La festa di S. Antonio abate e la sagra dei “biligòcc” a Bergamo: un tuffo nel passato per amare il presente

Perchè festeggiamo la ricorrenza a S. Antonio abate nella chiesa di S. Marco, che tra l’altro è popolarmente nota come chiesa di Santa Rita? Come districare la questione?

Anzitutto per il rapporto che a lungo ha legato la chiesa di S. Marco a quella di S. Antonio di Vienne, che con l’annesso ospedaletto sorgeva nell’area oggi occupata da Palazzo Frizzoni, il Municipio della città.

Nell’attuale piazza Matteotti, allora Contrada di Prato, sorgevano l’ospedale e la chiesa di S. Antonio in Prato (detta anche di S. Antonio di Vienne), costruiti sul finire del 1300. Gli edifici del complesso erano ancora riconoscibili nei primi decenni dell’Ottocento, quando vennero venduti alla famiglia Frizzoni, che vi edificò la sua  residenza cittadina poi trasformata in Municipio della città di Bergamo 

Come abbiamo osservato qui, le vicende delle due chiese sono legate dalla decisione, avvenuta a metà ‘400, di unificare undici ospedaletti sparsi per la città per creare un unico grande e più funzionale organismo a servizio della stessa: l’Ospedale Grande di S. Marco.

Fine 1898: in primo piano il grande quadrilatero della Fiera, eretta in muratura fra il 1734 e il 1740, con alle spalle l’ospedale e la chiesa di S. Marco, di cui è ben visibile il campanile

 

Dall’altro lato, gli edifici della Fiera affacciati sul Sentierone e sullo sfondo la chiesa e l’Ospedale di S. Marco

Si era così deciso di abbattere il vecchio ospedaletto di S. Antonio di Vienne per costruire al suo posto il nuovo Ospedale Grande, mantenendo però la chiesa, che avrebbe dovuto essere annessa al nuovo ospedale. Cosa che non avvenne a causa della strenua resistenza dei frati Antoniani, che ottennero di restare nella loro sede malgrado questa fosse ormai divenuta una dipendenza dell’Hospitale Grande di San Marco.

Come disposto dagli amministratori dell’Ospedale Grande, nella chiesa di S. Antonio di Vienne si celebrava la messa quotidiana, mentre in quella di S. Marco la si celebrava solo nel giorno dedicato al santo titolare (per il quale era stato eretto un apposito altare). Per il resto la chiesa di S. Marco si limitava a battezzare gli esposti adottati dall’ospedale e a seppellire i degenti che vi morivano, tanto che nel 1670 le era stato affiancato un Oratorio a suffragio dei poveri morti.

L’Ospedale Grande di S. Marco, costruito a partire dal 1479, con l’annessa chiesa, eretta nel 1572 con la dedicazione a S. Marco e alla Vergine, in omaggio a Venezia. L’antico ospedale venne demolito nel 1937 in seguito al nuovo assetto assunto dal centro della città bassa, per far posto alla Casa della Libertà. Il nuovo Ospedale Maggiore venne eretto in Largo Barozzi, nella conca di S. Lucia

La messa quotidiana cominciò ad essere celebrata nella chiesa di S. Marco solo quando la chiesa e l’ospedale di S. Antonio in Prato vennero venduti (1586) alle monache di S. Lucia Vecchia.

E’ solo da quel momento che, nonostante la sua dedicazione ufficiale, la chiesa dell’Ospedale Grande iniziò ad esser nominata “chiesa di S. Antonio”, evidentemente nell’intento di recuperare il culto della perduta chiesa di S. Antonio di Vienne in Prato.

Particolare della chiesa di S. Antonio di Vienne in Contrada di Prato. La chiesa e l’ospedaletto (un ospizio per malati e pellegrini), alla metà del Quattrocento divennero una dipendenza dell’Ospedale Grande di S. Marco e nel 1586 vennero venduti alle monache di S. Lucia Vecchia, che intitolarono la chiesa alle SS. S. Lucia e Agata. Da allora, la chiesa di S. Marco cominciò a nominarsi “Chiesa di S. Antonio”, mantenendo a lungo tale denominazione (incisione del 1815 ca. Proprietà Conte G. Piccinelli, Milano)

Un documento ci informa infatti che ancora nel 1723 la chiesa di S. Marco era nominata “chiesa di S. Antonio”.

In un disegno del 1723, la chiesa di S. Marco è indicata come “Chiesa di S.to Antonio”. A fianco, la cappelletta eretta nel Seicento a suffragio dei morti dell’ospedale (particolare del disegno di Bernardino Sarzetti nel 1923, eseguito per conto dell’amministrazione ospedaliera, che dal 1475 usufruiva degli affitti, per controllare e quantificare gli esercizi delle rivendite provvisorie della fiera)

Tant’è che ai fedeli veniva distribuita l’immaginetta del Santo, espressamente indicato come titolare della chiesa parrocchiale dell’Ospedale Maggiore di Bergamo.

L’immaginetta di S. Antonio abate, il santo eremita del deserto vissuto in Egitto tra il 251 e il 356, “titolare della Chiesa Parrocchiale dell’Hospitale Maggiore in Bergamo”

La chiesa festeggiava così, oltre alla ricorrenza del 25 aprile (S. Marco), anche quella del 17 gennaio dedicata a S. Antonio, quando nei pressi si teneva anche un mercato della durata di tre giorni il cui ricavato veniva devoluto ai nuovi corredi dell’ospedale.

E ancor’oggi, a ricordo dell’antica devozione campeggia nella chiesa l’immagine del Santo taumaturgo, noto principalmente per essere il guaritore dell’herpes zoster (“fuoco di S. Antonio”) e per essere legato al mondo dell’agricoltura e dell’allevamento.

Nella chiesa di S. Marco la statua di S. Antonio abate attesta il perdurare dell’antica devozione al Santo, in segno di continuità con il culto della scomparsa chiesa di Sant’Antonio di Vienne sita in Prato. La sua effige compare anche nella vetrata del grande oculo sovrastante l’ingresso

La devozione a Sant’Antonio abate, testimone dell’antico legame tra la chiesa di S. Marco e i frati antoniani, ha continuato ad esistere nei riti e nelle celebrazioni del 17 gennaio, quando sul sagrato della chiesa un sacerdote impartisce la benedizione agli animali domestici ed alle automobili.

La benedizione degli animali e dei mezzi a motore nello spazio antistante la chiesa di S. Marco

Nel frattempo, nei pressi della chiesa si tiene la tradizionale sagra dei biligòcc e si allestiscono, oggi come allora, le bancarelle che tanto ricordano i banchetti e i baracconi che gremivano l’antica piazza Baroni, luogo d’incontro e di svago dei nostri trisavoli.

Piazza Baroni (oggi piazza della Libertà) nel 1890 durante la festa di Sant’Antonio abate. Fra carri e padiglioni, compare un baraccone riservato alla fotografia. Sullo sfondo, la chiesa e l’Ospedale di San Marco

 

La festa di S. Antonio ritratta da Pepi Merisio

 

La festa di S. Antonio ritratta da Pepi Merisio

Resta da chiedersi da cosa derivi la dedicazione popolare della chiesa a Santa Rita, che potrebbe essersi originata dall’esistenza di un ospedaletto privato di Santa Margerita, che secondo lo studioso Franchini avrebbe dovuto essere incorporato nell’Ospedale Grande.

La Santa, la cui statua è perennemente circondata da attestazioni di grazia ricevuta, è considerata dai fedeli mediatrice di miracoli ed è perciò così venerata da aver sostituito con il suo nome la dedicazione ufficiale della chiesa.

Comunque sia, la bella chiesa di S. Marco è l’ultima vistosa vestigia dell’antico ospedale, mentre nei dintorni persistono antiche tracce, meno note e appariscenti, come il cortiletto inglobato nella Casa S. Marco, edificata sull’area dell’antico ospedale. Il cortiletto, seppur ridimensionato e sfalsato nelle misure, presenta nella collocazione originaria almeno quattro colonne del portichetto meridionale dello scomparso nosocomio.

I cortili interni dell’Ospedale di S. Marco in una ripresa del 1935

 

A lato della Casa della Libertà, Casa S. Marco, edificata intorno alla ex-chiesa dell’Ospedale Grande, lascia intravedere il cortiletto interno

Demolito il grandioso complesso ospedaliero tra il 1936 e il 1938, entro il ’39 vennero edificate la Casa S. Marco e Casa Littoria, poi “Casa della Libertà”. La Casa S. Marco accorpa l’omonima chiesa abbracciandola da entrambi i lati, richiamando su due fronti il loggiato isabelliano che dava su piazza Baroni.

Piazza Baroni: dopo le demolizioni dei casotti della Fiera, l’intero prospetto dell’Ospedale Grande e dell’annessa chiesa è interamente visibile

 

Nello spazio un tempo occupato da piazza Baroni, la Casa della Libertà (progettata da Alziro Bergonzo) con a lato Casa S. Marco (progettata da Dante Fornoni) , erette in luogo dell’antico ospedale

Il prospetto di Casa S. Marco in fregio all’omonima piazzetta, ripropone infatti il susseguirsi delle arcate dell’Isabello e presenta al piano terra alcuni elementi originari recuperati dal demolito ospedale.

