Le origini della festa dell’Apparizione in Borgo Santa Caterina

La scenografia più spettacolare – un arco trionfale – allestita all’inizio di Borgo Santa Caterina nell’agosto del 1903, in occasione dell’incoronazione della Madonna Addolorata (Archivio fotografico – Fondazione Bergamo nella Storia)

La festa dell’Apparizione in Borgo Santa Caterina, una delle feste religiose più sentite a Bergamo, risale ad oltre 400 anni fa ed è legata a uno straordinario evento, quello dell’apparizione di una stella che illuminò l’affresco della Madonna Addolorata posto sulla facciata di un’abitazione. Quello stesso che da oltre quattro secoli è venerato nell’altare maggiore del santuario.

Ancor’oggi i festeggiamenti dell’Apparizione continuano ad essere sinonimo di grande devozione da parte di migliaia di fedeli, gente di ogni età e condizione, che in occasione della festa ritrova la gioia di stare insieme.

Sotto la luce carezzevole delle Litanie Lauretane esposte nel borgo, all’intento squisitamente religioso si associa anche quello umano: si ammirano le opere d’arte che arricchiscono il Santuario, si ascolta musica e si rivedono amici, in una salutare rimpatriata nel borgo dove si respira quella dolce e familiare “aria dè paìs” che tanto lo caratterizza.
E attraverso canti, suppliche, acqua santa, processioni, reliquie, incenso, luci, statue, ori, fuochi e banda, i sensi entrano nel gioco virtuoso della devozione, dando corpo alla fede.

Come apprendiamo dalle Effemeridi del Calvi, il 18 agosto del 1602 una stella apparsa nel cielo di mezzogiorno illuminò con tre raggi l’affresco della Madonna Addolorata, dipinto il 27 luglio 1597 dal pittore locale Gian Giacomo Anselmi (1) sul muro di una casa presso l’antico ponte della Stongarda.

Si narra che quei raggi riportarono l’affresco – gìà guasto in alcune parti – alla bellezza originaria, sotto gli occhi di una folla numerosa.

Giuseppe Riva, “L’Apparizione del 18 agosto 1602” nel Santuario di Borgo S. Caterina

Nel giorno del prodigio si verificarono grazie miracolose, seguite da frequenti e prodigiose guarigioni, e dopo un anno il Vescovo concesse agli abitanti del borgo di edificare un Santuario: l’11 luglio 1603 il vescovo di Bergamo Giov. Battista Milani benediceva la prima pietra (come ricorda la lapide affissa a fianco dell’ingresso sul lato ovest) ed entro il gennaio del 1605 la fabbrica veniva portata a termine ed aperta al culto, con il trasporto sull’altare maggiore del muro affrescato.

L’aspetto del Santuario di Borgo S. Caterina, prima della ristrutturazione del 1886 (da “Cenni storici intorno al Santuario di Maria SS. Addolorata di Borgo Santa Caterina in Bergamo”, cit. in bibliografia). Secondo il Sistema Informativo “Inventario dei Beni Culturali e Ambientali”, la pianta originaria era quadrata, con ingresso a ovest e loggia esterna su tre lati nord-ovest-sud, di cinque archi per lato (non confermato nella presente immagine)

 

L’immagine miracolosa della B. V. Addolorata, opera di G. Giacomo Anselmi, collocata sull’altare maggiore. Venerata da oltre quattro secoli, l’effige venne solennemente incoronata il 17 agosto del 1903 dal Beato Card. Andrea Carlo Ferrari

 

Particolare della Beata Vergine Addolorata, opera di G. Giacomo Anselmi

L’anno successivo (1606) venne realizzato, sul modello del dipinto miracoloso, il gruppo ligneo dell’Addolorata, che viene portato ogni anno in processione per le strade del borgo il giorno che rievoca il miracoloso evento.

Il gruppo ligneo della Beata Vergine, offerto dalla famiglia Galina e realizzato pochi anni dopo il fatto prodigioso. Il simulacro è portato ogni anno in processione per le strade del borgo, nel giorno che rievoca il miracoloso evento (Ph Giampiero Fumagalli)

E la colonna del Santuario?

Andrea Paiocchi ci illumina al riguardo:

“Nel bel mezzo della via principale venne posta una grande croce in legno, all’altezza del luogo su cui sorgeva il santuario. Nel 1613, temendo che la croce potesse recare danno ai passanti, si pensò di sostituirla con una colonna votiva sormontata dal pregevole gruppo scultoreo della Beata Vergine Addolorata, colonna che anche in seguito verrà chiamata ‘crocetta’. Ottenuta il 27 settembre 1614 la licenza dai “giudeci delle strade”, Marco Antonio Mutio e Gio Battista Advinatri, su istanza del deputato della chiesa Giacomo Bagis, si procedette alla costruzione”, affidandone l’esecuzione, come attestano i documenti dell’archivio parrocchiale, ad Antonio Abbati (2). Il 24 dicembre 1614 il vescovo Giovanni Emo poteva quindi benedire la colonna (3).

Originariamente la colonna si trovava dunque al centro della contrada di Borgo S. Caterina, come appare nei due bei quadri votivi dipinti da Marco Gozzi (1759-1839) e datati rispettivamente al 1705 e al 1799, posti nella cappella di  destra.

Le due opere, oltre a documentare fatti sicuramente straordinari, sono una bella testimonianza della vita e dell’aspetto del borgo all’inizio ed alla fine del secolo XVIII.

Degli avvenimenti descritti nel dipinto del 1799, l’autore fu probabilmente testimone diretto, mentre per il dipinto del 1707 dovette affidarsi alla memoria storica e alla fantasia. Tuttavia anche in quest’ultimo vi è molta vivacità, sicura padronanza della prospettiva ed abilità descrittiva.

Ex-voto di Marco Gozzi rappresentante un evento miracoloso datato 1705: il passaggio di truppe francesi ed alemanne in Borgo Santa Caterina (durante la guerra di successione spagnola), avvenuto senza arrecare danni. Nel dipinto, la Madonna Addolorata venerata nel Santuario proteggere dall’alto i suoi devoti. Il borgo è osservato dal ponte della Morla e in prospettiva è visibile la colonna posta al centro della via

 

L’altro quadro votivo, rappresenta l’ingresso nel borgo di S. Caterina, in data 14 aprile 1799, di un distaccamento austro-russo che insegue  truppe francesi. I soldati vi pernottarono “ma niuno vi soffrì un minimo disturbo”, come recita la didascalia dipinta sulla tela. “Il fatto che gruppi di soldati abbiano attraversato il borgo senza arrecarvi danni di violenze, ruberie e saccheggi”, fu considerato miracoloso ed attribuito all’intervento della Madonna Addolorata che si venera nel Santuario, dipinta in alto tra nuvole ed angeli. “Il dipinto è vivissimo nel rappresentare la colonna famosa, il santuario col suo campanile, case con balconi e finestre dalle quali affacciano figure incuriosite ma non spaventate, mentre in primo piano soldati e cavalleggeri sostano e si intrattengono con alcuni borghigiani” (Bergamo – Parrocchia Santa Caterina. Personaggi, cit in Bibliografia). La colonna è  in mezzo alla via, all’altezza del sagrato del santuario

Fu solo alla fine dell’Ottocento che la colonna venne collocata nella sede attuale (per la posa dei binari del tram?), e lì rimase dove ancor’oggi tutti possiamo ammirarla: nel punto di convergenza ottico del piazzale antistante il santuario.

La liscia colonna sormontata dal gruppo scultoreo della Pietà, realizzati in marmo bianco di Zandobbio. La  base della colonna è attica e capitello è di tipo tuscanico. Sul basamento si legge la seguente iscrizione: IOANNIS EMUS EPISCOPUS BENEDIXIT – IX KALEND JANUARII 1614 (anno di costruzione). I due gradini alla base vennero eseguiti nel primo Novecento

 

Simulacro dell’Addolorata posto sopra la colonna. Il gruppo scultoreo, richiamante l’iconografia della Pietà, riproduce il dipinto conservato nel Santuario. La scultura è protetta da un baldacchino semisferico in rame

 

La statua dell’Addolorata, posta sopra la colonna, è in tutto simile al simulacro che si espone il 18 agosto di ogni anno e che si porta in processione. Sotto il gruppo marmoreo sono incise le parole: “Vulneratus cuspide amoris”, (Gesù) ferito dalla lancia dell’amore (Ph Giampiero Fumagalli)

Il Santuario si arricchì con il tempo di opere d’arte, dello Zucco, del Salmeggia, del Gozzi, del Fantoni ed altri.

La grande pala di Francesco Zucco, nell’altare dedicato alla Madonna di Loreto, nel transetto sinistro, fatto erigere nel 1615 dagli abitanti di Pedrengo in adempimento a un voto. Attorno all’effigie della Madonna di Loreto compaiono i santi patroni della Parrocchia di Borgo S. Caterina (Caterina d’Alessandria e Maddalena) e di quella di Pedrengo (Evasio papa e Silvestro). Santa Caterina è alla sinistra, inginocchiata. Porta sul capo la corona regale. Vicino a lei, alla sua sinistra, sono la palma e la ruota.

 

L’aspetto del Santuario di Borgo S. Caterina, prima della ristrutturazione del 1886 (Raccolta Lucchetti)

Nell’agosto del 1886 iniziò la ristrutturazione del Santuario su disegno di Antonio Piccinelli, mentre la cupola (1894) e la facciata (1897) vennero eseguite su disegno di Elia Fornoni.

Bergamo. Santuario di Borgo Santa Caterina, Anonimo. Posteriore al 1898 (stampa). Collocazione: Civiche Raccolte Grafiche e Fotografiche. Civica Raccolta delle Stampe Achille Bertarelli

Il campanile assunse la forma attuale nel 1906 su disegno del Pandini.

Il Santuario oggi (Ph Giampiero Fumagalli)

All’interno, ricco di stucchi e affreschi, vi operarono gli artisti Ponziano Loverini, Giovanni Pezzotta, Giuseppe Riva, Antonio Rota (che eseguì dodici statue raffiguranti santi), Nino Nespoli, Luigi Angelini, Attilio Nani.

Gli interni (Ph Giampiero Fumagalli)

 

NOTE
(1) Altre opere di Gian Giacomo Anselmi presenti nella bergamasca: un dipinto della Vergine col Bambino tra San Giuseppe e San Carlo (firmato e datato Jacobus de Anselmis –1597), collocato nell’altare a sinistra del Tempio dei Caduti di Sudorno, dove fu posto quando il tempio sostituì la vecchia chiesetta dedicata alla Madonna; nella Chiesa di Sant’Andrea; nella sagrestia di Redona; Pala d’altare della Chiesa Parrocchiale di Pedrengo.

(2) “…che risulta già morto quando il 25 luglio 1615 i sindaci e reggenti del santuario si riunirono per saldare con gli eredi il debito contratto”. Da: Andrea Paiocchi (a cura di), Il Santuario dell’Addolorata in Borgo Santa Caterina, Edizioni Grafital, Bergamo, 2002, pag. 43.

(3) Si ha ancora notizia in merito alla colonna che nel 1629 fu deliberata la costruzione di un’inferriata intorno al monumento, ma non si sa quando essa venne posta e successivamene tolta.

BIBLIOGRAFIA

Per la colonna

Elia Fornoni, St. Di Berg., XVI.

Luigi Pelandi, 1962, IV.

Arnaldo Gualandris, “Monumenti e colonne di Bergamo”, a cura del Circolo Culturale G. Greppi. Bergamo, 1976.

Vecchio inventario dei Beni Culturali e ambientali – Geo-Portale del Comune di Bergamo.

Per il Santuario

Elia Fornoni, St. Di Berg., Ms. XVII, 53-67.

Luigi Angelini, 1960, 12.

Luigi Pelandi, 1962.

Sandro Angelini, 1966.

Ezio Bolis e Efrem Bresciani, Il Santuario dell’Addolorata in Borgo Santa Caterina, Chiesa di santa Caterina, 2002.

“Cenni storici intorno al Santuario di Maria SS. Addolorata di Borgo Santa Caterina in Bergamo”. Pubblicato in occasione della “Solenne incoronazione – Feste Centenarie dell’apparizione della Beata Vergine di Borgo Santa Caterina”. Bergamo, Legrenzi).

Bergamo – Parrocchia Santa Caterina. Personaggi, a cura del Prof. Luigi Tironi.

Pierina Manera, caldarrostaia, nel ricordo dei Bergamaschi

Ripensando agli anni d’oro della vecchia Bergamo, ai tempi in cui i centri commerciali erano di là da venire,  la mente corre alle bottegucce di allora, così intime e originali,  e ai chioschetti di ogni foggia che a frotte rallegravano ogni angolo di strada; chioschetti che negli anni Cinquanta e Sessanta punteggiavano ancora in gran numero la città: ambulanti stanziali e itineranti, la cui tradizione si è mantenuta sino a qualche decennio fa, insieme a quella dei piccoli artigiani che passavano di strada in strada, di cortile in cortile, per la gioia di bambini e massaie: gli ombrellai, il “moleta”, lo spazzacamino, il materassaio, il gelataio, e quanti altri ancora!

Il chioschetto itinerante di un gelataio, ritratto in via XX Settembre negli anni Cinquanta

I più anziani ricordano ancora la bancarella del castagnaccio in via Angelo Maj, davanti ai giardini delle scuole nel piazzale degli Alpini, dove si rifornivano i ragazzi prima di entrare in classe, nell’agognata attesa dell’intervallo delle dieci.

1954: il calzolaio ambulante Francesco Gasparini, chiamato da tutti “Cesco Gasparì”

 

Arrotino (“Moleta”) in Piazza Vecchia. Risiedeva in via F.lli Cairoli

 

Il carretto dei Lavandai in piazza Mercato delle Scarpe

 

La “stadera”, la bilancia del fruttivendolo ambulante

Davanti al cinema Diana, oppure al S. Orsola, si appostava una vecchina che vendeva delle dure focaccette, liquirizia e “anesini”, le piccole e gustose caramelle sfuse di pura liquerizia.

Anni Cinquanta, bancarelle in Porta Nuova

 

Bancarelle in piazza S. Anna, 1960

 

Un banchetto di frutta in via Gombito, anni Sessanta

Venditori di “anesini” ve n’erano un po’ ovunque, alcuni si davano appuntamento davanti allo stadio quando giocava l’Atalanta, altri sul piazzale della stazione ferroviaria e su quello delle stazioni delle Valli.

Il formaggiaio Albino, sotto la loggia del mercato tra via Gomito e Piazza Angelini, realizzata nel 1942. Fotografia di Giuseppe Preianò

 

La bancarella dei libri usati, davanti al teatro Donizetti. Fotografia di Giuseppe Preianò

 

Il fioraio di via XX Settembre. Anni ’80. Fotografia di Giuseppe Preianò

E poi, da sempre a Bergamo, i venditori di caldarroste, dal momento che le castagne, tipico frutto bergamasco, erano facimente reperibili anche nei boschi che coronano la città – Castagneta e Maresana in primis -, sebbene perlopiù provenissero dalla “patria” delle castagne per eccellenza:  Vallalta e Abbazia, frazioni di Albino, oppure Poscante, frazione di Zogno.

1939: camino con nicchie laterali in un’abitazione popolare nei borghi di Bergamo (Raccolta Lucchetti).”Quando arrivava il tempo, in famiglia ci si radunava tutti intorno all’ampio camino a far caldarroste. Noi bambini, a turno, si scuoteva la padella forata ripiena di castagne fino che si annerivano, quasi rompendosi metà in corrispondenza dell’apposito taglio. Dopo averle raccolte in un sacco posto sul tavolo della cucina, si dava inizio all’abbuffata e il papà distribuiva misuratamente un po’ di vino a tutti. Alle raccomandazioni della mamma perchè non esagerasse, rispondeva: “Come si fa a gustare le borole se non innaffiate con un po’ di rosso” (1)

Ai primi del Novecento un famoso “caldarrostaio” era un fruttivendolo di Città Alta, il Nervi: “Nella sua botteguccia si dedicava per nove mesi all’anno soprattutto a vendere castagne. ln particolare famose, tra noi bambini, erano le sue caldarroste che fabbricava sulla soglia del suo negozio, che poi era poi era anche la sua casa. Nell’andare e nel tornare dalla scuola, o dalla chiesa, ci si fermava a guardarlo attizzare il fuoco, rimestare con la paletta forata le castagne scoppiettanti, tagliare opportunamente quelle che erano ancora nel sacco, sempre pronto a riversare con studiata parsimonia nella tasca degli avventori il piccolo misurino di caldarroste caldissime. Gridava sempre e con tutti e nulla dava per nulla; e guai se si tentava di scappare lasciandogli un soldo pestato e di dubbio valore! Lo credevamo cattivo; però, cresciuto, ho poi conosciuto la sua triste storia e le pene della sua miseria e come, nonostante tutto, la sera svuotasse nelle mani di certi poveri quello che rimaneva nel sacchetto che teneva in una cassetta di legno dipinta di verde perché le caldarroste non si raffreddassero. Ora è morto e nella sua botteguccia rimessa a nuovo vendono articoli di musica e da mane a sera un grammofono suona le sgraziate musiche moderne; e i ragazzi ancora si fermano in cerchio fuori da quella soglia. Però non ò più il piccolo mondo d’allora”(2).

