La Bergamo degli anni Cinquanta e il reportage di Guido Piovene: un viaggio nel viaggio

Tra il 1870 e il 1960 Bergamo conosce gli anni del suo profondo cambiamento; la nuova immagine della città è suggellata dalla costruzione del centro piacentiniano (progettato prima della grande guerra e terminato nel periodo posto tra i due conflitti mondiali), con il quale il centro cittadino accoglie i principali istituti di credito, caricandosi sempre più anche di significati politici: la Torre dei Caduti diventa il baricentro di tutte le manifestazioni sia durante il fascismo sia nel periodo seguente; la costruzione del Palazzo delle Poste è invece terminata nel 1932, gli uffici governativi di Largo Belotti nel 1937, mentre è del 1940 la Casa del Littorio, con la sua piazza imperiale. Il Teatro Donizetti, ripulito dalle costruzioni adiacenti ormai fatiscenti, acquisisce una centralità spaziale e culturale inedita e sempre più distinta dai nuovi teatri adibiti all’avanspettacolo. Viene nel contempo ridisegnata la passeggiata sul Sentierone, luogo di svago, con i due principali bar della città: Balzer e Nazionale

Nel maggio del 1953 Guido Piovene (1907-1974), scrittore di rango e corrispondente dall’estero, intraprende un viaggio in Italia che lo terrà impegnato per tre anni buoni.

Notturno in via XX Settembre alla fine degli anni Cinquanta. Si noti l’automobilina  in primo piano, “Iso Isetta, strana vetturetta a tre ruote (versione iniziale) che ebbe un discreto successo negli anni 50. Dapprima prodotta in Italia dalla ISO di Bresso (fino al 1955) fu poi costruita dalla BMW fino al 1962. La ISO, fu fondata a Bolzaneto (GE) nel 1939, ma nel 1942 si trasferì a Bresso (MI). E’ stata l’automobile con motore monocilindrico più venduta di tutti i tempi (161 728 unità vendute). Non riesco a capire dalla foto se l’auto inquadrata è quella Italiana o della BMW. Nel secondo caso le ruote in effetti sono 4, con le posteriori ravvicinatissime” (Adriano Rosa – Archivio Storylab)

Animato da uno spirito che ricorda i grandi viaggiatori dell’Ottocento e deciso a scandagliarla palmo a palmo, parte da Bolzano fino a raggiungere anche le lande  più dimenticate,   andando piano e fermandosi spesso, intenzionato a conoscere a fondo ogni luogo, respirandone l’aria e parlando con la gente.

Un vigile poco indaffarato in una via Frizzoni estiva e semideserta

 

All’incrocio tra via Camozzi e via Borgo Palazzo, negli anni Cinquanta

Con questo spirito “passeggiò per le piazze fisiche e metafisiche, sostò nei caffè, scrutò nelle sagrestie, curiosò nei palazzi del potere, entrò nelle case e scoprì l’Italia”, come  in una precedente inchiesta aveva scoperto l’America.

Anni Cinquanta: tra via Suardi e via Codussi, nell’area precedentemente occupata dal Campo di Marte, sorge un nuovo ed elegante quartiere residenziale

 

Angolo tra via Palma il Vecchio e via Coghetti

Da questa impresa senza precedenti scaturisce un grande ed inedito affresco che ben lungi dal cadere in ogni accomodante semplificazione da cartolina ci restituisce un documento “scrupoloso come un censimento, fedele come una fotografia e circostanziato come un atto d’accusa”; un reportage nel quale è descritta, con garbo e disicanto, l’Italia degli anni Cinquanta: un Paese appena uscito dalla guerra, che vede l’alba del miracolo economico e la cui identità si stempera in una miriade “ibridazioni culturali”, tanto da indurlo ad annotare che, dopo ogni tappa, “la situazione mi cambia alle spalle”.

Borgo Palazzo, 1954

 

Piazza Sant”Anna (Borgo Palazzo), 1954

Come ogni grande intellettuale Piovene registra, con grande anticipo, le correnti che nel presente si agitano sotto la superficie e ci restituisce un resoconto, meraviglioso e incredibilmente attuale, che a distanza di oltre sessant’anni resta un fondamentale documento antropologico, capace di far emergere il carattere immutabile del Paese – “quello che resiste alle mode e ai rovesci della storia” -,  lasciando intuire dove porterà la sua proiezione nel futuro.

Via Previtali

 

Via Paleocapa, 1953

E nutre il suo racconto di descrizioni talmente raffinate e suggestive che gli enti del turismo di mezza penisola ne faranno man bassa.

Via San Bernardino

 

Via San Tomaso de’ Calvi, 1959

Registra ed annota il decadere delle virtù e, tra queste, “una certa gentilezza di poveri…della quale è difficile ritrovare traccia”; sottolinea il problema di crescita, un problema ancora attuale, “come se questo paese continuasse a dibattersi tra le spire dell’età ingrata, di una perenne adolescenza”.

Via Quarenghi, 1954

 

Via San Lazzaro, 1954

Le nuove riflessioni scaturite da Piovene sono tali da spingere Montanelli a proporre il testo fra i classici da rendere “obbligatori nelle scuole”.

Tra le vie di Bergamo nel 1954

 

Largo Rezzara, 1954

Il brano esordisce con i lavori compiuti per il piano di risanamento di Città Alta,  per poi concludersi con una intervista a Carlo Pesenti, presidente dell’Italcementi.

Largo Porta Nuova negli anni Cinquanta. Gli spazi fisici sono mutati, diversi sono gli abbigliamenti, le automobili hanno ormai sostituito i carretti; i filobus, con i cavi a mezz’aria, e poco dopo  gli autobus bicolori, soppiantano i tram;  in mezzo alla piazza un vigile urbano regola il traffico dal suo podio. Si notino le facciate degli edifici non ancora restaurate (l’immagine è tratta dall’Archivio Storylab) 

 

“Un giro per Bergamo alta con l’architetto Luigi Angelini, che lavora alla sua conservazione con l’opera e con gli scritti.

Veduta aerea di Bergamo Alta… l’espansione “moderna” della città bassa.

Molte di queste vecchie case, dichiarate oggi inabitabili, devono essere demolite. «Bisogna risanare», mi dice l’architetto, «la città alta con pazienza, astenendosi dai grossolani piani d’insieme. Proprio un lavoro di cesello, casa per casa, svuotando e rifacendo all’interno quelle che possono salvarsi, sostituendo le abbattute non già con nuove case, ma con piazzette, e portando perciò gli sfollati in Bergamo bassa».

Come appariva nel 1930 l’area dell’attuale piazza Angelini, qui vista da via Mario Lupo, prima delle demolizioni previste dal piano di Risanamento redatto su progetto di Luigi Angelini e divenuto attuativo nel 1937.  Il piano, redatto allo scopo di rivitalizzare Città alta e riportare il centro storico alle pregevoli condizioni dei secoli precedenti, viene ripreso nel 1946 e, secondo criteri di massima, portato a termine nei primi anni Sessanta

 

La nuova loggia del mercato ripresa da piazza Pendezza (poi Piazza Angelini), realizzata nel 1942 per creare un’area di raccordo in seguito alle massicce demolizioni che obliteravano la zona

Sono parole simili a quelle che ho udito a Venezia; si ripete qui in piccolo, e per fortuna in maniera meno drammatica, la medesima situazione.
La soluzione giusta, che è indicata dall’architetto, incontra ostacoli minori, anche perché qui a Bergamo vita moderna e vecchie case non sono abbarbicate insieme.

Largo Belotti (Foto Wells). Le “due città” a confronto

La vita moderna, grandi negozi, uffici, poteri pubblici, è discesa a Bergamo bassa;

Largo Belotti: l’edificio della Cariplo in costruzione, 1957

 

Largo Belotti: l’edificio della Cariplo ormai ultimato, tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta

quella alta ospita negozi più piccoli, botteghe d’artigiani, popolino, turisti, famiglie aristocratiche nei loro palazzi, e il vescovo sulla cima.

Dalla loggia della sede vescovile (Raccolta Lucchetti)

 

Il fruttivendolo Cassotti, in Piazza Mercato delle Scarpe

 

Il Sig. Fracassetti nel suo negozio di via Gombito

 

Mimmo

 

Borgo Canale nel 1959

Deturparne il carattere sarebbe dunque senza scusa.

Al Congresso Internazionale di Architettura Moderna (CIAM) tenutosi a Bergamo nel 1949, riferendosi a Città alta Le Corbusier pronunciò una frase profetica: “Qui niente macchine. Qui la splendida città senza ruote. Quando entro da un amico lascio il mio ombrello alla porta; I visitatori della vecchia Bergamo possono benissimo lasciare le loro ruote alla porta. (Rettifica: non ho più un ombrello da più di quarant’anni)”

Purtroppo lottiamo in Italia non solamente contro alcune necessità, vere e presunte; ma contro il modernismo rozzo, il gusto della distruzione, la volgarità presuntuosa e volontaria.

Uno scorcio di Piazza Vecchia negli anni Cinquanta

Vi è chi distrugge il bello per sentirsi meglio e per mettere il mondo in armonia con se medesimo; ognuno ritrova la pace della coscienza come può.

Anni `50 del XX secolo. Bergamo, la Rotonda dei Mille con il Teatro Duse (proprietà Museo Storico di Bergamo). Il teatro venne demolito nel 1968, per essere sostituito dall’attuale edificio di architettura “Brutalista”, opera tra gli altri dell’architetto Zenoni

Certo la discesa di gente sfollata da Bergamo alta è un grattacapo di più per l’amministrazione del Comune.

La Città di Bergamo all’inizio del XX secolo – Carta dell’Ing. Roberto Fuzier. Mentre Città alta ha perso da tempo tutte le proprie funzioni pubbliche ed è divenuta un quartiere popolare sospeso tra la magia dell’arte e il degrado, Città bassa è divenuta il nuovo centro cittadino. Abolita la cinta daziaria, si sviluppano nuove strade: il viale Ferdinandeo (1838-1840) che da Porta Nuova sale ad allacciarsi alla Porta di S. Agostino e l’ampio rettilineo che da Porta Nuova si dirige a sud-est al Piazzale della Stazione Ferroviaria eretta col primo tronco (1853-1857) del tratto Bergamo-Coccaglio in allacciamento alla Milano – Brescia. Si scorge anche il tracciato della ferrovia secondaria di Valle Seriana costruita nel 1884-85. Nuove strade si delineano nell’urbanistica cittadina; la via Angelo Mai con le prime case popolari, via Gallicciolli, via Palma il Vecchio, via Guglielmo d’Alzano, via Noli, i tracciati di via Paleocapa e di via Martinengo Colleoni. Sorge il nuovo Manicomio Provinciale verso il 1890: si innalzano i gruppi edilizi di via Torquato Tasso, di via Pitentino e i nuclei abitati di zone fuori delle Porte di Cologno, Osio, Broseta, S. Bernardino eretti dal 1860 al 1900. Il Comune abbraccia nel suburbia solo le frazioni di Castagneta, Longuelo, Campagnola, Boccaleone ed i colli di S. Vigilio e della Bastia fino a S. Sebastiano e Fontana

Ingrandisce la massa di una popolazione sovrabbondante rispetto agli alloggi.

Bambini al Parco Suardi (proprietà Museo Storico di Bergamo)

 

I bambini di Boccaleone, in via Rosa, a metà degli anni Cinquanta: (Archivio Storylab)

La provincia di Bergamo è prolifica; la sua popolazione si è più che raddoppiata negli ultimi cinquant’anni per la natalità e non per l’immigrazione.

Nel cinquantennio dal 1900 al 1950 la città si estende progressivamente mentre il territorio comunale si espande con l’aggregazione (1934) dei comuni limitrofi di Redona, Valtesse, Colognola e le frazioni di Orio, di Campagnola, di Longuelo. La popolazione aumenta da 46.865 abitanti nel 1901 a 104.368 nel 1951; all’infuori dei periodi delle due guerre, lo sviluppo urbanistico è costante e ininterrotto. Si costruiscono nuovi palazzi pubblici, si tracciano decine di strade interne e periferiche, si realizza il nuovo centro, vengono eretti tre nuovi teatri, il grandioso Ospedale e il Cimitero monumentale; si dà vasto impulso a fabbriche cittadine di edifici civili, banche, ville, case popolari, chiese, sedi di assistenza, istituti, scuole, collegi, campi sportivi. Sorgono in gran numero stabilimenti industriali e opifici, centri commerciali e magazzini e mercati realizzandosi un completo sviluppo di opere pubbliche (lavori di edilizia e di fognatura, riforme stradali, pavimentazioni, reti tranviarie). Lo sviluppo interno della città e la previsione di una sua ulteriore espansione rende necessaria la predisposizione di un vasto piano regolatore urbanistico, volto a frenare e regolarizzare frequenti e inopportune iniziative private

 

Negli anni Cinquanta tutte le linee tramviarie vennero sostituite da filobus e da autobus, e alla metà degli anni ’50 il parco veicoli dell’AMFTE è ormai costituito da mezzi su gomma (44 autobus e 24 filobus, oltre alle due funicolari). Le linee, urbane ed extraurbane, sono 18, per una lunghezza di oltre 80 chilometri. Il motore sta prevalendo anche in provincia, dove i trasporti vengono assunti da società private in continua espansione. Con gli anni ’60 assisteremo al boom della motorizzazione e l’espansione dell’automobile finirà col modificare abitudini e stili di vita degli italiani, sia in città che nelle campagne. Il numero dei mezzi privati in circolazione in tutta la provincia di Bergamo passa dai 13.914 veicoli nel 1950 ai 100.668 nel 1962

 

Il nuovo quartiere di Valtesse negli anni Cinquanta. Profondo è il ruolo che i mezzi di trasporto hanno avuto nella città: distanze, anche culturali, che si abbreviano, intere aree della città che si popolano e prendono vita grazie ai collegamenti tramviari

 

La battitura dei cubetti di Porfido in via Tiraboschi, 1932

 

La posa del selciato in via Garibaldi, 1949

L’amministrazione di Bergamo (eccellente amministrazione) ha fatto costruire nel dopoguerra alloggi per 13.000 stanze. Ma anche la nuova, necessaria ondata edilizia, limitata a Bergamo bassa, nasconde le sue minacce all’estetica.

La città di Bergamo nel 1958

Non tanto per Bergamo bassa, quasi grande città d’affari, dovizioso, cossue, non priva di bellezze ma nell’insieme già guastata dai vanitosi colonnati e palazzi del periodo fascista.

Scorcio del centro piacentiniano

 

Il palazzo delle Poste nel 1950

Il pericolo è che gli edifici nuovi, elevandosi a paravento, sciupino la visione della città alta dal basso.

