Da Fontana a Sombreno, una perla incastonata tra i colli e il Brembo

Superato il cocuzzolo di San Sebastiano e discesi nella conca di Fontana, ci si ritrova di colpo in un’oasi agreste: la piana di Val Brembo, un unicum paesaggistico di grande importanza compreso tra l’ombra della  Piègna – propaggine che separa la conca di Astino da quella di Fontana – e l’estremo  sperone occidentale dei Colli di Bergamo che digrada dolcemente sino a Sombreno.

La sella di S. Sebastiano osservata dal Castello di S. Vigilio

Inoltriamoci lentamente nella valle distesa tra i campi ed il pendio che conclude a nord-ovest il piccolo sistema della dorsale dei Colli, adagiandosi sul terrazzo fluviale solcato dalla tenue orlatura del torrente Quisa.

Veduta da S. Rocco sulla piana di Fontana, con in primo piano Cascina Rebetta. La conca di Fontana rappresenta l’estremo lembo rurale legato all’ambiente dei Colli e di Città Alta

Se i versanti sono ricoperti da fitti boschi, soprattutto verso la parte sommitale (querceti, carpineti, robineti e castagneti), i pendii dell’ampia conca di Fontana, ricca di acque sorgive, lasciano spazio alla trama dei numerosi terrazzamenti coltivati e punteggiati qua e là da  piccoli nuclei abitativi e da case padronali o rurali.

La discesa da San Sebastiano verso la conca di Fontana

Al centro della conca spicca  l’antica cascina Rebetta con la sua torre, e  la  cinquecentesca chiesa di S. Rocco, un tempo legata alla chiesa matrice di S. Grata inter vites.

La cascina Rebetta è riprodotta in una Carta topografica  con le località di Breno, Fontana, S. Sebastiano, realizzata nel 1667 dall’agrimensore Giovanni Battista Selvino (conservata in Archivio Storico Diocesano di Bergamo, fondo della famiglia Grumelli-Pedrocca). Vi sono indicate le molte sorgenti e “lavanderii” per chiarire la proprietà delle acque e delle loro derivazioni e da ciò si evince la straordinaria eloquenza del toponimo di “Fontana” (documentato dall’XI secolo). In altro vi compare la chiesa di S. Rocco con il portico cinquecentesco sul lato meridionale che fu conservato nella ristrutturazione settecentesca; compaiono poi alcuni “sedumi” turriti, di origine medioevale, il più articolato dei quali (allora Alborghetti) dovrebbe corrispondere alla cascina Rebetta tuttora emergenza al centro della conca (Graziella Colmuto Zanella, I giardini sulla carta, in: Maria Mencaroni Zoppetti -a cura di – “D’erbe e piante adorno. Per una storia dei giardini a Bergamo, percorsi tra paesaggi e territorio”. Ateneo di Bergamo e Fondazione per la Storia Economica e Sociale di Bergamo)

 

La Cascina Rebetta con la sua torre e in alto a destra la chiesa di S. Rocco

Nella larga maglia dei campi agricoli possiamo ancora leggere il reticolo degli antichi tracciati: quello preromano della transumanza, da Mozzo ad Almè, che conduceva ai pascoli brembani (un asse che, proseguendo verso sud, sarebbe poi divenuto in epoca romana il cardo massimo della prima centuriazione del territorio bergamasco), e quello definitosi nel Medioevo, esattamente ortogonale alla via della transumanza, che collegava la forcella di S. Sebastiano (importante nodo del sistema collinare) al  ponte di Briolo sul Brembo (tra Ponte San Pietro e Valbrembo) e alla Val S. Martino.

Si tratta del Rizzolo del Pascolo, un tracciato perfettamente rettilineo di cui oggi si conserva solo il suggestivo tratto acciottolato che da Valbrembo sale ripida nel bosco all’ultimo tornante di via Pascolo dei Tedeschi e da qui alla chiesa di S. Sebastiano (la “forcella” poc’anzi nominata).

Via del Rizzolo del Pascolo (“Rizzolum Canzelere”, percorso lungo 470 metri che il Comune fece lastricare tra il 1267 e il 1271). Un tempo, prima dell’apertura della panoramica dei Torni, per raggiungere Città Alta il percorso doveva mantenersi alto sui crinali passando da S. Sebastiano a San Vigilio (Photocredit Valbrembanaweb)

 

Panorama dal Pascolo dei Tedeschi, denominazione che prende il nome dall’uso dei mercanti di bestiame d’Oltralpe, qui pervenuti attraverso il lago di Lecco, di sostare in questa località prima di entrare in città per la fiera di Sant’Alessandro. Il nome potrebbe anche  provenire dall’accampamento di reparti a cavallo dell’esercito austroungarico

Prevalgono nei boschi rigogliosi castagneti, impiantati dall’uomo per la produzione dei pali necessari al sostegno della vite coltivata sui versanti esposti al sole. Da questi alti e generosi fusti prende il nome la minuscola località a ridosso di Sombreno: Madonna della Castagna, snodo di sentieri e di strade che s’incontra percorrendo il lungo rettifilo di Fontana, divenuto importante punto d’aggregazione per chi d’estate frequenta l’area boschiva alle sue spalle, attrezzata con strutture per il pic-nic e campi per il gioco delle bocce.

All’interno della rigogliosa area boschiva, ricca di sentieri, vallecole e testimonianze storiche,  la pista ciclopedonale del Parco dei Colli (Sentiero di Ilaria) raccorda i Santuari della Madonna della Castagna e di Sombreno a via Ramera, ricollegandosi alla Greenway del Morla in Valmarina (la cartina è tratta dalla guida Alle porte di Città Alta)

Da Madonna della Castagna si può camminare sino a S. Vigilio attraverso il lungo percorso dei Roccoli, ma è ancor più facile scollinare sul versante settentrionale,  nel regno dell’arenaria di Sarnico: lo “zoccolo” che dà forma alla base settentrionale dei Colli (da S. Agostino,  S. Lorenzo e Castagneta fino alla Madonna della Castagna e al Santuario di Sombreno) e che insieme alle calcareniti del Flysch di Bergamo, dal caldo color nocciola, ha fornito per secoli materiale in abbondanza per la costruzione dell’antica città e dei borghi storici.

In località Madonna della Castagna, lungo il sentiero (712) diretto al Colle Roccolone (340 m), si possono ammirare alcune sculture dell’artista locale Cesare Benaglia, ricavate dai  potenti banchi di arenaria  di Sarnico, presente in abbondanza nel settore nord dei Colli. Per la sua compattezza, la roccia dall’inconfondibile colorazione grigio-azzurra si presta ad essere intagliata

La secolare vocazione agricola del sito si spinge alla base del versante di Sombreno e sino alla piana coltivata si estendono vigneti, frutteti, orti domestici, colture di mais, giardini ed aree attrezzate per attività vivaistiche: un prezioso esempio di riuscito connubio tra natura e cultura, capace di generare grandi espressioni estetiche e naturalistiche.

In una foto d’altri tempi, una distesa di mais a Valbrembo e in lontananza il colle di Sombreno con il suo Santuario

Tra il ‘600 e la prima metà del ‘900 il nucleo di Breno  godette di un certo benessere dovuto alla viticoltura ma soprattutto al redditizio allevamento dei bachi da seta.

Veduta della piana di Sombreno, Sandro Pinetti (1904-1987). Dipinto del 1955. Bergamo, Accademia Carrara. Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea (GAMeC)

La bachicoltura diede un impulso molto importante all’economia dell’area e la ricchezza di alcune famiglie, sapientemente amministrata, concorse a produrre una notevole sensibilità artistica, ben testimoniata dai numerosi monumenti storici tuttora presenti a Sombreno.

Territorio di Bergamo di Pietro Redolfi 1718 ca. Particolare della zona collinare della città con rappresentato il Santuario (“La ‘Mad.a’ sopra l’abitato di Breno”).  Le carte del territorio di Bergamo, che riportano questa dicitura, testimoniano l’importanza che aveva raggiunto il Santuario della Madonna di Sombreno. Essa è riportata anche nella carta del Santini del 1776 e ancora con maggior evidenza nella carta del Formaleoni del 1777

Ancora nel 1820, Maironi da Ponte nel “Dizionario Odeporico della provincia” rilevava che il terreno di Breno era fertile di gelsi, di biade, di vini sulla collina e che gli abitanti, circa duecento, erano quasi tutti agricoltori, “con diciotto possidenti estimati”.

La Val Breno in un dipinto databile al 1690 ca. Il dipinto è un documento molto significativo della parcellizzazione sul finire del ‘600 delle coltivazioni agricole della val Breno, un territorio già allora intensamente coltivato

Con la costruzione della settecentesca Villa Pesenti-Agliardi, ristrutturazione in stile neoclassico di un edificio preesistente, una parte cospicua dei terreni coltivati viene destinata dal suo proprietario, il conte Pietro Pesenti (uno dei più accesi sostenitori del nuovo corso rivoluzionario) al nuovo ruolo di giardino. Pesenti, d’origine montanara così come molti abitanti della Val Breno, compì tale scelta con cautela ponendo attenzione al rapporto con la campagna circostante.

L’alta e fitta massa arborea del parco di Villa Agliardi, proiettata ai piedi del poggio su cui sorge il Santuario, si offre al visitatore come una verde quinta d’ingresso all’abitato (Ph Agliardi)

Ed è proprio dalla gelosa cura dedicata per secoli a questa terra, che deriva quel binomio “agricoltura / ospitalità” che ha ispirato il Pollak  (o Pollach) e il suo committente nella progettazione del parco (purtroppo non completamente realizzata), che ha trovato lo stimolo culturale non solo nello spirito bucolico del tempo ma anche in un concetto di utilità e di rispetto per la campagna, in una visione nuova, neoclassica, che riscatta questo ‘spreco’ di terreno agricolo.

Villa Agliardi con lo splendiclo parco (Ph Agliardi)

IL NUCLEO STORICO DI BRENO

Il piccolo nucleo storico di Breno (276 m slm) (1), crebbe ai piedi del castello sul colle sino a diventare Comune (come risulta da un atto di vendita del 1169) e ancor’oggi il suo compatto impianto urbano, le cui caratteristiche risalgono al XIII secolo, mantiene una particolare integrità negli antichi tracciati e nei caratteri architettonici dei suoi edifici, anche grazie alla particolare situazione orografica a ridosso del colle.

Mappa catastale di Sombreno, del 1812 (Ph Agliardi)

 

Veduta aerea di Sombreno, 1965. Nel Seicento, intorno alle corti dei contadini si realizzarono nuovi edifici a loggiato e portico, al servizio degli stessi proprietari dei fondi agricoli che scelsero di dimorare in loco (Ph Agliardi)

Gli edifici, con impianto a corte, comunicano con il tracciato stradale interno, dalla forma arcuata e sotteso sulla direttrice Astino-Almè.

