 febbraio al 12 marzo del 1942:  “Le salme per le quali i parenti fecero richiesta vennero esumate e trasportate altrove. Furono pure levate le salme dei soldati caduti in guerra e trasportate nella Cappella” (3).

“Portarono via qualcuno, ceneri e ossa; infine restò abbandonato. Un giorno se ne andò la donna custode con il suo tavolino. Furono lasciati aperti i cancelli delle cripte e il cancello d’ingresso. Ferro ruggine, pietre spezzate, sfaccendati che giravano, innamorati impudici di notte dietro il muro. Città alta guardava, indifferente a tanta rovina.” (Particolare del Cimitero di Valtesse nell’acquaforte di Sandro Angelini e testo di Vittorio Polli)

Smarriti nell’oblio i nomi e la memoria dei tanti che vi trovarono eterna pace, a poco a poco se ne perdeva il ricordo mentre restava un grande prato che più tardi sarebbe stato destinato a campo di Marte.

 

“ERAVAMO UN COMUNE AUTONOMO E AVEVAMO IL NOSTRO CIMITERO. POI IL CAMPOSANTO DIVENNE UN CAMPO DI GRANO E SFAMO’ UNA FAMIGLIA”

Primi anni ’50: chiesa di Valverde con alle spalle l’area dell’ex cimitero di Valtesse e lo stabilimento Sace. Sull’area dell’ex cimitero non è ancora stato realizzato il campo sportivo: è questo il periodo in cui il campo venne coltivato a grano

“Ancora negli Anni Cinquanta noi di Valtesse ci consideravamo un paese a parte e non un quartiere di Bergamo. In fondo eravamo stati comune autonomo fino a una ventina di anni prima… Il nostro territorio comprendeva un’area vasta: Monterosso, Conca Fiorita, San Colombano…

Eravamo un comune agricolo, collinare. E avevamo il nostro cimitero, in quella che per noi era la nostra periferia, verso Bergamo, in via Ruggeri da Stabello, quello che poi è diventato il campo sportivo militare Utili e quindi adesso centro sportivo credo comunale.

Panoramica dell’area di Valtesse, San Colombano e Monterosso (edificato nel 1960). A sinistra, prospiciente la Sace, il Campo Militare Utili, appena realizzato sull’area dell’ex Cimitero (la ripresa è del 1958)

Era un cimitero in piena regola che accoglieva i defunti del Comune di Valtesse e, per lungo tempo, anche quelli di Città Alta. Finchè un certo giorno, era il 1929, venne decretato che non si poteva più seppellire i morti nel nostro cimitero, ma che bisognava confluire nel cimitero di Bergamo, il monumentale. Le sepolture esistenti restavano per gli anni decisi nei diversi contratti, dopo di che bisognava riesumare le salme. Di fatto il nostro cimitero – che aveva ospitato anche i resti illustri di Gaetano Donizetti e Simone Mayr, per esempio – venne chiuso definitivamente nel 1941 e le salme riesumate portate al Cimitero di via Borgo Palazzo. A quel punto, riesumate le salme, il cimitero divenne un nuovo pezzetto di campagna e venne dato da coltivare proprio alla mia famiglia, prima di diventare successivamente un campo sportivo. Il campo dei morti, seminato a frumento, diede alla nostra numerosa famiglia modo di vivere” (4).

Valtesse, area ex-cimitero: operai al lavoro per la bonifica del campo

 

Via Baioni e lo stabilimento Sace nel 1947

 

Il campo sportivo Utili e la Sace intorno al 1960. I pendii  della Maresana, ancora verdissimi, sono pressochè disabitati

 

I MORTI ILLUSTRI

Il cimitero di Valtesse si distingueva per i molti nobili che risiedevano nell’Alta Città e dunque non c’è da stupirsi se questi ultimi, ormai privati insieme alle famiglie di maggior censo di arche più o meno monumentali all’interno delle chiese, venissero seppelliti accanto ai plebei.

E così nel piccolo e modesto cimitero i nomi illustri si univano a quelli dei  compagni della vita e a molte coppie di sposi – “finiti quasi insieme, per armonia di sentire” – nonchè agli artisti. Giacquero qui anche le monache di Santa Grata, che avevano una propria dignitosa cappella e i loro nomi erano indicati al mondo così:

“Signora Idelfonsa… Morta di 50 anni.”

Giuseppe Daldossi, il cui padre, dipendente comunale, si occupò della demolizione del cimitero, raccontò che quando si demolì la grande cappella delle suore del monastero di Santa Grata, “la Madre Badessa volle che nell’esumazione dei corpi (traslati poi al Cimitero Unico) si procedesse nei dovuti modi: a tal fine chiamò a collaborare il portinaio-sacrista del monastero, che a tempo perso faceva l’armaiolo in un piccolo laboratorio annesso alla sua abitazione.

Nel procedere all’apertura dei loculi, si poté constatare con grande meraviglia che la consistenza delle bare, tutte costruite con legno massiccio e ti tale spessore che, a detta dell’esperto portinaio-sacrista, potevano ancora essere utilizzate – pur a distanza di tanti anni, in alcuni casi più di un secolo – per fare calci di fucile. Le bare all’interno erano state tra l’altro rivestite da una specie di catrame, per cui i corpi delle suore apparivano mummificati”.

Giacquero anche, nel cimitero di Valtesse, Simone Mayr e il suo allievo Gaetano Donizetti, poi traslati sotto le volte di Santa Maria Maggiore.

L’ 11 aprile del 1848 la salma di Gaetano Donizetti veniva deposta nella Cappella della nobile famiglia Pezzoli, dove rimase fino al 26 aprile 1875. A quella data, esumati i resti del grande musicista e quelli del suo maestro  Simone Mayr, vennero rese ai due illustri musicisti solenni onoranze che si conclusero con la deposizione delle loro ossa in S. Maria Maggiore.

Monumento funebre a G. Donizetti in Santa Maria Maggiore (Bergamo, Taramelli, riproduzione datata 1890 circa)

 

La solenne cerimonia della traslazione di Donizetti e del maestro Mayr nella basilica di S. Maria Maggiore – 1875

 

La solenne cerimonia della traslazione di Donizetti e del maestro Mayr nella basilica di S. Maria Maggiore – 1875

Nel cimitero di Valtesse ebbero ancora sepoltura i maestri Antonio Cagnoni ed Alessandro Nini; le loro ceneri  il 27 ottobre 1925 furono trasferite al Famedio cittadino.

Miniatura del poeta Pietro Ruggeri da Stabello eseguita da Faustino Boatti nel 1831 ). Il poeta, padre della poesia vernacola bergamasca, venne sepolto nel cimitero di Valtesse nel gennaio 1868. “Poveretto! Lui, un amante delle liete brigate, lui che tanto aveva riso e fatto ridere, negli ultimi anni della sua vita, si vide un po’ alla volta abbandonato da tutti gli amici e gli ammiratori dei tempi più lieti. Ma non perdette per questo il suo buon umore che conservò fino negli ultimi istanti. Morto in una stanzetta di una casa situata in Via Mura in Borgo S. Caterina. Un ristrettissimo corteo di amici lo accompagnò all’ultima dimora in una fredda scialba giornata del gennaio 1858: e la sua salma andò confusa con tutte le altre nella fossa comune. E lì giacque nel più assoluto oblio per dodici anni finché qualcuno pensò a ricordarne la memoria con un modesto ricordo” (5)

 

