Lo storico Caffè Balzer sul Sentierone, specchio di un’epoca

Il nome “Balzer” suona come una piccola melodia che riecheggia nell’aria evocando profumi e sensazioni palpitanti di vita, e vien voglia di pronunciarlo lasciandosi trasportare dalla scia di storie non poi così lontane.

Quando nel 1936 i Balzer, mercenari originari del Leichtenstein, aprirono i battenti del famoso “Caffè”, potevano già vantare un passato di tutto rispetto avendo già aperto dal lontano 1850 la loro prima pasticceria a Palazzolo sull’Oglio, cui ne era seguita una seconda a Treviglio.

Quando i Balzer nel 1936 aprirono il Caffè sul Sentierone, il Nazionale vi esisteva già dall’Ottocento in un edificio della vecchia Fiera, dove aveva simboleggiato a lungo, grazie all’intraprendenza dell’impresario teatrale milanese Pilade Frattini (che ebbe in gestione anche il Teatro Nuovo e il Casinò di S. Pellegrino), la “Belle Époque” in salsa nostrana. Era anche il ritrovo della vita artistica ed intellettuale di Bergamo

I Balzer erano approdati nel cuore di Bergamo bassa rilevando quei locali sotto i portici del Sentierone un tempo occupati dalla pasticceria di Ubaldo Isacchi, già stanziata in loco dai primi del Novecento, in un negozio dell’antica Fiera.

L’ingresso dell’autostrada Milano-Bergamo nel 1928, poco dopo l’inaugurazione, con a destra il cartello pubblicitario della Pasticceria Isacchi e, a sinistra, quello del Moderno, albergo “di prim’ordine” (proprietà Museo delle Storie di Bergamo)

Giunta in città, la storica denominazione si riconfermò da subito come uno fra i marchi più prestigiosi, dando avvio ad un’epoca splendente che vide il suo apogeo negli anni Cinquanta e Sessanta, quando Modugno cantava “Nel blu dipinto di blu”.

Lungo il Sentierone nel 1939

 

La storica pasticceria, dal 1936 tra gli eleganti portici affacciati sul Sentierone, di fronte al Teatro Donizetti, domina il viale pedonale aperto nel 1762 come passeggiata per eccellenza dei bergamaschi

Se fino a metà Novecento il Balzer aveva conteso al Nazionale il primato di “Caffè d’eccellenza” del Sentierone, la gestione unificata dei due locali sotto il nome di Sandro Balzer aveva incrementato l’assidua frequentazione dei caffè più eleganti del “corso”, permettendo ai bergamaschi di rivivere l’eco della romana via Veneto.

 

Il Nazionale intorno alla metà degli anni Cinquanta, dopo che Sandro Balzer ne assunse la gestione. Si notino le tipiche tende Balzer lungo tutte le arcate dei portici, sormontati dall’insegna del “Nazionale” (immagine del Fondo Cittadini esposta alla mostra “La città visibile”, organizzata nel 2008 all’allora Museo storico di Bergamo)

 

Capannelli sul Sentierone nel  novembre 1963 (Foto Giovanni Gelmini)

 

Capannelli sul Sentierone nel novembre 1963 (Foto Giovanni Gelmini)

Fu proprio allora che, con Sandro Balzer, venne “rispolverata” la produzione della celebre “Polenta e Osèi”– rivisitazione dolce del tradizionale secondo piatto locale – che da tempo forma un binomio indissolubile con la città, tanto da essere uno dei pochi souvenir esportati in tutto il mondo.

La “Polenta e Osèi”, il dolce tipico di Bergamo, fu creata nel 1907 da Alessio Amadeo nella sua pasticceria di viale Roma, la “Milanese”. Egli la riprodusse in vari formati, ottenendo da subito un grande successo. Venne poi riproposta da altre pasticcerie della città (proprietà Balzer)

 

Gioppino e la “Polenta e Osèi” di Balzer (Archivio Balzer)

 

Brevetto di Balzer della “Polenta e Osèi” (Archivio Balzer)

 

Brevetto di Balzer della “Polenta e Osèi” (Archivio Balzer)

Negli anni precedenti, dai laboratori del Balzer si sfornavano panettoni annoverati tra i più celebrati marchi meneghini, grazie alla capacità di coniugare la fedeltà verso le antiche ricette ai gusti moderni e all’innovazione.

Anni Sessanta: l’ultima sfornata dei panettoni di Natale, prodotti con ingredienti di prim’ordine e capaci di concorrere con le rinomate fornerie meneghine (Archivio Balzer)

 

Il laboratorio Balzer. Giancarlo Balzer ricorda la produzione della pasticceria quando era piccolo e faceva capolino in laboratorio: “Prima i bignè erano uno diverso dall’altro e grandi, le torte molto lavorate e confezionate con meticolosità da mia nonna nel laboratorio” (Archivio Balzer)

 

Il vigile in pedana in piazza Vittorio Veneto (anni Sessanta)

Durante il periodo natalizio gli automobilisti li acquistavano per depositarli all’angolo del Sentierone, di fronte alla Vedovella, come gentile omaggio per i Vigili Urbani.

1967: il punto di raccolta dove a Natale gli automobilisti depositavano il panettone in omaggio ai vigili urbani

 

1967: il punto di raccolta dove a Natale gli automobilisti depositavano il panettone in omaggio ai vigili urbani

 

1967: il punto di raccolta dove a Natale gli automobilisti depositavano il panettone in omaggio ai vigili urbani

 

Piazza Vittorio Veneto e la torre dei Caduti negli anni Cinquanta (Archivio fotografico Sestini – Fondo Cittadini)

 

Bergamo Alta da piazza Matteotti, illuminata in occasione delle festività natalizie

E così fu anche per la “Torta Donizetti”, prodotta da Angelo Balzer nel 1948 in occasione del centenario della morte del noto compositore bergamasco; dolce di cui ancor oggi si conservano i brevetti originali: una torta margherita a forma di ciambella con pezzetti di ananas canditi.

Di nuovo le tende di Balzer nei locali precedentemente occupati dal Nazionale; tuttavia  l’insegna “Nazionale” è scomparsa (da una cartolina d’epoca)

Il suo successo non fu però immediato ed anzi, dopo la chiusura di alcune pasticcerie – in particolare Viola, Amadeo e Calzavara – la torta del Donizetti aveva addirittura rischiato l’”estinzione”: esplose nel 1997, quando la Camera di Commercio invitò il Gruppo pasticcieri dell’Associazione artigiani a rilanciare la torta e a definirne la ricetta, ora arricchita rispetto alla prima versione, con l’aggiunta di albicocche candite per garantire quel tocco in più di freschezza in una torta già di per sé ricca di burro, uova, zucchero e con un intenso aroma di vaniglia.

La nuova ricetta della Torta Donizetti, del 1997, è stata omologata ed inserita in “Bergamo Città dei Mille sapori”, il marchio della Camera di Commercio che garantisce la genuinità dei prodotti bergamaschi (proprietà Balzer)

Una felice intuizione, all’epoca assolutamente innovativa, fu quella di dotarsi di quei simpatici veicoli bicolori che ogni mattina distribuivano in tutta la provincia i prodotti appena sfornati e che ancor’oggi rappresentano l’immagine di Balzer riconosciuta in tutto il mondo.

I furgoni di Balzer negli anni Sessanta (Archivio Balzer)

 

Anni `50 del XX secolo. Bergamo  (proprietà Museo delle Storie di Bergamo)

 

LA DOLCE VITA

L’interno di Balzer in un’immagine d’epoca (Archivio Balzer)

Negli anni “ruggenti” – quelli del Tullio, del Sandro, del Nino e del Pasta -, Balzer era il locale di punta della Bergamo chic e salottiera, quando nell’attiguo Teatro Donizetti impazzavano spettacoli di prim’ordine e l’aperitivo così come il dopo-teatro, erano un rito irrinunciabile.

In quegli anni il Donizetti sciorinava il fior fiore delle esibizioni: Lucia di Lammermoor, Don Pasquale, un concerto dell’orchestra d’Archi dell’Angelicum di Milano, i balletti del Festival internazionale di Nervi: Corrida, Cigno nero, Don Chisciotte, Giselle..

 

Un ricordo del Sig. Salvatore, al lavoro presso il Caffè Pasticceria Balzer (per gent.ma concessione della figlia, Renata Pellegrini)

Vi gravitavano i grandi nomi dello spettacolo e della cultura, nazionale ed internazionale: dalla divina Maria Callas al maestro Gianandrea Gavazzeni, da Mastroianni a Gassman, dal sovrintendente Bindo Missiroli alle ballerine classiche come Ivette Chauvrié (étoile e poi direttore dell’Opéra di Parigi), Lina Dayde e Rosella Hithower fino ai cantanti come Renata Scotto, Paolo Washington, Antonio Zerbini, e moltissimi altri.

Nelle soste prolungate ai tavolini all’aperto si dava appuntamento la crème della Bergamo bene composta da habitué: avvocati come Pezzotta, Riva, Graff, Tadini; politici, notai e banchieri, dottori, calciatori, industriali, giornalisti, intellettuali e nobiltà locale.

Uno stand della libreria fondata da Arnoldi sul Sentierone negli anni Trenta. La libreria si trovava in piazza Santo Spirito (proprietà Libreria Arnoldi)

Bisogna ricorrere all’onnipresente “Novecento a Bergamo” per ricordare alcuni fra i nomi degli habitué del Balzer.

L’insegna del Cinema “Centrale” sotto i portici

Fra gli intellettuali spiccava fra tutti il poeta Alberico Sala, insieme ad Emilio Zenoni col già citato Bindo Missiroli e il suo Teatro delle Novità

Gli edifici del nuovo centro progettato da Marcello Piacentini. Fra gli habitué del Balzer v’era anche anche il noto odontoiatra Mike Avetta, il cui cognome campeggiava a caratteri cubitali proprio sopra i portici del Sentierone

Negli anni Sessanta, fra gli habitué locali v’erano Moltrasio, Gilardoni, Nino Zucchelli, Vavassori tutore di Daniele Pesenti, l’altera signora Mina Pesenti, Martino Marzoli, descritto a rincorrere la splendida soubrette Elena Giusti, Aldo Rigamonti..