Via Bolis, il percorso strutturante il nucleo storico (Ph Maurizio Scalvini)

 

L’uso dei “borlanti” raccolti sulle sponde del Brembo, posati a “lisca di pesce” (Ph Maurizio Scalvini)

 

Via Bolis, la spina centrale, in direzione Castello (Ph Maurizio Scalvini)

 

Il portico d’accesso in arenaria grigia di un’antica casa a corte (Ph Maurizio Scalvini) 

Quando nel 1473 i Pesenti si insediarono a Breno probabilmente acquistarono  due torri, trasformandole, dopo opportuni ampliamenti, in abitazioni. Le due torri facevano parte del sistema di fortificazione del castello situato in cima alla collina (e trasformato tra il 1492 e i primi anni del Cinquecento nell’attuale Santuario): la torre medioevale che costituisce il nucleo più antico di Villa Agliardi e una seconda torre che si trovava in quella che è oggi la piazza, anch’essa inglobata in un edificio di più vaste dimensioni.

Dunque l’edificio, di chiara impronta medioevale, posto all’incrocio tra i brevi percorsi viari del centro storico, ingloba una torre a pianta quadra alquanto rimaneggiata e mozzata in altezza. La struttura muraria, con spigoli squadrati in arenaria grigia, ne sottolinea spiccatamente l’impianto.

Per la sua importanza, l’edificio, chiamato dai Sombrenesi “il Vaticano”, fu la sede del Comune di Sombreno fino al 1928, anno dell’unificazione con Paladina.

L’ex palazzo comunale in piazza Locatelli. L’edificio, di vigoroso impianto medioevale con importante corte chiusa di forma trapezoidale, è il risultato di una ristrutturazione probabilmente cinquecentesca e presenta ampliamenti interni successivi (Ph Maurizio Scalvini)

 

L’ex palazzo comunale in piazza Locatelli, all’imbocco della spina principale di Sombreno (Ph Maurizio Scalvini)

Chi erano le famiglie nobili o comunque importanti della zona? Un rilievo eseguito dall’agrimensore Gio Batta Paganelli e ridisegnata dal notaio agrimensore Antonio Gasparini di Bruntino ci rivela i loro nomi: i Moroni, i Pesenti (che a Sombreno  possedevano da tempo molti terreni oltre alla villa ristrutturata nel ‘700), i Lupi, i Morandi e i Nervi.

Le prime notizie dei Moroni di Sombreno si riferiscono ai fratelli Beltramo, Gio. Antonio, Fermo Antonio e Stefano, attestati nel Cinquecento; sono i Moroni più antichi attestati a Sombreno, citati dal curato don Rota nel suo manoscritto degli anni ’50. Egli dice che tale famiglia era in Sombreno sin dal XV secolo ed aveva terre e massari.

Ritroviamo i loro nomi nel cartiglio del cosiddetto affresco Moroni, rinvenuto nel corso dei recenti (2018) restauri del Santuario, e in cui compaiono i nomi dei committenti –  Beltrami e Antoni De Moroni da Breno -, accompagnati dalla data del 15 Maggio 1580.

A seguito delle rivelazioni emerse dalle recente analisi del famosa costola appesa al soffitto del Santuario, costoro potrebbero giustificare la presenza dell’osso nel sacro edificio.

Affresco Moroni nel Santuario di Sombreno. Il cartiglio indica due nomi: Beltrami e Antoni Moroni da Breno, nonché una data: 15 maggio 1580

Di tutti i Moroni sono anche i più misteriosi, insieme a quelli di Ponte S. Pietro: gli antenati di entrambi potrebbero essere due Moroni attestati nel 1288: un Bergamus filius quondam Guillelmi Moronum de Sorisole, e poi Ioannes Moronum de Sedrina, come risulta dalla Enciclopedia delle Famiglie Lombarde.

Tra il ‘700 e l‘800 i Moroni di Sombreno dovettero avere una notevole fortuna come setaioli e come costruttori, ingegneri e architetti, realizzando nel ‘700 un’opera di notevole interesse architettonico: Villa Moroni ora Maccari, che con la sua pianta a U s’inserisce con discrezione nella cortina edilizia della stretta e tortuosa via Bolis – l’asse interno che struttura il nucleo storico -, edificata sull’area di una vecchia cascina.

Oltre alla villa essi possedevano in Sombreno case e una filanda che era annessa alla villa sei-settecentesca, poi acquistata insieme alle case dal conte Pietro Pesenti che ne fece la fattoria che sorge accanto a  Villa Pesenti-Agliardi.

Villa Moroni-Maccari. Il vasto parco con il vialetto in asse alla villa conduce a un piccolo padiglione neoclassico (un tempietto del 1805) che appare l’immediata eco dello straordinario complesso progettato nel 1798 dall’architetto austriaco Leopoldo Pollak per Villa Pesenti-Agliardi, emergenza monumentale e paesaggistica d’eccezione al margine opposto del nucleo storico (Proprietà dell’immagine: Comune di Paladina)

LA VIA GRADINATA

Alle spalle di Villa Agliardi si diparte una via gradinata acciottolata che si insinua dolcemente lungo il versante meridionale del colle.

La via acciotolata che collega il centro storico di Sombreno al Santuario (Ph Maurizio Scalvini)

 

Veduta su Villa Pesenti-Agliardi e sul parco (Ph Maurizio Scalvini)

Lungo il percorso s’incontra a mezza costa la torre del Lazzaretto, facente parte del sistema difensivo del castello ed utilizzata nel periodo della peste del 1630.

La torre-lazzaretto e, a destra, una cappelletta votiva (Ph Maurizio Scalvini)

Dal suo “Chronicus” Don Angelo Rota ci fa sapere che nonostante la peste nella Val Breno abbia seminato “molta strage”, la terra di Breno venne in gran parte risparmiata “per la buona vigilanza e perchè Girolamo Pesenti” (padre di P.M. Pesenti, fra i delegati sanitari per il Comune di Breno) “come tesoriere della Ven. Misericordia di Bergamo, vi faceva capitare assai provviste di sale e di farina da dispensarsi ai poveri. Così rimasero la maggior parte degli abitanti e i terreni furono ancora lavorati”.

La cappelletta della torre-lazzaretto (Ph Maurizio Scalvini)

 

La cappelletta nella torre del Lazzaretto (Ph Maurizio Scalvini)

 

Particolare dello stemma affisso sulla parete

La stradetta è punteggiata da santelle dedicate ai Dolori della Vergine, risalenti al 1920 ed affrescate nel 1989 di Maribea Bonzani, Angelo Capelli, Calisto Gritti, Mino Marra, Simon Morelli, Franco Normanni, Alessandro Verdi.

Lungo la salita, le cappellette si alternano a intervalli regolari sino al grande piazzale antistante il Santuario, posto all’ombra di querce secolari.

Di fronte alla torre del Lazzaretto, una delle cappellette votive che scandiscono il percorso gradinato (Ph Maurizio Scalvini)

 

Il pianoro che precede il Santuario, con l’ultima delle sette cappelle devozionali (Ph Maurizio Scalvini)

Un ultima, breve tratto conduce al portone d’accesso del Santuario, ricco di opere d’arte commissionate dalle ricche famiglie del luogo, i Carminati e i Pesenti in particolare.

Il Santuario mariano di Sombreno (Ph Maurizio Scalvini)

Al termine del percorso acciottolato, il portone d’accesso sormontato da una lunetta con il Padre Eterno benedicente, dà il benvenuto al visitatore, introducendolo al pianoro affacciato sul vasto panorama su cui sorge il Santuario, che è composto dall’accostamento di due edifici sacri, nell’insieme quasi millenari: il piccolo Santuario dell’Addolorata (già Chiesa Santa Maria), che anticipa la Chiesa della Natività di Santa Maria Santissima.

Il portone d’accesso al Santuario, sormontato da una lunetta con il Padre Eterno benedicente (Ph Maurizio Scalvini)

DA CASTELLO A SANTUARIO

Il Santuario fu edificato sul sedime di una fortezza medioevale posta sul colle che domina Breno, citata per la prima volta nel X secolo quale proprietà dei Conti Calusco e Carvico, passata entro la fine del XII  agli Albertoni legati alla famiglia Vertova e dal 1267 alla Chiesa di Bergamo.

Le sue remote origini riportano però a una leggenda, quella di Brenno, mitico condottiero dei Celti Senoni, nemici di Roma, la cui storia fu narrata nel XII secolo da Mosè del Brolo nel suo Pergaminus. Si narra che Brenno avrebbe fatto erigere un castelliere nella zona di Breno, proprio laddove nel medioevo sarebbe stato edificato il castello sulle cui rovine è sorto il Santuario.

E’ certo comunque che nel medioevo la fortificazione funse da avamposto del sistema difensivo organizzato sui rilievi del territorio, dai centri della Val Brembana fino alla Bastia e a S. Vigilio, con torri di avvistamento poste in collegamento sia visivo che viario, attraverso un percorso di collegamento che correva lungo il crinale del sistema collinare esteso a ovest della città, da S. Vigilio al castello di Breno.

Il tratto iniziale, fino a S. Vigilio, venne sconvolto dalla costruzione del Forte di S. Marco, mentre il tratto successivo è puntualmente documentato nella cartografia veneziana, da quella di Giulio Sorte ai rilievi realizzati dagli ingegneri della Repubblica tra Cinquecento e Seicento per gli studi di ristrutturazione e di rafforzamento della Cappella e della rimodellazione del territorio circostante fino alla Bastia per scopi difensivi.

Questo percorso doveva ricalcare un tracciato di origine romana che dalla “civitas” conduceva al ponte di attraversamento del Brembo ad Almenno, lungo strada militare romana per il Comasco e la Rezia.

Al castello di Breno era annesso, secondo le antiche consuetudini, anche un edificio religioso: la cappella battesimale di Santa Maria di Breno, (corrispondente all’attuale Santuario della Madonna Addolorata), menzionata per la prima volta in un atto del 1093 e rimaneggiata nei secoli, essendo divenuta, sino alla metà del XVI secolo, parrocchiale di Breno, Paladina e Ossanesga.

Dal XV secolo, alla piccola cappella di origine medioevale (il Santuario dell’Addolorata, che cela sotto di sé esigue parti dell’antica fortificazione) fu accostata la Chiesa della Natività di Santa Maria Santissima.

La cappella dedicata all’Addolorata, menzionata in un atto del 1093 come antica cappella battesimale di Santa Maria di Breno (Ph Maurizio Scalvini)

Quest’ultima fu edificata tra il 1493 e il 1570 in accoglimento alla supplica degli abitanti di Breno ai Rettori Veneti della Città di Bergamo, considerata ormai inadeguata l’antica cappella del castello per accoglere il popolo che vi confluiva.

La chiesa della Natività di Maria Santissima, accostata, dal 1493, all’antica cappella. Il complesso del Santuario (m. 338 s.l.m.) è eretto su un terrapieno in pietra squadrata adagiato sul poggio dominante la Val Breno (Ph Maurizio Scalvini)

Ma che ne fu dell’antica fortificazione? Con l’avvento della Serenissima (1428), non più utile alla difesa della città (il confine territoriale si era spostato lungo la sponda dell’Adda) essa aveva cominciato ad essere smantellata e sappiamo che le demolizioni erano ancora in atto nel 1621 (2).

