La festa di S. Antonio abate e la sagra dei “biligòcc” a Bergamo: un tuffo nel passato per amare il presente

Perchè festeggiamo la ricorrenza a S. Antonio abate nella chiesa di S. Marco, che tra l’altro è popolarmente nota come chiesa di Santa Rita? Come districare la questione?

Anzitutto per il rapporto che a lungo ha legato la chiesa di S. Marco a quella di S. Antonio di Vienne, che con l’annesso ospedaletto sorgeva nell’area oggi occupata da Palazzo Frizzoni, il Municipio della città.

Nell’attuale piazza Matteotti, allora Contrada di Prato, sorgevano l’ospedale e la chiesa di S. Antonio in Prato (detta anche di S. Antonio di Vienne), costruiti sul finire del 1300. Gli edifici del complesso erano ancora riconoscibili nei primi decenni dell’Ottocento, quando vennero venduti alla famiglia Frizzoni, che vi edificò la sua  residenza cittadina poi trasformata in Municipio della città di Bergamo 

Come abbiamo osservato qui, le vicende delle due chiese sono legate dalla decisione, avvenuta a metà ‘400, di unificare undici ospedaletti sparsi per la città per creare un unico grande e più funzionale organismo a servizio della stessa: l’Ospedale Grande di S. Marco.

Fine 1898: in primo piano il grande quadrilatero della Fiera, eretta in muratura fra il 1734 e il 1740, con alle spalle l’ospedale e la chiesa di S. Marco, di cui è ben visibile il campanile

 

Dall’altro lato, gli edifici della Fiera affacciati sul Sentierone e sullo sfondo la chiesa e l’Ospedale di S. Marco

Si era così deciso di abbattere il vecchio ospedaletto di S. Antonio di Vienne per costruire al suo posto il nuovo Ospedale Grande, mantenendo però la chiesa, che avrebbe dovuto essere annessa al nuovo ospedale. Cosa che non avvenne a causa della strenua resistenza dei frati Antoniani, che ottennero di restare nella loro sede malgrado questa fosse ormai divenuta una dipendenza dell’Hospitale Grande di San Marco.

Come disposto dagli amministratori dell’Ospedale Grande, nella chiesa di S. Antonio di Vienne si celebrava la messa quotidiana, mentre in quella di S. Marco la si celebrava solo nel giorno dedicato al santo titolare (per il quale era stato eretto un apposito altare). Per il resto la chiesa di S. Marco si limitava a battezzare gli esposti adottati dall’ospedale e a seppellire i degenti che vi morivano, tanto che nel 1670 le era stato affiancato un Oratorio a suffragio dei poveri morti.

L’Ospedale Grande di S. Marco, costruito a partire dal 1479, con l’annessa chiesa, eretta nel 1572 con la dedicazione a S. Marco e alla Vergine, in omaggio a Venezia. L’antico ospedale venne demolito nel 1937 in seguito al nuovo assetto assunto dal centro della città bassa, per far posto alla Casa della Libertà. Il nuovo Ospedale Maggiore venne eretto in Largo Barozzi, nella conca di S. Lucia

La messa quotidiana cominciò ad essere celebrata nella chiesa di S. Marco solo quando la chiesa e l’ospedale di S. Antonio in Prato vennero venduti (1586) alle monache di S. Lucia Vecchia.

E’ solo da quel momento che, nonostante la sua dedicazione ufficiale, la chiesa dell’Ospedale Grande iniziò ad esser nominata “chiesa di S. Antonio”, evidentemente nell’intento di recuperare il culto della perduta chiesa di S. Antonio di Vienne in Prato.

Particolare della chiesa di S. Antonio di Vienne in Contrada di Prato. La chiesa e l’ospedaletto (un ospizio per malati e pellegrini), alla metà del Quattrocento divennero una dipendenza dell’Ospedale Grande di S. Marco e nel 1586 vennero venduti alle monache di S. Lucia Vecchia, che intitolarono la chiesa alle SS. S. Lucia e Agata. Da allora, la chiesa di S. Marco cominciò a nominarsi “Chiesa di S. Antonio”, mantenendo a lungo tale denominazione (incisione del 1815 ca. Proprietà Conte G. Piccinelli, Milano)

Un documento ci informa infatti che ancora nel 1723 la chiesa di S. Marco era nominata “chiesa di S. Antonio”.