E ancora Frattini e Siebaneck, “Xella con la sua rombante moto, Marcello Personeni con il suo fascino di gran conquistatore, il giovane giornalista emergente Ravanelli, Renato Cortesi, l’Annalisa Cima di San Giovanni Bianco, sorella cerebrale di quel mattocchio di Francesco. Tutti seduti al Balzer a ciacolare spensieratamente”.

Notturno, 1953

Fra i “principi” del Foro: Pezzotta, Riva, Graff e Guido Tadini con la bellissima Maria: la coppia più in vista della Bergamo più snob.

Porta Nuova, 1947

Fra la Bergamo nobile: il conte Marino Colleoni, la baronessa Ninì Scotti con la madre Maria, Gian Maria Suardo, Carlo Bonomi e il caratteristico Stanislao Medolago.

Inoltre, il conte Alberto Mapelli, “sfegatato di auto e di belle donne”, Giancarlo Turani, Dedi Testa, i fratelli Radici, Giampiero Pesenti, Pierino Terzi, “il più grande barzellettiere di quel tempo, scapolo impenitente crollato sul filo di lana..”.

Trofeo Balzer Ciclismo. Anni ’50/’60

Ma vi bazzicavano anche personaggi bizzarri, “amanti e nuovi artisti, sfaccendati e biscazzieri, sensali e finanzieri. Bella gente e anche no, però sempre con un certo stile”.

A spasso per i portici del Sentierone, intorno agli anni Trenta

Un locale popolare e aristocratico, culturale e mondano, serio e pettegolo, tradizionale e moderno, dove passarono la cronaca e la storia.

Notturna, 1950

Gli argomenti spaziavano dalla politica allo sport, dalla cronaca locale agli scandali nazionali, dall’arte alla cultura e, naturalmente, le belle donne.

Il sentierone in veste domenicale (Foto Giovanni Gelmini)

 

Piazza Dante era all’epoca un tripudio di bolidi: c’era l’argentea Mercedes di Ferretti, l’Aurelia e la moto Rumi degli affascinanti fratelli Reggiani.

Motociclisti in piazza Matteotti,  anni ’50. Nell’immagine è ritratto uno dei due figli della famiglia Reggiani, entrambi scomparsi giovanissimi (Foto Gentili)

C’era Sergio Nessi con la Topolino Mille Miglia, Cesare Gambirasi con la Mg e Antonio Cembran con una sorta di ‘portaerei’ americana.

 

E non poteva mancare, nel ricordo di Antonio Cembran, un certo Rififì con tanto di Rolls Royce nera e autista in gambali (1).

Per il suo essere intimamente legato alla vita e agli umori cittadini, il Balzer era perciò era divenuto una costante dei principali reportage giornalistici locali, alla stregua della “dolce vita” di romana memoria.

 

DAGLI ANNI DELLA CRISI ALLA RINASCITA

La famiglia Balzer condusse la gestione del locale fino al 1986. A distanza di dieci anni e cioè dal luglio del 1996, il salotto buono e caffè storico d’Italia venne chiuso per una crisi causata da costi elevati.

Fine anni `50 – inizio anni `60. Bergamo, Sentierone (proprietà Museo delle Storie di Bergamo)

Si ebbe la sensazione che la sua chiusura coincidesse con la fine di una certa Bergamo. Che si trattasse di un cambio epocale e che il mondo che l’aveva caratterizzato fino a quel momento stesse scomparendo, insieme a quella spensieratezza che si era respirata molto a lungo.

Tanto che quando l’anno successivo il locale riaprì i battenti, in molti si chiesero se ciò potesse bastare per ritrovare quell’atmosfera vagamente mitteleuropea che ne aveva fatto un luogo magico e irripetibile.

Un luogo che aveva racchiuso in un angolo di città, tra migliaia di tazzine di caffè ed aperitivi, il pensiero, l’estro, la gioia di vivere, la voglia di esserci e raccontarsi.

Bene o male, si era chiusa un’epoca.

Dopo il lungo periodo contrassegnato dalla gestione della famiglia Balzer, si sono susseguiti a ritmo sempre più serrato ben sei passaggi di mano: un continuo avvicendamento culminato nel 2014 nell’estromissione dalla guida dei Locali storici d’Italia, dove il locale era regolarmente inserito fin dagli anni Novanta del secolo scorso insieme al Caffè del Tasso di Piazza Vecchia e al Caffè Falconi di via Camozzi (2).

Una crisi imputabile in parte anche al fenomeno dello “svuotamento” del centro, che sempre più occupato da banche ed uffici aveva portato la comunità cittadina a cercare altrove i suoi luoghi di incontro.

Mamme e bambini in Piazza Dante negli anni Cinquanta

Oggi, lasciatasi alle spalle le passate traversie, la storica insegna è oggetto di un progetto di rilancio che sembra andare di pari passo con la voglia di recuperare a nuova vita e a nuova energia il centro cittadino.

La rinascita del locale-simbolo della città è stata affidata all’estro e all’esperienza dello chef Vittorio Fusari, intenzionato a ricostruire il prestigio di un marchio che è strettamente legato al mondo del dolce.

Le medaglie di cioccolato dedicate a Donizetti (proprietà Balzer)

La pasticceria è perciò tornata ad essere protagonista assoluta nel rinnovato Balzer, tornando ad essere tutta prodotta nei grandi laboratori del seminterrato del locale, compresi i lievitati – i dolci storici del Balzer -, che tanta celebrità han dato ad un marchio capace di espandersi ben oltre i confini della provincia.

I celeberrimi panettoni “Balzer” (proprietà Balzer)

Un grande lavoro è quotidianamente orientato a recuperare i piatti e i dolci storici del Balzer, quelli che parlano alla memoria dei bergamaschi, alleggeriti però nelle calorie.

A livello più generale Fusari ha rivalutato il concetto di “osteria”, tornando a concepire il locale come un luogo di aggregazione, non solo attraverso una una proposta molto diversificata ed articolata, tesa a soddisfare le esigenze più svariate, ma anche creando più posti a sedere e rendendo accoglienti diversi angoli che erano stati dimenticati nel tempo, sempre nel rispetto dei dettagli storici.

L’interno (proprietà Balzer)

 

Proprietà Immobiliare della Fiera

Per quanto concerne la cucina (sempre aperta), la creatività si coniuga alla freschezza e alla qualità delle delle materie, con una spiccata predilezione per le biodiversità locali, per i prodotti provenienti da agricoltura biologica, per l’utilizzo più tradizionale delle tecniche di cottura, raffreddamento, fermentazione e trasformazione.

Proprietà Immobiliare della Fiera

“Una cucina che sceglie il rispetto del lento scorrere delle stagioni e che si ancori alla memoria della propria cultura e delle proprie origini”.

E se lo dice Vittorio Fusari, possiamo credergli.

Note

(1) “Il Novecento a Bergamo – Cronache di un secolo”. Di Pilade Frattini e Renato Ravanelli. A cura di Ornella Bramani – Vol. II. UTET. Anno 2013.

(2) Nel 2014 l’attività venne rilevata dal gruppo arabo di Dubai Dnata, uno dei maggiori fornitori al mondo di servizi nel settore aeroportuale, che già dal 2008 deteneva il 50% delle quote insieme alla Servair Air Chef, società francese specializzata nella gestione di bar e nella ristorazione aeroportuale. Il 30 gennaio del 2015 il testimone passò nelle mani dell’esperto imprenditore toscano Giovanni Barghi. Nel febbraio del 2018 la gestione venne ceduta all’imprenditore Patrizio Locatelli, con l’intento di riportare a Bergamo l’eccellenza e la qualità Balzer. Dal marzo 2018 la società capitanata da Patrizio Locatelli ha affidato allo chef Vittorio Fusari il progetto di rilancio della storica insegna del Sentierone.

La Pasticceria Isacchi sul Sentierone, l’antesignana di Balzer

Prima che la famiglia Balzer approdasse sotto i portici del Sentierone, nel cuore di Bergamo bassa, il locale d’eccellenza nel settore della pasticceria era quello di proprietà dei coniugi Isacchi, che dai primi del Novecento  conducevano il rinomato Caffè Pasticceria negli edifici della vecchia Fiera, proprio in affaccio alla passeggiata.

L’ingresso dell’autostrada Milano-Bergamo nel 1928, poco dopo l’inaugurazione. A destra, il cartello pubblicitario della Pasticceria Isacchi; a sinistra quello del Moderno, albergo “di prim’ordine”

Del Caffè Pasticceria Isacchi, di cui non abbiamo immagini, ci è pervenuto un capitoletto in prosa dal gusto un po’ rétro dello scrittore bergamasco Geo Renato Crippa (Bergamo, 1900-1981), che ne ha tratteggiato con sapienti pennellate un minuzioso affresco, rievocandone un ricordo vivo, ricco di sfumature e di sonorità.

Il locale era il primo negozio della lunga fila che ornava la celebre passeggiata  dei Bergamaschi. Primo anche per pulizia, brillantezza, ordine, qualità signorile, moralità e silenzio: un fior fior di locale, un gioiellino oltremodo lindo ed ordinato e di una signorilità discreta.

Il Sentierone con i suoi famosi “caffè”, intorno al 1914: Il Nazionale (Frattini), frequentato dalla gioventù “bene”; il Bramati, frequentato dai pensionati e dagli studenti; il Centrale, frequentato dai “signorotti”; il Gambrinus, frequentato dai commercianti e dai mediatori (Raccolta Lucchetti)

Regnava un silenzio così irreale che le rarissime signore che vi sostavano per un caffè o un bicchierino di rosolio – il thé non era ancora in auge – , sussurravano a bassa voce, attente a non infrangere quella magica atmosfera.

Chi vi entrava avvertiva la sensazione di trovarsi una specie di cofanetto per gioielli. Era come aprire un carrilon e sorprendersi ad osservare il mondo in miniatura di una casa di bambole.

Sulla destra del salone vi era un lungo mobile ricco di cristalli che attirava la curiosità. Alle sue spalle, delle vetrine di mogano sui cui ripiani erano disposti con misurata accortezza splendidi vasi di barocchetto gonfi di caramelle, cioccolati, pralines d’ogni genere, qualche bottiglia dei liquori allora in voga, con l’etichetta perfettamente rivolta verso il “signor cliente”.