Piazza della Libertà in costruzione

 

L’espansione urbana negli anni ’50/’60 a ridosso delle Mura Venete. Al centro, il Palazzo della Libertà

Mi dilungo sull’argomento perché Bergamo alta è una delle più belle città d’Italia, ed il talento artistico dei bergamaschi è riuscito finora a preservarla quasi intatta.
Ricordo la mia emozione quando mi arrampicai per la prima volta per quelle vie strette, tortuose, culminanti della grande piazza, nella Cappella Colleoni, in Santa Maria Maggiore, fino a quei portali romanici che servono di sfondo a drammi sacri recitati all’aperto, non lontano dai piccoli ristoranti famosi per la polenta e uccelli.

La scomparsa trattoria “Giardinetto” da via Boccola

E dedalo delle vie si apre di tanto in tanto in terrazzi erbosi, contemplanti da un lato la pianura lombarda,

dall’altro una valle fra le colline.

Uno scrittore di romanzi direbbe questa una fusione perfetta tra racconto e paesaggio.

La prima volta mi commosse soprattutto vedere, in una terra lombarda che sogna il Veneto, una specie di soffio colorato del Veneto distendersi come una patina sul fondo che potremmo chiamare grezzo, se è grezza una bella ceramica di fronte ad una porcellana.

La Bastia e la valletta di Astino dal Colle di San Vigilio negli anni Cinquanta (proprietà Lino Proietti)

La valle sotto la città potrebbe essere veneta, e tuttavia l’espressione è mutata. È meno languida, meno molle, più seria.
L’oriente veneto si mescola alla severità meditativa del paesaggio lombardo; la maschera del Veneto qui perde un po’ della sua grazia, si rituffa nella parlata ruvida e nei lazzi delle montagne, e riprende vigore.

Vi è una specie di oscillazione tra l’estro e la praticità, tra il realismo ed il sogno, tra la follia geniale e la prosa metodica. Bergamo non è folle come Verona, né chiusa come Brescia.

Partita a bocce in via Torquato Tasso

 

Roncobello. Trattoria Alpina al Campo Valle con tavoli all’aperto. Fotografia di Eugenio Goglio (Lombardia Beni Culturali)

È giusto che un pittore come Lorenzo Lotto abbia trovato più consensi a Bergamo che a Venezia. Anch’egli era realistico (il fondo del bresciano, del bergamasco), e chimerico insieme, osservatore e sognatore; era congegnale, direi, con la speciale doppiezza di questa città, quale si legge nel passaggio. L’Accademia Carrara conserva un ritratto fatto da lui, una signora di provincia di mezza età certamente prosaica; ma nel fondo ha uno spicchio quasi esoterico di luna.

Lorenzo Lotto, Ritratto di Lucina Brembati (1518 ca.), olio su tavola. Accademia Carrara, Bergamo

Il gusto artistico (nel senso della conservazione di un certo colore di vita popolare dei vecchi tempi), mi sembra più vivace a Bergamo che in qualsiasi altra zona dell’Italia del nord, eccettuate forse Verona e Udine.

Rendez-vous presso la frasca dei Nessi in S. Vigilio: era il 1958 (proprietà Dario Gamba). Negli stessi anni, la borghesia cittadina inaugura le gite fuoriporta

La provincia di Bergamo non odia il proprio pittoresco, come oggi quasi tutte le province italiane, in cui si direbbe che il popolo scorga nella sua distruzione un segno di ascesa sociale.

Zambla

 

Averara, 1959

 

Branzi, 1955

Ho nominato le ceramiche; continuamente a Bergamo e nei suoi dintorni ripenso alle vecchie ceramiche, ai piatti per esempio rappresentanti le fatiche dei contadini durante tutti i dodici mesi dell’anno.

Vita contadina in alta valle, 1920

Sono i venditori ambulanti; i roccoli, la polenta, i cacciatori, le osterie, nelle quali si troveranno appesi ai muri i motti tradizionali di spirito sul pagare a credito, oltre alla scena del «delirio della Lucia».

I disegni eseguiti da Luigi Angelini illustrano vecchie insegne d’osterie bergamasche, ormai scomparse. Già dal 1385 un decreto di G.G. Visconti prescriveva che gli osti della città di Bergamo avessero pubblicamente esposto l’insegna del loro esercizio se in questo davano alloggio, mentre più tardi, forse, la prescrizione riguardò anche i locali di spaccio di vino. Alcune insegne risalivano al Seicento, sebbene la maggior parte appartengano alla fine dell’Ottocento. Si tratta di libere interpretazioni dei nostri fabbri o composizione di modesti pittori. Sovente alla particolarità delle insegne si accompagnavano o parole o bizzarri versi dipinti anche sull’esterno dell’osteria, solitamente rivolti a ricordare al cliente il dovere di pagare. Oggi non si fa credenza, domani si (rimandava di giorno in giorno la cortesia del trattore). Quando questo gallo canterà, credenza si farà (con gallo dipinto). Entra pure amico mio, Mangi bevi e godi, Ma non piantare chiodi. Vino di buon sapore, A chi denar non ha, Basta l’odore. Entrate cantando, Uscite pagando. (Vecchie Insegne d’Osteria Bergamasche)

Bergamo è la patria di Donizetti e ha la passione popolare del melodramma; sebbene, dirò tra parentesi, questa passione popolare si veni di aristocrazia.

Il tenore Alessandro Dolci (Bergamo 1890 – 1954), fu il più grande cantante lirico del primo novecento bergamasco, la sua voce venne definita: potente e morbida, dal timbro d’acciaio eppure carezzevole come il tocco del velluto e la dizione nitida ed autorevolissima. Mascagni gli fece interpretare per 18 volte la sua “Parisina” (di cui esiste una registrazione fonografica). Cantò nei più importanti teatri del mondo

Il Teatro delle Novità forse è l’istituzione più importante d’Italia per il teatro lirico sperimentale.

Perfino durante il fascismo il Premio Bergamo ospitò la nostra pittura di punta, scomunicata altrove come degenerata, erigendo un benefico contraltare all’idiozia retorica del Premio Cremona.

Nel 1941, Guttuso inizia a dipingere la Crocifissione; l’opera venne presentata l’anno successivo al Premio Bergamo e a causa dei contenuti suscitò la reazione scandalizzata da parte del regime e della Chiesa: la tela di Guttuso è una chiara denuncia contro la violenza subita dal popolo e lui stesso annotò su un diario alcuni pensieri: “Questo è tempo di guerra e di massacri: gas, forche, decapitazioni, voglio dipingere questo supplizio del Cristo come una scena di oggi. Non certo nel senso che Cristo muore ogni giorno sulla croce per i nostri peccati ma come simbolo di tutti coloro che subiscono oltraggio, carcere, supplizio per le loro idee”. Un paesaggio drammatico: un cielo cupo, sul fondo un paese; in primo piano, non in posizione frontale ma di sbieco, ci sono le tre croci; i corpi dei due ladroni ai lati, al centro il Cristo, ai suoi piedi la Madonna completamente nuda, figura che ovviamente suscitò indignazione nel pubblico. Il contrasto dei colori, dal rosso intenso al bianco, mette in risalto il groviglio dei corpi. Il cavallo al centro del dipinto ricorda la Città che sale di Boccioni e ancor di più Guernica di Pablo Picasso. Anche se il lavoro di Picasso sembra apparentemente lontano da quello di Guttuso, il carattere politico e di denuncia delle due opere citate mette in risalto un’aggressività e una crudezza molto simili

Dicevo le osterie; poi la poesia vernacola, i canti alpini; le vallate del Bergamasco non sono silenziose come la Valtellina. La caccia è sentita poeticamente. Un cacciatore, il cui mestiere non è certo di fare versi, divenne quasi lirico narrandomi il silenzio dell’alba rotto dai richiami del merlo, la sagoma del gallo cedrone di montagna che si disegna, quasi per un miracolo, contro il sole nascente.

Olmo al Brembo. Ritratto di Alessandro Goglio in tenuta da cacciatore con fucile. Sullo sfondo staccionata da cui occhieggia un fanciullo e parete dipinta. Goglio, Eugenio (Lombardia Beni Culturali)

Per aggiungere un altro tocco al ritratto di Bergamo, diremo che essa conserva un grosso nucleo di famiglie della vecchia aristocrazia, ancora nei loro palazzi, a differenza di città come Pavia, Corno, Varese, dove l’aristocrazia si scioglie nel ceto borghese.

Il lato est di palazzo Medolago Albani (Raccolta Lucchetti): un’immagine senza tempo

Soltanto una città di tradizioni aristocratiche può ospitare un museo come l’Accademia Carrara, di cui non ricordo l’eguale nella nostra provincia. A parte il Lotto e il Moroni, gente di casa, si hanno opere del Pisanello, del Beato Angelico, di Giovanni Bellini, del Mantegna, di Cosmè Tura, vagliate, si direbbe, da un acutissimo spirito selettivo. L’Accademia Carrara mi ha incantato nell’anteguerra, quando era, più che un museo, una quadreria, con quadri mal presentati, stipati, ed i capolavori confusi ad opere mediocri. La si sta ora riordinando.

Ritratto di giovane – Lorenzo Lotto. Accademia Carrara, Sala 14

La persistenza del costume e del pittoresco antico, o meglio la relativa lentezza della sua sparizione, sono proprie delle città di stampo clericale.

Anni `50 del XX secolo. Bergamo, ‘Pellegrina’ (Raccolta Domenico Lucchetti – proprietà Museo Storico di Bergamo)

Bergamo è democristiana, e con Vicenza e Trento una roccaforte del clero. Non si tratta però del clero innovatore e di tendenze riformiste che abbiamo incontrato a Brescia; la sua azione sociale, imperniata sulle cooperative, è regolata piuttosto su quella di Trento.

La processione del Corpus Domini, Bergamo alta

La poesia dell’azione religiosa oggi nasce di preferenza dagli ambienti impoetici; si direbbe che essa rifugga come disturbanti gli stimoli estetici ricchi, il colore devoto. A Brescia ho visitato padre Bevilacqua, teologo che ha deciso d’essere parroco dei poveri; a Bergamo non potevo visitare che il vescovo, nel suo vescovado che è come il cocuzzolo della città. Ed ho trovato un vescovo di quarantasette anni, così giovane e bruno, con lo zucchetto rosso sui capelli neri, da sembrare un prelato del Cinquecento, o uno di noi travestito. Pure, com’era vescovile questo giovane sacerdote! Parlava prudente, paterno, encomiastico, ornato, allargando le mani; quale diversità con il linguaggio crudo che avevo ascoltato a Brescia! Al suo posto qui risuonavano le belle frasi della letteratura edificante: «monsignor x, col suo bell’ottimismo»; «gli andammo incontro, aprendogli le braccia e il cuore».

Giochi sotto i portici del Palazzo della Ragione (Raccolta Lucchetti)

Sono arrivato troppo tardi per assistere alla grande disputa che si sfrenò a Bergamo interessando popolo, borghesi e curia. Fa il paio con un’altra che ho già narrato, sui cavalli del ponte di Verona, accusati d’inverecondia.
Narro quella di Bergamo come fu narrata a me, e chiedo scusa se incorro in inesattezza.

Da piazza Mercato del Fieno a S. Maria Maggiore

L’urna del gran Bartolomeo Colleoni è nella cappella che porta il suo nome. Vittorio Emanuele III (un uomo, come tutti sanno, preciso) volle che fosse aperta dopo la sua visita a Bergamo avvenuta anni fa; l’urna fu ritrovata vuota.

Molti anni più tardi, un monsignore bergamasco ravvisò il Colleoni in uno scheletro ritrovato da lui non già nella cappella, ma in Santa Maria Maggiore; sepolto con lo scheletro era il bastone del comando. Colleoni davvero? I più pensarono di sì, e spiegarono anche perché era stato sepolto fuori dell’urna. I fisiologi ritrovarono nello scheletro le caratteristiche fisiche del condottiero: alta statura (un metro e ottanta), gambe lunghe che denotavano l’abitudine del cavallo, braccia corte, niente ferite.

La prima fotografia a colori eseguita dopo la sensazionale scoperta delle spoglie di Bartolomeo Colleoni. Il capo del Condottiero non è più centrato sul suo cuscino ma è scivolato nell’angolo della cassa; la berretta capitanesca è a sghimbescio, il corpo non è ben diritto. Evidentemente si è spostato all’indietro durante la collocazione della cassa nell’arca maggiore. E’ visibile il bastone di comando sul fianco destro del Capitano, e la targa di piombo cadutagli sui piedi

Altri argomentarono invece contro l’identificazione. Affiorarono prima tutte le gelosie erudite e curiali, e poi, allargandosi la lite, tutte le inimicizie cittadine latenti; la città fu divisa in due partiti.

Coloro che credevano nel Colleoni accusano i suoi nemici di avere ucciso il Monsignore (che morì infatti poco dopo), non già col volgare omicidio, ma facendogli scoppiare il cuore con la violenza degli attacchi.
Penso quale pittore avrebbe potuto dipingere una zuffa di chierici e laici intorno ad uno scheletro: probabilmente, meglio di tutti, il Magnasco.

Via Arena nel 1954

I difetti e le infermità, per fortuna oggi quasi interamente scomparsi, delle vallate bergamasche, furono oggetto di dileggi, di lazzi e di caricature non soltanto nelle altre province della Lombardia, ma tra i bergamaschi stessi: il gozzo, la voce grossa, il dialetto aspro e incomprensibile.

Alberto Faino – Incontro di Gioppino e Meneghino (Da: “Buonumore bergamasco, Ed. Il Conventino, Bergamo)

«Scemo della Val Brembana», era un’espressione corrente fino ai tempi della mia infanzia, specialmente a Milano, che guardava quei montanari con una specie di alterigia metropolitana.

«Scemo» indicava un misto di tonto e di furbo, di gabbatore elementare e di gonzo, di buffoneria e di rozzezza; e la frequenza degli idioti, comune nel resto di quasi tutte le vallate alpine.

Ma il popolo bergamasco, artisticamente geniale, è portato ad umorizzarsi nelle sue stesse disgrazie e deformità. Il gozzo fu motivo di poesia vernacola ed ornamento d’una maschera bergamasca, Gioppino.

Gioppino in una preziosa cartolina dei primi del Novecento

 

La locandina del Sarzetti in Corsarola

Bergamo è una delle grandi patrie delle maschere popolari.
Il gusto per le maschere purtroppo si va estinguendo dovunque, ma esso persiste a Bergamo più vivo e più naturale che altrove, certamente più che nel Veneto. È mancato nel Veneto quell’ingrediente di rozzezza, di popolaresco vero, che è necessario a sostenerlo, e che rimane invece a Bergamo (o nell’Emilia).

Manifesto pubblicitario del 1890

La maschera nel Veneto, quasi sempre d’importazione, si è raffinata, ornata, è divenuta cosmopolita, è passata nel regno della letteratura, e di qui alla morte.
Certi spettacoli di maschere, che ricordo dalla mia infanzia, provenivano dalla cultura, anche se recitati in un teatrino simile a una legnaia che aveva per insegna un lumino ad olio.
Niente di strano dunque che siano spariti. A Bergamo non è così. Possiamo disputare se ad Arlecchino abbia collaborato più Bergamo, o più Venezia. Non voglio certo impelagarmi nella questione dell’origine di questa celebre maschera cosmopolita.

