Bergamo nel passato, fra rogge, torrenti e canali

Insieme al torrente Morla la città di Bergamo è interamente attraversata da una fitta geografia sotterranea di antichi canali, oggi in gran parte interrati, la cui presenza ha intrecciato per secoli un rapporto strettissimo con la vita, le attività e le abitudini dei Bergamaschi, svolgendo un’importante funzione nell’assetto topografico e nell’evoluzione economica della città prima del loro degrado e della conseguente, parziale copertura.

Con un pizzico d’immaginazione, di quel passato non poi così lontano possiamo sentire ancora l’eco: nei luoghi più appartati dei vecchi rioni è ancora possibile imbattersi nei vecchi canali oppure sentire, attraverso grate e chiusini, l’umidore del fiume imprigionato sotto la città e quasi dimenticato.

I MODULI DI PLORZANO E LA ROGGIA SERIO NEL QUARTIERE DI BORGO S. CATERINA

Tornando ai miei ricordi di bambina, si affacciano alla memoria alcuni scorci del mio quartiere di nascita, dove amavo seguire con lo sguardo lo scorrere pigro e poderoso della roggia Serio Grande – giustamente considerato il “fiume per Bergamo”, che scorre in via Barzizza a lato di Borgo S. Caterina ed è lo stesso che si scorge anche in via S. Lazzaro.

Via Borgo Santa Caterina

Ad un tratto l’acqua verdastra scompariva inghiottita nel nulla, lasciandomi assorta a fantasticare, fra apprensione e curiosità, su quel misterioso mondo sotterraneo, che immaginavo di esplorare, rabbrividendo.

I moduli di Plorzano, partitori della roggia Serio Grande, in via Barzizza nel 1910. Derivato dal fiume principale poco a valle del ponte di Albino, il canale – Fossatum communis Pergami – era stato scavato in età comunale a scopi irrigui e artigianali e poi sfuttato ad usi industriali. Lungo il canale e le sue derivazioni (“seriole”) sorsero officine, magli, mulini, laboratori tessili. L’edificio di fronte fu la sede di un filatoio che, situato all’inizio del borgo, sull’angolo con via Barzizza, sfruttava la forza della roggia Serio (Raccolta D. Lucchetti)

Un tempo, qui era tutto un altro mondo: sull’altro lato della stradicciola sorgeva un’officina poi abbattuta per consentire il transito del tram. Nei pressi venne realizzato il primo impianto per la produzione dell’energia elettrica – pure mosso dall’acqua della roggia -, con cui furono alimentate la funicolare e la rete tranviaria. Vi sorgevano anche un filatoio e la trattoria “Il Giardinetto”, con i tavoli all’aperto sotto i grandi tigli e le stalle da un lato.

Le massaie lavavano i panni presso il rudimentale lavatoio formato da un unico blocco di pietra, levigata dal continuo lavorìo.

Un’altra versione della fotografia precedente. Dalla roggia Serio Grande deriva la roggia Nuova – che si diparte a destra dell’immagine -, ricevendo da quella principale una quantità d’acqua sufficiente grazie allo sbarramento dei moduli di Plorzano. La roggia Nuova scorre alle spalle del borgo – entra nel Parco Suardi – e attraversa tuttora il centro cittadino, passando anche davanti alla chiesa di S. Bartolomeo

Non posso fare a meno, ora, di sorridere pensando che quel mondo creato dalla mia fantasia era lo stesso che popolava l’universo mentale di ogni bambino: le stesse domande, i medesimi turbamenti e fantasticherie.

LA ROGGIA SERIO GRANDE E LA ZOGNA, UN TOPONIMO DIMENTICATO

Un altro pezzo della Bergamo scomparsa si trovava nell’attuale via Suardi, dove attualmente sorge l’ex Caserma Scotti, che dal 1884 ha inglobato  parzialmente la “Zogna” – una bella villa suburbana d’inizi cinquecento – per edificare l’Infermeria Militare.

L’ingresso della Caserma Scotti, in via Suardi (anni ’70)

La villa, che a monte si  affacciava sulle sponde della roggia Serio, era posta ai margini dell’allora “Campo di Marte”, nome popolare con cui si designava  quella che sulle mappe era indicata sulle come “Piazza d’Armi”.

A destra, il gruppo edificato della “Zogna”, tra le attuali vie Cairoli, Ghislandi, Giovanni da Campione e Suardi, quest’ultima ben tracciata a sinistra dell’immagine, benchè non ancora terminata. Verso destra la “Piazza d’Armi” (la foto risale al 1924)

Come indicato nelle mappe sottostanti, il vicino quartiere di via Fratelli Cairoli, risalente al 1912, ha mutuato la titolazione di “Zognina” proprio dalla cinquecentesca villa “Zogna”: un toponimo di cui abbiamo perso la memoria.

La “Zogna”, villa suburbana fra la Roggia Serio e l’ex Piazza d’Armi, nel 1884 fu  parzialmente inglobata nella Caserma Scotti. L’edificio presentava richiami architettonici a Pietro Isabello e affreschi interni di Andrea Previtali (1510-12), in seguito strappati e conservati nel Palazzo del conte Guido Suardi (litografia – Bergamo – racc. Gaffuri)

 

 

Se ci spostiamo all’altezza di via degli Albani, pare di immaginare la bella dimora affacciata sull’antico canale, sulle acque che scorrono limpide e gaie in una chiara giornata di sole.

Da Villa “Zogna” a Caserma Scotti. L’edificio, affacciato da un lato sull’attuale via Suardi e dall’altro sulla roggia Serio Grande, è ripreso dalle chiuse di via degli Albani

“IL MORLA” O “LA MORLA”?

Il ponte sul rio Morla in Borgo Palazzo (1885 circa). Il torrente fu immortalato nei diplomi regii ed imperiali poiché diede il nome ad una Corte regia: “la corte Morgola… presso al fiume che fino ad oggidì porta lo stesso nome, in quel luogo che ora è detto Borgo Palazzo” (Lupi, 1780) – ( Raccolta D. Lucchetti)

Appunto: “Il Morla” o “la Morla”? Un quesito a proposito del quale l’indole bergamasca non nutre alcun dubbio, e che indusse Gino Cortesi a vergare con piglio poetico :

“Mi auguro che non mi capiti più di sentir dire, o di leggere, il Morla. Per i bergamaschi l’antica Murgula, più che un torrente (maschile), è una leggiadra ninfa che scende nottetempo dal Canto Alto, attraversa sinuosa e ancheggiante la città e va ad adagiarsi mollemente nei verdissimi prati della Bassa.
Non facciamole barba e baffi, per carità!” (1).