Lì accanto, quattro tavolini bianchi dorati in stile impero e in fondo altri tavolini diposti a mo’ di salottino nobiliare.

Nell’aria, un profumo di caffè e di dolci appena sfornati.

“In quanto ai proprietari, il signor Luigi e la cortese consorte, distinti in una loro speciale maniera, gentili al massimo di una condotta classica, sembravano usciti dalle mani abili di uno di quegli specialisti venuti dalla Toscana, da Capodimonte o da Sèvre, per foggiar statuine dipinte”.

Taciturni e laboriosi, capaci e ineccepibili, si muovevano fra una sala e l’altra con passo felpato quasi fossero in un tempio, “chiedendo, come trasognati, i desideri di quanti li interpellavano, usando, nelle risorse, grazie preziose”.

Come quel magico ambiente, sembravano usciti da una fiaba dove tutto tendeva al perfetto. Il silenzio dominava e, se necessario, gli Isacchi “sapevano astrarsi con cautelata magia”.

Anni Venti: la “Pasticceria Conca d’Oro”, all’incrocio tra via Garibaldi e via Nullo

La qualità dei suoi prodotti era perfetta e genuina e mai e poi mai nella sua pasticceria gli stessi dolci riapparivano il giorno dopo. Il vocabolo “stantio” gli era sconosciuto. Quello del signor Luigi, non era né un mestiere né un negozio qualunque: “la sua, precisava, consisteva in una professione di quasi artista”.

Le osservazioni lo ferivano. Di queste ne soffriva fin quasi ad ammalarsi e perciò difendere la bontà dei suoi pasticcini fu sempre, per il signor Luigi, un obbligo e un diritto: biscotti ad “esse”, offelle, cannoncini pieni di zabaglione, panettoni, colombe, “pan di Spagna” e “Polenta ed uccelli”, prodotti in quantità misurata, erano composti da ingredienti di primissima qualità: farina e zucchero a velo, burro speciale e ricercato.

L’interno della “Pasticceria Roma” nel viale omonimo, ora Papa Giovanni XXIII°. Sullo stesso viale esisteva anche la “Pasticceria Milanese”, gestita dal 1907 da Alessio Amadeo e dalla moglie Giuseppina. Alessio fu il creatore, nel 1910, della “polenta e osei”, rifacendosi ad uno dei piatti tradizionali della cucina bergamasca: una cupola di Pan di Spagna inzuppato di liquore all’arancia, ricoperta di pasta di mandorle gialla spolverata di zucchero, e sopra uccelletti di cioccolato o marzapane. Prodotta in vari formati, ottenne un successo tale da essere offerta, come gentile omaggio bergamasco, ai capitani delle squadre avversarie prima dello svolgimento delle partite dell’Atalanta. La consegnava al capitano avversario di turno un nipotino di Alessio, per l’occasione mascherato da Gioppino. Dopo essere stata messa un po’ in disparte, negli anni Cinquanta è stata riscoperta da Balzer

Il tutto, rigorosamente impastato a mano: niente macchine e frullatori meccanici nel suo locale, dove il forno era scaldato unicamente con pezzi – precisi e uguali – di quercia o di faggio.

In quanto alla clientela e ai frequentatori del suo “salotto”, non esistevano rivali. Andavano da lui le migliori famiglie della città e della provincia: “gente elegante, azzimata, molto, molto a modo. Arrivavano, magari, in carrozza, anche da Città Alta, dove vivevano i veri signori”.

In certe ore il “corso” prendeva ad essere frequentato da “professionisti di grido, nobili, industriali ai loro inizi, gente altolocata, perciò gli incontri sollecitavano prestigio.

Sul Sentierone nel 1911

Passar sul Sentierone non era cosa facile, occorreva vestirsi bene, camice pulite, scarpe brillanti.

La “Pasticceria Donizetti” sul Sentierone, nel 1914

D’inverno sfoggiavano le pellicce, i paletots alla “pellegrina”, le signore poi, meglio tacere.

Dame a passeggio sul Sentierone, nel 1910 (Raccolta Lucchetti)

L’estate smagliavano i “panama”, le magiostrine, i tait grigi alla Fieschi, le giacchette di alpagas sui pantaloni a quadretti, ed i gilets bianchi inamidati.

I monumentali cappelli delle dame, zeppi di fiori, uccelli, piume, foglie varie, una meraviglia. Bergamo acquistava il viso di centro movimentato”.

Negli anni Venti, poco dopo la Grande Guerra, gli habitué dell’Isacchi occupavano le serate estive ai tavolini all’aperto: erano la crème della Bergamo borghese e intellettuale, e mentre i letterati e i giornalisti prediligevano il Nazionale, all’Isacchi c’era un singolare miscuglio di musicisti, artisti, poeti e professionisti del Foro, questi ultimi spesso uniti, nella vita come nel lavoro, da vincoli di affettuosa amicizia.

Fra gli avvocati, Ubaldo Riva (poeta per passione, sempre declamava i versi di Verlaine o di Baudelaire), Eugenio Bruni, Camillo Graff (avvocato dell’Atalanta), Giacomo Pezzotta, Zilocchi, Naddeo, Alfonso Vajana, Mazza de’ Piccioli, Ranzanici, Lorenzo Suardi, quest’ultimo grande civilista e presidente della Banca Popolare di Bergamo.
Il musicista Gianandrea Gavazzeni era fra loro, insieme ai pittori – quasi tutti attualisti e avveniristi – come Gino Visentini, Dante Montanari, Contardo Barbieri, Giulio Masseroni, Pietro Servalli. Questi facevano gruppo, nel quale non mancavano Alberto Vitali, Recchi e l’architetto Pino Pizzigoni.

Il Sentierone nel 1920, con i suoi quattro famosi caffè: il Nazionale, il Bramati (dove si fecero le prime proiezioni cinematografiche per Bergamo), il Centrale e il Gambrinus (in quegli anni frequentato da giornalisti e letterati). Questo lato della vecchia Fiera fu l’ultimo ad essere abbattuto, mentre dietro già si costruiva (Raccolta Lucchetti)

Per la pasticceria, i periodi cruciali erano quattro: la Pasqua ed il Natale, la Fiera di Sant’Alessandro (26 agosto) e il Caffé delle Terme di San Pellegrino, dove gli Isacchi avevano una filiale.

In quel periodo affollato, il signor Luigi doveva fare la spola tra Bergamo e San Pellegrino, adeguando il personale alle troppe commissioni: “se a Bergamo non si sapeva dove sbattere la testa, a San Pellegrino peggio”.

Il Caffè Isacchi a San Pellegrino Terme

Durante la stagione curativa la calca aumentava, alle Terme, in modo impressionante. San Pellegrino era “centro” alla moda. Persino la regina Margherita, con il suo “corteggio”, vi avevano fatto una capatina.

Il trambusto si faceva impossibile quando di fronte al Caffè arrivava un’Orchestrina composta da sette artiste viennesi, tutte vestite di candide sete. E allora, mentre dal palco calavano i valzer di Waldteufel e degli Strauss, era tutto un via vai di camerieri con il signor Luigi che assisteva scorato, al disordine che aborriva.

Il Caffè Isacchi a San Pellegrino Terme, nel porticato della fonte (per gentille concessione di Paolo Colleoni, da San Pellegrino Terme Ricordi)

Anche nel mese in cui si teneva la Fiera, all’Isacchi si impazziva.

Molti vi accorrevano anche per la stagione dell’opera. Allora la quieta Bergamo si riempiva di forestieri e di centinaia di provinciali che si affollavano all’Isacchi richiedendo un ricordo, fosse esso “una torta od altro, da portare al ritorno ma preparato con quella esemplare cura riconosciuta dappertutto”.

Così la signora Isacchi – “un donnino a modo, vestita all’antica ma linda, parimenti ad uno zuccherino” si affannava a confezionare pacchetti e pacchettini, muovendo le sue manine con ricercatezza, specie quando si trattava di “rosei sacchetti di scelti drops o di pralines da recare in teatro. In tale compito mostrava la sua educata malia. Le clienti ne andavano fiere”.

La Strada Ferdinandea nel 1918

Era un piacere vederla scegliere le carte colorate, i nastri variopinti, le scatolette “decorate alla Liberty con fiorellini, foglie vaporose, fra le quali trovavano rifugio infanti nudi ed uccellini dalle ali screziate d’oro e d’argento”.

I baracconi per la Fiera dell’8 agosto 1908

Il pandemonio poi, infieriva per le feste di Natale e di Pasqua, per colombe e panettoni quando la fretta per i doni e le compere estenuanti, la gestione del “forno”, del laboratorio e dei fornitori, incalzava incessantemente: mantenere il garbo diventava perciò un’impresa, che obbligava gli Isacchi a custodire stoicamente la reputazione acquisita in anni ed anni di prudenza.

La chiusura a tarda sera, rappresentava una benedizione del Signore; alla fine delle festività ritornava la calma e nel locale tornava un senso di irreale.

Il laghetto dei cigni nel 1923

Il vecchio Luigi lo si vedeva spesso attraversare il Sentierone con vassoi carichi di vettovaglie, per soddisfare le richieste dei soci del Circolo dell’unione, impiegati in lunghissime partite a carte nelle sale “alte” del teatro Donizetti.

Non aver mai cercato di mutar verso per seguire nuove mode, fu sempre il pallino della celebre bottega. Ripeteva, il signor Isacchi, “ch’egli produceva per labbra e bocche sapienti nella moderata ricchezza dei sapori dosati con perizia”, e credeva “d’essere restato, forse in tutta la nazione, con le sorelle Vigoni di Pavia ed il cav. Ronzi, della Ronzi e Singer di Roma, il solo paladino della vera pasticceria d’onore”.

Tutto, in quella pasticceria, restò fermo per numero di anni indecifrabile, così come gli stessi profumi incorrotti stagnanti da sempre nell’aria. Stupiva assistere a una continuità tanto esemplare, così come lasciava attonito il brillio degli ottoni, dei rami e degli argenti posati in quell’insolito salotto.

I portici del nuovo centro e sullo sfondo gli edifici della vecchia Fiera, non ancora abbattuti

In seguito, la famiglia Balzer ne rilevò i locali, fondando nel 1936 quello che sarebbe in breve diventato uno dei più rinomati caffè e pasticceria della città, il fulcro della Bergamo chic e più alla moda, un locale intimamente legato alla vita e agli umori cittadini.