Pantalone e Arlecchino in Piazza Vecchia, da una stampa satirica del 1797

La mia impressione è che, nella forma attuale, essa nacque nel Bergamasco; Venezia si comportò come Milano, quando adottò il motto «scemo della Val Brembana».

Arlecchino tra Brighella e Goldoni, Affresco sec. XVIII di Marco Gozzi, già sulla Casa d’Industria in Città alta

Arlecchino probabilmente (e questa tesi è sostenuta anche a Bergamo) è il facchino del Bergamasco emigrato a Venezia, veduto con gli occhi di quella metropoli cosmopolita, colpita specialmente dal linguaggio ermetico del montanaro rozzo‐furbo.
Ad ogni modo Bergamo gli ha dato i natali, e due paesi di montagna, San Giovanni Bianco e Zogno, pretendono tutti e due di averlo visto nella culla. Onori che toccano solo alle maschere, o a poeti come Omero.

La maschera veramente locale è però Gioppino, con il manganello e tre gozzi, e i bergamaschi l’amano perciò di più. Gioppino non è servile; grossolano ma veritiero, plebeo ma difensore della giustizia, a differenza di Arlecchino, egli interviene ancora con il suo bastone nelle questioni che interessano il popolo.
Certo è una maschera più lombarda che veneta.

Una certa tendenza alla buffoneria sopravvive del resto nelle vallate bergamasche, tra i contadini in carne ed ossa.

Gioppino in una cartolina del 1901

Lasciando da parte le maschere vive, quelle di legno appaiono ancora abitualmente nei luoghi di ritrovo della provincia. Io stesso, entrato un giorno in un caffè di San Pellegrino Terme, vidi spuntare d’un tratto da un paravento un Gioppino gozzuto, accompagnato da sua moglie pure gozzuta, che diede il benvenuto alla compagnia.

La pasticceria di Luigi Milesi (Bigio), aperta nel 1934 sotto i portici Colleoni di San Pellegrino, dove il gestore diede alla luce i suoi celebri biscotti a mezzaluna e nel frattempo intraprense l’arte del burattinaio, arte che insegnerà anche al figlio Giuseppe (Bepi). Nell’immagine Bigio è ripreso in tivù con i suoi famosissimi burattini

La distinzione fra le maschere vive e quelle fissate nel legno non è poi ancora netta. Accade che un burattinaio geniale, per esempio Manzoni, ricavi maschere nuove da persone vere.

Enrico Manzoni, “principe dei burattini”, con uno dei tanti burattini usciti dal suo laboratorio

Ho visitato a Bergamo la sua bottega. Essa contiene un piccolo teatro, ora chiuso; Manzoni continua però a recitare nelle osterie dei dintorni. Vedevo, appese o ammucchiate su grandi tavole, le maschere tradizionali, Pantalone, Arlecchino, Brighella, Tartaglia, il Mago, la Strega; ma in mezzo ad esse altre che non riconoscevo. Si trattava di persone vere e divenute maschere in tempi recenti.

Brighella, Arlecchino e Gioppino, tre dei tanti burattini usciti dal laboratorio di Enrico Manzoni detto Rissolì, abilissimo e fantasioso intagliatore di teste

Per esempio: era tornato nella sua patria, Bergamo, certo cavalier Magri, arricchitosi con la seta in Persia. Passava il giorno nei caffè, in velenose maldicenze ed insinuazioni segrete; ma, tradito dalla grossa voce, era udito da tutti. Manzoni ritrattò la sua faccia in un burattino; con il nome di cavalier Grassi, il cavalier Magri entrò ancora vivo nel repertorio dei teatrini e delle osterie.

La baracca di Carlo Sarzetti sul colle della Maresana, davanti a un’osteria. L’autore dello scatto, effettuato subito dopo la Seconda guerra mondiale, è Diego Lucchetti, padre del noto fotografo e collezionista bergamasco Domenico. La baracca dei burattini fu per i bambini una vera e propria televisione (Archivio storico fotografico Domenico Lucchetti, Museo storico di Bergamo)

Pure vivente a Bergamo era il modello di un altro burattino, accoppiato al cavalier Grassi: un siciliano immigrato, un «terrone» che pretendeva d’essere bergamasco, e per provarlo parlava un dialetto spurio. Essere trasformati in maschere e burattini qui può accadere a tutti. Questo presuppone genio inventivo, umorismo, e insieme un fondo grosso, realistico; le mangiate, le bastonate, le parolacce, i lazzi, la caricatura pesante. E tale è appunto la mistura del Bergamasco, provincia artistica ma montanara, in cui l’influenza veneta è sempre tagliata di prosa, di praticità lombarde.

Bergamo,1960, baracca del Sarzetti. Fotografia realizzata presso la bottega del fabbro Raffaele Scuri (proprietà Museo Storico di Bergamo)

Perché Bergamo è Lombardia. Il suo sindaco è uno dei migliori d’Italia; ma solo un sindaco lombardo potrebbe presentare com’egli ha fatto con me un suo collaboratore così: «L’ingegnere x, che conduce valentemente la locomotiva del progresso stradale…».
Questo in Lombardia è lo stile dei buoni amministratori. Favorito com’è dalla situazione politica e dai costumi della gente, l’attivismo lombardo è qui abbastanza libero di farsi strada con i metodi amministrativi che gli sono più consanguinei.

L’apparecchio che unisce: famiglia Bergamasca riunita….davanti alla tivù. Dovrebbe trattarsi di un Philips, in vendita verso la metà degli anni Cinquanta (Archivio Storylab)

Bergamo nel dopoguerra non presentava certo difficoltà economiche e sociali minori di altre città ben più agitate. Poverissima la montagna; la pianura sotto la media delle altre plaghe di pianura lombarde, per scarsezza di irrigazione.

La forza di Bergamo è dunque soprattutto industriale, ed il suo contadino è quasi sempre anche operaio. Ma: in decadenza le già celebri industrie della seta e della lana; quella del cotone, in progresso, colta dalla nota crisi; in crisi l’Ilva a Lovere, come l’industria dei bottoni; in difficoltà le industrie meccaniche ed il commercio; trentamila disoccupati, le abitazioni insufficienti, l’emigrazione stagionale, già inadeguata in tempi di normalità economica, tanto più inadeguata in un periodo d’eccezione.

Giulio Zavaritt con la moglie Marta Guttinger e i figli: una delle famiglie di commercianti-imprenditori di origine grigionese che dopo la seconda metà del Settecento si stabiliscono definitivamente a Bergamo impiantano filande, attratte dalle nuove possibilità offerte dalla manifattura serica orobica e dal potenziale commerciale veneto e lombardo (a partire dalla seconda metà dell’Ottocento altri intraprendenti sviz­zeri arriveranno a Bergamo e vi impianteranno fiorenti industrie cotoniere)
Stabilimento bacologico G. Ambiveri – Seriate (Raccolta privata L. Angelini)

 

Il Cotonificio Bergamasco di Ponte Nossa nel 1901 (Raccolta privata L. Angelini)

 

Interno dell’Ilva di Lovere nel 1924

Due industrie poderose, la Dalmine e l’Italcementi; tuttavia la seconda, se ha qui la direzione e la sede legale e quattro stabilimenti modello, ha gli altri disseminati in Italia.

La Dalmine e la piscina comunale

 

Alzano Lombardo – Facciata laterale dell’Italcementi

Noi ospiti però riceviamo da Bergamo un’impressione di potenza, e perfino di floridezza. Il produttivismo lombardo svolge gradatamente i suoi piani a lunga scadenza.
Ha quasi distrutto le malattie tradizionali, tifo, pellagra, gozzo; combattuto la tubercolosi e le malattie mentali.

Abbiamo già accennato alle 13.000 nuove stanze d’alloggio. Ben amministrato, il turismo trae cinque miliardi all’anno da turisti per ora quasi tutti italiani (e dirò, di sfuggita, che il corso montano dell’Adda, tortuoso, scavato fra baratri, probabilmente ha suggerito a Leonardo da Vinci i suoi paesaggi meteorici).

Il ponte di Paderno sul fiume Adda (Raccolta privata L. Angelini)

Fra i diversi progetti che saranno eseguiti: un canale d’irrigazione tra l’Adda e l’Oglio, che feconderà la pianura; la strada, oggi mancante, che unirà il Bergamasco alla Valtellina, e sbloccherà il traffico delle valli.

Dintorni di Zogno. Si notino i quattro livelli: il fiume, la ferrovia, la ex statale in terra battuta, sopra il muro la strada veneta Priula

 

La strada provinciale della Valle Brembana in un’immagine più recente

Collegamenti più facili con Milano, a cui Bergamo è legata ben più di Brescia, soprattutto allargando l’autostrada; ed in generale il rinnovo di una rete stradale deficiente.

Il cantiere dell’autostrada di Bergamo negli anni Cinquanta

L’amministrazione fruisce della quiete politica. Il dominio democristiano è sicuro, perfino nel centro industriale di Dalmine alle porte della città. «Le nostre maestranze», mi ha detto un dirigente della Dalmine, «non vivono concentrate, ma sparse in 215 Comuni diversi, dove ritornano la sera. Perciò sono diluite in un ambiente moderato, e conservano le modeste usanze dei Comuni rurali».
È la regola del Bergamasco, provincia dove mancano le grandi concentrazioni operaie, industriale ma con mentalità contadina.

Aggiungo che le donne vi sono influenti. La donna con carattere ed occupazioni virili è tipica nel Bergamasco, più ancora che a Verona e a Brescia; è gestito da donne ben più di un terzo dei commerci.

Operaie dello stabilimento Honegger. Cartolina primi anni del ‘900. Un ruolo consolidato, quello delle donne bergamasche, nel mondo del lavoro

Il caso della Dalmine si cita spesso come prova che la demagogia non serve né il paese né quelli stessi che vorrebbe proteggere. Nel 1945 la Dalmine si «ridimensionò», per dirla col gergo di moda; ridusse a 5200 operai i 5900 di prima, licenziandone 700. Adesso la Dalmine è una delle nostre industrie più sane, esporta in 35 nazioni, sta all’avanguardia nella riduzione dei prezzi.
Senza entrare in particolari, dirò che i tubi non saldati e di grosso spessore prodotti dalla Dalmine arrivano a diametri che nessuno raggiunge, e nemmeno gli Stati Uniti.  I dipendenti sono sui 10.000.
Assicurano i dirigenti che l’industria avrebbe subito una crisi forse mortale, e perciò non avrebbe potuto impiegare tante persone, se le fosse stato impedito di alleggerirsi nel momento di magra. Dalmine fornisce argomenti in sostegno della nota tesi lombarda sui criteri economici (non demagogici) a cui si dovrebbe ricorrere nei periodi di crisi.

La fabbrica della Dalmine (Archivio Fondazione Dalmine)

In quanto alla Italcementi, con 21 stabilimenti (tra poco 23) sparsi in tutta l’Italia, produce circa metà del cemento italiano, ed è fondamentale per lo sviluppo del paese; il metano dovrebbe aumentare la produzione e farne abbassare i costi, esentandola dalla servitù al combustibile straniero.

In essa l’opinione pubblica ravvisa uno dei nostri grandi potentati industriali con riflessi politici. Ho chiesto perciò d’incontrare Carlo Pesenti, il presidente. Pesenti è uno dei bersagli favoriti della polemica. Si vede in lui uno dei più duri esponenti di quella che è chiamata, con una definizione abbastanza confusa, «confindustria di destra»; lo si accusa di stabilire, con altri cementerie meno importanti, il monopolio del cemento in Italia, di regolare i prezzi a suo piacimento, di gestire la sua società nel segreto e senza pubblico controllo, di fare violenza allo Stato, oppure di manovrare sott’acqua la burocrazia compiacente; di rappresentare insomma quel «sovversivismo di destra» che andrebbe contro gli interessi della nazione.

Certo chi voglia il sinistrismo, o rosso o liberale, non lo cerchi da queste parti.

Pesenti definisce un’assurdità giornalistica l’accusa che la Italcementi detenga il monopolio della produzione; attribuisce invece molti inconvenienti agli errori di Governi leggeri di fronte alle leggi economiche; quando il Governo, per esempio, paralizzò l’esportazione, e addirittura vietò l’esportazione del cemento, molto bene avviata, argomentando che il prodotto era necessario da noi. Fidarsi unicamente del mercato interno, secondo Pesenti, è avventato.

Colgo un paio d’idee dalla sua conversazione, una sui cementi e l’altra su questioni più generali, che mi sembrano importanti o tipiche.
L’industria cementiera, a suo parere, è legata da noi piuttosto alla costruzione di strade (e di ponti, argini, dighe), che non alla costruzione di case. L’edilizia rimane secondaria, anche perché un suo enorme ampliamento non si avrà per mancanza di operai specializzati; sostenere e scrivere altro, come fanno altri di sinistra e di destra, gli sembra demagogico.

Autostrada del Sole – Apertura al traffico della transappenninica, 3/12/1960 (Archivio fotografico Autostrade per l’Italia). L’autostrada fu completata nel 1964

I sindacati paralizzano l’economia con una bardatura troppo pesante. Essi hanno creato una casta di privilegiati al lavoro, che sbarrano la strada agli altri, provocando ristagno, malessere, disoccupazione. Impediscono inoltre lo spostamento d’uomini nella penisola in conformità al bisogno. L’indice degli spostamento, che in America è del 51 per cento, in Italia è del 2 per cento; la bardatura sindacale fa sì che ciascuno, temendo di non ritrovare lavoro, rimanga aggrappato al suo posto.
Questa circolazione difficoltosa è un’altra causa di ristagno, disoccupazione.

Parole nette, idee taglienti: l’urto di mentalità e di scopi tra alcuni gruppi industriali e i Governi del dopoguerra (che tende sempre più a configurarsi in una vera e propria lotta per il potere) è quasi illustrato fisicamente da quest’uomo giovane, bruno, con la testa rotonda e la calvizie nitida che spesso segnano in Italia gli uomini volitivi.

Con lui chiudo la serie dei brevi ritratti, raccolti in questo viaggio, di capi d’industria lombardi e delle loro idee, e insieme mi congedo dalla Lombardia per passare in Piemonte”.

Il brano:

Guido Piovene (1907‐1974). Da “Viaggio in Italia”, edito da Baldini e Castoldi.

Nota

Le immagini sono liberamente scelte dal webmaster.

