Dal Foro Boario alla Malpensata fra Ottocento e Novecento, alla scoperta della città

L’ANTEFATTO STORICO

Con la dominazione austriaca (1815-1859), a Bergamo si avviano i primi consistenti processi di mutamento della città in senso moderno, che segnano un periodo di forte espansione economica e di una gestione della cosa pubblica esemplare dal punto di vista del’efficientismo amministrativo e della organizzazione urbana.

Nella prima metà del secolo, con l’ascesa della nuova borghesia produttiva lo “scivolamento” della città al piano si fa più consistente, portando a compimento le trasformazioni della struttura urbana già avviate nel periodo napoleonico.

La Fiera e la città alta sullo sfondo

Dal 1732 l’antichissimo mercato di Bergamo, posto a metà fra i borghi, può finalmente avvalersi di una Fiera stabile in muratura, disposta su un’area quadrata con 540 botteghe. Verso sud il Sentierone, parallelo alle Muraine, diventa un’arteria per il collegamento dei borghi.

Il centro della Fiera di pietra, oggi Piazza Dante, in cui si trova, ultimo ricordo del complesso, la bella fontana opera di G. B. Caniana del 1734, incorniciata da una serie di alti alberi che nascondono i casotti delle botteghe del vecchio complesso

Con l’erezione dei Propilei in stile neoclassico nel 1837, nella Barriera daziaria delle Grazie viene aperto il varco di Porta Nuova, rappresentando simbolicamente l’ingresso monumentale alla città degli affari.  

Il 20 agosto 1837, in coincidenza con l’apertura della Fiera di S. Alessandro viene inaugurata Porta Nuova (ampliando la Barriera daziaria delle Grazie), il nuovo e simbolico accesso alla città degli affari, delimitato dai propilei neoclassici disegnati da Giuseppe Cusi e realizzati da Antonio Pagnoncelli: al di là delle Muraine l’unico edificio era la Fiera; al di qua era campagna

L’anno successivo (1838), in occasione della visita a Bergamo di Ferdinando I d’Austria inizia la costruzione del primo tratto della Strada Ferdinandea (futuro Viale Vittorio Emanuele),  che, partendo da Porta Nuova laddove s’incontrano le due spine dei borghi che da Città alta si protendono al piano, sale con un lungo rettilineo tagliando gli orti e i grandi broli dei monasteri fino alla Porta di Sant’Agostino.

Grazie alla Ferdinandea, da un lato viene superata quella frattura con Città Alta creata a partire dal 1561 con la costruzione delle mura veneziane e, dall’altro, si viene a creare una vera e propria arteria moderna, che presto diverrà la spina dorsale intorno alla quale verrà ridisegnato l’intero volto della città.

La Strada Ferdinandea, ora viale Vittorio Emanuele, ancora di larghezza modesta, con il viale alberato e il palazzo Stampa. Da Porta Nuova, dopo aver disegnato un’ampia curva poco oltre il monastero Matris Domini, la strada sale per le ortaglie sotto le mura di S. Giacomo per ricongiungersi con la Porta di S. Agostino. Il suo tracciamento ebbe come risultato lo straordinario potenziamento dell’area della Fiera, fronteggiata dalla porta e tangente alla nuova strada, che venne terminata nel 1845 (la ripresa è del 1915)

Nel 1857, quando la ferrovia raggiunge Bergamo viene eretta la Stazione Ferroviaria – in asse con Porta Nuova – e lo scalo merci.

Il piazzale della Stazione Ferroviaria prima della costruzione della fontana (1910 circa)

Demolita la quattrocentesca chiesa di S. Maria delle Grazie – che avrebbe impedito la prosecuzione assiale del viale -, la Strada Ferdinandea viene prolungata verso sud fino alla stazione (chiamandosi in questo tratto viale Napoleone III), completando la spina dorsale della futura “Città Bassa”, attorno alla quale si sviluppa una intensa attività edilizia ed urbanistica che, soprattutto dopo gli anni post-unitari, porterà alla formazione di un nuovo centro.

Nella “corografia datata 1878” è evidente la risistemazione della zona delle “Grazie”. La chiesa, , consacrata una prima volta nel 1427, fu demolita nel 1856 per aprire il rettifilo che da Porta Nuova conduce alla Stazione Ferroviaria (costruita quando la ferrovia raggiunse Bergamo), eretta in asse con l’apertura nelle Muraine, e la sua collocazione condiziona ancor’oggi lo sviluppo urbanistico della città. L’attuale Piazzale degli Alpini è ancora indicato come Piazza d’Armi, nonostante a questa data l’area sia da tempo occupata dal Mercato del Bestiame (da “L’Ospedale nella città”, Op. cit. nei Riferimenti)

Intanto con l’800 si va sempre più consolidando il trasferimento delle sedi del potere amministrativo e statale nei pressi della Fiera, con la costruzione di edifici pubblici di corrente tardo-neoclassica disposti lungo il corso che unisce i due borghi centrali, quello di S. Leonardo e quello di S. Antonio, che ancora si configurano come il margine netto di passaggio tra l’urbano e la campagna.

Nel frattempo la finanza bergamasca si evolve e modernizza attraverso lo sviluppo del sistema bancario e la collocazione di nuove sedi, mentre alla fine del secolo si osserva la costruzione del Manicomio e del Ricovero (1892), del Cimitero monumentale (1896) e del Teatro Donizetti (già Teatro Riccardi). Decisivo per l’espansione della città sarà l’abbattimento delle Muraine nel gennaio del 1901, mentre la discussione sulla Fiera darà luogo alla costruzione del centro piacentiniano.

Nella zona che dal 1857 è chiamata “Campo di Marte”, poi Piazza Cavour e oggi piazza Matteotti, si costruisce il palazzo del Comando militare, che negli anni ’70 diverrà sede degli Uffici comunali. Di fronte, dal 1836 è già edificato Palazzo Frizzoni (attuale sede del Municipio), sorto sull’area dell’antico complesso ospedaliero di S. Antonio di Vienne. Con l’avvio dell’industrializzazione urbana lungo via XX Settembre (antica Contrada di Prato) sorgono le nuove residenze della borghesia mercantile, a pochi passi dagli edifici produttivi stanziati lungo i corsi d’acqua che circondano le  Muraine

 

Con la metà dell’800, lungo la Contrada di S. Bartolomeo, oggi via T. Tasso sorge la Scuola dei Tre Passi; nell’area del Mercato dei Bovini si costruisce il Palazzo della Pretura, che nel 1874 diventerà sede del Comune (trasferito nel 1933 a Palazzo Frizzoni), mentre tra il 1864 e il 1871 vengono edificati il Palazzo della Prefettura e quello della Provincia. Infine, l’emblematico trasferimento del Municipio dalla Piazza Vecchia al Palazzo della Pretura. Nel frattempo anche qui sorgono le nuove residenze della borghesia mercantile: questi i primi significativi interventi del periodo nella città bassa, mentre altri interventi riguardano Città Alta con le opere degli architetti Bianconi, Crivelli e Berlendis, testimonianti il favorevole atteggiamento dell’amministrazione austriaca

 

Porta S. Antonio, aperta nel circuito delle Muraine in corrispondenza dell’attuale via Pignolo Bassa e in direzione della via Borgo Palazzo. Nonostante i due borghi centrali di S. Antonio e di S. Leonardo si configurino ancora come il margine netto di passaggio tra l’urbano e la campagna, la città si è espansa ben oltre, in direzione di borgo Palazzo e borgo Santa Caterina, dove l’insediamento delle manifatture e di altre attività produttive ha innescato un notevole incremento della densità residenziale

L’AREA DELLA STAZIONE

Il monumentale, sovradimensionato rettifilo intitolato a Napoleone III (oggi viale Papa Giovanni XXIII), espressivo di un’epoca caratterizzata dal monumentalismo neoclassico e dalla moda del passeggio, viene delimitato da filari e alberature che ne evidenziano il ruolo e l’importanza.

La panoramica più antica della città, risalente al 1865, riprende il secondo tratto della Strada Ferdinandea visto dalla stazione. Dopo la sua demolizione (1856) per la formazione del secondo tratto della Ferdinandea, la chiesa delle Grazie presenta la cupola ancora in costruzione, mentre lungo il viale sono state disposte le giovani alberature. Proprio nell’anno in cui viene scattata questa fotografia, il Mercato del Bestiame viene trasferito presso la Piazza d’Armi, delimitata ad est, in corrispondenza dell’attuale via Foro Boario, dalla struttura del Bersaglio con il suo lungo corridoio di tiro

Le mappe catastali del 1853 e del 1866 depositate presso l’Archivio di Stato di Bergamo documentano le trasformazioni avvenute nell’area a sud del monastero delle Grazie: una zona ancora  fortemente rurale (se si esclude il monastero, due case coloniche, le fabbriche del Salnitro e per la filatura del Cotone nonché un piccolo deposito per le bestie infette), che, come detto, con la scelta localizzativa della Stazione Ferroviaria e la creazione del grande viale Napoleone III – prosecuzione della Ferdinandea -, manifesta il primo segno di apertura a sud della città.

La Stazione Ferroviaria fu costruita nell’ambito del progetto della ferrovia Ferdinandea (Milano-Venezia) e fu inaugurata il 12 ottobre 1857 assieme al tronco Treviglio-Bergamo-Coccaglio. Entro il 1900 si realizzò il primo collegamento ferroviario tra Bergamo e i centri maggiori della pianura (Milano, Brescia, Lodi, Lovere) e con i territori delle due valli a nord (Seriana e Brembana); il consolidamento i rapporti con i centri commerciali circostanti, cui corrispose un rinnovamento del ruolo territoriale di Bergamo, rese definitivamente obsoleta la Fiera come perno economico della città

Gli spazi ad est del viale, sul sito dell’attuale piazzale degli Alpini, vengono riorganizzati mediante la creazione della Piazza d’Armi (nota come “Campo di Marte” e luogo di esercitazione militare), in funzione della quale, sull’estremità orientale, in corrispondenza dell’attuale via Foro Boario viene costruita la struttura del “Bersaglio” con il suo lungo corridoio di tiro.

 

Per creare la piazza d’Armi, viene deviata e canalizzata la roggia Morlana, di cui abbiamo una bella testimonianza.

Dal Foro Boario verso Città Alta intorno al 1895. E’ visibile la chiesa di S. Maria delle Grazie e a destra l’edificio del Macello comunale. Oltre alla roggia Morlana, qui ritratta, l’area era attraversata dalla roggia Nuova e dalla roggia Ponte Perduto (nome curioso, forse derivante da un ponte scomparso), che si origina dalla Morlana in Borgo Palazzo, dalla quale si dirama proprio in questa zona (Raccolta Lucchetti)

L’esigenza di donare una nuova funzione agli spazi e ai luoghi della città bassa richiede una nuova collocazione degli usi esistenti e pertanto, in seguito al nuovo progetto della sede della Provincia nel 1865 il Mercato del Bestiame viene trasferito nella Piazza d’Armi, proseguendo il suo lungo itinerare, vecchio quanto la storia della città.

Carretti al Foro Boario (Mercato del Bestiame) ai primi del Novecento. Il palazzo dell’Istituto Tecnico non è ancora stato realizzato e si intravede il Macello, nell’omonima via parzialmente tracciata

Nasce da qui la denominazione di Foro Boario (in latino Forum Boarium o Bovarium), toponimo mutuato da un’area sacra e commerciale dell’antica Roma collocata lungo la riva sinistra del fiume Tevere, tra i colli Campidoglio, Palatino e Aventino, che prese il nome dal mercato del bestiame che vi si teneva.

A destra del viale della Stazione il Foro Boario, corrispondente all’attuale Piazzale degli Alpini ed adiacenze, delimitato a sud dal piccolo bar-ristorante, già presente entro il 1876, soglia alla quale la via del Macello (attuale via A. Maj) è già tracciata a realizzata fino alla rogge Nuova e Morlana, delimitando dal 1890 il lato nord del piazzale con il nuovo Macello  comunale

I MERCATI DEL BESTIAME NEL TEMPO

Se in antico i mercati si tenevano nell’antica “Platea S. Vincentii” (attuale area del Duomo), dove a cadenze fisse affluivano i prodotti del territorio (sale, biade, formaggi, ferramenta e panni, bestiame…), con lo straordinario sviluppo commerciale nel periodo della dominazione veneziana il mercato cittadino si frazionò in alcune piazze che nella loro attuale denominazione ancora richiamano l’antico ruolo merceologico: Mercato del Fieno, Mercato del Pesce, Mercato del Lino (ora piazza Mascheroni), Mercato delle Scarpe, dove – afferma Luigi Volpi –  si teneva il mercato degli asini e dei buoi, spostato nel 1430 a Porta Dipinta.

Nel medioevo, per i loro affari tessitori e commercianti facevano riferimento alle barre di ferro riproducenti le misure in uso a Bergamo, murate nella facciata settentrionale di S. Maria Maggiore. Esse testimoniano non solo il ruolo mercantile di questo centro ma anche della necessità di garantire il valore delle misure locali ai mercanti provenienti da altre sedi. Il controllo delle misure dei panni era affidato ai consoli del paratico dei tessitori, sottoposti a giuramento

Nel Duecento in tutta la città solo una beccheria gestita dal Comune era autorizzata alla macellazione e alla vendita e doveva essere già localizzata nell’attuale via Mario Lupo nelle botteghe di proprietà dei Canonici di San Vincenzo. Dopo due secoli le beccherie erano quattro, di cui una in borgo Pignolo, una in San Leonardo e una in Sant’Antonio.