Riferimenti

Geo Renato Crippa, Il “L”Isacchi sul Sentierone” – “Bergamo così (1900 – 1903?)”.

Il Novecento a Bergamo

La vicenda dello scomparso ospedaletto di Sant’Antonio in Prato (dove oggi sorge Palazzo Frizzoni)

Come osservato qui, da Vienne, cittadina francese che conserva le spoglie di S. Antonio abate e che dal XII secolo aveva mostrato il potere taumaturgico del Santo, il culto si diffuse rapidamente in tutta Europa (ed oltre), dove fiorirono rapidamente numerose fondazioni antoniane con una serie pressoché infinita di luoghi di culto ed ospedali al Santo dedicati.

In Italia i primi ospitali sorsero lungo la via francigena che collegava Delfinato e Italia, presso la Precettoria di S. Antonio a Ranverso in Val di Susa (ante 1188), poi a Roma, Teano e presso Napoli.

Sant’Antonio Abate, il grande eremita egiziano la cui devozione era legata alla cura dell’ergotismo, causato dall’ingestione di prodotti derivati dalla segale cornuta, malattia molto diffusa fra I poveri a causa della cattiva alimentazione. Nelle immaginette ricorre l’immagine del Santo, diffusa dagli stessi antoniani, raffigurato con accanto un porcellino e con in mano  una campanella ed un bastone terminante a forma di tau

Il culto si diffuse anche nella Bergamasca ed in città vennero fondati due hospitali intitolati al Santo: nel 1208 quello di Sant’Antonio in foris, appena fuori la porta di S. Antonio e all’imbocco di borgo Palazzo e, verso la fine del XIV secolo in luogo dell’attuale Palazzo Frizzoni, l’ospedale di Sant’Antonio “in Prato” (o “di Vienne”), entrambi con annessa chiesa.

In Contrada di Prato, l’ex- chiesa di S. Antonio di Vienne e poco oltre il monastero di S. Marta. Le colonne di Prato, davanti all’attuale via Borfuro, delimitarono il confine della Fiera fino al 1882 (disegno di G. Trécourt)

La chiesa e l’annesso ospizio per malati e pellegrini si trovavano in Contrada di Prato, sulla strada che dal Prato di S. Alessandro portava alla chiesa di S. Leonardo. Ma esistendo già una chiesa con ospizio nel borgo di S. Antonio, si aggiunse la dicitura di Antonio “in Prato” o di S. Antonio di Vienne per evitare che la dedicazione scelta potesse dare adito a confusione.

Al centro dell’immagine, l’ex- chiesa di S. Antonio di Vienne (dal 1586 dedicata alle SS. Lucia e Agata), in Contrada di Prato (incisione del 1815 ca. Proprietà Conte G. Piccinelli, Milano)

I frati antoniani erano giunti a Bergamo verso la fine del Trecento e vi si erano insediati, ma è difficile oggi stabilire se essi siano stati gli effettivi promotori della sua edificazione; di certo l’ospedale fu fondato per iniziativa laica tra il 1380 e il 1382: la tradizione ne fa risalire la fondazione a Gerardo (morto tragicamente nel 1380) della nobile famiglia cittadina dei De la Sale, ma un documento conservato nel fondo pergamene dell’archivio della Mia attesta la contemporanea presenza di un certo frate Francesco, “un armigero di ignota provenienza”, che nel 1382 è citato come edificatore della chiesa e dell’Ospedale di San Antonio in Prato (non era in “habito religioso”, ma “portabat pannos lungos et signum S. Antonii scilicet unum T super pectore”) (1).

(1) Maria Mencaroni Zoppetti (a cura di), L’Ospedale nella città – Vicende storiche e architettoniche della Casa Grande di S. Marco. Collana: Storia della sanità a Bergamo – 1. Fondazione per la Storia Economica e Sociale di Bergamo.

La riunificazione degli ospedaletti medioevali nell’Ospedale Grande di S. Marco: la resistenza dei frati di S. Antonio de Vienne

Così come stava accadendo in altre città, anche a Bergamo verso la metà del Quattrocento si deliberò l’accorpamento di 11 ospedaletti sparsi tra il colle e il piano in un unico grande organismo (l’Ospedale Grande di S. Marco), al fine di ottimizzare i servizi e creare un’unica dirigenza, esercitando così un maggior controllo (2).

(2) Le prime notizie di un sistema ospedaliero compiuto di Bergamo risalgono al 5 novembre del 1457, quando il Vescovo Giovanni Barozzi (1449-1465) approva i Capitula hospitalis novi et magni structi in civitate Bergami. Insieme ai Rettori della città aveva infatti ottenuto l’autorizzazione di fondare un Ospedale Grande che riunisse in sé tutte le strutture di assistenza al malato e tutti i luoghi pii dediti alla cura sanitaria e all’assistenza paramedica. I  beni degli ospedaletti avrebbero costituito il fondo economico necessario alla realizzazione del progetto.

La veduta prospettica di Alvise Cima, nella tela conservata presso la Biblioteca Civica Mai. Dall’azione congiunta del Vescovo Barozzi e della municipalità, nel 1457 viene deciso di riunire sotto un’unica direzione gli ospedali di Sant’Erasmo fuori dalla porta di Borgo Canale, di Santa Grata inter vites in Borgo Canale, di San Lorenzo dell’omonimo borgo, di San Bernardo presso il ponte della Morla sulla strada di Valtesse, di San Tommaso della Gallinazza dentro porta di Santa Caterina, di Santa Caterina fuori le mura, legato alla parrocchiale, di Sant’Antonio in foris,  fuori porta S. Antonio, del monastero di Santo Spirito, situato nei pressi del monastero dei Celestini, di San Lazzaro in Borgo San Leonardo, di San Vincenzo in contrada di San Cassiano, di Santa Maria Maggiore in Contrada Ante Scolis

Il documento firmato nel 1458, delibera “che il nuovo ospedale dovrà essere costruito nel luogo dell’ospedale di S. Antonio o altrove, qualora lì non fosse possibile”, avviando un’annosa disputa che vede da una parte la resistenza degli antoniani, decisi a difendere strenuamente privilegi e concessioni acquisiti nel tempo (dopo essere stata per un certo periodo in mano alla MIA, nel 1453 i frati di Vienne avevano ottenuto da Papa Nicolò la chiesa e l’ospedale) e, dall’altra, la cittadinanza, che non solo li considera abusivi all’interno della struttura “sorta a vantaggio dei poveri e su iniziativa di una famiglia bergamasca”, ma li rimprovera anche di elemosinare per sostenere la loro comunità e la precettoria d’appartenenza (quella già osservata di Ranverso, in Piemonte), trascurando del tutto l’ospedale e la chiesa.

La diatriba verrà risolta alla fine del Cinquecento, quando il vescovo Barozzi decide di accorpare l’ospedaletto di S. Antonio in Prato all’Ospedale Grande di S. Marco (di cui diviene una dipendenza), permettendo ai frati di restare nella loro sede, dove continuarono a esercitare attività di accoglienza per malati e pellegrini e a celebrare nella loro chiesa, che con l’unione decretata nel 1457 era divenuta parte dell’Ospedale Maggiore.

E poichè la chiesa di S. Marco, costruita (1572) nel perimetro dell’Ospedale Grande era solo chiesa cimiteriale per i degenti del nosocomio ed aveva un battistero per il battesimo degli esposti, per volontà degli amministratori dell’Ospedale Grande nella chiesa di S. Antonio di Vienne veniva celebrata ogni giorno una messa (3).

La chiesa di S. Antonio nel frattempo si era ampliata: “.. era ampia e non disadorna. Aveva quattro altari; la scuola dei Disciplini, che si riunivano in sagrestia; la scuola del Divino Amore, che si riuniva sopra la porta maggiore dove c’era una grande volta in forma di pulpito” (tribuna) (4).

(3) Nella chiesa di S. Marco, costruita 1572 nel perimetro dell’Ospedale Grande, venivano sepolti coloro che nell’ospedale morivano; c’era inoltre un fonte battesimale per il battesimo dei bambini esposti (come da atti della visita pastorale di S. Carlo Borromeo del 1575). C’erano poi due altari, il maggiore e quello di S. Marco, e c’era il SS. Sacramento, ma si celebravano messe solo nel giorno dedicato a S. Marco, poichè, secondo gli accordi presi dal momento dell’unione degli ospedali, una messa quotidiana veniva celebrata nella chiesa di S. Antonio di Vienne in Prato (M. Mencaroni Zoppetti, op. cit.).

(4)  A.G. Roncalli, Gli Atti della visita pastorale di S. Carlo Borromeo (1575), Firenze 1937, Vol. I, La Città, parte II, p. 140.

L’ingresso laterale della chiesa di S. Antonio di Vienne, davanti alla quale si faceva mercato, in un disegno ottocentesco (elaborazione tratta da M. Mencaroni Zoppetti, op. cit.)

I frati di S. Antonio di Vienne vi rimasero fino al 1586, anno in cui il complesso, che era adiacente al convento femminile di Sant’Agata, fu acquisito dalle monache domenicane provenienti dalla Valle di Santa Lucia Vecchia, che lo ridedicarono alle Sante Lucia e Agata (5).

Dopo le soppressioni napoleoniche attuate alla fine del 1798, tutto il complesso venne acquistato nel primo Novecento dalla famiglia Frizzoni, e demolito per far posto alla loro residenza cittadina poi divenuta Municipio della città di Bergamo.

(5) D. Calvi, Effemeridi sagro profane di quanto di memorabile sia successo in Bergamo sua diocese et territorio, vol. III, p. 398, 11 dicembre 1586 “Le monache di S. Lucia fuori delle mura di Bergamo, havendo fin l’anno passato comprate le habitationi e Chiesa dell’Ospitale di S. Antonio in Prato contiguo a S. Agata, vennero in questo giorno ad habitarvi formandosi delle due chiese di S. Antonio e di S. Agata una Chiesa sola con titolo di S. Lucia e Agata”.