Il negozio del fruttivendolo Nervi in via Gombito, ai primi dei Novecento

Famosa era anche la Giacomina, che vendeva caldarroste in Colle Aperto. Qualcuno la ricorda più in là con gli anni, quando a metà degli anni Sessanta vendeva il pane in via Gombito accanto alla vetrina di Franco Loda.

Colle Aperto, la caldarrostaia Giacomina chiamata “la fornarina”, ricordata come una persona gentile e riservata (Raccolta Lucchetti)

Anche Cassotti, il fruttivendolo di piazza Mercato delle Scarpe, era famoso per le sue ottime castagne. Qualcuno ricorda anche il caldarrostaio che stazionava con l’ape davanti all’ospedale maggiore.

La famiglia Cassotti, fruttivendoli in piazza Mercato delle scarpe, in una fotografia risalente agli anni Sessanta

Ma la venditrice ambulante per antonomasia, nella nostra città, è stata una donna di cui i Bergamaschi conservano un ricordo speciale. Conosciuta da tutti per essere “quella delle angurie e delle caldarroste”, quando nel 1975 un cronista dell’ “Eco” ne rivelò il nome, “I bergamaschi stupirono quel giorno.. stupirono per la rivelazione che quegli appunti contenevano. Perchè tutti ‘sta donna delle angurie e delle caldarroste la conoscevano e la salutavano, ma nessuno sapeva il suo nome”.

Un balzo indietro nel tempo: fruttivendolo davanti alla chiesa di S. Marta, 1924

Annotava il cronista: “E’ difficile dire da quanto tempo la signora Pierina Manera è lì. I passanti sono abituati a vederla al lavoro ‘da tempo immemorabile’. La conoscono, la salutano. Si potrebbe dire che la signora Manera faccia parte del paesaggio. Sia con il freddo di gennaio, sia con il solleone d’agosto, lei è sempre lì. E’ parte integrante del piazzale come il traffico, i palazzi, le vetrine dei negozi”.

Una specie di “monumento” (3).

Una testimonianza di Gianni Gelmini, il “Ricordo di ‘Bröta Facia Bèla’ e di qualcosa che c’era sull’angolo tra Via Zambonate e via Spaventa”, aiuta a far luce riguardo il periodo in cui Pierina Manera comparve davanti all’edificio del Coin: dal racconto si deduce che Pierina fosse la moglie del Bepo, un’ambulante che doveva stazionarvi con la sua baracca almeno dalla metà degli anni Quaranta.

“Quando, accompagnato da mia madre, svoltavo da Via XXVIII Ottobre, che a volte mia madre chiamava ancora Via dei Mille ed oggi è Via Giorgio e Guido Paglia, non vedevo l’ora di arrivare a via Zambonate: mi aspettava “bröta facia bèla’.

Com’era via Paglia intorno al 1910. La via si chiamava Via dei Mille e successivamente Via XXVIII Ottobre (Raccolta Lucchetti)

Nonostante il traffico in città non fosse molto, quella piazza era veramente trafficata. I tram sferragliavano; auto, furgoni ed anche mezzi trainati da cavalli impegnavano la piazza, occorreva attenzione ad attraversare le vie.

Largo Medaglie d’Oro nei giorni di mercato

 

Mercatini in via Zambonate , nel 1960

Sull’angolo tra Via Spaventa e Via Zambonate, c’era uno spiazzo abbastanza grande con dei grandi ippocastani e, proprio sull’angolo, tre ‘baracchette’: sul lato di via Spaventa un fiorista, al centro, sull’angolo tra le due vie, un’edicola e sul lato di via Zambonate quella da me preferita, che vendeva dolci, bibite, e d’inverno caldarroste, d’estate granite, anguria e cocco a fette; quella che tutti hanno conosciuto come del Bepo.

Veduta su Largo Medaglie d’Oro, com’era negli anni Cinquanta. Da sinistra: un vespasiano con a fianco una torretta (che fungeva da ripostiglio per gli attrezzi degli operai incaricati alla pulizia), il fioraio Bombardieri, un’edicola in metallo, e, a destra, l’insegna del negozio Gummis. Tra l’edicoletta e Gummis vi era il chioschetto del Bepo (non visibile nell’immagine): difficile stabilire esattamente da quanto fosse lì, sicuramente almeno dalla metà degli anni Quaranta. L’edificio posto dietro il fioraio fu abbattuto per costruire il Coin (Foto Wells)

 

Largo Medaglie d’Oro nel 1954. A sinistra dell’edicola, dietro l’albero, si intravede, seminascosto, il chioschetto del Bepo, che vendeva dolci e bibite; d’inverno caldarroste, d’estate granite, anguria e cocco a fette. La sua presenza in loco è testimoniata ancora sul finire degli anni Cinquanta

Il Bepo, un personaggio tracagnotto, ma sempre sorridente, mi accoglieva con una frase: “se fet bröta facia bèla’ e il motto con cui mi accoglieva, per me, era diventato il suo nome.

A destra della foto, il chiosco del Bepo, in Largo medaglie d’Oro, davanti alla palazzina abbattuta per far posto al Coin

Ora, mentre faccio mente locale, mi accorgo in quegli anni quella del Bepo era l’unica struttura assimilabile ad un bar presente sulla piazza, c’era solo una latteria poco più avanti in via Zambonate e un’altra latteria in via XXVIII Ottobre (oggi via Paglia), quest’ultima si trasferì proprio sulla piazza negli anni cinquanta.

La foto, risalente al 1961, riprende la zona di Largo Medaglie d’oro all’inizio di via Zambonate, posta sulla sinistra. Di fronte, sorge attualmente il Coin. L’edificio, con le sue botteghe, è stato demolito nel 1969 e attualmente l’area è occupata un palazzo moderno, sede di una banca (si veda la foto sottostante).  La strada sulla destra è diventata il passaggio pedonale che da largo Medaglie d’Oro si immette in via XX Settembre passando accanto alla chiesa dello Spasimo, che i Bergamaschi chiamano affettuosamente “chiesa di Santa Lucia”. All’epoca la palazzina ospitava diversi negozi, ormai “storici”, come Gummis, uno dei due negozi di Stival Verde e la Casa del Bambino. (Archivio Wells)

 

Largo Medaglie d’Oro com’è oggi (da “L’Eco di Bergamo”)

 

Una piccola, curiosa divagazione, che consente di capire com’era la zona di Largo Medaglie d’Oro all’imbocco di via Zambonate nel 1900, prima dell’abbattimanto delle Muraine. Vi sorgeva l’omonimo portello del dazio, successivamente ampliato per esigenze di traffico. Nel cancello, spalancato solo per il passaggio dei carri, era aperto un passaggio per i pedoni, che venivano controllati dagli agenti del dazio i quali si riparavano nei due piccoli edifici posti a lato della cancellata. Si noti la palazzina, posta dietro la torretta di sinistra, demolita negli anni Sessanta per far posto al Coin

Coprì un pezzo delle Roggia Serio a fianco della sagrestia della Chiesa di Santa Lucia e divenne il “Bar Alemagna”, rimasto in funzione fino a quando fu abbattuto (anni ’70?) cambiò tutta la viabilità di Via Zambonate e Via Tiraboschi, qualche anno dopo la copertura completa della Roggia.

La zona posta di fronte al Coin  (Largo Medaglie d’Oro )nel 1954. Accanto al vespasiano, il basso edificio  il fiorista Bombardieri che nasconde la vista dell’edicola. A destra dell’immagine è visibile il Bar Alemagna, con davanti una piccola rotatoria, mentre all’estrema sinistra campeggia l’insegna “Linoleum” del negozio Gummis. Tra Gummis e la torretta, indicato da una freccia gialla, il chiosco del Bepo con il suo teloncino spiovente (Archivio Wells).

 

Gli abbattimenti da questo lato di Largo Medaglie d’Oro hanno consentito la creazione del passaggio pedonale che si immette in via XX Settembre passando accanto alla chiesa dello Spasimo (o “di S. Lucia”)

La mia storia con “bröta facia bèla” non finisce con la mia infanzia. Se nell’infanzia è stato un personaggio simpatico e passare davanti al suo baracchino era per me un motivo di gioia, con l’adolescenza sono diventato un frequentatore. Per noi ragazzi, con pochi soldi in tasca, d’estate il suo baracchino era diventato il luogo ideale dove, lasciando per un poco le “vasche” del Sentierone, passare un po’ di tempo.

Largo Medaglie d’Oro, sul retro della chiesa dello Spasimo (Archivio Storylab)

Tutti attorno al suo tavolo di lamiera zincata, irrorato d’acqua corrente, potevamo gustarci delle formidabili fette d’anguria (d’inverno il posto preferito era De Zordo con la sua panna montata e la cioccolata, ma costava un poco di più).

La “Casa del Bambino”in Largo Medaglie d’Oro nel periodo natalizio

Il tempo passa e le tre baracchette, per restare adeguate ai tempi, si trasformarono in un fabbricato moderno a “L” con la stessa disposizione: sul lato di Via Spaventa il fiorista, al centro il giornalaio e sul lato di Via Zambonate il Bepo. Il fabbricato a “L” lasciava un bello spazio interno, al riparo dal traffico e dagli sguardi curiosi dei passanti e qui trovammo una bella sorpresa: i tavolini, dove potevamo sederci comodamente. Il baracchino del Bepo si era trasformato in un vero proprio Bar, ma la cosa non durò molto.

Presto tutto cambiò, le costruzioni, ancora nuove, furono abbattute, il piazzale scavato e fu innalzata una nuova costruzione, un cubo grigio senza finestre che ancora oggi potete vedere: il Coin, con nella parte interrata un supermercato alimentare, lo Stella.

La zona di Largo Medaglie d’Oro attualmente occupata dal Coin. Al posto della vecchia edicoletta ne è sorta una moderna, tuttora esistente, e al posto della palazzina ormai abbattuta, è sorto il grande edificio del Coin. Il chiosco del Bepo non c’è più

 

Lavori edili in Largo Medaglie d’Oro

Il Bepo si ritirò in pensione e sulla piazza rimase solo sua moglie a vendere limoni. Avevo certamente visto questa donna corpulenta con una vasta voglia sulla faccia, ma non l’avevo mai notata fino allora.
Mi sono chiesto che significato potesse avere restare lì ancora con la sua cesta, come potevano giustificare i pochi limoni la sua presenza e mia madre mi diede una spiegazione: sotto i limoni c’erano pacchetti di sigarette!

Pierina alla Fiera di Sant’Antonio con le collane di biligòcc, immortalata dal grande fotografo bergamasco Tito Terzi. Il suo piccolo chiosco ha stazionato a lungo in Largo Medaglie d’Oro, davanti ai grandi magazzini Coin

 

Pierina Manera con il suo chiosco alla Fiera di Sant’Antonio: biligòcc e limoni

Un tempo era finito, ma non ne ho avuto modo di accorgermene perché anche per me quel tempo era terminato. Mi ero diplomato, avevo iniziato a lavorare a Bollate al Laboratorio di Ricerche e alla sera, qualche volta, frequentavo l’Università a Milano. La mia vita era cambiata completamente e quelle routine non mi appartenevano più”.

Il fioraio davanti alla gastronomia Ghisalberti, in via XX Settembre, nel 1965  (foto di Gianni Gelmini)

Rossa in viso, Pierina vestiva una lunga palandrana nera per proteggersi dalle scintille della brace, perennemente accesa come quella sigaretta che l’ha accompagnata fino all’ultimo ricordo che abbiamo di lei.

La lapide di Pierina Manera, nel Cimitero Monumentale di Bergamo

Un’ultima immagine pubblicata in questi giorni sulla mia Pagina Facebook, che ha risvegliato il ricordo, mai sopito, della “regina delle caldarroste”, che con la sua costante e bonaria presenza è arrivata ad essere considerata “un mito”, “un’istituzione”, una figura “indelebile”. Una miriade di pensieri sono volati nell’etere ripensando a quegli anni felici.

Memorabile è il ricordo di questa grande donna, un caro, “indimenticabile personaggio”, per molti considerata una figura della Bergamo d’altri tempi, “una figura storica”. “il simbolo di Bergamo”… “Persona meravigliosa nel cuore di Bergamo”..

“…..mi son chiesta moltissime volte che fine avesse fatto”.

“Grazie x il ricordo siamo diventati vecchi”….

Ancora nel 1985 Pierina era presente in città con il suo chiosco. Fotografia di Stefano Bombardieri

Ricordarla strappa un sorriso e il suo ricordo dolcissimo riporta all’infanzia e alla gioventù di moltissime persone, perchè il suo ricordo ha attraversato intere generazioni di Bergamaschi: bambini e anziani, studenti, giovani uomini e giovani donne, che qualche decennio fa passando per il centro la ritrovavano sempre lì, davanti al Coin, “in ogni stagione e con qualsiasi tempo”.

Chi non si è fermato da lei a prendere il cocco e l’anguria in estate e le caldarroste in inverno? “Le sue belle e buone caldarroste mi riscaldavano le mani”.

Una splendida immagine di Pierina alle prese con i biligòcc

“Chi mai non aveva mangiato in estate la sue fette di anguria o il rotolo centrale (il massimo delle leccornie)? Era il 1962 o il ’63”.

Qualcuno la chiamava anche “la Limonera”, perchè oltre alle angurie d’estate vendeva “limoni tanto belli e buonissimi” ….”e quel signore in quella foto che compra l’anguria dovrebbe essere mio zio Antonio….che coincidenza!!!”… …. “Che bello vedere questa foto, la ricordo perfettamente ed è stato un emozionante tuffo nei ricordi”…

Tutti la conoscevano e non mancavano di sostare al suo chioschetto per far due chiacchiere mentre gustavano le “boröle” o una fetta d’anguria. “Metteva serenità vederla”, “era una brava persona..”… “Da piccola quando passavo con la mamma la guardavo sempre incantata”…. anche se qualcuno pensava “fosse più vecchia… Forse perché, come tutti noi, l’ho sempre vista fin da bimba, o, forse perché vivere all’aperto segna un po’ il viso”…

“Dal negozio dei miei, bastava percorrere un pezzettino di via Zambonate ed ero subito lì”…

Era una tappa fissa per tutti, non solo per chi passeggiava in centro o tornava da scuola, ma anche per gli studenti e le famiglie che vi arrivavano dalla periferia o dalla provincia. Ed era la fermata d’obbligo quando si portava la letterina nella vicina chiesa della Madonna dello Spasimo, chiesa che i bergamaschi – gente che s’affeziona – chiamano semplicemente “di S. Lucia”.

Aspettando Santa Lucia (Archivio Storylab)

 

I doni per la festa di S. Lucia in Città Alta, nel 1968

Così amata e popolare da entrare a far parte dell’intercalare bergamasco, che alla domanda:

“Che manera” (in che modo?)

rispondeva:

“che Manera la portaa i carécc in féra!”

oppure:

“Che Manera?

La endìa i limù in féra!”.

“Vi ricordate anche il gelataio della galleria dell’upim? Certo .. E come era buona quella panna montata con la spolvetatina di cannella!!! Mitico! Un tributo!” (Fotografia di Giuseppe Preianò)

Ora sappiamo che con il suo lavoro Pierina mantenne tutta la famiglia; sappiamo che abitava in via Moroni ed aveva due figli, uno di nome Tranquillo, un bel ragazzo purtroppo scomparso prematuramente, “addirittura prima di lei”, e uno di nome Fausto…che “ha fatto per anni il venditore d‘auto..bel personaggio con una famiglia stupenda”.

“Tranquillo lo ebbi come vigilante ai bagni di sole del Polaresco, era un bambino educato,comunicativo che era guardato con un certo rispetto proprio per la notorietà della mamma..”.

“Era una ex collega della mia nonna. Lavoravano da Zopfi e ogni volta che andavo in centro con la mia nonna si fermava sempre a salutarla”…

Si dice inoltre che Pierina avesse una sorella che si chiamava Linda.

“Questi personaggi fanno parte della nostra storia, del nostro essere bergamaschi!”…

Pierina Manera nel 1985, in una delle ultime immagini che la vedono occupata al suo chiosco. Fotografia di Stefano Bombardieri

Poi un giorno, mentre tutto intorno a noi stava cambiando, il chioschetto è sparito e così com’era arrivata, in silenzio la Pierina se n’è andata.

Qualcuno ha esclamato con rimpianto: “Resuscitatela!”

Qualcun’altro ha dato voce ai suoi pensieri: “Che vita ha fatto”…

“Vi rendete conto che è morta a soli 69 anni, ma la vita l’aveva segnata parecchio…”..

“Bello che in tanti la ricordiamo. ..senza pregiudizi e/o giudizi. L’educazione ci è stata insegnata bene”…

E si continua a parlare di lei….