Via Mario Lupo, già via delle Beccherie, dove erano le botteghe della macelleria, di proprietà dei Canonici di San Vincenzo (l’istituzione della Canonica risale al IX secolo)

la “Domus Calegariorum”, in piazza Mercato delle Scarpe, ospitava anche il Paratico dei Beccai (macellai), dove oggi sorge il palazzo della funicolare.

Piazza Mercato delle Scarpe (così chiamata dalla fine del Trecento) e il palazzo della funicolare, fatto costruire da Guidino Suardi sull’area già occupata dalla Domus Calegariorum et Becariurum

Intanto nella città al piano, già prima dell’anno Mille, in coincidenza con le festività del santo patrono si teneva  una grande fiera annuale nel Prato di S. Alessandro, dove con il tempo confluirono tutti i mercati della città, divenendo ben presto un centro economico e finanziario di grande importanza nel circuito delle fiere cittadine italiane ed europee: tanto che alla metà Cinquecento, grazie alla sua grande capacità produttiva Borgo S. Leonardo sembra già somigliare a una piccola città nella città, mentre cresce la tendenza al trasferimento di funzioni sempre più importanti del centro cittadino – la Città alta – verso la città Bassa (trasferimento che aumenterà significativamente con l’erezione delle mura veneziane, erette fra il 1561 e il 1595, ritrovando nuovo vigore nel Sette/Ottocento).

La più antica veduta del Prato di S. Alessandro, risalente al 1450. Dall’alto medioevo, nel vasto slargo a ridosso delle Muraine, in coincidenza con la festività del santo patrono si teneva una fiera provvisoria che ben presto assunse rilevanza internazionale. In questo luogo, a metà tra I borghi di S. Antonio e di S. Leonardo, affluivano le maggiori vie di transito (da un codice agiografico conservato nella Biblioteca di Mantova)

 

A pochi passi dalla Fiera, nel 1454 vengono eretti i portici intorno alla piazza del Borgo S. Leonardo (attuale Piazza Pontida), cuore pulsante della vecchia Bergamo

Nel vasto prato di S. Alessandro, la scarsa durata della manifestazione commerciale (pochi giorni alla fine di agosto), non pretendeva strutture o infrastrutture speciali, se non terreno sgombro ed acqua; ma il sistema di seriole e rogge già esistente e perfezionato nel Quattrocento garantiva il buon funzionamento del periodico affollarsi, oltre che di merci, anche di bestiame, qui presente sin dal 1579 in un mercato settimanale; nel 1593 i Rettori concessero che si tenesse i primi quattro giorni della prima settimana intera di ogni mese.

Anche se non è semplice stabilire come fosse distribuito tale mercato, è noto che in fiera, insieme alle più svariate mercanzie locali affluiva il bestiame allevato nella pianura e nelle valli, da dove scendevano in gran numero animali provenienti da zone specializzate in allevamenti: cavalli da Selvino, pecore da Clusone e Parre (1), muli (dei quali si faceva molto uso nelle miniere per il trasporto del minerale, del carbone, del ferro, ecc.), buoi e vitelli dalla valle Seriana, per i quali si conservava libera una determinata zona.

Da una relazione fatta dagli ispettori della Repubblica Veneta nel 1591 si parla di un mercato dei cavalli lungo la strada che va dal borgo di S. Antonio a S. Leonardo, mentre Gelfi allude per quel periodo ad un mercato del bestiame, specialmente bovino, che si teneva i primi tre giorni della prima settimana del mese (2).

Il bestiame diretto in città sostava nella piana di Valtesse (in antico detto Tegies o Teges per le sue tettoie atte al ricovero delle bestie), dove in parte doveva essere allevato.

La piana di Valtesse dalla Montagnetta (Baluardo di S. Lorenzo)

Nel Settecento, presso il Prato di S. Alessandro si tenevano due mercati del bestiame: uno a maggio e l’altro dal primo all’otto novembre, in occasione del “mercato dei Santi” (il terzo dei mercati annuali cittadini insieme a quelli di S. Antonio e S. Lucia), dove veniva commerciato “bestiame d’ogni specie ed in copiosa quantità”.  Più tardi il governo napoleonico dispose l’allontanamento del mercato del bestiame dalla zona del Sentierone, con la dichiarata volontà di migliorare le porte di accesso alla Fiera, come vetrina della città moderna.

Costantino Rosa, “Il Sentierone e la Fiera”. La Bergamo al piano è dominata dalla grande Fiera di pietra, edificata tra il 1732 ed il 1740 e per molto tempo un importante centro di scambi commerciali di livello nazionale ed internazionale. Sul fondo la città alta, cuore invece dell’attività politica ed amministrativa della vecchia Bergamo (Bergamo, proprietà dr. E. Tombini)

Tralasciando le tante notizie contraddittorie riportate dalle fonti per l’Ottocento, una una carta del 1809 attesta il Mercato dei Cavalli tra il Portello delle Grazie e il Teatro Riccardi (oggi Donizetti), mentre  nella Pianta del 1816 disegnata dal Manzini l’indicazione generica di Mercato del Bestiame compare tra l’attuale Prefettura e l’allora Teatro Riccardi (3), non molto distante dal vecchio Campo di Marte (Piazza d’Armi).

Dislocazione della Fiera di Bergamo in una carta del 1809. Cerchiato in rosso il Mercato dei Cavalli, tra il Portello delle Grazie e il Teatro Riccardi (da M. Gelfi, Op. cit.)

 

Pianta di Bergamo del 1816 disegnata dall’ing. Manzini. Nell’area antistante il quadrilatero della Fiera, il Campo di Marte da un lato e il Mercato del Bestiame dall’altro: quest’ultimo si estendeva tra l’attuale Prefettura e l’allora Teatro Riccardi, oggi Donizetti (M. Gelfi, Op, cit. per la didascalia)

 

Tra Piazza Cavour e via XX Settembre ai primi del Novecento. Solo pochi decenni prima la vasta area antistante la Fiera era occupata solo dal Teatro Riccardi; un’area così grande da ospitare il Mercato del Bestiame e la Piazza d’Armi, dove si esercitavano i soldati della guarnigione

Dopo la metà dell’Ottocento, in previsione della costruzione della sede della Provincia si realizzò un nuovo Mercato del Bestiame presso la nuova Piazza d’Armi, nel grande prato che presto assunse il nome di Foro Boario: un’ampia zona che comprendeva l’area dell’attuale Piazzale degli Alpini e della Stazione delle Autolinee.

Pecore al pascolo al Foro Boario

 

Mandria di bovini al Foro Boario

IL FORO BOARIO, IL MERCATO DEL BESTIAME E IL MACELLO

Come osservato, nel 1857, con l’erezione della Stazione Ferroviaria e l’apertura dell’attuale Viale Papa Giovanni XXIII la città aveva aperto un varco verso sud, continuando quell’opera di rinnovo urbano che era cominciata nel 1837 con l’apertura della Porta Nuova e l’erezione dei Propilei – ingresso monumentale e qualificato alla città degli affari -, seguita immediatamente dall’apertura della Strada Ferdinandea.

Tutta l’area a sud delle Muraine iniziava ad assumere una nuova configurazione, cambiando il volto di un’area che da rurale si apprestava a diventare “urbana”.

Attraverso le mappe del 1876 e del 1892, leggiamo le trasformazioni avvenute nella zona, che riscontriamo anche  nelle tante immagini giunte a noi.

Dal 1865 il nuovo Mercato del Bestiame occupa dunque la Piazza d’Armi presso la Stazione, e suddiviso in Mercato dei Cavalli, dei Bovini e dei Suini (4), attira una vivace folla di compratori e venditori, animando tutta la zona.

Una bellissima fotografia di Cesare Bizioli, risalente al 1885, rende bene l’idea della collocazione del Mercato, posto in corrispondenza dell’attuale piazzale degli Alpini.

Panoramica della Fiera di Bergamo sul “Prato Sant’Alessandro” vista dalle Mura di Città Alta, così come si presentava nel 1885. Davanti alla Fiera il Teatro Riccardi e verso destra i propilei. Oltre l’ultima cortina edificata la chiesa delle Grazie e, al centro dell’immagine, la vasta area non edificata del Foro Boario, preceduta dall’edificio del Macello e da un primo abbozzo dell’attuale via A. Maj (foto di Cesare Bizioli – Raccolta Lucchetti).

Almeno dal 1876 si inizia a tracciare la via del Macello (attuale via A. Maj) fino alla rogge Nuova e Morlana, ed entro il ’92 la via sarà completata, delimitando il lato nord del piazzale con il nuovo fronte del Macello comunale (1890), che possiamo ammirare nelle splendide immagini che seguono.

A fianco del Foro Boario, davanti al nuovo Macello comunale, realizzato nel 1890, la via del Macello (oggi A. Maj) in costruzione, con il Gamba de Lègn carico di pietrame della ditta Fabbrica Lombarda Cementi Riuniti. La via, parzialmente già tracciata almeno dal 1876,  sarà completata nel 1892

 

Via del Macello in costruzione, in un’immagine posteriore al 1890, anno di realizzazione del Macello (Foto Solza)

Intanto, entro il 1876, all’imbocco del piazzale della Stazione sorge il piccolo bar-ristorante intestato a Luzzana Maddalena, poi divenuto Albergo Stazione ed oggi sede di Mc Donald, in Piazzale Guglielmo Marconi.

L’attuale viale della Stazione, all’imbocco del quale sorge il piccolo bar-ristorante intestato a Luzzana Maddalena – oggi sede di Mc Donald – indicato sulla mappa del 1876. In lontananza, la cupola delle Grazie è completata sebbene non si noti il campanile, rialzato successivamente. Si notino le giovani alberature lungo il viale, ancora mancanti in via del Macello (attuale via A. Maj)

 

Il viale nel 1880. Il bar-ristorante ha mantenuto la dimensione originaria, mentre lungo il viale è stato piantumato anche il tratto vicino alla Stazione. Alle spalle del bar-ristorante, il Foro Boario e il primo tratto di via del Macello, anch’esso piantumato. L’edificio del Macello non è ancora realizzato (Foto di Andrea Taramelli)

 

Il viale dopo il 1890: il caffè-ristorante è stato sostituito da un “Caffè Ristorante con Alloggio” in muratura

 

L’Albergo Stazione (1891?)

Alla soglia del 1892 il Foro Boario, dopo la copertura delle rogge e alcuni accorpamenti compare nella sua massima estensione, con le due gradinate che lo delimitano verso il viale per superare il dislivello e il fronte est corrispondente all’attuale via Foro Boario delimitato dal muro dell’ex-Bersaglio.

Pianta di Bergamo del 1893. Si può notare la costruzione delle ferrovie e del Mercato del Bestiame (Foro Boario), così come il nuovo nome della Strada Ferdinandea, suddivisa in  viale Vittorio Emanuele e viale Napoleone III. La Piazza d’Armi è spostata fuori città, tra via Suardi e via S. Fermo

All’interno, compare la tettoia per l’alloggiamento dei cavalli, realizzata nel 1889 ed in seguito ridimensionata.

La tettoia per l’alloggiamento dei cavalli, realizzata nel 1889 e ridimensionata alla soglia dell’1898

Mentre il grande viale e l’area del Foro Boario acquistano via via una loro definizione, a  sud è comparso l’edificio della Ferrovia della Valle Seriana (1882-1884 circa) ed entro il 1906 sarà realizzato quello liberty della Valle Brembana, rappresentando una nuova opportunità economica e un
ulteriore radicamento della centralità di Bergamo nel contesto
montano.

L’edificio della Ferrovia della Valle Seriana, voluta per permettere un più agevole scambio di merci tra le industrie presenti in valle e il resto del territorio nazionale. Quello liberty della Valle Brembana verrà realizzato nel 1904-1906

Nel 1892 la via Paleocapa è ancora da attuare ma già delineata, con in testa il nuovo Palazzo Dolci, eretto in stile eclettico all’incrocio con il viale della Stazione.

Palazzo Dolci, eretto negli anni ‘70 dell’Ottocento, rappresenterà un segno architettonicamente dominante dell’incrocio tra via Paleocapa e il viale della Stazione, dove esprime il linguaggio eclettico del tempo. Il viale è ombreggiato dalle grandi chiome degli ippocastani, ampie e non maltrattate da maldestre potature

 

Veduta da Palazzo Dolci intorno al 1890, tra l’attuale viale Papa Giovanni e via Ermete Novelli. In quest’area, nel 1899 sorgerà il politeama Ermete Novelli e nel 1908 la Casa del Popolo, dove ha sede L’Eco di Bergamo. L’edificio a destra dovrebbe corrispondere al retro dell’odierno Hotel Piemontese, mentre quello a sinistra è un ampliamento del piccolo bar-ristorante intestato a Luzzana Maddalena, in  fronte al piazzale della Stazione, dove ad oggi si sono avvicendati numerosi esercizi di ristorazione. La ripresa mostra il Giardino  e il laghetto del floricoltore Codali (che vi teneva una grande serra), alimentato dalla roggia Ponte Perduto. D’estate fungeva da “piscina”, rigorosamente riservata alla popolazione maschile e affittata a 10 centesimi, mentre d’inverno lo specchio d’acqua ghiacciava diventando pista da pattinaggio e rifornendo ghiaccio per uso domestico. La serra fu poi trasformata in teatro (proprietà Dolci)

 

Il Politeama Ermete Novelli, sorto nel 1899 nella via Ermete Novelli riadattando la grande e singolare serra del preesistente Giardino Codali. In alto si riconosce la mole della Casa del Popolo, costruita agli inizi del Novecento cambiando la fisionomia del viale per la stazione. Fu proprio l’attore Ermete Novelli, con la sua compagnia, a tenere lo spettacolo con il quale si inaugurò la nuova sala. Che tuttavia non durò molto venendo tutta la zona coinvolta nelle trasformazioni del nuovo centro, che interessarono anche i lati del viale della stazione

Oltre il viale della Stazione si sta delineando la passeggiata in continuità del viale stesso con alcuni edifici sparsi .