Palazzo Frizzoni, edificato tra il 1836 e il 1840 dall’architetto bresciano Rodolfo Vantini ed attualmente sede del Municipio di Bergamo. L’edificio è sorto sull’area occupata dall’antica chiesa e annesso ospedale di S. Antonio di Vienne

Data l’impossibilità di utilizzare l’ospedale di S. Antonio, su cui erigere l’Hospital Grande di San Marco, nelle sedute comunali si avanzarono le ipotesi più varie finchè, nel 1474, si scelse un’area poco lontana, ai margini dello stesso Prato di S. Alessandro: si trattava di un terreno di proprietà dell’ospedale stesso, sul prato Bertellio (prato di S. Bartolomeo?), in una zona pianeggiante, chiusa a sud dalle Muraine, a monte del luogo dove sin dall’alto Medioevo si svolgeva la grande Fiera annuale dedicata al patrono della città: un punto a cui era possibile convergere da ogni parte dell’abitato e in posizione equidistante rispetto ai borghi di S. Alessandro a ovest e di S. Antonio a est, come indicato nella veduta prospettica di Alvise Cima,  dove il complesso ospedaliero e la chiesa annessa sono indicati come PEPITALE S. ANTONIO.

La supposta Bergamo quattrocentesca un un particolare della veduta di Alvise Cima, conservata presso la Biblioteca Civica Mai. In verde, la zona in cui si trova l’ospedale di Sant’Antonio (oggi Palazzo Frizzoni), posto accanto al convento di S. Marta. In azzurro, l’Ospedale di San Marco, al centro dell’antica Bergamo, ai margini del Prato di S. Alessandro, risulta formato da tre corpi di edifici collegati da un loggiato. A destra la chiesa (costruita nel 1572), priva di campanile e con il fronte al rustico, si affianca al corpo occidentale  (PEPITALE) connesso al chiostro, affiancato dal brolo (orto officinale). Verso est un edificio più basso si congiunge con quella che dovrebbe essere la Cappella dell’Ospedale.  La vasta area verde restituisce l’idea della salubrità del luogo antistante il  prato che si estende sino alle Muraine, solcato dalla Seriola Nuova che lambisce il convento di S. Bartolomeo e raggiunge la Porta del Raso

 

Anche nell’immagine della città secentesca formulata da Macherio e poi da Stefano Scolari, la facciata della chiesa di S. Marco appare in una modesta forma a capanna, probabilmente in arenaria. Sono visibili due cortili, il loggiato di fronte al prato, l’edificio della Dogana veneta e il tezzone del salnitro, che serviva per la fabbricazione della polvere pirica e dove, terminato l’evento, venivano ricoverate le baracche di legno della fiera. Il tezzone è abbattuto nel 1820 e trasformato in mercato del grano

 

La fabbrica dell’Ospedale Grande di San Marco si avvia dal 1478 e termina nella prima metà del Cinquecento; è ampliata all’inizio del Settecento e quasi interamente demolita nel 1937, per il nuovo assetto assunto dal centro della città bassa. La sua conduzione venne affidata ai frati del vicino convento delle Grazie

Del grandioso edificio rinascimentale dell’Hospital Grande di San Marco, demolito negli anni Trenta del secolo scorso, il ricordo più vistoso e bello è la chiesa dedicata a San Marco che, costruita nel 1572 nel perimetro dell’ospedale, ha assunto fogge barocche nel corso del Settecento.

L’interno della chiesa (qui ritratta nel primo Novecento) a una navata, è d’impianto quattrocentesco ma viene riformato all’inizio del Settecento, pochi anni dopo la costruzione del quarto braccio della crociera dell’ospedale. Fra il 1726 e il 1728 il prospetto, sino ad allora in semplice arenaria, viene rinnovato con il rivestimento marmoreo dalle eleganti forme barocche da Giovanni Ruggeri e impreziosito dal portale e dalle statue di coronamento dello scultore Giovanni Sanz. Nel 1747 le pareti e il soffitto vengono affrescati dal comasco Carlo Innocenzo Carloni che affrescò sulla volta l’Eucarestia, sui pennacchi della cupola i quattro evangelisti, nella cappella di destra la Vergine Assunta, e in quella di sinistra San Camillo De Lellis, fondatore dell’Ordine dei chierici regolari ministri degli infermi, sicuramente quegli stessi chierici che operarono nella struttura (Mencaroni Zoppetti, cit.)

Dopo l’ingresso (1586) delle domenicane di S. Lucia Vecchia nel convento di S. Antonio, la messa verrà celebrata nella chiesa di S. Marco (6), che da allora comincerà ad esser nominata “chiesa di S. Antonio” nonostante la sua dedicazione a S. Marco ed alla Vergine, in omaggio alla Serenissima.

(6) E a tal fine verranno mantenuti dall’ospedale un priore e un cappellano (A.G. Roncalli, Gli Atti della visita pastorale… Cit., pp. 158-159).

In un particolare del cabreo della Fiera di Bergamo, disegnato dall’agrimensore Bernardino Sarzetti nel 1723, la chiesa dell’Ospedale Grande, intitolata ai SS. Marco e alla Vergine, è indicata come Chiesa di S.to Antonio. Si noti, sul lato destro,  la cappella dei morti con il portico

La chiesa e l’ospedale di S. Antonio di Vienne, come detto verranno acquistati nel primo Novecento dalla famiglia Frizzoni e demoliti per far posto al palazzo di famiglia, oggi  Municipio della città di Bergamo, cancellando qualsiasi testimonianza dell’antico complesso.

Bibliografia

Maria Mencaroni Zoppetti (a cura di), L’Ospedale nella città – Vicende storiche e architettoniche della Casa Grande di S. Marco. Collana: Storia della sanità a Bergamo – 1. Fondazione per la Storia Economica e Sociale di Bergamo.

Santa Lucia, la festa della luce, tra passato e magia

E finalmente Dicembre con la sua magia.

Il periodo dell’anno in cui ci si stringe l’uno accanto all’altro nella convivialità delle feste tanto attese e desiderate, in un tripudio di regali, luci, abbondanza e….calorie.

Da che mondo è mondo, questo è il nostro modo per celebrare il solstizio d’inverno, quel momento in cui, tra il 21 e il 22 dicembre, dopo aver toccato il punto più basso dell’orizzonte il sole ricomincia a salire, regalandoci di giorno in giorno minuti di luce che prepareranno la natura al risveglio.

Il Solstizio d’Inverno non cade sempre lo stesso giorno, ma oscilla fra il 21 e il 22 Dicembre; questo perchè noi utilizziamo un calendario chiamato gregoriano che suddivide l’anno in 365 giorni. Ma dal momento che alla Terra occorrono 365 giorni e 6 ore (circa) per completare la sua orbita attorno al sole, il disavanzo si riassesta grazie all’anno bisestile che, con l’aggiunta di un giorno in più, incorpora e integra le 6 ore lasciate indietro degli anni precedenti. Nel 2018 la data del Solstizio d’Inverno sarà dunque venerdì 21 dicembre, alle ore 22:22

Con la fine della caduta del sole, il solstizio invernale segna perciò l’inizio di una stagione che già nasconde in sé il seme della primavera.

Ed è appunto in questo periodo che attraverso i simboli legati alla alla luce celebriamo la speranza e il desiderio del risveglio: con l’albero di Natale illuminato, la stella cometa che guida i Re Magi, il ceppo che rimane acceso nella notte di Natale o con i grandi falò accesi nella festa di Sant’Antonio: tutte ricorrenze che affondano le radici nelle celebrazioni pagane legate al culto del Sole.

Verona: un maestoso falò per S. Antonio, festeggiato il 17 gennaio. L’antica usanza contadina è legata al delicato e importante momento di passaggio dal buio alla luce, dal letargo della natura al suo risveglio e alla vita 

Tra le feste situate a ridosso del solstizio d’inverno e legate alla luce,  quella di Santa Lucia è la festa per eccellenza e vedremo il perchè.

 

CHI ERA SANTA LUCIA

La futura Santa siracusana, poco più che una ragazzina, apparteneva a una famiglia benestante. Orfana di padre, era stata promessa a un concittadino pagano. Quando la mamma Eutichia si ammalò gravemente, Lucia si recò in pellegrinaggio a Catania, sul sepolcro di Sant’Agata, per invocarne l’intervento. Durante la preghiera Lucia si assopì e vide in sogno Agata dirle: Lucia, perché chiedi a me ciò che puoi ottenere tu per tua madre? Nella visione Agata le preannunciava anche il martirio e il suo patronato sulla città. Ritornata a Siracusa e constatata la guarigione della madre, Lucia le comunicò la ferma decisione di consacrarsi a Cristo e di donare tutti i suoi averi ai poveri. Il pretendente, insospettito e preoccupato nel vedere la desiderata sposa donare tutto il suo patrimonio, verificato il rifiuto di Lucia, la denunciò alle autorità romane come cristiana. Erano gli anni delle persecuzioni di Diocleziano, e questa accusa equivaleva a una sicura sentenza di morte.

Santa Lucia davanti al giudice, particolare della pala di Santa Lucia, Lotto, 1532 – Pinacoteca civica di Jesi. Secondo la Legenda Aurea la santa si era rifiutata di adorare gli idoli pagani, per questo viene portata davanti al giudice, il console romano Pascasio. La sua posa verticale inflessibile simboleggia la sua fede incrollabile

Subì un processo in cui il Tribunale non riuscì a farla abiurare in alcun modo, e resistette anche di fronte alle minacce di essere esposta tra le meretrici.  Venne decapitata o, secondo alcune fonti, uccisa con una pugnalata alla giugulare, dopo le torture atroci inflittale dal console romano Pascasio, che non voleva piegarsi ai segni straordinari che attraverso di lei Dio stava mostrando.

Il culto di Lucia quale santa patrona degli occhi e della vista, si afferma a partire dal XIV secolo, quando nell’iconografia appare l’emblema degli occhi che la Santa tiene in mano (o su un piatto, o su una coppa) e che sarebbe da ricollegarsi con l’etimologia del nome Lucia (da Lux, luce)

Le sue spoglie riposano a Venezia dal 1203, qui giunte dopo una serie di vicissitudini storiche. Dopo aver peregrinato a lungo per le chiese di Venezia, dal 1863 sono state accolte in una cappella della Chiesa di San Geremia, da quel momento intitolata anche a Santa Lucia.