Cimitero Monumentale di Bergamo. Le lapidi di tre illustri pittori bergamaschi, un tempo sepolti al piccolo cimitero di Valtesse, i cui resti sono andati dispersi: Marco Gozzi, Vincenzo Bonomini e Pietro Ronzoni. Le tre lapidi sono apposte sul muro di cinta posto dietro la Chiesa di Ognissanti e confinante con via Serassi. Probabilmente furono portate al Monumentale poco prima che il cimitero di Valtesse venisse demolito. Notate la tavolozza in pietra sopra la lapide centrale  (foto dell’autrice, datata 02/11/2018)

“Dispersi andarono invece i resti degli storici Giovanni Finazzi e Agostino Salvioni, dei pittori Marco Gozzi, Vincenzo Bonomini  e Pietro Ronzoni, dello scultore Luigi Carrara, del melodico poeta romantico Samuele Biava de’ Salvioni la cui lapide tombale lo ricordava come “non ultimo dei pensatori che auspicarono il Risorgimento italiano”, del naturalista Giovanni Maironi da Ponte (del quale non fu possibile l’identificazione della salma), dei giureconsulti Gaspare Carcano e Luigi Tiraboschi, di Gaetano Alberigo da Rosciate “che ebbe sotto diversi governi cariche di rilievo” e di Giovanni da Rosciate con il quale si è spenta questa famiglia bergamasca celebre per il suo Alberico, del prof. Elia Zerzi che “raccolse e illustrò la flora bresciana”, del prof. Giuseppe Venanzio matematico, fisico, filosofo; del prof. Pietro Luigi Dahm insegnante di tedesco al liceo e dell’ing. Cesare Noris pure insegnante di discipline matematiche, del medico Federico Maironi da Ponte”… E l’elenco dei sepolti in oltre un secolo di storia potrebbe continuare per pagine e pagine.. (6).

Autoritratto ironico del pittore Vincenzo Bonomini (Bergamo 1757 – 1839), autore dei famosi sei pannelli Macabri realizzati prima del 1816 e  conservati attorno all’abside dell’altare principale della Parrocchia natia: quella di Santa Grata inter vites in Borgo Canale. Con questa sarcastica rielaborazione del memento mori, Bonomini ci ammonisce ricordandoci che al di là della condizione sociale, dell’età, dell’intelligenza e del credo di ognuno, la nostra mortalità ci accompagna in ogni istante della nostra vita

A proposito di Bonomini, Roberto Bassi-Rathgeb negli anni Cinquanta scriveva che “in uno di quei vagabondaggi fuori porta che talvolta ci si concede volentieri per evadere alcuni momenti dal rumore della città, mi accadde di passare nelle vicinanze del piccolo cimitero abbandonato di Valtesse; uno squallido camposanto ingoiato oggi dalla vicina Bergamo in continua espansione, che apriva malinconicamente la sua cinta in rovina al visitatore curioso e desideroso di un intimo senso di pace. Fra quelle tombe appena segnate tra le erbe cresciute da tempo senz’ordine, presi a camminare quietamente senza provare l’oppressione della solitudine, giacchè i nomi sui cippi e sulle lapidi facevano dell’ex camposanto una piccola città silenziosamente abitata da individui affiancati in perenne armonia. Orbene, mentre mi aggiravo presso il lato meridionale del muro di cinta, a pochi passi dal punto dove fu il primo tumulo di Gaetano Donizetti, vidi i frammenti d’una lastra funeraria che giaceva al suolo, abbandonata ormai da ogni pietà umana. La curiosità mi fece chinare. E lessi l’epitaffio: ‘A Vincenzo Bonomini, valente pittore morto il 17 aprile 1839 all’età di ottantatre anni, e all’unica sua figlia Maria Luigia, morta il 14 ottobre 1850 nell’età di diciotto anni, Maria Annunciata Bonomini nata Colombi – moglie e madre desolata – ha posto implorando il riposo dei giusti.

Cimitero Monumentale di Bergamo. La lapide di Vincenzo Bonomini qui trasportata dal Cimitero di Valtesse (foto dell’autrice, datata 02/11/2018)

I nomi di altri artisti, come il Ronzoni e il Gozzi, che poco prima avevo letto sulle loro sepolture, non mi avevano suscitato un particolare interesse; una strana emozione invece mi colse nel trovarmi d’improvviso di fronte a Vincenzo Bonomini proprio in un luogo che per un certo perido della sua vita era stato l’ambiente dei suoi pensieri, fino a disegnare gli uomini, nelle manifestazioni della vita quotidiana, sotto forma di scheletri, quasi fosse la cosa più naturale di questo mondo! E tutto ciò senza lo spirito cupo e sarcastico di molti artisti stranieri, ma con un fare del tutto bonariamente ironico”.

 

IL “POER NADALI” E LA “COMAR DE ALTESS”

Il parroco di Valtesse scrisse che fuori del recinto cimiteriale, specialmente ai lati del viale d’accesso, dal 1848 al 1851 venivano sepolti i patrioti che l’Austria abbatteva col piombo nelle fosse del Castello di San Vigilio o sugli spalti di S. Agostino, o che più ignominiosamente impiccava sulla spianata della Fara per delitti comuni: supplizio che avrebbe dovuto essere riservato soltanto ai peggiori delinquenti, ma che l’Austria applicava anche ai disertori, ai renitenti della leva oppure a coloro che avevano contravvenuto alla legge marziale del 1848 per detenzione e occultamento di armi: tutti per maggior parte provenienti dal contado.

Tra costoro si trovavano anche delinquenti comuni. Apparteneva a questi ultimi il “pòer Nadalì”, che condannato dal tribunale austriaco al capestro per gravi reati, prima di subire il supplizio fece ammenda delle proprie colpe ricordando la sua disgraziata giovinezza di trovatello e invocando ed ammonendo i genitori a vigilare sui propri figli.

Il pentimento o l’innocenza si questo bandito commosse il popolino, che a lungo invocò indulgenza nelle preghiere, recando fiori e accendendo ceri sulla sua tomba anonima, posta all’entrata del cimitero di Valtesse.

Sereno Locatelli Milesi ne raccontò la rocambolesca storia:

“Ecco, lontano, quasi ai piedi del colle, la Chiesa Prepositurale di Valtesse… che si profila fra il verde. Vedi il vecchio Cimitero? Vuoi sentire la storia del “Povero Nadali?“

Ascolta:

Il Nadali è stato un famoso – tanto famoso che di lui neppure si ricorda il cognome — delinquente dei primi dell’800, reo convinto di numerose grassazioni e di parecchi omicidi, e come tale condannato alla pena del capestro.

Impiccato sovra uno spalto della Fara, prima di passare il collo nel laccio fatale, aveva ottenuto di concionare gli intervenuti allo… spettacolo: e rivolgendosi specialmente alle madri di famiglia aveva raccomandato ad esse di vigilare l’educazione dei figlioli: perchè lui, povero Nadali, non si sarebbe trovato in quelle belle condizioni se la madre sua non lo avesse abbandonato a se stesso, ai pericoli della strada, alle insidie delle cattive compagnie.

Sotterrato in questo Cimitero, fuori del sacro recinto — come era costume del tempo — la sua fossa è stata per molto tempo meta costante del popolino, che recava tributo di fiori, di ceri e di preci, ritenendo per fermo che il Nadali fosse diventato poco meno di un santo.

Molti anni dopo, quando, per allargare il Cimitero, si dovette abbattere la cinta e provvedere al nuovo scavo, non si trovo più traccia della salma: il popolino gridò al miracolo: il Nadali, dopo aver ottenuto la grazia di entrare in Paradiso, aveva ottenuto anche quella di entrare nel Cimitero…”.  (7).

Pure in terra non sacra – aggiunge il parroco – venne sepolta certa Bongiani, meglio nota come la ‘comàr de Altess’, famigeratamente celebre al tempo dei nostri nonni.