Foro Boario e Macello

Verso la fine dell’Ottocento, sul lato orientale è quasi completamente aperta la via Foro Boario, impostata sul sito dell’antico Bersaglio, a collegare l’area del Macello con la Stazione Ferroviaria.

Primi del Novecento: il Macello comunale (cerchiato in rosso) affiancato da Casa Benaglio-Nava (in giallo) delimita a nord l’area del Foro Boario. A destra la via Foro Boario (in verde), è rimarcata da una fila di alberi. L’appartenenza ai Benaglio potrebbe riferirsi ai conti Benaglio, famiglia di antichissime origini, da sempre in ruoli chiave nell’amministrazione della città (tra le diverse residenze possedute a Bergamo, la più nota è Villa Benaglia presso S. Matteo a Longuelo). Nel mappale del 1901 l’edificio risulta di proprietà di Nava Giuseppina fu Battista (Roberto Brugali per Storylab), forse l’acquirente successiva Quest’ultima, come indicato in una non ben precisata Guida della città, potrebbe appartenere alla famiglia dei custodi del Macello

 

Il Foro Boario nel 1900, con la cupola della ottocentesca chiesa di S. Anna a far capolino sullo sfondo (Foto di Giovanni Limonta). La via a sinistra, sopraelevata rispetto al piazzale e dove sono assiepati molti spettatori è Via Angelo Maj. Visibile poco più avanti il complesso del Macello Comunale (1890). L’edificio visibile all’interno del Foro dovrebbe corrispondere alla struttura a croce evidenziata nel mappale del 1898. Tutta l’area cambiò volto dal 1921, in seguito alla costruzione dell’Istituto Tecnico Vittorio Emanuele II e alla realizzazione dell’antistante giardino pubblico

 

1897: un gruppo di operai lavora al completamento di via del Macello. Sulla destra è già realizzata la piccola struttura con pianta a croce, visibile nel mappale del 1898

 

Via del Macello nel 1885

 

1910: il viale del Macello sullo sfondo, perpendicolare a via Foro Boario (Raccolta D. Lucchetti)

Agli albori del Novecento, la qualificazione architettonica di tutta l’area ulteriormente viene favorita dalla realizzazione in stile liberty della Stazione della Valle Brembana (1904-1906 arch. R. Squadrelli).

L’edificio della F.V.B a destra e, a sinistra, quello della F.V.S. all’inizio del ‘900

 

La piazza antistante la Stazione Ferroviaria in una foto anteriore al 1912, ancora priva della fontana. Il viale mostra le trottatoie riservate al passaggio dei carri; i tram passavano invece ai lati del viale, doppiando la rotonda occupata da alcune palme, per dirigersi in centro e fino alla stazione della funicolare

 

La nuova fontana della Stazione, inaugurata il 15 giugno 1912 per celebrare il completamento del nuovo acquedotto di Algua, che da quel momento avrebbe alimentato le abitazioni private e le fontane pubbliche al posto della condotta che scendeva dalle sorgenti di Bondo Petello, sopra Albino, che in tempi siccitosi lasciava i rubinetti asciutti. La fontana – un elemento decorativo di notevole efficacia – offrì anche l’occasione per sistemare il piazzale con quattro aiuole contornate dall’elegante barriera in ferro battuto, poi rimosse (la ripresa è dei 1921)

Nel frattempo in viale Roma emergono, in posizione frontale al Foro Boario Casa Paleni (1902-1904), commissionata da Enrichetta Zenoni Paleni a Virginio Muzio e dalla ricca facciata in stile liberty.

Casa Paleni, tra via Novelli e viale Papa Giovanni XXIII. Le trifore curvilinee che decorano tutto il primo piano e gli ornati che vivacizzano la superficie della facciata, furono realizzati in cemento dalla stessa ditta Paleni, che si occupò anche della decorazione della chiesa di Santa Maria delle Grazie

Emerge poi per la compattezza anche se con una composizione più rigida la Casa del Popolo, progettata inizialmente da Virginio Muzio (scavi e posa della prima pietra risalgono al 1904), ma variamente realizzata da Ernesto Pirovano e completata nel 1908, anno della sua inaugurazione.

La Casa del Popolo, l’edificio oggi conosciuto come Palazzo Rezzara, ospita anche la sede de L’Eco di Bergamo. L’edificio fu progettato su incarico del Consiglio direttivo dell’Unione delle Istituzioni Sociali Cattoliche Bergamasche, presieduto da Rezzara

 

La Casa del Popolo, all’angolo tra viale Papa Giovanni XXIII e via Paleocapa. Oltre alle istituzioni cattoliche erano presenti anche un albergo, un ristorante, negozi, appartamenti, la redazione de “L’Eco”, la Banca Piccolo Credito, la cappella, sale di lettura, biliardo e il teatro Rubini che tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta fu sostituito dal Centro Congressi Giovanni XXIII. L’allora Viale della Stazione fu ribattezzato viale Roma – denominazione che mantiene anche oggi nel tratto tra Porta Nuova e via Petrarca -, mentre il tratto tra la stazione e Porta Nuova fu intitolato a Papa Giovanni XXIII

 

Via Paleocapa nel 1910, epoca in cui cominciavano a spuntare diversi villini liberty, solo in parte sopravvissuti. Al numero 9 sorgeva Villa Schubiger (1905-1910), tuttora esistente,  affiancata fino al 1967 da Villa Tadini (al civico 11) e da Casa Zanchi poco più distante, progettata da Ulisse Stacchini, molto attivo in quel di Milano

Dagli inizi del Novecento, anche se in tutto il territorio bergamasco la zootecnica restava una una coltura piuttosto povera e poco evoluta, il Mercato del Bestiame era diventato il principale della Lombardia, grazie alla posizione strategica delle città che catalizzava la produzione proveniente soprattutto dai distretti montani.

Carretti al Foro Boario e il Macello, nel 1903. La ripresa è scattata dall’attuale stazione delle autolinee

Ogni settimana venivano messi in vendita circa 15.000 cavalli, 2.000 fra muli e asini, 25.000 bovini adulti, 2.000 vitelli, 3.000 tra pecore e capre e 3.000 suini (l’afflusso nel corso dell’anno variava a seconda dell’andamento stagionale).

Il mercato, però, serviva soprattutto per l’esportazione, dato che la popolazione operaia era vegetariana “per necessità”, causa le scarse disponibilità economiche (5).

Il Foro Boario agli inizi del Novecento (sicuramente ante 1912 perché manca ancora la fontana della Stazione)

 

Un gregge di pecore al pascolo ripreso nel 1910 da Romeo Bonomelli dal Foro Boario (da Fotografi pionieri a Bergamo, di Domenico Lucchetti)

Tuttavia, verso il 1915, quando il Foro Boario perse la sua agibilità a causa della costruzione di nuovi edifici, il Mercato del Bestiame venne trasferito alla Malpensata, a quei tempi estrema periferia. Nel frattempo, in occasione delle celebrazioni del centenario del Donizetti (1897) si faceva strada l’idea di riqualificare architettonicamente ed urbanisticamente sia il viale Vittorio Emanuele e sia il Foro Boario, porta d’ingresso alla città dalla stazione: i lavori per la costruzione dell’Istituto Tecnico Vittorio Emanuele II e del giardino antistante (attuale piazzale degli Alpini) si avvieranno a partire dal 1921.

Palazzo Nuovo, eretto nel corso del Seicento e attualmente sede della Biblioteca Civica  Angelo Mai, ancora privo della facciata, completata negli anni 1926-27 dallo Scamozzi. L’ex Municipio divenne dal 1873 sede dell’Istituto Tecnico Vittorio Emanuele II (collocato in precedenza presso il Palazzo della Pretura Nuova in via Tasso 4) e venne adattato per ospitare anche la sezione industriale, che inizialmente si trovava in vicolo Aquila nera (trovando poi sede definitiva presso l’ex stabilimento della Società Automobili Lombarda, denominato Esperia). Agli inizi del Novecento, dati i grandi mutamenti che coinvolgevano l’economia e il sistema produttivo della nascente industria, si decise di unificare tutte le sezioni dell’Istituto (alla morte del re intitolato Regio Istituto Tecnico Vittorio Emanuele II) in un’unica sede in Foro Boario, nei pressi della stazione, completandola nel 1936

Intanto il Consiglio Comunale decideva di concentrare diversi mercati presso il Foro e nel 1909 deliberava di adattare 1.700 mq da destinare ad un eterogeneo “Mercato delle verdure”,  da tenersi parallelamente al Mercato del Bestiame.  Si commerciavano prodotti come latticini, granaglie (frumento, granoturco, orzo, segale), riso, lenticchie, fagioli e patate, che costituivano l’alimentazione principale per la maggior parte delle persone (6): con la riqualificazione del Foro Boario, il Mercato delle verdure dovette  confluire – se non tutto, almeno in parte – presso la struttura a pianta ellittica del Mercato ortofrutticolo, costruita su progetto di Ernesto Pirovano (1913-16), con l’affaccio principale su via S. Giorgio. Sotto i suoi porticati liberty avveniva la vendita quotidiana di frutta e verdura, mentre l’edificio principale ospitava gli uffici di controllo e i depositi merci.

Il Mercato Ortofrutticolo di via San Giorgio alla Malpensata, per metà demolito nel 1970, quando vennero abbattuti i  tre corpi di fabbrica porticati che sorgevano in posizione arretrata rispetto a via San Giorgio. A partire dal ’75 l’edificio principale ha ospitato nei locali al primo piano la biblioteca rionale San Tomaso, mentre ora è quasi totalmente dismesso, così come i porticati sopravvissuti alle demolizioni, ormai degradati

IL CICLODROMO/IPPODROMO E BUFFALO BILL

Alla fine dell’Ottocento, fuori la vasta area del Foro Boario, verso l’attuale via Fantoni venne realizzata la struttura del Ciclodromo, teatro di sfide fra corridori ciclisti anche stranieri – dove di certo non mancavano le scommesse – utilizzato anche come Ippodromo.

Nelle intenzioni della società che lo gestiva (la “Società Bergamasca di Sport e Ciclodromo”) avrebbe dovuto essere un grande impianto sportivo, il primo in città per le riunioni velocipedistiche.

La struttura, presente nelle piante dell’epoca, dovette restare in uso per  una ventina d’anni, dal momento che in una cartina del 1920 non è più evidenziata.

Bergamo dall’alto. Foto del 1924 della Società Airone. E’ visibile l’ampia zona libera dell’ex Foro Boario, ora occupata dall’Istituto Tecnico Vittorio Emanuele II e dal giardino antistante. Il Ciclodromo sorgeva poco oltre, in prossimità dell’attuale via Fantoni

In un secondo momento, un altro Ippodromo sarà realizzato nell’area tra l’ex Lazzaretto e i Celestini, da dove dovrà sloggiare nel 1928 per l’erezione dello Stadio Brumana: nella seconda piantina infatti l’Ippodromo accanto al Lazzaretto compare in concomitanza con la struttura del Ciclodromo presso il Foro.

Gli avventori erano accolti all’ingresso da una facciata posticcia, dipinta in stile neogotico su di un rivestimento in legno, con la denominazione della Società in bella mostra.

Carrozze e calessi in attesa di clienti davanti al Ciclodromo, tra la fine dell’Otto e l’inizio del Novecento. Sull’insegna spicca la scritta “Società Bergamasca di Sport e Ciclodromo”. La biglietteria staccava biglietti di prezzo diverso a seconda dei posti occupati lungo la pista: in piedi 50 centesimi; nel palco una lira, mentre per la loggia bisognava sborsare due lire (da Fotografi pionieri a Bergamo di Domenico Lucchetti. Foto di Cristoforo Capitanio)

La pista ebbe un ospite d’eccezione, Buffalo Bill, che all’inizio del secolo si esibì in città per ben due volte (compreso il 1906) a distanza di pochi anni, offrendo uno spettacolo ricco di connotazioni esotiche, non solo con indiani d’America ma anche con cosacchi, arabi, africani… Vi fu anche la singolare sfida con un ciclista bergamasco, Perico, e dopo un’emozionante gara, il grande cow boy a cavallo batté il concorrente in velocipede.

Buffalo Bill a Brescia (per gentile concessione di Livio Beneceretti)

Nel 1906, lo show si svolse in una struttura coperta (un tendone da circo?), sfruttando l’energia di un potente generatore elettrico. I dettagli di questo evento sono descritti minuziosamente da L’ Eco di Bergamo del 3 maggio 1906.

IL MERCATO DEL BESTIAME ALLA MALPENSATA: NASCE IL MERCATO DEL LUNEDI’  

Verso il 1915 dunque, il riassetto di tutta l’area del Foro Boario e la costruzione di nuovi edifici  avevano dato luogo al trasferimento del Mercato del Bestiame nell’allora periferico piazzale della Malpensata, reso agibile in seguito alla recente dismissione del Cimitero di San Giorgio, che si trovava tra la chiesa omonima e il piazzale.

Cappella al cimitero di San Giorgio, alla Malpensata, dismesso nel 1909 quando già da qualche anno era in funzione il Monumentale; la sua struttura resistette in loco fino agli anni ’40

E fu grazie al nuovo Mercato del Bestiame, che si teneva il lunedì, che si consolidò l’usanza di allestire alla Malpensata il grande ed eterogeneo “mercato del lunedì”, dove sino a poco tempo fa si smerciavano i prodotti più svariati.