Le spoglie di S. Lucia sono conservate gelosamente a Venezia da oltre sette secoli, dopo essere state cedute a Costantinopoli (1040) ed essere state riportate in Italia nel corso della quarta Crociata guidata dal Doge veneto Enrico Dandolo.  L’urna contenente le sue spoglie è stata costruita col materiale della chiesa palladiana di Santa Lucia, abbattuta nel 1861 per dar spazio alla stazione ferroviaria di Venezia, che ne conserva tuttora il nome

 

Nel 1955 l’allora Patriarca di Venezia Angelo Roncalli, futuro papa Giovanni XXIII, fece porre una maschera d’argento sul volto, per proteggerlo dalla polvere

 

SANTA LUCIA A BERGAMO 

La devozione alla Santa si diffuse rapidamente e giunse nella Bergamasca probabilmente introdotta dagli eremitani agostiniani,  che nei secoli passati officiavano nella chiesa di San Nicola da Tolentino a San Pellegrino, adiacente al loro monastero, poi soppresso (1), mentre in città la prima chiesa dedicata Santa si trovava nella Valle di Santa Lucia Vecchia accanto all’attuale Tempio Votivo, dove oggi si trova la chiesa del Santo Nome di Gesù. 

La Valle di S. Lucia Vecchia in una ripresa del 1884

In questo luogo, esterno alle muraine, sorgeva dal 1337 il convento delle Domenicane con l’annessa chiesa titolata alla santa siracusana.

L’antica chiesa di Santa Lucia nella valle di Santa Lucia Vecchia (da Diego Gimondi e Salvatore Greco, “Santa Lucia – Tradizioni brembane e siracusane“. Ferrari Editrice)

Ma a causa della posizione isolata del sito, nel 1586 le monache decisero il loro trasferimento nel monastero di S. Agata, in Contrada di Prato (attuale Piazza Matteotti), occupato fino a quel momento dalle Umiliate di S. Agata de Rasolo.

Nei pressi del monastero di S. Agata in Contrada di Prato, corrispondente all’attuale via XX Settembre

Con l’arrivo delle Domenicane, il monastero di S. Agata assunse così la doppia titolazione di Santa Lucia e Sant’Agata.

Il monastero di S. Lucia e S. Agata in Contrada di Prato, al centro dell’immagine (incisione del 1815 ca. Proprietà Conte G. Piccinelli, Milano)

 

SANTA LUCIA, LA NOTTE PIU’ LUNGA CHE CI SIA

La festa di Santa Lucia rientra a pieno titolo tra le feste situate nel contesto invernale legate alla luce, essendosi letteralmente sovrapposta alle antiche feste pagane legate al culto del Sole, celebrate il giorno del solstizio d’inverno.

Fino a cinque secoli fa infatti, prima della riforma del calendario giuliano ad opera di Papa Gregorio XIII, il solstizio d’inverno cadeva proprio il 13 dicembre, nel giorno legato alla celebrazione liturgica di Santa Lucia. La Chiesa Cattolica l’aveva posta proprio al 13 dicembre per sostituirla alle celebrazioni pagane legate al solstizio, facendo della Santa la portatrice cristiana della luce, colei che attraverso il martirio ha testimoniato il cammino della sua fede.

Nel 1582, per rimediare a certi errori di calcolo astronomico commessi secoli prima da Giulio Cesare (il “redattore” del calendario giuliano), Papa Gregorio XIII aveva dato una “sforbiciata” al calendario di una decina di giorni (2) facendo slittare in avanti il solstizio d’inverno, che dal 13 passava al 21-22 dicembre. Ma mantenendo per il 13 la festa di S. Lucia, si mantenne anche il detto popolare, che recita:

E’ così che Santa Lucia, “portatrice di luce” ha anche il grato compito di portare i doni ai bambini in molte zone d’Italia – a Bergamo, come nel bresciano, nel Trentino e nelle province di Udine, Cremona, Lodi, Mantova, Piacenza, Parma, Reggio Emilia e Verona – come dell’Austria, in Boemia e in Svezia, dove la festa della Santa, “regina di luce”, rappresenta un momento di allegria prenatalizia nel momento più buio dell’inverno nordico.

In Svezia, la Santa vestita di bianco porta una corona di candele e offre delle focaccine allo zafferano dal nome curioso: lussekatter (il gatto di Lucia)

 

LE ORIGINI DELLA FESTA

Secondo un’usanza ormai consolidata, nei giorni che precedono la festa i bambini consegnano le letterine nella chiesa della Madonna dello Spasimo in via XX Settembre – chiamata ormai da tempo “di S. Lucia” -, mentre il Sentierone si anima di bancarelle rinnovando l’antica festa che un tempo si celebrava intorno alla chiesa dedicata alla Santa.

Il rito della consegna delle letterine nella chiesa della Madonna dello Spasimo in via XX Settembre

La si incontrava in Contrada di Prato, verso la strada che conduceva al popoloso borgo di S. Leonardo, poco oltre le colonne marmoree chiamate “di Prato”.

Le colonne di Prato, poste all’altezza dell’imbocco dell’attuale via Borfuro, delimitarono il condine della Fiera dal 1620 al 1882 (disegno di G. Trécourt)

 

In Contrada di Prato, la chiesa di S. Lucia e S. Agata. Accanto, ai limiti del Boschetto di S. Marta sorgeva l’omonimo monastero, di cui è sopravvissuto solo un chiostro e, in fondo, la chiesa di S. Bartolomeo

Sul fianco della chiesa si apriva un grande portone che introduceva all’interno, sovrastato da una grande volta.

Contrada di Prato, verso S. Leonardo. La chiesa di S. Lucia e S. Agata (ex S. Antonio di Vienne) era ampia e non disadorna; era divisa in tre grandi navate con quattro pilastri centrali, aveva quattro altari e un grande coro. Le fonti parlano di pregevoli pitture di Daniele Crespi e di Cristoforo Baschenis; di pale del Cariani del Cavagna e di un quadro raffigurante S. Lucia di Giacomo Cotta (incisione del 1815 ca. Proprietà Conte G. Piccinelli, Milano)

Allora come oggi, a S. Lucia si facevano tre giorni di festa con grande concorso di folla e nei dintorni della chiesa si allestiva un mercato affollato di banchetti e bancarelle, mentre le monache distribuivano ai bambini i deliziosi biscottini da loro preparati.

L’ingresso laterale della chiesa di S. Lucia e S. Agata in un disegno ottocentesco. Da sempre in questo spazio si faceva mercato

Dietro il versamento di un obolo alle monache, i mercanti esponevano nei loro banchetti merce di ogni sorta: panni, cappelli e berrette, stoffa, merletti, guanti, tela, refe, stringhe, zoccoli, corde, fusi e rocchetti, coperte, carta per bachi da seta, manichini in pelle, calze di lana di bambagia e di stame, masserizie in legno e in ferro e, naturalmente, non mancavano sacchi di castagne.

Le contadine, racconta il Reverendo Angelini, non sono sciocche e prima di comprare esaminano a fondo e con perizia, minuziosamente, l’articolo che vogliono acquistare.

La Contrada di Prato, davanti al monastero delle SS. Lucia e Agata

Con l’arrivo dei Francesi, a fine Settecento la chiesa ed il convento vennero soppressi per poi essere acquisiti dalla famiglia Frizzoni, che li demolirono nel 1825 per costruirvi la loro residenza di città, poi divenuta sede del Municipio di Bergamo.

Piazza Cavour, Palazzo Frizzoni, attuale sede del Municipio di Bergamo, edificato tra il 1825 e il 1840 sull’area un tempo occupata dal convento di S. Lucia e S. Agata da Rodolfo Vantini

Dopo il periodo delle soppressioni, la festa venne reintrodotta nella vicina chiesa della Madonna dello Spasimo, che dopo la soppressione del 1797 era stata adibita per due anni a sala per il Circolo Costituzionale, per essere riaperta al culto grazie agli Austriaci nel 1799.

Da allora, in questa chiesa adottata come chiesa “ufficiale” di S. Lucia, si è rinnovata la straordinaria devozione alla martire, il cui simulacro è stato collocato in una cappelletta laterale che è poi l’indirizzo terrestre al quale i bambini portano le letterine nei giorni che precedono la festa.

In prospettiva, a sinistra della cortina edilizia è visibile il campanile della chiesa intitolata alla Madonna dello Spasimo, eretta nel 1592 e riedificata a più riprese sino al 1768, a spese degli abitanti di borgo San Leonardo

La leggenda popolare ha da sempre ammantato di magia quella che per i bambini è una notte speciale che li vede trepidanti nell’attesa dell’evento.

La festa di Santa Lucia in Città Alta nel 1969

 

I doni per la festa di Santa Lucia in Città Alta, nel 1968

 

La festa di Santa Lucia al Seminarino di Città Alta, metà anni Sessanta

Un tempo c’era chi preparava le scarpe pulite, sperando di rivederle ricolme di dolci l’indomani; chi andava in cerca di paglia per nutrire l’asinello; chi per ingolosirlo appendeva alle finestre dei mazzetti di carote oppure esponeva alla finestra uno zoccolo colmo di crusca per l’asinello e un bicchier d’acqua per Santa Lucia.

Accanto a tutto ciò veniva posto un lumino acceso alla finestra, ad indicare la presenza di bambini.

Ancor’oggi, i bambini pongono in tavola un po’ di cibo per l’asinello e una tazza di latte per la Santa (che l’indomani troveranno semivuota e magari con una leggera impronta di rossetto..), rinnovando a loro insaputa il rito pagano del “pegno”.

Naturalmente dovranno coricarsi presto e tenere gli occhi ben chiusi, perchè ai bambini ancora svegli Santa Lucia getterà la cenere negli occhi senza lasciare alcun regalo!

Nell’attesa tenderanno ansiosi l’orecchio per udire i campanellini che ne annunciano l’arrivo, finchè il sonno non avrà finalmente la meglio.

Ancora un secolo fa – scriveva Antonio Tiraboschi – alla vigilia della festa i bambini venivano portati a vedere “quelle due lunghe grandi fila di banchette ricoperte di dolci, di mille maniere, e fra sacchi ricolmi di noci e di castagne affumicate… Mi reco a passeggiare tra quei banchetti che, coi loro vari paramenti e con i loro tendoni illuminati di sotto producono un bellissimo effetto: mi fermo davanti a quei sacchi di noci e dì castagne, in mezzo ai quali è conficcata una candela, e mi diverto a sentire i vari inviti che dai venditori si indirizzano ai presenti: ‘I e ché i bei biligòcc de la Alota'” (3).