DALLA PARROCCHIALE ALLA “FATTORIA”

Ai margini meridionali del nucleo di Sombreno si trova la chiesa parrocchiale  dei Santi  Fermo e Rustico, costruita nel 1739 (forse su progetto del Caniana) sui resti di una chiesa cinquecentesca, della quale rimangono ancora tracce di affreschi datati 1482.

La chiesa dedicata ai Santi Fermo e Rustico (consacrata nel XVI secolo) conserva all’interno una pala centrale con la Madonna, S. Giovanni Evangelista, i Santi Fermo e Rustico e l’offerente Canonico Pesenti, attribuita a Giovanni Raggi o a Francesco Polazzo, di cui il Pesenti era committente. Ai lati dell’ancona centrale, due grandi tele del tardo Settecento di Gaetano Peverada. Inoltre, un “Eterno benedicente”, elemento superstite di un polittico forse di Palma il Vecchio e una “Madonna con Bambino e Santi” opera di Cristoforo Tasca (1697) – (Ph Maurizio Scalvini)

Alle spalle della parrocchiale si trova invece Casa Agliardi, una antica e misteriosa dimora chiamata “Casa e brolo alla Chiesa di Breno” in un vecchio cabreo del 28 marzo 1814. Venne acquistata dal conte Pietro Pesenti nel 1813 ad un’asta dei beni di tal Pietro Giacomo Moroni e fu ristrutturata negli anni ’60 dall’arch. Ajardo Agliardi, che la riportò al suo antico armonioso aspetto, per divenire l’abitazione del fratello Gian Paolo.

Sombreno, “Casa e brolo alla chiesa di Breno” in via Bergamo 12 – 1965-66 ca. (In “Enciclopedia delle Famiglie Lombarde“). La villa sorge su una struttura di base tre-quattrocentesca che aveva avuto una radicale trasformazione nel 1626, quando probabilmente all’antico corpo di fabbrica venne aggiunto il corpo a sud costituito dal porticato, di tipica impostazione bergamasca nel Seicento, e le soprastanti logge la cui tipologia richiama quella Vertovese del follo. Gran parte degli intonaci della facciata sud sono quelli originali del 600 ed anche gli stipiti in pietra che incorniciano porte e finestre sono da ascriversi all’intervento seicentesco

La villa è arredata con mobili d’epoca e vi sono parecchi quadri del ‘600: Evaristo Baschenis, Salvator Rosa, Barbello, Cifrondi e quattro tele rustiche d’un anonimo fiammingo che ritraggono scene cortesi ambientate pare in Olanda. Vi è poi una tela, di pittore ignoto, che documenta il paesaggio dei dintorni di Sombreno nel tardo Seicento. A ciò si aggiungono opere di Maratta, del Piccio e di Costantino Rosa.

Sombreno, “Casa e brolo alla chiesa di Breno” in via Bergamo 12 – 1965-66 ca. (In “Enciclopedia delle Famiglie Lombarde“). Il loggiato, rivolto verso la parrocchiale

 

Sombreno, “Casa e brolo alla chiesa di Breno” in via Bergamo 12 – 1965-66 ca. (In “Enciclopedia delle Famiglie Lombarde“).  Le volte della sala e della cucina furono costruite nel ‘600 su muri preesistenti. Non è dato di sapere a quale famiglia fosse appartenuto il misterioso stemma affrescato sul camino

Il piccolo giardino è costituito da essenze tipiche dell’epoca e del luogo: carpini, querce, tassi e arbusti da fiore e bacche ed è ispirato ai roccoli, un tempo numerosi sulle colline circostanti, ma nel contempo riprende i motivi ad archi della villa.

Il giardino sotto la neve (gennaio 2015) – (In “Enciclopedia delle Famiglie Lombarde“)

Infine è significativo l’edificio denominato “Fattoria” che si trova in via Agliardi, via d’accesso all’omonima Villa che prende le mosse dalla piazzetta centrale del paese.

Via Agliardi si diparte dalla piazzetta di Sombreno e conduce alla Fattoria, a Villa Pesenti-Agliardi, alla via gradinata verso il Santuario, oppure al percorsi boschivi collegati al Sentiero d’Ilaria (pista ciclo-pedonale) o alla Madonna della Castagna (Ph Maurizio Scalvini)

 

L’ingresso di Azienza Agliardi (Ph Maurizio Scalvini)

 

L’insegna affissa sul portone d’ingresso alla fattoria (Ph Maurizio Scalvini)

L’edificio, un bellissimo esempio di dimora padronale del ‘600 costruito dalla famiglia Moroni, proprietaria dell’adiacente Filanda, era stato acquistato da Pietro Pesenti ed adibito a casa del fattore. Tale uso è rimasto sino agli anni Novanta quando è cessata l’attività agricola a Sombreno.

Scorcio dell’Azienda Agliardi ripresa dalla via gradinata che percorre il colle di Sombreno (Ph Maurizio Scalvini)

 

Scorcio dell’Azienda Agliardi ripresa dalla via gradinata che percorre il colle di Sombreno (Ph Maurizio Scalvini)

Torneremo a breve in questi luoghi, alla scoperta del Santuario e di Villa Pesenti-Agliardi, nella tenue luce di una sera ottobrina.

 

Note

(1) “Sombreno, con la denominazione di Brene (e in seguito Breno), fu comune autonomo nel XIV secolo, e tale rimase sino al 1798, anno della prima aggregazione a Paladina. Fu nuovamente autonomo tra il 1805 e il 1809, quindi venne aggregato a Bergamo sino al 1816. In seguito rimase autonomo sino al 1929, anno della definitiva aggregazione a Paladina. L’attuale denominazione di Sombreno venne adottata nel 1864” (Alberto Castoldi, Bergamo e il suo territorio, Dizionario Enciclopedico, Bergamo, Bolis Editore, 2004, pp. 735-736).

(2) Nel 1621 viene concesso a un abitante di Breno di costruire un muro di cinta tra i beni della chiesa situati in cima al monte e il ronco di sua proprietà, servendosi dei sassi ricavati dall’abbattimento “di quella mura vecchia chiamata il Torrazzo esistente nel detto pezzo di terra di ragione del beneficio”.

Riferimenti principali
– Il Parco dei Colli di Bergamo – Introduzione alla conoscenza del territorio, capitolo “Caratteri urbanistici e presenze architettoniche”, Graziella Colmuto Zanella.

– A cura di Andrea, Luigia e Pietro Gritti, “Almè, l’antico nucleo e il territorio”, 1997.

Società Storica Lombarda

Documenti
Lombardia Beni Culturali. Comune di Sombreno.
Lombardia feudale: studi sull’aristocrazia padana nei secoli X-XIII (Di François Menant)
Le istituzioni storiche del territorio lombardo – Le istituzioni ecclesiastiche XIII-XX secolo (Progetto Civita)

Toponomastica
La frazione di Sombreno: qualche esempio dal repertorio toponomastico

Bergamo negli anni del “boom” tra Carosello, motori e le Rumi, le moto dell’artista-imprenditore

Volendo ricercare l’atmosfera dei mitici anni del “Boom”, cosa vi verrebbe in mente? I Beatles per esempio, che all’inizio degli anni Sessanta imperversavano in ogni angolo del mondo: i loro dischi andavano a ruba, le ragazze canticchiavano Michelle e Let it Be o si scatenavano con Yellow Submarine, Ob-La-Di Ob-La Da e Sgt. Pepper, che gracchiavano alla radio o sui vinili acquistati da Andreini o alla Casa della musica.

La Casa della Musica in via Roma

E ben presto cominciarono a emulare il mitico quartetto di Liverpool, portando i capelli a caschetto e decretando inesorabilmente la fine del ciuffo alla Elvis, benchè i più “grandi” preferissero gettonare i classici di Fred Bongusto o di Peppino di Capri.

Ragazze che fumano (propr. Museo Storico di Bergamo, fondo Domenico Lucchetti)

 

Gli anni Cinquanta sono anche gli anni della seconda scoperta dell’America: il rock and roll, il flipper, i blue-jeans, la Coca Cola, il jukebox. Nella foto, Mina, conosciuta allora con lo pseudonimo di Baby Gate

Erano gli anni della minigonna, del flipper e del biliardo al Diurno o al bar Anselmo, del Balzer e del Nazionale e dei cinema del centro.

 

In un bar della città negli anni del “boom”

 

L’nterno di un bar in città, forse Guarany (propr. Museo Storico di Bergamo)?

 

Motociclisti in piazza Matteotti (Foto Gentili)

Nella Bergamo puritana e clericale, negli anni di don Camillo e Peppone rigorosamente targata “DC”, La dolce vita di Fellini proiettata al Capitol suscitò scandalo e stupore: Venne introdotto nel vocabolario italiano un nuovo termine, quello di “paparazzo”.

Il russo Jurij Gagarin, il 12 aprile del 1961 affrontava, dalla navicella Vostok 1, il primo volo orbitale con un essere umano a bordo, compiendo un’intera orbita ellittica attorno alla Terra e comunicando alla base che il cielo era molto scuro e che “la Terra è blu. ..che meraviglia, è incredibile!”. Una volta espulso dall’abitacolo venne paracadutato a terra ed osannato dal mondo intero.

Ma il mondo esultò ancor di più e non chiuse occhio il 21 luglio del ’69, quando con Neil Amstrong l’uomo posò per la prima volta i piedi sulla luna, comunicando a terra: “qui Base della Tranquillità. La Eagle è atterrata!”.

Con l’equipaggio della Apollo 11, composto da Neil Armstrong, Michael Collins, e Buzz Aldrin, l’uomo posò per la prima volta il piede sulla luna (Dal Corriere della Sera, per gentil.ma concessione di Marta Volta)

 

Negli anni Cinquanta, in città si diffonde rapidamente il flipper, uno sgargiante antenato dei videogame importato dagli Stati Uniti e che in Italia raggiungerà il suo periodo di massima espansione nel decennio successivo. A Bergamo se ne contarono quasi duecento. Bastavano 50 lire per giocare con cinque palline e raggiunto un dato punteggio si otteneva una partita gratis

Bei tempi, con tanta voglia di crescere, sognare e riscattarsi in un futuro che sarebbe stato sicuramente luminoso.

Al bar Flora, in Piazza Vecchia

 

Sul leone del protiro di S. Maria Maggiore. Le donne indossavano in genere gonne sotto il ginocchio e calze in nylon e portavano i capelli piuttosto corti. Per loro la Bottega del Profumo in via Torquato Tasso metteva a disposizione prodotti raffinati come il rossetto della “Voirnet”. Nel ’54 in particolare esplose la moda femminile della linea H, con un chiaro richiamo ad Audrey Hepburn

 

Porta Nuova, 1947. Ancora negli anni Cinquanta, tra gli uomini furoreggiavano le scarpe bicolori, o bianco e nero o beige e “marron”, come nell’immagine

 

Agli uomini bastava acquistare la molto reclamizzata Brillantina Linetti o il Brylcreem, antesigano del gel per capelli. Aleggiava nell’aria un profumo di brillantina alla violetta

Ma di tempo per crescere ce n’era e intanto sognavamo incollati alla tivù, con  Carosello e la Mucca Carolina.