Veduta di Città Alta da via Torretta. Autore ignoto (Propr. Museo Storico di Bergamo)

Ricordiamo che anche il compianto studioso bergamasco Lelio Pagani la chiamava al femminile, rivelando con ciò un legame davvero forte e viscerale con la sua amata città.

IL GALGARIO, UN INCROCIO DI CORSI D’ACQUA

Due corsi d’acqua a cielo aperto, oggi interrati, cingono l’ex monastero del Galgario: la Morla, che da via Muraine va ad intersecare le attuali vie Suardi e Galgario, e la roggia Serio Grande, che corre parallela a via Suardi facendo di quest’angolo un punto nodale della città, legato alla presenza dei due principali corsi d’acqua cittadini.

L’ex monastero del Galgario e la torre del Galgario nella ell’aerofotografia del 1924. La via Suardi in questo tratto non è ancora tracciata, mentre via Pitentino (attuale via Frizzoni) è lambita dalla Roggia Serio Grande, che prosegue verso il centro della città. A destra dell’ex monastero corre la Morla

E fu proprio nella verdeggiante ansa, oggi completamente trasfigurata, che gli Umiliati fondarono il convento (occupato dalla seconda metà del XVII secolo dai frati Paolotti), compreso tra i due corsi d’acqua particolarmente ricchi di calcare (calcherium=Galgario): elemento prezioso per un Ordine dedito alla lavorazione e alla follatura della lana (2).

Giuseppe Rudelli (1790-1850). La chiesa e la torre del Galgario. Al Galgario, nella primitiva chiesa del SS. Salvatore trovarono sede  dall’inizio del XIII secolo gli Umiliati, che vi restarono sino al 1570, anno della soppressione dell’Ordine  

Adibirono alcuni stabili a mulino e a calchera (forno per la fabbricazione della calce) mentre la forza motrice della Morla azionava i macchinari per la produzione della polvere da sparo. Polvere che ancora nel Seicento veniva fabbricata presso la “polverista” (“edificio da polvere”) del Galgario, a costi inferiori e in quantità maggiori rispetto alle vetuste macine della Rocca.

Giuseppe Berlendis, La Morla dal Galgario (Bergamo, Biblioteca Civica)

Se in precedenza era soprattutto Venezia – alla quale Bergamo inviava il salnitro – a rifornire la nostra città di polvere da sparo,  nell’ex-convento la produzione avrebbe dovuto bastare per il fabbisogno non solo della fortezza ma anche per le fortezze vicine.

La torre del Galgario fungeva così da deposito, in tutto simile alle polveriere dell’alta città, comunque ancora in uso almeno sino alla metà del Settecento.

La piazza del Galgario, con la torre e l’ingresso al monastero nell’Ottocento, in un disegno di Giuseppe Rudelli (1790-1850). Il Galgario fu sede della prima fabbrica della polvere a Bergamo. In tempi più recenti è stato sede della Questura, sino a che negli anni Ottanta  non è stata edificata quella nuova (Propr. Sandro Angelini)

Ma essendo la collocazione nel Galgario troppo pericolosa per le vicine abitazioni (presso l’ex-convento si erano verificati alcuni incendi), la fabbrica per la polvere venne trasferita in una nuova e più sicura costruzione nei pressi della cappella del Sant’Jesus, dietro il monastero di Santa Maria delle Grazie, tra le vie Taramelli e Casalino, dove passavano due canali.

La cappella del Santo Jesus, tra le vie Taramelli e Casalino, demolita nel 1889. Accanto sorgeva la nuova fabbrica della polvere da sparo

Una nuova fabbrica venne poi costruita nell’edificio dell’ex convento di Santa Maria di Sotto, l’attuale “Conventino”, lambito dalla roggia oggi coperta.

Via Gavazzeni ieri e oggi. Nell’immagine più antica, la roggia è ancora scoperta 

I Paolotti vi giunsero nel 1668 dopo aver sostenuto a proprie spese anche i pregevoli interventi decorativi riemersi durante gli ultimi lavori di restauro in una porzione del convento, oggi destinato ad ospitare il dormitorio per i poveri.  Fra questi, spiccano le opere di Frà Galgario (al secolo Vittore Ghislandi, il più importante ritrattista lombardo della prima metà del XVIII secolo) e del figlio di Domenico, il più importante quadraturista locale del XVII secolo di cui ricordiamo, fra gli altri, gli interventi a Palazzo Terzi e Palazzo Moroni.

A Vittore in particolare, spetta il merito di aver devoluto al convento i proventi di molte sue opere, che servirono per edificare anche il ponte sul torrente Morla.

Pietro Ronzoni (1781 – 1862). Il ponte sopra la Morla al Galgario nella prima metà dell’Ottocento (proveniente dall’eredità di Daniele Farina da Bonate Sotto, nipote del Ronzoni)

Poi anche qui tutto è cambiato. La roggia Serio è stata per gran parte interrata.

Raffronto fra….Oggi & Ieri, 1916: la Roggia Serio nell’attuale via Frizzoni (allora via Pitentino), alla curva presso la torre del Galgario, lungo la Strada di Circonvallazione. La roggia scorreva esterna e parallela alla trecentesca cerchia delle Muraine che circondava i borghi, ponendosi a spartiacque fra la città e la campagna e scoraggiando anche eventuali incursioni  nemiche. Le Muraine vennero atterrate nel 1901

 

Via Tiraboschi ancora lambita dalla roggia Serio Grande (sulla destra)

 

Via Tiraboschi Ieri & Oggi

Oggi nei pressi di via Suardi la roggia Serio sottopassa il torrente Morla con un sifone.

Ponte di via Suardi: la griglia a protezione del sifone e sulla sinistra il canale di scarico al torrente Morla utilizzato per “alleggerire” il centro cittadino dalle piene

Intorno agli anni Ottanta si decise di coprire il torrente Morla per costruire la nuova sede della Questura, all’angolo tra via Noli e via Suardi: dell’area resta però qualche foto-ricordo.