E cosa trovavano l’indomani i nostri nonni, fuori dalla finestra? …Beh, ben poco per la verità:

pastefrolle, caldarroste, carrube, castagne bollite, noci, nocciole, arachidi, cachi, mandarini, fichi secchi e croccanti fatti in casa con nocciole, acqua e zucchero, sandaletti, scarpe, oppure maglioni e calze pesanti di lana necessarie per l’inverno.

I regali per le bambine di solito erano bambole di legno o di pezza fatte dalla nonna, mentre i bambini trovavano giocattoli di legno come cavallini, carriole, trenini e fucili, oppure biglie e fionde.

Mentre oggi?

Beh, oggi è tutta un’altra storia.

Note

(1) Diego Gimondi e Salvatore Greco, “Santa Lucia – Tradizioni brembane e siracusane“. Ferrari Editrice.

(2) Perchè questa sfasatura? Il conquistatore delle Gallie, quando volle mettere ordine nel computo dei giorni e degli anni ad uso dei romani e dei loro sudditi, si rivolse all’astronomo egiziano Sosigene. Questi fissò l’anno di 365 giorni e sei ore. In realtà, dicono gli esperti, doveva essere di 365 giorni, cinque ore, quarantotto minuti primi e 46 secondi. Quell’errore di una dozzina di minuti fu tale da portare scompiglio nel calendario per i secoli futuri. Fu un astronomo gesuita tedesco che propose di sopprimere dieci giorni in ottobre. Perché proprio in quel mese? Perché, spiegò il gesuita, ottobre è il mese che conta meno feste religiose e anche perché gli uomini d’affari lavorano poco in quel periodo”.

(3) Antonio Tiraboschi, Manoscritto, Festività Bergamasche.

Bibliografia
P. Donato Calvi, Effemeridi Sacro Profane. 1676.
Martino Compagnoni, Folclore Bergamasco. Editrice Cesare Ferrari.
Diego Gimondi, Santa Lucia. Tradizioni brembane e siracusane, Centro Studi Francesco Cleri di Sedrina.
AntonioTiraboschi, Manoscritto. Festività Bergamasche, Biblioteca Mai.

Il chiostro di Santa Marta: dall’antico splendore alle suggestioni di oggi

Il cuore pulsante della città si articola in una miriade di strade, viuzze, edifici, piccoli e grandi monumenti, così familiari da consentirci di elencarne mentalmente il susseguirsi.

Ma nel suo trambusto vi è ancora uno scrigno, così raccolto e silenzioso, da sfuggire ai nostri frettolosi sguardi: è il chiostro di S. Marta, uno degli angoli più belli e suggestivi, celato nella galleria incastonata tra le mura del Centro piacentiniano e che sopravvissuto a secoli di turbolente vicende, è ancor’oggi capace di evocare un’atmosfera quasi sacrale.

Piazza Vittorio Emanuele II. A sinistra  della Torre dei Caduti e del Palazzo della ex-Banca Popolare di Bergamo si diparte la galleria aperta tra l’imbocco di via Crispi e la torre, celando al suo interno il chiostro di S. Marta

Dalla dolce armonia delle logge e delle arcate spira ancora un’aria di assorto raccoglimento, acuito dalla posizione appartata che ne fa un luogo insolito e  senza tempo, un’oasi di quiete al centro di un via vai che non conosce sosta.

Il chiostro è quanto sopravvive di un complesso trecentesco di inusitata bellezza, che un tempo era parte integrante di un’articolata struttura sacra comprendente la chiesa e il convento.

Lo sguardo si perde gradevolmente fra colonnati, arcate, capitelli, affreschi e graffiti

Come fu destino di altri monasteri, nel corso del tempo il complesso ha cambiato più volte destinazione d’uso, segnato da un destino multiforme. Basti pensare anche solo al vicino monastero di SS. Lucia e Agata, demolito nel 1825 per edificare il palazzo della famiglia Frizzoni, casata di imprenditori e manifatturieri svizzeri che tra il 1836 e il 1840 vi avevano costruito il palazzo di famiglia (attuale sede del Municipio di Bergamo).

Veduta del tratto nord della Contrada di Prato, verso S. Leonardo, con a sinistra il convento e la chiesa medioevali di S. Lucia e S. Agata e a destra il convento delle suore domenicane di S. Marta, in gran parte demolito nel 1915 per l’edificazione dell’allora Banca Mutua Popolare (incisione realizzata intorno al 1815 – Proprietà Conte G. Piccinelli, Milano)

Il suo splendore fu grande, attraversando secoli intensi e convulsi di storia, fino al Settecento, quando le truppe napoleoniche, nel quadro di una serie di soppressioni dei diritti civili e religiosi compiuti nel nome del “progresso e della libertà”, lo spogliarono della sua funzione iniziale tramutandolo in Caserma e ospedale militare.

Le piante antiche ci restituiscono l’aspetto originario del complesso monastico, che nella Pianta della città e borghi esterni di Bergamo dell‘architetto Giuseppe Manzini del 1816 è indicato come Caserma. Sono ben visibili, a sinistra del grande quadrilatero della vecchia Fiera, i due chiostri di S. Marta

Di lì, in un serrato processo di decadenza, durante il governo austriaco il convento si tramutò in deposito militare e verso la fine dell’Ottocento fu ridotto in parte nuovamente a Caserma e in parte ad albergo.

Luigi Bettinelli – L’assalto alla caserma di S. Marta nel 1848

 

Il complesso di S. Marta. Dietro il coro della chiesa, dopo la soppressione del convento era stato aperto l’albergo Cavour, che fu dismesso tra il 1886 e il  1890 per ampliare la caserma stanziata nei locali del complesso monastico (Racc. Gaffuri

 

Via Roma: l’albergo Cavour, ricavato nel coro della chiesa di S. Marta, poi occupato dal Palazzo della ex Banca Popolare di Bergamo, posto dietro la Torre dei Caduti

Negli anni della prima guerra mondiale, in cui la tanto deprecata tessera razionava il consumo dei viveri, il chiostro e gli edifici annessi ospitarono gli spacci municipali: l’Annona:

“Era grande il via vai faccendiero di chi si recava all’annona a fare provviste: si saliva un paio di bassi gradini prima di entrare sotto il porticato ad archi tondi che ne sosteneva un secondo. La superficie del cortile era a selciato e torno torno girava un basso parapetto. La calce che imbiancava le pareti lasciava scoperti punti dove l’antichità era meglio manifestata attraverso laceri affreschi, scoloriti e indecisi; e l’erba serpeggiava”.
(Domenico Magni)

Mercatino addossato all’esterno del convento di Santa Marta, ora Ubi Banca (Foto Cesare Villa)

Infine, il complesso venne sacrificato alla riqualificazione dell’area con la costruzione del Centro piacentiniano, e ciò a partire dal 1915, quando fu pietosamente abbattuta la chiesa e parzialmente demolito il monastero, ormai trasandato e deperito.

La demolizione della chiesa di S. Marta

Il chiostro, risparmiato alla furia del piccone venne  acquisito dalla  Banca Bergamasca di Depositi e Conti Correnti (poi intitolata alla Milano Assicurazioni ed infine alla Banca Popolare di Bergamo), che ne impedì il degrado attraverso il restauro compiuto nel 1926 dall’ing. Luigi Angelini, uno dei più autorevoli e fecondi professionisti bergamaschi della prima metà del XX secolo.

La Banca Bergamasca, oggi sede dell’Ubi Banca

Questi, dopo l’abbattimento di casa Caffi per l’apertura della radiale S. Marta-Rotonda dei Mille, con una trovata urbanistica geniale propose la sistemazione di un nuovo passaggio, creando la galleria che collega l’imbocco di via Crispi (lato Sentierone) con piazza Vittorio Veneto.

Casa Caffi, abbattuta nel 1922 per l’apertura della radiale S. Marta-Rotonda dei Mille, attuale via Crispi

Fu così risparmiato l’isolamento del luogo, schiudendo alla città il chiostro con la sequenza armoniosa delle arcate che si susseguono fra le logge quattrocentesche, ponendo fine alle molte polemiche legate a quella di facciata che era stata proposta da Piacentini.

Il chiostro di S. Marta e  la sede della Ubi Banca sullo sfondo. La disposizione di porticati a loggia sovrapposti, ricalca la semplicità delle sue prime proprietarie, che preferirono uno stile sobrio, semplice e lineare. L’inevitabile usura del tempo e degli agenti atmosferici ha richiesto un secondo intervento di restauro, terminato nel 1991, affidato all’architetto Sandro Angelini, figlio dell’ideatore del progetto della galleria

Con la sua bellezza e la raccolta intimità, il chiostro si fonde armoniosamente agli effetti di luce, ai chiaroscuri, alle simmetrie equilibrate create dalle piazze, dai porticati e dai passaggi circostanti, accrescendo il valore estetico e lo spessore storico nello spazio del centro progettato da Piacentini.

 

UN TUFFO NEL PASSATO

“Nel silenzio S. Marta è nata, nel silenzio, senza clamori,

sembrava essersi appassita per lunghi secoli,

nel silenzio, ancora, esprime oggi la sua dolce elegia,

con una delicatezza che potremmo definire congenita,

quasi a non voler turbare i nostri passi:

l’importante è sapere che c’è,

che le sue pietre respirano ancora,

come un magico cuore nel cuore della città…”.

(F. Carpinteri, Il chiostro oltre la grata)

Il complesso domenicano di S. Marta aveva visto la luce dopo l’avvento della Signoria viscontea, in un periodo in bilico tra le lotte intestine delle grandi casate dei ghibellini e dei guelfi che avevano cristallizzato lo sviluppo del centro direzionale (città alta, dove nei quartieri nobili si moltiplicavano torri e case fortificate) e il diffondersi della ricchezza in Italia, con lo sviluppo dei commerci, che a Bergamo vedeva fiorire l’attività mercantile e  prevalere il ceto borghese.