Ripresa fotografica del 1925 circa: i l nuovo Mercato del Bestiame trasferitosi alla Malpensata verso il 1915 (Raccolta Lucchetti)

Il lunedì, giorno di mercato, i primi a riversarsi in città erano i mandriani provenienti dal contado, che si davano di turno e di cambio ogni qualche lunedì; viaggiavano sistemati per lo più su carri e carretti trainati da cavalli e talvolta da muli, stracolmi di bovini destinati al macello o al mercato che lo concerneva.

“Tentavano l’avventura nella città e i meno timidi addirittura all’ingresso di quelle case un po’ riposte le cui vestali, come se li trovavano davanti, subito li portavano al lavandino del servizio annesso alle stanze fatali per un cautelare ‘rigoverno’. Un’operazione sempre opportuna prima degli abbandoni a mercenarie lascivie”.

Per le povere bestie, il viaggio verso Bergamo “era una tappa interlocutoria verso la soluzione finale che gli animali presentivano e denunciavano in lamentazioni struggenti; lamentazioni che nella bella stagione risvegliavano subito quei cittadini che dormivano con le finestre aperte. C’era poi anche il sottofondo, il grufolio dei porcelli contrappuntato, nel periodo pasquale, dai belati delle caprette che già vedevano il figlioletto sgozzato, arrostito e offerto in bella vista tra verdi grasèi e gialle polente”. A questi suoni si univano le urla dei venditori.

Ripresa fotografica del 1925 circa: i l nuovo Mercato del Bestiame trasferitosi alla Malpensata verso il 1915 (Raccolta Lucchetti)

Dopo le bestie e i mandriani, al mercato arrivavano i mediatori – col fazzoletto al collo tenuto da un anello – i venditori e i rivenditori, così come gli acquirenti di granaglie e di concimi, gli allevatori con i loro esperti di fiducia, i rappresentanti delle ditte produttrici di attrezzi e macchine agricole.

Ripresa fotografica del 1925 circa: i l nuovo Mercato del Bestiame trasferitosi alla Malpensata verso il 1915 (Raccolta Lucchetti)

Tutti armati di taccuini e di matite copiative, si allogavano ai tavolini dei caffè e delle mescite del centro, dove alcune osterie raccoglievano i mediatori delle valli ed altre quelli della pianura. Solitamente il Caffé Dondena (poi demolito) raccoglieva i subalterni, mentre i “padroni” si recavano al Cappello d’Oro, dove poi avrebbero pranzato.

Appena fuori Porta Nuova, sorsero presto numerosi alberghi e ristoranti per accogliere i viaggiatori. Il Cappello d’Oro, a sinistra della fotografia, assicurava anche il noleggio di carrozze

Nel secondo pomeriggio, dopo aver congedato i mercanti ormai ubriachi (qualcuno diretto alla corriera ed altri a piedi, spingendo col bastone fino a casa le bestie acquistate), costoro prendevano la via di quelle case dove già avevano indugiato i giovani mungitori, aggirandosi in quei vicoli intorno a Piazza Pontida, dai nomi un po’ misteriosi (del Bancalegno, dei Dottori, di San Lazzaro, della Stretta degli Asini) dove “pulsava la presenza, domiciliare e lavorativa, di signorine o ex signore, talora anche un po’ sul declino, dai fascinosi nomi d’arte: la Parigina, la Sigaretta, la Fornarina, l’Avorio Nero, la Nuvola. Le favorite degli operatori del lunedì che più potevano spendere e che potevano anche concedersi una cenetta al Ponte di Legno” (7).

Quando il sole cedeva alla sera e si rinfrescava l’aria, Città alta si profilava nel cielo nitida e sola, ed estranea ai mercati del Borgo sembrava una gran dama, che dal suo balcone assisteva sorridente a una festa di paese.

Resistettero quei lunedì non troppo oltre l’ultimo dopoguerra.

Negli anni Cinquanta, specialmente in occasione del “mercato del lunedì” il palazzo della Borsa Merci fu a lungo sede di contrattazioni ed infine si pensò alla realizzazione di un nuovo Mercato del Bestiame e di nuovo Macello pubblico.

Il palazzo della Borsa Merci, realizzata nel 1954 su progetto di Marcello Piacentini per conto della Camera di Commercio di Bergamo. L’edificio si sviluppa tra viale Vittorio Emanuele II e via Francesco Petrarca e costituisce il completamento del disegno urbano per l’odierna piazza Libertà. I locali per le contrattazioni venivano affittati singolarmente. Il piano interrato ospitava i servizi della borsa e alcuni locali adibiti a esposizioni temporanee dominati dalla presenza di un pilastro centrale che Angelini rivestì con ventidue tipi diversi di marmi, provenienti dalle valli bergamasche, che costituiscono un’allegoria della maschera di Arlecchino. Angelini  l’artefice delle soluzione spaziali adottate per gli interni, di cui progettò anche gran parte dell’arredo. L’edificio ospita oggi diverse attività commerciali e amministrative

LA TRADIZIONE DEL LUNA PARK

Come testimoniato dalle tante immagini giunte a noi, per molto tempo l’antesignano del Luna Park trovò la sua collocazione ideale nell’allora Piazza Baroni, sull’area oggi compresa tra il Palazzo di Giustizia e il Palazzo della Libertà, a pochi passi dai pazienti ricoverati presso il vecchio Ospedale di San Marco, a lungo costrette a condividere la promiscuità con gli schiamazzi e gli olezzi provenienti dall’area.

Era la parte riservata al divertimento della Fiera di Sant’Alessandro, che richiamava un gran numero di persone dalla provincia e dalle regioni vicine. Arrivavano giocolieri, saltimbanchi, piccoli circhi, ambulanti; meraviglie e attrazioni di ogni genere: le oche ammaestrate, la donna barbuta, il gorilla, la balena impagliata. Ma venivano presentate anche le meraviglie del secolo, compresa la fotografia, che un fotografo ambulante portò a Bergamo poco dopo l’invenzione di Daguerre.

Accanto a Piazza Baroni, la futura via Verdi (anche via Tasca ancora non esiste) fa da spartiacque alle baracche e ai tendoni che costituiscono la parte più ludica della Fiera, quella degli animali da circo e dei fenomeni da baraccone. Un articolo dell’”Eco” riferisce che il 24 agosto del 1908, in occasione della festa di Sant’Alessandro in fiera, in Piazza Baroni si promuovevano diverse iniziative. Sul fondo si distinguono, sulla sinistra la facciata del tempio evangelico, uno dei primi edifici del nuovo centro cittadino, ai margini della via Ferdinandea ora viale Vittorio Emanuele II; sulla destra il campanile della chiesa di S. Alessandro in Colonna (terminato nel 1905) e a destra l’Ospedale di San Marco (fondato nel 1458 e completato nel ‘500), demolito nel 1937

 

Scene di vita dalla vecchia Fiera del “Prato S. Alessandro”. Dai tendoni sullo sfondo si nota che la zona è quella dedicata ai divertimenti nello spazio esterno ai casotti

Con l’abbattimento della Fiera verso la fine degli anni Venti, il Luna Park trovò una sede più idonea presso il Foro Boario, dove – racconta Luigi Pelandi – si ergeva solitamente un grande anfiteatro a mo’ d’arena e dove soprattutto durante il periodo della Fiera si combinavano delle ascensioni con il globo aerostatico, esercizi di acrobazia, esibizioni ginniche, corse di cavalli, ed altro ancora.

Acrobati motociclisti nel 1915 in Piazza Baroni o presso il Foro Boario? Un dubbio sollevato da Adriano Rosa in Storylab: “Il presunto vincitore è posto su una motocicletta, e alle sue spalle è presente una struttura che pare essere circolare, tipica di quelle dove si svolgono le acrobazie dette “giro della morte”. Inoltre anche sullo sfondo compaiono disegni di motociclette. Infine si notano due scritte “Faust” e “Radames”, che rimandano a due famose opere liriche (Radames, indirettamente, è un personaggio dell’Aida). Se ricordo bene ciò che ho letto da qualche parte, questi spettacoli venivano effettuati in una struttura eretta in Piazza Baroni o in Foro Boario”

 

Un “ottovolante” al Foro Boario, nel 1929

In seguito, per un breve periodo si posizionò nei giardini della Casa del Popolo (sede odierna de L’Eco di Bergamo) e successivamente, per un certo periodo (verosimilmente nel dopoguerra) dovette sostare nel grande campo incolto che si estendeva tra l’attuale piazza della Repubblica e viale Vittorio Emanuele.

Appena dopo la seconda guerra mondiale, la zona tra l’attuale piazza della Repubblica e viale Vittorio Emanuele era ancora un campo incolto. Sullo sfondo, Casa S. Marco (1938), la Casa Littoria (Casa della Libertà, 1936) e il Palazzo delle Poste, inaugurato nel 1932

Agli albori degli anni Cinquanta, la costruzione del palazzo dell’INPS e la riqualificazione del piazzale costrinsero i baracconi della Fiera di Sant’Alessandro a trasferirsi sul piazzale di terra battuta della Malpensata, dove periodicamente, da qualche tempo doveva stazionare il Circo equestre, di cui si conserva una testimonianza.

Anni Cinquanta: il Circo di Darix Togni – domatore di tigri – alla Malpensata. Alle spalle si riconosce l’edificio della “Bonomelli”,  prima dei vari ampliamenti e ristrutturazioni susseguitesi negli anni. L’edificio con le quattro finestre sovrapposte fa ora parte di un’ala che arriva fin quasi alla ex pista di pattinaggio su ghiaccio

Una fotografia datata 1957/58 – Elefanti alla “Zuccheriera” di Porta Nuova – attesta per quegli anni la presenza di un Circo equestre nelle vicinanze del centro; l’abbigliamento estivo dei bambini lascia supporre che la ripresa sia stata eseguita nel mese d’agosto, in occasione della ricorrenza di Sant’Alessandro.

Elefanti all’ “abbeverata” di Porta Nuova (la Zuccheriera) nel 1957/58 (Fondo Fausto Asperti – Museo delle storie di Bergamo)

 

Una rara immagine dei baracconi della Fiera di S. Alessandro, intorno alla fine degli anni Cinquanta, con il piazzale della Malpensata ancora spoglio. In quello che allora veniva chiamato “Autosprint”, il circuito a forma di 8 visibile in primo piano, sfilarono in un primo tempo delle automobiline piuttosto veloci che ricordavano la Giulietta spider, venendo poi sostituite da Go Kart. In secondo piano si vede l’Autoscontro mentre a destra si intravedono le famose “Gabbie”

 

Via Don Bosco dal piazzale della Malpensata intorno alla fine degli anni Cinquanta, come si evince anche dal “grattacielo” di via Tiraboschi visibile in alto a destra e risalente a quel periodo. La ripresa fu scattata dalla ruota panoramica della fiera, della quale si intravede uno scorcio di baraccone in primo piano. “Cosi’ si presentava l’incrocio Via Carnovali-Via Don Bosco, con quel distributore (marchio Caltex, se ricordo bene), che resto’ lì per molto tempo, fino alla fine degli anni ’70. Una zona molto cambiata, quasi tutti gli edifici sulla sinistra sono stati demoliti, sostituiti da enormi condomini. Il grande edificio del gasometro, la cui demolizione è stata completata da poco per la costruzione del parcheggio, è appena fuori quadro, Ci sono due campanili visibili: quello piccolo a sinistra è della Chiesa di San Giorgio, quello più alto è quello, inconfondibile, di S. Alessandro. La foto fu scattata ad Agosto, quando sul piazzale della Malpensata si teneva il Luna Park” (Adriano Rosa per Storylab. Fotografia caricata da Pietro Bellavita)

In occasione della sistemazione del piazzale della Malpensata, messo a punto nel ’64, il Luna Park della festa patronale di Sant’Alessandro si trasferì presso il Piazzale della Celadina, dove rimase per una cinquantina d’anni finché di recente non venne spostato in un’area adiacente.

Piazzale della Malpensata, 1964

LA RIQUALIFICAZIONE DEL FORO BOARIO E LA COSTRUZIONE DELL’ISTITUTO TECNICO VITTORIO EMANUELE II

Mentre la nascita, tra  il 1882 e il 1906, degli edifici delle Ferrovie delle Valli  rappresenta un primo segno di qualificazione architettonica dell’area, sull’ampio piazzale si realizzano interventi tesi a razionalizzare e concentrare diverse attività, destinando – come detto – 1700 mq del foro per il Mercato delle verdure.

Con le celebrazioni del centenario del Donizetti (1897) comincia tuttavia a farsi strada un progetto di più ampio respiro, teso a riqualificare il viale Vittorio Emanuele e il Foro Boario, che costituiscono la porta d’ingresso alla città dalla stazione.

L’evoluzione novecentesca del viale della Stazione, poi viale Roma ed oggi Papa Giovanni XXIII

La decisione di collocare sul sito il nuovo palazzo per accogliere l’Istituto Tecnico Vittorio Emanuele II (concepito come embrione di una cittadella degli Studi), realizzando il nuovo giardino pubblico antistante, sarà determinante nella definizione dell’attuale area del piazzale.

 

Dopo la posa della prima pietra il 23 settembre 1913 alla presenza del re Vittorio Emanuele III, l’edificio verrà costruito in due diverse fasi, di cui gli studi riportano date discordanti.

