Gli albori dello stadio di Bergamo e della “mitica” Atalanta fra pagine di storia e di costume

Gli operai del cantiere dello stadio di Bergamo (1928)

Lo stadio Mario Brumana di Bergamo fu ufficialmente inaugurato, dopo meno di un anno d’intenso lavoro, nel dicembre del 1928 e il regime fascista organizzò per l’occasione una grande parata. In quei tempi venne considerato uno dei più belli in assoluto e vennero da ogni dove per ammirare quella tribuna coperta rivoluzionaria, che apparve sulle più autorevoli riviste di architettura e di ingegneria.

L’impianto era talmente ben fatto da essere giudicato, oltre mezzo secolo più tardi –  quando lo si sarebbe voluto demolire per edificarne uno decentrato,  più grande e più “comodo” -, monumento nazionale.

La facciata dello stadio in un immagine risalente al 1932. Lo stadio, inizialmente denominato semplicemente “stadio polisportivo”, fu ben presto intitolato a “Mario Brumana”, milite fascista originario della Valle Imagna caduto a Gallarate, nel varesotto, durante i moti che precedettero l’avvento del regime. Nel secondo dopoguerra assunse la denominazione di “Comunale” (che mantenne per quasi cinquant’anni), sino all’attuale denominazione di “Stadio Atleti Azzurri d’Italia”

Ma per rintracciare le origini della squadra bergamasca bisogna risalire agli albori del Novecento, quando a Bergamo il centro motore dello sport si trovava in Città Alta, dove erano attive due società sportive: la “Società Bergamasca di Ginnastica e Scherma” fondata nel 1878, e “La Giovane Orobia”, fondata nel 1901 che svolgeva la propia attività nella palestra del Liceo Sarpi.

Giovani altleti di ginnastica della “Società Bergamasca di Ginnastica e Scherma”, 1908

Per i giovani sportivi bergamaschi che abitavano in Città Bassa era scomodo e oltremodo impegnativo doversi recare tutti i giorni in Città Alta: bisognava salire a piedi o con la funicolare, allenarsi e tornare a casa in serata, e tutto dopo la scuola.

Fu su queste premesse che cinque giovani intraprendenti bergamaschi (Eugenio Urio, Giulio e Ferruccio Amati, Alessandro Forlini e Giovanni Roberti) ebbero la brillante intuizione di dar vita ad una nuova società sportiva che avesse la sua palestra nel Borgo, ovvero nella Città Bassa.

Il 17 ottobre 1907 venne quindi fondata la “Società Bergamasca di Ginnastica e Sports Atletici Atalanta”, dal nome della giovane atleta della mitologia greca invincibile nella corsa.

Podista della Polisportiva “Atalanta”, fondata nel 1907 (fotografia Don Giuseppe Locatelli, da “Bergamo nelle vecchie fotografie”, D. Lucchetti)

 

L’Atalanta nasce come una sezione della “Società Bergamasca di Ginnastica e Sports Atletici Atalanta”. Oltre che nel calcio, per diversi anni la società bergamasca fu attiva anche in altri sports tra i quali ginnastica, atletica, scherma e nuoto (tre atleti tesserati dall’Atalanta presero anche parte ai Giochi Olimpici). La fotografia ritrae la squadra ginnica dell’Atalanta al concorso d’Orleans, 1929 (da “Bergamo nelle vecchie fotografie”, D. Lucchetti)

Attorno alla neonata società si svilupparono un clima di entusiasmo e una voglia di rinnovamento inimmaginabili. Il primo presidente della storia atalantina fu il nobile Vittorio Adelasio, e il primo segretario Gino Amati.

Nel programma furono inclusi molti sports diversi tra loro, fra i quali anche il “Fùbal”, ossia il calcio, la cui sezione vide la luce nel 1913, anno che segna l’inizio della lunga storia della squadra calcistica dell’Atalanta.

L’Eco di Bergamo così annunciava la nascita della “Società Bergamasca di Ginnastica e Sports Atletici Atalanta”: “Da un gruppo di giovani volenterosi venne in questi giorni costituita in Bergamo una società sotto il nome di ‘Sport Club Atalanta’. Scopo della stessa è quella di addestrare la gioventù in tutti i rami degli sport atletici atti a maggiormente sviluppare il fisico. Essa infatti si prefige di coltivare in modo speciale il podismo, il salto, la lotta, il sollevamento peso, la palla vibrata, il calcio, il lancio del disco e del giavellotto nonchè il nuoto e le marcie in montagna”.

In questo periodo il calcio è relegato a comprimario ma piano piano cresce. Già nel 1907 il pallone fa il suo debutto, iscrivendo la squadra al torneo organizzato da C.S. Trevigliese per l’inaugurazione del proprio campo di calcio.

Il sodalizio creato attorno alla squadra calcistica dell’Atalanta venne ufficialmente riconosciuto dalla FIGC solo nel 1914, all’atto dell’inaugurazione e collaudo del campo – il primo campo di gioco omologato della squadra atalantina – situato in via Maglio del Lotto, a ridosso della ferrovia.

Il campo misurava metri 90×45 ed era provvisto di una tribuna con 500 posti a sedere; la sua realizzazione fu fortemente voluta da Pietro Carminati, un merciaio che in quegli anni dirigeva la sezione calcio della società.

Le cronache ricordano che il giorno della sua inaugurazione, avvenuta nel maggio del 1914, un treno proveniente da Milano, in fase di ingresso in stazione, rallentò ulteriormente per permettere ai viaggiatori di assistere ad alcune fasi della partita.

Il campo di via Maglio del Lotto nel 1900 (fotografia di Giovanni Limonta)

 

Campo da gioco di via Maglio del Lotto: la squadra di calcio dell’Atalanta ritratta nella sua prima stagione calcistica ufficiale (1913-14), quando la squadra partecipa alle eliminatorie del campionato di Promozione (la seconda serie dell’epoca), classificandosi seconda nel girone B e riportando un lusinghiero quarto posto nel girone finale

Fino a quel 1914 i bergamaschi, con colori sociali bianconeri, avevano giocato solo partite amichevoli, prima nella Piazza d’Armi della città ed in un secondo momento nel Campo di Marte, un terreno sconnesso situato tra le vie Suardi e Fratelli Cairoli nel centro cittadino, dove le porte in legno venivano collocate e smontate ogni volta.

Il Campo di Marte ripreso nel 1924

Va detto comunque che la prima società di calcio a Bergamo fu il Foot Ball Club Bergamo, fondato nel 1903 da imprenditori Svizzeri (Legler, Luchsinger, Honegger), da tempo giunti in Italia per promuovere il tessile. La squadra giocava nell’Ippodromo di Borgo S. Caterina, proprio dove oggi sorge lo stadio.

L’Ippodromo di Borgo Santa Caterina nei primi anni del Novecento

Nel 1913 confluì nella Bergamasca dando vita alla sezione calcio guidata da Matteo Legler e in poco tempo divenne la vera squadra rivale dell’Atalanta.

La rivalità tra Bergamasca ed Atalanta crebbe fino ad esplodere nel 1919, quando la FIGC impose alla città di Bergamo una sola squadra nel campionato di Prima Categoria.

Brescia 5 ottobre 1919 – L’ Atalanta ha vinto lo spareggio imposto dalla FIGC contro la rivale Bergamasca, per 2-0. L’Atalanta si guadagna così l’accesso alla Prima Categoria della stagione 1919-20, dove si classifica terza nel girone B Lombardo. In piedi da sin.: Martines, E. Moretti, Merati, Magnaghi, Tirabassi; al centro da sin.: Cozzi, O. Moretti, Angarano; in basso da sin.: De Leidi, Rizzi, Bianchi

Era inevitabile: nel febbraio 1920, dopo una assemblea memorabile, la Società per gli Sports Atletici Atalanta e la Società Bergamasca di Ginnastica e Scherma si fusero assumendo la denominazione di Atalanta e Bergamasca di Ginnastica e Scherma, poi semplificata nell’attuale Atalanta Bergamasca Calcio.

Cartolina commemorativa del 1908 stampata a ricordo di un un torneo di scherma della “Società Bergamasca di Ginnastica e Scherma”, ai tempi in cui non era ancora avvenuta la fusione con lo “Sport Club Atalanta” (da Cent’anni di sport a Bergamo, vol 1)

 

Cartolina commemorativa del 1920 della “Società Atalanta e Bergamasca di Ginnastica e Scherma” stampata in occasione della fusione con lo “Sport Club Atalanta”. La posa plastica del giocatore sembra evocare un movimento ginnico, forse allusivo delle molteplici discipline sportive a lungo praticate salla Società

 

Attività della Società Atalanta Bergamasca, 1921

 

Atleti della Atalanta Bergamasca, 1925

Per i colori ufficiali l’intesa fu rapida, l’Atalanta (bianco-nera) e la “Bergamasca” (bianco-azzurra) decisero di eliminare il bianco, comune ad entrambe, e di adottare il NERO e l’AZZURRO.

La formazione dell’Atalanta e Bergamasca calcio nel 1920 subito dopo la fusione. Il quinto da sinistra è Tito Legrenzi (da “Cent’anni di sport a Bergamo”). Si noti la maglia nero-azzurra senza strisce! Una vera “chicca”!

Agli inizi del 1919, con la ripresa della attività sportiva dopo la Grande Guerra, la società, che a causa delle difficoltà economiche dovute al conflitto aveva dovuto vendere il campo di via Maglio del Lotto, ripartì di slancio impegnandosi alla ristrutturazione di un vecchio ippodromo in disuso, la “Clementina” – in  zona Daste vicino al confine con Seriate -, per affrontare nel migliore dei modi l’ammissione alla massima categoria FIGC dell’epoca (1).