Erano i tempi del “Grandi Magazzini” e delle “Novità”, come la Moplen, scaturita da una magica e indistruttibile composizione chimica che aveva stravolto il gusto e il modo di vivere degli italiani: era stata inventata da un bergamasco d’adozione, Giulio Natta, che grazie alla sua “formula magica” ottenne nel ’63 il Nobel per la chimica.

Erano tempi di benessere diffuso e di grande ottimismo e la disoccupazione era in continuo calo, così come il prezzo della benzina e dello zucchero. L’Eco costava 40 lire . Negli anni Cinquanta vi fu il boom dei matrimoni e nelle nascite; l’aborto era ancora illegale e la pillola contraccettiva era ancora di là da venire.

Notturna, 1950. Anche se risparmiata dai bombardamenti aerei massicci, nella Bergamo degli anni Cinquanta non mancavano tracce del conflitto. “Tracce soprattutto di miseria dopo tanti anni di pasti frugali, surrogato di caffe, Idrolitina, scarpe risuolate. Tempo al tempo e la vita diventò meno agra; e nell’ultima loro parte gli anni Cinquanta spalancarono le porte alla frenesia dei consumi, che cominciarono a distruggere la civiltà contadina, che illusero con parole come “boom” e “miracolo economico” (da Il Novecento a Bergamo, cit.)

Bergamo era un grande paese. Con la fiduciosa “benedizione” dei genitori, i ragazzini andavano a scuola da soli senza che i genitori intasassero il traffico per scorrazzarli con il Suv. Scorrazzavano, casomai, liberi come l’aria per il centro, dove a carnevale si “bastonavano allegramente con quegli assurdi manganelli di plastica vuota” e a Santa Lucia si ingozzavano “di frittelle più unte dei capelli di un punk”, come ebbe a scrivere Marco Cimmino sul “Giopì”.

La cavalchina

Con la diffusione della ricchezza arrivarono le vetturette popolari, simboli indiscussi dell’ottimismo messo in circolo dal miracolo economico: nel ’55 le prime Fiat 600 e poco dopo le 500.

Con la ricostruzione del secondo dopoguerra e il miracolo economico,  la produzione automobilistica era diventata  l’industria trainante del paese, visto che l’accresciuta presenza di autoveicoli alimentava un considerevole “indotto”: il petrolio, le autostrade, i pneumatici, le officine, i servizi di manutenzione e le attività commerciali.

Officina meccanica nell’area dell’attuale Palazzo della Libertà

 

I collegamenti accorciarono le distanze, anche culturali, tra i luoghi della città, in cui intere aree presero vita. E mentre le campagne cominciavano a spopolarsi, a Bergamo nascevano nuovi quartieri: a Valtesse (Conca Fiorita), alla Celadina, in viale Venezia, il Monterosso; si costruivano fognature, si asfaltavano strade

“Poco importa” se la diffusione del mezzo privato ha aggravato il debito pubblico italiano e favorito la crescente congestione del traffico stradale: con la 600 i bergamaschi avevano scoperto la libertà di muoversi!

Via Paleocapa, 1953. Il 24 giugno del 1952 fu fatto effettuare da “L’Eco di Bergamo” un piccolo censimento della circolazione all’incrocio fra viale Roma (poi viale Papa Giovanni) e via Paleocapa, per cinque minuti in totale, dalle 10,30 alle 10.35. Si contarono così 51 automobili (di cui 5 guidate da donne), 73 motociclette, 12 camion, 9 corriere, 5 carri trainati da cavalli, 3 carri condotti a mano, 2 filobus, 98 biciclette e 127 pedoni (da un resoconto apparso su L’Eco di Bergamo del 27 ottobre 1953, in Il Novecento a Bergamo, cit.).

 

All’inizio degli anni ’50 circolavano ancora molte biciclette ed anche molti filobus. Nel ’53 si contavano in città 24 filobus e 17 autobus in servizio su diciassette linee (da un resoconto apparso su L’Eco di Bergamo del 27 ottobre 1953, in Il Novecento a Bergamo, cit.).

L’abitacolo era poco spazioso, è vero, e  il motore rumoroso, ma c’era posto per moglie, figlio, i nonni e la vecchia zia. E magari anche per il cane.

La 600 multipla risolse il problema del trasporto “per tutta la famiglia” e per le comunità

E poi via! Tutti a scorrazzare per la Bergamasca, per laghi e montagne, e a scoprire le belle città lombarde nonostante le strade fossero un po’ strette, spesso ancora a schiena d’asino, e con pochi distributori di benzina.

Roncobello nel 1962

 

Gromo nel 1961

Con l’automobile la gente scoprì anche le prime code e i primi ingorghi sulle strade delle vacanze e delle gite domenicali….

Foppolo nel 1961

 

Rifugio Torcola, 1966

….ed anche in città il traffico cominciò a creare qualche problema, soprattutto di parcheggio.

Via XX Settembre, 1964

 

 

Sulla modestissima 600 si spostarono masse di persone con una intensità impensabile, al punto da portare in primo piano il ‘problema autostrada’, le cui dimensioni erano quelle di una qualsiasi strada provinciale. E con notevole preveggenza si mandò avanti un progetto di raddoppio.

Via Autostrada (Archivio Wells)

 

Il cantiere dell’autostrada negli anni ’50

 

L’inizio dei lavori di raddoppio della circonvallazione delle Valli, dove sorgono il campo sportivo Coni, la sede del Comando dei Carabinieri, stazioni di servizio, abitazioni private, fabbricati commerciali

Nel capoluogo orobico il primo carico di Fiat 600 arrivò il 12 marzo del ’55 e insieme alle 500 cominciarono presto ad impadronirsi della città.

Le zebre a Bergamo (1960/61). Le prime zebre si videro negli anni Cinquanta, quando per la prima volta si rese necessario regolare il traffico con una segnaletica moderna che consentisse ai pedoni di attaversare in sicurezza. Anche la rete tranviaria si rinnovò sostituendo ai traballanti tram “un moderno e celere servizio di filobus e di autobus”

 

Una Fiat 600 sulle Mura

 

Un’irriconoscibile piazza Mercato del Fieno, non ancora adibita a parcheggio

L’esordio della 600 – un evento strepitoso -, fu presentato in Televisione  in un cortometraggio preparato da Cinefiat, e  non appena messa in vendita riscosse un successo senza precedenti non solo per il diffuso ottimismo generato dal miracolo economico, ma anche per il sistema rateale messo a punto dalla SAVA.

 

Via Locatelli nel 1950

 

La 600 costava 640.000 lire (equivalente a una dozzina di milioni sul finire del Novecento), quando – come  ricorda Vittorio Feltri -, “Gli stipendi a quel tempo variavano tra le sessanta e le centomila lire al mese; e così non pochi si sottoposero a sacrifici inumani (diete comprese) per acquistare la formidabile macchina. Fu così che la 600 invase ogni contrada e ogni strada; in città come in provincia, in pianura e nelle vallate. Tutti al volante! Anche per andare dal tabaccaio all’angolo c’era chi non poteva fare a meno delle quattro ruote” (1).

In quel periodo c’era il filobus verde, con il suo muso curvo e i fari rotondi. In una Bergamo in cui ancora resisteva l’eco dello sferragliare dei tram, i filobus stupivano in particolare la loro silenziosità: “..sembrava un rottame desolato e infatti venne presto sostituito dagli autobus arancioni. Però non consumava benzina, non inquinava ed era silenzioso. Costava poco e lo prendevano in tanti. Oggi lo chiamerebbero ‘trasporto urbano veloce’ e lo gabellerebbero per l’ultima novità della tecno-ecologia. I nostri nonni, senza tante balle, c’erano già arrivati!” (Marco Cimmino, “Giopì”, 15/01/2010, in Il Novecento a Bergamo, cit.).

E fu così che,  pensando a questo enorme bacino di potenziale clientela, la Fiat meditò la realizzazione di una super-utilitaria, i cui costi di acquisto, uso e manutenzione potessero essere compatibili con il modesto bilancio delle famiglie operaie: nel ’57 arrivò la 500, discendente della Topolino e perciò l’automobile di minor costo della gamma, fissato a 490.000 lire, pari a circa 13 stipendi di un operaio.

La Topolino a Bergamo

 

Targa BG 48

 

Targa BG 59

 

Piazza Pontida e la Topolino negli anni ’30 (Archivio Wells)

Piacque da subito la 500, divenendo un fenomeno sociale pari alla 600 o forse più. C’era chi l’acquistava perché non poteva permettersi altro e c’era chi la comprava perché poteva permettersi tutto.

Via Suardi negli anni del “boom”

Il boom delle vendite, culminò negli anni Sessanta col crescente benessere degli italiani e non conobbe pause; un evento senza precedenti che incarnò anche il sogno dei giovanissimi che potevano permettersi di “andare oltre” lo scooter.

L’auto (magari acquistata a fior di cambiali) divenne anche uno strumento di lavoro, in particolare per il pendolare, stanco di scomodità, attese e di ritardi.

Via Rosa negli anni Sessanta

 

Via Corridoni all’imbocco di via Suardi

 

Viale Giulio Cesare

Nel giro di pochi mesi i veicoli in circolazione a Bergamo crebbero del 20/%, raddoppiando rapidamente.

Ma nonostante i tempi di diffuso benessere e il prezzo della benzina in continuo calo, molti italiani non potevano ancora permettersi l’acquisto di un’auto, continuando a preferire le motociclette, più a portata di portafoglio.

Donne in bicicletta in Borgo S. Caterina (propr. Museo Storico di Bergamo) In quei primi anni Cinquanta la maggioranza viaggiava in bicicletta. Le donne erano attente a coprirsi le gambe quando la gonna svolazzava troppo “maliziosamente”

 

Gli uomini affrancavano con una molletta i pantaloni dal grasso nero della catena

Perciò negli anni del boom per le strade impazzavano le Vespe e le Lambrette, divise da una rivalità paragonabile solo a quella che a volte animava i tifosi. Le “divisioni” del resto andavano molto di moda in quegli anni, gli anni dei dilemmi: Coppi o Bartali? La Callas o la Tebaldi? La Vespa o la Lambretta? La Loren o la Lollobrigida?

Si racconta che “gli scooter avessero messo in un angolo le cosiddette moto ‘normali’, con due selle allineate, quella posteriore molto rialzata, e i paraschizzi: “due traballanti rettangoli di lamiera posti ai lati della forcella. Un insulto all’estetica, ma anche alla velocità” (2).

Proprietà Museo Storico di Bergamo

Avevano soppiantato anche  le celeberrimi biciclette “motorizzate” come Cucciolo e Mosquito, alle quali veniva applicato un piccolo motore.

La produzione del Cucciolo era iniziata a Borgo Panigale a partire dal marzo 1946. Era il primo prodotto motociclistico della Ducati

Il Cucciolo, che nel ’46 costava poco meno di quarantamila lire, “Veniva venduto in scatola insieme a una sorta di barattolo che fungeva da serbatoio e a un grosso pedale con la corona della ruota all’interno. Poteva essere montato su qualsiasi tipo di bicicletta e soltanto i meccanici lo sapevano fare.