La leggenda di S. Giuliano ospitaliero negli affreschi della Casa Pesenti

Casa Pesenti vista dalle Mura di S. Giacomo (Foto L. Amati)

“Fiorite da un innato sentimento estetico, il Cinquecento vide sorgere in Bergamo numerose abitazioni, nella costruzione delle quali i nostri padri profusero tesori, affinchè i nipoti fossero maggiormente radicati al suolo di nascita per virtù e in forza della bella casa, della avita amatissima casa, entro cui le generazioni dovevano succedersi a cuocere il loro pane e a riscaldarsi il loro cuore.
Una di queste – da circa vent’anni di proprietà della famiglia Pesenti di Alzano – completamente negletta per un lungo periodo di tempo ed ora, in seguito ad un lavoro paziente e giudizioso di ricostruzione e di adattamento, diretto dall’ing. Corrado Rossi di Milano, convenientemente ripristinata dall’attuale proprietario comm. Antonio Pesenti – richiama la nostra particolare attenzione per quell’affetto onde fra noi si circonda e si consacra tutto quanto ricorda tradizioni storiche ed artistiche bergamasche”.
E’ quanto scrive Angelo Pinetti nell’introduzione di un articolo apparso nel 1923 sulla Rivista di Bergamo, dedicato al ciclo d’affreschi rappresentanti episodi della vita di S. Giuliano ospitaliero, appartenente alla decorazione primitiva del palazzo posto al civico numero 7 di via Porta Dipinta, attribuito ad un artista ignoto, “che fiorì in Bergamo sulla prima metà del sec. XVI, alla cui formazione contribuì evidentemente in modo notevole la scuola del Lotto”.
Gli affreschi erano, in origine, collocati in un salone al primo piano, dove furono successivamente intramezzati da tavolati che, procurarandone il parziale deterioramento, indussero il nuovo proprietario al loro distacco e ad una nuova collocazione sotto il portico d’ingresso, dove poterono rivivere quasi nel loro primitivo splendore.

L’incuria e il lavorìo del tempo hanno purtroppo danneggiato irreparabilmente l’episodio più importante della narrazione – quella relativa alla tragica uccisione del padre e della madre – andata interamente perduta.

§§§

L’ingresso del palazzo accoglie il visitatore con le colonne d’un portico “tutto leggiadrìa e snellezza, dai capitelli lavorati con la minuta diligentissima cura con cui un orafo fregia un suo oggetto di oreficeria”.

Casa Pesenti: il portico d’ingresso (Foto L. Amati)

“Lungo la parete a destra corrono episodi affrescati che illustrano vecchie leggende; nel cortile alle antiche eleganze più squisite si disposano in una bifora marmorea e in un portale istoriato di rilievi ornamentali altre grazie cinquecentesche d’imitazione recente. E penetrando nelle sale, affacciandosi verso le mura di S. Giacomo, dalla magnifica trifora veneziana bellamente ripristinata liberandola dalla cortina di muratura che del tutto la occultava, scendendo nel piano sotterraneo, motivi architettonici rari e composti avvivano tutte le parti della costruzione con una varietà felice che il restauro odierno ha saputo fondere sapientemente, risolvendo problemi statici e problemi di luce, per creare un insieme elegante e sereno, tutto compreso di facile snellezza, senza sforzo di concepire, dove nulla è scenografico e tutto appare armonico e profondamente intimo.

Casa Pesenti: Portale nel cortile d’ingresso (Foto L. Amati)

 

Casa Pesenti: Portale nel cortile d’ingresso (particolare) – (Foto L. Amati)

Dopo le manomissioni e le illogiche trasformazioni con cui il palazzo soggiacque attraverso parecchi secoli, alcune parti consunte e cadenti ed altre deformate, storpiate e confuse nella loro struttura originaria dovettero necessariamente esser rifatte; e più non conservano perciò le antiche decorazioni, né la purezza onde avevale originariamente improntate il costruttore.
Ma le linee primitive si rivelano dovunque; come pure da elementi sparsi e da resti di pitture murali hanno potuto trarre profitto gli artisti Fasciotti e Taragni per intonare il rinnovamento pittorico dell’edificio al suo carattere iniziale.

La costruzione del palazzo si deve all’architetto Morgando, artista evidentemente attratto dalla classica compostezza veneziano-bramantesca, il quale solo da più fortunate ricerche d’archivio potrà in avvenire esser tolto da un immeritato oblìo.

Egli lo eresse nel 1529 per incarico del nobile giureconsulto Giampietro Da Ponte, come ce ne rende sicura testimonianza una lapide murata nel pilastro centrale sotterraneo, sorreggente l’impluvio superiore e impostato sopra avanzi dell’antica cerchia cittadina delle mura romane.
L’epigrafe che ivi si legge attesta che:

CURA.   ET.   AERE
IO.   PETRI.  PONTANI.  JURIS.  CONS.
MORGANDUS
OPERA.  PERPETUA
STRUXIT.   AN.  MDXXVIIII.

Avanzi di Mura Romane su cui è impostato il sotterraneo di Casa Pesenti (Foto L. Amati)

Il nome del committente non è nuovo nei documenti bergamaschi. Giampietro Da Ponte vi appare più volte come membro della Bina degli Anziani e del Consiglio Maggiore della città; come ministro del Consorzio della Misericordia e come incaricato di uffici diversi (1).
Imparentato con famiglie ragguardevolissime aveva preso in moglie, il 5 luglio del 1523, Alba figlia del conte Davide Brembati; e in seguito diede in isposa (giugno, 1539) la propria figlia Paola al Magnifico d. Bartolomeo Martinengo-Colleoni (2) appartenente al ramo bresciano dela gloriosa discendenza di Bartolomeo Colleoni.
Da quel matrimonio nacque nel 1548 Francesco Martinengo-Colleoni che fu la maggiore illustrazione di questa famiglia e uno fra i più eminenti personaggi del suo tempo.

Fra i beni dell’eredità del nobile Giampietro Da Ponte pervenuti ai figli del conte Bartolomeo Martinengo-Colleoni e di Paola da Ponte, la casa di via Porta Dipinta toccò a Francesco.

Una delle sale di Casa Pesenti (Foto L. Amati)

Questi – salito rapidamente ai più alti gradi della gerarchia militare, successivamente cavaliere dell’Annunziata, colonnello di Emanuele Filiberto, generale di Carlo Emanuele I di Savoia, governatore del Piemonte, ambasciatore a Roma e quindi al servizio della Repubblica veneta – è una salda figura che emerge in primo piano sui fortunosi avvenimenti della seconda metà del secolo XVI.
Dopo aver goduto la fiducia dei Principi più illustri, ed aver partecipato alle imprese guerresche ed alle negoziazioni politiche più difficili delle maggiori potenze d’Europa, alternò la sua dimora fra il Castello di Cavernago, da lui innalzato, ex-novo, e questa casa di via Porta Dipinta, dove moriva nell’età di sessantaquattro anni il 3 febbraio 1621 (3).

Non conosciamo a quali vicende di trapassi fu soggetta la proprietà di questo stabile fino al 1803, anno in cui l’allora proprietario nob. Filippo Marenzi la cedette con atto 12 settembre al conte G. B. Pesenti, cui appartiene sino al 7 giugno 1845, quando la contessa Marianna Pesenti moglie del conte Paolo Agliardi l’ebbe a vendere per 51.000 lire milanesi al nob. Antonio Pezzoli.
Fu infine dei signori Ronzoni, ultimi proprietari prima dell’attuale.

Una delle camere di Casa Pesenti (Foto L. Amati)

Il palazzo non era stato subito finito del tutto all’epoca della sua costruzione; la facciata che non è coeva all’interno di esso, ma posteriore di almeno mezzo secolo, presenta un’impronta non priva di eleganza che la fa assegnare alla fine del Cinquecento o al principio del secolo seguente.
Ma alla decorazione primitiva appartiene di certo il ciclo d’affreschi, rappresentanti fatti della vita di S. Giuliano ospitaliero, che trovavansi in un salone al primo piano, successivamente intramezzato da tavolati che procurarono la rovina di alcuni di essi.

Stampa popolare senese (1544) della Leggenda di S. Giuliano

Pur troppo il tempo non eccessivamente crudele per cinque di quelle storie, non ha rispettato la più importante della narrazione – quella della tragica uccisione del padre e della madre – andata interamente perduta quando il nuovo proprietario provvide, per salvarle, al loro distacco e a collocarle sotto il portico d’ingresso, dove oggi rivivono quasi nel loro primiero splendore.
Queste pitture si rivelano al primo esame come il frutto d’un artista, che fiorì in Bergamo sulla prima metà del sec. XVI, alla cui formazione contribuì evidentemente in modo notevole la scuola del Lotto.

Sarebbe vana fatica il perderci ad indagare il nome del pittore, cui dobbiamo questo complesso notevole di affreschi; ma, lasciando da parte l’arduo problema dell’identificazione del loro autore, con più piacevole curiosità siamo riusciti a risolvere quello dell’identificazione del loro soggetto.

§§§

Per ben comprendere queste storie dipinte dall’ignoto artista cinquecentesco è prima necessario di stabilire nelle sue linee fondamentali l’argomento leggendario del racconto che nel medioevo, attraverso le varie trasformazioni subite secondo i gusti e i capricci eruditi di vari scrittori, venne via via arricchendosi di particolari e sviluppandosi nelle diverse parti, senza che per altro fosse intaccato o snaturato il fondo della leggenda; precisamente come lo smilzo torrentello va ingrossando a mano a mano che si dilunga dalla sua sorgente e accoglie in sé nuove acque e nuova possanza fino a diventare nell’ampiezza del suo alveo un grande e maestoso fiume.
Narra dunque la leggenda, la quale sembra che rievochi a distanza di secoli tutta la tragica terribilità dell’ineluttabile fato Edipodeo, come Giuliano, nobile cavaliere e cacciatore, si sentì ripetere giovinetto la tremenda profezia – secondo una tradizione da un saggio astrologo, secondo un’altra da una cerva inseguita in caccia e rivoltasi d’improvviso a rivelargli il suo triste destino – che egli sarebbe stato uccisore del padre e della madre.

Per isfuggire al fato che incombeva su di lui, Giuliano partitosi segretamente dalla patria e da’ suoi se n’andò in lontane regioni al seguito d’un principe che lo rimeritò de’ servigi fedelmente prestati sia in guerra, sia in corte, col dargli in feudo un castello, e una vedova castellana in isposa.

Frattanto i genitori di lui, gravemente addolorati della partenza del figlio, l’andavano ansiosamente ricercando in ogni luogo, errabondi per le più opposte parti della terra.

Capitati un giorno pellegrini al Castello di Giuliano mentre questi trovavasi fuori a caccia, e confidatisi colla moglie di lui, esponendole i casi occorsi a loro e al loro figliolo, essa, che pure dal marito più volte aveva appreso un simile racconto, ne riconobbe nei due ospiti i genitori che accolse benignamente e pose a dormire nel letto matrimoniale, intanto che andava alla chiesa a pregare Iddio.

Giuliano, tornatosene a casa nottetempo e trovato il talamo, com’ei sospettoso credette, malamente occupato, compiè ignaro orrenda strage de’ suoi genitori.

Sopraggiunta poco dopo la sua donna a farlo persuaso del duplice delitto commesso, Giuliano vedendo oramai in sé avverato il luttuoso vaticinio gravante su di lui dalla prima giovinezza e al quale invano aveva cercato di sottrarsi, si ritirò con la moglie in un’isola d’un gran fiume, dove molti viaggiatori erano stati travolti dalle onde ed avevano corso pericolo di vita, e vi eresse un grande ospitale per albergo e rifugio di tutti i poveri che là capitassero.
Dopo molto tempo Dio in visione gli manifestò chiaramente come avesse accettato la sua penitenza e Giuliano pieno di bone opere si riposò nel Signore.

§§§

La letteratura di questa leggenda, che ebbe larga diffusione del medio evo, risale tutta, come a prima e principal fonte, alla Legenda Aureadi Jacopo da Varagio, o de Voragine, morto arcivescovo di Genova nel 1298, all’età di 96 anni, che in quella sua vasta opera raccolse le innumerevoli leggende religiose del tempo.

Di là attinsero Vincenzo Bellovacense, Pietro de Natal, S. Antonino e il Bollando per le loro vite de’ santi; e di là trassero ispirazione i poeti popolari e i pittori che divulgarono coi versi e coi dipinti le scene della vita di S. Giuliano.

Ne fece una versione in volgare Nicolao Manerbi che, stampata per la prima volta a Venezia nel 1475 da Nicolò Jenson, ebbe tra il cadere del quattrocento ed il principio del secolo XVI l’onore di oltre 20 diverse e magnifiche edizioni, alcune delle quali – come ad esempio il Legendario, impresso per le stampe in Venezia nel 1505 e nel 1518 dai fratelli Nicola e Domenico del Gesù, così chiamati dall’insegna della loro bottega – sono accompagnate ed illustrate da numerose xilografie, belle manifestazioni artistiche di quel largo soffio di vita che animava nel Rinascimento anche la più umile produzone popolare (4).

Una così svariata leggenda piena di emotività doveva naturalmente diventare popolarissima fra i pittori, sicchè troviamo che assai presto ed efficacemente eccitò la loro fantasia.

Fra gli affreschi trecenteschi che in antico attenuarono la cupa severità delle volte e delle pareti di pietra nel duomo di Trento di fianco all’altar maggiore, l’unico che si possa ancora godere è costituito da una lunga fascia con la romantica leggenda di S. Giuliano, la quale anziché esser riassunta, come per lo più usavasi, nella sola scena della catastrofe, si svolge con bella minuzia di racconto.

Trento: Cattedrale – Storie di S. Giuliano (Affresco del XIV secolo). Il Santo abbandona la madre – Entra col diavolo nella città – Sposa la principessa (Foto Alinari)

 

Trento: Cattedrale – Storie di S. Giuliano (Affresco del XIV secolo).Il diavolo insinua la gelosia al Santo – L’arrivo dei pellegrini, e il doppio parricidio (Foto Alinari)

A Castiglione Fiorentino in una predella che Bartolomeo della Gatta dipinse nel 1486 per una pala della vecchia Pieve, rappresentante la Madonna e i SS. Giuliano e Michele, si osservano quattro strorie della vita di S. Giuliano (L’oroscopo di un saggio astrologo sul destino del Santo – L’uccisione del padre e della madre – La moglie che sopraggiunta constata il doppio parricidio commesso dal marito – S. Giuliano che accoglie sulla soglia del suo ospizio i pellegrini) animate di semplice naturalezza e di vivacissimo brio.

Castiglione Fiorentino: Sagrestia della Collegiata – Bart. Della Gatta: Predella della Tavola di S. Giuliano. (L’oroscopo d’un saggio astrologo sul destino del Santo) – (Foto I. I. D’Arti Grafiche)

 

Castiglione Fiorentino: Sagrestia della Collegiata – Bart. Della Gatta: Predella della Tavola di S. Giuliano. (S. Giuliano accoglie sulla soglia del suo ospizio i pellegrini) – (Foto I. I. D’Arti Grafiche)

Se ambedue queste illustrazioni pittoriche sembrano attingere nel complesso al racconto di Jacopo da Voragine, sebbene la diversa rivelazione fatta al giovane della cruda sorte che l’attende lasci intravvedere anche altre fonti agiografiche, gli affreschi di casa Pesenti invece derivano senza dubbio dall’unica fonte della Legenda Aurea.
Ma in essi l’ignoto artista cinquecentesco ha insieme la forza di avvivare il vecchio e arido racconto tradizionale con elementi narrativi nuovi in cui si sente il soffio della Rinascita, il gusto pittorico e l’istinto dell’arte e del lusso propri di quell’età.
Facciamone un esame un po’ minuto.