Il fronte di Casa S. Marco si raccorda alla chiesa mediante due campate originali del portico dell’ospedale incorporate al pian terreno (di color arancio), nel tentativo di evocare il fronte realizzato dall’Isabello

E pensare che anche prima della costruzione dei nuovi edifici, in quest’angolo di città sopravviveva un paesaggio agreste fatto di prati, ortaglie e campagna. C’era persino un piccolo stagno pescoso sul quale il conduttore del fondo teneva una barca che gli serviva per le battute di pesca.

1912: l’Ospedale e la chiesa di S. Marco nella piazza liberata dai casotti della Fiera

Si legge nel Novecento a Bergamo che al contadino teneva compagnia una soavissima pecora di nome Biancaneve, che aveva a disposizione un prato immenso: un piccolo eden nel cuore della città. E dove oggi c’è via Zelasco, greggi di pecore pascolavano liberamente.

L’autorimessa che occupava il lato nord dell’attuale piazza della Repubblica

 

Città Alta dall’attuale piazza della Repubblica nel 1939 (foto Umberto Da Re). Recita il Novecento a Bergamo che nel basso edificio sullo sfondo aveva sede l’Autofficina gestita dalla famiglia del grande campione motociclista Carletto Ubbiali

 

La piazza attualmente “della Repubblica” in un’immagine forse di poco posteriore alla precedente

 

Appena dopo la seconda guerra mondiale, la zona tra l’attuale piazza della Repubblica e Viale Vittorio Emanuele era ancora un campo incolto. Sullo sfondo, Casa S. Marco (1938), l’allora Casa Littoria (1936) e il Palazzo delle Poste, inaugurato nel 1932

 

Nel 1939, terminato il palazzo di Bergonzo si comincerà a discutere riguardo la sistemazione della piazza e della zona verso Viale Vittorio Emanuele. A poco a poco gli ultimi scampoli di prato avrebbero lasciato definitivamente posto al cemento

Anche il lato orientale di Casa S. Marco affacciato su via Locatelli riecheggia il fronte dell’antico ospedale nelle dieci campate dell’intero prospetto; ed inoltre la porzione porticata è sostenuta da colonne e capitelli provenienti in parte dall’antico nosocomio.

Sul lato prospiciente via Locatelli, la chiesa di S. Marco è affiancata al portico di Casa S. Marco, dove il progettista ha inserito alcune colonne e relativi capitelli recuperati dal demolito ospedale

 

Particolare di due colonne del portico di Casa S. Marco

Proprio in corrispondenza del portico attuale, esisteva un piccolo oratorio eretto nel 1670 a suffragio dei morti dell’ospedale, ed era dotato di un portichetto comunicante con la chiesa.

L’Oratorio dei morti, eretto nel 1670 sul fianco orientale della chiesa di S. Marco (di cui sono visibili le statue a coronamento del prospetto principale), affacciato sull’attuale via Locatelli; in lontananza, gli edifici dell’antica Fiera. Venne demolito negli anni Trenta del Novecento insieme al vecchio nosocomio e dal 1938 è stato sostituito dalla porzione orientale di Casa S. Marco (l’immagine è del 1815 e proviene da M. Mencaroni Zoppetti, op. cit.)

Nelle immagini che precedono le demolizioni, la cappelletta risulta essere ancora presente.

L’ospedale e la chiesa di S. Marco, affiancata dal secentesco Oratorio dei morti posto in fregio a via Locatelli, E’ già stato eretto il Palazzo delle Poste, inaugurato nel 1932

Verrà demolita insieme al’ospedale per lasciar posto al fronte orientale di Casa S. Marco, eretta su progetto di Dante Fornoni per conto della Banca Diocesana.

Una fotografia di qualche decennio fa mostra il portico di Casa S. Marco, costruito in luogo dell’antico Oratorio dei morti

 

Casa S. Marco (1938) e l’edificio delle Poste (1932), lungo il rettifilo di via Locatelli, aperto negli anni che seguirono la demolizione dell’Ospedale

L’Oratorio dei morti si affacciava su un piccolo cimitero riservato a coloro che nell’ospedale esalavano l’ultimo respiro. Di questo cimitero sono emerse alcune tracce a partire dagli inizi degli anni Cinquanta, quando durante gli scavi eseguiti per realizzare il parcheggio di piazza della Repubblica, sono riemerse, a circa un metro e mezzo di profondità, diverse ossa umane.

Piazza della Repubblica e palazzo S. Marco, sovrastante il parcheggio sotterraneo in corrispondenza del quale sono emerse ossa umane

Altri ritrovamenti sono avvenuti nel luglio del 2010 durante gli scavi eseguiti in via Zelasco per la posa del teleriscaldamento, quando sono emerse tre grosse fosse di scarico contenenti rispettivamente osse umane, macerie e una discarica di ceramiche attribuite al periodo postmedioevale.

Accanto alle fosse vi erano resti di murature (una canalizzazione sotterranea e un lungo muro a secco connesso ad un pavimento in laterizi), il tutto, secondo la Soprintendenza, riferibile all’antico ospedale di S. Marco.

Ossa umane rinvenute nel 2010 durante gli scavi eseguiti  in via Zelasco per la posa del teleriscaldamento. L’area del rinvenimento doveva dunque essere piuttosto estesa (1)

Malgrado il dissolversi della civiltà contadina, nella Bergamasca la devozione a S. Antonio si mantiene ancora molto viva richiamando lunghe file di fedeli il 17 gennaio di ogni anno, “dies natalis” del Santo, giorno in cui egli muore per rinascere nel Regno Celeste.

La festa di Sant’Antonio davanti alla chiesa dell’Ospedale di S. Marco, 1920

Sul sagrato della chiesa viene impartita la tradizionale benedizione agli animali domestici e ai mezzi a motore, che con l’evoluzione della tecnologia hanno sostituito gli animali da lavoro.

Il 17 di gennaio ricorre la tradizionale benedizione delle automobili, che nel mondo moderno si sono sovrapposte alla civiltà contadina sostituendo gli animali da traino ed i trattori. Sino a qualche decennio, questi ultimi fa stazionavano numerosi davanti alla chiesa in attesa della benedizione. In fondo si vede un furgone della Casali trasporti

 

La benedizione degli animali domestici viene impartita a ricordo del bestiame che un tempo rivestiva capitale importanza nell’economia rurale, garantendo con il suo lavoro o con le sue stesse carni la sopravvivenza dell’uomo. Naturalmente sono inclusi anche il cane ed il gatto, l’uno guardiano e l’altro cacciatore dei topi depredatori di grano

Ai fedeli viene consegnata l’immaginetta di S. Antonio, raffigurato con gli animali legati al mondo contadino (il maiale in primis) e il bastone terminante a gruccia (simbolo del Tau). Bastone e maiale testimoniano il potere taumaturgico del Santo invocato nella cura del “Fuoco di S. Antonio”, che gli ospedalieri antoniani curavano con il grasso di maiale impiegato come emolliente per le piaghe.

L’immaginetta del santo circondato dagli animali della campagna campeggia sulle porte di stalle, fabbriche e officine ma viene tenuta anche nelle automobili. Sullo sfondo, la chiesa di S. Marco

E nei dintorni della chiesa, la tanto attesa sagra dei biligòcc – elemento simbolo della festa -, rallegra e riscalda come uno spicchio di luce messo lì nel bel mezzo dei rigori di gennaio.

La festa di Sant’Antonio sul sagrato della chiesa di San Marco (fotografia di Tito Terzi)

 

La festa di Sant’Antonio sul sagrato della chiesa di San Marco, con Pierina Manera alle prese con limoni e biligòcc

 

Un gustoso disegno a pastello di Alfredo Faino, con un venditore di biligòcc alle prese con due monelli scalzi durante la festa di Sant’Antonio: sullo sfondo è abbozzata la chiesa di San Marco

Le gustosissime castagne, trattate secondo un laborioso procedimento, vengono offerte sfuse secondo la tradizione Brembana oppure infilzate a mo’ di collana (tradizione Seriana) e portate in città dai valligiani che da generazioni custodiscono e si tramandano la preziosa ricetta.

Un essicatoio (“secadùr”), struttura necessaria all’asciugatura graduale e all’affumicatura delle castagne, collocate sopra il fuoco su un graticcio generalmente in legno

 

La festa di Sant’Antonio sul sagrato della chiesa di San Marco e la caldarrostaia Pierina Manera  (fotografia di Tito Terzi)

Sempre puntuali, avvolti negli scuri mantelli, i valligiani scendono da Vallalta e da Abbazia, frazioni di Albino, che da secoli rivaleggiano con la brembana Poscante nella produzione di biligòcc.

Un “biligòter” di Casale di Albino. Per la festa di S. Antonio, gli esperti castanicoltori seriani raccolgono le castagne più belle elargite dalla Valle del Lujo: la Daola, l’Ostana, la Careà, il Nigrù, la Balestrera e la Rossona (fotografia di Tito Terzi)

 

La vendita dei biligòcc (fotografia di Tito Terzi)

È l’atmosfera che si respira ogni anno, almeno dal 1586.