Due ali di folla, con bandiere, applausi e grida “Viva il re!” al passaggio a Porta Nuova del corteo con l’auto – scortata da carabinieri in bicicletta – sulla quale sfila Vittorio Emanuele III in visita alla città il 23 settembre 1913. In questa occasione il re presenzia alla posa della prima pietra dell’lstituto Tecnico in Foro Boario e all’inaugurazione del monumento a Cavour. Inoltre compie una visita l’lstituto Italiano d’Arti Grafiche ed un’altra in Città Alta e alla Cappella Colleoni (da “Fotografi pionieri a Bergamo” di Domenico Lucchetti – Foto di Giuseppe Locatelli)

Il progetto, che prevedeva per il complesso un’impostazione a C e a prospetto lineare con un corpo centrale emergente, fu affidato all’ing. Michele Astori, ma venne indetto un concorso di architettura per la facciata nel 1913, vinto da Marcello Piacentini. Luigi Angelini coordinerà i lavori, su cui poi interverrà con delle modifiche l’ing. Ernesto Suardo.

La prima ala venne terminata nel 1922 e completata nel 1934-1936 con la variante del corpo centrale disegnato dal Piacentini (8), mentre il complesso è completato nel 1936 e nell’ottobre dello stesso anno è inaugurata l’ala nuova (9).

La fabbrica del primo lotto (1818) dell’Istituto Tecnico Vittorio Emanuele II. A lavori ultimati, comprendeva 13 aule, 6 aule speciali, 6 di disegno, 4 laboratori (fisica, elettrotecnica, chimica generale, chimica industriale)

 

Il secondo lotto dell’Istituto Tecnico Vittorio Emanuele II, completato nel 1936. Venne occupato dall’Istituto Industriale, che nel 1919 trovò sede nella ex fabbrica di automobili Esperia, lasciando dunque spazio al neonato liceo scientifico. L’edificio fu infatti fortemente voluto per i grandi mutamenti che coinvolgevano l’economia e il sistema produttivo della nascente industria

 

 

In una foto del 1924, il primo lotto dell’Istituto Tecnico Vittorio Emanuele, concluso nel 1922. In primo piano il nuovo giardino realizzato nei primi anni Venti da P. Pesenti. Costruita la prima ala dell’Istituto Tecnico e realizzato il primo impianto dei giardini pubblici, l’area del Foro Boario ospiterà gli stand della Fiera campionaria (che in precedenza si teneva nel cortile del Palazzo Tre Passi) e gli espositori – industriali, artigiani, commercianti, agricoltori – raddoppieranno

 

Una fotografia priva di data, con l’impianto del giardino non ancora ultimato e piantumato

Nel corso dei lavori del primo lotto il Comune realizza il primo impianto dei giardini pubblici che, seppur diverso rispetto al progetto iniziale (10), è ben evidenziato nelle foto aeree del 1924 con la rete geometrica dei vialetti e il parterre della sezione centrale che enfatizza l’architettura aulica e monumentale del nuovo edificio.  Le due ampie piazzole ai lati erano destinate ad aree di sosta.

Volo aerea del 1924, dettaglio sul Foro Boario e contesto (Civica Biblioteca Angelo Mai Bergamo), Si noti anche l’ampio viale allineato con il muro di cinta meridionale delle scuole, a delimitare il confine del giardino. Nel 1927 sono citati alcuni aceri, due magnolie, due laurus a palle e cinque laurus a piramide

 

Da Raccolta Lucchetti (l’annullo postale è del 1930). Nel 1922 l’edificio in Foro Boario ospita il l Regio  Istituto Tecnico, ridotto alla sola sezione Commercio – Ragioneria

Mentre l’intero Foro si anima Foro con la presenza di alcuni chioschi e di strutture di svago, Bergamo cresce; di lì a poco, tra il 1933 e il ’36 verrà realizzata la nuova Stazione delle Autolinee, che si raccorderà al giardino pubblico – posto a una quota inferiore – mediante un’ampia gradinata di collegamento.

Bergamo dall’alto. Foto del 1924 della Società Airone. L’Istituto Tecnico Vittorio Emanuele II nell’area dell’ex Foro Boario, come si presentava al termine della prima fase della sua costruzione. Si nota la Chiesa delle Grazie con ancora il vecchio campanile, mentre dietro la cupola, nell’attuale via Taramelli è visibile la ciminiera del Cotonificio Reich. Oltre la via A. Maj, verso le vie Bono, Rovelli e David emergono le tante fabbriche dell’epoca: la lombarda Cementi, Molini Bergamo, Cesalpinia, Agnelli, Molini Callioni, ed altre. In lontananza, la ciminiera più alta: quella del Linificio e Cotonificio Oetiker

L’ARRIVO DELLA STAZIONE DELLE AUTOLINEE CANCELLA LA TORRE E LO STADIO “BARLASSINA”

Nel 1957 la stazione è sottoposta ad una complessiva ristrutturazione per la realizzazione della Stazione delle Autolinee, in occasione della quale viene innalzato il grande arco di sostegno in cemento e tiranti e della struttura delle pensiline: il terminal venne ritenuto all’avanguardia.

La Stazione dellle Autolinee vista da sud. Venne realizzata nel 1957, con il grande arco di sostegno  della struttura delle pensiline. Oltre ai negozi e bar, la zona era provvista anche di un albergo diurno con docce pubbliche

 

La nuova Stazione delle Autolinee con a fianco, l’edificio liberty della Ferrovia della Valle Brembana, opera dell’arch. Squadrelli

E’ probabilmente in questa occasione che viene demolita l’alta torre che sorgeva a lato del fronte sud-est dell’Istituto Tecnico, la cui collocazione si precisa in un’immagine di repertorio.

1924: a destra dell’Istituto Tecnico Vittorio Emanuele II, la torretta di Piazzale Marconi. Come ipotizzato nei commenti di Storylab, poteva trattarsi di una cabina elettrica appartenente alla società privata Orobia

La ritroviamo in altre due riprese eseguite probabilmente per immortalare la piena del torrente Morla del ’37 e del ’49.

A sinistra, la torre in Piazzale Marconi nel 1949, verosimilmente demolita intorno al 1965 per la realizzazione della Stazione delle Autolinee. Il piazzale è allagato probabilmente a causa della piena della Morla di quello stesso anno. Lo stadio “Barlassina”, demolito negli anni Cinquanta, si trovava proprio oltre la muraglia sovrastata dalla scritta (casuale quanto azzeccata) “Masera” (“a macero” nel dialetto locale) (Archivio Wells)

 

Un’altra immagine della , la torre in Piazzale Marconi nel 1937, probabilmente scattata in occasione della piena della Morla registrata dalle cronache. Poco distante, l’edificio della Stazione della Valle Brembana

 

Estratto da Piano regolatore della Città di Bergamo del 1906, il corso del torrente Morla nellarea della Stazione Ferroviaria (Archivio Ra.pu)

Ed è probabilmente a causa della realizzazione della Stazione delle Autolinee che viene abbattuto il piccolo Stadio Barlassina (11) che sorgeva a fianco della F.V.B. e di cui è difficile reperire la data di costruzione.

Inizi anni Cinquanta: la demolizione dello Stadio Barlassina, nell’area dove venne realizzata la Stazione delle Autolinee. Quei vagoni ferroviari dovrebbero appartenere alle Ferrovie delle Valli. Il tamburo a destra dovrebbe essere quello di S. Anna; l’edificio a destra è ancora esistente (anche se ridotto nelle volumetrie) quasi all’incrocio tra le vie Foro Boario e Bono, così come gli edifici retrostanti

Si è osservato che l’origine del nome Barlassina potrebbe derivare dall’arbitro più famoso degli anni Trenta, Rinaldo Barlassina – di origine novarese – scomparso a Bergamo nel 1946 per un incidente stradale. Se ciò fosse vero, il campo di calcio dovette perdurare solo per pochi anni in quanto il piccolo stadio, con il fondo in in terra battuta, venne demolito agli inizi degli anni Cinquanta.

La struttura occupava parte dell’area dell’attuale Stazione delle Autolinee e confinava con la FVB.

Pizzale Marconi nel 1953: il “Barlassina”, che sorgeva a lato della F.V.B., è da poco scomparso per fare spazio alla rinnovata Stazione delle Autolinee (Foto Wells)

D’estate il campo ospitava il celebre torneo detto “Notturno”,  poi sostituito dal “Palio 18 Isolabella” che negli anni ’50/’60 si teneva ogni sera d’estate e con grande affluenza di pubblico sul campo dell’Olimpia nell’Oratorio di Borgo Palazzo, a cui partecipavano – profumatamente pagati e sotto falso nome – anche calciatori professionisti (12).

IL DOPOGUERRA E LA NASCITA DEL “GIARDINO LUSSANA”

Nel Dopoguerra, tra i vari progetti avviati per la ricostituzione del patrimonio arboreo delle aree verdi pubbliche devastate durante la seconda guerra mondiale, si avvia quello del “Giardino Lussana”, nome che assume il giardino antistante l’Istituto Vittorio Emanuele II.

Dopo qualche variante apportata nel luglio del ’46 viene realizzato il nuovo giardino progettato da Luigi Angelini, con il viale in asse con la facciata dell’Istituto e l’aiuola centrale con piazzola. Le immagini raccontano la sua evoluzione.

Come previsto nell’atto di cessione del lotto di terreno, le piantumazioni hanno  lasciato libera la visuale dal viale Roma al corpo centrale della facciata principale dell’Istituto Tecnico

 

Il  giardino in un immagine antecedente al 1962

 

Il Giardino Lussana ancora privo del monumento all’alpino in una foto non datata

Nel frattempo via Paleocapa va assumendo il volto attuale.

Via Paleocapa, con a sinistra l’ex Casa del Popolo, oggi Palazzo Rezzara, con visibili l’ingresso dell’Hotel Moderno e del Cinema Rubini (sostituito tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta dal Centro Congressi Giovanni XXIII). A destra il Palazzo Dolci

DAL MONUMENTO ALL’ALPINO AL DECLINO E ALLA RINASCITA DELL’AREA

Nella Bergamo da tempo privata di un monumento dedicato agli alpini ed in seguito alle pressanti richieste degli alpini bergamaschi, nel 1957 si decide finalmente di issare in città un nuovo monumento. Per la collocazione la scelta cade sul Giardino Lussana, ed in seguito a un concorso nazionale vengono affidate agli arch. Giuseppe Gambirasio, Aurelio Cortesi e Nevio Armeggiani la progettazione, la collocazione e la realizzazione dello slanciato monumento con vasche d’acqua dedicato agli alpini, mentre la scultura bronzea dell’Alpino arrampicante è di Peppino Marzot.

La posa della prima pietra avvenne il 31 gennaio del 1960 e per desiderio degli alpini bergamaschi l’inaugurazione viene fatta coincidere con l’adunata nazionale degli alpini, che si terrà a Bergamo il 18 marzo del 1962.

L’altezza del monumento diventa un preciso riferimento urbano, accentuando maggiormente la centralità dell’impianto del giardino – titolato d’ora in avanti Piazzale degli Alpini -, a scapito della visione del palazzo dell’Istituto Tecnico.

Il monumento all’Alpino nel piazzale degli Alpini. Al fine di valorizzare il monumento, nella fontana non vengono realizzati giochi d’acqua

 

Pianta topo-idrografica della città di Bergamo e sobborghi dell’Istituto Geografico Militare, compilata e disegnata dall’Ing. Roberto Fuzier nel 1896. Sono indicate le rogge principali e i canali secondari derivati. L’area è ricca di corsi d’acqua: in corrispondenza della fontana la roggia Nuova e la Coda Morlana si uniscono dando origine alla roggia Ponte Perduto

Negli anni 80 inizia il declino della Stazione delle Autolinee, con l’aumento degli scippi, delle rapine e soprattutto dello spaccio di droga. La sala d’aspetto diventa un bazar dello spaccio e ostello per sbandati e clochard di ogni sorta.

Clochard in viale Roma, anni ’70

Mentre crescono le retate e i presidi delle forze dell’ordine, e crescono le telecamere, si muove anche la solidarietà con l’istituzione del camper di Don Fausto Resmini e i volontari della Caritas. Nel 2010 iniziano i lavori per riqualificare il piazzale degli Alpini per la costruzione del moderno Bergamo Science Center (arch. Giuseppe Gambirasio e Marco Tomasi), finchè non si approda all’ennesimo restyling dell’area, frutto di storia recente.

 

VECCHI RICORDI DI VIA ANGELO MAJ

Nel 1953 il vecchio Macello comunale di via A. Maj fu spostato alla Celadina e poco dopo la sua demolizione fu costruito l’istituto Secco Suardo.

Via Angelo Maj e, in primo piano, il vecchio macello cittadino. L’immagine è antecedente al 1953, anno in cui il macello fu spostato alla Celadina. Dopo il trasferimento l’edificio fu demolito per fare posto all’istituto Secco Suardo (Archivio Wells)

Nella stessa via, oggi trasfigurata, c’erano altre attività storiche come il Mulino Oleificio Callioni, la Trattoria del Bue Rosso e l’edificio del Monopolio di Stato. Quest’ultimo era stato costruito prima della seconda guerra mondiale e per tantissimi anni aveva mantenuto la stessa impostazione: tabacchi sulla destra, sale sulla sinistra, un ampio cortile ombreggiato da un grande fico al centro.

Poi i Monopoli arrivarono al capolinea, con l’affidamento della manifattura e della distribuzione del tabacco ai privati ponendo fine a una delle ultime testimonianze di quella che può essere considerata una vera e propria epopea.