§§§

La prima storia – contenuta come tutte le altre entro riquadri a marmore ficto – ci conduce all’aria aperta, ad una di quelle grandi scene di cacce che furono il sontuoso passatempo delle Corti principesche della Rinascenza, loro preferito e dilettevole trattenimento ed insieme esercizio, scuola e simulacro di guerra.
Assistiamo allo svolgimento su sfondo collinoso di una partita di caccia, cui partecipa passionatamente il nobile giovinetto Giuliano.
A suon di trombette e di corni, i montieri (cacciatori di montagna) scovano dai boschi le fiere che si vedono fuggire inseguite da mastini, levrieri, molossi, bracchi e segugi.

A sinistra due uomini procedono carichi della gran preda fatta, mentre a destra una cerva dalle corna ramose, spinta al largo è assalita da un esercito di cani che la trattengono fino all’arrivo dei cacciatori.

Prima Storia della Vita di S. Giuliano: LA CACCIA (Bergamo, Palazzo Comm. Pesenti) – (Foto L. Amati)

Prosegue la caccia anche nel secondo scompartimento.

Giuliano pieno d’ardore insegue colle sue saette la. bianca cerva che, in conformità della versione di Jacopo da Voragine, rivoltandosi improvvisamente verso di lui, gli annunzia che egli avrebbe ucciso il padre e la madre.

La scena si svolge fra alberi fronzuti; in lonananza spicca sul margine d’una riviera una città turrita.

Seconda Storia della Vita di S. Giuliano: IL VATICINIO (Bergamo, Palazzo Comm. Pesenti) – (Foto L. Amati)

Il terzo riquadro ci rappresenta la partenza di Giuliano dal castello avito per sottrrsi al fatale destino che grava sopra di lui.

Sulle acque dello specchio marino che stendesi attorno alla città si cullano diversi grandi vascelli, sopra uno dei quali sta per imbarcarsi il giovane, portato da spirito avventuroso, cui si accompagna un moisterioso personaggio, forse il diavolo che lo sta spingendo verso la sua rovina.

Lo sfondo con porticati ed edifici di bella architettura fa rivivere sotto i nostri occhi meravigliosamente dipinto un paesaggio veneziano del cinquecento.

Terza Storia della Vita di S. Giuliano: LA PARTENZA DALLA CITTA’ NATIVA (Bergamo, Palazzo Comm. Pesenti) – (Foto L. Amati)

Il quarto affresco ci riconduce all’aria aperta fra boschi e colline, teatro delle cacce a cui Giuliano si dedica interamente, anche dopo che è divenuto sposo della vedova castellana datagli in moglie dal suo Principe.

Egli sta riposando all’ombra d’un albero, circondato dai fedeli cani e dalla abbondante selvaggina di cui ha fatto strage.

Ma il demonio, sotto le spoglie d’un compagno di caccia, mentre s’intrattiene con alcune donne capitate ad una fontana, gli insinua nel cuore una fatale gelosia verso la sposa, la quale frattanto accoglie ed ospita nel castello e pone a dormire nel letto matrimoniale i genitori di Giuliano, capitati colà per ricercare il figlio.

Quarta Storia della Vita di S. Giuliano: L’INSINUAZIONE DELLA GELOSIA (Bergamo, Palazzo Comm. Pesenti) – (Foto L. Amati)

La scena culminante di questo ciclo pittorico – quella della catastrofe, della tragica uccisione dei propri genitori fatta da Giuliano quando tornato nottetempo sospettoso al tetto coniugale crede di trovare il talamo malamente occupato – come già dissi, è andata perduta. Un muro divisorio del salone originario in cui erano stati dipinti gli affreschi, la rovinò talmente che non fu possibile conservarla nel distacco.

Nell’ultima storia campeggia l’isola solitaria e deserta, circondata dai gorghi pericolosi dove sono periti tanti viandanti.

Là Giuliano, ritiratosi a penitenza, accoglie nel suo ospizio i naufraghi che aiuta a scampare dai flutti infidi, sinchè giunge il giorno in cui gli appare a confortarlo una visione con l’annunzio del prossimo gaudio che in cielo l’attende.

Sesta Scena della Vita di S. Giuliano: L’OSPIZIO NELL’ISOLA SOLITARIA (Bergamo, Palazzo Comm. Pesenti) – (Foto L. Amati)

Così con libertà di svolgimento e di esecuzione l’ignoto pittore cinquecentesco ha abbellito della sua facile, piacevole e colorita vena narrativa il soggetto leggendario che artisti a lui anteriori avevano riprodotto entro più ristretti limiti tradiziopnali di composizione.

Interessano l’osservatore la giocondità pittoresca delle scene, l’accento vivace degli episodi, l’ampiezza dei paesaggi in cui pare rivivano i tempi e i luoghi dell’artista”.

Note

(1) Cfr. in Civ. Biblioteca: ms Azioni del M. Consiglio, e Terminazioni del Consorzio della Misericordia, passim agli anni 1520-40.
(2) Cfr. Cronaca di MARCO BERETTA: ms. in Civ. Bibl.
(3) G. M. BONOMI: Il Castello di Cavernago, pag. 303.
(4) Tutte le edizioni del Legendario di Jacopo da Voragine illustrate da xilografie sono minutamente registrate e descritte nell’opera del PRINCE D’ESSLING: Les livres a figures vénetiens etc. Florence-Paris, 1908. Tom. II, Part. I, pag. 124 e segg. Uno spendido esemplare dell’edzione del 1505 di Nicola e Domenico del Gesù conservasi nella nostra Civica Biblioteca.

Fonte

Il testo è estratto dalla “Rivista di Bergamo” – Anno II – Num. 16 – Aprile 1923.

Gli albori dello stadio di Bergamo e della “mitica” Atalanta fra pagine di storia e di costume

Gli operai del cantiere dello stadio di Bergamo (1928)

Lo stadio Mario Brumana di Bergamo fu ufficialmente inaugurato, dopo meno di un anno d’intenso lavoro, nel dicembre del 1928 e il regime fascista organizzò per l’occasione una grande parata. In quei tempi venne considerato uno dei più belli in assoluto e vennero da ogni dove per ammirare quella tribuna coperta rivoluzionaria, che apparve sulle più autorevoli riviste di architettura e di ingegneria.

L’impianto era talmente ben fatto da essere giudicato, oltre mezzo secolo più tardi –  quando lo si sarebbe voluto demolire per edificarne uno decentrato,  più grande e più “comodo” -, monumento nazionale.

La facciata dello stadio in un immagine risalente al 1932. Lo stadio, inizialmente denominato semplicemente “stadio polisportivo”, fu ben presto intitolato a “Mario Brumana”, milite fascista originario della Valle Imagna caduto a Gallarate, nel varesotto, durante i moti che precedettero l’avvento del regime. Nel secondo dopoguerra assunse la denominazione di “Comunale” (che mantenne per quasi cinquant’anni), sino all’attuale denominazione di “Stadio Atleti Azzurri d’Italia”

Ma per rintracciare le origini della squadra bergamasca bisogna risalire agli albori del Novecento, quando a Bergamo il centro motore dello sport si trovava in Città Alta, dove erano attive due società sportive: la “Società Bergamasca di Ginnastica e Scherma” fondata nel 1878, e “La Giovane Orobia”, fondata nel 1901 che svolgeva la propia attività nella palestra del Liceo Sarpi.

Giovani altleti di ginnastica della “Società Bergamasca di Ginnastica e Scherma”, 1908

Per i giovani sportivi bergamaschi che abitavano in Città Bassa era scomodo e oltremodo impegnativo doversi recare tutti i giorni in Città Alta: bisognava salire a piedi o con la funicolare, allenarsi e tornare a casa in serata, e tutto dopo la scuola.

Fu su queste premesse che cinque giovani intraprendenti bergamaschi (Eugenio Urio, Giulio e Ferruccio Amati, Alessandro Forlini e Giovanni Roberti) ebbero la brillante intuizione di dar vita ad una nuova società sportiva che avesse la sua palestra nel Borgo, ovvero nella Città Bassa.

Il 17 ottobre 1907 venne quindi fondata la “Società Bergamasca di Ginnastica e Sports Atletici Atalanta”, dal nome della giovane atleta della mitologia greca invincibile nella corsa.

Podista della Polisportiva “Atalanta”, fondata nel 1907 (fotografia Don Giuseppe Locatelli, da “Bergamo nelle vecchie fotografie”, D. Lucchetti)

 

L’Atalanta nasce come una sezione della “Società Bergamasca di Ginnastica e Sports Atletici Atalanta”. Oltre che nel calcio, per diversi anni la società bergamasca fu attiva anche in altri sports tra i quali ginnastica, atletica, scherma e nuoto (tre atleti tesserati dall’Atalanta presero anche parte ai Giochi Olimpici). La fotografia ritrae la squadra ginnica dell’Atalanta al concorso d’Orleans, 1929 (da “Bergamo nelle vecchie fotografie”, D. Lucchetti)

Attorno alla neonata società si svilupparono un clima di entusiasmo e una voglia di rinnovamento inimmaginabili. Il primo presidente della storia atalantina fu il nobile Vittorio Adelasio, e il primo segretario Gino Amati.

Nel programma furono inclusi molti sports diversi tra loro, fra i quali anche il “Fùbal”, ossia il calcio, la cui sezione vide la luce nel 1913, anno che segna l’inizio della lunga storia della squadra calcistica dell’Atalanta.

L’Eco di Bergamo così annunciava la nascita della “Società Bergamasca di Ginnastica e Sports Atletici Atalanta”: “Da un gruppo di giovani volenterosi venne in questi giorni costituita in Bergamo una società sotto il nome di ‘Sport Club Atalanta’. Scopo della stessa è quella di addestrare la gioventù in tutti i rami degli sport atletici atti a maggiormente sviluppare il fisico. Essa infatti si prefige di coltivare in modo speciale il podismo, il salto, la lotta, il sollevamento peso, la palla vibrata, il calcio, il lancio del disco e del giavellotto nonchè il nuoto e le marcie in montagna”.

In questo periodo il calcio è relegato a comprimario ma piano piano cresce. Già nel 1907 il pallone fa il suo debutto, iscrivendo la squadra al torneo organizzato da C.S. Trevigliese per l’inaugurazione del proprio campo di calcio.

Il sodalizio creato attorno alla squadra calcistica dell’Atalanta venne ufficialmente riconosciuto dalla FIGC solo nel 1914, all’atto dell’inaugurazione e collaudo del campo – il primo campo di gioco omologato della squadra atalantina – situato in via Maglio del Lotto, a ridosso della ferrovia.

Il campo misurava metri 90×45 ed era provvisto di una tribuna con 500 posti a sedere; la sua realizzazione fu fortemente voluta da Pietro Carminati, un merciaio che in quegli anni dirigeva la sezione calcio della società.

Le cronache ricordano che il giorno della sua inaugurazione, avvenuta nel maggio del 1914, un treno proveniente da Milano, in fase di ingresso in stazione, rallentò ulteriormente per permettere ai viaggiatori di assistere ad alcune fasi della partita.

Il campo di via Maglio del Lotto nel 1900 (fotografia di Giovanni Limonta)

 

Campo da gioco di via Maglio del Lotto: la squadra di calcio dell’Atalanta ritratta nella sua prima stagione calcistica ufficiale (1913-14), quando la squadra partecipa alle eliminatorie del campionato di Promozione (la seconda serie dell’epoca), classificandosi seconda nel girone B e riportando un lusinghiero quarto posto nel girone finale

Fino a quel 1914 i bergamaschi, con colori sociali bianconeri, avevano giocato solo partite amichevoli, prima nella Piazza d’Armi della città ed in un secondo momento nel Campo di Marte, un terreno sconnesso situato tra le vie Suardi e Fratelli Cairoli nel centro cittadino, dove le porte in legno venivano collocate e smontate ogni volta.

Il Campo di Marte ripreso nel 1924

Va detto comunque che la prima società di calcio a Bergamo fu il Foot Ball Club Bergamo, fondato nel 1903 da imprenditori Svizzeri (Legler, Luchsinger, Honegger), da tempo giunti in Italia per promuovere il tessile. La squadra giocava nell’Ippodromo di Borgo S. Caterina, proprio dove oggi sorge lo stadio.

L’Ippodromo di Borgo Santa Caterina nei primi anni del Novecento

Nel 1913 confluì nella Bergamasca dando vita alla sezione calcio guidata da Matteo Legler e in poco tempo divenne la vera squadra rivale dell’Atalanta.

La rivalità tra Bergamasca ed Atalanta crebbe fino ad esplodere nel 1919, quando la FIGC impose alla città di Bergamo una sola squadra nel campionato di Prima Categoria.

Brescia 5 ottobre 1919 – L’ Atalanta ha vinto lo spareggio imposto dalla FIGC contro la rivale Bergamasca, per 2-0. L’Atalanta si guadagna così l’accesso alla Prima Categoria della stagione 1919-20, dove si classifica terza nel girone B Lombardo. In piedi da sin.: Martines, E. Moretti, Merati, Magnaghi, Tirabassi; al centro da sin.: Cozzi, O. Moretti, Angarano; in basso da sin.: De Leidi, Rizzi, Bianchi

Era inevitabile: nel febbraio 1920, dopo una assemblea memorabile, la Società per gli Sports Atletici Atalanta e la Società Bergamasca di Ginnastica e Scherma si fusero assumendo la denominazione di Atalanta e Bergamasca di Ginnastica e Scherma, poi semplificata nell’attuale Atalanta Bergamasca Calcio.

Cartolina commemorativa del 1908 stampata a ricordo di un un torneo di scherma della “Società Bergamasca di Ginnastica e Scherma”, ai tempi in cui non era ancora avvenuta la fusione con lo “Sport Club Atalanta” (da Cent’anni di sport a Bergamo, vol 1)

 

Cartolina commemorativa del 1920 della “Società Atalanta e Bergamasca di Ginnastica e Scherma” stampata in occasione della fusione con lo “Sport Club Atalanta”. La posa plastica del giocatore sembra evocare un movimento ginnico, forse allusivo delle molteplici discipline sportive a lungo praticate salla Società

 

Attività della Società Atalanta Bergamasca, 1921

 

Atleti della Atalanta Bergamasca, 1925

Per i colori ufficiali l’intesa fu rapida, l’Atalanta (bianco-nera) e la “Bergamasca” (bianco-azzurra) decisero di eliminare il bianco, comune ad entrambe, e di adottare il NERO e l’AZZURRO.

La formazione dell’Atalanta e Bergamasca calcio nel 1920 subito dopo la fusione. Il quinto da sinistra è Tito Legrenzi (da “Cent’anni di sport a Bergamo”). Si noti la maglia nero-azzurra senza strisce! Una vera “chicca”!