Il ponte di via Suardi osservato da via Noli, prima della copertura del torrente Morla e della costruzione della nuova Questura

 

In lontananza, il ponte del Galgario osservato da sotto il ponte di via Suardi

 

Il ponte di via Suardi dall’alto con a destra la via Noli, nell’area attualmente occupata dalla sede della Questura

 

Tra via Noli e via Suardi Ieri & Oggi

I TANTI REGNI DELLE LAVANDAIE

Quando rogge e canali scorrevano per lunghi tratti a cielo aperto, le nostre nonne e bisnonne vi si recavano a lavare i panni in ogni stagione. Vi arrivavano la mattina presto, sospingendo le carriole cigolanti e cariche di biancheria o curve sotto un bastone assicurato al collo dal quale pendevano, in equilibrio, due grandi secchi.

Il dipinto di Costantino Rosa – “La Morla al mulino del Galgario” – ritrae in una visione idealizzata e romantica una donna con accanto una cesta ricolma di panni (Bergamo – Proprietà arch. M. Frizzoni)

L’abbondanza di corsi d’acqua permetteva a molte famiglie di ricavare sostentamento grazie all’attività di lavandai, che si svolgeva sulle rive della Morla (e l’abbiamo visto qui), della Tremana e sui canali delle rogge Serio, Nuova, Morlana, Guidana: sui tanti piccoli e grandi corsi d’acqua che disegnano la complessa geografia del sottosuolo della città.

La “Ca dei sòi”, nella valletta di Valverde, attorniata da lunghe fila di LENZUOLA stese ad asciagare, segno evidente della presenza nella cascina dell’attività di lavandai (Raccolta D. Lucchetti)

 

Uno scorcio dell’attuale centro cittadino ripreso intorno al 1895 con la chiesa di S. Maria delle Grazie la roggia Morlana (risalente almeno al secolo XII), derivata dal Serio all’altezza di Nembro e ancora visibile in via Madonna della Neve. Al partitore del Casalino essa si divide nelle rogge Colleonesca e Coda Morlana, dirette ad irrigare i territori di Stezzano, Levate e Pognano: venne infatti ampliata da Bartolomeo Colleoni per poterne poi derivare altre rogge

 

La roggia a Campagnola, nel 1910

 

Colognola nel 1952: la roggia Guidana, realizzata prima del 1453

 

La roggia alla Malpensata

 

La filanda sulla roggia, in via Daste e Spalenga

LA “PICCOLA VENEZIA” SUL CANALE

Dall’Ottocento il Comune volle dotare diversi rioni di lavatoi, alcuni dei quali sorsero anche lungo il complicato reticolo dei canali della roggia Serio. Uno di questi si trovava lungo la via San Rocco: un angolo pittoresco del borgo di San Leonardo – scomparso nella prima metà del Novecento sotto una gettata di cemento -, che restò a lungo uno dei soggetti preferiti dai pittori.

Il canale Serio nella zona di via S. Lazzaro (Racc. Gaffuri)

 

Il canale Serio in via S. Lazzaro (Racc. Gaffuri)

 

Il canale Serio tra via Broseta e via San Lazzaro (Racc. Gaffuri)

E ci fu chi lo chiamò “piccola Venezia”.

La Seriola nuova in via San Rocco, prima della copertura.  Ospitava il regno delle lavandaie, che vi giungevano attraversando le passerelle affacciate sulla roggia: quella a fianco della chiesa di San Rocco è utilizzata ancor oggi (Raccolta D. Lucchetti)

Vi sorgeva la “trattoria La Morala”, la cui insegna campeggia nella foto e cui si accedeva dal ponticello da via San Rocco o da via Broseta, da cui proveniva la maggior parte delle massaie. Poco distante c’era  la trattoria dei Tre Gobbi, preferita da Gaetano Donizetti.

In via Manzù nei pressi dell’attuale Triangolo rimane un tratto che scorre in superficie, testimonianza dell’antico rapporto del centro urbano con il millenario fossato. Era attraversato da un ponte con alzata che portava alla chiesa di San Rocco. Lo stesso ponte con portichetto è ricordato in un’immagine ottocentesca ed esiste tuttora anche se dalla parte di vicolo San Rocco non ha più le sembianze di un ponte poiché il canale è stato interrato. Uno stretto passaggio sotto il portichetto lo collega ancor oggi all’entrata della chiesa in via Broseta

La tettoia lungo il canale consentiva di lavare i panni stando al riparo dalla pioggia. Era l’unica comodità concessa alle massaie, che nella seriola trovavano acqua in abbondanza rispetto ai pochi secchi forniti dai pozzi nei cortili.

Il lavatoio di via S. Lazzaro (vecchie cartoline della Raccolta D. Lucchetti)

 

La signora Fiorella, in una foto-ricordo davanti al lavatoio di via San Lazzaro (per gentile concessione di un amico)

Di questo minuscolo regno delle lavandaie si avverte ancora l’eco: delle voci, dei canti e delle risate, del fragore dei panni strusciati e battuti sulla pietra, dove le donne davano libero sfogo alle gioie ed ai dolori, che non trattenuti scorrevano via, insieme alla corrente.

Via S. Lazzaro Ieri & Oggi

QUANDO SI PESCAVA NELLA MORLA

Come molti di noi hanno appreso dai racconti dei rispettivi padri e nonni, nelle rogge cittadine, ricche di pesci e gamberi, pescare era la norma.

Città Alta dal rio Morla dalla zona di via Suardi. E’ riconoscibile, a sinistra, il campanile della chiesa di S. Alessandro della Croce, in via Pignolo alta (Raccolta D. Lucchetti)

Tutti sanno che quand’essi erano ragazzi la Morla era assai pescosa; un abitante di Valtesse ricorda la pesca col martello: si tramortiva il pesce sferrando un colpo secco su di una pietra che affiorava dall’acqua affinché questi venisse a galla per poi  essere agevolmente catturato.

Giuseppe Rudelli – Veduta di Città Alta dal torrente Morla presso il Galgario (Bergamo – proprietà ing. L. Angelini)

Un altro metodo consisteva nel pescare con un tubo in vimini a forma d’imbuto, rivolto controcorrente per far sì che il pesce vi restasse intrappolato.

I BAGNI E I TUFFI NELLA MORLA

E ovviamente, nelle limpide acque della Morla – “il Tevere bergamasco” secondo la definizione di Carlo Traini – si facevano anche i bagni.

Nella zona di Valtesse il torrente offriva ai nostri nonni diversi punti favorevoli a belle nuotate, bagni ed anche tuffi: si andava al gor di Tajocchi, in fondo alla strada della Morla, al gor di Vanai, poco dopo i Mortini e a quello di Cornago, un po’ più a valle.