Veduta generale del campo della Clementina (“Stadium Atalanta”). Su questo campo la squadra nerazzurra ha giocato per nove anni: dal 1919 al 1928, anno dell’inaugurazione dello Stadio Comunale

 

Lo “Stadium Atalanta” alla Clementina, nel 1921 (Raccolta Gaffuri). Qui, il 26 giugno 1921 era stata inaugurata una pista ciclistica, realizzatata ai lati del campo di gioco, pomposamente chiamata Motovelodromo. Era tutta in terra battuta, con curve alte anche sei metri. Le gare (per dilettanti, professionisti e per ‘non classificati’) erano riservate soprattutto al ciclismo: velocità, stayer, sei giorni, l’americana e l’australiana. In pista vi furono anche il tedesco Tealmer e il tunisino Alì Beffati. Il Motovelodromo ebbe comunque vita breve: cessò quando si sciolse la sezione ciclistica dell’Atalanta Bergamasca. E la squadra di calcio tornò padrona assoluta dello “stadium”. Che a sua volta aveva ormai i mesi contati. L’idea di un nuovo stadio era ormai vicina alla sua realizzazione. Ovviamente uno stadio “degno di Bergamo e delle sue bellezze”..

L’Atalanta disputa vari anni nei gironi interregionali e nel 1925 assume Cesare Lovati (ex giocatore del Milan) come primo allenatore professionista. Nel tentativo di arrivare nelle categorie nazionali, in quello stesso anno arrivano anche i primi stranieri: gli ungheresi Lukacs e Hauser. Due anni più tardi viene ingaggiato anche il primo allenatore straniero (Imre Payer) ed il primo massaggiatore (Sala).

Nel 1927-28 l’Atalanta Bergamasca, nata dalla fusione delle due squadre, fu promossa in Divisione Nazionale. L’accesso alla massima serie impose la costruzione di un nuovo stadio, argomento di cui si cominciò a parlare ufficialmente nel gennaio 1928, allorchè si era appositamente costituita una Società Anonima (in seguito “assorbita” dal Comune), fondata dalla federazione fascista, con sede presso la Casa del fascio.

Promotore dell’iniziativa era il segretario del partito locale Pietro Capoferri, nominato di recente anche presidente dell’Atalanta (1).

La squadra calcistica dell’Atalanta nel 1929

Il costo complessivo dell’impresa era previsto in L. 1.800.000 (anche se con la decisione di ampliare le gradinate la cifra lievitò), da sostenere con le sottoscrizioni dei cittadini che avrebbero acquistato le azioni “di cento lire cadauna”, lanciate dalla Società controllata dal Partito nazionale fascista, responsabile della costruzione e della gestione.

All’atto costitutivo della Società era già stata raccolta una somma di centomila lire.

Il cantiere dello stadio negli anni Venti

 

Panoramica dell’area sulla quale sorse lo stadio. Pietro Capoferri, nel gennaio del 1928, sulla “Rivista di Bergamo” motivava la decisione di costruire lo stadio in quanto ormai, dal momento che sul finire degli anni Venti Bergamo aveva visto sorgere “palazzi stupendi a fianco di piazze e viali bellissimi (…) ormai non si poteva assolutamente tollerare più oltre che l’Atalanta continuasse a giocare alla Clementina, in uno stadio di grande povertà, di notevole squallore per i nostri tempi”

Nel frattempo i lavori per la realizzazione del nuovo stadio erano già cominciati sull’area dell’ormai ex Ippodromo di Borgo Santa Caterina (una superficie di circa 3500 metri quadrati), ormai divenuto un “tesoro infruttuoso”, come riporta la cronaca all’inizio di quel 1928: “Osservando dagli spalti meravigliosi delle nostre Mura, dalla vasta chioma verde, verso la monumentale Porta di Sant’Agostino, il panorama della città inferiore e nuova, si riscontra che esso è caratterizzato nelle sue ultime propaggini, in direzione nord-est, da un anello di terra che circoscrive un vasto spiazzo di terreno che tutti conosciamo come il vecchio Ippodromo di Borgo Santa Caterina. Per chi non vi giunge che nell’estate, quando questa amplissima area diventa il paradiso solare di frotte innumerevoli di bambini che frequentano la colonna elioterapica e che si rinsaldano i muscoli e le ossa al calore benefico dell’amico sole, l’ippodromo può ancora offrire un’impressione i vita. Ma quando nei lunghi autunni, negli inverni lividi e bianchi, nelle primavere acerbe questo recinto si offre ai nostri occhi, ci dà come una sensazione d’infinita nostalgia e di rimpianto. L’abbandono, il silenzio, l’incuria delle cose morte si contrappongono al ricordo dei cavalli che ungiorno percorrevano ansimanti questa traccia circolare fra l’ammirazione della folla”.

Cavallo e fantino in fase di “riscaldamento” poco prima della partenza di una corsa all’Ippodromo. La struttura ha poi lasciato il posto allo stadio (D. Lucchetti, “Bergamo nelle vecchie fotografie”).

 

L’Ippodromo di Borgo Santa Caterina nel 1914 (Raccolta Gaffuri)

 

17 Agosto 1934. Bambini alla Colonia elioterapica del Comitato Provinciale di Bergamo della Croce Rossa Italiana presso il Campo Polisportivo Mario Brumana a Bergamo (Fotografia A. Mauri)

E quando la Federazione fascista convocò gli azionisti della società del vecchio ippodromo, “tutti aderirono di buon grado per far si che l’impianto si trasformasse in un grandioso ‘stadio polisportivo’, dotato anche di una pista d’atletica ed arricchito da campi da tennis e da una piscina. Il progetto era stato affidato all’ingegner De Beni.

L’Ippodromo di Borgo S. Caterina ripreso nell’aerofotografia di Bergamo del 1924, quattro anni prima della posa della prima pietra dello Stadio Comunale (da “Cent’anni di sport a Bergamo”, cit.)

 

Veduta prospettica dello Stadio Brumana (1928)

 

Il Polisportivo comprendeva un campo per il gioco del football contornato da una pista podistica in cenere, due campi per il tennis, uno per la palla al cesto (pallacanestro) e una piscina con annessi servizi per la colonia “Bagni di sole”. A fianco dello stadio è ben visibile il quadrilatero del  Lazzaretto

 

I campi da tennis in una ripresa del 1930 circa (da “Bergamo nelle vecchie fotografie”, D. Lucchetti)

 

Il NUOVO STADIO

Il nuovo stadio ripreso dal campanile dell’ex-Convento dei Celestini (da “Cent’anni di sport a Bergamo”, cit.)

“Le linee architettoniche inquadrano l’opera ardita facendone una delle più belle fra quelle costruite fin ora in Italia” (Ing. Zanchi).

Al Polisportivo si accedeva da due ingressi, ciascuno provvisto di due edicole per la dispensa dei biglietti.

Com’era lo stadio comunale, e come lo è stato a lungo, prima della costruzione delle due curve sopraelevate. In primo piano, sulla sinistra, i due botteghini per la vendita dei biglietti in tribuna scoperta. Fa un certo effetto oggi notare il muretto di cinta (Per l’immagine: Archivio Fotografico Fondazione Bergamo nella Storia)

Il complesso occupava, e occupa tuttora, un’area di 35.000 m², e comprendeva: un campo per il gioco del football delle dimensioni di metri 70 per 120, contornato da una pista podistica in cenere dello sviluppo di 430 metri, larga sei metri.

“Bergamo Anni ’30 – Cartolina d’epoca, poco dopo la costruzione dello Stadio Comunale, campi da tennis e piscina”

Lungo i lati maggiori sorgevano le due tribune in beton armato, la cui forma era costituita da due lati dritti raccordati da archi di cerchio.

La tribuna ad ovest (lunga 88 m e larga 12, con 13 gradoni), fu coperta con una soletta a nervature in beton armato avente lo sbalzo di dodici metri, una soluzione d’avanguardia che verrà citata ad esempio nei manuali di tecnica delle costruzioni.

Campo polisportivo Mario Brumana, 1933

Sotto la tribuna furono ricavati i vari ambienti necessari per i servizi del campo: spogliatoi collettivi e individuali, palestra, sala per riunioni, locali per arbitri e la direzione, un appartamento per il custode, tutti i vari servizi sanitari e un piccolo buffet per gli spettatori.

La tribuna ad est, scoperta, avente le dimensioni di 84 metri per 15 lungo il lato di mattina “in fregio a un futuro viale”.

Ed anche la realizzazione del nuovo viale fu sommersa di lodi. I giornali lo definirono “una piccola opera d’arte urbana”.

Campo Polisportivo M. Brumana e viale Regina Margherita, di cui le cronache riferivano: “Lungo 972 metri e largo 18, ha due marciapiedi laterali di due metri e mezzo con una carraia di 13 metri. Alberi sono previsti lungo gli spigoli interni dei marciapiedi, mentre la distanza di rispetto dal ciglio della strada delle future costruzioni è stata stabilita in tre metri con una larghezza massima, fra due fabbricati, di 24 metri”

 

Lo Stadio Comunale di Bergamo all’epoca della sua realizzazione (da “Cent’anni di sport a Bergamo”, cit.). Si noti il viale prospiciente l’ingresso dello stadio, in un’area ancora scarsamente edificata (da “Cent’anni di sport a Bergamo”, cit.)

Sotto la tribuna scoperta furono ricavati locali destinati a negozi e magazzini da cedere in affitto, nonché un bar-ristorante aperto tutto l’anno, al quale si accedeva sia dall’interno che dall’esterno dello stadio.

Quanto alla capienza, i giornali annunciarono una cifra che fece sbarrare gli occhi a molti bergamaschi: dodicimila! Duemila in ciascuna delle due tribune, ottomila nei parterre (poi ampliata a 15.000).

Fu inoltre previsto anche un’auto-parco per il deposito delle macchine durante gli spettacoli.

Un’incredibile panoramica dell’ampia area che circoscriveva lo stadio, pressochè interamente adibita a parcheggio (da “Cent’anni di sport a Bergamo”, cit.)

 

Un ampio scorcio del parcheggio antistante lo stadio (Foto Wells)

Nell’ottobre del 1928, lo stadio era già aperto “tutti i mercoledì e i venerdì, dalle 14 alle 17.30, ai giocatori appartenenti a qualsiasi società della provincia” (da un comunicato dell’Atalanta).