Non scoppiettava, frullava” sulle strade disastrate della Bergamo di allora, fino a quaranta chilometri orari, e con un litro di benzina riusciva a percorrere settanta chilometri, mentre il Mosquito, suo diretto concorrente, costava quattromila lire in meno ma consumava il doppio e funzionava con una miscela più cara della benzina” (3).

Quando a Bergamo arrivarono gli scooter,  i meccanici, che ancora prestavano assistenza  in officine ricavate in piccoli locali, si improvvisarono “motonoleggiatori”affittandoli – previa una fulminea lezione di guida – a coloro che non se ne potevano permettere l’acquisto: “Per la verità il meccanico si preoccupava più che altro che il cliente avesse la carta di identità e conoscesse l’equilibrio delle due ruote. Del resto non c’era traffico, né regole vincolanti a parte il tenere la destra. All’inizio la Vespa non aveva neanche la targa” (4).

L’ultimo carretto in circolazione a Bergamo-città

Ogni anno, il 17 gennaio, in occasione della festa di S. Antonio Abate gli “scooteristi” si mettevano in coda sul sagrato della chiesa di S. Marco, in attesa di far benedire la motocicletta insieme a frotte di automobili e di animali, come i magnifici cavalli della Casali Trasporti.

La benedizione delle automobili per la festa di S. Antonio a Bergamo

 

Nel 1960 davanti al Donizetti

 

Borgo S. Caterina (propr. Museo Storico di Bergamo)

 

UN’AVVENTURA TARGATA RUMI

C’erano anche le moto “made in Bergamo” prodotte dalla Rumi, che negli anni Cinquanta portò Bergamo nel mondo, sia per i molti record sportivi conquistati, e sia per l’ammirazione ovunque suscitata per la capacità di incarnare il prestigioso miracolo italiano del dopoguerra.

All’inizio furono accolte con parecchio scetticismo ma ben presto dimostrarono una notevole versatilità e riscossero successo sul mercato primeggiando nel campo delle competizioni, dove si distinsero in particolare nelle gare di “Regolarità”.

Squadra ufficiale Rumi nel 1952 (“Cent’anni di Sport a Bergamo”)

Come non ricordare, oltre agli scooter Rumi,  gli originali modelli da turismo e fuoristrada che segnarono i dodici anni della produzione della Casa: Turismo, Sport, Competition SS 52 detto il “Gobbetto”, Regolarità 1^ e 2^ Serie, Bicarburatore SS, G.T. – Granturismo, Diana, Junior, Regolarità Sei Giorni, Junior Gentleman. C’era persino il motofurgone leggero, inizialmente di 125 c.c., prodotto nel 1950.

I leggendari scooter esordirono nel ’51 con lo Scoiattolo, una motoleggera prodotta in quattro serie, con scocca avvolgente, ruote da 14″ e motore da 125 cc.

Scoiattolo (1951-’57) La scocca avvolgeva tutte le parti meccaniche e riparava il conducente dalle intemperie ed offrendo un elevato grado di protezione e confort anche al passeggero. Non riscosse un gran successo, nonostante la versione con avviamento elettrico fosse un piccolo capolavoro di meccanica. Il motore, ancorato alla scocca in lamiera, fu modificato ’53, potenziato e migliorato anche esteticamente

Nel ’54 fu la volta di Formichino, un gioiellino biposto da 125 centimetri cubici, che riscosse grande successo commerciale. In entrambi, i motori derivavano dai modelli Turismo e Sport, progettati dal geniale Pietro Vassena.

Dal Catalogo Rumi (“Cent’anni di Sport a Bergamo”)

Con Formichino, si era lanciata la sfida ai due colossi che ai tempi dominavano il mercato con la Vespa e la Lambretta. Costava 138.000 lire, contro le centocinquantamila della Vespa 125 del 1955.

La shilouette, un formicone metallico, fu plasmata con la creta da Donnino attorno al motore, ottenendo un modello assolutamente ricercato e originale, com’era nello stile di Casa Rumi. Rimase in produzione sino alla chiusura del reparto motociclette delle Fonderie Officine Rumi, avvenuta nel 1960.

Formichino del 1955 (prodotto tra il 1954 e il 1960). La carrozzeria portante, in lega d’alluminio, era troncata in due parti, imbullonate al carter del propulsore posto al centro collegando rigidamente i due tronconi. La parte anteriore era a sua volta suddivisa in due gusci incorporando il serbatoio, la forcella e il faro, mentre la carenatura posteriore costituiva il piano d’appoggio per le selle e il parafango della ruota motrice. Nel tempo vennero apportate alcune trasformazioni. Fu disponibile dapprima con motore da 125 cc e poi da 150 cc, in diverse versioni (Sport, Economica, Lusso e per le competizioni, riscuotendo un discreto successo anche grazie alla vittoria del ventinovesimo Bol d’Or) nei colori avorio, blu corsa, giallo avorio, argento, grigio Rumi, oro-bianco, azzurro cielo, rosso corsa

 

LA STORIA

Manifesto pubblicitario delle fonderie Rumi (da “Guida di Bergamo” del 1929).

La fabbrica, che si trovava fra le vie San Bernardino e Moroni, era stata fondata nel primo Novecento come officina meccanica e fonderia specializzata nella lavorazione del bronzo da Achille Rumi, industriale della ghisa dal 1908.

Bergamo, Fonderia Officine Rumi. Nell’Archivio della CCIAA di Bergamo, serie Registro ditte c/o Fondazione famiglia Legler, la Fonderia Rumi Achille, Via Osio 56, è registrata come “aperta l’08/04/1925 e cessata il 02/03/ 1935” (“Cent’anni di Sport a Bergamo”)

Donnino, figlio del fondatore,  dall’età di dodici anni lavorava come garzone di bottega alla fonderia, di cui dovette occuparsi in prima persona non ancora ventenne.

Nuovo Stabilimento Rumi, 1938 (Autore: Antonio Gelmini, per gentile concessione di Gianni Gelmini)

Nel frattempo, formatosi all’Accademia Carrara – le prime opere, già degne d’attenzione,  risalgono agli anni Venti –  la sua passione per l’arte dovrà attendere un tempo più propizio per esprimersi con la fioritura di una produzione che ha saputo rapportarsi con le novità della moderna pittura europea, senza perdere nulla dei valori espressivi della tradizione locale.

Nuovo Stabilimento Rumi, 1938 (Autore: Antonio Gelmini, per gentile concessione di Gianni Gelmini)

Attraverso la conduzione dell’azienda fondata dal padre e grazie alle sue straordinarie doti imprenditoriali, Donnino seppe legare il suo nome a una fortunata e innovativa stagione dell’industria bergamasca.

Nuovo Stabilimento Rumi, 1938 (Autore: Antonio Gelmini, per gentile concessione di Gianni Gelmini)

 

Nuovo Stabilimento Rumi, 1938 (Autore: Antonio Gelmini, per gentile concessione di Gianni Gelmini)

 

Nuovo Stabilimento Rumi, 1938 (Autore: Antonio Gelmini, per gentile concessione di Gianni Gelmini)

 

Nuovo Stabilimento Rumi, 1938 (Autore: Antonio Gelmini, per gentile concessione di Gianni Gelmini)

Grazie ad una intelligente e qualificata diversificazione produttiva,  intorno agli anni ’40 l’azienda aveva raggiunto,  dai dieci operai della fonderia paterna, un migliaio di dipendenti.

Bergamo, in via Gian Battista Moroni, stabilimento Rumi (F.O.R. Fonderie Officine Rumi). Con la conduzione di Donnino Rumi, figlio del fondatore, nel 1955 l’azienda – di 72.000 metri quadrati – era divenuta la più importante della città, offrendo lavoro a 1500 unità (Per l’immagine: “Cent’anni di Sport a Bergamo”)

Durante il conflitto mondiale, le forze tedesche requisirono la fabbrica e ne controllarono la produzione,  riconvertendola nella realizzazione di eliche marine, periscopi, torpedini ed armamenti. Ed ecco spiegato il marchio storico della Rumi: un’elica marina, un’ancora e un periscopio.

Il Marchio della Rumi

Ma il rifiuto di Donnino di riconvertire la propria industria per scopi bellici, ne fece un partigiano latitante che, catturato nel ’43, fu rinchiuso nel carcere di Sant’Agata di Bergamo dove, nonostante il dramma personale, non rinunciò a coltivare la sua passione per l’arte.

Donnino Rumi (1906-1980), in una rara immagine che lo ritrae. Nella sua vicenda artistica spesso, per scelta, isolato, ha saputo coltivare la genialità di un talento che oggi appare ancora più meritevole di attenzione e di considerazioni positive, nel divenire degli studi sull’arte del ‘900 a Bergamo

Liberato dopo due anni di prigionia potè finalmente porsi alla guida dell’azienda, ma con la necessità di riconvertire interamente la produzione, che dalle eliche e i periscopi dell’anteguerra passò alla fabbricazione di macchinari per l’industria alimentare e per quella cinematografica e di ottime macchine tessili (telai e cardatrici) nonchè motociclette di altissima qualità.

Donnino Rumi, Autoritratto con modelle, olio su tela (Donnino Rumi, un pittore “francese” a Bergamo. 29 agosto-28 settembre 2008, Bergamo, Sala Manzù. Catalogo a cura di Fernando Noris)

Nello scenario della ricostruzione, l’Italia necessitava di mezzi di locomozione a basso costo e dai consumi contenuti, e fu così che nel 1949 iniziò la fabbricazione delle motoleggere RUMI, con le quali Donnino diede il via all’avventura della  brillante Casa bergamasca destinata a rappresentare uno dei marchi italiani che contribuirono alla motorizzazione della nazione.

L’interno dello stabilimento Rumi (“Cent’anni di Sport a Bergamo”)

Un’avventura che si svolse nell’arco di un ciclo ultradecennale, e che fece volare alto il nome di Bergamo nel mondo.

Donnino Rumi, Autoritratto, olio su tela (Donnino Rumi, un pittore “francese” a Bergamo. 29 agosto-28 settembre 2008, Bergamo, Sala Manzù. Catalogo a cura di Fernando Noris)

L’indiscusso ed inimitabile gusto stilistico di Donnino, unito all’elevato sapere acquisito dalle maestranze della fonderia paterna, contribuirono a far decollare la giovane e innovativa azienda, che presto, nell’indistinta pletora di piccoli e grandi costruttori del periodo, si distinse per le raffinatezze tecniche e stilistiche delle sue motoleggere , definite le “moto dell’artista” per le linee fortemente caratterizzate.

Fra le numerose peculiarità, “Il sofisticato e inconsueto motore bicilindrico, il moderno e leggero telaio, l’utilizzo di tecnologie innovative nonché di materiali speciali” (5).

“E poi quel particolare ‘rumore’ del motore….

‘Un rumore affascinante’.

Una moto, insomma, ‘dal fascino singolare’. Tutto concorreva a rendere la moto Rumi ‘un caso del tutto speciale nella storia della motocicletta. Anche il colore, la forma, la penetrazione nell’aria” (6).