Uno dei carretti che si aggiravano in città per conto del Monopolio di Stato. Trasportava sale e tabacchi, raggiungendo anche Città Alta, forse percorrendo il viale delle Mura per evitare che il ronzino si affaticasse lungo le ripide strade. Il capo chino, le orecchie basse e il passo lento, per le strade piane del centro, sono un ricordo familiare per molti. Questo  carretto doveva circolare ancora intorno alla metà degli anni Settanta, come si evince anche dalle automobili riprese, e c’è chi lo ricorda ancora almeno oltre la metà degli anni Ottanta, anche se in un primo periodo il cavallo bianco veniva utilizzato alternativamente ad un cavallo marrone. Negli ultimi periodi venne invece utilizzato un cavallo nero

 

1979: l’ultimo cavallo che trainò il carretto del Monopolio; il conducente era il signor Magri. Il carretto è ripreso all’altezza della ricevitoria del Totocalcio, a fianco del Teatro Donizetti. E’ strano che in un periodo come quello il monopolio si servisse ancora di un carretto per recapitare le sue merci. O forse, chissà, può essere stata una scelta del “carrettiere”: forse non lo sapremo mai, ma ci resta pur sempre questo bellissimo ricordo (Ph Giuseppe Preianò)

Dopo la loro privatizzazione, avvenuta tra la fine degli anni Novanta e gli inizi del nuovo secolo, nel giugno del 2005 lo storico deposito di via A. Maj è stato ceduto dallo Stato e destinato a complesso residenziale e negozi, evocando nel  nome (Residenza Monopoli) i gloriosi trascorsi.

In lontananza il profilo del vecchio Macello, prima del 1953

Pur pur non presentando alcun pregio artistico,  l’intervento edilizio, eseguito su progetto dell’architetto Pietro Valicenti, ha mantenuto, ristrutturandolo, il fronte su via Maj perché legato al vincolo imposto dal vecchio piano regolatore. L’unica modifica ha riguardato l’ampliamento dei riquadri sulla facciata che sono stati rimpiazzati da ampie finestre.

 

Note

(1) A Bergamo la lana era prodotta e commerciata già dal Duecento e nel ‘500 Bergamo, Milano e Como, costituivano di gran lunga la principale area laniera italiana e una delle principali d’Europa, cosicché, nella seconda metà del ‘500, grazie al raggio d’azione internazionale dei potenti mercanti bergamaschi legati soprattutto alla manifattura della lana (settore fondamentale in ambito tessile bergamasco), la grande Fiera di Bergamo godeva del suo massimo splendore. La manifattura tessile legata soprattutto al settore laniero legato ai panni di lana della Val Gandino (una delle  componenti essenziali della Fiera) si esaurì rapidamente con la caduta della Repubblica di Venezia, per gli ostacoli posti al commercio internazionale e dal ripetuto variare dei regimi doganali, che nel periodo napoleonico favoriscono i mercati francesi. Il settore laniero era ormai incapace di reggere la concorrenza lombarda, soprattutto milanese (da M. Gelfi, La fiera di Bergamo: il volto di una città attraverso i rapporti commerciali, Ed.Junior, 1993).

(2) M. Gelfi, Op, cit.

(3) M. Gelfi, Op, cit.

(4) Comune di Bergamo – Area Politiche del Territorio – Concorso di Progettazione per tre piazze a Bergamo: Piazza Carrara, Piazzale Risorgimento, Piazzale Alpini. Luigi Pelandi (Op. cit.) afferma che nel 1857 al Foro Boario fu trasportato il Mercato bovino e, nel 1870, anche quello equino. Al mercato equino, Luigi Volpi (Op. cit.) aggiunge anche il mercato fessipede.

(5) LA S.A.B. AUTOSERVIZI – Più di cent’anni ma non li dimostra. Ricerca condotta da: Chiara Caccia, Stefano Negretti, Maria Grazia Pirozzi.

(6) Ibidem.

(7)  Rievocazione di Emilio Zenoni in: Pilade Frattini, Renato Ravanelli, Op. cit.

(8) Comune di Bergamo – Area Politiche del Territorio – Concorso di Progettazione per tre piazze a Bergamo, Op, cit.

(9) A cura di Giovanni Luca Dilda, La sezione ottocentesca dell’archivio del Vittorio Emanuele II.

(10) La realizzazione dell’impianto, progettato dall’arch. Michele Astori, fu rimandata per via del conflitto mondiale e probabilmente non venne eseguita. Esso era impostato su un viale centrale ad enfatizzare la facciata del palazzo e un viale perpendicolare aderente alla facciata per dare continuità e attenzione alla visuale con città alta, ma non è chiaro se in un primo momento fosse stata adottata la soluzione del viale centrale. Il disegno è conservato presso la Civica Biblioteca Mai Bergamo. Nel 1923 la Giunta approvava un progetto di sistemazione a giardino «con piante, vialetti e pietre» di cui rimane un disegno (Comune di Bergamo – Area Politiche del Territorio – Concorso di Progettazione per tre piazze a Bergamo, Op, cit.).

(11) Pilade Frattini e Renato Ravanelli, Op. cit.

(12) Pilade Frattini e Renato Ravanelli, Op. cit.

Riferimenti principali

Comune di Bergamo – Area Politiche del Territorio – Concorso di Progettazione per tre piazze a Bergamo: Piazza Carrara, Piazzale Risorgimento, Piazzale Alpini.

“Il Novecento a Bergamo – Cronache di un secolo”. Di Pilade Frattini e Renato Ravanelli. A cura di Ornella Bramani – Vol. II. UTET. Anno 2013.

Mauro Gelfi, La fiera di Bergamo: il volto di una città attraverso i rapporti commerciali, Ed.Junior, 1993.

Luigi Volpi, Vecchie botteghe bergamasche. La Rivista di Bergamo (anno sconosciuto).

Maria Mencaroni Zoppetti (a cura di), L’Ospedale nella città – Vicende storiche e architettoniche della Casa Grande di S. Marco. Collana: Storia della sanità a Bergamo – 1. Fondazione per la Storia Economica e Sociale di Bergamo.

Luigi Pelandi, Passeggiando per le vie di Bergamo scomparsa – La Strada Ferdinandea – Collana di Studi Bergamaschi – A cura della Banca Popolare di Bergamo. Bergamo, Poligrafiche Bolis, 1963.

Mariola Peretti, L’ex Mercato ortofrutticolo di Bergamo, terra di nessuno.

Luigi Angelini, Il volto di bergamo nei secoli, Bolis, 1952.

A cura di Giovanni Luca Dilda, La sezione ottocentesca dell’archivio del “vittorio emanuele II”.

RINGRAZIAMENTI

A Storylab e in particolare a Giuliano Rizzi, Adriano Rosa , Roberto Brugali, Adriano Colpani, Duccio Crusoe e Sergio Meli per Casa Benaglio-Nava in via del Macello e per alcune preziose  informazioni concernenti il Luna Park,  lo Stadio Barlassina, la torretta presso la Stazione, il Circo Togni alla Malpensata nonchè il Ciclodromo.

Gli antichi cimiteri fuori le Muraine e lo scomparso cimitero ottagonale di Valtesse, dove plebe e nobiltà si davano la mano

E’ all’Editto di Saint-Cloud, emanato in Francia nel 1804, che si deve la nascita dei moderni cimiteri, imposti da Napoleone per motivi d’igiene e di salute pubblica.

Secondo le nuove disposizioni, che recidevano di colpo la tradizione secolare di seppellire i defunti all’interno delle chiese, nelle loro adiacenze e nei sagrati (“Coemeterium Plebis”), il seppellimento doveva ora avvenire in appositi recinti da collocarsi fuori dalle mura cittadine: nascevano così i cimiteri civici,  che ancora chiamiamo “campisanti” a ricordo del loro antico uso.

Il Foppone agli inizi del Novecento. All’uso secolare di seppellire i defunti all’interno o nei pressi delle chiese, si contrapposero eccezioni dovute a gravi pestilenze, come la peste del 1630, quando i morti vennero sepolti nei cosiddetti “fopponi”, grandi fosse poste generalmente fuori dall’abitato. Il Foppone di S. Agostino, all’esterno delle mura medievali ma dal XVI secolo compreso nelle mura veneziane, era comunque abbastanza decentrato rispetto alla parte più popolosa del centro storico. Venne colmato solo agli inizi del Novecento con detriti, forse derivanti dall’abbattimento del tratto di via Beltrami

In seguito alle nuove disposizioni, attuate dal 1 maggio, nel 1810 a Bergamo sorsero ben tre cimiteri, tutti fuori dalle Muraine: quelli di Santa Lucia, San Maurizio e Valderde.

Il piccolo cimitero pentagonale di Santa Lucia si trovava nell’attuale via Nullo, tra le vie Broseta e Lapacano nell’area a lungo occupata dalla sede dell’Enel ed oggi da un lussuoso complesso residenziale.

Via Nullo negli anni ’20: la sede della Società Elettrica Bergamasca, poi Enel

Ma nel 1813, ritenuta inadatta la sua localizzazione, il cimitero venne dismesso e sostituito dal nuovo camposanto di S. Giorgio, costruito alla Malpensata.

La cortina delle Muraine del Lapacano nel 1884, in una incredibile e rara fotografia. Il Lapacano, cortina muraria che collegava Porta Broseta con la torre tonda del Cavettone (uno dei pochi luoghi in cui le Muraine medioevali sono ancora visibili, inglobate in un condominio) rappresentava in epoca medioevale un punto importante del circuito difensivo delle Muraine. Proprio in corrispondenza dell’attuale Lapacano si incrociavano due corsi d’acqua (utilizzata a scopo difensivo e per muovere macine e telai): la roggia Serio si univa alla roggia Curna, che proseguiva verso l’ospedale per mezzo di un canale che correva parallelo alle mura, in luogo dell’attuale via Nullo (fotografia eseguita da Cesare Bizioli – Patrimonio Lucchetti-Museo delle Storie di Bergamo – rielaborata da Gianni Gelmini nel suo ultimo e prezioso lavoro dedicato alle Muraine)

Il cimitero di San Giorgio si trovava tra la chiesa e il grande parcheggio della Malpensata, dove si tiene il mercato del lunedì. Venne dismesso circa un secolo dopo (qualcuno afferma nel 1904, quando entrò in funzione il Monumentale di viale Pirovano, ed altri nel 1909) ma restò presente fino agli anni ’40, e “pare che, nell’interludio fra la dismissione e la traslazione, diverse tombe siano state profanate” (1).

In ogni caso, il cimitero “ebbe qualche monumento artisticamente pregevole con cappelle di enti e associazioni religiose e civili: fra le tombe private ricorrevano i nomi più noti di commercianti e industriali facoltosi. Vi erano pure lapidi commemorative di associazioni patriottiche che, come la tomba Ortolani, opera di Luigi Pagani, vennero trasferite al Cimitero Unico” (Tancredi Torri, in “Archivio Storico Lombardo, 1960).

Il cimitero di San Giorgio, alla Malpensata. Quando entrò in funzione il grande Cimitero Unico della città, i carri funebri vi portavano le spoglie esumate percorrendo la strada del Conventino. Dopo la dismissione del cimitero l’area  si trasformò nel nuovo mercato del bestiame, trasferitosi dal Foro Boario (Piazzale degli Alpini) verso il 1915, non più agibile per la costruzione di nuovi edifici. Inoltre, nel piazzale della Malpensata stazionarono periodicamente dapprima il circo equestre e successivamente i baracconi della Fiera di Sant’Alessandro, qui trasferiti dal prato tra viale Vittorio Emanuele e Piazza della Libertà per la costruzione dei palazzi dell’INPS e della Camera di Commercio

Il cimitero nella piana di San Maurizio, dalla forma tondeggiante, sorse in un luogo dove esisteva una antica chiesa cimiteriale, che in seguito venne ceduta alle monache benedettine del vicino convento di San Fermo, di cui ancor’oggi possiamo ammirare la piccola chiesa.

Un’irriconoscibile via San Fermo con la sua chiesetta documentata dal 1154

 

Il cimitero monumentale di Bergamo in costruzione

 

Il Cimitero Unico nella prima metà del Novecento. A sinistra dell’immagine si riconosce ancora chiaramente la forma rotonda dell’antico cimitero di San Maurizio, unico sopravvissuto dei tre piccoli cimiteri costruiti a Bergamo agli inizi dell’Ottocento perchè inglobato nel  nuovo impianto del Cimitero Monumentale di Bergamo e destinato da allora alle sepolture dei bambini

 

Il “Cimitero dei bambini” nel 1963, cresciuto sull’area dell’antico cimitero di San Maurizio

 

La rotondità dell’area cimiteriale riservata ai bambini è ancora perfettamente leggibile lungo il perimetro del campo (foto dell’autrice, datata 02/11/2018)

Il cimitero ottagonale di Valtesse, sulla strada per la Valle Brembana, fu costruito in luogo dell’attuale Campo Utili, in via Baioni, e doveva servire, oltre a Valtesse, Città Alta e le sue adiacenze (Borgo Canale, Castagneta e Fontana).  E’ già riportato, nella sua forma ottagonale, nella mappa del Comune di Valtesse del 1810.

Bergamo, 1916 – Giuseppe Manzini. Cimitero ottagonale di Valtesse (in alto verso sinistra, parallelo al riquadro del Lazzaretto, quest’ultimo evidenziato in nero)

Dismesso il cimitero di Santa Lucia, gli altri tre restarono in funzione fino agli inizi del Novecento, ossia fino a che non entrò in funzione il grande Cimitero nella spianata di S. Maurizio, nell’attuale viale Pirovano.

Mappa di Bergamo nel 1869. Si possono notare due dei quattro cimiteri ottocenteschi di Bergamo: a Santa Lucia (ovest) e Valtesse (nord)

La soppressione dei piccoli cimiteri si era resa necessaria oltre che per l’espansione della città, anche per motivi di igiene pubblica.

Già nel 1887 la relazione sanitaria, lamentando la gravissima condizione dei cimiteri di San Giorgio e di Valtesse, invitava a risolvere la situazione prima che si verificassero pericolose conseguenze. Il cimitero di San Giorgio aveva esaurito il terreno utile per le tumulazioni, mentre in quello di Valtesse la condizione del sottosuolo costituiva una perenne e grave minaccia alla salute: nei periodi di pioggia eccessiva, le casse galleggiavano “nell’acqua che si scarica nella Morla prima che questa attraversi due popolose borgate”.