La folla nei pressi dell’ingresso dello stadio: un autentico tuffo nel passato. Si notino i soldati in primo piano

 

IL COLLAUDO E UNA PRIMA INAUGURAZIONE

Per verificare le condizioni del terreno di gioco, il primo novembre si tenne una sorta di “prova generale” in occasione della partita Atalanta-Triestina, alla presenza del pubblico che aveva avuto accesso solo in gradinata: si trattava della prima partita giocata nel nuovo stadio, che vide l’Atalanta trionfare sulla squadra ospite per quattro reti a una.

Il giorno prima i tecnici avevano provveduto al collaudo delle due tribune, alla presenza di numerosi cronisti.

L’indomani, riferirono i giornali: “Tutto è risultato compiuto a regola d’arte e al termine dei vari collaudi, durati alcune ore, le autorità presenti si sono vivamente congratulate con il progettista e i suoi collaboratori, specie per la tribuna coperta che è la più ardita e importante del genere esistente in Italia”.

Per il collaudo della tribuna coperta, la soletta di copertura della tribuna, avente uno sbalzo di m. 12,80, fu sovraccaricata di sabbia in ragione di 150 kg al mq; i flessimetri rilevarono. sotto tutto quel carico, una freccia d’inflessione di 2,5 mm e rimosso il carico non si riscontrò alcuna deformazione permanente. Fu un risultato superiore ad ogni aspettativa in quanto, secondo il calcolo degli esperti, era prevista una deformazione elastica di circa 10 mm. Successivamente furono caricate anche le gradinate per gli spettatori in ragione di 5 quintali per metro quadrato, senza che gli apparecchi di controllo segnassero inflessione alcuna.
Infine, il responsabile del collaudo professor Salvatella del Politecnico di Milano, spese parole d’elogio per le qualità superiori del cemento granito fabbricato dalla Italcementi e impiegato nella grandiosa opera.
Le autorità si congratularono vivamente con i tecnici e le maestranze per aver donato a Bergamo, con il loro impegno, un’opera tanto ardita e importante (dalla cronaca dell’Eco di Bergamo).

Inoltre, sul nuovo terreno di gioco, a mo’ di collaudo“severo”, il 9 dicembre 1928 fu disputata una partita di rugby fra l’Ambrosiana Milano e una squadra di Bucarest. Per Bergamo si trattava di uno sport inedito e i giornali si sbizzarrirono a spiegarne le regole.

Una cartolina “storica” dell’Atalanta distribuita ai tifosi. Erano tempi ancora lontani dalle mitiche figure Panini (da “Il Novecento a Bergamo”, op. cit.)

 

Negli anni Trenta, allineati in bella fila, gli atalantini allo stadio, che allora aveva sullo sfondo non la Curva Nord, ma lo stabilimento “Mazzoleni”. Il portiere era Ceresoli (da “Il Novecento a Bergamo”, op. cit.)

 

I bravi giocatori che portarono la squadra calcistica dell’Atalanta in serie A. Da sinistra: Borgioli, Bolognese, Simonetti, Signorini, Andrei, Scavazza, Procura, Savio, Salvi, Cominelli, Remigi (da “Bergamo nelle vecchie fotografie”, D. Lucchetti)

 

L’INAUGURAZIONE UFFICIALE

La chiacchieratissima inaugurazione ufficiale del nuovo stadio di Bergamo avvenne la domenica adamantina del 23 dicembre 1928, quando contemporaneamente furono inaugurati anche i Magazzini Generali al Conventino e la nuova facciata di palazzo Nuovo in piazza Vecchia.

1928 – Magazzini Generali Bergamaschi, in via Rovelli. Si noti il terreno imbiancato, proprio come il campo dello stadio nel giorno dell’inaugurazione!

Sotto un freddo e luminoso cielo azzurro, quella mattina Bergamo fu svegliata dalla prima neve sfarinata appena sui tetti e nei prati, e dal suono delle fanfare di suonatori vestiti d’ogni foggia.

Tutta la città era imbandierata dai tricolori svolazzanti alle finestre, ai balconi, sulle torri.

Un grande corteo cominciò a prendere forma sul piazzale delle stazioni in un tripudio di luci, suoni e colori e la sfilata s’incamminò festante e al passo, con vessilli e gagliardetti che sferzavano l’aria, verso il nuovo stadio.

A mezzogiorno lo stadio, dove erano attese le autorità, era già ricolmo di sportivi, richiamati anche per la partita di campionato in programma, Atalanta-Dominante di Genova.

Il campo con la tribuna scoperta gremita di pubblico. La seconda inaugurazione avvenne domenica23 dicembre,alla presenza di un foltissimo pubblico,con la gara di campionato Atalanta-La Dominante di Genova, quest’ultima battuta dagli Atalantini per 2-0 (reti di Giannelli e di Perani II su rigore) – (Foto D. Villa)

Alle 13.30, a metà del viale Regina Margherita (come allora si chiamava l’attuale viale Giulio Cesare, da poco realizzato) scesero dalle loro auto per avviarsi a piedi verso l’ingresso dello stadio, il segretario generale del partito Filippo Turati, Arnaldo Mussolini e Achille Starace.

Una delle più belle e significative mmagini del mitico “Brumana”, capace di catapultare con immediatezza lo spettatore in una fantastica atmosfera d’altri tempi !

“La Milizia, distesa in doppio cordone, scatta sull’attenti e presenta le armi. Poi, come Turati sorpassa l’ingresso, dove prestano servizio i reali carabinieri in alta uniforme, dalla folla balza l’ala- là di saluto al gerarca, che a passo svelto si dirige verso il posto d’onore della tribuna. Fotografi e cineoperatori sono sparsi un po’ ovunque e fanno scattare gli obiettivi. Poco più tardi arrivano anche Arnaldo Mussolini (direttore de “Il Popolo d’Italia”) e Starace”, raccontano le cronache.

“S. E. Augusto Turati accompagnato dalle autorità verso la tribuna coperta del campo polisportivo” (Foto Ogliari)

 

23 dicembre 1928, giorno dell’inaugurazione dello stadio Mario Brumana di Bergamo: il palco d’onore con le autorità

La partita – Atalanta-Dominante di Genova – preceduta da una esibizione di ginnasti dell’Atalanta, fu vinta per 2 a 0 dall’Atalanta, fra un’impressionante, spettacolare ed esaltante – si direbbe oggi – standing ovation.

Una fase dell’incontro tenutosi il 23 dicembre 1928 tra Atalanta e La Dominante di Genova

Ma la cerimonia vera e propria dell’inaugurazione si aprì con la benedizione impartita da monsignor Brambilla, appositamente delegato dal vescovo. Poi arrivò una pioggia di discorsi fra i quali, in particolare, quello del federale Pietro Capoferri fu definito dalla cronaca “imponente”. Turati riconobbe “ai camerati bergamaschi di aver bene operato costruendo questo campo sportivo dedicato alla memoria di un nostro caduto. Qui si disputerà la più aperta, la più bella e aspra competizione dello sport”.

23 dicembre 1928, giorno dell’inaugurazione dello stadio Mario Brumana di Bergamo: il palco d’onore con le autorità

Per le vie della città i festeggiamenti durarono sino a tarda ora e si calcolò, considerate le corse straordinarie dei treni in arrivo dalla stazione centrale e dalle stazioni delle Valli (il cui personale ricevette un encomio per l’ottimo lavoro svolto), che erano state trasportate a Bergamo oltre undicimila persone.

I giornali si sperticarono in lodi per il nuovo complesso all’avanguardia di cui finalmente Bergamo si era dotata, compresi i campi da tennis (per i quali fu costruita la caratteristica villetta, sede del primo Tennis club Bergamo) e la piscina-lido.

Anni ’40: nell’area oggi occupata dalla curva Pisani c’erano i campi da tennis, mentre dalla parte opposta sorgeva una piscina scoperta di m. 20 x 60 (cerchiata in giallo) con moderno impianto di depurazione, spogliatoi, cabine e bar ristorante. E’ visibile anche l’antica struttura del Lazzaretto (Foto Wells)

 

1929: i campi da tennis accanto allo stadio

 

Il Tennis Club di Bergamo, nel 1930

 

LA PISCINA PRESSO IL NUOVO STADIO: IL “CASTELLO DEI TUFFI”

Il moderno complesso della piscina regalò ai bergamaschi l’impressione di essere al mare, e così i giornali la battezzarono presto con il nome di “piscina-lido”.

Secondo quanto si legge su “Il Nocecento a Bergamo” (Op. cit.), il podestà Antonio Locatelli (che tra l’altro era assiduo frequentatore della piscina, dove egli  “prediligeva nuotare sott’acqua”) aveva affidato l’incarico della sua realizzazione all’ingegner Giancarlo Eynard, professionista da lui molto stimato; da una recentissima conversazione con il Sig. Valdo Eynard, figlio dell’ingegner Giancarlo, risulta che tale piscina non sia stata progettata dal padre, che invece in quegli annni aveva progettato la piscina di Cuneo, di cui Valdo ricorda ancora il plastico tenuto per anni in casa .

La piscina, una vasca di 50 metri, era dotata di un impianto di depurazione e clorizzazione dell’acqua (soluzione elogiata in un numero de “La Rivista di Bergamo” del 1934), “di un bar-ristorante con tavolini all’aperto, impianto di illuminazione per le gare in notturna (“dotato anche di alcuni fari mediante i quali si ottengono effetti di luce molto suggestivi”), cabine e armadietti per il pubblico, docce e servizi igienici, trampolini e una pedana in legno, sopraelevata ai bordi della vasca, per l’esposizione al sole” (Giorgio Mazzoleni).