Nonostante i gravi conflitti che opprimevano la vita cittadina, la città bassa esprimeva una forte vitalità ed un progresso costante e la Fiera diveniva sempre più vivace e redditizia.

Su di una parete del chiostro di S. Marta compare affrescato Il Disegno dell’Insigne Fabrica della Fiera di Bergamo (1732- 1739), ricavato da un’incisione all’acquaforte di Gaetano Le Poer conservato presso la Biblioteca A. Mai di Bergamo, nella Raccolta Gaffuri

In questo clima, angustiato dalle lotte di fazione e segnato da una cruda e serrata competizione economica, molte persone trovavano nella quiete del chiostro una risposta all’angoscia della loro esistenza.

“Facciata della Chiesa e quartiere di S.ta Marta – dopo la riduzione del presente anno. Colta dal vero da N. Mangili il 24 novembre 1886 per….” (disegno a matita)

Lungo il corso del Trecento la città si costellava così di nuove sedi conventuali, che si affiancavano al discreto numero dei preesistenti conventi benedettini: gli Umiliati, già stanziati alla Magione (Masone) e a S. Bartolomeo, si insediarono a S. Tommaso; i Francescani, già stanziati al monastero di S. Francesco presso la Rocca, si insediarono alle Grazie, alla Rocchetta e a Rosate; i Domenicani, da tempo stanziati a S. Stefano al Fortino, si insediarono anche al Matris Domini, a Santa Marta e a Santa Lucia; gli Eremitani a Sant’Agostino; iDisciplini Bianchi alla Maddalena; i Celestini a Santo Spirito e in borgo Santa Caterina (1).

Fu in questo clima che nacquero la chiesa e il convento che le Suore Domenicane vollero dedicare a S. Marta, da sempre, con il fratello Lazzaro, la santa “ospedaliera” per eccellenza, per aver sperimentato la malattia suprema (la morte) e la guarigione (la resurrezione di Lazzaro), per via della loro opera di assistenza ai malati. E benchè non vi siano notizie certe, sembra che in epoca protocristiana la zona scelta fosse adibita ad ospedale (2).

Il monastero di S. Marta è dunque il terzo dell’Ordine domenicano a Bergamo, dopo quello maschile di S. Stefano del 1226 e quello femminile di S. Maria Matris Domini del 1273.

Possiamo osservarlo nella veduta prospettica di Alvise Cima, che fedelmente ci restituisce l’immagine della Bergamo medioevale, dove il convento sembra essere il perno attorno a cui ruotano tutte le vie che si diramano per raggiungere il cuore del borgo S. Leonardo.

Porzione della veduta prospettica di Alvise Cima, da Borgo S. Leonardo a S. Marta, compresi nella cerchia medioevale delle Muraine

Il monastero, fondato attorno al 1340, fu ampliato nel Quattrocento per poter ospitare fino a cinquanta consacrate domenicane, mentre la chiesa fu consacrata nel 1357.

Particolare della Contrada di Prato (attuale Piazza Matteotti) intorno al 1815 (Racc, Conte G, Piccinelli), con il Convento delle Suore Domenicane di S. Marta

Secondo le fonti, era composto da due grandi chiostri dai lunghi colonnati, di cui quello quadrato grande corrisponde a quello che vediamo oggi, reso rettangolare  dai restauri e dalle integrazioni compiute da Luigi Angelini negli anni Venti del Novecento.

Le trasformazioni subite dal complesso monastico sono illustrate in un affresco presente sulle pareti del chiostro.

“Come era il Convento di S. Marta in Bergamo”. Pianta e prospetto del complesso di S. Marta, con le trasformazioni avvenute nel tempo. L’affresco compare su una parete del chiostro

Vi era inoltre una vastissima ortaglia estesa dalle mura fino a all’ospedale di S. Antonio nel prato di Sant’Alessandro, con viti, alberi da frutto e varie altre coltivazioni, solcata da una seriola “che permetteva la presenza nei pressi di filatoi, tintorie e mulini” (3).

Particolare nella veduta di Alvise Cima, conservata presso il Museo Storico di Bergamo sito in Piazza Vecchia. Il complesso monastico di S. Marta è orientato ad est come qualsiasi sito di culto in Medioevo. Sono raffigurati i due chiostri, mentre la chiesa risulta priva del portichetto antistante l’ingresso, documentato nel 1720. La vasta ortaglia di pertinenza è attraversata da una seriola

La chiesa, che assunse la sua forma definitiva nel 1637, raccoglieva diverse reliquie provenienti anche dal complesso domenicano maschile di S. Stefano, (demolito per la costruzione delle mura veneziane), ed era ricca di paramenti e decori anche grazie alle facoltose famiglie delle religiose che provvedevano a sostenerne le spese o a fare ingenti donazioni (4).

L’interno della bella chiesa di S. Marta nell’Ottocento, nel periodo in cui era stata trasformata in caserma (per l’immagine: M. Mencaroni Zoppetti, cit. in bibliografia)

 

L’interno della chiesa di S. Marta nell’Ottocento, nel periodo in cui era stata trasformata in caserma (per l’immagine: M. Mencaroni Zoppetti, cit. in bibliografia)

Il porticato in fronte la facciata della chiesa le venne aggiunto nel 1672. Lo ritroviamo ancora in alcune fotografie risalente ai primi del Novecento, accanto al Boschetto di Santa Marta.

Primi del Novecento. Parte del complesso di S. Marta visto da piazza Cavour, con il portichetto antistante la chiesa. A destra, il boschetto di S. Marta (Bergamo nelle vecchie cartoline, D. Lucchetti)

Nel 1915, al momento della demolizione dell’ex monastero la Banca Bergamasca  provvide a recuperare e catalogare gli antichi affreschi della chiesa. Oggi, tre strappi sono esposti lungo le pareti dal Salone delle Capriate, nel Palazzo della Ragione in Piazza Vecchia, mentre i rimanenti sono conservati negli uffici e nel chiostro dell’Ubi Banca in Viale Roma.

Uno strappo di decorazione muraria di fine ‘300 presente sulle pareti del chiostro di S. Marta

 

PASSEGGIANDO FINO AL CHIOSTRO

La breve passeggiata che separa i portici di Piazza Vittorio Emanuele II dalla galleria è un’esperienza sensoriale che val la pena di essere vissuta. La piazza,  un’estensione naturale del Sentierone, riecheggia con la lunga sequenza dei suoi porticati le archeggiature settecentesche della demolita Fiera, affacciata su quello che un tempo era chiamato Prato di Sant’Alessandro.

Accanto all’imbocco della galleria noterete l’ingresso della Banca Popolare, ora Ubi Banca, che invita ad ammirare i vasti interni illuminati da ampie vetrate decorate. Ad oggi resta una tra le più rappresentative, ospitando pregevoli opere di artisti bergamaschi dell’800 e del ‘900, oltre a significativi lavori di artisti moderni contemporanei.

Il nuovo salone della ex Banca Popolare di Bergamo, ampliato ad opera dell’ingegnere ed architetto Luigi Angelini, fu aperto nel dicembre del 1923. All’interno della Sede si può ammirare un particolare spazio dedicato, una sorta di museo itinerante dove vengono sapientemente collocati a rotazione alcuni fra i più importanti capolavori artistici di proprietà della Banca

Le emozioni che vi attendono, sono anticipate da un caleidoscopio di impressioni suscitate dall’ariosa ed elegante galleria, impreziosita da marmi lucenti e da ampi lucernari, che sprigionano una luce calda gradevole e avvolgente.

La galleria di Santa Marta

 

Un lucernario nella galleria

A poco a poco vi si svelerà l’ingresso appartato del chiostro, che vi trasmetterà la sensazione di trovarvi in un luogo dove il tempo si è fermato; la Banca Popolare lo rende accessibile gratuitamente ogni prima domenica del mese, mettendo a disposizione anche una guida per una visita della durata di 15 minuti.

Uno dei tanti allestimenti artistici temporanei ospitati nel chiostro di S. Marta

E’ un’occasione per ammirare le antiche testimonianze storiche, artistiche e culturali custodite sulle pareti, così come le installazioni permanenti che dall’incontro con questo luogo risultano pienamente valorizzate: il “Grande Cardinale seduto” (1984) di Giacomo Manzù  (tema sviluppato dallo scultore in oltre 300 rappresentazioni), “Le Suore che comunicano” (1971) di Elia Ajolfi (gia’ docente di scultura alla Carrara), e il curioso monolite di granito nero “Untitled” o “Parabola” (2004) dell’artista anglo-indiano Anish Kapoor, dove il contemporaneo rispecchia e fa rilucere l’antico.

Le installazioni permanenti realizzate per il chiostro da Giacomo Manzù, Elia Ajolfi e Anish Kapoor. Con l’essenzialità della sua forma, il monolite (“Parabola”), grande conca specchiante, si inserisce armoniosamente nel sobrio spazio quattrocentesco riflettendo i colonnati e restituendone al visitatore, affascinato dai bagliori che produce, l’immagine capovolta

 

Il gruppo de “Le suore che comunicano”, rievoca un momento della antica vita quotidiana delle monache nel Convento. Sullo sfondo, l’opera di Manzù

Qualsiasi momento della giornata val bene una sosta, in questo piccolo angolo segreto che sembra voler invitare a non dimenticare il proprio passato: anche la sera, quando è totalmente immerso nel silenzio e nell’atmosfera irreale delle sue luci soffuse.

Note

(1) A. Fumagalli, Op. Cit.

(2) F. Carpinteri, Op. Cit.

(3) T. Rossi, Op. Cit.

(4) T. Rossi, Op. Cit.

Fonti

Alberto Fumagalli, “Bergamo. Origini e vicende storiche del centro antico”. Rusconi, 1981, Milano.

Tosca Rossi, “A volo d’uccello – Bergamo nelle vedute di Alvise Cima – Analisi della rappresentazione della città trà XVI e XVIII secolo”, Litostampa, Bergamo, 2012.

Francesco Carpinteri, “Il chiostro oltre la grata”. Qui a Bergamo: mensile della città, Anno 1, n. 6.

Maria Mencaroni Zoppetti (a cura di), L’Ospedale nella città – Vicende storiche e architettoniche della Casa Grande di S. Marco. Collana: Storia della sanità a Bergamo – 1. Fondazione per la Storia Economica e Sociale di Bergamo.