E poi, al gor del cimitero o del piantù, ritenuto il più grande e il più interessante anche per la presenza di un grosso gelso che fungeva da piattaforma di lancio per i tanti ragazzi che, tuffandosi, battevano talvolta la zucca sul fondo poiché… l’acqua non era poi così profonda.

1925: due bimbi della famiglia Corti, della parte alta di via Valverde fanno il bagno nella Morla all’altezza dell’attuale via Serena

Si andava anche al gor di Capù, nella zona di via Baioni sotto le mura di S. Agostino, frequentato anche dai ragazzi di Città Alta e nelle belle estati degli anni Cinquanta si amava nuotare alla Mezza della Morla, dove poco prima dello Stadio una piega del torrente formava una graziosa insenatura con tanto di spiaggetta.

Ieri & Oggi: Palazzina Scanzi in piazzale Oberdan

QUESTIONI DI DECENZA

Luigi Deleidi detto Il Nebbia – Il Ponte di Borgo Palazzo. Penna e acquarello su carta (dall’album Vimercati Sozzi, Bergamo – Biblioteca Civica)

Come in tutti gli specchi d’acqua della città, anche sulle rive della Morla vigeva per questioni di decenza una tacita regola che richiedeva di adottare costumi da bagno non troppo ridotti; regola che peraltro sovente non veniva rispettata, come del resto evidenziato in una lettera recapitata all’Eco di Bergamo:

“Richiamo ancora una volta l’attenzione delle Autorità di pubblica sicurezza su alcuni bagnanti che, senza alcun riguardo, senza alcuna decenza, si tuffano in acqua nella Morla, in Borgo Palazzo, proprio nel momento in cui dallo stabilimento Oeticker escono le operaie. Si tratta di cosa indecentissima e non si capisce perché l’Autorità, più volte sollecitata, continui a fare orecchie da mercante”.

Una irriconoscibile via Borgo Palazzo. Piazza S. Anna ancora non esiste e la via A. Maj non è stata tracciata

LA TRAGEDIA ALLA CHIUSA DI VIA COGHETTI 

Va annotato purtroppo anche un tragico fatto accaduto nel 1946 alla chiusa di via Coghetti, quando la roggia fu fatale per un povero ragazzino che, per non essere da meno con gli amici, si cimentò – solo e al riparo dagli sguardi beffardi dei coetanei – in una pericolosissima prova di coraggio che in quel periodo  veniva messa quotidianamente in atto dai monelli del posto.

Via Coghetti con il campo di grano, prima della costruzione del quartiere San Paolo

Una prova che gli costò la vita perché rimase intrappolato nel meccanismo della chiusa e venne semi-tranciato dalle lamiere.

All’angolo tra via Palma il Vecchio e via Coghetti

INSEGUENDO LA TREMANA

Come la Morla, anche le acque della Tremana erano linde e trasparenti e prima della sua copertura i bambini si divertivano a percorrerla a piedi scalzi sino alle pendici della Maresana, laddove il torrentello veniva inghiottito dalla roccia.

La Tremana nasce sotto la chiesetta della Maresana e scende formando una valletta incantevole fino a Monterosso, dove – ahinoi – viene ingoiata in una galleria di cemento.

Il colle della Maresana dalla Montagnetta, sopra Valverde. Il torrente Morla nasce alle pendici del Canto Alto e all’altezza di viale Giulio Cesare riceve il contributo del torrente Tremana, il cui bacino interessa proprio il versante della Maresana (Racc. Gaffuri)

Il corso d’acqua costeggiava tutta la via, che negli anni ’40/’50 era solo un sentiero in terra battuta. Si gonfiava solo in certi periodi dell’anno e l’acqua era così limpida da consentire il bagno e la pesca.

Via Tremana negli anni ’40, ancora percorsa dal torrente, con il Lazzaretto, lo Stadio comunale e le piscine annesse; a metà via è visibile il “Ponte di pietra” che  attraversava il torrente Tremana

Il suo alveo fu coperto con la costruzione dei condomini del quartiere di Monterosso e il ponte venne demolito

LA ROGGIA SERIO: “IL MARE DI BERGAMO” AL GALGARIO

Ci fu poi un tempo in cui presso la torre del Galgario sorgeva una sorta di piscina, costituita dal corso del Serio Grande: l’antesignana della pubblica piscina cittadina realizzata dapprima presso lo Stadio comunale e molto più tardi presso l’attuale “Italcementi” nella Conca d’Oro.

Nell’Aerofotografia del 1924,  si individuano i primi bagni pubblici di Bergamo, nel groviglio di strade ed edifici (scala 1:2000 – Società Anonima Airone)

La piscina – un vero e proprio stabilimento balneare – si trovava all’altezza dell’ex monastero del Galgario, dove più tardi sorse il comando ormai in disuso di Polizia Stradale, ed è proprio qui che faceva bella mostra l’insegna “Bagni pubblici”.

L’attuale via Frizzoni ai primi del Novecento, con la roggia ancora scoperta e, sullo sfondo l’edificio dei “Bagni pubblici”

Erano stati aperti il 2 giugno del 1886 in seguito a un’ordinanza del sindaco per consentire alla cittadinanza, al costo di qualche centesimo, il bagno e il nuoto pubblico. Lo stabilimento balneare era aperto ogni giorno, da giugno a settembre, dalle ore 5 alle 14 e dalle 16 alle 21.

Quando i nostri avi scavarono il canale Serio, mai e poi mai avrebbero potuto immaginare che i loro lontani successori vi avrebbero realizzato una piscina colmata dalle acque correnti della roggia!..

L’alveo della roggia Serio presso la torre del Galgario (Racc. Gaffuri) E’ sicuramente antecedente al 1910 in quanto venne pubblicata in quella data sul libro“Bergamo” di Pietro Pesenti, per la collana Italia Artistica. Dietro la torre, l’ingresso ai “Bagni pubblici”

 

La Caserma Colleoni presso il Galgario con relativa torre e la roggia Serio ancora scoperta, che correva parallela alle demolite Muraine

Luigi Pelandi assicura che ancora negli anni Sessanta era visibile il portone che dava accesso al “misero stabilimento dei bagni pubblici popolari”.

L’attuale via Frizzoni da Borgo Palazzo verso la torre del Galgario: è visibile in fondo a destra l’edificio che fu sede dei “Bagni pubblici”

Nella piscina dello stabilimento – che tutti chiamavano “I bói” ad indicare i bollini che certificavano il pagamento dell’ingresso -, la metà più a monte era riservata ai nuotatori più esperti e la parte a sud ai principianti.  C’erano anche dei camerini – alcuni dei quali in uso dei facoltosi – che con l’annesso servizio di biancheria costavano solo due soldi.