1929: la piscina comunale venne edificata con lo stadio nel 1928 e occupava l’area dove oggi sorge la Curva Nord. La foto riprende la parte più profonda della piscina, quella con il trampolino. Al lato opposto v’era la piscina piccola (per i bambini), a cui si accedeva da una grande scala di pietra. La piscina dei bambini era separata da quella degli adulti da una passatoia in cemento (visibile nella foto). A destra e a sinistra della piscina v’erano due banconi in legno su cui ci si poteva sdraiare per prendere il sole (è ben visibile quello sulla destra). La piscina venne abbattuta quando l’Italcementi realizzò e donò alla città la nuova piscina nella zona dell’Ospedale maggiore

Un recinto metallico isolava la vasca dalla zona circostante, allo scopo di disciplinare e rendere facilmente controllabile l’accesso dei bagnanti alla vasca. Un solo passaggio vi era permanentemente aperto; e si trattava di un passaggio a guado che doveva essere necessariamente attraversato da tutti i bagnanti prima di immergersi in piscina.

In due mesi, nell’estate del 1934, la piscina aveva stabilito un record di 10.000 presenze

Va da sé che tutta la zona compresa entro il recinto era pavimentata, parte in piastrelle di cemento e parte con pedane sopraelevate assai apprezzate dai bagnanti per distendersi al sole.

La piscina comunale presso lo Stadio Brumana. Sullo sfondo l’edificio del Tennis Club

 

La piscina comunale presso lo Stadio Brumana

Quei semplici accorgimenti permettevano di evitare l’introduzione in vasca di terra, sabbia o altro, concorrendo notevolmente a mantenere limpida l’acqua, rispondendo pienamente alle norme regolamentari e rendendo quindi la piscina idonea ad ospitare manifestazioni agonistiche di qualsiasi importanza.

La piscina comunale presso lo stadio Brumana (foto tratta da “Il Novecento a Bergamo”, op. cit.)

 

La piscina comunale presso lo stadio Brumana: il “castello dei tuffi” (foto tratta da “Il Novecento a Bergamo”, op. cit.)

In un reportage degli anni Trenta, uno stralcio descrive la piscina-lido:
“(…) A rendere inoltre più attraente e ospitale l’ambiente, è in funzione un decoroso caffè-ristorante soprattutto gradito alla categoria dei professionisti e degli impiegati che, potendo consumare a modico prezzo il pasto in piscina, riescono a concedersi nelle ore meridiane un po’ di vita da spiaggia. Concludendo, la cittadinanza bergamasca non poteva essere meglio servita in fatto di possibilità balneari. E qualcuno già pensa alla costruzione di una piscina coperta invernale” .

La piscina coperta invernale, a Bergamo, verrà realizzata molti anni dopo.

La commovente tenerezza sprigionata da questa fotografia e da quelle che seguono; immagini, ormai sbiadite e  custodite con amorevole cura: sono i ricordi più preziosi, che parlano di noi e dei nostri affetti, e ci raccontano di come eravamo

 

La piscina comunale in una domenica del 1946, in un ricordo di Gianni Gelmini

 

La piscina comunale in una domenica del 1946, in un ricordo di Gianni Gelmini

 

1946 – Gianni Gelmini con un’amica, ritratti dal padre di Gianni nella piscina comunale di Bergamo

 

VERSO I NOSTRI GIORNI

Tifosi atalantini a Bergamo, nel 1957

Nel corso del tempo lo stadio ha subito diverse opere di ristrutturazione fino ad assumere l’attuale configurazione: delle vecchie strutture sportive del 1928 ormai non resta più nulla e solo nella facciata possiamo ravvisare i tratti del vecchio stadio.

Sono state aggiunte le due curve e la copertura della tribuna ad est.

1949: le gradinate in costruzione

Di notevole importanza a livello strutturale furono i lavori eseguiti nell’estate del 1984, contestualmente al ritorno dell’Atalanta in serie A, che portarono all’eliminazione della pista di atletica (si ricordi che, grazie ad essa, dal 1960 al 1983 proprio in questo stadio si concludeva il Trofeo Baracchi di ciclismo), al posto della quale furono aggiunte delle tribune metalliche. Queste permisero di aumentare la capienza, che toccò il record storico il 16 settembre 1984, quando alla partita Atalanta-Inter assistettero oltre 43.000 spettatori, benchè dopo le ultime modifiche la capienza dello stadio sia di 24.726 posti.

Alcuni tifosi dell’Atalanta nel 1955 (foto Gentili)

 

La squadra dell’Atalanta nel 1963

Nel 1991 lo stadio fu oggetto di un prodigioso intervento di ristrutturazione, eseguita a tempo di record grazie anche ad un ingente finanziamento statale, ma soprattutto alle maestranze –  tre imprese edili d’eccellenza – che ne garantirono la qualità, bergamasche al cento per cento.

Lo stadio comunale stracolmo di spettatori dopo la costruzione della Curva Sud sopraelevata. E la Nord? Non la si poteva ancora realizzare per la presenza del complesso delle piscine e del Tennis club con la sua caratteristica palazzina (Per l’immagine: Archivio Fotografico Fondazione Bergamo nella Storia)

 

Lo stadio comunale di Bergamo in una cartolina del 1965 ancora privo della Curva Nord

 

Stadio Comunale di Bergamo

 

Cartolina intitolata allo Stadio Atleti Azzurri d’Italia

Oggi, al di là di ogni discussione riguardo l’inadeguatezza dell’impianto e della sua collocazione, rincuora sapere che quello stadio all’avanguardia che sul finire degli anni Venti sorgeva alle porte di una tranquilla cittadina, continua a svolgere diligentemente il compito per il quale è sorto, continuando a far sognare ad occhi aperti migliaia di bergamaschi.

Un momento indimenticabile per la squadra atalantina e per i suoi tifosi: la serie A è stata finalmente raggiunta e prima di lasciare  il campo di Marassi, Marchetti, Randazzo, Rota, Festa e Passirani salutano il pubblico

 

NOTE
(1) Questa società ottenne il riconoscimento giuridico, usufruendo delle esenzioni fiscali stabilite dalla legge 14 giugno 1928, n. 1310.

Riferimenti

“Il Novecento a Bergamo – Cronache di un secolo”. Di Pilade Frattini e Renato Ravanelli. A cura di Ornella Bramani – Vol. II. UTET. Anno 2013.

“Cent’anni di Sport a Bergamo. Di Aurelio Locati. Editore Bolis, 1987.

Ultima modifica: 02/07/2018.

Città Alta: “Il Lavatoio che non c’è più”

Testo e fotografie di Gianni Gelmini  ©

Per uno che abita a Bergamo, Città Alta è di sicuro la “modella” più facile da raggiungere; infatti, le ho scattato moltissime foto. Un giorno mi aggiravo nelle sue viuzze alla ricerca di qualcosa di nuovo da immortalare, quando vedo, dietro un cancello aperto, sormontato dalla scritta “lavatoio”, una scaletta in discesa verso uno spazio, chiuso tra le case e la chiesa di San Lorenzo, completamente sotto il livello della strada.

Lavatoio: una parola che mi solletica, ricordo il lavatoio che c’era vicino alla casa di mio padre in via San Lazzaro lungo la roggia, con le donne che lavavano e parlavano tra loro, un chiacchiericcio continuo segnato rumore dello sbattere dei panni e dell’acqua gocciolante delle strizzature: un mondo vivo in cui si ritrovava il rione. Questo però non mi sembra troppo vivo, anzi, mi sembra deserto.

La scala acciottolata s’incunea tra muri scrostati arricchiti da erbacce, sul fondo c’è una porta di spesso legno corroso (ho scoperto solo qualche mese fa che quella porta da l’accesso alla “Fontana del Lantro”, che raccoglie l’acqua di una delle due fonti sorgive esistenti attorno al lavatoio).

Il lavatoio non è deserto: una donna sta finendo di strizzare i panni appena lavati. Terminato questo lavoro, prende la sua vaschetta e se ne va. Ora non c’è più nessuno.

Il silenzio è rotto solo dal rumore dell’acqua che gorgoglia da un rubinetto. Non l’acqua sporca della roggia che ricordavo, ma acqua di fonte.

Lavare i panni a mano nell’acqua fredda, però, non è più cosa di moda, anche se l’acqua è cristallina; così quattro file di vasche aspettano invano un cliente.

In centro a Città Alta c’è un altro lavatoio più ricco con i ripiani in marmo; questo è molto più grande, ma spartano. Tutto però segna un abbandono ormai cronico.

Al “Lavatoio” ci sono tornato in un giorno di settembre del 2012: il lavatoio oggi non c’è più, il suo spazio è stato riempito da una montagna di terra; c’è solo uno stretto passaggio per raggiungere le vasche delle fonti, così queste foto sono diventate un documento storico.

 

Ricordi di Città Alta dalla penna di Anna Rosa Galbiati: “Le signorine Cadonati” e “I Bonacina”

Terza puntata (per la puntata precedente, clicca qui)

“Le signorine Cadonati”

Al numero 11 di via Rocca abitavano anche le signorine Cadonati, due zitellette quarantenni che si dedicavano al lavoro di lavanderia e stireria in casa.
Abitavano all’ultimo piano della casa Baglioni, nel versante che guardava sulla Via Porta Dipinta e dal quale si godeva la più ampia e straordinaria vista di Bergamo.

Il loro appartamento, grazie alla posizione elevata, era luminosissimo ed era composto di enormi stanzoni con soffitti a travi di legno.
Nella cucina lunga e stretta lavorava la vecchia sciura Cadonati, sempre piegata sul “sòi” a insaponare i panni, a lavarli, a sbatterli e strizzarli con forza.
Nonostante la bestiale fatica, la signora Cadonati era sempre sorridente e contenta.
In uno stanzone con grandi finestre, sempre aperte all’aria e al sole, c’erano due tavoli su pedane di legno, coperti di teli bianchi, sul quali erano allineati ferri da stiro di ghisa neri e pesanti, barattoli di saponaria, di smacchiatore, scodelle di acqua per inumidire, insomma tutto il necessario per stirare: il regno delle signorine Cadonati. In un angolo, poco distante, c’era il banchetto di lavoro del signor Cadonati, che faceva “ol scarpuli”. Sparse un po’ dovunque c’erano vecchie scarpacce sfondate, zoccoli, martelli, forme, pezzi di cuoio.
Un altro enorme stanzone soleggiato ed aerato era usato per stendere i panni bagnati e per appendere i capi stirati.