Questa donna esercitava la professione di levatrice nel comune di Valtesse e godeva di molta stima e considerazione, finchè, per caso, venne scoperto che essa capeggiava una banda di rapinatori che di notte, sulla strada che corre poco lontano dal cimitero e allora del tutto isolata, aggrediva e derubava i carrettieri o altri passanti. Arrestata, subì il capestro nel 1851.

“Confortava i condannati nelle estreme ore, una caratteristica figura di sacerdote, Don Fantino Premerlani (Don Fantì), spirito altamente patriottico, originale e arguto tipo bergamasco, negli ultimi anni della sua vita bibliotecario alla Civica. Anch’egli – nel 1890 – ebbe estremo riposo nel cimitero di Valtesse.

Quanta pietà, quante dolorose vicende, quante lagrime, quanti ricordi, quante leggende intorno a questo triste luogo, avvolto ormai nell’oblio, nell’inesorabile oblio dei vivi” (8).

Oggi l’impronta dei nostri passi scivola distrattamente su quelle antiche memorie, posate a mo’ di selciato sulla breve gradinata che dal Mercato delle Scarpe conduce in piazza Angelini.

La scalinata di raccordo tra Piazza Mercato delle Scarpe e Piazza Angelini (allora piazza Pendezza), selciata da porzioni di lapidi provenienti dal demolito cimitero di Valtesse

 

Porzioni di lapidi provenienti dal demolito cimitero di Valtesse, posate sul selciato della gradinata tra piazza Mercato delle Scarpe e piazza Angelini.

Chissà quante volte, senza nemmeno saperlo, abbiamo calpestato i nomi di coloro che senza distinzione dì età e di ceto sociale si sono tenuti per mano nel mesto cimitero adagiato all’ombra della città antica.

 

NOTE

(1) Marco Cimmino, Il mistero di via Lapacano, dove le Muraine dividevano città e campagna

(2) “Al principio del regno d’Italia Valtesse contava 1008 abitanti. La sua guardia nazionale era formata da una compagnia con 110 militi attivi: aveva 71 elettori ammínistrativi e 19 politici inscritti al collegio di Bergamo. La sua Congregazíone di carità disponeva di un capitale di circa venti mila lire. A quel tempo esso formava ancora comune a sè: ma colla legge del 1935 sulla unificazione dei comuni esso è stato di nuovo riaggregato a Bergamo e non ne rimase distinto che nel campo ecclesiastico” (don Enrico Mangili, “La storia e l’origine di Valtesse”, cit. In bibliografia).

(3) P. Tosino, “La storia e l’origine di Valtesse” – Pubblicata a puntate da L’Eco di Bergamo, dal 20 febbraio al 12 marzo 1942.

(4) “Il grano del cimitero”, in: (A cura di) Paolo Aresi, “Bigio Long e gli altri – Storia e storie della gente di Valtesse,Valverde, Monterosso e Conca Fiorita”. Comune di Bergamo, Circoscrizione 4.

(5) P. Tosino, “La storia e l’origine di Valtesse”, cit.

(6) “Non sappiamo se alcuno si ricordò del patriota e scrittore Pasino Locatelli, e quale sorte toccò alla sua lapide tombale che portava l’epigrafe da lui dettata (…)”. Fra i sacerdoti:  “il primo che vi ebbe sepoltura fu il parroco di Valtesse, Valsecchi Gio Battista da Rossino, defunto il marzo 1820. Abbiamo poi tra i tanti, il sac. Antonio Cefis vice bibliotecario della Civica Biblioteca, il sac. Prof. Vincenzo Bonicelli insegnante per trentotto anni fisica al seminario, il sac. Paolo Fumio valentissimo nell’arte oratoria, Don Benedetto Mazzoleni pro cancelliere episcopale, ecc.”. “Nel periodo della dominazione austriaca vi ebbero sepoltura notabilità di quell’amministrazione; così, nel 1831, un Ernest Richeler von Binnenthal e l’anno dopo il command. K. Und K. Cav. Di Maria Teresa e S. Anna di Russia di II classe, Ludwig Freihew von Schonnermarck”. Vi ebbe sepoltura anche il poeta Rovetta (“La storia e l’origine di Valtesse”, P. Tosino, cit.).

(7) Sereno Locatelli Milesi, “La Bergamasca”, Edizioni Orobiche, Bergamo.

(8) P. Tosino, “La storia e l’origine di Valtesse”, cit.

FONTI

Luigi Volpi, “Memoria del Cimitero di Valtesse” – In memoria di Luigi Agliardi Presidente dell’Ateneo di Scienze Lettere ed Arti di Bergamo (Comunicazione fatta all’Ateneo di Scienze Lettere ed Arti di Bergamo nella seduta del 6 dicembre 1952). Il libro è stato stampato nel novembre 1952, in 371 copie numerate, dalla Stamperia Conti di Bergamo, via XX Settembre. 21 esemplari contrassegnati con lettere dall’A alla Z e 350 esemplari numerati dal N. 1 al N. 350. Esemplare 92.

Fondazione per la storia economica e sociale di Bergamo – Istituto di Studi e Ricerche, “Storia Economica e Sociale di Bergamo – Fra Ottocento e Novecento – Lo sviluppo dei servizi”.

Sereno Locatelli Milesi, “La Bergamasca”, Edizioni Orobiche, Bergamo.

(A cura di) Paolo Aresi, “Bigio Long e gli altri – Storia e storie della gente di Valtesse,Valverde, Monterosso e Conca Fiorita”. Comune di Bergamo, Circoscrizione 4.

P. Tosino (pseudonimo di don Enrico Mangili, parroco di Petosino), “La storia e l’origine di Valtesse” – Pubblicata a puntate da L’Eco di Bergamo, dal 20 febbraio al 12 marzo 1942.

Memoria del Cimitero di Valtesse, di Vittorio Polli

Il Cimitero di Valtesse in un’acquaforte di Sandro Angelini

Il ricordo che Vittorio Polli ci ha lasciato attraverso questa testimonianza legata al piccolo Cimitero ottocentesco di Valtesse, oltre a costituire di per sè un frammento assai prezioso di storia cittadina, rappresenta – seppur con il tono mesto ed elegiaco della narrazione – un minuscolo spaccato della sensibilità collettiva nei confronti della morte nel periodo romantico, così ben analizzata dallo storico e filosofo francese Philippe Ariès nel suo I luoghi della morte in Occidente. Dal medioevo ai giorni nostri (1).
L’Ottocento è caratterizzato infatti da una sensibilità nuova, che non tollera più l’indifferenza tradizionale nei confronti dei morti ma che vede piuttosto l’insorgere del sentimento della pietà verso i defunti (da cui poi scaturirà la venerazione della tomba, con relativi flussi migratori verso i cimiteri), che possiamo ampiamente rintracciare nel presente racconto.

Particolare del Cimitero di Valtesse in un’acquaforte di Sandro Angelini

“Scompaiono anche i cimiteri: i morti, le lapidi, i cespugli sempreverdi; e dove un giorno eran le tombe si ritrova un terreno arato.
Da quando nel cimitero non si sotterra più nessuno, incomincia la vera morte. L’erba devasta; corrono ramarri e lucertole, signoreggiano cespi di verde sulla terra grassa; le arenarie si sfaldano, le parole gemono colore sul marmo bianco, il muschio si abbarbica alle pietre, i ferri diventano rossi di ruggine, l’oro delle corone volge al vecchio.
Croci sbilenche, ferri storti, cancelli aperti, muri scrostati: resiste il silenzio, non c’è segno di passo umano. L’uomo è tenuto lontano dalla paura e dai fuochi fatui.
La distruzione la compiono il vento, l’acqua, la ruggine, gli animali che vivono coi morti marciti sotterra.
Non c’è ancora chi ruba a questo punto dell’agonia del cimitero; la paura e i fuochi fatui tengono lontana la mano sacrilega del malfattore.