Il medesimo tratto negli anni successivi, con la roggia ormai interrata

La sorveglianza naturalmente assicurava che venissero osservate le predette  regole di decenza affinché i costumi non fossero troppo ridotti.

IL BAGNO DI CAPODANNO NELLA ROGGIA SERIO 

Ne “Il Novecento a Bergamo”, Emilio Zenoni assicura che nello “stabilimento balneare” per un periodo vi era stato una specie di fuori programma, il bagno – o per meglio dire la Gara – di Capodanno. Nell’occasione, “I bòi” venivano riaperti in via del tutto eccezionale e i nuotatori esentati dal prezzo del bollino.

La prima competizione si era tenuta il 14 gennaio del 1906; la gloriosa stagione “Cimento invernale” si chiuse con la gara del 14 gennaio 1920.

La temeraria impresa – un centinaio di metri in totale – partiva dalla torre del Galgario per raggiungere la Porta di Sant’Antonio, all’imbocco di via Pignolo  bassa.

Porta S. Antonio con a lato la roggia Serio Grande

 

1916: la roggia Serio Grande all’altezza della torre del Galgario nell’allora via  Pitentino (oggi Frizzoni), da cui partivano le dispute del “Cimento invernale”

Memorabile la gara del primo gennaio del 1915 quando alle 14.30 quattro nuotatori della Società Bergamasca di Ginnastica e Scherma fecero una bella  nuotata nelle acque della roggia Serio, lungo l’ormai consueto percorso. L’acqua era gelida e la temperatura dell’aria misurava meno quattro gradi!

Il “teatro” del “Cimento invernale”: il tratto di via Frizzoni da Borgo Palazzo alla torre del Galgario

L’Eco di Bergamo annotava: “Ieri largo concorso pubblico assiepato lungo gli argini del canale. Malvezzi, ha coperto l’andata ed il ritorno risalendo la corrente, raccoglie insistiti applausi. Gli organizzatori offrono una medaglietta ricordo e un provvidenziale vin brulé. I Rarinantes benestanti, a loro spese, bevono un grappino al bar della piazzetta di Santo Spirito”.

LE DRAMMATICHE PIENE DELLA MORLA

Il ponte di Borgo S. Caterina nel 1910. Luogo di rogge e fiumane che si incontrano ed accelerano, precipitando dagli scivoli dell’alveo sotto il manto stradale

Nonostante la sua modesta portata, nel corso del tempo la Morla ha causato non pochi guai, ricordati persino da Mosè del Brolo: paurosi straripamenti, inondazioni e vittime, ricordate in una una lapide apposta sulla facciata di un’ex chiesetta costruita sul suo argine in località “Scuress”, a Ponteranica.

Presso il Ponte di Santa Caterina, un muro massiccio serviva per proteggere le abitazioni dalle piene del torrente, causa frequente di notevoli danni.

Il Ponte di Borgo S. Caterina tra la fine degli anni Venti e l’inizio degli anni Trenta, quando il cancello daziario e gli edifici annessi sono già scomparsi insieme al ponte di vecchie pietre sulla Morla, ora scavalcata da un ponte un cemento sul quale sta transitando il tram (sotto il ponte, sono tuttavia ancora ben visibili gli archi del ponte originario)

La Morla infatti è un torrente dal corso tortuoso con il fondo lastricato di rocce cenericce e sfaldabili chiamate Sass de la Luna: quando è in secca non ci si accorge della sua esistenza ma in occasione di piogge abbondanti si sveglia e può diventare pericolosa, gonfiandosi anche grazie all’apporto della Tremana, che intercetta in viale Giulio Cesare, e del Gardellone, di cui dal 1950 riceve soltanto le acque di sfioro.

Tra le non poche calamità naturali causate in passato dal torrente in particolare nei borghi di Santa Caterina e Palazzo, memorabile è quella del 3 maggio 1936 quando, in una bella giornata di sole seguita a molti giorni di maltempo, senza alcun preavviso un vero e proprio diluvio si abbatté sulla città: i torrenti Tremana e Gardellone furono presto in piena e riversarono tonnellate d’acqua nella Morla, il cui straripamento era già stato causa di danni nel 1932.

Il ponte sulla Morla in Borgo Palazzo (Racc. Gaffuri)

La parte bassa a oriente della città era in stato d’allarme. Nonostante verso le 20 si cominciassero ad udire le sirene dei pompieri (che ricevettero la bellezza di 106 chiamate in meno di un’ora!), non v’era l’impressione che in diversi punti della città stesse avvenendo qualcosa di grave. Invece in Borgo Santa Caterina e in Borgo Palazzo le acque erano ormai straripate e scorrevano nelle strade come nel letto di un fiume.

Si videro delle ossa galleggiare, dovevano essere quelle dell’antico cimitero di Valtesse. La violenza dell’acqua fu tale da sfondare numerose saracinesche di negozi ed anche quelle della Banca Mutua Popolare, che venne piantonata dai carabinieri. I pompieri compirono diversi atti “eroici” di salvataggio, mettendo in salvo soprattutto donne anziane che stavano per essere travolte dalla corrente.

La piena della Morla a Valverde. Fotografia di Carlo Scarpanti

Lungo l’elenco dei danni: particolarmente ingenti quelli arrecati alla ditta Seguini, la cui vasta e fornitissima cantina era stata devastata, data la rottura di numerose botti, di ben dodicimila fiaschi di vino e di bottiglie di liquori, che si mischiarono all’acqua che scorreva per strada.

A Valverde e a Valtesse la furia delle acque abbatté diversi muri e sradicò non pochi alberi, mentre sue violentissime scariche elettriche causarono la rottura dei vetri di numerose abitazioni. Annegarono molti animali da cortile.
Il rumore della corrente era pauroso e impressionante.

La piena della Morla a Valverde. Fotografia di Carlo Scarpanti

All’ospizio della Bonomelli, dove l’acqua aveva superato i due metri, fra i ricoverati si contarono 11 feriti e due vittime per annegamento.
In tutta la città fu interrotta l’energia elettrica ma fortunatamente il telefono continuava a funzionare. Intervennero anche i soldati e il podestà, anch’egli gettandosi in acqua per salvare qualcuno.