E visto che siamo a due passi da quello che un tempo si chiamava borgo di S. Antonio, nulla vieta di fare una capatina nelle due chiese che conservano l’effigie del Santo, raffigurato nelle due splendide pale di Lorenzo Lotto, entrambe del 1521.

La prima si trova in piazzetta Santo Spirito nella chiesa omonima e raffigura i santi legati al borgo e al convento dei Canonici Regolari Lateranensi: S. Caterina d’Alessandria, protettrice dei predicatori, S. Agostino, fondatore dell’Ordine di cui i Lateranensi seguono la regola ed infine il nostro S. Antonio Abate, patrono del borgo. Ai piedi del trono un gioioso S. Giovannino gioca con il Mistico Agnello, omaggio ai canonici legati ai confratelli romani di S. Giovanni in Laterano.

Lorenzo Lotto,“Madonna con il Bambino, S. Caterina d’Alessandria, S. Agostino, S. Sebastiano e S. Antonio Abate” (chiesa di Santo Spirito)

 

Curioso particolare della leggera guaina verde indossata da S. Antonio, visibile anche all’altezza della manica e del collo (particolare della pala del Lotto nella chiesa di S. Spirito)

La seconda, considerata uno degli esiti più alti dell’arte di ogni tempo, si trova nella chiesa di San Bernardino in via S. Giovanni, ai piedi di Pignolo alta, posta sopra l’altare nella collocazione originaria. La chiesa, citata in un documento del 1468, venne “adottata” dai nobili e dai ricchi mercanti che nel Cinquecento si erano insediati nel tratto superiore del borgo, arricchendola di dipinti e splendidi arredi.

I Santi raffigurati sono quelli verso i quali gli abitanti del borgo nutrivano particolare devozione e cioè Sant’Antonio abate dalla lunga barba, protettore del borgo, San Giovanni Battista, cui era intitolata la vicinia con l’omonimo ospedale, San Bernardino che stringe il trigramma, cui era dedicata la chiesa ed infine S. Giuseppe, il cui culto fu promosso da Bernardino.

Anche qui S. Antonio è ritratto con gli attributi ricorrenti: il bastone terminante a forma di Tau, la campanella ed infine il fuoco intuibile alle sue spalle, che allude al suo “grande Spirito di fuoco” e al suo potere taumaturgico nella cura del “fuoco di Sant’Antonio”, e che in questo caso allude probabilmente anche alla situazione di violenza che la città respirava in quegli anni.

Lorenzo Lotto, “Madonna in trono con il Bambino, i Santi Giuseppe, Bernardino, Giovanni Battista, Antonio Abate e angeli” (chiesa di S. Bernardino)

In questo meraviglioso dipinto, il tema della mediazione di Maria, comune a tante altre pale d’altare, non è mai stato descritto in modo così semplice ed efficace; la naturalezza e la sensazione di provvisorietà che si respira non rappresenta altro che l’irruzione improvvisa del divino nel mondo umano, nella vita di tutti i giorni.

Da visitare assolutamente, lasciandosi totalmente trasportare da tanta Bellezza.

 

Note

(1)  M. Fortunati, A. Ghiroldi, Bergamo, Via Zelasco, Assistenza lavori posa teleriscaldamento. Strutture di età rinascimentale e moderna, “NSAL”, 2010-2011. pp. 45-46.

Due foto attuali appartengono a L’Eco di Bergamo, che ringrazio.

Riferimenti essenziali

L’Ospedale nella città. Vicende storiche e architettoniche della Casa Grande di S. Marco, a cura di Mencaroni Zoppetti M., Per la storia dell’Ospedale di S. Marco in Bergamo. Documenti e immagini, Bergamo 2002.

“San Bernardino”, Borgo Pignolo in Bergamo: Arte e storia nelle sue chiese, Andreina Franco-Loiri Locatelli.

Cosa resta dell’ospedale di San Marco. Andreina Franco Loiri Locatelli.

La vicenda dello scomparso ospedaletto di Sant’Antonio in Prato (dove oggi sorge Palazzo Frizzoni)

Come osservato qui, da Vienne, cittadina francese che conserva le spoglie di S. Antonio abate e che dal XII secolo aveva mostrato il potere taumaturgico del Santo, il culto si diffuse rapidamente in tutta Europa (ed oltre), dove fiorirono rapidamente numerose fondazioni antoniane con una serie pressoché infinita di luoghi di culto ed ospedali al Santo dedicati.

In Italia i primi ospitali sorsero lungo la via francigena che collegava Delfinato e Italia, presso la Precettoria di S. Antonio a Ranverso in Val di Susa (ante 1188), poi a Roma, Teano e presso Napoli.

Sant’Antonio Abate, il grande eremita egiziano la cui devozione era legata alla cura dell’ergotismo, causato dall’ingestione di prodotti derivati dalla segale cornuta, malattia molto diffusa fra I poveri a causa della cattiva alimentazione. Nelle immaginette ricorre l’immagine del Santo, diffusa dagli stessi antoniani, raffigurato con accanto un porcellino e con in mano  una campanella ed un bastone terminante a forma di tau

Il culto si diffuse anche nella Bergamasca ed in città vennero fondati due hospitali intitolati al Santo: nel 1208 quello di Sant’Antonio in foris, appena fuori la porta di S. Antonio e all’imbocco di borgo Palazzo e, verso la fine del XIV secolo in luogo dell’attuale Palazzo Frizzoni, l’ospedale di Sant’Antonio “in Prato” (o “di Vienne”), entrambi con annessa chiesa.

In Contrada di Prato, l’ex- chiesa di S. Antonio di Vienne e poco oltre il monastero di S. Marta. Le colonne di Prato, davanti all’attuale via Borfuro, delimitarono il confine della Fiera fino al 1882 (disegno di G. Trécourt)

La chiesa e l’annesso ospizio per malati e pellegrini si trovavano in Contrada di Prato, sulla strada che dal Prato di S. Alessandro portava alla chiesa di S. Leonardo. Ma esistendo già una chiesa con ospizio nel borgo di S. Antonio, si aggiunse la dicitura di Antonio “in Prato” o di S. Antonio di Vienne per evitare che la dedicazione scelta potesse dare adito a confusione.

Al centro dell’immagine, l’ex- chiesa di S. Antonio di Vienne (dal 1586 dedicata alle SS. Lucia e Agata), in Contrada di Prato (incisione del 1815 ca. Proprietà Conte G. Piccinelli, Milano)

I frati antoniani erano giunti a Bergamo verso la fine del Trecento e vi si erano insediati, ma è difficile oggi stabilire se essi siano stati gli effettivi promotori della sua edificazione; di certo l’ospedale fu fondato per iniziativa laica tra il 1380 e il 1382: la tradizione ne fa risalire la fondazione a Gerardo (morto tragicamente nel 1380) della nobile famiglia cittadina dei De la Sale, ma un documento conservato nel fondo pergamene dell’archivio della Mia attesta la contemporanea presenza di un certo frate Francesco, “un armigero di ignota provenienza”, che nel 1382 è citato come edificatore della chiesa e dell’Ospedale di San Antonio in Prato (non era in “habito religioso”, ma “portabat pannos lungos et signum S. Antonii scilicet unum T super pectore”) (1).

(1) Maria Mencaroni Zoppetti (a cura di), L’Ospedale nella città – Vicende storiche e architettoniche della Casa Grande di S. Marco. Collana: Storia della sanità a Bergamo – 1. Fondazione per la Storia Economica e Sociale di Bergamo.

La riunificazione degli ospedaletti medioevali nell’Ospedale Grande di S. Marco: la resistenza dei frati di S. Antonio de Vienne

Così come stava accadendo in altre città, anche a Bergamo verso la metà del Quattrocento si deliberò l’accorpamento di 11 ospedaletti sparsi tra il colle e il piano in un unico grande organismo (l’Ospedale Grande di S. Marco), al fine di ottimizzare i servizi e creare un’unica dirigenza, esercitando così un maggior controllo (2).

(2) Le prime notizie di un sistema ospedaliero compiuto di Bergamo risalgono al 5 novembre del 1457, quando il Vescovo Giovanni Barozzi (1449-1465) approva i Capitula hospitalis novi et magni structi in civitate Bergami. Insieme ai Rettori della città aveva infatti ottenuto l’autorizzazione di fondare un Ospedale Grande che riunisse in sé tutte le strutture di assistenza al malato e tutti i luoghi pii dediti alla cura sanitaria e all’assistenza paramedica. I  beni degli ospedaletti avrebbero costituito il fondo economico necessario alla realizzazione del progetto.