Un’altra singolarità delle moto Rumi, era la significativa avvertenza che le accompagnava alla vendita e che la dice lunga sulla “filosofia” civica e imprenditoriale di Donnino: “La Casa fa appello al senso civico dei possessori di motomezzi Rumi affinché rispettino al massimo grado la silenziosità dei propri motori. Sono state impartite precise disposizioni a tutte le stazioni di servizio affinchè non venga riconosciuta alcuna assistenza, né gratuita né a pagamento, a quei possessori di motomezzi Rumi che abbiano volontariamente alterato le marmitte dei silenziatori o vuotate le stesse della lana di vetro” (7).

Lo scooter “Elegante, Confortevole, Silenzioso”

La prima motoleggera uscita dalla catena di montaggio della Rumi si deve all’incontro tra l’artista-imprenditore Rumi e il geniale Pietro Vassena, tecnico e motonautico definito “il Giulio Verne dell’ingegneria motociclistica italiana”, che incaricato della progettazione dei prototipi intuì con estrema lucidità il giusto indirizzo verso il quale concentrare la ricerca.

Pietro Vassena, lecchese, tecnico motonautico, già famoso per aver stabilito nel marzo del 1948,con il suo sommergibile tascabile C3, il record mondiale di immersione scendendo nelle acque del lago di Como alla pofondità di 412 metri (photocredit ecco-lecco)

Dalla perfetta unione delle due menti creative scaturì il modello Turismo, la prima Rumi in assoluto equipaggiata con un motore a due tempi, bicilindrico (2 cilindri da 6 cavalli) che coniugava in modo assolutamente inedito l’innovazione meccanica ad un accattivante design.

Eravamo nel ’49, e da poco aveva preso avvio la ricostruzione post-bellica. Il prototipo di cui Vassena aveva progettato il propulsore racchiudeva tutte le caratteristiche peculiari che contraddistinsero le Rumi per tutto il decennio successivo, dando l’avvio alla brillante avventura della Casa legata al mito del suo patron.

AMISA, 1949 prototipo. Il prototipo del modello Turismo viene presentato nel dicembre del 1949 al Salone del Ciclo e del Motociclo di Milano, ed esposto nella sua versione definitiva nel marzo 1950 alla mostra del Ciclo e Motociclo di Bergamo nonchè al 27° Salone di Milano nell’aprile dello stesso anno. Venne realizzato in associazione temporanea con la piccola casa motociclistica milanese AMISA, ma data la il scarsa capacità produttiva di questa la Rumi decise di produrla in proprio. Le consegne al pubblico iniziarono nell’aprile del ’50 ma già ad ottobre uscì una versione modificata nei colori, mentre a novembre fu presentato un nuovo modello migliorato sia nelle prestazione che nella ciclistica

 

TURISMO (1950-1956). Caratteristiche peculiari, il motore montato su un telaio in tubi a culla aperta, i validissimi pistoni con deflettore e le relative camere di scoppio lenticolari, le efficientissime forcelle per affrontare percorsi facili o severi. Questo modello poteva essere fornito dai concessionari, su richiesta, con sidecar il fusione d’alluminio dell’azienda Durapid di Roma. Fu poi sostituito dal modello Diana (1955-1958). Nel 1953, l’anno più propizio per la Casa motociclistica bergamasca, il classico bicilindrico viene modificato per dar vita alla “media” cilindrata: nasce così la 200 GT Granturismo e per la prima volta sulla moto compare il marchio con la firma personale serigrafata di Donnino Rumi, modificata negli anni successivi. Venne prodotta solo fino al 1956, a causa della forte concorrenza con case motociclistiche più celebri nelle medie cilindrate

L’anno successivo (1951), alla prima Rumi si affiancò la produzione in serie dell’ancor più prestante modello Sport, senza dubbio il modello più rappresentativo e di maggior successo della Casa, che inaugurò in quell’occasione la sua avventura nel mondo della competizione motociclistica.

SPORT (1950-1958). Il propulsore appariva notevolmente migliorato e dotato di pistoni con un particolare deflettore, brevettato dalla Casa, che successivamente fu montato da tutti i modelli Rumi. Negli anni successivi il modello viene migliorato apportando modifiche prima al carburatore poi al cambio e infine nella parte ciclistica, migliorando il molleggio posteriore e infine montando indistruttibili cerchi in ferro Aimon. La produzione cessò nel 1958

Nel frattempo, con un modello chiamato semplicemente Regolarità la Rumi si rivolse anche ad una nuova disciplina – paragonabile agli attuali Enduro -, partecipando con successo al neonato Trofeo della Regolarità, che si svolgeva in parte sui severi percorsi delle valli bergamasche.

REGOLARITA‘ (1952-1954) 1^ e 2^ Serie. Il marchio Rumi fu precursore anche nel campo delle motociclette fuori strada con Regolarità, che partiva dal più robusto telaio del Competition SS 52 alias “Gobbetto” (1951-1955), adattandolo alle nuove esigenze agonistiche pur mantenendo il manubrio basso e molte delle caratteristiche di serie. Nella primavera del 1953 venne lanciato un modello più aggiornato, rimasto in gara fino al 1955. Del modello Regolarità vennero prodotti pochissimi esemplari proprio perchè rivolto esclusivamente ai severi percorsi previsti dalle competizioni

 

COMPETITION SS 52 alias “Gobbetto” (1951-1955), così chiamato per via del caratteristico serbatoio prolungato oltre la testa della forcella  incorporante il portanumero. Nato nel ’51 specificatamente per le corse, aveva un motore potente ed affidabile collaudato a fondo in molte gare di “Regolarità” e in alcune di velocità. La sua produzione cessò nel 1955 e fu fabbricato in una cinquantina di esemplari circa, esportati anche in Inghilterra, Francia, Svezia, Argentina e Stati Uniti

Nel ’53 la Casa presentò anche il modello Bicarburatore SS (variante stradale spinta del modello Sport), omologata per le gare di velocità della III categoria (considerate le più impegnative del tempo),  vide in numerose occasioni il gradino più alto del podio venendo superato soltanto, dopo il 1955, dalla prestigiosa Junior, il cui modello d’indole spiccatamente corsaiola fu presentato nel 1955 e prodotto sino al 1959.

JUNIOR (1955-1959). Motoleggera corsaiola ispirata al potente e affidabile Bicarburatore, ma modificata nel telaio e nelle sospensioni. Il capacissimo serbatoio è disegnato dallo stesso Rumi. Nel 1959 viene sostituita dalla Gentleman (prodotta fino al 1962)

Nel 1955, in vista della partecipazione ufficiale alla massacrante Sei Giorni Internazionale di Regolarità in Inghilterra, fece la sua comparsa la Regolarità Sei Giorni (1955-1960), una vera e moderna moto da fuoristrada che con quattro partecipanti si assicurò quattro medaglie d’oro.

REGOLARITA’ SEI GIORNI (1955-1960)

 

LA FINE

Dopo aver prodotto nel ’55 la più sofisticata ed efficiente macchina da fuoristrada esistente al mondo, la Rumi – la cui produzione motociclistica e di macchine tessili andava a gonfie vele – era ormai la fabbrica più importante della città e tra le più importanti a livello provinciale.

Ma fu segnata da una ingentissima perdita finanziaria causata da sconvolgimenti politici in Argentina, che causarono la perdita di ingenti forniture di macchine tessili portandola progressivamente al totale dissesto economico (8).

Malgrado tutti gli sforzi compiuti, il 1960 decretò la fine di tutta la produzione Rumi,  e verso il ’62, dopo aver tentato senza successo il lancio di un nuovo scooter in due versioni (98 e 125 cc), l’azienda fu posta in liquidazione. Terminava così, drasticamente e inesorabilmente, la gloriosa avventura delle Fonderie Officine Rumi, una delle più interessanti fabbriche metalmeccaniche italiane del dopoguerra.

Stabilimento Rumi in via Moroni (“Cent’anni di Sport a Bergamo”)

Da quel momento, e con una punta di amarezza, il suo patron, Donnino Rumi, si dedicò interamente all’attività artistica nella sua Bergamo, che lo vide operoso e attivo e dove si spense il 17 agosto 1980.

Donnino Rumi, Autoritratto, olio su tela. Nella molteplicità degli interessi coltivati da Donnino Rumi, la pittura rivela di essere stata il sogno di tutta la sua esistenza. L’amorosa attenzione alla poesia della sua terra e l’acuta indagine condotta attorno alla figura umana, a partire dai numerosi e significativi Autoritratti, ne fanno un raffinato interprete del suo tempo e delle condizioni più autentiche del vivere umano (Donnino Rumi, un pittore “francese” a Bergamo. 29 agosto-28 settembre 2008, Bergamo, Sala Manzù. Catalogo a cura di Fernando Noris)

Le motociclette Rumi circolarono per ancora diversi anni e fino alla fine degli anni Sessanta continuarono a rivaleggiare con le più belle moto del mondo,  ma non più in grado, ormai, di rispondere alle rivali divenute sempre più aggressive.

Si era purtroppo concluso prematuramente un ciclo costellato di successi, ma troppo breve rispetto all’elevatissimo potenziale di cui la Casa era dotata.

A distanza di oltre mezzo secolo da quel lontano 1950, con il loro stile innovativo e spiccatamente  glamur, le Rumi restano modernissimi esempi della migliore scuola di design motociclistico italiano, per il concentrato tale di innovazioni che han fatto di quei motori qualcosa di unico e irripetibile, inserendo a pieno titolo la Casa bergamasca fra le migliori case motociclistiche italiane del dopoguerra.

Le motociclette Rumi, il 25 marzo del corrente anno sono state messe all’incanto proprio a Bergamo. Alcune provenivano dalla Collezione Migliazzi (importante collezione privata emiliana composta da oltre 40 esemplari di motociclette degli anni ’40 ’50’ e ’60), e Sandro Binelli, Capo Dipartimento Automotive di Finarte, commentando questo importante traguardo ha auspicato che una cordata di imprenditori bergamaschi acquistasse l’intera collezione per farne un museo a Bergamo, la città che ha dato alla luce le indimenticabili moto dell’artista Donnino Rumi.

NOTE

(1) Pilade Frattini e Renato Ravanelli, Il Novecento a Bergamo – Cronache di un secolo. A cura di Ornella Bramani. Vol. II, UTET, anno 2013.

(2) Il Novecento a Bergamo, cit.

(3) Il Novecento a Bergamo, cit.

(4) Il Novecento a Bergamo, cit.

(5) Simone Crippa, Arte a Bergamo, 1945-1959.

(6) Il Novecento a Bergamo, cit.

(7) Il Novecento a Bergamo, cit.

(8) Perdita legata a una rilevantissima commessa ricevuta dal Governo Argentino poco prima dei disordini causati dal colpo di stato militare che esautorò l’allora presidente argentino Juan Domingo Peron.

Bibliografia

Pilade Frattini e Renato Ravanelli, Il Novecento a Bergamo. A cura di Ornella Bramani. Vol. II, UTET, anno 2013.

Laura Civinini, Francesco Cortesi, Sara Locatelli, Gianluigi Ravasio, Andrea Spolti, Bergamo, il grande secolo.

Simone Crippa, Arte a Bergamo, 1945-1959.

Rumi, Motociclismo, fasc. 2, 1952.

Rumi la moto dell’artista – Riccardo Crippa – 2005.