Anche alla Malpensata la furia della corrente abbattè dei muri, bloccando la gente al cavalcavia, mentre in Borgo Palazzo il tram per Seriate era semi-sommerso e a Torre Boldone  le acque divelsero i binari del tram di Albino.

Anche la furia del Gardellone fece una vittima, il ventenne Giuseppina Bonomi.
L’allarme cessò soltanto alle 2 di notte e quando le acque si ritirarono, lasciarono al suolo una coltre di fango spessa 20 centimetri.

La piena aveva lasciato i suoi segni funesti su tantissime case (3).

E POI TUTTO (O QUASI) VENNE COPERTO

Accanto a quella tragica del 1936, la storia della Morla registrò altre drammatiche piene (di cui memorabili furono quelle del 1896, 1932, ’37, ’40, ’46, ’49 e ’76), che accesero discussioni e rafforzarono il convincimento di coprire le rogge cittadine.

La piena della Morla presso il piazzale della stazione, 1937

Al carattere insidioso del regime torrentizio della Morla, che alternava lunghe secche a potenti e rovinose piene, si era aggiunto il progressivo degrado del torrente causato dall’aumento delle acque di scarico civili: con l’incremento edilizio gli antichi pozzi neri erano stati abbandonati e gli scarichi delle fognature finivano nel torrente, dove peraltro la popolazione trovava più comodo e sbrigativo gettare rifiuti.

Nella foto sopra, la Morla nel 1960 tra via Cesare Battisti e via Pitentino, ripresa dal Palazzetto dello Sport; si intravede l’edificio detto “Nave”, in primo piano nella seconda fotografia: Il torrente venne coperto nel 1962 e la via venne dedicata all’Ingegnere Idraulico Alberto Pitentino, gran maestro di chiuse e canali, vissuto nell’ultimo scorcio del XII secolo

 

Ieri & Oggi: il ponte di Borgo Santa Caterina, dove un tempo la Morla scorreva a cielo aperto (piazzale Oberdan)

 

L’arcata del vecchio Ponte di Borgo S. Caterina ripresa nel gennaio del 2013 in occasione del rifacimento della copertura stradale

Tutto ciò contribuì in breve tempo a fare della Morla una discarica a cielo aperto: era spaventosa a vedersi e fu per molto il regno dei topi, delle zanzare, di insetti di ogni sorta, che trovavano nel “pittoresco” un ambiente quantomai favorevole, portando alla decisione di coprire il torrente nel 1962.

Giustamente o ingiustamente, la stessa sorte toccò gran parte delle rogge cittadine, che vennero in gran parte obliterate dal cemento per ragioni igieniche, di vivibilità  e per allargare strade o realizzare parcheggi.

La zona di Borgo Santa Caterina vide scomparire totalmente il corso d’acqua che ne aveva caratterizzato la storia, posto sotto il manto di nuove strade e piazzali, su cui venne costruito anche il nuovo palazzetto dello sport della città

Le poche sopravvissute in città sono oggi ridotte a rivi maleodoranti. La pittoresca Bergamo dei canali e delle rogge è quasi del tutto scomparsa.

 

Note

(1) Gino Cortesi, “L’Eco di bergamo del 14/07/’97.

(2) Tosca Rossi, “A volo d’uccello – Bergamo nelle vedute di Alvise Cima – Analisi della rappresentazione della città trà XVI e XVIII secolo”, Litostampa, Bergamo, 2012.

(3) “Il Novecento a Bergamo – Cronache di un secolo”. Di Pilade Frattini e Renato Ravanelli. A cura di Ornella Bramani – Vol. II. UTET. Anno 2013.

Riferimenti essenziali
– “Valverde e dintorni” – Centro ricreativo Valtesse per la Terza Età – A cura di Gino Pecchi.
– “Il Novecento a Bergamo – Cronache di un secolo”, Pilade Frattini e Renato Ravanelli – UTET.
– Per il “Cimento invernale: L’Eco di Bergamo – 28 dicembre 2013.

Il torrente Morla, “la Nave”… e la Curtis Murgula

Veduta di Città Alta dal torrente Morla presso il Galgario. Racc. Ing. Angelini. Da Luigi Angelini, “Il volto di Bergamo nei secoli”

Benchè sia ormai inglobato nel tessuto cittadino, Il torrente Morla – “la Morla” per tradizione – è storicamente considerato il “fiume di Bergamo”, dal momento che ben 8 chilometri dei 14 totali sono compresi nel territorio comunale del capoluogo orobico.

Anche se la Morla non può, e non poteva competere, per volume d’acqua e per lunghezza di percorso, con i due fratelli maggiori – il Serio e il Brembo, onorati dal Tasso nel famoso sonetto – supera questi ultimi per importanza storica; per centinaia d’anni essa fu ammessa nella nomenclatura dei fiumi: nei diplomi imperiali di dieci secoli fa è chiamato flumen, e
Mosè del Brolo otto secoli or sono nel suo Pergaminus cantava: “un fiume a cui di Morla han dato il nome”.

Nasce dal Monte Solino, alle pendici del Canto Alto, e dal Col di Ranica, propaggine della Maresana, e all’altezza di viale G. Cesare riceve il contributo del torrente Tremana; del Gardellone riceve soltanto le acque di sfioro, e ciò da quando, nel 1950, per evitare che la Morla esondasse in città in caso di abbondanti piogge, tale torrente fu deviato direttamente al fiume Serio in territorio di Torre Boldone.

Come facilmente intuibile, la  portata della Morla è largamente dipendente dagli apporti meteorici.

Dopo aver attraversato, con andamento meandriforme, Sorisole, Ponteranica e Bergamo, la Morla assume un andamento quasi rettilineo, delimitando il perimetro comunale a est e lambendo il Corpo Santo di Campagnola a sud.

Oggi l’alveo attivo del torrente Morla scorre in una direzione completamente diversa rispetto al passato, in seguito ad importanti interventi di rettifica e canalizzazione.

Lasciata la città, la Morla attraversa Azzano S. Paolo, fiancheggiata lungo le rive da un’ampia fascia boschiva, procede verso Zanica, segnandone i poderi con le antiche linee di confine, ed infine raggiunge Comun Nuovo, dove si dirama in canali minori: una parte piega verso sud, accompagnata da un’interessante fascia alberata, per poi dividersi i in altre diramazioni che irrigano i campi al di sopra della Strada Francesca. La parte finale si disperde infine nel sistema irriguo di Spirano e zone limitrofe (elaborazione grafica su mappa tratta da Mapire)

Anticamente, il paleoalveo della Morla, documentato al XIII secolo, raggiunta la città di Bergamo a est, dopo aver compiuto un’ampia curva che la evitava proseguiva verso la zona dell’insediamento dell’ex-Gres di via S. Bernardino (ed esattamente a ovest di tale insediamento industriale),  continuando poi in direzione di Grumello del Piano. Da qui si disperdeva in una zona acquitrinosa con altri corsi d’acqua provenienti dalle pendici collinari occidentali.