La veduta prospettica di Alvise Cima, nella tela conservata presso la Biblioteca Civica Mai. Dall’azione congiunta del Vescovo Barozzi e della municipalità, nel 1457 viene deciso di riunire sotto un’unica direzione gli ospedali di Sant’Erasmo fuori dalla porta di Borgo Canale, di Santa Grata inter vites in Borgo Canale, di San Lorenzo dell’omonimo borgo, di San Bernardo presso il ponte della Morla sulla strada di Valtesse, di San Tommaso della Gallinazza dentro porta di Santa Caterina, di Santa Caterina fuori le mura, legato alla parrocchiale, di Sant’Antonio in foris,  fuori porta S. Antonio, del monastero di Santo Spirito, situato nei pressi del monastero dei Celestini, di San Lazzaro in Borgo San Leonardo, di San Vincenzo in contrada di San Cassiano, di Santa Maria Maggiore in Contrada Ante Scolis

Il documento firmato nel 1458, delibera “che il nuovo ospedale dovrà essere costruito nel luogo dell’ospedale di S. Antonio o altrove, qualora lì non fosse possibile”, avviando un’annosa disputa che vede da una parte la resistenza degli antoniani, decisi a difendere strenuamente privilegi e concessioni acquisiti nel tempo (dopo essere stata per un certo periodo in mano alla MIA, nel 1453 i frati di Vienne avevano ottenuto da Papa Nicolò la chiesa e l’ospedale) e, dall’altra, la cittadinanza, che non solo li considera abusivi all’interno della struttura “sorta a vantaggio dei poveri e su iniziativa di una famiglia bergamasca”, ma li rimprovera anche di elemosinare per sostenere la loro comunità e la precettoria d’appartenenza (quella già osservata di Ranverso, in Piemonte), trascurando del tutto l’ospedale e la chiesa.

La diatriba verrà risolta alla fine del Cinquecento, quando il vescovo Barozzi decide di accorpare l’ospedaletto di S. Antonio in Prato all’Ospedale Grande di S. Marco (di cui diviene una dipendenza), permettendo ai frati di restare nella loro sede, dove continuarono a esercitare attività di accoglienza per malati e pellegrini e a celebrare nella loro chiesa, che con l’unione decretata nel 1457 era divenuta parte dell’Ospedale Maggiore.

E poichè la chiesa di S. Marco, costruita (1572) nel perimetro dell’Ospedale Grande era solo chiesa cimiteriale per i degenti del nosocomio ed aveva un battistero per il battesimo degli esposti, per volontà degli amministratori dell’Ospedale Grande nella chiesa di S. Antonio di Vienne veniva celebrata ogni giorno una messa (3).

La chiesa di S. Antonio nel frattempo si era ampliata: “.. era ampia e non disadorna. Aveva quattro altari; la scuola dei Disciplini, che si riunivano in sagrestia; la scuola del Divino Amore, che si riuniva sopra la porta maggiore dove c’era una grande volta in forma di pulpito” (tribuna) (4).

(3) Nella chiesa di S. Marco, costruita 1572 nel perimetro dell’Ospedale Grande, venivano sepolti coloro che nell’ospedale morivano; c’era inoltre un fonte battesimale per il battesimo dei bambini esposti (come da atti della visita pastorale di S. Carlo Borromeo del 1575). C’erano poi due altari, il maggiore e quello di S. Marco, e c’era il SS. Sacramento, ma si celebravano messe solo nel giorno dedicato a S. Marco, poichè, secondo gli accordi presi dal momento dell’unione degli ospedali, una messa quotidiana veniva celebrata nella chiesa di S. Antonio di Vienne in Prato (M. Mencaroni Zoppetti, op. cit.).

(4)  A.G. Roncalli, Gli Atti della visita pastorale di S. Carlo Borromeo (1575), Firenze 1937, Vol. I, La Città, parte II, p. 140.

L’ingresso laterale della chiesa di S. Antonio di Vienne, davanti alla quale si faceva mercato, in un disegno ottocentesco (elaborazione tratta da M. Mencaroni Zoppetti, op. cit.)

I frati di S. Antonio di Vienne vi rimasero fino al 1586, anno in cui il complesso, che era adiacente al convento femminile di Sant’Agata, fu acquisito dalle monache domenicane provenienti dalla Valle di Santa Lucia Vecchia, che lo ridedicarono alle Sante Lucia e Agata (5).

Dopo le soppressioni napoleoniche attuate alla fine del 1798, tutto il complesso venne acquistato nel primo Novecento dalla famiglia Frizzoni, e demolito per far posto alla loro residenza cittadina poi divenuta Municipio della città di Bergamo.

(5) D. Calvi, Effemeridi sagro profane di quanto di memorabile sia successo in Bergamo sua diocese et territorio, vol. III, p. 398, 11 dicembre 1586 “Le monache di S. Lucia fuori delle mura di Bergamo, havendo fin l’anno passato comprate le habitationi e Chiesa dell’Ospitale di S. Antonio in Prato contiguo a S. Agata, vennero in questo giorno ad habitarvi formandosi delle due chiese di S. Antonio e di S. Agata una Chiesa sola con titolo di S. Lucia e Agata”.

Palazzo Frizzoni, edificato tra il 1836 e il 1840 dall’architetto bresciano Rodolfo Vantini ed attualmente sede del Municipio di Bergamo. L’edificio è sorto sull’area occupata dall’antica chiesa e annesso ospedale di S. Antonio di Vienne

Data l’impossibilità di utilizzare l’ospedale di S. Antonio, su cui erigere l’Hospital Grande di San Marco, nelle sedute comunali si avanzarono le ipotesi più varie finchè, nel 1474, si scelse un’area poco lontana, ai margini dello stesso Prato di S. Alessandro: si trattava di un terreno di proprietà dell’ospedale stesso, sul prato Bertellio (prato di S. Bartolomeo?), in una zona pianeggiante, chiusa a sud dalle Muraine, a monte del luogo dove sin dall’alto Medioevo si svolgeva la grande Fiera annuale dedicata al patrono della città: un punto a cui era possibile convergere da ogni parte dell’abitato e in posizione equidistante rispetto ai borghi di S. Alessandro a ovest e di S. Antonio a est, come indicato nella veduta prospettica di Alvise Cima,  dove il complesso ospedaliero e la chiesa annessa sono indicati come PEPITALE S. ANTONIO.

La supposta Bergamo quattrocentesca un un particolare della veduta di Alvise Cima, conservata presso la Biblioteca Civica Mai. In verde, la zona in cui si trova l’ospedale di Sant’Antonio (oggi Palazzo Frizzoni), posto accanto al convento di S. Marta. In azzurro, l’Ospedale di San Marco, al centro dell’antica Bergamo, ai margini del Prato di S. Alessandro, risulta formato da tre corpi di edifici collegati da un loggiato. A destra la chiesa (costruita nel 1572), priva di campanile e con il fronte al rustico, si affianca al corpo occidentale  (PEPITALE) connesso al chiostro, affiancato dal brolo (orto officinale). Verso est un edificio più basso si congiunge con quella che dovrebbe essere la Cappella dell’Ospedale.  La vasta area verde restituisce l’idea della salubrità del luogo antistante il  prato che si estende sino alle Muraine, solcato dalla Seriola Nuova che lambisce il convento di S. Bartolomeo e raggiunge la Porta del Raso

 

Anche nell’immagine della città secentesca formulata da Macherio e poi da Stefano Scolari, la facciata della chiesa di S. Marco appare in una modesta forma a capanna, probabilmente in arenaria. Sono visibili due cortili, il loggiato di fronte al prato, l’edificio della Dogana veneta e il tezzone del salnitro, che serviva per la fabbricazione della polvere pirica e dove, terminato l’evento, venivano ricoverate le baracche di legno della fiera. Il tezzone è abbattuto nel 1820 e trasformato in mercato del grano

 

La fabbrica dell’Ospedale Grande di San Marco si avvia dal 1478 e termina nella prima metà del Cinquecento; è ampliata all’inizio del Settecento e quasi interamente demolita nel 1937, per il nuovo assetto assunto dal centro della città bassa. La sua conduzione venne affidata ai frati del vicino convento delle Grazie

Del grandioso edificio rinascimentale dell’Hospital Grande di San Marco, demolito negli anni Trenta del secolo scorso, il ricordo più vistoso e bello è la chiesa dedicata a San Marco che, costruita nel 1572 nel perimetro dell’ospedale, ha assunto fogge barocche nel corso del Settecento.

L’interno della chiesa (qui ritratta nel primo Novecento) a una navata, è d’impianto quattrocentesco ma viene riformato all’inizio del Settecento, pochi anni dopo la costruzione del quarto braccio della crociera dell’ospedale. Fra il 1726 e il 1728 il prospetto, sino ad allora in semplice arenaria, viene rinnovato con il rivestimento marmoreo dalle eleganti forme barocche da Giovanni Ruggeri e impreziosito dal portale e dalle statue di coronamento dello scultore Giovanni Sanz. Nel 1747 le pareti e il soffitto vengono affrescati dal comasco Carlo Innocenzo Carloni che affrescò sulla volta l’Eucarestia, sui pennacchi della cupola i quattro evangelisti, nella cappella di destra la Vergine Assunta, e in quella di sinistra San Camillo De Lellis, fondatore dell’Ordine dei chierici regolari ministri degli infermi, sicuramente quegli stessi chierici che operarono nella struttura (Mencaroni Zoppetti, cit.)

Dopo l’ingresso (1586) delle domenicane di S. Lucia Vecchia nel convento di S. Antonio, la messa verrà celebrata nella chiesa di S. Marco (6), che da allora comincerà ad esser nominata “chiesa di S. Antonio” nonostante la sua dedicazione a S. Marco ed alla Vergine, in omaggio alla Serenissima.