Agli inizi del 1919, con la ripresa della attività sportiva dopo la Grande Guerra, la società, che a causa delle difficoltà economiche dovute al conflitto aveva dovuto vendere il campo di via Maglio del Lotto, ripartì di slancio impegnandosi alla ristrutturazione di un vecchio ippodromo in disuso, la “Clementina” – in  zona Daste vicino al confine con Seriate -, per affrontare nel migliore dei modi l’ammissione alla massima categoria FIGC dell’epoca (1).

Veduta generale del campo della Clementina (“Stadium Atalanta”). Su questo campo la squadra nerazzurra ha giocato per nove anni: dal 1919 al 1928, anno dell’inaugurazione dello Stadio Comunale

 

Lo “Stadium Atalanta” alla Clementina, nel 1921 (Raccolta Gaffuri). Qui, il 26 giugno 1921 era stata inaugurata una pista ciclistica, realizzatata ai lati del campo di gioco, pomposamente chiamata Motovelodromo. Era tutta in terra battuta, con curve alte anche sei metri. Le gare (per dilettanti, professionisti e per ‘non classificati’) erano riservate soprattutto al ciclismo: velocità, stayer, sei giorni, l’americana e l’australiana. In pista vi furono anche il tedesco Tealmer e il tunisino Alì Beffati. Il Motovelodromo ebbe comunque vita breve: cessò quando si sciolse la sezione ciclistica dell’Atalanta Bergamasca. E la squadra di calcio tornò padrona assoluta dello “stadium”. Che a sua volta aveva ormai i mesi contati. L’idea di un nuovo stadio era ormai vicina alla sua realizzazione. Ovviamente uno stadio “degno di Bergamo e delle sue bellezze”..

L’Atalanta disputa vari anni nei gironi interregionali e nel 1925 assume Cesare Lovati (ex giocatore del Milan) come primo allenatore professionista. Nel tentativo di arrivare nelle categorie nazionali, in quello stesso anno arrivano anche i primi stranieri: gli ungheresi Lukacs e Hauser. Due anni più tardi viene ingaggiato anche il primo allenatore straniero (Imre Payer) ed il primo massaggiatore (Sala).

Nel 1927-28 l’Atalanta Bergamasca, nata dalla fusione delle due squadre, fu promossa in Divisione Nazionale. L’accesso alla massima serie impose la costruzione di un nuovo stadio, argomento di cui si cominciò a parlare ufficialmente nel gennaio 1928, allorchè si era appositamente costituita una Società Anonima (in seguito “assorbita” dal Comune), fondata dalla federazione fascista, con sede presso la Casa del fascio.

Promotore dell’iniziativa era il segretario del partito locale Pietro Capoferri, nominato di recente anche presidente dell’Atalanta (1).

La squadra calcistica dell’Atalanta nel 1929

Il costo complessivo dell’impresa era previsto in L. 1.800.000 (anche se con la decisione di ampliare le gradinate la cifra lievitò), da sostenere con le sottoscrizioni dei cittadini che avrebbero acquistato le azioni “di cento lire cadauna”, lanciate dalla Società controllata dal Partito nazionale fascista, responsabile della costruzione e della gestione.

All’atto costitutivo della Società era già stata raccolta una somma di centomila lire.

Il cantiere dello stadio negli anni Venti

 

Panoramica dell’area sulla quale sorse lo stadio. Pietro Capoferri, nel gennaio del 1928, sulla “Rivista di Bergamo” motivava la decisione di costruire lo stadio in quanto ormai, dal momento che sul finire degli anni Venti Bergamo aveva visto sorgere “palazzi stupendi a fianco di piazze e viali bellissimi (…) ormai non si poteva assolutamente tollerare più oltre che l’Atalanta continuasse a giocare alla Clementina, in uno stadio di grande povertà, di notevole squallore per i nostri tempi”

Nel frattempo i lavori per la realizzazione del nuovo stadio erano già cominciati sull’area dell’ormai ex Ippodromo di Borgo Santa Caterina (una superficie di circa 3500 metri quadrati), ormai divenuto un “tesoro infruttuoso”, come riporta la cronaca all’inizio di quel 1928: “Osservando dagli spalti meravigliosi delle nostre Mura, dalla vasta chioma verde, verso la monumentale Porta di Sant’Agostino, il panorama della città inferiore e nuova, si riscontra che esso è caratterizzato nelle sue ultime propaggini, in direzione nord-est, da un anello di terra che circoscrive un vasto spiazzo di terreno che tutti conosciamo come il vecchio Ippodromo di Borgo Santa Caterina. Per chi non vi giunge che nell’estate, quando questa amplissima area diventa il paradiso solare di frotte innumerevoli di bambini che frequentano la colonna elioterapica e che si rinsaldano i muscoli e le ossa al calore benefico dell’amico sole, l’ippodromo può ancora offrire un’impressione i vita. Ma quando nei lunghi autunni, negli inverni lividi e bianchi, nelle primavere acerbe questo recinto si offre ai nostri occhi, ci dà come una sensazione d’infinita nostalgia e di rimpianto. L’abbandono, il silenzio, l’incuria delle cose morte si contrappongono al ricordo dei cavalli che ungiorno percorrevano ansimanti questa traccia circolare fra l’ammirazione della folla”.

Cavallo e fantino in fase di “riscaldamento” poco prima della partenza di una corsa all’Ippodromo. La struttura ha poi lasciato il posto allo stadio (D. Lucchetti, “Bergamo nelle vecchie fotografie”).

 

L’Ippodromo di Borgo Santa Caterina nel 1914 (Raccolta Gaffuri)

 

17 Agosto 1934. Bambini alla Colonia elioterapica del Comitato Provinciale di Bergamo della Croce Rossa Italiana presso il Campo Polisportivo Mario Brumana a Bergamo (Fotografia A. Mauri)

E quando la Federazione fascista convocò gli azionisti della società del vecchio ippodromo, “tutti aderirono di buon grado per far si che l’impianto si trasformasse in un grandioso ‘stadio polisportivo’, dotato anche di una pista d’atletica ed arricchito da campi da tennis e da una piscina. Il progetto era stato affidato all’ingegner De Beni.

L’Ippodromo di Borgo S. Caterina ripreso nell’aerofotografia di Bergamo del 1924, quattro anni prima della posa della prima pietra dello Stadio Comunale (da “Cent’anni di sport a Bergamo”, cit.)

 

Veduta prospettica dello Stadio Brumana (1928)

 

Il Polisportivo comprendeva un campo per il gioco del football contornato da una pista podistica in cenere, due campi per il tennis, uno per la palla al cesto (pallacanestro) e una piscina con annessi servizi per la colonia “Bagni di sole”. A fianco dello stadio è ben visibile il quadrilatero del  Lazzaretto

 

I campi da tennis in una ripresa del 1930 circa (da “Bergamo nelle vecchie fotografie”, D. Lucchetti)

 

Il NUOVO STADIO

Il nuovo stadio ripreso dal campanile dell’ex-Convento dei Celestini (da “Cent’anni di sport a Bergamo”, cit.)

“Le linee architettoniche inquadrano l’opera ardita facendone una delle più belle fra quelle costruite fin ora in Italia” (Ing. Zanchi).

Al Polisportivo si accedeva da due ingressi, ciascuno provvisto di due edicole per la dispensa dei biglietti.

Com’era lo stadio comunale, e come lo è stato a lungo, prima della costruzione delle due curve sopraelevate. In primo piano, sulla sinistra, i due botteghini per la vendita dei biglietti in tribuna scoperta. Fa un certo effetto oggi notare il muretto di cinta (Per l’immagine: Archivio Fotografico Fondazione Bergamo nella Storia)

Il complesso occupava, e occupa tuttora, un’area di 35.000 m², e comprendeva: un campo per il gioco del football delle dimensioni di metri 70 per 120, contornato da una pista podistica in cenere dello sviluppo di 430 metri, larga sei metri.

“Bergamo Anni ’30 – Cartolina d’epoca, poco dopo la costruzione dello Stadio Comunale, campi da tennis e piscina”

Lungo i lati maggiori sorgevano le due tribune in beton armato, la cui forma era costituita da due lati dritti raccordati da archi di cerchio.

La tribuna ad ovest (lunga 88 m e larga 12, con 13 gradoni), fu coperta con una soletta a nervature in beton armato avente lo sbalzo di dodici metri, una soluzione d’avanguardia che verrà citata ad esempio nei manuali di tecnica delle costruzioni.

Campo polisportivo Mario Brumana, 1933

Sotto la tribuna furono ricavati i vari ambienti necessari per i servizi del campo: spogliatoi collettivi e individuali, palestra, sala per riunioni, locali per arbitri e la direzione, un appartamento per il custode, tutti i vari servizi sanitari e un piccolo buffet per gli spettatori.

La tribuna ad est, scoperta, avente le dimensioni di 84 metri per 15 lungo il lato di mattina “in fregio a un futuro viale”.

Ed anche la realizzazione del nuovo viale fu sommersa di lodi. I giornali lo definirono “una piccola opera d’arte urbana”.

Campo Polisportivo M. Brumana e viale Regina Margherita, di cui le cronache riferivano: “Lungo 972 metri e largo 18, ha due marciapiedi laterali di due metri e mezzo con una carraia di 13 metri. Alberi sono previsti lungo gli spigoli interni dei marciapiedi, mentre la distanza di rispetto dal ciglio della strada delle future costruzioni è stata stabilita in tre metri con una larghezza massima, fra due fabbricati, di 24 metri”

 

Lo Stadio Comunale di Bergamo all’epoca della sua realizzazione (da “Cent’anni di sport a Bergamo”, cit.). Si noti il viale prospiciente l’ingresso dello stadio, in un’area ancora scarsamente edificata (da “Cent’anni di sport a Bergamo”, cit.)

Sotto la tribuna scoperta furono ricavati locali destinati a negozi e magazzini da cedere in affitto, nonché un bar-ristorante aperto tutto l’anno, al quale si accedeva sia dall’interno che dall’esterno dello stadio.

Quanto alla capienza, i giornali annunciarono una cifra che fece sbarrare gli occhi a molti bergamaschi: dodicimila! Duemila in ciascuna delle due tribune, ottomila nei parterre (poi ampliata a 15.000).

Fu inoltre previsto anche un’auto-parco per il deposito delle macchine durante gli spettacoli.

Un’incredibile panoramica dell’ampia area che circoscriveva lo stadio, pressochè interamente adibita a parcheggio (da “Cent’anni di sport a Bergamo”, cit.)

 

Un ampio scorcio del parcheggio antistante lo stadio (Foto Wells)

Nell’ottobre del 1928, lo stadio era già aperto “tutti i mercoledì e i venerdì, dalle 14 alle 17.30, ai giocatori appartenenti a qualsiasi società della provincia” (da un comunicato dell’Atalanta).

La folla nei pressi dell’ingresso dello stadio: un autentico tuffo nel passato. Si notino i soldati in primo piano

 

IL COLLAUDO E UNA PRIMA INAUGURAZIONE

Per verificare le condizioni del terreno di gioco, il primo novembre si tenne una sorta di “prova generale” in occasione della partita Atalanta-Triestina, alla presenza del pubblico che aveva avuto accesso solo in gradinata: si trattava della prima partita giocata nel nuovo stadio, che vide l’Atalanta trionfare sulla squadra ospite per quattro reti a una.

Il giorno prima i tecnici avevano provveduto al collaudo delle due tribune, alla presenza di numerosi cronisti.

L’indomani, riferirono i giornali: “Tutto è risultato compiuto a regola d’arte e al termine dei vari collaudi, durati alcune ore, le autorità presenti si sono vivamente congratulate con il progettista e i suoi collaboratori, specie per la tribuna coperta che è la più ardita e importante del genere esistente in Italia”.

Per il collaudo della tribuna coperta, la soletta di copertura della tribuna, avente uno sbalzo di m. 12,80, fu sovraccaricata di sabbia in ragione di 150 kg al mq; i flessimetri rilevarono. sotto tutto quel carico, una freccia d’inflessione di 2,5 mm e rimosso il carico non si riscontrò alcuna deformazione permanente. Fu un risultato superiore ad ogni aspettativa in quanto, secondo il calcolo degli esperti, era prevista una deformazione elastica di circa 10 mm. Successivamente furono caricate anche le gradinate per gli spettatori in ragione di 5 quintali per metro quadrato, senza che gli apparecchi di controllo segnassero inflessione alcuna.
Infine, il responsabile del collaudo professor Salvatella del Politecnico di Milano, spese parole d’elogio per le qualità superiori del cemento granito fabbricato dalla Italcementi e impiegato nella grandiosa opera.
Le autorità si congratularono vivamente con i tecnici e le maestranze per aver donato a Bergamo, con il loro impegno, un’opera tanto ardita e importante (dalla cronaca dell’Eco di Bergamo).

Inoltre, sul nuovo terreno di gioco, a mo’ di collaudo“severo”, il 9 dicembre 1928 fu disputata una partita di rugby fra l’Ambrosiana Milano e una squadra di Bucarest. Per Bergamo si trattava di uno sport inedito e i giornali si sbizzarrirono a spiegarne le regole.

Una cartolina “storica” dell’Atalanta distribuita ai tifosi. Erano tempi ancora lontani dalle mitiche figure Panini (da “Il Novecento a Bergamo”, op. cit.)

 

Negli anni Trenta, allineati in bella fila, gli atalantini allo stadio, che allora aveva sullo sfondo non la Curva Nord, ma lo stabilimento “Mazzoleni”. Il portiere era Ceresoli (da “Il Novecento a Bergamo”, op. cit.)

 

I bravi giocatori che portarono la squadra calcistica dell’Atalanta in serie A. Da sinistra: Borgioli, Bolognese, Simonetti, Signorini, Andrei, Scavazza, Procura, Savio, Salvi, Cominelli, Remigi (da “Bergamo nelle vecchie fotografie”, D. Lucchetti)

 

L’INAUGURAZIONE UFFICIALE

La chiacchieratissima inaugurazione ufficiale del nuovo stadio di Bergamo avvenne la domenica adamantina del 23 dicembre 1928, quando contemporaneamente furono inaugurati anche i Magazzini Generali al Conventino e la nuova facciata di palazzo Nuovo in piazza Vecchia.

1928 – Magazzini Generali Bergamaschi, in via Rovelli. Si noti il terreno imbiancato, proprio come il campo dello stadio nel giorno dell’inaugurazione!

Sotto un freddo e luminoso cielo azzurro, quella mattina Bergamo fu svegliata dalla prima neve sfarinata appena sui tetti e nei prati, e dal suono delle fanfare di suonatori vestiti d’ogni foggia.

Tutta la città era imbandierata dai tricolori svolazzanti alle finestre, ai balconi, sulle torri.

Un grande corteo cominciò a prendere forma sul piazzale delle stazioni in un tripudio di luci, suoni e colori e la sfilata s’incamminò festante e al passo, con vessilli e gagliardetti che sferzavano l’aria, verso il nuovo stadio.

A mezzogiorno lo stadio, dove erano attese le autorità, era già ricolmo di sportivi, richiamati anche per la partita di campionato in programma, Atalanta-Dominante di Genova.