Particolare del Cimitero di Valtesse in un’acquaforte di Sandro Angelini

Dopo, i ricordi posti dai vivi non saranno più ricordi, ma solo nere lacrime sulle lapidi, lacrime di pioggia, cose destinate a perire.
Gli angeli tagliati nella lamiera, battuti nel ferro per le sepolture dei fanciulli lasceranno cadere di mano il violino, le lunghe trombe e così sarà spenta la musica loro dedicata e la tenerezza delle madri per i figli perduti.
Le evocazioni dei trapassati, scolpite nella pietra, svaniranno per sempre ai nostri occhi, che riconoscevano in queste cose atteggiamenti di anime e dolori.
Le parole incise nella pietra per i morti sono le stesse che vorremmo per noi, rimpianto e ricordo, quando saremo passati di là. Chi non ha immaginato attraverso la lettura degli epitaffi il morto disteso nella bara? C’è scritta l’età, il nome, il cognome, la famiglia, la sua vita e la sua serenità di morto. In posizione supina, gli occhi chiusi, le mani tenute sul petto dal nero rosario. Gli occhi chiusi e il volto sereno di chi muore nel proprio letto.
A Valtesse è tutta gente morta così, di autentica crudele malattia. Repentina, improvvisa, prematura; forse lunga, sopportata con rassegnazione. Ma non c’è il morto della strada, della guerra e della folgore; non c’è l’ucciso dalla barbara mano di altro uomo.
La grande parte di questa gente appartiene a un mondo tramontato, a un’epoca in cui si moriva nella casa dei padri, confortati dal pianto del medico e dei familiari. E allora si poteva dormire il sonno eterno.
Non ci sono i giustiziati della politica; la politica a quel tempo non usava la morte come mezzo d’affermazione nei pubblici poteri. Sono questi i morti dell’Ottocento, tutti con croce e rimpianto e la pace di Dio implorata per loro dai vivi, che avevan tempo e animo per pregare ogni sera.

Curiosi e accesi per la novità del sito, venimmo a Valtesse; stupiti dall’atmosfera ritornammo a guardare le croci e a leggere le lapidi, sostammo timorosi davanti a un cancello aperto, prendemmo paura per le grosse lucertole che si muovevano sotto i cespugli.
Non veniva in mente quell’altro cimitero dove riposano i nostri cari; altra cosa, nulla a che fare con Valtesse. Questi non sono più Giovanni, Luigi, Giuseppe, Ottaviano, non sono persone: è tutta un’epoca morta a Valtesse.
E così c’è rimasto per anni il desiderio che l’immagine di questo luogo non andasse perduta, che le riflessioni tratte nelle sere di Valtesse o nei pomeriggi assolati venisse comunicata a qualcuno, per un rimpianto o un ricordo.

Particolare del Cimitero di Valtesse in un’acquaforte di Sandro Angelini

Conoscemmo Valtesse dapprima alla superficie: sta morendo il cimitero, tra poco sarà un prato, non esisterà più.
Era una cosa quasi romantica che sopravviveva con le sue espressioni a un momento di barbaro gusto.
I vivi mostravano qui di voler bene ai morti; un bene semplice, costernato, rassegnato, dolente, secondo le età, i casi e il morbo. Angeli e trombe per i fanciulli, musica che immaginavamo suonata dalle stesse notti tranquille per questi adolescenti. Rugiada e fiori, erbe e cespugli, piccoli monumenti.

Il bene dei vivi e la soddisfazione dei morti era l’impronta di un’epoca. Senza tragedie, senza misteri; non dicevano i loro segreti e le probabili turpitudini commesse in vita e tutto era dunque lasciato alla fantasia, convogliata dalle parole delle lapidi, affettuose e tranquille.
C’erano le illusioni sull’uomo di scienza, sull’uomo di lettere, il vir praeclarus. C’erano chiari concetti di vita intemerata, di virtù elette, di operoso lavoro.
Integer vitae scelerisque purus.
Si vedevano pochi ritratti sulle tombe di Valtesse.
E allora il volto d’una giovane donna rapita a trent’anni, nel fiore della vita, dava l’emozione intensa che solo la morte sa provocare nei viventi. E la sposa che lasciò i diletti figli e l’inconsolabile sposo? Dove ritroveremo famiglie così dolcemente legate di affetto, e i sogni che facemmo su di loro? Sogni forse suscitati per noi stessi, quasi soltanto per noi e per la fine del nostro cammino su questa terra.

Quando il vento e la pioggia avranno tutto devastato, quando croci e cancelli saranno caduti, come sognare tanto commoventi storie? Piangendo qualche cosa che non c’è più, che non abbiamo più, sentiamo maggiormente il peso e l’orrore della nostra vita attuale con le sue svariatissime e nuove modalità per morire.
I morti dei nostri giorni, quelli che sono rimasti una notte per la strada infangati e abbandonati ci spaventano d’un tratto come se questa sorte toccasse proprio a noi l’indomani.
Qui ci stanno davanti lapidi con i medesimi nomi, che rappresentano varie generazioni di una stessa famiglia. Si richiamano negli uomini e nelle donne. Giuseppe di Pietro, Pietro nipote e Giuseppe pronipote, che “posero” e “lacrimarono”. Non macchia, non infamia, non delitto, in queste esposizioni: la morte era ancora quella dello scheletro con la falce, che colpiva l’imperatore e il contadino; era la naturale compagna del vecchio, l’eccezionale ventura del giovane.

Naturalezza nel morire; poi son venute sterminose guerre, odî di parte, sovrapposti agli orrori delle guerre, cosicchè ci meravigliamo di queste vite spente, di queste luci oscurate sulla terra e trasmigrate a vivere in cielo col buio della notte.
La pietà cristiana è palese e i morti hanno l’aria di buonanime consolate; i guerrieri caduti per l’indipendenza della patria si chiamano eroi e si trovano tutti in paradiso.
“In paradisum deducant te angeli…”
I morti delle guerre perdute, trovandosi con questi, si sentiranno meschini e umiliati, come chi ha gettato male la propria vita, la propria vita buttata via per nulla.

Particolare del Cimitero di Valtesse in un’acquaforte di Sandro Angelini

Se tocchi il ferro ruggine d’una corona o d’una croce, vibra. L’angelo custode del ragazzetto perito danza e muove le ali, gioca con l’anima candida di Carletto Rubis. Il canonico delle Grazie conversa con quello di Santa Maria; gli occhi d’un vecchio contadino contemplano la sua collina poco distante, la sua terra, conservata per gli anni della vita, sulla quale camminò, vide la primavera e faticò un suo sereno mestiere.
Una colonna sta perdendo il capitello; così mossa dalla sua posizione ordinata sembra scherzare coi pipistrelli della notte. L’aria fa cigolare un cancello, poi il rumore di qualche insetto, un rumore di essere vivo, ti fa voltare di scatto.
Nessuno più si cura del verde, dei fiori, dei sempreverdi; sono gli ultimi compagni di questi morti di un secolo e rifioriscono ogni anno e faranno così finchè non verrà qualcuno a strappare le più intime radici, profonde radici andate sotterra.