Da qualche decennio ormai, il chiosco non c’è più. La vita non ferve più come un tempo, all’angolo tra via Zambonate e via Spaventa.

Ma a notte fonda, quando il fragore del traffico si è placato e la piazzetta è completamente deserta, potresti forse intravedere una figura evanescente, Pierina Manera, infagottata nella vecchia palandrana mentre rimesta le caldarroste con un placido sorriso.

Note

(1) Cesare Bordoni per “Giopì” del 31 maggio 2011, in: “Il Novecento a Bergamo – Cronache di un secolo”, di Pilade Frattini e Renato Ravanelli. A cura di Ornella Bramani. Vil. II, UTET,  Anno 2013.

(2) Carlo Agazzi, in “Il Novecento a Bergamo – Cronache di un secolo”, cit.

(3) “Il Novecento a Bergamo – Cronache di un secolo”, cit.

Riferimenti

Pilade Frattini, Renato Ravanelli, Il Novecento a Bergamo – Cronache di un secolo. A cura di Ornella Bramani. Vol. II, UTET,  Anno 2013.

Gianni Gelmini, Il “Ricordo di ‘Bröta Facia Bèla’ e di qualcosa che c’era sull’angolo tra Via Zambonate e via Spaventa”.

Bergamo da scoprire – Pagina Facebook

La strana storia della “Fiascona” tra fugaci ricordi e molti interrogativi: una vicenda ancora tutta da chiarire

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Dall’esiguo Largo Niccolò Rezzara, davanti alla chiesa di San Leonardo (di cui è ancora visibile il portico), la fontana del Fiascone, così denominata per la sua caratteristica mole a forma di fiasco, è stata per un certo periodo testimone del brulichìo dell’antico Borgo di San Leonardo (Raccolta Gaffuri)

Il ricordo della celebre fontana che per un certo periodo accompagnò la quotidianeità del popoloso borgo di San Leonardo, è ancor’oggi ben presente nella memoria collettiva quale simbolo del cuore pulsante della Bergamo di un tempo, nonostante oggi spunti al suo posto una fontana “minimale”, estranea al fascino e dell’atmosfera degli antichi borghi, di cui qui si avverte ancora sommessamente l’eco.

Piazza della Legna nella Raccolta Gaffuri

Basta osservare la piazza irregolare, con i suoi caratteristici portici e il groviglio multiforme delle sue case colorate, o passeggiare tra le viuzze che ancora ricordano le attività di un tempo ed inoltrarsi nei vicoli stretti e bui, come è quello che da via Broseta porta in vicolo S. Rocco, tutto voltato a mattoni rossi e, per certi versi, un po’ inquietante.

La chiesa di San Rocco, in via Broseta (Raccolta Gaffuri)

Dai lati irregolari di questo spazio, che andò articolandosi  spontaneamente nel corso dei secoli,  si dipartivano radialmente, allora come oggi,  le contrade di S. Lazzaro (che si ricongiungeva alla Porta Broseta  con la via omonima), di Osio (al tempo della Repubblica Cisalpina chiamata Strada Napoleonica, ora via G. B. Moroni), di Colognola (attuale via S. Bernardino), di Cologno (via Quarenghi dopo il Novecento), di San Defendente (poi via Nova, ora via Zambonate), oltre a quella di  di S. Alessandro e la contrada di Prato (oggi via XX Settembre). Nella piazza confluvano così, oltre alle strade che vi affluivano dall’alta città, anche quelle dai paesi della vasta pianura bergamasca.

Piazza Pontida (Raccolta Gaffuri), cuore pulsante della vecchia Bergamo, anticamente detta Piazza della Legna

Il borgo,  popolare e borghese, affollato centro di incontri e di traffici,  godette per secoli del primato commerciale e artigianale rispetto al resto della città, così da costituire un vero e proprio emporio di merci e somigliare a una città dentro la città.

L’inconfondibile mole della Fiascona in uno schizzo conservato nella Raccolta Gaffuri

Qui, più che altrove, “era cospicuo il numero di negozi, botteghe, laboratori, officine, studi. Qui stavano notai, medici fisici, ciroici, barbitonsori, aromatari, preti, magistri di scuola, dipintori, marengoni, calzolai, maestri murari, pellettieri, sarti, confettieri, pristinari, grassinari, osti, locandieri” (1).

(1) Giulio Orazio Bravi.

Particolare di una litografia colorata di Piazza della Legna, oggi Piazza Pontida, datata 1830 (Raccolta Gaffuri). L’immagine lascia percepire l’atmosfera vivace, indaffarata e rumorosa del borgo, che, almeno sino all’Ottocento, mostrava il volto popolare, artigianale e mercantile, distinguendosi dall’alta e turrità città, aristocratica e governativa. Sulla destra si scorge la “Fiascona”, panciuta spettatrice della vivacità di Borgo San Leonardo

Al centro della piazza “Fontana di S. Leonardo” – oggi Largo Rezzara -, accanto alla chiesa da cui il borgo prese il nome, la Fiascona simboleggiava il cuore mercantile della città ed era il fulcro dell’incessante brulichìo del popoloso borgo che la ospitava.

Dipinto di P. Rota – Raccolta cav. Marco Tiraboschi – Foto Wells. La piazza “già detta Fontana di S. Leonardo, davanti alla chiesa omonima”nello slargo esistente all’inizio della contrada di Prato (via XX Settembre), ora Largo Nicolò Rezzara. La piazza “Era così chiamata perchè qui esisteva una fontana, detta la ”fiascona”, di fronte a S. Leonardo. Il titolo era stato dato dal popolino perchè assomigliava ad una damigiana” (Pelandi, cit.). 

Tutt’attorno – descrive Pelandi –  vi prosperavano locande ed osterie: quelle, ormai scomparse, del Bacco, del Borlazò, del Fondech, dell’Ofelì, dell’Asperti, della Zagna, delle Due Ganasse, che era dirimpetto alla stretta degli Asini (l’attuale vicolo delle Macellerie), punto dal quale nell’Ottocento partiva la diligenza per Milano; della Micheletta, quest’ultima luogo di ritrovo del primo direttore de L’Eco di Bergamo, prof. G. Battista Caironi e del professore Nicolò Rezzara.

Il ristorante del Moro e il Caffè degli Amici con i tavoli sotto i portici dei gentiluomini, nel 1904 (Foto A. Terzi). Pelandi racconta che in un basso locale del Caffè degli Amici, si riunivano i Morali, i Bontempelli, gli Zenoni, l’avvocato Luigi Tiraboschi, e che le pareti erano “coperte di buone pitture illustranti scene bergamasche”, oggi conservate presso la Biblioteca Civica, nella Raccolta Gaffuri. Ai tempi giovanili di Pelandi, di fronte al Caffè erano disposte le bancarelle delle cosiddette “storte ortolane”, tre sorelle di cui la natura era loro stata matrigna, ma che in compenso avevano una lingua ben affilata tanto da essere chiamate “redazione delle forbici”…

 

Gli affreschi cinquecenteschi che ornavano la facciata dello scomparso Albergo delle Due Ganasse (o Ganasce, da un’Arma sopra la Porta), che sorgeva in Contrada di Prato (l’attuale via XX Settembre), passato il ponte della Roggia presso il Portello di Zambonate, poco prima della recente via aperta a fianco della Madonna dello Spasimo. La facciata, che era rimasta in pubblica vista fin verso il 1890, era stata dipinta da Giovanni Battista Baschenis d’Averara. Prima dell’abbattimento dell’edificio, avvenuto a fine Ottocento, dalla facciata furono staccati una scena e uno stemma, che entrarono in possesso del Comune  (Raccolta Lucchetti)

Di tutte le vecchie osterie del borgo, l’unica sopravvissuta ai giorni nostri è la storica Osteria dei Tre Gobbi,  l’ultima vera osteria della Città, che nell’Ottocento era frequentata da artisti, poeti vernacolari, cantanti e musicisti, come il Masi, il Coghetti il Benzoni, il Rubini e il grande Gaetano Donizetti, che amava sostarvi con gli amici più cari durante i suoi soggiorni nella città natale.

L’interno dell’Osteria dei Tre Gobbi in via Broseta verso la fine dell’Ottocento (Raccolta Lucchetti)

In piazza della Legna si tramò contro la Serenissima, innalzando il simbolico Albero della Libertà e “sacrificando i rivoltosi che non volevano abbracciare il nuovo verbo francese” (2).

(2) Luigi Pelandi, Passeggiando per le vie di Bergamo scomparsa – Il Borgo di S. Leonardo. Collana di Studi Bergamaschi – A cura della Banca Popolare di Bergamo. Bergamo, Poligrafiche Bolis, 1962.

Albero della Libertà” (1861). Autore: Ratti. L’albero della Libertà, un lungo palo ricavato da un grande albero, adottato come simbolo di libertà durante la Rivoluzione francese come segno di rinascita, vita nuova e felicità. L’albero aveva alla sommità un berretto Frigio, derivante da una regione storica dell’Anatolia centrale, in Asia Minore. Il berretto, a cono floscio e con la punta ricadente in avanti, era utilizzato dagli schiavi liberati dai Romani

Il 3 agosto del 1848, da questa stessa piazza, auspicando l’avvenire di un’Italia unita e repubblicana,  “Giuseppe Mazzini, sapendo di comunicare al cuore grande dei bergamaschi, rivolse loro parole infiammate per la lotta contro l’Austria” (3). Durante l’insurrezione antiaustriaca  la Fiascona catalizzò gli umori più accesi della città facendo da portavoce al malcontento popolare, un po’ come le famose “pasquinate” di romana memoria:  spesso al mattino era facile trovarvi appesi cartelli con satire e sberleffi, o incitazioni di vario genere contro i dominatori asburgici, “come quel Romeo Rosa che nel 1848 pose in cima alla Fiascona il berretto frigio, un copricapo rosso, icona rivoluzionaria, che fece irritare gli austriaci” (4). 

(3) Fermo Luigi Pelandi, cit.

(4) L’Eco di Bergamo,  Lunedì 04 Novembre 2013, “Demolita o venduta? È un giallo. Ma la Fiascona non zampilla più”. Di Emanuele Roncalli.

La Fiascona nella Raccolta Gaffuri

Eppure, a dispetto di quella sagoma panciuta quasi evocante le antiche osterie del borgo, le origini della Fiascona sono legate all’Ospedale Grande di San Marco e più precisamente alla ristrutturazione eseguita nel 1536 da Pietro Isabello,  progettista del “bell’edificio rinascimentale dotato di cortile, di una  fontana (la Fiascona)…”  citati dalle fonti  (5).

(5)  ..”le fonti parlano di un bell’edificio rinascimentale dotato di cortile, di una  fontana (la Fiascona)…”. Tosca Rossi, A volo d’uccello – Bergamo nelle vedute di Alvise Cima – Analisi della rappresentazione della città tra XVI e XVIII secolo, Litostampa, Bergamo, 1012, p. 210.

L’Ospedale Grande di S. Marco, posto ai margini del prato di Sant’Alessandro, a metà strada tra i borghi di S. Antonio e di S. Leonardo dove dall’alto medioevo si teneva una fiera annuale in concomitanza con la festività dedicata al santo patrono. Un documento datato 2 luglio 1479 attesta per quella data l’esistenza di “un progetto, in base al quale si era iniziata la costruzione e si era data forma al nuovo complesso ospedaliero” (Maria Mencaroni Zoppetti, cit.). A distanza di oltre 50 anni , nel 1536, la fabbrica dell’ospedale  venne ristrutturata secondo il disegno di Pietro Isabello, ampliata all’inizio del Settecento e internamente modificata nel 1858 da Carlo Donegani. Venne poi quasi interamente demolita nel 1937 in conseguenza del nuovo assetto assunto dal centro della citta al piano. L’immagine, che rappresenta l’edificio dell’ospedale prima della demolizione del 1937, mostra i porticati ormai tamponati, ed occupati dagli esercizi commerciali, privi del muretto di appoggio a sostegno delle colonne del porticato, visibili in alcune vecchie stampe dell’ospedale che riproducono con maggior fedeltà la il prospetto della facciata rinascimentale

 

Particolare dell’Ospedale Grande di S. Marco nella planimetria prospettica seicentesca di Giovanni Macherio. Rivolta verso il prato della fiera, l’elegante facciata della loggia realizzata da Pietro Isabello (una parte della quale costituisce oggi l’unico elemento superstite di tutta la costruzione). Al centro del chiostro più grande vi era, secondo le fonti, una grande fontana: la Fiascona

Dal prezioso libro “L’Ospedale nella città – Vicende storiche e architettoniche della Casa Grande di S. Marco”, a cura di Maria Mencaroni Zoppetti (6), apprendiamo che la Fiascona compare in un disegno ottocentesco conservato presso l’Archivio dell’ospedale maggiore (7). Il disegno, eseguito prima delle modifiche apportate al chiostro nel 1858 dall’ing. Carlo Donegani, ci restituisce l’aspetto del cortile dell’Ospedale Grande di San Marco nella risistemazione del 1536 eseguita da Pietro Isabello; sullo sfondo è ormai visibile il torresino della Fiera in muratura, edificata tra il 1734 e il 1740.

Eppure, fatto strano, la Fiascona è ancora al centro del cortile.

(6) Maria Mencaroni Zoppetti (a cura di), L’Ospedale nella città – Vicende storiche e architettoniche della Casa Grande di S. Marco. Collana: Storia della sanità a Bergamo – 1. Fondazione per la Storia Economica e Sociale di Bergamo.

(7) AOMBg, Copia di un disegno con timbro Ernesto Suardo, 1926; cfr. G. INVERNIZZI, Storia e vicende dell’ospedale di S. Marco in Bergamo, “La Rivista di Bergamo”, marzo-aprile 1927, p. 7. Dei disegni delle strutture rinascimentali di Isabello, solo quello del cortile cinquecentesco è conservato presso l’Archivio dell’ospedale maggiore (Maria Mencaroni Zoppetti, cit.). 

Stampa eliografica che riproduce un disegno del XIX secolo. E’ visibile la galleria che conduce alla porta verso la Dogana e, sullo sfondo, il torresino della Fiera in muratura, edificata tra il 1734 e il 1740. “Al centro del cortile la grande fontana a forma di fiasco” (M. Mencaroni Zoppetti, cit.)

 

Particolare della fontana “Fiascona” nel cortile rinascimentale dell’Isabello, in una stampa eliografica riproducente un disegno del XIX secolo

E’ opinione comune, e ormai da tempo, che la Fiascona abbia fatto la sua comparsa nella piazza “già detta Fontana di S. Leonardo, davanti alla chiesa omonima” (8) nel 1548, come chiaramente tramandatoci da Luigi Pelandi (Bergamo 1877 – 1969) (9). Così nella rubrica “Bergamo scomparsa”, curata dalla studiosa Andreina Franco Loiri Locatelli, dove si legge che “Al decoro della grande piazza del borgo contribuiva nel 1548 l’edificazione di una fontana chiamata popolarmente la ‘Fiascona’ a causa della forma inusitata. Sostituiva l’antica fontana vicinale” (10).

Pelandi – e lo ribadisce più volte – racconta che quando, nel 1575, il cardinale S. Carlo Borromeo pervenne nella piazza di Borgo S. Leonardo, “già da qualche anno (1548), era stata posta la fontana […] (la cosiddetta Fiascona)” […]. Aggiunge poi – ma è solo una curiosità – che “presso la fontana che è segnata sulla carta topografica del XVII secolo” compare una colonna, innalzata a ricordo di “una porta trionfale eretta sull’entrata della piazza” in occasione della Visita Apostolica di S. Carlo Borromeo nel 1575. “Ora tutto è scomparso” (11).

Colonna e fontana sono incise a bulino anche nella”Planimetria prospettica di Bergamo”, eseguita da Stefano Scolari nel 1680, eseguita su disegno di Giovanni Macheri (o Macherio), datato 1660.

(8) “Piazza Fontana”, “nome popolare” dato alla piazza, abolito nel 1910 allorchè  quella parte di Borgo S. Leonardo assume il nome di Piazza Pontida (Bergamo e provincia guida 1910  Soc. Editoriale Commerciale). L’indicazione della piazza come “Largo Rezzara” (personaggio eminente del contesto sociale, economico e cattolico tra fine Ottocento e Novecento) risale all’inizio degli anni Cinquanta del Novecento (Guida 1953).

(9) Luigi Pelandi, Passeggiando per le vie di Bergamo scomparsa – Il Borgo di S. Leonardo, cit.

 (10) Bergamo scomparsa: la nascita di Piazza Pontida. Andreina Franco Loiri Locatelli per Bergamosera.

(11) L. Pelandi, cit.