Rumi, Edizioni Bolis, Bergamo 1983.

Aurelio Locati, Cent’anni di sport a Bergamo. Bolis, 1985-’86.

Catalogo Moto Finarte, Bergamo, 25 marzo 2018.

Le “street photography” di Giuseppe Preianò nella Bergamo fra i ’70 e gli ’80

Si potrebbe dire che la macchina fotografica sia la naturale estensione di Giuseppe Preianò, eccelso precursore della “street photography” a Bergamo

La “street photography”, fotografia di strada, è nata e si è evoluta con la progressiva affermazione delle macchine fotografiche portatili, dalla fine dell’Ottocento fino alla fine degli anni Settanta, fornendo un’ampia e dettagliata testimonianza  della cultura di strada.

Al botteghino del Lotto in via Torquato Tasso (1980)

L’avvento del digitale e la crescita esponenziale della condivisione attraverso Internet,  ne ha ampliato la consapevolezza. Le street  vengono generalmente scattate con obiettivi “normali” e senza l’ausilio del colore, proprio per dare massima evidenza e naturalità all’attimo catturato.

Presso l’edicola di S. Bartolomeo (1980 ca.)

Il genere realizza istantanee della realtà colta in tutte le sue sfaccettature, documentando ciò che tutti i giorni ci circonda e ci avvolge, luoghi e persone.

Ai tavolini del Nazionale

La scena è colta in un “momento decisivo”, un particolare momento che le parole non potrebbero esprimere in modo migliore e  che generalmente passa inosservato, ma che la sensibilità del fotografo sa enfatizzare o valorizzare cogliendo all’istante sfumature nascoste agli occhi degli altri.

Sotto i portici del Sentierone

Gli scatti eseguiti da Giuseppe Preianò riguardano un lasso  temporale posto a cavallo fra gli anni ’70 ed ’80 del Novecento e costituiscono parte integrante di un cospicuo corpus che documenta luoghi e volti della città, ripresi nel rapido scorrere del vissuto quotidiano ed osservati con l’occhio – talvolta neutrale e talvolta ironico ma non irriverente – di chi ne sa cogliere il carattere e la sostanza.

All’ingresso del Cinema Odeon in via S. Orsola

 

All’ingresso del Cinema Odeon in via S. Orsola

Le street photography di Preianò, frammenti colti non negli spazi iperaffollati della metropoli ma nella dimensione più contenuta di Bergamo, compongono una rapida carrellata di luoghi, volti e gesti , che ci restituisce l’essenza – unica, palpitante e irripetibile – dell’interazione profonda tra l’uomo e la città in quegli anni, con le sue  attività e i suoi abitanti, tra palazzi, strade e vicoli e tra negozi e luci.

All’imbocco della galleria dell’Upim

 

Il suonatore ambulante accanto alla scomparsa fontana di S. Agata

In ogni street che si rispetti, l’autore è un protagonista silenzioso della scena; si mescola e si intrufola nei luoghi per riprenderli dall’interno ed ottenere un punto di vista assolutamente inedito da cui riprendere il mondo che lo circonda.

Il fiorista ambulante di via XX Settembre (1980 ca.)

Al centro di tutto sono le persone, con le emozioni e le relazioni che esse esprimono e tessono nella vita di ogni giorno. La loro presenza si fa sentire forte e insostituibile anche quando queste non sono presenti nell’immagine.

In via San Salvatore

Il soggetto ripreso, ignaro dell’esistenza del fotografo pronto allo scatto, si muove spontaneo in un ambiente aperto, mentre compie una qualsiasi attività quotidiana che può essere un lavoro o un semplice gesto spontaneo e non costruito.

Incroci di strade e persone alle Cinque Vie (1979 ca,)

 

Il fruttivendolo in Mercato delle Scarpe

 

Il barbiere di via Colleoni (1978)

Come ogni vero fotografo di strada Preianò svuota la mente da qualsiasi pensiero e si concentra sulla città e su chi la abita cercando semplicemente, con grande tempismo, di cogliere l’attimo.

Gonfiando un palloncino alla (scomparsa) fontana di S. Agata (un bambino che conosco molto bene!)

 

Alla bancarella dei libri usati davanti al teatro Donizetti

Egli non scatta casualmente, ma lo fa sapendo cosa vuole ritrarre e cosa vuole ottenere: un’immagine, o una serie di immagini, che raccontino una storia.

Il formaggiaio Albino sotto la loggia di via Gombito

 

Al Banco del Lotto in Mercato delle Scarpe (1979)

La “street” diventa così un viaggio alla scoperta di un mondo che si trasforma in continuazione e dove ogni immagine ferma per sempre un’irripetibile istantanea della città e della società che la vive.

All’atelier del pittore Vitali in Corsarola (1979)

 

Il fabbro in Corsarola (1979)

E la realtà, che è imprevedibile, tradotta in immagini può avere infinite chiavi di lettura ed offrire ogni volta emozioni diverse.

All’edicola all’angolo di Piazza Vecchia (1979)

 

Al circuito delle Mura (anni ’80 ca.)

Per lo street photographer non conta tanto, o soprattutto, la perfetta inquadratura o la migliore esposizione, ma conta la sostanza. Anzi, la ricerca ossessiva della tecnica migliore può talvolta ostacolare la trasmissione delle emozioni.

Alla Marianna (1980 ca.)

Il fotografo trova lo scatto giusto quando è capace di catturare completamente l’attenzione dell’osservatore grazie alla forza espressiva dell’immagine.

Il gelataio alla galleria dell’Upim

E non è semplice come sembra.

 

La storica funicolare di San Pellegrino e il rilancio di Vetta, piccolo paradiso della Valle Brembana

E’ di questi giorni la notizia del riavvio della storica funicolare San Pellegrino-Vetta, previsto per la primavera-estate 2019 a trent’anni esatti dalla chiusura avvenuta nel marzo del 1989, per la riduzione del traffico passeggeri.

La prima funicolare, progettata dall’ingegnere monzese Giovanni Villoresi, fu attiva fin dall’origine nella sola stagione termale, fra giugno e settembre. In fase di rimozione proprio in questi giorni, è stata ritratta in uno strepitoso HDR da Pio Rota

Un primo passo verso la riabilitazione della funicolare si era già compiuto  in vista del programma di rilancio di San Pellegrino previsto per l’Expo 2015, quando cioè l’impianto e l’edificio annesso vennero sottoposti ad un totale rinnovamento. Si sta provvedendo ora alla rimozione della vecchia carrozza, che verrà sostituita da nuovi vagoni realizzati dalla Leitner di Bolzano.

Il cantiere dell’impianto della funicolare e dell’edificio annesso, aperto in vista del programma di rilancio di San Pellegrino previsto per l’Expo 2015 (Ph Angelo Galani)

 

Il termine dei lavori di ripristino dell’impianto della funicolare e dell’edificio annesso (adibito a sede espositiva), ancora con la vecchia funicolare  (Ph Angelo Galani, ottobre 2011)

La riabilitazione della funicolare rimetterà in comunicazione San Pellegrino con l’amena località Vetta, sede di attrezzature turistiche, in via di recupero, che un tempo ne costituivano il fiore all’occhiello.

La graziosa località Vetta è posta sul pizzo del Sole ed è chiamata anche San Pellegrino Kulm. Vi sorgono numerose ville e un Hotel di stampo liberty. Ma non solo…

 

L’interno di una villa liberty in località Vetta

La sistemazione del parco della Vetta potrà offrire, oltre alle visite alle Grotte del Sogno, interessanti percorsi escursionistici, fra i quali merita una menzione particolare quello che conduce alla vicina sorgente Boione, ricchissima di cascate e cascatelle d’ogni sorta.

Il caratteristico ingresso delle Grotte del Sogno, riaperte nel 2011, ritratte da Maurizio Scalvini per www.Pieroweb.com

Lo sviluppo edilizio di Vetta fu intimamente legato a quello turistico-termale di San Pellegrino, dove al culmine della Belle Epoque vennero realizzati alcuni complessi di pregio architettonico tipici delle “villes d’eau” mitteleuropee, quali il Grand Hotel, il Casinò, lo Stabilimento Termale e alcune ville storiche sorte ai primi del Novecento.

Gita in barca sul Brembo nel cuore della Belle Epoque!

 

Il Casino, il Palazzo della Fonte e la funicolare con San Pellegrino Vetta

 

Nel 1906 la stazione climatica di San Pellegrino era stata raggiunta dalla ferrovia della Valle Brembana, incrementando notevolmente l’afflusso turistico dell’area.

I titolari della Società Anonima Fonte Bracca concepirono così l’idea di una funicolare che raggiungesse Vetta, dove realizzare, secondo la moda dell’epoca, un ristorante con terrazza panoramica che rappresentasse il fiore all’occhiello del luogo.

L’hotel Vetta, accanto alla stazione superiore della funicolare

 

La stupenda terrazza dellHotel Vetta, rigorsamente in stile liberty

E la funicolare divenne a tutti gli effetti un mezzo assai utilizzato in alternativa all’erta e scomoda strada comunale.

Oltre all’originaria fermata intermedia, presso il punto d’incrocio in località La Botta, nel tempo furono aggiunte le ulteriori fermate di Paradiso e Falecchio, di cui è allo studio una proposta di ripristino.

Da San Pellegrino l’impianto progettato nel 1907 dall’ing. monzese Giovanni Villoresi, già progettista della funicolare Como-Brunate, conduce alla frazione Vetta. La realizzazione dell’impianto fu affidata alla Ceretti e Tanfani (l’immagine risale al 1915)

Vetta divenne quindi un raffinato quartiere residenziale estivo di stampo liberty, ad uso e consumo dei molti frequentatori abituali della stazione climatica.

Alle Terme di San Pellegrino, inizi Novecento

 

La funicolare venne inaugurata il 25 luglio del 1909 insieme al grande “Albergo Fonte Bracca”, in Val Serina, entrambi progettati dall’ing. Villoresi, che solo due anni prima aveva fatto costruire il primo stabilimento d’imbottigliamento dell’acqua Bracca.

Nel 1907, accanto alle sorgenti sorse l’Albergo Fonte Bracca, nella località omonima in Val Serina

 

Fonte Bracca, 1912

 

Gitanti milanesi a Bracca, nel 1908

Dopo una lunga e complicata serie di passaggi (le cui vicende sono illustrate qui), la gestione della funicolare venne affidata alla Società Gestione Fonti Minerali controllata dalla Sanpellegrino, la Società che aveva avviato lo sfruttamento economico della nota acqua minerale, e che provvedette alla revisione e alla manutenzione della funicolare fra il 1978 e l’83.

La funicolare per Vetta in una cartolina del 1983, all’epoca in cui venne gestita alla Società Gestione Fonti Minerali controllata dalla Sanpellegrino

Ma a causa della riduzione del traffico passeggeri, la funicolare venne chiusa il 6 marzo 1989 ed in seguito l’edificio annesso venne utilizzato come civile abitazione.