Le due sorelle Cadonati, Rina, morettina e Franca, biondina, passavano le loro giornate a stirare, sempre sui due piedi, interrompendo il lavoro solo per mangiare.
Erano sempre insieme, e non hanno passato un giorno l’una lontana dall’altra. Rina rifiutò la proposta di matrimonio di un bravo ragazzo di Bari, atterrita dall’idea di lasciare la sorella e la sua Bergamo. Trascorsero la loro vita sempre teneramente insieme, condividendo lo stesso lavoro e le stesse passioni.
Poiché facevano parte, con il padre, del coro del Teatro Donizetti, alcune sere si recavano a teatro per le prove. Rina aveva una calda voce di contralto, Franca di soprano, e il padre una profonda voce di baritono. Andare dalle signorine Cadonati era come salire in cielo, in un’atmosfera fuori dal mondo. Mentre lavoravano, si esercitavano nei brani d’opera che avrebbero dovuto cantare durante la stagione lirica e la stanza di lavoro, come per magia, si trasformava in un palcoscenico, cui faceva da scenario lo stupendo panorama di Bergamo. Io, rimanevo delle ore seduta su una seggiolina, in disparte, ad ascoltarle, immobile, per paura di dare fastidio.

Il brano che più mi commuoveva, fino a farmi sentire i brividi, era quello della Cavalleria Rusticana: “Esultiam – il Signor non è morto…”, perchè le tre voci si fondevano tra loro in un’accorata armonia piena di sentimento come fossero strumenti d’orchestra e la musica fluiva dal loro animo per penetrare tutto il mio essere.
Mi esaltavo anche quando cantavano il famoso brano dal Trovatore: “Chi del gitano – la vita – abbella…”, perché il signor Cadonati accompagnava il canto con dei colpi ritmati di un martello su una forma di ferro. In quella fucina di attività e di arte, mi sembrava di vivere in un sogno.

Di tanto in tanto attraversava lo stanzone, per andare a distendere nel locale accanto, la sciura Cadonati, la quale, camminando ancheggiante, emetteva delle scorreggette a tempo, ridendo sorniona e compiaciuta.
Le figlie interrompevano il canto e, guardando la madre scandalizzate, le dicevano: “Ma mama, ghè ché la s-cetina, móchela!” Io, invece, mi divertivo un mondo, anzi seguivo la sciura Cadonati e le dicevo: “Dài, signora Cadonati, me ne faccia sentire ancora qualcuna!”, e lei, a comando, dava fiato al suo strumento…

Da allora, quando volevamo divertirci, mia sorella Luisa ed io ci dicevamo: “Andiamo su dalla signora Cadonati a sentire qualche scorreggia!”.
Che risate ci facevamo quando la sciura camminava emettendo i suoi peti! Le sue flatulenze non avevano nulla di volgare, sembravano invece richiami di paperelle smarrite: “qua, quaraqua, qua, squecc…” e altre variazioni simili.
Era un fenomeno e noi ci chiedevamo ammirate come facesse. La sciura ci fece però promettere di non dirlo a nessuno e noi mantenemmo il segreto, altrimenti non ci avrebbe fatto sentire più niente.

Le signorine Cadonati, la sera, uscivano a far le consegne della biancheria stirata e, qualche volta, la nonna ci permetteva di andare con loro.
Per noi bambine, camminare di sera nelle buie stradine di Città Alta, silenziose e deserte, entrare in oscuri androni, salire scale sinuose e strette appena visibili, era una grande e misteriosa scoperta.
Le signorine Cadonati parlavano sottovoce tra di loro, quasi non volessero turbare il magico silenzio della notte e noi bambine ci sentivamo come delle esploratrici in cerca di fantasmi.
Le signorine Cadonati conoscevano tutti in Città Alta e, molte volte, si davano da fare per scoprire i segreti altrui.

Ricorderò sempre una sera nella quale, terminate le consegne, mi fecero percorrere su e giù la Città, per seguire a distanza la signorina Trivella, che abitava come noi in via Rocca al civico 11. La signorina Trivella era una bellissima ragazza con lunghi capelli corvini, che raccoglieva in grosse trecce, molto alta e dal portamento altero, che la faceva sembrare una nobile matrona romana.
Di giorno lavorava e tutte le sere usciva per assistere alle funzioni religiose. Ma quella sera, le signorine Cadonati notarono che la signorina Trivella, finita la funzione, invece di tornare a casa, aveva preso un’altra strada, per cui, mosse da una sana curiosità, si domandarono: “Ndó àla a chèst’ura, al pòst de “ndà a cà… Te edrét che la gà ol murus!” Naturalmente la seguirono per scoprire l’arcano.

La signorina Trivella, dopo aver percorso alcune erte viuzze, entrò in un portone. Le signorine Cadonati si sedettero su un muretto vicino ad aspettare, volevano vedere quando usciva e con chi.
Poco dopo, la signorina Trivella uscì con un bel giovanotto sotto braccio. Le signorine Cadonati, soddisfatte, videro confermati i loro sospetti.
Dai loro discorsi riuscii ad afferrare qualche cosa. Il giovanotto con cui la signorina Trivella si incontrava era un militare della Guardia di Finanza il quale, per una rigida disposizione disciplinare della sua Arma, non avrebbe dovuto avere relazioni sentimentali né avrebbe potuto sposarsi prima dei ventisette anni.

Ecco perché i due giovani innamorati dovevano incontrarsi di nascosto, come se amarsi fosse una colpa.
Le signorine Cadonati, verificata de visu la situazione, tornarono a casa soddisfatte: ora sapevano la verità.

Non si fidavano mai dei pettegolezzi altrui, dovevano andare da sole a fondo della realtà dei fatti. Non erano delle malelingue, la loro curiosità era discreta, non riferivano mai ad altri le loro scoperte, tenevano tutto per sé. Era un innocente passatempo delle due sorelle sempre sole, che le faceva sentire più vicine alla vita degli altri abitanti della Città.
Sapevano tutto di tutti, ma custodivano rispettosamente dentro di sé i segreti intimi della vita di ognuno, come fossero cari parenti. Dalle loro labbra non uscì mai voce malevola o sgradevole.
Le signorine Cadonati, invece, dall’alto del loro abbaino, regalavano tutti i giorni alla Città dolci e armoniose note di poesia, come canori usignoli nel loro nido.

“I Bonacina”

I coniugi Bonacina vivevano accanto alla famiglia Cadonati in un’unica stanza, ma così grande che oggi vi si potrebbe ricavare un comodo appartamento.
Quella stanzona comprendeva tutto: cucina, stanza da letto, soggiorno, arredati con mobili scuri ed austeri, tenuti lucidi come specchi.
Il pavimento di cotto rosso era brillante come un rubino perchè la sciura Bonacina vi camminava sopra solo con pattine incipriate di paraffina.

La sciura Bonacina era un tipo segaligno, alta e magrissima, con capelli tesi e tirati all’insù in uno gnocco arrotolato. Vestiva sempre di nero, in un rigido abito che la costringeva dal mento sino alle caviglie.
Quando usciva di casa, copriva il capo con uno scialle di seta nero d’estate e di lana in inverno.
Come era severo il suo abbigliamento, così era il suo cipiglio. Camminava impettita con lo sguardo fisso davanti a sé, scorbutica nel salutare e senza un sorriso. Detestava ogni esternazione affettiva, detestava carezze e baci perchè per lei erano insulse smancerie. Quando vedeva due persone che si tenevano per mano o in tenero atteggiamento, allontanava lo sguardo, dicendo nauseata: “Che lösòcc!”

Lo zio Vanni, il mio zio “barba”, si divertiva a provocarla facendo le vedere le fotografie di attrici in costume da bagno riprodotte sui giornali (i costumi da bagno di allora lasciavano ben poco alla luce!).
Lei, con disgusto e disprezzo, allontanava il giornale e diceva: “Fam mia èt a mé chèle gioàne, con chèi ciapamèrde!”
Lo zio le girava le spalle e rideva divertito, mentre la sciura Bonacina tratteneva a stento la sua irritazione, forte delle sue convinzioni.

La sciura Bonacina era il classico tipo della bigotta, il cui unico passatempo nella vita fu quello di passare da una chiesa all’altra. Non perdeva una funzione: i primi vespri, i secondi, quelli dei santi, quelli dei martiri, le terze, le seste, le none… senza contare le Messe quotidiane.

Seguiva tutte le processioni e tutti i funerali, anche quelli di persone che non conosceva, disertava solo le cerimonie nuziali perchè per lei erano troppo pagane.

Era una assidua e fervente cattolica, osservante al punto che non solo passava intere giornate in chiesa, ma recitava rosari e litanie anche in casa, dove apparivano crocifissi e santini un po’ in tutti gli angoli.
Questo suo feticismo religioso la rendeva una moralista inflessibile ed intollerante, tant’è vero che i suoi nipoti non andavano mai a trovarla, per non sentire i suoi anatemi e le sue pesanti parole di condanna.

La sciura Bonacina aveva da ridire tutto su di loro: il modo di vestire era indecente, la ragazza si truccava come una p…, non si vedevano mai a messa, frequentavano amici poco raccomandabili…
In realtà la sciura Bonacina esternava cosi la sua forte avversione per la nuora, sposata al suo unico figlio, una simpatica ed estroversa signora toscana che aveva tutt’altre vedute rispetto alla suocera. Di qui, la convinzione della sciura Bonacina che i nipoti non ricevessero una buona educazione e crescessero come dei miscredenti.