Particolare di Borgo San Leonardo  nella “Planimetria prospettica di Bergamo”, eseguita a bulino da Stefano Scolari nel 1680 su disegno di Macheri (Bergamo – Ufficio Tecnico del Comune). Si noti, al centro della piazza, la fontana che Pelandi (ma non solo) attribuisce alla Fiascona, con accanto la colonna dedicata nel 1619 alla visita del Cardinale Carlo Borromeo

In tutta questa vicenda dunque, l’unico punto fermo sembra riguardare l’originaria presenza della Fiascona nel cortile dell’Ospedale Grande di S. Marco, fatto riportato anche in un più recente articolo apparso sul quotidiano “L’Eco di Bergamo”, che in riferimento al già citato ampliamento cinquecentesco dell’ospedale Grande di San Marco, scrive che è “Proprio qui, in mezzo al grande cortile, che si trovava la Fiascona”.

..salvo poi aggiungere che “Con l’abbattimento del vecchio Ospedale, la fontana dovette traslocare in piazza Fontana (o della Fontana), l’attuale largo Rezzara, in fondo a via XX Settembre”[…] “È stata lì per più di tre secoli – ha scritto Renato Ravanelli –, quasi simbolo ideale di un borgo, come il San Leonardo […] e “Lì resistette sino alla fine dell’Ottocento (1887), quando dovette lasciare spazio ai binari dei primi tram a cavalli” (12).

(12) Dal momento che la Fiascona “È stata lì per più di tre secoli” è lecito pensare che tale riferimento riguardi non la demolizione definitiva del 1937, bensì la ristrutturazione operata dall’Isabello, datata 1536. L’Eco di Bergamo,  Lunedì 04 Novembre 2013, “Demolita o venduta? È un giallo. Ma la Fiascona non zampilla più”. Di Emanuele Roncalli.

La Fiascona nel Borgo di San Leonardo, nella Raccolta Gaffuri

Eppure, ancora nel 1723, e dunque a distanza di circa due secoli dalla realizzazione del chiostro dell’Isabello, la Fiascona risulta essere ancora nel cortile dell’Ospedale di San Marco: ce lo attesta un cabreo eseguito in quella data da Bernardino Sarzetti (“descritto con precisione nelle sue dimensioni, nel suo andamento, nelle sue specializzazioni, nella sua posizione nella città”), nel quale viene riprodotta la fontana a forma di fiasco che si trovava nel cortile isabelliano e di cui – è il caso di sottolinearlo – “non resta più traccia” in una fotografia ottocentesca eseguita da G. Leidi, che ci restituisce l’aspetto del nuovo chiostro progettato da Donegani (13).

(13) M. Mencaroni Zoppetti, cit.

Il cabreo della Fiera di Bergamo (“descritto con precisione  tracciato dall’agrimensore Bernardino Sarzetti nel 1723 e fatto eseguire dall’amministrazione ospedaliera “al fine di controllare e quantificare gli esercizi delle rivendite”. Secondo il documento, a quella data la Fiascona risulta essere ancora nel cortile dell’Ospedale Grande di S. Marco (AOMBg, Dissegno della Fiera di Bergamo dell’anno 1723, fatto da Bernardino Sarzetti agrimensore e notaio al servizio dell’ospedale. In M. Mencaroni Zoppetti, cit.)

 

Particolare del cabreo della Fiera di Bergamo di Bernardino Sarzetti, eseguito nel 1723. “E’ visibile il cortile cinquecentesco con la grande fontana, la piazza su cui erano piantati i gelsi, e la scala che conduceva all’ingresso della chiesa” (M. Mencaroni Zoppetti”, cit.)

Dopo quanto osservato e comparando l’immagine delle due fontane – quella al centro del cortile dell’Ospedale Grande di S. Marco e quella in piazza Fontana nel Borgo di S. Leonardo – dobbiamo forse ipotizzare l’esistenza di “due Fiascone”, molto simili ma non  identiche, collocate per un dato periodo in due diversi luoghi della città e nominate allo stesso modo?

Fotocomposizione delle “due Fiascone” messe a confronto © A sinistra, quella collocata nell’Ospedale Grande di S. Marco; a destra, quella posta nell’allora piazza Fontana, attuale Largo Rezzara. Dalla comparazione emerge una discreta similitudine, sia tra le due sagome e sia, almeno intuitivamente, tra le due vasche entro le quali è la fontana è collocata. Tuttavia il profilo delle due fontane, pur richiamando in entrambi i casi la forma di un fiasco, non è identico ed anzi denota sostanziali  differenze nel disegno. La “Fiascona” disegnata nella stampa ottocentesca riproducente il chiostro dell’Ospedale Grande, è forse il frutto di una idealizzazione stilistica voluta dall’autore, oppure denota l’esistenza di due diverse fontane, molto simili ma non identiche, nominate allo stesso modo?

Comparando invece la Fiascona di Borgo S. Leonardo e quella riprodotta nel cabreo del Sarzetti,  si riscontra una  vistosa similitudine:  nella vasca, nel profilo della fontana vera e propria e persino nella sua parte terminale, verosimilmente una struttura in ferro, terminante a cuspide.

© Confronto tra la fontana riprodotta da Sarzetti nel 1723 e quella collocata in piazza Fontana (Borgo S. Leonardo). Emerge una palese (e a questo punto sconcertante) somiglianza tra le due fontane

Il chiostro cinquecentesco dell’Isabello subirà trasformazioni  solo nel 1858, allorchè l’ing. Carlo Donegani procederà ad una modifica interna del complesso ospedaliero: è solo a quella data che, nel chiostro, “al posto di quella a forma di fiasco è posta una fontana con vasca ottagonale e putti” (14).

(14) M. Mencaroni Zoppetti, cit.

“Bergamo – Fontana e nuovo cortile dell’Ospitale civ. maggiore” (Fotografia di G. Leidi). La fotografia, databile al secondo Ottocento, mostra il nuovo cortile dell’Ospedale dopo la risistemazione eseguita nel 1858 da Carlo Donegani. Nella foto, unica testimonianza delle modifiche apportate all’interno dell’ospedale, “sono scomparsi o nascosti le colonne e i capitelli cinquecenteschi, gli archi e le balaustre dei loggiati sono ornati da decorazioni in cotto. Al centro del cortile, al posto di quella a forma di fiasco è posta una piccola fontana con vasca ottagonale e putti”. Dopodichè “non si hanno più notizie di quella dalla forma a fiasco che si trovava nel cortile isabelliano, riprodotta anche nel cabreo di Bernardino Sarzetti del 1723” (per immagine e didascalia: M. Mencaroni Zoppetti, cit.)

 

Disegno a matita e penna, eseguito dall’ing. Carlo Donegani, di una parte dei loggiati del cortile cinquecentesco dell’ospedale. Il disegno, eseguito poco prima delle trasformazioni  apportate da Donegani nel 1858, lascia supporre, o comunque non esclude, che nel periodo intercorso tra l’intervento isabelliano del 1536 e quello di Donegani del 1858, il chiostro non abbia subito modifiche (M. Mencaroni Zoppetti, cit.)

In mancanza di prove tutto è possibile, ma possiamo affermare con certezza che,  almeno fino al 1723 – come  eloquentemente attestato dal cabreo dell’agrimensore  Sarzetti – la Fiascona si trova ancora in mezzo al cortile dell’Ospedale Grande di S. Marco.

Dovremo attendere il 1810 per vederla allegramente zampillare nella chiassosa “piazza di fronte a S. Leonardo”, riprodotta in una mappa topografica della Roggia Serio,  conservata nella Biblioteca Civica A. Mai, e ritrovata in un testo pubblicato nel 2001 a cura dell’Ateneo di Scienze, Lettere ed Arti di Bergamo (15), corredata dalla seguente didascalia: “Dalla contrada di Prato si arrivava alla piazza di fronte a S. Leonardo dove era situata la Fiascona, fontana che veniva rifornita dall’acqua della Roggia Serio”.

La Roggia Serio, allora tutta scoperta, esisteva sin dal XIII secolo, quando fu scavato l’alveo con presa d’acqua ad Albino; lambiva la cinta muraria costruita a metà Quattrocento, chiamata “Muraine”, ed entrava nel Borgo, per il quale era la principale fonte di energia e di lavoro.  Ancora sino a metà Ottocento azionava mulini, filatoi, fucine, serviva per l’irrigazione degli orti, per i lavatoi pubblici e privati.

(15) Ateneo di Scienze, Lettere ed Arti di Bergamo, “Evoluzione di un luogo urbano – Dal Convento delle Grazie al Credito Bergamasco”. Bergamo – Edizioni dell’Ateneo, 2001.

Giovanni Battista Capitanio, 1810. Disegni planimetrici dell’andamento della Roggia Serio di ragione della città principiando dalle bocche di Albino sino alla coda di Serio, Tavola XXI, particolare. Biblioteca Civica A. May Bg – Cartella C21. “Dalla contrada di Prato si arrivava alla piazza di fronte a S. Leonardo dove era situata la Fiascona, fontana che veniva rifornita dall’acqua della Roggia Serio (in: Ateneo di Scienze, Lettere ed Arti di Bergamo, “Evoluzione di un luogo urbano – Dal Convento delle Grazie al Credito Bergamasco”, cit.)

Nel già citato articolo dell’Eco di Bergamo (16) si legge invece che la Fiascona “Distribuiva l’acqua agli abitanti di Borgo San Leonardo ed era alimentata dalla sorgente di Sant’Erasmo, poi, causa siccità, venne alimentata da una derivazione della roggia Curna” (roggia che interessa il lato meridionale del prato di S. Alessandro, la contrada di Prato e il borgo S. Alessandro).

E’ lecito chiedersi il perchè di tale discordanza, ed apprendiamo ad una prima indagine che “In Borgo Canale esisteva la fontana di S. Erasmo, dotata di ampia cisterna, non solo provvedeva ai bisogni degli abitanti ma alimentava un canale che, attraverso i prati, portava l’acqua alla fontana del ‘Paesetto’, a lato del monastero di s. Stefano, quindi alla fontana di s. Benedetto e infine alla fontana di borgo s. Leonardo, in piazza Fontana. Interrotta e non più riparata la conduttura, la fontana del Paesetto continuò a ricevere acqua attraverso una condotta che scendeva dalla fontana di s. Giacomo. Tracce dell’antico canale lungo la via s. Alessandro (o contrade del Mattume) furono trovate nel 1889 in occasione di scavi e giudicate in parte romane e in parte medievali. Si accertò, tra l’altro, che l’acqua veniva fatta scorrere in una canaletta formata da coppi accostati e sovrapposti” (17).

(16) L’Eco di Bergamo, Lunedì 04 Novembre 2013, “Demolita o venduta? È un giallo. Ma la Fiascona non zampilla più”. Di Emanuele Roncalli.

(17) Pino Capellini, “Acqua e acquedotti nela storia di Bergamo”. Ferruccio Arnoldi Editore, Bergamo (manca anno di edizione), p. 143, 148.

Luigi De Leidi detto Il Nebbia, “Fonte e Oratorio di S. Erasmo”, penna e acquarello su carta. Da l’Album Vimercati Sozzi. Bergamo – Biblioteca Civica. La fontana di S. Erasmo in Borgo Canale, fontana medioevale posta davanti alla chiesetta omonima, era alimentata da una sorgente. “La fontana serviva per i bisogni di tutti gli abitanti del borgo, salvo di quelli della parte alta che utilizzavano l’acqua dell’acquedotto di Sudorno. Dalla fontana partiva un condotto che scendeva fino al ‘Paesetto’, in via S. Alessandro alta, alimentando la fontana qui esistente. Con l’arrivo dell’acqua potabile la fontana di S. Erasmo venne sostituita da un lavatoio

La Fiascona continuò la sua permanenza in piazza Fontana sin verso la fine dell’Ottocento, come del resto attestato da un ricco corredo iconografico, benchè possa esserci qualche dubbio riguardo la data esatta della sua rimozione (18).

(18) Riporto a beneficio d’inventario un dato rinvenuto in un catalogo della Biblioteca Civica, dove, in riferimento al periodico “La Rivista di Bergamo”, si legge: “Piazzetta con la fontana detta la Fiascona posta nell’anno 1548 e tolta nel 1890” (Biblioteca Civica di Bergamo, La Rivista di Bergamo, anno 37, vol. 10, data ott. 1936, Autore: Gritti Pietro, Titolo: Piazza Pontida. Declino di un luogo protagonista. Pagina 9).

La Fiascona in un’acquaforte di Romeo Bonomelli. Le acqueforti di Bonomelli sono datate tra il 1911 e il 1936 (da L. Angelini, “Il volto di Bergamo nei secoli”)

In quanto alle motivazioni, è ancora L’Eco ad avanzare ipotesi: “Lì resistette sino alla fine dell’Ottocento (1887), quando dovette lasciare spazio ai binari dei primi tram a cavalli. In sostanza la Fiascona era d’intralcio alle vetture trainate dai cavalli che transitavano lungo la contrada di Prato (via XX Settembre). In realtà fu dapprima chiusa agli inizi del 1882 perché, da analisi effettuate dall’Ufficio di sanità nel 1881, risultò che l’acqua era inquinata e, poi, con decreto del 26 settembre 1883 fu rimossa dal Comune. Molti ritennero invece che il vero motivo fosse da ricercare nel passaggio della linea tranviaria” (19).

Il servizio di trasporto pubblico venne inaugurato nella città di Bergamo nel 1887,  gestito su concessione del Comune dalla società dell’ing. Ferretti, istituita nel 1887. il progetto di Ferretti “includeva, oltre la funicolare, una modesta rete di tram a cavalli allacciata alla funicolare”, che percorreva il tratto da Piazza Pontida (Cinque Vie) a Borgo Santa Caterina, transitando per le Vie Tasso e Pignolo. Dopo aver posato, a partire dal luglio del 1887, le guide sul viale della Stazione (dove il 30 settembre dell’88 il Brembo e il Serio – le prime due macchine a vapore – percorrevano il viale Vittorio Emanuele), nell’ottobre dello stesso anno “si posero le guide di ferro in Piazza Pontida per il tram a cavalli dei Borghi”. (20).

Bisognerà attendere il 1904 perchè la linea “a cavalli”  tra piazza Pontida e la parrocchia di Borgo S. Caterina, venga elettrificata.

“Sulla soglia del 1900 Bergamo era afflitta dalla febbre di grandezza. Si pensi che in quel tempo (1899) si facevano adunanze su adunanze per l’attuazione della ferrovia della Valle Brembana, per lo studio della tramvia Bergamo-Sarnico, si studiava d’estendere la trazione elettrica a tutti i tram cittadini, che fino allora erano trainati da cavalli. Vi ricordate, egregi miei coetanei, del gobbo che accompagnava il terzo cavallo, per assicurare la salita di via Pignolo?” (21).

(19)  L’Eco di Bergamo, Lunedì 04 Novembre 2013, “Demolita o venduta? È un giallo. Ma la Fiascona non zampilla più”. Di Emanuele Roncalli.

(20) Luigi Pelandi, Attraverso le vie di Bergamo scomparsa II – La Strada Ferdinandea. Collana di Studi Bergamaschi, a cura della Banca Popolare di Bergamo. Poligrafiche Bolis, Dicembre 1963.

(21) L. Pelandi, cit.

La chiesa di San Leonardo, all’imbocco di via XX Settembre, da una tempera del pittore bergamasco Giuseppe Gaudenzi (1863-1941), con la neonata linea tranviaria a trazione animale transitante lungo la contrada di Prato (via XX Settembre). Gaudenzi illustrò, verso il 1895-1900, parecchi “angoli e tipici edifici cittadini ora scomparsi o radicalmente mutati” (da L. Angelini, “Il volto di Bergamo nei secoli”).

 

Piazza Fontana, oggi Largo Rezzara: sotto i portici le bancarelle con le derrate e il tram a trazione elettrificata, mentre il portico della chiesa è ancora visibile (Archivio Wells)

 

Da cartoline Lucchetti. La ripresa fotografica è antecedente al 1905

Non resta che chiedersi che fine abbia fatto “La tozza fontana a forma di fiasco, contornata da un’ampia vasca ottagonale” che “finì per essere d’intralcio. Bella non era ma caratteristica sì, con gli spruzzi sottili che gemicavano dai fianchi pietrosi dell’olla pancuta. La sua scomparsa seguì di poco tempo quella delle colonne del Prato, poste fra l’omonima contrada e il campo della Fiera” (22).

(22) Umberto Zanetti, “Bergamo d’una volta”, Artigrafiche Mariani & Monti. Ponteranica – Bergamo, 1983.

Una volta rimossa, dove finì? Lasciamo il finale alle cronache cittadine.

“Fu sicuramente smontata e portata nei magazzini comunali, ma durante la rimozione venne rotta nella parte centrale. Non fu in ogni caso fatta a pezzi, ma da quel magazzino un ben giorno sparì. Dove è finita dunque? Una risposta la diede il compianto assessore Aldo Ghisleni che nell’aprile del 1998 durante una seduta della seconda Commissione consiliare affermò: «La fontana appartiene a un privato, che l’ha regolarmente acquistata dal Comune. D’intesa col sindaco, sto cercando di riacquistarla». Il tentativo fallì. E il fatto che per molti la fontana sia finita ad abbellire il bel parco di una villa (Longuelo? Colli?) non pare più una leggenda metropolitana. Anche Palafrizzoni potrebbe dunque tornare sulle tracce della fontana. O forse anche il legittimo proprietario potrebbe farsi avanti. La Fiascona è sua. Nessuno gliela porta via. Ma almeno ce la mostri. Perché questo pezzo di storia bergamasca non può rimanere nascosta fra aceri e platani” (23).