Nell’area compresa tra la ferrovia e l’area dell’ex-Gres (via S. Bernardino), si possono ancora chiaramente riconoscere le tracce dell’antico corso della Morla: un tracciato ampio fino a qualche decina di metri, delimitato da due principali scarpate e da una serie di terrazzamenti che segnano l’area di influenza del torrente durante gli episodi di esondazione. “Fino agli anni Ottanta del secolo scorso i tratti del paleoalveo venivano sfruttati, sia per la natura limosa dei terreni che per la loro pendenza costante, per realizzare le marcite, tipico sistema di coltivazione lombardo, costituito da prati stabili irrigati con un velo continuo d’acqua perché seguitino a vegetare per permettere tagli d’erba, anche fino a 8-10 nella stagione fredda (Galizzi, 2012)”. Tale morfologia è ancora parzialmente presente nel disegno dei pochi campi agricoli ancora esistenti (Il paleoalveo del torrente Morla).

L’antico percorso della Morla venne deviato nel Duecento per irrigare nuovi campi bonificati, e nel 1253 il Municipio di Bergamo “alienò parte dei suoi terreni a sud di Campagnola e li affidò a ricche famiglie aristocratiche (tra cui i Suardi e i Grumelli) che li gestirono e li coltivarono destinando la produzione di fieno e ortaglie alla città. Le tracce di tale operazione permangono oggi nei designatori, con la presenza della via dei Prati, a Campagnola, che corre ancora oggi lungo la roggia. Successivamente lo stesso schema della bonifica venne applicato per la fondazione del centro di Comun Nuovo, situato qualche km a sud di Colognola in direzione di Caravaggio” (Il paleoalveo del torrente Morla).

Nei tempi antichi la Morla costituiva una fonte di vita per gli abitati che lambiva.
Durante il periodo medioevale la stessa città di Bergamo ricorreva alle sorgenti della collina per i propri bisogni idrici e domestici, ed ancora in tempi più recenti, almeno fino alla prima metà del XX secolo, la Morla fu utilizzata per fini domestici, in primis per lavare i panni, in quanto le sue acque erano dotate di una grande limpidezza.
Le persone più anziane ricorderanno certo con nostalgia i tempi in cui la Morla pareva “acqua sorgiva”, al punto tale che le massaie utilizzavano la sua acqua per lavare la biancheria, che stendevano sulle rive e nei prati ad asciugare e che, secondo l’esperienza di allora, con la luce ed il calore solare acquistava maggiore candore.
Inoltre, il suo alveo, adagiato su uno strato impermeabile argilloso, permetteva l’estrazione agli inizi del secolo di un’eccellente qualità di argilla (“unica nel suo genere”), con la quale venivano fabbricate stoviglie fra le migliori della Bergamasca.

La Morla lungo la sua storia causò grossi guai, paurosi straripamenti, inondazioni e vittime, ricordate in una lapide risalente all’epoca della dominazione veneta, affissa sulla facciata di una ex chiesetta costruita sul suo argine in località “Scuress” (Ponteranica).

Particolare tratto dall’aerofotografia della Città di Bergamo del 1924. La Morla, ancora scoperta, nell’area prospiciente lo scomparso edificio noto come “Nave”, in via Pitentino 1. La “Nave” guadagnò tale denominazione per la sua caratteristica forma

 

La Nave di via Pitentino (fotofrafia Rinaldo Della Vite) tratta dal libro di Don Francesco Garbelli

La Morla infatti è un torrente dal corso tortuoso con il fondo lastricato di rocce cenericce e sfaldabili chiamate  Sass de la Luna: quando è in secca non ci si accorge della sua esistenza, mentre in occasione di abbondanti precipitazioni si sveglia e può diventare pericolosa.

La Morla a Valverde. Fotografia di Carlo Scarpanti

 

La Morla a Valverde. Fotografia di Carlo Scarpanti

Le calamità naturali legate alle esondazioni della Morla sono ricordate dal poeta bergamasco Mosè del Brolo e dal Mazzi nella sua corografia bergomense. Quest’ultimo scriveva: “Il torrente provenendo dalle alture di Ponteranica, corre vicino alla città dalla sua parte orientale e se non è infelice esagerazione di poeta, si può credere che negli antichi tempi recasse non pochi guasti alle vicine campagne, giacchè di esso canta il nostro Mosè: Prossimo al Monte cittadin trascorre, un fiume a cui di Morla han dato il nome, e crudelmente le campagne inonda”.

Ricordiamo anche gli enormi guasti arrecati alla città di Bergamo, e in particolare a Borgo S. Caterina e Borgo Palazzo, nella primavera del 1936, quando persero la vita due persone.

Il cronista di allora così scriveva su “L’Eco di Bergamo”:
“il 3 maggio 1936 nel tardo pomeriggio dopo una giornata afosa si avevano i prodromi di un temporale proveniente da est e che è stato veramente impressionante.
La zona fortemente colpita è stata Borgo S. Caterina tanto che oltre alle case e cantine allagate le ossa del vecchio cimitero di Valtesse affiorarono sul terreno.
Questo grave episodio è stato determinato dallo straripamento dei torrenti Tremana e Gardellone, confluenti del Morla. Essi sono alimentati dal bacino imbrifero del Canto Alto da un lato e dalla zona collinare dall’altro.
Un fenomeno del genere si è avuto nel 1932 ma meno grave, perché avvenuto in un periodo di siccità mentre questo a seguito di continue piogge…”

Accanto a quella tragica del 1936, la storia della Morla registrò altre drammatiche piene, e tra queste, quella del 1896, del 1932, del 1937, del 1940, del 1946, del 1949 e del 1976.
In quelle occasioni si accesero discussioni, polemiche, dibattiti, volti a porre rimedio a queste calamità, studiando quindi una soluzione definitiva.
Dopo numerosi progetti si decise di canalizzare parte del corso cittadino del fiume, coprendone alcuni tratti. L’opera, che comportò ingenti sforzi non soltanto economici, si concluse nei primi anni sessanta modificando definitivamente la natura del torrente.