Eppure, a me la vecchia Bonacina, benché rustica e scostante, piaceva, salivo di frequente a trovarla ma scappavo via quando cominciava i suoi “De profundis clamavi…”

Anche il signor Bonacina era un personaggio molto interessante, era un bell’uomo alto e impettito, con due grossi baffi che rendevano il suo viso più importante e rispettabile. Indossava sempre dei pantaloni neri alla zuava, infilati in stivaloni aderenti, portava camicie scozzesi sotto un ampio tabarro. Tutte le mattine, all’alba, il signor Bonacina usciva di casa con la doppietta in spalla, per andare a caccia sui Torni o al Pascolo dei Tedeschi o in Castagneta, dove trovava sempre della selvaggina.

Non faceva incetta, si accontentava di cinque o sei uccelletti, che avrebbero costituito il pranzo quotidiano.
Tutti i giorni, infatti, i signori Bonacina mangiavano “polenta e osèi” a mezzogiorno. Alla sera, come cena, poteva bastare una minestrina.

Quando era finito il periodo della caccia, il signor Bonacina si procacciava il cibo andando a funghi e ne prendeva molti, per cui ne poteva mettere da parte una scorta per l’inverno.
Ricordo il caratteristico profumo di funghi che arrivava al naso non appena si entrava in casa dei Bonacina. Per terra, infatti, sui giornali vicino alla finestra, dove batteva il sole, erano distese fettine di funghi a seccare.
Ogni giorno i boschi di Città Alta offrivano delle delizie.

Il signor Bonacina, che era un profondo conoscitore della flora orobica, raccoglieva erbe medicinali e commestibili di ogni tipo: camomilla selvatica per fare tisane, cicoriette tenere e radici amare da fare lesse, germogli da fare in insalata, punte di ortiche per fare frittate e altre erbe buone da consumare che solo lui conosceva.
Insomma, i signori Bonacina compravano solo la farina gialla per fare la polenta perché tutto il rimanente lo offriva la natura, cioè i verdi colli di Città Alta.
Quando arrivava l’autunno, il periodo delle castagne, ne portava a casa a sacchi ed anche quelle diventavano una preziosa scorta per l”inverno. Com’ero grata, quando mi riempivano le tasche del grembiulino con quelle lucide castagne! Per me erano un regalo di grande valore, poiché ci giocavo e poi le mangiavo, anche crude.

Questa singolare coppia di vecchio stampo bergamasco, sotto la scorza di un’apparente rudezza, rivelava battiti di spontanea generosità.
In estate, durante le sue esplorazioni nei boschi, il signor Bonacina raccoglieva delle fragole di bosco piccolissime e profumatissime e le adagiava ordinatamente sopra foglie fresche, che intrecciava a forma di cestino.

Bussava alla nostra porta e, senza dire una parola, metteva il grazioso cestinetto nelle mani della nonna e se ne andava via. La nonna, confusa e commossa per il gentile gesto, gli rivolgeva parole di ringraziamento, ma lui, senza guardarla in faccia e salendo le scale, diceva solo: “Negot, negot…”.
Qualche volta, per non sentirsi in imbarazzo, metteva il cestinetto fuori dalla porta. La nonna capiva che doveva accettare senza troppi complimenti. Il signor Bonacina cosi dimostrava la sua amicizia e la sua simpatia, vero “caràter de la rassa bergamasca: fiama dè rar, ma sota la sender… brasca!”.

Quando il tenero e rustico signor Bonacina mori, la moglie dette prova ancor più della sua fierezza d’animo, non lasciando trasparire ombra di commozione e di dolore. A quanti le rivolgevano parole di cordoglio, laconica e asciutta rispondeva: “al Signùr l’a ülit issé, l’era la sò ura”. Rassegnazione religiosa o straordinaria capacità di dominare i propri sentimenti?
Rimasta vedova, la sciura Bonacina continuò la sua vita tra casa e chiesa. L’unica persona con la quale riuscì ad allacciare un buon rapporto fu mia nonna Anita, da lei molto stimata.

Infatti, tutte le sere, quando tornava dalle funzioni serali, entrava discreta in casa nostra, si sedeva, dava un’occhiata al giornale, commentava le notizie, annusava una presa di tabacco che la nonna le offriva dalla sua tabacchiera, beveva con piacere una tazza di tiglio o di camomilla, poi, al primo rintocco del campanone, si alzava e tornava nel suo rifugio, aspettando sola e dignitosa il suo turno per morire: “Libera me, Domine, de morte aeterna, in die illa tremenda”.

Vai alla quarta puntata

Anna Rosa Galbiati, “Acquarelli Bergamaschi” (Sistema Bibliotecario Urbano – Biblioteca circoscrizionale Gianandrea Gavazzeni, Piazza Mercato delle Scarpe – Città Alta).

I dipinti e i disegni, di Mario Airoldi, sono tratti da: Mario Airoldi, Amanzio Possenti, “Bergamo negli occhi – Armonia di luci ed ombre”. Edotrice Cesare Ferrari, Clusone (Bg), 1986.

La Chiesa di S. Alessandro in Colonna a Bergamo

Chiesa di S. Alessandro in Colonna (Bergamo). Claudio Facheris. 55° Mostra-Concorso Pittura-Scultura-Acquerello “Don Angelo Foppa”, 15-30 Novembre 2003

La chiesa di S. Alessandro in Colonna, intitolata al patrono di Bergamo, si trova nell’omonima via in Bergamo bassa ed è il cuore del borgo omonimo. Asse di una delle direttrici che si diramano da Città Alta, la si raggiunge da piazza Pontida o attraverso l’animata via XX Settembre.

Benchè la tradizione la voglia già eretta nel VI secolo, sopra le rovine di un tempio pagano di cui non si hanno testimonianze, la presenza della chiesa è documentata solo dal secolo XI. Il primo documento riconosciuto risale infatti al 1133, quando è indicata come “Ecclesia S. Alexandri quae dicitur in columna” (Lupi, Codex Diplomaticus, II, co. 975), in riferimento alla presenza sul luogo di resti romani come colonne monumentali.

La consacrazione del 1474 ricorda la ricostruzione della chiesa a seguito di un crollo. Al 1627 è documentata una seconda consacrazione per sistemazioni dell’edificio secondo le indicazioni borromaiche, mentre nel 1739 la chiesa venne nuovamente rinnovata ed ampliata, anche se per il suo completamento bisogna attendere il 1780 quando venne realizzata la cupola e la facciata principale.

La ristrutturazione dei primi anni del XVIII secolo, attuata su disegno di Marco Alessandri, cancellò alcune parti di notevole valore come la cappella del Santissimo Corpo di Cristo che era stata progettata nel 1511 da Pietro Isabello e di cui rimangono solo i pilastri di pietra poi inglobati nella realizzazione successiva (1).

Il campanile venne iniziato nel 1842, su disegno di Giovanni Bovara, mentre il completamento da parte di Virginio Muzio è del 1904.  E diviso in sei livelli e si conclude con una complessa cella campanaria (2). Su di esso svetta la statua della Madonna del Patrocinio. Nel complesso, il campanile contrasta con la severità dell’intero complesso architettonico.

(1) La chiesa di sant’Alessandro in Colonna, La Rivista di Bergamo.

(2)  Il campanile ospita un concerto di 12 campane in la2, tra i più imponenti della Lombardia; 10 di esse formano la scala maggiore di la2, mentre le due restanti servono per formare la scala maggiore di si2. Le 8 campane in la2 sono state fuse dalla fonderia Pruneri di Grosio nel 1905, mentre le altre 4, dalla fonderia Ottolina di Seregno nel 1951

La chiesa di S. Alessandro in colonna ancora priva del campanile. Raccolta Gaffuri

 

Il campanile di S. Alessandro in Colonna in costruzione. Raccolta Gaffuri
Il campanile di S. Alessandro in Colonna in costruzione – Raccolta Gaffuri. Vi si accede percorrendo 169 gradini e l’ascesa è compensata da una vista spettacolare sulla città. E’ possibile accedervi il 26 agosto, durante la festività del patrono, e in occasione di diverse feste parrocchiali

Nella basilica si trovano inoltre due organi monumentali costruiti dai Serassi: l’organo maggiore, costruito nel 1781, collocato nell’abside ai lati dell’altare maggiore, e l’organo della cappella della Madonna del Patrocinio, costruito nel 1844.

Visibile non solo per la sua mole, con l’austera facciata neoclassica, la chiesa si caratterizza per la presenza dell’alta colonna, composta da diversi blocchi di epoca romana, che si innalza sul sagrato, la stessa alla quale – come vuole la tradizione – venne decapitato Alessandro, futuro patrono della città, nel III secolo d.C.

Scorcio di via S. Alessandro (a.p. 18-12-1905). Album di antiche cartoline bergamasche, Domenico Lucchetti. Grafica Gutemberg. La colonna è una ricostruzione risalente al 1618 realizzata con reperti romani, la cui origine è controversa

La colonna, ben visibile sul piccolo sagrato antistante la chiesa, è  citata da molte fonti antiche come “Colonna del Crotacio”(3), cittadino che forse risiedeva o che si fece seppellire nei pressi, ponendo un monumento (la colonna appunto) sormontato da un idolo, da cui il luogo prese il nome di “Vico Crotacio”(4), l’antica denominazione del borgo di S. Leonardo.

Fu solo dopo il Mille che il borgo cominciò a chiamarsi “Vico S. Alessandro” (5).

In realtà, la colonna originaria, che doveva essere ancora visibile nel 1575 perchè citata nelle visite pastorali, ha subìto modifiche nel 1618.

(3) “I primi secoli del’Era Cristiana quanto alla storia nostra politica sono ancora più d’ogni altro antecedente avvolti nella incertezza, e in una invincibile oscurità. In que’ tempi alcuni nostri scrittori assegnarono alla patria un governo di duchi, de’ quali Crotacio il primo, investito dall’imperator probo, e s. Lupo l’ultimo, che fu padre della beatissima Grata curatrice del corpo di S. Alessandro. Ma sulla erroneità di siffatta opinione, e sulla incompetenza di un tal titolo ai governanti in quell’epoca convien leggere il precitato Codice del canonico Lupo capo IV. e § V., e altrove” (Dizionario odeporico: o sia, storico-politico-naturale della provincia bergamasca (Giovanni Maironi da Ponte). 