Il campo con la tribuna scoperta gremita di pubblico. La seconda inaugurazione avvenne domenica23 dicembre,alla presenza di un foltissimo pubblico,con la gara di campionato Atalanta-La Dominante di Genova, quest’ultima battuta dagli Atalantini per 2-0 (reti di Giannelli e di Perani II su rigore) – (Foto D. Villa)

Alle 13.30, a metà del viale Regina Margherita (come allora si chiamava l’attuale viale Giulio Cesare, da poco realizzato) scesero dalle loro auto per avviarsi a piedi verso l’ingresso dello stadio, il segretario generale del partito Filippo Turati, Arnaldo Mussolini e Achille Starace.

Una delle più belle e significative mmagini del mitico “Brumana”, capace di catapultare con immediatezza lo spettatore in una fantastica atmosfera d’altri tempi !

“La Milizia, distesa in doppio cordone, scatta sull’attenti e presenta le armi. Poi, come Turati sorpassa l’ingresso, dove prestano servizio i reali carabinieri in alta uniforme, dalla folla balza l’ala- là di saluto al gerarca, che a passo svelto si dirige verso il posto d’onore della tribuna. Fotografi e cineoperatori sono sparsi un po’ ovunque e fanno scattare gli obiettivi. Poco più tardi arrivano anche Arnaldo Mussolini (direttore de “Il Popolo d’Italia”) e Starace”, raccontano le cronache.

“S. E. Augusto Turati accompagnato dalle autorità verso la tribuna coperta del campo polisportivo” (Foto Ogliari)

 

23 dicembre 1928, giorno dell’inaugurazione dello stadio Mario Brumana di Bergamo: il palco d’onore con le autorità

La partita – Atalanta-Dominante di Genova – preceduta da una esibizione di ginnasti dell’Atalanta, fu vinta per 2 a 0 dall’Atalanta, fra un’impressionante, spettacolare ed esaltante – si direbbe oggi – standing ovation.

Una fase dell’incontro tenutosi il 23 dicembre 1928 tra Atalanta e La Dominante di Genova

Ma la cerimonia vera e propria dell’inaugurazione si aprì con la benedizione impartita da monsignor Brambilla, appositamente delegato dal vescovo. Poi arrivò una pioggia di discorsi fra i quali, in particolare, quello del federale Pietro Capoferri fu definito dalla cronaca “imponente”. Turati riconobbe “ai camerati bergamaschi di aver bene operato costruendo questo campo sportivo dedicato alla memoria di un nostro caduto. Qui si disputerà la più aperta, la più bella e aspra competizione dello sport”.

23 dicembre 1928, giorno dell’inaugurazione dello stadio Mario Brumana di Bergamo: il palco d’onore con le autorità

Per le vie della città i festeggiamenti durarono sino a tarda ora e si calcolò, considerate le corse straordinarie dei treni in arrivo dalla stazione centrale e dalle stazioni delle Valli (il cui personale ricevette un encomio per l’ottimo lavoro svolto), che erano state trasportate a Bergamo oltre undicimila persone.

I giornali si sperticarono in lodi per il nuovo complesso all’avanguardia di cui finalmente Bergamo si era dotata, compresi i campi da tennis (per i quali fu costruita la caratteristica villetta, sede del primo Tennis club Bergamo) e la piscina-lido.

Anni ’40: nell’area oggi occupata dalla curva Pisani c’erano i campi da tennis, mentre dalla parte opposta sorgeva una piscina scoperta di m. 20 x 60 (cerchiata in giallo) con moderno impianto di depurazione, spogliatoi, cabine e bar ristorante. E’ visibile anche l’antica struttura del Lazzaretto (Foto Wells)

 

1929: i campi da tennis accanto allo stadio

 

Il Tennis Club di Bergamo, nel 1930

 

LA PISCINA PRESSO IL NUOVO STADIO: IL “CASTELLO DEI TUFFI”

Il moderno complesso della piscina regalò ai bergamaschi l’impressione di essere al mare, e così i giornali la battezzarono presto con il nome di “piscina-lido”.

Secondo quanto si legge su “Il Nocecento a Bergamo” (Op. cit.), il podestà Antonio Locatelli (che tra l’altro era assiduo frequentatore della piscina, dove egli  “prediligeva nuotare sott’acqua”) aveva affidato l’incarico della sua realizzazione all’ingegner Giancarlo Eynard, professionista da lui molto stimato; da una recentissima conversazione con il Sig. Valdo Eynard, figlio dell’ingegner Giancarlo, risulta che tale piscina non sia stata progettata dal padre, che invece in quegli annni aveva progettato la piscina di Cuneo, di cui Valdo ricorda ancora il plastico tenuto per anni in casa .

La piscina, una vasca di 50 metri, era dotata di un impianto di depurazione e clorizzazione dell’acqua (soluzione elogiata in un numero de “La Rivista di Bergamo” del 1934), “di un bar-ristorante con tavolini all’aperto, impianto di illuminazione per le gare in notturna (“dotato anche di alcuni fari mediante i quali si ottengono effetti di luce molto suggestivi”), cabine e armadietti per il pubblico, docce e servizi igienici, trampolini e una pedana in legno, sopraelevata ai bordi della vasca, per l’esposizione al sole” (Giorgio Mazzoleni).

1929: la piscina comunale venne edificata con lo stadio nel 1928 e occupava l’area dove oggi sorge la Curva Nord. La foto riprende la parte più profonda della piscina, quella con il trampolino. Al lato opposto v’era la piscina piccola (per i bambini), a cui si accedeva da una grande scala di pietra. La piscina dei bambini era separata da quella degli adulti da una passatoia in cemento (visibile nella foto). A destra e a sinistra della piscina v’erano due banconi in legno su cui ci si poteva sdraiare per prendere il sole (è ben visibile quello sulla destra). La piscina venne abbattuta quando l’Italcementi realizzò e donò alla città la nuova piscina nella zona dell’Ospedale maggiore

Un recinto metallico isolava la vasca dalla zona circostante, allo scopo di disciplinare e rendere facilmente controllabile l’accesso dei bagnanti alla vasca. Un solo passaggio vi era permanentemente aperto; e si trattava di un passaggio a guado che doveva essere necessariamente attraversato da tutti i bagnanti prima di immergersi in piscina.

In due mesi, nell’estate del 1934, la piscina aveva stabilito un record di 10.000 presenze

Va da sé che tutta la zona compresa entro il recinto era pavimentata, parte in piastrelle di cemento e parte con pedane sopraelevate assai apprezzate dai bagnanti per distendersi al sole.

La piscina comunale presso lo Stadio Brumana. Sullo sfondo l’edificio del Tennis Club

 

La piscina comunale presso lo Stadio Brumana

Quei semplici accorgimenti permettevano di evitare l’introduzione in vasca di terra, sabbia o altro, concorrendo notevolmente a mantenere limpida l’acqua, rispondendo pienamente alle norme regolamentari e rendendo quindi la piscina idonea ad ospitare manifestazioni agonistiche di qualsiasi importanza.

La piscina comunale presso lo stadio Brumana (foto tratta da “Il Novecento a Bergamo”, op. cit.)

 

La piscina comunale presso lo stadio Brumana: il “castello dei tuffi” (foto tratta da “Il Novecento a Bergamo”, op. cit.)

In un reportage degli anni Trenta, uno stralcio descrive la piscina-lido:
“(…) A rendere inoltre più attraente e ospitale l’ambiente, è in funzione un decoroso caffè-ristorante soprattutto gradito alla categoria dei professionisti e degli impiegati che, potendo consumare a modico prezzo il pasto in piscina, riescono a concedersi nelle ore meridiane un po’ di vita da spiaggia. Concludendo, la cittadinanza bergamasca non poteva essere meglio servita in fatto di possibilità balneari. E qualcuno già pensa alla costruzione di una piscina coperta invernale” .

La piscina coperta invernale, a Bergamo, verrà realizzata molti anni dopo.

La commovente tenerezza sprigionata da questa fotografia e da quelle che seguono; immagini, ormai sbiadite e  custodite con amorevole cura: sono i ricordi più preziosi, che parlano di noi e dei nostri affetti, e ci raccontano di come eravamo

 

La piscina comunale in una domenica del 1946, in un ricordo di Gianni Gelmini

 

La piscina comunale in una domenica del 1946, in un ricordo di Gianni Gelmini

 

1946 – Gianni Gelmini con un’amica, ritratti dal padre di Gianni nella piscina comunale di Bergamo

 

VERSO I NOSTRI GIORNI

Tifosi atalantini a Bergamo, nel 1957

Nel corso del tempo lo stadio ha subito diverse opere di ristrutturazione fino ad assumere l’attuale configurazione: delle vecchie strutture sportive del 1928 ormai non resta più nulla e solo nella facciata possiamo ravvisare i tratti del vecchio stadio.

Sono state aggiunte le due curve e la copertura della tribuna ad est.

1949: le gradinate in costruzione

Di notevole importanza a livello strutturale furono i lavori eseguiti nell’estate del 1984, contestualmente al ritorno dell’Atalanta in serie A, che portarono all’eliminazione della pista di atletica (si ricordi che, grazie ad essa, dal 1960 al 1983 proprio in questo stadio si concludeva il Trofeo Baracchi di ciclismo), al posto della quale furono aggiunte delle tribune metalliche. Queste permisero di aumentare la capienza, che toccò il record storico il 16 settembre 1984, quando alla partita Atalanta-Inter assistettero oltre 43.000 spettatori, benchè dopo le ultime modifiche la capienza dello stadio sia di 24.726 posti.

Alcuni tifosi dell’Atalanta nel 1955 (foto Gentili)

 

La squadra dell’Atalanta nel 1963

Nel 1991 lo stadio fu oggetto di un prodigioso intervento di ristrutturazione, eseguita a tempo di record grazie anche ad un ingente finanziamento statale, ma soprattutto alle maestranze –  tre imprese edili d’eccellenza – che ne garantirono la qualità, bergamasche al cento per cento.

Lo stadio comunale stracolmo di spettatori dopo la costruzione della Curva Sud sopraelevata. E la Nord? Non la si poteva ancora realizzare per la presenza del complesso delle piscine e del Tennis club con la sua caratteristica palazzina (Per l’immagine: Archivio Fotografico Fondazione Bergamo nella Storia)

 

Lo stadio comunale di Bergamo in una cartolina del 1965 ancora privo della Curva Nord

 

Stadio Comunale di Bergamo

 

Cartolina intitolata allo Stadio Atleti Azzurri d’Italia

Oggi, al di là di ogni discussione riguardo l’inadeguatezza dell’impianto e della sua collocazione, rincuora sapere che quello stadio all’avanguardia che sul finire degli anni Venti sorgeva alle porte di una tranquilla cittadina, continua a svolgere diligentemente il compito per il quale è sorto, continuando a far sognare ad occhi aperti migliaia di bergamaschi.

Un momento indimenticabile per la squadra atalantina e per i suoi tifosi: la serie A è stata finalmente raggiunta e prima di lasciare  il campo di Marassi, Marchetti, Randazzo, Rota, Festa e Passirani salutano il pubblico

 

NOTE
(1) Questa società ottenne il riconoscimento giuridico, usufruendo delle esenzioni fiscali stabilite dalla legge 14 giugno 1928, n. 1310.

Riferimenti

“Il Novecento a Bergamo – Cronache di un secolo”. Di Pilade Frattini e Renato Ravanelli. A cura di Ornella Bramani – Vol. II. UTET. Anno 2013.

“Cent’anni di Sport a Bergamo. Di Aurelio Locati. Editore Bolis, 1987.

Ultima modifica: 02/07/2018.

Città Alta: “Il Lavatoio che non c’è più”

Testo e fotografie di Gianni Gelmini  ©

Per uno che abita a Bergamo, Città Alta è di sicuro la “modella” più facile da raggiungere; infatti, le ho scattato moltissime foto. Un giorno mi aggiravo nelle sue viuzze alla ricerca di qualcosa di nuovo da immortalare, quando vedo, dietro un cancello aperto, sormontato dalla scritta “lavatoio”, una scaletta in discesa verso uno spazio, chiuso tra le case e la chiesa di San Lorenzo, completamente sotto il livello della strada.

Lavatoio: una parola che mi solletica, ricordo il lavatoio che c’era vicino alla casa di mio padre in via San Lazzaro lungo la roggia, con le donne che lavavano e parlavano tra loro, un chiacchiericcio continuo segnato rumore dello sbattere dei panni e dell’acqua gocciolante delle strizzature: un mondo vivo in cui si ritrovava il rione. Questo però non mi sembra troppo vivo, anzi, mi sembra deserto.

La scala acciottolata s’incunea tra muri scrostati arricchiti da erbacce, sul fondo c’è una porta di spesso legno corroso (ho scoperto solo qualche mese fa che quella porta da l’accesso alla “Fontana del Lantro”, che raccoglie l’acqua di una delle due fonti sorgive esistenti attorno al lavatoio).

Il lavatoio non è deserto: una donna sta finendo di strizzare i panni appena lavati. Terminato questo lavoro, prende la sua vaschetta e se ne va. Ora non c’è più nessuno.

Il silenzio è rotto solo dal rumore dell’acqua che gorgoglia da un rubinetto. Non l’acqua sporca della roggia che ricordavo, ma acqua di fonte.

Lavare i panni a mano nell’acqua fredda, però, non è più cosa di moda, anche se l’acqua è cristallina; così quattro file di vasche aspettano invano un cliente.

In centro a Città Alta c’è un altro lavatoio più ricco con i ripiani in marmo; questo è molto più grande, ma spartano. Tutto però segna un abbandono ormai cronico.

Al “Lavatoio” ci sono tornato in un giorno di settembre del 2012: il lavatoio oggi non c’è più, il suo spazio è stato riempito da una montagna di terra; c’è solo uno stretto passaggio per raggiungere le vasche delle fonti, così queste foto sono diventate un documento storico.

 

Ricordi di Città Alta dalla penna di Anna Rosa Galbiati: “Le signorine Cadonati” e “I Bonacina”

Terza puntata (per la puntata precedente, clicca qui)

“Le signorine Cadonati”

Al numero 11 di via Rocca abitavano anche le signorine Cadonati, due zitellette quarantenni che si dedicavano al lavoro di lavanderia e stireria in casa.
Abitavano all’ultimo piano della casa Baglioni, nel versante che guardava sulla Via Porta Dipinta e dal quale si godeva la più ampia e straordinaria vista di Bergamo.