La Morla in piena a Valverde. Ancora nel 1936, in un tardo pomeriggio di primavera, dopo una giornata afosa vi fu un temporale proveniente da est veramente impressionante. Venne fortemente colpita la zona Borgo S. Caterina, tanto che oltre alle case e alle cantine allagate affiorarono sul terreno le ossa del vecchio cimitero di Valtesse, Il grave episodio fu causato dallo straripamento dei torrenti Tremana e Gardellone, confluenti della Morla (fotografia di Carlo Scarpanti)

Il problema di un nuovo cimitero, insieme a quello della realizzazione dell’acquedotto e della rete fognaria, erano ormai improrogabili per la tutela della salute dei cittadini.

Il Cimitero monumentale di Bergamo intorno al 1910 (Raccolta Lucchetti)

La decisione (8 giugno 1896) della municipalità di costruire un nuovo grande cimitero in grado di accorpare tutti gli altri pose fine ad ogni questione: il piccolo cimitero di San Maurizio venne da subito incorporato nel grande Cimitero Unico (e se ne rintracciano le antiche memorie nelle colonne d’ingresso al cimitero dei bambini e sulle lapidi di  illustri pittori apposte sulle pareti dietro la Chiesa di Ognissanti), quello di San Giorgio alla Malpensata vi confluì nel 1904 (o nel 1909 secondo taluni, comunque ancora presente negli anni ’40), mentre quello di Valtesse fu l’ultimo ad essere dismesso, lasciando nella memoria collettiva una flebile traccia.

Negli anni ’40 del Novecento, il barbone Gattinoni detto “Gatinù”, si era accasato in una cappella del cimitero di San Giorgio, alla Malpensata, appartenente alla Famiglia Piazzoni: “una sontuosa cappella gentilizia tutta marmo, colonnine e fregi. In un loculo aveva sistemato il suo cucinino; in un altro la sua branda”. L’uomo, che portava uno stravagante cilindro spelacchiato con penna di fagiano, a causa della sua ostinazione a lasciare il suo personale “dormitorio”, fece ritardare la demolizione del cimitero:  la nobile famiglia proprietaria della Cappella, venuta a conoscenza del fatto “era intervenuta in comune e aveva ottenuto di lasciare il pover’uomo in pace…Effettivamente il barbone non morì nella cappella gentilizia e così il Cimitero potè essere completamente demolito.” (il virgolettato proviene da “Il Novecento a Bergamo”)

 

IL CIMITERO DI VALTESSE

La data di nascita del cimitero di Valtesse è solo deduttiva, ma di fatto dal 1812 i registri della parrocchiale di Valtesse portano l’indicazione “novo cemeterio” e certamente nel 1816 la sua forma definitiva era compiuta.

Un emozionante ricordo Cimitero di Valtesse, dalla forma ottagonale, sorto lungo la provinciale per la Valle Brembana, soppresso negli Anni ’20 (Foto Domenico Lucchetti)

Si trattava di un cimitero “consorziale” di cui per oltre un secolo gli abitanti di Valtesse dovettero condividere promiscuamente l’uso con quelli di Città Alta e adiacenze (Borgo Canale, Castagneta e Fontana).

Nel lungo corso di questa forzata convivenza, la ripartizione delle spese di manutenzione, suddivise in base al carico della popolazione delle due parti, fu motivo di contrasti continui tra Bergamo e Valtesse: proteste, querimonie e ricorsi di uno o dell’altro degli interessati.

Bergamo, 1891. Mappa Wagner & Debes. In alto a sinistra, a margine, è visibile l’ottagono del Cimitero di Valtesse

I contrasti si inasprirono al punto che nel 1852-’53 Valtesse arrivò a scegliere un terreno “di prima classe” di fronte all’entrata del camposanto consorziale e a far redigere un progetto per un proprio cimitero. Iniziativa che non ebbe seguito.

La diatriba si trascinò per decenni (durante i quali si pensò anche di cedere cimitero al Comune di Bergamo) e si chiuse solo nel 1904-’05 con la costruzione del grande Cimitero Unico, quando cioè vi confluirono Città Alta e le zone “satellite”, permettendo alla popolazione di Valtesse di mantenere l’uso esclusivo del cimitero ottagonale fino al 1925, anno in cui il Comune di Valtesse insieme a Redona e Colognola venne accorpato a quello di Bergamo (2).

1920 – Bergamo, Via Maggiore del Comune di Valtesse (oggi via Giovanni Maironi da Ponte). L’edificio a sinistra è il Municipio di Valtesse, come indicato dalla targa affissa sulla cancellata. La zona è posta all’incrocio con l’attuale via Bruno Buozzi

 

1920 – Bergamo, Via Maggiore del Comune di Valtesse, guardando verso Città Alta

Trascorso il periodo legale e rimosse le salme,  il primo gennaio del 1942 si diede avvio alla demolizione e nel volgere di pochi anni nulla restò della graziosa cinta ottagonale con le cappelle in stile ottocentesco, del portale, degli stessi monumenti che lo ornavano.

Il Cimitero di Valtesse da via del Roccolino nel 1930. La cappella visibile sulla destra era riservata alle monache di Santa Grata. Figura in primo piano la signora. Angela Bensoni, di Valverde, classe 1919, vissuta sicuramente sino a pochi anni or sono

Nell’interludio tra la chiusura e la demolizione, il poeta Vittorio Polli e l’amico Sandro Angelini, “curiosi e accesi per la novità del sito”, si recano a Valtesse:

“stupiti dall’atmosfera ritornammo a guardare le croci e a leggere le lapidi, sostammo timorosi davanti a un cancello aperto, prendemmo paura per le grosse lucertole che si muovevano sotto i cespugli”.

Bergamo, 1910 ca., panorama su Valverde e Valtesse ripresi da Porta Garibaldi già S. Lorenzo

Ne è scaturita la splendida e suggestiva evocazione del cimitero “fatto d’un perfetto ottagono col muro di cinta coperto di coppi; adornato di cappelle gentilizie, rotonde, quadre, esagone, con lunette e timpani di chiaro stile neoclassico.  Intorno le colline della città, una parte di Bergamo di intatto fascino e una campagna verdissima e serena.”

In quanto alla nuova destinazione delle povere salme, sappiamo quel poco che don Enrico Mangili, parroco di Petosino, rilasciò in un libro dedicato alla storia e le origini di Valtesse, pubblicato a puntate da L’Eco di Bergamo, dal 20 febbraio al 12 marzo del 1942:  “Le salme per le quali i parenti fecero richiesta vennero esumate e trasportate altrove. Furono pure levate le salme dei soldati caduti in guerra e trasportate nella Cappella” (3).

“Portarono via qualcuno, ceneri e ossa; infine restò abbandonato. Un giorno se ne andò la donna custode con il suo tavolino. Furono lasciati aperti i cancelli delle cripte e il cancello d’ingresso. Ferro ruggine, pietre spezzate, sfaccendati che giravano, innamorati impudici di notte dietro il muro. Città alta guardava, indifferente a tanta rovina.” (Particolare del Cimitero di Valtesse nell’acquaforte di Sandro Angelini e testo di Vittorio Polli)

Smarriti nell’oblio i nomi e la memoria dei tanti che vi trovarono eterna pace, a poco a poco se ne perdeva il ricordo mentre restava un grande prato che più tardi sarebbe stato destinato a campo di Marte.

 

“ERAVAMO UN COMUNE AUTONOMO E AVEVAMO IL NOSTRO CIMITERO. POI IL CAMPOSANTO DIVENNE UN CAMPO DI GRANO E SFAMO’ UNA FAMIGLIA”

Primi anni ’50: chiesa di Valverde con alle spalle l’area dell’ex cimitero di Valtesse e lo stabilimento Sace. Sull’area dell’ex cimitero non è ancora stato realizzato il campo sportivo: è questo il periodo in cui il campo venne coltivato a grano

“Ancora negli Anni Cinquanta noi di Valtesse ci consideravamo un paese a parte e non un quartiere di Bergamo. In fondo eravamo stati comune autonomo fino a una ventina di anni prima… Il nostro territorio comprendeva un’area vasta: Monterosso, Conca Fiorita, San Colombano…

Eravamo un comune agricolo, collinare. E avevamo il nostro cimitero, in quella che per noi era la nostra periferia, verso Bergamo, in via Ruggeri da Stabello, quello che poi è diventato il campo sportivo militare Utili e quindi adesso centro sportivo credo comunale.

Panoramica dell’area di Valtesse, San Colombano e Monterosso (edificato nel 1960). A sinistra, prospiciente la Sace, il Campo Militare Utili, appena realizzato sull’area dell’ex Cimitero (la ripresa è del 1958)

Era un cimitero in piena regola che accoglieva i defunti del Comune di Valtesse e, per lungo tempo, anche quelli di Città Alta. Finchè un certo giorno, era il 1929, venne decretato che non si poteva più seppellire i morti nel nostro cimitero, ma che bisognava confluire nel cimitero di Bergamo, il monumentale. Le sepolture esistenti restavano per gli anni decisi nei diversi contratti, dopo di che bisognava riesumare le salme. Di fatto il nostro cimitero – che aveva ospitato anche i resti illustri di Gaetano Donizetti e Simone Mayr, per esempio – venne chiuso definitivamente nel 1941 e le salme riesumate portate al Cimitero di via Borgo Palazzo. A quel punto, riesumate le salme, il cimitero divenne un nuovo pezzetto di campagna e venne dato da coltivare proprio alla mia famiglia, prima di diventare successivamente un campo sportivo. Il campo dei morti, seminato a frumento, diede alla nostra numerosa famiglia modo di vivere” (4).

Valtesse, area ex-cimitero: operai al lavoro per la bonifica del campo

 

Via Baioni e lo stabilimento Sace nel 1947

 

Il campo sportivo Utili e la Sace intorno al 1960. I pendii  della Maresana, ancora verdissimi, sono pressochè disabitati

 

I MORTI ILLUSTRI

Il cimitero di Valtesse si distingueva per i molti nobili che risiedevano nell’Alta Città e dunque non c’è da stupirsi se questi ultimi, ormai privati insieme alle famiglie di maggior censo di arche più o meno monumentali all’interno delle chiese, venissero seppelliti accanto ai plebei.

E così nel piccolo e modesto cimitero i nomi illustri si univano a quelli dei  compagni della vita e a molte coppie di sposi – “finiti quasi insieme, per armonia di sentire” – nonchè agli artisti. Giacquero qui anche le monache di Santa Grata, che avevano una propria dignitosa cappella e i loro nomi erano indicati al mondo così:

“Signora Idelfonsa… Morta di 50 anni.”

Giuseppe Daldossi, il cui padre, dipendente comunale, si occupò della demolizione del cimitero, raccontò che quando si demolì la grande cappella delle suore del monastero di Santa Grata, “la Madre Badessa volle che nell’esumazione dei corpi (traslati poi al Cimitero Unico) si procedesse nei dovuti modi: a tal fine chiamò a collaborare il portinaio-sacrista del monastero, che a tempo perso faceva l’armaiolo in un piccolo laboratorio annesso alla sua abitazione.

Nel procedere all’apertura dei loculi, si poté constatare con grande meraviglia che la consistenza delle bare, tutte costruite con legno massiccio e ti tale spessore che, a detta dell’esperto portinaio-sacrista, potevano ancora essere utilizzate – pur a distanza di tanti anni, in alcuni casi più di un secolo – per fare calci di fucile. Le bare all’interno erano state tra l’altro rivestite da una specie di catrame, per cui i corpi delle suore apparivano mummificati”.

Giacquero anche, nel cimitero di Valtesse, Simone Mayr e il suo allievo Gaetano Donizetti, poi traslati sotto le volte di Santa Maria Maggiore.

L’ 11 aprile del 1848 la salma di Gaetano Donizetti veniva deposta nella Cappella della nobile famiglia Pezzoli, dove rimase fino al 26 aprile 1875. A quella data, esumati i resti del grande musicista e quelli del suo maestro  Simone Mayr, vennero rese ai due illustri musicisti solenni onoranze che si conclusero con la deposizione delle loro ossa in S. Maria Maggiore.

Monumento funebre a G. Donizetti in Santa Maria Maggiore (Bergamo, Taramelli, riproduzione datata 1890 circa)

 

La solenne cerimonia della traslazione di Donizetti e del maestro Mayr nella basilica di S. Maria Maggiore – 1875

 

La solenne cerimonia della traslazione di Donizetti e del maestro Mayr nella basilica di S. Maria Maggiore – 1875

Nel cimitero di Valtesse ebbero ancora sepoltura i maestri Antonio Cagnoni ed Alessandro Nini; le loro ceneri  il 27 ottobre 1925 furono trasferite al Famedio cittadino.