In un disegno del 1723, la chiesa di S. Marco è indicata come “Chiesa di S.to Antonio”. A fianco, la cappelletta eretta nel Seicento a suffragio dei morti dell’ospedale (particolare del disegno di Bernardino Sarzetti nel 1923, eseguito per conto dell’amministrazione ospedaliera, che dal 1475 usufruiva degli affitti, per controllare e quantificare gli esercizi delle rivendite provvisorie della fiera)

Tant’è che ai fedeli veniva distribuita l’immaginetta del Santo, espressamente indicato come titolare della chiesa parrocchiale dell’Ospedale Maggiore di Bergamo.

L’immaginetta di S. Antonio abate, il santo eremita del deserto vissuto in Egitto tra il 251 e il 356, “titolare della Chiesa Parrocchiale dell’Hospitale Maggiore in Bergamo”

La chiesa festeggiava così, oltre alla ricorrenza del 25 aprile (S. Marco), anche quella del 17 gennaio dedicata a S. Antonio, quando nei pressi si teneva anche un mercato della durata di tre giorni il cui ricavato veniva devoluto ai nuovi corredi dell’ospedale.

E ancor’oggi, a ricordo dell’antica devozione campeggia nella chiesa l’immagine del Santo taumaturgo, noto principalmente per essere il guaritore dell’herpes zoster (“fuoco di S. Antonio”) e per essere legato al mondo dell’agricoltura e dell’allevamento.

Nella chiesa di S. Marco la statua di S. Antonio abate attesta il perdurare dell’antica devozione al Santo, in segno di continuità con il culto della scomparsa chiesa di Sant’Antonio di Vienne sita in Prato. La sua effige compare anche nella vetrata del grande oculo sovrastante l’ingresso

La devozione a Sant’Antonio abate, testimone dell’antico legame tra la chiesa di S. Marco e i frati antoniani, ha continuato ad esistere nei riti e nelle celebrazioni del 17 gennaio, quando sul sagrato della chiesa un sacerdote impartisce la benedizione agli animali domestici ed alle automobili.

La benedizione degli animali e dei mezzi a motore nello spazio antistante la chiesa di S. Marco

Nel frattempo, nei pressi della chiesa si tiene la tradizionale sagra dei biligòcc e si allestiscono, oggi come allora, le bancarelle che tanto ricordano i banchetti e i baracconi che gremivano l’antica piazza Baroni, luogo d’incontro e di svago dei nostri trisavoli.

Piazza Baroni (oggi piazza della Libertà) nel 1890 durante la festa di Sant’Antonio abate. Fra carri e padiglioni, compare un baraccone riservato alla fotografia. Sullo sfondo, la chiesa e l’Ospedale di San Marco

 

La festa di S. Antonio ritratta da Pepi Merisio

 

La festa di S. Antonio ritratta da Pepi Merisio

Resta da chiedersi da cosa derivi la dedicazione popolare della chiesa a Santa Rita, che potrebbe essersi originata dall’esistenza di un ospedaletto privato di Santa Margerita, che secondo lo studioso Franchini avrebbe dovuto essere incorporato nell’Ospedale Grande.

La Santa, la cui statua è perennemente circondata da attestazioni di grazia ricevuta, è considerata dai fedeli mediatrice di miracoli ed è perciò così venerata da aver sostituito con il suo nome la dedicazione ufficiale della chiesa.

Comunque sia, la bella chiesa di S. Marco è l’ultima vistosa vestigia dell’antico ospedale, mentre nei dintorni persistono antiche tracce, meno note e appariscenti, come il cortiletto inglobato nella Casa S. Marco, edificata sull’area dell’antico ospedale. Il cortiletto, seppur ridimensionato e sfalsato nelle misure, presenta nella collocazione originaria almeno quattro colonne del portichetto meridionale dello scomparso nosocomio.

I cortili interni dell’Ospedale di S. Marco in una ripresa del 1935

 

A lato della Casa della Libertà, Casa S. Marco, edificata intorno alla ex-chiesa dell’Ospedale Grande, lascia intravedere il cortiletto interno

Demolito il grandioso complesso ospedaliero tra il 1936 e il 1938, entro il ’39 vennero edificate la Casa S. Marco e Casa Littoria, poi “Casa della Libertà”. La Casa S. Marco accorpa l’omonima chiesa abbracciandola da entrambi i lati, richiamando su due fronti il loggiato isabelliano che dava su piazza Baroni.