Il loro appartamento, grazie alla posizione elevata, era luminosissimo ed era composto di enormi stanzoni con soffitti a travi di legno.
Nella cucina lunga e stretta lavorava la vecchia sciura Cadonati, sempre piegata sul “sòi” a insaponare i panni, a lavarli, a sbatterli e strizzarli con forza.
Nonostante la bestiale fatica, la signora Cadonati era sempre sorridente e contenta.
In uno stanzone con grandi finestre, sempre aperte all’aria e al sole, c’erano due tavoli su pedane di legno, coperti di teli bianchi, sul quali erano allineati ferri da stiro di ghisa neri e pesanti, barattoli di saponaria, di smacchiatore, scodelle di acqua per inumidire, insomma tutto il necessario per stirare: il regno delle signorine Cadonati. In un angolo, poco distante, c’era il banchetto di lavoro del signor Cadonati, che faceva “ol scarpuli”. Sparse un po’ dovunque c’erano vecchie scarpacce sfondate, zoccoli, martelli, forme, pezzi di cuoio.
Un altro enorme stanzone soleggiato ed aerato era usato per stendere i panni bagnati e per appendere i capi stirati.

Le due sorelle Cadonati, Rina, morettina e Franca, biondina, passavano le loro giornate a stirare, sempre sui due piedi, interrompendo il lavoro solo per mangiare.
Erano sempre insieme, e non hanno passato un giorno l’una lontana dall’altra. Rina rifiutò la proposta di matrimonio di un bravo ragazzo di Bari, atterrita dall’idea di lasciare la sorella e la sua Bergamo. Trascorsero la loro vita sempre teneramente insieme, condividendo lo stesso lavoro e le stesse passioni.
Poiché facevano parte, con il padre, del coro del Teatro Donizetti, alcune sere si recavano a teatro per le prove. Rina aveva una calda voce di contralto, Franca di soprano, e il padre una profonda voce di baritono. Andare dalle signorine Cadonati era come salire in cielo, in un’atmosfera fuori dal mondo. Mentre lavoravano, si esercitavano nei brani d’opera che avrebbero dovuto cantare durante la stagione lirica e la stanza di lavoro, come per magia, si trasformava in un palcoscenico, cui faceva da scenario lo stupendo panorama di Bergamo. Io, rimanevo delle ore seduta su una seggiolina, in disparte, ad ascoltarle, immobile, per paura di dare fastidio.

Il brano che più mi commuoveva, fino a farmi sentire i brividi, era quello della Cavalleria Rusticana: “Esultiam – il Signor non è morto…”, perchè le tre voci si fondevano tra loro in un’accorata armonia piena di sentimento come fossero strumenti d’orchestra e la musica fluiva dal loro animo per penetrare tutto il mio essere.
Mi esaltavo anche quando cantavano il famoso brano dal Trovatore: “Chi del gitano – la vita – abbella…”, perché il signor Cadonati accompagnava il canto con dei colpi ritmati di un martello su una forma di ferro. In quella fucina di attività e di arte, mi sembrava di vivere in un sogno.

Di tanto in tanto attraversava lo stanzone, per andare a distendere nel locale accanto, la sciura Cadonati, la quale, camminando ancheggiante, emetteva delle scorreggette a tempo, ridendo sorniona e compiaciuta.
Le figlie interrompevano il canto e, guardando la madre scandalizzate, le dicevano: “Ma mama, ghè ché la s-cetina, móchela!” Io, invece, mi divertivo un mondo, anzi seguivo la sciura Cadonati e le dicevo: “Dài, signora Cadonati, me ne faccia sentire ancora qualcuna!”, e lei, a comando, dava fiato al suo strumento…

Da allora, quando volevamo divertirci, mia sorella Luisa ed io ci dicevamo: “Andiamo su dalla signora Cadonati a sentire qualche scorreggia!”.
Che risate ci facevamo quando la sciura camminava emettendo i suoi peti! Le sue flatulenze non avevano nulla di volgare, sembravano invece richiami di paperelle smarrite: “qua, quaraqua, qua, squecc…” e altre variazioni simili.
Era un fenomeno e noi ci chiedevamo ammirate come facesse. La sciura ci fece però promettere di non dirlo a nessuno e noi mantenemmo il segreto, altrimenti non ci avrebbe fatto sentire più niente.

Le signorine Cadonati, la sera, uscivano a far le consegne della biancheria stirata e, qualche volta, la nonna ci permetteva di andare con loro.
Per noi bambine, camminare di sera nelle buie stradine di Città Alta, silenziose e deserte, entrare in oscuri androni, salire scale sinuose e strette appena visibili, era una grande e misteriosa scoperta.
Le signorine Cadonati parlavano sottovoce tra di loro, quasi non volessero turbare il magico silenzio della notte e noi bambine ci sentivamo come delle esploratrici in cerca di fantasmi.
Le signorine Cadonati conoscevano tutti in Città Alta e, molte volte, si davano da fare per scoprire i segreti altrui.

Ricorderò sempre una sera nella quale, terminate le consegne, mi fecero percorrere su e giù la Città, per seguire a distanza la signorina Trivella, che abitava come noi in via Rocca al civico 11. La signorina Trivella era una bellissima ragazza con lunghi capelli corvini, che raccoglieva in grosse trecce, molto alta e dal portamento altero, che la faceva sembrare una nobile matrona romana.
Di giorno lavorava e tutte le sere usciva per assistere alle funzioni religiose. Ma quella sera, le signorine Cadonati notarono che la signorina Trivella, finita la funzione, invece di tornare a casa, aveva preso un’altra strada, per cui, mosse da una sana curiosità, si domandarono: “Ndó àla a chèst’ura, al pòst de “ndà a cà… Te edrét che la gà ol murus!” Naturalmente la seguirono per scoprire l’arcano.

La signorina Trivella, dopo aver percorso alcune erte viuzze, entrò in un portone. Le signorine Cadonati si sedettero su un muretto vicino ad aspettare, volevano vedere quando usciva e con chi.
Poco dopo, la signorina Trivella uscì con un bel giovanotto sotto braccio. Le signorine Cadonati, soddisfatte, videro confermati i loro sospetti.
Dai loro discorsi riuscii ad afferrare qualche cosa. Il giovanotto con cui la signorina Trivella si incontrava era un militare della Guardia di Finanza il quale, per una rigida disposizione disciplinare della sua Arma, non avrebbe dovuto avere relazioni sentimentali né avrebbe potuto sposarsi prima dei ventisette anni.

Ecco perché i due giovani innamorati dovevano incontrarsi di nascosto, come se amarsi fosse una colpa.
Le signorine Cadonati, verificata de visu la situazione, tornarono a casa soddisfatte: ora sapevano la verità.

Non si fidavano mai dei pettegolezzi altrui, dovevano andare da sole a fondo della realtà dei fatti. Non erano delle malelingue, la loro curiosità era discreta, non riferivano mai ad altri le loro scoperte, tenevano tutto per sé. Era un innocente passatempo delle due sorelle sempre sole, che le faceva sentire più vicine alla vita degli altri abitanti della Città.
Sapevano tutto di tutti, ma custodivano rispettosamente dentro di sé i segreti intimi della vita di ognuno, come fossero cari parenti. Dalle loro labbra non uscì mai voce malevola o sgradevole.
Le signorine Cadonati, invece, dall’alto del loro abbaino, regalavano tutti i giorni alla Città dolci e armoniose note di poesia, come canori usignoli nel loro nido.

“I Bonacina”

I coniugi Bonacina vivevano accanto alla famiglia Cadonati in un’unica stanza, ma così grande che oggi vi si potrebbe ricavare un comodo appartamento.
Quella stanzona comprendeva tutto: cucina, stanza da letto, soggiorno, arredati con mobili scuri ed austeri, tenuti lucidi come specchi.
Il pavimento di cotto rosso era brillante come un rubino perchè la sciura Bonacina vi camminava sopra solo con pattine incipriate di paraffina.

La sciura Bonacina era un tipo segaligno, alta e magrissima, con capelli tesi e tirati all’insù in uno gnocco arrotolato. Vestiva sempre di nero, in un rigido abito che la costringeva dal mento sino alle caviglie.
Quando usciva di casa, copriva il capo con uno scialle di seta nero d’estate e di lana in inverno.
Come era severo il suo abbigliamento, così era il suo cipiglio. Camminava impettita con lo sguardo fisso davanti a sé, scorbutica nel salutare e senza un sorriso. Detestava ogni esternazione affettiva, detestava carezze e baci perchè per lei erano insulse smancerie. Quando vedeva due persone che si tenevano per mano o in tenero atteggiamento, allontanava lo sguardo, dicendo nauseata: “Che lösòcc!”

Lo zio Vanni, il mio zio “barba”, si divertiva a provocarla facendo le vedere le fotografie di attrici in costume da bagno riprodotte sui giornali (i costumi da bagno di allora lasciavano ben poco alla luce!).
Lei, con disgusto e disprezzo, allontanava il giornale e diceva: “Fam mia èt a mé chèle gioàne, con chèi ciapamèrde!”
Lo zio le girava le spalle e rideva divertito, mentre la sciura Bonacina tratteneva a stento la sua irritazione, forte delle sue convinzioni.

La sciura Bonacina era il classico tipo della bigotta, il cui unico passatempo nella vita fu quello di passare da una chiesa all’altra. Non perdeva una funzione: i primi vespri, i secondi, quelli dei santi, quelli dei martiri, le terze, le seste, le none… senza contare le Messe quotidiane.

Seguiva tutte le processioni e tutti i funerali, anche quelli di persone che non conosceva, disertava solo le cerimonie nuziali perchè per lei erano troppo pagane.

Era una assidua e fervente cattolica, osservante al punto che non solo passava intere giornate in chiesa, ma recitava rosari e litanie anche in casa, dove apparivano crocifissi e santini un po’ in tutti gli angoli.
Questo suo feticismo religioso la rendeva una moralista inflessibile ed intollerante, tant’è vero che i suoi nipoti non andavano mai a trovarla, per non sentire i suoi anatemi e le sue pesanti parole di condanna.

La sciura Bonacina aveva da ridire tutto su di loro: il modo di vestire era indecente, la ragazza si truccava come una p…, non si vedevano mai a messa, frequentavano amici poco raccomandabili…
In realtà la sciura Bonacina esternava cosi la sua forte avversione per la nuora, sposata al suo unico figlio, una simpatica ed estroversa signora toscana che aveva tutt’altre vedute rispetto alla suocera. Di qui, la convinzione della sciura Bonacina che i nipoti non ricevessero una buona educazione e crescessero come dei miscredenti.

Eppure, a me la vecchia Bonacina, benché rustica e scostante, piaceva, salivo di frequente a trovarla ma scappavo via quando cominciava i suoi “De profundis clamavi…”

Anche il signor Bonacina era un personaggio molto interessante, era un bell’uomo alto e impettito, con due grossi baffi che rendevano il suo viso più importante e rispettabile. Indossava sempre dei pantaloni neri alla zuava, infilati in stivaloni aderenti, portava camicie scozzesi sotto un ampio tabarro. Tutte le mattine, all’alba, il signor Bonacina usciva di casa con la doppietta in spalla, per andare a caccia sui Torni o al Pascolo dei Tedeschi o in Castagneta, dove trovava sempre della selvaggina.

Non faceva incetta, si accontentava di cinque o sei uccelletti, che avrebbero costituito il pranzo quotidiano.
Tutti i giorni, infatti, i signori Bonacina mangiavano “polenta e osèi” a mezzogiorno. Alla sera, come cena, poteva bastare una minestrina.

Quando era finito il periodo della caccia, il signor Bonacina si procacciava il cibo andando a funghi e ne prendeva molti, per cui ne poteva mettere da parte una scorta per l’inverno.
Ricordo il caratteristico profumo di funghi che arrivava al naso non appena si entrava in casa dei Bonacina. Per terra, infatti, sui giornali vicino alla finestra, dove batteva il sole, erano distese fettine di funghi a seccare.
Ogni giorno i boschi di Città Alta offrivano delle delizie.

Il signor Bonacina, che era un profondo conoscitore della flora orobica, raccoglieva erbe medicinali e commestibili di ogni tipo: camomilla selvatica per fare tisane, cicoriette tenere e radici amare da fare lesse, germogli da fare in insalata, punte di ortiche per fare frittate e altre erbe buone da consumare che solo lui conosceva.
Insomma, i signori Bonacina compravano solo la farina gialla per fare la polenta perché tutto il rimanente lo offriva la natura, cioè i verdi colli di Città Alta.
Quando arrivava l’autunno, il periodo delle castagne, ne portava a casa a sacchi ed anche quelle diventavano una preziosa scorta per l”inverno. Com’ero grata, quando mi riempivano le tasche del grembiulino con quelle lucide castagne! Per me erano un regalo di grande valore, poiché ci giocavo e poi le mangiavo, anche crude.

Questa singolare coppia di vecchio stampo bergamasco, sotto la scorza di un’apparente rudezza, rivelava battiti di spontanea generosità.
In estate, durante le sue esplorazioni nei boschi, il signor Bonacina raccoglieva delle fragole di bosco piccolissime e profumatissime e le adagiava ordinatamente sopra foglie fresche, che intrecciava a forma di cestino.

Bussava alla nostra porta e, senza dire una parola, metteva il grazioso cestinetto nelle mani della nonna e se ne andava via. La nonna, confusa e commossa per il gentile gesto, gli rivolgeva parole di ringraziamento, ma lui, senza guardarla in faccia e salendo le scale, diceva solo: “Negot, negot…”.
Qualche volta, per non sentirsi in imbarazzo, metteva il cestinetto fuori dalla porta. La nonna capiva che doveva accettare senza troppi complimenti. Il signor Bonacina cosi dimostrava la sua amicizia e la sua simpatia, vero “caràter de la rassa bergamasca: fiama dè rar, ma sota la sender… brasca!”.

Quando il tenero e rustico signor Bonacina mori, la moglie dette prova ancor più della sua fierezza d’animo, non lasciando trasparire ombra di commozione e di dolore. A quanti le rivolgevano parole di cordoglio, laconica e asciutta rispondeva: “al Signùr l’a ülit issé, l’era la sò ura”. Rassegnazione religiosa o straordinaria capacità di dominare i propri sentimenti?
Rimasta vedova, la sciura Bonacina continuò la sua vita tra casa e chiesa. L’unica persona con la quale riuscì ad allacciare un buon rapporto fu mia nonna Anita, da lei molto stimata.

Infatti, tutte le sere, quando tornava dalle funzioni serali, entrava discreta in casa nostra, si sedeva, dava un’occhiata al giornale, commentava le notizie, annusava una presa di tabacco che la nonna le offriva dalla sua tabacchiera, beveva con piacere una tazza di tiglio o di camomilla, poi, al primo rintocco del campanone, si alzava e tornava nel suo rifugio, aspettando sola e dignitosa il suo turno per morire: “Libera me, Domine, de morte aeterna, in die illa tremenda”.

Vai alla quarta puntata

Anna Rosa Galbiati, “Acquarelli Bergamaschi” (Sistema Bibliotecario Urbano – Biblioteca circoscrizionale Gianandrea Gavazzeni, Piazza Mercato delle Scarpe – Città Alta).

I dipinti e i disegni, di Mario Airoldi, sono tratti da: Mario Airoldi, Amanzio Possenti, “Bergamo negli occhi – Armonia di luci ed ombre”. Edotrice Cesare Ferrari, Clusone (Bg), 1986.