(6) E a tal fine verranno mantenuti dall’ospedale un priore e un cappellano (A.G. Roncalli, Gli Atti della visita pastorale… Cit., pp. 158-159).

In un particolare del cabreo della Fiera di Bergamo, disegnato dall’agrimensore Bernardino Sarzetti nel 1723, la chiesa dell’Ospedale Grande, intitolata ai SS. Marco e alla Vergine, è indicata come Chiesa di S.to Antonio. Si noti, sul lato destro,  la cappella dei morti con il portico

La chiesa e l’ospedale di S. Antonio di Vienne, come detto verranno acquistati nel primo Novecento dalla famiglia Frizzoni e demoliti per far posto al palazzo di famiglia, oggi  Municipio della città di Bergamo, cancellando qualsiasi testimonianza dell’antico complesso.

Bibliografia

Maria Mencaroni Zoppetti (a cura di), L’Ospedale nella città – Vicende storiche e architettoniche della Casa Grande di S. Marco. Collana: Storia della sanità a Bergamo – 1. Fondazione per la Storia Economica e Sociale di Bergamo.

La strana storia della “Fiascona” tra fugaci ricordi e molti interrogativi: una vicenda ancora tutta da chiarire

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Dall’esiguo Largo Niccolò Rezzara, davanti alla chiesa di San Leonardo (di cui è ancora visibile il portico), la fontana del Fiascone, così denominata per la sua caratteristica mole a forma di fiasco, è stata per un certo periodo testimone del brulichìo dell’antico Borgo di San Leonardo (Raccolta Gaffuri)

Il ricordo della celebre fontana che per un certo periodo accompagnò la quotidianeità del popoloso borgo di San Leonardo, è ancor’oggi ben presente nella memoria collettiva quale simbolo del cuore pulsante della Bergamo di un tempo, nonostante oggi spunti al suo posto una fontana “minimale”, estranea al fascino e dell’atmosfera degli antichi borghi, di cui qui si avverte ancora sommessamente l’eco.

Piazza della Legna nella Raccolta Gaffuri

Basta osservare la piazza irregolare, con i suoi caratteristici portici e il groviglio multiforme delle sue case colorate, o passeggiare tra le viuzze che ancora ricordano le attività di un tempo ed inoltrarsi nei vicoli stretti e bui, come è quello che da via Broseta porta in vicolo S. Rocco, tutto voltato a mattoni rossi e, per certi versi, un po’ inquietante.

La chiesa di San Rocco, in via Broseta (Raccolta Gaffuri)

Dai lati irregolari di questo spazio, che andò articolandosi  spontaneamente nel corso dei secoli,  si dipartivano radialmente, allora come oggi,  le contrade di S. Lazzaro (che si ricongiungeva alla Porta Broseta  con la via omonima), di Osio (al tempo della Repubblica Cisalpina chiamata Strada Napoleonica, ora via G. B. Moroni), di Colognola (attuale via S. Bernardino), di Cologno (via Quarenghi dopo il Novecento), di San Defendente (poi via Nova, ora via Zambonate), oltre a quella di  di S. Alessandro e la contrada di Prato (oggi via XX Settembre). Nella piazza confluvano così, oltre alle strade che vi affluivano dall’alta città, anche quelle dai paesi della vasta pianura bergamasca.

Piazza Pontida (Raccolta Gaffuri), cuore pulsante della vecchia Bergamo, anticamente detta Piazza della Legna

Il borgo,  popolare e borghese, affollato centro di incontri e di traffici,  godette per secoli del primato commerciale e artigianale rispetto al resto della città, così da costituire un vero e proprio emporio di merci e somigliare a una città dentro la città.

L’inconfondibile mole della Fiascona in uno schizzo conservato nella Raccolta Gaffuri

Qui, più che altrove, “era cospicuo il numero di negozi, botteghe, laboratori, officine, studi. Qui stavano notai, medici fisici, ciroici, barbitonsori, aromatari, preti, magistri di scuola, dipintori, marengoni, calzolai, maestri murari, pellettieri, sarti, confettieri, pristinari, grassinari, osti, locandieri” (1).

(1) Giulio Orazio Bravi.

Particolare di una litografia colorata di Piazza della Legna, oggi Piazza Pontida, datata 1830 (Raccolta Gaffuri). L’immagine lascia percepire l’atmosfera vivace, indaffarata e rumorosa del borgo, che, almeno sino all’Ottocento, mostrava il volto popolare, artigianale e mercantile, distinguendosi dall’alta e turrità città, aristocratica e governativa. Sulla destra si scorge la “Fiascona”, panciuta spettatrice della vivacità di Borgo San Leonardo

Al centro della piazza “Fontana di S. Leonardo” – oggi Largo Rezzara -, accanto alla chiesa da cui il borgo prese il nome, la Fiascona simboleggiava il cuore mercantile della città ed era il fulcro dell’incessante brulichìo del popoloso borgo che la ospitava.

Dipinto di P. Rota – Raccolta cav. Marco Tiraboschi – Foto Wells. La piazza “già detta Fontana di S. Leonardo, davanti alla chiesa omonima”nello slargo esistente all’inizio della contrada di Prato (via XX Settembre), ora Largo Nicolò Rezzara. La piazza “Era così chiamata perchè qui esisteva una fontana, detta la ”fiascona”, di fronte a S. Leonardo. Il titolo era stato dato dal popolino perchè assomigliava ad una damigiana” (Pelandi, cit.). 

Tutt’attorno – descrive Pelandi –  vi prosperavano locande ed osterie: quelle, ormai scomparse, del Bacco, del Borlazò, del Fondech, dell’Ofelì, dell’Asperti, della Zagna, delle Due Ganasse, che era dirimpetto alla stretta degli Asini (l’attuale vicolo delle Macellerie), punto dal quale nell’Ottocento partiva la diligenza per Milano; della Micheletta, quest’ultima luogo di ritrovo del primo direttore de L’Eco di Bergamo, prof. G. Battista Caironi e del professore Nicolò Rezzara.

Il ristorante del Moro e il Caffè degli Amici con i tavoli sotto i portici dei gentiluomini, nel 1904 (Foto A. Terzi). Pelandi racconta che in un basso locale del Caffè degli Amici, si riunivano i Morali, i Bontempelli, gli Zenoni, l’avvocato Luigi Tiraboschi, e che le pareti erano “coperte di buone pitture illustranti scene bergamasche”, oggi conservate presso la Biblioteca Civica, nella Raccolta Gaffuri. Ai tempi giovanili di Pelandi, di fronte al Caffè erano disposte le bancarelle delle cosiddette “storte ortolane”, tre sorelle di cui la natura era loro stata matrigna, ma che in compenso avevano una lingua ben affilata tanto da essere chiamate “redazione delle forbici”…

 

Gli affreschi cinquecenteschi che ornavano la facciata dello scomparso Albergo delle Due Ganasse (o Ganasce, da un’Arma sopra la Porta), che sorgeva in Contrada di Prato (l’attuale via XX Settembre), passato il ponte della Roggia presso il Portello di Zambonate, poco prima della recente via aperta a fianco della Madonna dello Spasimo. La facciata, che era rimasta in pubblica vista fin verso il 1890, era stata dipinta da Giovanni Battista Baschenis d’Averara. Prima dell’abbattimento dell’edificio, avvenuto a fine Ottocento, dalla facciata furono staccati una scena e uno stemma, che entrarono in possesso del Comune  (Raccolta Lucchetti)

Di tutte le vecchie osterie del borgo, l’unica sopravvissuta ai giorni nostri è la storica Osteria dei Tre Gobbi,  l’ultima vera osteria della Città, che nell’Ottocento era frequentata da artisti, poeti vernacolari, cantanti e musicisti, come il Masi, il Coghetti il Benzoni, il Rubini e il grande Gaetano Donizetti, che amava sostarvi con gli amici più cari durante i suoi soggiorni nella città natale.

L’interno dell’Osteria dei Tre Gobbi in via Broseta verso la fine dell’Ottocento (Raccolta Lucchetti)

In piazza della Legna si tramò contro la Serenissima, innalzando il simbolico Albero della Libertà e “sacrificando i rivoltosi che non volevano abbracciare il nuovo verbo francese” (2).

(2) Luigi Pelandi, Passeggiando per le vie di Bergamo scomparsa – Il Borgo di S. Leonardo. Collana di Studi Bergamaschi – A cura della Banca Popolare di Bergamo. Bergamo, Poligrafiche Bolis, 1962.