Piazza Baroni: dopo le demolizioni dei casotti della Fiera, l’intero prospetto dell’Ospedale Grande e dell’annessa chiesa è interamente visibile

 

Nello spazio un tempo occupato da piazza Baroni, la Casa della Libertà (progettata da Alziro Bergonzo) con a lato Casa S. Marco (progettata da Dante Fornoni) , erette in luogo dell’antico ospedale

Il prospetto di Casa S. Marco in fregio all’omonima piazzetta, ripropone infatti il susseguirsi delle arcate dell’Isabello e presenta al piano terra alcuni elementi originari recuperati dal demolito ospedale.

Il fronte di Casa S. Marco si raccorda alla chiesa mediante due campate originali del portico dell’ospedale incorporate al pian terreno (di color arancio), nel tentativo di evocare il fronte realizzato dall’Isabello

E pensare che anche prima della costruzione dei nuovi edifici, in quest’angolo di città sopravviveva un paesaggio agreste fatto di prati, ortaglie e campagna. C’era persino un piccolo stagno pescoso sul quale il conduttore del fondo teneva una barca che gli serviva per le battute di pesca.

1912: l’Ospedale e la chiesa di S. Marco nella piazza liberata dai casotti della Fiera

Si legge nel Novecento a Bergamo che al contadino teneva compagnia una soavissima pecora di nome Biancaneve, che aveva a disposizione un prato immenso: un piccolo eden nel cuore della città. E dove oggi c’è via Zelasco, greggi di pecore pascolavano liberamente.

L’autorimessa che occupava il lato nord dell’attuale piazza della Repubblica

 

Città Alta dall’attuale piazza della Repubblica nel 1939 (foto Umberto Da Re). Recita il Novecento a Bergamo che nel basso edificio sullo sfondo aveva sede l’Autofficina gestita dalla famiglia del grande campione motociclista Carletto Ubbiali

 

La piazza attualmente “della Repubblica” in un’immagine forse di poco posteriore alla precedente

 

Appena dopo la seconda guerra mondiale, la zona tra l’attuale piazza della Repubblica e Viale Vittorio Emanuele era ancora un campo incolto. Sullo sfondo, Casa S. Marco (1938), l’allora Casa Littoria (1936) e il Palazzo delle Poste, inaugurato nel 1932

 

Nel 1939, terminato il palazzo di Bergonzo si comincerà a discutere riguardo la sistemazione della piazza e della zona verso Viale Vittorio Emanuele. A poco a poco gli ultimi scampoli di prato avrebbero lasciato definitivamente posto al cemento

Anche il lato orientale di Casa S. Marco affacciato su via Locatelli riecheggia il fronte dell’antico ospedale nelle dieci campate dell’intero prospetto; ed inoltre la porzione porticata è sostenuta da colonne e capitelli provenienti in parte dall’antico nosocomio.

Sul lato prospiciente via Locatelli, la chiesa di S. Marco è affiancata al portico di Casa S. Marco, dove il progettista ha inserito alcune colonne e relativi capitelli recuperati dal demolito ospedale

 

Particolare di due colonne del portico di Casa S. Marco

Proprio in corrispondenza del portico attuale, esisteva un piccolo oratorio eretto nel 1670 a suffragio dei morti dell’ospedale, ed era dotato di un portichetto comunicante con la chiesa.

L’Oratorio dei morti, eretto nel 1670 sul fianco orientale della chiesa di S. Marco (di cui sono visibili le statue a coronamento del prospetto principale), affacciato sull’attuale via Locatelli; in lontananza, gli edifici dell’antica Fiera. Venne demolito negli anni Trenta del Novecento insieme al vecchio nosocomio e dal 1938 è stato sostituito dalla porzione orientale di Casa S. Marco (l’immagine è del 1815 e proviene da M. Mencaroni Zoppetti, op. cit.)

Nelle immagini che precedono le demolizioni, la cappelletta risulta essere ancora presente.

L’ospedale e la chiesa di S. Marco, affiancata dal secentesco Oratorio dei morti posto in fregio a via Locatelli, E’ già stato eretto il Palazzo delle Poste, inaugurato nel 1932

Verrà demolita insieme al’ospedale per lasciar posto al fronte orientale di Casa S. Marco, eretta su progetto di Dante Fornoni per conto della Banca Diocesana.

Una fotografia di qualche decennio fa mostra il portico di Casa S. Marco, costruito in luogo dell’antico Oratorio dei morti

 

Casa S. Marco (1938) e l’edificio delle Poste (1932), lungo il rettifilo di via Locatelli, aperto negli anni che seguirono la demolizione dell’Ospedale

L’Oratorio dei morti si affacciava su un piccolo cimitero riservato a coloro che nell’ospedale esalavano l’ultimo respiro. Di questo cimitero sono emerse alcune tracce a partire dagli inizi degli anni Cinquanta, quando durante gli scavi eseguiti per realizzare il parcheggio di piazza della Repubblica, sono riemerse, a circa un metro e mezzo di profondità, diverse ossa umane.