(4) Mario Lumina, La chiesa di S. Alessandro in Colonna, S. Alessandro in Colonna, Greppi, Bergamo, 1977, pp. 6/8.

(5) Mario Lumina, ibidem.

Predica di Sant’Alessandro, di Enea Salmeggia – Brescia, Pinacoteca Tosio Martinengo. Al centro del dipinto la Colonna di Crotacio  sovrastata dall’idolo citato dalle fonti antiche

L’interno della basilica, a navata unica e a croce latina che si apre su quattro cappelle per lato, rispecchia pienamente il linguaggio neoclassico, con l’imponente volta a botte unghiata sorretta dall’alto cornicione e dalle slanciate semicolonne con i capitelli corinzi.  Il transetto, poco profondo, raggiunge l’ampiezza delle cappelle.

Adiacente al presbiterio vi è la cappella della Beata Vergine del Patrocinio, edificata sul luogo di un antico cimitero.

Interno, a navata unica, della chiesa di S. Alessandro in Colonna (Raccolta Gaffuri). Numerose le cappelle laterali, che si aprono nelle nicchie ai lati della navata, ricche di opere di pregio

 

Dettaglio della pala sovrastante l’altare maggiore

Le cappelle laterali e le sagrestie sono ricche di opere di pregio come il Martirio di Sant’Alessandro (1623) e Posa della prima pietra del tempio (1621), entrambi di Enea Salmeggia, Santa Grata che raccoglie il capo di Sant’Alessandro di Gian Paolo Cavagna (1621), Il Martirio di San Maurizio di Alessandro Balestra, l’Ultima Cena e la Natività di Leandro Bassano, la Deposizione di G.B. Bassano, l’Assunzione della Vergine di Girolamo Romanino, Santa Grata presenta al padre i fiori sbocciati dal sangue del martire di Francesco Zucco (1621), una Deposizione di Lorenzo Lotto.

Particolare della pala centrale dell’altare maggiore della chiesa di S. Alessandro in Colonna: Martirio di S. Alessandro, di Enea Salmeggia, eseguita nel 1623. L’opera fu commessa al Salmeggia il 15 settembre 1621 per la festa del Corpus Domini del  1625

Nella terza sagrestia si conserva una Natività di Alessandro Bonvicino detto il Moretto e la Madonna dello Scoiattolo di Giovanni di Giacomo Gavasio e, in alto sopra il cornicione,  La Trinità di Enea Salmeggia, copia dell’opera del Lotto, di cui la critica indica una datazione attorno al primo decennio del Seicento.

Pala centrale dell’altare di S. Grata, detto anche altare della gara, nella chiesa di S. Alessandro in Colonna, opera di Gian Paolo Cavagna eseguita intorno al 1621 e rappresentante il miracolo dei fiori nati dal sangue di S. Alessandro, secondo la descrizione di Celestino

Sulla parete destra del transetto, accanto alla Cappella del Corpus Christi, si trova San Pietro, San Paolo e San Cristoforo in gloria,  un dipinto del primo Seicento di Giovan Paolo Cavagna, unico per la scelta iconografica dell’artista.

Borgo S. Alessandro e città alta (particolare da Santi in gloria). Giampaolo Cavagna. Bergamo – S. Alessandro in Colonna. La fedele riproduzione del paesaggio, costituisce un prezioso documento iconografico testimoniante la Bergamo del Seicento

 

Assunzione della Vergine di Gerolamo Romanino. Bergamo – S. Alessandro in Colonna. La pala, posta nell’altare sinistro del transetto, colpisce per la grande suggestione creata dal gioco tra le nubi e la luce solare

Nel 1997 la chiesa è stata proclamata Basilica.

Bibliografia e sitografia

Giosuè Berbenni (a cura di), Organi Storici della Provincia di Bergamo, Bergamo, Provincia di Bergamo, 1998.

Fabio Pasquale (a cura di), Basilica di S. Alessandro in Colonna – Bergamo – Luogo di fede e d’arte, Bergamo, Artigrafiche Mariani & Monti, 1999.

Flora Berizzi, Bergamo, Milano, Electa, 2007.

Tosca Rossi, A volo d’uccello Bergamo nelle vedute di Alvise Cima – Analisi della rappresentazione della città trà XVI e XVIII secolo, Litostampa, Bergamo, 2012.

http://www.lombardiabeniculturali.it/architetture/schede/BG120-00531/

AA.VV., Guida alle Chiese di Bergamo, Bergamo 2006.

Il torrente Morla, “la Nave”… e la Curtis Murgula

Veduta di Città Alta dal torrente Morla presso il Galgario. Racc. Ing. Angelini. Da Luigi Angelini, “Il volto di Bergamo nei secoli”

Benchè sia ormai inglobato nel tessuto cittadino, Il torrente Morla – “la Morla” per tradizione – è storicamente considerato il “fiume di Bergamo”, dal momento che ben 8 chilometri dei 14 totali sono compresi nel territorio comunale del capoluogo orobico.

Anche se la Morla non può, e non poteva competere, per volume d’acqua e per lunghezza di percorso, con i due fratelli maggiori – il Serio e il Brembo, onorati dal Tasso nel famoso sonetto – supera questi ultimi per importanza storica; per centinaia d’anni essa fu ammessa nella nomenclatura dei fiumi: nei diplomi imperiali di dieci secoli fa è chiamato flumen, e
Mosè del Brolo otto secoli or sono nel suo Pergaminus cantava: “un fiume a cui di Morla han dato il nome”.

Nasce dal Monte Solino, alle pendici del Canto Alto, e dal Col di Ranica, propaggine della Maresana, e all’altezza di viale G. Cesare riceve il contributo del torrente Tremana; del Gardellone riceve soltanto le acque di sfioro, e ciò da quando, nel 1950, per evitare che la Morla esondasse in città in caso di abbondanti piogge, tale torrente fu deviato direttamente al fiume Serio in territorio di Torre Boldone.

Come facilmente intuibile, la  portata della Morla è largamente dipendente dagli apporti meteorici.

Dopo aver attraversato, con andamento meandriforme, Sorisole, Ponteranica e Bergamo, la Morla assume un andamento quasi rettilineo, delimitando il perimetro comunale a est e lambendo il Corpo Santo di Campagnola a sud.

Oggi l’alveo attivo del torrente Morla scorre in una direzione completamente diversa rispetto al passato, in seguito ad importanti interventi di rettifica e canalizzazione.

Lasciata la città, la Morla attraversa Azzano S. Paolo, fiancheggiata lungo le rive da un’ampia fascia boschiva, procede verso Zanica, segnandone i poderi con le antiche linee di confine, ed infine raggiunge Comun Nuovo, dove si dirama in canali minori: una parte piega verso sud, accompagnata da un’interessante fascia alberata, per poi dividersi i in altre diramazioni che irrigano i campi al di sopra della Strada Francesca. La parte finale si disperde infine nel sistema irriguo di Spirano e zone limitrofe (elaborazione grafica su mappa tratta da Mapire)

Anticamente, il paleoalveo della Morla, documentato al XIII secolo, raggiunta la città di Bergamo a est, dopo aver compiuto un’ampia curva che la evitava proseguiva verso la zona dell’insediamento dell’ex-Gres di via S. Bernardino (ed esattamente a ovest di tale insediamento industriale),  continuando poi in direzione di Grumello del Piano. Da qui si disperdeva in una zona acquitrinosa con altri corsi d’acqua provenienti dalle pendici collinari occidentali.

Nell’area compresa tra la ferrovia e l’area dell’ex-Gres (via S. Bernardino), si possono ancora chiaramente riconoscere le tracce dell’antico corso della Morla: un tracciato ampio fino a qualche decina di metri, delimitato da due principali scarpate e da una serie di terrazzamenti che segnano l’area di influenza del torrente durante gli episodi di esondazione. “Fino agli anni Ottanta del secolo scorso i tratti del paleoalveo venivano sfruttati, sia per la natura limosa dei terreni che per la loro pendenza costante, per realizzare le marcite, tipico sistema di coltivazione lombardo, costituito da prati stabili irrigati con un velo continuo d’acqua perché seguitino a vegetare per permettere tagli d’erba, anche fino a 8-10 nella stagione fredda (Galizzi, 2012)”. Tale morfologia è ancora parzialmente presente nel disegno dei pochi campi agricoli ancora esistenti (Il paleoalveo del torrente Morla).

L’antico percorso della Morla venne deviato nel Duecento per irrigare nuovi campi bonificati, e nel 1253 il Municipio di Bergamo “alienò parte dei suoi terreni a sud di Campagnola e li affidò a ricche famiglie aristocratiche (tra cui i Suardi e i Grumelli) che li gestirono e li coltivarono destinando la produzione di fieno e ortaglie alla città. Le tracce di tale operazione permangono oggi nei designatori, con la presenza della via dei Prati, a Campagnola, che corre ancora oggi lungo la roggia. Successivamente lo stesso schema della bonifica venne applicato per la fondazione del centro di Comun Nuovo, situato qualche km a sud di Colognola in direzione di Caravaggio” (Il paleoalveo del torrente Morla).

Nei tempi antichi la Morla costituiva una fonte di vita per gli abitati che lambiva.
Durante il periodo medioevale la stessa città di Bergamo ricorreva alle sorgenti della collina per i propri bisogni idrici e domestici, ed ancora in tempi più recenti, almeno fino alla prima metà del XX secolo, la Morla fu utilizzata per fini domestici, in primis per lavare i panni, in quanto le sue acque erano dotate di una grande limpidezza.
Le persone più anziane ricorderanno certo con nostalgia i tempi in cui la Morla pareva “acqua sorgiva”, al punto tale che le massaie utilizzavano la sua acqua per lavare la biancheria, che stendevano sulle rive e nei prati ad asciugare e che, secondo l’esperienza di allora, con la luce ed il calore solare acquistava maggiore candore.
Inoltre, il suo alveo, adagiato su uno strato impermeabile argilloso, permetteva l’estrazione agli inizi del secolo di un’eccellente qualità di argilla (“unica nel suo genere”), con la quale venivano fabbricate stoviglie fra le migliori della Bergamasca.