Particolare del Cimitero di Valtesse in un’acquaforte di Sandro Angelini

Sembrava un’elegia questa immagine visiva di Valtesse; poi vennero altri pensieri. Come fa la morte a scegliere i suoi soggetti? E’ proprio Dio che fa morire gli uomini? Il demonio ha forse tirato per i capelli qualcuno di questi che dorme “il sonno del giusto”.
Bisognerebbe vedere qualche segno. E le lacrime ci saranno anche per noi? Soavi lacrime di sposa innamorata, verrete a confortarci?
Guardiamo a questa gente di un’epoca piena e umana, perchè non sappiamo dove riposerà la nostra morte.
Il mondo di Valtesse è finito, non può più tornare. Ha reso felice qualche generazione, mentre oggi neppure i filosofi pensano più a che cosa sia la felicità.
C’è un modo per rendersi conto degli eventi, ed è il contrasto che esiste tra una epoca e l’altra e gli effetti sulla vita dell’uomo. Venimmo qui a cercare le spiegazioni perchè vedevamo un mondo tranquillo, addormentato per sempre, che permetteva di riflettere.

I morti di Valtesse sono quelli che hanno inventato la luce elettrica, la locomotiva, quelli di “Delagrange volerà”. Noi guardiamo queste conquiste, senza badare a quello che significano per noi. Che cosa faremo noi per i nostri pronipoti, come potremo incantarli con qualche cosa del genere quando verranno a vedere il cimitero di….. che cade in rovina?
Restiamo confusi, oscuramente presaghi di tristezze; il morto della strada ci rimprovera. Conta poco ormai la vita dell’uomo.
Questa gente ci ha lasciato una eredità libera e armoniosa di pensiero e di sentimenti; il sapere, l’invenzione aiutavano il benessere dell’uomo; la scienza serviva all’uomo per la sua vita materiale. Noi non abbiamo continuato in questa direzione.
Dopo di loro con le nostre lotte incivili e tutti i nostri eccessi, scienza e poesia balbettano sovente confuse incomprensibili parole; anche comode parole, crisi di civiltà.

In qualche parte del recinto si leggono queste parole; “Natura non facit saltus”: il pellegrino uomo ha camminato sulla strada del progresso lentamente col suo fardello; è arrivato quasi fino a noi, poi s’è fermato distratto da parole che non intendeva a pieno.
Noi ci sentiamo pungolare violentemente, non possiamo camminare più: preferiamo deporre il fardello e il bastone; siamo spinti a correre, a superarci e non sostiamo mai nelle dolci sere del nostro spirito.
E così il naturale sviluppo, non esiste; non ci insegnano nulla i paragoni del creato, i nove mesi per nascere, le foglie, le stagioni, il giro del sole, lo splendore lento e ordinato delle notti lunari. Ansanti siamo, bollenti, timorosi di restare indietro; desiderosi di rovesciare tutto con un colpo rivoluzionario e di trovarci d’un tratto in un immeritato paradiso.
Forse qui ci siamo disillusi di ciò che ci sta attorno in arte, in politica e costume, mentre sotto le zolle di Valtesse i morti borbottano un rosario:

“La nostra compagnia non sia discara
Stando coi morti a vivere s’impara.”

Particolare del Cimitero di Valtesse in un’acquaforte di Sandro Angelini

Il cimitero era fatto d’un perfetto ottagono col muro di cinta coperto di coppi; adornato di cappelle gentilizie, rotonde, quadre, esagone, con lunette e timpani di chiaro stile neoclassico.
Intorno le colline della città, una parte di Bergamo di intatto fascino e una campagna verdissima e serena.
I morti erano bene collocati, in questo piano dietro l’abitato. Agonizzavano pochi salici piangenti; non cipressi, piante d’altri climi, ma salici come un richiamo alla malinconia.
Chi erano questi morti? Giacquero qui i compagni della vita, i maestri e gli allievi come Simone Mayer e Donizetti, poi traslati sotto le volte di Santa Maria Maggiore. Giacquero molte coppie di sposi, finiti quasi insieme, per armonia di sentire.
C’erano i pittori Ronzoni, quel De Leidi che fu detto il Nebbia, il poeta Rovetta. Le monache di Santa Grata avevano una propria dignitosa cappella e i loro nomi erano indicati al mondo così:

 “Signora Idelfonsa… Morta di 50 anni.”

Valtesse non fu mai ingrandito, ampliato, rimodernato; nacque una forma geometrica, si riempì di croci, di angeli custodi, di cappelle, di marmi; quando fu completo non raccolse più nessuno; vegetò dimenticato coi suoi morti e anche loro furono dimenticati. Ingrassò una flora lussureggiante e molte lucertole; poi cominciò a sfaldarsi, divenne un gran disordine di vita vegetale.
Portarono via qualcuno, ceneri e ossa; infine restò abbandonato. Un giorno se ne andò la donna custode con il suo tavolino. Furono lasciati aperti i cancelli delle cripte e il cancello d’ingresso. Ferro ruggine, pietre spezzate, sfaccendati che giravano, innamorati impudici di notte dietro il muro.
Città alta guardava, indifferente a tanta rovina.
Non lumi, i morti non eran più visitati. Forse dimenticanza di parenti, forse tutti perduti anche loro, e triste oblio di nipoti e pronipoti. Non avevano più senso neppure le lapidi, non era più vivo l’affetto e tutto il cimitero di Valtesse andava perdendo il suo tono vero, il suo ordinato sapore neoclassico che rappresentava un’epoca.

C’era un cippo storto che faceva un riassunto con queste precise parole:

“Porgete la mano a noi, poveri morti”.

Ma loro continuavano a dormire il sonno del giusto: tutta gente da paradiso.
Erano veramente discesi nella terra nera in comunione intima primordiale. Intorno al loro volto fiorivano radici, con tenuissime barbe candide, forse più delicate dei fiori.
Un odore di terra fresca deliziava le ossa che restavano bianche e intatte vicine alla purificazione. Non era un mistero, ma la vera vita dei morti ritornati a Dio creatore per le strade profonde della terra.

Le nostre visite eran furtive, camminavamo ovunque quasi senza rispetto; dapprima le lapidi ci sembrarono battute di spirito; poi venne una affettuosa riverenza, una curiosità ammirata e forse non inutili pensieri e riflessioni. Avevamo imparato a vivere coi morti. Così Sandro incise la sua acquaforte; e son già dieci anni.
E speriamo che questa memoria sia cosa opportuna; perchè se qualcuno ci chiedesse d’accompagnarlo a Valtesse, potremmo mostrargli soltanto un tratto d’erba più rigogliosa sul luogo del campo santo”.

Particolare del Cimitero di Valtesse in un’acquaforte di Sandro Angelini

 

Di Vittorio Polli.

Da: “Memoria del Cimitero di Valtesse”. In memoria di Luigi Agliardi Presidente dell’Ateneo di Scienze Lettere ed Arti di Bergamo (Comunicazione fatta all’Ateneo di Scienze Lettere ed Arti di Bergamo nella seduta del 6 dicembre 1952).

NOTE

(1) Ariès, con un metodo che potremmo definire induttivo, cerca attraverso fonti eterogenee (letterarie, religiose, giuridiche) di mettere in luce come nelle epoche precedenti ci si rapportasse alla morte al fine di comprendere i fenomeni collettivi, dinanzi alla fine della vita, che l’autore vede in prima persona nell’epoca a lui contemporanea.
Da questa ricerca uscirà come ogni periodo storico, inerente alla cristianità occidentale, sia stato caratterizzato da un suo specifico atteggiamento di fronte alla fine della vita che si basa su un preciso modo di concepire, vivere e sentire la morte.

Notizie relative alla fonte storica
La Tavola di Sandro Angelini è stata eseguita dalle Poligrafiche Bolis di Bergamo.

Il libro è stato stampato nel novembre 1952, in 371 copie numerate, dalla Stamperia Conti di Bergamo, via XX Settembre.
21 esemplari contrassegnati con lettere dall’A alla Z e 350 esemplari numerati dal N. 1 al N. 350. Esemplare 92.