Via Cesare Battisti fiancheggiata dal torrente a cielo aperto

 

La “Nave” dopo la copertura della Morla. L’edificio venne abbattuto nel 1985, per far posto all’attuale parcheggio

La zona maggiormente interessata fu Borgo Santa Caterina, che vide scomparire totalmente il corso d’acqua che ne aveva caratterizzato la storia, posto sotto il manto di nuove strade e piazzali, su cui venne costruito anche il nuovo palazzetto dello sport della città.

Il Palazzetto dello Sport in costruzione. Proprietà Archivio Wells

 

La “Nave” e sullo sfondo a destra il Palazzetto dello Sport in un disegno a carboncino di A. Gritti, eseguito nel 1970 e rinvenuto in un mercatino

Venne quindi eliminato anche il caratteristico ponte di Borgo santa Caterina, da secoli delimitazione territoriale del quartiere stesso.

Il Ponte di S. Caterina nel 1910. Il tracciato delle Muraine seguiva l’andamento del muro che delimitava l’alveo del torrente dal lato di via Cesare Battisti, fungendo anticamente da fossato difensivo. La via Pitentino (a destra) era esterna alle mura dei borghi. Il massiccio muro verso la Morla serviva per proteggere le abitazioni della zona dalle piene del torrente, causa frequente di notevoli danni. Il vecchio cancello daziario e gli edifici annessi, erano già stati demoliti, ed è anche scomparso il ponte di vecchie pietre sopra il torrente, ora scavalcato da un ponte in cemento. Sono però visibili gli archi del ponte originario. Nel 1962 la Morla fu coperta anche nel tratto da S. Caterina al largo del Galgario

Un altro tratto in cui il torrente venne nascosto alla vista della città fu immediatamente dopo il ponte di Borgo Palazzo, per riemergere dal buio in prossimità della stazione ferroviaria, sotto la quale scorre l’ultimo tratto sotterraneo.

A seguito di questa grande opera il torrente venne relegato ad un ruolo sempre più marginale, tanto che col passare del tempo venne considerato sempre più una sorta di discarica a cielo aperto.

La Morla in via Battisti in un’immagine antecedente la copertura della Morla e la costruzione del Palazzetto dello Sport, inaugurato nel 1965. Sullo sfondo si individua l’edificio della “Nave”

 

La Morla nel 1960, tra via Cesare Battisti e via Pitentino (scattata da sud): una fogna a cielo aperto coperta nel 1962

 

Un immagine non molto dissimile dell’area, nel periodo in antecedente la copertura del torrente e la costruzione del Palazzetto dello Sport. Proprietà Archivio Wells

Soltanto con l’avvento del XXI secolo cominciò a verificarsi una nuova presa di coscienza da parte dei cittadini e delle autorità, che hanno posto la Morla al centro di un’opera di recupero ambientale. A tal riguardo è nato anche un Parco Locale ad Interesse Sovracomunale (PLIS) volto alla tutela ed al rilancio delle aree della pianura bergamasca interessate dal corso della Morla e dalle rogge da essa derivate.

L’arcata del vecchio Ponte di Borgo S. Caterina, immortalata nei primi mesi del 2013 in occasione del rifacimento della copertura stradale

La Morla fu  immortalata nei diplomi regii e imperiali, poiché diede il nome alla Corte regia di Borgo Palazzo: è noto infatti che con i  Longobardi  il territorio cittadino venne riorganizzato nel sistema curtense venendo diviso in due Corti Regie: una corte si trovava nella “civitas” (la città sul colle) e un’altra nella “curtis Murgula” (l’attuale città bassa), a sancire quella suddivisione fra le “due” città che  ancor’oggi sopravvive.

Il Lupi, che nel 1780 scriveva : “la corte Morgola… presso al fiume che fino ad oggidì porta lo stesso nome, in quel luogo che ora è detto Borgo Palazzo”, spiega che la curtis era un possedimento, o vasto feudo, appartenente a qualche particolare famiglia, la quale aveva la propria abitazione in forma di castello o di palazzo, con adiacentei alcune case per la  servitù o coloni addetti alla coltivazione dei terreni che si estendevano intorno ai fabbricati: il castello di Malpaga e le abitazioni che lo circondano possono rendono l’idea di cosa fossero le corti.

La Curtis regia era invece proprietà di un re o di un imperatore e talvolta abbracciava un villaggio (vicus) o anche un insieme di villaggi (pagus); aveva ampi fabbricati, che dimostravano la potenza e la dignità regia. In città la curtis regia era ubicata nell’area attualmente occupata dalla fontana di San Pancrazio.

Ora, la curtis: “… quae vocatur Morcula in comitatu Pergamo”, appare per la prima volta in un diploma dell’875 di Lodovico re di Germania; in questo documento si menziona l’esistenza di una corte Morgula o Murgula –  poichè essa era dislocata lungo il corso del fiume Morla -, situata nei pressi di un Palatium imperiale, nella parte bassa di Bergamo. Un palazzo destinato alla residenza degli imperatori di passaggio nei loro viaggi nelle provincie italiane.

Il ponte sul rio morla in Borgo Palazzo (1885 circa). Raccolta D. Lucchetti. Borgo Palazzo, secondo il Lupi, trae il suo nome dal palazzo imperiale che la corte longobarda aveva in quella località

La curtis Murgula era di proprietà dell’imperatore Ludovico I, che la donò, con la corte di Almenno, alla nipote Ermengarda.

Successivi atti attestano il passaggio della corte Morgula a Berengario, che l’avrebbe poi ceduta ad Adalberto – il vescovo di Bergamo -, insieme al mercato di S. Alessandro e al prodotto dei dazi.

Fonti

http://www.comune.ponteranica.bg.it/territorio/maresana.php
http://it.wikipedia.org/wiki/Morla_(torrente)#cite_ref-0

IL TORRENTE MORLA. CARATTERI, VALORI, PROSPETTIVE
Saggi di: Lelio Pagani, Andrea Tosi, Moris Lorenzi, Gian Pietro Armanni, Fabrizio Conti, Renato Ferlinghetti, Fulvio Caronni, Silvano Ceresoli, Mario Di Fidio, Claudio Merati, Piervincenzo Scalpelli, Stefano Stecchetti, Graziano Vitali.

Il paleoalveo del torrente Morla

Provincia di Bergamo

Per la mappa storica: Mapire – le mappe storiche dell’impero asburgico, con Bergamo e provincia mappate nella seconda indagine militare (1806-1869).