Albero della Libertà” (1861). Autore: Ratti. L’albero della Libertà, un lungo palo ricavato da un grande albero, adottato come simbolo di libertà durante la Rivoluzione francese come segno di rinascita, vita nuova e felicità. L’albero aveva alla sommità un berretto Frigio, derivante da una regione storica dell’Anatolia centrale, in Asia Minore. Il berretto, a cono floscio e con la punta ricadente in avanti, era utilizzato dagli schiavi liberati dai Romani

Il 3 agosto del 1848, da questa stessa piazza, auspicando l’avvenire di un’Italia unita e repubblicana,  “Giuseppe Mazzini, sapendo di comunicare al cuore grande dei bergamaschi, rivolse loro parole infiammate per la lotta contro l’Austria” (3). Durante l’insurrezione antiaustriaca  la Fiascona catalizzò gli umori più accesi della città facendo da portavoce al malcontento popolare, un po’ come le famose “pasquinate” di romana memoria:  spesso al mattino era facile trovarvi appesi cartelli con satire e sberleffi, o incitazioni di vario genere contro i dominatori asburgici, “come quel Romeo Rosa che nel 1848 pose in cima alla Fiascona il berretto frigio, un copricapo rosso, icona rivoluzionaria, che fece irritare gli austriaci” (4). 

(3) Fermo Luigi Pelandi, cit.

(4) L’Eco di Bergamo,  Lunedì 04 Novembre 2013, “Demolita o venduta? È un giallo. Ma la Fiascona non zampilla più”. Di Emanuele Roncalli.

La Fiascona nella Raccolta Gaffuri

Eppure, a dispetto di quella sagoma panciuta quasi evocante le antiche osterie del borgo, le origini della Fiascona sono legate all’Ospedale Grande di San Marco e più precisamente alla ristrutturazione eseguita nel 1536 da Pietro Isabello,  progettista del “bell’edificio rinascimentale dotato di cortile, di una  fontana (la Fiascona)…”  citati dalle fonti  (5).

(5)  ..”le fonti parlano di un bell’edificio rinascimentale dotato di cortile, di una  fontana (la Fiascona)…”. Tosca Rossi, A volo d’uccello – Bergamo nelle vedute di Alvise Cima – Analisi della rappresentazione della città tra XVI e XVIII secolo, Litostampa, Bergamo, 1012, p. 210.

L’Ospedale Grande di S. Marco, posto ai margini del prato di Sant’Alessandro, a metà strada tra i borghi di S. Antonio e di S. Leonardo dove dall’alto medioevo si teneva una fiera annuale in concomitanza con la festività dedicata al santo patrono. Un documento datato 2 luglio 1479 attesta per quella data l’esistenza di “un progetto, in base al quale si era iniziata la costruzione e si era data forma al nuovo complesso ospedaliero” (Maria Mencaroni Zoppetti, cit.). A distanza di oltre 50 anni , nel 1536, la fabbrica dell’ospedale  venne ristrutturata secondo il disegno di Pietro Isabello, ampliata all’inizio del Settecento e internamente modificata nel 1858 da Carlo Donegani. Venne poi quasi interamente demolita nel 1937 in conseguenza del nuovo assetto assunto dal centro della citta al piano. L’immagine, che rappresenta l’edificio dell’ospedale prima della demolizione del 1937, mostra i porticati ormai tamponati, ed occupati dagli esercizi commerciali, privi del muretto di appoggio a sostegno delle colonne del porticato, visibili in alcune vecchie stampe dell’ospedale che riproducono con maggior fedeltà la il prospetto della facciata rinascimentale

 

Particolare dell’Ospedale Grande di S. Marco nella planimetria prospettica seicentesca di Giovanni Macherio. Rivolta verso il prato della fiera, l’elegante facciata della loggia realizzata da Pietro Isabello (una parte della quale costituisce oggi l’unico elemento superstite di tutta la costruzione). Al centro del chiostro più grande vi era, secondo le fonti, una grande fontana: la Fiascona

Dal prezioso libro “L’Ospedale nella città – Vicende storiche e architettoniche della Casa Grande di S. Marco”, a cura di Maria Mencaroni Zoppetti (6), apprendiamo che la Fiascona compare in un disegno ottocentesco conservato presso l’Archivio dell’ospedale maggiore (7). Il disegno, eseguito prima delle modifiche apportate al chiostro nel 1858 dall’ing. Carlo Donegani, ci restituisce l’aspetto del cortile dell’Ospedale Grande di San Marco nella risistemazione del 1536 eseguita da Pietro Isabello; sullo sfondo è ormai visibile il torresino della Fiera in muratura, edificata tra il 1734 e il 1740.

Eppure, fatto strano, la Fiascona è ancora al centro del cortile.

(6) Maria Mencaroni Zoppetti (a cura di), L’Ospedale nella città – Vicende storiche e architettoniche della Casa Grande di S. Marco. Collana: Storia della sanità a Bergamo – 1. Fondazione per la Storia Economica e Sociale di Bergamo.

(7) AOMBg, Copia di un disegno con timbro Ernesto Suardo, 1926; cfr. G. INVERNIZZI, Storia e vicende dell’ospedale di S. Marco in Bergamo, “La Rivista di Bergamo”, marzo-aprile 1927, p. 7. Dei disegni delle strutture rinascimentali di Isabello, solo quello del cortile cinquecentesco è conservato presso l’Archivio dell’ospedale maggiore (Maria Mencaroni Zoppetti, cit.). 

Stampa eliografica che riproduce un disegno del XIX secolo. E’ visibile la galleria che conduce alla porta verso la Dogana e, sullo sfondo, il torresino della Fiera in muratura, edificata tra il 1734 e il 1740. “Al centro del cortile la grande fontana a forma di fiasco” (M. Mencaroni Zoppetti, cit.)

 

Particolare della fontana “Fiascona” nel cortile rinascimentale dell’Isabello, in una stampa eliografica riproducente un disegno del XIX secolo

E’ opinione comune, e ormai da tempo, che la Fiascona abbia fatto la sua comparsa nella piazza “già detta Fontana di S. Leonardo, davanti alla chiesa omonima” (8) nel 1548, come chiaramente tramandatoci da Luigi Pelandi (Bergamo 1877 – 1969) (9). Così nella rubrica “Bergamo scomparsa”, curata dalla studiosa Andreina Franco Loiri Locatelli, dove si legge che “Al decoro della grande piazza del borgo contribuiva nel 1548 l’edificazione di una fontana chiamata popolarmente la ‘Fiascona’ a causa della forma inusitata. Sostituiva l’antica fontana vicinale” (10).

Pelandi – e lo ribadisce più volte – racconta che quando, nel 1575, il cardinale S. Carlo Borromeo pervenne nella piazza di Borgo S. Leonardo, “già da qualche anno (1548), era stata posta la fontana […] (la cosiddetta Fiascona)” […]. Aggiunge poi – ma è solo una curiosità – che “presso la fontana che è segnata sulla carta topografica del XVII secolo” compare una colonna, innalzata a ricordo di “una porta trionfale eretta sull’entrata della piazza” in occasione della Visita Apostolica di S. Carlo Borromeo nel 1575. “Ora tutto è scomparso” (11).

Colonna e fontana sono incise a bulino anche nella”Planimetria prospettica di Bergamo”, eseguita da Stefano Scolari nel 1680, eseguita su disegno di Giovanni Macheri (o Macherio), datato 1660.

(8) “Piazza Fontana”, “nome popolare” dato alla piazza, abolito nel 1910 allorchè  quella parte di Borgo S. Leonardo assume il nome di Piazza Pontida (Bergamo e provincia guida 1910  Soc. Editoriale Commerciale). L’indicazione della piazza come “Largo Rezzara” (personaggio eminente del contesto sociale, economico e cattolico tra fine Ottocento e Novecento) risale all’inizio degli anni Cinquanta del Novecento (Guida 1953).

(9) Luigi Pelandi, Passeggiando per le vie di Bergamo scomparsa – Il Borgo di S. Leonardo, cit.

 (10) Bergamo scomparsa: la nascita di Piazza Pontida. Andreina Franco Loiri Locatelli per Bergamosera.

(11) L. Pelandi, cit.

Particolare di Borgo San Leonardo  nella “Planimetria prospettica di Bergamo”, eseguita a bulino da Stefano Scolari nel 1680 su disegno di Macheri (Bergamo – Ufficio Tecnico del Comune). Si noti, al centro della piazza, la fontana che Pelandi (ma non solo) attribuisce alla Fiascona, con accanto la colonna dedicata nel 1619 alla visita del Cardinale Carlo Borromeo

In tutta questa vicenda dunque, l’unico punto fermo sembra riguardare l’originaria presenza della Fiascona nel cortile dell’Ospedale Grande di S. Marco, fatto riportato anche in un più recente articolo apparso sul quotidiano “L’Eco di Bergamo”, che in riferimento al già citato ampliamento cinquecentesco dell’ospedale Grande di San Marco, scrive che è “Proprio qui, in mezzo al grande cortile, che si trovava la Fiascona”.

..salvo poi aggiungere che “Con l’abbattimento del vecchio Ospedale, la fontana dovette traslocare in piazza Fontana (o della Fontana), l’attuale largo Rezzara, in fondo a via XX Settembre”[…] “È stata lì per più di tre secoli – ha scritto Renato Ravanelli –, quasi simbolo ideale di un borgo, come il San Leonardo […] e “Lì resistette sino alla fine dell’Ottocento (1887), quando dovette lasciare spazio ai binari dei primi tram a cavalli” (12).

(12) Dal momento che la Fiascona “È stata lì per più di tre secoli” è lecito pensare che tale riferimento riguardi non la demolizione definitiva del 1937, bensì la ristrutturazione operata dall’Isabello, datata 1536. L’Eco di Bergamo,  Lunedì 04 Novembre 2013, “Demolita o venduta? È un giallo. Ma la Fiascona non zampilla più”. Di Emanuele Roncalli.