La storica libreria Conti, Bergamo, via XX Settembre – 1930 ca. La libreria ha chiuso definitivamente i battenti nel 1970

La vicenda costruttiva della Biblioteca Civica, quel che c’era prima e una curiosità

Giungendo dalla Corsarola, lo scorcio sulla facciata di Palazzo Nuovo appare come una quinta luminosa messa lì a chiudere il suggestivo rettangolo di Piazza Vecchia.

Il portico corposo, dal tono ancora cinquecentesco e ingentilito dalle semicolonne toscane, dona a questo lato della piazza – il meglio illuminato – un forte accento chiaroscurale.

Una splendida veduta su Palazzo Nuovo dal portico del Palazzo della Ragione (Raccolta Gaffuri)

Dentro la piazza lo sguardo può spaziare sino a lambire i fronti variopinti della Cappella Colleoni e della Basilica di Santa Maria Maggiore e da lì fissarsi sul candore di Palazzo Nuovo, inserito armoniosamente in un ambiente che nei secoli si era arricchito di una straordinaria policromia.

Un’animata Piazza Vecchia ossevata da Vicolo Aquila Nera- Raccolta Gaffuri

Concepito come nuovo palazzo comunale, da fine Seicento e per oltre due secoli fu sede del Municipio; tra Ottocento e Novecento divenne sede del Regio Istituto Tecnico Vittorio Emanuele II nonché del Museo di Scienze Naturali.  È solo nel 1668 che i rappresentanti della Città presero definitivamente sede nel Palazzo Nuovo (restandovi fino al 1873), mentre l’inaugurazione ufficiale sarebbe avvenuta nel 1697.

Palazzo Nuovo, eretto nel corso del Seicento, fu completato nella fronte negli anni 1926-27. Lo scatto è antecedente al 1873, ai tempi in cui il palazzo era sede del Municipio (Foto Conte Antonio Roncalli, da: Raccolta Domenico Lucchetti)

 

Una delle sale dell’Istituto Tecnico di Palazzo Nuovo

 

Una delle sale dell’Istituto Tecnico di Palazzo Nuovo

Sul finire dell’800, nella torretta fu sistemata una specola (osservatorio) per le esercitazioni degli studenti dell’Istituto Tecnico.

Foto Taramelli, 1880. La torretta di destra, non è ancora stata costruita

 

Foto Taramelli, 1880. Un’altra immagine, datata e firmata come la precedente, che riprende l’edificio ancora privo della torretta di destra. La statua di Garibaldi sostituirà la fontana del Contarini nel 1885

 

Palazzo già civico, ora dell’Istituto Tecnico, con  la torretta in alto a destra (Raccolta Lucchetti)

E’ solo dal 1928, anno del completamento della facciata, che il palazzo è divenuto sede della Bibioteca Civica A. Mai, fondata nella metà del ‘700 e qui definitivamente traslocata dopo aver itinerato a lungo per diverse sedi della città.

Nell’area prescelta per la sua costruzione esisteva già una loggia comunale, la Lodia Nuova (Loggia Nuova), edificata nel 1435 proprio dove oggi sorge il portico di accesso alla biblioteca civica e voluta dai veneziani per ospitare uffici e cariche pubbliche in quanto, già all’inizio del XV secolo, i locali di Palazzo della Ragione non erano più sufficienti per contenerli (1).

Tarsia in legno eseguita fra il 1505 e il 1526 da Fra’ Damiano Zambelli (1480-1549), raffigurante Piazza Vecchia Bergamo, Coro della chiesa di S. Bartolomeo)

La loggia, un porticato coperto ad un piano e rialzato di due gradini, aveva due sale che ospitavano gli uffici della Cancelleria e del Commissario alle provvigioni.

Da quando Bergamo era divenuta Terra di San Marco, il 6 maggio 1428, vi era stato via via uno spostamento delle funzioni pubbliche, dalla Platea Sancti Vincentii (l’attuale Piazza Duomo) alla nuova piazza che si stava delineando fra il Palazzo della Ragione e la via principale (l’attuale Corsarola), che assunse il nome di Piazza Vecchia essendo chiamata Piazza Nuova quella ricavata a ridosso della Cittadella (l’attuale Piazza Lorenzo Mascheroni), nella quale si concentravano i traffici e i commerci.

Veduta di piazza Mascheroni a Bergamo, Costantino Rosa (cerchia) (1803-1878). Dipinto datato 1830 ca. (Pinacoteca dell’Accademia Carrara)

 

La loggia mercantile rinascimentale di Piazza Mascheroni

La delibera della magnifica comunità di edificare la Loggia Nuova dirimpetto al vecchio palazzo comunale, concludeva così a oriente il perimetro del nuovo centro pubblico e istituzionale della città dominata dai Venezia.

Piazza Vecchia, 1873

Ma in seguito a un rovinoso incendio divampato nel 1453, la struttura venne ricostruita nel 1456 ampliando la pianta originaria nel Regio Nuovo (2), un portico con scala eretto sul lato della chiesa di San Michele all’arco (3), che fungeva da palco per i proclami pubblici e dove venivano affissi anche i nomi dei condannati.

Di tutto ciò non resta alcuna documentazione iconografica ma abbiamo la descrizione del 1516 del veneziano Marcantonio Michiel:

“Un pubblico porticato, una stanza de’ scrivani e ragionati sopra la quale havvi la sala de Conciglio da cui s’esce in sul verrone donde si pubblicano al popolo i nomi dei Magistrati e dei condannati”.

Chiudiamo gli occhi e cerchiamo di immaginare la bellezza del ricco apparato pittorico della Loggia Nuova, con il leone di San Marco e le cinque scene di episodi legati alla storia bergamasca che ne ornavano le volte: “l’imperatore Probo che dà il comando di Bergamo a Crotaccio, le nozze di Santa Grata, l’episodio tragico di Antonio Bonga, l’incontro tra il vescovo Adalberto e l’imperatore Berengario, le battaglie del condottiero Bartolomeo Colleoni e figure di illustri bergamaschi tra cui quella di Alberico da Rosciate …e gli stemmi veneziani dei Rettori Antonio Erizzo e Lorenzo Venier tra il 1483 e 1485 dipinti da Giacomo Scanardi” ed altre varie oltre a decorazioni (4).

“Piazza Garibaldi”, 1916

Le stesse funzioni della loggia porticata saranno poi assorbite dal nuovo palazzo posto dirimpetto al vecchio Palatium Comunis (il Palazzo della Ragione), edificato proprio in seguito alla demolizione della quattrocentesca Loggia Nuova.

Un edificio che nel corso del tempo è stato oggetto di svariate destinazioni fino a divenire dal 1928 la sede all’attuale della Bibioteca Civica, qui traslocata dal Palazzo della Ragione.

Il Palazzo della Ragione, “Biblioteca della Città”. Dentro le cornici sono ancora visibili gli stemmi degli antichi Rettori, ora quasi scomparsi. Il palazzo ha perso quasi tutte le sue decorazioni: la fragilissima arenaria, dopo aver resistito per secoli, non ha retto all’azione disgregante dell’umidità e dell’inquinamento (Raccolta Gaffuri)

 

Il Palazzo della Ragione, sede della biblioteca della città dal 1843 al 1928

 

UNA TRAVAGLIATA VICENDA COSTRUTTIVA

La decisione di costruire un nuovo e più grande edificio che ospitasse tutti gli uffici e le cariche pubbliche, diede avvio ad un travaglio progettuale e costruttivo della durata di ben 350 anni, nel corso dei quali esso venne completato a più riprese: dai disegni dell’arch. Vannone realizzati nel 1593, alla posa della prima pietra nel 1604, al completato nella monumentale facciata in marmo bianco di Zandobbio nel 1927 sino alla posa delle sei statue collocate sulle trabeazioni a metà Novecento.