 (23) L’Eco di Bergamo, cit.

 

Fonti

Giulio Orazio Bravi.

Luigi Pelandi, Passeggiando per le vie di Bergamo scomparsa – Il Borgo di S. Leonardo. Collana di Studi Bergamaschi – A cura della Banca Popolare di Bergamo. Bergamo, Poligrafiche Bolis, 1962.

L’Eco di Bergamo,  Lunedì 04 Novembre 2013, “Demolita o venduta? È un giallo. Ma la Fiascona non zampilla più”. Di Emanuele Roncalli.

Tosca Rossi, A volo d’uccello – Bergamo nelle vedute di Alvise Cima – Analisi della rappresentazione della città tra XVI e XVIII secolo, Litostampa, Bergamo, 1012, p. 210.

Maria Mencaroni Zoppetti (a cura di), L’Ospedale nella città – Vicende storiche e architettoniche della Casa Grande di S. Marco. Collana: Storia della sanità a Bergamo – 1. Fondazione per la Storia Economica e Sociale di Bergamo.

Bergamo scomparsa: la nascita di Piazza Pontida. Andreina Franco Loiri Locatelli per Bergamosera.

Ateneo di Scienze, Lettere ed Arti di Bergamo, “Evoluzione di un luogo urbano – Dal Convento delle Grazie al Credito Bergamasco”. Bergamo – Edizioni dell’Ateneo, 2001.

Pino Capellini, “Acqua e acquedotti nela storia di Bergamo”. Ferruccio Arnoldi Editore, Bergamo, p. 143,148.

Luigi Pelandi, Attraverso le vie di Bergamo scomparsa II – La Strada Ferdinandea. Collana di Studi Bergamaschi, a cura della Banca Popolare di Bergamo. Poligrafiche Bolis, Dicembre 1963.

Umberto Zanetti, “Bergamo d’una volta”, Artigrafiche Mariani & Monti. Ponteranica – Bergamo, 1983.

Luigi Angelini, Il volto di Bergamo nei secoli. Poligrafiche Bolis, Bergamo, 1952.

La Bergamo degli anni Cinquanta e il reportage di Guido Piovene: un viaggio nel viaggio

Tra il 1870 e il 1960 Bergamo conosce gli anni del suo profondo cambiamento; la nuova immagine della città è suggellata dalla costruzione del centro piacentiniano (progettato prima della grande guerra e terminato nel periodo posto tra i due conflitti mondiali), con il quale il centro cittadino accoglie i principali istituti di credito, caricandosi sempre più anche di significati politici: la Torre dei Caduti diventa il baricentro di tutte le manifestazioni sia durante il fascismo sia nel periodo seguente; la costruzione del Palazzo delle Poste è invece terminata nel 1932, gli uffici governativi di Largo Belotti nel 1937, mentre è del 1940 la Casa del Littorio, con la sua piazza imperiale. Il Teatro Donizetti, ripulito dalle costruzioni adiacenti ormai fatiscenti, acquisisce una centralità spaziale e culturale inedita e sempre più distinta dai nuovi teatri adibiti all’avanspettacolo. Viene nel contempo ridisegnata la passeggiata sul Sentierone, luogo di svago, con i due principali bar della città: Balzer e Nazionale

Nel maggio del 1953 Guido Piovene (1907-1974), scrittore di rango e corrispondente dall’estero, intraprende un viaggio in Italia che lo terrà impegnato per tre anni buoni.

Notturno in via XX Settembre alla fine degli anni Cinquanta. Si noti l’automobilina  in primo piano, “Iso Isetta, strana vetturetta a tre ruote (versione iniziale) che ebbe un discreto successo negli anni 50. Dapprima prodotta in Italia dalla ISO di Bresso (fino al 1955) fu poi costruita dalla BMW fino al 1962. La ISO, fu fondata a Bolzaneto (GE) nel 1939, ma nel 1942 si trasferì a Bresso (MI). E’ stata l’automobile con motore monocilindrico più venduta di tutti i tempi (161 728 unità vendute). Non riesco a capire dalla foto se l’auto inquadrata è quella Italiana o della BMW. Nel secondo caso le ruote in effetti sono 4, con le posteriori ravvicinatissime” (Adriano Rosa – Archivio Storylab)

Animato da uno spirito che ricorda i grandi viaggiatori dell’Ottocento e deciso a scandagliarla palmo a palmo, parte da Bolzano fino a raggiungere anche le lande  più dimenticate,   andando piano e fermandosi spesso, intenzionato a conoscere a fondo ogni luogo, respirandone l’aria e parlando con la gente.

Un vigile poco indaffarato in una via Frizzoni estiva e semideserta

 

All’incrocio tra via Camozzi e via Borgo Palazzo, negli anni Cinquanta

Con questo spirito “passeggiò per le piazze fisiche e metafisiche, sostò nei caffè, scrutò nelle sagrestie, curiosò nei palazzi del potere, entrò nelle case e scoprì l’Italia”, come  in una precedente inchiesta aveva scoperto l’America.

Anni Cinquanta: tra via Suardi e via Codussi, nell’area precedentemente occupata dal Campo di Marte, sorge un nuovo ed elegante quartiere residenziale

 

Angolo tra via Palma il Vecchio e via Coghetti

Da questa impresa senza precedenti scaturisce un grande ed inedito affresco che ben lungi dal cadere in ogni accomodante semplificazione da cartolina ci restituisce un documento “scrupoloso come un censimento, fedele come una fotografia e circostanziato come un atto d’accusa”; un reportage nel quale è descritta, con garbo e disicanto, l’Italia degli anni Cinquanta: un Paese appena uscito dalla guerra, che vede l’alba del miracolo economico e la cui identità si stempera in una miriade “ibridazioni culturali”, tanto da indurlo ad annotare che, dopo ogni tappa, “la situazione mi cambia alle spalle”.

Borgo Palazzo, 1954

 

Piazza Sant”Anna (Borgo Palazzo), 1954

Come ogni grande intellettuale Piovene registra, con grande anticipo, le correnti che nel presente si agitano sotto la superficie e ci restituisce un resoconto, meraviglioso e incredibilmente attuale, che a distanza di oltre sessant’anni resta un fondamentale documento antropologico, capace di far emergere il carattere immutabile del Paese – “quello che resiste alle mode e ai rovesci della storia” -,  lasciando intuire dove porterà la sua proiezione nel futuro.

Via Previtali

 

Via Paleocapa, 1953

E nutre il suo racconto di descrizioni talmente raffinate e suggestive che gli enti del turismo di mezza penisola ne faranno man bassa.

Via San Bernardino

 

Via San Tomaso de’ Calvi, 1959

Registra ed annota il decadere delle virtù e, tra queste, “una certa gentilezza di poveri…della quale è difficile ritrovare traccia”; sottolinea il problema di crescita, un problema ancora attuale, “come se questo paese continuasse a dibattersi tra le spire dell’età ingrata, di una perenne adolescenza”.

Via Quarenghi, 1954

 

Via San Lazzaro, 1954

Le nuove riflessioni scaturite da Piovene sono tali da spingere Montanelli a proporre il testo fra i classici da rendere “obbligatori nelle scuole”.

Tra le vie di Bergamo nel 1954

 

Largo Rezzara, 1954

Il brano esordisce con i lavori compiuti per il piano di risanamento di Città Alta,  per poi concludersi con una intervista a Carlo Pesenti, presidente dell’Italcementi.

Largo Porta Nuova negli anni Cinquanta. Gli spazi fisici sono mutati, diversi sono gli abbigliamenti, le automobili hanno ormai sostituito i carretti; i filobus, con i cavi a mezz’aria, e poco dopo  gli autobus bicolori, soppiantano i tram;  in mezzo alla piazza un vigile urbano regola il traffico dal suo podio. Si notino le facciate degli edifici non ancora restaurate (l’immagine è tratta dall’Archivio Storylab) 

 

“Un giro per Bergamo alta con l’architetto Luigi Angelini, che lavora alla sua conservazione con l’opera e con gli scritti.

Veduta aerea di Bergamo Alta… l’espansione “moderna” della città bassa.

Molte di queste vecchie case, dichiarate oggi inabitabili, devono essere demolite. «Bisogna risanare», mi dice l’architetto, «la città alta con pazienza, astenendosi dai grossolani piani d’insieme. Proprio un lavoro di cesello, casa per casa, svuotando e rifacendo all’interno quelle che possono salvarsi, sostituendo le abbattute non già con nuove case, ma con piazzette, e portando perciò gli sfollati in Bergamo bassa».

Come appariva nel 1930 l’area dell’attuale piazza Angelini, qui vista da via Mario Lupo, prima delle demolizioni previste dal piano di Risanamento redatto su progetto di Luigi Angelini e divenuto attuativo nel 1937.  Il piano, redatto allo scopo di rivitalizzare Città alta e riportare il centro storico alle pregevoli condizioni dei secoli precedenti, viene ripreso nel 1946 e, secondo criteri di massima, portato a termine nei primi anni Sessanta

 

La nuova loggia del mercato ripresa da piazza Pendezza (poi Piazza Angelini), realizzata nel 1942 per creare un’area di raccordo in seguito alle massicce demolizioni che obliteravano la zona

Sono parole simili a quelle che ho udito a Venezia; si ripete qui in piccolo, e per fortuna in maniera meno drammatica, la medesima situazione.
La soluzione giusta, che è indicata dall’architetto, incontra ostacoli minori, anche perché qui a Bergamo vita moderna e vecchie case non sono abbarbicate insieme.

Largo Belotti (Foto Wells). Le “due città” a confronto

La vita moderna, grandi negozi, uffici, poteri pubblici, è discesa a Bergamo bassa;

Largo Belotti: l’edificio della Cariplo in costruzione, 1957

 

Largo Belotti: l’edificio della Cariplo ormai ultimato, tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta

quella alta ospita negozi più piccoli, botteghe d’artigiani, popolino, turisti, famiglie aristocratiche nei loro palazzi, e il vescovo sulla cima.

Dalla loggia della sede vescovile (Raccolta Lucchetti)

 

Il fruttivendolo Cassotti, in Piazza Mercato delle Scarpe

 

Il Sig. Fracassetti nel suo negozio di via Gombito

 

Mimmo

 

Borgo Canale nel 1959

Deturparne il carattere sarebbe dunque senza scusa.

Al Congresso Internazionale di Architettura Moderna (CIAM) tenutosi a Bergamo nel 1949, riferendosi a Città alta Le Corbusier pronunciò una frase profetica: “Qui niente macchine. Qui la splendida città senza ruote. Quando entro da un amico lascio il mio ombrello alla porta; I visitatori della vecchia Bergamo possono benissimo lasciare le loro ruote alla porta. (Rettifica: non ho più un ombrello da più di quarant’anni)”

Purtroppo lottiamo in Italia non solamente contro alcune necessità, vere e presunte; ma contro il modernismo rozzo, il gusto della distruzione, la volgarità presuntuosa e volontaria.

Uno scorcio di Piazza Vecchia negli anni Cinquanta

Vi è chi distrugge il bello per sentirsi meglio e per mettere il mondo in armonia con se medesimo; ognuno ritrova la pace della coscienza come può.

Anni `50 del XX secolo. Bergamo, la Rotonda dei Mille con il Teatro Duse (proprietà Museo Storico di Bergamo). Il teatro venne demolito nel 1968, per essere sostituito dall’attuale edificio di architettura “Brutalista”, opera tra gli altri dell’architetto Zenoni

Certo la discesa di gente sfollata da Bergamo alta è un grattacapo di più per l’amministrazione del Comune.

La Città di Bergamo all’inizio del XX secolo – Carta dell’Ing. Roberto Fuzier. Mentre Città alta ha perso da tempo tutte le proprie funzioni pubbliche ed è divenuta un quartiere popolare sospeso tra la magia dell’arte e il degrado, Città bassa è divenuta il nuovo centro cittadino. Abolita la cinta daziaria, si sviluppano nuove strade: il viale Ferdinandeo (1838-1840) che da Porta Nuova sale ad allacciarsi alla Porta di S. Agostino e l’ampio rettilineo che da Porta Nuova si dirige a sud-est al Piazzale della Stazione Ferroviaria eretta col primo tronco (1853-1857) del tratto Bergamo-Coccaglio in allacciamento alla Milano – Brescia. Si scorge anche il tracciato della ferrovia secondaria di Valle Seriana costruita nel 1884-85. Nuove strade si delineano nell’urbanistica cittadina; la via Angelo Mai con le prime case popolari, via Gallicciolli, via Palma il Vecchio, via Guglielmo d’Alzano, via Noli, i tracciati di via Paleocapa e di via Martinengo Colleoni. Sorge il nuovo Manicomio Provinciale verso il 1890: si innalzano i gruppi edilizi di via Torquato Tasso, di via Pitentino e i nuclei abitati di zone fuori delle Porte di Cologno, Osio, Broseta, S. Bernardino eretti dal 1860 al 1900. Il Comune abbraccia nel suburbia solo le frazioni di Castagneta, Longuelo, Campagnola, Boccaleone ed i colli di S. Vigilio e della Bastia fino a S. Sebastiano e Fontana

Ingrandisce la massa di una popolazione sovrabbondante rispetto agli alloggi.

Bambini al Parco Suardi (proprietà Museo Storico di Bergamo)

 

I bambini di Boccaleone, in via Rosa, a metà degli anni Cinquanta: (Archivio Storylab)

La provincia di Bergamo è prolifica; la sua popolazione si è più che raddoppiata negli ultimi cinquant’anni per la natalità e non per l’immigrazione.

Nel cinquantennio dal 1900 al 1950 la città si estende progressivamente mentre il territorio comunale si espande con l’aggregazione (1934) dei comuni limitrofi di Redona, Valtesse, Colognola e le frazioni di Orio, di Campagnola, di Longuelo. La popolazione aumenta da 46.865 abitanti nel 1901 a 104.368 nel 1951; all’infuori dei periodi delle due guerre, lo sviluppo urbanistico è costante e ininterrotto. Si costruiscono nuovi palazzi pubblici, si tracciano decine di strade interne e periferiche, si realizza il nuovo centro, vengono eretti tre nuovi teatri, il grandioso Ospedale e il Cimitero monumentale; si dà vasto impulso a fabbriche cittadine di edifici civili, banche, ville, case popolari, chiese, sedi di assistenza, istituti, scuole, collegi, campi sportivi. Sorgono in gran numero stabilimenti industriali e opifici, centri commerciali e magazzini e mercati realizzandosi un completo sviluppo di opere pubbliche (lavori di edilizia e di fognatura, riforme stradali, pavimentazioni, reti tranviarie). Lo sviluppo interno della città e la previsione di una sua ulteriore espansione rende necessaria la predisposizione di un vasto piano regolatore urbanistico, volto a frenare e regolarizzare frequenti e inopportune iniziative private

 

Negli anni Cinquanta tutte le linee tramviarie vennero sostituite da filobus e da autobus, e alla metà degli anni ’50 il parco veicoli dell’AMFTE è ormai costituito da mezzi su gomma (44 autobus e 24 filobus, oltre alle due funicolari). Le linee, urbane ed extraurbane, sono 18, per una lunghezza di oltre 80 chilometri. Il motore sta prevalendo anche in provincia, dove i trasporti vengono assunti da società private in continua espansione. Con gli anni ’60 assisteremo al boom della motorizzazione e l’espansione dell’automobile finirà col modificare abitudini e stili di vita degli italiani, sia in città che nelle campagne. Il numero dei mezzi privati in circolazione in tutta la provincia di Bergamo passa dai 13.914 veicoli nel 1950 ai 100.668 nel 1962

 

Il nuovo quartiere di Valtesse negli anni Cinquanta. Profondo è il ruolo che i mezzi di trasporto hanno avuto nella città: distanze, anche culturali, che si abbreviano, intere aree della città che si popolano e prendono vita grazie ai collegamenti tramviari

 

La battitura dei cubetti di Porfido in via Tiraboschi, 1932

 

La posa del selciato in via Garibaldi, 1949

L’amministrazione di Bergamo (eccellente amministrazione) ha fatto costruire nel dopoguerra alloggi per 13.000 stanze. Ma anche la nuova, necessaria ondata edilizia, limitata a Bergamo bassa, nasconde le sue minacce all’estetica.

La città di Bergamo nel 1958

Non tanto per Bergamo bassa, quasi grande città d’affari, dovizioso, cossue, non priva di bellezze ma nell’insieme già guastata dai vanitosi colonnati e palazzi del periodo fascista.

Scorcio del centro piacentiniano

 

Il palazzo delle Poste nel 1950

Il pericolo è che gli edifici nuovi, elevandosi a paravento, sciupino la visione della città alta dal basso.