La Fiascona nel Borgo di San Leonardo, nella Raccolta Gaffuri

Eppure, ancora nel 1723, e dunque a distanza di circa due secoli dalla realizzazione del chiostro dell’Isabello, la Fiascona risulta essere ancora nel cortile dell’Ospedale di San Marco: ce lo attesta un cabreo eseguito in quella data da Bernardino Sarzetti (“descritto con precisione nelle sue dimensioni, nel suo andamento, nelle sue specializzazioni, nella sua posizione nella città”), nel quale viene riprodotta la fontana a forma di fiasco che si trovava nel cortile isabelliano e di cui – è il caso di sottolinearlo – “non resta più traccia” in una fotografia ottocentesca eseguita da G. Leidi, che ci restituisce l’aspetto del nuovo chiostro progettato da Donegani (13).

(13) M. Mencaroni Zoppetti, cit.

Il cabreo della Fiera di Bergamo (“descritto con precisione  tracciato dall’agrimensore Bernardino Sarzetti nel 1723 e fatto eseguire dall’amministrazione ospedaliera “al fine di controllare e quantificare gli esercizi delle rivendite”. Secondo il documento, a quella data la Fiascona risulta essere ancora nel cortile dell’Ospedale Grande di S. Marco (AOMBg, Dissegno della Fiera di Bergamo dell’anno 1723, fatto da Bernardino Sarzetti agrimensore e notaio al servizio dell’ospedale. In M. Mencaroni Zoppetti, cit.)

 

Particolare del cabreo della Fiera di Bergamo di Bernardino Sarzetti, eseguito nel 1723. “E’ visibile il cortile cinquecentesco con la grande fontana, la piazza su cui erano piantati i gelsi, e la scala che conduceva all’ingresso della chiesa” (M. Mencaroni Zoppetti”, cit.)

Dopo quanto osservato e comparando l’immagine delle due fontane – quella al centro del cortile dell’Ospedale Grande di S. Marco e quella in piazza Fontana nel Borgo di S. Leonardo – dobbiamo forse ipotizzare l’esistenza di “due Fiascone”, molto simili ma non  identiche, collocate per un dato periodo in due diversi luoghi della città e nominate allo stesso modo?

Fotocomposizione delle “due Fiascone” messe a confronto © A sinistra, quella collocata nell’Ospedale Grande di S. Marco; a destra, quella posta nell’allora piazza Fontana, attuale Largo Rezzara. Dalla comparazione emerge una discreta similitudine, sia tra le due sagome e sia, almeno intuitivamente, tra le due vasche entro le quali è la fontana è collocata. Tuttavia il profilo delle due fontane, pur richiamando in entrambi i casi la forma di un fiasco, non è identico ed anzi denota sostanziali  differenze nel disegno. La “Fiascona” disegnata nella stampa ottocentesca riproducente il chiostro dell’Ospedale Grande, è forse il frutto di una idealizzazione stilistica voluta dall’autore, oppure denota l’esistenza di due diverse fontane, molto simili ma non identiche, nominate allo stesso modo?

Comparando invece la Fiascona di Borgo S. Leonardo e quella riprodotta nel cabreo del Sarzetti,  si riscontra una  vistosa similitudine:  nella vasca, nel profilo della fontana vera e propria e persino nella sua parte terminale, verosimilmente una struttura in ferro, terminante a cuspide.

© Confronto tra la fontana riprodotta da Sarzetti nel 1723 e quella collocata in piazza Fontana (Borgo S. Leonardo). Emerge una palese (e a questo punto sconcertante) somiglianza tra le due fontane

Il chiostro cinquecentesco dell’Isabello subirà trasformazioni  solo nel 1858, allorchè l’ing. Carlo Donegani procederà ad una modifica interna del complesso ospedaliero: è solo a quella data che, nel chiostro, “al posto di quella a forma di fiasco è posta una fontana con vasca ottagonale e putti” (14).

(14) M. Mencaroni Zoppetti, cit.

“Bergamo – Fontana e nuovo cortile dell’Ospitale civ. maggiore” (Fotografia di G. Leidi). La fotografia, databile al secondo Ottocento, mostra il nuovo cortile dell’Ospedale dopo la risistemazione eseguita nel 1858 da Carlo Donegani. Nella foto, unica testimonianza delle modifiche apportate all’interno dell’ospedale, “sono scomparsi o nascosti le colonne e i capitelli cinquecenteschi, gli archi e le balaustre dei loggiati sono ornati da decorazioni in cotto. Al centro del cortile, al posto di quella a forma di fiasco è posta una piccola fontana con vasca ottagonale e putti”. Dopodichè “non si hanno più notizie di quella dalla forma a fiasco che si trovava nel cortile isabelliano, riprodotta anche nel cabreo di Bernardino Sarzetti del 1723” (per immagine e didascalia: M. Mencaroni Zoppetti, cit.)

 

Disegno a matita e penna, eseguito dall’ing. Carlo Donegani, di una parte dei loggiati del cortile cinquecentesco dell’ospedale. Il disegno, eseguito poco prima delle trasformazioni  apportate da Donegani nel 1858, lascia supporre, o comunque non esclude, che nel periodo intercorso tra l’intervento isabelliano del 1536 e quello di Donegani del 1858, il chiostro non abbia subito modifiche (M. Mencaroni Zoppetti, cit.)

In mancanza di prove tutto è possibile, ma possiamo affermare con certezza che,  almeno fino al 1723 – come  eloquentemente attestato dal cabreo dell’agrimensore  Sarzetti – la Fiascona si trova ancora in mezzo al cortile dell’Ospedale Grande di S. Marco.

Dovremo attendere il 1810 per vederla allegramente zampillare nella chiassosa “piazza di fronte a S. Leonardo”, riprodotta in una mappa topografica della Roggia Serio,  conservata nella Biblioteca Civica A. Mai, e ritrovata in un testo pubblicato nel 2001 a cura dell’Ateneo di Scienze, Lettere ed Arti di Bergamo (15), corredata dalla seguente didascalia: “Dalla contrada di Prato si arrivava alla piazza di fronte a S. Leonardo dove era situata la Fiascona, fontana che veniva rifornita dall’acqua della Roggia Serio”.

La Roggia Serio, allora tutta scoperta, esisteva sin dal XIII secolo, quando fu scavato l’alveo con presa d’acqua ad Albino; lambiva la cinta muraria costruita a metà Quattrocento, chiamata “Muraine”, ed entrava nel Borgo, per il quale era la principale fonte di energia e di lavoro.  Ancora sino a metà Ottocento azionava mulini, filatoi, fucine, serviva per l’irrigazione degli orti, per i lavatoi pubblici e privati.

(15) Ateneo di Scienze, Lettere ed Arti di Bergamo, “Evoluzione di un luogo urbano – Dal Convento delle Grazie al Credito Bergamasco”. Bergamo – Edizioni dell’Ateneo, 2001.

Giovanni Battista Capitanio, 1810. Disegni planimetrici dell’andamento della Roggia Serio di ragione della città principiando dalle bocche di Albino sino alla coda di Serio, Tavola XXI, particolare. Biblioteca Civica A. May Bg – Cartella C21. “Dalla contrada di Prato si arrivava alla piazza di fronte a S. Leonardo dove era situata la Fiascona, fontana che veniva rifornita dall’acqua della Roggia Serio (in: Ateneo di Scienze, Lettere ed Arti di Bergamo, “Evoluzione di un luogo urbano – Dal Convento delle Grazie al Credito Bergamasco”, cit.)

Nel già citato articolo dell’Eco di Bergamo (16) si legge invece che la Fiascona “Distribuiva l’acqua agli abitanti di Borgo San Leonardo ed era alimentata dalla sorgente di Sant’Erasmo, poi, causa siccità, venne alimentata da una derivazione della roggia Curna” (roggia che interessa il lato meridionale del prato di S. Alessandro, la contrada di Prato e il borgo S. Alessandro).

E’ lecito chiedersi il perchè di tale discordanza, ed apprendiamo ad una prima indagine che “In Borgo Canale esisteva la fontana di S. Erasmo, dotata di ampia cisterna, non solo provvedeva ai bisogni degli abitanti ma alimentava un canale che, attraverso i prati, portava l’acqua alla fontana del ‘Paesetto’, a lato del monastero di s. Stefano, quindi alla fontana di s. Benedetto e infine alla fontana di borgo s. Leonardo, in piazza Fontana. Interrotta e non più riparata la conduttura, la fontana del Paesetto continuò a ricevere acqua attraverso una condotta che scendeva dalla fontana di s. Giacomo. Tracce dell’antico canale lungo la via s. Alessandro (o contrade del Mattume) furono trovate nel 1889 in occasione di scavi e giudicate in parte romane e in parte medievali. Si accertò, tra l’altro, che l’acqua veniva fatta scorrere in una canaletta formata da coppi accostati e sovrapposti” (17).

(16) L’Eco di Bergamo, Lunedì 04 Novembre 2013, “Demolita o venduta? È un giallo. Ma la Fiascona non zampilla più”. Di Emanuele Roncalli.