Piazza della Repubblica e palazzo S. Marco, sovrastante il parcheggio sotterraneo in corrispondenza del quale sono emerse ossa umane

Altri ritrovamenti sono avvenuti nel luglio del 2010 durante gli scavi eseguiti in via Zelasco per la posa del teleriscaldamento, quando sono emerse tre grosse fosse di scarico contenenti rispettivamente osse umane, macerie e una discarica di ceramiche attribuite al periodo postmedioevale.

Accanto alle fosse vi erano resti di murature (una canalizzazione sotterranea e un lungo muro a secco connesso ad un pavimento in laterizi), il tutto, secondo la Soprintendenza, riferibile all’antico ospedale di S. Marco.

Ossa umane rinvenute nel 2010 durante gli scavi eseguiti  in via Zelasco per la posa del teleriscaldamento. L’area del rinvenimento doveva dunque essere piuttosto estesa (1)

Malgrado il dissolversi della civiltà contadina, nella Bergamasca la devozione a S. Antonio si mantiene ancora molto viva richiamando lunghe file di fedeli il 17 gennaio di ogni anno, “dies natalis” del Santo, giorno in cui egli muore per rinascere nel Regno Celeste.

La festa di Sant’Antonio davanti alla chiesa dell’Ospedale di S. Marco, 1920

Sul sagrato della chiesa viene impartita la tradizionale benedizione agli animali domestici e ai mezzi a motore, che con l’evoluzione della tecnologia hanno sostituito gli animali da lavoro.

Il 17 di gennaio ricorre la tradizionale benedizione delle automobili, che nel mondo moderno si sono sovrapposte alla civiltà contadina sostituendo gli animali da traino ed i trattori. Sino a qualche decennio, questi ultimi fa stazionavano numerosi davanti alla chiesa in attesa della benedizione. In fondo si vede un furgone della Casali trasporti

 

La benedizione degli animali domestici viene impartita a ricordo del bestiame che un tempo rivestiva capitale importanza nell’economia rurale, garantendo con il suo lavoro o con le sue stesse carni la sopravvivenza dell’uomo. Naturalmente sono inclusi anche il cane ed il gatto, l’uno guardiano e l’altro cacciatore dei topi depredatori di grano

Ai fedeli viene consegnata l’immaginetta di S. Antonio, raffigurato con gli animali legati al mondo contadino (il maiale in primis) e il bastone terminante a gruccia (simbolo del Tau). Bastone e maiale testimoniano il potere taumaturgico del Santo invocato nella cura del “Fuoco di S. Antonio”, che gli ospedalieri antoniani curavano con il grasso di maiale impiegato come emolliente per le piaghe.

L’immaginetta del santo circondato dagli animali della campagna campeggia sulle porte di stalle, fabbriche e officine ma viene tenuta anche nelle automobili. Sullo sfondo, la chiesa di S. Marco

E nei dintorni della chiesa, la tanto attesa sagra dei biligòcc – elemento simbolo della festa -, rallegra e riscalda come uno spicchio di luce messo lì nel bel mezzo dei rigori di gennaio.

La festa di Sant’Antonio sul sagrato della chiesa di San Marco (fotografia di Tito Terzi)

 

La festa di Sant’Antonio sul sagrato della chiesa di San Marco, con Pierina Manera alle prese con limoni e biligòcc

 

Un gustoso disegno a pastello di Alfredo Faino, con un venditore di biligòcc alle prese con due monelli scalzi durante la festa di Sant’Antonio: sullo sfondo è abbozzata la chiesa di San Marco

Le gustosissime castagne, trattate secondo un laborioso procedimento, vengono offerte sfuse secondo la tradizione Brembana oppure infilzate a mo’ di collana (tradizione Seriana) e portate in città dai valligiani che da generazioni custodiscono e si tramandano la preziosa ricetta.

Un essicatoio (“secadùr”), struttura necessaria all’asciugatura graduale e all’affumicatura delle castagne, collocate sopra il fuoco su un graticcio generalmente in legno

 

La festa di Sant’Antonio sul sagrato della chiesa di San Marco e la caldarrostaia Pierina Manera  (fotografia di Tito Terzi)

Sempre puntuali, avvolti negli scuri mantelli, i valligiani scendono da Vallalta e da Abbazia, frazioni di Albino, che da secoli rivaleggiano con la brembana Poscante nella produzione di biligòcc.