Un primo tentativo per il ripristino della funicolare fu condotto nel 1990 grazie a un finanziamento regionale. Un successivo stanziamento di 5 milioni di euro permise di avviare l’iter per la ricostruzione dell’impianto la cui riapertura, connessa con la ristrutturazione dello storico Grand Hotel e al generale rilancio turistico di San Pellegrino, era prevista per il 2017.

Il Comune di San Pellegrino aveva infatti da tempo effettuato il recupero della stazione  e dell’attiguo edificio, trasformandolo in fabbricato atto ad ospitare allestimenti artistici.

L’edificio originario annesso alla funicolare

 

All’edificio originario (con pianta a croce e tre locali per piano dislocati su tre livelli e con un piccolo interrato) si erano aggiunti nel tempo alcune superfetazioni che ne avevano parzialmente modificata la struttura. E’ stato quindi necessario modificare la distribuzione funzionale dei locali interni al fine di ottenere un percorso espositivo continuo (Ph Angelo Galani)

 

Stazione ed edificio annesso alla funicolare, ottobre 2011 (Ph Angelo Galani)

In precedenza, dalla piazzetta, attraverso un ampio accesso ad arco si raggiungeva la sala d’attesa e da qui i due piccoli locali riservati all’addetto al funzionamento della funicolare. Per accedere all’alloggio era invece necessario uscire nel giardino privato ed aggirare l’edificio fino a raggiungere l’accesso del vano scala che distribuiva i due livelli abitabili ed il sottotetto.
In funzione della nuova destinazione d’uso, è stato quindi realizzato un unico accesso ben posizionato.

Stazione ed edificio annesso alla funicolare, ottobre 2011 (Ph Angelo Galani)

 

Stazione ed edificio annesso alla funicolare, ottobre 2011 (Ph Angelo Galani)

Per il rilancio di Vetta, insieme al ripristino della funicolare è nell’aria un progetto di riapertura dell’ex Hotel Vetta (destinato anche ad ospitare le terme curative), nonchè una serie di proposte contenute in uno studio realizzato da un gruppo di studenti del Politecnico di Milano,  come la realizzazione di luoghi di sosta per la valorizzazione dell’acqua, con fontane o cisterne, e un albergo diffuso in località Paradiso (un’ex area ricettiva).

Per l’ex pista del Sole, un tempo prestigiosa pista da sci estivo, si è pensato invece ad una riconversione in campeggio, valorizzando l’aspetto naturalistico e sportivo, rivolto ad un turismo più sostenibile.

Pista del Sole – Centro sportivo – San Pellegrino Terme – foto dall’alto 1966 (Proprietà Francesco Nicola Cima). Negli anni Settanta la famiglia Cima, facoltosa famiglia brembana proprietaria della cartiera di S. Giovanni Bianco, realizzò la Pista del Sole, un’innovativa pista da sci in plastica a monte di San Pellegrino, una delle prime di questo genere in ambito montano. Inaugurata nel ’75 divenne un vero e proprio polo sportivo, con una pista di discesa ed una di fondo (vi gareggiarono Thoeni e Jean Claude Killy), una palestra per il gioco del tennis e un’area di tiro con l’arco

 

Il bar-ristorante annesso alla Pista del Sole, ritrovo elegante ed escusivo dell’epoca, da tempo in disuso

Egidio Borsatti, per tutti “Ciccio” nel ricordo di Pier Carlo Capozzi

DI PIER CARLO CAPOZZI

CICCIO E’ VOLATO VIA

Se n’è andato in silenzio, lui che ogni tanto, su e giù per la Corsarola di Città alta, cacciava urla improvvise che ti facevano sobbalzare.

Egidio Borsatti, per tutti “Ciccio”, 82 anni, sarebbe piaciuto un sacco ad Enzo Jannacci, ma anche a Robert Zemeckis: un personaggio, forse l’ultimo tra le Mura venete, con una storia intrecciata tra “scarp del tennis” e “Forrest Gump”, mentre la gente, nel suo pressapochismo irritante, lo etichettava come “fuori di testa” e si fermava lì.

Ciccio, in effetti, camminava su e giù, mani dietro la schiena, dalla Funicolare a Colle Aperto, e copriva chilometri su chilometri: quando sentiva il tempo, iniziava ad inveire contro qualcuno. I bersagli erano trasversali e molteplici: si andava da Galeazzo Ciano ad un gruppetto di ragazze, dal prefetto a chi gli gridava “Viva l’Italia”, da un amico che credeva tale alla donna che ne aveva tradito le attese. E qui la storia comincia ad uscire dalla nebbia del disagio per prendere contorni angoscianti.

Egidio era nato in Valverde nel 1930, figlio di una sarta e di uno scultore: il padre muore quasi subito e si trasferiscono alla Fara, dove resteranno per cinquant’anni e dove Egidio, ventenne, s’innamora perdutamente di una ragazza. Una passione tanto profonda quanto non ricambiata, forse anche per l’ostracismo del fratello maggiore che, con la morte del padre, s’era eletto capofamiglia.

Il disagio mentale di Egidio parte da qui, forse facilitato da una forma di autismo che lo porta ad isolarsi sempre di più, nonostante incredibili capacità di memoria legate a numeri e circostanze.

E, all’epoca, se dimostravi anche un piccolo problema a livello mentale, non badavano a spese, specialmente con gli elettroshock.

Quell’amore infelice è stato lo spartiacque della sua vita. “Che anca mi, mi go avu il mio grande amore”- canta Jannacci che adesso è lassù che lo aspetta per cucirgli addosso la ballata più adatta.

Alla Casa di riposo del Gleno, dove era ospitato da un anno, andava spesso a trovarlo l’Ivan, suo grande amico: è successo anche l’antivigilia dell’ultimo Natale e, dopo il pranzo, il tour per salutare tutti gli amici.

Fino all’anno scorso Egidio abitava in via Gombito 20, da dove domani, alle 10, partirà il corteo per il Duomo: l’appartamento in cui ha vissuto da solo è nel passaggio tra San Pancrazio e Mercato del Fieno. C’è un continuo viavai di gente fin su al terzo piano, dove si vede la Torre.

Ciccio ha il viso finalmente disteso e gli affanni sembrano davvero lontani anni luce. I tanti nipoti non l’hanno mai lasciato solo e tre di loro (Irma, Giovanna e Patrizia) sono ancora lì che gliela raccontano. A Pasqua aveva partecipato al pranzo con Irma, poi si era sentito male e si era spento poco a poco, senza mai lamentarsi.

Ciccio nel ritratto affettuoso di un amico di sempre, l’artista Carlo Scarpanti

Ordinatissimo, aveva il portafogli rigonfio di ricevute: erano i bollettini dei versamenti per molte associazioni assistenziali e benefiche, la Lega del Filo d’oro per prima e le Missioni subito dopo. In Posta, per questa attività, era conosciutissimo.

Ciccio era anche il sorriso e lo stupore fanciullesco quando ti consegnava a domicilio il giornale del pomeriggio, mandato da Franco (edicola della Funicolare), e tu gli offrivi un bicchiere di rosso. Adesso ha raggiunto il variegato esercito di macchiette di Città alta, da Sciabulù al Cüminèt, dal Girèla ai Valsecchi, da Costante al Pasqua.

Al Bar dell’Angelo chi vorrà incontrare ancora il sorriso di Ciccio lo potrà fare ad oltranza: è impresso sulla tela di un bellissimo ritratto, dono di un amico speciale.

Anche qui, guardandolo soprattutto col cuore, non si potrà non notare.

Che aveva due occhi da buono.

 

L’ADDIO A CICCIO

Questa volta è un percorso silenzioso. Ciccio sale da Piazza Mercato del Fieno verso il Duomo, attraversando via Gombito e Piazza Vecchia. Ciottoli familiari, conosciuti uno ad uno, calpestati migliaia di volte, sempre col passo cadenzato e le mani intrecciate dietro la schiena.

Un vecchio signore si toglie il cappello, una bambina si fa il segno della croce.

E’ l’ultima “vasca” sulla Corsarola per Egidio “Ciccio” Borsatti, accompagnato da un piccolo corteo di famiglia con in testa le sorelle Mina e Rosa. Ma sono in parecchi ad aspettarlo sul sagrato del Duomo e questa, anche per i suoi nipoti, è davvero una sorpresa. Ma è anche la dimostrazione di quanta bella gente ci sia ancora al mondo, capace di superare luoghi comuni e giudizi affrettati, in grado di capire dietro a qualche urlo cosa alberghi davvero nel cuore del prossimo.

Ciccio ritratto da Giuseppe Preianò

A salutare Ciccio c’è una Città alta incredibilmente trasversale, generazioni diverse legate dal filo della memoria e della condivisione, anche un tantino gelose di tutto quello che accade all’interno delle Mura. Perché qualche volta, in circostanze del tutto particolari, tirar su il ponte levatoio non è un atto di preclusione, ma un tentativo discreto di proteggere l’identità.

Ci sono i vertici della Cooperativa del Circolino al completo, col presidente Aldo Ghilardi (“Non ho mai conosciuto una persona più dolce e gentile di Ciccio”) e col suo predecessore Giuseppe Carrara. Ci sono Andrea Mandelli, restauratore, e Amerigo Lazzaroni, autentiche memorie storiche del borgo antico, c’è Chicco Facheris, falegname in Boccola e il burattinaio Vittorio Moioli detto “Bachetì”.

E ancora: Raffaele Scuri, fabbro in Mercato del Fieno e animo sensibile come il padre Piero, e Oreste Fratus, che si occupava delle scartoffie di Ciccio (“Era di una cortesia disarmante”).

E tante altre belle facce, tutte dipinte dal dispiacere.

La funzione è celebrata da monsignor Giuseppe Sala che si avvale di due “chierichetti” d’eccezione: il maestro Attilio Salvi e Gildo Mandelli, entrambi nel direttivo degli Ex alunni del Seminarino, un’altra storica istituzione per chi ha vissuto tra le Mura.

“Ciccio non è stato fortunato -esordisce don Sala nella sua splendida omelia- ma il Signore conosce i pesi e i mali dell’uomo perché il mondo è anche aspro e inospitale. E così l’avventura di Egidio è stata faticosa perché quest’uomo, che apparentemente gridava, aveva in realtà occhi mansueti.” In Duomo si avverte un clima di dolcezza nel dolore.

“Io non so com’è il Paradiso, ma se penso a Ciccio me l’immagino come una via Colleoni dove lui passeggia tranquillamente e distribuisce caramelle a tutti i passanti cercando di rincuorarli. Perché il segreto della vita, in fondo è tutto qui”.

E se è destino che anche lassù Ciccio debba andare avanti e indrè, non poteva essere più “calzante” l’ultimo regalo che gli hanno fatto le nipoti. Il desiderio l’aveva espresso lui, poco prima di volar via. E le voleva bianche. Chissà che faccia farà Jannacci a vederselo venire incontro. Il Ciccio, davvero, con le scarp del tennis.

Da:

“Città Alta, se ne è andato il «Ciccio» – La sua Corsarola lo ricorderà”. L’Eco di Bergamo, Mercoledì 03 Aprile 2013.

“In Duomo i funerali di Ciccio Borsatti – L’ultima vasca sulla sua «Corsarola»”. L’Eco di Bergamo, Venerdì 05 Aprile 2013.