(17) Pino Capellini, “Acqua e acquedotti nela storia di Bergamo”. Ferruccio Arnoldi Editore, Bergamo (manca anno di edizione), p. 143, 148.

Luigi De Leidi detto Il Nebbia, “Fonte e Oratorio di S. Erasmo”, penna e acquarello su carta. Da l’Album Vimercati Sozzi. Bergamo – Biblioteca Civica. La fontana di S. Erasmo in Borgo Canale, fontana medioevale posta davanti alla chiesetta omonima, era alimentata da una sorgente. “La fontana serviva per i bisogni di tutti gli abitanti del borgo, salvo di quelli della parte alta che utilizzavano l’acqua dell’acquedotto di Sudorno. Dalla fontana partiva un condotto che scendeva fino al ‘Paesetto’, in via S. Alessandro alta, alimentando la fontana qui esistente. Con l’arrivo dell’acqua potabile la fontana di S. Erasmo venne sostituita da un lavatoio

La Fiascona continuò la sua permanenza in piazza Fontana sin verso la fine dell’Ottocento, come del resto attestato da un ricco corredo iconografico, benchè possa esserci qualche dubbio riguardo la data esatta della sua rimozione (18).

(18) Riporto a beneficio d’inventario un dato rinvenuto in un catalogo della Biblioteca Civica, dove, in riferimento al periodico “La Rivista di Bergamo”, si legge: “Piazzetta con la fontana detta la Fiascona posta nell’anno 1548 e tolta nel 1890” (Biblioteca Civica di Bergamo, La Rivista di Bergamo, anno 37, vol. 10, data ott. 1936, Autore: Gritti Pietro, Titolo: Piazza Pontida. Declino di un luogo protagonista. Pagina 9).

La Fiascona in un’acquaforte di Romeo Bonomelli. Le acqueforti di Bonomelli sono datate tra il 1911 e il 1936 (da L. Angelini, “Il volto di Bergamo nei secoli”)

In quanto alle motivazioni, è ancora L’Eco ad avanzare ipotesi: “Lì resistette sino alla fine dell’Ottocento (1887), quando dovette lasciare spazio ai binari dei primi tram a cavalli. In sostanza la Fiascona era d’intralcio alle vetture trainate dai cavalli che transitavano lungo la contrada di Prato (via XX Settembre). In realtà fu dapprima chiusa agli inizi del 1882 perché, da analisi effettuate dall’Ufficio di sanità nel 1881, risultò che l’acqua era inquinata e, poi, con decreto del 26 settembre 1883 fu rimossa dal Comune. Molti ritennero invece che il vero motivo fosse da ricercare nel passaggio della linea tranviaria” (19).

Il servizio di trasporto pubblico venne inaugurato nella città di Bergamo nel 1887,  gestito su concessione del Comune dalla società dell’ing. Ferretti, istituita nel 1887. il progetto di Ferretti “includeva, oltre la funicolare, una modesta rete di tram a cavalli allacciata alla funicolare”, che percorreva il tratto da Piazza Pontida (Cinque Vie) a Borgo Santa Caterina, transitando per le Vie Tasso e Pignolo. Dopo aver posato, a partire dal luglio del 1887, le guide sul viale della Stazione (dove il 30 settembre dell’88 il Brembo e il Serio – le prime due macchine a vapore – percorrevano il viale Vittorio Emanuele), nell’ottobre dello stesso anno “si posero le guide di ferro in Piazza Pontida per il tram a cavalli dei Borghi”. (20).

Bisognerà attendere il 1904 perchè la linea “a cavalli”  tra piazza Pontida e la parrocchia di Borgo S. Caterina, venga elettrificata.

“Sulla soglia del 1900 Bergamo era afflitta dalla febbre di grandezza. Si pensi che in quel tempo (1899) si facevano adunanze su adunanze per l’attuazione della ferrovia della Valle Brembana, per lo studio della tramvia Bergamo-Sarnico, si studiava d’estendere la trazione elettrica a tutti i tram cittadini, che fino allora erano trainati da cavalli. Vi ricordate, egregi miei coetanei, del gobbo che accompagnava il terzo cavallo, per assicurare la salita di via Pignolo?” (21).

(19)  L’Eco di Bergamo, Lunedì 04 Novembre 2013, “Demolita o venduta? È un giallo. Ma la Fiascona non zampilla più”. Di Emanuele Roncalli.

(20) Luigi Pelandi, Attraverso le vie di Bergamo scomparsa II – La Strada Ferdinandea. Collana di Studi Bergamaschi, a cura della Banca Popolare di Bergamo. Poligrafiche Bolis, Dicembre 1963.

(21) L. Pelandi, cit.

La chiesa di San Leonardo, all’imbocco di via XX Settembre, da una tempera del pittore bergamasco Giuseppe Gaudenzi (1863-1941), con la neonata linea tranviaria a trazione animale transitante lungo la contrada di Prato (via XX Settembre). Gaudenzi illustrò, verso il 1895-1900, parecchi “angoli e tipici edifici cittadini ora scomparsi o radicalmente mutati” (da L. Angelini, “Il volto di Bergamo nei secoli”).

 

Piazza Fontana, oggi Largo Rezzara: sotto i portici le bancarelle con le derrate e il tram a trazione elettrificata, mentre il portico della chiesa è ancora visibile (Archivio Wells)

 

Da cartoline Lucchetti. La ripresa fotografica è antecedente al 1905

Non resta che chiedersi che fine abbia fatto “La tozza fontana a forma di fiasco, contornata da un’ampia vasca ottagonale” che “finì per essere d’intralcio. Bella non era ma caratteristica sì, con gli spruzzi sottili che gemicavano dai fianchi pietrosi dell’olla pancuta. La sua scomparsa seguì di poco tempo quella delle colonne del Prato, poste fra l’omonima contrada e il campo della Fiera” (22).

(22) Umberto Zanetti, “Bergamo d’una volta”, Artigrafiche Mariani & Monti. Ponteranica – Bergamo, 1983.

Una volta rimossa, dove finì? Lasciamo il finale alle cronache cittadine.

“Fu sicuramente smontata e portata nei magazzini comunali, ma durante la rimozione venne rotta nella parte centrale. Non fu in ogni caso fatta a pezzi, ma da quel magazzino un ben giorno sparì. Dove è finita dunque? Una risposta la diede il compianto assessore Aldo Ghisleni che nell’aprile del 1998 durante una seduta della seconda Commissione consiliare affermò: «La fontana appartiene a un privato, che l’ha regolarmente acquistata dal Comune. D’intesa col sindaco, sto cercando di riacquistarla». Il tentativo fallì. E il fatto che per molti la fontana sia finita ad abbellire il bel parco di una villa (Longuelo? Colli?) non pare più una leggenda metropolitana. Anche Palafrizzoni potrebbe dunque tornare sulle tracce della fontana. O forse anche il legittimo proprietario potrebbe farsi avanti. La Fiascona è sua. Nessuno gliela porta via. Ma almeno ce la mostri. Perché questo pezzo di storia bergamasca non può rimanere nascosta fra aceri e platani” (23).

 (23) L’Eco di Bergamo, cit.

 

Fonti

Giulio Orazio Bravi.

Luigi Pelandi, Passeggiando per le vie di Bergamo scomparsa – Il Borgo di S. Leonardo. Collana di Studi Bergamaschi – A cura della Banca Popolare di Bergamo. Bergamo, Poligrafiche Bolis, 1962.

L’Eco di Bergamo,  Lunedì 04 Novembre 2013, “Demolita o venduta? È un giallo. Ma la Fiascona non zampilla più”. Di Emanuele Roncalli.

Tosca Rossi, A volo d’uccello – Bergamo nelle vedute di Alvise Cima – Analisi della rappresentazione della città tra XVI e XVIII secolo, Litostampa, Bergamo, 1012, p. 210.

Maria Mencaroni Zoppetti (a cura di), L’Ospedale nella città – Vicende storiche e architettoniche della Casa Grande di S. Marco. Collana: Storia della sanità a Bergamo – 1. Fondazione per la Storia Economica e Sociale di Bergamo.

Bergamo scomparsa: la nascita di Piazza Pontida. Andreina Franco Loiri Locatelli per Bergamosera.

Ateneo di Scienze, Lettere ed Arti di Bergamo, “Evoluzione di un luogo urbano – Dal Convento delle Grazie al Credito Bergamasco”. Bergamo – Edizioni dell’Ateneo, 2001.

Pino Capellini, “Acqua e acquedotti nela storia di Bergamo”. Ferruccio Arnoldi Editore, Bergamo, p. 143,148.

Luigi Pelandi, Attraverso le vie di Bergamo scomparsa II – La Strada Ferdinandea. Collana di Studi Bergamaschi, a cura della Banca Popolare di Bergamo. Poligrafiche Bolis, Dicembre 1963.

Umberto Zanetti, “Bergamo d’una volta”, Artigrafiche Mariani & Monti. Ponteranica – Bergamo, 1983.

Luigi Angelini, Il volto di Bergamo nei secoli. Poligrafiche Bolis, Bergamo, 1952.