Dettaglio del portico del Palazzo municipale (Fotografia dell’Emilia – Bo – 1890 ca.)

Un lungo periodo, emblematico della dimensione culturale che si respirava in città, riconducibile alle velleità estetiche della committenza (il Comune), che intraprese una vera e propria battaglia nella scelta dei professionisti cui affidare la progettazione dell’opera.

La processione del Corpus Domini nel 1920. Prima del completamento della facciata (1927) la parte superiore, ancora allo stato rustico, rifletteva nella struttura ben quattro  diverse fasi di costruzione

Ce ne volle di tempo per giungere alla nomina dell’architetto Vincenzo Scamozzi (5), e questa vitalità la si riscontra anche nella progettualità emersa in quegli anni nonché nella scelta dei materiali.

Persino la mancanza dei fondi necessari per l’avanzamento dei lavori, rifletteva il fermento della Bergamo di allora.

Inizi XX secolo. La festa delle rose davanti alla sede dell’Istituto Tecnico

Per la prima porzione del nuovo edificio comunale nell’aprile del 1593 fu chiamato a Bergamo Andrea Ceresola detto il Vannone, un autentico guru (profumatamente pagato) che al Palazzo Ducale di Genova stava realizzando uno dei primi esempi delle tipiche costruzioni a loggiati. In quell’anno egli progettò l’arioso portico d’accesso di Palazzo Nuovo, i cui disegni sono andati perduti.  Nel 1599 vennero messe le fondamenta.

Scorcio su Palazzo Nuovo e la fontana, eretta in Piazza Vecchia dal Podestà Alvise Contarini nel 1781. Acquaforte di Romeo Bonomelli (1871-1943), eseguita tra il 1911 (anno in cui fu fondata la Società degli Acquafortisti in Bergamo presso il Circolo Artistico nel Palazzo ex Grataroli di via Pignolo 72) e il 1936

Poco dopo l’avvio dei lavori, il progetto del Vannone venne messo in discussione dalla committenza, probabilmente per motivi stilistici.

Cartolina acquarellata, 1920. La statua di Garibaldi occupò la piazza tra il 1885 e il 1922, ribattezzandola in Piazza Garibaldi. La statua venne poi trasferita a Bergamo bassa nella sede attuale

Nel 1604 fu posta la prima pietra e iniziata la costruzione del portico (partendo dall’angolo verso via Gombito), concepito probabilmente secondo i disegni dell’architetto e cartografo Pietro Ragnolo di Vall’Alta di Albino, che controllava lo stato di avanzamento dei lavori avendo  già al suo attivo importanti realizzazioni come la Chiesa delle Benedettine di Santa Grata in via Arena.

Giuseppe Rudelli, Veduta su Piazza Vecchia dal vicolo Aquila nera. Penna e acquarello su carta. Rudelli (1790-1850 ca.) svolse la sua attività dal 1815 al 1830 (Raccolta Ing. Angelini)

L’insigne edificio cittadino venne ridisegnato nel 1611 dall’architetto Vincenzo Scamozzi – allievo del Palladio -, che propose un edificio imponente.

Pianta della Biblioteca Civica A. Mai di Bergamo. Litografia, 1850 ca. Francesco Valsecchi (Milano, Civiche Raccolte Grafiche e Fotografiche. Civica Raccolta delle Stampe Achille Bertarelli)

I disegni dello Scamozzi (Vicenza 1552-Venezia 1616), conservati nella biblioteca, immaginavano un edificio con un fronte a due ordini più un ammezzato e due ali interne più basse, attorno a un cortile rettangolare con portico su quattro lati; nella pianta del piano terra, rigorosamente simmetrica, erano previste due scale ai lati dell’atrio passante e due scale ai lati del cortile; nel fronte sopra il portico il motivo dominante era costituito da tre serliane centrali.

Pianta ed alzato del Palazzo Civico (da Biblioteca Civica A. Mai, Bergamo)

 

Copia del disegno scamozziano eseguita da A. Baglioni nel 1815 (Raccolta Gaffuri). Da Luigi Angelini, “Il volto di Bergamo nei secoli”

Del progetto scamozziano venne realizzato solo per il corpo principale, ma con notevoli modifiche specialmente riguardo allo sviluppo delle scale e a causa dell’innesto settecentesco della chiesa di S. Michele ricostruita (6).

Veduta di S. Michele dell’Arco, Luigi Bettinelli – 1851, Bergamo (Raccolta Gaffuri)

Dunque, si costruì la parte centrale dell’edificio, ma la facciata rimase incompleta.

Il 20 giugno 1614, alla prima porzione del Palazzo Nuovo fu messo il tetto, un primo blocco che comprendeva le tre arcate con i locali affrescati, la sala del Consiglio Minore, l’ufficio e l’abitazione riservati al cancelliere.

Alla fine del 1600, terminato al rustico tutto il fronte, fu iniziato un rivestimento marmoreo partendo dallo spigolo ovest (quello rivolto verso via Colleoni) con due ordini sormontati da una balaustra con statue.

Giuseppe Rudelli,  Veduta su Piazza Vecchia dal vicolo Aquila nera. Penna e acquarello su carta. Rudelli (1790-1850 ca.) svolse la sua attività dal 1815 al 1830 (Raccolta Ing. Angelini)

 

Una Piazza Vecchia molto animata ed assolutamente inedita, ritratta ai tempi in cui Palazzo Nuovo era sede dell’Istituto Tecnico. Lo scatto, risalente agli anni  1878/1880, fu eseguito da un fotografo francese in viaggio in Italia

 

Palazzo dell’Istituto Tecnico. Il rivestimento a sinistra è il risultato dell’ intervento in stile barocco eseguito sul finire del ‘600, demolito per il completamento stilistico ultimato nel 1927

Nel 1954 Nestorio Sacchi scriveva che “Fino a ventisei anni fa la parte superiore della facciata era ancora allo stato rustico, e tale ce la ricordiamo quando fanciulli rincorrevano i piccioni attorno alla fontana del Contarini, mentre sedute sui gradini del portico del Palazzo, allora adibito a sede dell’Istituto Tecnico, le macchiette caratteristiche di Città Alta si godevano il tepore del sole scambiandosi lazzi e osservando con compunzione l’andirivieni affacendato di Corsarola” (7).

Palazzo Nuovo nel 1901, ancora sede dell’Istituto Tecnico

 

Nel 1914 il Palazzo della Ragione è ancora sede della biblioteca civica. L’illuminazione della piazza era assicurata dai lampioni a gas

 

Dettaglio dell’insegna affissa sul Palazzo della Ragione

L’incarico di studiare il completamento della facciata fu affidato nel 1919 a Ernesto Pirovano (Milano 1866-1934), il progettista il Cimitero Monumentale di Bergamo. In quegli anni, sotto l’impulso dell’assessore alla Cultura Caversazzi venivano compiuti in città numerosi interventi di restauro.

Dei cinque progetti del Pirovano fu scelto quello che più si avvicinava al disegno scamozziano, con variazioni dovute al mutamento già avvenuto nelle dimensioni interne.