Piazza della Libertà in costruzione

 

L’espansione urbana negli anni ’50/’60 a ridosso delle Mura Venete. Al centro, il Palazzo della Libertà

Mi dilungo sull’argomento perché Bergamo alta è una delle più belle città d’Italia, ed il talento artistico dei bergamaschi è riuscito finora a preservarla quasi intatta.
Ricordo la mia emozione quando mi arrampicai per la prima volta per quelle vie strette, tortuose, culminanti della grande piazza, nella Cappella Colleoni, in Santa Maria Maggiore, fino a quei portali romanici che servono di sfondo a drammi sacri recitati all’aperto, non lontano dai piccoli ristoranti famosi per la polenta e uccelli.

La scomparsa trattoria “Giardinetto” da via Boccola

E dedalo delle vie si apre di tanto in tanto in terrazzi erbosi, contemplanti da un lato la pianura lombarda,

dall’altro una valle fra le colline.

Uno scrittore di romanzi direbbe questa una fusione perfetta tra racconto e paesaggio.

La prima volta mi commosse soprattutto vedere, in una terra lombarda che sogna il Veneto, una specie di soffio colorato del Veneto distendersi come una patina sul fondo che potremmo chiamare grezzo, se è grezza una bella ceramica di fronte ad una porcellana.

La Bastia e la valletta di Astino dal Colle di San Vigilio negli anni Cinquanta (proprietà Lino Proietti)

La valle sotto la città potrebbe essere veneta, e tuttavia l’espressione è mutata. È meno languida, meno molle, più seria.
L’oriente veneto si mescola alla severità meditativa del paesaggio lombardo; la maschera del Veneto qui perde un po’ della sua grazia, si rituffa nella parlata ruvida e nei lazzi delle montagne, e riprende vigore.

Vi è una specie di oscillazione tra l’estro e la praticità, tra il realismo ed il sogno, tra la follia geniale e la prosa metodica. Bergamo non è folle come Verona, né chiusa come Brescia.

Partita a bocce in via Torquato Tasso

 

Roncobello. Trattoria Alpina al Campo Valle con tavoli all’aperto. Fotografia di Eugenio Goglio (Lombardia Beni Culturali)

È giusto che un pittore come Lorenzo Lotto abbia trovato più consensi a Bergamo che a Venezia. Anch’egli era realistico (il fondo del bresciano, del bergamasco), e chimerico insieme, osservatore e sognatore; era congegnale, direi, con la speciale doppiezza di questa città, quale si legge nel passaggio. L’Accademia Carrara conserva un ritratto fatto da lui, una signora di provincia di mezza età certamente prosaica; ma nel fondo ha uno spicchio quasi esoterico di luna.

Lorenzo Lotto, Ritratto di Lucina Brembati (1518 ca.), olio su tavola. Accademia Carrara, Bergamo

Il gusto artistico (nel senso della conservazione di un certo colore di vita popolare dei vecchi tempi), mi sembra più vivace a Bergamo che in qualsiasi altra zona dell’Italia del nord, eccettuate forse Verona e Udine.

Rendez-vous presso la frasca dei Nessi in S. Vigilio: era il 1958 (proprietà Dario Gamba). Negli stessi anni, la borghesia cittadina inaugura le gite fuoriporta

La provincia di Bergamo non odia il proprio pittoresco, come oggi quasi tutte le province italiane, in cui si direbbe che il popolo scorga nella sua distruzione un segno di ascesa sociale.

Zambla

 

Averara, 1959

 

Branzi, 1955

Ho nominato le ceramiche; continuamente a Bergamo e nei suoi dintorni ripenso alle vecchie ceramiche, ai piatti per esempio rappresentanti le fatiche dei contadini durante tutti i dodici mesi dell’anno.

Vita contadina in alta valle, 1920

Sono i venditori ambulanti; i roccoli, la polenta, i cacciatori, le osterie, nelle quali si troveranno appesi ai muri i motti tradizionali di spirito sul pagare a credito, oltre alla scena del «delirio della Lucia».

I disegni eseguiti da Luigi Angelini illustrano vecchie insegne d’osterie bergamasche, ormai scomparse. Già dal 1385 un decreto di G.G. Visconti prescriveva che gli osti della città di Bergamo avessero pubblicamente esposto l’insegna del loro esercizio se in questo davano alloggio, mentre più tardi, forse, la prescrizione riguardò anche i locali di spaccio di vino. Alcune insegne risalivano al Seicento, sebbene la maggior parte appartengano alla fine dell’Ottocento. Si tratta di libere interpretazioni dei nostri fabbri o composizione di modesti pittori. Sovente alla particolarità delle insegne si accompagnavano o parole o bizzarri versi dipinti anche sull’esterno dell’osteria, solitamente rivolti a ricordare al cliente il dovere di pagare. Oggi non si fa credenza, domani si (rimandava di giorno in giorno la cortesia del trattore). Quando questo gallo canterà, credenza si farà (con gallo dipinto). Entra pure amico mio, Mangi bevi e godi, Ma non piantare chiodi. Vino di buon sapore, A chi denar non ha, Basta l’odore. Entrate cantando, Uscite pagando. (Vecchie Insegne d’Osteria Bergamasche)

Bergamo è la patria di Donizetti e ha la passione popolare del melodramma; sebbene, dirò tra parentesi, questa passione popolare si veni di aristocrazia.

Il tenore Alessandro Dolci (Bergamo 1890 – 1954), fu il più grande cantante lirico del primo novecento bergamasco, la sua voce venne definita: potente e morbida, dal timbro d’acciaio eppure carezzevole come il tocco del velluto e la dizione nitida ed autorevolissima. Mascagni gli fece interpretare per 18 volte la sua “Parisina” (di cui esiste una registrazione fonografica). Cantò nei più importanti teatri del mondo

Il Teatro delle Novità forse è l’istituzione più importante d’Italia per il teatro lirico sperimentale.

Perfino durante il fascismo il Premio Bergamo ospitò la nostra pittura di punta, scomunicata altrove come degenerata, erigendo un benefico contraltare all’idiozia retorica del Premio Cremona.

Nel 1941, Guttuso inizia a dipingere la Crocifissione; l’opera venne presentata l’anno successivo al Premio Bergamo e a causa dei contenuti suscitò la reazione scandalizzata da parte del regime e della Chiesa: la tela di Guttuso è una chiara denuncia contro la violenza subita dal popolo e lui stesso annotò su un diario alcuni pensieri: “Questo è tempo di guerra e di massacri: gas, forche, decapitazioni, voglio dipingere questo supplizio del Cristo come una scena di oggi. Non certo nel senso che Cristo muore ogni giorno sulla croce per i nostri peccati ma come simbolo di tutti coloro che subiscono oltraggio, carcere, supplizio per le loro idee”. Un paesaggio drammatico: un cielo cupo, sul fondo un paese; in primo piano, non in posizione frontale ma di sbieco, ci sono le tre croci; i corpi dei due ladroni ai lati, al centro il Cristo, ai suoi piedi la Madonna completamente nuda, figura che ovviamente suscitò indignazione nel pubblico. Il contrasto dei colori, dal rosso intenso al bianco, mette in risalto il groviglio dei corpi. Il cavallo al centro del dipinto ricorda la Città che sale di Boccioni e ancor di più Guernica di Pablo Picasso. Anche se il lavoro di Picasso sembra apparentemente lontano da quello di Guttuso, il carattere politico e di denuncia delle due opere citate mette in risalto un’aggressività e una crudezza molto simili

Dicevo le osterie; poi la poesia vernacola, i canti alpini; le vallate del Bergamasco non sono silenziose come la Valtellina. La caccia è sentita poeticamente. Un cacciatore, il cui mestiere non è certo di fare versi, divenne quasi lirico narrandomi il silenzio dell’alba rotto dai richiami del merlo, la sagoma del gallo cedrone di montagna che si disegna, quasi per un miracolo, contro il sole nascente.

Olmo al Brembo. Ritratto di Alessandro Goglio in tenuta da cacciatore con fucile. Sullo sfondo staccionata da cui occhieggia un fanciullo e parete dipinta. Goglio, Eugenio (Lombardia Beni Culturali)

Per aggiungere un altro tocco al ritratto di Bergamo, diremo che essa conserva un grosso nucleo di famiglie della vecchia aristocrazia, ancora nei loro palazzi, a differenza di città come Pavia, Corno, Varese, dove l’aristocrazia si scioglie nel ceto borghese.

Il lato est di palazzo Medolago Albani (Raccolta Lucchetti): un’immagine senza tempo

Soltanto una città di tradizioni aristocratiche può ospitare un museo come l’Accademia Carrara, di cui non ricordo l’eguale nella nostra provincia. A parte il Lotto e il Moroni, gente di casa, si hanno opere del Pisanello, del Beato Angelico, di Giovanni Bellini, del Mantegna, di Cosmè Tura, vagliate, si direbbe, da un acutissimo spirito selettivo. L’Accademia Carrara mi ha incantato nell’anteguerra, quando era, più che un museo, una quadreria, con quadri mal presentati, stipati, ed i capolavori confusi ad opere mediocri. La si sta ora riordinando.

Ritratto di giovane – Lorenzo Lotto. Accademia Carrara, Sala 14

La persistenza del costume e del pittoresco antico, o meglio la relativa lentezza della sua sparizione, sono proprie delle città di stampo clericale.

Anni `50 del XX secolo. Bergamo, ‘Pellegrina’ (Raccolta Domenico Lucchetti – proprietà Museo Storico di Bergamo)

Bergamo è democristiana, e con Vicenza e Trento una roccaforte del clero. Non si tratta però del clero innovatore e di tendenze riformiste che abbiamo incontrato a Brescia; la sua azione sociale, imperniata sulle cooperative, è regolata piuttosto su quella di Trento.

La processione del Corpus Domini, Bergamo alta

La poesia dell’azione religiosa oggi nasce di preferenza dagli ambienti impoetici; si direbbe che essa rifugga come disturbanti gli stimoli estetici ricchi, il colore devoto. A Brescia ho visitato padre Bevilacqua, teologo che ha deciso d’essere parroco dei poveri; a Bergamo non potevo visitare che il vescovo, nel suo vescovado che è come il cocuzzolo della città. Ed ho trovato un vescovo di quarantasette anni, così giovane e bruno, con lo zucchetto rosso sui capelli neri, da sembrare un prelato del Cinquecento, o uno di noi travestito. Pure, com’era vescovile questo giovane sacerdote! Parlava prudente, paterno, encomiastico, ornato, allargando le mani; quale diversità con il linguaggio crudo che avevo ascoltato a Brescia! Al suo posto qui risuonavano le belle frasi della letteratura edificante: «monsignor x, col suo bell’ottimismo»; «gli andammo incontro, aprendogli le braccia e il cuore».

Giochi sotto i portici del Palazzo della Ragione (Raccolta Lucchetti)

Sono arrivato troppo tardi per assistere alla grande disputa che si sfrenò a Bergamo interessando popolo, borghesi e curia. Fa il paio con un’altra che ho già narrato, sui cavalli del ponte di Verona, accusati d’inverecondia.
Narro quella di Bergamo come fu narrata a me, e chiedo scusa se incorro in inesattezza.

Da piazza Mercato del Fieno a S. Maria Maggiore

L’urna del gran Bartolomeo Colleoni è nella cappella che porta il suo nome. Vittorio Emanuele III (un uomo, come tutti sanno, preciso) volle che fosse aperta dopo la sua visita a Bergamo avvenuta anni fa; l’urna fu ritrovata vuota.

Molti anni più tardi, un monsignore bergamasco ravvisò il Colleoni in uno scheletro ritrovato da lui non già nella cappella, ma in Santa Maria Maggiore; sepolto con lo scheletro era il bastone del comando. Colleoni davvero? I più pensarono di sì, e spiegarono anche perché era stato sepolto fuori dell’urna. I fisiologi ritrovarono nello scheletro le caratteristiche fisiche del condottiero: alta statura (un metro e ottanta), gambe lunghe che denotavano l’abitudine del cavallo, braccia corte, niente ferite.

La prima fotografia a colori eseguita dopo la sensazionale scoperta delle spoglie di Bartolomeo Colleoni. Il capo del Condottiero non è più centrato sul suo cuscino ma è scivolato nell’angolo della cassa; la berretta capitanesca è a sghimbescio, il corpo non è ben diritto. Evidentemente si è spostato all’indietro durante la collocazione della cassa nell’arca maggiore. E’ visibile il bastone di comando sul fianco destro del Capitano, e la targa di piombo cadutagli sui piedi

Altri argomentarono invece contro l’identificazione. Affiorarono prima tutte le gelosie erudite e curiali, e poi, allargandosi la lite, tutte le inimicizie cittadine latenti; la città fu divisa in due partiti.

Coloro che credevano nel Colleoni accusano i suoi nemici di avere ucciso il Monsignore (che morì infatti poco dopo), non già col volgare omicidio, ma facendogli scoppiare il cuore con la violenza degli attacchi.
Penso quale pittore avrebbe potuto dipingere una zuffa di chierici e laici intorno ad uno scheletro: probabilmente, meglio di tutti, il Magnasco.

Via Arena nel 1954

I difetti e le infermità, per fortuna oggi quasi interamente scomparsi, delle vallate bergamasche, furono oggetto di dileggi, di lazzi e di caricature non soltanto nelle altre province della Lombardia, ma tra i bergamaschi stessi: il gozzo, la voce grossa, il dialetto aspro e incomprensibile.

Alberto Faino – Incontro di Gioppino e Meneghino (Da: “Buonumore bergamasco, Ed. Il Conventino, Bergamo)

«Scemo della Val Brembana», era un’espressione corrente fino ai tempi della mia infanzia, specialmente a Milano, che guardava quei montanari con una specie di alterigia metropolitana.

«Scemo» indicava un misto di tonto e di furbo, di gabbatore elementare e di gonzo, di buffoneria e di rozzezza; e la frequenza degli idioti, comune nel resto di quasi tutte le vallate alpine.

Ma il popolo bergamasco, artisticamente geniale, è portato ad umorizzarsi nelle sue stesse disgrazie e deformità. Il gozzo fu motivo di poesia vernacola ed ornamento d’una maschera bergamasca, Gioppino.

Gioppino in una preziosa cartolina dei primi del Novecento

 

La locandina del Sarzetti in Corsarola

Bergamo è una delle grandi patrie delle maschere popolari.
Il gusto per le maschere purtroppo si va estinguendo dovunque, ma esso persiste a Bergamo più vivo e più naturale che altrove, certamente più che nel Veneto. È mancato nel Veneto quell’ingrediente di rozzezza, di popolaresco vero, che è necessario a sostenerlo, e che rimane invece a Bergamo (o nell’Emilia).

Manifesto pubblicitario del 1890

La maschera nel Veneto, quasi sempre d’importazione, si è raffinata, ornata, è divenuta cosmopolita, è passata nel regno della letteratura, e di qui alla morte.
Certi spettacoli di maschere, che ricordo dalla mia infanzia, provenivano dalla cultura, anche se recitati in un teatrino simile a una legnaia che aveva per insegna un lumino ad olio.
Niente di strano dunque che siano spariti. A Bergamo non è così. Possiamo disputare se ad Arlecchino abbia collaborato più Bergamo, o più Venezia. Non voglio certo impelagarmi nella questione dell’origine di questa celebre maschera cosmopolita.

Pantalone e Arlecchino in Piazza Vecchia, da una stampa satirica del 1797

La mia impressione è che, nella forma attuale, essa nacque nel Bergamasco; Venezia si comportò come Milano, quando adottò il motto «scemo della Val Brembana».

Arlecchino tra Brighella e Goldoni, Affresco sec. XVIII di Marco Gozzi, già sulla Casa d’Industria in Città alta

Arlecchino probabilmente (e questa tesi è sostenuta anche a Bergamo) è il facchino del Bergamasco emigrato a Venezia, veduto con gli occhi di quella metropoli cosmopolita, colpita specialmente dal linguaggio ermetico del montanaro rozzo‐furbo.
Ad ogni modo Bergamo gli ha dato i natali, e due paesi di montagna, San Giovanni Bianco e Zogno, pretendono tutti e due di averlo visto nella culla. Onori che toccano solo alle maschere, o a poeti come Omero.

La maschera veramente locale è però Gioppino, con il manganello e tre gozzi, e i bergamaschi l’amano perciò di più. Gioppino non è servile; grossolano ma veritiero, plebeo ma difensore della giustizia, a differenza di Arlecchino, egli interviene ancora con il suo bastone nelle questioni che interessano il popolo.
Certo è una maschera più lombarda che veneta.

Una certa tendenza alla buffoneria sopravvive del resto nelle vallate bergamasche, tra i contadini in carne ed ossa.

Gioppino in una cartolina del 1901

Lasciando da parte le maschere vive, quelle di legno appaiono ancora abitualmente nei luoghi di ritrovo della provincia. Io stesso, entrato un giorno in un caffè di San Pellegrino Terme, vidi spuntare d’un tratto da un paravento un Gioppino gozzuto, accompagnato da sua moglie pure gozzuta, che diede il benvenuto alla compagnia.