Miniatura del poeta Pietro Ruggeri da Stabello eseguita da Faustino Boatti nel 1831 ). Il poeta, padre della poesia vernacola bergamasca, venne sepolto nel cimitero di Valtesse nel gennaio 1868. “Poveretto! Lui, un amante delle liete brigate, lui che tanto aveva riso e fatto ridere, negli ultimi anni della sua vita, si vide un po’ alla volta abbandonato da tutti gli amici e gli ammiratori dei tempi più lieti. Ma non perdette per questo il suo buon umore che conservò fino negli ultimi istanti. Morto in una stanzetta di una casa situata in Via Mura in Borgo S. Caterina. Un ristrettissimo corteo di amici lo accompagnò all’ultima dimora in una fredda scialba giornata del gennaio 1858: e la sua salma andò confusa con tutte le altre nella fossa comune. E lì giacque nel più assoluto oblio per dodici anni finché qualcuno pensò a ricordarne la memoria con un modesto ricordo” (5)

 

Cimitero Monumentale di Bergamo. Le lapidi di tre illustri pittori bergamaschi, un tempo sepolti al piccolo cimitero di Valtesse, i cui resti sono andati dispersi: Marco Gozzi, Vincenzo Bonomini e Pietro Ronzoni. Le tre lapidi sono apposte sul muro di cinta posto dietro la Chiesa di Ognissanti e confinante con via Serassi. Probabilmente furono portate al Monumentale poco prima che il cimitero di Valtesse venisse demolito. Notate la tavolozza in pietra sopra la lapide centrale  (foto dell’autrice, datata 02/11/2018)

“Dispersi andarono invece i resti degli storici Giovanni Finazzi e Agostino Salvioni, dei pittori Marco Gozzi, Vincenzo Bonomini  e Pietro Ronzoni, dello scultore Luigi Carrara, del melodico poeta romantico Samuele Biava de’ Salvioni la cui lapide tombale lo ricordava come “non ultimo dei pensatori che auspicarono il Risorgimento italiano”, del naturalista Giovanni Maironi da Ponte (del quale non fu possibile l’identificazione della salma), dei giureconsulti Gaspare Carcano e Luigi Tiraboschi, di Gaetano Alberigo da Rosciate “che ebbe sotto diversi governi cariche di rilievo” e di Giovanni da Rosciate con il quale si è spenta questa famiglia bergamasca celebre per il suo Alberico, del prof. Elia Zerzi che “raccolse e illustrò la flora bresciana”, del prof. Giuseppe Venanzio matematico, fisico, filosofo; del prof. Pietro Luigi Dahm insegnante di tedesco al liceo e dell’ing. Cesare Noris pure insegnante di discipline matematiche, del medico Federico Maironi da Ponte”… E l’elenco dei sepolti in oltre un secolo di storia potrebbe continuare per pagine e pagine.. (6).

Autoritratto ironico del pittore Vincenzo Bonomini (Bergamo 1757 – 1839), autore dei famosi sei pannelli Macabri realizzati prima del 1816 e  conservati attorno all’abside dell’altare principale della Parrocchia natia: quella di Santa Grata inter vites in Borgo Canale. Con questa sarcastica rielaborazione del memento mori, Bonomini ci ammonisce ricordandoci che al di là della condizione sociale, dell’età, dell’intelligenza e del credo di ognuno, la nostra mortalità ci accompagna in ogni istante della nostra vita

A proposito di Bonomini, Roberto Bassi-Rathgeb negli anni Cinquanta scriveva che “in uno di quei vagabondaggi fuori porta che talvolta ci si concede volentieri per evadere alcuni momenti dal rumore della città, mi accadde di passare nelle vicinanze del piccolo cimitero abbandonato di Valtesse; uno squallido camposanto ingoiato oggi dalla vicina Bergamo in continua espansione, che apriva malinconicamente la sua cinta in rovina al visitatore curioso e desideroso di un intimo senso di pace. Fra quelle tombe appena segnate tra le erbe cresciute da tempo senz’ordine, presi a camminare quietamente senza provare l’oppressione della solitudine, giacchè i nomi sui cippi e sulle lapidi facevano dell’ex camposanto una piccola città silenziosamente abitata da individui affiancati in perenne armonia. Orbene, mentre mi aggiravo presso il lato meridionale del muro di cinta, a pochi passi dal punto dove fu il primo tumulo di Gaetano Donizetti, vidi i frammenti d’una lastra funeraria che giaceva al suolo, abbandonata ormai da ogni pietà umana. La curiosità mi fece chinare. E lessi l’epitaffio: ‘A Vincenzo Bonomini, valente pittore morto il 17 aprile 1839 all’età di ottantatre anni, e all’unica sua figlia Maria Luigia, morta il 14 ottobre 1850 nell’età di diciotto anni, Maria Annunciata Bonomini nata Colombi – moglie e madre desolata – ha posto implorando il riposo dei giusti.

Cimitero Monumentale di Bergamo. La lapide di Vincenzo Bonomini qui trasportata dal Cimitero di Valtesse (foto dell’autrice, datata 02/11/2018)

I nomi di altri artisti, come il Ronzoni e il Gozzi, che poco prima avevo letto sulle loro sepolture, non mi avevano suscitato un particolare interesse; una strana emozione invece mi colse nel trovarmi d’improvviso di fronte a Vincenzo Bonomini proprio in un luogo che per un certo perido della sua vita era stato l’ambiente dei suoi pensieri, fino a disegnare gli uomini, nelle manifestazioni della vita quotidiana, sotto forma di scheletri, quasi fosse la cosa più naturale di questo mondo! E tutto ciò senza lo spirito cupo e sarcastico di molti artisti stranieri, ma con un fare del tutto bonariamente ironico”.

 

IL “POER NADALI” E LA “COMAR DE ALTESS”

Il parroco di Valtesse scrisse che fuori del recinto cimiteriale, specialmente ai lati del viale d’accesso, dal 1848 al 1851 venivano sepolti i patrioti che l’Austria abbatteva col piombo nelle fosse del Castello di San Vigilio o sugli spalti di S. Agostino, o che più ignominiosamente impiccava sulla spianata della Fara per delitti comuni: supplizio che avrebbe dovuto essere riservato soltanto ai peggiori delinquenti, ma che l’Austria applicava anche ai disertori, ai renitenti della leva oppure a coloro che avevano contravvenuto alla legge marziale del 1848 per detenzione e occultamento di armi: tutti per maggior parte provenienti dal contado.

Tra costoro si trovavano anche delinquenti comuni. Apparteneva a questi ultimi il “pòer Nadalì”, che condannato dal tribunale austriaco al capestro per gravi reati, prima di subire il supplizio fece ammenda delle proprie colpe ricordando la sua disgraziata giovinezza di trovatello e invocando ed ammonendo i genitori a vigilare sui propri figli.

Il pentimento o l’innocenza si questo bandito commosse il popolino, che a lungo invocò indulgenza nelle preghiere, recando fiori e accendendo ceri sulla sua tomba anonima, posta all’entrata del cimitero di Valtesse.

Sereno Locatelli Milesi ne raccontò la rocambolesca storia:

“Ecco, lontano, quasi ai piedi del colle, la Chiesa Prepositurale di Valtesse… che si profila fra il verde. Vedi il vecchio Cimitero? Vuoi sentire la storia del “Povero Nadali?“

Ascolta:

Il Nadali è stato un famoso – tanto famoso che di lui neppure si ricorda il cognome — delinquente dei primi dell’800, reo convinto di numerose grassazioni e di parecchi omicidi, e come tale condannato alla pena del capestro.

Impiccato sovra uno spalto della Fara, prima di passare il collo nel laccio fatale, aveva ottenuto di concionare gli intervenuti allo… spettacolo: e rivolgendosi specialmente alle madri di famiglia aveva raccomandato ad esse di vigilare l’educazione dei figlioli: perchè lui, povero Nadali, non si sarebbe trovato in quelle belle condizioni se la madre sua non lo avesse abbandonato a se stesso, ai pericoli della strada, alle insidie delle cattive compagnie.

Sotterrato in questo Cimitero, fuori del sacro recinto — come era costume del tempo — la sua fossa è stata per molto tempo meta costante del popolino, che recava tributo di fiori, di ceri e di preci, ritenendo per fermo che il Nadali fosse diventato poco meno di un santo.

Molti anni dopo, quando, per allargare il Cimitero, si dovette abbattere la cinta e provvedere al nuovo scavo, non si trovo più traccia della salma: il popolino gridò al miracolo: il Nadali, dopo aver ottenuto la grazia di entrare in Paradiso, aveva ottenuto anche quella di entrare nel Cimitero…”.  (7).

Pure in terra non sacra – aggiunge il parroco – venne sepolta certa Bongiani, meglio nota come la ‘comàr de Altess’, famigeratamente celebre al tempo dei nostri nonni.

Questa donna esercitava la professione di levatrice nel comune di Valtesse e godeva di molta stima e considerazione, finchè, per caso, venne scoperto che essa capeggiava una banda di rapinatori che di notte, sulla strada che corre poco lontano dal cimitero e allora del tutto isolata, aggrediva e derubava i carrettieri o altri passanti. Arrestata, subì il capestro nel 1851.

“Confortava i condannati nelle estreme ore, una caratteristica figura di sacerdote, Don Fantino Premerlani (Don Fantì), spirito altamente patriottico, originale e arguto tipo bergamasco, negli ultimi anni della sua vita bibliotecario alla Civica. Anch’egli – nel 1890 – ebbe estremo riposo nel cimitero di Valtesse.

Quanta pietà, quante dolorose vicende, quante lagrime, quanti ricordi, quante leggende intorno a questo triste luogo, avvolto ormai nell’oblio, nell’inesorabile oblio dei vivi” (8).

Oggi l’impronta dei nostri passi scivola distrattamente su quelle antiche memorie, posate a mo’ di selciato sulla breve gradinata che dal Mercato delle Scarpe conduce in piazza Angelini.

La scalinata di raccordo tra Piazza Mercato delle Scarpe e Piazza Angelini (allora piazza Pendezza), selciata da porzioni di lapidi provenienti dal demolito cimitero di Valtesse

 

Porzioni di lapidi provenienti dal demolito cimitero di Valtesse, posate sul selciato della gradinata tra piazza Mercato delle Scarpe e piazza Angelini.

Chissà quante volte, senza nemmeno saperlo, abbiamo calpestato i nomi di coloro che senza distinzione dì età e di ceto sociale si sono tenuti per mano nel mesto cimitero adagiato all’ombra della città antica.

 

NOTE

(1) Marco Cimmino, Il mistero di via Lapacano, dove le Muraine dividevano città e campagna

(2) “Al principio del regno d’Italia Valtesse contava 1008 abitanti. La sua guardia nazionale era formata da una compagnia con 110 militi attivi: aveva 71 elettori ammínistrativi e 19 politici inscritti al collegio di Bergamo. La sua Congregazíone di carità disponeva di un capitale di circa venti mila lire. A quel tempo esso formava ancora comune a sè: ma colla legge del 1935 sulla unificazione dei comuni esso è stato di nuovo riaggregato a Bergamo e non ne rimase distinto che nel campo ecclesiastico” (don Enrico Mangili, “La storia e l’origine di Valtesse”, cit. In bibliografia).

(3) P. Tosino, “La storia e l’origine di Valtesse” – Pubblicata a puntate da L’Eco di Bergamo, dal 20 febbraio al 12 marzo 1942.

(4) “Il grano del cimitero”, in: (A cura di) Paolo Aresi, “Bigio Long e gli altri – Storia e storie della gente di Valtesse,Valverde, Monterosso e Conca Fiorita”. Comune di Bergamo, Circoscrizione 4.

(5) P. Tosino, “La storia e l’origine di Valtesse”, cit.

(6) “Non sappiamo se alcuno si ricordò del patriota e scrittore Pasino Locatelli, e quale sorte toccò alla sua lapide tombale che portava l’epigrafe da lui dettata (…)”. Fra i sacerdoti:  “il primo che vi ebbe sepoltura fu il parroco di Valtesse, Valsecchi Gio Battista da Rossino, defunto il marzo 1820. Abbiamo poi tra i tanti, il sac. Antonio Cefis vice bibliotecario della Civica Biblioteca, il sac. Prof. Vincenzo Bonicelli insegnante per trentotto anni fisica al seminario, il sac. Paolo Fumio valentissimo nell’arte oratoria, Don Benedetto Mazzoleni pro cancelliere episcopale, ecc.”. “Nel periodo della dominazione austriaca vi ebbero sepoltura notabilità di quell’amministrazione; così, nel 1831, un Ernest Richeler von Binnenthal e l’anno dopo il command. K. Und K. Cav. Di Maria Teresa e S. Anna di Russia di II classe, Ludwig Freihew von Schonnermarck”. Vi ebbe sepoltura anche il poeta Rovetta (“La storia e l’origine di Valtesse”, P. Tosino, cit.).

(7) Sereno Locatelli Milesi, “La Bergamasca”, Edizioni Orobiche, Bergamo.

(8) P. Tosino, “La storia e l’origine di Valtesse”, cit.

FONTI

Luigi Volpi, “Memoria del Cimitero di Valtesse” – In memoria di Luigi Agliardi Presidente dell’Ateneo di Scienze Lettere ed Arti di Bergamo (Comunicazione fatta all’Ateneo di Scienze Lettere ed Arti di Bergamo nella seduta del 6 dicembre 1952). Il libro è stato stampato nel novembre 1952, in 371 copie numerate, dalla Stamperia Conti di Bergamo, via XX Settembre. 21 esemplari contrassegnati con lettere dall’A alla Z e 350 esemplari numerati dal N. 1 al N. 350. Esemplare 92.

Fondazione per la storia economica e sociale di Bergamo – Istituto di Studi e Ricerche, “Storia Economica e Sociale di Bergamo – Fra Ottocento e Novecento – Lo sviluppo dei servizi”.

Sereno Locatelli Milesi, “La Bergamasca”, Edizioni Orobiche, Bergamo.

(A cura di) Paolo Aresi, “Bigio Long e gli altri – Storia e storie della gente di Valtesse,Valverde, Monterosso e Conca Fiorita”. Comune di Bergamo, Circoscrizione 4.

P. Tosino (pseudonimo di don Enrico Mangili, parroco di Petosino), “La storia e l’origine di Valtesse” – Pubblicata a puntate da L’Eco di Bergamo, dal 20 febbraio al 12 marzo 1942.