Restauro del Palazzo Nuovo, dedotto dal disegno originale dello Scamozzi (Disegno dell’Arch. Ernesto Pirovano; progetto Pirovano-Caversazzi). Allo stato attuale, il fronte termina in alto con una balaustra che non esiste nel disegno scamozziano e resta piuttosto un’eredità del rivestimento barocco demolito per il completamento stilistico ultimato nel 1927 (Da: Emporium, Vol. LXXI, n. 421, p. 015, anno 1930)

Nel 1927 Pirovano completava finalmente il rivestimento della monumentale facciata in marmo bianco di Zandobbio. La fabbrica di Palazzo Nuovo attendeva ora di poter chiudere definitivamente il lungo ed estenuante capitolo iniziato tre secoli addietro.

Facciata del Palazzo Nuovo restituita secondo il progetto Pirovano-Caversazzi, ma ancora priva delle quattordici statue che dovranno decorarne l’attico e tre finestre (Foto Ogliari) – (Da: Emporium, Vol. LXXI, n. 421, p. 015, anno 1930)

Con il completamento della facciata nel 1927, vennero rimosse anche le tre statue  collocate a fine Seicento sulla parte terminale del fabbricato, eliminando la vistosa traccia dell’intervento barocco.

Scorcio di Palazzo Nuovo con la parte di rivestimento barocco e le tre statue sulla balaustra. La ripresa fotografica è anteriore al 1926 (Raccolta D. Lucchetti)

 

Particolare della facciata di Palazzo Nuovo, con le tre statue rimosse dalla balaustra nel 1927

 

La nuova facciata marmorea nel 1930, ancora priva delle delle sei statue che dovranno decorare le finestre

E il secolare cantiere si chiuse. Si chiuse finalmente nel 1958, con la posa sopra le finestre del piano nobile delle sei statue previste dallo Scamozzi a completamento della facciata.

Particolare della facciata di Palazzo Nuovo. Le poderose statue simboliche furono scolpite da Tobia Vescovi (Zandobbio, Bergamo, 1893-1978) raffiguranti, da sinistra: L’Artigianato, L’Industria, Il Fiume Brembo, Il Fiume Serio, L’Agricoltura, Il Lavoro

Sulla base dei pilastri angolari della facciata vi erano incise le date salienti della costruzione del Palazzo con i nomi dei relativi podestà e dei capitani veneti che reggevano Bergamo e il suo territorio. Le scritte vennero abrase dai Cisalpini nel 1797 ma furono fatte nuovamente incidere nel 1930 dall’allora direttore della Biblioteca, monsignor Giuseppe Locatelli.

La biblioteca in una immagine risalente agli anni ’70 del Novecento. Sopra il tetto si intravede sulla sinistra il lucernario della scala principale e sulla destra la torre, poi deposito di libri, dove nell’ultimo Ottocento era stata sistemata la specola per l’Istituto Tecnico

In realtà il progetto scamozziano prevedeva la realizzazione di altre statue da collocarsi sulla facciata e a questo proposito Nestorio Sacchi scrisse che alcune di esse, “già da anni eseguite, giacciono malinconicamente in un cortiletto retrostante il Palazzo, in un mare di muschio e di solitudine, ed attendono il giorno in cui potranno, sulle finestre della facciata, godersi il sole di Piazza Vecchia ed i voli dei colombi”.

Tali aggiunte non vennero mai realizzate ma si vocifera da tempo che una delle statue realizzate per Palazzo Nuovo venne recuperata dai magazzini comunali e reimpiegata per comporre la fontana che si trova attualmente accanto all’ingresso della Sala Viscontea, nel passaggio tra Colle Aperto e la Cittadella.

Si tratta della statua seicentesca di Ercole con il leone di Nemea, sistemata nel 1932 a ridosso del muro che univa la torre Adalberto ad una cabina elettrica.

La statua di Ercole con il leone di Nemea nel periodo in cui venne collocata in Colle Aperto. Allora come oggi, la statua è sorretta da un piedistallo sormontato da una valva di conchiglia, il tutto racchiuso in una nicchia di pietra arenaria. A lato è visibile il ristorante La Marianna

Con il restauro della Cittadella intorno agli anni Sessanta, quel muro fu abbattuto per opera dell’architetto Sandro Angelini, che fece trasferire la statua di Ercole nel passaggio Torre di Adalberto (ricavato tra Colle Aperto e la Cittadella) dove risiede a tutt’oggi in continuità con le memorie storiche ed architettoniche fra le più significative di questa parte della città.

Il gruppo scultoreo di Ercole e il leone di Nemea, nel passaggio Torre di Adalberto

 

NOTE 

(1) La loggia edificata nel 1435 era “destinata alle attività della Bina, il consiglio minore. Il consiglio maggiore continuò ad esercitare le sue funzioni nel Palazzo della Ragione sul cui fronte fu collocata nel 1464 la targa raffigurante il doge Foscari inginocchiato davanti al leone dorato su sfondo azzurro”. (Andreina Franco Loiri, ….).

(2) In sostituzione del regio vecchio posto su Piazza Duomo. Le stesse denominazioni di Loggia Nuova e di Regio Nuovo sostituiscono infatti due edifici di egual funzione esistenti tra la Basilica di Santa Maria e il Palazzo della Ragione.

(3) “Questa modifica alla pianta originaria portò ad occupare parte delle pertinenze della chiesa di San Michele all’arco (1436, 1453 e 1498) e le vicine case private dei Licini che, con l’osteria ‘La Corona’, erano già stati acquistati dal Comune nel 1579 per ospitarvi il Monte della Pietà ed i magazzini del Monte dell’Abbondanza” (…) “creati rispettivamente nel 1557 e nel 1539 erano stati fino ad allora attivi in altri locali, in cui si versava un canone d’affitto” (Tosca Rossi, Bergamo urbs picta. le facciate dipinte di Bergamo tra XV e XVII secolo. Ikonos srl Treviolo, 2009).

(4) Tosca Rossi, ibidem.

(5) “Dopo Vannone, la committenza interpellò, a più riprese, altri architetti, da Lellio Buzzi, architetto della Fabbrica del Duomo e prescelto dal cardinale Federico Borromeo per il progetto del palazzo della Biblioteca Ambrosiana, ad Antonio Maria Caneva di Porlezza, artefice del progetto della Chiesa di San Bartolomeo a Bergamo per finire a Pietro Maria Bagnadore di Orzinuovi, architetto, pittore e scultore molto attivo a Brescia. Fino alla nomina che spiazzò tutti, quella dell’architetto vicentino Vincenzo Scamozzi, affermato allievo del Palladio” (Dentro la Biblioteca A. Mai quattro secoli di cultura, cit).

(6) Vanni Zanella, Bergamo Città, 2ª edizione, Azienda Autonoma di Turismo, Bergamo, 1977, pagg. da 76 a 78.

(7) Nestorio Sacchi, Vecchi Palazzi di Bergamo – Palazzo della Civica Biblioteca (da un numero de “La Rivista di Bergamo” del 1954).

FONTI ESSENZIALI

Vanni Zanella, Bergamo Città, 2ª edizione, Azienda Autonoma di Turismo, Bergamo, 1977, pagg. da 76 a 78.
Nestorio Sacchi, Vecchi Palazzi di Bergamo – Palazzo della Civica Biblioteca (da un numero de “La Rivista di Bergamo” del 1954).
Tosca Rossi, Bergamo urbs picta. le facciate dipinte di Bergamo tra XV e XVII secolo. Ikonos srl Treviolo, 2009.

BIBLIOGRAFIA

Sulla secolare vicenda costruttiva del palazzo si vedano S. Angelini, Bergamo: città alta. Una vicenda urbana, con scritti di L. Angelini, W. Barbero, P. Capellini, V. Landolfi, Bergamo, 1989, pp. 20-21 e M.L. Scalvini, G.P. Calza, P. Finardi, Le città nella storia d’Italia. Bergamo, Bari, 1987, pp. 58, 69, 74, 85-87.