La pasticceria di Luigi Milesi (Bigio), aperta nel 1934 sotto i portici Colleoni di San Pellegrino, dove il gestore diede alla luce i suoi celebri biscotti a mezzaluna e nel frattempo intraprense l’arte del burattinaio, arte che insegnerà anche al figlio Giuseppe (Bepi). Nell’immagine Bigio è ripreso in tivù con i suoi famosissimi burattini

La distinzione fra le maschere vive e quelle fissate nel legno non è poi ancora netta. Accade che un burattinaio geniale, per esempio Manzoni, ricavi maschere nuove da persone vere.

Enrico Manzoni, “principe dei burattini”, con uno dei tanti burattini usciti dal suo laboratorio

Ho visitato a Bergamo la sua bottega. Essa contiene un piccolo teatro, ora chiuso; Manzoni continua però a recitare nelle osterie dei dintorni. Vedevo, appese o ammucchiate su grandi tavole, le maschere tradizionali, Pantalone, Arlecchino, Brighella, Tartaglia, il Mago, la Strega; ma in mezzo ad esse altre che non riconoscevo. Si trattava di persone vere e divenute maschere in tempi recenti.

Brighella, Arlecchino e Gioppino, tre dei tanti burattini usciti dal laboratorio di Enrico Manzoni detto Rissolì, abilissimo e fantasioso intagliatore di teste

Per esempio: era tornato nella sua patria, Bergamo, certo cavalier Magri, arricchitosi con la seta in Persia. Passava il giorno nei caffè, in velenose maldicenze ed insinuazioni segrete; ma, tradito dalla grossa voce, era udito da tutti. Manzoni ritrattò la sua faccia in un burattino; con il nome di cavalier Grassi, il cavalier Magri entrò ancora vivo nel repertorio dei teatrini e delle osterie.

La baracca di Carlo Sarzetti sul colle della Maresana, davanti a un’osteria. L’autore dello scatto, effettuato subito dopo la Seconda guerra mondiale, è Diego Lucchetti, padre del noto fotografo e collezionista bergamasco Domenico. La baracca dei burattini fu per i bambini una vera e propria televisione (Archivio storico fotografico Domenico Lucchetti, Museo storico di Bergamo)

Pure vivente a Bergamo era il modello di un altro burattino, accoppiato al cavalier Grassi: un siciliano immigrato, un «terrone» che pretendeva d’essere bergamasco, e per provarlo parlava un dialetto spurio. Essere trasformati in maschere e burattini qui può accadere a tutti. Questo presuppone genio inventivo, umorismo, e insieme un fondo grosso, realistico; le mangiate, le bastonate, le parolacce, i lazzi, la caricatura pesante. E tale è appunto la mistura del Bergamasco, provincia artistica ma montanara, in cui l’influenza veneta è sempre tagliata di prosa, di praticità lombarde.

Bergamo,1960, baracca del Sarzetti. Fotografia realizzata presso la bottega del fabbro Raffaele Scuri (proprietà Museo Storico di Bergamo)

Perché Bergamo è Lombardia. Il suo sindaco è uno dei migliori d’Italia; ma solo un sindaco lombardo potrebbe presentare com’egli ha fatto con me un suo collaboratore così: «L’ingegnere x, che conduce valentemente la locomotiva del progresso stradale…».
Questo in Lombardia è lo stile dei buoni amministratori. Favorito com’è dalla situazione politica e dai costumi della gente, l’attivismo lombardo è qui abbastanza libero di farsi strada con i metodi amministrativi che gli sono più consanguinei.

L’apparecchio che unisce: famiglia Bergamasca riunita….davanti alla tivù. Dovrebbe trattarsi di un Philips, in vendita verso la metà degli anni Cinquanta (Archivio Storylab)

Bergamo nel dopoguerra non presentava certo difficoltà economiche e sociali minori di altre città ben più agitate. Poverissima la montagna; la pianura sotto la media delle altre plaghe di pianura lombarde, per scarsezza di irrigazione.

La forza di Bergamo è dunque soprattutto industriale, ed il suo contadino è quasi sempre anche operaio. Ma: in decadenza le già celebri industrie della seta e della lana; quella del cotone, in progresso, colta dalla nota crisi; in crisi l’Ilva a Lovere, come l’industria dei bottoni; in difficoltà le industrie meccaniche ed il commercio; trentamila disoccupati, le abitazioni insufficienti, l’emigrazione stagionale, già inadeguata in tempi di normalità economica, tanto più inadeguata in un periodo d’eccezione.

Giulio Zavaritt con la moglie Marta Guttinger e i figli: una delle famiglie di commercianti-imprenditori di origine grigionese che dopo la seconda metà del Settecento si stabiliscono definitivamente a Bergamo impiantano filande, attratte dalle nuove possibilità offerte dalla manifattura serica orobica e dal potenziale commerciale veneto e lombardo (a partire dalla seconda metà dell’Ottocento altri intraprendenti sviz­zeri arriveranno a Bergamo e vi impianteranno fiorenti industrie cotoniere)
Stabilimento bacologico G. Ambiveri – Seriate (Raccolta privata L. Angelini)

 

Il Cotonificio Bergamasco di Ponte Nossa nel 1901 (Raccolta privata L. Angelini)

 

Interno dell’Ilva di Lovere nel 1924

Due industrie poderose, la Dalmine e l’Italcementi; tuttavia la seconda, se ha qui la direzione e la sede legale e quattro stabilimenti modello, ha gli altri disseminati in Italia.

La Dalmine e la piscina comunale

 

Alzano Lombardo – Facciata laterale dell’Italcementi

Noi ospiti però riceviamo da Bergamo un’impressione di potenza, e perfino di floridezza. Il produttivismo lombardo svolge gradatamente i suoi piani a lunga scadenza.
Ha quasi distrutto le malattie tradizionali, tifo, pellagra, gozzo; combattuto la tubercolosi e le malattie mentali.

Abbiamo già accennato alle 13.000 nuove stanze d’alloggio. Ben amministrato, il turismo trae cinque miliardi all’anno da turisti per ora quasi tutti italiani (e dirò, di sfuggita, che il corso montano dell’Adda, tortuoso, scavato fra baratri, probabilmente ha suggerito a Leonardo da Vinci i suoi paesaggi meteorici).

Il ponte di Paderno sul fiume Adda (Raccolta privata L. Angelini)

Fra i diversi progetti che saranno eseguiti: un canale d’irrigazione tra l’Adda e l’Oglio, che feconderà la pianura; la strada, oggi mancante, che unirà il Bergamasco alla Valtellina, e sbloccherà il traffico delle valli.

Dintorni di Zogno. Si notino i quattro livelli: il fiume, la ferrovia, la ex statale in terra battuta, sopra il muro la strada veneta Priula

 

La strada provinciale della Valle Brembana in un’immagine più recente

Collegamenti più facili con Milano, a cui Bergamo è legata ben più di Brescia, soprattutto allargando l’autostrada; ed in generale il rinnovo di una rete stradale deficiente.

Il cantiere dell’autostrada di Bergamo negli anni Cinquanta

L’amministrazione fruisce della quiete politica. Il dominio democristiano è sicuro, perfino nel centro industriale di Dalmine alle porte della città. «Le nostre maestranze», mi ha detto un dirigente della Dalmine, «non vivono concentrate, ma sparse in 215 Comuni diversi, dove ritornano la sera. Perciò sono diluite in un ambiente moderato, e conservano le modeste usanze dei Comuni rurali».
È la regola del Bergamasco, provincia dove mancano le grandi concentrazioni operaie, industriale ma con mentalità contadina.

Aggiungo che le donne vi sono influenti. La donna con carattere ed occupazioni virili è tipica nel Bergamasco, più ancora che a Verona e a Brescia; è gestito da donne ben più di un terzo dei commerci.

Operaie dello stabilimento Honegger. Cartolina primi anni del ‘900. Un ruolo consolidato, quello delle donne bergamasche, nel mondo del lavoro

Il caso della Dalmine si cita spesso come prova che la demagogia non serve né il paese né quelli stessi che vorrebbe proteggere. Nel 1945 la Dalmine si «ridimensionò», per dirla col gergo di moda; ridusse a 5200 operai i 5900 di prima, licenziandone 700. Adesso la Dalmine è una delle nostre industrie più sane, esporta in 35 nazioni, sta all’avanguardia nella riduzione dei prezzi.
Senza entrare in particolari, dirò che i tubi non saldati e di grosso spessore prodotti dalla Dalmine arrivano a diametri che nessuno raggiunge, e nemmeno gli Stati Uniti.  I dipendenti sono sui 10.000.
Assicurano i dirigenti che l’industria avrebbe subito una crisi forse mortale, e perciò non avrebbe potuto impiegare tante persone, se le fosse stato impedito di alleggerirsi nel momento di magra. Dalmine fornisce argomenti in sostegno della nota tesi lombarda sui criteri economici (non demagogici) a cui si dovrebbe ricorrere nei periodi di crisi.

La fabbrica della Dalmine (Archivio Fondazione Dalmine)

In quanto alla Italcementi, con 21 stabilimenti (tra poco 23) sparsi in tutta l’Italia, produce circa metà del cemento italiano, ed è fondamentale per lo sviluppo del paese; il metano dovrebbe aumentare la produzione e farne abbassare i costi, esentandola dalla servitù al combustibile straniero.

In essa l’opinione pubblica ravvisa uno dei nostri grandi potentati industriali con riflessi politici. Ho chiesto perciò d’incontrare Carlo Pesenti, il presidente. Pesenti è uno dei bersagli favoriti della polemica. Si vede in lui uno dei più duri esponenti di quella che è chiamata, con una definizione abbastanza confusa, «confindustria di destra»; lo si accusa di stabilire, con altri cementerie meno importanti, il monopolio del cemento in Italia, di regolare i prezzi a suo piacimento, di gestire la sua società nel segreto e senza pubblico controllo, di fare violenza allo Stato, oppure di manovrare sott’acqua la burocrazia compiacente; di rappresentare insomma quel «sovversivismo di destra» che andrebbe contro gli interessi della nazione.

Certo chi voglia il sinistrismo, o rosso o liberale, non lo cerchi da queste parti.

Pesenti definisce un’assurdità giornalistica l’accusa che la Italcementi detenga il monopolio della produzione; attribuisce invece molti inconvenienti agli errori di Governi leggeri di fronte alle leggi economiche; quando il Governo, per esempio, paralizzò l’esportazione, e addirittura vietò l’esportazione del cemento, molto bene avviata, argomentando che il prodotto era necessario da noi. Fidarsi unicamente del mercato interno, secondo Pesenti, è avventato.

Colgo un paio d’idee dalla sua conversazione, una sui cementi e l’altra su questioni più generali, che mi sembrano importanti o tipiche.
L’industria cementiera, a suo parere, è legata da noi piuttosto alla costruzione di strade (e di ponti, argini, dighe), che non alla costruzione di case. L’edilizia rimane secondaria, anche perché un suo enorme ampliamento non si avrà per mancanza di operai specializzati; sostenere e scrivere altro, come fanno altri di sinistra e di destra, gli sembra demagogico.

Autostrada del Sole – Apertura al traffico della transappenninica, 3/12/1960 (Archivio fotografico Autostrade per l’Italia). L’autostrada fu completata nel 1964

I sindacati paralizzano l’economia con una bardatura troppo pesante. Essi hanno creato una casta di privilegiati al lavoro, che sbarrano la strada agli altri, provocando ristagno, malessere, disoccupazione. Impediscono inoltre lo spostamento d’uomini nella penisola in conformità al bisogno. L’indice degli spostamento, che in America è del 51 per cento, in Italia è del 2 per cento; la bardatura sindacale fa sì che ciascuno, temendo di non ritrovare lavoro, rimanga aggrappato al suo posto.
Questa circolazione difficoltosa è un’altra causa di ristagno, disoccupazione.

Parole nette, idee taglienti: l’urto di mentalità e di scopi tra alcuni gruppi industriali e i Governi del dopoguerra (che tende sempre più a configurarsi in una vera e propria lotta per il potere) è quasi illustrato fisicamente da quest’uomo giovane, bruno, con la testa rotonda e la calvizie nitida che spesso segnano in Italia gli uomini volitivi.

Con lui chiudo la serie dei brevi ritratti, raccolti in questo viaggio, di capi d’industria lombardi e delle loro idee, e insieme mi congedo dalla Lombardia per passare in Piemonte”.

Il brano:

Guido Piovene (1907‐1974). Da “Viaggio in Italia”, edito da Baldini e Castoldi.

Nota

Le immagini sono liberamente scelte dal webmaster.

La leggenda di S. Giuliano ospitaliero negli affreschi della Casa Pesenti

Casa Pesenti vista dalle Mura di S. Giacomo (Foto L. Amati)

“Fiorite da un innato sentimento estetico, il Cinquecento vide sorgere in Bergamo numerose abitazioni, nella costruzione delle quali i nostri padri profusero tesori, affinchè i nipoti fossero maggiormente radicati al suolo di nascita per virtù e in forza della bella casa, della avita amatissima casa, entro cui le generazioni dovevano succedersi a cuocere il loro pane e a riscaldarsi il loro cuore.
Una di queste – da circa vent’anni di proprietà della famiglia Pesenti di Alzano – completamente negletta per un lungo periodo di tempo ed ora, in seguito ad un lavoro paziente e giudizioso di ricostruzione e di adattamento, diretto dall’ing. Corrado Rossi di Milano, convenientemente ripristinata dall’attuale proprietario comm. Antonio Pesenti – richiama la nostra particolare attenzione per quell’affetto onde fra noi si circonda e si consacra tutto quanto ricorda tradizioni storiche ed artistiche bergamasche”.
E’ quanto scrive Angelo Pinetti nell’introduzione di un articolo apparso nel 1923 sulla Rivista di Bergamo, dedicato al ciclo d’affreschi rappresentanti episodi della vita di S. Giuliano ospitaliero, appartenente alla decorazione primitiva del palazzo posto al civico numero 7 di via Porta Dipinta, attribuito ad un artista ignoto, “che fiorì in Bergamo sulla prima metà del sec. XVI, alla cui formazione contribuì evidentemente in modo notevole la scuola del Lotto”.
Gli affreschi erano, in origine, collocati in un salone al primo piano, dove furono successivamente intramezzati da tavolati che, procurarandone il parziale deterioramento, indussero il nuovo proprietario al loro distacco e ad una nuova collocazione sotto il portico d’ingresso, dove poterono rivivere quasi nel loro primitivo splendore.

L’incuria e il lavorìo del tempo hanno purtroppo danneggiato irreparabilmente l’episodio più importante della narrazione – quella relativa alla tragica uccisione del padre e della madre – andata interamente perduta.

§§§

L’ingresso del palazzo accoglie il visitatore con le colonne d’un portico “tutto leggiadrìa e snellezza, dai capitelli lavorati con la minuta diligentissima cura con cui un orafo fregia un suo oggetto di oreficeria”.

Casa Pesenti: il portico d’ingresso (Foto L. Amati)

“Lungo la parete a destra corrono episodi affrescati che illustrano vecchie leggende; nel cortile alle antiche eleganze più squisite si disposano in una bifora marmorea e in un portale istoriato di rilievi ornamentali altre grazie cinquecentesche d’imitazione recente. E penetrando nelle sale, affacciandosi verso le mura di S. Giacomo, dalla magnifica trifora veneziana bellamente ripristinata liberandola dalla cortina di muratura che del tutto la occultava, scendendo nel piano sotterraneo, motivi architettonici rari e composti avvivano tutte le parti della costruzione con una varietà felice che il restauro odierno ha saputo fondere sapientemente, risolvendo problemi statici e problemi di luce, per creare un insieme elegante e sereno, tutto compreso di facile snellezza, senza sforzo di concepire, dove nulla è scenografico e tutto appare armonico e profondamente intimo.

Casa Pesenti: Portale nel cortile d’ingresso (Foto L. Amati)

 

Casa Pesenti: Portale nel cortile d’ingresso (particolare) – (Foto L. Amati)

Dopo le manomissioni e le illogiche trasformazioni con cui il palazzo soggiacque attraverso parecchi secoli, alcune parti consunte e cadenti ed altre deformate, storpiate e confuse nella loro struttura originaria dovettero necessariamente esser rifatte; e più non conservano perciò le antiche decorazioni, né la purezza onde avevale originariamente improntate il costruttore.
Ma le linee primitive si rivelano dovunque; come pure da elementi sparsi e da resti di pitture murali hanno potuto trarre profitto gli artisti Fasciotti e Taragni per intonare il rinnovamento pittorico dell’edificio al suo carattere iniziale.

La costruzione del palazzo si deve all’architetto Morgando, artista evidentemente attratto dalla classica compostezza veneziano-bramantesca, il quale solo da più fortunate ricerche d’archivio potrà in avvenire esser tolto da un immeritato oblìo.