La Morla lungo la sua storia causò grossi guai, paurosi straripamenti, inondazioni e vittime, ricordate in una lapide risalente all’epoca della dominazione veneta, affissa sulla facciata di una ex chiesetta costruita sul suo argine in località “Scuress” (Ponteranica).

Particolare tratto dall’aerofotografia della Città di Bergamo del 1924. La Morla, ancora scoperta, nell’area prospiciente lo scomparso edificio noto come “Nave”, in via Pitentino 1. La “Nave” guadagnò tale denominazione per la sua caratteristica forma

 

La Nave di via Pitentino (fotofrafia Rinaldo Della Vite) tratta dal libro di Don Francesco Garbelli

La Morla infatti è un torrente dal corso tortuoso con il fondo lastricato di rocce cenericce e sfaldabili chiamate  Sass de la Luna: quando è in secca non ci si accorge della sua esistenza, mentre in occasione di abbondanti precipitazioni si sveglia e può diventare pericolosa.

La Morla a Valverde. Fotografia di Carlo Scarpanti

 

La Morla a Valverde. Fotografia di Carlo Scarpanti

Le calamità naturali legate alle esondazioni della Morla sono ricordate dal poeta bergamasco Mosè del Brolo e dal Mazzi nella sua corografia bergomense. Quest’ultimo scriveva: “Il torrente provenendo dalle alture di Ponteranica, corre vicino alla città dalla sua parte orientale e se non è infelice esagerazione di poeta, si può credere che negli antichi tempi recasse non pochi guasti alle vicine campagne, giacchè di esso canta il nostro Mosè: Prossimo al Monte cittadin trascorre, un fiume a cui di Morla han dato il nome, e crudelmente le campagne inonda”.

Ricordiamo anche gli enormi guasti arrecati alla città di Bergamo, e in particolare a Borgo S. Caterina e Borgo Palazzo, nella primavera del 1936, quando persero la vita due persone.

Il cronista di allora così scriveva su “L’Eco di Bergamo”:
“il 3 maggio 1936 nel tardo pomeriggio dopo una giornata afosa si avevano i prodromi di un temporale proveniente da est e che è stato veramente impressionante.
La zona fortemente colpita è stata Borgo S. Caterina tanto che oltre alle case e cantine allagate le ossa del vecchio cimitero di Valtesse affiorarono sul terreno.
Questo grave episodio è stato determinato dallo straripamento dei torrenti Tremana e Gardellone, confluenti del Morla. Essi sono alimentati dal bacino imbrifero del Canto Alto da un lato e dalla zona collinare dall’altro.
Un fenomeno del genere si è avuto nel 1932 ma meno grave, perché avvenuto in un periodo di siccità mentre questo a seguito di continue piogge…”

Accanto a quella tragica del 1936, la storia della Morla registrò altre drammatiche piene, e tra queste, quella del 1896, del 1932, del 1937, del 1940, del 1946, del 1949 e del 1976.
In quelle occasioni si accesero discussioni, polemiche, dibattiti, volti a porre rimedio a queste calamità, studiando quindi una soluzione definitiva.
Dopo numerosi progetti si decise di canalizzare parte del corso cittadino del fiume, coprendone alcuni tratti. L’opera, che comportò ingenti sforzi non soltanto economici, si concluse nei primi anni sessanta modificando definitivamente la natura del torrente.

Via Cesare Battisti fiancheggiata dal torrente a cielo aperto

 

La “Nave” dopo la copertura della Morla. L’edificio venne abbattuto nel 1985, per far posto all’attuale parcheggio

La zona maggiormente interessata fu Borgo Santa Caterina, che vide scomparire totalmente il corso d’acqua che ne aveva caratterizzato la storia, posto sotto il manto di nuove strade e piazzali, su cui venne costruito anche il nuovo palazzetto dello sport della città.

Il Palazzetto dello Sport in costruzione. Proprietà Archivio Wells

 

La “Nave” e sullo sfondo a destra il Palazzetto dello Sport in un disegno a carboncino di A. Gritti, eseguito nel 1970 e rinvenuto in un mercatino

Venne quindi eliminato anche il caratteristico ponte di Borgo santa Caterina, da secoli delimitazione territoriale del quartiere stesso.

Il Ponte di S. Caterina nel 1910. Il tracciato delle Muraine seguiva l’andamento del muro che delimitava l’alveo del torrente dal lato di via Cesare Battisti, fungendo anticamente da fossato difensivo. La via Pitentino (a destra) era esterna alle mura dei borghi. Il massiccio muro verso la Morla serviva per proteggere le abitazioni della zona dalle piene del torrente, causa frequente di notevoli danni. Il vecchio cancello daziario e gli edifici annessi, erano già stati demoliti, ed è anche scomparso il ponte di vecchie pietre sopra il torrente, ora scavalcato da un ponte in cemento. Sono però visibili gli archi del ponte originario. Nel 1962 la Morla fu coperta anche nel tratto da S. Caterina al largo del Galgario

Un altro tratto in cui il torrente venne nascosto alla vista della città fu immediatamente dopo il ponte di Borgo Palazzo, per riemergere dal buio in prossimità della stazione ferroviaria, sotto la quale scorre l’ultimo tratto sotterraneo.

A seguito di questa grande opera il torrente venne relegato ad un ruolo sempre più marginale, tanto che col passare del tempo venne considerato sempre più una sorta di discarica a cielo aperto.

La Morla in via Battisti in un’immagine antecedente la copertura della Morla e la costruzione del Palazzetto dello Sport, inaugurato nel 1965. Sullo sfondo si individua l’edificio della “Nave”

 

La Morla nel 1960, tra via Cesare Battisti e via Pitentino (scattata da sud): una fogna a cielo aperto coperta nel 1962

 

Un immagine non molto dissimile dell’area, nel periodo in antecedente la copertura del torrente e la costruzione del Palazzetto dello Sport. Proprietà Archivio Wells

Soltanto con l’avvento del XXI secolo cominciò a verificarsi una nuova presa di coscienza da parte dei cittadini e delle autorità, che hanno posto la Morla al centro di un’opera di recupero ambientale. A tal riguardo è nato anche un Parco Locale ad Interesse Sovracomunale (PLIS) volto alla tutela ed al rilancio delle aree della pianura bergamasca interessate dal corso della Morla e dalle rogge da essa derivate.

L’arcata del vecchio Ponte di Borgo S. Caterina, immortalata nei primi mesi del 2013 in occasione del rifacimento della copertura stradale

La Morla fu  immortalata nei diplomi regii e imperiali, poiché diede il nome alla Corte regia di Borgo Palazzo: è noto infatti che con i  Longobardi  il territorio cittadino venne riorganizzato nel sistema curtense venendo diviso in due Corti Regie: una corte si trovava nella “civitas” (la città sul colle) e un’altra nella “curtis Murgula” (l’attuale città bassa), a sancire quella suddivisione fra le “due” città che  ancor’oggi sopravvive.

Il Lupi, che nel 1780 scriveva : “la corte Morgola… presso al fiume che fino ad oggidì porta lo stesso nome, in quel luogo che ora è detto Borgo Palazzo”, spiega che la curtis era un possedimento, o vasto feudo, appartenente a qualche particolare famiglia, la quale aveva la propria abitazione in forma di castello o di palazzo, con adiacentei alcune case per la  servitù o coloni addetti alla coltivazione dei terreni che si estendevano intorno ai fabbricati: il castello di Malpaga e le abitazioni che lo circondano possono rendono l’idea di cosa fossero le corti.

La Curtis regia era invece proprietà di un re o di un imperatore e talvolta abbracciava un villaggio (vicus) o anche un insieme di villaggi (pagus); aveva ampi fabbricati, che dimostravano la potenza e la dignità regia. In città la curtis regia era ubicata nell’area attualmente occupata dalla fontana di San Pancrazio.

Ora, la curtis: “… quae vocatur Morcula in comitatu Pergamo”, appare per la prima volta in un diploma dell’875 di Lodovico re di Germania; in questo documento si menziona l’esistenza di una corte Morgula o Murgula –  poichè essa era dislocata lungo il corso del fiume Morla -, situata nei pressi di un Palatium imperiale, nella parte bassa di Bergamo. Un palazzo destinato alla residenza degli imperatori di passaggio nei loro viaggi nelle provincie italiane.

Il ponte sul rio morla in Borgo Palazzo (1885 circa). Raccolta D. Lucchetti. Borgo Palazzo, secondo il Lupi, trae il suo nome dal palazzo imperiale che la corte longobarda aveva in quella località

La curtis Murgula era di proprietà dell’imperatore Ludovico I, che la donò, con la corte di Almenno, alla nipote Ermengarda.

Successivi atti attestano il passaggio della corte Morgula a Berengario, che l’avrebbe poi ceduta ad Adalberto – il vescovo di Bergamo -, insieme al mercato di S. Alessandro e al prodotto dei dazi.

Fonti

http://www.comune.ponteranica.bg.it/territorio/maresana.php
http://it.wikipedia.org/wiki/Morla_(torrente)#cite_ref-0

IL TORRENTE MORLA. CARATTERI, VALORI, PROSPETTIVE
Saggi di: Lelio Pagani, Andrea Tosi, Moris Lorenzi, Gian Pietro Armanni, Fabrizio Conti, Renato Ferlinghetti, Fulvio Caronni, Silvano Ceresoli, Mario Di Fidio, Claudio Merati, Piervincenzo Scalpelli, Stefano Stecchetti, Graziano Vitali.

Il paleoalveo del torrente Morla

Provincia di Bergamo

Per la mappa storica: Mapire – le mappe storiche dell’impero asburgico, con Bergamo e provincia mappate nella seconda indagine militare (1806-1869).