Un “biligòter” di Casale di Albino. Per la festa di S. Antonio, gli esperti castanicoltori seriani raccolgono le castagne più belle elargite dalla Valle del Lujo: la Daola, l’Ostana, la Careà, il Nigrù, la Balestrera e la Rossona (fotografia di Tito Terzi)

 

La vendita dei biligòcc (fotografia di Tito Terzi)

È l’atmosfera che si respira ogni anno, almeno dal 1586.

E visto che siamo a due passi da quello che un tempo si chiamava borgo di S. Antonio, nulla vieta di fare una capatina nelle due chiese che conservano l’effigie del Santo, raffigurato nelle due splendide pale di Lorenzo Lotto, entrambe del 1521.

La prima si trova in piazzetta Santo Spirito nella chiesa omonima e raffigura i santi legati al borgo e al convento dei Canonici Regolari Lateranensi: S. Caterina d’Alessandria, protettrice dei predicatori, S. Agostino, fondatore dell’Ordine di cui i Lateranensi seguono la regola ed infine il nostro S. Antonio Abate, patrono del borgo. Ai piedi del trono un gioioso S. Giovannino gioca con il Mistico Agnello, omaggio ai canonici legati ai confratelli romani di S. Giovanni in Laterano.

Lorenzo Lotto,“Madonna con il Bambino, S. Caterina d’Alessandria, S. Agostino, S. Sebastiano e S. Antonio Abate” (chiesa di Santo Spirito)

 

Curioso particolare della leggera guaina verde indossata da S. Antonio, visibile anche all’altezza della manica e del collo (particolare della pala del Lotto nella chiesa di S. Spirito)

La seconda, considerata uno degli esiti più alti dell’arte di ogni tempo, si trova nella chiesa di San Bernardino in via S. Giovanni, ai piedi di Pignolo alta, posta sopra l’altare nella collocazione originaria. La chiesa, citata in un documento del 1468, venne “adottata” dai nobili e dai ricchi mercanti che nel Cinquecento si erano insediati nel tratto superiore del borgo, arricchendola di dipinti e splendidi arredi.

I Santi raffigurati sono quelli verso i quali gli abitanti del borgo nutrivano particolare devozione e cioè Sant’Antonio abate dalla lunga barba, protettore del borgo, San Giovanni Battista, cui era intitolata la vicinia con l’omonimo ospedale, San Bernardino che stringe il trigramma, cui era dedicata la chiesa ed infine S. Giuseppe, il cui culto fu promosso da Bernardino.

Anche qui S. Antonio è ritratto con gli attributi ricorrenti: il bastone terminante a forma di Tau, la campanella ed infine il fuoco intuibile alle sue spalle, che allude al suo “grande Spirito di fuoco” e al suo potere taumaturgico nella cura del “fuoco di Sant’Antonio”, e che in questo caso allude probabilmente anche alla situazione di violenza che la città respirava in quegli anni.

Lorenzo Lotto, “Madonna in trono con il Bambino, i Santi Giuseppe, Bernardino, Giovanni Battista, Antonio Abate e angeli” (chiesa di S. Bernardino)

In questo meraviglioso dipinto, il tema della mediazione di Maria, comune a tante altre pale d’altare, non è mai stato descritto in modo così semplice ed efficace; la naturalezza e la sensazione di provvisorietà che si respira non rappresenta altro che l’irruzione improvvisa del divino nel mondo umano, nella vita di tutti i giorni.

Da visitare assolutamente, lasciandosi totalmente trasportare da tanta Bellezza.

 

Note

(1)  M. Fortunati, A. Ghiroldi, Bergamo, Via Zelasco, Assistenza lavori posa teleriscaldamento. Strutture di età rinascimentale e moderna, “NSAL”, 2010-2011. pp. 45-46.

Due foto attuali appartengono a L’Eco di Bergamo, che ringrazio.

Riferimenti essenziali

L’Ospedale nella città. Vicende storiche e architettoniche della Casa Grande di S. Marco, a cura di Mencaroni Zoppetti M., Per la storia dell’Ospedale di S. Marco in Bergamo. Documenti e immagini, Bergamo 2002.

“San Bernardino”, Borgo Pignolo in Bergamo: Arte e storia nelle sue chiese, Andreina Franco-Loiri Locatelli.

Cosa resta dell’ospedale di San Marco. Andreina Franco Loiri Locatelli.