Egli lo eresse nel 1529 per incarico del nobile giureconsulto Giampietro Da Ponte, come ce ne rende sicura testimonianza una lapide murata nel pilastro centrale sotterraneo, sorreggente l’impluvio superiore e impostato sopra avanzi dell’antica cerchia cittadina delle mura romane.
L’epigrafe che ivi si legge attesta che:

CURA.   ET.   AERE
IO.   PETRI.  PONTANI.  JURIS.  CONS.
MORGANDUS
OPERA.  PERPETUA
STRUXIT.   AN.  MDXXVIIII.

Avanzi di Mura Romane su cui è impostato il sotterraneo di Casa Pesenti (Foto L. Amati)

Il nome del committente non è nuovo nei documenti bergamaschi. Giampietro Da Ponte vi appare più volte come membro della Bina degli Anziani e del Consiglio Maggiore della città; come ministro del Consorzio della Misericordia e come incaricato di uffici diversi (1).
Imparentato con famiglie ragguardevolissime aveva preso in moglie, il 5 luglio del 1523, Alba figlia del conte Davide Brembati; e in seguito diede in isposa (giugno, 1539) la propria figlia Paola al Magnifico d. Bartolomeo Martinengo-Colleoni (2) appartenente al ramo bresciano dela gloriosa discendenza di Bartolomeo Colleoni.
Da quel matrimonio nacque nel 1548 Francesco Martinengo-Colleoni che fu la maggiore illustrazione di questa famiglia e uno fra i più eminenti personaggi del suo tempo.

Fra i beni dell’eredità del nobile Giampietro Da Ponte pervenuti ai figli del conte Bartolomeo Martinengo-Colleoni e di Paola da Ponte, la casa di via Porta Dipinta toccò a Francesco.

Una delle sale di Casa Pesenti (Foto L. Amati)

Questi – salito rapidamente ai più alti gradi della gerarchia militare, successivamente cavaliere dell’Annunziata, colonnello di Emanuele Filiberto, generale di Carlo Emanuele I di Savoia, governatore del Piemonte, ambasciatore a Roma e quindi al servizio della Repubblica veneta – è una salda figura che emerge in primo piano sui fortunosi avvenimenti della seconda metà del secolo XVI.
Dopo aver goduto la fiducia dei Principi più illustri, ed aver partecipato alle imprese guerresche ed alle negoziazioni politiche più difficili delle maggiori potenze d’Europa, alternò la sua dimora fra il Castello di Cavernago, da lui innalzato, ex-novo, e questa casa di via Porta Dipinta, dove moriva nell’età di sessantaquattro anni il 3 febbraio 1621 (3).

Non conosciamo a quali vicende di trapassi fu soggetta la proprietà di questo stabile fino al 1803, anno in cui l’allora proprietario nob. Filippo Marenzi la cedette con atto 12 settembre al conte G. B. Pesenti, cui appartiene sino al 7 giugno 1845, quando la contessa Marianna Pesenti moglie del conte Paolo Agliardi l’ebbe a vendere per 51.000 lire milanesi al nob. Antonio Pezzoli.
Fu infine dei signori Ronzoni, ultimi proprietari prima dell’attuale.

Una delle camere di Casa Pesenti (Foto L. Amati)

Il palazzo non era stato subito finito del tutto all’epoca della sua costruzione; la facciata che non è coeva all’interno di esso, ma posteriore di almeno mezzo secolo, presenta un’impronta non priva di eleganza che la fa assegnare alla fine del Cinquecento o al principio del secolo seguente.
Ma alla decorazione primitiva appartiene di certo il ciclo d’affreschi, rappresentanti fatti della vita di S. Giuliano ospitaliero, che trovavansi in un salone al primo piano, successivamente intramezzato da tavolati che procurarono la rovina di alcuni di essi.

Stampa popolare senese (1544) della Leggenda di S. Giuliano

Pur troppo il tempo non eccessivamente crudele per cinque di quelle storie, non ha rispettato la più importante della narrazione – quella della tragica uccisione del padre e della madre – andata interamente perduta quando il nuovo proprietario provvide, per salvarle, al loro distacco e a collocarle sotto il portico d’ingresso, dove oggi rivivono quasi nel loro primiero splendore.
Queste pitture si rivelano al primo esame come il frutto d’un artista, che fiorì in Bergamo sulla prima metà del sec. XVI, alla cui formazione contribuì evidentemente in modo notevole la scuola del Lotto.

Sarebbe vana fatica il perderci ad indagare il nome del pittore, cui dobbiamo questo complesso notevole di affreschi; ma, lasciando da parte l’arduo problema dell’identificazione del loro autore, con più piacevole curiosità siamo riusciti a risolvere quello dell’identificazione del loro soggetto.

§§§

Per ben comprendere queste storie dipinte dall’ignoto artista cinquecentesco è prima necessario di stabilire nelle sue linee fondamentali l’argomento leggendario del racconto che nel medioevo, attraverso le varie trasformazioni subite secondo i gusti e i capricci eruditi di vari scrittori, venne via via arricchendosi di particolari e sviluppandosi nelle diverse parti, senza che per altro fosse intaccato o snaturato il fondo della leggenda; precisamente come lo smilzo torrentello va ingrossando a mano a mano che si dilunga dalla sua sorgente e accoglie in sé nuove acque e nuova possanza fino a diventare nell’ampiezza del suo alveo un grande e maestoso fiume.
Narra dunque la leggenda, la quale sembra che rievochi a distanza di secoli tutta la tragica terribilità dell’ineluttabile fato Edipodeo, come Giuliano, nobile cavaliere e cacciatore, si sentì ripetere giovinetto la tremenda profezia – secondo una tradizione da un saggio astrologo, secondo un’altra da una cerva inseguita in caccia e rivoltasi d’improvviso a rivelargli il suo triste destino – che egli sarebbe stato uccisore del padre e della madre.

Per isfuggire al fato che incombeva su di lui, Giuliano partitosi segretamente dalla patria e da’ suoi se n’andò in lontane regioni al seguito d’un principe che lo rimeritò de’ servigi fedelmente prestati sia in guerra, sia in corte, col dargli in feudo un castello, e una vedova castellana in isposa.

Frattanto i genitori di lui, gravemente addolorati della partenza del figlio, l’andavano ansiosamente ricercando in ogni luogo, errabondi per le più opposte parti della terra.

Capitati un giorno pellegrini al Castello di Giuliano mentre questi trovavasi fuori a caccia, e confidatisi colla moglie di lui, esponendole i casi occorsi a loro e al loro figliolo, essa, che pure dal marito più volte aveva appreso un simile racconto, ne riconobbe nei due ospiti i genitori che accolse benignamente e pose a dormire nel letto matrimoniale, intanto che andava alla chiesa a pregare Iddio.

Giuliano, tornatosene a casa nottetempo e trovato il talamo, com’ei sospettoso credette, malamente occupato, compiè ignaro orrenda strage de’ suoi genitori.

Sopraggiunta poco dopo la sua donna a farlo persuaso del duplice delitto commesso, Giuliano vedendo oramai in sé avverato il luttuoso vaticinio gravante su di lui dalla prima giovinezza e al quale invano aveva cercato di sottrarsi, si ritirò con la moglie in un’isola d’un gran fiume, dove molti viaggiatori erano stati travolti dalle onde ed avevano corso pericolo di vita, e vi eresse un grande ospitale per albergo e rifugio di tutti i poveri che là capitassero.
Dopo molto tempo Dio in visione gli manifestò chiaramente come avesse accettato la sua penitenza e Giuliano pieno di bone opere si riposò nel Signore.

§§§

La letteratura di questa leggenda, che ebbe larga diffusione del medio evo, risale tutta, come a prima e principal fonte, alla Legenda Aureadi Jacopo da Varagio, o de Voragine, morto arcivescovo di Genova nel 1298, all’età di 96 anni, che in quella sua vasta opera raccolse le innumerevoli leggende religiose del tempo.

Di là attinsero Vincenzo Bellovacense, Pietro de Natal, S. Antonino e il Bollando per le loro vite de’ santi; e di là trassero ispirazione i poeti popolari e i pittori che divulgarono coi versi e coi dipinti le scene della vita di S. Giuliano.

Ne fece una versione in volgare Nicolao Manerbi che, stampata per la prima volta a Venezia nel 1475 da Nicolò Jenson, ebbe tra il cadere del quattrocento ed il principio del secolo XVI l’onore di oltre 20 diverse e magnifiche edizioni, alcune delle quali – come ad esempio il Legendario, impresso per le stampe in Venezia nel 1505 e nel 1518 dai fratelli Nicola e Domenico del Gesù, così chiamati dall’insegna della loro bottega – sono accompagnate ed illustrate da numerose xilografie, belle manifestazioni artistiche di quel largo soffio di vita che animava nel Rinascimento anche la più umile produzone popolare (4).

Una così svariata leggenda piena di emotività doveva naturalmente diventare popolarissima fra i pittori, sicchè troviamo che assai presto ed efficacemente eccitò la loro fantasia.

Fra gli affreschi trecenteschi che in antico attenuarono la cupa severità delle volte e delle pareti di pietra nel duomo di Trento di fianco all’altar maggiore, l’unico che si possa ancora godere è costituito da una lunga fascia con la romantica leggenda di S. Giuliano, la quale anziché esser riassunta, come per lo più usavasi, nella sola scena della catastrofe, si svolge con bella minuzia di racconto.

Trento: Cattedrale – Storie di S. Giuliano (Affresco del XIV secolo). Il Santo abbandona la madre – Entra col diavolo nella città – Sposa la principessa (Foto Alinari)

 

Trento: Cattedrale – Storie di S. Giuliano (Affresco del XIV secolo).Il diavolo insinua la gelosia al Santo – L’arrivo dei pellegrini, e il doppio parricidio (Foto Alinari)

A Castiglione Fiorentino in una predella che Bartolomeo della Gatta dipinse nel 1486 per una pala della vecchia Pieve, rappresentante la Madonna e i SS. Giuliano e Michele, si osservano quattro strorie della vita di S. Giuliano (L’oroscopo di un saggio astrologo sul destino del Santo – L’uccisione del padre e della madre – La moglie che sopraggiunta constata il doppio parricidio commesso dal marito – S. Giuliano che accoglie sulla soglia del suo ospizio i pellegrini) animate di semplice naturalezza e di vivacissimo brio.

Castiglione Fiorentino: Sagrestia della Collegiata – Bart. Della Gatta: Predella della Tavola di S. Giuliano. (L’oroscopo d’un saggio astrologo sul destino del Santo) – (Foto I. I. D’Arti Grafiche)

 

Castiglione Fiorentino: Sagrestia della Collegiata – Bart. Della Gatta: Predella della Tavola di S. Giuliano. (S. Giuliano accoglie sulla soglia del suo ospizio i pellegrini) – (Foto I. I. D’Arti Grafiche)

Se ambedue queste illustrazioni pittoriche sembrano attingere nel complesso al racconto di Jacopo da Voragine, sebbene la diversa rivelazione fatta al giovane della cruda sorte che l’attende lasci intravvedere anche altre fonti agiografiche, gli affreschi di casa Pesenti invece derivano senza dubbio dall’unica fonte della Legenda Aurea.
Ma in essi l’ignoto artista cinquecentesco ha insieme la forza di avvivare il vecchio e arido racconto tradizionale con elementi narrativi nuovi in cui si sente il soffio della Rinascita, il gusto pittorico e l’istinto dell’arte e del lusso propri di quell’età.
Facciamone un esame un po’ minuto.

§§§

La prima storia – contenuta come tutte le altre entro riquadri a marmore ficto – ci conduce all’aria aperta, ad una di quelle grandi scene di cacce che furono il sontuoso passatempo delle Corti principesche della Rinascenza, loro preferito e dilettevole trattenimento ed insieme esercizio, scuola e simulacro di guerra.
Assistiamo allo svolgimento su sfondo collinoso di una partita di caccia, cui partecipa passionatamente il nobile giovinetto Giuliano.
A suon di trombette e di corni, i montieri (cacciatori di montagna) scovano dai boschi le fiere che si vedono fuggire inseguite da mastini, levrieri, molossi, bracchi e segugi.

A sinistra due uomini procedono carichi della gran preda fatta, mentre a destra una cerva dalle corna ramose, spinta al largo è assalita da un esercito di cani che la trattengono fino all’arrivo dei cacciatori.

Prima Storia della Vita di S. Giuliano: LA CACCIA (Bergamo, Palazzo Comm. Pesenti) – (Foto L. Amati)

Prosegue la caccia anche nel secondo scompartimento.

Giuliano pieno d’ardore insegue colle sue saette la. bianca cerva che, in conformità della versione di Jacopo da Voragine, rivoltandosi improvvisamente verso di lui, gli annunzia che egli avrebbe ucciso il padre e la madre.

La scena si svolge fra alberi fronzuti; in lonananza spicca sul margine d’una riviera una città turrita.

Seconda Storia della Vita di S. Giuliano: IL VATICINIO (Bergamo, Palazzo Comm. Pesenti) – (Foto L. Amati)

Il terzo riquadro ci rappresenta la partenza di Giuliano dal castello avito per sottrrsi al fatale destino che grava sopra di lui.

Sulle acque dello specchio marino che stendesi attorno alla città si cullano diversi grandi vascelli, sopra uno dei quali sta per imbarcarsi il giovane, portato da spirito avventuroso, cui si accompagna un moisterioso personaggio, forse il diavolo che lo sta spingendo verso la sua rovina.

Lo sfondo con porticati ed edifici di bella architettura fa rivivere sotto i nostri occhi meravigliosamente dipinto un paesaggio veneziano del cinquecento.

Terza Storia della Vita di S. Giuliano: LA PARTENZA DALLA CITTA’ NATIVA (Bergamo, Palazzo Comm. Pesenti) – (Foto L. Amati)

Il quarto affresco ci riconduce all’aria aperta fra boschi e colline, teatro delle cacce a cui Giuliano si dedica interamente, anche dopo che è divenuto sposo della vedova castellana datagli in moglie dal suo Principe.

Egli sta riposando all’ombra d’un albero, circondato dai fedeli cani e dalla abbondante selvaggina di cui ha fatto strage.

Ma il demonio, sotto le spoglie d’un compagno di caccia, mentre s’intrattiene con alcune donne capitate ad una fontana, gli insinua nel cuore una fatale gelosia verso la sposa, la quale frattanto accoglie ed ospita nel castello e pone a dormire nel letto matrimoniale i genitori di Giuliano, capitati colà per ricercare il figlio.

Quarta Storia della Vita di S. Giuliano: L’INSINUAZIONE DELLA GELOSIA (Bergamo, Palazzo Comm. Pesenti) – (Foto L. Amati)

La scena culminante di questo ciclo pittorico – quella della catastrofe, della tragica uccisione dei propri genitori fatta da Giuliano quando tornato nottetempo sospettoso al tetto coniugale crede di trovare il talamo malamente occupato – come già dissi, è andata perduta. Un muro divisorio del salone originario in cui erano stati dipinti gli affreschi, la rovinò talmente che non fu possibile conservarla nel distacco.

Nell’ultima storia campeggia l’isola solitaria e deserta, circondata dai gorghi pericolosi dove sono periti tanti viandanti.

Là Giuliano, ritiratosi a penitenza, accoglie nel suo ospizio i naufraghi che aiuta a scampare dai flutti infidi, sinchè giunge il giorno in cui gli appare a confortarlo una visione con l’annunzio del prossimo gaudio che in cielo l’attende.

Sesta Scena della Vita di S. Giuliano: L’OSPIZIO NELL’ISOLA SOLITARIA (Bergamo, Palazzo Comm. Pesenti) – (Foto L. Amati)

Così con libertà di svolgimento e di esecuzione l’ignoto pittore cinquecentesco ha abbellito della sua facile, piacevole e colorita vena narrativa il soggetto leggendario che artisti a lui anteriori avevano riprodotto entro più ristretti limiti tradiziopnali di composizione.

Interessano l’osservatore la giocondità pittoresca delle scene, l’accento vivace degli episodi, l’ampiezza dei paesaggi in cui pare rivivano i tempi e i luoghi dell’artista”.

Note

(1) Cfr. in Civ. Biblioteca: ms Azioni del M. Consiglio, e Terminazioni del Consorzio della Misericordia, passim agli anni 1520-40.
(2) Cfr. Cronaca di MARCO BERETTA: ms. in Civ. Bibl.
(3) G. M. BONOMI: Il Castello di Cavernago, pag. 303.
(4) Tutte le edizioni del Legendario di Jacopo da Voragine illustrate da xilografie sono minutamente registrate e descritte nell’opera del PRINCE D’ESSLING: Les livres a figures vénetiens etc. Florence-Paris, 1908. Tom. II, Part. I, pag. 124 e segg. Uno spendido esemplare dell’edzione del 1505 di Nicola e Domenico del Gesù conservasi nella nostra Civica Biblioteca.

Fonte

Il testo è estratto dalla “Rivista di Bergamo” – Anno II – Num. 16 – Aprile 1923.